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Essere fecondi, non produttori di morte

16 Nov

Teresa Bartolomei e Silvano Petrosino hanno riflettuto sul tema “Terra nostra? La casa dell’umano e l’ecocidio imminente”. L’incontro si è svolto on line il 12 novembre in occasione di Book City Milano: “passiamo da un’etica del successo a una della cura” per realizzare davvero l’abitare come “convivenza e accoglienza”

L’essere umano è chiamato a «coltivare e custodire» il pianeta dove abita, ma al tempo stesso è responsabile di gravi atti di ecocidio.
Su questa contraddizione, che chiama in causa la teologia e l’antropologia, giovedì 12 novembre hanno discusso Teresa Bartolomei, teologa dell’Università Cattolica di Lisbona, autrice del libro ”Dove abita la luce?” e Silvano Petrosino (in grande nell’immagine con Bartolomei e Monda), docente di Antropologia filosofica dell’Università Cattolica e autore del libro “Dove abita l’infinito: trascendenza, potere e giustizia?”. L’incontro è stato organizzato on line su You Tube, in occasione di Book City Milano, dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e dalla Casa editrice “Vita e Pensiero”. “Terra nostra? La casa dell’umano e l’ecocidio imminente” è il titolo assegnato al dibattito introdotto da Antonella Sciarrone Alibrandi, prorettore dell’Università Cattolica e moderato da Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano.
Per “ecocidio” – neologismo nato negli anni ’70 dopo la guerra in Vietnam – si indica la distruzione diffusa, grave e duratura dell’ecosistema a opera dell’uomo, tale da dover essere giudicata a livello internazionale. L’uomo con la sua tecnologia, quindi, ha spiegato Bartolomei, può diventare «una potenza di morte e non di vita». È stato papa Francesco con l’enciclica Laudato si’ a chiamare l’ecocidio peccato. Riguardo al Giudizio universale raccontato nella Bibbia, la relatrice ha spiegato come con esso «Dio salvi l’uomo dagli effetti gravi del male compiuto da quest’ultimo, effetti che rompono l’equilibrio universale e il patto tra Dio e uomo». Come credenti e donne e uomini di buone volontà «abbiamo questa grande responsabilità e speranza» e dunque «dobbiamo trovare insieme soluzioni condivise in modo che prevalga l’etica della cura e non della performance e dell’oggettivizzazione del creato». Come cristiani, «scopriamo chi siamo solo riportando alla luce il fatto che siamo a immagine e somiglianza di Dio. Diversamente, diventiamo produttori di morte».
È partito da Genesi 2, 15 invece Petrosino, in particolare dai verbi «coltivare» e «custodire», a suo dire esplicativi del vero senso dell’abitare: «abitare non vuol dire necessariamente dominare, possedere o distruggere ma è possibile, per l’uomo, che significhi coltivare». Detto questo, per Petrosino, richiamando Lacan, anche «il possesso e la distruzione rimandano per l’uomo alla sua ricerca di un’identità»: «il distruggere è una pulsione negativa ma comunque creazionistica». Il problema del creato rimanda quindi sempre inevitabilmente al problema del soggetto, dell’essere umano. Ma anche nella Bibbia dal giardino di Genesi si arriva poi sempre «alla città, cioè – ha proseguito il relatore – al miracolo possibile della convivenza e dell’accoglienza fra gli uomini». L’abitare è dunque «incontrare qualcuno che dica “ti voglio bene”». La terra, ha quindi concluso, «è nostra, perché siamo attori, non subiamo la vita, siamo chiamati a coltivare», ma al tempo stesso «non è nostra perché siamo in affitto, non ne siamo i proprietari» e allo stesso modo «non possediamo la verità intesa come certezza assoluta»: saper accettare questo significa «essere in pace con se stessi. Riscopriamo invece la verità come fecondità».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 novembre 2020

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Uno sguardo profondo sulla rivoluzione in atto: il libro “Riflessioni per tempi incerti”

16 Nov

“Riflessioni per tempi incerti” è il volume corale con riflessioni sulla pandemia edito da Festina Lente. Tra gli altri, ospita contributi del card. Josè Tolentino De Mendonca, di Chiara Giaccardi, Pietro Gibellini, Emilio Isgrò, Mauro Magatti, Alberto Maggi, Alessandra Smerilli e Franco Arminio

«Indietro non torneremo o, meglio, ci torneremo poco e male. Ci sarà un po’ di inerzia, un po’ di riluttanza, ma il passaggio è avvenuto». Le parole sono di Luciano Floridi, docente di filosofia, e fanno parte dell’importante volume corale appena pubblicato dalla ferrarese Festina Lente Edizioni di Marco Mari.
“Riflessioni per tempi incerti” è il titolo del libro che raccoglie gli interventi di 11 personalità, frutto di una serie di video-conferenze organizzate da marzo a ottobre scorsi dalla Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura con sede a Brescia.
Sono scrittori, poeti, biblisti, artisti, economisti e sociologi: Luigi Alici, Franco Arminio, Carlo Bellavite Pellegrini, Luciano Floridi, Chiara Giaccardi, Pietro Gibellini, Emilio Isgrò, Mauro Magatti, Alberto Maggi, Alessandra Smerilli e il card. Josè Tolentino De Mendonca.
«Anche in situazioni di estrema difficoltà, in cui il dialogo interpersonale è fortemente compromesso, crediamo resti vivo l’insegnamento socratico di chiedersi qual è il senso di ogni cosa che facciamo, del rapporto tra il proprio agire e la propria “città”, ovvero del vivere insieme agli altri», scrive nell’Introduzione del testo Filippo Perrini, Presidente della Cooperativa bresciana.
Ed è quello che, da angolature differenti, provano a fare tutte le persone coinvolte, per riflettere, in periodi diversi, dell’emergenza che stiamo vivendo, su cosa ci insegna questa pandemia a livello spirituale, sociale, economico e relazionale.
«È un tempo purificatorio», riflette il card. Tolentino De Mendonca. «L’immagine prometeica che noi abbiamo – l’immagine di una onnipotenza che la nostra società vende come propria auto rappresentazione – è completamente fallita». Dobbiamo quindi, prosegue, costruire «processi di coscienza su noi stessi» e «processi di conoscenza di Dio». Sui processi riflettono ad esempio anche i coniugi e sociologi Giaccardi e Magatti. È la prima dei due a scrivere: «quello che ci aspetta è un guardare avanti, un mettere in movimento dei processi».
E lo sguardo di ognuno dei contributi è radicalmente proiettato nell’avvenire: «non vedo più una Chiesa che va avanti organizzando grandi eventi», è il pensiero di Smerilli. «Forse abbiamo capito che dobbiamo lavorare per processi, innescare processi, e, passo dopo passo, arrivare alle persone e portare la buona notizia».
Ma la profondità orizzontale, verso l’altro e verso il futuro, non può non accompagnarsi alla profondità interiore, dentro di sé e a fondo nel pur tragico presente, che ci costringe a gettarci alle spalle ipocrisie e scorciatoie. «Non è vero che la fragilità è uno stato accidentale e transitorio (…). La fragilità è una condizione costitutiva delle creature e del creato», scrive ad esempio Alici, ed è Maggi a riflettere sul senso cristiano del morire e sulla rimozione della morte nella società moderna e in particolare in quella contemporanea. Una rimozione terribile, che ci interroga sull’importanza di riscoprire una verticalità nelle nostre esistenze: «la poesia è una sorta di sentinella del sacro», riflette il poeta Arminio. «Noi abbiamo bisogno di intensità. Abbiamo bisogno di lavoro, ovviamente, di regole. Questo lo sappiamo. Però, abbiamo anche bisogno di intensità, di sacro, di senso. Direi pure che abbiamo bisogno di Dio».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 novembre 2020

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La violenza sulle donne è anche economica

16 Nov

Il 13 novembre il primo degli incontri curati da Centro Ricerche Documentazione e Studi (Cds) Cultura e Centro Donna Giustizia di Ferrara

