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Il grattacielo di Ferrara: una storia paradigmatica

15 Apr

di Alfredo Alietti e Andrea Musacci

Il grattacielo, l’altra città di Ferrara, è divenuto nel corso degli anni una sorta di luogo impuro, distante per quanto visibile dalla sua alterigia verticale. Inaugurato nel maggio del 1958 nell’area in prossimità della stazione ferroviaria, sulla base del progetto realizzato dagli architetti romani Luigi Pellegrin e Sergio dalle Fratte, il grattacielo fin da subito ha coagulato intorno a sé resistenze e rifiuti, come mostrano le parole forti utilizzate da Giorgio Bassani in consiglio comunale: «Ogni volta che scendo dal treno alla stazione e vedo il famigerato grattacielo, non saprei dire se più brutto o più stupido, letteralmente mi si stringe il cuore».

Leggi l’articolo intero sul sito di “Volere la luna”.

¡Horripilante! 30 (+1) creature orribili del quotidiano

25 Mar

I mostri contemporanei nel nuovo libro di Marcello Carrà e Andrea Musacci. Presentazione venerdì 27 marzo alle ore 18 nella Libreria “La Pazienza” di Ferrara

[Leggi qui la recensione su Periscopio]

Chi l’ha detto che i mostri appartengono solo alla mitologia o al regno del fantastico?

Partendo da questa convinzione, nasce il libro ¡Horripilante! 30 (+1) creature orribili del quotidiano, con illustrazioni di Marcello Carrà e testi di Andrea Musacci.

Ispirato, alla lontana, all’Historia monstrorum (1642) di Ulisse Aldrovandi, ¡Horripilante! è un piccolo inventario di mostri contemporanei, 30 (+1) esemplari delle centinaia che affollano le nostre realtà quotidiane. Ciascuno di noi, per qualche minuto ogni giorno, si trasforma, volontariamente o no, in una (o più) di queste creature spaventose.

Gli autori si sono chiesti: mostri si nasce o mostri si diventa? Si nasce, verrebbe da dire. Ognuno ha in sé caratteri più o meno marcati che lo distinguono dagli altri. Ma mostri al tempo stesso si diventa: si perde una certa naturalezza, una genuinità. Ci si addobba di idee, suppellettili, manie, vizi e lazzi. Per questo motivo, Carrà e Musacci hanno voluto fare un libro ironico, corrosivo ma non moralistico.

Fra i mostri dell’orrida galleria, i lettori avranno – ad esempio – modo di conoscere Il 100% identitario, L’influencer totale, Il monopattinense, Il sushi-dipendente, Lo speculatore finanziario…

Il libro viene presentato venerdì 27 marzo alle ore 18 nella Libreria “La Pazienza” di Ferrara (via de’ Romei, 38). Per l’occasione gli autori saranno intervistati dalla giornalista Stefania Andreotti.

Il libro sarà acquistabile il giorno della presentazione e successivamente nella Libreria “La Pazienza” e nella Libreria “Libraccio” in piazza Trento e Trieste a Ferrara.

GLI AUTORI

Marcello Carrà (1976), è disegnatore e pittore con all’attivo diverse mostre personali. Lo scorso dicembre ha pubblicato il suo libro Incubus (ed. La Nave di Teseo).

Andrea Musacci (1983), giornalista e scrittore, lavora per La Voce di Ferrara-Comacchio e collabora con varie testate, fra cui Avvenire, Periscopio e Filo Mag.

Il vero cristianesimo è quello per la liberazione integrale della persona

20 Gen

Una riflessione politica contro ogni manipolazione in senso “moderato” del messaggio evangelico

di Andrea Musacci

«Nella personalità del credente, l’incontro con Cristo, quando è autentico, è una sorgente inesauribile di creatività, che si dispiega a tutti i livelli della esistenza e spezza tutti gli steccati»[1].

Parlare di ciò che possa coinvolgere «tutti i livelli dell’esistenza» – come scrive qui sopra Girardi (protagonista italiano della cosiddetta Teologia della Liberazione) – e di pieno compimento non è “integrismo”, “fondamentalismo religioso” ma essere coscienti del fatto che se la persona è immagine di Dio, ciò non può sconvolgere la sua vita, in tutti i suoi aspetti. Per questo, se si è cristiani, lo si è sempre. Insomma, essere “religiosi”, “credenti” non riguarda solo il rapporto con Dio ma «un atteggiamento globale – scrive ancora Girardi[2] – incentrato sulla fede e che si esprime anche nei rapporti con gli uomini e nella edificazione della Città terrestre». Contro – quindi – ogni forma di spiritualismo, di intimismo. Non si tratta, però, nemmeno «di mondanizzare il cristianesimo facendo di Cristo il profeta della Terra Nuova, e della chiesa un movimento, per quanto nobile e ricco, di liberazione umana».

GESÙ, UOMO PIENAMENTE UOMO

Cristo è l’incarnazione di questa pienezza di vita, di questo modo di vivere totalmente il proprio essere uomo, proprio perché figli di Dio: è stato Cristo a dare l’esempio – scriveva Garaudy[3] – di questa «soggettività attiva, che è risorgenza senza fine della trascendenza». Con Cristo, infatti, «il Dio delle trascendenze lontane è entrato nella storia quotidiana degli uomini» e «lo ha fatto da frantumatore degli idoli e delle catene, da cancellatore delle frontiere, distruggendo i tabù e ponendosi al di là della giustizia, del bene e del male, in nome di un amore che trascende tutti i limiti storici e fa di lui (…) il vero uomo (…). Il marxismo potrà essere l’autentico frantumatore delle catene solamente se sarà capace di integrare questo momento cristiano, questo momento divino dell’uomo. Giacché il comportamento rivoluzionario, in politica come in arte, ha bisogno più di trascendenza che di realismo».

