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«Incontro e comunità per non essere dominati dall’Intelligenza artificiale»

7 Mag

Il 15 maggio a San Giacomo Ap. l’importante Convegno con tre esperti, fra cui Giampiero Neri (CEI), che abbiamo intervistato

a cura di Andrea Musacci

“A.I., Custodire volti e voci umane. Empatia, etica e responsabilità morale” è il titolo dell’importante incontro in programma il 15 maggio alle ore 20.30 nella chiesa di san Giacomo Ap. a Ferrara (via Arginone, 157). Si tratta di un Convegno di studi organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra Arcidiocesi in occasione della LX giornata delle Comunicazioni sociali. Questi i relatori che interverranno e i rispettivi temi: Giampiero Neri, IDS&Unitelm, Consigliere WECA, Servizio Informatico CEI, relazionerà su “A.I. Confini della comunicazione per generare speranza”; don Stefano Gigli, sacerdote della nostra Arcidiocesi interverrà su “Coltivare lo spirito nell’era digitale”; don Alessio Grossi, referente Diocesano Tutela Minori e Persone Vulnerabili rifletterà su “Intelligenza artificiale e minori: educare gli adulti”.

Abbiamo intervistato Giampiero Neri per iniziare a riflettere su un tema così attuale e che coinvolge diverse dimensioni dell’umano.

L’Intelligenza Artificiale (AI) pone – già nel suo nome – una divisione: si parla di intelligenza, non di ragione. La seconda, infatti, è caratteristica specificamente umana. Alcuni dubitano che lo stesso termine “intelligenza” sia adeguato, in quanto rimanda a “intelligere“, cioè “leggere dentro”, “comprendere a fondo”. Forte, però, è la tentazione di usare l’AI come sostituto dell’umano, se non come suo superamento. Lei cosa ne pensa? È una tentazione pericolosa e reale?

«È certamente una sfida, come lo è stata la nascita della Stampa, l’invenzione della Radio o le prime connessioni tramite ARPANET poi diventata Internet, solo che l’ambito non è più solo “mediatico” ma riguarda la vita di tutti noi, il nostro quotidiano, le nostre relazioni e quindi può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico.

Leggi l’articolo intero qui.

(Foto: ArtHouse Studio – Pexels)

Il grattacielo di Ferrara, paradigma di un’Italia ammalata di egoismo

6 Mag

Sul quotidiano “Domani” del 6 maggio 2026 è uscita questa riflessione sul tema Grattacielo di Ferrara, a firma mia e di Alfredo Alietti.

Se la guerra e la paura invadono le nostre città

29 Apr

Si intitola “Città in guerra” il nuovo libro di Francesco Chiodelli che viene presentato il 4 maggio a Ferrara. Tra conflitti armati e crescente militarizzazione del quotidiano, viviamo sempre più in uno stato d’eccezione permanente. Tra leggi, propaganda e nuove abitudini, come cambiano le nostre vite

di Andrea Musacci

L’invasione russa dell’Ucraina, iniziata oltre 4 anni fa, ha portato nel dibattito pubblico l’idea che la guerra stia tornando nel cuore dell’Europa, come non accadeva – si dice – dalla seconda guerra mondiale. Un’affermazione, questa, verasolo in parte. La guerra alle porte dell’Europa, infatti, non ha fatto che accentuare dinamiche già presenti da anni, se non da decenni. Di questo parla il libro “Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana” di Francesco Chiodelli (Bollati Boringhieri ed., gennaio 2026). Il libro viene presentato lunedì 4 maggio alle ore 17.30 nella libreria Libraccio di Ferrara (piazza Trento e Trieste): per l’occasione interverrà l’autore (che è geografo economico e politico dell’Università di Torino) e vi sarà l’introduzione e moderazione di Chiara Tarabotti, Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara) e Giuseppe Scandurra (UniFe). Si tratta del quarto e ultimo incontro del ciclo “Spaziocidio”.

CITTÀ COME GIUNGLE

Con la crescente crisi degli Stati a causa della globalizzazione, molti studiosi hanno iniziato a parlare di «geopolitica urbana», visto il ruolo crescente delle città e il loro crescere sempre più anche di dimensioni e di popolazione. È la cosiddetta «urbanizzazione del pianeta», scrive Chiodelli nel libro. Secondo l’ONU, oggi ca. 5 miliardi di persone a livello mondiale vivono in un’area urbana: negli anni ’50 del secolo scorso erano 750 milioni, nel 2050 saranno 6,7 miliardi. Dal punto vista militare, si tratta di «giungle di cemento, ingovernabili e turbolente, intricate e difficilmente conoscibili, cupe e selvaggi». 

URBICIDIO

Per questo la guerra entra sempre più nelle città, e con ciò «mutano anche i suoi effetti nefasti, che si materializzano in una distruzione tanto radicale del corpo urbano da poter parlare, in alcuni casi, di urbicidio». Certo, da Gerico a Cartagine, la guerra nelle città vi è sempre stata: ma oggi «i conflitti urbani non sono più solo un tassello tra tanti altri (scontri in campo aperto, battaglie navali, combattimenti sulle montagne) del puzzle bellico. Sono invece la forma principale che la guerra assume nella contemporaneità», in un contesto in cui, almeno formalmente, esiste un diritto internazionale e gli eserciti si riducono sempre più di dimensioni. Insomma, da qualche decennio, «si combatte sempre più dentro le città». I primi esempi sono l’assedio di Sarajevo (aprile ‘92-febbraio ‘96) nella guerra in Bosnia ed Erzegovina, l’operazione militare USA a Mogadiscio nel ’93 e la battaglia di Groznyj in Cecenia nel ’94-’95. Ben prima, a Dresda (nella seconda guerra mondiale), poi ad Aleppo e in Ucraina.

A proposito dell’assedio di Sarajevo a opera prima delle forze dell’Armata jugoslava e poi dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, obiettivo delle bombe e dei cecchini fu la città stessa: «il corpo urbano venne infatti martoriato intenzionalmente in quanto rappresentava il simbolo e la condizione di possibilità dell’eterogeneità, del multiculturalismo e della convivenza tra gruppi etnici diversi». Quindi, urbicidio significa «la distruzione intenzionale di edifici non per ciò che essi rappresentano individualmente, ma in quanto sono condizione di possibilità di un’esistenza eterogenea tipica della vita in città».