Oltre la metà delle donne vittime di violenza che si rivolgono al Centro Donna Giustizia (CDG) di Ferrara non hanno reddito o perdono il lavoro in seguito alla violenza subita. Nel 2020 in Italia in media ogni giorno ci sono oltre 3 denunce di violenze subite da operatrici sanitarie durante lo svolgimento del proprio lavoro.
Sono alcuni dei drammatici dati emersi dall’incontro svoltosi on line il 13 novembre sul canale Facebook del Cds (Centro Ricerche Documentazione e Studi) Cultura di Ferrara. L’occasione – in vista del 25 novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne – è stata la presentazione dell’Integrazione all’Annuario socio-economico ferrarese 2020, proposto dal Cds e quest’anno dedicato all’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e declinato secondo i suoi 17 obiettivi, motivo di assegnazione del patrocinio ASviS. L’Integrazione riguarda, appunto, nello specifico l’Obiettivo (Goal) 5, quello dedicato alla Parità di genere, e raccoglie testimonianze e riflessioni di 15 protagoniste delle istituzioni, della politica, delle associazioni in chiave locale, insieme a interventi di due esperte, Marcella Chiesi e Daniela Oliva.
L’incontro del 13 novembre, introdotto da Cinzia Bracci (Presidente Cds Cultura) e condotto da Annalisa Ferrari (Direttivo Cds Cultura), ha visto fra gli interventi quello di Paola Castagnotto del Centro Donna Giustizia: «l’essere vittima di violenza è una limitazione forte per le donne e per il loro contributo alla crescita della propria comunità. Vi è – ha proseguito – un’intima relazione tra la violenza economica e quella fisica e psicologica contro le donne: la seconda è l’esito estremo delle disuguaglianze di genere». Castagnotto ha poi esposto i dati qui sopracitati: «più della metà delle donne che si sono rivolte al CDG, dopo la violenza sono diventate disoccupate, e la maggior parte di loro non hanno reddito o hanno reddito basso: parliamo del 56% delle 217 donne che si sono rivolte a noi. Più della metà, quindi, ha subìto anche violenza economica», oltre a quella fisica-psicologica.
Dopo gli interventi dell’Assessora Dorota Kusiak e di Rosanna Oliva de Conciliis (Presidente Rete per la Parità e Referente per ASviS del Goal 5), hanno preso la parola Daniela Oliva (Istituto Ricerca Sociale), Marcella Chiesi e Roberta Mori (consigliera e Presidente Commissione Parità Regione Emilia-Romagna). Quest’ultima ha posto l’accento su come durante la pandemia in corso «molte sono le imprese femminili colpite dalla crisi e tanti i posti di lavoro delle donne andati perduti»: se il problema non viene affrontato, «questo arretramento del protagonismo femminile diventerà strutturale».
È stata poi Debora Romano, presidente sezione ferrarese Associazione italiana Donne Medico, ad accennare ai dati sopracitati riguardanti le operatrici sanitarie nel nostro Paese: sono 176mila le donne medico in italia. Dati del 2020 parlano di 5 denunce al giorno di violenze subite da operatori sanitari, 2/3 delle quali vedono vittime donne (perlopiù medici di base, guardie mediche e operatrici nei Pronto soccorso), quindi circa 1.100 in un anno. L’incontro si è concluso con gli interventi di Ilaria Baraldi (consigliera e vice Presidente Commissione Pari Opportunità Comune di Ferrara), Paola Peruffo (consigliera e Presidente Commissione Pari Opportunità Comune di Ferrara) e Liviana Zagagnoni (UDI Ferrara).
Il programma degli altri incontri in programma sul tema della violenza contro le donne organizzati da Cds Cultura e CDG si può trovare qui: https://www.cdscultura.com/it/blog/471-cds-cultura-e-cdg-centro-donna-giustizia-una-sinergia-di-impegni-condivisi
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 novembre 2020

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Studenti in fuga: crollo degli affitti a Ferrara

2 Nov

Ferrara è ancora una “città universitaria”? Sì, ma ormai a metà. Gli ultimi 8 mesi di emergenza sanitaria e la didattica on line l’hanno svuotata: appartamenti abbandonati, residenze universitarie mezze vuote. E si teme un ulteriore drammatico crollo nei mesi di dicembre e gennaio. Abbiamo incontrato proprietari e gestori di alloggi

di Andrea Musacci

Ferrara è Sede universitaria sin dal 1391: l’anno prossimo compirà ben 630 anni. Ma ci sono voluti oltre sei secoli perché potesse ottenere anche il “titolo” di “città universitaria”. Titolo che si è guadagnato all’incirca da una ventina d’anni, in maniera sempre maggiore: la nostra, infatti, è una città a misura di persona, non eccessivamente grande, percorribile in bicicletta e, nonostante tutto, tranquilla. Il suo Ateneo si è affermato negli anni per la qualità di diversi Corsi di laurea, riconosciuti come tale da tanti giovani provenienti dagli angoli più disparati della Penisola e non solo.
Una città nella città è il mondo universitario estense, un mondo vivo, che arricchisce – si spera non solo economicamente – il tessuto urbano. Una babele di accenti e cadenze di ogni risma, un’irruzione di vitalità, giovinezza e creatività positiva, non inficiata da alcuni problemi connessi – forse in parte inevitabili – ma comunque, ci permettiamo di dire, “veniali”. Problematiche legate ad esempio alla cosiddetta Movida, con gli ormai caratteristici scontri con i residenti e le conseguenti diatribe politiche e di categoria. Un’esuberanza che, da 20 anni, si spera sempre si trasformi in valore aggiunto per Ferrara: se lo augurano spesso gli studenti stessi, almeno quelli che sognano di trasferirsi nella nostra città, perché rimasti affascinati o per scappare da terre ancor più sonnolente e prive di opportunità lavorative. E lo sperano tanti in città, che in loro vedono il futuro, o almeno una parte importante del futuro di Ferrara, località sempre più anziana, sempre meno ricca e da sempre inchiodata all’etichetta di località provinciale, assopita per sua natura, come incantata fra le nebbie e i fantasmi – e i fasti – del passato.
Così si poteva ragionare, di sicuro, almeno fino a inizio 2020. Poi è arrivata quest’emergenza e una situazione drammatica che ancora sconvolge e minaccia le nostre esistenze. E allora molte studentesse e studenti che avevano scelto di trasferirsi qui per studiare e laurearsi hanno avuto paura: paura del contagio, di vivere il lockdown di marzo e il semi-lockdown attuale in totale solitudine o quasi, sicuramente lontani da famigliari e affetti radicati. E con la paura che il virus facesse diventare il sogno concreto dei loro primi vent’anni null’altro che una continua e triste preoccupazione, ad esempio, per un alloggio che costa senza essercene la necessità, o perlomeno l’urgenza, visto l’uso massiccio della Didattica a distanza. E così la paura si è insinuata in tanti di loro: i primi a partire, lo hanno fatto a fine febbraio. Fra questi, molti avevano approfittato dei giorni di intervallo tra la fine della prima sessione d’esami e l’inizio del secondo semestre, per tornare in famiglia. Il lockdown li ha obbligati a rimanere dov’erano. Altri sono tornati a Ferrara tra maggio e giugno, altri ancora in estate. E una parte non irrilevante ha fatto nuovamente rientro nella propria località d’origine nelle ultime settimane, dopo i tre Dpcm del Governo di ottobre, una volta accertata l’avvilente possibilità di nuove restrizioni, di un coprifuoco e, chissà, di un altro futuro lockdown.
Scelta magari, nelle ultimissime settimane, ancor più confermata dalle chiusure di bar, locali e ristoranti alle 18: un incubo per un 20enne, abituato spesso a iniziare la serata non prima delle 21.
Per la seconda parte del Focus che abbiamo scelto di dedicare al mondo universitario ferrarese (la prima è uscita nello scorso numero, l’ultima uscirà la prossima settimana), abbiamo dunque scelto di indagare sulle conseguenze sugli alloggi e le residenze di questa “fuga” degli universitari da Ferrara.

