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Antisemitismo, una piaga dei nostri giorni 

26 Gen

In aumento i casi di violenze, fisiche e verbali, contro gli ebrei: i dati e alcuni episodi. La polemica sul “Festival delle memorie” al Teatro Abbado: perché è pericoloso diluire la memoria della Shoah

di Andrea Musacci
Troppo spesso, da troppo tempo, da più parti si compie un errore che può portare a conseguenze gravi: parlare dell’antisemitismo solo come qualcosa che appartiene a un passato da condannare, ma che non si ripeterà. Il punto è che si sta già ripetendo. Gli episodi di antisemitismo, infatti, sono in aumento da anni, agevolati da un muro di omertà costruito nei decenni in buona parte grazie alla demonizzazione dello Stato di Israele. Una forma moderna di antisemitismo travestito da antisionismo. 


Gli ebrei “sterminatori”

E a proposito di antisemitismo camuffato da critica politica, ha giustamente indignato molti (ma mai abbastanza) l’affermazione di Vittorio Sgarbi, Presidente della Fondazione Ferrara Arte, durante la presentazione del discusso “Festival (pardon, Settimana) delle memorie”. «Di uno sterminio [Moni Ovadia], per pudore, non si occupa: è quello dei palestinesi. Sarebbe una provocazione troppo grave aggiungere anche quello sterminio che lo Stato di Israele è venuto facendo in questi anni, per ragioni che si possono discutere, ma che sono indiscutibili rispetto al fatto». Da queste affermazioni, Ovadia non ha mai preso le distanze perché, com’è risaputo, rispecchiano a pieno le sue idee. Opinioni esecrabili in quanto paragonano lo sterminio pianificato di 6 milioni di ebrei con la difesa di un piccolo Stato democratico com’è Israele dalle continue minacce di un nuovo sterminio. Fortunato Arbib, Presidente della Comunità Ebraica ferrarese, ha rilevato come l’opinione di Sgarbi «fa eco all’usuale propaganda del Fronte di Liberazione Palestinese e di Hamas per giustificare il continuo lancio di razzi su una popolazione di civili inermi in Israele».


Sul “Festival delle memorie” 

«Il rischio è che con il Festival si abbia un effetto di banalizzazione, diluizione e di spettacolarizzazione di una tragedia unica per finalità, dimensione sia numerica che territoriale, modalità e scientifica ferocia», ha detto Arbib nel sopracitato comunicato. E così, il Festival che tanto vorrebbe unire le coscienze in uno sdegno universale, divide ancor prima di nascere e riduce la Shoah a una delle tante tragedie della storia. Come se gli ebrei dovessero, arrivati a un certo punto, farsi da parte, “fare posto” alle altre vittime, non monopolizzare la memoria. Argomentazioni, queste, tipiche degli antisemiti. Questa china “diluzionista” potrebbe davvero portarci un giorno a trasformare il 27 gennaio nel “Giorno delle memorie”?

Il 23 gennaio rav Amedeo Spagnoletto, Direttore del MEIS, ha comunicato che il 30 gennaio non prenderà parte alla presentazione del libro di Piero Stefani “La parola a loro” alla quale era stato invitato insieme a Ovadia. «Questo – ha detto – per non rischiare che il senso dei reali obbiettivi che hanno sempre mosso le scelte istituzionali del MEIS, in particolar modo sul tema così sensibile della Shoah e della memoria, possa essere frainteso». 


Nuovo vecchio antisemitismo

Il recente Rapporto sull’antisemitismo dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) parla di «nuovi miti antisemiti e teorie cospirazioniste che incolpano gli ebrei della pandemia». Il documento segnala un aumento degli episodi antisemiti nei paesi membri dell’Ue. 
In ItaliaNel Rapporto che incrocia, invece, i dati dell’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), con il contributo dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dell’Osservatorio antisemitismo del Cdec, si legge: «gli incidenti antisemiti registrati sono aumentati per due anni consecutivi, nel 2018 e 2019, prima di diminuire leggermente nel 2020. La tendenza generale per il periodo 2010-2020 mostra un aumento del numero di incidenti antisemiti registrati». L’Italia, con 101 episodi identificati si piazza al quarto posto dopo Germania, Paesi Bassi e Francia. Ma proprio la raccolta dei dati è una delle questioni su cui secondo l’Agenzia Ue è necessario che i Paesi Ue intervengano con maggiore sollecitudine. Si registra, infatti, una sottostima rispetto agli episodi antisemiti, in tanti casi non denunciati. Cito a mo’ di esempio un caso recente. Roma, gennaio 2022:i carabinieri indagano sulla scritta antisemita “Zurolo giudeo” fatta trovare sul portone di un palazzo in via Eleonora d’Arborea, vicino piazza Bologna. La vittima è l’ex portiere dello stabile, Carmine Zurolo, già direttore del giornale “La voce di tutti”. 


Nel Regno Unito

Agosto 2021: Il Community Security Trust (CST) ha pubblicato un rapporto semestrale che dimostra come gli episodi d’odio nei confronti gli ebrei siano fortemente aumentati nel Paese durante i fatti avvenuti a maggio tra Israele e Gaza. Come riporta anche il Guardian, sono stati registrati 1.308 episodi di antisemitismo da gennaio a giugno 2021, il 49% in più rispetto ai primi sei mesi del 2020, quando erano 875. 


Negli USA

Due settimane fa l’attentato in Texas: il sequestro degli ostaggi alla sinagoga “Beth Israel” di Colleyville non ha prodotto vittime innocenti. Dei quattro sequestrati, uno è stato liberato durante le undici ore di assedio e tre sono riusciti a fuggire in mezzo all’azione della polizia, in cui è stato ucciso solo l’attentatore. Negli Usa gli attacchi alle sinagoghe sono numerosi e spesso mortali. Difficile dimenticare, per esempio, la strage  del 2018 alla sinagoga Etz Haim di Pittsburgh, in cui un terrorista uccise 11 fedeli in preghiera. Secondo un report dell’American Jewish Committee, circa il 25% degli ebrei americani ha sperimentato sulla propria pelle una forma di antisemitismo. Il 17% ha dichiarato di essere stato insultato di persona, l’8% anche più di una volta. Il 12% è stato minacciato online o sui social, il 7% più volte. Il 3% ha subito attacchi fisici e di questi il 2% più volte. Nel mirino gli ebrei tra i 18 e i 49 anni. 


In Palestina l’odio contro gli ebrei è insegnato anche a scuola

Secondo un Rapporto inedito commissionato dall’Ue nel 2019 all’Istituto tedesco Georg Eckerte, per due anni tenuto nascosto al grande pubblico, i libri di testo dell’Autorità Palestinese incoraggiano la violenza contro gli israeliani, il popolo ebraico e includono messaggi antisemiti. Lo scrive in un’inchiesta il Jerusalem Post.

Un Rapporto di quasi 200 pagine che prende in esame 156 libri di testo e 16 guide didattiche per insegnanti, pubblicati dal Ministero dell’Istruzione palestinese tra il 2017 e il 2020. Da questi testi emerge come i bambini palestinesi vengano educati in classe «con slogan antisemiti e incitamenti alla violenza finanziata dall’Ue». Numerosi gli esempi: dal libro che elogia la strage del ’72 alle Olimpiadi di Monaco, a quello di studi religiosi che chiede agli studenti di discutere i «ripetuti tentativi degli ebrei di uccidere il profeta Maometto», fino a un libro di testo arabo per la quinta elementare che glorifica la terrorista Dalal Mughrabi che, insieme ad altri combattenti di Fatah, nel ’78 in Israele uccise 38 civili israeliani, tra cui tredici bambini. O il libro di testo che collega la zia di Maometto che bastonò a morte un ebreo a una domanda agli studenti sulla fermezza delle donne palestinesi di fronte all’«occupazione sionista ebraica».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 gennaio 2022

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Piera Wolf Ruiba, da oltre 60 anni in Francia ma col cuore a Portorotta

26 Gen

FERRARESI NEL MONDO / seconda parte. Residente a Évreux, in Normandia, per tanti anni ha vissuto a Longwy, nel nord est del Paese. A 7 anni è emigrata con la famiglia da Portorotta, vicino Portomaggiore, in cerca di fortuna. «Ci chiamavano “macaroni”, non è stato facile»

«Mi chiamo Piera Wolf Ruiba, sono nata il 1° marzo 1949 a Portorotta vicino Portomaggiore». Così inizia il racconto di un’insegnante emigrata, suo malgrado, 65 anni fa con la famiglia, quando ancora era una bambina.