SABBIE MOBILI URBANE

Visto dal lato di chi viene attaccato, «portare il combattimento dentro il tessuto urbano permette di controbilanciare, almeno in parte, lo straordinario progresso in materia di armamenti e tecnologia che ha caratterizzato le forze armate di molti paesi»: «le città diventano un’arma straordinaria che le milizie irregolari possono usare a proprio vantaggio». Ad esempio, la presa di Falluja nel 2004 è arrivata solo dopo un mese di combattimenti con, da una parte, via terra e aria l’imponente esercito USA (che registrò la perdita di ben 107 propri soldati) e dall’altra parte 2-3mila ribelli islamisti con armi ben più artigianali. La guerra contemporanea, quindi, non è per nulla «chirurgica» ma fatta di massicci bombardamenti, di scontri a fuoco, e dell’utilizzo di mezzi fisici quali bulldozer – si vedano in particolare le azioni militari dell’esercito israeliano. Riguardo a quest’ultimo e all’annichilimento genocida di Gaza, l’autore cita il concetto di «disabilizzazione spaziale»: «distruggendo e impedendo la ricostruzione di ospedali, scuole, attività economiche, abitazioni, infrastrutture idriche, elettriche e fognarie, l’esercito israeliano produce un corpo urbano disabilitante, ossia che rende estremamente complicata, faticosa e travagliata la vita quotidiana dell’intera popolazione».

DETERRENZA?

Ma la vera partita si gioca sul piano mediatico: «Per avviare una campagna militare – magari lunga, sanguinosa e costosa – è infatti necessario convincere i cittadini, i soldati e gli intellettuali, così come le forze politiche, economiche e sociali di un paese, che quello che si sta per fare è materialmente indispensabile e moralmente ineccepibile». Infatti, «mai si è dichiarato di entrare in guerra per meri interessi economici, strategici o territoriali, per quanto questi siano spesso alla radice dei conflitti». E lo stesso “stato di tensione” è abitato dalla lenta e perenne costruzione di un’atmosfera da stato di guerra. «La guerra postmoderna è caratterizzata dalla centralità della deterrenza: per le principali potenze del pianeta, il piano ordinario del conflitto si sposta – con alcune significative eccezioni – dall’uso materiale della violenza a una zona grigia, sospesa tra pace e guerra, in cui conta soprattutto la possibilità (dichiarata e dimostrata attraverso parate militari, test, annunci e azioni dimostrative) di annichilire il nemico».

TECNOLIBERISMO BELLICO

Da qui, lo sviluppo continuo delle tecnologie militari come dimostrazione di forza (ad es., droni, aerei spia, software sofisticati, robot – compresi gli “insetti-robot”): la cosiddetta revolution in military affairs (RMA – rivoluzione in ambito militare) «è caratterizzata dall’intersezione tra il linguaggio della scienza, che garantisce legittimità alle azioni belliche (le operazioni militari ipertecnologiche sarebbero oggettive, precise e insindacabili) e quello delle aziende private, che ne assicura l’efficienza (gli attacchi sarebbero basati solo su un calcolo razionale dei costi e dei benefici, rispondendo a logiche puramente tecniche e completamente depoliticizzate)». 

Insomma, qualcosa che assomiglia sempre più a «un’azione imprenditoriale di capitalismo ad alto rischio, in cui contano innovazione, tempismo ed efficienza». Non a caso, sempre più «alle truppe regolari si affiancano frequentemente contractor privati». In un contesto di sicurezza urbana non militare si può dire lo stesso per la gestione dell’ordine pubblico per medi o grandi eventi, anche a Ferrara, dove vigilantes privati la fan sempre più da padroni.

MILITARIZZARE IL QUOTIDIANO

Vicino al concetto di urbicidio vi sono anche le azioni terroristiche decisamente meno tecnologicamente “evolute”, come sono quelle jihadiste: anche qui, infatti, «il bersaglio è l’urbanità, ossia le forme di vita che prendono corpo in città, con la differenza che alla devastazione sistematica dell’urbicidio il terrorismo sostituisce azioni mirate volte a comunicare la possibilità della distruzione e della morte su vasta scala». Proprio 25 anni fa, dagli attentati jihadisti negli USA, i poteri diedero vita a leggi straordinarie come il Patrioct act, veri e propri attacchi ai diritti fondamentali. Conseguenza di ciò, anche in Europa e nel nostro Paese, è stata – ed è – la «banal warfare», la «militarizzazione della vita urbana» (in realtà iniziata prima: si veda il G8 di Genova del 2001), «ossia l’estensione di ideali, pratiche, tecnologie e immaginari militari agli spazi della quotidianità nelle nostre città: piazze, stazioni, arterie di traffico, zone pedonali, musei e aeroporti. Tutti questi luoghi sono visti come potenzialmente insicuri e intrinsecamente problematici». Un vero e proprio «stato permanente di guerra potenziale», uno «stato d’eccezione»: si vedano anche le pattuglie di militari nelle città (l’Operazione Strade Sicure fu avviata nel 2008 e nessun governo l’ha mai interrotta), comprese Ferrara dove vi sono camionette in diversi punti e – almeno per ora – ci è risparmiata la presenza di blindati “Puma” come avviene ad esempio a Roma e Milano. «Questa scelta estetica – spiega l’autore – rivela invece perfettamente la funzione dei soldati schierati in ambito urbano: non quella di affrontare un pericolo imminente, bensì quella di creare un’atmosfera di controllo e sicurezza», di «rendere psicologicamente e visivamente presente la guerra», anche attraverso la cd. «architettura difensiva» (blocchi di cemento armato, robuste strutture metalliche) e le armi non letali in dotazione alle forze dell’ordine. Tutte scelte che rendono sempre più labile il confine tra guerra e normale attività di polizia.

“DECORO” E LEGALITÀ SOSPESA

Stiamo dunque assistendo a «un’interruzione legale della legalità»: si pensi al recente “Decreto sicurezza” del Governo Meloni e al cosiddetto “DASPO urbano” del decreto Minniti-Orlando (governo Gentiloni, ma anticipato dal Governo Renzi). Da qui, l’involuzione diretta sempre più sul virtuale, verso una vera e propria «società del controllo» contraddistinta «da una miriade di sistemi di sorveglianza e raccolta dati indipendenti», per finalità disciplinari o commerciali. Nell’era del neoliberismo che distrugge ogni tutela e diritto nella sfera socio-economica, la propaganda si concentra sulla sicurezza intesa come difesa (presunta) dell’incolumità fisica dall’attacco di un nemico “esterno”, che sia un terrorista o un migrante, un antagonista o un mendicante. Gli stessi sindaci che riscuotono più successo sono quello identificati come “sceriffi” e le giunte comunali considerate più avanzate sono quelle capaci di vendere la propria città come un brand, da trasformare (con l’ipocrisia della “rigenerazione urbana”) per venderla a imprese, speculatori, turisti e affaristi di ogni sorta, che si tratti degli edifici, dei grandi eventi, di enti o di spazi pubblici. In nome del «decoro urbano», lo spazio pubblico viene «sanificato, depurato da elementi umani e materiali ritenuti estranei o perturbanti, in un processo di omologazione ai bisogni e alle preferenze di un parte specifica della popolazione», quella con una capacità di spesa superiore alla media.