ER.GO: a ottobre 65 rinunce, 15 studenti torneranno nel 2021

Partiamo dalle residenze gestite da ER.GO, l’Azienda Regionale per il diritto agli studi Superiori, che nella nostra città si occupa direttamente dei posti letto nelle Residenze (con stanze singole, camere doppie o monolocali) in via Guido d’Arezzo, via Darsena, via Mortara, vicolo Santo Spirito (Santo Spirito e San Matteo), via Ariosto (Santa Lucia), via Savonarola e via Coramari. Con rette o tariffe, per studenti in graduatoria o ospiti (e compresi i mesi di dicembre e gennaio in cui ci sono ribassi) che vanno dai 133 ai 342 euro mensili.
Elisa Bortolotti è la Responsabile per ER.GO della Gestione Graduatorie e servizi per l’accoglienza di Ferrara. Specificando che «l’assegnazione degli alloggi è un fatto dinamico e la situazione assestata potrà avvenire solo a fine anno», ci comunica che a ottobre 2020, 285 studenti sono stati assegnati nelle Residenze ER.GO di Ferrara, contro i 301 dell’ottobre 2019.
«Tra marzo e aprile 2020 – prosegue – abbiamo avuto 142 studenti che sono tornati a casa e ai quali abbiamo rimborsato una mensilità; di questi, la maggior parte sono tornati in alloggio tra settembre e ottobre, ovviamente se in possesso dei requisiti economici e di merito previsti dal bando di concorso. Durante le convocazioni per le nuove assegnazioni, iniziate il 1° ottobre scorso, abbiamo avuto 65 rinunce, mentre 15 studenti hanno optato per venire in alloggio nel secondo semestre (da gennaio 2021), se ci saranno posti disponibili».

Alloggi ACER: 84 disdette e nuove prenotazioni giù dell’80%

Il netto calo degli studenti che hanno scelto di abitare nella nostra città emerge in maniera ancora più netta dai dati fornitici da Marco Cassarà, referente dei rapporti con gli studenti all’interno dell’Area commerciale di Acer. L’Azienda Casa Emilia-Romagna, infatti, in convenzione con ER.GO, mette a disposizione alloggi per studenti universitari e ricercatori “fuori sede” nella Residenza “Le Corti di Medoro” (188 alloggi in una parte dell’ex Palazzo degli Specchi in zona Beethoven con canoni di mensili dai 370 ai 590 euro mensili), nella Residenza Putinati (53 posti letto nell’omonima via, tra i 250 e i 290 euro mensili) e in dieci bilocali su corso Porta Mare, in via Darsena, via Boiardo, via Recchi e via Fabbri, con affitti tra i 205 e i 330 euro al mese.
«Su gli oltre 250 tra alloggi e posti letto, quest’anno abbiamo gestito 84 fra disdette e mancati rinnovi contrattuali». Quasi uno su tre. Per la precisione, le disdette o i mancati rinnovi sono stati 14 nel mese di marzo, 21 ad aprile, 21 a maggio, 5 a giugno e ben 23 a ottobre. La maggior parte riguardano le Corti di Medoro (76), mentre 3 a Putinati e 5 negli appartamenti.
Le nuove prenotazioni per l’a.a. 2020/2021 sono state 20: un quinto in meno rispetto a un anno fa, quand’erano state 97.

Fondazione Zanotti: chiuso il Cenacolo, in via Mortara metà dei posti è vuota
Non lasciano spazio a dubbi nemmeno i dati che ci vengono forniti dalla Fondazione Enrico Zanotti: per quanto riguarda il Campus Universitario “Collegio Don Calabria” di via Borsari, «le stanze singole per 24 studenti – ci spiega Nicoletta Vallesi – sono piene al 75%, e i nuovi utenti sono appena 4. Gli anni scorsi le riempivamo tutte senza problemi, anzi le richieste superavano tranquillamente le nostre disponibilità». Qui, durante il lockdown, «solo 7-8 studenti erano rimasti, gli altri erano tornati a casa».
Per quanto riguarda, invece, la vicina Residenza Universitaria “Enrico Zanotti” in via Mortara, i monolocali con parti in comune hanno visto solo «1/5 degli studenti rimanere durante il lockdown, mentre adesso dei 24 posti solo la metà è occupata. E dei 12 attualmente presenti, solo due sono matricole». Epilogo ancor più triste per la Residenza “Il Cenacolo” di via Fabbri, chiuso per mancanza di richieste: appena 5 per 40 posti disponibili. Una situazione diventata insostenibile.


Camplus: 1 posto letto su 3 è rimasto vuoto
Camplus Apartments in città gestisce gli appartamenti della Residenza Darsena, vicino al Polo Tecnologico, e dislocati in centro e nella zona del Polo Biomedico. Roberto Marinelli, Responsabile Camplus a Ferrara, ci spiega come su 600 posti letto totali, circa 200 sono vuoti. «Dal lockdown di marzo tanti studenti non sono tornati a Ferrara o han scelto di non trasferirsi. Quello che più temiamo è che, dopo i recessi tra luglio e ottobre, ci sia un’ulteriore forte ondata di disdette dei contratti di affitto tra dicembre e gennaio. Abbiamo questa spada di Damocle che incombe: per noi sarebbe una disfatta».


ASPPI e Sunia: dimezzati i contratti per gli studenti
«Per noi settembre è sempre stato il mese dei tanti contratti d’affitto per gli universitari. Quest’anno, però, nulla a che vedere con gli altri anni: registriamo un dimezzamento dei nuovi contratti per studenti, e perlopiù di matricole, incentivate dalla Didattica in presenza». A parlare a “La Voce” è Ippolita Domeneghetti dell’ASPPI – Associazione Sindacale Piccoli Proprietari Immobiliari di Ferrara. Per venire in contro alle situazioni difficili di tanti studenti e delle loro famiglie – prosegue – «abbiamo avuto diversi casi di rinegoziazioni di contratti esistenti, con diminuzioni, ad esempio, di affitti da 600 a 450 euro mensili. E ipotizziamo altre disdette e richieste di rinegoziazione anche nei prossimi mesi».
Parole simili ci arrivano da Marcello Ravani di Sunia-CGIL: «rispetto a un anno fa abbiamo avuto un calo del 49-50%: 45 asseverazioni (certificazioni di contratti a canone concordato tra privati, ndr) contro le oltre 90 del 2019». Stabili i contratti direttamente stipulati, 10 contro i 13 dell’anno scorso. Contratti che, comunque, sono tendenzialmente sempre più brevi, e sui quali, ci spiega Ravani, «ci richiedono rinegoziazioni sul canone anche del 20-30% in meno».
Una prima conferma ci arriva anche da Vittorio Zanghirati, Presidente provinciale Confabitare: «sicuramente c’è stato un calo dei contratti di locazione per studenti, spesso i proprietari hanno difficoltà a riempire tutte le stanze degli appartamenti, o alcuni rimangono proprio vuoti».


RUA-UDU: “meglio contratti di 6 mesi. Insufficiente il bando del Comune di Ferrara”
Chi si è occupato della questione affitti è stata l’Associazione studentesca RUA-UDU.
«Il 31 marzo come RUA-UDU – ci spiega Maria Antonietta Falduto – abbiamo rilasciato un comunicato dove notificavamo la necessità, strettamente urgente, di avviare nette azioni di sostegno agli affitti per tutti quei nuclei familiari colpiti da violente contrazioni di reddito a seguito dell’emergenza Covid. Ma il solo intervento che ne è risultato è stato la delibera comunale legata all’erogazione di contributi per il pagamento dei canoni locativi (ne parliamo nel box, ndr)». Bando che, per RUA, «oltre a stanziare un cifra irrisoria per fronteggiare la questione, risarciva solo i casi di “morosità incolpevole” risultando impraticabile per chi, magari pure con sforzi, aveva fin lì onorato le clausole contrattuali di locazione».
Ma RUA è andata oltre, dando vita nelle ultime settimane a un sondaggio fra gli studenti dell’Ateneo ferrarese: «dai dati si evince come molti studenti abbiano optato per disdire il proprio contratto di locazione mentre tanti altri in ingresso, malgrado l’iscrizione attiva presso Unife, hanno cassato la possibilità di prendere casa entro le mura cittadine».
Questo a causa della Didattica a distanza e «dei termini temporali tipici dei contratti locativi per studenti che, vedendo la scadenza a un anno dalla prima firma, poco si sposa con il regime d’incertezza che caratterizza il periodo. Molto più ragionevole e d’aiuto – conclude Falduto – potrebbe essere garantire locazioni semestrali attendendo l’evolversi della situazione».