Gesù – scriveva ancora Garaudy[4] – «non è un rivoluzionario che vuole trasformare le strutture (…) e neppure è un predicatore di penitenza (…). Egli è l’uomo pienamente uomo che, in ogni azione, ci insegna a guardare ai fini lontani». Lontani perché profondi, perché ultimi ma non per questo né fumosi né inarrivabili, ma anzi pieni della stessa sostanza che anima la nostra vita e la nostra fede. «La risurrezione non è un “fatto”, nel senso positivistico della parola: è un atto creatore, l’affermazione dell’impossibile con cui la storia apre il futuro a tutti i possibili (…). Questa entrata nel totalmente inatteso, sul prolungamento di niente, è la presa di coscienza che l’uomo non è nato per morire ma per cominciare»: «la risurrezione avviene allora tutti i giorni»[5]. Cominciare, sempre: «L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante», scriveva Pavese[6].

IL REGNO È PER I MISERI

Compiamo quindi – rifletteva Dossetti[7] «un grande tradimento dell’amore, della verità e della libertà assicurateci da questa vita nello Spirito Santo, quando noi cristiani con i nostri comportamenti possiamo indurre gli altri a sospettare che il cristianesimo possa essere staticità o coazione»: invece, «esso è per definizione dinamismo e libertà». Libertà che è anche, sempre, liberazione: «L’evento è veramente tale perché non sceglie i sapienti, i forti, le cose che già sono, ma proprio gli stolti per farli sapienti, i deboli per farli forti, i peccatori per farli giusti, il nulla perché sia (…)».

Il Regno di Dio che può iniziare qui e ora, a ogni istante, con me, con te: non può che essere il regno dei vinti, degli umili, dei disperati, dei fragili, dei bisognosi, degli inquieti. La pace è per chi non ce l’ha. Sarà – anzi è – laddove non c’è. Senza dimenticare che la miseria può essere materiale, ma anche spirituale. Quella di Gesù – scriveva Barth[8]– «non si trattava di una sussiegosa compassione dall’alto al basso, ma dell’esplosione di un vulcano dal basso verso l’alto», cioè dalle radici della vita, dal fondo dell’Essere. «Non sono i poveri ad aver bisogno di compassione, ma i ricchi, non i cosiddetti “senza Dio”, ma gli uomini pii».

«IL VERO SOCIALISMO È IL VERO CRISTIANESIMO»

«Gesù è più socialista dei socialisti», scriveva ancora Barth[9]: ciò non significa ridurre Gesù a un pensiero politico. Gesù è “il vero socialista” in quanto incarnazione perfetta dell’“ideale” e delle aspirazioni alla giustizia, alla verità, alla solidarietà, alla comunione, alla liberazione. Ma dire questo, porta anche a fare del socialismo non una dottrina, un dogma, un sistema chiuso, ma una visione, una passione da conservare e ricreare di continuo nella sua bellezza, energia, nel suo senso più profondo. Gesù, insomma, è l’oltre socialista, perché è l’Oltre, è ciò che non è manipolabile, ciò che supera le pur lodevoli visioni, filosofie e praxis politiche. Per cui, concludeva Barth, «il vero socialismo è il vero cristianesimo».

APRIRE ALL’IMPOSSIBILE

Altro che religione come fuga dalla realtà, odio per il mondo, alienazione: la fede nella Parola di Dio non genera – scriveva ancora Garaudy[10] – «la rassegnazione ma l’impazienza, il conflitto con il mondo. Essa è fuga da ciò che è dato storico. Il momento profetico della vita è la decisione con cui prendiamo le nostre distanze dalle idolatrie, dalle alienazioni presenti».

La vera alternativa – però – a un’ideologia religiosa (questa sì «oppio del popolo», «aureola» della «valle di lacrime»[11]) «non è un ateismo positivistico; giacché il positivismo non è solamente un mondo senza Dio ma un mondo senza l’uomo. La vera alternativa è una fede militante e creatrice, ai cui occhi il reale non sia solamente ciò che è ma anche tutti i possibili futuri che, per chi non ha la forza della speranza, appaiono sempre come degli impossibili»[12].


[1] G. Girardi, Cristianesimo, liberazione umana, lotta di classe, Cittadella ed., Assisi, 1973.

[2] Ibid.

[3] R. Garaudy, L’alternativa. Cambiare il mondo e la vita, Cittadella ed., Assisi, 1973.

[4] Ibid.

[5] Ibid.

[6] C. Pavese, Il mestiere di vivere, Giulio Einaudi ed., Torino, 2014.

[7] G. Dossetti, Per la vita della città, Ed. Zikkaron, 2017.

[8] K. Barth, Poveri diavoli. Cristianesimo e socialismo, Marietti ed. (Centro editoriale dehoniano), Bologna, 2018.

[9] Ibid.

[10] R. Garaudy, L’alternativa, op. cit.

[11] K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, Editori Riuniti, Roma, 2021.

[12] R. Garaudy, L’alternativa, op. cit.

«IA e robot non potranno mai comprendere la complessità e imprevedibilità dell’umano»

29 Ott

Federico Manzi (UniCatt) è intervenuto alla Scuola diocesana di teologia su linguaggio umano e non

Lo scorso 23 ottobre a Casa Cini si è tenuta la terza lezione del nuovo anno pastorale della Scuola diocesana di teologia per laici. Federico Manzi ha relazionato su “Linguaggio e linguaggi (Gen 11,1)”. Manzi è Ricercatore in Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione alla Cattolica di Milano e Co-direttore dell’Unità di Ricerca in Psicologia e Robotica nel Ciclo di Vita.

«Agenti conversazionali come Chat GPT – ha riflettuto – sono sempre più utilizzati: a volte le risposte di queste “macchine” ci sembrano simil umane, ma è un’illusione, queste macchine non possono davvero comprendere ciò che abbiamo loro domandato». Non di rado la macchina «ci dà la risposta giusta ma essa è già stata addestrata attraverso i dati che contiene, già raccolti. Quindi in realtà non può davvero comprendere cosa c’è dietro la domanda che le poniamo».

