Archivio | Cittadinanza RSS feed for this section

Per i tuoi larghi occhi chiari, Marco

21 Set

Il parco di Tamara è stato intitolato a Marco Coletta, giovane morto il 9 settembre 2005 in un incidente stradale. Le parole dei genitori: “credevamo nella giustizia, ma non ci è stata data. E in tanti ci hanno lasciati soli”

di Andrea Musacci
«Credevamo in quella giustizia in cui credeva Marco, ma non abbiamo avuto sostegno. Ora siamo molto stanchi»: è lo sfogo che ci viene consegnato da due genitori, Antonella Finotti e Daniele Coletta.
È da 15 anni che i loro occhi si sono spenti, da quel terribile 9 settembre 2005 in cui l’unico figlio, Marco, perse la vita a 22 anni di notte in un tragico incidente, finendo con la propria auto nel Canale che costeggia via Raffanello a Baura. Tornava da una serata ad Argenta con amici, passando per Ferrara. La mattina del 9 Antonella e Daniele sarebbero dovuti partire in pullman per un viaggio in Abruzzo: lei, infatti, era una delle organizzatrici di questa trasferta per l’Associazione pensionati della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori), per la quale ha lavorato fino al 2015, per poi passare alle ACLI. Ma non partirono mai, troppo assurdo che il loro Marco non li avvisasse del ritardo nel tornare a casa. Il suo corpo è stato ritrovato la mattina del 10, due giorni dopo, da Donato Cornetti.
Quel maledetto tratto di strada venne protetto da guardrail solo nell’aprile 2006: nei successivi 4 anni ha salvato 11 vite – conto tenuto dal papaà di Marco -, e chissà quante altre fino ad oggi. Per questo, Antonella e Daniele hanno deciso di rivolgersi alla giustizia: per chiedere conto all’Ente proprietario della strada, la Provincia, del perché non ci fosse il guardrail a dividere l’asfalto da quel canale profondo 4 metri, del perché il limite di velocità fosse troppo alto e la segnaletica insufficiente. Tutte criticità, tra l’altro, evidenziate nella perizia super partes compiuta nel 2008 dal Consultente tecnico del giudice, l’ing. Rendine. Ma la giustizia, si sa, purtroppo spesso non abita in questo mondo. Appena quattro giorni dopo la tragedia, arriva la richiesta di archiviazione del caso, accolta dal giudice a fine ottobre. Da lì l’inizio della “buona battaglia” giudiziaria dei coniugi Coletta, che però gli porterà ulteriore sofferenza. Quattro le sconfitte subite: nel 2009 la sentenza di primo grado, l’immediato ricorso in Appello e la seconda sentenza del luglio 2010, tre anni dopo la Cassazione che rigetterà la loro richiesta come la Corte europea dei diritti dell’uomo (sono stati i primi in Italia a rivolgersi alla Cedu per un caso di questo genere). Con l’ulteriore sfregio di dover pagare le spese processuali alla controparte. Un’assurdità ancora maggiore se si leggono casi giudiziari simili – citati dal giornalista Nicola Bianchi nel suo libro “La strada di Marco” (Faust edizioni, 2018, ristampato nel 2019) -, ma che hanno avuto esiti opposti a quello riguardante Marco.
Proprio Marco che stava per laurearsi alla Facoltà di Giurispriudenza dell’Ateneo ferrarese in Operatore giudiziario e dei corpi di polizia, perché aveva scelto di porre la giustizia al centro della propria vita. È la mamma Antonella a raccontarcelo: «Marco una volta mi disse: “nel mondo c’è troppo male. Io voglio andare dove c’è il male, per sconfiggerlo almeno un po’…”». Antonella porta sempre al collo il ciondolo d’oro col volto del figlio, quel volto che unisce nello strazio i due coniugi, saldati tra loro da un amore forte, che li tiene in vita nonostante il dolore. Un dolore che negli anni, sono loro stessi a raccontarcelo con amarezza, ha trovato sempre meno persone disposte a lenirlo, dopo il “calvario giudiziario”, un convegno nel 2014 e altre iniziative per sensibilizzare al tema della sicurezza stradale, diversi Memorial, il libro “Sono con voi”, mai pubblicato, curato dalla madre raccogliendo ricordi suoi e degli amici precedentemente pubblicati su due blog.


Un luogo dove ritrovarlo
La mattina dello scorso 9 settembre, però, grazie all’interessamento della Giunta comunale, l’area verde nel centro di Tamara di Copparo è stata intitolata a Marco Coletta. Oltre ai genitori, erano presenti il Sindaco Fabrizio Pagnoni, il presidente del consiglio comunale Alessandro Amà, il parroco don Andrea Tani che ha benedetto il parco, Luigi Ciannilli, ex presidente del Comitato Paglierini, chiuso nel 2015, alcuni amici di Marco e Patrizio Bianchi, ai tempi Rettore dell’Università di Ferrara, colui che nel 2006 consegnò con cerimonia pubblica ai genitori di Marco quella Laurea post mortem che il ragazzo era a un passo dal raggiungere. Un segno molto importante, un punto fisso per non disperdere la sua memoria e ciò che la sua tragedia rappresenta. Ricordiamo che nel 2011 i suoi genitori fecero installare un cippo (laddove prima vi era una croce di legno) nel punto in cui uscì di strada.
La giornata in ricordo del giovane è proseguita con la presentazione del libro di Nicola Bianchi e, nel tardo pomeriggio, nella chiesa di Tamara, con la celebrazione della S. Messa presieduta dal Vicario Generale mons. Massimo Manservigi. Quest’ultimo nell’omelia, partendo dalle Beatitudini lucane (Lc 6, 20-26), ha riflettuto su come ci invitino «a non disperare ma a fare delle nostre sofferenze un punto di forza, perché la preghiera di chi è abbandonato e piange non rimane inascoltata». Il ribaltamento di prospettiva – «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio…» – «non appartiene quindi solo alla fine dei tempi, ma avviene già qui e ora, nella storia».


«Voleva essere felice, che fossi felice»
«Ciao bella mamma, buona serata anche a te. Saluta anche papà. Ciao e grazie per avermi trovato la maglietta bianca». Sono le 20.29 dell’8 settembre 2005 quando Marco scrive queste parole in un sms, le ultime alla madre.
Era così Marco, affettuoso e diligente, attento e premuroso. Voleva laurearsi – gli mancava così poco – per entrare nelle Forze dell’Ordine. Marco era “la colla” della sua compagnia, dissero gli amici. Senza di lui il gruppo si è sfaldato. Marco «voleva essere felice, che fossi felice», dice un’altra amica, che tutti lo fossero. Marco amava il ballo e le camicie hawaiane, ma soprattutto amava Maria, di un amore non ricambiato. Marco studiava anche di notte, Marco dalla scrittura indecifrabile e dal parlare schietto ma mai giudicante. Marco era così, e lo era sempre stato: era quel ragazzino che una volta si buttò in strada per salvare un bimbo dall’arrivo di una macchina che correva ad alta velocità.
«Silenzioso e timido, una persona che ispirava subito tanta tenerezza», scrive l’amica Roberta nel libro, ricordando «l’azzurro stupendo dei suoi occhi, grandi e aperti verso il mondo, ma ricchi di una dolcezza infinita». Quegli occhi, scrive il padre Daniele, dopo l’incidente «incapaci di vedere la luce del sole e le bellezze della terra».
Ma lui e Antonella lo sanno che quello sguardo ora li accudisce senza più bisogno di parole: «Se guardo il fondo dei tuoi teneri occhi – canta Victor Heredia in “Ojos de Cielo” – Si cancella il mondo con tutto il suo inferno / Si cancella il mondo e scopro il cielo». Quello stesso cielo che accoglie, a volte, di notte, Antonella, quando insonne esce di casa e guarda la strada, le poche macchine che passano, aspettando Marco, ancora e ancora. «Ma i tuoi larghi occhi / I tuoi larghi occhi chiari / Anche se non verrai / Non li scorderò mai» (F. De Andrè).