«Mio padre aveva una zia in Francia, emigrata col marito nei primi anni del fascismo a Longwy, nel nord est del Paese, dove c’era tanto lavoro grazie all’industria siderurgica. Nel 1956 trascorre un anno con loro mentre cerca un lavoro e un alloggio per la famiglia». Poco dopo, la decisione di trasferirsi. «Il 3 gennaio 1957 siamo partiti io, i miei genitori e il mio fratellino Michele di 15 mesi».

Un’emigrazione totalmente economica, quindi, causata dalla mancanza di speranza nei confronti del nostro Paese. Dopo pochi anni, forse, il boom economico gli avrebbe fatti desistere dal partire. «Ma i miei genitori volevano essere sicuri di pagare gli studi a me e a mio fratello se ce ne fosse stata la necessità». Non fu facile per una bambina di 6 anni: «lo sradicamento fu duro per tutti. Grande fu la mia sofferenza nel dover lasciare le mie nonne, il resto della famiglia, le mie amiche…». A Longwy arrivano di domenica, «e il giorno dopo mio papà mi porta subito a scuola. Fu un trauma per me. Per fortuna la scuola mi piaceva, e forse perché parlavo già due lingue (il ferrarese e l’italiano) ho imparato il francese in soli due mesi. Forse è anche questa una delle ragioni che hanno contribuito al mio amore per le lingue, specialmente l’inglese, che poi ho studiato all’università». Ma integrarsi ed essere accettati non è stato per nulla semplice. «Quando siamo arrivati in Francia, in quella cittadina che a me sembrava sempre in fiamme, ho vissuto nel dolore e nella paura. E noi italiani eravamo anche vittime di razzismo, i francesi ci chiamavano “macaroní”. Anche per quello sono rapidamente diventata la migliore alunna della scuola».

Piera, poi, si laureerà, 20enne, all’università di Nancy-Metz, e inizierà subito a insegnare l’inglese. A Longwy vivrà fino al 1983, anno in cui sceglierà di seguire il marito in Normandia, dove ancora vive, per la precisione a Évreux, una cittadina a 100 km da Parigi e altrettanti dal mare. «La mia casa ricoperta di canne è tipica della Normandia rurale. Nelle città se ne vedono poche e sono sempre più rare, dato che al giorno d’oggi questo tipo di tetto costa moltissimo ed è molto difficile trovare la mano d’opera specializzata». A Évreux insegna dal 1983 al 2002, quando viene messa in pensione anticipata per problemi di salute. «Sono ancora in contatto con una decina dei miei ex studenti e almeno cinque di loro sono diventati anche loro professori d’ inglese. Bella soddisfazione!».


Il trauma nel dover lasciare la propria terra

«Dell’Italia che ho lasciato da bambina, mi manca tutto. Ho sofferto moltissimo della nostra emigrazione. Al giorno d’oggi si direbbe che ho sofferto di depressione e di trauma. Ma negli anni ‘50 e ‘60 non era ancora di moda la psicoterapia…», ci racconta con mestizia. «Ho lasciato un paesino dove tutta la gente si conosceva e dove avevo molti parenti, specialmente le mie nonne, con cui ero cresciuta molto più che con i miei genitori. Finché ho vissuto a Portorotta tutte le case erano come se fossero le mie case e tutta la gente era la mia famiglia».

A Portorotta e nella zona di Portomaggiore Piera ci è ritornata, fino al 1970, per le vacanze, e successivamente due o tre volte all’anno, portando con sé amici e amiche. «Nel 2015 – ci racconta – per la Fiera di Portomaggiore abbiamo organizzato una riunione dei Ruiba, la “Ruibata”, e ci siamo ritrovati in più di 40 per una bella festa. L’ultima volta che sono andata a Portomaggiore è stata nel 2017. Adesso la mia salute rende difficile il viaggio. E quando mi sposto vado a Stoccolma dove mia figlia Julia e la mia nipotina Eva abitano da otto anni.

Ho ancora tanti amici e parenti nella zona dove sono nata, e adesso che non mi sposto più, siamo in contatto per telefono e tramite FaceTime. Sono un’incurabile nostalgica, sarà anche per questo che non mi sono mai dimenticata né l’italiano né il ferrarese». 

Andrea Musacci


(Sul prossimo numero, il terzo racconto di ferraresi nel mondo. Il primo, dedicato alla storia di Luca Azzolini, è uscito sul numero del 21 gennaio scorso)

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 gennaio 2022

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«La mia nuova vita nel Vietnam»: la storia di Luca Azzolini

20 Gen
Luca Azzolini insieme a un suo amico vietnamita

FERRARESI NEL MONDO /prima parte. Luca Azzolini, 27 anni, insegna inglese nel  Vietnam, oltre a scrivere poesie in dialetto ferrarese. È il primo racconto che vi proponiamo di ferraresi con la valigia, generazioni diverse che per scelta o per necessità hanno deciso di rifarsi una vita lontano dall’Italia. Tra gioia e nostalgia

A cura di Andrea Musacci
L’amore per le lingue orientali, il sogno di partire per terre lontane, dall’altra parte del mondo e, insieme, la nostalgia insuperabile per Ferrara. Luca Azzolini, 27 anni, poliglotta con una passione per il continente asiatico, da oltre due anni vive in Vietnam, per la precisione a Haiphong, importante città portuale e commerciale nel nord-est del Paese. È lui a raccontare a “La Voce” la sua storia di emigrato.

«Sono nato a Ferrara nel 1994 e fin dalle Elementari mi sono sentito attratto da studi umanistici e linguistici, in particolare per la scrittura, soprattutto fino ai primi anni del liceo». In questo periodo nasce il suo interesse per le lingue occidentali prima, e quelle orientali poi. «Il Liceo classico Ariosto mi ha dato la possibilità, con i suoi diversi indirizzi di studio, di approcciarmi, oltre alla lingua inglese, anche allo spagnolo e al francese. All’età di 15 anni, grazie anche al web, mi appassiono alla lingua e cultura giapponese, dalla quale mi trovo presto “assuefatto”, in un certo senso, ma non in maniera esclusiva: come l’amore per l’inglese mi aveva spinto a scoprire altre lingue europee, il giapponese mi apre una sorta di finestra sulle lingue dell’Asia orientale». Decide così di studiare lingue all’università, con il giapponese come lingua principale, iscrivendosi alla Ca’ Foscari di Venezia. Qui «seguo corsi di giapponese, ma anche di coreano e cinese mandarino, entro in contatto ravvicinato per la prima volta, tramite una conferenza, con il Vietnam, Paese in via di sviluppo collocato nel Sudest asiatico, con una ben nota tragica storia di guerra conclusasi nel 1975 con la ritirata statunitense dalla città di Saigon, ma di molto meno noto (almeno a molti italiani) pacifico presente di stabile crescita economica e imprenditoriale. Un Paese spesso definito “piccolo”, sebbene la sua superficie superi di una manciata di kilometri quadrati quella complessiva del nostro Stivale». La decisione di vivere in Vietnam, però, non era ancora matura, e prima della laurea magistrale in giapponese si reca due volte nel Sol Levante.