Allora – si è chiesto il relatore – perché dovremmo fidarci di questi strumenti? In base a che cosa dovremmo riporre fiducia in essi? Innanzitutto, «la familiarità con questi strumenti può evitarci un approccio catastrofistico, pur conservando il senso critico nei loro confronti».

Manzi ha poi brevemente illustrato gli sviluppi della robotica nella storia, nella tecnica e nell’arte: sono diversi i tipi di robot, sempre più sofisticati e antropomorfizzati, fino ad arrivare agli androidi, ideati dall’uomo. A dominare è stato, nella storia, perlopiù, «una visione distopica, negativa». Ma il nostro approccio è mutato all’incirca intorno all’anno 2010».

Oggi strumenti come Chat GPT pur potenti «sono incapaci di entrare nella complessità dell’umano e delle relazioni umane: l’umano è estremamente imprevedibile e complicato nelle sue capacità relazionali, speculative e comunicative».

Riguardo all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle scuole e nell’ambito educativo, Manzi ha poi spiegato come innanzitutto «bisognerebbe coinvolgere gli insegnanti in eventuali scelte di questo tipo, ragionando con loro su come si trasformerebbe il ruolo dell’educatore». Poi vi è l’ambito dell’applicazione della robotica per gli anziani, che può essere utile «per la loro riabilitazione sociale e cognitiva».

Insomma, il rapporto tra l’uomo e robot e tra uomo e intelligenza artificiale «deve mettere al centro l’umano. per fare ciò, vi è la necessità di una formazione profonda al riguardo, anche se siamo ben lontani dal dominio dei robot e dell’intelligenza artificiale».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 ottobre 2025

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La pace è un’amicizia: gruppi e progetti con uniti israeliani e palestinesi

21 Giu


Dal villaggio cooperativo all’associazione di genitori, dal gruppo delle donne a quello degli artisti…: sono tanti i luoghi concreti in Terra Santa dove israeliani e palestinesi convivono in armonia, costruendo giorno dopo giorno un futuro differente

Vi presentiamo alcuni esempi molto quotidiani e dal basso, di come, al di là dei conflitti, la pace fra le persone si stia già costruendo. Esempi da far conoscere e moltiplicare.

NEVE SHALOM – WAHAT AL-SALAM

Neve Shalom Wahat al-Salam (NSWAS) è un villaggio cooperativo nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi, tutti di cittadinanza israeliana. 

Equidistante da Gerusalemme e da Tel Aviv, il villaggio fu fondato nel 1972, dal padre domenicano Bruno Hussar, ebreo divenuto cristiano, e Anne Le Meignen. Il nome, che significa “Oasi di pace”, deriva da uno dei libri di Isaia (32,18): “Il mio popolo abiterà in un’oasi di pace”. 

Nel 1977 vi si insediò la prima famiglia. Nel 1999 le famiglie residenti erano 30; oggi sono circa 80 e altre nuove famiglie vi stanno costruendo le loro case. 

I membri di Nevé Shalom – Wahat al-Salam dimostrano in modo tangibile che ebrei e palestinesi possono coesistere. Gestito in modo democratico, il villaggio è di proprietà dei suoi stessi abitanti e non è affiliato ad alcun partito o movimento politico.

(www.oasidipace.org)

PARENTS CIRCLE

Il Parents Circle – Families Forum (PCFF) è un’organizzazione congiunta israelo-palestinese di cui fanno parte oltre 600 famiglie che hanno perso un familiare stretto a causa del conflitto tra Israele e Palestina. L’organizzazione fu creata nel 1995 da Yitzhak Frankenthal, il cui figlio Arik era stato rapito e ucciso nel 1994 da Hamas, insieme ad altre famiglie israeliane in lutto. 

Nel 1998 il gruppo ha tenuto i suoi primi incontri con le famiglie palestinesi a Gaza; tuttavia, questa connessione fu interrotta a seguito della Seconda Intifada. Nel 2000, il PCFF è riuscito a ristabilire il suo legame con le famiglie palestinesi, incorporando famiglie della Cisgiordania.

(www.theparentscircle.org)

THE ROAD TO RECOVERY

Road to Recovery è un’organizzazione di volontari che ogni giorno aiutano le persone palestinesi a spostarsi in auto per raggiungere gli ospedali in Israele. Nel 1993 alcuni militari di Hamas uccisero un soldato israeliano, Udi, mentre stava tornando a casa dopo il servizio di riserva nella striscia di Gaza. In seguito a questa perdita, il fratello di Udi, Yuval Roth, iniziò a frequentare il Parents Circle, dove conobbe Muhammed Kabeh, arabo originario di una cittadina vicino Jenin, che un giorno gli chiese un favore: dare un passaggio a suo fratello malato di cancro dal check point fino all’ospedale. Yuval rispose di sì. L’esigenza di questo tipo di attività fu subito evidente. 

Le persone palestinesi malate o con figli che avevano bisogno di cure potevano accedere agli ospedali in Israele ma non avevano modo di raggiungerli dai check point. Nacque così Road to Recovery, l’associazione di volontariato che oggi compie circa 10mila viaggi ogni anno.

(www.theroadtorecovery.org)

ALLIANCE FOR MIDDLE EAST PEACE

L’Alleanza per la Pace in Medio Oriente (ALLMEP) guida una rete in crescita di oltre 170 organizzazioni della società civile, con centinaia di migliaia di palestinesi e israeliani che vivono e lavorano nella regione. 

L’Alleanza promuove la cooperazione, la fiducia, la giustizia, l’uguaglianza, la comprensione reciproca e la pace all’interno e tra queste comunità. 