I genitori di Marco Coletta (foto Musacci)

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 settembre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

E se costruissimo un grande “giardino” nel cuore di Ferrara?

21 Set

Il progetto de “Il giardino del mondo” dovrebbe proseguire nel 2021

La storia di una comunità si forma sempre facendola conoscere, facendola propria, e costruendola a nostra volta. Storia che, lo si voglia o no, è fatta sempre di incontri e convivenze (più o meno forzate), di famigliarità ed estraneità, di scambi e scontri. Sta a ognuno, nella piccola vicenda personale e nel tessuto dei rapporti collettivi, renderla più o meno conflittuale, in ogni caso non evaderla ma affrontarla.
È con questa visione delle cose che tra il 2017 e il 2018 è nato il complesso progetto de “Il giardino del mondo”, sviluppatosi nell’anno scolastico 2018/2019 nell’ambito del Concorso “Io amo i beni culturali”, bandito dall’Istituto per i Beni Artistici Culturali Naturali della Regione Emilia-Romagna. Il progetto, curato dal Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara e dal Centro provinciale per l’Istruzione degli Adulti di Ferrara (C.P.I.A.), fu presentato in Regione nel 2018 dall’Archivio Storico Comunale di Ferrara, partner culturale capofila e dal C.P.I.A., partner scolastico capofila, e nacque con l’intenzione di valorizzare il quartiere Giardino di Ferrara (e più in generale la zona GAD): un “sogno” urbanistico mai del tutto realizzato per quelle che erano, oltre un secolo fa, le intenzioni di Ciro Contini e dei primi progettisti.
Lo scorso marzo è stato pubblicato il volume “Il giardino del mondo. Viaggio in un quartiere multietnico di Ferrara” (Este ed. 2020), che raccoglie tutte le iniziatve del progetto, volume curato da Corinna Mezzetti (Archivio Storico Comunale) e Beatrice Morsiani (Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara), in collaborazione con Lorenza Cenacchi (Liceo Statale Carducci), Alberta Gaiani e Sabrina Virruso (C.P.I.A. Ferrara). Si tratta di un’imponente mobilitazione, di scuole, istituti (1.060 sono stati gli studenti coinvolti), dell’Ateneo, dell’Archivio e delle Biblioteche comunali, oltre che di tantissimi enti e associazioni cittadine. Tante le azioni formative e di intrattenimento: visite guidate, laboratori, letture, musica, eventi sportivi e molto altro. Un lavoro corale che ha promosso, nel tempo, in varie generazioni, una cultura dell’integrazione e una più approfondita conoscenza storica.
Il termine «interazione» viene preferito da Angelo Andreotti, che dirige il Servizio Biblioteche e Archivi comunale, al posto di quello di «integrazione»: da questa riflessione ha preso avvio la presentazione pubblica del volume lo scorso 18 settembre nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara. Una specificazione non leziosa per porre l’accento sulle dinamiche decisive delle relazioni abbandonando un’ottica unidirezionale. Parole inclusive e all’insegna della «contaminazione» ha scelto anche l’Assessore alla cultura Marco Gulinelli, mentre Fabio Muzi, dirigente del CPIA, ha riflettuto sulla rete formatasi tra i soggetti promotori, e sui proficui rapporti intergenerazionali.
Mentre Daniela Cappagli ha parlato della necessità, in una democrazia, della costruzione di una «società della conoscenza» e della rivalutazione dell’architettura come centrale nell’ambito dell’inclusione sociale, Cenacchi, intervenuta dopo Morsiani, ha avanzato una proposta: «potremmo ragionare su un progetto riguardante gli snodi comunicativi del quartiere – Darsena, ex Mof, stazione dei treni – e le antiche attività commerciali». Sì, perché in alcuni interventi, e in generale negli scambi informali tra i presenti, già il pensiero va al proseguimento del progetto. Progetto che, se per Muzi va «riproposto e implementato», per Mezzetti avrà – come ci spiega – sicuramente un seguito. I promotori sono già concordi nell’iniziare a ritrovarsi a breve per ritessere i fili, per non disperdere i tanti contatti e cercare di immaginare, nonostante le limitazioni di questa emergenza che continua, un nuovo “Giardino del mondo”.
L’impegno organizzativo ed educativo, insomma, è stato enorme. Ma il desiderio è già di ripartire. Per continuare nell’utopia concreta di un grande “giardino” multiforme, vivace e partecipato nel cuore di Ferrara.
Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 settembre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

Conversione ecologica integrale: prendersi cura del prossimo e dell’intero creato per salvare le future generazioni

7 Set
foto di Laura Magni

La mattina del 5 settembre nella sede di Bonifiche Ferraresi si è svolto il Convegno in occasione della 15esima Giornata Nazionale per la Custodia del Creato. “La terra è un sacramento”, ha detto l’Arcivescovo

