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Una nuova Casa dell’accoglienza a Ferrara

27 Mag

La sede di IBO Italia inaugurata ufficialmente lo scorso 23 maggio in via Boschetto nell’ex Scuola Banzi: la scommessa di chi vuole coniugare legalità e solidarietà

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUn anno fa nasceva la non facile fase di ristrutturazione dell’ex edificio scolastico all’inizio di via Boschetto, zona San Giorgio. Una genesi alquanto travagliata, avvelenata da polemiche utili solo alla propaganda di alcune forze politiche. Ma con tenacia e pazienza, Dino Montanari, Direttore di IBO, e i tanti operatori e volontari, si sono rimboccati le maniche e mese dopo mese hanno ridonato bellezza e agibilità a quella che fino a una ventina di anni fa era la Scuola Banzi, già di per sé dunque luogo di educazione, legalità e accoglienza. Ora “Casa IBO” è ufficialmente un nuovo, pacifico “avamposto” di educazione alla bellezza dell’incontro con l’altro, di costruzione, seppur lenta e mai facile, di relazioni, dal “vicino di casa” poco “dialogante” fino a persone bisognose in ogni angolo del mondo. Da metà aprile scorso, IBO quindi è di fatto operativo nella struttura di via Boschetto, ma solo giovedì 23 maggio scorso si è svolta la cerimonia ufficiale d’inaugurazione. Dopo lo scoprimento della targa all’ingresso, da parte del Presidente IBO Alberto Osti, il taglio del nastro da parte del Sindaco Tiziano Tagliani e la benedizione di don Emanuele Zappaterra, Assistente Spiriturale dell’Associazione, Montanari ha presentato il progetto e lasciato spazio a diversi interventi. A partire proprio da quello dell’ormai ex primo cittadino Tagliani, che ha posto l’accento su questa “scommessa”, per ora vinta, di una nuova sede in una zona differente (la precedente, lo ricordiamo, era in via Montebello). “Oggi inauguriamo – ha spiegato – un centro importante per l’intera città e per sviluppare relazioni in tutto il mondo. Non esistono barriere, siamo qui per sottolineare anche l’importanza della ricchezza culturale, in una città come la nostra aperta a diversi contributi, in un mondo composto da realtà diversificate, a volte contrapposte tra loro: ma proprio per questo è importante imparare le regole della convivenza”. Don Zappaterra ha invece elogiato lo “spirito che accompagna questi giovani e volontari” e “l’importanza di costruire relazioni”. Dopo l’intervento di Alessandra Genesini, Dirigente del Servizio Patrimonio del Comune di Ferrara, ha preso la parola Laura Roncagli, presidente di Agire Sociale: “oggi il termine solidarietà non va di moda, incredibilmente le ONG vengono considerate come qualcosa di negativo”. Anche per questo è importante un luogo come “Casa IBO”, “la cooperazione si concretizza in ogni parte del mondo, anche in situazioni di povertà estrema, grazie a un volontariato formato, giovane, che vuole mettersi in gioco, nel rispetto delle culture e delle tradizioni. Siamo tutti cittadini del mondo – ha concluso -, penso ad esempio a Sofia, volontaria IBO a Panciu”, in Romania. A seguire sono stati ringraziati Giorgia Fregatti, volontaria IBO, alcuni rappresentanti della contrada di San Giorgio, don Onesimo Venansio, in rappresentanza dell’omonima parrocchia, e un pensionato residente su via Comacchio, a pochi passi da Casa IBO. Presenti all’inaugurazione anche una rappresentanza del Comando provinciale dei Carabinieri, della Polizia di Stato, don Paolo Cavallari e diversi assessori e consiglieri comunali. Il Presidente Osti ha preso dunque la parola per sottolineare come ormai “siamo entrati integralmente nel quartiere, i residenti nel tempo hanno imparato ad accoglierci”, prima di citare una frase di don Primo Mazzolari: “è pagano nell’anima chi accetta l’ingiustizia e l’oppressione col segreto proposito di riuscire a mettersi tra i privilegiati e gli oppressori”. Infine, ha preso la parola una vera e propria istituzione di IBO Italia, il suo fondatore ed ex presidente, Padre Angelo Marcandella, che nel 1957 portò anche nel nostro Paese l’esperienza nord europea di Soci Costruttori. “Spero che in questa sede – ha spiegato – si realizzino tante cose belle, iniziative in aiuto ai più deboli, per andare incontro a chiunque ha bisogno, indifferentemente dal colore della pelle o dalla nazionalità”. “Con grande piacere abbiamo visto la rinascita di questo luogo, per noi è un pezzo di cuore”, raccontano, invece, a “la Voce”, Santina e Fiorella, madre e figlia, dal ’63 residenti in via Boschetto nel condominio di fronte all’ex Banzi. “Ci ricordiamo del lungo periodo di degrado in cui versava”, proseguono, “IBO invece rappresenta qualcosa di davvero positvo in ambito sociale. La paura di alcuni residenti della zona – prosegue Fiorella – nasce da pregiudizi e da un clima oggi putroppo dominante. Noi abbiamo parlato con Dino [Montanari, ndr], ci siamo informate sul progetto di Casa IBO. Alcuni nostri vicini hanno cambiato in meglio la propria opinione su questo progetto, altri no. Noi addirittura stiamo pensando di chiedere di poter fare in questa sede le nostre riunioni condominiali”. Entusiasta della nuova sede è anche la volontaria Giorgia Fregatti: “lavoro qui vicino, alla Fitofarmaci San Giorgio, e mia nonna abita poco distante. Il prossimo 24 giugno partirò per un’esperienza di volontariato a Catania”. Rosa, invece, è originaria di Manfredonia, nel Gargano, ed è iscritta a Scienze dell’educazione all’Università di Ferrara. “A fine febbraio scorso – spiega a “la Voce” – ho iniziato il Servizio civile in IBO, dove mi occupo di social media e comunicazione. Era da tempo che volevo fare un’esperienza di volontariato e qui è proprio un bell’ambiente, c’è un clima accogliente”. Infine, Eugenio, fresco di laurea all’Ateneo di Bologna su una tesi dedicata agli interventi educativi per minori, svolge incontri e laboratori nelle scuole medie e superiori della città: anche lui da febbraio svolge il suo anno di Servizio Civile con IBO, per fare esperienza e un giorno poter lavorare in ambito educativo. La mattinata inaugurale si è conclusa con un rinfresco a cura dell’associazione “Lo Specchio”. Il giorno seguente, venerdì 24, nel pomeriggio si è tenuta l’Assemblea Annuale dei Soci di IBO Italia, mentre sabato 25 è stata interamente dedicata all’accoglienza delle numerose persone accorse per visitare la sede e conoscere i volontari. La mattina stessa è stata celebrata la Santa Messa, seguita dal pranzo con i volontari e cooperanti IBO partiti per il Burundi e altri paesi africani dagli anni ’70 agli anni ’90.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 maggio 2019

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Clima, grave è la situazione sotto il cielo (ma non irrisolvibile)

