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L’omicidio di Stefano Cucchi, “ultimo fra gli ultimi”: le parole della sorella Ilaria

25 Nov

Il 23 novembre nella libreria “Libraccio” di Ferrara sono intervenuti la sorella Ilaria e l’avvocato Anselmo: “metodi mafiosi, ce la fanno pagare anche se abbiamo dimostrato che l’hanno ammazzato”. La storia in un libro

ilaria cucchi 2Una donna “qualsiasi, cortese, misurata” ma capace di una determinazione e di un coraggio fuori dalla norma, dettati dall’amore per il fratello e dal dolore per la sua perdita, nonché dalla rabbia che a causarla sia stato un abuso di potere da parte di forze dello Stato, le quali, in alcuni suoi componenti, hanno tentato in ogni modo di insabbiare tutto, aggiungendo a una sorella e a due anziani genitori, un surplus di dolore gratuito. Appena due settimane fa, la Corte d’Assise di Roma ha condannato a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale due carabinieri – Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro – imputati nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi, il giovane romano trovato morto il 22 ottobre 2009 in una stanza del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove era ricoverato da quattro giorni dopo essere stato arrestato. Francesco Tedesco, che ammise di aver assistito al pestaggio, è stato invece condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere per quella di falso, in quanto accusato di aver manipolato il verbale di arresto. Insieme a lui, per la stessa ragione, è stato condannato a 3 anni e 8 mesi di carcere il maresciallo Roberto Mandolini – che nel 2009 era capo della stazione Appia -, interdetto anche a cinque anni dai pubblici uffici, come Di Bernardo e D’Alessandro, interdetti in perpetuo. Lo scorso 23 novembre il piano superiore della libreria Libraccio di piazza Trento e Trieste a Ferrara era stracolma per la presentazione del libro “Il coraggio e l’amore. Giustizia per Stefano: la nostra battaglia per arrivare alla verità” (Rizzoli) di Fabio Anselmo (avvocato della famiglia Cucchi, e, in passato, anche di quella di Federico Aldrovandi e Denis Bergamini) e Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, quella donna “cortese e misurata” che ha permesso – a caro prezzo – che fosse fatta giustizia per il fratello. “Ho paura, sono molto provata, e lo sono ancora di più i miei genitori”, ha dichiarato a Ferrara: “sono stati dieci anni disumani, devastanti, intollerabili. Non si può chiedere a una famiglia come la nostra di assumersi il ruolo che dovrebbe spettare allo Stato. Mio fratello – ha proseguito – è morto soprattutto di indifferenza e di ‘giustizia’: è stato lasciato morire, ultimo tra gli ultimi. La giustizia l’abbiamo ottenuta per Stefano e per noi ma anche per l’intera collettività e anche per tutti i Carabinieri per bene. Il messaggio quindi che, nonostante tutto, voglio lanciare, è di speranza”. Ancora più amaro l’intervento di Fabio Anselmo: “tanta è stata la rabbia e il senso di impotenza che abbiamo provato”, e “tante le offese ricevute e le menzogne diffuse contro di noi. Quello che è successo alla famiglia Cucchi assomiglia a una specie di ‘messaggio’ mafioso: se ti va male, e non riesci a ottenere giustizia, peggio per te; se ti va bene, ti roviniamo, te la facciamo pagare. E infatti ce la stanno facendo pagare, non veniamo ancora lasciati in pace. E’ come se dicessero a tutti: ‘statevene a casa, lasciate perdere, è meglio per voi’ ”.

cucchi2La serata era iniziata con l’annuncio, da parte del moderatore Marco Zavagli, dell’ennesima minaccia di morte, poche ore prima, rivolta su Facebook a Ilaria Cucchi. “Attorno al suo corpo sfigurato e denigrato, il potere e la fragilità dello stato di diritto hanno compiuto la loro danza macabra”, sono state invece le parole di Andrea Pugiotto, docente di Diritto costituzionale a UniFe. Se, citando anche Weber, base dello Stato moderno è che “l’autorità ha il monopolio della violenza in cambio dell’assicurazione ad ogni suo cittadino dell’incolumità fisica, questo principio fondamentale con l’omicidio Cucchi è venuto meno: la caserma dei Carabinieri, la cella, l’ospedale, il tribunale sono diventati luoghi di sospensione del diritto”, tipico del peggior incubo a tinte kafkiane. “La potenza dello Stato si è trasformata in una prepotenza che si è scagliata contro l’impotenza del cittadino Cucchi”. Infine, ha preso la parola un altro docente di UniFe, il giurista Francesco Morelli: “vittima è Stefano ma lo sono anche la legalità e il diritto nel nostro Paese”. Inoltre, ha spiegato, “la presunzione di innocenza vale per ognuno e quindi vale anche per lui: non è mai stato condannato per spaccio (naturalmente non si è riuscito, avendolo amazzat prima, a portare a termine il processo a suo carico, ndr), quindi si ’presume’ sia innocente anche sotto questo aspetto. Basta, dunque, chiamarlo ‘spacciatore’ ”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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La storia di un antico volume del ‘500 ritrovato, tra Agnadello, Vienna e Ferrara