di Andrea Musacci

L’emergenza legata alla crisi pandemica ancora in corso non ha fatto che rendere ancora più urgente l’importanza di una visione integrale dell’uomo sul creato, abbandonando un modello di sviluppo predatorio per progettare una società capace di riscoprire la sobrietà e la condivisione in
Su questo ha riflettuto la Chiesa italiana nel corso del Convegno pubblico svoltosi nella mattina di sabato 5 settembre nell’Auditorium all’interno della sede di Bonifiche Ferraresi a Jolanda di Savoia. Convegno che ha rappresentato il primo importante appuntamento della 15esima Giornata Nazionale per la Custodia del Creato (incentrata sul tema “ ‘Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà’ (Tt 2,12). Per nuovi stili di vita”), a cui è seguita il giorno dopo, il 6, la S. Messa in diretta su Raiuno alle ore 11 dalla Concattedrale di Comacchio, presieduta dall’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio mons. Gian Carlo Perego.
E proprio mons. Perego è intervenuto a Jolanda nel Convegno moderato dal giornalista Alberto Lazzarini e che ha visto un’ampia partecipazione di pubblico: «Importante è non solo la tutela dell’ambiente ma un nuovo modo di abitare la terra, nuovi stili di vita», ha spiegato il Vescovo. La terra, come dice il Papa nel suo Messaggio per la Giornata del 1° settembre, «è la casa di Dio», «la terra è un sacramento – ha spiegato mons. Perego -, dove quindi cogliamo di continuo la Sua presenza, il luogo dove Lui abita insieme a noi e a tutto il creato». Abitare la terra casa di Dio significa quindi «assumere uno stile di vita nuovo, fondato sulla responsabilità, che abbia al centro un progetto di comunità, un progetto di bene comune che tenga uniti – in modo integrale – l’ambito sociale con quello economico, del lavoro e dell’ambiente». Solo in questo modo capiremo l’importanza di «riconsegnare la casa di Dio a ognuno dei nostri fratelli e sorelle e alle nuove generazioni».
Generazioni penalizzate da scelte scellerate attuate negli ultimi decenni, come ha riflettuto don Bruno Bignami, Direttore dell’Ufficio Problemi Sociali Lavoro della CEI: «il modello di sviluppo degli ultimi decenni ha fallito perché centrato solo sulla quantità e non sulla qualità delle relazioni sociali e personali». Tutto ciò ha portato alla «crisi ecologica e a forti disuguaglianze globali». «Senza fraternità», perciò, «non esiste libertà»: un accenno centrale, quello alla fraternità, fatto proprio in contemporanea all’annuncio alla stampa della firma il prossimo 3 ottobre ad Assisi da parte di Papa Francesco della nuova enciclica “Fratelli tutti” sulla fraternità e l’amicizia sociale. Mentre per il consumismo, ha riflettuto ancora don Bignami, «tutto è a portata di mano, tutto è usa&getta», al contrario è «responsabilità di ognuno trasformare i propri stili di vita all’insegna della sobrietà», una sobrietà che «non può non essere fondata sulla giustizia».
Atteso era anche l’intervento di Stefano Zamagni, Docente di Economia Politica all’Università di Bologna e Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali: in Italia – come fatto negli anni ’50 del secolo scorso da Adenauer in Germania – sarebbe necessario modificare la Carta Costituzionale inserendo «la responsabilità di ogni scelta del Governo come decisiva per le future generazioni, soprattutto per le conseguenze ecologiche».
Quattro sono dunque le transizioni fondamentali per rendere concreto questo sviluppo integrale: «la transizione energetica»; quella «economica, verso un modello di produzione circolare e non più lineare»; quella «culturale, per passare da un modello neo-consumista predatorio a un modello che soddisfi la condizione essenziale della sobrietà giusta e felice». È importante, infatti, ha posto l’accento Zamagni, «far capire alle persone che il risultato di questo percorso sarà una vita più felice. La felicità è uno degli obiettivi di un’esistenza autentica fondata sulla sobrietà». L’ultima transizione, decisiva per attuare le prime tre, è «la transizione antropologica»: nella Laudato si’ Papa Francesco ne parla attraverso il concetto di “pace interiore”, «possibile solo riscoprendo la centralità dell’essere umano». Il rischio, infatti, è che le prime tre transizioni acquistino – ha spiegato Zamagni – «una connotazione tecnocratica», nella quale la dignità della persona venga persa di vista come finalità principale.
Tutto ciò si potrà raggiungere, quindi, «non solo con la responsabilità delle imprese ma di ogni singolo cittadino/consumatore», basti pensare alla piaga della “fast fashion”, cioè della produzione nell’ambito dell’abbigliamento secondo il criterio dell’usa&getta. Responsabilità personale da considerarsi non solo come «imputabilità» ma soprattutto come «prendersi cura del prossimo, del creato, delle relazioni. Non dimenticando – l’ha sottolineato a più riprese Zamagni – come ognuno sia responsabile anche del bene che avrebbe potuto fare ma non ha fatto».
Una responsabilità, quella di ogni persona, che affonda le proprie radici nel ruolo affidatogli da Dio all’atto della creazione. E proprio dal libro di Genesi è partita la biblista e docente Silvia Zanconato per la propria riflessione, in particolare sull’insistenza non casuale nel testo sulle «diversità di ogni specie» (Gen 1,11-25), l’importanza quindi di «non omologare, ma di specificare le diversità una per una», riconoscendone la dignità. La crisi contemporanea – ha proseguito Zanconato – trova una delle cause proprio «nell’incapacità di molte persone di nominare le bellezze del creato, di saperle distinguere e quindi valorizzare. Spesso la natura è considerata «solamente una massa indistinta, omogenea, al massimo distinguibile in modo generico», attraverso generalizzazioni. Questa «indifferenza alla distinzione delle cose, ce le rende invisibili, mentre il saperle riconoscere nella loro specificità e quindi il saperle nominare è un dono di Dio per insegnarci a dare spazio a ogni creatura nella nostra mente e nel nostro cuore». Di questo perciò c’è bisogno: di «una nuova visione – ha proseguito -, un allargamento del nostro sguardo, di rielaborare la nostra auto-concezione di “signori del mondo”, vedendoci invece come creature fra le creature».
Un ragionamento, questo, strettamente correlato a uno dei concetti chiave della Giornata, quello di «pietà», un sentimento che ha a che fare col «riconoscimento del nostro posto e del posto degli altri», dell’intero creato, e «col rispetto». Per «conversione ecologica» dobbiamo quindi intendere «un cambiamento radicale del nostro modo di pensare, di vedere le cose», mentre l’opposto di questo atteggiamento sta nel perseverare «nell’indifferenza e con un comportamento predatorio e superbo nei confronti del creato»: è ora, insomma, di «un cambio di paradigma». Riprendendo un passo del Talmud, la Zanconato ha concluso spiegando come l’uomo deve abituarsi a non consumare senza prima aver pensato agli altri, al prossimo, alle altre specie, cioè alle conseguenze delle proprie azioni sull’intero creato.

Altrettanto netto e radicale è stato l’intervento di Atenagora Fasiolo, Archimandrita e Responsabile del Vicariato arcivescovile di Toscana e Liguria della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta: «oggi il primo obiettivo dell’umanità non è quello della qualità della vita, del suo benessere, ma della sua conservazione». Vale a dire della sua sopravvivenza. Fasiolo ha ricordato come Papa Francesco nella sua enciclica dedichi spazio alle parole e all’azione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo (Laudato si’ 7, 8 e 9), per poi spiegare come la Chiesa Ortodossa fin dagli anni Ottanta del secolo scorso abbia prestato un’attenzione sempre maggiore al tema della cura del creato, tramite proposte concrete, diversi documenti, conferenze internazionali ed encicliche (la prima nel 1989, che istituisce anche la Giornata annuale del 1° settembre). La custodia dell’ambiente è, dunque, «un dovere umano e religioso», un tema dalla «forte valenza spirituale e teologica», e ha «la giustizia sociale come suo elemento portante». Rispettare l’ambiente – ha proseguito Fasiolo – significa «rispettare l’umanità integralmente, senza rendere le persone schiave di sistemi fondati su ideologie fondamentaliste».
«La crisi pandemica che stiamo vivendo – ha concluso – non ha fatto che dimostrare in maniera ancora più urgente il carattere antropico dell’equilibrio ecologico. Il creato non ci è stato donato da Dio per essere utilizzato e sfruttato a piacimento ma è un atto eucaristico offerto all’uomo per essere custodito».
Paolo Bruni, Presidente di CSO ITALY – Centro Servizi Ortofrutticoli ha fatto gli onori di casa al posto di Federico Vecchioni, Amministratore delegato di Bonifiche ferraresi (BF), che non ha potuto essere presente. Bruni ha spiegato come in particolare negli ultimi anni BF abbia deciso di unire ambiti come quello agricolo, industriale e della distribuzione, «prima in conflitto tra loro», senza dimenticare che «il bene centrale rimane l’uomo», in particolare i giovani: «da noi – ha spiegato -, sono 100 su 500 dipendenti totali».
In rappresentanza del territorio, oltre al Sindaco di Jolanda Paolo Pezzolato e al Presidente regionale Nicola Bertinelli, che hanno portato i saluti rispettivamente del Comune e di Coldiretti, è intervenuto Carlo Ragazzi, Presidente del Consorzio Uomini di Massenzatica: «siamo uno dei rari casi – ha spiegato quest’ultimo – in cui una comunità è proprietaria di un bene condiviso», una forma né privata né pubblica, ma una terza via originale. «Anche per questo consideriamo centrale il concetto di responsabilità intergenerazionale», frutto di «una visione di insieme, di comunità appunto».
Una Comunità, invece, quella specificatamente cristiana, che continuerà a ritrovarsi su questi temi anche a ottobre, con gli altri appuntamenti del Tempo del Creato – aperti a tutta la cittadinanza -, di cui daremo notizia prossimamente. Per ora è confermato il momento di preghiera ecumenico il 1° ottobre.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 settembre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

Covid ed ecologia, un legame stretto

31 Ago

“Ecologia integrale dopo il coronavirus” è il nuovo libro di mons. Mario Toso, Vescovo di Faenza-Modigliana: «Fronteggiare con criteri nuovi – offerti da scale di valori non appiattite sull’economico, sul denaro, sulla tecnica assolutizzati – il dopo coronavirus»

creato 14

di Andrea Musacci

Uno dei paradossi dell’attuale pandemia riguarda una delle cause principali della crisi ecologica che sta divorando il nostro pianeta: le emissioni di gas serra.