27 Mag

Il “meteorite” Homo Sapiens ha provocato e continua a provocare danni enormi all’ecosistema. Ma c’è ancora speranza. Un Seminario il 25 maggio in Municipio a Ferrara per denunciare, proporre azioni concrete e immaginare un’informazione differente

climaIl giusto equilibrio tra l’urgenza di una denuncia e di una sensibilizzazione che sia forte, e, dall’altra parte, la necessità di non creare paralizzanti timori nelle persone, ma di far loro comprendere come la situazione del nostro pianeta è sì molto seria ma non per questo affrontabile e migliorabile. E’ stata questa la linea che i diversi relatori alternatisi la mattina di sabato 25 maggio in Municipio a Ferrara, hanno privilegiato. Nella Sala del Consiglio Comunale si è svolto il Seminario pubblico dal titolo “Cambiamenti climatici e informazione: i ruoli e le azioni possibili di istituzioni, cittadini e media”. L’incontro, moderato dal Responsabile Ufficio Stampa del Comune, Alessandro Zangara, è stato organizzato dall’Ordine Giornalisti e della Fondazione Giornalisti dell’Emilia-Romagna insieme all’Ufficio Stampa stesso e in collaborazione con l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e il Museo civico di Storia Naturale di Ferrara. “Il clima, certo, da sempre subisce modificazioni significative, anche nel nostro territorio, ma in questo periodo storico è importante analizzare i co-effetti dell’azione della natura e di quella dell’uomo”, ha esordito Stefano Mazzotti, ricercatore e responsabile del Museo di Storia Naturale locale. “Dagli anni ’80 del secolo scorso l’uomo ha immesso nell’atmosfera molta più CO2 rispetto a prima”. Per questo, gli scienziati dovrebbero “alzare la voce”, farsi sentire di più riguardo a questa vera e propria “crisi climatica, a questa situazione davvero drammatica, descritta come tale da innumerevoli riviste scientifiche almeno dal 2015. Sempre più frequenti e acute saranno situazioni come quelle vissute nel nostro Paese di bruschi cali di temperatura in stagioni primaverili, o, al contrario, com’è accaduto a inizio maggio, di temperature di 30° in Siberia e di 15° in Groenlandia. Fino al 2050 è previsto a livello globale un aumento di 2°, ma potrebbero essere anche di più”, ha proseguito Mazzotti. “E’ già in atto l’estinzione di diverse specie animali (insetti, anfibi, piccoli mammiferi e coleotteri, ad esempio), con tutte le ulteriori conseguenze di ciò sull’ecosistema. Risulta poi che l’estinzione di alcune speci di vertebrati sia 114 volte più veloce rispetto al passato. L’Homo Sapiens – ha concluso – è paragonabile a un meteorite sul pianeta terra per quello che sta scatenando”. Alessandro Bratti, direttore generale dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), ha scelto, invece, di porre maggiormente l’accento sui cambiamenti positivi da parte di cittadini e istituzioni nell’affrontare il problema. “L’Unione Europea – ha spiegato – si è posta l’obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti di almeno il 20% entro il 2020 e di almeno il 40% entro il 2030 (per l’Italia del 33%, in quanto varia da Paese a Paese), rispetto al 1990. Nel 2017 la temperatura media in Italia risultava maggiore di 1,30° (+1,20° a livello globale), mentre dal 1981 l’aumento era di 0,36°”. Due, però, sono i dati positivi: “nel nostro Paese nel primo trimestre del 2019 si registra una diminuzione di emissioni di gas serra pari allo 0,4%, grazie soprattutto al decremento dei consumi di gas a livello domestico e dei trasporti, e nonostante il lieve aumento del PIL (+0,1%). Inoltre, nella nostra penisola è in aumento la quota di energia da fonti rinnovabili (dati 2016-’17). Gli effetti positivi di tutto ciò, è normale, si vedranno a distanza di anni, di decenni”. Gli ultimi due interventi della mattinata si sono concentrati sul ruolo fondamentale dell’informazione e della comunicazione. Elena Stramentinoli, redattrice della RAI, già inviata del programma d’inchiesta “Presa Diretta”, ha spiegato com’è “molto bassa la percentuale di notizie sui media riguardanti l’ambiente, e di queste una buona parte riguardano il meteo, o la cronaca”. Di solito, poi, l’informazione tratta questa tematica usando “toni catastrofici, allarmistici, calcando molto sull’emotività, mentre sarebbe importante apporofondire, spiegare meglio i vari nessi causa-effetto, non giocando sulle reazioni di angoscia e di sconforto dei cittadini” che non fanno comprendere come il tema sia complesso, la situazione grave, ma affrontabile e risolvibile. Per questo sarebbe utile proporre esempi e azioni positive, concrete, e, non meno importante, “supportate scientificamente”. Infine, l’ultimo intervento è spettato a Sergio Gessi, giornalista e docente del corso di “Etica della comunicazione” all’Università di Ferrara, il quale, fra le varie riflessioni, ha ragionato sull’importanza di avere nelle redazioni dei giornali esperti di tematiche ambientali.

“Come vivi senza colpevolezza se hai consapevolezza?”: anche a Ferrara il secondo “Sciopero globale per il clima”

2“Come vivi senza colpevolezza se hai consapevolezza?”: così recitava uno dei tanti cartelli issati da alcuni giovani studenti ferraresi la mattina di venerdì 24 maggio per il secondo “Sciopero globale per il clima”. Circa 200 ragazze e ragazzi – molte meno rispetto al primo Sciopero, a metà marzo, ma non meno “agguerriti” – sono scesi lungo le strade della nostra città per la seconda mobilitazione di “Fridays for future” volta a sensibilizzare sull’emergenza climatica, sulle cause che l’hanno provocata e sulle possibili soluzioni. Il corteo è partito da piazza Castello diretto al parco Giordano Bruno, passando per Largo Castello, corso Giovecca, via Palestro, Porta Mare, corso Ercole I d’Este, pedonale dalla Casa del Boia, viale Belvedere, corso Porta Po, via Cittadella, attraversamento viale Cavour, corso Isonzo e via Poledrelli.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 maggio 2019

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Partecipazione, cura e convivialità: ecco la “Rete” del civismo ferrarese