Fondata nel 2006 e con sede a Washington, ALLMEP immagina un Medio Oriente in cui la sua comunità di costruttori di pace palestinesi e israeliani guidi le proprie società verso e oltre una pace sostenibile. ALLMEP è convinta che i programmi di peacebuilding interrompono e invertono molti atteggiamenti e convinzioni che alimentano il conflitto. Dentro ALLMEP esiste anche un gruppo specifico formato da sole donne, Women’s Leadership Network.

(http://www.allmep.org)

COMBATANTS FOR PEACE 

Lo scorso autunno, una donna palestinese, Rana Salman e una israeliana, Eszter Koranyi hanno percorso l’Italia per presentare il gruppo da loro fondato, “Combatants for Peace” (“Combattenti per la pace”), associazione nata durante la Seconda intifada da una serie di incontri segreti a Betlemme tra miliziani palestinesi e soldati israeliani decisi a costruire un presente e un futuro possibili nell’unico modo realistico: insieme. Nel tempo, l’organizzazione si è aperta anche a chi non ha un “passato armato” ma vuole unirsi al combattimento per la pace.

(www.cfpeace.org)

CARTOONING FOR PEACE

Cartooning for Peace è una rete internazionale di vignettisti impegnati nella stampa che usano l’umorismo per lottare per il rispetto delle culture e delle libertà. 

Si tratta di 344 fumettisti in 78 Paesi, fra cui due vignettisti di fama internazionale: il palestinese figlio di rifugiati Fadi Abou Hassan “Fadi Toon” e l’israeliano figlio di un sopravvissuto alla Shoah Michel Kichka, entrambi esponenti di punta della rete.

(www.cartooningforpeace.org)

RABBIS FOR HUMAN RIGHTS (RHR)

Fondata nel 1988, si dedica alla promozione e alla tutela dei diritti umani in Israele e nei Territori Palestinesi. Composta da rabbini e studenti di rabbinica provenienti da diverse tradizioni ebraiche, tra cui riformata, ortodossa, conservatrice e ricostruzionista, RHR è animata dai profondi valori ebraici di giustizia, dignità e uguaglianza.

(www.rhr.org.il)

WOMEN WAGE PEACE

Fondata all’indomani della guerra di Gaza/Operazione Margine Protettivo del 2014, Women Wage Peace (WWP) conta oggi 50.000 membri israeliani ed è oggi il più grande movimento pacifista popolare in Israele. La teoria del cambiamento di WWP riflette il conflitto israelo-palestinese e la sua risoluzione attraverso una lente di genere.

(www.womenwagepeace.org)

WOMEN OF THE SUN

Le donne palestinesi costituiscono più della metà della società palestinese, ma occupano meno del 12,5% delle posizioni di leadership in Palestina. 

Per questo, nasce il movimento femminile “Women of the sun”. «Siamo le donne che si trovano di fronte al muro di ostacoli e difficoltà che, come donne palestinesi, affrontiamo per un futuro migliore», spiegano nel loro sito. «Pertanto, è necessario aumentare la partecipazione politica e il processo decisionale delle donne, far sentire la loro voce e chiedere il riconoscimento della legge, per ottenere l’indipendenza delle donne (socialmente, politicamente ed economicamente)».

(www.womensun.org)

IL LIBRO “ISRAELE E PALESTINA: LA PACE POSSIBILE” 

Il volume è uscito alcuni mesi fa ed è a cura del caporedattore del mensile “Confronti”, Michele Lipori. Un volume scaturito dagli appuntamenti del pluridecennale progetto “Semi di pace” promosso dalla rivista e Centro studi interreligioso “Confronti” con i contributi dell’8xmille della Chiesa valdese. 

Fra i testi presenti, le interviste a Rana Salman di Combatants for Peace, della suora egiziana Nabila Saleh della congregazione delle missionarie di Nostra Signora del Rosario da 13 anni a Gaza, della scrittrice Orna Akad, degli attivisti Mossi Raz di Peace Now e Yael Admi di Women Wage Peace.

(Un articolo di presentazione si trova qui: http://www.terrasanta.net/2025/01/voci-dal-fronte-pacifista-costruire-dal-basso-qui-e-ora/)

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025

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(Foto: bimbi della comunità Neve Shalom Wahat al-Salam – da Facebook)

Lavoro come identità e bene comune o come ricerca del successo personale?

27 Mar


C’è un falso mito che ancora domina le coscienze di molti: quello del lavoro come “liberazione” dagli altri, non con gli altri: il primo dei tre incontri del ciclo ideato da CGIL e Istituto Gramsci

Il lavoro contemporaneo e le sue contraddizioni, crisi e problematiche. Su questo tema prosegue la collaborazione tra Istituto Gramsci, CGIL di Ferrara, SPI CGIL Ferrara, con un nuovo ciclo di tre incontri partito lo scorso 21 marzo  nella Camera del Lavoro di piazza Verdi a Ferrara. Un’occasione per riflettere con un approccio interdisciplinare sulle criticità del mondo del lavoro contemporaneo.

Il primo appuntamento, dal titolo “Lavoro dunque (non) sono. Come abbiamo smesso di riconoscerci nel lavoro” – come detto, svoltosi il 21 marzo – ha affrontato, a partire dall’analisi del fenomeno delle grandi dimissioni e delle “nuove alienazioni”, la crisi del lavoro come fattore identitario, interrogandosi sulle ripercussioni sociali e politiche di questa crisi di riconoscimento nel contesto del capitalismo del XXI secolo. Relatrice è stata Cinzia Romagnoli dell’Istituto Gramsci di Ferrara, introdotta da Marco Blanzieri della Segreteria Confederale CGIL di Ferrara.