11 Nov

Nel 2008 in Austria mons. Perego trova un antico volume sulla Battaglia di Agnadello (1509): il Comune cremonese lo acquista. Verrà poi tradotto in italiano ed edito. Furono 18mila i morti in quella battaglia, “grazie” alle micidiali bombarde vendute ai francesi dal Ducato di Ferrara

libro-proloco-800x370Potrebbe essere l’inizio di un giallo storico, ambientato tra la penombra di una biblioteca antiquaria di Vienna e la nebbia della pianura cremonese, con protagonista un prelato italiano e un antico testo del XVI secolo. A differenza di un thriller, però, non vi sono stati trafugamenti o vendite clandestine. E’ la storia del diario franco, o incunabolo (un volume stampato con caratteri mobili) sulla Battaglia di Agnadello, tra gli eserciti francese e veneziano, del 14 maggio 1509, ritrovato nel 2008 dal nostro Arcivescovo mons. Perego in una biblioteca di Vienna. Si tratta di un testo originale scritto in tedesco antico – e in caratteri gotici – stampato a Norimberga e probabilmente tradotto da un testo francese smarrito. Volume che dieci anni fa è diventato parte del patrimonio del piccolo comune, dove mons. Perego è cresciuto prima di entrare nel Seminario di Cremona. Nel suo breve testo introduttivo, il nostro Arcivescovo spiega: “segnalai il ritrovamento al presidente della Cassa Rurale dott. Giorgio Merigo, invitando a considerare con il Consiglio la possibilità di acquistare e donare il prezioso documento al Comune di Agnadello, in occasione dell’approssimarsi del 500° anniversario della Battaglia (2009)”. Così è avvenuto, e il testo è stato successivamente anche tradotto in italiano: “Agnadello e la sua battaglia. Il diario franco-tedesco”, si intitola il volume a cura di Pierina Bolzoni, edito grazie a Pro Loco Agnadello, Comune di Agnadello e BCC Caravaggio Adda e Cremasco, e presentato lo scorso 5 novembre alla presenza dello stesso Arcivescovo ad Agnadello, presso la sala Don Tabaglio della banca BCC. Come ci spiega lo stesso mons. Perego, nel quinto anno delle scuole superiori vinse un concorso nazionale con una ricerca storica dedicata proprio alla Battaglia del 1509. Ma in questa vicenda, la nostra città è legata anche per un altro aspetto, meno nobile: nell’incunabolo, il cronista parla di 17-18mila morti, un numero altissimo per l’epoca (anche maggiore rispetto a quello indicato da altri cronisti): il motivo risiede nell’utilizzo di nuove micidiali armi da fuoco, le bombarde, vendute ai francesi dal Ducato di Ferrara guidato da Alfonso I d’Este.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2019

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Responsabilità e volto dell’altro: il pensiero di Emmanuel Levinas

11 Nov

L’8 novembre l’intervento di Giuliano Sansonetti dedicato al filosofo lituano-francese, a cavallo fra profezia ebraica e filosofia greca, fra infinito e totalità

levinasTotalità o infinito? Uno spazio chiuso, (pre) definito dell’essere o un’apertura sempre possibile tra volti, nella loro irriducibile differenza? L’ambivalenza su cui da sempre si fonda il pensiero occidentale è stata centrale nella ricerca di Emmanuel Levinas (Kaunas, Lituania 12 gennaio 1905 – Parigi, 25 dicembre 1995) (foto al centro), filosofo ebreo su cui l’8 novembre ha relazionato Giuliano Sansonetti. L’occasione era, nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara, l’ultimo appuntamento del ciclo di incontri dedicato ai “Maestri”, a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea (ISCO). Sansonetti ha dedicato la prima parte del proprio intervento a Remo Bodei, scomparso il giorno prima, che a Ferrara era intervenuto nel gennaio 2016 invitato proprio dal Gramsci e dall’ISCO, nello stesso luogo, sul tema della democrazia, introdotto, come in questo caso, da Piero Stefani. Tornando a Levinas, Sansonetti ha spiegato come egli ritenesse fondamentale “trovare un punto di incontro tra l’eredità ebraica e il pensiero greco, le due tradizioni fondamentali dell’Occidente, quindi in un certo senso tra profezia e filosofia”. A tal proposito, riferendosi a Monsieur Chouchani (foto in alto a dx), ricordò come egli rese impossibile, per sempre, “un approccio dogmatico e fideistico al Talmud”, convincendosi dunque che “non esisteva uno spartiacque tra pensiero teologico e filosofico”. Ma le basi – o parte di esse – del pensiero occidentale, sono, per Levinas, la causa profonda di una concezione filosofica, quindi anche politica, dogmatica e illiberale: “Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo” è il titolo di un suo saggio uscito nel 1934 sulla rivista “Esprit”, edito e tradotto in Italia grazie a Giorgio Agamben. Qui Levinas analizza il pensiero filosofico classico occidentale: il nazismo, secondo il filosofo, “non è qualcosa di accidentale nella storia e nella cultura tedesca, ma le sue radici sono interne alla storia dell’Occidente”. Sua caratteristica precipua è “l’incatenamento dello spirito al corpo”, all’elemento meramente biologico, un “risveglio di sentimenti elementari”, viscerali, violenti. La causa profonda di ciò, ha proseguito Sansonetti, risiede nel fatto che per Levinas “la filosofia occidentale sia una filosofia del neutro, dell’essere, quindi di una dimensione spersonalizzante, in cui ciò che ha valore è appunto l’essere indistinto e non l’ente”, il singolo, la persona con la sua individualità. Secondo Levinas questo porta a una deresponsabilizzazione del soggetto, mentre “ognuno di noi può essere responsabile solo nei confronti dell’altro”, rappresentato simbolicamente dal “volto”. “L’etica, quindi, e non la metafisica, dev’essere considerata la filosofia prima”: la seconda, infatti, nella tradizione greca, è intesa come “pensiero della totalità, del perfettamente definibile”, a cui Levinas contrappone “l’infinito, dato appunto dal volto, concetto assente nel pensiero greco” (“Totalità e infinito” è il titolo della sua opera più celebre, edita nel 1961). “Dal concetto di totalità – sono ancora parole di Sansonetti -, nascono quindi i totalitarismi, vale a dire società organiche dove tutto è definibile, ordinabile e controllabile, società chiuse”. Il rapporto etico autentico, al contrario, in Levinas, “è il rapporto faccia a faccia”, un rapporto tra volti: “prima ancora della conoscenza dell’altro, è necessario un rapporto con lo stesso, col suo volto, per evitare che l’altro diventi una proiezione di noi stessi”, e non, come invece è, una diversità irriducibile, verso la quale è necessario innanzitutto e soprattutto “l’ascolto (l’ebraismo, non a caso, si fonda sull’ascolto della Parola di Dio), e quindi il rispondere”. Infine, il volto, per Levinas, è nella sua essenza, “sguardo”: solo dallo sguardo, che identifica ogni volto, ogni persona, “può nascere il linguaggio, quindi il discorso e la responsabilità”, che, appunto, è sempre nei confronti di un altro.