20 Mag

Nato nel seno dell’Urban Center cittadino, il progetto di coordinamento delle esperienze virtuose di cittadinanza dal basso è stato presentato lo scorso 13 maggio nella sede dell’ex Mof. La sinergia col “Forum Civism” di Firenze

facebook_1557927188707Può l’informalità strutturare un’azione costante nel tempo, senza scadere nello spontaneismo? E può l’orizzontalità diventare principio basilare, senza che ne risentano la concretezza e l’efficienza? Sono alcune delle sfide raccolte dalla neonata Rete che a Ferrara, grazie all’appello di un gruppo di cittadini, intende sviluppare un coordinamento tra le esperienze civiche locali nate negli ultimi anni. Il tutto con il supporto fondamentale dell’Urban Center comunale. Già pronta la “Carta dei principi, finalità e funzionamento”, unico strumento necessario data l’informalità del soggetto. Soggetto che è stato presentato pubblicamente lo scorso 13 maggio nella sede dell’ex Mof di corso Isonzo da Chiara Porretta e Ilenia Crema dell’Urban Center, da alcuni anni attivissime – insieme all’Assessorato con delega alla Rigenerazione Urbana, guidato da Roberta Fusari – nel promuovere e coordinare esperienze locali di cittadinanza attiva, mutuale e dal basso. Sono dodici i membri del nodo operativo di questa Rete nata formalmente lo scorso 29 novembre e sul cui nome gli stessi aderenti – che possono essere singoli (attualmente una cinquantina) e gruppi/associazioni (per ora una ventina) – hanno già avanzato diverse proposte. Gli albori del progetto è, però, giusto farli risalire al 2011 quando l’Amministrazione dà vita a “èFerrara Urban Center”, al quale sono seguite una 70ina di iniziative e proposte sparse in tutto il territorio comunale, tra cui “Un tavolo lungo un parco”, “Insieme per il Quartiere Giardino”, “Gas K”, “Condominio solidale”, “Ricostruiamo l’Aquilone”, “Ferrara mia”, “Web Radio Giardino”, “Officina dei saperi”. Altra tappa importante è stata, nel 2016, la redazione della Carta dei Beni Comuni, manifesto di principi e azioni prioritarie condiviso dalle comunità di pratiche coinvolte nel progetto Urban Center. Il 13 maggio sono state presentate, attraverso interviste video o testimonianze dal vivo, cinque delle pratiche virtuose nate negli anni: la festa di strada su via Zemola (illustrata da Paola Giatti), ripetuta quest’anno il 19 maggio; il “ParcoLibro” a S. Bartolomeo in Bosco, spiegato da Stefano Padovani; il percorso partecipato nato intorno alla Scuola elementare “Bruno Ciari” di Cocomaro di Cona per la riqualificazione del giardino della struttura, presentato da Paola Onorati; “Krasnopark” (illustrato da Silvia Ridolfi), e infine il progetto di cura e valorizzazione di un parchetto pubblico in zona via Comacchio (a cura di Massimo). A seguire, sono intervenuti tre studenti della Facoltà di Economia del nostro Ateneo, membri del “Comitato Piazzale Circolare” che sta organizzando il primo festival di Green Economy nella nostra città – la “Giornata dell’economia circolare” – in programma il prossimo 27 giugno alla Factory Grisù di via Poledrelli, con stand, workshop e conferenze. Ma il progetto dell’Urban Center e della Rete crescono anche alla sinergia con realtà simili presente in altre città, in modo particolare con il “Forum Civism Beni Comuni”, presentato nell’incontro pubblico da una delle portavoci, Annalisa Pecoriello. Il progetto “Civism” nasce nel 2015 per promuovere nuove forme di benessere collettivo attraverso la condivisione tra persone che vivono in situazione di prossimità (condomini, quartieri ecc.). Da qui è poi nato il “Forum”, sempre partendo dal principio dell’importanza – per creare nuove relazioni fra cittadini e con le istituzioni – della condivisione di oggetti, luoghi, tempi e competenze. Negli anni si sono perciò sviluppate e interconnesse comunità urbane e rurali, esperienze di microcredito, Gruppi di Acquisto Solidali, mercati contadini, Open Source, progetti di inclusione dei migranti e molto altro. In alcuni casi delicati (si pensi allo stabile Spin Time a Roma, v. articolo a fianco), “preferiamo parlare – ha spiegato la Pecoriello – di presidio e custodia di beni comuni, non di occupazione. Si tratta cioè di riappropriarsi di luoghi abbandonati dalle istituzioni, non facendone un uso esclusivo ma di tutti e per tutti”. Un esempio è Mondeggi Bene Comune di Bagno a Ripoli (Firenze), comunità attiva per l’autodeterminazione alimentare attraverso l’agroecologia e la libera condivisione dei saperi, e ispirata ai principi di autogestione, cooperazione e mutualismo. Uno dei tanti esempi concreti di superamento della dicotomia pubblico-privato, nella continua tensione verso quella “terza via” rappresentata appunto dal concetto di “bene comune”. Ciò che emerge da questa multiforme progettualità condivisa – a Ferrara come a Firenze e in tanti altri luoghi del nostro Paese – è che la città da luogo nel quale vivere sostanzialmente come ospiti, passando dalla lamentela alla passività, diventa un corpo in continua trasformazione. Una trasformazione inevitabilmente collettiva, partecipata, dal basso, che cambia in positivo non solo il volto del tessuto urbano, ma le sue stesse infrastrutture relazionali, ridefinendo il concetto di partecipazione e di cittadinanza.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 maggio 2019

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“Nessun diritto alla casa, vi ammazziamo”: se in Italia dilaga l’odio etnico

13 Mag

Casal Bruciato, Roma: una famiglia rom insultata e minacciata perché assegnataria di una casa popolare. Il giorno dopo l’incontro con Papa Francesco. Carlo Stasolla (Ass. 21 luglio) a Ferrara: “rom vittime di decenni di segregazione ‘legalizzata’”. Marta Ferrari, educatrice del progetto “Lacio Drom” per la comunità dei sinti nel Comune di Ferrara: “sono quasi tutti cattolici”