Al contrario – conclude l’autore – esiste la possibilità di costruire una «geopolitica di pace positiva», rendendo di nuovo le nostre città non luoghi di guerra e mercificati, ma di libertà, partecipazione ed emancipazione.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° maggio 2026

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(Foto: Stazione Centrale di Milano)

Acqua, «serve il pubblico per gestire gli effetti della crisi»

24 Apr

Urbanizzazione e gestione servizio idrico, urge una svolta: a Spazio Grisù l’incontro con gli interventi di Vaccaro, Farinella (UniFe) e Oddi (FFP)

Gli effetti della crisi climatica sono sempre più evidenti, anzi devastanti, anche nel nostro territorio. Ogni indifferenza fatalistica non fa che aumentare le conseguenze negative sulla vita di tutti.

Di questo e altro si è riflettuto nell’incontro pubblico svoltosi lo scorso 16 aprile nello Spazio Grisù di Ferrara, organizzato dal Forum Ferrara Partecipata in collaborazione col Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara. “Ferrara: un territorio d’acqua” il titolo scelto per l’appuntamento che ha visto gli interventi di Carmela Vaccaro (geologa, UniFe), Romeo Farinella (urbanista, UniFe), Corrado Oddi (Coordinamento Forum Ferrara Partecipata)

«La nostra è una pianura alluvionale costituita da più acquiferi», ha esordito Vaccaro spiegando la conformazione del Ferrarese. «Dato che i rami del Po – come di qualsiasi grande fiume – da sempre funzionano come “ricarica” dello stesso, sarebbe importante nei momenti di piena ricaricare gli acquiferi stessi come depositi, altrimenti andremo incontro a un periodo di insostenibilità». L’innalzamento delle temperature causato principalmente dalla crisi climatica «sta trasformando il Po e altri fiumi in torrentizi, con conseguenze sull’alimentazione degli acquiferi e quindi sul nostro approvvigionamento idrico».

«Per l’uomo – ha incalzato Farinella -, l’acqua ha sempre rappresentato qualcosa con cui convivere e non da allontanare, qualcosa da cui imparare, e quindi da gestire, a cui dare spazio». Il territorio ferrarese è «un territorio inventato, con un carattere permanente: quello della mutevolezza». Ed è «un territorio giovane e fragile». Il delta del Po – ha proseguito – è un territorio frammentato, non è in realtà un vero delta ma un territorio dove vi sono pezzi di delta». È stato l’antropologo indiano Amitav Ghosh – soprattutto nel suo saggio “La maledizione della noce moscata (2021)” – a parlare di “terraformazione” (terraforming), vale a dire la trasformazione strutturale del territorio e l’imposizione di un modello estrattivo. È ciò che, secondo Farinella, è avvenuto con le bonifiche nel Ferrarese:«invece di convivere con la natura, di trovare con essa un equilibrio, dalla rivoluzione industriale si pensa che con la tecnica la natura si possa dominare». E oggi – anche nel nostro territorio – «urbanizzazione, cementificazione e consumo del suolo sono addirittura in aumento. La stessa strada Acciaioli è stata pensata come “diga”», cioè come parte del sistema di sbarramento e gestione del rischio idraulico contro le maree, ma «tra essa e il mare si è urbanizzato pesantemente». 

Servono, quindi, «politiche territoriali strutturali», che ad esempio ripristino «un sistema dunoso continuo» e «nei Lidi bisognerebbe arrestare l’urbanizzazione, arretrare gli stabilimenti balneari sul limite della pineta, spostare oltre i parcheggi delle auto. Non serve invece a nulla – ha concluso Farinella – rafforzare gli argini dei fiumi o togliere alberi – o men che meno dare la colpa alle nutrie – ma sarebbe importante lasciare più spazio ai fiumi».

Oddi si è invece soffermato sull’ambito della gestione idrica, presentando nuovamente la campagna pubblica del Forum Ferrara Partecipata, di cui è rappresentante (si veda la “Voce” del 27 marzo 2026 ):«è ora – ha detto – di superare qualsiasi logica privatistica, di accaparramento nella gestione dell’acqua. Nel pieno di una crisi climatica dove anche nel nostro territorio assistiamo a sempre più frequenti fenomeni alluvionali, siccitosi e all’innalzamento del livello del mare, solo un intervento pubblico ragionato e strutturale può limitare i danni». E ciò vale anche per la gestione del servizio idrico. Visione confermata ampiamente dal referendum del 2011 ma poi disattesa a livello legislativo e territoriale. InItalia – ha proseguito -, «nei 10 Comuni capoluoghi di provincia con tariffe dell’acqua più alta, vi è una gestione privata del servizio, mentre in 8 dei 10 Comuni con tariffe più basse, vi è una gestione pubblica». E i privati – a differenza di ciò che era sostenuto – fanno anche «meno investimenti rispetto al pubblico, tanto che a livello nazionale le perdite idriche sono il 40% del totale». 

Iren, A2A, Hera e Acea sono le quattro multiutility in situazione di quasi oligopolio nel centro-nord del nostro Paese: Iren è infatti presente perlopiù in Liguria e Piemonte, A2A in Lombardia, Hera in Emilia-Romagna e Triveneto, Acea in Lazio e Toscana. Sono multiutility miste pubblico-privato «dove pochi soci fanno molti profitti e sono anche quotate in borsa. Hera, ad esempio, nel periodo 2019-2023 ha fatturato 1milardo e 700 milioni di utili e diviso fra i propri soci ben 900 milioni di dividendi». 

A fine 2027 scadono le concessioni del servizio idrico in provincia di Ferrara (oltre a Bologna, Modena e Parma), con 11 Comuni del Basso Ferrarese dove opera CADF (a totale capitale pubblico), mentre nel Comune di Ferrara e in altri 9 dell’Alto Ferrarese il servizio è gestita da Hera. 

La proposta della petizione del Forum Ferrara Partecipata è di creare un’unica azienda pubblica in tutta la nostra provincia, composta da CADF e ACOSEA Impianti srl, o di lasciare CADF nel Basso Ferrarese e di sostituire Hera con ACOSEA (che è pubblica) nel resto del territorio.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 aprile 2026

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Città, luogo di dominio o di condivisione?

22 Apr

SPAZIOCIDIO. Il terzo dei quattro incontri del ciclo a Ferrara: dalla polis greca alle utopie concrete di Capitini e Dolci, passando per la nascita delle moderne metropoli

di Andrea Musacci

La città come luogo di conflitti sani e di distruzione, di mercificazione e di condivisione. È su queste contraddizioni che lo scorso 17 aprile in Biblioteca Ariostea a Ferrara si è riflettuto per il terzo dei quattro incontri del ciclo “Spaziocidio: dalla Palestina alla metropoli globale”. 