Gli iscritti a Unife

Su un totale di 132.463 residenti nel Comune di Ferrara (dato al 31/12/2019, fonte: ”Annuario Statistico Demografico 2019”), gli iscritti all’Università di Ferrara attualmente sono 22.010. I dati fornitici dall’Ateneo si riferiscono al 28 ottobre 2020, ma le immatricolazioni saranno chiuse il prossimo 15 aprile. Il dato, inoltre, riguarda gli iscritti ai Corsi di studio ovvero lauree triennali, magistrali e magistrali a ciclo unico.
Il dato definitivo dell’a.a. 2019/2020 registrava 24.229 iscritti all’Ateneo della nostra città.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 novembre 2020

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Un’eco-politica per non sprofondare nell’Inferno 2.0

26 Ott

Intervista ad Andrea Gandini (Cds) in occasione della presentazione dell’Annuario Socio-Economico: critica del neocapitalismo e proposte a partire da donne e giovani

La 33esima edizione dell’Annuario Socio-Economico Ferrarese – dedicata ai temi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Onu – sarebbe dovuta uscire la scorsa primavera 2020, ma il Covid ha bloccato tutto.
L’Annuario 2020 è quindi stato pubblicato a marzo sul sito del Centro ricerche Documentazione e Studi (Cds) di Ferrara (https://www.cdscultura.com), Associazione presieduta da Cinzia Bracci. Successivamente, appena possibile, è stato anche stampato: un’edizione, quella cartacea, che raccoglie anche ulteriori contributi di alcuni degli autori presenti nella versione online e di nuovi, alla luce della sopravvenuta emergenza sanitaria ed economica. Cds Cultura ha presentato il volume il 9 e 10 ottobre scorso nella sede del Consorzio Grisù in via Poledrelli a Ferrara all’interno del Festival dello Sviluppo Sostenibile di ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile). Una terza sessione di presentazione dell’Annuario si terrà il 13 novembre (Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne), interamente dedicata all’Obiettivo 5 – Parità di Genere.
Come accennato, l’Annuario 2020 è stato organizzato secondo i principi di Agenda 2030, come primo esperimento in Italia di rapporto elaborato a livello locale con il contributo di una molteplicità di autori provenienti da quella rete articolata che ASviS e la stessa Agenda 2030 auspicano: docenti, ricercatori, imprese, associazioni di categoria e sindacati, professionisti, rappresentanti delle categorie economiche, sindacali, dell’associazionismo e del volontariato. Ogni capitolo dell’Annuario corrisponde a un obiettivo di sviluppo sostenibile.
Se guardiamo all’imperversare di nazionalismi, all’acuirsi delle contraddizioni del neocapitalismo, alla crisi ecologica, aveva ragione Antonio Gramsci quando scriveva: «Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri». Abbiamo interpellato Andrea Gandini, Direttore dell’Annuario e membro del Comitato direttivo del Cds, per analizzare questa grave situazione a livello globale e delineare alcune direttive per immaginare un sistema socio-economico differente.
«Con la fine del comunismo reale si è pensato che il capitalismo liberista e uno stile di vita consumista e individualista fosse l’unico “modello” positivo che avrebbe aumentato la ricchezza, una sua migliore distribuzione, la qualità della vita», riflette con noi Gandini. «Dopo 30 anni sappiamo che le cose sono andate molto diversamente. In alcuni Paesi poveri, in Cina, India almeno un miliardo di persone sono uscite dalla povertà e oggi hanno buoni salari, così come vantaggi enormi sono andati a tutti i ricchi del mondo (circa 50 milioni), ma i salari di operai, commercianti, artigiani e dei ceti medi europei e americani non sono cresciuti (circa 700 milioni). E sono soprattutto aumentate le minacce ambientali al pianeta al punto tale che, se dovesse proseguire questo tipo di produzione e consumo, porterebbe nell’ipotesi peggiore all’estinzione della specie umana e, in quella migliore, a un Inferno 2.0 che consegnerebbe ai nostri figli un mondo inospitale tra riscaldamento globale, crescenti alluvioni, siccità, tornado e pandemie prodotte dalla deforestazione e crescente urbanizzazione. In sostanza la qualità della vita di quasi tutti sta peggiorando».
Ma la gravità della situazione e il pessimismo a cui sembra portare riguardano anche altri ambiti. «Le grandi multinazionali del web e farmaceutiche – prosegue Gandini – “spingono” per portarci in un mondo dove domini il digitale (web, tv, virtuale) e tendono a farci credere che le cure debbano avvenire soprattutto attraverso farmaci e vaccini, anziché pensare innanzitutto a come migliorare la qualità della vita. Un mondo, insomma, che gradualmente distrugge la vita di relazione, le comunità locali, le famiglie e dove tutti saremo più soli e dipendenti».
Gli chiediamo allora se è ancora possibile – con la fine delle grandi utopie e un presente malato come quello che ci tocca vivere – immaginare un sistema più fraterno, e in che cosa sostanzialmente si distinguerebbe dall’attuale. Un sistema dove, come scrive il Papa in “Fratelli tutti”, «il diritto di alcuni alla libertà d’impresa o di mercato non può stare al di sopra dei diritti dei popoli e della dignità dei poveri; e neppure al di sopra del rispetto dell’ambiente» (FT 123). Un pianeta, quindi, quello dove abitare, «che assicuri terra, casa e lavoro a tutti», come «vera via della pace» (FT 127).
«Bisogna cambiare strada – riflette con noi Gandini -, come dice il Papa e come recita il titolo dell’ultimo libro di un grande vecchio, Edgard Morin. Un’economia basata sull’uso indiscriminato delle materie prime e dei rifiuti deve lasciare posto a un’economia circolare che produca pochissimi rifiuti. I ricchi devono tornare a pagare le tasse, almeno più di oggi se non proprio come una volta, l’iva deve alzarsi sui consumi che inquinano, i poveri devono essere aiutati localmente da chi – Comuni e associazioni di volontariato – li conosce e non dall’Inps e non solo con soldi ma con servizi personalizzati. Con il crollo della natalità – prosegue nell’analisi – dobbiamo programmare flussi di immigrazione legale in modo che, come avviene negli altri Paesi europei, gli immigrati lavorino, siano integrati nella nostra cultura e portino benessere a tutti. Le aziende devono tornare ad aiutare i propri dipendenti e la comunità locale. La politica deve investire nella sanità territoriale, nei medici di famiglia, nella scuola, il cui modello di apprendimento va cambiato integrandolo con laboratori manuali, artistici, con uscite all’aperto, rafforzando l’alternanza scuola-lavoro, pagando di più i maestri, facendo seri concorsi».
Infine, ma non certo meno importante, «gli anziani possono rimanere più anni al lavoro con un part-time in modo da aiutare i colleghi e i giovani, mentre le donne devono essere assunte – insieme agli stessi giovani – in maggior numero perché da loro dipende il futuro del Paese. Politiche che i Governi devono fare se non vogliamo continuare a declinare».
E della concretezza il Cds fa la propria ragione d’essere, senza mai fermarsi ad analisi pur precise e profonde. Di riforme praticabili, frutto di concrete sperimentazioni e ampiamente trattate nell’Annuario 2020, Gandini ha accennato anche intervenendo nel sopracitato incontro del 9 ottobre scorso a Grisù.
Oltre a quelle condivise con noi, citiamo «l’allargamento dell’ascolto e della partecipazione alle istanze della società civile organizzata che hanno esperienze consolidate e l’apprendere dalle buone pratiche», oltre a «un nuovo Piano del lavoro sostenibile nazionale, regionale e comunale – anche come leva per rinnovare le stesse burocrazie -, che porti all’inserimento di giovani con contratti di Prima Esperienza, all’implementazione della transizione dagli studi al lavoro (partendo da Istituti Tecnici e Professionali), al potenziamento dell’alternanza scuola-lavoro».
«Non ci salverà la crescita di un capitalismo tecno-economico – conclude Gandini – ma solo i cambiamenti negli stili di vita personali uniti a un’eco-politica basata sul lavoro e la creatività dei nostri giovani e delle donne».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 ottobre 2020

