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Memorie di una vita nel nuovo libro di Roberto Marchetti

23 Giu

“Ti ricordi quando?” è la nuova pubblicazione di Marchetti, tra i ricordi del bondenese e l’Argentina

Un lungo diario, redatto perlopiù negli ultimi anni, ma che affonda nell’intera esistenza. Dopo “Ti racconto di noi…” (Este Edition, 2018), Roberto Marchetti prosegue il proprio lavoro introspettivo fondato sulla memoria e sulla sua relazione col presente nel nuovo libro “Ti ricordi quando?” (Este Edition, 2022, con prefazione di Giuseppe Muscardini), che uscirà a breve.
Marchetti, classe ’54, sposato con Beatriz Norma Ferrari, di origini argentine, fondatore dell’Associazione badanti “Nadiya”, per oltre 20 anni è stato impiegato e dirigente dell’Eridania e per alcuni anni impiegato a livello amministrativi in alcuni Uffici della nostra Arcidiocesi, prima di dar vita, nel 2013, alla ditta Adamant Bionrg.
Mai moralista e mai autoindulgente, fra ironia (tanta) e malinconia (dosata ma non meno acuta), Marchetti riesce sempre a mantenere quell’occhio arguto e saggio di chi non costruisce sovrastrutture da applicare alla realtà né pretende, quest’ultima, di “oggettivarla” dall’alto della propria esperienza concreta. «Ineluttabilità degli eventi » e «positività della vita» si contendono lo spazio dei ricordi, ma è quest’ultima ad aver la meglio, nella consapevolezza – pur non del tutto razionale – che la vita val la pena di essere vissuta perché in essa vi si ritrova un nucleo di bellezza e di verità.
Tra diari di viaggio – come quelli nella miseria e negli splendori dell’Argentina – e racconti familiari più intimisti, in ognuno si ritrova quella vita vissuta, ancora con intensità, nella carne e nell’anima.
C’è innanzitutto il «rimpianto» della Bondeno della giovinezza, di quella provincia fatta anche di noie e meschinità, ma di cui, forse complice anche il tempo che passa e smussa le asperità, rimangono il cortile parrocchiale «strapieno di biciclette », i «don Guerrino», i bar, gli scherzi con gli amici, quel Cristo in legno portato a Pasqua su un carro agricolo.
Nessuna ipocrisia, nessun intento di raccontare un fatato “piccolo mondo antico” ma il prezioso dono che la memoria, a volte, ci fa: quello di riuscire a setacciare nel proprio passato, mantenendo ciò che abbiamo amato e ciò che ci ha permesso di diventare quel che siamo, senza rimuovere tutto il resto, ma conservandolo, al di là del rancore, in uno spazio periferico.
Un universo, dunque, quello dell’infanzia e della giovinezza, con i suoi – a volte grandi – limiti, ma che nella sua anima più vera – soprattutto familiare, parrocchiale, amicale – ha permesso anche all’autore di formarsi una concezione del mondo da una parte molto legata alla propria terra, dall’altra aperta verso culture e fedi differenti, sempre con una fame di conoscenza, con una curiosità spassionata e mai retorica che, appunto, può avere solo chi ha amato un luogo, solo chi non dimentica le proprie radici.
Vi è un desiderio forte, dunque, nelle pagine di Marchetti: quello di conservare, prima che il tempo glielo impedisca, quei volti, quegli episodi, quegli oggetti che negli anni più spensierati hanno costruito la sua identità. E così, spazio al primo bacio, al venticello estivo nel pioppeto e a molto altro. Sempre con un marchio ormai unico: quello del cuore dell’autore, più consapevole di sé, del tempo che scorre e dell’importanza, quindi, di tenere vivo un rapporto fra generazioni, di tramandare esperienze, di lasciare tracce. Nel suo caso, un vero e proprio rapporto educativo – fatto d’amore – con il proprio nipotino, cercando di coltivare in lui uno sguardo sempre libero e desideroso di bellezza.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 giugno 2022

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L’educazione tra imprevisto e speranza

13 Giu

È da poco uscito il nuovo volume di Lucia Vantini, presidente del Coordinamento Teologhe Italiane, con un contributo introduttivo della biblista ferrarese Silvia Zanconato

È possibile educare al desiderio, per sua natura libero e soggettivo? E qual è il “giusto equilibrio” tra spregiudicatezza e imprevisto e, dall’altra, bisogno di una stella polare che orienti?

Sono alcune domande sorte spontaneamente in chi scrive leggendo l’ultimo interessante testo di Lucia Vantini, “Educazione” (In Dialogo, 2022, collana “Agape”). L’autrice, presidente del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI), nonché docente di teologia e antropologia, affronta in maniera empatica e non superficiale il delicato tema dell’educazione, non riducendolo a facili, o freddi, suggerimenti manualistici.

Nel fare ciò, si fa “aiutare” dalla collega Silvia Zanconato, biblista e docente ferrarese (insegna religione al Liceo Ariosto e alla Scuola di teologia diocesana “Laura Vincenzi”). 

Quella donna che educò il Maestro

Quest’ultima, infatti, nel contributo introduttivo presente nel volume, analizza una vicenda particolare di “educazione”, quella dell’incontro di Gesù con la donna greca, di origine siro-fenicia, nella regione di Tiro e di Sidone (Mc 7,24-31). Dalla supplica di lei di scacciare il demonio dalla figlia, inizia un breve ma spiazzante botta e risposta fra i due: «”Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Ma essa replicò: “Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli”. Allora le disse: “Per questa tua parola va’, il demonio è uscito da tua figlia”».

Parole dure, incomprensibili e apparentemente senza giustificazione, quelle di Gesù, nemmeno ipotizzando, come prova a fare Zanconato, che la donna, per le sue origini, fosse una “privilegiata”, abitante in una zona di potere e di forti ingiustizie. Anche considerando questo aspetto, scrive la stessa biblista, «il disagio per la veemenza di una tale reazione non si dissolve completamente». In ogni caso, è innegabile come siano «le abilità retoriche della donna e la sua prontezza di linguaggio al centro, non l’autorità di Gesù. Ed è lei, la siro-fenicia, l’unica persona ad avere la meglio su Gesù in una disputa, l’unica in tutta la tradizione sinottica». Una donna capace di trasformare il “gettare il pane” che sembra riferito a cani famelici, in un’immagine domestica di «cagnolini sotto la tavola».