casal-bruciato-mammaSenada Sejdovic e Imed Omerovic, entrambi 40enni, sono una coppia rom di origini bosniache, arrivati in Italia nel 1992 quando in Bosnia c’era la guerra. Hanno 12 figli, dai 2 ai 21 anni, il più grande non vive con loro perché si é sposato da poco, e sia lui che il secondogenito sono cittadini italiani, avendo ottenuto la cittadinanza appena diventati maggiorenni perché nati, come i restanti 10 fratelli, nel nostro Paese. Imer lavora al mercatino dell’usato, insieme al figlio 20enne Clinton, nel quartiere Boccea, alla periferia di Roma. I bambini più piccoli vanno tutti a scuola, tranne l’ultimo nato, di due anni. Dopo aver vissuto prima al campo di Tor de Cenci, poi, negli ultimi sette anni a La Barbuta, avendo fatto regolare domanda per avere un alloggio popolare, lunedì 6 maggio si sono recati in via Satta, a Casal Bruciato, per prendere possesso dell’appartamento a loro assegnato. Ma non avevano previsto che alcuni residenti del condominio (parte a sua volta di un comprensorio), aizzati da gruppi di estrema destra, avrebbero fatto di tutto per impedirglielo. Dopo giorni di insulti e minacce a loro e ai bambini (che hanno avuto crisi di panico e febbre per lo choc), sono riusciti a entrare, scortati dalla polizia. “Abbiamo deciso di restare e vorremmo organizzare anche una festa nel cortile. Perdoniamo tutti”, hanno dichiarato al Messaggero, poco prima di incontrare, il 9 maggio, il Santo Padre. Immagini raccapriccianti, che richiamano periodi bui anche della nostra storia nazionale. Mercoledì 8 maggio a Ferrara è intervenuto – per un incontro programmato già da diversi mesi – Carlo Stasolla, Presidente dell’Associazione 21 luglio di Roma, onlus nata nel 2010 per aiutare gruppi e individui in condizione di segregazione estrema e di discriminazione. Tra gli enti sostenitori, la 21 luglio ha anche la Fondazione Migrantes della CEI. L’occasione è stato il terzo dei quarti incontri del ciclo “Le città in-visibili. Immaginari, territori, pratiche”, dal titolo “I campi rom in Italia tra segregazione e discriminazione”, organizzato dal Laboratorio di Studi Urbani del Corso di Sociologia urbana e del territorio di UniFe, diretto dal prof. Alfredo Alietti. A “La Voce”, Stasolla ha rilasciato alcune dichiarazioni. Innanzitutto, ha spiegato come la Strategia nazionale d’inclusione dei rom, dei sinti e dei caminanti 2012-2020 redatta dall’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, “abbia avuto purtroppo un impatto minimo, quasi nullo, in quanto non vincolante per i Comuni e per le pochissime risorse di cui dispone l’Ufficio”. Li chiediamo anche delle minacce ricevute nel 2014 da un boss rom, Sartana Halilovic, in un incontro pubblico nella sala consiliare del VII Municipio di Roma, in occsione della presentazione del dossier “Campo Nomadi Spa”. “Avvenne – ci racconta – sei mesi prima dell’inizio dell’inchiesta Mafia capitale, la causa fu una ricerca compiuta dalla nostra Associazione sulla criminalità organizzata nei campi rom, quindi una parte dell’inchiesta. Per due anni ho dovuto vivere sotto protezione”. Fra le storie positive di riscatto da parte di ex abitanti di campi nomadi, Stasolla ci racconta di un ragazzo e di una donna che ora “non solo vivono in una casa, ma lavorano per la stessa Associazione 21 luglio”.

BREVE STORIA DELL’UNIVERSO ROMANì

I rom sono in Italia da circa sette secoli, le prime migrazioni risalgono al 14esimo secolo d. C. Diversi di loro sono sedentari, ma per motivi economici o politici hanno lasciato i loro paesi d’origine – l’ex Repubblica Jugoslava o alcuni paesi dell’Est Europa – negli anni ’80, “iniziando ad arrivare in Italia per lavori stagionali, fino a stabilizzarsi”, ha spiegato nell’incontro. “Dalla morte di Tito, non si sentivano più tutelati come minoranza in Jugoslavia, e in Italia i governanti riconobbero in loro popolazioni permanentemente nomadi – anche se non lo erano – e quindi li fecero vivere all’aperto”. Da metà degli anni Ottanta fino ai primi anni ’90 nascono quindi aree e campi dove vengono dislocati, soprattutto nelle grandi città, “nonostante ciò sia illegale. Com’è naturale, nel tempo diventano luoghi di marginalità e degrado, essendo come grandi ghetti fuori dalle città. Sono di fatto campi monoetnici, un povero non rom non viene messo lì, anche se a volte nelle grandi città capita che famiglie italiane povere, non sapendo dove andare, vanno a vivere in uno di questi campi. Inoltre, i bambini vanno a scuola con pulmini solo per loro, in ogni Comune c’è un “Ufficio Rom” apposta. Provate – ha spiegato Stasolla – a inserire la parola ‘ebreo’ al posto di ‘rom’, e vedete che effetto fa…”.

QUASI LA META’ SONO CITTADINI ITALIANI

Quello dei rom e sinti è un mondo molto variegato: come Stasolla scrive nell’introduzione al Rapporto 2018 dell’Associazione 21 luglio, “I margini del margine”, presentato un mese fa, “tra le ville kitsch delle famiglie di rom abruzzesi a Roma ed i nylon di tende improvvisate di rom bulgari a Foggia, ci sono altre 20 etnie, diverse per dialetti, tradizioni e condizioni sociali che compongono l’universo romanì”. Nel Rapporto è spiegato come circa 25mila persone “vivono in una condizione di segregazione abitativa” nei “campi nomadi”. Il 60% di essi vive in 127 insediamenti formali presenti in 74 comuni italiani, mentre il restante in insediamenti informali che, “polverizzati da perpetue azioni di sgombero, finiscono con il diventare micro insediamenti abitati da 2-3 famiglie”. Inoltre, “il 44% di queste persone ha la cittadinanza italiana, quindi negar loro una casa popolare – obbligandole di fatto ad andarsene – non è solo negare un diritto ma negare un diritto a un cittadino italiano”. Si ricordino, a tal proposito, anche i recenti di casi, l’aprile scorsi, a Torre Maura e ancora a Casal Bruciato.

FRA SGOMBERI E CENSIMENTI (ILLEGALI)

Nel 2010, in piena “emergenza rom” dichiarata dall’allora Governo, si tentò di fare un censimento: di fatto avvenne “solo” a Roma e a Napoli, “perché poi – spiega Stasolla – facemmo ricorso e riuscimmo a bloccarlo”. Un “censimento dei rom” nella pratica consiste nel fatto che “membri delle forze dell’ordine vanno in un campo, le persone vengono portate nell’Ufficio stranieri della Questura (anche se parte di loro sono cittadini italiani!), gli vengono prese le impronte digitali, anche se non hanno commesso reati, l’altezza, eventuali tatuaggi: insomma, si tratta di una vera e propria schedatura su base etnica”. Discorso simile, in termini di gravità, avviene per quanto riguarda gli sgomberi forzati (quasi 200 nel solo 2018 in Italia, chiamati sempre più spesso con un termine orribile, “bonifiche”) delle cosiddette “baraccopoli informali”. “Lo sgombero di per sé non è illegale – sono ancora sue parole -, ma il problema è che viene sempre messo in atto in modo illegale e incostituzionale. Innanzitutto, il Comune inizia col togliere l’acqua, la luce, come ad esempio è successo l’estate scorsa al Camping River di Roma. Inoltre, non vengono mai rispettati criteri quali “il preavviso in tempi congrui alle persone interessate, il fatto che non avvenga di notte o in condizioni metereologiche avverse, che vi sia la possibilità di fare ricorso (nessuno lo fa, perché è una sfida impari col Comune, che, tra l’altro, può usare anche possibili ritorsioni), che siano presenti rappresentanti istituzionali e che vi siano per i baraccati alternative abitative adeguate”. Inoltre, “non viene data alle persone la possibilità di portar via con sé gli effetti personali, e si intima loro di non tornare nel campo per prenderli, con la minaccia di togliergli i figli”. Lo sgombero “avviene sempre la mattina molto presto, con le ruspe, alla presenza di un assistente sociale che propone alle donne e ai bambini di andare in case di accoglienza, lasciando i maschi per strada. Chiaramente – ha proseguito Stasolla – nessuno accetta di dividersi dai propri cari, così il Comune può dichiarare che gli abitanti del campo hanno rifiutato l’offerta abitativa alternativa. Il tutto non considerando che da un giorno all’altro i bambini non potranno più andare nella loro scuola, e le donne lasciare il lavoro. Ma ogni violazione del diritto contro qualcuno, statene certi – è il monito di Stasolla -, porta poi sempre a violazioni del diritto nei confronti di qualcun altro: quindi nessuno si può sentire al sicuro, o rimanere indifferente, davanti a tutto ciò”. La sicurezza, invece, si è avviato a concludere il relatore, “si ottiene con l’inclusione, cioè togliendo le persone dalla marginalità e dal degrado. Lo Stato ha il dovere di dare a tutti un alloggio adeguato”.