Nel Vietnam

«Il desiderio di poter avviare una carriera lavorativa e poter fare esperienza formativa di alcuni mesi all’estero – prosegue Luca -, alla fine della Magistrale mi fa scegliere di espandere le mie conoscenze del continente asiatico. Desideravo crescere dentro, dimostrando a tutti e a me stesso di potermela cavare da solo in un Paese di cui non conoscevo ancora la lingua se non a livello marginale, e di cui dovevo ancora imparare molto della cultura». Influirà, su questa scelta, se non in maniera decisiva, anche la difficoltà di trovare un’occupazione stabile in Italia.

Conclusa la Laurea Magistrale e seguendo l’esempio di alcuni amici partiti per un tirocinio lavorativo all’estero tramite un’organizzazione studentesca, l’AIESEC, chiede di essere collocato in Vietnam. «Dopo un primo colloquio via Skype con un’azienda con sede a Haiphong, sono stato assunto dalla stessa, un English Center, ossia una scuola pomeridiana privata dove i bambini migliorano il proprio inglese studiando tramite giochi e attività. Il mercato degli English Center è tutt’altro che trascurabile in questo Paese asiatico». L’apprendimento della lingua inglese ricopre, infatti, «un ruolo fondamentale per la società, sempre più competitiva, ma che trova sempre più imprescindibile per l’inserimento nel mondo del lavoro la conoscenza di questa lingua, tanto distante dalla propria». Arriva a Haiphong il 13 dicembre 2019. «Da allora non sono mai tornato a casa», ci racconta con amarezza. «Le frontiere sono state chiuse appena è iniziata la pandemia, eccetto per lavoratori altamente qualificati sponsorizzati da aziende molto facoltose».

«Dopo poco dal mio arrivo, svolgo un colloquio con una seconda agenzia, che recluta insegnanti stranieri per insegnare l’inglese nelle scuole pubbliche, con esito positivo. Attualmente e da quando sono arrivato nel Paese insegno, quindi, per un centro di inglese chiamato “New Star English” e, da dicembre 2020, in diverse scuole elementari, medie e asili della provincia di Haiphong». Attualmente, come molti, è costretto a insegnare on line.La pandemia continua a rendere estremamente complicato qualsiasi viaggio internazionale, e impossibile quindi, al momento, per Luca un eventuale rientro in Vietnam. Per questi motivi, «gli iniziali sei mesi di durata prevista della mia esperienza si sono trasformati ormai in quasi due anni di permanenza nel Paese, ma anche in tante esperienze di vita e di crescita personale. È forse superfluo dire che, nonostante il mio amore per il Vietnam, manchi un po’ tutto di casa: la famiglia e gli amici in primis, ma anche la nostra cucina, i sapori e i profumi della nostra terra, insieme a tante piccole abitudini della nostra quotidianità, e che ogni qualvolta che trovi qualcosa di italiano qui, mi senta riempire d’orgoglio e di nostalgia».


Scrittore dialettale: «le radici sono ciò di cui siamo fatti dentro»

Il legame con Ferrara è rappresentato anche da un profondo amore per il suo dialetto: «ho sempre provato un certo attaccamento nei suoi confronti, essendo il principale mezzo linguistico di espressione della generazione dei miei nonni. L’argomento della mia tesi di laurea magistrale (un confronto sociolinguistico del panorama dialettale giapponese con quello italiano), tuttavia, ha contribuito a far maturare in me una coscienza più profonda circa il suo attuale stato di crescente disuso, e alla responsabilità di ognuno perché possa venire trasmesso alle generazioni future, rappresentando la “prova vivente” della nostra storia e dell’immenso patrimonio culturale del nostro Paese. La produzione letteraria è soltanto una delle necessità del nostro dialetto al fine di farlo sopravvivere a queste generazioni quasi esclusivamente italofone, loro malgrado, al fine di modificare un atteggiamento linguistico profondamente negativo nei suoi confronti, in cui la popolazione risulta spesso convinta che “il dialetto è volgare”, esclusivamente per l’uso scurrile che molti ne fanno».

Questi motivi lo hanno spinto, durante e dopo la stesura della tesi, a produrre alcuni componimenti in ferrarese, «per dare il mio modesto contributo alla sua sopravvivenza, e ad entrare in contatto con i membri del “Cenacolo di cultura dialettale ferrarese” Al Tréb dal Tridèl, al quale il nostro dialetto a mio avviso deve davvero molto». Luca, anche se saltuariamente, continua a scrivere poesie in dialetto ferrarese. Un altro modo per superare, sublimandola nell’arte letteraria, la mancanza della sua amata terra estense.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 gennaio 2022

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Monastero delle Benedettine “invaso” dai giovani

29 Nov
Linda Rouhani e Caterina Brunaldi

Sant’Antonio in Polesine. Visite guidate grazie ad alcuni studenti del Dosso Dossi come  “apprendisti ciceroni”. Il Monastero benedettino dal 22 al 26 novembre è stato animato dal progetto del FAI. In tutto, 250 bambini e ragazzi in visita

di Andrea Musacci
Un afflusso tranquillo ma comunque anomalo per il Monastero di Sant’Antonio in Polesine. Un’apertura eccezionale per permettere a tanti bambini e ragazzi di conoscere meglio questo angolo di Cielo nel cuore antico della nostra città.

Da lunedì 22 a venerdì 26 novembre, dalle 9 alle 12, il Monastero che ospita le Monache Benedettine ha aperto le proprie porte a circa 250 alunni e ad alcuni loro insegnanti in occasione della decima edizione delle “Giornate Fai per le scuole”, che in tutto il Paese (nelle altre località fino al 27) prevedevano visite esclusive a luoghi di interesse storico, artistico e naturale a cura degli “apprendisti ciceroni”. La delegazione ferrarese del FAI ha organizzato visite riservate alle classi “Amiche FAI” e gestite da studenti formati dagli stessi volontari del Fondo Ambiente Italiano insieme ai docenti. A Ferrara gli “apprendisti ciceroni” sono stati gli alunni della classe 3 B/E del Liceo Artistico “Dosso Dossi”, impegnati per l’occasione nell’attività di PCTO – Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento (l’alternanza scuola-lavoro) e coordinati dalla prof.ssa Donatella Palchetti, docente di italiano e referente del progetto, da lei curato insieme alla collega Patrizia Massarenti, docente di Storia dell’arte.

Le ragazze e i ragazzi della 3 B/E hanno accolto e accompagnato, per visite di 45 minuti, in alcuni ambienti del Monastero bambini e ragazzi appartenenti a 13 classi di alcuni istituti cittadini: Istituto Comprensivo Alda Costa, I. C. Dante Alighieri, I. C. Boiardo, I.I.S. Luigi Einaudi e dello stesso Dosso Dossi, dalle classi IV delle Primarie fino al III° anno delle Superiori.

Viviana Babacci, volontaria del FAI impegnata in questo progetto insieme a Cristina Bignami e Marcella Pivano, ci spiega come dopo la stipula della convenzione tra il FAI e il Liceo, il progetto ha preso avvio tra fine settembre e inizio ottobre, per poi, a fine ottobre, iniziare la settimana di preparazione con lo studio del materiale, la redazione dei testi per le visite e una prima visita preparatoria al Monastero insieme alla Madre abbadessa Maria Ilaria Ivaldi.

I “ciceroni” del Dosso sono stati divisi in tre gruppi: uno si occupava di illustrare l’ingresso, lo spazio accoglienza e il chiostro; il secondo il sepolcro della Beata – la cui tomba in marmo i ragazzi hanno potuto vedere “gemmata” dalle “lacrime” della Beata Beatrice II d’Este, che normalmente è possibile ammirare fino a marzo -, il coro e le tre cappelle; il terzo, la chiesa.