«Il lavoro – ha riflettuto Romagnoli – oggi porta spesso solitudine e perdita o mancanza di identità». Nella nostra contemporaneità, quindi, il lavoro «non è quasi mai un “luogo” identitario. Noi, però, in Italia siamo figli di una tradizione che, invece, fa del lavoro un aspetto fondamentale per la costruzione della propria identità.Basti pensare al primo articolo della Costituzione».

Attingendo anche dal saggio “Le grandi dimissioni” di Francesca Coin (Einaudi, 2023), Romagnoli ha inteso dimostrare – dati alla mano – come non solo negli USA – dove il fenomeno è diffusissimo – ma anche nel nostro Paese sempre più persone abbandonino volontariamente il proprio impiego.E un altro aspetto interessante è che «la maggior parte di queste persone compie un salto nel vuoto, non avendo un piano B». Secondo il recente Rapporto Censis, le cause di ciò vanno rintracciate nel fatto che le persone innanzitutto nel lavoro cercano qualcosa «che tuteli la propria salute» (soprattutto psichica), «tranquillità, equilibrio, tempo per sé»; l’aspetto economico è fra gli ultimi indicati.

Insomma, è venuto e viene sempre meno quell’ideale secondo cui «il lavoro è costruzione di identità e promessa di emancipazione».E al tempo stesso è crollato quel falso mito secondo cui «il lavoro informatico/digitale ci avrebbe resi tutti liberi», imprenditori di noi stessi. Nel neoliberismo, infatti, da una parte «la soggettivizzazione del lavoro» si è dimostrata solamente un inganno retorico che tenta di colpire dal lato emotivo, e dal lato è ancora presente, e non poco, «uno sfruttamento di tipo ottocentesco», seppur in forme diverse.

Dagli anni ’80 del secolo scorso ha dunque vinto nell’immaginario di molti l’idea di lavoro come «ricerca del proprio successo personale», a scapito dell’idea di lavoro come «contributo alla costruzione del bene comune e strumento per accedere ai propri diritti, individuali e soprattutto collettivi». La sfida è enorme: si tratta di tentare di ribaltare un’ideologia ormai dominante ma che sempre più mostra la propria intrinseca ipocrisia e tossicità.

I prossimi due incontri saranno in programma venerdì 28 marzo alle ore 17 con relatore Alessandro Somma, nell’incontro “Lavoro è cittadinanza. Conversazione su lavoro giusto e diritti costituzionali”. Già ricercatore dell’Istituto Max Planck per la storia del diritto europeo (Francoforte sul Meno), ha insegnato nelle Università di Genova e di Ferrara. Attualmente è professore ordinario di Diritto comparato nella Sapienza Università di Roma. Introduce l’incontro Veronica Tagliati, Segretaria Generale CGIL Ferrara.

Si concluderà martedì 8 aprile alle ore 17 con un tema di sempre, purtroppo triste attualità, la sicurezza sul lavoro, con una tavola rotonda dal titolo “Di lavoro si vive di lavoro si muore. Conversazione su lavoro e sicurezza” alla quale interverranno Rita Bertoncini, regista e formatrice, Fabrizio Tassinati, Segretario confederale CGIL Ferrara,  Fausto Chiarioni, Segretario generale Fillea CGIL Ferrara.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 marzo 2025

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(Foto Yury Kim)

Dalla Terra Santa all’Emilia: Ordine Santo Sepolcro, servizio a 360° nella Chiesa

28 Set

Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Intervista a Pier Giuseppe Montevecchi

Il prossimo 29 settembre la Cattedrale di Ferrara ospiterà una mattinata dedicata ai membri dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (Delegazioni di Bologna e Ferrara).

Questo il programma dell’iniziativa: ore 9.15 – 9.30, ritrovo per la vestizione nell’area del coro della Cattedrale di Ferrara; ore 10, Santa Messa celebrata da mons. Massimo Manservigi, Vicario Generale Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio; ore 10.45, al termine della Celebrazione Eucaristica, dopo il saluto dell’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e una breve visita alla Cattedrale, ritrovo nell’antica Sacrestia per assistere alla proiezione del video “Tesori nella pietra”, presentato dalla dott.ssa Barbara Giordano, co-autrice assieme a mons. Manservigi. In conclusione, pranzo conviviale.

STORIA DELL’ORDINE EQUESTRE DEL S. SEPOLCRO 

Tradizione vuole che la sua creazione risalga ai tempi della prima crociata, quando, nel luglio 1099, le milizie cristiane liberarono Gerusalemme dal giogo musulmano.

Una delle prime iniziative prese dai crociati consistette nel ripristinare il Patriarcato di Gerusalemme. Quando Goffredo di Buglione assunse il governo dei territori conquistati, si preoccupò di erigere la Chiesa del Santo Sepolcro a Cattedrale e di formare un corpo (o capitolo) di 20 canonici incaricati di attendere al servizio divino. Il capitolo dei canonici fu trasformato, nel 1114, in capitolo di canonici regolari: essi accettavano di svolgere vita comunitaria, secondo i precetti della regola di Sant’Agostino, e di pronunciare i tradizionali tre voti monastici (obbedienza, castità e povertà).

Nasceva così un nuovo ordine religioso, quello dei Canonici Regolari del Santo Sepolcro di Gerusalemme, la cui fondazione fu approvata da papa Callisto II nel 1122.

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che al servizio del capitolo operassero dei cavalieri con l’incarico di vigilare sulla Chiesa del Santo Sepolcro, formando così il primo nucleo di un supposto Ordine cavalleresco del Santo Sepolcro.

L’ORDINE OGGI

Pier Giuseppe Montevecchi è Delegato della Delegazione di Bologna e, ad interim, di quella di Ferrara. Lo abbiamo contattato per rivolgergli alcune domande.

Che significato ha, nel presente, il vostro Ordine? 

«Possiamo dire che l’importanza sta nello scopo: carisma e dettato del Santo Padre per sopperire alle necessità della Terra Santa, particolarmente in questo periodo che a causa della guerra vede la limitazione, se non addirittura l’interruzione, dei pellegrinaggi e del turismo cosiddetto religioso».

