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Pane e coraggio: padre Luca Morigi e il desiderio di vita dei profughi a Lesbo

29 Mar

Il racconto alla Veglia missionaria diocesana del 24 marzo


«Ho fatto esperienza dell’immenso dolore che vivono, e che anche noi europei in parte permettiamo. Ma ho visto anche la fede che hanno in Dio e la speranza che Lui darà loro la possibilità di una vita nuova». Padre Luca Morigi, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII, per alcuni mesi, fino allo scorso Natale, ha vissuto nei due campi per profughi sull’isola di Lesbo. Questa terribile esperienza l’ha raccontata lo scorso 24 marzo in occasione della Veglia missionaria diocesana, collegandosi con la chiesa ferrarese di Sant’Agostino.

«Il sogno di Dio – ha esordito – è quello dell’umanità come grande famiglia che vive sulla terra intesa come casa comune». E invece esistono inferni come quelli sull’isola di Lesbo per i migranti. Persone che «perdono le proprie case, i propri beni, la libertà, rischiando la vita per un’esistenza dignitosa». Attraverso alcune fotografie scattate clandestinamente nei campi di Moira, prima, e Kara Tepe, dopo, Morigi ha raccontato l’orrore che queste persone vivono dentro le circa mille tende lì accampate. Dopo l’enorme incendio dell’8 settembre scorso nel campo di Moira, le autorità greche allestirono, infatti, campi temporanei a Kara Tepe, per accogliere 8mila degli oltre 12mila migranti rimasti senza riparo. Un popolo di disperati.

Pane, farina, patate: in una foto un padre cucina una semplice cena per i figli (foto in alto). Ha lasciato tutto alle spalle per dar loro la salvezza. «Ma ha voluto comunque condividere la cena con noi – ha raccontato Morigi -, qualcosa di cui noi occidentali spesso non siamo più capaci. Questo popolo, quindi, era lì per curare le mie, le nostre ferite dell’anima, non solo io per aiutare loro. È la nostra Europa che sta perdendo la propria umanità e i propri riferimenti, nascondendosi dietro le proprie paure e sicurezze». Nel campo di Lesbo vive, dunque, un grande popolo tenuto prigioniero, «espressione del corpo di Cristo umiliato e che espia i peccati del mondo. Nel suo dolore sta sanando anche le ferite di un’Europa malata» di egoismo e cinismo. Un continente circondato – più o meno simbolicamente – dal filo spinato, proprio come, realmente, lo è il campo di Kara Tepe. La polizia lo sorveglia continuamente dall’esterno perché l’idea di fondo è che «questi migranti siano potenziali criminali». Un campo costruito, non a caso, sulla riva del mare, in una zona militare, il cui terreno ospita ancora bombe inesplose. 

In questo inferno non esistono docce, non c’è acqua calda né energia elettrica, non esiste la scuola, ma uno straccio di educazione avviene solo informalmente grazie ad alcuni ragazzi che insegnano ai bambini. «Sono veri e propri campi di prigionia», resi ancor più tali approfittando del lockdown per la pandemia. Ma qui le malattie sono ancor più elementari, legate alla scarsa igiene. E poi ci sono quelle psicologiche, diffusissime, con bambini che tentano il suicidio gettandosi dalla scogliera o donne incinte che si buttano nel fuoco pur di non partorire lì. Un abisso dove stupri, omicidi, traffico di organi, violenze sui bambini, sono all’ordine del giorno. Dove domina l’abuso di alcool e il traffico di droga, senza nessuna legge e senza chi possa farla rispettare. «Qualche giorno fa – racconta Morigi – mi ha chiamato un uomo che vive nel campo: “questo è un inferno!”, urlava. Poi ha aggiunto che lui e la moglie cercheranno di fuggire nascondendosi in un camion». Ma sarà molto difficile, il rischio è la morte. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 aprile 2021

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Sanità e imprese: i tentacoli delle mafie nella pandemia

22 Mar

Intervista a Donato La Muscatella (Coordinamento “Libera” di Ferrara)

Mafie e Covid: qual è lo stato di salute delle mafie nella pandemia?

«“Mafie e Covid: fatti l’uno per l’altro”, come scrive don Luigi Ciotti nel rapporto “La tempesta perfetta”, curato da Libera e da Lavialibera e uscito nel novembre 2020: una fotografia inquietante del grado dell’infezione mafiosa ai tempi del Covid. Un’enorme e complessa emergenza, all’interno della già tragica emergenza della pandemia: dai rischi nel settore sanitario, all’usura, al riciclaggio, alla nuova frontiera dei crimini informatici. L’aumento consistente e repentino della richiesta di servizi di cura, solo per fare un esempio, ha determinato una maggiore difficoltà di accesso alle strutture coinvolte e ciò, in alcuni territori, ha costituito il presupposto per la nascita (o il consolidamento) di fenomeni di racket prima meno diffusi (onoranze funebri o ambulanze private, ad esempio). Una volta di più, le mafie hanno intercettato il cambiamento in corso, per poter consolidare il proprio potere e incrementare le proprie ricchezze».


Le mafie approfittano anche della crisi socio-economica…

«La crisi economica ha sottratto e continuerà a sottrarre liquidità alle imprese, che non di rado sono state avvicinate da organizzazioni criminali che si offrivano di sopperire a tali difficoltà. Si tratta, per loro, di un meccanismo già collaudato: si comincia dal finanziare l’azienda in crisi, per poi, man mano, acquisirne le quote di proprietà e, alla fine, impadronirsene completamente, selezionando fornitori e dipendenti in base alle relazioni di potere dell’associazione criminale e, naturalmente, calpestando i diritti di tutti i soggetti coinvolti. Sempre ne “La tempesta perfetta” c’è un sondaggio affidato da Libera a Demos sul legame fra pandemia e società organizzata: oltre il 70% dei cittadini intervistati ritiene che, spinta dall’emergenza Covid, la corruzione in Italia si stia diffondendo ancora di più. Bisogna intervenire qui e recuperare credibilità nei confronti dei cittadini se si vuole evitare che il malcontento si trasformi in qualcosa di peggio».


Venendo al nostro territorio, come proseguirà l’impegno di Libera?

«Continueremo a incontrare ragazzi e ragazze delle scuole di Ferrara e provincia, speriamo anche in presenza. Nelle scorse settimane ne abbiamo incontrati oltre cento ed è da tempo una delle attività nelle quali, come Coordinamento, siamo più impegnati, in collaborazione con tanti docenti che tutti i giorni si dedicano alla formazione degli studenti e, anche in questo periodo così difficile, ci hanno chiesto di collaborare».


Infine, una parola su Livatino…

«È stato un magistrato attento, aperto, impegnato e riservato, che ha fatto parlare di sé per le proprie capacità nell’investigare il fenomeno mafioso in un periodo nel quale tante dinamiche non erano così conosciute. Una figura significativa per tante ragioni, tra cui la sua coerenza nella fede e la sua visione della vita che distingue l’essere “credenti” dall’essere “credibili”. Un monito che mette in guardia da chi partecipa alle manifestazioni pubbliche facendo sfoggio della propria presunta convinzione religiosa per poi tradirne i valori fondanti nella quotidianità e da chi assiste alle commemorazioni senza dar seguito al messaggio che ci hanno lasciato le vittime. Una sollecitazione autorevole ad accompagnare sempre l’impegno alla memoria, come Libera sostiene da ormai ventisei anni».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 marzo 2021

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Rosario Livatino, il racconto del cugino Salvatore

22 Mar
Rosario Livatino

Le parole di Salvatore Insenga, cugino del giudice ucciso dalla mafia nel ’90, pronunciate nell’incontro on line organizzato il 20 marzo dal Coordinamento ferrarese di Libera

di Andrea Musacci


«Non amo l’espressione “anti-mafia”, preferisco si parli di “pro-giustizia”: è uno degli insegnamenti di mio cugino Rosario». È questa una delle riflessioni che Salvatore Insenga, cugino del giudice Rosario Livatino, ha portato la mattina del 20 marzo scorso nell’incontro organizzato dal Coordinamento ferrarese di Libera in occasione della 26ª Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, che cade ogni anno il 21 marzo.Nato a Canicattì il 3 ottobre 1952, Rosario Livatino fin da giovanissimo si impegna nell’Azione Cattolica. Dopo la laurea e il concorso in magistratura, dal 1979 al 1989 entra nel Tribunale di Agrigento come sostituto procuratore, portando avanti inchieste delicate e complesse sulle organizzazioni criminali mafiose della zona ma anche su diversi episodi di corruzione dove erano coinvolti esponenti di spicco della politica locale. Per quelle sue inchieste entra nel mirino delle organizzazioni criminali della Stidda di Canicattì e Palma di Montechiaro che assoldano quattro sicari per ucciderlo. La mattina 21 settembre 1990 Livatino era al volante della sua Ford Fiesta per andare a lavorare in tribunale percorrendo la vecchia statale 640 che collegava Agrigento a Caltanissetta quando i sicari fanno fuoco e lo uccidono. Livatino sarà proclamato Beato il 9 maggio ad Agrigento. L’annuncio è stato dato lo scorso febbraio. La data non è casuale: rappresenta, infatti, l’anniversario della visita nella città dei templi di san Giovanni Paolo II, il Pontefice che per primo definì Livatino «martire della fede» in quel famoso anatema lanciato contro la mafia proprio ad Agrigento nel 1993. «Coraggioso servitore dello Stato, della giustizia e del bene comune. Testimone di speranza e di vita contro sistemi di potere, di violenza e di morte», furono invece le parole scelte da don Luigi Ciotti per descrivere Rosario Livatino. 