Il Rav Chouchani: chi era costui?

Nell’incontro dell’8 novembre in Biblioteca Ariostea, Piero Stefani ha brevemente relazionato su uno dei maestri di Levinas, il rabbino e filosofo Monsieur Chouchani, o Shushani (9 gennaio 1895 – Montevideo, 26 gennaio 1968), personaggio la cui vita è in buona parte avvolta in aura di leggenda, a partire dal nome, forse di fantasia. Non avendo nemmeno mai pubblicato, le scarse notizie su di lui si hanno grazie ai suoi allievi, i più importanti dei quali sono lo stesso Levinas ed Elie Wiesel: fatto, questo, che nella storia ha dei precedenti alquanto celebri – Gesù di Nazareth e Socrate su tutti -, ma che è alquanto inusuale nell’Occidente del Novecento. Una leggenda, la sua, probabilmente mischiata a elementi di realtà, e nella quale rientra anche il fatto che avesse una memoria assolutamente straordinaria, tanto da permettergli di imparare l’intero Talmud. “La possibilità di conservare e tramandare la tradizione ebraica dopo la Shoah – secondo Stefani -, il riuscire a far parlare questo patrimonio antico nella modernità, ha sicuramente aiutato il nascere della leggenda” intorno alla sua persona.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2019

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Il web può assicurarci “l’eternità”?

11 Nov

“La morte si fa social” è il titolo del libro di Davide Sisto presentato alla libreria Ibs+Libraccio di Ferrara lo scorso 6 novembre: l’importanza di non impedire l’elaborazione del lutto tramite un’illusoria continuità temporale sulla Rete. La proposta di un “testamento digitale”

sistoQuante tracce di noi lasciamo ogni giorno su Internet? Partendo da questo interrogativo, che forse non si pongono ancora in molti, ha iniziato a riflettere Davide Sisto (foto), filosofo, docente e saggista torinese, intervenuto il 6 novembre scorso all’Ibs+Libraccio di Ferrara per presentare il suo ultimo libro, “La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale” (Bollati Boringhieri, 2018). L’incontro è il terzo dei cinque del ciclo intitolato “Uno sguardo al cielo. Percorsi di avvicinamento all’elaborazione del lutto”, organizzato da Università degli Studi di Ferrara, Comune di Ferrara, Onoranze funebri AMSEF e Pazzi. Dopo la presentazione dell’ideatrice Paola Bastianoni, docente di UniFe e il saluto di Michela Pazzi, Stefano Ravaioli ha dialogato con l’autore, il quale ha spiegato: “il problema riguarda principalmente il fatto che sui social e in generale nel mondo della Rete lasciamo molte tracce di noi – audio, video, scritti, fotografie ecc. -, una sorta di ’eredità digitale’ importante, e che sarà sempre più rilevante da gestire”. Tant’è che negli Stati Uniti esiste già la figura del “Digital Death Manager”. Ogni persona, dopo la propria dipartita terrena, nel web diventerà uno “spettro digitale”: la nostra vita “digitale”, infatti, proseguirà dopo quella biologica. Purtroppo, ha proseguito Sisto, “il diritto all’oblio, nonostante si possa fare di più, è impossibile da raggiungere totalmente. Così, chi rimane in vita deve fare sempre più i conti col fatto che l’assenza della persona deceduta è sostituita da tutta questa mole di tracce digitali, che da una parte assomigliano – negativamente – a simulacri, dall’altra possiedono una propria identità specifica, sembrando vive, reali, dando una sorta di illusione che la persona in questione sia ancora viva”. Questo ha un risvolto particolarmente negativo: “impedisce o limita fortemente la necessaria elaborazione del lutto, incentivando il sentimento della rimozione della morte e della non accettazione della stessa. La mancata elaborazione del lutto rende anche in un certo senso “inutile” lo stesso rito funebre “nel suo senso di momento di passaggio, di rottura, di accettazione dell’assenza, di spartiacque tra un prima e un poi”, creando una sorta di “continuità temporale in cui passato, presente e futuro sembrano annullarsi”. Un’altra problematica particolarmente seria, anche dal punto di vista legale, riguarda chi potrà avere diritto all’“eredità digitale” della persona scomparsa (i famigliari? Lo stesso social network? ecc.), “con anche il rischio molto concreto di sciaccallaggio e di furti di dati e di immagini”, come nel caso di “Cambridge Analytica”. Secondo Sisto, sarebbe dunque più che mai necessario poter redigere una sorta di “testamento digitale”. Tanti gli esempi portati dall’autore sul legame tra “mondo dei morti” e “mondo della Rete”: sul social Facebook, ad esempio, si stima che su un totale di circa 2 miliardi di utenti, 50 milioni siano persone decedute. Oppure, è interessante e particolarmente inquietante il fatto che esista un social, “Eter9”, nato in Portogallo, nel quale, una volta iscritti, si possono lasciare informazioni e abitudini personali di ogni tipo: in questo modo, rielaborando in maniera molto complessa tutti questi dati, “Eter9” “continuerà” l’esistenza dell’utente una volta deceduto. Infine, il fatto che molte persone scelgano di assistere a concerti dal vivo nei quali, al posto di cantanti più o meno recentemente deceduti, vi siano ologrammi. La domanda quindi è: qual è il confine tra, da una parte, una giusta, compassionevole e anche necessaria consolazione nei confronti della morte di una persona cara, e, dall’altra, un’illusione che, a lungo termine, può nuocere chi vive il lutto, non elaborandolo adeguatamente?