Il Papa ai rom: “soffro con voi, la strada è la fratellanza”

“Quando leggo sul giornale qualcosa di brutto, vi dico la verità, soffro. Oggi ho letto qualcosa di brutto e soffro, perché questa non è civiltà, non è civiltà. L’amore è la civiltà, perciò avanti con l’amore”. Sono alcune delle parole pronunciate dal Santo Padre il 9 maggio nella Sala Regia in Vaticano nell’incontro con 500 persone rom e sinti. Poco dopo, il Pontefice ha incontrato e salutato (in privato nella sagrestia della Basilica di San Giovanni in Laterano, foto sopra) la famiglia rom al centro delle proteste per l’assegnazione di una casa popolare a Casal Bruciato. Nel primo dei due incontri, il Papa, dopo aver ascoltato alcune testimonianze, ha detto che il vero problema, prima di essere politico e sociale, è legato ad una distanza: “è questo il problema di oggi. Se voi mi dite che è un problema politico, un problema sociale, che è un problema culturale, un problema di lingua: sono cose secondarie. Il problema è un problema di distanza tra la mente e il cuore. “i veri cittadini di seconda classe sono quelli che scartano la gente: questi sono di seconda classe, perché non sanno abbracciare”, “buttano fuori, scartano, e vivono scartando, vivono con la scopa in mano buttando fuori gli altri, o con il chiacchiericcio o con altre cose. Invece la vera strada è quella della fratellanza”. “Voi andate avanti con la dignità, con il lavoro…”, ha detto poi. “E quando si vedono le difficoltà, guardate in alto e troverete che lì ci stanno guardando. Ti guarda. C’è Uno che ti guarda prima, che ti vuole bene, Uno che ha dovuto vivere ai margini, da bambino, per salvare la vita, nascosto, profugo: Uno che ha sofferto per te, che ha dato la vita sulla croce”. Fra le testimonianze, quella di don Cristian Di Silvio, uno zingaro diventato sacerdote, e quelle di tre madri in rappresentanza di un gruppo più ampio di donne rom che vivono in una zona periferica di Roma: “non è facile – hanno detto – trovare un lavoro che assicuri dignità e sostentamento economico”. “Discorsi di odio, ma anche azioni violente sono in costante aumento”. Ci sono poi altre problematiche, hanno aggiunto, legate ad “alloggi non adeguati”, a “sgomberi forzati organizzati dalle autorità in assenza di alternative adeguate”. Ma nonostante ciò, “guardiamo però al futuro con speranza”. Prima delle testimonianze, è intervenuto il presidente CEI card. Gualtiero Bassetti. Infine, ricordiamo che il santo patrono della popolazione rom è il beato Zefirino Giménez Malla, terziario francescano, fucilato nel 1936 durante la Guerra civile spagnola e gettato in una fossa comune per aver difeso un prete e il suo Rosario.

“La diffidenza è radicata, ci vuole tempo, pazienza e ascolto”: la comunità dei sinti a Ferrara

Marta Ferrari, educatrice del progetto “Lacio Drom” per la comunità dei sinti nel Comune di Ferrara: “sono quasi tutti cattolici”

“Il mio compito è fatto principalmente di ascolto e sostegno, soprattutto ai bambini, per farli superare la paura e la diffidenza verso i gagé”. Gagé è il termine usato per indicare chiunque non appartenga all’universo romanì (comprendente rom, sinti e caminanti). A parlare a “la Voce” è Marta Ferrari, giovane psicologa, da tre anni impegnata per la cooperativa “Il Germoglio” come educatrice per il sostegno e l’inclusione dei sinti presenti nel Comune di Ferrara, con un occhio di riguardo ai minori, nel progetto “Lacio Drom”. “Mi occupo non solo dei sinti che vivono nel campo di via delle Bonifiche a Pontelagoscuro – ci spiega -, ma in particolare di loro, perché sono quelli maggiormente tagliati fuori dal contesto sociale, ad esempio dai trasporti pubblici, e i più colpiti dai media. Nel campo il mio impegno è fatto di sostegno, ascolto, di aiuto nei loro confronti per provare a elaborare le proprie emozioni, a vincere la radicata diffidenza verso i gagé. Da un po’ di tempo faccio anche sostegno a un bambino sinto di 7 anni, che frequenta la prima elementare”. Nella sua attività, Ferrari si interfaccia con mediatori comunali e assistenti sociali, lavorando su progetti di fuoriuscita dai campi, o su questioni specifiche. “I progetti riguardano ad esempio l’inserimento in ambiti educativi – prosegue -, la frequenza scolastica (più bassa della media), il cercare soprattutto di fare attività fuori dal campo, e di aiutare i minori a diventare autonomi dai genitori”. Riguardo alla diffidenza verso i gagé, il motivo è radicato in una storia fatta di persecuzioni e discriminazioni subite. “A volte i genitori – prosegue Ferrari -, ad esempio, fanno molta fatica a fidarsi a far prendere ai propri bambini il pulmino per andare a scuola. Vivono oggettivamente in un contesto molto difficile, la società ha perlopiù un’idea negativa di loro, e quindi si convincono che nessuno o quasi li accetti. Ciò li porta ad avere spesso stati di ansia, a soffrire di depressione, di attacchi di panico abbastanza frequenti, tanto gli adulti quanto i bambini”. La cosa che forse non molti sanno, o pensano improbabile, è che i sinti presenti nel nostro Comune sono tutti cittadini italiani e vivono a Ferrara, o comunque in Italia, da diverse generazioni. Fino ad alcuni decenni fa, i loro avi erano giostrai o allevatori di cavalli, oppure raccoglievano il ferro. Nessuno di loro vive di elemosina fatta per strada, due lavorano (uno dei due in un’azienda di Casaglia), un altro fa l’autista per portare i bambini a scuola, attualmente un uomo e una donna svolgono un tirocinio. I loro matrimoni durano tutta la vita, è difficile che si separino una volta “sposati” (solitamente si “sposano” informalmente). “Sono quasi tutti cattolici – prosegue Ferrari -, i loro battesimi e funerali avvengono nella vicina chiesa di Pontelagoscuro, alla presenza anche di parenti da altre città, e, per il battesimo, realizzano un abito tipico per l’occasione. A volte – sono ancora sue parole -, nella parrocchia di Pontelagoscuro guidata da don Silvano Bedin, partecipano, insieme a stranieri, a corsi di italiano o geografia, o a corsi per aiutarli a fare i quiz per prendere la patente”. Inoltre, ogni anno si fa la festa di Natale, di solito al campo, ma l’anno scorso fuori, al centro giovanile “L’Urlo”. “Dei sinti, erano presenti i bambini e le bambine, qualche mamma, nessun adolescente. Oppure, ad esempio, a volte li portiamo in piscina, o lo scorso settembre li abbiamo accompagnati a uno spettacolo in Sala Estense in occasione di ‘FEsta in Pace’ ”. Essendo percentualmente pochi coloro che vivono fuori dal campo, le chiediamo quanti, dall’inizio del progetto “Lacio Drom”, sono andati a vivere altrove: “in vent’anni all’incirca una ventina di persone dal campo di via delle Bonifiche è andata a vivere in un alloggio diverso, o comprandolo o facendo domanda per entrare nelle graduatorie per le case popolari. Solitamente, una parte degli abitanti del campo esprime il desiderio di vivere fuori dal campo, ma per la maggior parte di loro è la paura e la diffidenza nei confronti dei gagé a vincere. Gli stessi genitori, per esempio, a scuola, fanno fatica a relazionarsi con gli altri genitori, spesso non vanno ai ricevimenti dagli insegnanti”. “Da loro, per motivi comprensibili”, accennati sopra, “non si può aspettare che da un giorno all’altro abbiano un cambiamento netto”, conclude l’educatrice. “Ci vuole tempo, pazienza, costanza e grande capacità di ascolto”. Solo così si può guadagnare la loro fiducia, e loro la nostra.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 maggio 2019