Sul tema “Urbanistica di pace o di guerra? Elusività e limiti della disciplina” sono intervenuti Francesca Leder (urbanista, Università di Ferrara) e Alfredo Morelli (Laboratorio per la Pace, Università di Ferrara). Mentre la breve conclusione è spettata a Chiara Tarabotti (Rete per la Pace Ferrara), è stato Henry Gallamini, anch’egli della Rete per la Pace, a introdurre gli interventi dei relatori. «La città – ha detto Gallamini – non è solo qualcosa di fisico ma è fatta di relazioni». George Simmel in “La metropoli e la vita dello spirito” rifletteva su come la metropoli moderna sia prevalentemente «spazio di produzione e scambio di merci». E di persone: infatti, conseguenza di ciò è che «ognuno diventa un consumatore». Ma la metropoli è da sempre anche «luogo di libertà, di emancipazione e di pacificazione», quest’ultima intesa come «gestione democratica e razionale del conflitto».

A ciò si oppone la città come «spazio per la guerra», guerra che colpisce non tanto gli edifici e le infrastrutture ma appunto «l’urbanità», cioè la vita, le relazioni. E, embrione della guerra, è il modello «securitario» di città, nel quale la sicurezza non riguarda «la tutela dei diritti fondamentali» della persona e della collettività, ma colpisce soprattutto coloro che sono «marginalizzati».

Al contrario, per Francesca Leder, «fine dell’urbanistica dovrebbe essere quello di costruire orizzonti nuovi, migliorando le condizioni di vita delle persone». Già nel 1944 – in pieno conflitto mondiale – l’arch. Giorgio Rigotti pubblicava il volume “Urbanistica di guerra? No…Urbanistica di pace”; ma la questione della città come luogo di conflitto positivo già si pone fin dagli albori dei moderni agglomerati urbani, nel XIX secolo, in quegli anni nei quali la città diviene «teatro della lotta di classe o di gruppi diversi». Gruppi che  hanno come scopo principale quello del «dominio dello spazio» (quindi la sua organizzazione e gestione): per le classi subalterne, questo significava (e significa) «difendere quel poco che hanno».

Nel tempo, però, la città moderna di viene sempre più «problema sanitario, politico-sociale ed economico».Da qui, l’architettura e l’urbanistica diventano veri e propri «strumenti politici».

Due casi paradigmatici di questo discorso sono le città di Parigi e di Barcellona. Nella capitale francese – descritta anche in Angelus novus di Walter Benjamin, il progetto di Haussmann fra il 1852 e il 1869 punta a «calmare le rivolte e le inquietudini urbane attraverso una ridefinizione urbanistica sostanzialmente militare», per «neutralizzare il conflitto urbano». «Pratiche belliche – funzionali all’eventuale ingresso dell’esercito – furono, infatti, la ridefinizione delle sezioni stradali, l’apertura delle piazze, il ripensamento degli edifici nella loro altezza, l’intervallare spazi pieni a spazi vuoti». E, non meno importante, «il trasferimento forzato del proletariato nei sobborghi», anticipazione delle banlieue. Nasce così la Parigi «città-merce, dominata dalla speculazione del grande capitale finanziario», con «l’alienazione di parte della popolazione all’esterno». Anche in contrasto a questa idea di città, nascerà nel 1871 l’alternativa utopica della Comune.

Caso diverso, invece, quello di Barcellona, col progetto di una nuova città ideato da Ildefonso Cerdà, il cui piano regolatore, a differenza di quello di Haussmann, «non prevedeva nessuna forma violenta di trasformazione», ma cercò di «favorire la socialità, diminuendo le differenze sociali».

Da qui la convinzione, riferita al presente, che l’urbanistica «possa tornare ad avere un ruolo positivamente politico, non meramente tecnico».

Il salto nel Novecento l’ha poi compiuto Alfredo Morelli, mettendo in relazione tra loro il pensiero di due protagonisti del movimento nonviolento italiano, Aldo Capitini e Danilo Dolci, col pensiero greco antico. Riprendendo alcune riflessioni dello dell’urbanista statunitense Lewis Mumford espresse in Storia dell’utopia (1922),Morelli ha spiegato come la storia delle città sia un continuo conflitto fra le «utopie di fuga» – che creano «un ambiente fittizio, un idolo che sostituisca il mondo esterno» – e le «utopie di ricostruzione», con l’intento di assicurare «un sollievo futuro». 

Riprendendo opere di Omero ed Esiodo, il relatore ha riflettuto sulla possibilità di «costruire – o tornare a – un’armonia, un equilibrio dell’uomo con la natura, in cui l’uomo possa essere risparmiato dalle sue fatiche». Un’idea – o illusione – sempre presente, fondata sulla convinzione che «la téchne possa avvicinare l’uomo a una condizione edenica».

In questo percorso, è importante innanzitutto ricordare come nell’antica Grecia fosse fortissima «la concezione dello spazio urbano come spazio politico», quindi del possibile e auspicabile «buon governo». Un ideale utopico, quindi «un’idea a cui tendere» è quindi quest’ultima, «minacciata non tanto dalla guerra esterna quanto dalla stasis (guerra civile) interna, dal dissidio al proprio interno, dalla dialettica socio-economica». Una dialettica, un conflitto necessari per la vitalità democratica delle città. 

Il legame col pensiero utopico nonviolento è dunque interessante, e pone questa conflittualità appunto oltre la tentazione della violenza e della sopraffazione: per Capitini, «l’azione politica deve realizzare l’omnicrazia, il potere di tutti, partendo – attraverso l’azione nonviolenta – dal basso, dalle periferie, dalle piccole comunità, creando tra loro reti orizzontali». Insomma, prendendo sempre le mosse da «unità territoriali basate su piccoli numeri», luoghi dove vivere ed esplicare «la comunanza, la vicinanza, la storia». A tal proposito, scrive Capitini in un testo raccolto postumo, nel ’69, nel volume Il potere di tutti: «la prova della propria maturazione per l’omnicrazia si ha quando ci si entusiasma al pensiero di portare il proprio lavoro in uno dei tanti modesti paesi, piccole città e borgate, dove pare che non ci sia nulla di vivo. Talvolta sono cittadine o borghi molto belli, per la posizione, per qualche torre o castello o chiesa antica e piazza». E la téchne dev’essere «funzionale a queste piccole comunità e alle piccole imprese».

Un discorso simile lo aveva sviluppato Danilo Dolci quando contrapponeva il «potere diffuso» – quindi la politica – al «dominio inteso come azione di controllo e di sfruttamento». Da qui, l’idea di utopia come «processo di perenne tensione, di continua analisi e trasformazione del conflitto attraverso l’azione nonviolenta». Puntando a un modello di «città-territorio» composto da «piccole comunità», col «centro che rimane luogo di incontro, di condivisione».

