Il vero cristianesimo è quello per la liberazione integrale della persona

20 Gen

Una riflessione politica contro ogni manipolazione in senso “moderato” del messaggio evangelico

di Andrea Musacci

«Nella personalità del credente, l’incontro con Cristo, quando è autentico, è una sorgente inesauribile di creatività, che si dispiega a tutti i livelli della esistenza e spezza tutti gli steccati»[1].

Parlare di ciò che possa coinvolgere «tutti i livelli dell’esistenza» – come scrive qui sopra Girardi (protagonista italiano della cosiddetta Teologia della Liberazione) – e di pieno compimento non è “integrismo”, “fondamentalismo religioso” ma essere coscienti del fatto che se la persona è immagine di Dio, ciò non può sconvolgere la sua vita, in tutti i suoi aspetti. Per questo, se si è cristiani, lo si è sempre. Insomma, essere “religiosi”, “credenti” non riguarda solo il rapporto con Dio ma «un atteggiamento globale – scrive ancora Girardi[2] – incentrato sulla fede e che si esprime anche nei rapporti con gli uomini e nella edificazione della Città terrestre». Contro – quindi – ogni forma di spiritualismo, di intimismo. Non si tratta, però, nemmeno «di mondanizzare il cristianesimo facendo di Cristo il profeta della Terra Nuova, e della chiesa un movimento, per quanto nobile e ricco, di liberazione umana».

GESÙ, UOMO PIENAMENTE UOMO

Cristo è l’incarnazione di questa pienezza di vita, di questo modo di vivere totalmente il proprio essere uomo, proprio perché figli di Dio: è stato Cristo a dare l’esempio – scriveva Garaudy[3] – di questa «soggettività attiva, che è risorgenza senza fine della trascendenza». Con Cristo, infatti, «il Dio delle trascendenze lontane è entrato nella storia quotidiana degli uomini» e «lo ha fatto da frantumatore degli idoli e delle catene, da cancellatore delle frontiere, distruggendo i tabù e ponendosi al di là della giustizia, del bene e del male, in nome di un amore che trascende tutti i limiti storici e fa di lui (…) il vero uomo (…). Il marxismo potrà essere l’autentico frantumatore delle catene solamente se sarà capace di integrare questo momento cristiano, questo momento divino dell’uomo. Giacché il comportamento rivoluzionario, in politica come in arte, ha bisogno più di trascendenza che di realismo».

Gesù – scriveva ancora Garaudy[4] – «non è un rivoluzionario che vuole trasformare le strutture (…) e neppure è un predicatore di penitenza (…). Egli è l’uomo pienamente uomo che, in ogni azione, ci insegna a guardare ai fini lontani». Lontani perché profondi, perché ultimi ma non per questo né fumosi né inarrivabili, ma anzi pieni della stessa sostanza che anima la nostra vita e la nostra fede. «La risurrezione non è un “fatto”, nel senso positivistico della parola: è un atto creatore, l’affermazione dell’impossibile con cui la storia apre il futuro a tutti i possibili (…). Questa entrata nel totalmente inatteso, sul prolungamento di niente, è la presa di coscienza che l’uomo non è nato per morire ma per cominciare»: «la risurrezione avviene allora tutti i giorni»[5]. Cominciare, sempre: «L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante», scriveva Pavese[6].

IL REGNO È PER I MISERI

Compiamo quindi – rifletteva Dossetti[7] «un grande tradimento dell’amore, della verità e della libertà assicurateci da questa vita nello Spirito Santo, quando noi cristiani con i nostri comportamenti possiamo indurre gli altri a sospettare che il cristianesimo possa essere staticità o coazione»: invece, «esso è per definizione dinamismo e libertà». Libertà che è anche, sempre, liberazione: «L’evento è veramente tale perché non sceglie i sapienti, i forti, le cose che già sono, ma proprio gli stolti per farli sapienti, i deboli per farli forti, i peccatori per farli giusti, il nulla perché sia (…)».

Il Regno di Dio che può iniziare qui e ora, a ogni istante, con me, con te: non può che essere il regno dei vinti, degli umili, dei disperati, dei fragili, dei bisognosi, degli inquieti. La pace è per chi non ce l’ha. Sarà – anzi è – laddove non c’è. Senza dimenticare che la miseria può essere materiale, ma anche spirituale. Quella di Gesù – scriveva Barth[8]– «non si trattava di una sussiegosa compassione dall’alto al basso, ma dell’esplosione di un vulcano dal basso verso l’alto», cioè dalle radici della vita, dal fondo dell’Essere. «Non sono i poveri ad aver bisogno di compassione, ma i ricchi, non i cosiddetti “senza Dio”, ma gli uomini pii».

«IL VERO SOCIALISMO È IL VERO CRISTIANESIMO»

«Gesù è più socialista dei socialisti», scriveva ancora Barth[9]: ciò non significa ridurre Gesù a un pensiero politico. Gesù è “il vero socialista” in quanto incarnazione perfetta dell’“ideale” e delle aspirazioni alla giustizia, alla verità, alla solidarietà, alla comunione, alla liberazione. Ma dire questo, porta anche a fare del socialismo non una dottrina, un dogma, un sistema chiuso, ma una visione, una passione da conservare e ricreare di continuo nella sua bellezza, energia, nel suo senso più profondo. Gesù, insomma, è l’oltre socialista, perché è l’Oltre, è ciò che non è manipolabile, ciò che supera le pur lodevoli visioni, filosofie e praxis politiche. Per cui, concludeva Barth, «il vero socialismo è il vero cristianesimo».

APRIRE ALL’IMPOSSIBILE

Altro che religione come fuga dalla realtà, odio per il mondo, alienazione: la fede nella Parola di Dio non genera – scriveva ancora Garaudy[10] – «la rassegnazione ma l’impazienza, il conflitto con il mondo. Essa è fuga da ciò che è dato storico. Il momento profetico della vita è la decisione con cui prendiamo le nostre distanze dalle idolatrie, dalle alienazioni presenti».

La vera alternativa – però – a un’ideologia religiosa (questa sì «oppio del popolo», «aureola» della «valle di lacrime»[11]) «non è un ateismo positivistico; giacché il positivismo non è solamente un mondo senza Dio ma un mondo senza l’uomo. La vera alternativa è una fede militante e creatrice, ai cui occhi il reale non sia solamente ciò che è ma anche tutti i possibili futuri che, per chi non ha la forza della speranza, appaiono sempre come degli impossibili»[12].


[1] G. Girardi, Cristianesimo, liberazione umana, lotta di classe, Cittadella ed., Assisi, 1973.

[2] Ibid.

[3] R. Garaudy, L’alternativa. Cambiare il mondo e la vita, Cittadella ed., Assisi, 1973.

[4] Ibid.

[5] Ibid.

[6] C. Pavese, Il mestiere di vivere, Giulio Einaudi ed., Torino, 2014.

[7] G. Dossetti, Per la vita della città, Ed. Zikkaron, 2017.

[8] K. Barth, Poveri diavoli. Cristianesimo e socialismo, Marietti ed. (Centro editoriale dehoniano), Bologna, 2018.

[9] Ibid.

[10] R. Garaudy, L’alternativa, op. cit.

[11] K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, Editori Riuniti, Roma, 2021.

[12] R. Garaudy, L’alternativa, op. cit.

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