Salvatore Insenga

Tornando all’evento del 20 marzo scorso, Dopo l’introduzione da parte di Isabella Masina (coordinatrice provinciale di “Avviso Pubblico”), i saluti delle autorità e l’intervento di Donato La Muscatella (referente del Coordinamento locale di Libera), ha preso la parola Insenga. Un intervento che non poteva non partire dalla famiglia di Rosario: «i suoi genitori – ha raccontato – è come se fossero morti il giorno della morte del figlio. Mia zia (la madre di Livatino, ndr) dopo qualche anno si ammalò e poi morì. Mio zio ci ha lasciati 11 anni fa, con gli occhi lucidi di lacrime fino all’ultimo, perchè Rosario non poteva essere al suo capezzale».«Rosario – ha proseguito – era un uomo delle istituzioni, ma anche un figlio, un cugino, un amico, un compagno di vita eccezionalmente capace di darti una visione della vita diversa, perché aveva la capacità di leggere e interpretare il mondo in maniera molto particolare. Ad esempio, è da lui che ho appreso come non sia corretto parlare di “anti-mafia” ma è più corretto parlare di “pro-giustizia”». La mafia, infatti, «è la negazione di ogni possibile cultura intesa come cura e coltivazione di qualcosa. La mafia è solo morte». Impegnarsi per la giustizia, invece, vuol dire essere credibili come uomini, nel proprio lavoro e nella propria fede per chi è credente». La citazione è della frase più celebre pronunciata da Livatino: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili».Ma il senso della giustizia emergeva anche nelle piccole cose: «Rosario – ha proseguito Insenga – era preparatissimo in latino e in greco, ma a scuola non permise mai ai suoi compagni di copiare da lui: non era cattiveria, e non era solo per un senso di giustizia, ma anche perché chi copia non impara. Preferiva aiutare i compagni a studiare durante l’intervallo. La giustizia per lui, insomma, significava davvero essere credibili», aiutare positivamente gli altri, senza inganni. Livatino, naturalmente, era anche un credente: «il suo servizio di giudice lo interpretava anche anche alla luce della fede». Fede che «inseriva il suo servizio in una visione più completa, totale: per lui non basta confrontarsi con le leggi dello Stato, ma è necessario anche, e soprattutto, cercare di comprendere il senso profondo della giustizia in quanto tale. Giustizia che alberga in quella parte di noi che è la coscienza». Infine, una precisazione importante. Quella di “giudice ragazzino” è un’espressione coniata otto mesi dopo l’omicidio Livatino dall’allora Presidente Cossiga. Un’espressione molto infelice. «La trovo offensivo», ha commentato Insenga. «Rosario era un “ragazzino” solo per la sua purezza di cuore, e maturo e consapevole come l’uomo maturo che era».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 marzo 2021

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Intervista al Rettore di Unife Zauli: “Lezioni in presenza invariate, ma più appelli d’esame e altre aule studio”

16 Feb

Lunedì 15 febbraio è iniziato il secondo semestre: quali le novità per Unife? Le risposte del Rettore e il parere di alcune associazioni studentesche

di Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 febbraio 2021

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Rettore Zauli, l’ultimo Dpcm del Governo dà la possibilità di aumentare il numero delle lezioni in presenza fino al 50%: qual è la scelta dell’Ateneo ferrarese?
«L’Università di Ferrara ha voluto prospettare in maniera chiara alle studentesse, agli studenti e alle loro famiglie quali sarebbero state le modalità didattiche per l’intero anno accademico (a.a., ndr) già con l’avvio del primo semestre. La nostra scelta si è basata su elementi precisi che ancora oggi possono essere considerati validi e attuali: l’incertezza sull’evoluzione della situazione epidemiologica, la situazione economica del Paese e gli esiti di due consultazioni sulla nostra popolazione studentesca per indagare le preferenze circa le modalità di didattica a distanza. Alla luce di queste considerazioni, abbiamo deciso di offrire una modalità di didattica “mista” per tutto l’a. a. 2020/2021, con il duplice obiettivo di garantire a tutti la continuità della formazione e tutelare al massimo la sicurezza degli studenti, delle loro famiglie e del personale. Il modello adottato nel primo semestre ha dato risultati molto positivi in termini di progressione degli studi da parte degli studenti. Inoltre, quello del 50% è un valore che avevamo preso in considerazione già all’inizio dell’a.a. in corso ma che, nel caso di Unife, in termini di capienza delle aule non garantisce il necessario distanziamento tra studenti.
Dovendo purtroppo constatare che la situazione pandemica desta ancora forti preoccupazioni, crediamo non vi siano i presupposti per abbandonare il modello affinato nel corso del primo semestre. Il grande senso di responsabilità e il senso del dovere che sentiamo nei confronti della nostra comunità ci impone cautela. Attendiamo tutti il momento di vedere le nostre aule e le nostre strutture di nuovo popolate. Tuttavia in futuro la didattica mista potrà rivelarsi un’opportunità per migliorare la didattica e garantire il diritto allo studio, ad esempio, anche a studenti con difficoltà e/o studenti lavoratori».


L’Ateneo sta valutando la possibilità – come paventato dal Ministro Manfredi – di una proroga fino all’estate 2021 delle lezioni e delle sessioni di esame del secondo semestre?
«Le lezioni restano fruibili per l’intero a. a.: una volta registrate, sono a loro disposizione a lungo, non solo per pochi giorni come accade in altre realtà. Riguardo all’estensione del periodo di esami, abbiamo aggiunto appelli straordinari in primavera e in estate, agosto incluso. Anche questa strategia, dati alla mano, ha consentito un avanzamento importante dal punto di vista delle carriere dei ragazzi».


Per i prossimi mesi, nel caso di un miglioramento dei contagi da Covid-19, è prevista la riapertura di un numero maggiore di sale studio dell’Ateneo, e magari un ampliamento dei loro orari di apertura?
«Siamo consapevoli della necessità di mantenerle aperte, ma poniamo la massima attenzione alla sicurezza: rendiamo e renderemo accessibili solo gli spazi in cui sia possibile garantire le condizioni necessarie per la prevenzione del Covid-19. Massima attenzione alla possibilità di ricambiare l’aria e alla disponibilità di vigilanza che accerti comportamenti corretti da parte degli utenti. Ai nostri spazi si aggiungono poi le aule studio e/o le iniziative in collaborazione con le associazioni studentesche. Coscienti dell’importanza degli spazi studio sia per la socializzazione sia per il reciproco supporto, compatibilmente con l’andamento dell’epidemia, opereremo per identificare nuovi spazi, eventualmente sfruttando progressivamente anche aule che possano risultare adatte».

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“L’Università vive perché noi ci siamo”: la voce delle Associazioni studentesche

Sul tema delle lezioni in presenza e delle sale studio abbiamo interpellato anche le associazioni studentesche di Unife. Due di loro hanno scelto di risponderci.
«La modalità mista lezioni in presenza e on line rappresenta una risposta equilibrata rispetto alla situazione, le lezioni videoregistrate non possono però considerarsi esaustive», commenta Student Office. «Crediamo fermamente nell’importanza di un ritorno in presenza. Per questo, per quanto l’emergenza e la capienza delle aule lo consentano, auspichiamo che la possibilità di partecipare ai focus group, laboratori e ai tutorati possano essere in presenza per tutti gli anni di corso. C’è bisogno di un tentativo che possa permetterci di tornare, senza rimandare». Inoltre, «pensiamo sia fondamentale incrementare le esercitazioni pratiche e laboratoriali di diversi corsi di laurea, tra cui Medicina, Architettura e Design». Riguardo alla riapertura degli spazi per lo studio, «Student Office in collaborazione con Unife ha organizzato qualche settimana fa delle giornate di studio presso il Dipartimento di Matematica. Ci siamo resi conto di come ciascuno di noi avesse bisogno di non trovarsi da solo ad affrontare la sessione ma di qualcuno con cui poterne condividere la fatica, di una compagnia. L’Università vive perché noi studenti ci siamo, non dimentichiamolo».
Azione Universitaria, invece, commenta: «abbiamo deciso di fare alcuni sondaggi tra gli studenti», ci spiega Edoardo Luigi Manfra. «Quasi il 50% vorrebbe la metà delle lezioni in presenza e le altre on line, mentre l’altro 50% preferirebbe tutta la didattica on line. Siamo coscienti che la vita universitaria si viva meglio in presenza ma in determinate condizioni come queste è impossibile. C’è anche da dire che molti studenti hanno disdetto i contratti di affitto per gli appartamenti, essendoci quasi solo lezioni a distanza: rimetterle in presenza non significherebbe farli ritornare a Ferrara. E poi ha sbagliato l’ultimo Governo Conte a lasciare troppa libertà di scelta ai singoli Atenei: è stato uno scarico di responsabilità. Bene anche l’idea dell’Ateneo delle sessioni straordinarie degli esami: spostarle avrebbe significato lo slittamento delle lauree e quindi per molti studenti il pagamento di una rata in più. Pensiamo – conclude – di proporre la creazione di un Tavolo di lavoro tra le varie associazioni studentesche e l’Ateneo per cercare soluzioni».

