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«E se così non fosse?»: il mistero della vita nel libro di Muscardini

3 Giu

Si intitola “La parte visibile” la nuova raccolta di racconti di Giuseppe Muscardini. Un viaggio nella storia e nel cuore dell’uomo

di Andrea Musacci

«E se così non fosse?». Se dietro il pesante velo del reale riuscissimo a intravvedere una luce, uno sprazzo del mistero della vita? È da poco uscito “La parte visibile”, raccolta di 23 racconti di Giuseppe Muscardini (Edizioni Montag, 2026). Muscardini è stato Responsabile della Biblioteca dei Musei d’Arte Antica di Ferrara e ha all’attivo cinque romanzi e diversi saggi in ambito storico-letterario. La domanda iniziale la pronuncia uno dei personaggi di questi suoi affascinanti racconti. La pronuncia con cinismo ma possiamo farla nostra e usarla nel viaggio attraverso i secoli, pagina dopo pagina.

O SANGUE O MUMMIA?

Si inizia nel 225 a.C., l’odio tra celti e romani è «piacere della ferocia» e brama di vendetta. Si conclude con l’ecatombe senza sangue versato del covid. In principio, il protagonista, un celto, dice di vivere «dissanguato completamente in ogni mia volontà di rinascere»; la conclusione corre il rischio dell’astratto ottimismo. La vita è un brivido di potenza, è pieno dominio di sé o pieno dominio sugli altri. Ma il fluire delle pagine porta con sé un affievolirsi tanto della crudeltà quanto del racconto al solo presente; col passare dei secoli, sempre più si fa strada la memoria, sempre più la storia che si fa è anche quella disseppellita e analizzata. La storia “mummificata”, da vivisezionare freddamente, corpo morto oggettificato.

MISTERO: FEMMINILE E MEMORIA

E quindi, «l’occulto era tale perché ancora non esisteva una spiegazione naturale». Ma il titolo stesso di questo libro ci dà un’indicazione, richiamando – per contrasto – l’antitesi, l’invisibile. «E se così non fosse?», appunto: si può fare esperienza vera abbandonando le lenti opache della razionalità, per percepire la vita come mistero, cioè come qualcosa di inafferrabile coi soli occhi di carne. C’è il femminile, in queste pagine, che del mistero è grembo: «La carne insolente che continua a gridare», certo, e il gioco di sguardi fra i vetri di un treno. Emblema del non possedibile, del mistero appunto, è la donna. E c’è un’altra porta verso il mistero, oltre l’algida analisi storica e l’atroce desiderio di distruzione: quella della memoria viva. Memoria nella suggestiva atmosfera di una casa in altri tempi abitata («Ho desiderato un ambiente già vissuto, che emanasse l’afflato dei vecchi inquilini»), o nel martirio di Palach, che prima di diventare reliquia trasforma la storia nel profondo.

NESSUN MANUALE

La ricerca e la lotta – tipiche dell’umano – non aprono quindi al passato, ma al presente e al futuro. Siamo noi che costruiamo quel che sarà storia, storia viva, non cimelio, non antica colonna da salotto. E così, anche un cimitero può essere progetto e creatività: «nessun codice o manuale» «registrerà» l’impronunciabile che è nel cuore dell’uomo. 

«E se così non fosse?»: il «gioire della vita», le parole non dette, gli sguardi rubati, i minuscoli bagliori, le calde prossimità: qui, in questo fluire ci siamo noi, «con le nostre vette e i nostri abissi», bisognosi di accogliere e di pronunciare perdòno, non di essere tra coloro che si pèrdono.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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Luce e dolore: la “Trasfigurazione” di Raffaello e la cura dell’altro nel nuovo libro di Piero Stefani

15 Mag

Nel suo ultimo libro Stefani riflette sul capolavoro del «divin pittore», fra arte e Vangelo

di Andrea Musacci

A vegliare le spoglie mortali di Raffaello Sanzio, accanto al letto nello studio di via del Borgo a Roma, vi era una sua opera, l’ultima da lui realizzata: la Trasfigurazione. L’estrema parola – potremmo dire – dell’artista, suggello di un’esistenza e anticipazione dell’Eterno. A quest’opera è dedicato il nuovo libro di Piero Stefani, dal titolo Trasfigurazione. Lettura evangelica dell’ultima opera di Raffaello (Pazzini Editore, 2026, collana Arti e Teologie), con prefazione di Guido Bertagna, teologo gesuita, artista ed esperto di giustizia riparativa.

Stefani – biblista, filosofo e teologo, collaboratore della rivista Il Regno e presidente di Biblia – con questo volume ci dona un’analisi profonda, intima e accurata, di uno dei capolavori dell’umanità. L’opera è una tempera grassa su tavola di cm 410×279, iniziata da Raffaello nel 1516 e conclusa poco prima della morte, che lo coglie all’età di 37 anni il 6 aprile 1520, Venerdì Santo.

In questo dipinto, esposto nella Sala VIII della Pinacoteca Vaticana, Raffaello – scrive Stefani – «compie l’inedita scelta di raffigurare sia quanto ha luogo in alto, la trasfigurazione di Gesù e il suo colloquio con Mosè ed Elia, sia quanto sta succedendo in basso, l’incapacità di porre rimedio al predominio del male». In quell’epoca, la trasfigurazione era spesso rappresentata, mentre era «inedita» la mancata liberazione del giovane ossesso. Ricordiamo che la trasfigurazione è narrata nei Vangeli sinottici (Mt 17,1-9; Mc 9,2-10; Lc 9,28-36).

Così, radicale è la contraddizione «tra un volto trasfigurato e uno stralunato, tra l’essere avvolti e trasformati da una realtà divina e l’essere afferrati e deformati da un potere maligno». Qui, «impotenza» e «richiesta d’aiuto» sono l’unica realtà che sembra esserci data vivere. Là, lontano, parrebbe invece dominare, distante nel suo fluttuare, una sovra-realtà a noi inaccessibile, indifferente al nostro patire. Un passo avanti nella comprensione – attraverso la via della speranza – sta nel relativizzare questa contraddizione ponendola su un piano temporale: il momento presente – precario e implorante – contrapposto a «quel che saremo nella vita eterna», nella pienezza della comunione in Dio. Una contrapposizione, quindi, non definitiva, ma fatta di attesa.

Nessuno intento nichilistico ma nemmeno, all’opposto, futilmente consolatorio: «se si mette precocemente in campo il risanamento, l’anti-trasfigurazione che pesa ancora su tanta parte dell’umanità viene troppo sbrigativamente edulcorata», scrive l’autore. E dunque la trasfigurazione è anticipazione, non inganno, realtà presente, non magia. E in quanto “reale” e in quanto “presente”, capace di trasformare qui e ora. L’effetto, insomma, è immediato, la piena comprensione sarà – invece – mediata solo dalla Pasqua del Signore. «Il “cambio di forma”», cioè la metamorfosi della trasfigurazione – scrive Stefani -, «va inteso come anticipo della resurrezione».

Mediare, dunque, appartiene al tempo; e alla dinamica della relazione: Stefani, citando il Vasari, a un certo punto si sofferma sulla figura femminile presente nel mezzo della parte inferiore dell’opera. Al centro, come a dire dell’equilibrio di cui è partecipe, del ruolo del quale è investita: quello di mediatrice – sul piano orizzontale – tra gli apostoli e la famiglia dell’ossesso, tra il basso e l’alto – su un piano verticale. «La donna – scrive Stefani – costituisce di sicuro il cuore della parte inferiore ma, forse, assolve questo ruolo anche rispetto alla pala nel suo insieme». Con la sua «postura “serpentinata”», può essere «simbolo della fede», scrive l’autore o, chissà, richiamare la Vergine Maria, Mediatrice di tutte le grazie.