Oggi – si è giustamente domandato alla fine Morelli -, nelle nostre società avanzate, un modello così è ancora possibile? Urge sempre più una riflessione al riguardo.


L’ultimo appuntamento di “Spaziocidio” è in programma il 4 maggio alle 17.30 a Libraccio con la presentazione del libro di Francesco Chiodelli “Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana”.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 aprile 2026

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(Foto Indo – Pexels)

Domicidio nelle città autoritarie: il caso del Grattacielo di Ferrara

11 Apr

Articolo di Alfredo Alietti (Sociologo), Andrea Musacci (Giornalista), Romeo Farinella (Professore ordinario di Progettazione urbanistica)

Si chiama “domicidio” ed è una pratica sempre più diffusa, in zone di conflitto armato ma anche nelle nostre città: è la distruzione sistematica delle abitazioni, la scomparsa dello spazio di vita raffigurato dalla casa, dalla domesticità. È la concretizzazione di precise politiche di esclusione in seguito a episodi traumatici come eventi naturali o conflitti; ma è anche l’esito, e forse l’obiettivo, di sfratti e sgomberi legati a una visione esclusiva e autoritaria degli spazi urbani e determinati da una morosità incolpevole. Vittime ne sono sempre più larghe fasce di famiglie in condizioni di vulnerabilità.  

Quanto sta accadendo a Ferrara dall’inizio di questo anno attorno al Grattacielo ne è la più evidente rappresentazione. I fatti, innanzitutto. 

Leggi l’articolo intero sul sito di “Libertà e Giustizia”.

«Parte del Ferrarese sotto il mare? Scenario possibile. Le cause sono la crisi climatica e l’urbanizzazione»

4 Apr

Alessandro Bondesan (Consorzio di Bonifica) è intervenuto a Ferrara

In controtendenza rispetto agli ultimi millenni, da un po’ di tempo il Mar Adriatico non sta arretrando nei confronti delle coste, ma viceversa si sta mangiando pezzi del nostro territorio. Da Grado a Cesenatico, entro il 2050 tutta la costa potrà andare sott’acqua. È l’allarme che ancora una volta viene lanciato da un esperto in un incontro pubblico. Lo scorso 25 marzo, infatti, la Sala dell’Arengo del Municipio di Ferrara ha ospitato l’iniziativa sul tema “Evoluzione climatica, ambientale ed antropica nel territorio ferrarese”, che ha visto come relatore Alessandro Bondesan, Ingegnere Civile Responsabile del Settore Sistema Informativo Geografico del Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara. L’iniziativa è stata organizzata da Caschi Blu della Cultura e A.N.F.I. (Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia).

Il nostro territorio in località Le Contane è il punto più basso in Italia, 4,75 metri sotto il livello del mare. Ma i cambiamenti climatici porteranno conseguenze gravi che già iniziamo a vedere. Tra il 1981 e il 2010 la temperatura media annua è infatti cresciuta di 1,1°, a causa del gas serra. Prima, per salire di 1,7° ci aveva messo un secolo. E quest’innalzamento delle temperature sta portando e porterà sempre più all’innalzamento del livello del mare. «Nel Ferrarese, ma non solo, viviamo quindi sempre più nel cosiddetto “Clima di alta energia”». Cosa significa, lo sappiamo bene: oltre a eventi estremamente eccezionali come l’alluvione del maggio 2023, «viviamo estati torridi, alternarsi di siccità e di allagamenti, venti molto forti, pochi episodi piovosi ma di intensità altissima e con grandine». Per non parlare del diffondersi della zanzara tigre che sta soppiantando quella “tradizionale”, del dominio del granchio blu e del diffondersi del cosiddetto “cavolo del Nilo” (o “lattuga d’acqua”). «Aumentano, quindi, i rischi idrogeologici e idraulici, abbiamo meno acqua disponibile, e aumenta il consumo di energia», ha proseguito Bondesan. 

Lo scenario futuro immaginato dal relatore è questo: «nell’ipotesi di noncuranza di dighe e canali, nel 2100 Portomaggiore tornerebbe a essere un porto e Porto Garibaldi sarebbe raggiungibile solo in barca». Bondesan ha però voluto concludere il proprio intervento con alcune proposte urgenti e comunque di buon senso, valide per l’intero territorio nazionale. Innanzitutto, «limitare il consumo di suolo», contenere quindi l’urbanizzazione: nel Ferrarese dal 1972 al 2024 le aree urbanizzate sono aumentate del 42%. Un aumento ingiustificato visto il calo della popolazione dell’11%. E in Regione i dati dell’urbanizzazione sono ancora superiori, soprattutto nel modenese, a Rimini e Bologna. «Bisognerebbe, poi, permettere le estrazioni di gas metano solo oltre le 9 miglia dalle coste». E ancora: «ridurre gli sprechi di acqua dolce, migliorare il ricircolo delle acque di irrigazione, riutilizzare l’acqua di scolo dei depuratori urbani, migliorare l’efficienza delle tubazioni, aumentare le vasche di accumulo, tutelare i maceri». Infine, «potenziare gli impianti idrovori, tutelare la biodiversità, approfondire e allargare i canali di bonifica e aumentare gli aiuti statali».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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(Foto: Image Hunter – pexels.com)

Le città luogo privilegiato per la guerra: da Dresda a Gaza, la morte delle leggi e dell’umanità

2 Apr
Foto Jaber Jehad Badwan – Wikipedia (urly.it/31f9ss)

SPAZIOCIDIO. Il 23 marzo il secondo incontro del ciclo organizzato da Rete Pace e Laboratorio Pace – UniFe. Relatori, Gianfranco Franz e Alessandra Annoni: «le ecatombi urbane di ieri e di oggi, contro ogni norma di diritto internazionale»

di Andrea Musacci

Siamo abituati a immaginare la città come spazio di incontro, spazio vitale, di flussi di persone e merci. Ma in molte parti del mondo è ancora oggi spazio da conquistare, da saccheggiare, da distruggere.

Su questo lo scorso 23 marzo in Biblioteca Ariostea a Ferrara hanno riflettuto Gianfranco Franz (pianificatore, Università di Ferrara) e Alessandra Annoni (giurista, Dipartimento di Giurisprudenza di UniFe). L’incontro “La città nella storia: da nicchia ecologica dell’umanità a vittima di conflitti” è il secondo del ciclo dal titolo “Spaziocidio: dalla Palestina alla metropoli globale”, ed è stato introdotto da due dei curatori dello stesso, Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara) e Alfredo Morelli (Laboratorio per la Pace, UniFe).