Lorenzo Baroni e Marta Montanari sono due dei “ciceroni” incaricati di accogliere e guidare i gruppi di studenti nell’ingresso del Monastero per la prima parte della visita. «All’inizio – ci spiega Lorenzo – è stato difficile comprendere un luogo così particolare, così distante da quelli che normalmente viviamo. Prima di riuscire a spiegarlo, ho dovuto cercare di capirlo. E c’è voluto un po’ di tempo». La chiusura e il silenzio un po’ intimoriscono e spiazzano anche Marta, comunque ammaliata, come Lorenzo e i loro compagni, dalla bellezza e dal fascino del luogo. «Importante – aggiunge Marta – è anche il confronto con persone diverse» in questa che assomiglia a una prima esperienza lavorativa: «mi sento più matura», ci confida.«Le monache bevono l’acqua del pozzo?«. È una delle domande bizzarre rivolte ai “ciceroni” da alcuni bambini, più curiosi e spontanei rispetto ai loro omologhi adolescenti. «È bello spiegare da studente a studenti», ci spiega ancora Lorenzo, e «di volta in volta adattare i termini e il linguaggio in base alle età di chi mi ascolta, non usando o spiegando meglio alcuni termini più difficili».

Nell’ultima tappa in chiesa incontriamo, invece, Linda Rouhani e Caterina Brunaldi, interessate in particolare alla parte esterna della chiesa, alle decorazioni e agli affreschi. «La vita delle monache – riflette con noi Linda – la immagino difficile da seguire, così staccata dal mondo, mentre noi adolescenti siamo abituati ad ambienti caotici». Il luogo, però, concorda anche Caterina, è «davvero molto bello e tranquillo». «Il Miracolo – per Caterina – può sembrare inventato, ma dall’altra parte bisogna ammettere che è qualcosa di davvero inspiegabile».


Storia di un luogo davvero unico

Primo monastero femminile nella città estense, il complesso di S. Antonio fu creato per accogliere Beatrice d’Este, figlia del marchese Azzo VII Novello d’Este, e le giovani che, come lei, intendevano seguire la regola benedettina. Già intorno all’anno Mille si erano insediati sull’isoletta tra i terreni paludosi, monaci agostiniani devoti a S. Antonio: il marchese acquistò dai padri l’area e gli edifici nel 1257. L’anno seguente Beatrice e le sue compagne si trasferirono nel complesso, oggetto di importanti lavori, che Beatrice non riuscì a vedere completati poiché fu colta dalla morte nel 1262. Nel 1413 il vescovo di Ferrara, Pietro Boiardi, consacrò la chiesa. Le benedettine separarono la chiesa in due spazi, uno per i fedeli, l’altro per le loro preghiere. Già dal 1473, infatti, si ottennero, dividendo l’edificio, le due chiese attuali. La chiesa esterna ebbe nel secolo seguente un splendido organo, opera di Giovanni da Cipro, dal 1796 sistemato nella chiesa del Suffragio. Nel ‘600 la chiesa esterna fu abbellita da nuovi altari e da grandi tele e venne ridipinto il soffitto della chiesa esterna, ad opera di Francesco Ferrari, supportato forse dal figlio Felice. Il tema prescelto per la decorazione fu la Madonna col Bambino in gloria ed i Santi Antonio e Benedetto sistemati tra ricchi motivi ornamentali, e sei immagini di santi benedettini.

Si deve a interventi operati nel XVIII secolo la sistemazione della selciata della corte, come attestano le perizie coeve. Furono queste le ultime opere eseguite prima del tracollo del monastero, provocato dall’arrivo degli eserciti francesi: nel 1796 S. Antonio il Polesine ebbe chiuso il tempio, e il convento fu ridotto a reclusorio.La ripresa ufficiale dell’abito monastico si ebbe solamente nel 1924, tra vicende alterne che videro pure sistemare il nuovo altare del SS. Sacramento (1806) e creare una sorta di cappella, decorata da una statua della Beata.Nel 1910 l’ala delle novizie fu adibita a Caserma. Nello stesso anno il Comune di Ferrara acquistò tutto il complesso affidandolo alla custodia delle benedettine. All’entrata del monastero ci si trova nell’ala settentrionale del chiostro, in cui si venera il sepolcro della beata fondatrice dalla cui tomba in marmo periodicamente stilla un’acqua miracolosa detta le “Lacrime della Beata”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 dicembre 2021

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Non solo scienza ma domanda sul Mistero

22 Nov

Nella pandemia, il necessario discorso scientifico rischia di farci dimenticare la nostra ricerca della Verità

di Andrea Musacci
Lo scorso settembre su Huffington post Italia il filosofo Massimo Adinolfi poneva una domanda importante: «Chi è competente, in fatto di umanità? O forse pensiamo che l’uomo è solo ciò che rimane da discutere a filosofi barbuti una volta sottratte loro tutte le questioni scientifiche (mediche, sanitarie, fisiologiche o psicologiche, o non so cos’altro)?».

Fermarsi, riflettere, interrogarsi e interrogare su ciò che davvero ci rende umani. Tornare ad ascoltare l’altro. Propositi che sempre meno, spiace registrarlo, sembrano andare di moda. Il coro unanime di quasi due anni fa sulla necessità e l’urgenza di proteggere noi stessi e gli altri dal Covid19, si è purtroppo, ormai da molto tempo, trasformato nel suo opposto. Ora, sempre più, domina lo scontro tra due intolleranze: quella dei sostenitori di ogni forma di restrizione potenzialmente senza limiti di tempo, e chi, dall’altra parte, già da un bel po’ ha dimenticato quanta sofferenza, angoscia e morte ha portato una pandemia di questo tipo. In mezzo, quegli interstizi sempre più stretti (e sempre meno affollati, purtroppo) di chi non rinuncia a porre questioni sulla gestione dell’emergenza – pur sempre difficile –, e soprattutto su come, veramente, possiamo cogliere questa fase eccezionale delle nostre vite per riscoprire il Mistero che si cela dietro di esse. Che significa anche ripensare il rapporto tra salute e salvezza, come propone il gesuita Gaetano Piccolo nel suo ultimo libro “Salute o salvezza? Il dilemma dei nostri tempi” (Ediz. San Paolo).


Salute o salvezza?

Salute o salvezza è un aut aut sbagliato, a cui non cedere. Assolutizzare il primo dei due termini significa castrare la dimensione spirituale, religiosa, annullandola nel culto illusorio di ciò che è corruttibile. Dall’altra parte, la finta “salvezza” di chi pensa che la cura di sé e dell’altro non abbia nessun valore rispetto alla vita eterna, nasconde una pericolosa mancanza di empatia per il prossimo.

Fatta questa premessa, il rischio maggiore nelle nostre società occidentali è che questa fase – dove il dominio del discorso medico-scientifico va a scapito di quello religioso, politico e culturale -, ci faccia ancora una volta venir meno nella nostra ricerca di un equilibrio diverso fra la difesa della salute e l’anelito alla Salvezza. Salvezza che è fatta di amore e di relazioni, di prossimità fisica, di consapevolezza dell’invincibile limite della morte e di desiderio di una vita davvero piena. Coscienza, quindi, che, come di non solo pane vive l’uomo, nemmeno gli possono bastare le conoscenze medico-scientifiche. Ma che tutto il nostro essere (corpo e anima) domanda un nutrimento ben diverso: una fede e una pienezza che da credenti troviamo in Cristo, Pane di vita.