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2019

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“Nell’orrore ritrovavo la libertà delle cose vive”: 10 anni fa moriva Alda Merini

21 Ott

Il 1° novembre 2009 ci lasciava la poetessa milanese: una vita in perenne tensione tra il dolore e la ricerca pura di una bellezza eterna. Sempre in bilico tra malattia mentale, scrittura e fede

di Andrea Musacci

Alda_Merini“Quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”: si potrebbe sintetizzare con queste sue parole l’esistenza unica, divina e tremenda, di Alda Merini, deceduta esattamente 10 anni fa, il giorno di Ognissanti. Figlia tanto adorata quanto maltrattata, donna che ha fatto della poesia molto più che una scrittura, un modo di esprimere tanto il delirio e le piaghe interiori quanto quella grazia da lei sempre accolta. Donna afflitta da quello stesso male che la accomunava a Clemente Rebora – vittima, come gli diagnosticarono, di “mania dell’eterno” – e Dino Campana, solo per citarne due. Alda Merini nasce il 21 marzo 1931 a Milano. Il padre Nemo Merini, con lei molto affettuoso, è impiegato di concetto presso le assicurazioni, la madre, Emilia Painelli, è casalinga e donna molto severa. Alda è secondogenita di tre figli, tra Anna, nata il 26 novembre 1926, ed Ezio, nato il 23 gennaio1943. Esordisce come autrice a 15 anni, attraverso un’insegnante delle medie viene presentata ad Angelo Romanò che, apprezzandone le doti letterarie, la mette in contatto con Giacinto Spagnoletti, il quale divenne la sua guida, valorizzandone il talento. Nel 1947, viene per la prima volta internata per un mese nella clinica Villa Turro a Milano, dove le diagnosticano un disturbo bipolare. Spagnoletti sarà il primo a pubblicarla nel 1950, nell’“Antologia della poesia italiana contemporanea 1909-1949”. Terminata la difficile relazione con Giorgio Manganelli, il 9 agosto 1953 sposa Ettore Carniti, operaio e sindacalista, in seguito proprietario di alcune panetterie di Milano. Nasce in quello stesso anno la prima figlia, Emanuela, mentre nel ’57 nasce la secondogenita Flavia. Anni dopo, fra il ’64 e il ’72, verrà internata nell’Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini”, con alcuni ritorni in famiglia, durante i quali nascono altre due figlie, Barbara e Simona, che saranno affidate ad altre famiglie. Si alterneranno in seguito periodi di salute e malattia, probabilmente dovuti al disturbo bipolare. Nel 1979 riprende a scrivere, dando vita ai testi poi raccolti in “La Terra Santa”. Nel luglio del 1986 fa ricorso al reparto di neurologia dell’Ospedale di Taranto. Nello stesso anno riprende a scrivere e pubblica “L’altra verità. Diario di una diversa”, il suo primo libro in prosa. Soprattutto negli anni 2000 rivive un periodo mistico, dal quale escono diversi libri e antologie di poesie. Muore il 1° novembre 2009, all’età di 78 anni, a causa di un tumore osseo all’Ospedale San Paolo. Dopo l’allestimento della camera ardente, aperta ii giorni successivi, i funerali di Stato sono stati celebrati il 4 novembre nel Duomo di Milano. Oggi Alda Merini è tumulata al Cimitero Monumentale di Milano, nella Cripta del Famedio.

L’INFERNO…

“Mi misero a letto, ma nessuno mi carezzò la fronte. Anzi mi legarono mani e piedi”, racconta lei stessa della prima volta che la portano in manicomio. Ed emerge così fin da subito in quale inferno si possa vivere laddove manca amore, riconoscimento dell’altro, qualsiasi minimo gesto o sguardo d’umanità: “il mio dolore […] è l’impegno o l’impressione che Dio mi abbia emarginato dal suo grande sapere”. Dopo il lavaggio mattutino collettivo, spiega ancora lei, “ci allineavano su delle pancacce sordide, accanto a dei finestroni enormi, e lì stavamo a guardare per terra come delle colpevoli, ammazzate dall’indifferenza, senza una parola, un sorriso, un dialogo qualunque. Io avevo sete di verità e non capivo come ero potuta capitare in quell’inferno”. Corpi trattati come quelli di bestie, mentre dietro le grida, gli spasmi e la pesantezza di quelle carni si nascondevano amori, sogni, dolori, tradimenti mai accettati. Mai sopita ribolliva inestinguibile quella “sete di verità”. Una sete soffocata ma in lei divenuta fonte di bellezza, nonostante quella “condanna”, negli anni, proseguì anche fuori dal recinto manicomiale, nelle solitudini del quotidiano: “quando mi sveglio al mattino – scriveva, abbandonata, nella sua casa -, e guardo fuori dalla finestra, e mi sento sola, so che nessuno per quel giorno verrà a trovarmi; che, se vorrò, sarò io che dovrò andare a ‘rompere le balle’ agli altri. E questo mi fa male perché io non voglio infastidire nessuno. Ma a volte la solitudine è una cosa atroce, il silenzio è una cosa insopportabile. In manicomio ci avevano abituati al silenzio. […] Il manicomio non finisce più. È una lunga pesante catena che ti porti fuori”.