Case popolari, “Criteri illegittimi, il Comune li modifichi”: intervista all’avv. Alberto Guariso (ASGI)

8 Feb

Case popolari a Ferrara. La recente Sentenza della Corte Costituzionale dichiara illegittimi il criterio dell’impossidenza di immobili all’estero per gli stranieri e quello della residenzialità storica. Cadono quindi i due pilastri della narrazione fondata sul “prima i nostri”

di Andrea Musacci
È dello scorso 2 febbraio l’annuncio da parte del Sindaco di Ferrara Alan Fabbri e dell’Assessora alle politiche sociali Cristina Coletti della delibera di Giunta (numero GC-2021-19 del 26 gennaio) che modifica il criterio dell’impossidenza in merito all’assegnazione degli alloggi di residenza popolare, eliminando l’obbligo per il richiedente di fornire adeguata documentazione per provare di non possedere immobili nel proprio Stato di origine o in qualunque altro Stato.
Ricordiamo che lo scorso 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria (la 32ª) di assegnazione delle case popolari, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento, elaborato lo scorso marzo dalla Giunta ferrarese, che per la prima volta nella storia della città pone la residenzialità storica dei richiedenti e l’assenza di proprietà immobiliare nel territorio nazionale o all’estero come elementi decisivi nell’assegnazione. Le prime 157 posizioni della graduatoria di assegnazione delle case popolari risultano, di conseguenza, assegnate ai cosiddetti residenti “storici”.
La delibera comunale annunciata il 2 febbraio – che vale per la 32ª e per la 33ª graduatoria -, arriva in seguito alla Sentenza n. 9/2021 della Corte Costituzionale (Udienza del 12 gennaio depositata il 29 gennaio 2021) che, accogliendo il ricorso del Governo contro la Regione Abruzzo (del gennaio 2020), ha dichiarato incostituzionale l’obbligo – posto a carico dei soli cittadini extra UE, quindi del tutto simile a quello presente nel sopracitato Regolamento del Comune di Ferrara di marzo 2020 – di presentare documenti che attestino l’assenza di proprietà immobiliari nei Paesi di origine e in quelli di provenienza. Così recita la Sentenza: la norma in questione «è impugnata in quanto determinerebbe “una disparità di trattamento tra cittadini italiani/comunitari e cittadini non comunitari, poiché viene richiesta solo a questi ultimi la produzione di documentazione ulteriore per l’accesso agli alloggi di edilizia residenziale pubblica”».
Non solo. La stessa Sentenza dichiara illegittima anche la sopravvalutazione della durata della residenza in un Comune: «il peso esorbitante assegnato al dato del radicamento territoriale nel più generale punteggio per l’assegnazione degli alloggi, il carattere marginale del dato medesimo in relazione alle finalità del servizio di cui si tratta, e la stessa debolezza dell’indice della residenza protratta quale dimostrazione della prospettiva di stabilità, concorrono a determinare l’illegittimità costituzionale della previsione in esame, in quanto fonte di discriminazione di tutti coloro che – siano essi cittadini italiani, cittadini di altri Stati UE o cittadini extracomunitari – risiedono in Abruzzo da meno di dieci anni rispetto ai residenti da almeno dieci anni». Queste norme, quindi, «determinerebbero “un aggravio procedimentale che rappresenta una discriminazione diretta, essendo trattati diversamente soggetti nelle medesime condizioni di partenza e aspiranti alla stessa prestazione sociale agevolata”». Sempre il 2 febbraio il Gruppo consigliare del PD, in seguito alla Sentenza, ha presentato un’interpellanza sulla modifica dei criteri in questione. Pochi giorni dopo, identica richiesta è stata avanzata dalle associazioni degli inquilini Sunia CGIL, Sicet CISL e Uniat UIL.
Vengono dunque sconfessati due dei pilastri portanti della narrazione della Giunta guidata da Alan Fabbri sulla ragionevolezza del nuovo Regolamento fondato sul principio “Prima gli italiani” (o meglio: “Prima i ferraresi”).


Sulla questione abbiamo rivolto alcune domande ad Alberto Guariso, avvocato del Servizio antidiscriminazione di ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, in prima linea in questa battaglia.
L’Amministrazione comunale di Ferrara ha dichiarato di aver sospeso temporaneamente il criterio dell’impossidenza per l’assegnazione degli alloggi Erp: una scelta condivisibile?
«La delibera di dicembre dichiara che “cambia strada” perche l’emergenza COVID impedisce la mobilità e dunque impedisce di procurarsi i documenti: un’ottima scelta. Ma poi viene il pasticcio: dice che “assume per analogia” i criteri previsti per il reddito di cittadinanza per il quale un DM del 2019 ha stabilito che solo 18 Paesi nel mondo possono fornire i documenti che attestano i redditi e i patrimoni all’estero (per gli altri non esiste una autorità che li possa fornire). Secondo il Comune, quindi, per queste 18 nazionalità l’emergenza Covid non vale e chi appartiene ad esse dovrebbe andare in giro per il mondo alla ricerca dei documenti. Ovviamente la cosa è assurda: se il motivo è il COVID, l’obbligo dei documenti dovrebbe essere cancellato per tutti. In pratica ciò non avrà grande rilevanza – poiché le 18 nazionalità sono numericamente poco rilevanti -, ma va comunque cambiato».

In ogni caso il Sindaco Alan Fabbri ha dichiarato che questa scelta non modificherà la graduatoria dell’ultima assegnazione. È così?
«No, non è vero. La graduatoria aveva mantenuto iscritti “con riserva” gli stranieri che non avevano presentato i documenti ma prevedeva che i documenti andassero presentati al momento dell’assegnazione della casa. Se non li avessero presentati, sarebbero stati “scavalcati” e non avrebbero ottenuto l’alloggio. Ora che non li devono presentare possono invece ottenerlo. La graduatoria dunque non cambia formalmente ma sostanzialmente sì».


Secondo lei sarebbe auspicabile che l’Amministrazione comunale rivedesse il requisito della dimostrazione dell’impossidenza non solo in modo temporaneo ma definitivo?
«Non solo sarebbe opportuno, ma ora è obbligatorio. C’erano già pronunce in tal senso, e ora a maggior ragione dopo la Sentenza 9/2021 della Corte Costituzionale con la quale ha dichiarato incostituzionale la norma della Regione Abruzzo, identica a quella del Bando di Ferrara. A questo punto tutti i Comuni d’Italia sono obbligati a modificare i propri bandi tenendo conto dei principi stabiliti dalla Corte Costituzionale: è un fatto nuovo che abbiamo segnalato al Comune con la lettera inviata al primo cittadino lo scorso 3 febbraio».

Riguardo all’altro punto dichiarato illegittimo dalla Corte, possiamo essere ottimisti sul fatto che l’Amministrazione arrivi anche a modificare il criterio di assegnazione del punteggio attinente la residenzialità storica, riducendolo?
«La stessa sentenza 9/2021 ha dichiarato incostituzionale la legge abruzzese nella parte in cui attribuiva un punto all’anno fino a un massimo di 6 punti per residenza nel Comune. La Corte ha detto che non si possono utilizzare criteri che siano estranei alla considerazione del bisogno: e la residenza non c’entra col bisogno. È la fine del criterio “Prima i nostri”. Si consideri anche che il criterio di Ferrara è molto peggio di quello abruzzese perché assegna 0,5 punti l’anno senza un tetto: quindi chiunque sia nato a Ferrara e ivi sia rimasto arriva a 20 punti (se ha 40 anni) o di più, mentre per i bisogni più gravi (povertà, disabilità ecc.) vengono riconosciuti solo 5 o 6 punti. Anche questo criterio, dunque, dopo la sentenza 9/2021, deve essere modificato».


Come ASGI le vostre azioni legali le porterete comunque avanti? Ci potete aggiornare?
«Si tratterebbe di un’azione collettiva contro la discriminazione. ASGI è, infatti, un’associazione legittimata ad agire in giudizio e a rappresentare dunque gli interessi di tutti gli stranieri in quanto è iscritta nell’elenco presso il Ministero previsto dall’art. 5 del d.lgs. 215/2003. Non ci sono termini per ricorrere quindi potremmo farlo anche a breve».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 febbraio 2021

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“È il mercato delle donne e dei bambini”: parla Marina Terragni, femminista

1 Feb

Lotta contro l’utero in affitto: una battaglia non solo della Chiesa. Intervista a Marina Terragni. Focus sulla rete femminista contro la maternità surrogata: è del 2015 l’Appello internazionale “Stop Surrogacy Now” firmato da oltre 100 persone e 16 organizzazioni per la difesa dei diritti delle donne. In Italia esiste la Rete “RUA – Resistenza all’Utero in Affitto”