Sembra, insomma, prosegue Zanconato, «che sia il Maestro a imparare una lezione», a cambiare idea, da questa «insospettabile maestra». «Abituato ad avere la meglio, diversamente da altre occasioni, Gesù esce sconfitto da uno confronto verbale, colpito dalla logica della donna a tal punto da modificare la sua posizione».

Gesù, quindi, viene “educato” dall’imprevisto, da questa visita inattesa che «lo porta altrove, lo estrae imprimendo alla sua strategia missionaria una nuova missione». «Dopo questo incontro Gesù – scrive ancora Zanconato – sembra ritrovare nuova sicurezza, come se questa donna, che “da fuori” lo ha raggiunto forzando la sua chiusura, gli abbia fatto dono di un orizzonte ampio, cogliendo forse più acutamente il potenziale del regno che Gesù proclamava».

Quel desiderio che spalanca la vita

Quell’altrove mai del tutto definibile, quei nuovi orizzonti che l’altro ci spalanca, sono ciò che rende possibile una vera “educazione”. Non si tratta, per Vantini, tanto di un atteggiamento maieutico, che dovrebbe “tirar fuori” (come suggerirebbe l’etimologia) una vocazione, un’identità, qualcosa di prestabilito, di già deciso. Al centro, invece, vi sono sempre la libertà e l’imprevisto, la creatività generatrice. Educare, scrive l’autrice, «non sopporta alcuna rigidità ma esige comunque fermezza», e questa si gioca «soprattutto nell’accettazione di involontari sconfinamenti in territori sconosciuti e incerti, senza tuttavia mai smarrire l’ostinazione per la fioritura della vita». 

Gli «sconfinamenti liberi» di cui parla Vantini sembrano ancora più “incoscienti” nell’epoca del crollo di tante certezze e di tante sicurezze. Ma l’ansia e il disorientamento che possono nascere, pur non dovendo mai mancare una bussola, possono essere affrontati con la solidarietà, cioè col riconoscimento, «l’interpretazione» e la «narrazione» delle fragilità di ognuno, a partire dalle proprie. Lavoro di consapevolezza, questo, che passa inevitabilmente dal corpo, luogo dove «si incontrano la necessità e la libertà del soggetto, in una tensione che domanda di riconoscere e obbedire al dato biologico e alla sua espressività. Ma anche di interpretarlo e di personalizzarlo. L’attuale rimozione dei corpi non aiuta a fare questo lavoro simbolico».

Ma ciò che spalanca il soggetto è il desiderio dell’Altro, «quel varco che mantiene gli esseri umani aperti e ancorati al mondo, e che consente loro di coinvolgersi personalmente in ciò che accade». Desiderio che, per Vantini, «è sempre epifanico: rivela chi siamo perché rivela ciò che ci sta a cuore». Ma perché il desiderio non si riduca a piccole e misere soddisfazioni, non sia «degradato» ma profondo e complesso, bisogna che l’educazione «punti alla dimensione spirituale», cercando una tensione positiva fra il bisogno di radicamento e quello di fecondità. Solo da questi due elementi può nascere una speranza fondata. Speranza che – com’è inevitabile – recherà quei tratti “assurdi” di chi pretende di creare disordine rispetto al già noto, al già detto. Un’impudenza da non reprimere, generatrice, come nel caso della donna greca che incontra Gesù, di sviluppi inattesi.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 giugno 2022

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L’amore inquieto nei versi di Filippo Reggiani

6 Giu
Filippo Reggiani

“De culpabili amore” è il libro di esordio del giovane poeta mirandolese. I tormenti di un cuore che anela a Dio

di Andrea Musacci

A volte, forse, la giovane età può far vedere ben poco sfumati i confini dei sentimenti, e dunque percepirne solo l’incandescenza o la cupezza. E così è bene che sia, e di questa istintività spirituale va conservata memoria in età adulta.

A ricordarcelo è Filippo Reggiani, giovane poeta classe 2000, che in questi mesi sta presentando il suo libro d’esordio, “De culpabili amore” (edizioni Kimerik, marzo 2022, pp. 84).

Un bagno negli abissi e negli splendori della classicità, che rivive nei versi di questo giovane nato a Mirandola, dove ha frequentato il Liceo Classico “Giovanni Pico”, lui originario di San Martino Spino ma che da alcuni anni vive a Ferrara dove a breve si laureerà in Lettere, arti e archeologia. Catechista e animatore della sua parrocchia, da ottobre a febbraio scorso ha svolto il tirocinio nell’Archivio storico della nostra Arcidiocesi.

Nonostante non abbia conosciuto il “secolo breve”, Reggiani ha già partecipato a diversi concorsi letterari, fra cui il “Premio Dante” indetto dall’Accademia dei Bronzi nel 2021, ricevendo la targa di merito, e il Premio “Habere artem” della Casa editrice Aletti. “De culpabili amore” l’ha presentato al recente Salone del Libro di Torino e il 10 giugno ne parlerà a Mirandola, nel Giardino ex Cassa di Risparmio, con inizio alle ore 21. Il libro è acquistabile sui principali store on line e su ordinazione nelle librerie di Ferrara.

Non male, insomma, per questo ragazzo che scrive poesie da circa 6 anni ma che fino a pochi mesi fa non aveva reso partecipe quasi nessuno della sua creatività. Un animo coraggioso, insomma, che non teme di mettersi a nudo, a maggior ragione in un’epoca come la nostra dove “poesia” – ahimè – è sempre più sinonimo di sdolcinatezza, di vuote e banali parole. Fa bene all’anima, invece, leggere “De culpabili amore”, dove fin da subito è chiara non solo la profondità dell’animo di chi scrive ma anche la sua conoscenza dello stile. 

Una poesia, la sua, che è catarsi, liberazione e purificazione dal male. Una poesia essenziale perché inebriata della sostanza dei sentimenti, degli aneliti fondamentali dell’umano, ma per nulla scarna, anzi ricca nelle immagini e nella musicalità. Sonetti, ottave, quartine libere per esprimere l’ambivalenza dell’amore, croce e delizia, via che conduce al bene e strapiombo per la perdizione. Sentimento fratello del tormento, che scatena emozioni ma anche affanni, l’amore è fatto anche di gioie ben poco durature, di ebbrezze e dolorose rinunce. Versi, quelli di Reggiani, battezzati dunque nelle acque agitate dell’esistenza, nel dolore e nelle mancanze, nella sete di vita vera.