È del 21 agosto scorso, infatti, la diffusione da parte dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) dei dati riguardanti il primo semestre del 2020: quest’anno le emissioni nel nostro Paese «sono previste inferiori del 7,5% rispetto al 2019», un netto calo «a causa delle restrizioni alla mobilità dovute al Covid-19». «L’andamento stimato è dovuto alla riduzione delle emissioni per la produzione di energia elettrica (-8,2%), per la minore domanda di energia e alla riduzione dei consumi energetici anche negli altri settori, industria (-7,5%), trasporti (-13,3%) a causa della riduzione del traffico privato in ambito urbano, e riscaldamento (-6,0%) per la chiusura parziale o totale degli edifici pubblici e delle attività commerciali». Dati, dunque, solo relativamente positivi, in quanto legati a una grave crisi socio-economica e che sicuramente torneranno a salire data la ripresa totale delle attività produttive e del traffico su strada.

Sul legame tra crisi ecologica e pandemia da COVID-19 riflette nel suo ultimo libro, “Ecologia integrale dopo il coronavirus” (Ed. Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, 2020), mons. Mario Toso, Vescovo di Faenza-Modigliana. «La COVID-19 – scrive – ci mette di fronte ad un’emergenza urgente: l’impatto che l’uomo ha sul pianeta dev’essere ridotto sempre di più e con rapidità. L’attuale distruzione degli ecosistemi è una grave minaccia per la salute umana e del nostro pianeta». Un ragionamento portato avanti nelle scorse settimane anche da Carlo Alberto Redi, zoologo dell’Università di Pavia e presidente del Comitato Etico di Fondazione Umberto Veronesi: «La devastazione di interi ecosistemi ha come conseguenza sia la distruzione totale di tanti e diversi habitat sia la forzata migrazione di specie in altri luoghi nel tentativo di adattarsi a nuovi ambienti, ammassandosi nelle vicinanze di centri urbani. Ciascuna delle recenti infezioni – prosegue – è causata da spillover (salto di specie, ndr) riconducibili al progressivo e massiccio sfruttamento degli habitat naturali di diverse specie animali, venute così a stretto contatto con l’uomo. (…) Il nostro stile di vita non è più sostenibile dalla Terra» (fonte: http://www.fondazioneveronesi.it).

libro toso copertinaTornando al libro, mons. Toso elenca tre principi fondamentali che l’essere umano dovrebbe seguire per rispettare le leggi della natura: il «principio di entropia», che richiama l’irreversibilità di tutti i processi naturali, il «principio della minimizzazione di ogni forma di impatto ambientale» e il «principio di precauzione», affinché non siano procurati danni, soprattutto se a lungo termine o irreversibili. «Gli equilibri del pianeta rischiano di alterarsi qualora i popoli e le istituzioni non siano sollecitati a combattere il cambiamento delle temperature, della pioggia, dell’aria, del suolo, quando siano in circolazione miliardi di virus, la cui maggior parte è ospitata da animali. L’impreparazione dimostrata dai vari continenti e governi» nell’affrontare la pandemia da COVID-19 – è la denuncia del prelato -, «sollecita ad una revisione urgente delle strategie e delle politiche, come anche al superamento di una cultura antropocentrica, di una visione consumistica della vita umana, di un capitalismo rapace. È evidente che è del tutto mancata una politica preventiva sia in Europa sia nel mondo». Oltre a ciò, secondo mons. Toso è stata praticata una politica «irresponsabile» per i vari «tagli irrazionali alla sanità» e perché «si è lesinato nella ricerca e sulla formazione di medici ed infermieri». La vera, prima, rivoluzione da attuare, secondo il Vescovo, è dunque a livello metafisico ed etico: per il futuro «non potrà mancare l’apporto di un pensiero pensante, non strumentale, come quello sinora prevalso», scrive. «Solo così potrà essere disponibile un nuovo umanesimo sapienziale, una nuova progettualità, la visione di uno sviluppo integrale, solidale, sostenibile, inclusivo, strutturato in termini di trascendenza». Questa «conversione ecologica» – riflette mons. Toso – per i cristiani «comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Ovvero le conseguenze della riconciliazione con il creato, con i fratelli e, quindi, un modo alternativo di intendere la qualità della vita, la scelta di una felice sobrietà, la gioia della gratuità e del dono, della condivisione, la pace interiore, il ringraziamento a Dio per i suoi doni, nuovi stili di vita, una fraternità universale, l’impegno sociale e politico a favore del bene comune e di un’ecologia integrale». Più che mai è necessario diventare «protagonisti di una nuova evangelizzazione dell’ecologia» – con l’«organizzazione della connessa attività pastorale» – e di un «nuovo umanesimo integrale, sociale, anch’esso ecologico, capace di integrare storia, cultura, economia, architettura, vita quotidiana nelle città e nelle aree rurali», coniugando «la giustizia ecologica (degrado degli ecosistemi)» e la «giustizia sociale (debito ecologico tra Paesi; carenza di solidarietà intergenerazionale; crescente impoverimento delle popolazioni più deboli)». Infine, nel volume ampio spazio è dedicato anche al ruolo della famiglia nell’ecologia integrale e alle tematiche specifiche riguardanti il diritto fondamentale per ogni essere umano all’alimentazione, all’utilizzo dell’energia sostenibile e all’acqua, seguendo il principio della destinazione universale dei beni.

Nel finale, l’autore lancia una proposta interessante, da prendere in considerazione in particolare in un territorio come il nostro ancora profondamente agricolo: «è necessario che le Chiese istituiscano – scrive mons. Toso -, là ove non esistono, o rafforzino l’Ufficio o il Centro diocesano per la pastorale sociale del mondo agricolo-rurale, che agisca in maniera coordinata con gli altri Uffici o Centri diocesani dediti all’evangelizzazione del sociale».

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 settembre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

“Negli USA da sempre alcune vite sono considerate sacrificabili. Per questo la pandemia ha fatto meno impressione”: parla Massimo Faggioli

18 Mag

usa

a cura di Andrea Musacci

Razzismo, diseguaglianze sociali, costose assicurazioni sanitarie, forte crisi occupazionale (gli ultimi dati parlano in questo periodo di circa 30 milioni di posti di lavoro persi). E una Chiesa purtroppo ancora divisa. Drammi all’interno del grande, inarrestabile dramma della pandemia da Coronavirus che ormai da tempo registra gli Stati Uniti come il paese col più alto numero di contagiati e morti al mondo. Ne abbiamo parlato con Massimo Faggioli, storico e teologo nato a Codigoro 49 anni fa, residente a Ferrara dal 1978 al 2008, anno in cui si è trasferito negli USA, dove è docente ordinario nel dipartimento di Theology and Religious Studies alla Villanova University (Philadelphia).

Partendo in generale dalla situazione negli Stati Uniti, dove si contano quasi 90mila decessi e oltre 1.500.000 contagiati per il COVID, che giudizio dà dell’operato del Presidente Trump nell’affrontare questo dramma?

