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E se costruissimo un grande “giardino” nel cuore di Ferrara?

21 Set

Il progetto de “Il giardino del mondo” dovrebbe proseguire nel 2021

La storia di una comunità si forma sempre facendola conoscere, facendola propria, e costruendola a nostra volta. Storia che, lo si voglia o no, è fatta sempre di incontri e convivenze (più o meno forzate), di famigliarità ed estraneità, di scambi e scontri. Sta a ognuno, nella piccola vicenda personale e nel tessuto dei rapporti collettivi, renderla più o meno conflittuale, in ogni caso non evaderla ma affrontarla.
È con questa visione delle cose che tra il 2017 e il 2018 è nato il complesso progetto de “Il giardino del mondo”, sviluppatosi nell’anno scolastico 2018/2019 nell’ambito del Concorso “Io amo i beni culturali”, bandito dall’Istituto per i Beni Artistici Culturali Naturali della Regione Emilia-Romagna. Il progetto, curato dal Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara e dal Centro provinciale per l’Istruzione degli Adulti di Ferrara (C.P.I.A.), fu presentato in Regione nel 2018 dall’Archivio Storico Comunale di Ferrara, partner culturale capofila e dal C.P.I.A., partner scolastico capofila, e nacque con l’intenzione di valorizzare il quartiere Giardino di Ferrara (e più in generale la zona GAD): un “sogno” urbanistico mai del tutto realizzato per quelle che erano, oltre un secolo fa, le intenzioni di Ciro Contini e dei primi progettisti.
Lo scorso marzo è stato pubblicato il volume “Il giardino del mondo. Viaggio in un quartiere multietnico di Ferrara” (Este ed. 2020), che raccoglie tutte le iniziatve del progetto, volume curato da Corinna Mezzetti (Archivio Storico Comunale) e Beatrice Morsiani (Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara), in collaborazione con Lorenza Cenacchi (Liceo Statale Carducci), Alberta Gaiani e Sabrina Virruso (C.P.I.A. Ferrara). Si tratta di un’imponente mobilitazione, di scuole, istituti (1.060 sono stati gli studenti coinvolti), dell’Ateneo, dell’Archivio e delle Biblioteche comunali, oltre che di tantissimi enti e associazioni cittadine. Tante le azioni formative e di intrattenimento: visite guidate, laboratori, letture, musica, eventi sportivi e molto altro. Un lavoro corale che ha promosso, nel tempo, in varie generazioni, una cultura dell’integrazione e una più approfondita conoscenza storica.
Il termine «interazione» viene preferito da Angelo Andreotti, che dirige il Servizio Biblioteche e Archivi comunale, al posto di quello di «integrazione»: da questa riflessione ha preso avvio la presentazione pubblica del volume lo scorso 18 settembre nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara. Una specificazione non leziosa per porre l’accento sulle dinamiche decisive delle relazioni abbandonando un’ottica unidirezionale. Parole inclusive e all’insegna della «contaminazione» ha scelto anche l’Assessore alla cultura Marco Gulinelli, mentre Fabio Muzi, dirigente del CPIA, ha riflettuto sulla rete formatasi tra i soggetti promotori, e sui proficui rapporti intergenerazionali.
Mentre Daniela Cappagli ha parlato della necessità, in una democrazia, della costruzione di una «società della conoscenza» e della rivalutazione dell’architettura come centrale nell’ambito dell’inclusione sociale, Cenacchi, intervenuta dopo Morsiani, ha avanzato una proposta: «potremmo ragionare su un progetto riguardante gli snodi comunicativi del quartiere – Darsena, ex Mof, stazione dei treni – e le antiche attività commerciali». Sì, perché in alcuni interventi, e in generale negli scambi informali tra i presenti, già il pensiero va al proseguimento del progetto. Progetto che, se per Muzi va «riproposto e implementato», per Mezzetti avrà – come ci spiega – sicuramente un seguito. I promotori sono già concordi nell’iniziare a ritrovarsi a breve per ritessere i fili, per non disperdere i tanti contatti e cercare di immaginare, nonostante le limitazioni di questa emergenza che continua, un nuovo “Giardino del mondo”.
L’impegno organizzativo ed educativo, insomma, è stato enorme. Ma il desiderio è già di ripartire. Per continuare nell’utopia concreta di un grande “giardino” multiforme, vivace e partecipato nel cuore di Ferrara.
Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 settembre 2020

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Covid ed ecologia, un legame stretto

31 Ago

“Ecologia integrale dopo il coronavirus” è il nuovo libro di mons. Mario Toso, Vescovo di Faenza-Modigliana: «Fronteggiare con criteri nuovi – offerti da scale di valori non appiattite sull’economico, sul denaro, sulla tecnica assolutizzati – il dopo coronavirus»

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di Andrea Musacci

Uno dei paradossi dell’attuale pandemia riguarda una delle cause principali della crisi ecologica che sta divorando il nostro pianeta: le emissioni di gas serra.

È del 21 agosto scorso, infatti, la diffusione da parte dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) dei dati riguardanti il primo semestre del 2020: quest’anno le emissioni nel nostro Paese «sono previste inferiori del 7,5% rispetto al 2019», un netto calo «a causa delle restrizioni alla mobilità dovute al Covid-19». «L’andamento stimato è dovuto alla riduzione delle emissioni per la produzione di energia elettrica (-8,2%), per la minore domanda di energia e alla riduzione dei consumi energetici anche negli altri settori, industria (-7,5%), trasporti (-13,3%) a causa della riduzione del traffico privato in ambito urbano, e riscaldamento (-6,0%) per la chiusura parziale o totale degli edifici pubblici e delle attività commerciali». Dati, dunque, solo relativamente positivi, in quanto legati a una grave crisi socio-economica e che sicuramente torneranno a salire data la ripresa totale delle attività produttive e del traffico su strada.

Sul legame tra crisi ecologica e pandemia da COVID-19 riflette nel suo ultimo libro, “Ecologia integrale dopo il coronavirus” (Ed. Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, 2020), mons. Mario Toso, Vescovo di Faenza-Modigliana. «La COVID-19 – scrive – ci mette di fronte ad un’emergenza urgente: l’impatto che l’uomo ha sul pianeta dev’essere ridotto sempre di più e con rapidità. L’attuale distruzione degli ecosistemi è una grave minaccia per la salute umana e del nostro pianeta». Un ragionamento portato avanti nelle scorse settimane anche da Carlo Alberto Redi, zoologo dell’Università di Pavia e presidente del Comitato Etico di Fondazione Umberto Veronesi: «La devastazione di interi ecosistemi ha come conseguenza sia la distruzione totale di tanti e diversi habitat sia la forzata migrazione di specie in altri luoghi nel tentativo di adattarsi a nuovi ambienti, ammassandosi nelle vicinanze di centri urbani. Ciascuna delle recenti infezioni – prosegue – è causata da spillover (salto di specie, ndr) riconducibili al progressivo e massiccio sfruttamento degli habitat naturali di diverse specie animali, venute così a stretto contatto con l’uomo. (…) Il nostro stile di vita non è più sostenibile dalla Terra» (fonte: http://www.fondazioneveronesi.it).