Non fare della scienza un idolo

La possibilità di poter risolvere sempre più problemi non deve illuderci di poter avere il controllo su ogni aspetto della nostra esistenza. Questa tendenza a sentirci onnipotenti può risultare molto pericolosa se ci si affida al “sapere della scienza” come a ciò che possa rispondere alle domande più profonde. Non è così e mai potrà esserlo: significherebbe storpiare la fondamentale ma limitata missione della scienza. Soprattutto in una situazione estrema e inattesa come quella della pandemia, spesso si è riposto, invece, purtroppo, in medici e ricercatori una speranza quasi “religiosa”. Ciò che la scienza, in sé, non può darci è la felicità, la pienezza di vita, è salvarci dal vuoto, dal terribile nulla della depressione e della disperazione. È inutile convincerci che possiamo delegare tutto a medici e virologi. La lotta contro il male spetta a ognuno di noi. La testimonianza della misericordia nella prossimità all’altro è un compito che abbiamo sempre davanti.


Non fare del corpo un idolo

Idolatrare la scienza – qualsiasi filosofo o uomo di scienza non ideologico inorridirebbe solo all’idea! – porta all’idolatria del corpo. Il filosofo ed epistemiologo francese Bernard-Henri Lévy, liberale, l’anno scorso nel suo libro “Il virus che rende folli” scriveva: «L’inferno è il corpo. Solo il corpo e il corpo solo». L’inferno siamo noi «in quanto persone che sono chiuse nel proprio corpo, ridotte alla nostra vita di corpi e che, sotto il dominio del potere medico, o del potere in generale che si appropria del potere medico, o della nostra stessa sottomissione a entrambi, ci sottomettiamo a esso». «La cura della nostra salute -, scrive invece Piccolo nel libro sopracitato – nel momento in cui dovesse essere possibile solo a costo di rinunciare a tutto quello che per noi è spiritualmente essenziale, varrebbe la pena?».

Spiritualmente essenziale è anche il “filosofare”, il sentire e parlare – senza scorciatoie – della nostra finitezza, del nostro limite, del nostro morire. «Filosofare è imparare a morire», scrive Fabrice Hadjadj nel suo libro “Farcela con la morte. «L’atto stesso di pensare la Verità produce una “piccola morte”, un distacco dal corpo che addestra al grande distacco del trapasso. Quando medito sulla vita entro nella vita stessa della saggezza, passo già nell’aldilà, la mia anima tende a liberarsi della carne, non a motivo della sua debolezza, ma a causa della sua rinnovata vitalità di anima immortale, che va oltre la vita corruttibile dei miei organi».


La ricerca della Verità contro la paura

Tornare a interrogarci e a compiere la nostra ricerca della Verità significa anche non cedere alla paura. Sentimento umano, umanissimo, ma da controllare e affrontare. Da non eludere e a cui non sottomettersi. È importante, oggi, non cedere né alla paura di vaccinarsi né a quella che ci paralizza impedendoci una riflessione profonda e un conseguente vivere che non sia solo sopravvivere nella nostra “sicurezza” di non venire contagiati. Ma in una società come la nostra dove è sempre meno diffusa una concezione religiosa della vita e della morte, certi interrogativi che possono inquietare, vengono posti sempre meno. È, invece, importante cercare di riempire di senso il nostro tempo, perché non sia vuoto. Vuoto di una dimensione spirituale e relazionale. Vuoto che è manifestazione profonda della nostra fragilità, proprio quella fragilità che tendiamo a rimuovere, a negare.

La nostra mortalità ci costringe ad evitare che la nostra vita sia sprecata. Il limite è ciò che muove la nostra libertà nella ricerca di un senso. Senso che riguarda l’interezza di ciò che siamo. Corpo e anima, salute e Salvezza. Solo così, solo interrogando il Mistero e testimoniando la Verità, potremmo dirci davvero umani.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 novembre 2021

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(Immagine: Edvard Munch, “Malinconia”, 1892)

Colletta il 27 novembre per aiutare oltre 10mila persone

19 Nov
Volontari al Lidl di Argenta nel 2019

Supermercati di Ferrara e provincia aperti alla carità. Si può donare anche online. Ecco i numeri dell’emergenza nel nostro territorio: ancora alto il numero dei bisognosi (e quello delle donazioni)

La situazione è stabile, ma non per questo positiva. I numeri delle famiglie bisognose della nostra provincia che ci arrivano dal “Centro Solidarietà-Carità” (CSC) di Ferrara ci dicono di una situazione che si mantiene costante da inizio anno, dopo la preoccupante impennata causata dalla pandemia, con la chiusura, momentanea o definitiva, di molte aziende e attività.


I numeri

Ci sono storie, esistenze e sofferenze dietro le cifre che torniamo a fornirvi: sono circa 190 le famiglie nel ferrarese direttamente aiutate dal CSC, soprattutto con beni alimentari di prima necessità e una prossimità  non meno importante fatta di parole e affetto. In totale, parliamo di oltre 550 persone. Per quasi tutto il 2020, in piena pandemia, questi numeri erano schizzati addirittura a 280 famiglie seguite per un totale di oltre 800 persone. Riguardo a queste famiglie, Massimo Travasoni, Responsabile del magazzino del CSC in via Trenti (e vicepresidente del CSC, guidato da Fabrizio Fabrizi), ci spiega come «cerchiamo sempre più di rispondere ai loro bisogni anche nell’aiuto del pagamento delle bollette e nel vestiario». Senza dimenticare i fondi straordinari stanziati anche per il CSC nei mesi scorsi, le donazioni di associazioni del territorio e i buoni spesa, che hanno permesso a questi nuclei famigliari di acquistare anche beni alimentari diversi (come ad esempio la carne fresca), prodotti per l’igiene personale e materiale scolastico.Inoltre, sempre a livello provinciale, ricordiamo che il CSC, in convenzione con la Fondazione Banco Alimentare di Imola, rifornisce costantemente di generi alimentari 72 Associazioni/Enti caritativi, permettendo loro di raggiungere e assistere più di 10mila bisognosi nella nostra provincia, oltre la metà dei quali aiutati da Caritas parrocchiali. Entro fine anno vi sarà il rinnovo della convenzione.

Dall’altra parte, però, Travasoni almeno può tirare un sospiro di sollievo avendo visto aumentare negli ultimi mesi di circa il 25% le donazioni provenienti dall’industria (a causa anche dell’invenduto nel pieno della pandemia), dall’ortofrutta, dall’AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura, che si occupa dei fondi europei). «Inoltre – prosegue Travasoni – ci vengono consegnate per essere donate anche tipologie di prodotti che prima non ricevevamo, come caffè, cioccolata, carne in scatola, olio evo, fette biscottate». Altra nota positiva riguarda l’aumento degli studenti universitari che si propongono come volontari del CSC per comporre i pacchi alimentari e consegnarli alle 190 famiglie povere del nostro territorio: attualmente sono 30 i giovani coinvolti in questo gesto caritatevole.