La presidenza Trump è una tragedia nella tragedia, ovviamente. Ma c’è anche la crisi del sistema-paese con uno scontro tra livello federale e livello degli stati, e il crollo della capacità della politica di prendere decisioni politiche e di politica industriale capaci di fronteggiare l’emergenza. Gli Stati Uniti sono arrivati impreparati, insieme a molti altri paesi occidentali. Ma ci sono differenze importanti rispetto a questi altri paesi. Una prima differenza è che negli USA c’è ancora la tendenza a considerarsi il paese migliore del mondo – che è una cosa che ovviamente non è più vera, specialmente dal punto divista del sistema sanitario e dell’aspettativa di vita. Questa tendenza rende incapaci di imparare dagli altri. Una seconda differenza è che negli USA la pandemia colpisce come le altre malattie colpiscono negli USA: in maniera radicalmente diversa a seconda delle etnie e razze, perché alla stratificazione etnica del paese corrisponde ancora – e sempre di più – una stratificazione economico-sociale con gli afroamericani e i latinos in fondo alla scala. Quelli in fondo alla scala socio-economica muoiono prima e più facilmente, in tempi normali come anche in questa emergenza. Una terza differenza è che in America si è abituati a sentire notizie di morti che si potevano evitare (dovuti a mancanze del sistema sanitario, ma anche le sparatorie nelle scuole). Da questo punto di vista, qui in America la pandemia ha fatto meno effetto rispetto ad altri paesi perché da sempre alcune vite vengono viste come meno importanti e quindi sacrificabili sull’altare della politica e dell’economia. Su questo alcuni vescovi, ma non tutti, hanno parlato in modo chiaro.

Vi è anche il problema di un sistema sanitario complessivo non adatto a situazioni come l’attuale?

Il sistema sanitario privato è ottimo, ma solo per chi se lo può permettere grazie a costose assicurazioni sanitarie. La riforma sanitaria di Obama ha migliorato la situazione ma non l’ha cambiata in modo strutturale. Uno dei paradossi della situazione attuale è che la pandemia ha sospeso le procedure non urgenti, che sono quelle che fanno reddito nel sistema sanitario privato. Il risultato è che nel bel mezzo della pandemia un numero spropositato di personale medico e paramedico ha perso il lavoro negli Stati Uniti.

In genere, i cittadini come hanno reagito e come stanno reagendo?

In America c’è un culto della libertà che è diventato una cultura libertaria, per cui tutto quello che le autorità impongono come limite alla mia libertà (specialmente libertà economica e di impresa) diventa totalitarismo o comunismo. Le immagini più scioccanti sono state quelle di bande armate (legalmente) che hanno occupato parlamenti locali chiedendo di sospendere le misure anti-pandemia. Sono minoranze estremiste, ma purtroppo sono sostenute da gran parte del partito repubblicano e anche dal presidente Trump. Questa cosa in Italia non c’è stata.

La Chiesa, invece, come si organizza nel sostegno e nell’aiuto alle drammatiche conseguenze sociali, economiche e psicologiche che si hanno e si avranno?

C’è un grande sforzo di venire incontro ai bisogni straordinari generati dalla crisi. Ma c’è anche un ostacolo diverso rispetto all’Italia e all’Europa, dove molte chiese sono “chiese di stato” e quindi ricevono aiuti dallo stato. Qui in America ogni chiesa deve sopravvivere sul mercato delle religioni con le donazioni dei membri, e quindi le capacità di aiutare sono molto diverse a seconda delle chiese. La crisi economica significherà per alcune parrocchie cattoliche come anche per altre chiese un crollo delle donazioni e quindi renderà impossibile la loro sopravvivenza.

“La realtà è che non ci sono abbastanza risorse per curare tutti, anche nella prima economia del mondo. Non abbiamo abbastanza ventilatori e non abbiamo sufficienti posti letto in terapia intensiva e questo ha costretto e costringerà gli operatori sanitari a scegliere”. L’analisi è di Charlie Camosy, professore associato di bioetica all’università di Fordham. Che dimensioni sembra avere questo fenomeno? E come sta rispondendo la Chiesa?

La chiesa ha reagito in ordine sparso perché per un certo numero di cattolici l’istinto politico è quello di proteggere il presidente Trump e il partito repubblicano in quanto partito anti-abortista. Il problema è che quella cultura politicamente anti-abortista non significa necessariamente una cultura a favore della vita. Una serie di prese di posizione di cattolici repubblicani pro-Trump hanno criticato gli eccessi di prudenza e hanno spinto per una riapertura di tutte le attività. La voce della chiesa cattolica statunitense è divisa anche nell’emergenza pandemia: ci sono cattolici che hanno abbracciato una posizione scettica rispetto alla scienza – una posizione più vicina a quella di certe chiese fondamentaliste.

Qual è la sua impressione riguardo a come il popolo cattolico ha reagito e sta reagendo all’impossibilità a partecipare alle celebrazioni? E come la questione è affrontata a livello di dibattito teologico?

Quello che manca è una certa creatività pastorale: ci si limita a messa e rosario online. Qui in parrocchia speriamo di poter fare di più, come per esempio la catechesi per bambini e la lectio divina per giovani e adulti. Ma tutto si è focalizzato sulla messa, come in una equazione tra liturgia e messa, come se non ci potesse essere liturgia senza messa. In Italia, in confronto, c’è stato un dibattito e contributi di pensiero e pubblicazioni molto più interessanti rispetto agli USA.

Spostiamoci ora nello specifico della comunità dove vive, quella di Philadelphia: qual è la situazione del contagio, e quella socio-economica in questo periodo? La Chiesa locale come si è organizzata per venire incontro ai bisogni materiali e spirituali?

Noi viviamo nei sobborghi di Philadelphia in cui quasi tutti sono bianchi o asiatici, e la malattia ha colpito in modo marginale. Ma abbiamo avuto un certo numero di casi anche nella nostra comunità parrocchiale. La situazione è ben diversa in città, con molti più casi, ma anche nella vicina comunità residenziale dei gesuiti alla St. Joseph’s University, a quattro chilometri da qui, dove sono morti sei padri gesuiti. La chiesa locale si è attrezzata bene. La nostra parrocchia ha creato una task force (di cui faccio parte) per immaginare la riapertura: tra chiesa, cimitero e scuola (dai 3 ai 14 anni, la scuola che frequentano i nostri figli), la parrocchia ha quasi cento impiegati.

Lei e la sua famiglia – in particolare i bambini – come state vivendo questo periodo?

I bambini (che hanno 8 e 5 anni, ndr) intuiscono che è molto improbabile la nostra venuta in Italia questa estate. È la cosa più dolorosa per noi perché è l’appuntamento a cui guardano e di cui parlano nel resto dell’anno. Ci stiamo attrezzando per fare scuola di italiano a casa, dopo che avranno finito la loro scuola online – che per me e mia moglie è la cosa più complicata e stancante di tutte in questo periodo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it 

Triplicati i poveri che chiedono aiuto a Viale K

11 Mag

Raffaele Rinaldi: “mensa, distribuzione pacchi viveri e dormitorio sempre attivi. Ma le istituzioni devono aiutarci”

viale k 3A due mesi dall’inizio dell’emergenza, la situazione di molti nuclei famigliari col passare del tempo si aggrava. Ad attutire, almeno in parte, questa “caduta” nelle vite di tante persone è la rete di solidarietà delle associazioni, di cui fa parte anche “Viale K”. “Da circa 20 sono diventate quasi 60 le persone che quotidianamente vengono a mangiare alla nostra mensa” alla Rivana, ci spiega il Direttore Raffaele Rinaldi, e lo stesso vale per la consegna dei pacchi viveri il venerdì pomeriggio. Questi nuovi assistiti sono perlopiù “persone che si mantenevano con qualche lavoretto, o la cui azienda dove lavoravano ha chiuso. Sono italiani e stranieri che hanno visto il Reddito di cittadinanza dimezzarsi – prosegue Rinaldi – o quelli che sono stati esclusi dai ‘buoni spesa’ del Comune di Ferrara” (a fine aprile dichiarati “discriminatori” dal Tribunale di Ferrara, ndr). L’Associazione, però, inizia ad accusare la fatica del periodo: nonostante l’innesto di quattro nuovi volontari e le donazioni di imprese e privati, il forte aumento di assistiti richiederebbe un numero maggiore di forze e più risorse dalle istituzioni. “Viale K – si rammarica Rinaldi – è stata esclusa dalle recenti risorse assegnate dall’Amministrazione Comunale”. Il riferimento è ai 15mila euro destinati lo scorso 5 maggio al Terzo settore (nello specifico, 8mila sono andati al Centro di Solidarietà-Carità, 5 mila alla nostra Caritas e 2mila al Mantello di Ferrara).

