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“Solo il mite può essere ben disposto alla misericordia”

25 Mar

L’ISCO di Ferrara ha ospitato un incontro dedicato all’“Elogio della mitezza” di Norberto Bobbio

bobbio“Beati i miti…”. Ma chi sono i miti? E la mitezza può essere considerata una virtù in una società dove diffidenza e competizione spadroneggiano? Su questo e molto altro si è riflettuto nel pomeriggio del 18 marzo scorso durante l’incontro dal titolo “Riflessioni su ’L’elogio della mitezza’ in Norberto Bobbio”, laboratorio didattico pensato soprattutto per insegnanti ma aperto a tutti, facente parte del ciclo di incontri “I colori della conoscenza. La lingua e i linguaggi”, a cura di Istituto di Storia Contemporanea e Istituto Gramsci di Ferrara Nella sede dell’ISCO in Vicolo Santo Spirito, 11, dopo l’introduzione da parte di Daniela Cappagli è intervenuto Fiorenzo Baratelli, discutendo su questo testo nato da una conferenza tenuto dallo studioso torinese nel 1983, dedicato a questa virtù che “porta a scegliere il giusto mezzo”. La prima definizione del termine “mitezza”, come detto all’inizio, prende le mosse dal versetto delle Beatitudini (Mt 5,5), “Beati i miti perché erediteranno la terra”, dove Bobbio fa notare come la mitezza sia “diversa dalla mansuetudine, detta quest’ultima degli animali, quindi che richiama passività, mentre la prima è una virtù attiva, profonda, ragionata e sociale”, ha spiegato Baratelli. “Il mite – scrive Bobbio – è l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sè”, nonostante la mitezza sia tipica “dell’insignificante, dell’inappariscente, di colui che nella gerarchia sociale sta in basso, non detiene potere su alcuno, talora neppure se stesso, di colui di cui nessuno si accorge, e non lascia nessuna traccia negli archivi […]”. E’, dunque, una delle virtù cosiddette “deboli”, non in senso spregiativo, ma in quanto tipica di quella “parte della società dove stanno gli umiliati e gli offesi, i poveri, i sudditi che non saranno mai sovrani”, quelli della “storia sommersa”, della “non-storia”. Le virtù deboli, al contrario di quel che si può pensare, ha proseguito il relatore, “richiedono un animo fermo e nobile”, quindi anche la mitezza “richiede un’educazione e un grande lavoro su di sè”. Proseguendo con altre distinzioni che gradualmente permettono al concetto di “mitezza” di emergere nel suo senso più profondo, questa virtù è opposta all’arroganza (“il mite non ha grande opinione di sè, non già perché si disistima ma perché è propenso a credere più alla miseria che alla grandezza dell’uomo”), alla protervia (“il mite non ostenta nulla, neanche la propria mitezza”) e alla prepotenza. Il mite, poi, “non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere, e alla fine di vincere. E’ completamente al di fuori dello spirito di gara, della concorrenza, della rivalità, e quindi anche della vittoria. Nella lotta per la vita è infatti l’eterno sconfitto”. Ma egli non è nemmeno il remissivo (non è rassegnato), né il bonario (non è grossolano), né l’umile (è infatti lieto e non triste), né tantomeno il modesto (quest’ultimo è spesso ipocrita nel sottovalutare se stesso). Inoltre, secondo Bobbio, “la semplicità è il presupposto necessario o quasi necessario della mitezza e la mitezza è un presupposto possibile della compassione”: “per essere miti bisogna essere semplici, e solo il mite può essere ben disposto alla compassione” e alla misericordia. Infine, sempre secondo l’autore, la mitezza “non è una virtù politica, anzi è la più impolitica delle virtù”: “identifico – scrive nel testo – il mite con il nonviolento, la mitezza con il rifiuto di esercitare la violenza contro chicchesia. Virtù non politica, dunque, la mitezza. O addirittura, nel mondo insanguinato dagli odii di grandi (e piccoli) potenti, l’antitesi della politica”. Baratelli ha in parte sottoposto a critica questa affermazione di Bobbio, il quale tenderebbe ad avere un’idea eccessivamente negativa della politica, ritenuta troppo “totalizzante”. Al contrario, il relatore ha citato Aristotele e la sua concezione della politica come “arte di produrre amicizia. Se così interpretata – ha concluso -, la mitezza può diventare parte della politica”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019

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