È dunque l’amore il protagonista, tanto quello piccolo e meschino, quanto  quello immenso che libera. Il «disio è volubile come il vento, / d’ogni passion si riempie e mai sei grato», scrive Reggiani, «continua voglia e insaziabile brama». Il peccato «è adornar stanza che sempre resta vuota». «Eppur quel viso non riesco a dimenticare», perché in ogni volto vi è un segno dell’Eterno, una promessa di Bene. «Non la beltade, ma l’alma miro, / e mente affligge come il legno il tarlo. / Se quest’è il voler di Dio, allor, sol sospiro», sono ancora versi del mirandolese, e la preghiera è continua, non viene mai meno quel filo che lega il corpo al Cielo, la terra all’Infinito: Padre, «cura la lascivia, dà al cor nobiltà», «il peccar m’ancora qui, alla vita, / Vivo per lei che del viver è la ferita».

Ma la memoria della vera Promessa non viene meno, rimane fiamma viva senza dolore. «Vacilla mente ma salda è la Fede», è un altro verso del libro. «Cura Padre il mio cor, fallo ancor vivace, / stanco son di soffrir, il Tuo aiuto bramo», l’invocazione spontanea. «La mia lascivia porto al Tuo altare, / sì che le membra tornino leggiadre», sazie di quel Pane celeste che è nutrimento e riposo. 

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 giugno 2022

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Essere stampatori nella Ferrara del Settecento

6 Giu
Ranieri Varese

L’ultima fatica di Ranieri Varese si intitola “Materiali per lo studio della produzione a stampa nella Ferrara del XVIII secolo”. Un primo tentativo di colmare una lacuna nella nostra storia locale 

Una dimensione per nulla irrilevante della vita e dello sviluppo della città di Ferrara viene indagato da Ranieri Varese, che esce – lui storico dell’arte – in parte dall’ambito al quale ha dedicato innumerevoli pubblicazioni tra monografie, saggi, articoli e curatele. L’ultima fatica dell’accademico ferrarese si intitola “Materiali per lo studio della produzione a stampa nella Ferrara del XVIII secolo” (Edizioni Pendragon, 2022, con postfazione di Maria Gioia Tavoni) e ha il merito di iniziare a colmare una lacuna riguardante un periodo così importante per la nostra storia locale. 

L’attività di stampa a Ferrara nel Settecento è un argomento ben poco trattato, per il quale è stato difficile reperire fonti approfondite (lavoro non agevolato dalla chiusura dell’Archivio di Stato cittadino: a fine XIX secolo troviamo un testo di Girolamo Baruffaldi sul tema, nei due secoli successivi rispettivamente i contributi di Luigi Napoleone Cittadella e Giuseppe Agnelli. 

Il contesto storico

Dal 1598 il Ducato di Ferrara passa sotto il diretto governo pontificio, divenendo Legazione di Ferrara. La Diocesi di Ferrara, retta da un Cardinale, nel 1725 si è definitivamente affrancata dalla dipendenza ravennate e nel 1735 diventa sede arcivescovile. Oltre alle Arti dei mestieri, in città vi è una storica Università, che nel 1771 viene sottratta al controllo del Maestrato e resa dipendente direttamente da Roma. Tanto la Legazione quanto il Maestrato dei Savi, l’organo politico di amministrazione pubblica, per la propria attività si avvalevano di uno “stampatore camerale”, mentre la Diocesi di un “impressore episcopale”.

Un servizio alla città

«Il bisogno della lettura, dell’aggiornamento e della partecipazione al dibattito delle idee e alla cosa pubblica favoriscono la presenza di librerie», spiega Varese nel testo. «A queste a volte si affianca, spesso coincide, l’azione di stampa e la promozione di edizioni». Nel contesto ferrarese era impossibile distinguere tra stampatore ed editore, dato che in tutti i casi di cui si ha notizia le due figure coincidevano nella stessa persona. 

Nella migliore delle ipotesi, come si può immaginare, solo un terzo della popolazione – la borghesia delle professioni, l’aristocrazia e gli ecclesiastici – possono usufruire di tutto ciò. La lettura è potere: significa comprendere gli atti pubblici, essere a conoscenza di eventi e situazioni, partecipare agli eventi cittadini, esprimere opinioni. Per questo, vi è la necessità di editori: molte sono in questo periodo le imprese che si occupano di raccogliere e stampare testi, prima fra tutte la tipografia di Bernardino Pomatelli, “impressore episcopale”, e dei suoi eredi, con oltre 500 titoli a partire dal 1687 e per oltre un secolo, fino all’occupazione di Ferrara da parte delle truppe francesi. Poi, per citare altri tipografi, Bernardino e Giuseppe Barbieri, Giglio Bolzoni, Tommaso Fornari e Giuseppe Rinaldi. Si stimano in almeno 2mila i titoli pubblicati a Ferrara nel corso del XVIII secolo, soprattutto di interesse locale. Un aspetto della nostra storia locale che merita ulteriori approfondimenti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 giugno 2022

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Fuoco che risveglia: un libro per don Alessandro Denti

4 Mag

A 5 anni dalla scomparsa, un volume raccoglie le sue parole e i ricordi di chi l’ha conosciuto, di chi ha avuto la grazia di camminare assieme a lui

di Andrea Musacci

«Sì, anche la sofferenza, a modo suo, se impari ad ascoltarla, pur nella durezza del suo linguaggio, ti riconduce a ciò che conta ed è essenziale: crescere nell’amore!» 

(Don Alessandro Denti, lettera alla parrocchia, febbraio 2016)

“Don Alessandro Denti. Tutto passa, solo l’amore resta” è il nome della pubblicazione appena edita dedicata all’indimenticato sacerdote della nostra Arcidiocesi, prematuramente scomparso il 4 marzo 2017. Il volume, con prefazione di don Emanuele Zappaterra e postfazione di don Andrea Zerbini, è curato da alcuni parrocchiani: Alda Lucci, Sabina Marchetti, Simonetta Montanari, Bruno Quarneti e Silvia Veronesi. Il libro verrà presentato domenica 8 maggio alle ore 18.30 nella chiesa di Malborghetto. Distribuito ad offerta libera, il ricavato della diffusione andrà alla Parrocchia stessa. Nel volume se ne ripercorre la vita attraverso le sue riflessioni, alcune sue lettere del 2016, testimonianze di parrocchiani, di appartenenti a Rinascita Cristiana, delle Carmelitane di Ferrara, di amici sacerdoti.

Riguardo in particolare al suo ministero a Malborghetto, i curatori scrivono: «non si è mai imposto come “capo” della parrocchia, ma si è proposto accanto alla sua gente». «Con pazienza e delicatezza don Alessandro è riuscito a farsi ben volere e a proporre iniziative che hanno contribuito a rendere più uniti gli abitanti del paese». «Don Alessandro ha non solo contribuito in maniera decisiva a rendere il paese di Malborghetto più unito, ma soprattutto ha reso la parrocchia “casa di tutti”, luogo in cui le differenze sono state considerate un’opportunità positiva e non un ostacolo».