In ogni caso, quest’opera è tanto universale – in quanto parla a un tempo della condizione e dell’anelito di ognuno – e personale, in quanto espressione ultima (non solo in senso temporale), testamento, grido estremo di Raffaello. Scrive Stefani: «Se, come sostiene Vasari, quel volto [del Cristo] è in assoluto l’ultimo soggetto dipinto dal sommo artista, è lecito pensare che in Raffaello operasse la speranza di raggiungere una vita più alta e duratura di quella terrena che era prossima a concludersi». Insomma, non esiste la morte, esiste il morire del singolo; la stessa condivisione di questo destino va vissuta come comunione, non come astratto comun denominatore. 

Ugualmente si può dire tanto dello sguardo stravolto del fanciullo quanto di quello – già illuminato – rivolto al Signore. È dunque l’altro che ci rimette coi piedi per terra, non per sprofondare, ma per ricentrarci, lontani dalla speculare tentazione dell’elucubrazione e del sentimentalismo. Ciò che ci permette di comprendere la realtà tanto del mondo sensibile quanto di quello eterno – essenza del primo – è ciò che li lega: una luce, mai distinta da un corpo; un volto, mai estraneo alla logica assurda della misericordia: «La parte inferiore della Trasfigurazione – scrive Stefani – testimonia l’ostinata volontà di prendersi cura dell’“altro” anche quando non si è nelle condizioni di aiutarlo in senso pieno». Nessuno basta a sé stesso, dunque; nessuno si salva da solo e nessuno salva l’altro da solo: «la tenda corporea del precario abitare di chi ha perduto la propria casa» non sta più nella tremenda solitudine del deserto, ma nello sguardo trasfigurato di Gesù, «casa imperitura».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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Cecchini per divertimento: i safari umani a Sarajevo

8 Mag

Il terribile racconto dei 500 uomini (di cui 230 italiani) che tra il 1992 e il 1996 approfittarono dell’assedio di Sarajevo per ammazzare bambini, donne e anziani, come fossero in un videogioco. A Ferrara il racconto di Ezio Gavazzeni, autore dell’inchiesta. E il 22 maggio il film a Santo Spirito

di Andrea Musacci

Cento milioni di lire per diventare un cecchino e sparare a un bambino, a una ragazza, a un anziano. Era questo il passatempo del fine settimana per almeno 500 persone – di cui ca. 230 italiani -, durante l’assedio di Sarajevo tra il 1992 e il 1996. Di questa orribile storia in Italia se n’è tornato a parlare da poco grazie alle inchieste dello scrittore milanese Ezio Gavazzeni. Inchieste che ora ha pubblicato nel suo libro “I cecchini del weekend. L’inchiesta sui safari umani a Sarajevo” (PaperFirst ed.), presentato lo scorso 27 aprile nella libreria Libraccio di Ferrara, in dialogo con Marika La Pietra (ideatrice e voce del podcast “Voci in Ombra”) e con l’introduzione di Paola Bastianoni (docente UniFe e direttrice del Laboratorio “Uno sguardo al cielo”). Inoltre, vi anticipiamo che venerdì 22 maggio alle ore 21 il Cinema Santo Spirito di Ferrara (via della Resistenza) ospiterà la proiezione del film “Sarajevo Safari”, documentario del 2022 diretto dal regista sloveno Miran Zupanic, con interventi di alcuni giornalisti e pacifisti e un ricordo di Moreno Locatelli – classe ’59, del gruppo “Beati i costruttori di pace” – ucciso a Sarajevo nel ’93 da un cecchino serbo (v. locandina a pag. 11 e articolo sul prossimo numero).

PAGHI E UCCIDI

Cecchini che in quei quattro terribili anni si nascondevano sulle colline e puntavano gli inermi civili che camminavano tra un edificio e l’altro, cercando riparo lungo quella che verrà chiamata “Sniper Alley”, il viale principale della città. Cecchini che, appunto, spesso erano affiancati da imprenditori e professionisti anche italiani: «alcuni di loro – ha detto Gavazzeni a Ferrara – frequentano ancora oggi i salotti TV italiani, uno in particolare è spesso invitato in TV a parlare». Edin Subašic, ex agente dell’intelligence militare dell’Esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina (ARBiH), è stato tra i primi a rivelare e documentare questo orrore. «Oggi in Kenya – ha detto Gavazzeni – nei safari per sparare a un leone paghi 200mila dollari». E così a Sarajevo nei “safari umani” «le tariffe erano per obiettivi: per sparare a un bambino o bambina, il costo era di 100 milioni di lire; stessa cifra per sparare a un’adolescente; 70 milioni per sparare a una donna; 50 per un uomo; meno di 20 per un anziano o anziana. Più soldi mettevi, più porte si aprivano. Queste persone non avevano nessuna morale». E questi “turisti dell’orrore” «erano sempre accompagnati dal “Francese” – l’organizzatore di questi “safari” – e da un locale, che si assicurava che non ci fossero “fregature”, cioè che venisse colpito l’obiettivo concordato». Diverse erano le tecniche per attirare i possibili bersagli: «la prima consisteva nel ferire una persona così da poter colpire anche le persone accorse per soccorrerla; un’altra, era di aspettare che una madre uscisse per andare a prendere l’acqua con la tanica, così i suoi figli sarebbero usciti per giocare diventando obiettivi dei cecchini». Subašic, in un’intervista rilasciata a balcanicaucaso.org dichiara: «Secondo le nostre ipotesi, il nucleo del gruppo era composto da membri dei servizi segreti della Serbia (…). Sicuramente non è stato facile organizzare il trasporto attraverso un territorio sottoposto a sanzioni (Serbia), poi attraverso la zona di guerra per raggiungere le linee di combattimento. Si tratta di procedure molto impegnative. Pochissime persone erano a conoscenza del “safari”».

TRE GIORNI TUTTO ORGANIZZATO

La sede organizzativa dei “safari” in Italia era a Milano, con i “clienti” che forse partivano tutti da Trieste (o comunque dal Friuli) il venerdì, mentre la sede centrale europea era a Bruxelles. La sede milanese – ha proseguito Gavazzeni – «contattava sul territorio alcuni reclutatori, ad esempio ex militari della Folgore o lagunari; uno in particolare reclutava in un piccolo albergo, anche grazie al passaparola». Furono «quattro le denunce fatte allora alla Digos, tutte insabbiate, e non solo a Milano ma in varie parti d’Italia»: una è «quella di una signora che oggi in Friuli gestisce un b&b di famiglia», quindi ai tempi gestito dai genitori, dove lei lavorava: «lì i cecchini si fermavano il venerdì (e per diversi venerdì) – questa donna ha raccontato Gavazzeni – per mangiare e dormire prima di partire per Sarajevo. Alcuni di loro si sono confidati con me: “andiamo a uccidere donne e bambini, e paghiamo per questo”, mi dicevano». Anche lei entrerà nell’inchiesta ma «è molto terrorizzata».

«Due anni fa – ha proseguito Gavazzeni – ho anche incontrato colui che nel libro chiamo “Innominato”, un ex agente del SISMI che ha lavorato nei Balcani per tutti gli anni ’90, e che mi ha aperto molte porte; anche lui ha lasciato la sua testimonianza alla Procura di Milano. Mi ha detto: “Noi servizi segreti – italiani e di altri Paesi – sapevamo tutto dei safari”». Infatti, «a fine ’93 una fonte avvisa Edin Subašic che a Sarajevo erano presenti cinque italiani per “cecchinare”. Di questo vennero informati anche due agenti del SISMI, lì presenti assieme a Michael Giffoni», allora vice capo della delegazione diplomatica speciale italiana a Sarajevo. E «ci confermano che a inizio del 1994 questi cecchini vengono rispediti in Italia. La loro identità è ancora ignota: io voglio scoprire chi sono. Lo scorso novembre, Giffoni ha confermato tutte queste cose in Procura».