La Colletta il 27 novembre

E poi, come ogni anno, c’è la Colletta Alimentare, che permette a chiunque di donare beni alimentari di prima necessità per i più bisognosi. A Ferrara e provincia il responsabile è Giuseppe Salcuni. La 25° Giornata nazionale della Coleltta vede coinvolti in tutta Italia 11mila supermercati aderenti all’iniziativa dove 145mila volontari, distanziati e muniti di green pass, inviteranno a comprare prodotti a lunga conservazione: omogeneizzati alla frutta, tonno e carne in scatola, olio, legumi, pelati. I prodotti donati saranno poi distribuiti alle 7.600 strutture caritative convenzionate con Banco Alimentare (mense per i poveri, comunità per i minori, banchi di solidarietà, centri d’accoglienza ecc.) che sostengono quasi 1.700.000 persone. Per chi non riuscisse a recarsi in uno dei punti vendita aderenti, sarà possibile donare la spesa anche online dal 29 novembre al 10 dicembre su Amazon.it/bancoalimentareDa domenica 28 novembre a domenica 5 dicembre 2021 la Colletta continuerà anche attraverso le Charity Card di Epipoli, da 2, 5 o 10 euro, che potranno essere acquistate nei supermercati aderenti all’iniziativa oppure online sul sito www.mygiftcard.it. Le donazioni saranno poi convertite in alimenti. Una possibilità, quest’ultima, ereditata dall’anno scorso, quando, per la prima volta, a causa dell’emergenza sanitaria, la Colletta non potè svolgersi in presenza.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 novembre 2021

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Un nuovo Delta del Po per la rinascita dell’intera provincia

8 Nov


L’insediamenteo di Massenzatica
(Foto di Filippo Pesaresi per il Consorzio Uomini Massenzatica)

Il “Laboratorio Agro-Ambientale per il Delta del Po” sarà presentato il 12 novembre a Comacchio. Il Consorzio Uomini di Massenzatica cuore di questo ambizioso progetto di riconversione ecologica


A cura di Andrea Musacci
Un grande piano di riconversione ambientale nel territorio del Delta del Po, l’area umida più grande d’Italia, un grande laboratorio agroambientale dove sperimentare pratiche paesaggistiche e culturali virtuose, con al centro il Consorzio Uomini di Massenzatica (CUM).

È questo il progetto di valenza europea per l’adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici che verrà presentato venerdì 12 novembre a Comacchio, un piano strategico commissionato nei mesi scorsi dal CUM a LAND Italia srl, prestigioso studio internazionale di architettura e progettazione con sede a Milano fondato e diretto da Andreas Kipar, che il 12 a Palazzo Bellini illustrerà il lavoro svolto.Il progetto intende definire una strategia di interventi e azioni progettuali per la valorizzazione sostenibile di questo territorio caratterizzato da condizioni paesaggistiche, ambientali e culturali uniche. Nello specifico, si propone la creazione di un’infrastruttura verde ecologico-produttiva di 63 km, da Chioggia a Comacchio, con il CUM come epicentro, territorio pilota del laboratorio. 

Un’infrastruttura che segue le antiche linee di costa e che in particolare prende in considerazione la zona tra il Po di Volano e quello di Primaro, immaginando corridoi della natura e una rinnovata produzione agro-ambientale (pensata fino al 2050), attraverso la reintroduzione di fasce ecotonali – spazi intermedi tra due ecosistemi – per combattere l’impoverimento paesaggistico, ricombinando natura e agricoltura, biodiversità e produzione agricola, puntando sull’agro-ecologia, l’agro-forestazione e l’agricoltura ad “alto valore naturale aggiunto”, con l’aumento della biodiversità, la diversificazione degli habitat e l’aumento degli impollinatori. Tutto ciò in alternativa alle meno produttive monoculture. Pratiche virtuose, queste, che la Politica Agricola Comunitaria dell’Unione Europea finanzierà nei prossimi anni attraverso i suoi programmi, il PAC – Politica Agricola Comune 2021-2027 e il PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza del Next Generation EU. 

Il Delta del Po, come emerge in maniera chiara dallo studio, si trova nell’area più industrializzata, urbanizzata e inquinata d’Italia. Si tratta di un territorio fragile e a bassa densità insediativa, con un alto tasso di salinità, dove incombenti sono l’innalzamento del livello del mare fino a 2 metri, il rischio alluvioni, di subsidenza (il lento e progressivo sprofondamento del bacino marino e dell’area continentale), la desertificazione e l’innalzamento del livello dei mari. Un territorio “rurale-periferico” negli anni sempre più marginalizzato dal processo di sviluppo. Un’analisi impietosa che, se presa in seria e urgente considerazione, può trasformare il Delta in un’area di grande produttività agricola e di forte rilevanza ecologica e culturale. Solo l’area-pilota dove si trova il CUM, di 13.000 ettari, si è stimato potrebbe generare fino a 25 milioni di euro di benefici diretti ed indiretti all’anno. E l’intero Delta può rappresentare una zona in transizione verso un nuovo paesaggio agricolo-naturalistico con un potenziale stimato di 2 milioni di alberi.


Carlo Ragazzi (CUM): «dono e comunità contro la logica del profitto»

Carlo Ragazzi è il Presidente del Consorzio degli Uomini di Massenzatica (CUM), proprietà collettiva di 353 ettari (all’interno del Comune di Mesola) rappresentante attualmente circa 600 famiglie, ciascuna con diritto al voto nelle decisioni del Consorzio.

Con “La Voce” riflette su un progetto così significativo. «La nostra è una comunità proprietaria di un pezzo di terra che ha scelto di autonormarsi e di donare parte degli utili e delle risorse alla comunità. Dalla nostra nascita nel 1994 abbiamo sempre posto al centro la cultura del dono al territorio. Il nostro è un modello che dal punto di vista sociale ed economico va a confutare molte teorie fondate sul profitto e la finanziarizzazione, smentite anche dalle ripetute crisi degli ultimi 15 anni». «Oggi – prosegue – l’intero Delta del Po è un grande volano economico per la nostra Provincia: da un’agricoltura intensiva, basata sulla rendita, il latifondo, la monocultura è necessario passare a un’agricoltura fondata sul capitale circolante e la rotazione delle colture. Un’agricoltura dinamica dove il lavoro è ancora centrale». Il CUM si pone quindi come modello virtuoso al servizio del territorio, «per ricucire la frattura creatasi nel secolo scorso tra città e campagna. Il futuro della stessa città sta, dunque, nel riappropriarsi della propria campagna come elemento di rigenerazione a tutti i livelli, anche spirituale e psicofisica». Il Delta del Po, non dimentichiamolo, è ad esempio fondamentale per l’equilibrio idrico dell’intero territorio provinciale. «Un intervento così importante – conclude Ragazzi – non può essere lasciato agli umori o alle opinioni di singoli docenti, ma va analizzato nella sua globalità, con un approccio interdisciplinare e strategico».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 novembre 2021

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Cattolici latinoamericani: gruppo nutrito in Diocesi fra identità e integrazione

2 Nov


Almeno una 50ina, sono studenti, operai, professori e casalinghe. Provengono da Repubblica Dominicana, Cuba, Colombia, Venezuela, Panamá, Perù  Ecuador, Argentina e Cile. Il gruppo, fondato da don Zappaterra, attualmente è guidato da don German Diaz Guerra

Intergenerazionali e interclassisti, provenienti da diversi Paesi dell’America Latina, di passaggio o ormai integrati nella nostra città.

Sono i “Católicos latinoamericanos de Ferrara” del gruppo San Martín de Porres, i cattolici di lingua spagnola appartenenti alla nostra Arcidiocesi.Il gruppo è attualmente formato da almeno una 50ina di persone, oltre a molte altre che partecipano solo sporadicamente alle attività e ai momenti di incontro e preghiera. Responsabile del gruppo è don German Diaz Guerra, cubano d’origine (è nato a L’Avana nel 1966), ordinato sacerdote a Comacchio il 21 settembre 2019 e attualmente in servizio nella parrocchia di Sant’Agostino a Ferrara, dopo essere stato, nel periodo da seminarista, nella parrocchia di Masi San Giacomo e poi diacono e sacerdote nella parrocchia cittadina della Sacra Famiglia.

La nutrita comunità ferrarese dei latinos comprende persone provenienti da Repubblica Dominicana, Cuba, Colombia, Venezuela, Panamá, Perù  Ecuador, Argentina e Cile, oltre a una piccola minoranza di lingua portoghese, fra cui brasiliani e africani. Alcuni sono studenti universitari, molti di loro lavoratori impiegati in vari ambiti, dai più semplici, come operai, fino a docenti universitari, passando ad esempio per alcuni attivi nello sport. Il gruppo diocesano, fondato e guidato per anni da don Emanuele Zappaterra, ormai prossimo a iniziare la sua esperienza missionaria in Argentina, attualmente non ha una sede fissa, ma per diverso tempo è stato ospitato nella parrocchia di Malborghetto di Boara proprio quando don Emanuele ne era parroco.