Un passaggio di una sua preghiera per l’inizio della Sagra nel 2014 ben rappresenta questo suo spirito: «Bambini e giovani, adulti e anziani, siamo un popolo in cammino… siamo insieme in questi giorni per aprire vie sempre nuove alla pace, per essere segno del sogno che è dentro di noi: dipingere un mondo dove il calore della fraternità dia luce ai nostri volti, slancio al nostro cammino…».

Una personalità a un tempo umile e carismatica, capace di attirare a sé, a Cristo e alla sua Chiesa, persone tra le più diverse. Don Zappaterra, che con lui collaborò al Centro Missionario Diocesano, scrive nella prefazione, raccontando la prima volta che lo vide, quand’ero studente liceale e lui giovane sacerdote, sull’autobus n. 11: «mi colpì non solo per quei lunghi jeans che indossava e per i capelli piuttosto lunghi, ma soprattutto per quel volto mite e sereno, che poi, dopo vari anni, capii esprimere la bellezza e la bontà della sua persona». Del primo incontro nel suo studio parrocchiale poco tempo dopo, ricorda «quel piccolo prete, umile e sobrio nell’aspetto: un padre e fratello, vero pastore, che con Cristo cammina insieme alla sua gente».

E proprio il camminare insieme, a fianco alle persone, se necessario un passo indietro, emerge dalle pagine del volume. Nel 2009 don Alessandro scrive: «Spiritualità dell’Esodo. Esodo da dove? Dal nascondiglio di una fede rassicurante, intimistica, senza sussulti». E nel 2012: «Dio non si trova solo alla fine del cammino ma ci è compagno di viaggio nel deserto meraviglioso e struggente, ma anche grande e spaventoso della vita». Grande e spaventoso, scriveva nella sua lucidità quasi profetica. «La missione sicuramente è risposta libera ad un invito ad “alzarsi e andare”, ma perde tutta la sua forza ed efficacia se non è attraversata dal desiderio profondo di offrire e donare a tutti, con passione e simpatia, tutto ciò che a nostra volta abbiamo ricevuto in dono». E le pagine che raccolgono i ricordi di chi l’ha conosciuto trasudano questa commozione che la sua grande umanità e smisurata fede trasmettevano. «Nei momenti liberi – ricorda don Alessio di Francesca, che lo conobbe come Direttore spirituale quand’era seminarista – parlava con tutti, ci colpivano quello sguardo profondo, quella voce delicata e quel sorriso che ti metteva a tuo agio. Senza che ce ne accorgessimo, sembrava che ci fossimo conosciuti da sempre…».

Profondità e delicatezza: due caratteristiche decisive per catturare il cuore di chi ci sta vicino. Due moti dell’animo sempre irradiati da una Luce più grande, da una fiamma inestinguibile. «Che bella l’immagine della Pentecoste – scriveva don Alessandro nel 2005 – , dove fra i vari simboli con cui viene descritto lo Spirito Santo, c’è quello della lingua di fuoco. Un fuoco che risveglia la vita, che riaccende in noi la brace che forse si sta spegnendo (…). A volte abbiamo la sensazione di contenere solo cenere. Ci sembra che da noi non esca più niente. La possibilità di incontrarsi in un tempo e in un momento altro rispetto alla routine, magari con le persone che vedo quotidianamente, può essere l’occasione per riscoprire che in me non c’è solo cenere consumata, ma un ardore e un desiderio di vita e di dono che può rinascere, riaccendersi, ridarmi pienezza. Attraverso la relazione, l’incontro e la parola sincera, questo può accadere». 

Relazione che si esprimeva anche nell’accompagnamento spirituale, con la preghiera e la parola. «Ha lavorato – scrivono i curatori – perché ogni persona potesse crescere spiritualmente, trovando nella preghiera uno strumento di realizzazione umana in grado di fornire la possibilità di entrare in comunione con Dio e stabilire con Lui una vitale relazione esistenziale». «Non solo ciò che appare – scrive nel 2013 -, ma ciò che muove “dentro” la vita e gli avvenimenti ci riguarda, ci interessa, diviene indispensabile tesoro da scoprire e quando è buono da accogliere e valorizzare. Il pregare ci viene incontro allora come sorgente viva che abita il cuore di ciascuno di noi».

Cuore che lui, sempre vicino alle persone, sapeva spesso pieno di dubbi, dolori, fatiche. Anche per questo, «don Alessandro ha insegnato ai suoi parrocchiani a cercare costantemente nella Parola le risposte alle inquietudini e ai problemi dell’agire dell’oggi, ma anche a cercarvi le certezze che conducono a fondare la propria esistenza in sintonia e in armonia con Dio».

La sua vita sempre «intrecciata con Gesù»

Don Alessandro Denti nasce il 23 settembre 1959 ad Ambrogio. Nel 1970 decide di entrare nel Seminario di Ferrara. «Con Gesù da quel momento la mia vita si è intrecciata», disse. All’età di 24 anni, il 2 ottobre 1983, viene consacrato sacerdote nella cattedrale di Ferrara dall’arcivescovo mons. Luigi Maverna. È vicario parrocchiale a Pontelagoscuro (1983-1986), a San Gregorio, a S. Francesca Romana (1987-1988), a Voghiera e Montesanto (1989-1991). Riceve l’incarico di insegnante di Religione e nel ‘91 fa la sua entrata, con l’incarico di parroco, nella chiesa di Malborghetto di Boara. Nel 2006 succede a don Ivano Casaroli come assistente diocesano del Movimento di Rinascita Cristiana. Nel periodo 2007-2014 è vicario foraneo del vicariato di Santa Caterina Vegri che include la parrocchia di Malborghetto. Nel 2014 il suicidio dell’amato fratello Antonio. Nel 2015 inizia la collaborazione in Seminario come direttore spirituale. Nello stesso anno accetta dall’arcivescovo il mandato di esorcista per la Diocesi. A inizio 2016, di ritorno da uno dei pellegrinaggi che organizzava a Medjugorje, la diagnosi di un tumore alla cistifellea. l’8 dicembre 2016, nella cattedrale di Ferrara riceve da mons. Negri la nomina a canonico e il titolo di monsignore. Dopo lunga agonia don Alessandro si spegne il 4 marzo 2017 presso l’Hospice Casa della Solidarietà ADO di Ferrara per malati terminali. Il 10 novembre 2018 con una cerimonia ufficiale gli viene intitolata la piazza di Malborghetto.