libro toso copertinaTornando al libro, mons. Toso elenca tre principi fondamentali che l’essere umano dovrebbe seguire per rispettare le leggi della natura: il «principio di entropia», che richiama l’irreversibilità di tutti i processi naturali, il «principio della minimizzazione di ogni forma di impatto ambientale» e il «principio di precauzione», affinché non siano procurati danni, soprattutto se a lungo termine o irreversibili. «Gli equilibri del pianeta rischiano di alterarsi qualora i popoli e le istituzioni non siano sollecitati a combattere il cambiamento delle temperature, della pioggia, dell’aria, del suolo, quando siano in circolazione miliardi di virus, la cui maggior parte è ospitata da animali. L’impreparazione dimostrata dai vari continenti e governi» nell’affrontare la pandemia da COVID-19 – è la denuncia del prelato -, «sollecita ad una revisione urgente delle strategie e delle politiche, come anche al superamento di una cultura antropocentrica, di una visione consumistica della vita umana, di un capitalismo rapace. È evidente che è del tutto mancata una politica preventiva sia in Europa sia nel mondo». Oltre a ciò, secondo mons. Toso è stata praticata una politica «irresponsabile» per i vari «tagli irrazionali alla sanità» e perché «si è lesinato nella ricerca e sulla formazione di medici ed infermieri». La vera, prima, rivoluzione da attuare, secondo il Vescovo, è dunque a livello metafisico ed etico: per il futuro «non potrà mancare l’apporto di un pensiero pensante, non strumentale, come quello sinora prevalso», scrive. «Solo così potrà essere disponibile un nuovo umanesimo sapienziale, una nuova progettualità, la visione di uno sviluppo integrale, solidale, sostenibile, inclusivo, strutturato in termini di trascendenza». Questa «conversione ecologica» – riflette mons. Toso – per i cristiani «comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Ovvero le conseguenze della riconciliazione con il creato, con i fratelli e, quindi, un modo alternativo di intendere la qualità della vita, la scelta di una felice sobrietà, la gioia della gratuità e del dono, della condivisione, la pace interiore, il ringraziamento a Dio per i suoi doni, nuovi stili di vita, una fraternità universale, l’impegno sociale e politico a favore del bene comune e di un’ecologia integrale». Più che mai è necessario diventare «protagonisti di una nuova evangelizzazione dell’ecologia» – con l’«organizzazione della connessa attività pastorale» – e di un «nuovo umanesimo integrale, sociale, anch’esso ecologico, capace di integrare storia, cultura, economia, architettura, vita quotidiana nelle città e nelle aree rurali», coniugando «la giustizia ecologica (degrado degli ecosistemi)» e la «giustizia sociale (debito ecologico tra Paesi; carenza di solidarietà intergenerazionale; crescente impoverimento delle popolazioni più deboli)». Infine, nel volume ampio spazio è dedicato anche al ruolo della famiglia nell’ecologia integrale e alle tematiche specifiche riguardanti il diritto fondamentale per ogni essere umano all’alimentazione, all’utilizzo dell’energia sostenibile e all’acqua, seguendo il principio della destinazione universale dei beni.

Nel finale, l’autore lancia una proposta interessante, da prendere in considerazione in particolare in un territorio come il nostro ancora profondamente agricolo: «è necessario che le Chiese istituiscano – scrive mons. Toso -, là ove non esistono, o rafforzino l’Ufficio o il Centro diocesano per la pastorale sociale del mondo agricolo-rurale, che agisca in maniera coordinata con gli altri Uffici o Centri diocesani dediti all’evangelizzazione del sociale».

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 settembre 2020

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L’arte davanti al “mistero incomprensibile”: un dialogo con Gauguin

17 Feb

Isabella Guidi dedica un libro al pittore francese, suo Maestro: uno sguardo “religioso” sul rapporto tra vita e pittura

di Andrea Musacci

buonjour ms gauguinNella contemplazione artistica o nell’immersione letteraria, si ha spesso l’impressione che a sfuggire dalle dita e dalla mente sia quello che comunemente e “ragionevolmente” indichiamo con “realtà”. E, in maniera speculare, spesso capita che, una volta destati dal sonno, continuiamo a sperimentare una persistente consistenza di brani di esperienze oniriche vissute nelle ore notturne.

Sensazioni, queste, che ci sentiamo di condividere con Isabella Guidi – pittrice ferrarese cresciuta sulle spalle di giganti come don Franco Patruno, Marcello Tassini e Gianni Vallieri – che recentemente ha scelto di esporre una quarantina di sue opere, realizzate dal 2006 in poi, nella personale “Avrei voluto dire: Bonjour Ms Gauguin. Omaggio alla Bretagna”, dal 18 gennaio al 16 febbraio nel Centro Culturale Mercato di Argenta. Mostra accompagnata da un libro omonimo realizzato dalla stessa Guidi, una sorta di diario/romanzo attraversato da poesie e riflessioni sull’essenza dell’arte. Sì, perché, come tradisce il titolo, la storia raccontata è quella, immaginaria, dell’incontro fra due artisti, uno realmente vissuto, Paul Gauguin (1848-1903), e l’altra di fantasia, Leonor Lescaut, alterego dell’autrice e che, probabilmente, nel nome richiama la pittrice Leonor Fini, e, nel cognome, la “Manon Lescaut” protagonista del romanzo di Prevost del 1731. In ogni caso, con questa pubblicazione la Guidi concretizza, seppur attraverso la letteratura, il sogno di incontrare il suo Maestro, Gauguin, in un luogo da entrambi prediletto e spesso visitato: “amo la Bretagna – scrisse l’artista francese -, in essa trovo un che di selvaggio, di primitivo. Quando i miei zoccoli risuonano su questo suolo di granito, sento il tono sordo, opaco e possente che cerco nella pittura”. Regione, la Bretagna, in cui Gauguin vivrà in quattro periodi diversi, fra il 1886 e il 1901 (soprattutto a Pont Aven).

Dalla solitudine a una comunione fra anime

Il libro inizia con la solitudine della protagonista sulla spiaggia bretone, una solitudine fatta di malinconica rassegnazione, di abbandono dolce ma non privo di sofferenza. Condizione, però, che Leonor sa tramutare in una contemplazione introspettiva: “rimaneva solo il dialogo fitto e sussurrato delle cose con l’orizzonte e un silenzio che predisponeva all’ascolto”, scrive la Guidi. A un certo punto, la “visione”: nell’acqua compare un uomo, Gauguin, in una scena grottesca e irreale, che volutamente l’autrice colloca fuori dal tempo. Quasi un’apparizione: “Poi alzò lo sguardo / e incrociò i suoi occhi / e tutto non fu più così / incomprensibile…”.

Per i lettori e le lettrici sarà facile immaginarsi questa continua e sottile commistione di realtà e fantasia, questa sospensione del ritmo e della pesantezza del reale (nel senso più immediato e razionale): luoghi, gesti e particolari, parte della reale esperienza della Guidi, si intrecciano con luoghi e gesti generati dall’immaginazione. Una sorta di “Midnight in Paris” trasferita sulla costa nordoccidentale della Francia, dove il sogno e l’arte sopperiscono all’uggia ordinaria di una società competitiva, gretta, calcolante. “In questo tempo – fa dire la Guidi a Gauguin nel libro (parafrasando in modo fedele pensieri da lui scritti nei suoi libri o nelle lettere) – l’individuo si muove seguendo l’idea comune, quella che semplifica di più la propria esistenza, non quella che la rende più vera. Non si fa troppe domande”. “Io – prosegue il Gauguin che nel libro dialoga con Leonor – mi prendo il tempo di capire! Capire, dedicando la vita a capire! (…) Acquisire sapere. L’impegno, la fatica, il coraggio di dire ‘devo imparare’. Saper guardare, saper ascoltare…saper mettersi in relazione con il mondo, saper capire. L’umiltà farà la differenza”.

E nel libro, la relazione è ciò che muove ogni cosa, non solo con i luoghi, coi quali i protagonisti vivono un forte rapporto fisico: i due personaggi si cercano tra loro di continuo, a tratti quasi si rincorrono, nelle reciproche presenze e assenze. Quest’intima comunione non appare in contraddizione con la pur desiderata e necessaria solitudine tanto di Gauguin quanto della Guidi. Come se a scandire i silenzi e i vuoti fosse un ritmo unico, lo stesso cosciente del fatto che la relazione con la verità passa, sempre, attraverso l’altro, uno sguardo amico (e mai invadente), uno sguardo profondo da condividere.