raffaele rinaldiAltro capitolo dolente è quello riguardante il Dormitorio ”Villa Albertina” in zona Mizzana: “la struttura ospita una ventina di persone, limite massimo – ci spiega ancora Rinaldi -, costrette anch’esse dalle limitazioni a stare chiuse, con tutte le conseguenze dal punto di vista psicologico per soggetti che spesso hanno problemi di dipendenze”. Nelle ultime settimane, 5 posti che si sono liberati, sono stati occupati da altrettanti “senza tetto”. E a proposito di persone che faticano o faticheranno a trovare una dimora, Viale K si è vista rifiutare, sempre dal Comune di Ferrara, un progetto per accogliere alcuni detenuti che, in questo periodo di emergenza, usufruiranno degli arresti domiciliari. “Alcune di queste persone se non trovano un alloggio, verranno comunque a chiederci aiuto”. Spostando la riflessione più in generale, Rinaldi riflette con noi su come quest’emergenza “stia facendo venir fuori le reali difficoltà della società, quindi chi sono i veri fragili”. Ciò che si può fare, grazie al contributo di ognuno – “è di tornare alla normalità, ma non quella malata di prima, che escludeva gli ultimi. Dovremmo, invece – conclude – ripensare l’intero welfare”. Esiste, anche a Ferrara, una fondamentale rete dal basso di associazioni di volontariato, “ma manca una vera politica sociale: non possono essere quasi solo le associazioni a reggere soprattutto in periodi come questo. Anche nella nostra città, il Comune faccia tesoro di questo patrimonio e lo porti a sistema, cercando fondi regionali e nazionali per sostenerlo”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it .

Una città per bici e pedoni: proposte per l’emergenza (e non solo)

4 Mag

“MUF – Mobilità Urbana Ferrara” è il nome del progetto lanciato sui social da otto cittadini, che, entro due settimane, presenteranno al Comune diverse proposte: meno spazio per carreggiate e parcheggi, ripristino ZTL, piste ciclabili e doppi sensi per biciclette, parcheggi scambio auto-bici, e molto altro…Immaginando una città diversa per l’oggi e il domani

a cura di Andrea Musacci

muf3In questi ultimi due mesi ognuno ha potuto sperimentare direttamente cosa può significare – pur nell’eccezionalità – vivere in un ambiente urbano con meno traffico su ruota. Ferrara città delle biciclette? Bene, allora cogliamo l’occasione di questa fase emergenziale per riprogettare le nostre strade a misura di chi decide di muoversi a piedi o in bicicletta, incentivando il più possibile forme alternative di spostamento. E’ quello che hanno pensato in molti, fra cui otto persone accomunate dall’interesse per la mobilità sostenibile e il benessere urbano. Grazie ai social, si sono incontrati (a distanza…) e hanno dato vita al progetto “M U F // Mobilità Urbana Ferrara”. Abbiamo rivolto loro alcune domande (rispettando la richiesta di essere identificati come gruppo e non come singoli).

Com’è nata l’idea di questo progetto?

Il gruppo di lavoro “MUF – Mobilità Urbana Ferrara” è nato da un post sui social network che ha attirato l’interesse di alcune persone preoccupate per la modalità degli spostamenti di noi cittadini nella Fase 2 dell’emergenza sanitaria. Nell’arco di qualche giorno ci siamo riuniti virtualmente, abbiamo creato la pagina Facebook e Instagram “M U F // Mobilità Urbana Ferrara” e organizzato un’assemblea aperta con un picco di 50 partecipanti. Nel Manifesto pubblicato su Facebook sono riportate una serie di proposte per implementare l’efficienza degli spostamenti urbani. Abbiamo chiesto agli interessati di focalizzarsi sui problemi di questa fase di emergenza e su possibili soluzioni da attuare in tempi brevissimi.

Chi sono gli ideatori?

Otto persone con l’interesse comune per la mobilità sostenibile e il benessere urbano, tra cui alcuni membri di FIAB Ferrara e altre associazioni cittadine, ciclisti urbani e sportivi, residenti a Ferrara.

A chi è aperto?

A tutti i cittadini di Ferrara interessati al tema della mobilità nella Fase 2 dell’emergenza sanitaria. Si può prendere parte alla creazione di un piano di mobilità d’emergenza, ciascuno contribuendo con la propria esperienza personale e le proprie competenze.

Quante e quali proposte avete fino ad ora per Ferrara e dintorni?

Prima dell’assemblea del 30 aprile abbiamo condiviso un modulo dove chiedevamo di rilevare le principali minacce per la mobilità a partire dal prossimo 4 maggio e le proposte per un uso dello spazio in sicurezza. Abbiamo quindi individuato 4 macro-aree di lavoro: 1. Soluzioni infrastrutturali emergenziali / Urbanistica tattica nel centro urbano: pensiamo ad esempio ad azioni temporanee di restringimento di carreggiate, eliminazione di file di parcheggi, con segnaletica stradale orizzontale (coni, striscie) o cartelli, ripristino immediato della zona ZTL e zone 30km/h in tutto l’entro mura, doppio senso per le biciclette nel centro storico, stalli sicuri per le biciclette; 2. Mobilità frazioni – centro urbano: si potrebbe identificare una rete di aree da usare come parcheggi scambiatori temporanei in cui chi arriva possa lasciare l’auto e trovare biciclette a flusso libero per entrare nel centro urbano; 3. Campagna di sensibilizzazione per la mobilità sostenibile emergenziale: utile per fornire una rete di rivenditori, riparatori o coinvolgere le imprese per lavoratori che decidono di muoversi in bicicletta, spingere all’acquisto di sistemi di sicurezza personali, pensare a campagne di comunicazione per presentare le modalità più efficaci di spostamento; 4. Incentivi per la mobilità sostenibile: sviluppare un meccanismo locale di incentivi economici per l’acquisto di mezzi alternativi all’auto privata (biciclette, biciclette pedalata assistita, monopattini elettrici, ecc.) o per migliorare l’efficienza della propria bicicletta; 5. Integrazione con progetti già in atto: le azioni proposte in questa fase di transizione devono essere viste come proposte che danno una risposta concreta e misurabile ad un problema specifico. Ovviamente esistono altri strumenti e altre esperienze orientate allo sviluppo e alla gestione della mobilità sostenibile nel Comune di Ferrara: il PUMS – Piano Urbano Mobilità Sostenibile, Progetto Metrominuto e Bicipolitana (tempi di percorrenza in minuti a piedi e bici), Metropoli di Paesaggio per lo sviluppo di un sistema di mobilità integrata in tutto il territorio provinciale, Pedibus nelle scuole, Viaggia Play&Go (app per incentivare spostamenti sostenibili), FIAB – offerta formativa nelle scuole, Ciclisti Illuminati, e tutte le altre realtà che condividono la stessa visione.

Quando pensate di proporle all’Amministrazione comunale?

Ci siamo dati tempi molto ristretti per presentarle. Speriamo al massimo entro un paio di settimane di mettere a punto la proposta, con il supporto dei nuovi aderenti.

A quali modelli di mobilità vi ispirate?