…E CIO’ CHE INFERNO NON È

“Ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini”, scrive Alda Merini per dar voce a una verità altrimenti sepolta. Nel manicomio “il tono lucido del delirio diventava corpo e mistero. L’iniziazione si compiva lì, proprio ai margini della sofferenza più inaudita e noi non avevamo specchi per vedere questo mutamento graduale, ma sapevamo, sentivamo che segretamente avvenivano dei traslati. […] Dentro però io avevo uno scrosciare d’acque gementi, di acque turgide di libertà e profonde. Qualcosa si chiudeva all’esterno ma dentro io rimanevo libera”. Una continua dissanguante tensione inonda le sue giornate, dando senso a un’esistenza, nello sguardo sempre duplice rivolto agli abissi e agli splendori dell’essere. Così lei stessa cerca di esprimerlo: “non avevo intorno che un senso di buio e di incertezza. L’inquietudine era soverchia. Paralizzava persino i movimenti. E ciò nonostante, credo che dentro quel buio avrei trovato una via di uscita”: “avevo fame di cose vere, naturali, primordiali; avevo fame di amore. L’avrebbero mai capito gli altri?”. Questa “fame di amore”, questa capacità – per nulla scontata – di scorgere luce da quelle feritoie insopportabili – la trasfoma in una persona che può amare: “scoprii che i pazzi avevano un nome, un cuore, un senso dell’amore e imparai, sì, proprio lì dentro, imparai ad amare i miei simili”. È la misericordia, così assurda e straniera in quel luogo, e per questa ancor più ammantata di grazia: “una volta un’ammalata mi appioppò un sonoro ceffone. Il mio primo istinto fu quello di renderglielo. Ma poi presi quella vecchia mano e la baciai. La vecchia si mise a piangere”.

alda merini 2

L’INTERIORITA’, LO SCRIVERE, LA FEDE

Uno dei grandi doni di Alda Merini – a lei stessa e a tutti noi – è stato quello di riuscire, nella disumanità del ricovero, sempre a conservare uno spazio sacro nella propria anima, un luogo inattaccabile, vivo. È ciò che, in fondo, le ha permesso di sopravvivere in quel pozzo maligno: “il lato più sussurrato, più nascosto, più inatteso, forse più prezioso è però quello meno caro a tutti, perché per tutti io sono una pazza”, sono sue parole. Questo lato recondito è puro “spazio d’amore”, “uno spazio di grande ricerca”. Ricerca e salvezza che, nel suo caso, hanno avuto nell’espressione letteraria un’àncora alla quale aggrapparsi: “grazie alla parola, chi ha scritto queste pagine non è mai stata sopraffatta – scrive Giorgio Manganelli nella prefazione a “L’altra verità” – , ed anzi non è mai stata esclusa dal colloquio con ciò che apparentemente è muto e sordo e cieco; la vocazione salvifica della parola fa sì che il deforme sia, insieme, se stesso e la più mite, indifesa e inattaccabile perfezione della forma”. Com’è lei stessa a esprimere, “lo scrivere può diventare un vizio congenito allorché tiene il luogo di una presenza essenziale, talmente bella e felice da trovare appagamento soltanto in una poesia anomala e anormale, quasi pellegrina”, riflesso pieno di un’anima inquieta fino alla malattia, fra disperazione e desiderio di gioia. “Alle volte – scrive – l’angoscia […] mi diventava così forte che dovevo lasciarmi andare a piangere sopra il cuscino” e dunque aveva “voglia di incontrare una morte scheletrica, che abbia l’armonia del riposo. E dire: ‘Va’, consegnami a Dio. Consegnami a Dio, anima turbinosa e infelice, portata via dal cielo sulla morte tremenda di questa ignobile terra’ ”. Ma proprio in quei momenti “mi aggrappavo terribilmente alla fede”, fino a dover scrivere, in un crescendo di consapevolezza, queste parole: “l’unica identità che io conosco è proprio questa meravigliosa identificazione con Dio. Questa familiarità con Dio. Questo discorso con Dio”, perché “solo Dio ha il potere di disarcionare un’anima”, può far vedere anche a un’anima che ha conosciuto l’inferno, come, nella sua essenza, “niente è funesto e che tutto può muovere al bene”.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 ottobre 2019

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“E’ facile nei fragili di spirito, nei deboli di mente, per un amore che hanno impedito si svolgesse, far nascere un delirio. Il debole di mente continua il suo lavoro, monotonamente si svolgono le giornate, di lui nessuno si occupa, quasi tutti coloro che lo circondano sono davanti a lui superbi e giudicano i sentimenti del debole di mente privi di forza, degni di disattenzione. Non si vuol considerare che i sentimenti sono il più grande ed emozionante mistero, quelli che ci uniscono per un golfo sotterraneo con qualcosa di divino, con un Dio che non abbiamo mai visto ma sappiamo esistere e ci fa paura. Gli umili di mente con Costui di continuo conversano senza saperlo” .