“Una terribile smania d’ignoto”

copertina libro isaGauguin, di sicuro, non rappresentava un modello esemplare di uomo virtuoso: temperamento irascibile e melanconico, spesso schivo e molto “ambiguo” in alcune scelte di vita. Di certo, uno spirito anticonformista ma, scrive la Guidi, “probabilmente antipatico a tutti perché scontroso, insofferente ai discorsi, adescatore incallito di ogni sottana di passaggio, indifferente alle critiche dei superiori, presuntuoso, potente nell’arroganza inimitabile, nelle decisioni improvvise”. Nel 1890 lo scrittore Charles Morice di Gauguin sottolineava l’“altezzosa nobiltà” ma anche il sorriso, che “non mancava di una dolcezza straordinariamente ingenua”. Una dolcezza infuocata, stordente, inebriante. Come le sue tele: vita e pittura si confondono, si richiamano e sovrappongono: “Paul era la Pittura, l’urgenza dell’anima”, scrive ancora la Guidi. “Paul metteva voglia e paura. Era il centro di un uragano dal quale Leonor era stata un giorno travolta”. “La pittura di Gauguin, per la protagonista, era il punto di partenza e di ritorno della propria anima, quell’anima senza tempo che sorvola sulle nostre misere quotidianità e si rivolge al sogno come unico frammento accettabile di realtà. La pittura di Gauguin era il luogo estetico dove vivere”. Come ha scritto la critica Anna Maria Damigella, l’arte per Gauguin era “un assoluto, il valore primario e il cardine della vita, il luogo dove si compongono i conflitti irrisolti nell’esistenza materiale e affettiva”. Non a caso, dunque, questo libro della Guidi è anche, e soprattutto, un libro sulla pittura, sul dipingere non tanto come “tecnica” ma come espressione di spiritualità, gesto profondamente umano, manifestazione concreta dell’anima. “Mi affaccio sull’orlo dell’abisso”, scrive Gauguin in “Noa Noa”, a Tahiti, pochi anni prima di morire. “Una terribile smania d’ignoto mi fa compiere follie. Quando finalmente gli uomini comprenderanno il senso della parola ‘libertà’? Voglio fare un’arte semplice, correre, perdere il fiato e morire follemente. Che mi importa della gloria? Sono forte, perché faccio ciò che sento dentro di me”. Le risponde, in un certo senso, con la propria pittura, con la propria esistenza, Isabella Guidi. Una risposta dolorosa perché impossibile, ma elargita nelle pagine del libro: “Sentivo – fa dire a Leonor – che voleva credere di non essere il solo a credere”. Al pittore e amico Émile Schuffenecker, Gauguin, col suo modo irruento, una volta disse: “non dipingete troppo dal vero. L’arte è un’astrazione, traetela dalla natura sognando davanti ad essa e pensate piuttosto alla creazione che ne risulterà; è il solo mezzo per salire verso Dio, facendo come il nostro Divino Maestro: creare”. Una salita, quella dello spirito, immensamente più difficoltosa di quella sugli scogli di granito delle coste bretoni. “Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?” è il nome pieno di tormento assegnato dal pittore a uno dei propri capolavori: un’opera struggente, sconvolgente, nata – per usare le parole dello stesso Gauguin – da “uno stato di vaga sofferenza e sensazione dolorosa di fronte al mistero incomprensibile della nostra origine e dell’avvenire”. Tutt’altro che un’infantile defezione dalla vita attraverso un inganno di sogni o un autoesilio in terre esotiche: quella di Gauguin è stata una ricerca sofferta, una tensione fin snervante che Isabella Guidi ha avuto il merito di raccontarci attraverso la dolce mestizia delle sue parole. “La pittura mi fa piangere” – fa dire nel libro a Leonor. “Mi consola, mi tormenta, mi manca, mi appaga, mi travolge, mi sconvolge”. Non male come “fuga” dalla vita.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 febbraio 2020

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Settimana ecumenica: fratelli e sorelle in Cristo, “trattiamoci con gentilezza”

27 Gen

“Ci trattarono con gentilezza” (At 28, 2) è il versetto evangelico scelto quest’anno a livello nazionale per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Nella nostra Arcidiocesi dopo il primo incontro svoltosi il 18 gennaio nel Monastero del Corpus Domini – con l’intervento del biblista Carmine Di Sante sul tema “Straniero nella Bibbia” -, dal 22 al 25 si sono svolti gli altri quattro appuntamenti di preghiera, con meditazioni di volta in volta delle diverse confessioni. Conclusione il 26 nella chiesa di Santo Stefano con la Domenica della Parola

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ stata la la Chiesa Battista di via Carlo Mayr – guidata dal pastore Emanuele Casalino – a ospitare il primo dei quattro momenti di preghiera della Settimana di unità dei cristiani nella nostra Diocesi, sul tema “Forza: spezzare il pane per il viaggio”. Padre Oleg Vascautan (alla guida della locale comunità Ortodossa moldava), ha tenuto la meditazione: come emerge dal Vangelo del giorno (la moltiplicazione dei pani e dei pesci), “a Gesù interessa la persona nella sua interezza, corpo, anima e spirito, nulla di noi andrà peso”, e Lui stesso “ci indica l’importanza dell’impegno personale, del sporcarsi le mani” (“Voi stessi date loro da mangiare”): insomma, “ci chiede il dono totale di noi stessi”. In conclusione, “il pane rappresenta l’essenziale, il nutrimento vitale, e perciò ha la precedenza rispetto a ogni ragionamento sulla libertà”.

La chiesa di S. Chiara in corso Giovecca a Ferrara è già di per sè crocevia ecumenico, ospitando liturgie della nostra chiesa e di quella ortodossa rumena. Proprio quest’ultima il 23 gennaio ha curato il secondo incotnro ecumenico della Settimana, col canto dell’Inno Akathistos della tradizione ortodossa. E’ toccato invece al pastore battista Emanuele Casalino proporre la meditazione del giorno: l’immagine del banchetto “snobbato” dai benestanti ma partecipato da “i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi” rappresenta “la scelta iniziale di Dio a favore degli umili, degli emarginati, dei disperati e degli stranieri”: Gesù, infatti, è venuto per la salvezza di ognuno, ma “innanzitutto e soprattutto per gli ultimi”. Questo “invito alla conversione” ci interroghi sempre, per evitarci ogni presunto “privilegio” di eletti.

La competizione è alla radice della nostra divisione” tra sorelle e fratelli cristiani: “usciamone con l’umiltà e l’amore”. Partendo dal Vangelo del giorno, le Monache Carmelitane Scalze di Ferrara hanno iniziato la propria meditazione il 24 gennaio nel terzo incontro della Settimana ecumenica. Nella chiesa del monastero di via Borgovado, le consorelle hanno sottolineato l’importanza, sempre alla sequela di Gesù, dell’“abbassamento”, del “farsi piccoli”: così, e solo così, possiamo “accoglierLo nella carne dei fratelli, soprattutto dei più umili”, “affidandoci a Lui, imparando a donare amore”. E solamente in questo modo potremmo, appunto, superare quella “pietra d’inciampo rappresentata dalla divisione fra noi cristiani”.