30 ANNI DI SILENZIO

Ma le prime informazioni su questo turismo dell’orrore erano apparse nell’aprile del 1995 in un articolo uscito sulla prima pagina di Oslobodenje, il più antico quotidiano della Bosnia Erzegovina. «Grazie a un giornalista dell’Ansa – ha spiegato Gavazzeni -, ho scoperto come profughi bosniaci arrivati in Italia diedero la prima testimonianza di queste pratiche: racconti, questi, usciti in prima pagina sul Corriere della Seranel marzo ’95, in un articolo di Venanzio Postiglione. Allora perché 30 anni fa nessuno nella Procura di Milano si mosse?». Stesso discorso per un articolo uscito lo stesso anno su La Stampa: «perché nessuno della Procura di Torino fece qualcosa?». Come detto, nel ’22 esce il documentario di Miran Zupanicč e Gavazzeni lo contatta subito. «Ma perché nessuna tv in occidente aveva chiesto di poter mandare in onda il film?». E contatta anche Edin Subašic, che nel film fornisce la sua testimonianza. «Purtroppo – prosegue Gavazzeni – diversi documenti con testimonianze erano presso il Tribunale permanente dei popoli della Fondazione Lelio Basso, ma sono spariti, e di questi la magistratura non è mai stata avvertita». 

L’INCHIESTA 

Il libro presentato a Ferrara è ciò che Gavazzeni ha depositato alla Procura di Milano, all’attenzione del pubblico ministero Alessandro Gobbis, che l’ha affidata ai Ros dei Carabinieri. La Procura milanese ha aperto un fascicolo contro ignoti con l’ipotesi di omicidio volontario aggravato per crudeltà e motivi abietti. «La maggior parte delle fonti che cito nel libro hanno depositato alla Procura di Milano fra il novembre 2025 e il febbraio 2026» e «prima di essere pubblicato, questo libro è stato letto da un avvocato e da un ex magistrato, che mi aiutano in ogni passaggio». Inoltre, da un paio di settimane – dal 21 aprile – «la Città di Sarajevo si è costituita parte civile e ha nominato i miei avvocati come avvocati difensori: a Sarajevo ci sono persone che aspettano da 30 anni di sapere chi ha ucciso i loro cari». E «da questa mia inchiesta sono partite diverse altre inchieste a livello internazionale», in Svizzera, Belgio e Francia. Ad esempio, «una settimana fa un avvocato di Parigi mi ha contattato dicendomi che ha un nuovo testimone: pochi giorni fa, il 25 aprile, mi è arrivata questa testimonianza protocollata. E mi ha detto che i servizi segreti francesi nel ’92-’93 erano a conoscenza di questi cecchini. Ciò lo riporterò alla Procura di Milano». Inoltre – ha detto ancora a Ferrara il 27 aprile – stamattina ho inviato 30 domande a questo testimone francese, che ha deciso di collaborare con la nostra inchiesta. Recentemente, «un’interrogazione è stata portata nel Parlamento francese e due in quello tedesco, grazie a deputati del SPD. E oggi un imprenditore brianzolo ha testimoniato alla Procura di Milano, facendo due nomi di persone coinvolte. Io stesso dal 17 al 19 settembre prossimi mi recherò a Sarajevo».

Insomma, «ci sono crepe nel muro» di omertà: «noi cerchiamo di vedere dentro queste crepe, ma per ora la grande assente in Italia è la politica: l’unica a fare un’interrogazione parlamentare nel nostro Paese è stata Stefania Ascari del M5S», lo scorso novembre. Come lei stessa ha spiegato, «ho presentato un’interrogazione parlamentare ai Ministri della Giustizia, dell’Interno, degli Affari Esteri, della Difesa per chiedere quali azioni siano state intraprese a seguito dell’apertura della suddetta inchiesta, se esista un coordinamento effettivo tra autorità giudiziarie italiane e bosniache, e se verranno messi a disposizione tutti i documenti eventualmente custoditi negli archivi dei servizi di informazione. Ho inoltre domandato quali misure si intendano adottare per garantire giustizia e tutela alle vittime e se l’Italia si farà promotrice, in sede internazionale, di iniziative per contrastare e prevenire nuovi episodi di “turismo di guerra”».

OGGETTI, NON PERSONE

Di «oggettificazione della vittima» e «indifferenza del male» parla Gavazzeni. Due definizioni condivisibili, per quanto queste nefandezze possano essere esprimibili a parole. «In generale – ha riflettuto -, ogni omicida si dà sempre una giustificazione per il suo atto. Ma in questo caso no, è un male senza scopo, sparavano per il solo gusto di sparare, per convincersi che l’essere ricchi, potenti e con una certa reputazione dava loro la licenza di uccidere rimanendo impuniti, nascondendosi dentro la guerra. E ciò alimentava la loro autostima». 

Ora, alle vittime e ai loro cari, va perlomeno data giustizia e memoria.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2026

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(Foto Pxhere)

Condivisione e altro-da-sé: i nuovi racconti di Piero Ferraresi

7 Mar

Si intitola “Sogni e avventure sulle Alpi” il secondo libro dedicato alle memorie della giovinezza: un viaggio complesso per diventare umani

Quella «spoliazione» necessaria per scoprire la propria umanità. È da poco uscito il secondo libro di racconti di Piero Ferraresi, dal titolo “Sogni e avventure sulle Alpi” (Este Edition, gennaio 2026), séguito del libro d’esordio “Sogni e avventure sull’Appennino” (Este Edition, Ferrara, luglio 2024). Il nuovo volume – ambientato sulle Alpi, prevalentemente sulle Dolomiti, in particolare nella Val Di Fiemme e nel comune di Tesero (Trento) – Ferraresi lo presenta il 9 marzo alle ore 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea (via delle Scienze 17, Ferrara). Per l’occasione l’autore dialogherà con Mauro Presini, maestro elementare in pensione e scrittore. E il 4 marzo alle ore 16 il libro viene presentato al Centro sociale “Azzurro” (via F. Cavallotti, 33) di Occhiobello (RO). Libro che è acquistabile, oltre che negli store on line, anche a Ferrara nella libreria Libraccio (p.zza Trento e Trieste), nella libreria “Testaperaria” (via de’ Romei) e nella Cartoleria Sociale (via Spadari).

In quest’ultima fatica, Ferraresi raccoglie alcuni racconti tra biografia e fantasia, con protagonista Pierino, membro di una famiglia numerosa, fin da piccolo quindi abituato alle «piccolissime rinunce» e soprattutto all’«importanza di condividere». Al senso del limite, quindi (per ora solo fuori di sé). Le vicende di Pierino si svolgono durante le vacanze estive con la famiglia, su quei monti e quei boschi verso i quali prova «un richiamo fortissimo, un’esigenza quasi fisica».

La prima parte è il racconto della sua ricerca, con un amico, dei resti “dell’orso speleo”, preistorico, di cui tutti parlano. Ma è un rapporto, quello di Pierino con la natura non umana, appunto di attrazione, di richiamo ancestrale ma al tempo stesso di conflitto, di timore. Che sono gli stessi sentimenti che il giovane dovrà affrontare, dominare e vincere nei confronti della realtà, intesa come altro-da-sé, alterità inevitabile, quindi anche imprevisto. Insomma, dalla Storia collettiva – che tanto lo attrae, ma già vissuta, e sempre spersonalizzante – dovrà arrivare alla storia personale, unica.

In ciò, infatti, consisterà il suo doloroso ma affascinante cammino fuori dall’infanzia, il suo farsi uomo. “Uomo” da intendersi non solo, non tanto, come maschio adulto, ma come essere umano. Insomma: umani si diventa, è una conquista, e l’umano ha sempre il volto dell’Altro, è l’incontro-scontro con ciò che ci supera, che non possiamo afferrare. L’autore definisce ciò una continua «spoliazione». Nel caso di Pierino, è quell’imponente cattedrale di rocce e rami, un gatto, un nido di vespe, gli amici, i vecchi del bar. Sarà grazie a un capriolo che avverrà in lui una svolta, sarà la breve epifania di questo animale «maestoso ed elegante» a sconvolgerlo. Sarà uno dei riti di passaggio necessari nella vita del giovane.