I latinos ferraresi si incontrano due volte al mese, una volta per la celebrazione della Santa Messa, un’altra per un momento di catechesi. L’ultimo incontro in ordine di tempo è stato domenica 31 ottobre al Santuario della Madonna del Poggetto da don Giuseppe Cervesi, in passato missionario in Messico. E a proposito di venerazione mariana, simbolo del gruppo non poteva che essere la Vergine di Guadalupe, Nuestra Señora de Guadalupe. Il gruppo, però, come detto, porta il nome di San Martín de Porres (1579-1639), peruviano mulatto di Lima, religioso dominicano figlio di un aristocratico spagnolo e di un’ex schiava nera, per una vita al servizio dei poveri, dei malati, dei bambini indigenti. Un esempio di integrazione importante per questi cattolici che, pur mantenendo la propria identità latinoamericana, vivono in modo attivo e con forte convinzione la propria appartenenza alla Chiesa di Ferrara-Comacchio e alla città dove hanno scelto di vivere.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 novembre 2021

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Giovani, svogliati e solitari: gli adolescenti nella pandemia

2 Nov


Preoccupanti i risultati dell’indagine regionale presentata il 28 ottobre da Sabrina Tassinari e commentata da Chiara Saraceno. Con alcune note positive e un impegno per tutti

Aumento di ansia, rabbia e rassegnazione. I videogiochi sempre più luogo di alienazione, le serie conseguenze della didattica a distanza. Non è positivo il quadro che emerge dalla ricerca a livello regionale dedicata alle ricadute sui giovani della pandemia da Covid 19. “Noi adolescenti al tempo della pandemia”: questo il nome dell’indagine curata da Sabina Tassinari, responsabile dell’Osservatorio Adolescenti del Comune di Ferrara, e presentata in un incontro online lo scorso 28 ottobre.

Dai questionari compilati da 20.750 giovani dagli 11 ai 19 anni nella nostra Regione emerge come la necessaria emergenza sanitaria «abbia negato quei bisogni di socialità così importanti per gli adolescenti», ha spiegato Tassinari. Partendo dalle restrizioni, le conseguenze maggiori le hanno vissute i giovani fra i 16 e i 19 anni, in particolare le femmine, «che hanno accusato maggiormente le tensioni famigliari a causa della minor privacy» soprattutto durante i lockdown. Tensioni causate o amplificate anche «dall’aumento delle difficoltà economiche» di cui «anche gli adolescenti più giovani sono stati consapevoli». Mentre più nei ragazzi stranieri si registra un aumento di piccoli lavori, dell’impegno nel volontariato, della preghiera e della meditazione, decisivo per molti adolescenti è stata anche l’impossibilità di avere vicini a sé i propri nonni. Lo stesso tempo libero è stato stravolto: tanto l’attività sportiva quanto il tempo trascorso con gli amici sono, naturalmente, crollati durante i periodi più acuti dell’emergenza. Dall’altra parte, dalle risposte emerge un aumento degli hobby – in particolare il cucinare -, dell’informarsi via web, ma anche dell’ozio e della solitudine nella propria stanza. Riguardo ai comportamenti specifici, soprattutto fra i maschi è esponenziale l’aumento nell’utilizzo dei videogiochi (il 61,2% lo segnala), seguito dall’incremento di chi si è abbandonato in maniera esagerata al cibo, oltre a un aumento – soprattutto fra i 16 e i 18 anni – dell’aggressività.

Di conseguenza, proprio le emozioni provate dagli adolescenti sono l’ambito nel quale più chiare sono le conseguenze di questa situazione. Si riduce di quasi la metà la “voglia di fare”, mentre aumentano i sentimenti negativi come la rassegnazione, il senso di solitudine (soprattutto nei giovani dei licei, poiché negli istituti tecnici i laboratori hanno permesso a molti di tornare prima a scuola). E ancora: in tanti segnalano ansia, noia, tristezza e rabbia come sentimenti prevalenti, soprattutto nelle femmine e nei neomaggiorenni. Ma una domanda specifica segnala ancor più il crescente disagio: “a chi ti rivolgi quando hai bisogno di sfogarti?”. Il 21,9% ha risposto “Nessuno”.

Il capitolo scuola registra altrettante criticità legate alla didattica a distanza (dad). «La pandemia – ha spiegato Tassinari – ha diminuito sensibilmente la fiducia nel sistema scolastico, aumentando in tanti il desiderio di espatriare per avere un futuro». In particolare, da segnalare un peggioramento del rendimento scolastico nei licei e, in generale, come la dad abbia tolto molta «serenità nel rapporto coi docenti e coi compagni», oltre a conseguenze sull’autonomia di studio e la determinazione ad imparare.

L’analisi dei dati raccolti non può far venir meno però alcune note positive: tanti adolescenti dalla pandemia «hanno capito l’importanza dell’aiuto degli altri e di affidarsi alla scienza. Sicuramente – ha concluso Tassinari -, il sentire una considerazione positiva su di sé dai genitori e dai docenti, è fondamentale per loro». Per questo, è necessaria «un’alleanza per il futuro, un nuovo patto educativo tra generazioni», con gli adulti capaci di ascoltare gli adolescenti, per «costruire insieme a loro un futuro per tutti».

L’incontro, oltre al saluto iniziale di Micol Guerrini, Assessore alle Politiche Giovanili, e al breve intervento di Mariateresa Paladino, Regione Emilia-Romagna, ha visto le conclusioni affidate alla nota sociologa Chiara Saraceno dell’Università degli Studi di Torino, esperta di politiche familiari, minori, donne e giovani. «Questa sofferenza diffusa – ha riflettuto -, causata da una “deviazione” nel loro percorso di crescita, emerge anche dalle indagini compiute a livello nazionale e in altri Paesi». Fra gli aspetti più problematici, Saraceno ha sottolineato la percezione da parte degli adolescenti di «essere considerati soggetti passivi di decisioni altrui» e la «mancanza di privacy» nei lockdown «vissuta come invasione dei propri spazi». Riguardo alla scuola, per la sociologa nell’emergenza «è passata spesso come mero luogo di mera trasmissione di saperi» – e quindi gli studenti come meri «utenti» -, non come luogo dello stare insieme, della mediazione dei conflitti». È, quindi, importante «offire ai giovani spazi in cui possano elaborare e rielaborare ciò che hanno vissuto». Infine, le fortissime disuguaglianze, non solo economiche ma anche relazionali, tra adolescenti, rischiano di creare sempre più “neet” (giovani che né studiano né lavorano), «una porzione di generazione che si perde: deve diventare una questione proritaria», da affidare non solo all’associazionismo ma alle «comunità educanti», per un «lavoro integrato con la scuola».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 novembre 2021

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Cura e prossimità per uscire dalla crisi

21 Set
(Foto Pino Cosentino)

Quasi 300 persone il 17 settembre hanno partecipato al Convegno “Pandemia: sfide per l’etica della salute e dell’imprenditoria nel territorio ferrarese”, organizzato dalla nostra Arcidiocesi e dall’UCID Ferrara. Sono intervenuti Stefano Bonaccini (Presidente Emilia-Romagna), il card. Matteo Zuppi (Arcivescovo di Bologna) e Andrea Crisanti (Università di Padova). Conclusioni affidate a mons. Gian Carlo Perego

A cura di Andrea Musacci


Una rete di prossimità, un intarsio di servizi, saperi e professionalità necessarie per imparare la lezione fondamentale della pandemia: uscirne migliori di come c’eravamo entrati.