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Da luoghi di morte a luoghi di bellezza: riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie

19 Ott

Intervista a Donato La Muscatella referente del Coordinamento ferrarese di “Libera”: numeri e storie in Italia ed Emilia-Romagna

A cura di Andrea Musacci

Si può dire che la confisca dei beni e il loro riutilizzo per finalità sociali come arma nella lotta alle mafie e alle organizzazioni criminali faccia parte dell’anima di Libera fin dalla sua nascita nel 1995.
Proprio 25 anni fa lanciò, infatti, la prima campagna nazionale con una raccolta firme che portò l’anno successivo alla 109, legge che rende finalmente la società civile protagonista della lotta alle mafie, attraverso la possibilità di riappropriarsi di spazi e crearne di nuovi. Una ricerca di Libera ha censito finora 865 soggetti diversi impegnati nella gestione di beni immobili confiscati alla criminalità organizzata, ottenuti in concessione dagli enti locali, in ben 17 regioni su 20.
Il tema del riutilizzo sociale dei beni confiscati è stato al centro della Festa della Legalità e della Responsabilità a Ferrara, che ha visto Libera tra gli organizzatori insieme ad altri soggetti (Ufficio Stampa del Comune di Ferrara, Avviso Pubblico, Presidio di Libera del Centopievese, Camera di Commercio di Ferrara, Comitato Ferrarese Area Disabili, Biblioteca popolare Giardino, Comune di Voghiera, Pro loco di Voghiera, Factory Grisù, Hangar Birrerie). L’evento si è svolto dal 15 al 17 ottobre negli spazi di Factory Grisù. Per l’occasione abbiamo intervistato Donato La Muscatella, referente del Coordinamento di Ferrara di Libera.


Beni confiscati trasformati in “bene comune”: perché la scelta di questo tema per la vostra tre giorni?
Come Libera, all’interno dello spazio che ci è stato concesso, abbiamo deciso di tornare a parlare di beni confiscati per poterne approfondirne il valore, non solo economico, ma soprattutto civico e sociale, assieme a relatori qualificati. Si tratta di un modo per raccontare come potersi impegnare concretamente, restituendo libertà e bellezza a territori che sono stati depredati e dominati da una contro-cultura che non significa solo crimine, ma anche potere, presunzione di essere al di sopra delle regole, di tutto e di tutti.
Viviamo in una Regione, peraltro, che ha preso a cuore questa tematica, vedendo nascere un Protocollo per la gestione dei beni che, attivando sinergie positive tra tutte le Istituzioni coinvolte, sta facendo scuola su scala nazionale.


Un po’ di numeri a livello nazionale per inquadrare meglio il tema?
I dati sono in costante evoluzione e questa tendenza deve essere letta, a mio avviso, in una duplice ottica: da un lato, dimostra, purtroppo, la significativa consistenza del patrimonio prodotto dalle attività delle organizzazioni di stampo mafioso; dall’altro, testimonia l’impegno degli inquirenti nell’agire con gli strumenti a loro disposizione, per contrastare anche sul piano patrimoniale la criminalità organizzata.
Concentrandoci sui beni immobili, protagonisti della legge che ne consente la ridestinazione a finalità sociali, sono 16.446 quelli già destinati e 17.376, invece, quelli ancora in gestione e in attesa di nuovo utilizzo (in base ai dati più recenti dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, ANSBC).


Nella nostra Regione, invece, quali e quanti beni sono stati confiscati e restituiti alla collettività?
In Emilia-Romagna sono entrati nel circuito di gestione supervisionato dall’ANSBC 631 immobili, mentre 144 sono già stati destinati, tornando a disposizione alle diverse comunità.


Nello specifico, ci può fare qualche esempio in Emilia-Romagna? E quali sono gli 8 nella nostra provincia di Ferrara?
Il panorama è ampio: si va da un’abitazione rurale nel Comune di Salsomaggiore Terme (Parma), che è ora lo spazio dove svolge le proprie attività istituzionali e divulgative il Consorzio del Parco Fluviale Regionale dello Stirone, alla nuova sede della Casa per la donna in via San Vitale a Bologna, sino a cinque appartamenti riconsegnati al Comune di Sorbolo (Parma) lo scorso luglio, alla presenza della Ministra Lamorgese, affinché possano ospitare famiglie in difficoltà.
In provincia di Ferrara, tra gli 8 beni immobili già in uso per le finalità previste dalla legge n. 109 del 1996, tre sono divenuti alloggi di servizio per militari dell’Arma dei Carabinieri; uno, invece, è un’abitazione che ospita donne vittime di violenza domestica, sostenuta dal Centro Donna e Giustizia di Ferrara e dallo Sportello Antiviolenza; le tre restanti unità immobiliari (una delle quali con un piccolo terreno pertinenziale), vengono utilizzate per gestire casi di emergenza abitativa.

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Crisi sociale e criminalità nel tempo dell’emergenza Covid: Un seminario svoltosi il 17 ottobre nella Factory Grisù di Ferrara

“Illegalità e criminalità organizzata al tempo del Coronavirus: l’impatto economico su cittadini e imprese” è il titolo dell’incontro pubblico svoltosi sabato 17 ottobre nella sede del Consorzio Factory Grisù di via Poledrelli a Ferrara.

Il Seminario, parte della Festa della della Legalità e Responsabilità organizzato dal Comune di Ferrara, è stato proposto da Ordine dei Giornalisti, Fondazione Giornalisti dell’Emilia-Romagna in collaborazione con l’Ufficio stampa del Comune di Ferrara e Avviso Pubblico.
Ha preso le mosse dal Rapport Caritas uscito il giorno stesso, il Prefetto di Ferrara Michele Campanaro, prima di ripercorrere la gestione del lockdown nel nostro territorio: l’anomalia della pandemia, ha spiegato, «ha reso tutto più difficile, in quanto ha necessitato di una gestione straordinaria». Per Campanaro, in ogni caso, «non vi è nulla di strano nel ricorso all’uso di decreti governativi», perché è prassi «nei casi di emergenza di Protezione Civile come l’attuale». Nello specifico, «la chiusura delle attività produttive nel lockdown ha rappresentato anche per la nostra Prefettura un lavoro importante, per le tante richieste pervenuteci». Nell’attuale fase, ha concluso, pur nell’incertezza, «non saranno, come nella fase 1, gli strumenti repressivi a dominare, perché siamo, almeno per ora, ancora nella fase della ricostruzione. Complessivamente comunque nel nostro territorio il sistema è sano, ma non bisogna adagiarsi sugli allori» e mantenere alta l’attenzione.
«È molto importante – ha invece riflettuto Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso Pubblico – organizzare una rete di presenza degli enti locali, soprattutto in questa che è anche un’emergenza sociale ed economica». Anche perché «la storia ci insegna che nei momenti di emergenza le mafie trasformano le difficoltà in opportunità» a loro vantaggio. In particolare Regioni e Comuni devono quindi saper unire «celerità e trasparenza» nelle decisioni, «sempre nel rispetto delle regole». Infine, un monito: «attenzione anche al forte aumento negli ultimi mesi del gioco d’azzardo on line».
Dopo l’intervento di Andrea Migliari, responsabile Servizio Qualità, Comunicazione e Progetti speciali Camera di commercio di Ferrara, ha preso la parola Gianni Belletti, responsabile Comunità Emmaus di Ferrara, che è partito dal concetto di “vulnerabilità”: «non tutte le persone criminali sono vulnerabili, ma di certo la vulnerabilità spesso porta alla criminalità». Emmaus è un esempio importante di come la vulnerabilità possa essere accompagnata e aiutata ogni giorno: 20 persone vivono nella comunità locale, che si mantiene esclusivamente col mercatino dell’usato. Infine, sull’emergenza sociale Belletti ha brevemente presentato la proposta, a suo parere urgente e necessaria, del reddito di base.
La mattinata si è conclusa con una tavola rotonda sul tema “Raccontare la cronaca nera e quella giudiziaria durante il lockdown per l’emergenza sanitaria Covid-19” con la partecipazione di alcuni giornalisti locali.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 ottobre 2020