Qual è la sua specificità all’interno della Chiesa Cattolica?

«Nei tempi di oggi la specificità consiste nell’essere gli ambasciatori della Chiesa di Roma nei luoghi Santi, di rappresentare il tramite tra i luoghi della Chiesa delle origini e la Chiesa attuale in tutto il mondo. Un compito che Papa Pio IX assegnò all’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme nel 1847 di mantenere le opere a sostegno della Terra Santa».

Nella Terra Santa in dettaglio che servizio svolge? 

«Operare per fare sì che questa terra non diventi un deserto. Mantenere le pietre vive, cioè le persone, affinché possano continuare a viverci. Il nostro è un sostegno fornito a 360 gradi al Patriarcato Latino di Gerusalemme: nel campo delle scuole di ogni ordine e grado, anche l’Università, che significano istruzione e cultura, 68 parrocchie da aiutare, sostegno alle coppie che si sposano. E attenzione alle necessità Patriarcali».

Nella nostra Regione e, nello specifico, a Ferrara quanti membri conta? E che tipo di iniziative organizza?

«La Sezione Emilia, di cui fa parte anche Ferrara, conta circa 150 membri. L’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme sta vivendo un momento di ristrutturazione e di crescita. Le iniziative che organizza sono di tipo religioso, culturale, di musica nelle chiese. Iniziative che sono sempre aperte al pubblico, e questo per farci conoscere».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 27 settembre 2024

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Teatini, 500 anni al servizio della Chiesa

27 Set

Padre Ricardo Linares ci racconta l’incontro con Papa Francesco a Roma: «esperienza indimenticabile»

di Andrea Musacci

Padre Ricardo Linares, 59 enne argentino, cinque anni fa è stato l’ultimo dei teatini a lasciare Ferrara e la chiesa su corso Giovecca. Attualmente risiede a Casa Santa Teresa, Caprarola, nel viterbese, Diocesi di Civita Castellana. Lo abbiamo contattato in occasione di un anniversario davvero speciale: i 500 anni dalla nascita dell’ordine dei chierici regolari Teatini, risalente al 1524. Giubileo che, lo scorso 14 settembre, ha visto l’incontro con Papa Francesco nella Basilica di San Pietro a Roma.

LA STORIA E L’INCONTRO COL PAPA

L’istituto religioso di diritto pontificio, sorto con lo scopo di restaurare nella Chiesa la regola primitiva di vita apostolica, fu fondato nella Basilica di San Pietro in Vaticano a Roma il 14 settembre 1524 da san Gaetano Thiene e Gian Pietro Carafa (all’epoca episcopus theatinus, cioè Vescovo di Chieti, da qui il soprannome di teatini) e fu approvato da papa Clemente VII. 

E in Vaticano si sono ritrovati migliaia di teatini da tutto il mondo (USA, Messico, Colombia, Brasile, Argentina, Portogallo, Spagna e Italia) per festeggiare il loro Giubileo (iniziato 1 anno fa), con in particolare un Pellegrinaggio che ha fatto tappa il 10 settembre a Venezia nella chiesa di San Nicola da Tolentino, dove venne formulata la prima Regola di Vita teatina e dove vissero in comunità i fondatori Gaetano Thiene, Gian Pietro Carafa, Paolo Consiglieri e Bonifacio de’ Colli. Un’altra tappa è stata a Napoli giovedì 12 (dove nel 1533 aprirono la loro prima casa e dove si conservano le sacre spoglie, tra gli altri, di san Gaetano Thiene e Andrea Avellino), prima dell’attesa udienza col Santo Padre sabato 14, mentre mercoledì vi è stata la professione solenne di cinque giovani teatini.

«È stata un’esperienza indimenticabile – ci racconta commosso padre Linares -, fondamentale per rinnovarci nello spirito originario della nostra comunità. Venerdì – prosegue -, durante la Celebrazione a Santa Maria Maggiore a Roma, abbiamo pregato in particolare per le famiglie e soprattutto per i bambini, i giovani, per la loro educazione, consacrandoli alla Madonna». 

Papa Francesco appena il giorno prima era rientrato dopo il lungo e faticoso viaggio in Indonesia, Papua Nuova Guinea, Timor Leste e Singapore. «È stata una vera grazia da parte sua incontrarci», prosegue padre Linares. «Ci ha accolto con tre promesse: rinnovamento, servizio e comunione. E ha sottolineato l’importanza di tornare all’origine, di ricostruire, affinché la bellezza della Chiesa si possa manifestare ancora oggi. È stato davvero molto emozionante, non ho ancora parole…Ci ha trasmesso una forza incredibile». 

I TEATINI A FERRARA

Nella nostra città, su corso Giovecca, si trova la chiesa di Santa Maria della Pietà, detta dei Teatini, progettata da Luca Danese fra il 1622 ed il 1635. Chiesa che è chiusa e inagibile dal sisma del 2012. La progettazione dell’intervento è in corso di attuazione. Fino al 2019, si è celebrato nella sagrestia, mentre da 5 anni l’unico ambiente aperto è l’Oratorio con accesso da via Cairoli, gestito da alcuni laici in continuo contatto con padre Linares, e dove vi sono, ogni settimana, momenti di preghiera. Come detto, padre Linares è stato l’ultimo teatino a lasciare Ferrara, nel 2019, ed era rimasto l’unico dal 2016. Negli anni precedenti, invece, oltre a lui ve ne erano altri due – un altro padre e un fratello laico consacrato -, per lo più impegnati nelle Confessioni in Cattedrale e in altre parrocchie.