Sono queste le riflessioni emerse da ognuno dei relatori intervenuti la sera dello scorso 17 settembre in occasione del Convegno intitolato “Pandemia: sfide per l’etica della salute e dell’imprenditoria nel territorio ferrarese”, moderato dal Presidente UCID Ferrara Antonio Frascerra. L’incontro tenutosi al Teatro Comunale di Ferrara alla presenza di circa 290 persone, è stato organizzato dagli Uffici diocesani Pastorale della Salute e Pastorale Sociale, Lavoro, Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato, dalla Sezione UCID di Ferrara, con il patrocinio della Fondazione “Dott. Carlo Fornasini” e di BPER.

Presenti diverse autorità, fra cui il Prefetto Michele Campanaro e l’Assessore Regionale Paolo Calvano, oltre all’Assessore Marco Gulinelli, intervenuto per un breve saluto iniziale e presente al posto del Sindaco a rappresentare l’Amministrazione comunale. Ricordiamo che il convegno è il primo dei tre previsti sul tema “Salute e territorio”. Il secondo è in programma tra febbraio e marzo 2022 e avrà come titolo “Sanità e imprese: un dialogo necessario nella sostenibilità”, mentre il terzo e ultimo è previsto per ottobre-novembre 2022 e verterà sul tema “Sanità: per una valida risposta sociale”.


«Fraternità e speranza per i beni comuni»: Mons. Gian Carlo Perego
Soprattutto in un periodo complesso come l’attuale, «è importante avere visioni condivise, atteggiamenti e risposte responsabili da parte di tutta la comunità», ha riflettuto il Vescovo nel suo intervento conclusivo. Citando La Pira, mons. Perego ha ribadito come vadano difesi i beni comuni – «il tempio, la casa, la scuola, l’officina e l’ospedale, contro le tre pestilenze della violenza, della solitudine e della corruzione». Per il Vescovo va superata la «visione corporativistica e protezionistica», sviluppando «un nuovo modello di cura», innovativo e di prossimità (a tal proposito ha elogiato in particolare il ruolo fondamentale delle badanti), non dimenticando «la cura di tutti i beni comuni» del territorio – a partire dalla nostra Cattedrale, «da troppo tempo chiusa». «Fraternità e speranza», «condivisione verso obiettivi comuni»: questo serve al nostro territorio per non sprecare la lezione della pandemia.

«La casa dev’essere luogo di cura»: Card. Matteo Zuppi 
«La pandemia ci ha dato lezioni severissime: sarebbe un peccato non ascoltarle». Non ha usato giri di parole il card. Zuppi, che ha scelto di partire da alcune gravi conseguenze dell’attuale emergenza sanitaria, come «l’aumento del disagio psichico e i tanti casi di solitudine e abbandono. Il diritto alla salute è anche il diritto a vivere una rete di relazioni: da soli, la fragilità diventa terribile. Serve una rete di prossimità per l’“emergenza ordinaria”» che vivono tutti i soggetti deboli, ha proseguito.Partendo dalla Dottrina Sociale della Chiesa, il card. Zuppi ha poi riflettuto su come «la speculazione non mette mai al centro la persona, è il contrario della stessa opportunità imprenditoriale, è senza volto e non considera i volti delle persone». Il diritto alla salute, invece, «dev’essere garantito a tutti, anche se non “conviene”». La persona per la Chiesa «“conviene” sempre, anche quando è debole, fragile», come nel caso degli anziani o nelle fasi terminali della vita. Se, invece, queste questioni vengono lette da un punto di vista economico, «si perde la centralità della persona e la situazione diventa davvero grave». Il card. Zuppi ha poi posto l’accento sugli anziani, in particolare proponendo l’assistenza domiciliare come pratica virtuosa da incentivare fortemente: «la casa deve diventare un luogo di cura».


«Più sorveglianza e tracciamenti»: Andrea Crisanti 
Distanziamento sociale, sorveglianza/tracciamento, vaccini sono ancora, per Crisanti, i tre strumenti fondamentali per controllare la pandemia. Riguardo al primo, nonostante abbia «un costo economico devastante e non serva, da solo, a controllare o eliminare la pandemia», è fondamentale perché «permette di prendere tempo per sviluppare gli altri due». Riguardo alla sorveglianza e al tracciamento, «a differenza di altri Paesi, in Italia le facciamo in modo inadeguato: con l’Ausl di Ferrara stiamo lavorando a un sistema più efficace».
Il capitolo vaccini e Green pass: riguardo a quest’ultimo, pur essendo «uno strumento molto importante per incentivare a vaccinarsi», Crisanti ha sottolineato che «non dev’essere presentato come uno strumento di sanità pubblica, in quanto di per sé non può creare ambienti totalmente sicuri dai contagi». Sui vaccini, oltre a ribadire la necessità di una terza dose, Crisanti ha messo in guardia dal «non sottovalutare la possibilità che arrivi una variante resistente al vaccino».

Dalla pandemia si esce, quindi, «non sperando che il virus diventi più “buono”» ma continuando con Green Pass e vaccini e «sperando che i futuri vaccini siano più efficaci, più duraturi e vengano distribuiti anche ai Paesi più poveri».


Sanità, clima e digitale, le proposte della Regione: Stefano Bonaccini 
«Oggi iniziamo a vedere la luce in fondo al tunnel. In Emilia-Romagna sono 3milioni e 100mila le persone sopra i 12 anni vaccinate. Entro fine ottobre contiamo di avvicinarci al 90% dei vaccinati».

È partito dai dati, Bonaccini, da quei numeri che fotografano un presente positivo inducendo così all’ottimismo. «La nostra Regione può diventare la locomotiva d’Italia: qui la ripartenza potrà avvenire prima e meglio che altrove. I numeri dell’export e le previsioni di crescita sono più che positive», merito anche, ci tiene a dirlo il Presidente, «dei tanti bravissimi imprenditori del nostro territorio». Il fondamentale contributo dei privati alla crescita non deve, però, far venire meno l’intervento del pubblico – Stato e Regione – «per difendere due diritti fondamentali, come quello all’istruzione e quello alla salute». Su quest’ultimo, «investiremo ancora di più, anche grazie ai finanziamenti del PNRR, puntando su una nuova generazione di professionisti». Oltre alla costruzione di nuovi ospedali («nel piacentino nascerà uno dei primi post Covid»), l’idea è «di irrobustire maggiormente la sanità territoriale, a partire dalle Case della Salute – già 120 in Regione, destinate ad aumentare -, il pilastro della sanità del futuro» e puntando molto sull’«assistenza domiciliare».

Venendo al territorio ferrarese, Bonaccini ha sottolineato l’importanza di «una sanità territoriale più forte e radicata soprattutto nel Basso ferrarese». Più in generale, la nostra provincia, pur crescendo più lentamente rispetto alle altre province della Regione, «nei prossimi mesi avrà uno sviluppo deciso, recuperando lo svantaggio accumulato per ritardi storici». Il completamento della Cispadana e sopratutto il Patto per Ferrara sono per Bonaccini due importanti progetti per rilanciare il nostro territorio.In conclusione, il Presidente ha voluto affrontare due problematicità. La prima, la crisi demografica: «negli ultimi decenni le politiche per la famiglia sono state deboli, anche per responsabilità della mia parte politica, la sinistra. Abbiamo in cantiere diverse proposte per aiutare le famiglie numerose, gli studenti e i pendolari». La seconda seria questione riguarda l’emergenza climatica e digitale: «la transizione ecologica e lo sviluppo digitale possono rappresentare grandi opportunità di lavoro, un lavoro che sia di qualità e non precario».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 settembre 2021

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