A cura di Andrea Musacci
Il 27 gennaio si è svolta l’udienza pubblica della Corte Costituzionale sulla costituzionalità o meno del divieto, in base all’attuale diritto italiano, di riconoscere le sentenze straniere che attestano il legame di filiazione tra un minore nato all’estero con le modalità della Gestazione per Altri. Tutto è partito dal caso di un bimbo nato in Canada da “madre surrogata”, figlio biologico di uno solo dei due uomini sposati tra loro, e riconosciuti in Canada come suoi genitori.
In attesa degli sviluppi della vicenda e del deposito della sentenza della Corte, ci siamo confrontati con Marina Terragni (foto), femminista, scrittrice e giornalista milanese esperta di differenziazione sessuale, mercificazione dei corpi, e quindi anche dell’orribile pratica della “surrogazione di maternità”.
Le chiediamo innanzitutto a che punto è la discussione nel nostro Paese. «Gran parte del femminismo in Italia, anche tra le transfemministe – ad esempio il collettivo “Non una di meno” -, in realtà non si è mai pronunciato a favore dell’utero in affitto: è certa narrazione dominante a dire che è una battaglia portata avanti solo da un gruppetto di femministe critiche. In Italia è il movimento LGBT a difendere l’utero in affitto insieme alla quasi totalità della sinistra politica». Rarissime sono le eccezioni, dal Segretario PD Zingaretti, «che però non ha mai fatto gesti conseguenti», ad Aurelio Mancuso, cattolico ex Presidente nazionale Arcigay, da Stefano Fassina (Deputato di Liberi e Uguali), all’attivista omosessuale Giovanni Dall’Orto. Segnaliamo anche il comunicato di 9 deputate/i del PD uscito lo scorso novembre: «Condividiamo l’appello del Forum delle famiglie e di Scienza & Vita, affinché siano prese tutte le opportune iniziative per oscurare i siti che pubblicizzano la maternità surrogata», recita all’inizio. «Magari anche nel mondo LGBT in molti sono contrari ma, come spesso accade, vince la logica di lobby», prosegue Terragni. Attualmente nel nostro Parlamento due sono le proposte di legge, tra loro simili, che sanciscono la punibilità del reato di maternità surrogata anche se compiuto da un italiano all’estero: una a prima firma Giorgia Meloni (FdI), l’altra Mara Carfagna (Forza Italia), da settembre in Commissione Giustizia della Camera per la discussione. In Spagna, però, ad esempio la situazione è diversa: nel programma di governo siglato un anno fa dal Partito Socialista del Primo Ministro Pedro Sánchez e da Unidas Podemos (la Sinistra radicale) vi è la netta condanna delle «pance in affitto» («los vientres de alquiler»). «Le pance in affitto – si legge nell’accordo – minano i diritti delle donne, soprattutto di quelle più vulnerabili, mercificando i loro corpi e le loro funzioni riproduttive. E per questo, agiremo di fronte alle agenzie che offrono questa pratica sapendo che è vietato nel nostro paese».
Da noi, in ogni caso, rimane ancora un dibattito di nicchia. «Sì – commenta Terragni -, perché riguarda pochi omosessuali e una parte più ampia di eterosessuali, ma di fatto un numero limitato di persone. E poi soprattutto perché è un mondo che in molti hanno interesse a tenere nascosto. Per la maggior parte delle coppie etero che vi ricorrono non è come per le coppie omosessuali che hanno anche il desiderio di rivendicare pubblicamente il loro “diritto” ad avere un figlio». E che se ne parli poco dipende anche dal fatto, purtroppo, che riguarda donne povere che abitano in Paesi lontani. Occhio non vede cuore non duole? «Certo, se le gestanti fossero italiane ci sarebbe più interesse, già è raro conoscere coppie omosessuali che ne hanno usufruito, anche perché essendo una pratica molto costosa riguarda ceti medio-alti…». Un’alternativa, è l’opinione di Marina Terragni, sta nell’istituto dell’adozione: «il senso di maternità o paternità, naturalmente, ce l’hanno anche le persone omosessuali, quindi pur con tutte le necessarie tutele e i criteri di severità che sempre debbono esserci quando si parla di adozione, permetterei l’adozione anche alle coppie omosessuali. Penso che due donne o due uomini possano crescere benissimo un bambino».
In ogni caso, se è possibile un’alleanza tra credenti e non credenti sulla lotta contro l’utero in affitto, le chiediamo su quali basi antropologiche può poggiare. «Noi femministe siamo donne che lottano contro il dominio di un sesso sull’altro, quindi non vedo nulla di strano sul fatto che su temi come questo ci sia una lotta comune tra noi e il mondo cattolico».
Anche su altre questioni, la incalziamo, come la lotta contro la prostituzione o contro l’identità gender, forte è l’alleanza tra il femminismo e i cattolici: «il Covid – ragiona – ci ha messo di fronte alla necessità di un cambio di civiltà». È ancora più evidente, cioè, come «l’alternativa sia oggi più che mai fra transumanesimo e un umanesimo che ha una radice femminile, non nel senso di un dominio delle donne, ma che si ispiri alle poche antiche civiltà matriarcali di cui è rimasta traccia». Civiltà in cui la maternità era al centro, come la nostra. «La relazione madre-figlio, una relazione di cura, amore e responsabilità dovrebbe essere dunque la base per una convivenza umana più giusta». Oggi invece il transumanesimo «spinge fino all’estremo la cancellazione dei corpi e della differenza sessuale, quindi innanzitutto della femminilità e della maternità. La ricostruzione dell’umano dovrebbe, invece, partire da uno sguardo trasformativo», non riduzionista, omologante o distruttivo.
Femminismo italiano e Chiesa cattolica, quindi, per Terragni è normale si trovino alleati sulla difesa del corpo, che è inevitabilmente corpo sessuato. «Spesso, però, – prosegue con rammarico – i cattolici non vogliono ammettere le gravi responsabilità maschili, non vogliono riconoscere e analizzare il dominio maschile. Sarebbe fondamentale che lo facessero», ma spesso oggi, anche fuori dalla Chiesa, «siamo in una fratria di maschi prepotenti che non si assumono nemmeno le proprie responsabilità».
Una civiltà a radice femminile, invece, sarebbe in netto contrasto con «l’idea fittizia dell’individuo isolato», perché «noi nasciamo in relazione». L’utero in affitto è un tema paradigmatico appunto perché «tocca le radici dell’umano: la gestante rimane inevitabilmente legata al bambino che porta in grembo. L’epigenetica ha dimostrato che in quei 9 mesi avviene tra madre e figlio uno scambio continuo di informazioni e umori». La madre “genetica” è fondamentale perché contribuisce col proprio ovulo, ma mai quanto la madre “epigenetica”, gestazionale. «Insomma, bisogna dirlo con chiarezza: l’utero in affitto porta al mercato dei bambini e alla schiavitù delle donne. Il denaro c’è sempre, basti solo pensare al business tra cliniche, studi legali, alberghi… Non esiste la GPA “solidale”, è parte del mercato internazionale della carne umana». Un mercato enorme, dietro solo a quello delle armi e della droga, ma che punta ormai dritto al secondo posto.

“Le donne non sono contenitori di prole. Difendiamo il legame materno”

Soprattutto negli ultimi dieci anni il NO all’utero in affitto ha assunto sempre più una forma collettiva e concreta a livello internazionale.
Le prime crepe nel mondo femminista le ha provocate nel 2015 l’Appello “Stop Surrogacy Now”, che riunisce 16 organizzazioni e oltre 100 singoli firmatari da 18 Paesi, tra cui USA, India, Nigeria, Bangladesh, Australia, vari Stati europei, Canada e Pakistan. Fra i primi firmatari vi sono la femminista francese Sylviane Agacinski, l’ateo Michel Onfray, Farida Akhter (attivista per i diritti delle donne nel Bangladesh), la femminista radicale inglese Julie Bindel. “Stop Surrogacy Now” chiede la cessazione totale della pratica della GPA, al fine di proteggere le donne e i bambini di tutto il mondo, e di porre fine alle azioni che cerchino di legittimare e normalizzare il traffico di bambini. «Noi siamo convinti che non vi sia differenza tra la pratica commerciale della gestazione per altri e la vendita o l’acquisto dei bambini», recita un passo dell’Appello. «Anche se non c’è scambio di denaro (la cosiddetta gestazione non remunerata o “altruistica”), ogni pratica che espone le donne e i bambini a tali rischi deve essere vietata. Nessuno ha diritto a un bambino: né eterosessuali, né omosessuali e neppure chi ha scelto di rimanere single».
Sempre nel 2015 esce un Appello italiano contro l’utero in affitto: «Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore», recita il testo. «Oggi, per la prima volta nella storia, la maternità incontra la libertà. Si può scegliere di essere o non essere madri. La maternità, scelta e non subìta, apre a un’idea più ricca della libertà e della stessa umanità: il percorso di vita che una donna e il suo futuro bambino compiono insieme è un’avventura umana straordinaria. I bambini non sono cose da vendere o da “donare”. Se vengono programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce e che comunque è la loro, i bambini diventano merce». Tra i primi firmatari, intellettuali della sinistra come Giuseppe Vacca e Peppino Caldarola, la scrittrice Dacia Maraini, Grazia Francescato (Verdi), Mariapia Garavaglia e Livia Turco (PD), le suore orsoline di Casa Rut (Caserta), l’associazione “Slaves no more” di Anna Pozzi, Aurelio Mancuso (già presidente di Arcigay), Cristina Gramolini (presidente di ArciLesbica), Gi.U.Li.A (Rete nazionale delle giornaliste unite libere autonome), Vittoria Doretti (Codice Rosa), Claudio Magris, Nadia Zicoschi (giornalista RAI).
Due anni dopo nasce la Rete “RUA – Resistenza all’Utero in Affitto”, che raccoglie i diversi gruppi sostenitori dell’Appello: «Le donne non sono macchine da riproduzione», recita l’atto fondativo. «Difendiamo l’autodeterminazione delle donne mantenendo l’attuale situazione in cui la madre legale è colei che partorisce, cioè colei che ha avuto l’esperienza della gravidanza (…). Esigiamo il rispetto del diritto umano dei neonati alla continuità della propria vita familiare e il rispetto delle donne, che non devono essere trattate come contenitori di prole altrui (…). Non c’è un diritto alla genitorialità sociale» ma esiste «invece un diritto, universale, a crescere (a partire dalla gravidanza accettata dalla futura madre), nascere ed esistere nelle condizioni migliori (“sufficientemente buone”) avendo garantito anche il legame materno». Sempre nel 2017, a marzo, la Sala Regina della Camera dei deputati ospita un importante appuntamento: il convegno internazionale “Maternità al bivio: dalla libera scelta alla surrogata. Una sfida mondiale“ organizzato dal collettivo “Se non ora quando – Libere”.
Nell’aprile del 2019 nasce la Coalizione internazionale contro la maternità surrogata: il mese dopo a Roma si tiene un incontro con i promotori dell’Appello italiano e, fra gli altri, Marie Josèphe De Villers, promotrice del movimento transnazionale. «Nel concetto di maternità surrogata – è scritto nel testo di presentazione – il ruolo della donna madre è ridotto, e forse questa è l’intenzione globale e nascosta, a qualcosa d’inesistente, a un semplice strumento meccanico di procreazione, mentre sappiamo quanto per ogni essere umano sia fondamentale l’origine della sua vita». Nel giugno 2019, invece, presso la sede romana della Federazione Nazionale della Stampa Italiana si riuniscono i promotori dell’Appello per un’importante conferenza stampa: presenti rappresentanti di “In Radice”, “Se non ora quando – Libere”, Udi, ArciLesbica Nazionale, RUA, RadFem Italia, Rete Gay contro l’utero in affitto, “Se non ora quando – Genova”, oltre a Marco Tarquinio, Direttore di “Avvenire” (foto qui sopra).
Arriviamo così allo scorso maggio: sul sito della Biotexcom, un’agenzia per la maternità surrogata in Ucraina, un video mostra le immagini di una grande nursery improvvisata nella hall dell’Hotel Venezia a Kiev. Vi sono 46 neonati e neonate messe al mondo da gestanti a pagamento su commissione di cittadini di molti Paesi del mondo, tra cui l’Italia, e abbandonate/i lì, in quanto a causa dell’emergenza sanitaria i genitori committenti non possono recarsi a “ritirarli”. Passerà diverso tempo prima che tutti i genitori “acquirenti” riescano ad arrivare a Kiev dai neonati abbandonati senza madre né tutele.
La battaglia delle donne e degli uomini a difesa della dignità della persona continua, in Italia e nel mondo.