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Un modo diverso di vivere la comunione cristiana

5 Ott
Foto di Sergio Isler

La preghiera ecumenica svoltasi il 1° ottobre: nella campagna entro le Mura è stata l’Associazione Nuova “TerraViva” a ospitare l’incontro che ha visto riunite le diverse comunità cristiane del nostro territorio. Il coro moldavo ha accompagnato la preghiera

di Andrea Musacci
Foto di Sergio Isler

In un ambiente raccolto – un piccolo nido di legno protetto da una corona di alberi e piante – lo scorso 1° ottobre una cinquantina di persone si sono ritrovate, nella prima penombra della sera, per la preghiera ecumenica del Tempo del Creato.
Grazie alla felice intuizione dei nostri Uffici diocesani per l’ecumenismo e per la Salvaguardia del Creato, quest’anno, infatti, l’appuntamento di preghiera e meditazione con le diverse comunità cristiane si è svolto all’interno dell’area gestita dall’Associazione “Nuova TerraViva” di Ferrara. Attraverso un dedalo di strade asfaltate prima – da via delle Erbe -, di sentieri poi, proveniendo da piazza Ariostea in pochi minuti ci si ritrova nel pieno della campagna dentro le Mura, quella vasta area nel cuore di Ferrara nata dall’utopia di Biagio Rossetti. Dopo il saluto di Marcello Panzanini, alla Guida dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, è intervenuta Patrizia Spedo (foto a fianco), Presidente dell’Associazione ospitante che da 35 anni gestisce 4 ettari di verde, al cui interno l’area “Orti condivisi” è coltivata da soci e cittadini col metodo biologico, biodinamico e sinergico, e che vede anche la presenza di un allevamento di api e animali (capre, pecore, galline), un frutteto didattico e alcuni patriarchi/frutti antichi. Un esempio virtuoso di cura della natura e di una sua valorizzazione anche in senso pedagogico, viste le numerose attività ludiche e laboratoriali rivolte a bambini, ragazzi e persone con disagio.
Il momento di preghiera tra fratelli e sorelle cristiane è stato accompagnato da due magnifici canti (uno sulle Beatitudini, l’altro sul Gloria) eseguiti dal coro della comunità Ortodossa moldava “Uniti sub tricolor” (Uniti sotto il tricolore) – la bandiera della Moldavia -, coro composto da quindici donne e tre uomini, fra cui la guida padre Oleg Vascautan (foto in basso), il quale ha anche proposto una meditazione a partire dal passo del Libro dei Proverbi scelto per l’occasione (Pr 8,22-32). Passo, questo, che per padre Vascautan richiama a più riprese – in modo in parte misterioso – sia l’inizio di Genesi, sia alcuni passi del Vangelo secondo Giovanni. Una profonda riflessione sulla creazione e sull’essere umano come prima creatura – dunque “privilegiata” e con una maggiore responsabilità – all’interno del disegno di Dio “architetto”, creatura che conosce il proprio Creatore anche attraverso le Sue opere. E che è chiamato a sviluppare la sapienza, ciò che lo rende simile a Lui. La preghiera è stata guidata da padre Vascautan, padre Vasile Jora (comunità Ortodossa rumena), padre Igor Onufrienko (Chiesa ortodossa russa), Luciano Sardi (Chiesa Evangelica Battista) e dal nostro Arcivescovo.
Nella sua meditazione mons. Perego ha preso le mosse da quell’invito del Signore ai discepoli, “Non preoccupatevi”. Un invito a «non preoccuparsi di mettere al primo posto le cose materiali, ma di non perdere la relazione filiale con il Signore, il Dio Creatore di tutte le cose, Padre nostro. Infatti, Dio, Creatore di tutte le cose – che vede crescere ogni cosa, veste l’erba del campo – Creatore dell’uomo e della donna, Padre, potrebbe abbandonare chi si affida a Lui, chi cerca di realizzare il suo Regno, il suo disegno di salvezza? È questa domanda che deve guidare la nostra fede e lo stile della nostra vita». «La costruzione del Regno di Dio, regno di giustizia e di pace – ha proseguito -, non può essere indipendente dall’impegno per salvaguardare il creato, “il giardino” in cui il Signore ha posto l’uomo, la donna e tutte le creature. Da qui la necessità di riconoscere e leggere “Il Vangelo della creazione”, come una narrazione che accompagni l’educazione e la vita cristiana».
L’incontro in questo piccolo e refrigerante lembo di Creato si è concluso con un momento conviviale – grazie al rinfresco preparato dall’Associazione -, degno suggello di una comunione cristiana che prosegue nel suo complesso ma vivo sviluppo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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Per i tuoi larghi occhi chiari, Marco

21 Set

Il parco di Tamara è stato intitolato a Marco Coletta, giovane morto il 9 settembre 2005 in un incidente stradale. Le parole dei genitori: “credevamo nella giustizia, ma non ci è stata data. E in tanti ci hanno lasciati soli”

di Andrea Musacci
«Credevamo in quella giustizia in cui credeva Marco, ma non abbiamo avuto sostegno. Ora siamo molto stanchi»: è lo sfogo che ci viene consegnato da due genitori, Antonella Finotti e Daniele Coletta.
È da 15 anni che i loro occhi si sono spenti, da quel terribile 9 settembre 2005 in cui l’unico figlio, Marco, perse la vita a 22 anni di notte in un tragico incidente, finendo con la propria auto nel Canale che costeggia via Raffanello a Baura. Tornava da una serata ad Argenta con amici, passando per Ferrara. La mattina del 9 Antonella e Daniele sarebbero dovuti partire in pullman per un viaggio in Abruzzo: lei, infatti, era una delle organizzatrici di questa trasferta per l’Associazione pensionati della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori), per la quale ha lavorato fino al 2015, per poi passare alle ACLI. Ma non partirono mai, troppo assurdo che il loro Marco non li avvisasse del ritardo nel tornare a casa. Il suo corpo è stato ritrovato la mattina del 10, due giorni dopo, da Donato Cornetti.
Quel maledetto tratto di strada venne protetto da guardrail solo nell’aprile 2006: nei successivi 4 anni ha salvato 11 vite – conto tenuto dal papaà di Marco -, e chissà quante altre fino ad oggi. Per questo, Antonella e Daniele hanno deciso di rivolgersi alla giustizia: per chiedere conto all’Ente proprietario della strada, la Provincia, del perché non ci fosse il guardrail a dividere l’asfalto da quel canale profondo 4 metri, del perché il limite di velocità fosse troppo alto e la segnaletica insufficiente. Tutte criticità, tra l’altro, evidenziate nella perizia super partes compiuta nel 2008 dal Consultente tecnico del giudice, l’ing. Rendine. Ma la giustizia, si sa, purtroppo spesso non abita in questo mondo. Appena quattro giorni dopo la tragedia, arriva la richiesta di archiviazione del caso, accolta dal giudice a fine ottobre. Da lì l’inizio della “buona battaglia” giudiziaria dei coniugi Coletta, che però gli porterà ulteriore sofferenza. Quattro le sconfitte subite: nel 2009 la sentenza di primo grado, l’immediato ricorso in Appello e la seconda sentenza del luglio 2010, tre anni dopo la Cassazione che rigetterà la loro richiesta come la Corte europea dei diritti dell’uomo (sono stati i primi in Italia a rivolgersi alla Cedu per un caso di questo genere). Con l’ulteriore sfregio di dover pagare le spese processuali alla controparte. Un’assurdità ancora maggiore se si leggono casi giudiziari simili – citati dal giornalista Nicola Bianchi nel suo libro “La strada di Marco” (Faust edizioni, 2018, ristampato nel 2019) -, ma che hanno avuto esiti opposti a quello riguardante Marco.
Proprio Marco che stava per laurearsi alla Facoltà di Giurispriudenza dell’Ateneo ferrarese in Operatore giudiziario e dei corpi di polizia, perché aveva scelto di porre la giustizia al centro della propria vita. È la mamma Antonella a raccontarcelo: «Marco una volta mi disse: “nel mondo c’è troppo male. Io voglio andare dove c’è il male, per sconfiggerlo almeno un po’…”». Antonella porta sempre al collo il ciondolo d’oro col volto del figlio, quel volto che unisce nello strazio i due coniugi, saldati tra loro da un amore forte, che li tiene in vita nonostante il dolore. Un dolore che negli anni, sono loro stessi a raccontarcelo con amarezza, ha trovato sempre meno persone disposte a lenirlo, dopo il “calvario giudiziario”, un convegno nel 2014 e altre iniziative per sensibilizzare al tema della sicurezza stradale, diversi Memorial, il libro “Sono con voi”, mai pubblicato, curato dalla madre raccogliendo ricordi suoi e degli amici precedentemente pubblicati su due blog.