Una cinquantina i presenti all’ultimo incontro della Settimana ecumenica, svoltosi nel pomeriggio di sabato 25 gennaio nella Basilica di San Francesco a Ferrara. Erano presenti, oltre a mons. Massimo Manservigi (Vicario generale) e Marcello Panzanini (Ufficio ecumenico diocesano), Luciano Sardi (Chiesa Battista), padre Vasile Jora (ortodossi rumeni), padre Igor Onufrienko (ortodossi russi) e padre Oleg Vascautan (ortodossi moldavi). Nella meditazione, mons. Manservigi, commentando il Vangelo del giorno, ha posto l’accento innanzitutto sul camminare “dando attenzione agli altri, in particolare ai malati”, senza “chiudere gli altri come in un sepolcro”, “nella tomba del pregiudizio, ma dando sempre un’altra possibilità”, “prendendoci cura degli altri”. “Il Signore ci chiede di non escludere nessuno”: il suo è “un amore immenso, sconfinato e folle”.

Il 26 gennaio maratona con la Parola di Dio

PinoCosentino (2)Quale modo migliore per concludere la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che quello di leggere insieme il Vangelo? Il 26 gennaio si è svolta per la prima volta in tutta Italia la Domenica della Parola, indetta per volontà del Santo Padre Francesco. A Ferrara la sera del 26 le varie confessioni cristiane si sono ritrovate nella chiesa di Santo Stefano per la lettura a più voci del Vangelo secondo Matteo. Questi i lettori che si sono alternati: rappresentanti dell’Ufficio famiglia diocesano, alcuni giovani studenti universitari, Gianni Cucinelli (Chiesa Battista), Padre Ioan Batea (Patriarcato Ortodosso di Bucarest), Padre Vasyl Verbitzskyy (Chiesa Greco-Cattolica Ucraina), Anna De Rose (Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII), Cristina Ferrari (Azione Cattolica), Rosanna Ansani, Beppe Graldi (Focolarini), coniugi Miglioli, Leonardo Gallotta (Alleanza Cattolica), Francesca Ferretti (AGESCI), un rappresentante MASCI, Nicola Martucci (Azione Cattolica), un rappresentante del Movimento Rinascita Cristiana e Chiara Ferraresi (Azione Cattolica). Infine, ricordiamo che mons. Perego ha celebrato la S. Messa delle ore 18 nella Basilica di S. Francesco: al termine della liturgia, ha consegnato una copia della Bibbia ad alcune persone, in rappresentanza delle espressioni della nostra Diocesi: due coniugi catechisti, una bisnonna di Azione Cattolica, una famiglia originaria del Camerun, un giovane scout, una religiosa, due insegnanti, una coppia di fidanzati e un diacono.

Andrea Musacci

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 gennaio 2020

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Quella “bellezza inaudita” che ancora riesce a inquietarci

27 Gen

Una meditazione a partire dall’ultimo libro di don Marco Pozza, “Il balzo maldestro”, uscito il 17 gennaio e presentato a Ferrara: desiderio, dolore e speranza nell’essere umano, tra Vangelo e vita quotidiana

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di Andrea Musacci

“Ave Maria piena di grazia: me la immagino così la Madre di Dio, stracolma di grazia, come un vaso che trabocca”. Don Marco Pozza, cappellano del carcere “Due palazzi” di Padova, sa come stravolgere una tranquilla serata invernale. Lo ha fatto, ancora una volta, lo scorso 20 gennaio nel Seminario di Ferrara, invitato dal Serra Club locale a parlare del suo libro-intervista a Papa Francesco (intitolato proprio “Ave Maria”) e della sua ultimissima fatica, “Il balzo maldestro” (San Paolo ed., 2020), uscito appena tre giorni prima, il 17. Due grandi pensieri ricorrono nelle parole di don Pozza, come anche nel libro: quello sull’importanza del saper cogliere l’inatteso, e quello sul sapersi affidare. L’inatteso è quello che Maria di Nazareth vive con l’annuncio dell’angelo, posta davanti alla decisione più difficile della storia, da cui è dipesa la salvezza di ognuno. Ma è anche, per collegarsi al secondo pensiero, l’inaspettata conversione di Antonio, detenuto a Padova, che ha saputo abbandonarsi a Dio, per uscire dal proprio personale inferno. Ed è, infine, la semplicità (per nulla banale) di quel madonnaro napoletano, ateo, che don Pozza ha incontrato, e che a lui, sacerdote, ha rinsegnato, ancora una volta, l’amore per il Cielo e per quella ragazza “stracolma” di grazia.

Sequestro e nuovi orizzonti

Torna sempre, nell’ultimo libro di don Marco Pozza, una contraddizione feconda: quella fra la passione per la sua terra vicentina, di cui spesso fa memoria, e l’amore per quei “nuovi orizzonti” che, a volte inconsapevolmente, tutti sogniamo. Con un continuo omaggio a “Cittadella” di Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944), e usando spesso la metafora del sequestro e del riscatto per spiegare la caduta dell’uomo (appunto rapito da Satana ma riscattato da Dio tramite il Figlio), don Pozza amalgama con la sua scrittura inebriante, Incarnazione e realtà detentiva, poesia e cristianesimo, tristezza e ironia liberante.

In attesa dell’in-atteso

C’è sempre spazio per un’attesa, grande e vibrante, nell’essere umano, “insaziabile mendicanza” come lo definiva don Giussani. C’è, dietro l’angolo, sempre la possibilità di un incontro inatteso, che in tutto o in parte – in forme e in tempi strani – in qualche modo ci spiazza, ci destabilizza. La nostra attesa, quindi, in ogni caso non può mai essere inerte: “L’uomo non cambia a forza di ragionamenti – scrive don Pozza -, ma spinto dall’urto inatteso di un incontro, dall’attrazione di qualcuno che, davanti, faccia strada, apra una strada assieme a lui. […] L’opposto è sotto gli occhi: è la creatura destinata a seccarsi nel banale”, nell’inedia dell’ordinario. A volte, invece, il dis-ordine, l’an-archia è libertà, cioè semplice negazione di un ordine etero-imposto. In attesa del riscatto definitivo, scrive l’autore, “il mondo conobbe cos’è l’attesa”, un’attesa dolorosa: “perduta la grazia […] è andato spegnendosi il desiderio, che è diventato voglia”. Voglia di possesso, quindi falso anelito, adulterata apertura all’altro che è anche uno pseudo vedere, un non-riconoscimento di sé e del prossimo. “Appari a me, Signore, perché tutto è molto faticoso quando si perde il gusto di Dio”, scrive Saint-Exupéry in “Cittadella”. “Chi è attaccato alla vita – sono invece parole di Sergio Quinzio nel suo ultimo libro-intervista – possiede il senso della catastrofe che sovrasta, ma insieme spera che al di là di essa potrebbe finalmente manifestarsi una giustizia, una bontà delle cose”. “La mia voce verso Dio: io grido aiuto! / Nel giorno della mia angoscia io cerco il Signore, / nella notte le mie mani sono tese e non si stancano; / l’anima mia rifiuta di calmarsi” (Salmo 77 [76]): quest’inquietudine ci spinge vertiginosamente in alto, non per compiacerci in machiavelliche astrazioni, ma per tendere all’Oltre, al non-ancora detto, al non-dicibile. Al tempo stesso, però, ci immerge ancor più profondamente in noi stessi.