Nell’ambito del progetto ci siamo ispirati alla lettera inviata dalle innumerevoli associazioni ambientaliste al Governo, “Urgente – Proposte di mobilità sostenibile urbana intra e post emergenza COVID-19” e al documento contenente le linee guida per la creazione di una rete di mobilità d’emergenza sul sito Bikeitalia.it. Altri esempi felici a cui guardare in Italia sono Milano, in cui hanno già cominciato la tracciatura di alcuni dei 35km di percorsi ciclabili, si è parlato di restringimento dello spazio dedicato alle auto a San Lazzaro di Savena e di incentivi sull’acquisto di mezzi sostenibili e attuazione anticipata del PUMS a Bologna. Anche in Europa gli esempi si sprecano: abbiamo apprezzato la sindaca di Barcellona per l’ampliamento di ZTL e zone pedonali, la realizzazione di un piano di collegamento delle direttrici della città, l’ampliamento dei marciapiedi, la campagna di sensibilizzazione a partire dai piccoli centri.

È un progetto che riguarda anche il post emergenza?

È un progetto strettamente correlato alla fase 2. Poi continueremo a supportare i progetti più a lungo termine in corso o già realizzati, sperando che nel tempo migliorino anche la qualità degli spostamenti e in generale l’educazione a uno stile di vita sostenibile.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it .

Che questa lunga attesa possa essere feconda

16 Mar

casa9

di Andrea Musacci

Notte tra il 9 e il 10 marzo, l’ultima prima dell’entrata in vigore dello “stato d’eccezione” su tutto il territorio nazionale per fronteggiare l’emergenza causata dalla diffusione del Covid-19. Notte in bianco, di tensione e di attesa, come se la mente e il corpo volessero iniziare ad abituarsi a un tempo dilazionato, a un limbo nel quale galleggiare. O meglio, a prepararsi a vivere ore, giorni e settimane non in apnea ma come tempi da riconquistare agli affetti, alla memoria, alla pazienza.

Anche in quelle ore è maturata la decisione di continuare le nostre pubblicazioni e di dedicare, nei prossimi numeri (previsioni più precise non le azzardiamo), ampi spazi a racconti, riflessioni, testimonianze dalle vostre case (o dai vostri luoghi di lavoro, per chi, ancora può e deve recarcisi) su questo tempo più che mai incerto e assurdo.

In questo numero vogliamo dare avvio a una polifonia di “voci”, a un grande racconto collettivo di questo periodo che – inevitabilmente, nel bene e nel male – rimarrà nella storia, anche in quella, piccola, della nostra Arcidiocesi. Raccontare: quindi interrogarsi su come cambiano le nostre relazioni, il rapporto dei nostri corpi con gli spazi, con i corpi e le libertà degli altri. Se a vincere sarà il “bene”, quel che di positivo c’è nella realtà, oppure la frustrazione, l’impotenza. Se le conseguenze delle nostre “dipendenze” – dal lavoro, da determinati riti sociali, dagli spostamenti – si mostreranno nella loro acutezza. Sarà, in ogni caso, un periodo di cernita tra l’essenziale e il superfluo, di dis-cernimento. Ad esempio, che conseguenze sta avendo, e avrà, l’impossibilità dei contatti fisici più elementari, spontanei? L’affetto e l’amore vietati se non tra le mura domestiche? Come ne usciremo? Si può azzardare una qualche, pur lieve, forma di “mutazione antropologica”? Tanto il ricordo quanto la promessa di un “dopo” non del tutto immaginabile, riacquisteranno una propria potenza? Cosa rimpiangeremo e cosa no, sia del periodo pre-emergenziale sia di questa quarantena?

Ciò che abbiamo di fronte è – paradosso totale – l’invisibile, l’ignoto, l’inaspettato. Un impalbabile che ci trasforma in potenziali vettori di male, muta i nostri corpi esposti, ne intensifica la fragilità e la pesantezza: insomma, in un mondo sempre più animato dal virtuale, torna tragicamente al centro il corpo, la carne. E il virtuale diviene virale. Il potere stesso, anche quello “tradizionale”, novecentesco, delle istituzioni riscopre a un tempo la propria virtualità, i propri dispositivi immateriali, e rafforza le proprie appendici repressive (ben poco postmoderne). Da una parte, quindi, i nostri corpi sono minacciati dall’invisibile virale, dall’altra sono controllati e regolamentati da un potere “solido”. Fra i diversi divieti ai quali ci stiamo abituando, uno in particolare penso sia particolarmente straziante: quello dell’“ultimo abbraccio”, l’impossibilità delle esequie. Un risvolto tragico, particolarmente angosciante, che rimanda senza retorica ad altre pandemie. I morti di coronavirus non solo, nelle ultime ore di vita, non hanno potuto avere vicino a sé i propri cari, ma questi non hanno nemmeno potuto dar loro l’estremo saluto. È la solitudine più tremenda, che non avremmo mai voluto raccontare. E la solitudine è una delle cifre di questa “quarantesima”: i dati Istat (al 1° gennaio 2019) dicono che in Italia il numero medio di componenti delle famiglie è passato da 2,7 (media 1997-1998) a 2,3 (media 2017-2018), soprattutto per l’aumento delle famiglie unipersonali che in venti anni sono cresciute di oltre 10 punti: dal 21,5 per cento nel 1997-98 al 33,0 per cento nel 2017-2018, ovvero un terzo del totale delle famiglie. In quanti saranno in grado di sopportare almeno tre settimane di quasi assoluto isolamento?

Ma l’eccezionalità di queste settimane può anche dare un volto nuovo ai piccoli gesti d’attenzione, a inedite forme di socializzazione (basti pensare al fenomeno dei “concerti” collettivi dai balconi delle case) e di comunione a distanza, di riscoperta del silenzio non come dimensione del vuoto ma del profondo. Per continuare con le speranze – che speriamo diventino e stiano già diventando carne viva in questi giorni: forse sperimenteremo una ridefinizione del concetto di “mancanza” (di spazi, incontri e possibilità), una privazione improvvisa e inaspettata che, chissà, può dare nuovo ossigeno a gesti e pensieri abbandonati se non ignoti. Tante sono le buone pratiche che già nascono anche a Ferrara: giovani di alcune parrocchie (come San Giacomo apostolo all’Arginone o gli scout in zona Doro-Barco), che portano la spesa ad alcuni anziani; o, come nell’Unità Pastorale di Borgovado, i volontari del Centro di Ascolto che portano a casa a chi ne ha bisogno i Moduli per l’autocertificazione. E poi le tante iniziative di singole persone o piccoli gruppi nelle parrocchie – e non – che formano una rete invisibile e capillare, ma importantissima, di sussidiarietà più che mai fondamentale. Anche e soprattutto così, con questa mutualità dal basso, si riannodano i fili spezzati della rete sociale. Senza dimenticare, per la liturgia e la preghiera, l’utilizzo da parte di diverse parrocchie delle “nuove” tecnologie – da You Tube ai vari social.

Tutto ciò è già, qui e ora, un modo nuovo di vivere, una promessa già matura, che cambia il presente. E’ una Presenza reale. Un racconto concreto seppur silenzioso. Qualcosa di davvero molto fecondo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2020

http://lavoce.epaper.digital/it/news

https://www.lavocediferrara.it/

L’amore ai tempi del coronavirus

24 Feb

coronavirus

“Sospensione” è uno dei termini chiave di queste giornate surreali nelle quali buona parte delle nostre normali, frenetiche attività è interrotta, annullata o rinviata. Sospesa, appunto, in attesa.

Una situazione emergenziale che mette, ancora una volta, a nudo la nostra condizione umana, di esseri esposti alla malattia e alla morte, ma che noi, nelle nostre piccole “superbie” di uomini moderni ci convinciamo a non considerare possibile. Oppure, che ci illudiamo di poter sempre prevenire ed evitare. Qualcosa, che al massimo, avremmo potuto seguire a distanza, nascendo e perlopiù colpendo popolazioni – come quelle della Cina – distanti da noi oltre 7mila km.