Pubblicato sul “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 maggio 2022

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Via Crucis, anima della nostra storia

13 Apr
Via Crucis, Gaetano Previati

In uscita il libro “La Via Crucis tra storia, devozione e arte” dei coniugi Margherita e Gianni Goberti. Con un occhio particolare alle sue espressioni nel nostro territorio

Una devozione sempre viva e popolare è quella della Via Crucis, anche nel nostro territorio, dove tante sono le sue rappresentazioni nelle chiese e nei musei.

Questa storia che prosegue, affascinando credenti e non, è al centro del libro in uscita dal titolo “La Via Crucis tra storia, devozione e arte” (Edizioni La Carmelina, Ferrara, 2022) dei coniugi Margherita Goberti e Gianni Goberti, giornalista lei, poeta lui.

Nel volume, anche un breve pensiero del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego: una «spiritualità francescana, carica di semplicità, di pace attraversa tutto il suo scritto, aiutandoci a vivere la Passione di Cristo con fede», scrive in un passaggio. Il libro è arricchito anche dal ringraziamento di Papa Francesco, dopo il dono di una copia del libro, tramite una missiva firmata dall’Assessore Peter B. Wells della Segreteria di Stato Vaticana.

La storia

La prima parte del libro ripercorre la storia della devozione, soffermandosi in particolare sul francescano San Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751) a cui si deve la diffusione, che nelle sue missioni ne eresse 572. Egli predicò anche a Ferrara e un suo ritratto dipinto su una grande tela, conservato nella chiesa cittadina di Santo Spirito, di autore anonimo forse della metà del XIX secolo. Qui è raffigurato mentre parla alla folla con il braccio destro alzato e un teschio sulla mano sinistra. 

Fu un’istanza del 1731 di papa Clemente XII a estenderne la facoltà anche nelle chiese non francescane.

San Leonardo dimorò a Ferrara dal 15 al 29 maggio 1746 su invito dell’Arcivescovo Girolamo Crispi. Come racconta il canonico Giuseppe Antenore Scalabrini, raccomandò la devozione della Via Crucis, istituì l’adorazione perpetua del SS. Sacramento e raccomandò che sopra le case si effigiasse il SS.mo Nome di Gesù. Questi ricordano quelli propagati da San Bernardino da Siena, ma con in più, oltre a IHS, la M di Maria. A Ferrara tornò a fine gennaio 1747, proveniente da Argenta per predicare in alcuni monasteri di clausura. Si recò anche a S. Antonio in Polesine e al Corpus Domini.

Un paragrafo a parte è dedicato al Santuario del Poggetto fuori Ferrara, con i suoi 15 capitelli inaugurati e benedetti il 21 ottobre 1894, rappresentanti i Misteri del Rosario.

La devozione

Nella seconda parte del libro, gli autori affiancano a ogni stazione della Via Crucis una chiesa: le prime cinque Via Crucis si riferiscono alle più antiche presenti nelle chiese di Ferrara e provincia, poi a quelle successive, ai tre monasteri in città e al nostro Seminario Arcivescovile. L’ultima stazione, quella riferita alla Resurrezione, si identifica con la Basilica di San Pietro a Roma. Ogni stazione è accompagnata da una poesia di Gianni Goberti.

Queste le chiese della nostra Diocesi citate: Chiesa dei Santi Giuseppe, Tecla e Rita (Ferrara), chiesa dei Santi Filippo e Giacomo (Porotto), chiesa Pieve dei SS. Pietro e Paolo (Vigarano Pieve), chiesa S. Antonio Abate (Ferrara), chiesa San Gregorio (Ferrara), chiesa S. Maria della Consolazione (Ferrara), chiesa San Luca (Ferrara), chiesa Sant’Agostino (Ferrara), chiesa San Giuseppe Lavoratore (Ferrara), chiesa San Benedetto (Ferrara), chiesa Santa Caterina Vegri (Ferrara).

L’arte

Tanti gli artisti che nei secoli hanno rappresentato la Via Crucis, fra cui Francesco Messina e il suo monumento in granito e bronzo a San Giovanni Rotondo, vicino al Convento di Padre Pio.

Un’attenzione particolare nel libro è data agli artisti ferraresi: Gaetano Previati, i nostri sacerdoti diocesani don Franco Patruno e don Lino Costa, Franca Venturini Chiappini, Mario Piva, Mirella Guidetti Giacomelli, Gianni Cestari. E poi quella speciale Via Crucis ospitata nella Casa Circondariale di Ferrara, realizzata da un gruppo di pittori del Circolo culturale “Il salotto” di Bondeno.

Un libro utile e appassionante, insomma, dove il rigore della ricerca storica si accompagna all’imprevedibilità del testo poetico, la devozione pulsa nella vita di un popolo, quello ferrarese, e in quella dei suoi artisti antichi e moderni. Una pubblicazione “urgente”, vien da dire, perché ci ricorda di considerare come mai procrastinabile la nostra scelta di porci alla sequela di Cristo.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 aprile 2022

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Nessuno può toglierci la nostra umanità, ci insegna Etty Hillesum

9 Mar

La mostra dalle Clarisse presentata il 1° marzo: «dobbiamo sempre cercare di scoprire questo debordare dell’umano, la positività nel reale»

Nulla ci viene strappato per sempre. Se immersi nell’orrore e nella miseria di un campo di concentramento, questa certezza è possibile solo grazie a un’assurda e smisurata fede.

È la fede di cui era piena Etty Hillesum, ebrea olandese deportata ad Auschwitz, dove muore il 30 novembre 1943 all’età di 29 anni. Di questo legame intimo con l’Assoluto, Etty lasciò traccia in un lungo Diario e in diverse Lettere (edite in Italia da Adelphi).

Fino al 9 marzo è possibile avvicinarsi al cammino di fede e di umanità di Etty grazie alla mostra realizzata dal Meeting di Rimini nel 2019 ed esposta nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara. La mostra è visitabile ogni pomeriggio dalle 15.30 alle 17.45. Per le visite guidate è possibile contattare Elisabetta Urban (cell. 351-5512283) o Giorgio Irone (3348045353), due giovani del CLU – Comunione e Liberazione Universitari di Ferrara. Negli stessi orari è possibile visitare la cappella del forno, alle ore 18 partecipare al Vespro e alle 18.30 alla Celebrazione Eucaristica. 