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Quel desiderio che non ci fa dormire

Grazie a Dio – è proprio il caso di dirlo – non esiste dunque nulla di “oggettivo”, di già dato, di non necessitante di comprensione, accoglienza e ri-elaborazione. Se così non fosse, non esisterebbe sapere umano, perché non esisterebbe libertà di interpretazione, di comprensione delle cose. Se tutto fosse già de-finito, non esisterebbe spazio per la curiosità, il desiderio, per dare senso al reale: non esisterebbe la libertà, quindi nemmeno l’umano. “Solo due tipi di uomini – scrive don Giussani ne “Il senso religioso” – salvano interamente la statura dell’essere umano: l’anarchico e l’autenticamente religioso. La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito: l’anarchico è l’affermazione di sé all’infinito e l’autenticamente religioso è l’accettazione dell’infinito come significato di sé”. La bellezza, scrive don Pozza, è “nascosta apposta per accenderci di desiderio. Per ridestare il desiderio di Lui”. L’importante è il cammino, il mettersi in cammino: “Viandante, sono le tue orme / il sentiero e niente più; / viandante, non esiste il sentiero, / il sentiero si fa camminando”, scriveva il poeta Machado. E anche De Andrè in “Khorakhanè” cantava della “stessa ragione del viaggio, viaggiare”. Appunto sapendo – per dirla con Giovanni Raboni – che “una storia / si fa da sola, e che è empio o almeno incauto / scriversi il finale”. “Lo stupore è stimolo alla scoperta – ci dice don Pozza -, una specie d’insonnia per chi ne viene contagiato”, mentre “essere soddisfatti […] è avere carenza di desiderio […]. Insegnare il fervore, dunque, è fare manutenzione dell’umano”. Abituiamoci quindi a non sentirci mai appagati: “il desiderio metafisico – scriveva Levinas – desidera ciò che sta al di là di tutto quello che può semplicemente completarlo”. Chi ha nostalgia di infinito non è fatto né per avere poltrone troppo comode, né orecchie troppo anestetizzate, né cuori troppo fiacchi per opporsi ai cattivi sentimenti delle masse, ai tiepidi conformismi dettati dalla paura; ma nemmeno per avere muri, per loro natura ciechi.

“Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”: l’Assurdo che può riempirci

Oltre 40 anni fa Francisco “Chico” Buarque si domandava cantando: “Ah, che sarà […] Quel che non ha ragione ne mai ce l’avrà / Quel che non ha rimedio ne mai ce l’avrà / Quel che non ha misura…”. Citando da Saint-Exupéry quando parla di quelle anatre domestiche attirate dal volo libero delle anatre selvatiche, scrive don Pozza: “il cristianesimo, per me, è tutto qui: custodito in questo ‘balzo maldestro’ provocato dal passaggio di una Presenza […] il cui sguardo provoca ancora oggi, nelle anime cui transita accanto, delle ‘strane maree’ ”. Un salto – per dirla con Kierkegaard – in cui il “già” è fatto di fibre di pane e di carne tra loro amalgamate: “che il Cielo piantasse tenda quaggiù nessuno poteva immaginarlo: era troppo”, sono ancora parole di don Pozza. “E’ bellezza inaudita, inaspettata, fuori misura”. Ma è così la stessa persona, per sua natura in-stabile, dunque sempre tesa all’Eccedente, a quel “cielo nuovo” e a quella “terra nuova” (Ap 21, 1). “Tutte le volte che intendiamo la fede come una conoscenza acquisita o garantita – diceva Quinzio -, siamo già fuori dell’orizzonte della fede”. Quindi dell’umano. È quel che purtroppo fa Mazzarò, ricco possidente siculo, protagonista di una novella del Verga – “La roba” -, quando nel finale, sapendo di dover presto lasciare questa terra, dice: “Roba mia, vientene con me!”. Un desiderio piccolo: Mazzarò con il suo – che è il nostro – sguardo distorto, si fa ingannare dalle cose, ingigantendo ciò che è misero e a breve scadenza, e non vedendo ciò che è già, seppur non-ancora (del tutto). Possiamo, dunque, sognare molto di più, sperare speranze sempre più grandi. Come scrisse Aldo Moro nella sua ultima lettera alla moglie prima di essere ucciso: “vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 gennaio 2020

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Siamo tutti stranieri perché siamo tutti ospiti sulla terra

27 Gen

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è iniziata il 18 gennaio con la riflessione del biblista Carmine Di Sante: “ognuno è bisognoso di essere accolto dall’altro”. Altro che “dischiude sempre un diverso rapporto con la verità”

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa fragilità, il suo riconoscimento e il conseguente senso di gratitudine: una triade che, se applicata anche nelle piccole cose del quotidiano, può cambiare il mondo, perché a beneficiarne sarebbero, innanzitutto, il rapporto di ognuno con se stesso e quindi i rapporti interpersonali. E’ stato un pomeriggio fruttuoso quello svoltosi nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara lo scorso 18 gennaio. Il primo appuntamento della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha visto il biblista Carmine Di Sante intervenire su un tema a lui caro, a cui ha dedicato anche quello che è forse il suo libro più celebre: “Lo straniero nella Bibbia”. Dopo l’introduzione di Marcello Panzanini, alla guida dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso – che ha ricordato anche Maria Vingiani, fondatrice del SAE e pioniera dell’ecumenismo, morta il 17 gennaio a 98 anni -, ha preso la parola Di Sante. Nella sua sfaccettata e affascinante riflessione ha preso le mosse principalmente dal Pentateuco, e dal rapporto fra Dio e gli israeliti, “popolo straniero” (perché a lungo ha vissuto fuori dalla propria patria) e “oppresso”. Da qui, l’analisi della cosiddetta “stranieritudine” da intendere in senso ampio come possibilità di ogni rapporto con l’altro, di ogni relazione interpersonale. Nella stessa Bibbia, l’altro da me dev’essere accolto, e questa è un’idea che ricorre molto spesso nelle Scritture (per fare un esempio: «Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» – Lv 19,34). “Straniero che – ha affermato il biblista – ci permette di dischiudere un diverso rapporto con la verità”. Quest’accoglienza, inoltre, di per sé esclude ogni tentazione di inglobare, possedere l’altro. L’alterità di quest’ultimo, perciò, riguarda “la fragilità costitutiva di ogni essere umano”, il suo connaturato “essere nel bisogno”, la condizione del mortale in quanto tale, “di chi vive la solitudine, la tristezza, la fame e la disperazione. Tutto ciò richiede dunque non un mero riconoscimento della sua condizione ma che si vada incontro a lui a piene mani, con affetto e prossimità”. Di Sante ha dunque analizzato la “stranieritudine” anche un livello ulteriore, quello più strettamente teologico: “se la terra è di Dio – sono sue parole -, ogni essere umano può abitarci sia come straniero sia come inquilino, sia come sedentario sia come viandante”: insomma, se la terra appartiene a Dio, “allora ne siamo tutti ospiti”. In un senso ‘passivo’, sentirsi ospitati significa sentirsi “accolti, custoditi” – quindi il riferimento è a un bisogno primario di ognuno, che porta a “un senso di stupore e meraviglia, di gratitudine nei confronti di chi ci ospita”. Questa gratitudine, però, se sincera, non può farci diventare passivi approfittatori dell’altrui ospitalità ma “attivi nel desiderio di restituire, ri-donare quel che abbiamo ricevuto”. E’ questo, secondo Di Sante, il significato della giustizia: “l’ospitalità attiva è dunque, nel senso più profondo, giustizia”, è un’azione attiva e concreta che trasforma i rapporti interpersonali, e “dà significato”, più in generale, “al diritto e alla politica”. Inoltre, se si assume questa concezione di ospitalità, non si può non riflettere anche sulla questione ecologica in modo differente. Diverse le riflessioni e gli interrogativi sollecitati dal pubblico (erano una cinquantina i presenti), che hanno permesso al relatore di declinare il tema dell’incontro, ad esempio, anche in riferimento alle questioni delle radici e della paura nei confronti dello straniero.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 gennaio 2020

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Corpi e luoghi della città: interazioni da ridefinire collettivamente