Eppure questa condizione di “inaspettata” – assurdamente “inaspettata” – riscoperta della nostra fragilità, e di conseguente sospensione, ci spiazza, facendo riemergere ombre irrazionali dentro di noi che ugualmente pensavamo di non possedere, che non potessero appartenere a un mondo come il nostro fondato sul calcolo e il controllo.

Una condizione di sospensione, dunque, nuova ma in realtà antica come il mondo, e che porta a un’altra conseguenza: la possibilità di nuovi tempi dilatati di silenzio nelle nostre quotidianità, di maggior decantazione di azioni e pensieri, in una solitudine che trascenda l’“isolamento” obbligatorio ma diventi occasione per una riscoperta di relazioni gratuite, di quiete e meditazione. Una possibilità di iniziare il tempo quaresimale un po’ più liberi dalle usuali “tentazioni” delle nostre frenesie, urgenze e routine.

Nel Vangelo della domenica appena trascorsa (Mt 5, 38-48) abbiamo letto le ben note parole di Gesù: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano… ». In questa irreale atmosfera di suspense, riscopriamo, quindi, da un lato la bellezza della prossimità non casuale, l’amore come attenzione e fiducia nell’altro a noi vicino – non possibile “untore” di cui diffidare ma potenziale “alleato” nella difficoltà che tutti accomuna. Dall’altro, ridiamo un senso non banale all’amore per il “lontano”, così spesso additato, in quanto tale, come “nemico” più o meno potenziale, ma in realtà come noi segnato da una simile – umanissima – angoscia. Ripensiamoci, dunque, fratelli e sorelle in questa quotidianità ancora una volta messa alla prova, in questa sempre nuova attesa, che possa essere non di timore ma di speranza.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 febbraio 2020

e sul Sir: https://www.agensir.it/chiesa/2020/02/28/lamore-ai-tempi-del-coronavirus/

https://www.lavocediferrara.it/

Responsabilità e speranza: è questo il “fare” memoria

10 Feb

Free picture (Symbol of memory) from https://torange.biz/symbol-memory-17417In occasione del Giorno della Memoria, l’Eurispes ha reso noto il suo “Rapporto Italia” 2020, nel quale emerge anche un dato inquietante, seppur non del tutto nuovo: il 16,1% degli italiani sminuisce la portata della Shoah, e il 15,6% la nega. Ritornano puntuali, e necessari, dunque, riflessioni su ciò che è stato e sull’utilità di cerimonie e incontri pubblici sempre più simili a stanchi rituali da “consumare” quasi per dovere. La memoria della Shoah, infatti, non può mai diventare “ordinarietà”: “è nella natura delle cose – ricordava Hannah Arendt ne “La banalità del male” – che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando ormai appartiene a un lontano passato”.

Se la memoria è azione

Per noi cattolici la memoria è essenza della nostra fede: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me», sono le parole di Gesù nell’ultima cena (Lc 22, 19). Papa Francesco in “Lumen Fidei” parla della trasmissione della fede nella Chiesa, attraverso la dottrina, la vita e il culto: “La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande. Avviene così anche nella fede, che porta a pienezza il modo umano di comprendere. Il passato della fede, quell’atto di amore di Gesù che ha generato nel mondo una nuova vita, ci arriva nella memoria di altri, dei testimoni, conservato vivo in quel soggetto unico di memoria che è la Chiesa”. Per questo, “il credente – scrive il Papa in “Evangelii Gaudium” – è fondamentalmente ‘uno che fa memoria’ “. È su questo “fare” tipico della memoria (del credente e non), che vorrei soffermarmi. Etimologicamente, la memoria è legata alla sollecitudine, e richiama quindi un essere attivo del soggetto, una cura, un’“apprensione”. Hans-Georg Gadamer in “Verità e metodo” definiva la memoria non come una “semplice disposizione o facoltà” ma come qualcosa che appartiene alla “costitutiva storicità dell’uomo”, quindi come qualcosa di non meccanico, ma che presuppone una ricerca da parte del soggetto. “Mèmore” è colui che, attivamente, conserva il ricordo di un fatto, e lo conserva non solo nella mente ma anche nel cuore (oltre che in modo continuo). Memoria è dunque capacità di “ritenere”, nel senso di trattenere qualcosa prendendosene cura, perché ciò che è stato è per sua natura fragile, “corruttibile”: è qualcosa che non si mantiene in vita da sé, ma dev’essere di continuo ravvivato.

L’importanza del discernimento

E’ – inoltre – sempre in un presente che si fa memoria, l’eredità del passato va sempre ri(tradotta) in una situazione diversa. “Quello che hai ereditato dai tuoi padri, riguadagnalo, per possederlo” scriveva Goethe nel Faust. Ritradurre nel presente, quindi, significa fare un’azione di discernimento, letteralmente di “scegliere separando”, tra ciò che va trattenuto e curato, e ciò che invece va non rimosso ma non ripetuto, “ri-tenuto” nel presente. E’ un atto insieme di libertà e responsabilità che non spetta solamente alla collettività ma anche e soprattutto a ogni persona. E per far questo, è necessario rimparare la pazienza: la memoria, infatti, non richiede solo il distacco temporale dai fatti in oggetto, ma un ulteriore periodo necessario per discernere.

Fiducia e speranza, antidoti ai revisionismi

Sempre Gadamer nell’opera sopracitata scriveva: “il ‘ricordo’ (come oggetto) (…) ha in sé qualcosa di prezioso, perché mantiene presente per noi il passato in quanto è una parte di esso che non è passata”. Il passato, dunque, non si perde, ma “rimane presente” grazie al ricordo che lo tiene in vita, non lo fa “passare” del tutto, non lo fa essere “superato”. Nel mantenere i ricordi, naturalmente, le moderne tecnologie legate alla riproduzione di voci e immagini aiutano, e non poco. Ma non sono sufficienti, soprattutto in un’epoca come la nostra contrassegnata da una paura, quella delle cosiddette fake news, una paura “sana” e giustificata ma che ha come propria deformazione quella del “complottismo” come forma di revisionismo: un sospetto che, se diventa ossessione, porta a tragiche e ben note conseguenze. In un’epoca in cui il revisionismo è un pericolo concreto, tornano utili – pur nella loro radicalità – le parole di Herbert Marcuse ne “L’uomo a una dimensione”: la memoria, scriveva, può essere “sovversiva” perché “richiama il terrore e la speranza dei tempi passati”. Terrore e speranza: per riconoscerli come tali serve lucidità, serve la ricerca storica: seppur ci si muova nell’ambito delle scienze “inesatte”, non tutti possono essere “scienziati”, non tutti possono indagare allo stesso modo ogni documento, ogni segno del passato. Per questo, nella trasmissione della memoria vi è sempre, inevitabilmente, una parte di affidamento, di fiducia nell’onestà e nelle competenze di chi ce l’ha tramandata. Il resto sta a noi, quell’azione fondamentale del “fare” memoria spetta a ognuno, il saper sviluppare il più possibile una capacità di discernimento di ciò che riceviamo. Per questo, appunto, la memoria è sempre un gesto attivo, una scelta, una responsabilità. E la responsabilità è qualcosa di rivolto anche all’avvenire. Papa Francesco nell’enciclica “Lumen Fidei” parla della fede di Abramo come di “un atto di memoria” della promessa fattagli da Dio. Memoria che, però “non fissa nel passato”, scrive il Pontefice, ma “diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via”: la fede è, dunque, “memoria del futuro, memoria futuri”, è “strettamente legata alla speranza”. Una speranza attiva, per impedire che gli orrori del passato non si ripetano più, certi che il male non avrà l’ultima parola.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

https://www.lavocediferrara.it/

http://lavoce.epaper.digital/it/news