(Mario Tobino, “Le libere donne di Magliano”)

Quelle sere d’estate insieme a Dante

17 Giu

Fino al 3 luglio nella Piazza del Carbone di Ferrara, le “Letture Dantesche”: Ruben Garbellini commenta e legge i primi cinque canti dell’Inferno della “Divina Commedia”, oltre a una serata di musica e parole sulla “Vita Nova”

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUn percorso iniziatico attraverso la forza della parola poetica. Il viaggio di un’anima in un tortuoso cammino di redenzione. L’idea di renderlo lettura viva, pubblica, parola sempre nuova nel centro di Ferrara. La sera di venerdì 14 giugno si è svolta la prima delle “Letture Dantesche”, sei appuntamenti estivi organizzati dalla Galleria del Carbone, in collaborazione con la Società Dante Alighieri, in programma fino al prossimo 3 luglio. Protagonista e ideatore è Ruben Garbellini che, proprio nella piazza del Carbone sulla quale affaccia la Galleria, commenterà e leggerà i primi cinque canti dell’Inferno della “Divina Commedia” e alcuni passi della “Vita Nova” del poeta fiorentino. E’ stato Paolo Volta, direttore artistico della Galleria, a chiedere a Garbellini, moderno “cantastorie” innamorato di Parigi, di portare queste letture in una delle piazzette più suggestive della città, tra l’altro proprio di fronte alla facciata dell’ex chiesa di San Giacomo, ora sconsacrata, costruita nell’XI secolo in stile romanico e, si narra – per rimanere nell’ambito del mistero, anche esoterico -, che accoglie le spoglie mortali di Ugo dei Pagani, fondatore dell’Ordine dei Templari. A cavallo tra le sacre rappresentazioni del passato, che si svolgevano anche sui sagrati delle chiese, e il “teatro povero” di Grotowski, questo “atto popolare” assume, poi, un’attrattiva ancor più particolare nella città degli “artisti di strada”. Le Letture Dantesche nascono in realtà nel 2015 – in occasione dell’anniversario della nascita del Sommo Poeta (1265) – in vari ambienti storici della città (Palazzo Scroffa, Palazzina di Marfisa d’Este), parallelamente alle letture per le celebrazioni ariostesche, entrambe tenute da Garbellini. Due anni dopo, nel 2017, quest’ultimo decide di proseguire il teatro della parola dantesca, poi eseguito anche in altri luoghi di Ferrara, come Palazzo Bonacossi e la Sala dell’Arengo nel Palazzo Municipale. Il “viaggio dantesco” riprenderà poi dal prossimo autunno e perlomeno fino al 2021, anniversario della morte del divino poeta, toccando, inizialmente, diverse località in Emilia Romagna, Veneto e Lombardia. Ma perché impegnare tempo e risorse per declamare versi che oggi possono risultare scontati, rimasticati, o provocare ricordi noiosi fin da gli anni del Liceo? “Perché anche i non specialisti possono iniziare a riconsiderare Dante e la ’Divina Commedia’ ”, ha spiegato venerdì Garbellini davanti a una 40ina di persone. “C’è bisogno di un ritorno all’oralità, alla lettura ad alta voce”, ha proseguito. “Dante, in particolare, si presta molto a essere udito, la sua ‘Commedia’ è una grande messa in scena, funziona molto bene come teatro”. Parlare di Dante e della sua opera significa, per Garbellini, “parlare di tutto l’universo”: religioso, teologico e al tempo stesso del mondo greco-romano. Quest’ultimo, “Dante lo travasa, lo trasforma e lo rende vivo”, anche grazie al fatto che scrive in volgare fiorentino, una “lingua del reale”. Insomma, una scelta come questa, che può apparire bizzarra, controcorrente, per Garbellini è anzi “necessaria”: “c’è bisogno di nutrimento dell’anima contro le barbarie della nostra società, il mondo ha bisogno di poesia, di arte e di bello. La bellezza dei suoi versi è davvero salvamento”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 giugno 2019

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“In un tempo di odio, assumiamo le sofferenze altrui e una speranza comune”

10 Giu

Un giornalista e scrittore che ha raccontato la seconda metà del Novecento e ora continua a riflettere e a provocare le coscienze, dentro e fuori la Chiesa: Raniero La Valle la sera del 7 giugno ha presentato a Ferrara il suo ultimo libro