Il concetto di città come «nicchia ecologica dell’umanità» è una definizione coniata dall’urbanista Francesco Indovina nel 1999. Per «nicchia ecologica» si intende «una porzione di ecosistema dove alcune specie convivono e si sviluppano», ha spiegato Franz. Per Indovina, la città da alcune decine di migliaia di anni è luogo dove si concentrano alcune delle relazioni dell’homo sapiens: il potere, la ricchezza, la conoscenza, l’innovazione tecnologica, gli scambi. «E ciò oggi è ancora più forte, dato il continuo aumento di residenti – a livello mondiale – nelle città». Franz ha poi citato il libro Spaziocidio dell’architetto israeliano Eyal Weizman (riedito nel 2022) e Jane Jacobs, antropologa e attivista USA morta nel 2006, che negli anni Sessanta denunciò le trasformazioni immobiliari a New York. In particolare, studiò l’uso delle infrastrutture come «strumento di separazione classista e razzista all’interno delle città», il cosiddetto zoning. «E oggi anche Israele sta usando l’urbanistica per separare, segregare, allontanare i palestinesi», ha commentato il relatore.

Dall’altra parte, per Franz, «nella storia grazie alla città abbiamo raggiunto determinati livelli di civilizzazione, di libertà, occasioni di lavoro, di emancipazione e di incontro per masse di persone». Ma la città è anche «il luogo privilegiato per scatenare le guerre». Si pensi alle bombe israeliane sul Libano, e al «tentativo di Israele di controllare il fiume Litani» per appropriarsi dell’acqua, come del gas metano nel mare: il governo israeliano sta infatti considerando di terminare l’accordo con il Libano sul confine marittimo, come dichiarato dal Ministro Eli Cohen. Accordo che fu stipulato, con la mediazione USA, da Libano e Israele, e col quale si decise che il giacimento di gas di Karish sarebbe andato a Israele e quello di Qana al Libano. Franz ha poi citato altri casi di guerre nelle città, da quella ad Aleppo, in Siria, nel 2015, nella guerra scatenata nel 2011 dall’allora presidente Obama e dalla Segretaria di Stato Hillary Clinton, «che armarono l’ISIS provocando la reazione dell’altro potere criminale, quello di Assad». Vi è poi la guerra in Libia, o in Afghanistan dal ‘79. E i 38mila attacchi aerei compiuti dalla NATO (senza mandato ONU) nel 1999 sulla Repubblica Federale di Jugoslavia, inclusa la capitale Belgrado, attacchi durati 78 giorni e avvallati anche dall’allora Governo D’Alema, che vedeva l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel doppio ruolo di Vicepresidente del Consiglio e Ministro della Difesa. Senza considerare «anche l’uso di proiettili all’uranio impoverito». Proseguendo, Franz ha citato la prima guerra nel Golfo, dal ’92 al ‘96 l’assedio di Sarajevo e andando più indietro nel tempo i massicci bombardamenti “occidentali” su Dresda, Berlino, Leningrado e Stalingrado. E le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki (la prima all’uranio, la seconda al plutonio): «bombe gettate anche come sperimentazioni, per testarne gli effetti». Due casi evidenti di «fine della città come “nicchia ecologica”»: due casi di «ecatombi urbane».

«Esistono comunque norme che regolamentano la guerra urbana, anche se in molti casi non vengono applicate», ha spiegato Annoni. A partire dal Regolamento dell’Aja del 1907, contro il bombardamento di città non difese e contro il saccheggio; e la IV Convenzione di Ginevra del 1949, che riguarda anche la protezione dei civili in territori occupati, cioè di persone non attive militarmente nel conflitto armato. E oltre a queste norme, «esiste un non codificato “diritto delle genti”, cioè principi di umanità fondamentali a protezione dei civili, dei beni civili, dei beni culturali, dei beni di culto, degli ospedali e di edifici ritenuti indispensabili per la sopravvivenza delle popolazioni». Un problema a parte è quello riguardante il tema dei cosiddetti “scudi umani” – involontari o volontari -, «anche se nella guerra urbana è spesso difficile distinguere i primi dai secondi». Le norme internazionali condannano anche gli attacchi indiscriminati e i bombardamenti a tappeto, e tutelano il principio di proporzionalità, per evitare o limitare i “danni collaterali”. Esiste poi il principio di precauzione e quello di umanità. Ma la realtà è che la guerra per sua natura è quasi sempre cieca, perché antitetica, ad ogni norma morale più o meno codificata.

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Se la turistificazione rende le città un brand

La gentrificazione di ieri e di oggi è stata al centro di un Seminario di Peace Studies, il Dottorato Nazionale in Studi per la Pace, svoltosi in modalità mista lo scorso 25 marzo e che ha visto come relatore Franz, pianificatore di UniFe. Franz ha riflettuto su “Le città fra dinamiche sociali e di mercato. Il confronto fra un classico degli studi urbani e l’opera di ‘un debuttante’ ” e l’incontro è stato moderato da Giuseppe Scandurra (docente di Antropologia a UniFe). I due libri citati nel titolo sono Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane di Jane Jacobs e Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano (L.A.D., 2025) di Antonio Di Siena.

Jane Jacobs è stata un’antropologa e sociologa urbana, trasferitasi dalla Pennsylvania ai bassifondi – slum – di New York, in particolare a Greenwich Village. Siamo negli anni ’60 e gli USA vivono un momento di crescita economica. Contrapposto a Jacobs c’è Robert Moses, urbanista e pianificatore urbano, «incarnazione del capitalismo modernista – ha spiegato Franz -, che capì la centralità dell’automobile nello sviluppo statunitense e ideò quindi ampie arterie di comunicazione, vere e proprie autostrade dentro New York. Per questo progettò di demolire alcuni quartieri popolari, nei quali abitavano neri, italiani, proletari e piccolo borghesi. Un vero e proprio sistema di pulizia urbanistica, un’opera di zoning, cioè di segregazione urbanistica e quindi di creazione di ghetti etnici». Ma Jacobs si mise a capo degli abitanti di questi quartieri popolari, facendo nascere i primi organismi di partecipazione. Nel ’68 lei e i residenti riescono a vincere questa battaglia contro Moses e il suo progetto di sventramento e sopraelevazione. Ma non potranno vincere la guerra, con l’avanzare della gentrificazione/plastificazione dei loro quartieri, divenuti, soprattutto il Greenwich Village, luoghi turistici. «Un destino ben diverso da quello immaginato da Jacobs».