17 Dic

Del ricchissimo programma del VII Convegno Nazionale di Antropologia Applicata, svoltosi a Ferrara dal 12 al 14 dicembre, abbiamo scelto di raccontare alcuni frammenti: quello – a Casa Cini e in Arcivescovado – sulla relazione tra lo sguardo dei migranti e quello degli “indigeni” nella città che condividono, e quello sulle periferie urbane. Con uno spunto interessante sulla Ferrara di oggi, che Scandurra di UniFe spiega a “la Voce”

brini vescovoLe nostre città spesso si trasformano, o vengono vissute come spazi anonimi, freddi, disegnate non sulle persone e i loro bisogni ma seguendo logiche diverse, divenendo così ambienti dove a dominare sono la diffidenza reciproca e l’individualismo. Uno sguardo diverso sulla città è dunque quello che riesce a immaginarla come luogo vivo, non mero spazio utilizzabile, e dunque costruire un futuro differente, fatto anche di incontri, di interazioni tra diversità. Ferrara, dal 12 al 14 dicembre, ha ospitato per la prima volta il VII Convegno Nazionale di Antropologia Applicata, organizzato dalla Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA), con l’Università degli Studi di Ferrara e l’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia (ANPIA), e il patrocinio del Comune. Un’occasione per uscire dall’autoreferenzialità accademica e spendere le competenze acquisite in ambiti specifici di lavoro (accoglienza, scuola, socio-sanitario e altri). Anche l’Istituto “Casa Cini” ha ospitato alcuni incontri, in particolare il 12 quello dal titolo “Luoghi comuni. Uno sguardo sulla città”, legato alle quattro esposizioni fotografiche – sul tema dell’accoglienza dei migranti – che hanno “invaso” i vari ambienti della sede di via Boccacanale: “Luoghi Comuni” (esposta anche al festival di “Internazionale”), con foto delle attività per l’integrazione realizzate dalla coop. CIDAS nell’ambito dei progetti SPRAR/SIPROIMI (per titolari di protezione Internazionale e per i Minori stranieri non accompagnati) per persone vulnerabili a Ferrara e a Bologna; “A casa loro. Ri-tratti di famiglia”, con foto di Michele Lapini delle famiglie che accolgono i rifugiati nelle loro case, nell’ambito del progetto Vesta; “Futuri Prossimi” (esposta anche al festival di “Riaperture”) che racconta l’idea di passato, presente e futuro delle ragazze e dei ragazzi, tra cui richiedenti asilo e rifugiati, che hanno partecipato al laboratorio organizzato da “Riaperture”, curato da Giacomo Brini; infine, “Bologna d’aMer”, collettiva su Bologna realizzata attraverso gli sguardi di chi giunge da lontano. Maria Luisa Parisi (CIDAS) e Brini hanno illustrato le mostre allo stesso Vescovo mons. Gian Carlo Perego. “E’ un esempio positivo di coesione tra le persone”, ha spiegato Brini, spiegando come “centrale sia il tema del futuro. E’ stato, quello per ‘Riaperture’, un laboratorio umanamente molto importante”. “Il nostro intento – hanno spiegato i rappresentanti di CIDAS – era di incrociare lo sguardo dei migranti col nostro sguardo, il loro sguardo su loro stessi e su noi, sulla città che insieme viviamo. Un altro aspetto importante – hanno proseguito – è stato l’averli aiutati a riappropiarsi delle parole, attraverso la riscoperta di storie e favole tipiche dei loro Paesi d’origine. L’idea è di ricavarne un libro per bambini. Per noi, città e corpi dei migranti sono strettamente intrecciati, preferiamo per questo parlare di ‘interazione’ più che di ‘integrazione’ ”. Mons. Perego, nell’elogiare questi progetti virtuosi di accoglienza diffusa, ha ricordato invece un esempio negativo di accoglienza, quando nel 2014 150 migranti minori furono radunati, appena sbarcati in Italia, tra l’altro senza mediatori culturali, nella scuola “Verdi” di Augusta a Palermo. “Il differenziare volti e storie – ha spiegato – è un passaggio fondamentale, e progetti come i vostri sono molto importanti per valorizzare le capacità di ogni singola persona migrante: loro, infatti, possono rappresentare un vero e proprio tesoro, che sta già trasformando le nostre città, anche per combattere le frequenti falsificazioni: ogni ragazzo ha una storia, una storia che cambia la città. Nella mia lunga esperienza con i migranti – ha concluso -, ho letto circa 15mila testimonianze, e la parola più ricorrente è ‘futuro’. Il loro e il nostro futuro passano quindi anche dall’incontrarci reciprocamente”. Durante l’iniziativa è intervenuto anche Luca Mariotti di CIDASC per spiegare il progetto “Migrantour” svoltosi di recente a Ferrara. Alcuni incontri del Convegno si sono svolti nella Sala del Sinodo del Palazzo Arcivescovile, fra cui quello sul tema “Rifugiati e richiedenti tra spazi urbani e non urbani: processi, dinamiche e modalità di accoglienza in Italia e nel mondo”, per ragionare sul rapporto tra città, urbano/non urbano e forme di vivere migrante dentro e fuori dal sistema di accoglienza. Maria Carolina Vesce, tra gli altri, ha presentato una ricerca-azione sull’accoglienza di persone transessuali e transgender titolari di protezione internazionale a Bologna. “Nello spazio della casa e nei luoghi della città le persone trans esprimono il loro genere ispirandosi a modelli socio-culturali diversi – ha detto Vesce – che l’antropologia può aiutare a comprendere ed esplorare. La sfida sta nel costruire politiche di intervento orientate ai bisogni, che tengano conto delle diverse esperienze di queste persone, dei loro desideri e delle loro aspirazioni”.

“La Ferrara contemporanea andrebbe raccontata dal punto di vista antropologico”

Giuseppe Scandurra dell’Università di Ferrara è stato uno dei tre coordinatori del Convegno di Antropologia Applicata svoltosi nella nostra città. “Ferrara – spiega a “la Voce”- ha una lunga tradizione legata alle scienze sociali, ma non è mai stata raccontata, nella sua contemporaneità, dal punto di vista antropologico”. Una mancanza alla quale lo stesso Scandurra, insieme ad altri colleghi, sta già cercando di porre rimedio: “io, ad esempio, sto portando avanti una ricerca sulla Ferrara degli anni ’70-’80 del secolo scorso”. Citiamo alcuni lavori virtuosi svolti sulla Ferrara contemporanea: nel 2017 UniFe, tramite Mimesis, ha edito il volume “Arte contemporanea a Ferrara”, a cura di Ada Patrizia Fiorillo, che, però, ripercorre il Novecento sotto l’ottica artistico-culturale, non etno-antropologica. Alfredo Alietti, sociologo di UniFe, il 12 dicembre scorso, nell’ambito del Convegno, ha anticipato alcune ricerche di un lavoro sul Grattacielo di Ferrara, e la sera stessa Ferrara Off ha ospitato il collettivo Wu Ming 1 per uno spettacolo dedicato al Delta ferrarese. Insomma, qualcosa si muove, senza dimenticare il progetto “Views 2.0. Narrazioni liquide”, la cui seconda edizione è in programma la prossima primavera.