Ma come in tutti i transiti, «le ombre» incombono, il sentirsi inadeguato, fragile, preda del proprio rimuginare. Capirà, Pierino, che al sonno inteso come stasi, routine, palude esistenziale, deve contrapporre il sonno costellato di sogni, di desideri, di visioni che rompono l’abitudinarietà stantia dei nostri quotidiani («l’appiattimento delle abitudini collettive») per farci uscire da noi stessi e dalle nostre gabbie invisibili. Serve, in questo – come detto – un Altro, che si esprime soprattutto attraverso la voce, il richiamo (spesso ricorrente nel libro), la parola quindi. E la Parola: quella del Creatore che «accompagna verso l’invisibile, verso la profondità delle altre persone, delle cose e delle situazioni».

È questa la conquista di Pierino: il riconoscere il valore della «condivisione profonda» fatta di «ascolto, attenzione, riflessione, pazienza, capacità di immedesimarsi negli altri». Quel «giardino meraviglioso» fatto di dono e comunione, nel quale contemplare la bellezza di ciò che è, dopo aver (ri)trovato sé stessi, dopo aver compreso l’essenziale.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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Il buio, poi «una gioia di lacrime improvvisa»

26 Feb

Quello che resta, il libro di poesie di Marta Casadei: un dolce grido a Dio sulla morte, sulla vita

«Nella morte ci apriremo a ciò di cui abbiamo vissuto sulla terra».

(Gabriel Marcel)

di Andrea Musacci

Non è fresco di stampa il libro di poesie di Marta Casadei (romagnola di nascita, ferrarese d’adozione), dal titolo Quello che resta (Ed. La Carmelina, con prefazione di Piero Stefani), dedicato alla morte delle persone care, in particolare alla memoria del marito scomparso. Ha due anni di vita ma richiede – per chi ancora non l’ha letto – un’avvertenza: per comprenderlo non è necessario aver perso il proprio amato o la propria amata, ma aver amato. E chi non ha mai avuto la grazia di amare una persona in maniera speciale, l’auspicio è che questo libro apra l’anima preparandola a quella bellezza che rende ancora più cruda la domanda sul perché contenga in grembo il germe della morte.

«TI PREGO, NON ANDARE»

«La vita divorava gli anni» e, invece, più si va avanti più il velo si discosta e con più accecante consapevolezza si comprende che gli anni «divoravano la vita», scrive Casadei. Dopo la perdita del marito – sono sue parole – «sono rimasta sola e sbigottita / con la tua assenza dura, sconsolata». «Tutto qui: / tutto quello che rimane / di una vita sta dentro una valigia»; ma è un mentire, il suo, dettato dalla desolazione: la vita non può stare in una culla, non starà mai in una bara, né in una definizione. Figuriamoci in una valigia.

La mancanza è vuoto, nuda assenza, eremitaggio in una casa che pare sconsacrata, solitudine non desiderata. Il giogo, le spalle lo sentono troppo pesante: «Fino a quando / mi stringerà questa amarezza / questo rimpianto inconsolato e sordo», è la domanda. Rimpianti e rimorsi sono spine nella carne: «non ti ho difeso abbastanza», «non ho creduto abbastanza»; pesano le «consolazioni sperperate». Ma finché, una a una, quelle spine non le si toglie, non ci si potrà aprire all’avvenire, alla lode, alla benedizione. Fino a quel momento, «ancora tutto accade come sempre, / si vegli o dorma, / tutto senza stupore, prevedibile». La realtà diviene inconsistente; anzi, assurda: «cosa ci faccio qui da sola?», che potrebbe essere scritto anche come interrogativo sul senso ultimo dell’esserci (“cosa ci faccio qui?”).

La terra non è lieve – come nel laico augurio a chi se ne va – ma il suo peso «ti copre», a te «che sei inciampato nella morte». E lei rimane sola, «a inaridire», resta «impigliata nella vita», come l’accappatoio in quel gancio, pezzo di feriale memoria. «Ti prego, non andare», scrive Marta: e mi viene, per contrasto, in mente il «Tu non morirai» di Gabriel Marcel.

«VENGA PRESTO LA LUCE»

Poi la luce inizia a filtrare dalle finestre, e ciò non avviene in un momento preciso: «cerco / di ritrovare il senso delle cose / o una ragione / qualunque, nuova». È un primo tentativo, pur nel suo fallimento, di arrivare a una «memoria pacificata».

E qualche pagina dopo: «Voglio farmi un regalo / oggi, una cosa nuova, uscire / dove la vita pulsa nelle strade». Ma il mondo e i suoi abitanti sono ancora senza volto, sfocati, spigoli contro cui sbattere, estranei su terre di nessuno, di certo non di Marta, «sperduta / in un filo di terra straniera». Marta che è ancora non attesa, ancora senza attesa. Attesa che è mancanza, ma protesa con lo sguardo all’avvenire. «Fammi sentire che ci sei», anche se «sei l’altrove»; come a dire: senza l’altro non mi salvo dalla tentazione del nulla. Da qui, «una gioia di lacrime improvvisa», il necessario perdono di sé.

Questo libro è una lode all’amore che è stato, e che non può non durare in eterno. Una lode all’amore piccino, fatto di minuscoli frammenti, di levità, debolezze, scambi quotidiani di fiato e miserie; insomma, del pane del cuore. E quell’amore nascosto, timido, discreto, geloso solo di sé e della propria pudicità, ora viene esibito in questi versi “impudici”. Ma è una “sfrontatezza”, quella di Marta Casadei, talmente innervata di dolcezza che solo una posa richiede: quella di chi si china per meglio sentirne il sussurro, di chi si siede e tace. Di chi si inginocchia davanti al Mistero che Dio apre.

E allora, «venga presto la luce», vieni Spirito d’amore.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 febbraio 2026

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Capitini, Pinna e Langer: la nonviolenza in una graphic novel

25 Feb
Robin Esto (© Foto Musacci)

Si intitola “L’impatto di un’idea” il volume dell’artista Robin Esto (Margherita Pilati). Il libro è stato presentato a Libraccio Ferrara

“L’impatto di un’idea” è il nome della graphic novel realizzata dalla giovane creativa Robin Esto (Margherita Pilati) e dedicata al Movimento Nonviolento in Italia, in particolare ai suoi “padri” Aldo Capitini, Pietro Pinna e Alexander Langer (di cui il 22 febbraio ricorrevano gli 80 anni dalla nascita). Il volume, edito da People e appena uscito, è stato presentato lo scorso 20 febbraio nella libreria Libraccio di Ferrara.

L’artista – originaria di Trento ma residente a Berlino dove nei prossimi mesi si laureerà – per l’occasione è stata intervistata da Elena Buccoliero del Movimento Nonviolento di Ferrara.

Robin Esto ha spiegato come ha cercato – appunto – di rappresentare «l’impatto rilevante che l’idea e la pratica di queste tre persone abbiano avuto e hanno ancora oggi». Un progetto iniziato nel 2023, proseguito nel 2024 e su cui ha lavorato tutto l’anno scorso. Esplorando l’argomento, l’artista ha scoperto «anche il forte impatto che hanno avuto su di me». Un bell’esempio, soprattutto per una ragazza così giovane.Non a caso, la mattina stessa ha presentato il suo libro a due classi del Liceo “Roiti” della nostra città. «Di loro – ha spiegato – avevo ricordi dai miei genitori, attivisti in questo ambito; per me rappresentavano una dimensione magica ma lontana dal presente.Ma conoscendoli meglio, li ho scoperti sempre più come attuali». Il progetto iniziale «riguardava l’obiezione di coscienza alla leva militare, ma poi ho deciso di concentrarmi su queste tre figure». Per lei – ha spiegato – «è normale sentire vicini a me i personaggi che disegno», e così anche in questo caso mi interessava conoscerli anche a livello personale, intimo.Per questo ho studiato e ricercato molto su di loro, visionando e a volte anche citando frasi da volantini, cartoline, libri, articoli di giornale, lettere, oltre a diverse fotografie».