9382“Queste ‘lettere’ sono un compendio delle mie esperienze, del mio cammino, del tentativo di comprendere la realtà e di provare a raccontarla. Questo libro è come un parapetto dal quale mi sporgo, verso un futuro che non so come sarà: davanti a me, davanti a noi, avremo o un precipizio o la capacità di creare un’altra strada, una speranza, per un’umanità risanata”. La profondità e la limpidezza del ragionamento sono doti che a Raniero La Valle, giornalista e scrittore protagonista degli ultimi 50 anni, non sono mai mancate. E anche adesso, a 88 anni, dimostra di possederle, impegnato com’è in giro per l’Italia per presentare il suo ultimo libro, uscito i primi di giugno, “Lettere in bottiglia. Ai nuovi nati questo vostro Duemila” (Gabrielli ed., 2019). La terza tappa delle presentazioni, dopo quelle di Cremona e Verona, è stata a Ferrara, nella sala conferenze della parrocchia di Santa Francesca Romana, con la moderazione del giornalista Francesco Comina. Dopo il saluto del Vescovo mons. Perego e la presentazione di Alessandra Mambelli di Pax Christi Ferrara (che ha organizzato insieme al CEDOC), La Valle ha affrontato diversi temi centrali del nostro tempo, mai perdendo uno sguardo globale sugli eventi. “Noi tutti siamo su un ciglio, in un passaggio d’epoca. Chiediamoci: dove stiamo andando? Verso un futuro di compimento, una terra promessa oppure verso la catastrofe? Per rispondere a ciò, dobbiamo innanzitutto cercare di prendere coscienza di cosa sta accadendo, operazione non facile in un mondo dove i media sono spesso creatori di false parole e di false interpretazioni. Vedo che accadono cose inaudite, mai successe”, è stata la sua disamina: “i naufraghi vengono lasciati morire in mare e l’aiutarli viene considerato reato; i banchieri di tutto il mondo sono uniti, mentre i poveri divisi e i popoli frantumati; è possibile, con nuove tecnologie, generare vita umana non più dal corpo di una donna, arrivando così a cambiare la natura stessa dell’essere umano; non solo le guerre continuano, ma molte provocano morti da una parte sola; un operaio può guadagnare 400 volte di meno rispetto a un dirigente di azienda; mezza ricchezza mondiale è in mano all’1% degli abitanti di tutta la terra; la crisi ecologica porta a trasformazioni ambientali mai viste, o che non avvenivano da millenni”. Un’analisi radicale che può apparire apocalittica, ma non lo è, per chi, come La Valle, ha attraversato il Novecento, ha combattuto tante “buone battaglie” e “ha conservato la fede”. “E’ importante – ha proseguito – anche reinterrogare la nostra storia, così dominata dall’odio, dove la disuguaglianza veniva teorizzata come naturale, la guerra per secoli considerata il principio ordinatore fra i popoli, fino arrivare agli orrori della prima metà del Novecento, e ai genocidi che continuano nel mondo. Nella seconda metà del secolo scorso si è tentati di uscire da questa spirale, cercando di dar vita a organismi e a un diritto universali, ma commettendo l’errore di dividere il mondo in ‘buoni’ e ‘cattivi’ ”. Ora, invece – è il compito che vale una vita – “bisogna progettare un futuro che sia davvero diverso, comprendendo che le soluzioni non possono essere solo politiche o giuridiche, ma che è necessario rimettere in gioco tutte le dimensioni dell’uomo, comprese quelle religiosa e filosofica”. Inoltre, con Levinas, dovremmo “rimettere al centro non tanto l’io, l’individuo, ma l’altro, il suo volto, un volto da riconoscere e da amare”. Citando la seconda lettera di S. Paolo ai corinzi, La Valle ha riflettuto su come questa centralità della relazione sia fondata su quella di Dio con gli uomini, con “lo scambio” che ha fatto con noi: “Cristo si è fatto peccato al posto dell’uomo, prendendolo su di sé. Questo dobbiamo fare noi stessi, figlie e figli suoi, assumere la sofferenza e il dolore dell’altro, metterci al posto dell’altro”. Il ragionamento di La Valle è quindi proseguito ponendo l’attenzione sull’idea di un costituzionalismo mondiale, sull’importanza cioè di “iniziare a vedere l’intera famiglia umana come un soggetto politico, storico, un nuovo soggetto costituente, dove i poveri e i scartati possono essere i protagonisti di questo riscatto”. Fare ciò significa dar vita a “un’ecologia integrale, salvare l’uomo e la terra insieme, e che l’uomo salvi Dio, nel senso di salvarlo dalle sue false rappresentazioni, così diffuse nella storia, e ancora oggi, quelle di un dio violento e vendicativo. Dobbiamo tornare alla politica, non c’è alternativa – sono ancora sue parole -, che significa tornare ai partiti, ma non nella vecchia concezione del termine, come soggetti intenti a occupare lo Stato e le istituzioni: penso, invece, a partiti della società, che davvero riescano a raccogliere le istanze e i bisogni reali delle persone, non le paure fittizie, come avviene oggi nei confronti dei migranti. Abbiamo bisogno di un ‘partito della terra’, cioè che abbia la terra come punto di riferimento, da valorizzare come strumento di produzione primario e al tempo stesso da custodire, un partito che parli la parola dell’unità dei popoli, del cambiamento e della giustizia, che sappia essere positivo, concreto, veritiero, che non abbia come fine il potere, la vittoria, ma che assuma le speranze comuni, il comune destino”, fatto di persone che sappiano “cogliere i segni di bene che ci sono”. Le riflessioni conclusive, La Valle – anche incalzato da alcune domande – le ha dedicate, innanzitutto, al tema del katecon, termine che in San Paolo indica la resistenza al “mistero dell’anomia”, cioè alla perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere “senza legge” di mettersi al di sopra di tutto additando se stesso come Dio. Una resistenza ancora necessaria ma da attuarsi “mentre le cose accadono, senza aspettare che si arrivi a nuove violenze e genocidi”. Infine, un pensiero al Santo Padre – complimentandosi della lodevole iniziativa del ritrovo mensile, nella parrocchia ospitante, del “Gruppo di preghiera per Papa Francesco”: “il Papa è oggetto di un attacco durissimo da una parte interna alla Chiesa, per questo va difeso e sostenuto, è importante resistere assieme a lui”.