Dai danni del sistema capitalistico negli States a quelli nell’antica Europa, con l’analisi del libro di Di Siena: siamo in Grecia, Paese vittima delle politiche di austerità europee, un Paese distrutto, dopo la crisi di 15 anni fa, con «le privatizzazioni, la destrutturazione del mondo del lavoro, la morte dello stato sociale». E, effetto di tutto ciò, a livello urbanistico con un processo di gentrificazione/turistificazione che «ha permesso di requisire molti appartamenti – con gli ufficiali giudiziari chiamati dalle banche – poi venduti in aste digitali e spesso comprati da acquirenti/fondi esteri», con l’obiettivo di lucrarci trasformandoli in alloggi turistici. Pur nelle diversità, il parallelo con la New York dopo le lotte di Jacobs, è importante. Di Siena nel libro analizza infatti questi fenomeni di turistificazione di Atene, di altre località greche e del Sud Italia, raccontando gli sfratti nella capitale greco e introducendo il concetto di “Stato-merce”: «il turismo viene visto come volàno distorcente di un’intera economia e lo Stato diviene debolissimo, inesistente». Per questo, allo Stato è chiesto «di diventare un brand, di trasformare le città in merce, del tutto a servizio dei turisti e ignorando i bisogni reali di chi le abita». Abitanti che, di conseguenza, «sempre più arretrano e in alcuni casi vengono anche espulsi». Le città – ha chiosato Scandurra – «diventano location di eventi culturali, e il patrimonio (anche Unesco) spesso diviene spazio di natura commerciale e mediatico». Inevitabile pensare al centro di Ferrara e all’intera città sempre più ridotta a marchio da vendere ai turisti e agli investitori esterni, da ultimo con l’occupazione del Listone per il mega palco di Mediaset. E riguardo alle espulsioni degli abitanti, il pensiero non può non andare al Grattacielo, “ghetto” sacrificato sull’altare del profitto.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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«La guerra è fatta solo di vittime»: racconti dal mondo in conflitto

31 Mar

“Testimoni di guerra: operatori sanitari e giornalisti, bersagli sul fronte” il titolo del seminario svoltosi a Ferrara lo scorso 28 marzo

L’orrore della guerra, di ogni guerra, anche oggi, è stato il tema del seminario svoltosi la mattina dello scorso 28 marzo nella Sala ex Refettorio di San Paolo a Ferrara. Il Seminario dal titolo “Testimoni di guerra: operatori sanitari e giornalisti, bersagli sul fronte” è stato organizzato da Ordine Giornalisti e Fondazione Giornalisti Emilia-Romagna insieme a Ufficio Stampa del Comune di Ferrara, Assostampa FE e “Sanitari per Gaza – Ferrara”. Tanti i presenti. Dopo il saluto di Antonella Vicenzi di Assostampa Ferrara, ha introdotto il moderatore della mattinata Alessandro Zangara, giornalista, capo Ufficio Stampa Comune di Ferrara: «oggi – ha detto – nel mondo vi sono 55 fronti globali di varia intensità». Sono 541 i giornalisti uccisi dal 2020 al 2026 su fronti di guerra; e sono numeri in continuo aumento, con 124 giornalisti uccisi nel 2024 e 127 nel 2025. Attualmente sono stimati fra i 500 e i 700 i giornalisti detenuti nel mondo. Sono invece oltre 850mila i civili uccisi nelle guerre dal 2020 al 2026 e 3283 gli operatori sanitari uccisi sui fronti nello stesso periodo, anche in questo caso in aumento (900 nel 2024 e 1100 nel 2025).

Nello Scavo è da tempo giornalista inviato per Avvenire in Ucraina, da pochi giorni invece a Beirut in Libano, da dove nella notte ha registrato un video intervento per l’incontro di Ferrara. «In questi anni – ha detto Scavo – il mestiere di giornalista è molto cambiato, ci sono nuove sfide, derivanti soprattutto dal fatto che i giornalisti sui fronti di guerra rischiano la vita nonostante siano tutelati dal diritto internazionale». Così è anche a Gaza, «dove Israele ci impedisce di accedere, dove da mesi continua a spacciare fake news, e dove le informazioni che ci arrivano, ci arrivano dai palestinesi, molti dei quali sono oppositori di Hamas e da Hamas perseguitati: di alcuni di loro, infatti, non si sa più nulla, sono spariti». In Ucraina, invece, «soprattutto nel lato russo troviamo difficoltà ad accedere, e soprattutto dopo aver denunciato il rapimento di molti bambini ucraini da parte dei russi». A proposito di mistificazione, «il governo russo ha, ad esempio, provato a negare le fosse comuni a Bucha». E la scritta “press” stampata sul giubbotto antiproiettili indossato dai giornalisti ormai lì e in altri teatri di guerra «è diventato un bersaglio». Ma – ha aggiunto Scavo – «a volte siamo bersagli anche nei Paesi democratici»: in Italia, per esempio, «a volte certi giornali pubblicano intercettazioni che riguardano giornalisti, o vi sono indagini e denunce a loro carico, per screditarli, intimorirli, o per intimorire le loro fonti. Questi atteggiamenti rappresentano un attentato alla democrazia».

Sebastiano Caputo è invece il fondatore di Magog, collaboratore de Il Giornale e Dissipatio, e inviato su vari fronti di guerra fra cui Siria, Iran, Russia, Etiopia. In collegamento da Roma ha spiegato la sua esperienza in Siria nel 2021, quando c’era lo Stato Islamico e poi in Afghanistan col ritorno dei talebani. Caputo ha poi analizzato l’esplodere di Instagram come «medium comunicativo che privilegia l’immagine», e le conseguenze di ciò: «gli stessi giornalisti sul campo diventano influencer» o questi «vengono usati come uniche o maggiori fonti dai giornali, anche per il fatto che con la crisi delle vendite gli editori sono tentati di tagliare gli inviati di campo», più “costosi” rispetto agli altri giornalisti. 

A seguire, sono intervenute Enrica Sanna e Alessandra Lazzari della Croce Rossa di Bologna hanno invece riflettuto sul concetto di Diritto Internazionale Umanitario, diverso rispetto al Diritto Internazionale in quanto quest’ultimo regolamenta la comunità internazionale mentre il primo limita i mezzi e i metodi di guerra, imponendo regole alla condotta bellica, proteggendo quindi i civili, il personale sanitario e i soldati feriti o prigionieri. Poi, Silvia Bortolazzi (Sanitari per Gaza – Ferrara) ha introdotto le testimonianze di Ettore Mazzanti, referente Medici Senza Frontiere Emilia-Romagna e di Francesca Di Vece, medico, referente Emergency Ferrara. Mazzanti ha citato alcune guerre terribili come quelle in Sudan, Sud Sudan e Haiti, «Paesi con crisi umanitarie gravissime ma di cui i media principali non parlano», per poi riflettere sulla impossibilità, in molti casi, di poter denunciare tutti i soprusi: «anche noi di MSF non possiamo dire tutto», non per vigliaccheria ma «per impedire che gli Stati responsabili ci caccino impedendoci di svolgere il nostro servizio». È un «compromesso purtroppo necessario, che siamo costretti, ad esempio, a fare anche a Gaza». Di Vece ha poi ricordato che «non esiste una “guerra umanitaria”» perché «l’unica realtà delle guerre sono le vittime» e che «la vera sfida oggi è di raccontare tutti i conflitti, non solo alcuni». Poi, alcuni dati: a Gaza 1 kg di farina ha avuto un aumento di prezzo del 1216% e il 90% degli abitanti è sfollato: «non sono quindi rispettati il diritto al cibo e alla casa». In Ucraina milioni di persone non hanno l’energia elettrica, in Sudan 12 milioni di persone han dovuto lasciare la propria abitazione, e in Afghanistan ci sono 14milioni di mine antiuomo che mettono a rischio la vita di 4milioni di persone. Ma nel mondo le spese militari sono in aumento, 2400 miliardi di dollari, contro i “soli” 224 miliardi spesi per la cooperazione.