Arcilesbica e UDI: critiche

«Le condizioni del contratto obbligano le donne che affittano l’utero a rinunciare alla propria autodeterminazione (…). Per funzionare, il business delle bambine e dei bambini su commissione deve cancellare il principio fondamentale e fino ad ora universale del mater semper certa est, secondo cui la madre legale è la donna che ha partorito. Questo svela che la maternità surrogata non è una pratica né tanto meno una tecnica medica (…), ma è un nuovo istituto giuridico di forte impronta patriarcale che esercita un controllo sulle donne»
(Arcilesbica Nazionale, Documento Congressuale 2017).
«Il desiderio di maternità e di genitorialità di coppie etero e omosessuali rischiano oggi di essere assoggettati ai criteri della potenza tecnologica e del rendimento produttivo, trasformando donne in contenitori economicamente definibili, figlie e figli in oggetti di investimento, senza alcuna coscienza del limite»
(UDI nazionale, “Piattaforma per una contrattazione di genere”, 2017).

Un esempio di sito: Gestlife

“Gestlife” è uno dei più noti studi di consulenza legale (con sede in Spagna) per dare supporto agli aspiranti genitori “acquirenti” e metterli in contatto con le strutture che operano nei Paesi dove la maternità surrogata è legale. Sul sito http://www.surrogacyitaly.com la pubblicizzazione del commercio dei corpi delle donne e dei bambini è proposta senza scrupoli: «i costi di una maternità surrogata variano a seconda della gestante (…). Quando pagate meglio di chiunque altro una gestante, ottenete la migliore gestante. Quando si vuole pagare meno, le migliori gestanti andranno ad altri genitori, e quelle che le cliniche serie hanno rifiutato perché non soddisfacevano i requisiti medici o psicologici, finiscono per accettare cifre inferiori, perché nessun altro le accetta».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 febbraio 2021

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I residenti “storici” da sempre tutelati. Ecco i numeri: solo 1 alloggio su 10 a extra UE

18 Gen

Case popolari a Ferrara. Con le nuove regole ci rimettono le giovani famiglie bisognose (italiane e straniere)

di Andrea Musacci

Poco più di 1 cittadino extra UE su 10 è titolare di un alloggio ACER di Edilizia Popolare a Ferrara e provincia, e il numero dei nuovi assegnatari stranieri è in costante calo da anni.
Sono alcuni dei dati che emergono dal Bilancio di Sostenibilità 2018-2019 di ACER Ferrara e che abbiamo raccolto e analizzato, dai quali si desume anche, ad esempio, che a fronte di 746 domande raccolte per le case popolari solo nell’ultima assegnazione nel Comune di Ferrara, sono appena 80 gli alloggi già disponibili e, nella migliore delle ipotesi, appena altri 130 si libereranno entro il prossimo giugno.
Una realtà, dunque, ben diversa da certa narrazione diffusa ormai da anni, e in particolare nelle ultime settimane con le ultime assegnazioni di alloggi ERP nel Comune capoluogo di provincia. Una visione ideologica che, falsamente, denuncia percentuali molto elevate di alloggi popolari occupati da stranieri nel Comune di Ferrara, a scapito di indigenti famiglie autoctone.
Ricordiamo che lo scorso 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria di assegnazione delle case popolari nel Comune di Ferrara, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento, elaborato lo scorso marzo dalla Giunta guidata da Alan Fabbri, che per la prima volta nella storia della città pone la residenzialità storica dei richiedenti come elemento decisivo nell’assegnazione. Le prime 157 posizioni della graduatoria di assegnazione delle case popolari risultano, di conseguenza, occupate da famiglie italiane, sulle 259 domande finora accolte in via definitiva e su un totale di 746 raccolte.

Negli alloggi ACER 9 su 10 sono italiani: smontata la bufala sulla metà degli alloggi agli stranieri
Luglio 2020: la 31^ graduatoria per l’assegnazione degli alloggi ERP, stilata dall’ultima Amministrazione Tagliani, «ha previsto l’assegnazione a cittadini stranieri del 52% degli alloggi e del 48% agli italiani, e considerato che i residenti stranieri sono mediamente il 10% della popolazione è evidente come sia iniquo il trattamento riservato a chi vive qui da sempre». La citazione fra virgolette è del Sindaco Alan Fabbri. Una vera e propria fake news ripresa dal primo cittadino per giustificare, nei giorni dell’apertura del nuovo bando ACER, le modifiche al Regolamento per il calcolo dei punteggi per le assegnazioni degli alloggi ERP.
Leggendo il Bilancio di sostenibilità 2018-2019 di ACER Ferrara, infatti, i dati mostrano come il peso degli stranieri tra i nuovi assegnatari stesse anzi diminuendo, passando dal 39,57% di assegnazioni nel 2017 (il 29,41% considerando i soli cittadini extra UE) al 30,56% nel 2018 (il 27,77% considerando i soli extra UE) e al 32,62% nel 2019 (il 26, 74% di soli extra UE).
Le percentuali degli stranieri si abbassano ulteriormente se si vanno a vedere i numeri dei titolari e degli occupanti totali degli alloggi ERP di ACER: nel 2019 i nuclei assegnatari composti da stranieri sul totale dei nuclei assegnatari è poco meno del 13%, e al 23% se consideriamo il numero dei componenti dei nuclei (quest’ultimo dato dipende dal fatto che i nuclei stranieri sono tendenzialmente più numerosi di quelli italiani). Nel 2019, infatti, gli stranieri titolari di alloggi ERP sono 702 su 5.487 alloggi locati totali, pari al 12,79% (11,24% se si considerano i soli extra UE), in calo persino rispetto al 2018 quando erano di più, 791, ma su più alloggi locati (5.627), per una percentuale del 14,05% (12,44% se si considerano i soli extra UE). Nel 2015 la percentuale era del 12%, nel 2016 del 13%, idem per il 2017.
Numeri ben lontani da quel 52% tanto sbandierato.

Età e reddito: per nulla discriminati i ferraresi “storici”
Analizzando poi i dati sull’età degli degli occupanti gli alloggi ACER, e perfezionandoli con dati da statistiche interne forniteci da SUNIA CGIL Ferrara, vediamo come gli assegnatari over 60 attualmente superano il 65% e sono quasi tutti di nazionalità italiana, mentre i nuclei di utenza straniera sono in gran parte giovani e con bambini/ragazzi tra i 0 e 18 anni d’età.
Per quanto riguarda invece il reddito degli utenti ACER, il 42% ha la pensione, il 21% è lavoratore dipendente, l’11% nessun reddito, il 10% misti, i restanti si dividono abbastanza equamente tra pensione + lavoro dipendente (7%), lavoratori autonomi (5%), redditi non presentati o non richiesti (4%). Nel solo Comune di Ferrara, i dati sono quasi identici.