Obiettivo – sicuramente raggiunto – «mostrare questi pezzi di storia a più persone possibili, anche per recuperare momenti, frammenti che rischiano di essere dimenticati, ma che sono molto importanti». Insomma, ha tentato id raccontare «l’essenziale» e, «pur con delicatezza», lo stesso suicidio di Langer. 

«Penso che per i giovani – ha proseguito poi – sia importante continuare a essere aperti, a leggere, a esplorare storie come queste, che purtroppo nelle scuole non vengono insegnate». La graphic novel «è uno strumento ideale per questo tipo di divulgazione, affinché sia una porta che invogli ad approfondire queste tre figure e tutta la storia della nonviolenza». E a tal proposito, nel libro vengono citate anche due personalità legate a Ferrara, Silvano Balboni e Daniele Lugli.

E fra le interviste realizzate da Robin Esto per la realizzazione del suo volume, quelle a Giuliano Pontara, Elena Buccoliero e all’attuale Presidente del Movimento Nonviolento Mao Valpiana, grazie alle quali è riuscita a raccogliere e a citare aneddoti e piccoli racconti inediti o quasi.

L’incontro di presentazione si è concluso con diversi interventi dalle persone presenti nel pubblico, a dimostrazione dell’interesse che il lavoro della giovane artista sta suscitando e del desiderio – in un’epoca come l’attuale dove forte torna la propaganda bellicista – di tornare a parlare, e a vivere la pace e la nonviolenza, in tutte le sue forme.

Andrea Musacci 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 febbraio 2026

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Esperienza possibile: ecco la vera mistica

28 Gen

A Ferrara presentato il libro “La scala mistica”: riflessioni

Molti quando sentono pronunciare il termine “mistico” pensano a qualcosa di distante, fumoso, per pochi eletti. Ma sbagliano: l’incontro col Signore è un’esperienza intima che ognuno può vivere.Certo, non qualcosa di immediato, ma di sicuro di possibile. Di questo e altro si è discusso nel pomeriggio dello scorso 19 gennaio nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara in occasione della presentazione del libro “La scala mistica. Intelligenza e amore nella mistica d’Occidente dalle origini al Medioevo”, secondo di un dittico e curato da Giovanni Giambalvo Dal Ben, con prefazione di Antonella Lumini (ed. Le Lettere, 2024). Una 40ina i presenti che hanno ascoltato le voci dei due relatori, introdotti e moderati da Marcello Girone Daloli, ideatore del ciclo “Incontri con la Spiritualità applicata”.

Giambalvo Dal Ben è medico e oblato della Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, mentre Lumini è una scrittrice ed eremita urbana in Firenze, dove da oltre quarant’anni porta avanti un’esperienza di vita ispirata alla pustinia (“deserto” in lingua russa). 

La scala, dunque, come simbolo mistico, quindi, ha riflettuto Giambalvo – «di unione fra terra e cielo, in entrambe le direzioni: per l’uomo affinché raggiunga Dio, per Dio che scende verso l’uomo». «Un’ascesi» possibile per ognuno, «un viaggio di purificazione e al tempo stesso di conoscenza nella gioia». Una «ricerca del distacco e dell’intima vicinanza tipiche della fede, tra sentimento e ragione». E, questo presentato, «un libro con una pluralità di voci», cristiane, di altre religioni o filosofie, perché «non esiste un’unica via per arrivare al divino». I due «montanti» della scala della mistica «sono Platone e il Vangelo secondo Giovanni»: filosofia antica e fede cristiana, quindi, come pilastri di questa costruzione, per poi arrivare a Plotino, Origene, Gregorio di Nissa, Pseudo Dionigi, Cassiano, Basilio e Giovanni Climaco con la sua di scala mistica, Giovanni Scoto Eriugena, e molti altri. Senza dimenticare la scala nel sogno di Giacobbe (Genesi 28, 10-17), e il Cristo che sale la scala della Croce nell’affresco presente nel coro del Monastero ferrarese di S.Antonio in Polesine. 

La mistica unisce quindi fede e ragione, filosofia e Sacra Scrittura e parte – ha poi preso la parola Lumini – con Platone e la sua concezione della meta della persona come un «ritorno all’origine, al divino, all’Assoluto»;un Dio «totalmente indeterminato che annienta l’individuale». Al contrario, nella Bibbia Dio è «creatore» e quindi «strettamente connesso con le sue creature», fino al cristianesimo in cui il divino si incarna nell’umano.

La mistica – ha proseguito Lumini -, nella sua origine va intesa come «una forma intima di teologia, che chiede silenzio, introspezione, il partire da sé, dunque un’esperienza profondamente connaturata all’umano, di incontro col divino». Non può dunque non essere una «mistica esperienziale», cioè «vissuta», non un mero lavoro intellettuale.Ed è quindi «una possibilità per ognuno, non riservata a pochi eletti». È «un’esperienza diretta, uno stile di vita», è qualcosa di «sperimentabile», è «lo stare in ascolto del desiderio profondo che ci abita: il desiderio del Vero e del Bello, in un cammino di trasformazione». Per questo, lo stesso Vangelo giovanneo è dominato da una «mistica dell’amore», in esso tutto gira «intorno alla dinamica trinitaria, che è una dinamica di amore, alla quale siamo  chiamati a conformarci, ascoltando la Parola e custodendola». Mistica dell’amore che è dunque anche una «mistica dell’ascolto e della visione» (credere per vedere e vedere per credere), l’«osservare e ascoltare il Verbo che non conosciamo ma che ci prende, ci tiene». «Attenzione e ascolto» quindi sono decisivi, per arrivare poi alla «contemplazione» e alla «preghiera pura». Quella cristiana è, perciò, una «mistica incarnata», dove non vi è (come in Platone) distacco dalla materia ma «un processo di deificazione che richiede quiete, silenzio, purificazione del cuore, spoliazione e desiderio di abbandono». Insomma – ha aggiunto Giambalvo – «tutto ciò che rende possibile l’intervento della Grazia».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 gennaio 2026

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Parrocchia di S. Agostino: in un libro i primi 50 anni di una storia speciale 

20 Dic

Tracce di Vangelo nella comunità di S. Agostino è il titolo del volume che racconta la vita dagli inizi difficili negli anni ’70, tra Messe nei garage ed elemosine davanti la Coop…

di Andrea Musacci

Una conchiglia rovesciata in un quartiere residenziale come tanti: questa fu la novità architettonica che rappresentò 50 anni fa la costruzione della chiesa nel quartiere Krasnodar di Ferrara. Non un vezzo formale, ma la tenda, la nuova casa di una comunità nata, e di continuo in cammino, attorno all’Eucarestia. E che ha cambiato e continua a cambiare il quartiere, e ad accogliere i suoi abitanti.

 Tutto questo viene raccontato nel libro appena uscito dal titolo Tracce di Vangelo nella comunità di S. Agostino (dicembre 2025). Sottotitolo: «Conosco le tue opere / Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere» (Ap 3,8). Il volume a cura di Nicola Martucci, Federica Pintus e Patrizia Trombetta, è edito come Quaderno n. 56 del CEDOC – Centro Documentazione Santa Francesca Romana.