Il Dio “inedito” di Papa Francesco e l’importanza della parola per la salvezza: le “lettere” di La Valle

“La vera speranza è che [queste lettere, ndr] cadendo nelle mani dei nati nel terzo millennio – oggi ancora giovanissimi – li convincano che il loro compito non è solo di capire il loro tempo, ma di salvarlo. Il linguaggio della salvezza, che prima era frequentato solo dalle teologie della redenzione, entra oggi nel discorso comune, è la lingua rimossa ma impellente della politica, del diritto, dell’etica pubblica, laica e comune”. Così scrive nel libro “Lettere in bottiglia”, Raniero La Valle. Salvezza che è, al tempo stesso, personale, comunitaria, dell’intera umanità, e che vede Papa Francesco come punto di riferimento per chi vuole costruire un mondo “non genocida” ma fondato sull’accoglienza dell’altro e sulla misericordia. “Si è avuta – scrive ancora – l’irruzione sulla scena del Dio inedito raccontato da papa Francesco, che con il suo pontificato messianico ha fatto emergere con forza questa radicale alternativa investendola di una luce abbagliante”. “Il ministero di papa Francesco è un ininterrotto annuncio del Dio del Vangelo, un Dio inedito, un Dio che sorprende, un Dio non più tremendum ma solo fascinans”. La speranza, quindi, “è che per i nati in questo millennio, in questo secolo, non basta affacciarsi al parapetto aspettando di vedere come deve andare a finire, ma che essi debbano decidere come deve andare a finire e a partire da ciò, come diceva Bonhoeffer, pensare e sperare solo ciò di cui risponderanno agendo”. La misericordia, cifra della Chiesa e del pontificato di Francesco, che, però, “non è più intesa solo come un insieme di opere buone, non è più assunta solo come virtù privata, ma diventa la precondizione perché continui la vita sulla terra, diventa il nuovo criterio del politico, al posto del criterio belluino dell’amico-nemico”. D’altronde, scrive ancora, “questa è la tesi della mia vita: l’amore come risposta alla crisi”. La Chiesa, “carne umana di Cristo”, per La Valle vive un “passaggio di fase […] da un cupo pessimismo antropologico, professato dai profeti di sventura, a una gioiosa (Evangelii Gaudium!) voglia di riprendersi il futuro e di imprimere una svolta alla storia. E’ la novità portata da papa Francesco. Egli ha avuto il coraggio di delegittimare l’intero sistema economico mondiale definendolo come ’un’economia che uccide’, e denunciandolo come un sistema che esclude grandi masse di uomini e di donne trattandoli come avanzi e come scarti”. Ma il cambiamento non deve e non può avvenire solo nel mondo ma anche e innanzitutto nella Chiesa, nel suo immaginarsi e porsi nella sua missione: Papa Francesco è l’esempio del “superamento dell’idea di un cristianesimo come sovranità, come cristianità, cioè come civiltà, come potere”. “La Chiesa non è il cristianesimo realizzato, come il socialismo reale, ne è solo il segno e lo strumento, come dice il Concilio; non è la società umana trasformata in regno di Dio, ne è invece l’ospedale da campo, come dice Francesco, quella che lava i piedi, quella che con la società umana non ha altro rapporto che la misericordia, perché solo nella misericordia è la verità; la Chiesa è quella che, spoglia del potere, con forza profetica dice al potere che il re è nudo, che l’economia uccide, che il denaro domina e che l’umanità per nessuna ragione, né politica, né economica, né religiosa può essere divisa in eletti e scartati”. Anche su un piano antropologico agisce questa rivoluzione dello sguardo: l’uomo, scrive La Valle, “è naturalmente sempre riconosciuto nella sua condizione creaturale di indigenza, finitezza e povertà, ma non è mortificato come se fosse un fuscello nelle mani di Dio né come una coscienza appaltata alla Chiesa; la sua dignità è la dignità di colui di cui porta l’immagine, e il Vangelo oggi annunciato gliela riconosce anche se non ha fede, gli riconosce la dignità della sua opera, il lavoro, e gli riconosce la libertà della sua decisione etica, che non sta fuori di lui, ma dentro di lui, sta nella coscienza in cui il Concilio ha visto lo scrigno di Dio, e se la Chiesa l’invade papa Francesco la chiama un’ingerenza, perché si è fatto umanità nel Figlio”. La sua critica dell’integrismo religioso (cristiano e non) si affianca a quella del laicismo: “Lo schema su cui si muove l’Occidente suppone che da questa pseudo guerra di religione si esca con la laicizzazione, con la secolarizzazione, con la riduzione della religione a un dimensione privata”. Invece, “non si può reprimere o dissolvere, in nome della laicità, la potenza di rinnovamento e di resistenza all’iniquità che prorompe dal Vangelo”. “Voglio farvi una confidenza, soprattutto ai più giovani”, può essere la conclusione ideale che La Valle sembra consegnarci. “Mi sono chiesto più volte che cosa ha salvato la mia vita, che cosa l’ha resa così lunga e benedetta. Fino a ieri io rispondevo: sono state le due vestali, le due forze della mia vita, il lavoro e l’amore. Dall’inizio e fino ad ora. Ma ora mi sono accorto che è stata la parola. Ho lottato perché non mi fosse tolta la parola. Ho vissuto per ascoltare, per dire, per scrivere la parola. Ho capito che quello che salva, che crea, che mantiene in vita, è la parola”. Parola che è anche “grido dei poveri, degli oppressi”. E di parole, come quelle che ancora, a quasi 90 anni, ci regala La Valle, ne abbiamo davvero bisogno.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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