Dove sono gli alloggi da assegnare a chi ne ha diritto? Appena 80 gli alloggi già disponibili
Il patrimonio ACER Ferrara consta attualmente di 6.917 alloggi, di cui 6.691 di ERP (Edilizia Residenziale Popolare), 137 non ERP e 89 di ERS (Edilizia Residenziale Sociale). Tutti i 6.691 alloggi di ERP sono di proprietà dei Comuni della provincia e gestiti da parte di ACER. Più della metà degli alloggi ha una metratura tra i 45 e i 75 mq.

Case da assegnare
Al 31 dicembre 2019 (data di rilevazione per l’Osservatorio Regionale) gli alloggi ERP vuoti in attesa di manutenzione in tutta la provincia erano 877, di cui 489 a Ferrara e 388 in provincia. Sui 877 alloggi totali vuoti, 134 sono piccoli (meno di 45 mq), 423 medi (tra i 45 e i 70 mq) e 320 grandi (oltre 70 mq). Sempre sui 877 alloggi ERP vuoti, 152 (80 a Ferrara e 72 in provincia) sono a costo medio, da manutenére con il programma straordinario regionale approvato dalla Regione l’estate scorsa. Una parte di questi alloggi necessitano di consistenti investimenti per essere recuperati.
Altri 100-130 alloggi, invece (situati soprattutto a Ferrara) richiedono piccoli e medi interventi e quindi potrebbero essere assegnati nuovamente e in tempi abbastanza brevi, vale a dire in 3-5 mesi, al massimo entro giugno 2021. Se così sarà (ma si dovrà valutare in base ai finanziamenti regionali e comunali), questi 100-130 saranno disponibili per i nuovi assegnatari insieme agli 80 già disponibili. Si andranno così a coprire, nella migliore delle ipotesi, 210 richieste di alloggio, insufficienti a fronte delle 746 domande raccolte e delle 259 finora accolte (473 sono quelle accolte con riserva e 14 quelle rigettate).

Confronto Assessora Coletti – parti sociali: tutto rimandato
Si sarebbe dovuto svolgere nella giornata di venerdì 15 gennaio l’atteso incontro tra Cristina Coletti, Assessora alle Politiche abitative del Comune di Ferrara e i sindacati degli inquilini SUNIA CGIL, SICET CISL e UNIAT UIL, con i rispettivi rappresentanti Maurizio Ravani, Eva Paganini e Paola Poggipollini. Nell’incontro, come anticipatoci dagli stessi, i sindacati avrebbero chiesto alla Coletti i dati precisi delle assegnazioni dell’ultima graduatoria (la 32^) per gli alloggi ERP. Purtroppo, però, all’ultimo l’incontro è stato rimandato a venerdì 22 gennaio, a causa dell’imprevisto e improrogabile impegno dell’Assessora Coletti, chiamata in Regione a Bologna in rappresentanza del Comune di Ferrara in sostituzione del Sindaco Alan Fabbri, dal Presidente Stefano Bonaccini per discutere della riapertura delle Scuole superiori.
Lo scorso 9 dicembre l’Assessora Coletti e i sindacati SUNIA, SICET e UNIAT hanno sottoscritto il protocollo per la creazione di un Tavolo di confronto dedicato al tema delle politiche abitative denominato “Tavolo di Contrasto al Disagio Abitativo”. La speranza è che, almeno per il futuro prossimo, vengano ascoltate anche le voci e le proposte delle organizzazioni sindacali: «per quanto riguarda le modifiche al Regolamento per le assegnazioni degli alloggi ERP – ci spiega Ravani di SUNIA – siamo stati ascoltati ma nulla di quello che avevamo chiesto è stato minimamente accolto. Chiediamo ancora che vi sia maggiore equilibrio nei criteri per il calcolo dei punteggi per le graduatorie, cioè che la storicità in graduatoria e soprattutto la residenzialità storica abbiano meno peso, a vantaggio invece del reale bisogno delle persone e delle famiglie».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 gennaio 2021

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“La città di domani sia equa ed accogliente”

11 Gen

Le ultime assegnazioni delle case popolari nel Comune di Ferrara: col nuovo Regolamento che privilegia la “residenzialità storica”, il pregiudizio identitario va a scapito dell’aiuto a chi ha bisogno. A essere penalizzate sono le famiglie straniere, le giovani coppie e chi proviene da un altro Comune.
259 le domande finora accolte in maniera definitiva, ma gli alloggi ACER disponibili sono 80, meno di un terzo

“Prima gli italiani”. L’infausto slogan purtroppo anche a Ferrara è realtà concreta.
Lunedì 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria di assegnazione delle case popolari, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento, elaborato lo scorso marzo dalla Giunta guidata dal leghista Alan Fabbri, che per la prima volta nella storia della città pone la residenzialità storica dei richiedenti come elemento decisivo nell’assegnazione. Le prime 157 posizioni della graduatoria di assegnazione delle case popolari risultano, di conseguenza, occupate da famiglie italiane, sulle 259 domande finora accolte in via definitiva e su un totale di 746 raccolte. «Grazie all’introduzione della residenzialità storica – ha dichiarato il primo cittadino – abbiamo ristabilito un’equità sociale». Sono circa 80 gli alloggi – tra città e frazioni – dedicati alle assegnazioni della 32° graduatoria che quest’anno verranno recuperati da ACER utilizzando il finanziamento regionale straordinario del 2020 (800mila euro). Meno di un terzo, quindi, delle domande finora accolte.
Il nuovo Regolamento discriminatorio è stato adottato dal Consiglio Comunale estense lo scorso marzo. Dando seguito al Documento Unico di Programmazione 2020-2024, il testo pone la residenzialità storica e l’assenza di proprietà immobiliare nel territorio nazionale o all’estero come criteri primari, mantenendo la condizione di punteggio relativa alla storicità della domanda in graduatoria.
Netta e tempestiva è stata la nota diramata dall’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio: «la speranza è che nessuna famiglia che ne aveva diritto sia stata esclusa per ragioni di razza e nazionalità», sono le parole del Vescovo Mons. Gian Carlo Perego. «Se fosse così il nuovo bando non aiuta a costruire la città di domani che non potrà che vedere convivere persone di diversa provenienza, con nuove risorse ed esperienze di cui ha bisogno il futuro di una città diversamente destinata a morire più che ad attrarre nuove persone e famiglie».
In un comunicato successivo Mons. Perego ha aggiunto: «la “residenza storica”, come principio dirimente, non può essere in grado – da sola – di tutelare il diritto ad avere una casa e un alloggio, come si è già pronunciata la Corte Costituzionale». «Lo stesso vale anche per altre condizioni – come ad esempio non avere un alloggio in patria (il bando intende forse una capanna..?) – che oltre ad essere impossibili da dimostrare, sarebbero deleterie sia per tutelare i nostri emigranti all’estero che per garantire il diritto di ritornare nel proprio Paese. In ordine all’approvazione di questo bando forse sarebbe stato utile dialogare con tutte le parti sociali».
Sindacati e associazioni: “giovani e stranieri penalizzati”
«Al di là dei proclami, di equità sociale non vi è traccia», è il commento a “La Voce” di Maurizio Ravani di Sunia CGIL Ferrara. «La situazione di bisogno non è l’elemento primario, come dovrebbe essere, per l’assegnazione degli alloggi». Il nuovo Regolamento discrimina non solo coloro non ancora in possesso della cittadinanza italiana «ma penalizza fortemente anche i giovani», in particolare le giovani coppie, «con un forte spostamento delle assegnazioni a favore delle famiglie anziane». «Condividiamo assolutamente le parole di Mons. Perego», conclude Ravani.
«L’Amministrazione comunale dimostra poca lungimiranza rispetto all’esigenza di un Comune come il nostro, a forte presenza di popolazione anziana, di favorire l’insediamento di nuove famiglie e soprattutto di nuove famiglie con figli per garantire il ricambio generazionale e quindi il suo sviluppo economico e sociale», ci spiega Paola Poggipollini di UNIAT UIL Ferrara. «La richiesta alle famiglie extracomunitarie della produzione, in fase di assegnazione, del certificato di impossidenza di alloggi nei paesi di origine, dove non esiste il catasto, è per loro punitivo e discriminatorio, sia perché non sono in grado di produrlo sia in quanto analoga documentazione non viene richiesta agli italiani (ad esempio gli italiani che dopo anni rientrano dall’estero). È rimasto inascoltato il nostro richiamo alle numerose sentenze che in altri casi hanno sanzionato analoghe decisioni adottate dai Comuni».
Dal mondo dell’associazionismo arriva la voce di “Cittadini del mondo”: «il criterio della residenza non tiene conto dei bisogni familiari e delle forme di povertà accertate», a maggior ragione a causa dell’emergenza Covid, e anche per il fatto che il Regolamento punisce «chi ha morosità pregresse con l’Amministrazione», come appunto famiglie in difficoltà. Infine, per l’Associazione è ingiusto che «solo i cittadini stranieri debbano dimostrare con documenti autenticati di non possedere immobili nel Paese di provenienza, regola che, invece, non vale per gli italiani».
Il precedente: il caso dei buoni spesa
La Giunta a maggioranza leghista non è nuova a scelte di questo tipo: nei mesi scorsi due sentenze del Tribunale cittadino avevano definito «una condotta discriminatoria» la delibera del Comune di Ferrara che fissava come criteri per ottenere i buoni spesa per le persone in difficoltà nell’emergenza Covid, il requisito del permesso di soggiorno per gli stranieri extra Ue e una priorità a favore dei cittadini italiani.