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“Non siamo criminali, la nostra è un’obbedienza morale”

13 Mag

Cecilia Strada (Mediterranea) e Claudia Vago (Finanza Etica) lo scorso 6 maggio sono intervenute nello Spazio Grisù di Ferrara per parlare del progetto che continua a salvare vite umane nel Mar Mediterraneo

cecilia strada“Prima, quando salvavamo vite, eravamo chiamati ‘angeli’. Poi siamo diventati ‘criminali’, ‘scafisti’, ‘amici dei terroristi’ ”. Con questa punta d’amarezza Cecilia Strada ha concluso il proprio intervento a Ferrara. Il 6 maggio scorso, nel tardo pomeriggio, presso lo Spazio Grisù in via Poledrelli, 21, si è svolto un incontro pubblico organizzato dal Gad – Gruppo Anti Discriminazioni con lei, ex presidente di Emergency, a rappresentare la piattaforma “Mediterranea”, e Claudia Vago di Finanza Etica, la Fondazione di Banca Etica, per parlare proprio del progetto “Mediterranea Saving Humans”. L’incontro, moderato da Marco Zavagli, direttore di Estense.com, ha visto, a seguire, presso l’attigua Hangar Birrerie, una cena di finanziamento del progetto. La serata, con più di 100 persone presenti, ha permesso di raccogliere oltre 650 euro. Quella pronunciata da Cecilia Strada è stata l’ennesima, ma sempre necessaria, denuncia di ciò che avviene nel Mar Mediterraneo, utile a spiegare il perché esiste “Mediterranea”: “la criminalizzazione delle ong che compivano salvataggi – ha spiegato – ha portato al fatto che le loro navi non presidiassero più il mare. Risultato: gli arrivi dalla Libia continuano (non si sono fermati come qualcuno ha detto, ndr) e le persone muoiono in mare perché non c’è più nessuno che le soccorre. Gli sbarchi, certo, sono diminuiti. Ma il tragico motivo è proprio questo. 1 persona su 10 muore cercando di attraversare il mare, prima era 1 su 40”, ha poi spiegato. Negli stessi giorni su Twitter Charlie Yaxley, portavoce dell’Unhcr per l’Africa e il Mediterraneo, ha fornito cifre ancora più tragiche: “nel 2019, una persona ogni tre ha perso la vita nel tentativo di arrivare in Europa lungo la rotta dalla Libia”, ha scritto. “Mediterranea – sono ancora sue parole – nasce quindi per cercare di soccorrere queste persone e, quando non riesce, perlomeno di denunciarne la loro scomparsa, che non avviene per disastri naturali inevitabili. Sempre nuove realtà continuano ad aggiungersi alla nostra piattaforma”, sempre più collaboratori e testimoni di chi racconta gli orrori subiti in prima persona, da famigliari, amici, “persone, ad esempio, che ci hanno spiegato come 2, 3, o 4 volte hanno tentato di attraversare il mare per arrivare in Europa, ogni volta catturate, riportate in Libia e torturate”. “Siamo disobbedienti, perché pensiamo che disobbedire sia giusto quando si va contro leggi ingiuste, si tratta di disobbedienza alla criminalizzazione delle ONG, di chi scappa da guerre e violenze. Al tempo stesso è un’obbedienza alla Convenzione di Amburgo (sulla ricerca e il salvataggio marittimo siglata nel 1979, entrata in vigore nel 1985, ndr), ai Trattati internazionali, alla Costituzione italiana: la nostra è la nave dei super-obbedienti, di un’obbedienza morale”. Un pensiero Cecilia Strada l’ha dedicato anche a don Mattia Ferrari (da noi intervistato su “la Voce” del 10 maggio scorso), sacerdote modenese salito per alcuni giorni sulla nave “Mar Jonio” di “Mediterranea”: “con lui condivido l’idea che la Chiesa debba stare tra gli ultimi. Stiamo andando nella stessa direzione – atei, agnostici e cattolici, o persone di diversa ispirazione politica -, perciò facciamo un pezzo di strada assieme. A bordo, tra l’altro, c’è anche il figlio del Ministro Tria”.

claudia vago“La nostra Fondazione si occupa delle ricadute non economiche di operazioni economiche, quindi delle ricadute sociali, di uguaglianza, rispetto dei diritti umani, contro il razzismo e le diverse forme di esclusione, contro la produzione e vendita di armi, il gioco d’azzardo e molto altro”. Così ha iniziato invece il proprio intervento Claudia Vago. “La Banca legata alla nostra Fondazione ha finanziato con un fido di 465mila euro il progetto Mediterranea, tramite ‘Ya Basta’ di Bologna”. ’Mediterranea’ da tempo ha attivato un crowfunding (raccolta fondi) con un obiettivo di 700mila euro, praticamente raggiunto. “Ora, certo, servono altri finanziamenti per far andare avanti il progetto. Con Banca Etica stiamo discutendo per un altro fido. Forse Mediterranea in futuro si trasformerà in Fondazione o assumerà comunque un’altra forma”. Di sicuro, c’è sempre bisogno che Mediterranea venga supportata: lo scorso 10 maggio ha salvato 30 naufraghi, prima di arrivare a Lampedusa, dove il giorno dopo è stata sequestrata dalla Guardia di Finanza.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 maggio 2019

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“Conosco il dolore dei migranti: ecco perché ho scelto di salire sulla nave che li soccorre”