Ha preso poi la parola Riccardo Corradini, chirurgo all’ospedale Santa Chiara di Trento, nel 2019 il primo studente occidentale a svolgere l’Erasmus in una università di Gaza, la Islamic University of Gaza. Citando dati OMS del febbraio scorso, a Gaza sono 18 gli ospedali deliberatamente distrutti dall’esercito israeliano, più altri colpiti. Ad essere attaccata, quindi, «è la stessa possibilità di essere curati»: è una delle forme delle cosiddette “morti indirette” (secondo The Lancet, a Gaza nell’ordine di 600mila). Gaza dove «si è sdoganata la possibilità di sterminare operatori sanitari, medici e giornalisti» e dove sono 18500 i pazienti critici (di cui 4mila bambini) che non riescono a ricevere cure adeguate. Per non parlare della «distruzione di scuole e università, delle oltre 320mila case danneggiate, e del milione di persone che ancora oggi vivono nelle tende, con danni respiratori permanenti e la “condanna a morte” conseguente dei più fragili, cioè bambini e anziani». Corradini ha poi raccontato della sua esperienza lo scorso settembre nell’equipaggio della nave Coscience per portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, compresi gli assorbenti per 1 milione di donne, «che da 2 anni non ne possono avere. Noi dell’equipaggio – ha poi denunciato – abbiamo subìto violenze fisiche e psicologiche in carcere dai militari israeliani: se hanno fatto ciò a noi occidentali, non oso immaginare cosa fanno ai palestinesi…». Infine, ha chiarito: «la marina israeliana non aveva nessun diritto di impedirci l’accesso perché non ha il potere di controllo nel mare davanti Gaza e inoltre eravamo operatori sanitari e quindi non avrebbero potuto bloccarci e arrestarci».

Un’altra dura denuncia è poi arrivata da Angelo Stefanini, medico volontario del PCRF – Palestine Children’s Relief Fund, già direttore OMS per i Territori Palestinesi Occupati: «l’occupazione e l’apartheid di Israele – ha detto – sono la causa della povertà e della crisi umanitaria a Gaza e questa occupazione è legittimata da tutti gli Stati che non fanno pressione su Israele affinché cambi atteggiamento e gli forniscono aiuti e assistenza». Stefanini ha poi criticato il cosiddetto “umanitarismo”, cioè il pensare che l’assistenza umanitaria possa sostituire la critica e la trasformazione politica: «l’umanitarismo considera le persone solo come vittime e non come profughi o oppressi» e «non permette fondi per progetti di sviluppo a lungo termine». Lo stesso blocco di Gaza dal 2007 da parte di Israele è un vero e proprio «assedio umanitario».

L’ultimo intervento è stato quello di Bahia Hakiki, neurologa e docente all’Università di Firenze, co-fondatrice dei “Sanitari per Gaza”: «la tortura a Gaza – che è sempre più sistemica e normalizzata – viene in particolare documentata dal 2024, e nel 2025 vi sono state 13 pubblicazioni sul tema, fra cui il report redatto da Francesca Albanese», Relatrice dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi. Inoltre, «spesso medici e operatori israeliani sono complici» di questo sistema di tortura, sistema che è «perlopiù a danno di detenuti e sempre più a danno di minori». Tortura che può essere fisica e/o psicologica e che da ottobre 2023 a oggi ha visto «la morte di una 90ina di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, coi corpi che spesso non vengono nemmeno restituiti alle famiglie o con detenuti che vengono liberati in condizioni psichiche gravi e senza avvisare i loro familiari». Fra le conseguenze della tortura, infatti, vi è «l’impoverimento dei circuiti cerebrali della persona». Questo sistema – ha concluso – «serve quindi a reprimere, da parte del colonialismo israeliano, ogni forma di dissenso e per affermare la propria supremazia». È una forma di «necropolitica, un sistema di morte, un tentativo di distruzione dell’umanità».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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Dietro le luci dello show sul Listone: disagi, proteste, paure ed esclusioni

27 Mar

Tra il primo e il secondo dei fine settimana nei quali il centro storico di Ferrara è svenduto a Mediaset per il suo doppio spettacolo “Battiti Live Spring” e “Super Karaoke”, vi diamo alcuni sprazzi di ciò che questo scempio sta portando. Nei giorni feriali, piazza Duomo è diventata parcheggio per alcuni furgoncini dello staff di Radio 105 (che continua a stazionare lì) e in seguito di cassonetti per la raccolta differenziata; sulla stessa piazza, una piccola area è stata recintata e usata come deposito. La Cattedrale ha dovuto modificare gli orari di alcune Messe, la Curia chiudere il venerdì pomeriggio e la giornata di sabato (come alcuni negozi). La Libreria Libraccio si trova davanti un tir rumoroso in quanto usato come generatore elettrico e il suo porticato nelle giornate dei concerti è stato chiuso fin dal pomeriggio. Venerdì 20, un tir che trasporta liquidi infiammabili attraversa via Mazzini e il passaggio di fianco al palco sul Listone. E dallo stesso, sono stati tolti tutti i lampioni (a parte uno) e ci chiediamo che danni possa subire non solo la Cattedrale ma anche il suo Museo.

Ancora: il Comitato Ferrarese Area Disabili ha denunciato: «quella che dovrebbe essere una festa della musica si sta trasformando in un esempio di esclusione a causa di una progettazione carente e di una gestione dell’informazione approssimativa». Inoltre, i non pochi turisti presenti (anche per le Giornate del FAI), sono straniti e si lamentano di come non riescano a godersi la città che han deciso di visitare. Italia Nostra, FAI e altre associazioni hanno denunciato: «Ciò che sta avvenendo in questi giorni nel centro monumentale di Ferrara supera ogni limite di tollerabilità per chi ha a cuore la storia, la bellezza, lo spessore culturale della nostra città». Ma il Sindaco Fabbri sul suo profilo Facebook ufficiale si preoccupa di scrivere: «sono già disponibili i gadget TIM, partner della manifestazione». Buon Karaoke.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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