Libro che è il frutto di un lavoro di raccolta e organizzazione del materiale durato oltre due anni e che esce in un periodo speciale, alla fine dell’Anno Santo, e col cambio dopo dieci anni del parroco (don Saverio Finotti ha preso il posto di don Michele Zecchin alla guida dell’Unità Pastorale col Corpus Domini). Il volume è stato presentato il 13 dicembre con gli interventi di alcuni ex parroci.

Questa è una storia che prende avvio nel periodo postconciliare, in quegli anni ’70 nei quali nasce il quartiere Krasnodar nella zona sud della città, così chiamato per il gemellaggio nel ’74 con l’allora centro sovietico, 20 anni dopo gli aiuti da quella città in seguito alla “rotta” del Po. Insieme alle case e alla scuola, fu costruita la chiesa, dedicata solo nel 2004. 

PRIMI ANNI TRA FREDDO E CATINI IN RAME

L’atto costitutivo della parrocchia si realizza nella Celebrazione Eucaristica del 15 dicembre 1974 (ma l’atto costitutivo è del 1° gennaio ’72); tutto, però, nasce prima: «i documenti parlano di una necessità». La progettazione è affidata nel ’72 all’arch. Aldo Cotti di Bologna e all’ing. Vittorio Mastellari di Mirabello. Prima viene costruita la canonica, consegnata nel ’74, poi nel ’78 la chiesa (inaugurata dal Vescovo Franceschi con la celebrazione delle prime comunioni), infine le opere parrocchiali. L’impresa costruttrice è la ditta Battaglia Romeo di Dogato: «furono gli stessi muratori che, consegnando l’edificio al grezzo, donarono la croce di legno fissata nel punto in cui si trova ancora oggi e che sostiene il prezioso crocifisso ligneo proveniente dalla chiesa di Santa Maria in Vado» e donato nel ‘92.

Una genesi particolare, dato che chiesa e canonica sorgono sull’antico letto del canale Mambro, tombato negli anni precedenti: per effetto di successivi fenomeni climatici, si resero necessari lavori strutturali, prima nel 2016 e poi nel 2022-2024. Un inizio a tappe, e non facile, sicuramente curioso: «Il grezzo delle strutture rimase visibile a lungo, almeno fino ai primi anni Ottanta. L’edificio fu consegnato privo di impianti elettrico e di riscaldamento; alcuni parrocchiani (…) posero i primi fili volanti e montarono i faretti. Successivamente si installò la cisterna del gasolio per il riscaldamento. Nei primi anni, la chiesa risultava particolarmente fredda. Il pavimento rimase una gettata di cemento polveroso e difficile da pulire fino al 1984, quando, grazie all’artigiano e parrocchiano Carlo Droghetti, fu posata la prima pavimentazione (…)». Nello stesso anno nasceva il Consiglio pastorale e l’anno dopo, di fatto, quello economico. In seguito vengono intonacate le pareti. E all’inizio, per i Battesimi «si adoperava un catino in rame su un tavolino, e il cero pasquale era in materiale plastico».

GARAGE ED ELEMOSINE

Il primo parroco, allora 38enne, è don Giancarlo Pirini. Così ricordava quei primi tempi: «Mi ricordo che quel 15 dicembre 1974 era un giorno pieno zeppo di nebbia e la zona di viale Krasnodar non aveva nulla da invidiare ad una località sperduta: era là, ai confini, dopo le due ferrovie». Fin da subito, la vicinanza agli ultimi è l’essenza della missione nel quartiere: «andavamo davanti alla Coop, di sera, a chiedere l’elemosina», con annessa recita del S. Rosario. Don Pirini viene affiancato, fin da subito, da don Ivano Casaroli, prete da 6 anni. Quest’ultimo ricorda la sua prima notte a Sant’Agostino: «I muri della casa non avevano avuto il tempo di asciugarsi; il riscaldamento al massimo provocò l’uscita di tanta acqua dai muri (…). Ricordo tanto fango attorno alla canonica e agli altri palazzi; le amicizie che cominciavano a nascere; il catechismo in casa nostra, nei garage e nelle case (…); l’entusiasmo che, crescendo, spingeva le persone a passare dall’osservazione al coinvolgimento». Una storia fatta anche di tanti sacerdoti che, per più o meno tempo, hanno prestato servizio in questa parrocchia: una trentina, con stili e provenienze diverse.

Don Casaroli ricorda anche la prima Messa, in un garage, il 15 dicembre ‘74: «venne l’Arcivescovo Mosconi e insieme a me e a don Giancarlo, celebrammo la Messa di inizio dell’attività parrocchiale. Davanti a un gruppetto di persone, più amiche di noi preti che residenti nel quartiere, iniziammo la nostra attività tra entusiasmi, scoraggiamenti, prime conoscenze. La domenica successiva alla prima Messa non si presentò nessuno e non capitò solo la prima domenica». I due sacerdoti non si abbatterono: «io e don Giancarlo avevamo deciso di andare a spasso insieme, non ognuno per conto proprio. E la gente piano piano è arrivata…». Continuarono le Messe in luoghi anomali, negli stenditoi condominiali e nei garage. Un altro aneddoto di questo periodo riguarda il canto liturgico: «I primissimi giovani, quelli dai capelli lunghi degli anni Settanta, sapevano suonare la chitarra (…). Il repertorio iniziale era vario e, tra i canti di Giombini e Chieffo, talvolta si cantava anche Dio è morto di Guccini». Nel ’75 a S. Agostino si insedia anche, nell’ambito della carità, la Conferenza San Vincenzo de’ Paoli mentre la Caritas “arriverà” nel ‘92.

MILLE VOLTI DELL’ACCOGLIENZA

E a proposito degli anni ’90, nel quartiere un altro complesso residenziale viene tirato su nella prima metà di quella decade, ma senza esercizi commerciali. Per questo, 30 anni fa «l’impegno parrocchiale (…) si estese su molti fronti della vita sociale: dalla lotta alla tossicodipendenza alle sollecitazioni verso l’Amministrazione comunale per la carenza di servizi nel quartiere». E nel 1988 in seno alla parrocchia nasce l’Associazione Arcobaleno, per minori a rischio, e nel ‘92 l’Associazione Viale K, per affrontare povertà e disagio sociale.

Insomma, un pezzo di Chiesa, questa parrocchia, cresciuta e che continua a crescere e a trasformarsi seguendo anche lo sviluppo e le contraddizioni del quartiere nel quale è insediata: non, quindi, un corpo estraneo, ma tessuto vivo nella trama della vita dei residenti (e non solo). Parrocchia come “casa tra le case”, luogo di accoglienza e di condivisione, di ricerca e di sperimentazione, di memoria e di costruzione di bene comune. Nasce poi anche il giornalino parrocchiale Insieme a favore di tutti, ancora attivo e cresciuto molto, e dal Giubileo del 2000 l’esperienza dei Laboratori pastorali: nati nel 2002, furono «occasioni aperte di analisi, confronto e progettazione della pastorale parrocchiale, strutturate in fine settimana residenziali, che offrirono tempi adeguati e uno stile adatto alla costruzione di veri e propri cammini». Dopo gli attentati islamisti in Francia, nel 2015 in parrocchia nasce il Gruppo Incontro di amicizia tra cristiani e musulmani, ancora presente.

Facendo un passo indietro nel tempo, nei primi anni ’80, in accordo con la Caritas Diocesana, vengono inviati in parrocchia gli obiettori di coscienza: uno dei primi è Patrizio Fergnani, che poi va a vivere nel quartiere Krasnodar con la sua famiglia (dove ancora risiede). Così racconta nel libro: «Dal settembre 1983 al febbraio 1985 ho svolto il servizio civile come obiettore di coscienza, assegnato alla Caritas di Ferrara. Eravamo un gruppo di obiettori, a tempo pieno in parrocchia. Dormivamo in una stanza delle opere parrocchiali».