Un luogo dove ritrovarlo
La mattina dello scorso 9 settembre, però, grazie all’interessamento della Giunta comunale, l’area verde nel centro di Tamara di Copparo è stata intitolata a Marco Coletta. Oltre ai genitori, erano presenti il Sindaco Fabrizio Pagnoni, il presidente del consiglio comunale Alessandro Amà, il parroco don Andrea Tani che ha benedetto il parco, Luigi Ciannilli, ex presidente del Comitato Paglierini, chiuso nel 2015, alcuni amici di Marco e Patrizio Bianchi, ai tempi Rettore dell’Università di Ferrara, colui che nel 2006 consegnò con cerimonia pubblica ai genitori di Marco quella Laurea post mortem che il ragazzo era a un passo dal raggiungere. Un segno molto importante, un punto fisso per non disperdere la sua memoria e ciò che la sua tragedia rappresenta. Ricordiamo che nel 2011 i suoi genitori fecero installare un cippo (laddove prima vi era una croce di legno) nel punto in cui uscì di strada.
La giornata in ricordo del giovane è proseguita con la presentazione del libro di Nicola Bianchi e, nel tardo pomeriggio, nella chiesa di Tamara, con la celebrazione della S. Messa presieduta dal Vicario Generale mons. Massimo Manservigi. Quest’ultimo nell’omelia, partendo dalle Beatitudini lucane (Lc 6, 20-26), ha riflettuto su come ci invitino «a non disperare ma a fare delle nostre sofferenze un punto di forza, perché la preghiera di chi è abbandonato e piange non rimane inascoltata». Il ribaltamento di prospettiva – «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio…» – «non appartiene quindi solo alla fine dei tempi, ma avviene già qui e ora, nella storia».


«Voleva essere felice, che fossi felice»
«Ciao bella mamma, buona serata anche a te. Saluta anche papà. Ciao e grazie per avermi trovato la maglietta bianca». Sono le 20.29 dell’8 settembre 2005 quando Marco scrive queste parole in un sms, le ultime alla madre.
Era così Marco, affettuoso e diligente, attento e premuroso. Voleva laurearsi – gli mancava così poco – per entrare nelle Forze dell’Ordine. Marco era “la colla” della sua compagnia, dissero gli amici. Senza di lui il gruppo si è sfaldato. Marco «voleva essere felice, che fossi felice», dice un’altra amica, che tutti lo fossero. Marco amava il ballo e le camicie hawaiane, ma soprattutto amava Maria, di un amore non ricambiato. Marco studiava anche di notte, Marco dalla scrittura indecifrabile e dal parlare schietto ma mai giudicante. Marco era così, e lo era sempre stato: era quel ragazzino che una volta si buttò in strada per salvare un bimbo dall’arrivo di una macchina che correva ad alta velocità.
«Silenzioso e timido, una persona che ispirava subito tanta tenerezza», scrive l’amica Roberta nel libro, ricordando «l’azzurro stupendo dei suoi occhi, grandi e aperti verso il mondo, ma ricchi di una dolcezza infinita». Quegli occhi, scrive il padre Daniele, dopo l’incidente «incapaci di vedere la luce del sole e le bellezze della terra».
Ma lui e Antonella lo sanno che quello sguardo ora li accudisce senza più bisogno di parole: «Se guardo il fondo dei tuoi teneri occhi – canta Victor Heredia in “Ojos de Cielo” – Si cancella il mondo con tutto il suo inferno / Si cancella il mondo e scopro il cielo». Quello stesso cielo che accoglie, a volte, di notte, Antonella, quando insonne esce di casa e guarda la strada, le poche macchine che passano, aspettando Marco, ancora e ancora. «Ma i tuoi larghi occhi / I tuoi larghi occhi chiari / Anche se non verrai / Non li scorderò mai» (F. De Andrè).

I genitori di Marco Coletta (foto Musacci)

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 settembre 2020

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E se costruissimo un grande “giardino” nel cuore di Ferrara?

21 Set

Il progetto de “Il giardino del mondo” dovrebbe proseguire nel 2021

La storia di una comunità si forma sempre facendola conoscere, facendola propria, e costruendola a nostra volta. Storia che, lo si voglia o no, è fatta sempre di incontri e convivenze (più o meno forzate), di famigliarità ed estraneità, di scambi e scontri. Sta a ognuno, nella piccola vicenda personale e nel tessuto dei rapporti collettivi, renderla più o meno conflittuale, in ogni caso non evaderla ma affrontarla.
È con questa visione delle cose che tra il 2017 e il 2018 è nato il complesso progetto de “Il giardino del mondo”, sviluppatosi nell’anno scolastico 2018/2019 nell’ambito del Concorso “Io amo i beni culturali”, bandito dall’Istituto per i Beni Artistici Culturali Naturali della Regione Emilia-Romagna. Il progetto, curato dal Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara e dal Centro provinciale per l’Istruzione degli Adulti di Ferrara (C.P.I.A.), fu presentato in Regione nel 2018 dall’Archivio Storico Comunale di Ferrara, partner culturale capofila e dal C.P.I.A., partner scolastico capofila, e nacque con l’intenzione di valorizzare il quartiere Giardino di Ferrara (e più in generale la zona GAD): un “sogno” urbanistico mai del tutto realizzato per quelle che erano, oltre un secolo fa, le intenzioni di Ciro Contini e dei primi progettisti.
Lo scorso marzo è stato pubblicato il volume “Il giardino del mondo. Viaggio in un quartiere multietnico di Ferrara” (Este ed. 2020), che raccoglie tutte le iniziatve del progetto, volume curato da Corinna Mezzetti (Archivio Storico Comunale) e Beatrice Morsiani (Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara), in collaborazione con Lorenza Cenacchi (Liceo Statale Carducci), Alberta Gaiani e Sabrina Virruso (C.P.I.A. Ferrara). Si tratta di un’imponente mobilitazione, di scuole, istituti (1.060 sono stati gli studenti coinvolti), dell’Ateneo, dell’Archivio e delle Biblioteche comunali, oltre che di tantissimi enti e associazioni cittadine. Tante le azioni formative e di intrattenimento: visite guidate, laboratori, letture, musica, eventi sportivi e molto altro. Un lavoro corale che ha promosso, nel tempo, in varie generazioni, una cultura dell’integrazione e una più approfondita conoscenza storica.
Il termine «interazione» viene preferito da Angelo Andreotti, che dirige il Servizio Biblioteche e Archivi comunale, al posto di quello di «integrazione»: da questa riflessione ha preso avvio la presentazione pubblica del volume lo scorso 18 settembre nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara. Una specificazione non leziosa per porre l’accento sulle dinamiche decisive delle relazioni abbandonando un’ottica unidirezionale. Parole inclusive e all’insegna della «contaminazione» ha scelto anche l’Assessore alla cultura Marco Gulinelli, mentre Fabio Muzi, dirigente del CPIA, ha riflettuto sulla rete formatasi tra i soggetti promotori, e sui proficui rapporti intergenerazionali.
Mentre Daniela Cappagli ha parlato della necessità, in una democrazia, della costruzione di una «società della conoscenza» e della rivalutazione dell’architettura come centrale nell’ambito dell’inclusione sociale, Cenacchi, intervenuta dopo Morsiani, ha avanzato una proposta: «potremmo ragionare su un progetto riguardante gli snodi comunicativi del quartiere – Darsena, ex Mof, stazione dei treni – e le antiche attività commerciali». Sì, perché in alcuni interventi, e in generale negli scambi informali tra i presenti, già il pensiero va al proseguimento del progetto. Progetto che, se per Muzi va «riproposto e implementato», per Mezzetti avrà – come ci spiega – sicuramente un seguito. I promotori sono già concordi nell’iniziare a ritrovarsi a breve per ritessere i fili, per non disperdere i tanti contatti e cercare di immaginare, nonostante le limitazioni di questa emergenza che continua, un nuovo “Giardino del mondo”.
L’impegno organizzativo ed educativo, insomma, è stato enorme. Ma il desiderio è già di ripartire. Per continuare nell’utopia concreta di un grande “giardino” multiforme, vivace e partecipato nel cuore di Ferrara.
Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 settembre 2020