Cronistoria: dalla Bossi-Fini a oggi (passando per l’era Tagliani)

Prima annunciate, poi attuate, le modifiche al Regolamento per il conteggio utile all’assegnazione degli alloggi popolari risalgono a marzo scorso. Ma le regole precedenti si ispirano anche alla Legge Bossi-Fini.
Legge Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189)
Art. 40, comma 6: «Gli stranieri titolari di carta di soggiorno e gli stranieri regolarmente soggiornanti che siano iscritti nelle liste di collocamento o che esercitino una regolare attività di lavoro subordinato o di lavoro autonomo hanno diritto di accedere, in condizioni di parità con i cittadini italiani, agli alloggi di edilizia residenziale pubblica, ai servizi di intermediazione delle agenzie sociali eventualmente predisposte da ogni Regione o dagli enti locali per agevolare l’accesso alle locazioni abitative e al credito agevolato in materia di edilizia, recupero, acquisto e locazione della prima casa di abitazione».
Delibera n. 154 dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna del 06/06/2018, “Atto unico sull’edilizia residenziale pubblica”, che riprende, tra l’altro, l’art. 40, comma 6 della Legge Bossi-Fini.
L’Amministrazione Tagliani (2014-2019): “importanza alla ‘storicità’ in graduatoria”
La Giunta Tagliani nella scelta delle condizioni di punteggio (che spetta al Consiglio Comunale basandosi sulle misure della Delibera regionale n. 154/2018) inserisce la condizione di punteggio della ”storicità” della domanda in graduatoria che dà valore al periodo di tempo in cui si è rimasti in graduatoria senza avere un’assegnazione dell’alloggio. Come dichiarò l’Assessora Chiara Sapigni, «la residenza da più o meno tempo non esprime alcun bisogno. Al contrario essere in attesa in graduatoria da molti anni viene riconosciuto come un bisogno a cui non si è ancora data risposta». Inoltre, era il ragionamento della Sapigni, «nel Comune di Ferrara, fra i proprietari di casa il 79% è italiano, il 29% straniero. È quindi normale che facciano più richiesta di alloggio pubblico gli stranieri».
Luglio 2019: Fabbri, “cambieremo le regole”
Il neo Sindaco Alan Fabbri, durante la prima seduta di Giunta, si rivolge in particolare all’Assessora ai Servizi Sociali Cristina Coletti e all’Assessora all’Istruzione Dorota Kusiak: «bisogna mettere mano con urgenza ai regolamenti per le assegnazioni degli alloggi Acer e per la graduatoria relativa al servizio di asilo nido», in modo da «equilibrare da un lato gli eccessi che fino ad oggi hanno caratterizzato la fruizione del welfare abitativo favorendo le famiglie immigrate, con percentuali ingiustificate».
Il Documento Unico di Programmazione 2020-2024
Nel DUP, il Documento Unico di Programmazione 2020-2024, la Giunta Fabbri spiega: «Nel 2020 si procederà alla revisione del regolamento ERP (Edilizia Residenziale Popolare, ndr) ed emergenza abitativa introducendo tra i requisiti per l’accesso la residenza anagrafica “storica” nel Comune di Ferrara alla data di pubblicazione del bando e l’assenza di diritti di proprietà immobiliare nel territorio nazionale o all’estero».
Marzo 2020: modifica del Regolamento per l’assegnazione delle case popolari
Il 2 marzo 2020 il Consiglio Comunale adotta il nuovo Regolamento con le mutate condizioni di punteggio: di fatto, il disagio abitativo, il disagio economico, il disagio sociale, la composizione del nucleo e l’anzianità di presenza in graduatoria diventano secondarie rispetto all’anzianità di residenza (la cosiddetta “residenzialità storica”: il punteggio assegna 1/2 punto per ogni anno di residenza, anche non continuativi), e alle condizioni negative, come la pregressa morosità, entrambe di nuova introduzione. Il generico «legame col territorio» diventa più importante del bisogno materiale di persone, famiglie e giovani coppie.
Luglio 2020: esce il nuovo bando
Il 9 luglio esce il nuovo bando relativo all’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica con scadenza il 30 settembre 2020. Le domande raccolte nel periodo di uscita del Bando sono state inserite nel 32° aggiornamento della graduatoria, la prima che dà applicazione ai nuovi criteri di punteggio stabiliti dal regolamento di assegnazione approvato dal Consiglio Comunale il 2 marzo scorso. Le domande presentate dal 1° ottobre 2020 saranno invece inserite nella 33° graduatoria.
Gennaio 2021: definita la nuova graduatoria
Lunedì 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria di assegnazione delle case popolari, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento: le prime 157 posizioni della graduatoria risultano, di conseguenza, occupate da famiglie italiane, sulle 259 domande finora accolte in via definitiva e su un totale di 746 raccolte.

Caritas, un centinaio le persone attualmente accolte

Donne e minori a carico sono divise tra la sede di Casa Betania in via Borgovado e gli 11 gruppi-appartamenti sparsi per la città: “ma se manca il lavoro, l’integrazione è difficile”. Le storie di queste giovani

(foto d’archivio)

L’accoglienza è uno degli ambiti che maggiormente vede impegnata la Caritas diocesana. Un’emergenza continua – possiamo dire – che riguarda prevalentemente donne straniere con minori a carico.
Per quanto riguarda l’accoglienza residenziale, ci spiega l’operatore Michele Luciani, «attualmente accogliamo 98 persone, 86 delle quali seguite in convenzione con i servizi sociali del territorio», vale a dire che il progetto di accoglienza non è emergenziale, ma a medio-lungo termine. Di queste 86, 57 sono donne e 29 minori, di età compresa fra i 0 e i 4 anni: 3 sono nati nel 2016, 4 nel 2017, 8 nel 2018, 10 nel 2019, 4 nel 2020. Oltre alle 86 persone, altre 12 donne sono accolte in accoglienza emergenziale (o prima accoglienza o emergenza abitativa): «sono ad esempio donne in stato avanzato di gravidanza o vittime di violenza domestica, segnalateci dai servizi sociali o dalle forze dell’ordine, in attesa di entrare in strutture protette». Il periodo di accoglienza emergenziale solitamente è di 3+3 mesi, o 6+6 mesi, in ogni caso entro i 12 mesi. Delle donne, le prime 5 sono entrate in accoglienza nel 2015, 26 nel 2016, 17 nel 2017. «Di fatto – commenta Luciani – è difficile uscire dall’ambito dell’accoglienza, e ciò dipende dal lungo iter per la richiesta di protezione internazionale per le richiedenti asilo, ma anche dalla difficoltà di intraprendere un percorso di autonomia una volta riconosciuto il permesso di soggiorno». Questa seconda difficoltà di integrazione dipende soprattutto dall’impervia ricerca di un lavoro regolare e il più possibile stabile. «La maggioranza di queste donne lavora in agricoltura, in nero o quasi, anche se noi cerchiamo di scoraggiare ad accettare lavori senza regolare contratto» e magari trovati tramite mediatori di dubbia fama. Altre, prima della pandemia, svolgevano tirocini nelle cucine di alcuni ristoranti. Tirocini che purtroppo si sono dovuti interrompere.
Delle 98 persone totali, tra donne e minori, gestite dalla Caritas nell’ambito dell’accoglienza, 33 sono ospitate a Casa Betania in via Borgovado (aperta nel 2014, con mini appartamenti e stanze singole o doppie), di cui 25 donne (alcune in emergenza abitativa, altre con progetto di accoglienza ma con una maggiore fragilità che richiede un accompagnamento individuale e strutturato) e 8 minori. Provengono quasi tutte da Paesi africani (la maggior parte dalla Nigeria, le altre da Camerun, Somalia, Togo, Costa d’Avorio, Sierra Leone).
Le altre sono ospitate, invece, in 11 appartamenti a Ferrara, tra il centro e la periferia della città: «le donne accolte in questi appartamenti – prosegue Luciani – a differenza di quelle a Casa Betania hanno un maggiore grado di autonomia e quindi il nostro affiancamento è rivolto al gruppo, non alla singola persone, per creare dinamiche virtuose di convivenza». Si cerca, cioè, di valorizzare dinamiche di aiuto reciproco: «ad esempio, se una mamma frequenta un corso per OSS, lascia i figli a un’altra mamma con cui convive in appartamento, oppure una delle donne capace di muoversi ad esempio nel rinnovo del permesso di soggiorno o della carta d’identità, aiuta le altre nell’espletare le stesse pratiche». Nonostante le inevitabili conflittualità, «tanti sono gli esempi di collaborazione tra le donne in accoglienza, il clima in genere è buono, e le stesse relazioni col tessuto sociale, ad esempio coi vicini di condominio, sono positive: è l’idea dell’accoglienza diffusa». Di queste donne nei gruppi-appartamenti, attualmente la metà sono nigeriane, le altre vengono da Cina, Colombia e 1 da Ferrara. Al di là della pur fondamentale rete di accoglienza dal basso, «rimane il fatto – conclude amaramente Luciani – che la forte precarietà o disoccupazione di queste persone peggiora la sensazione generale già negativa del fenomeno migratorio: agli occhi di molti, purtroppo, queste donne rimangono migranti per tutta la vita. E questo, di certo, è stato favorito dal disinvestimento delle istituzioni pubbliche, responsabili di non finanziare più i percorsi di integrazione».