Ci sarebbe tanto altro da raccontare: lo si fa, per quanto possibile, in questo libro che è un pezzo fondamentale della storia della nostra Chiesa in Ferrara-Comacchio. Quel che è l’essenza di tutta questa storia – e lo scegliamo come finale di questo nostro articolo – lo spiega bene don Michele Zecchin nella sua Postfazione: «Una sola trama, un solo Popolo: la parrocchia è un cammino condiviso che attraversa i decenni e supera i cambi di guida, perché il Pastore è Cristo».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 dicembre 2025

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(Foto: don Pirini e don Casaroli coi bimbi della parrocchia)

Una Certezza nel cuore per affrontare i dolori dell’esistere

19 Dic

Immerso nell’amore è il nuovo libro di Alberto Fogli: un cammino verso la luce

di Andrea Musacci

Immerso nell’amore. Il buio profondo e il faticoso ritorno alla vita. Una misteriosa vigilia di Natale (Gruppo Sigem/Celloni Editori, ottobre 2025) è il titolo dell’ultimo libro di Alberto Fogli, ex docente e giornalista, che firma il volume con lo pseudonimo Albert Fohy.

Siamo nel 2020, in quello che verrà per sempre ricordato come l’anno del covid, con «bare e bare di chi era purtroppo caduto sotto la falce della morte senza un qualche giustificato motivo e, tanto meno colpa; fu uno shock generalizzato». 

VIA CRUCIS, VIA CAELESTIS

Alfred Taylor, residente in Italia, protagonista di questa storia, è un uomo anziano, un padre, un nonno, da alcuni anni rimasto vedovo dopo la morte della sua Myriam. Nel 2020 Alfred viene intubato in terapia intensiva. Si troverà fisicamente ma soprattutto spiritualmente, in una sorta di limbo, vivendo un’esperienza anche simile a quella della pre-morte (ne parla ad esempio Antonio Socci in Tornati dall’Aldilà e in Caterina). Un viaggio “allucinato”, drammatico e sublime, che lo porterà a Roma per un convegno culturale, sequestrato, poi in giro per l’Umbria. In questi viaggi “altrove”, «provava come un senso di leggerezza mai scoperto prima. Si librava in un cielo di un azzurro quasi celestiale. Volava in leggerezza in un infinito incredibile. Non esisteva più niente: né tempo, né spazio. Solo un grande silenzio ed una serenità mai provata nella vita; una serenità che gli parlava solo di Amore e che lo faceva sentire immerso nell’Amore». Ma il presente per Alfred è il coma farmacologico, la «disperazione», la «sofferenza senza fine», la «battaglia immane». E poi ancora i “viaggi”, fuga e lenitivo da quel dolore, da quella solitudine: Alfred si trova sulla spiaggia di Milano Marittima con le sue due nipotine, alle Dolomiti bellunesi (torneranno nelle memorie legate ai primi viaggi con Myriam). Ma anche qui la minaccia del nemico, l’agguato dell’estraneo è realtà, pur nella fantasia. Come lo è nella veglia, con un crollo della sua salute poco prima di Natale. E proprio la vigilia del giorno tanto atteso, avviene il miracolo: «Alfred apre gli occhi, sorride ai presenti e inizia a respirare autonomamente». Il respiro che è ruah, Spirito. Il successivo passaggio nel reparto di degenza rappresenta però un nuovo abisso, quel «vuoto in cui vagava senza luogo e senza tempo».

AMORE CHE REDIME…

E qui appare il viso angelico, eterno di Myriam (lui la chiama Jho), cuore più intimo del suo cuore, sua amata, volto dell’amore eterno. Colei che diventerà sua moglie. Apparizione, divina epifania: il nascere dell’Eterno nella carne sarà rappresentato, qui, dal rinascere spirituale di Alfred anche grazie alla presenza femminile – in carne e spirito –, del volto dell’amata. Dell’altro-da-me che ancora una volta, sempre, mi salva.

Il tempo è quello che un’esperienza del genere, però, permette di recuperare, certo trasfigurando volti e ricordi, ma pur sempre salvandoli dall’oblio. Così, nella terza parte del libro, Fohy ripercorre i momenti indimenticabili dell’incontro e dell’innamoramento con Myriam: la «paziente attesa», il profumo dei fiori, il primo bacio, il ballo «sulla celestiale musica di Strauss», il matrimonio nel mese di maggio, la nascita dei due figli, i pellegrinaggi nei luoghi della cristianità per rafforzare il loro sposalizio. “Licenze” al romanticismo più puro non solo concesse ma anzi ben accolte, che il clima di dramma e sofferenza evita di trasformare in sdolcinatezze. Il loro amore è pieno non perché perfetto ma perché relazione che si svolge nella reciproca fiducia, nel dono e nell’abbandono, nella fede. «E così pensando pregavano…». E la preghiera si fa anche contemplazione della bellezza dei doni di Dio nel creato, «mentre esprimevano, nel loro intimo, il desiderio di conoscere l’Autore di tanta bellezza. La bellezza del cuore umano. La bellezza dell’amore».

…AMORE OLTRE LA MORTE

Amore più forte della morte intesa come limite terreno ultimo e come anticipo della fine nella sofferenza. Quella che colpirà Myriam, tornata al Padre nel giugno del 2018: «Questi ultimi sette anni li ha trascorsi sulla sua croce in un deserto umanamente sempre più arido ma illuminato dalla Fede non mancando di sostenere i suoi cari nei loro impegnativi incarichi nel mondo del volontariato, sociale ed ecclesiale. Sempre presente e lucida, aveva ricevuto il conforto ultimo dei Sacramenti. La sua apparente serenità meravigliava il personale sanitario data l’estrema sofferenza fisica stampata sul suo volto».

LA CROCE DEL RIMPIANTO

Una nuova croce – dolorosa ma “necessaria” – ora la dovrà portare Alfred: quella del «rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato, per ciò che si voleva dire e non si è detto, per ciò che si voleva fare e non si è fatto e per quanto si poteva amare e non si è amato». «Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio», per dirla con San Paolo (Rm 7, 19). Un rimpianto che, come tale, non dà compagnia a chi lo vive ma anzi accentua la solitudine, la rende più pesante, più angosciosa. E rimpianto che è anche rimorso: «vorresti rivolgerti al cielo chiedendogli di rimandarti la tua Jho, anche solo per qualche tempo, per poter scaricare la tua amarezza per certi tuoi comportamenti mai corretti e chiederle perdono ricevendo, possibilmente, un abbraccio liberatorio». Il distacco della morte, dunque, segna un solco tra Alfred e la pace anelata, un abisso tra un passato agrodolce ma comunque vissuto nell’amore, e un presente da ricostruire. Il passato si avvelena, il rimpianto lo adultera, spegnendo così le luci dell’avvenire. Il passato diventa una pietra scagliata su una serenità tanto desiderata. Non “il passato”, ma “un passato”: perché la memoria è sempre selettiva e l’assenza di speranza nel cuore la rende amara, insopportabile.

CERTEZZA

Ma come una prima rinascita di Alfred avvenne col primo incontro con l’amata, così anche ora le mani e gli occhi di lei tornano ad essere rassicuranti, a lenire le ferite, a ridare conforto, pur non più nella forma del corpo, per la via dei sensi.

Ora, la Speranza di Alfred è la Certezza di Myriam.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 dicembre 2025

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(Foto Ivan S – Pexels)

Un treno che si chiama Carità: il libro postumo di Gianni Fiocchi

17 Dic

«Venite e vedrete», dice Gesù ai primi due discepoli. Messaggio ripreso – come lascito – da Gianni Fiocchi, barelliere Unitalsi a Lourdes, nel suo libro uscito postumo

di Andrea Musacci

«Venite e vedrete», dice Gesù ai primi due discepoli che si mettono alla sua sequela (v. Gv 1, 29-42). L’invito a incontrare la Verità, a sperimentarla direttamente con gli occhi di carne e soprattutto con quelli del cuore, è l’invito che si rinnova, da allora, ogni qual volta parole di scherno o di scetticismo vengono proferite riguardo alla Bellezza e all’unicità del vivere seguendo il Risorto. 