La mostra è stata presentata la sera del 1° marzo, davanti a una 40ina di persone, da uno dei curatori, il giornalista e scrittore Gianni Mereghetti, affiancato da Elisabetta Urban e Giorgio Irone. Proprio dal CLU è nata l’idea di portare l’esposizione dalle Clarisse. Una proposta nata grazie al fatto che da un po’ di tempo gli universitari di CL la Scuola di Comunità la svolgono proprio nel Monastero di via Campofranco.

Quello spiraglio di positività sempre da scoprire

Qualsiasi cosa accada non ci possono togliere nulla, non possono toglierci la nostra umanità: «questo pensava, viveva Etty Hillesum», ha spiegato Mereghetti.

«Etty ci insegna il metodo dell’ascoltare la realtà, per comprendere le cose vere», nella loro verità. «Un ascolto possibile solo nel pieno coinvolgimento».

Nel 1941 avviene l’incontro decisivo della propria vita, quello con lo psico-chirologo Julius Spier. È lui che la aiuterà ad ascoltarsi nel profondo, «ad aprirsi all’altro e a Dio in maniera autentica». Da qui la certezza che dentro la realtà «c’è sempre qualcosa di positivo, uno spiraglio di positività. Dobbiamo sempre cercare di scoprire questo debordare dell’umano». Di conseguenza, il compito che d’ora in poi si darà, sarà quello di «dissotterrare nel cuore dell’altro la positività della vita, di disseppellire Dio».

Nel campo di transito di Westerbork, dove Etty lavorerà come assistente sociale prima di essere deportata ad Auschwitz insieme ai genitori e al fratello Mischa, «non troverà solo miseria e disperazione» ma anche, nelle persone lì costrette, «un desiderio di bene e una grande umanità». Un “ascolto”, anche questo, fatto col cuore, tipico di chi «ha sempre vissuto l’impatto col reale, non difendendosi da esso ma vivendolo fino in fondo».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 marzo 2022

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Paoline, apostole di Cristo in nome di don Alberione

29 Nov
Suor Lidia Pozzoli, suor Daniela Cau, suor Luciana Santacà, suor Samuela Gironi

Abbiamo incontrato le Paoline di Ferrara in occasione del 50° anniversario dalla morte del loro fondatore 

Nella nostra città arrivarono nel 1940 e da quel momento non la lasciarono più. Punto di riferimento per la nostra comunità ecclesiale, e non solo, le Paoline di Ferrara insieme all’intera Famiglia Paolina ricordano i 50 anni dal ritorno alla Casa del Padre del loro fondatore don Giacomo Alberione, nato a San Lorenzo di Fossano  (Cuneo) il 4 aprile 1884 e deceduto a Roma il 26 novembre 1971. Il 26 giugno 1996 San Giovanni Paolo II l’ha dichiarato Venerabile. Lo stesso Pontefice il 27 aprile 2003 lo ha proclamato Beato. 


Le Figlie di San Paolo nella nostra città

Attualmente sono quattro le Paoline a Ferrara: Suor Daniela Cau, Superiora, arrivata nella nostra città nel maggio 2002, proveniente da Bologna; Suor Luciana Santacà, a Ferrara dal giugno 2002, proveniente da Perugia; Suor Lidia Pozzoli, qui dal 2014, precedentemente a Roma come l’ultima arrivata, suor Samuela Gironi, trasferitasi nella nostra città nel febbraio 2020. Fu proprio don Alberione, in visita a Ferrara, a scegliere nel 1962 insieme alla cofondatrice suor Tecla Merlo la sede di via San Romano, 35, abitazione delle suore e sede della libreria, edificio nel quale si trasferirono nel ‘66 dopo i necessari lavori di ristrutturazione. Precedentemente erano ospiti del Seminario diocesano nella vecchia sede di via Cairoli. Nei primi anni ‘60 le Paoline erano composte dalla Superiora sr M. Battistina Teodolinda Pisoni, da sr Pierina Maria Frepoli, sr Maria Nazarena Augusta Lovato, sr Maria Gabriella Almerina Manfrinati, sr Maria Saturnina Rosa Marcelli, sr Gaetanina Anna Medaglia, sr Maria Liliana Elda Ventresca. A queste si aggiunsero nel ‘61 sr Maria Federica Agnese Baronchelli (per un anno di postulato) e nel ‘62 sr Severina Maddalena Pellerino. 


Alcuni ricordi

«Ogni Paolina passata per la nostra comunità di Ferrara – ci spiega suor Daniela -, ha portato con sé nel proprio cuore sempre delle belle esperienze e delle riflessioni positive». Come ad esempio suor Maria Nives Toldo, che prima di morire il 25 ottobre 2016 all’età di 85 anni, alla sua Superiora ha detto: «il mio pensiero va alla comunità di Ferrara. Le avvisi che dal Cielo le proteggerò». Suor Toldo era stata a Ferrara dal 1955 al 1960 incaricata per l’apostolato nelle famiglie. Ritornò a Ferrara dal ’90 al ’92.O come suor Maria Adelaide Carandina, nata a Trecenta (RO) il 24 ottobre 1921, tornata alla Casa del Padre il 2 giugno 2011. Nel 1992 entrò nella comunità paolina di Ferrara anche per essere più vicina alla mamma, deceduta nel 2001. Dopo la morte della madre venne accolta nella casa “Giacomo Alberione” di Albano per trascorrere serenamente l’anzianità. Suor Maria Adelaide fu decisiva per la scelta vocazionale di don Fabio Ruffini, Cappellano della comunità paolina ferrarese: «nel momento delicato della mia conversione – ci racconta -, lei mi accolse. Era il tempo pasquale del 1994. Pian piano mi insegnò a pregare, ”a distanza” mi accompagnò al presbiterato, presente seppur già ammalata alla mia Prima Messa a Pontelagoscuro il 12 ottobre 2003».


«Don Alberione per noi»

«Aveva sempre chiara in mente la visione dell’universalità della Chiesa e quindi dell’apostolato», riflette con noi suor Samuela. «Preghiera e testimonianza» erano per don Alberione parole fondamentali, come anche la presenza paolina nelle librerie, la propaganda itinerante e le settimane bibliche. I banconi delle librerie paoline li definì veri e propri «pulpiti» da dove annunciare la Parola. «Le librerie Paoline – sono sue parole – non sono semplici negozi di compravendita. Esse debbono essere centri di luce, di amore, di preghiera. Debbono essere luoghi dove il Divin Maestro si siede volentieri per insegnare alla gente come fece quando pronunciò il discorso della montagna».