6 Mag

Don Mattia Ferrari, sacerdote modenese, racconta a “la Voce” la sua recente esperienza sull’imbarcazione “Mare Jonio” di “Mediterranea”: “siamo una grande famiglia, anche atei e agnostici partecipano alla Messa”

don mattia da solo

Il 1° maggio, mentre lo contattiamo, la nave “Mare Jonio” sta pattugliando la zona SAR compresa tra le città libiche di Zuara e Sabratha a una distanza compresa tra le 30 e le 35 miglia nautiche dalla costa libica, dopo essere salpata il giorno prima dal porto siciliano di Marsala. Lui è don Mattia Ferrari, 25 anni, sacerdote da circa un anno incardinato nella Diocesi di Modena-Nonantola. Tempo fa l’equipaggio della nave (lunga 37 metri e larga 9 che può tenere a bordo un centinaio di persone) di “Mediterranea Saving Humans”, aveva espresso il desiderio di avere un sacerdote a bordo nelle sue missioni per stazionare tra Italia e Libia permettendo di salvare centinaia di migranti che, disperati, fuggono da guerra e violenze. Da lì è nata l’idea di far salire don Mattia, da diversi anni impegnato nell’aiuto agli ultimi, in particolare nell’accoglienza e l’inclusione di migranti. Classe 1993, originario di Formigine (MO), don Mattia è vicario parrocchiale di Nonantola (a un’ora di macchina da Ferrara), Redù e Rubbiara, della stessa Unità Pastorale con anche Bagazzano. Entrato in seminario a 18 anni, appena dopo il diploma al liceo classico “Muratori” di Modena, è stato ordinato sacerdote il 26 maggio 2018. Ma la sua vicinanza ai migranti nasce molto prima. Con alcuni di loro ha partecipato, tra l’altro, a Ferrara il 3 giugno 2017 alla cerimonia d’ingresso nella nostra Arcidiocesi di mons. Perego, nelle vesti di accompagnatore dell’“Emilia-Romagna’s Brothers and Sisters S. Josephine Bakhita”, gruppo composto da una 40ina di rifugiati, richiedenti asilo e migranti provenienti dalle Diocesi di Bologna, Modena, Parma e Faenza. “La mia salita a bordo della ’Mare Jonio’ – spiega a “la Voce” – nasce da tre fattori concomitanti: innanzitutto dall’incontro fra Luca Casarini (uno dei capimissione di ‘Mediterranea’, ndr) e l’Arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, nel corso del quale quest’ultimo ha appoggiato convintamente “Mediterranea” (“Sono con voi”, ha detto). In quell’occasione, Casarini espresse il desiderio di avere un sacerdote a bordo, e Lorefice appoggiò convintamente la proposta. Siccome – prosegue don Mattia – da due anni sono amico dei centri sociali bolognesi ‘Tpo’ e ‘Labas’, che tramite l’associazione ‘Ya Basta’ fanno parte di ‘Mediterranea’, e siamo amici proprio grazie alla comune fraternità con i migranti, i ragazzi hanno chiesto a me di essere il prete a bordo della nave. Non potevo rifiutare, perché ho molti amici migranti, avendo toccato con mano il loro dolore e la sofferenza che hanno passato in Libia e in mare, dove hanno visto morire amici e parenti”. “Due anni fa – sono ancora sue parole – ‘Ya Basta’ e ‘Labas’ accolsero Yusupha, un giovane migrante che dormiva in stazione a Bologna e per il quale non riuscivamo a trovare posto. Bussammo alla loro porta, e loro lo accolsero con gioia. Grazie a loro Yusupha è rinato, ha ripreso a vivere con dignità, perché si è sentito amato”. “I miei stessi parrocchiani – ci spiega ancora – hanno accolto positivamente questa mia decisione, alcuni di loro sono stati anche commossi. Debbo ringraziare i miei confratelli, don Alberto Zironi e don Riccardo Fangarezzi, che stanno supplendo alla mia assenza”. Ora una nuova comunità galleggiante ha accolto, seppur per un periodo limitato, don Mattia: “siamo come una grande famiglia”, prosegue. “Cuciniamo, sistemiamo la barca. Io non rinuncio alle mie preghiere: il breviario, la Messa e il rosario”. E, soprattutto, insieme, “teniamo monitorato il mare con i binocoli” per individuare eventuali navi colme di persone in fuga dall’inferno libico. E proprio il 2 maggio, riferisce “Mediterranea”, una motovedetta della cosiddetta “guardia costiera Libica” ha compiuto un’“operazione di cattura e deportazione in zona di guerra di 80 persone che erano a bordo di un gommone bianco a 65 miglia a nord di Al Khoms”. “Un’assoluta violazione di tutte le convenzioni internazionali sui diritti umani, la cattura di persone in fuga da guerra e riportate in zona di conflitto”, peraltro sotto osservazione e con comunicazioni tramite canale Vhf, di un aereo di Malta Air Force. Tornando a don Mattia, la fratellanza tra i membri dell’equipaggio e il sacerdote si esplica anche con gesti semplici ma non scontati: “Alla Messa domenicale – che, come le altre, celebro su dei tavoli allestiti nei container – partecipano tutti, anche gli atei e gli agnostici, che sono maggioritari rispetto ai cattolici. Da parte loro è un bellissimo segno di riconoscimento verso il Vangelo e la Chiesa”. Tutti i volontari si sono resi disponibili. Le letture, il salmo, la preghiera dei fedeli: a ognuno il suo compito. “Abbiamo avuto modo di fare anche alcuni dialoghi spirituali, sulla fede e sul Vangelo, molto profondi e molto arricchenti anche per me”. E’ il racconto di una vera e propria Chiesa in uscita, che letteralmente prende il largo, perché sa che ogni luogo è luogo di evangelizzazione, di incontro con l’altro, di prossimità al povero, ai derelitti e ai dimenticati. Don Mattia è rappresentazione plastica di questa Chiesa che abbandona i porti sicuri, nei quali forte è la tentazione di rifugiarsi, che non getta l’àncora, ma salpa con le donne e gli uomini di buona volontà, con i samaritani del mare, spesso dileggiati e insultati, disprezzati alla stregua dei trafficanti che combattono. Mentre queste persone con la carne dei poveri non ci giocano, ma anzi tentano, nonostante tutto, di salvar loro la vita, strappandogli da quell’inferno d’acqua nel quale si è trasformato il Mediterraneo, mare di pace troppo spesso divenuto mare di morte.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 maggio 2019

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“C’è bisogno di una rivoluzione culturale: muoviamoci, affinché vinca la vita”