E sono quelle che chissà quante volte, col tono fermo e lo sguardo dolce, ha pronunciato Gianni Fiocchi, barelliere volontario dell’Unitalsi di Ferrara e dirigente del locale Serra club, tornato al Padre lo scorso marzo all’età di 72 anni. Proprio l’Unitalsi ferrarese e il Serra club hanno da poco dato alle stampe il suo libro dedicato all’esperienza che gli ha sconvolto la vita, dal titolo Quel treno per Lourdes (novembre 2025).

Libro che, oltre a un testo dell’Assistente spirituale don Giovanni Pisa, contiene due significative prefazioni: quella di Neda Barbieri, Presidente sottosezione Unitalsi Ferrara, e quella di Alberto Lazzarini, Governatore del Serra club dell’Emilia-Romagna. Barbieri nel libro scrive: «Gianni era l’animatore delle feste di Capodanno, colui che alleggeriva momenti complessi con una battuta e un sorriso, che leggeva sempre la preghiera finale nelle celebrazioni e che raccontava con passione la bellezza di un’amicizia con una persona malata o fragile in particolare dopo essere stato lui stesso toccato dalla malattia».

«PER CONFONDERE I SAPIENTI»

«In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”» (Mt 11, 25).

Fiocchi era stato a Lourdes molte volte negli ultimi 30 anni, come barelliere capo dei treni bianchi e come hospitalier. Dicevamo del “venire e vedere” come regola del vivere. «Che cos’ha questo luogo in più di altri? Lo scoprirai venendo a Lourdes – scriveva Fiocchi -, vivendo intensamente i giorni del tuo pellegrinaggio, raccogliendoti in preghiera alla grotta, visitando i luoghi dove ha vissuto Bernardette. Una bella storia quella di Lourdes che si ripete anno dopo anno, viaggio dopo viaggio e non finisce mai».

Una storia iniziata nel 1844 con la nascita di Bernadette Soubirous nel mulino di Boly, dove visse felice i primi anni: in questi momenti «Dio ci sembra vicino», ma Bernardette «sperimenterà la fedeltà di Dio che non abbandona mai quelli che ama». La Vergine Maria – prosegue Fiocchi – in lei «ha scelto la persona più povera e ignorante per rivelarci che ognuno di noi occupa un posto unico nel cuore di Dio. (…) la “follia” di Lourdes non è altro che la “follia” del Vangelo (…). Dio, come tante altre volte, si è servito di un povero per confondere i sapienti, al punto che ha affidato il messaggio di Maria nelle umili mani di Bernardette». Parole che richiamano il Magnificat: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva (…) ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili».

QUELL’ACQUA CHE MONDA DAL PECCATO

L’umiltà, certo: «Quello che succede a Bernardette, è ciò che noi tutti siamo invitati a scoprire nella nostra vita», scrive ancora Fiocchi. «Dobbiamo essere umili nel chiedere aiuto e non chiuderci nel nostro orgoglio, e proseguire il nostro cammino nonostante la nostra povertà, la sfiducia, lo sconforto, la paura di ricevere rifiuti da chi ci circonda, così come è stato per Bernardette». Aquerò (“Quella là”, come Bernardette chiamava la Madre di Dio) il 18 febbraio, nella terza apparizione, «le ha rivelato che lei, Bernardette è importante per Dio, ed è amata da Lui». 

E la giovane in queste visioni scopre anche «il senso del peccato: è quello di non amare Dio che ci ama tanto. Il peccato sporca, deforma la somiglianza con Dio che è in noi in forza del battesimo (…) ma la ragazza non si scoraggia, l’acqua della sorgente poco a poco diventa limpida, il suo volto lavato dall’acqua ritrova finalmente la sua luce, e torna la gioia e così anche la folla. È la gioia ritrovata del peccatore perdonato». 

Bernardette – riflette ancora Fiocchi – «non è santa perché ha visto la Madonna, lo è diventata per grazia di Dio, per la sua risposta di fedeltà nel compiere la volontà e nell’abbracciare la pesante croce che l’ha macinata come il grano del suo mulino. Bernardette ha così tracciato un solco, un cammino di santità che tutti, anche se con modalità diverse, possono percorrere con l’aiuto della Vergine».

L’ENTUSIASMO» DI QUEI «QUATTRO PAZZI»

«Estate 2002, il mio primo viaggio, sembra ieri…sono trascorsi dieci anni. Mi avevano “avvisato”, “prendi quel treno e non scenderai più”». E Fiocchi, infatti, da quel treno non c’è mai sceso, come scrive Lazzarini nella sua prefazione: «anzi è ancora là con gli ammalati, con chi vive la solitudine e la sofferenza, ma anche con i suoi colleghi “carrettieri” e suoi amici e conoscenti…».

Quel «treno bianco, carico delle sue sofferenze, delle sue miserie, delle sue speranze ma soprattutto carico di una fortissima fede, mai messa in discussione, che si rinnova sempre, anno dopo anno, viaggio dopo viaggio». Sono oltre 20 le ore di viaggio in treno per arrivare a Lourdes. Fiocchi scrive che più che “bravo” per ciò che fa si ritiene “fortunato” dato «che in cambio di un semplice gesto riceve, quale prezioso compenso, un sorriso da chi soffre, un momento di felicità da chi è meno fortunato». Nessuna risposta razionale può spiegare quel non riuscire, una volta saliti, a scendere da quel treno, se non materialmente, con tutta l’anima: «so solo che inspiegabilmente continuo a riprenderlo con immutato entusiasmo».

Un treno normale, come tanti, ma con un carico «speciale»: «non normali viaggiatori che si servono del treno per i propri spostamenti, ma persone, abili e non abili, legate da un rapporto comunitario dove ricevere e donare non ha più significato, dove la sostanza di scambio è esclusivamente amore vero». Quasi 24 ore di viaggio «trascorse in letizia uno accanto all’altro, dove scompaiono le umane etichette che ci separano nella vita di ogni giorno, dove l’uguaglianza regna sovrana». «Sì, forse siamo matti, siamo felicemente contagiati dal virus, benigno, di Lourdes», scrive ancora Fiocchi; «scusate, quei quattro uomini, come riportato nel Vangelo di Marco, che scoperchiano una casa pur di mettere al cospetto di Gesù un ammalato, non sono quattro pazzi? Ma quattro pazzi da ricevere la gratitudine di Gesù…».

PIANTO LIBERATORE

Per concludere, uno dei commoventi aneddoti legati a Lourdes che Fiocchi racconta nel libro, una sorta di testamento nel testamento: «Pellegrinaggio, giugno 2007, sono di servizio con altri fratelli alle “piscine”, entra un uomo in evidente stato di agitazione. Spogliatosi, lo invito ad un suo personale momento di raccoglimento prima di essere immerso nell’acqua di Lourdes. Questi con fare di sfida mi guarda dritto in faccia e mi dice che non ci crede. È venuto a Lourdes, si sta per bagnare in quell’acqua fatta sgorgare da Maria per mezzo di Bernardette e non crede. Pochi attimi e scoppia in un pianto dirotto, entra nella vasca, va verso l’immagine di Maria, si inginocchia, la bacia e la ringrazia perché il figlio è uscito dal tunnel della droga. Ci ha abbracciati uno per volta, lentamente è uscito con uno sguardo nuovo, non più sprezzante ma pieno di Fede».

Insomma, in questo libro-testamento Fiocchi, alla fine, ci lascia un unico grande messaggio: per assaporare «l’intensità» dell’emozione tipica di Lourdes, «la devi solamente provare, la devi solamente vivere».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 dicembre 2025

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