Ma chi sono queste donne?
«I loro vissuti – ci spiega Stefania Malisardi, un’altra operatrice Caritas -, hanno come denominatore comune la volontà di scappare da situazioni che mettevano a serio rischio la loro vita. Alcune sono scappate dalla guerra civile, dalle bande armate del proprio villaggio o città, altre ancora da matrimoni combinati, altre perché rimanendo nel loro paese di origine rischiavano la propria vita», ad esempio perché professavano una religione diversa da quella di Stato, per il loro orientamento sessuale o l’appartenenza a gruppi etnici perseguitati. Alcune non hanno deciso di lasciare il paese di propria volontà, ma sono state rapite».
Per molte il viaggio è iniziato con una promessa di lavoro in un paese vicino – prosegue Malisardi -, per poi ritrovarsi obbligate a prostituirsi o in lavori come domestiche più simili alla schiavitù. Da qui la volontà di scappare, attraversando prima il deserto in carovane stracolme di persone con il rischio di essere lasciate indietro e condannate a morte certa, di essere sorprese dalle milizie armate, rapite e vendute, fino ad arrivare nell’inferno della Libia e infine al viaggio in mare. Difficilmente parlano delle loro storie, occorrono mesi se non anni per entrare abbastanza in confidenza con loro».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 gennaio 2021

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Essere fecondi, non produttori di morte

16 Nov

Teresa Bartolomei e Silvano Petrosino hanno riflettuto sul tema “Terra nostra? La casa dell’umano e l’ecocidio imminente”. L’incontro si è svolto on line il 12 novembre in occasione di Book City Milano: “passiamo da un’etica del successo a una della cura” per realizzare davvero l’abitare come “convivenza e accoglienza”

L’essere umano è chiamato a «coltivare e custodire» il pianeta dove abita, ma al tempo stesso è responsabile di gravi atti di ecocidio.
Su questa contraddizione, che chiama in causa la teologia e l’antropologia, giovedì 12 novembre hanno discusso Teresa Bartolomei, teologa dell’Università Cattolica di Lisbona, autrice del libro ”Dove abita la luce?” e Silvano Petrosino (in grande nell’immagine con Bartolomei e Monda), docente di Antropologia filosofica dell’Università Cattolica e autore del libro “Dove abita l’infinito: trascendenza, potere e giustizia?”. L’incontro è stato organizzato on line su You Tube, in occasione di Book City Milano, dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e dalla Casa editrice “Vita e Pensiero”. “Terra nostra? La casa dell’umano e l’ecocidio imminente” è il titolo assegnato al dibattito introdotto da Antonella Sciarrone Alibrandi, prorettore dell’Università Cattolica e moderato da Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano.
Per “ecocidio” – neologismo nato negli anni ’70 dopo la guerra in Vietnam – si indica la distruzione diffusa, grave e duratura dell’ecosistema a opera dell’uomo, tale da dover essere giudicata a livello internazionale. L’uomo con la sua tecnologia, quindi, ha spiegato Bartolomei, può diventare «una potenza di morte e non di vita». È stato papa Francesco con l’enciclica Laudato si’ a chiamare l’ecocidio peccato. Riguardo al Giudizio universale raccontato nella Bibbia, la relatrice ha spiegato come con esso «Dio salvi l’uomo dagli effetti gravi del male compiuto da quest’ultimo, effetti che rompono l’equilibrio universale e il patto tra Dio e uomo». Come credenti e donne e uomini di buone volontà «abbiamo questa grande responsabilità e speranza» e dunque «dobbiamo trovare insieme soluzioni condivise in modo che prevalga l’etica della cura e non della performance e dell’oggettivizzazione del creato». Come cristiani, «scopriamo chi siamo solo riportando alla luce il fatto che siamo a immagine e somiglianza di Dio. Diversamente, diventiamo produttori di morte».
È partito da Genesi 2, 15 invece Petrosino, in particolare dai verbi «coltivare» e «custodire», a suo dire esplicativi del vero senso dell’abitare: «abitare non vuol dire necessariamente dominare, possedere o distruggere ma è possibile, per l’uomo, che significhi coltivare». Detto questo, per Petrosino, richiamando Lacan, anche «il possesso e la distruzione rimandano per l’uomo alla sua ricerca di un’identità»: «il distruggere è una pulsione negativa ma comunque creazionistica». Il problema del creato rimanda quindi sempre inevitabilmente al problema del soggetto, dell’essere umano. Ma anche nella Bibbia dal giardino di Genesi si arriva poi sempre «alla città, cioè – ha proseguito il relatore – al miracolo possibile della convivenza e dell’accoglienza fra gli uomini». L’abitare è dunque «incontrare qualcuno che dica “ti voglio bene”». La terra, ha quindi concluso, «è nostra, perché siamo attori, non subiamo la vita, siamo chiamati a coltivare», ma al tempo stesso «non è nostra perché siamo in affitto, non ne siamo i proprietari» e allo stesso modo «non possediamo la verità intesa come certezza assoluta»: saper accettare questo significa «essere in pace con se stessi. Riscopriamo invece la verità come fecondità».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 novembre 2020

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Uno sguardo profondo sulla rivoluzione in atto: il libro “Riflessioni per tempi incerti”

16 Nov

“Riflessioni per tempi incerti” è il volume corale con riflessioni sulla pandemia edito da Festina Lente. Tra gli altri, ospita contributi del card. Josè Tolentino De Mendonca, di Chiara Giaccardi, Pietro Gibellini, Emilio Isgrò, Mauro Magatti, Alberto Maggi, Alessandra Smerilli e Franco Arminio

«Indietro non torneremo o, meglio, ci torneremo poco e male. Ci sarà un po’ di inerzia, un po’ di riluttanza, ma il passaggio è avvenuto». Le parole sono di Luciano Floridi, docente di filosofia, e fanno parte dell’importante volume corale appena pubblicato dalla ferrarese Festina Lente Edizioni di Marco Mari.
“Riflessioni per tempi incerti” è il titolo del libro che raccoglie gli interventi di 11 personalità, frutto di una serie di video-conferenze organizzate da marzo a ottobre scorsi dalla Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura con sede a Brescia.
Sono scrittori, poeti, biblisti, artisti, economisti e sociologi: Luigi Alici, Franco Arminio, Carlo Bellavite Pellegrini, Luciano Floridi, Chiara Giaccardi, Pietro Gibellini, Emilio Isgrò, Mauro Magatti, Alberto Maggi, Alessandra Smerilli e il card. Josè Tolentino De Mendonca.
«Anche in situazioni di estrema difficoltà, in cui il dialogo interpersonale è fortemente compromesso, crediamo resti vivo l’insegnamento socratico di chiedersi qual è il senso di ogni cosa che facciamo, del rapporto tra il proprio agire e la propria “città”, ovvero del vivere insieme agli altri», scrive nell’Introduzione del testo Filippo Perrini, Presidente della Cooperativa bresciana.
Ed è quello che, da angolature differenti, provano a fare tutte le persone coinvolte, per riflettere, in periodi diversi, dell’emergenza che stiamo vivendo, su cosa ci insegna questa pandemia a livello spirituale, sociale, economico e relazionale.
«È un tempo purificatorio», riflette il card. Tolentino De Mendonca. «L’immagine prometeica che noi abbiamo – l’immagine di una onnipotenza che la nostra società vende come propria auto rappresentazione – è completamente fallita». Dobbiamo quindi, prosegue, costruire «processi di coscienza su noi stessi» e «processi di conoscenza di Dio». Sui processi riflettono ad esempio anche i coniugi e sociologi Giaccardi e Magatti. È la prima dei due a scrivere: «quello che ci aspetta è un guardare avanti, un mettere in movimento dei processi».
E lo sguardo di ognuno dei contributi è radicalmente proiettato nell’avvenire: «non vedo più una Chiesa che va avanti organizzando grandi eventi», è il pensiero di Smerilli. «Forse abbiamo capito che dobbiamo lavorare per processi, innescare processi, e, passo dopo passo, arrivare alle persone e portare la buona notizia».
Ma la profondità orizzontale, verso l’altro e verso il futuro, non può non accompagnarsi alla profondità interiore, dentro di sé e a fondo nel pur tragico presente, che ci costringe a gettarci alle spalle ipocrisie e scorciatoie. «Non è vero che la fragilità è uno stato accidentale e transitorio (…). La fragilità è una condizione costitutiva delle creature e del creato», scrive ad esempio Alici, ed è Maggi a riflettere sul senso cristiano del morire e sulla rimozione della morte nella società moderna e in particolare in quella contemporanea. Una rimozione terribile, che ci interroga sull’importanza di riscoprire una verticalità nelle nostre esistenze: «la poesia è una sorta di sentinella del sacro», riflette il poeta Arminio. «Noi abbiamo bisogno di intensità. Abbiamo bisogno di lavoro, ovviamente, di regole. Questo lo sappiamo. Però, abbiamo anche bisogno di intensità, di sacro, di senso. Direi pure che abbiamo bisogno di Dio».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 novembre 2020

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