S. Messe di don Ruffini e del Vescovo

Venerdì 26 novembre, nell’anniversario della morte di don Alberione, alle 7.30 il Cappellano don Fabio Ruffini ha celebrato in sua memoria la S. Messa nella cappella della sede di via San Romano. Lunedì 29, invece, è stato mons. Perego a celebrare, sempre nella cappella, in memoria del fondatore delle Paoline. Don Alberione, nei suoi testi, ha «cantato senza fine le grazie del Signore», ha riflettuto don Ruffini nell’omelia. «Davanti a tante difficoltà, confidava nel signore. “Abbiate fede”, ripeteva sempre: in questa parole c’era tutta la sua vita». E la preghiera era sempre fondamentale per lui, la forma migliore di comunicazione col Signore. «Da lì – sono ancora parole di don Ruffini – gli veniva la forza, la luce per seguire le vie di Dio». Ma le immense grazie ricevute, don Alberione le ha sapute sempre «restituire»: aveva quindi coscienza di «essere sempre in debito col Signore, di “doversi” sdebitare nei confronti di un amore totalmente gratuito e più grande di noi». Da qui la centralità del discernimento». «Per questo ha potuto lasciare un’eredità così grande», perché ha saputo «leggere i segni dei tempi e cambiare le forme dell’apostolato». 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 dicembre 2021

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Cristiani e musulmani, «ragioniamo insieme anche su ciò che ci divide»

22 Nov

Proficuo incontro il 20 novembre tra Piero Stefani e Hassan Samid

La conoscenza reciproca tra le religioni non può avvenire solo cercando, spesso a tutti i costi, punti di convergenza, ma anche ragionando e confrontandosi assieme su ciò che divide.

Sulle differenze e l’importanza di non sottovalutarle, si è trovato – “paradossalmente” – un accordo nel corso del confronto pubblico svoltosi il 20 novembre tra Piero Stefani, biblista e scrittore, e Hassan Samid, Presidente del Centro di Cultura islamica di Ferrara.L’appuntamento pomeridiano – il terzo in memoria del giornalista trentino Piergiorgio Cattani -, organizzato in collaborazione con l’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, riguardava la presentazione del libro di Stefani, “Bibbia e Corano, un confronto”, pubblicato lo scorso giugno da Carocci. “In memoria di Piergiorgio Cattani (1976-2020). ‘Allora quando uscirà il libro mi prenoto per fare la recensione’ ” il nome dell’incontro che ha visto un’ottima partecipazione di pubblico nella sala parrocchiale di Santa Francesca Romana.

Marcello Panzanini, Direttore del sopracitato Ufficio diocesano, ha introdotto ricordando lo storico incontro tra San Francesco e il Sultano del 1219: «grazie al dialogo e alla conoscenza – ha riflettuto -, hanno compreso che dall’altro si può imparare qualcosa. Solo col vero ascolto si possono avere frutti di pace».Dopo il ricordo di Cattani da parte di Stefani, Samid ha preso la parola. «Il Corano – ha riflettuto – è un libro al servizio del dialogo interreligioso, ma è utile anche per il dialogo coi non credenti. Spesso sbagliamo quando cerchiamo di trovare solo ciò che ci accomuna», ha proseguito. «È importante, invece, anche ragionare insieme su ciò che ci divide, ad esempio su chi è per noi Dio. Sarebbe una forma di dialogo più matura».

Sempre confrontandosi con Stefani, e sollecitato da alcune domande di donne presenti fra il pubblico, Samid ha poi spiegato come  nel Corano – «che per noi musulmani è incontestabile» ed è «l’unico libro tra quelli sacri rimasto intatto per com’è stato rivelato» -, «quando si parla di avvicinarsi agli altri popoli del Libro (ebrei e cristiani, ndr) il più delle volte vi siano situazioni di conflitto. Oggi, invece, siamo ben oltre il dialogo: siamo conviventi».

Alcune riflessioni di Samid hanno riguardato poi, ad esempio, l’importanza, quando si parla di Islam, di non trattare solo questioni concrete, “terrene” (il velo, i diritti ecc.) ma anche – com’è nel libro di Stefani – temi riguardanti la trascendenza, l’Aldilà, i concetti di bene e di male, il giorno del Giudizio. Ma riguardo a temi più “terreni”, Samid ha chiarito ad esempio come nel testo coranico «vi siano indicazioni sulla vita di tutti i giorni, ma non così dettagliate – a suo dire – da potersi applicare a tutte le epoche». O riguardo al tanto discusso termine “jihad”, ha spiegato con chiarezza come nel Corano venga usato «sia per indicare lo sforzo personale nella fede sia la guerra per difendere la fede stessa, anche quando non si tratta di autodifesa».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 novembre 2021

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(Foto, da sx Samid, Stefani, Panzanini)

Strolghe tra magia, fede e medicina

8 Nov
Louis Welden Hawkins, “Woman with the blue curtain”

“La Strolga di Ferrara e la Medicina del Segno” è il libro di Daniela Fratti dedicato ai riti praticati da queste donne ancora attive nel nostro territorio. Ecco chi sono e come la loro arte affonda le proprie radici nella notte dei tempi

I confini tra fede e superstizione si confondono in un sincretismo che mischia cattolicesimo e riti precristiani, magia e fede popolare. È la cosiddetta “Medicina del Segno”, antica pratica, ancora presente, delle strolghe, nella quale l’uso di erbe, spighe e spirali convive con preghiere rivolte alla Vergine Maria.

Ne parla Daniela Fratti nel suo libro “La Strolga di Ferrara e la Medicina del Segno” (Scaranari Editore, Ferrara, aprile 2021), interessante studio su quest’arte trasmessa oralmente nel nostro Paese dalla notte dei tempi e ancora praticata nel territorio ferrarese. 