Raccontare le periferie attraverso le voci di chi le vive: il 12 dicembre a Feltrinelli presentato il libro “Quartieri. Un viaggio al centro delle periferie italiane”, tra ricerca etnografica e graphic novel

feltrinelliAmbienti periferici di grandi città, spesso oggetto del racconto mediatico/politico come meri quartieri degradati e abbandonati. Due giovani ricercatori hanno invece deciso di raccontarne cinque (lo Zen di Palermo, San Siro a Milano, Tor Bella Monaca a Roma, Arcella a Padova e Bolognina a Bologna) incontrando direttamente chi ci abita, cercando di cogliere la loro relazione con gli spazi urbani che vivono. Da questo è nato il volume “Quartieri. Un viaggio al centro delle periferie italiane”, presentato il 12 dicembre in occasione del Convegno di Antropologia Applicata nella Libreria Feltrinelli di via Garibaldi a Ferrara. I curatori del volume corale, e autori di uno dei cinque racconti, Adriano Cancellieri (sociologo urbano all’Università IUAV di Venezia) e Giada Peterle (che insegna Geografia all’Ateneo patavino), ne hanno discusso con Roberto Roda, per tanti anni Responsabile del Centro Etnografico del Comune di Ferrara. Dopo un’approfondita analisi di quest’ultimo su vari aspetti del volume, ad esempio sul rapporto tra ricerca etnografica, fotografia e graphic novel, ha preso la parola Peterle, per raccontare il lavoro svolto insieme a Cancellieri ad Arcella. Il capitolo sul quartiere di Padova è nato unendo ricerca sul campo, interviste, ricerche etnografiche, partecipazione attiva a certe trasformazioni, e il racconto di tutto ciò attraverso il testo (Cancellieri) e il fumetto/graphic novel (Peterle). “Lo stile realistico usato – ha spiegato la ricercatrice – è stata una scelta ben precisa, come anche l’idea di inserirci noi stessi come personaggi nei racconti, la cui voce narrante è proprio quella del quartiere coi suoi abitanti. Abbiamo anche scelto il cammino come metodo, svolgendo molte interviste camminando, potendo così meglio incontrare le persone interessate”. “All’Arcella di Padova, dove io abito da anni e Giada ha abitato per diverso tempo – ha spiegato Cancellieri – abbiamo cercato di andare oltre due raffigurazioni speculari ma entrambe errate: quella che lo racconta come un quartiere solo degradato, e quello invece che lo presenta come sempre ricco ed effervescente di iniziative”. Un lavoro lodevole, che sarebbe importante svolgere anche in determinate zone della città di Ferrara.

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2019

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L’omicidio di Stefano Cucchi, “ultimo fra gli ultimi”: le parole della sorella Ilaria

25 Nov

Il 23 novembre nella libreria “Libraccio” di Ferrara sono intervenuti la sorella Ilaria e l’avvocato Anselmo: “metodi mafiosi, ce la fanno pagare anche se abbiamo dimostrato che l’hanno ammazzato”. La storia in un libro

ilaria cucchi 2Una donna “qualsiasi, cortese, misurata” ma capace di una determinazione e di un coraggio fuori dalla norma, dettati dall’amore per il fratello e dal dolore per la sua perdita, nonché dalla rabbia che a causarla sia stato un abuso di potere da parte di forze dello Stato, le quali, in alcuni suoi componenti, hanno tentato in ogni modo di insabbiare tutto, aggiungendo a una sorella e a due anziani genitori, un surplus di dolore gratuito. Appena due settimane fa, la Corte d’Assise di Roma ha condannato a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale due carabinieri – Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro – imputati nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi, il giovane romano trovato morto il 22 ottobre 2009 in una stanza del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove era ricoverato da quattro giorni dopo essere stato arrestato. Francesco Tedesco, che ammise di aver assistito al pestaggio, è stato invece condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere per quella di falso, in quanto accusato di aver manipolato il verbale di arresto. Insieme a lui, per la stessa ragione, è stato condannato a 3 anni e 8 mesi di carcere il maresciallo Roberto Mandolini – che nel 2009 era capo della stazione Appia -, interdetto anche a cinque anni dai pubblici uffici, come Di Bernardo e D’Alessandro, interdetti in perpetuo. Lo scorso 23 novembre il piano superiore della libreria Libraccio di piazza Trento e Trieste a Ferrara era stracolma per la presentazione del libro “Il coraggio e l’amore. Giustizia per Stefano: la nostra battaglia per arrivare alla verità” (Rizzoli) di Fabio Anselmo (avvocato della famiglia Cucchi, e, in passato, anche di quella di Federico Aldrovandi e Denis Bergamini) e Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, quella donna “cortese e misurata” che ha permesso – a caro prezzo – che fosse fatta giustizia per il fratello. “Ho paura, sono molto provata, e lo sono ancora di più i miei genitori”, ha dichiarato a Ferrara: “sono stati dieci anni disumani, devastanti, intollerabili. Non si può chiedere a una famiglia come la nostra di assumersi il ruolo che dovrebbe spettare allo Stato. Mio fratello – ha proseguito – è morto soprattutto di indifferenza e di ‘giustizia’: è stato lasciato morire, ultimo tra gli ultimi. La giustizia l’abbiamo ottenuta per Stefano e per noi ma anche per l’intera collettività e anche per tutti i Carabinieri per bene. Il messaggio quindi che, nonostante tutto, voglio lanciare, è di speranza”. Ancora più amaro l’intervento di Fabio Anselmo: “tanta è stata la rabbia e il senso di impotenza che abbiamo provato”, e “tante le offese ricevute e le menzogne diffuse contro di noi. Quello che è successo alla famiglia Cucchi assomiglia a una specie di ‘messaggio’ mafioso: se ti va male, e non riesci a ottenere giustizia, peggio per te; se ti va bene, ti roviniamo, te la facciamo pagare. E infatti ce la stanno facendo pagare, non veniamo ancora lasciati in pace. E’ come se dicessero a tutti: ‘statevene a casa, lasciate perdere, è meglio per voi’ ”.

cucchi2La serata era iniziata con l’annuncio, da parte del moderatore Marco Zavagli, dell’ennesima minaccia di morte, poche ore prima, rivolta su Facebook a Ilaria Cucchi. “Attorno al suo corpo sfigurato e denigrato, il potere e la fragilità dello stato di diritto hanno compiuto la loro danza macabra”, sono state invece le parole di Andrea Pugiotto, docente di Diritto costituzionale a UniFe. Se, citando anche Weber, base dello Stato moderno è che “l’autorità ha il monopolio della violenza in cambio dell’assicurazione ad ogni suo cittadino dell’incolumità fisica, questo principio fondamentale con l’omicidio Cucchi è venuto meno: la caserma dei Carabinieri, la cella, l’ospedale, il tribunale sono diventati luoghi di sospensione del diritto”, tipico del peggior incubo a tinte kafkiane. “La potenza dello Stato si è trasformata in una prepotenza che si è scagliata contro l’impotenza del cittadino Cucchi”. Infine, ha preso la parola un altro docente di UniFe, il giurista Francesco Morelli: “vittima è Stefano ma lo sono anche la legalità e il diritto nel nostro Paese”. Inoltre, ha spiegato, “la presunzione di innocenza vale per ognuno e quindi vale anche per lui: non è mai stato condannato per spaccio (naturalmente non si è riuscito, avendolo amazzat prima, a portare a termine il processo a suo carico, ndr), quindi si ’presume’ sia innocente anche sotto questo aspetto. Basta, dunque, chiamarlo ‘spacciatore’ ”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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La storia di un antico volume del ‘500 ritrovato, tra Agnadello, Vienna e Ferrara