6 Mag

Difendere i beni comuni come diritti fondamentali: l’intervento di padre Alex Zanotelli a Ferrara. Lo stretto legame tra neoliberismo, migrazioni e crisi ecologica

z8Una sala gremita – più di 150 persone – ha assistito a Ferrara la sera di giovedì 2 maggio all’intervento di padre Alex Zanotelli. Il missionario comboniano è stato invitato dall’associazione “Il Battito della città” in occasione dell’incontro “Beni comuni a Ferrara. Ripubblicizzare acqua e rifiuti”, svoltosi nella Sala Macchine della Factory Grisù di via Poledrelli 21. La serata, introdotta e moderata da Marcella Ravaglia, ha visto anche gli interventi di Paolo Carsetti (Forum italiano Movimenti per l’Acqua) e Natale Belosi (Rete regionale Rifiuti zero). Fin da subito i presenti hanno capito che non si sarebbe trattato dell’intervento dal “pulpito” di un “esperto” ma della testimonianza umile e concreta di chi lo “scandalo” della povertà e delle enormi disuguaglianze le vive, conoscendone cause, conseguenze e drammi. “Al rione Sanità di Napoli [dove abita dal 2002, ndr] sono in missione. Normalmente si pensa che un missionario va a convertire nel luogo della sua missione: io invece mi sento un convertito. I poveri mi hanno convertito sia a Korogocho in Kenya sia a Napoli”. “Viviamo in un sistema economico-finanziario – soprattutto finanziario – che non fa che aumentare le disuguaglianze”, è stato il suo affondo, poggiante su dati incontrovertibili. Dal Rapporto Oxfam 2019, intitolato “Bene pubblico o ricchezza privata?”, emerge infatti come l’1% più ricco del Pianeta detiene quasi la metà della ricchezza aggregata netta totale (il 47,2%, per la precisione), mentre 3,8 miliardi di persone, pari alla metà più povera degli abitanti del mondo, possono contare appena sullo 0,4%. Disuguaglianze enormi, accompagnate anche da profondi sprechi. “Le migrazioni – ha proseguito p. Zanotelli – sono il frutto amaro di questo sistema profondamente ingiusto, un sistema che rimane tale anche grazie all’enorme produzione di armi, soprattutto quelle atomiche. Nel 2017 – sono ancora sue parole -, è andato in acquisti di armamenti qualcosa come 1739 miliardi di dollari. Se li spendessimo per scuole, ospedali, cultura e molto altro, trasformeremmo il mondo in un paradiso terrestre”. Per far comprendere come le migrazioni siano una stretta conseguenza di questo sistema ingiusto e predatorio, p. Zanotelli ha spiegato come “una delle conseguenze più enormi della crisi climatica sarà di rendere ampie zone dell’Africa inabitabili a causa dell’aumento della temperatura, e questo provocherà migrazioni ben più consistenti nei prossimi decenni”. Viviamo dunque, ha proseguito, “in un sistema economico-finanziario fortemente militarizzato che pesa enormemente sull’ecosistema”. A proposito della questione ecologica, p. Zanotelli cita più volte la “Laudato si’ ”, “un testo straordinario”. “La prima vittima della crisi ecologica – sono ancora sue parole – sarà proprio l’acqua, che sarà sempre più scarsa e quindi sempre più essenziale. Per questo i potentati economici continuano a metterci le mani sopra, perché sanno che è davvero ‘l’oro blu’. Ma questa appropriazione è la negazione di un diritto umano fondamentale, quello dell’accesso a un bene primario per la sopravvivenza, perché solo chi avrà i soldi sufficienti potrà comprarla. Acqua e aria sono beni comuni fondamentali, senza i quali non possiamo vivere”, e non possono quindi essere oggetto di profitto e speculazione. “Ognuno di noi come cittadino, e come comunità – è stato il suo appello – può e deve fare qualcosa, denunciando tutto ciò, attivandosi”, e anche attraverso il consumo critico, “ad esempio nella scelta dell’abbigliamento, e della stessa banca, informandoci su come investe i soldi, oltre a limitare fortemente i consumi stessi”. “C’è bisogno di una rivoluzione culturale per uscire da questa situazione, dobbiamo muoverci. E’ questione di vita o di morte: diamoci da fare, perché vinca la vita”.

“Se non diciamo ‘no’ qui e ora, salta la nostra umanità”: in un libro il j’accuse di p. Zanotelli contro il razzismo

copertina libro zanotelli“Prima che gridino le pietre. Manifesto contro il nuovo razzismo” è il nome dell’ultimo libro di p. Alex Zanotelli, uscito sei mesi fa per “ChiareLettere” con la curatela di Valentina Furlanetto. Un libro che fra i tanti meriti ha, oltre quello della chiarezza espositiva, quello di smontare attraverso episodi e dati, storici e di cronaca, diversi luoghi comuni sulle migrazioni contemporanee, ampliando lo sguardo sulla storia di colonialismi e sopraffazione di cui è triste protagonista il mondo occidentale. Migranti di oggi: lo 0,4% della popolazione europea… “Era facile donare per l’Africa o fare donazioni a distanza quando l’Africa era lì, lontana”, scrive il missionario nel libro. “Era facile dire ‘italiani brava gente’, ma ora che questa gente viene a casa nostra ci rivela che siamo razzisti”. E’, però, “semplicemente ridicolo parlare di invasione”. Sono i dati a smentire certa propaganda: secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), i rifugiati nel mondo sono 65 milioni, l’86% dei quali è ospitato nei Paesi più poveri. Appena il 14% si trova nel ricco Occidente. In Europa gli abitanti sono più di 500 milioni e gli immigrati arrivati negli ultimi sei anni sono meno di due milioni (lo 0,4%). “Eppure ne abbiamo una paura terribile”, scrive p. Zanotelli. “L’Europa ha perso la coscienza, la memoria e l’umanità. Ci preoccupiamo di difendere i nostri valori ‘cristiani’ di fronte ad altre religioni, ma quei valori li stiamo tradendo da soli”. Poco dopo scrive: “Dio non è neutrale, Dio è schierato profondamente. Dio è il Dio degli oppressi, degli schiavi, dei poveri perché Dio non può tollerare sistemi che opprimono e schiavizzano. Nell’esperienza dell’Esodo Dio libera un gruppo di schiavi dal più potente impero di allora. Dio li libera perché diventino una comunità alternativa all’impero. Dio sogna per il suo popolo un’economia di uguaglianza”. Nel libro l’autore denuncia alcuni dei tanti casi di razzismo e violenza contro stranieri avvenuti negli ultimi mesi in Italia, la campagna diffamatoria contro le ONG che salvano i migranti nel Mediterraneo, i patti scellerati fatti con la Libia e con la Turchia. Ai quali si sono aggiunti i diversi casi di chi sull’accoglienza dei migranti nel nostro Paese ci ha lucrato – di cui parla nell’Appendice la Furlanetto -, gestendo i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) col solo fine di massimizzare i propri profitti. Un sistema di “accoglienza” disumanizzante per i migranti e che ha prodotto veri e propri ghetti, permettendo ad alcuni disonesti (tra cui mafiosi, si veda l’inchiesta “Mafia Capitale”) di lucrare. Ciò che invece ha funzionato è stato il sistema SPRAR, gestito non dalle Prefetture, ma dai Comuni, molto più incentrato sull’accoglienza e l’inclusione, un modello da difendere come qualsiasi progetto di accoglienza diffusa.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 maggio 2019

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