Tocco taumaturgico tra sacro e profano

Attraverso una precisa ricerca di documenti storici, presenti anche nell’Archivio Diocesano di Ferrara e nella Biblioteca del nostro Seminario, l’autrice ripercorre le origini e le trasformazioni delle strolghe, termine del dialetto ferrarese difficile da tradurre ma che significa “astrologa”, “indovina”. Non a caso, in italiano “strologare” significa almanaccare, perdersi in ragionamenti astrusi, emettere responsi talora assurdi. Una figura –  simile alla pranoterapeuta – con tratti materni e domestici, che “segnava” diversi tipi di malanni e malattie – dai porri sul viso al mal di schiena – fino ai mali dell’animo, alle angosce e alle paure. «Curava nella penombra della cucina di casa – scrive Fratti -, interrompendo la preparazione delle tagliatelle, o nei campi coltivati e perfino nelle stalle, bisbigliando cantilene incomprensibili, tracciando segni sulla parte dolente e scrutando nell’acqua unta per individuare le fonti della malattia». Il suo era considerato un tocco taumaturgico, una «benedizione» se applicata sulla parte malata del corpo. Il rito inizia col segno della croce, si conclude col Pater, l’Ave Maria e un altro segno della croce. La strolga segna tre volte il malato, per tre volte durante il giorno – all’alba, a mezzogiorno, al tramonto. Il segno è «praticato con la mano a taglio, con la punta dell’indice o del pollice oppure con la punta di indice e medio uniti».


Le strolghe ferraresi

Limitatamente alla nostra provincia, l’autrice – soprattutto da racconti orali – ha scoperto come «la strolga era una figura di donna che svolgeva un ruolo fondamentale nella società contadina» fino a metà del secolo scorso. Per questo libro, fra agosto e ottobre 2020, Fratti ha incontrato e intervistato sette strolghe residenti nella nostra provincia, ancora attive come guaritrici, oltre ad essere venuta a conoscenza di altre sei (fra cui un uomo) di cui le hanno parlato ma che non è riuscita a contattare, o già defunte. Un numero alto per una provincia come la nostra.

Le sette strolghe ferraresi sono: Gigliola T., 89 anni, S. Bartolomeo in Bosco, contadina; Giliola P., 79 anni, San Bartolomeo in Bosco, proprietaria terriera e lavoratrice nei propri frutteti; Lia M., 89 anni, S. Martino, contadina; Rosanna M., 82 anni, Ferrara, ex operaia in un vivaio; Daniela C., 61 anni, Scortichino di Bondeno, casalinga; Maria S., 87 anni, Poggio Renatico, contadina; Marta M., 84 anni, Berra. Dall’eczema al colpo della strega, dall’orzaiolo all’herpes, sono tanti i malanni che dicono di riuscire a curare, compresa la paura: il “segnare la paura” sembra essere una specificità proprio delle strolghe ferraresi. Non a caso, nel libro l’autrice racconta come da piccola i coetanei più “temerari” le dicessero: «Àt devi andàr da la strolga, a fàrat sgnàr la paura».


Origini storiche

Né sciamana né fattucchiera, la strolga – viene spiegato nel libro – è «una vera Medichessa che operava attraverso strumenti di tipo sacerdotale». Sembrava che agisse «per ricostituire una qualche armonia perduta dalla persona che si affidava ai suoi segni, e che usasse mezzi e strumenti che forse era più indicato interpretare utilizzando il linguaggio dei simboli». Un’azione, la sua, a differenza delle streghe, almeno nelle intenzioni a fin di bene. Un’armonia del “sacro dentro di sé” da ricostruire, contro forze esterne avverse. Una figura che ama tenersi «in disparte», discreta, «riservata, raccolta nel silenzio del rito consumato nell’interiorità». E che «sopravvive grazie alla stima e all’amore popolare» nei suoi confronti. Le origini di questa “medichessa” sembrano risalire alle società primitive, all’epoca del matriarcato primigenio, e tracce di culti naturalistici nel ferrarese – nel territorio deltizio, in quello di Ostellato, Voghenza e Cassana, in tutta la valle del Basso Po e nel bondenese – rimandano al culto della Signora degli Animali (Reithia Potnia Theron), simbolo dell’eterno femminino, praticato soprattutto dalle donne a protezione di messi, erbe e animali domestici. Nello stesso libro V dell’Iliade, Afrodite è guarita da una carezza della madre Dione. Ma pare addirittura che questa pratica del segno risalga a 5300 anni fa: grazie allo studio del 2015 si è scoperto come l’Uomo dei ghiacci rinvenuto nel 1991 sulle Alpi italiane rechi incisi 59 segni con probabili finalità taumaturgiche.

Com’è naturale, nella cristianità anche le strolghe, considerate “incantatrici”, non potevano essere sempre tollerate. Nel libro, ad esempio, l’autrice cita alcuni casi segnalati al Vescovo Francesco Dal Legname a Ferrara, Villanova di Denore, Quartesana, Tresigallo, Corlo e Correggio, durante la sua visita pastorale fra il 1447 e il 1450. E il Sinodo diocesano del 1751 si pronunciò su coloro che «esercitano Magie, Sortilegi e Incantesimi», e così i Sinodi precedenti, dal 1592, dove si cita anche chi si applica nel “segnare” o “incantare”. La prima segnatrice ferrarese viene citata nel Liber querela rum quartus del 1606: è “Madonna Antonia”, residente in città, «guaritrice herbaria», una delle dementes mulierculae (“donnicciola di poco cervello”), come venivano con disprezzo chiamate le strolghe. Oppure, i documenti citano il caso nel 1605 della bondenese Giacoma la Mantilara, veggente che – a suo dire – riusciva a vaticinare solo fissando un’icona mariana posta sopra il letto. In generale, era proprio questo che la Chiesa perseguiva: «l’uso di elementi sacramentali [acqua benedetta, crisma, ad esempio] fuori dal contesto ecclesiastico, da parte di persone non autorizzate e con intendimenti puramente pagani». Tollerava, invece, a volte le pratiche di maghi, stregoni, cartomanti e quant’altro se non avvenivano con l’uso di materia sacramentale.

Credenze appartenenti a un passato ormai lontano? Non del tutto. Come si è visto, nel nostro territorio c’è chi ancora si rivolge a queste figure, la cui fama poggia anche sulla sopravvivenza di assurde superstizioni. Come spiega la stessa autrice, ad esempio «a Ferrara è ancora diffusa la credenza che la visita di una donna con il ciclo arresti l’allattamento di una giovane madre, a meno che la visitatrice non dichiari apertamente di essere mestruata».


Lo strolghino, salame suino “veggente”

Lo “Strolghino” è un salume tipico del parmense. Le fonti più accreditate fanno risalire il suo nome proprio a strolga. La tradizione, infatti, sostiene che, un tempo, la produzione dello Strolghino servisse per prevedere l’andamento della stagionatura dei salumi di taglia maggiore. Non a caso, perché fra i tanti insaccati suini, lo Strolghino è il primo pronto per il taglio. Una versione meno diffusa vorrebbe, invece, che lo Strolghino fosse un salume difficile da realizzare a regola d’arte, tanto da rendere necessario il consulto della strolga.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 novembre 2021

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