11 Nov

Nel 2008 in Austria mons. Perego trova un antico volume sulla Battaglia di Agnadello (1509): il Comune cremonese lo acquista. Verrà poi tradotto in italiano ed edito. Furono 18mila i morti in quella battaglia, “grazie” alle micidiali bombarde vendute ai francesi dal Ducato di Ferrara

libro-proloco-800x370Potrebbe essere l’inizio di un giallo storico, ambientato tra la penombra di una biblioteca antiquaria di Vienna e la nebbia della pianura cremonese, con protagonista un prelato italiano e un antico testo del XVI secolo. A differenza di un thriller, però, non vi sono stati trafugamenti o vendite clandestine. E’ la storia del diario franco, o incunabolo (un volume stampato con caratteri mobili) sulla Battaglia di Agnadello, tra gli eserciti francese e veneziano, del 14 maggio 1509, ritrovato nel 2008 dal nostro Arcivescovo mons. Perego in una biblioteca di Vienna. Si tratta di un testo originale scritto in tedesco antico – e in caratteri gotici – stampato a Norimberga e probabilmente tradotto da un testo francese smarrito. Volume che dieci anni fa è diventato parte del patrimonio del piccolo comune, dove mons. Perego è cresciuto prima di entrare nel Seminario di Cremona. Nel suo breve testo introduttivo, il nostro Arcivescovo spiega: “segnalai il ritrovamento al presidente della Cassa Rurale dott. Giorgio Merigo, invitando a considerare con il Consiglio la possibilità di acquistare e donare il prezioso documento al Comune di Agnadello, in occasione dell’approssimarsi del 500° anniversario della Battaglia (2009)”. Così è avvenuto, e il testo è stato successivamente anche tradotto in italiano: “Agnadello e la sua battaglia. Il diario franco-tedesco”, si intitola il volume a cura di Pierina Bolzoni, edito grazie a Pro Loco Agnadello, Comune di Agnadello e BCC Caravaggio Adda e Cremasco, e presentato lo scorso 5 novembre alla presenza dello stesso Arcivescovo ad Agnadello, presso la sala Don Tabaglio della banca BCC. Come ci spiega lo stesso mons. Perego, nel quinto anno delle scuole superiori vinse un concorso nazionale con una ricerca storica dedicata proprio alla Battaglia del 1509. Ma in questa vicenda, la nostra città è legata anche per un altro aspetto, meno nobile: nell’incunabolo, il cronista parla di 17-18mila morti, un numero altissimo per l’epoca (anche maggiore rispetto a quello indicato da altri cronisti): il motivo risiede nell’utilizzo di nuove micidiali armi da fuoco, le bombarde, vendute ai francesi dal Ducato di Ferrara guidato da Alfonso I d’Este.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2019

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Responsabilità e volto dell’altro: il pensiero di Emmanuel Levinas

11 Nov

L’8 novembre l’intervento di Giuliano Sansonetti dedicato al filosofo lituano-francese, a cavallo fra profezia ebraica e filosofia greca, fra infinito e totalità

levinasTotalità o infinito? Uno spazio chiuso, (pre) definito dell’essere o un’apertura sempre possibile tra volti, nella loro irriducibile differenza? L’ambivalenza su cui da sempre si fonda il pensiero occidentale è stata centrale nella ricerca di Emmanuel Levinas (Kaunas, Lituania 12 gennaio 1905 – Parigi, 25 dicembre 1995) (foto al centro), filosofo ebreo su cui l’8 novembre ha relazionato Giuliano Sansonetti. L’occasione era, nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara, l’ultimo appuntamento del ciclo di incontri dedicato ai “Maestri”, a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea (ISCO). Sansonetti ha dedicato la prima parte del proprio intervento a Remo Bodei, scomparso il giorno prima, che a Ferrara era intervenuto nel gennaio 2016 invitato proprio dal Gramsci e dall’ISCO, nello stesso luogo, sul tema della democrazia, introdotto, come in questo caso, da Piero Stefani. Tornando a Levinas, Sansonetti ha spiegato come egli ritenesse fondamentale “trovare un punto di incontro tra l’eredità ebraica e il pensiero greco, le due tradizioni fondamentali dell’Occidente, quindi in un certo senso tra profezia e filosofia”. A tal proposito, riferendosi a Monsieur Chouchani (foto in alto a dx), ricordò come egli rese impossibile, per sempre, “un approccio dogmatico e fideistico al Talmud”, convincendosi dunque che “non esisteva uno spartiacque tra pensiero teologico e filosofico”. Ma le basi – o parte di esse – del pensiero occidentale, sono, per Levinas, la causa profonda di una concezione filosofica, quindi anche politica, dogmatica e illiberale: “Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo” è il titolo di un suo saggio uscito nel 1934 sulla rivista “Esprit”, edito e tradotto in Italia grazie a Giorgio Agamben. Qui Levinas analizza il pensiero filosofico classico occidentale: il nazismo, secondo il filosofo, “non è qualcosa di accidentale nella storia e nella cultura tedesca, ma le sue radici sono interne alla storia dell’Occidente”. Sua caratteristica precipua è “l’incatenamento dello spirito al corpo”, all’elemento meramente biologico, un “risveglio di sentimenti elementari”, viscerali, violenti. La causa profonda di ciò, ha proseguito Sansonetti, risiede nel fatto che per Levinas “la filosofia occidentale sia una filosofia del neutro, dell’essere, quindi di una dimensione spersonalizzante, in cui ciò che ha valore è appunto l’essere indistinto e non l’ente”, il singolo, la persona con la sua individualità. Secondo Levinas questo porta a una deresponsabilizzazione del soggetto, mentre “ognuno di noi può essere responsabile solo nei confronti dell’altro”, rappresentato simbolicamente dal “volto”. “L’etica, quindi, e non la metafisica, dev’essere considerata la filosofia prima”: la seconda, infatti, nella tradizione greca, è intesa come “pensiero della totalità, del perfettamente definibile”, a cui Levinas contrappone “l’infinito, dato appunto dal volto, concetto assente nel pensiero greco” (“Totalità e infinito” è il titolo della sua opera più celebre, edita nel 1961). “Dal concetto di totalità – sono ancora parole di Sansonetti -, nascono quindi i totalitarismi, vale a dire società organiche dove tutto è definibile, ordinabile e controllabile, società chiuse”. Il rapporto etico autentico, al contrario, in Levinas, “è il rapporto faccia a faccia”, un rapporto tra volti: “prima ancora della conoscenza dell’altro, è necessario un rapporto con lo stesso, col suo volto, per evitare che l’altro diventi una proiezione di noi stessi”, e non, come invece è, una diversità irriducibile, verso la quale è necessario innanzitutto e soprattutto “l’ascolto (l’ebraismo, non a caso, si fonda sull’ascolto della Parola di Dio), e quindi il rispondere”. Infine, il volto, per Levinas, è nella sua essenza, “sguardo”: solo dallo sguardo, che identifica ogni volto, ogni persona, “può nascere il linguaggio, quindi il discorso e la responsabilità”, che, appunto, è sempre nei confronti di un altro.

Il Rav Chouchani: chi era costui?

Nell’incontro dell’8 novembre in Biblioteca Ariostea, Piero Stefani ha brevemente relazionato su uno dei maestri di Levinas, il rabbino e filosofo Monsieur Chouchani, o Shushani (9 gennaio 1895 – Montevideo, 26 gennaio 1968), personaggio la cui vita è in buona parte avvolta in aura di leggenda, a partire dal nome, forse di fantasia. Non avendo nemmeno mai pubblicato, le scarse notizie su di lui si hanno grazie ai suoi allievi, i più importanti dei quali sono lo stesso Levinas ed Elie Wiesel: fatto, questo, che nella storia ha dei precedenti alquanto celebri – Gesù di Nazareth e Socrate su tutti -, ma che è alquanto inusuale nell’Occidente del Novecento. Una leggenda, la sua, probabilmente mischiata a elementi di realtà, e nella quale rientra anche il fatto che avesse una memoria assolutamente straordinaria, tanto da permettergli di imparare l’intero Talmud. “La possibilità di conservare e tramandare la tradizione ebraica dopo la Shoah – secondo Stefani -, il riuscire a far parlare questo patrimonio antico nella modernità, ha sicuramente aiutato il nascere della leggenda” intorno alla sua persona.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2019

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