La storia dei teatini a Ferrara è stata travagliata: con le soppressioni napoleoniche, hanno dovuto lasciare la città fino a metà del secolo scorso, quando vi sono tornati con una presenza continua e la chiesa è diventata prima parrocchia poi succursale della Cattedrale (mentre in passato era chiesa conventuale). Nel 2000, i teatini hanno quindi riacquistato la titolarità della chiesa, ancora di loro proprietà.

Pubblicato sulla “Voce” del 27 settembre 2024

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A Salvatonica la rinascita di una comunità

26 Set
Pagine di libri bruciati appartenenti a Renata Rantzer

Lo scorso giugno l’incendio negli edifici di “Accoglienza odv”, poi la morte di Renata. Il racconto di don Giorgio Lazzarato

di Andrea Musacci

L’INCENDIO E LA RINASCITA

La Comunità “Accoglienza odv” di Salvatonica, nata una 30ina di anni fa, accoglie 35 persone fra disoccupati, immigrati, persone con problemi psichici di varia natura, detenuti a fine pena. Lo scorso 24 giugno, l’incendio partito dal dormitorio al primo piano, nel quale rimangono ferite tre persone. «Il piano terra, con la sala da pranzo e la cucina, è stato ripristinato e ora dobbiamo ristrutturare le sei stanze e i due bagni al piano superiore, quello dov’è avvenuto l’incendio, piano che ospitava 9 persone», ci spiega don Lazzarato. «Per il prossimo 13 giugno, Festa di Sant’Antonio – continua – spero che i lavori saranno conclusi e di fare una “visita guidata” alla struttura…». Le persone che alloggiavano in quel piano dell’edificio sono state poi trasferite in altre strutture vicine.

Aiuti economici per la ristrutturazione sono arrivati anche da Belgio, Spagna, Germania, da Roma, Latina, dalla Sicilia e da altre località: l’associazione “Accoglienza odv”, infatti, nasce nel 1992, durante i mesi estivi della grande ondata migratoria dall’Albania, ma già da fine anni ’80 don Giorgio organizza campi per ragazzi da tutta Italia, e campi IBO con giovani provenienti da diversi Paesi europei. Adulti che ora, saputo del dramma vissuto, cercano – anche se a distanza – di aiutare la Comunità a rialzarsi. Ricordiamo che per l’accoglienza, oltre che dalle rette dei servizi sociali, i finanziamenti alla Comunità arrivano in parte dai soci dell’associazione e dall’8×1000 alla Chiesa Cattolica.

Inoltre, dal 17 al 22 settembre il chiostro di San Giorgio ha ospitato una mostra fotografica, a cura dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra Diocesi, dedicata proprio alla Canonica di Salvatonica ferita dall’incendio della scorsa estate.

CHI ERA RENATA RANTZER

Una delle tre persone ferite nell’incendio del 24 giugno, Renata Rantzer (foto qui sopra), non ce l’ha fatta ed è deceduta lo scorso 16 agosto all’Ospedale di Cento, dov’era stata trasferita dal Bufalini di Cesena. La donna, di origini ebraiche, era stata salvata nell’immediato da un altro ospite, il detenuto a fine pena Filippo Negri, 28 anni e da Dorel, 58enne rumeno, operatore di “Accoglienza odv”. Un lutto che ha colpito la Comunità, un dramma dal quale don Giorgio e i suoi ospiti han cercato fin da subito, pur a fatica, di rialzarsi. Nata nel 1938, Renata Rantzer ha avuto una vita piena ma costellata di dolori profondi. A inizio anni ’90 perde, infatti, il primo figlio, Mattia, di 31 anni, e anni dopo perde prematuramente anche la figlia, Camilla, 38 anni. Due lutti che segnano profondamente la vita di questa donna, la quale dal 1993 al 2000 ha guidato la Comunità di recupero “Exodus” di Bondeno, mentre in passato era stata anche arredatrice di interni. Il figlio Mattia riposa nel cimitero di San Biagio di Bondeno (mentre Camilla in Toscana) e lo scorso 31 agosto, con una toccante cerimonia che ha coinvolto don Lazzarato e ospiti della sua Comunità, le ceneri di Renata sono state poste di fianco ai resti del figlio.

Il concerto solidale: Manuzzi ci spiega la band

Una grande risposta solidale quella nella sera del 17 settembre scorso a San Giorgio fuori le Mura. Circa 250 i presenti per l’ultimo appuntamento dei festeggiamenti della Madonna del Salice, patrona del borgo: nell’antico chiostro della Basilica si è esibito il gruppo Ars Antiqua World Jazz Ensemble, guidato da Roberto Manuzzi, per un concerto organizzato in collaborazione con l’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, Over Studio Recording di Cento e con la regia audio di Angelo Paracchini. Il concerto era gratuito ma con la richiesta ai presenti di un’offerta per il ripristino della sede della Comunità “Accoglienza odv” della parrocchia di Salvatonica. L’evento è stato anche dedicato alla memoria di Roberto Sgarbi, stimato medico di base a Pontelagoscuro, cognato di Manuzzi, mancato improvvisamente lo scorso 6 maggio all’età di 68 anni. La sera del 15 è stato Giovanni Dalle Molle a ricordarlo pubblicamente e a rivolgere un pensiero affettuoso anche alla madre di Sgarbi, Marisa.

Ars Antiqua ha incantato i tanti presenti a S. Giorgio esplorando in modo attuale e rivisitando musiche e testi poetici del basso medioevo, dalle cantigas di S. Maria tratte dalla raccolta del 1200 di re Alfonso il saggio di Spagna, a musiche della tradizione arabo-andalusa (ebraico-sefardite) e musiche originali su testi del poeta Jacopo da Lentini, predecessore di Dante e notaio presso la corte di Federico II di Svevia. Roberto Manuzzi spiega a “La Voce”: «ho pensato con questo concerto di aiutare la Comunità di Salvatonica e, in secondo luogo, l’ho pensato all’interno di un progetto più ampio sulla cosiddetta “musica dell’anima”, cioè una musica che, se non strettamente sacra, sia capace comunque di esprimere sentimenti di spiritualità. La nostra – prosegue – è musica popolare, come popolare era all’epoca. Si tratta di una commistione di sacro e profano molto profonda e intensa, che ben esprime la tensione tra amore terreno e amore divino». L’Ars Antiqua World Jazz Ensemble ha da poco inciso un cd con Over Studio Recording e quello a S. Giorgio è stato il primo concerto dopo il concorso internazionale Folkest di S. Daniele del Friuli dove il gruppo è stato premiato per il miglior brano originale in lingua friulana, risultando 3° classificato su un centinaio di proposte.

Pubblicato sulla “Voce” del 27 settembre 2024

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Cooperazione e mutualismo, nomi della democrazia

25 Set

Giornata di Ateneo per la Cooperazione internazionale: credenti e laici per rapporti diversi tra i popoli

Pace, ecologia, difesa dei diritti umani.Temi più che mai al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale che, per essere affrontati seriamente e in profondità, necessitano di un approccio diverso fra Stati e non solo.Questo approccio si può riassumere nel termine “cooperazione”, concetto al centro della seconda Giornata di Ateneo per la Cooperazione internazionale dal titolo “Democrazia, diritti e cooperazione”, organizzata dal Centro di Ateneo per la Cooperazione allo sviluppo internazionale di UNiFe, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Diocesana “Casa G.Cini” di Ferrara. L’iniziativa si è svolta nel pomeriggio del 20 settembre proprio a Casa Cini. L’evento è anche parte del programma “Aspettando la notte europea dei ricercatori 2024” promossa dall’Università degli Studi di Ferrara.

L’introduzione e la moderazione dei diversi interventi è stata di Alfredo Alietti, docente UniFe e direttore del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo sviluppo internazionale).

Dopo i saluti della Prorettrice Evelina Lamma (intervenuta al posto della Rettrice Laura Ramaciotti, impossibilitata a essere presente), ha preso la parola il nostro Arcivescovo mons. Gian CarloPerego: «in una visione liberista o socialista – ha detto quest’ultimo -, il tema della cooperazione rischia di essere slegato dal tema dei diritti e della democrazia, mentre invece i tre termini van tenuti assieme». È ciò che fa la Chiesa. Mons.Perego ha quindi ripercorso la nascita del movimento cooperativo nella seconda metà del XIX secolo, in ambito socialista, anarchico o cattolico, e di quest’ultimo, ha citato in particolare il ruolo di Giovanni Grosoli. Da questo movimento popolare si è arrivati alla formulazione nella Costituzione del nostro Paese (art. 45): «La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata (…)». La cooperazione rimanda quindi a un «mutuo aiuto, a una mutua solidarietà e alla democrazia dal basso».Cooperazione che, tra la fine degli anni ‘50 e gli inizi degli anni ‘60 del secolo scorso, ha caratterizzato anche il Piano Mattei, nato dopo diversi anni di studio e preparazione, e finalizzato allo sviluppo economico e democratico dell’Africa. Un modello virtuoso di cooperazione, ben diverso dal «falso Piano Mattei» proposto dall’attuale Governo italiano, «calato dall’alto e fatto per il controllo delle migrazioni e per determinati interessi economici, non certo per quelli dei Paesi africani».

Nella seconda parte del suo intervento, il nostro Arcivescovo ha invece delineato a grandi linee lo sviluppo del concetto di cooperazione nel Magistero della nostra Chiesa, dalla Gaudium et spes (1965, Paolo VI) alla Fratelli tutti (2020, Francesco), passando per la Populorum Progressio (1967, Paolo VI), la Sollicitudo Rei Socialis (1987, Giovanni Paolo II) e la Caritas in veritate (2009, Benedetto XVI). Una storia che ha portato, e continua a portare, a una vera e propria «rivoluzione culturale, con un’attenzione alle persone e alle comunità, contro ogni forma di assistenzialismo». Centrale è il tema della «fraternità» e della «cittadinanza globale», contro le «strutture di peccato» che creano «povertà, disuguaglianza e nuove forme di schiavitù».

Silvia Sitti, presidente Associazione Ong Italiane (AOI), è fra i promotori della campagna “Il mondo ha fame. Di sviluppo”, portata avanti da Focsiv, AOI, CINI e Link 2007, con il patrocinio di ASVis, Caritas Italiana, Forum Nazionale del Terzo Settore e MISSIO. Fra gli obiettivi, l’introduzione nella legislazione italiana di un preciso vicolo per il raggiungimento dello 0,70% per l’aiuto pubblico allo sviluppo entro il 2030. Nel suo intervento Sitti ha riflettuto sulla legge 49/1987 dedicata proprio alla cooperazione, «legge fondamentale ma spesso non applicata, con conseguenze  serie sulla democrazia. Non vi è – ha aggiunto – solidarietà senza reciproca mutualità, e ciò vale anche per la cooperazione», compresa quella internazionale. «Ma la pandemia del Covid sembra non averci insegnato nulla riguardo all’importanza della dimensione globale nell’affrontare i problemi».

L’ultimo intervento prima del dialogo col pubblico presente, è spettato ad Agostino Petrillo, docente del Politecnico di Milano: «dagli anni ’90 del secolo scorso – ha riflettuto – si è avuta una crisi dell’associazionismo e una deriva affaristica della grande cooperazione». Negli anni della globalizzazione, quindi con la trasformazione degli equilibri economico-geopolitici, «non possiamo più concepire una cooperazione come intervento esterno di un Paese verso un altro ma come reale reciproco scambio», per affrontare la nuova «questione sociale planetaria, anche attraverso il sistema universitario. Vi è dunque – ha concluso – la necessità di aprire una nuova epoca della cooperazione».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 27 settembre 2024

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