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Conversione ecologica integrale: prendersi cura del prossimo e dell’intero creato per salvare le future generazioni

7 Set
foto di Laura Magni

La mattina del 5 settembre nella sede di Bonifiche Ferraresi si è svolto il Convegno in occasione della 15esima Giornata Nazionale per la Custodia del Creato. “La terra è un sacramento”, ha detto l’Arcivescovo

di Andrea Musacci

L’emergenza legata alla crisi pandemica ancora in corso non ha fatto che rendere ancora più urgente l’importanza di una visione integrale dell’uomo sul creato, abbandonando un modello di sviluppo predatorio per progettare una società capace di riscoprire la sobrietà e la condivisione in
Su questo ha riflettuto la Chiesa italiana nel corso del Convegno pubblico svoltosi nella mattina di sabato 5 settembre nell’Auditorium all’interno della sede di Bonifiche Ferraresi a Jolanda di Savoia. Convegno che ha rappresentato il primo importante appuntamento della 15esima Giornata Nazionale per la Custodia del Creato (incentrata sul tema “ ‘Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà’ (Tt 2,12). Per nuovi stili di vita”), a cui è seguita il giorno dopo, il 6, la S. Messa in diretta su Raiuno alle ore 11 dalla Concattedrale di Comacchio, presieduta dall’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio mons. Gian Carlo Perego.
E proprio mons. Perego è intervenuto a Jolanda nel Convegno moderato dal giornalista Alberto Lazzarini e che ha visto un’ampia partecipazione di pubblico: «Importante è non solo la tutela dell’ambiente ma un nuovo modo di abitare la terra, nuovi stili di vita», ha spiegato il Vescovo. La terra, come dice il Papa nel suo Messaggio per la Giornata del 1° settembre, «è la casa di Dio», «la terra è un sacramento – ha spiegato mons. Perego -, dove quindi cogliamo di continuo la Sua presenza, il luogo dove Lui abita insieme a noi e a tutto il creato». Abitare la terra casa di Dio significa quindi «assumere uno stile di vita nuovo, fondato sulla responsabilità, che abbia al centro un progetto di comunità, un progetto di bene comune che tenga uniti – in modo integrale – l’ambito sociale con quello economico, del lavoro e dell’ambiente». Solo in questo modo capiremo l’importanza di «riconsegnare la casa di Dio a ognuno dei nostri fratelli e sorelle e alle nuove generazioni».
Generazioni penalizzate da scelte scellerate attuate negli ultimi decenni, come ha riflettuto don Bruno Bignami, Direttore dell’Ufficio Problemi Sociali Lavoro della CEI: «il modello di sviluppo degli ultimi decenni ha fallito perché centrato solo sulla quantità e non sulla qualità delle relazioni sociali e personali». Tutto ciò ha portato alla «crisi ecologica e a forti disuguaglianze globali». «Senza fraternità», perciò, «non esiste libertà»: un accenno centrale, quello alla fraternità, fatto proprio in contemporanea all’annuncio alla stampa della firma il prossimo 3 ottobre ad Assisi da parte di Papa Francesco della nuova enciclica “Fratelli tutti” sulla fraternità e l’amicizia sociale. Mentre per il consumismo, ha riflettuto ancora don Bignami, «tutto è a portata di mano, tutto è usa&getta», al contrario è «responsabilità di ognuno trasformare i propri stili di vita all’insegna della sobrietà», una sobrietà che «non può non essere fondata sulla giustizia».
Atteso era anche l’intervento di Stefano Zamagni, Docente di Economia Politica all’Università di Bologna e Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali: in Italia – come fatto negli anni ’50 del secolo scorso da Adenauer in Germania – sarebbe necessario modificare la Carta Costituzionale inserendo «la responsabilità di ogni scelta del Governo come decisiva per le future generazioni, soprattutto per le conseguenze ecologiche».
Quattro sono dunque le transizioni fondamentali per rendere concreto questo sviluppo integrale: «la transizione energetica»; quella «economica, verso un modello di produzione circolare e non più lineare»; quella «culturale, per passare da un modello neo-consumista predatorio a un modello che soddisfi la condizione essenziale della sobrietà giusta e felice». È importante, infatti, ha posto l’accento Zamagni, «far capire alle persone che il risultato di questo percorso sarà una vita più felice. La felicità è uno degli obiettivi di un’esistenza autentica fondata sulla sobrietà». L’ultima transizione, decisiva per attuare le prime tre, è «la transizione antropologica»: nella Laudato si’ Papa Francesco ne parla attraverso il concetto di “pace interiore”, «possibile solo riscoprendo la centralità dell’essere umano». Il rischio, infatti, è che le prime tre transizioni acquistino – ha spiegato Zamagni – «una connotazione tecnocratica», nella quale la dignità della persona venga persa di vista come finalità principale.
Tutto ciò si potrà raggiungere, quindi, «non solo con la responsabilità delle imprese ma di ogni singolo cittadino/consumatore», basti pensare alla piaga della “fast fashion”, cioè della produzione nell’ambito dell’abbigliamento secondo il criterio dell’usa&getta. Responsabilità personale da considerarsi non solo come «imputabilità» ma soprattutto come «prendersi cura del prossimo, del creato, delle relazioni. Non dimenticando – l’ha sottolineato a più riprese Zamagni – come ognuno sia responsabile anche del bene che avrebbe potuto fare ma non ha fatto».
Una responsabilità, quella di ogni persona, che affonda le proprie radici nel ruolo affidatogli da Dio all’atto della creazione. E proprio dal libro di Genesi è partita la biblista e docente Silvia Zanconato per la propria riflessione, in particolare sull’insistenza non casuale nel testo sulle «diversità di ogni specie» (Gen 1,11-25), l’importanza quindi di «non omologare, ma di specificare le diversità una per una», riconoscendone la dignità. La crisi contemporanea – ha proseguito Zanconato – trova una delle cause proprio «nell’incapacità di molte persone di nominare le bellezze del creato, di saperle distinguere e quindi valorizzare. Spesso la natura è considerata «solamente una massa indistinta, omogenea, al massimo distinguibile in modo generico», attraverso generalizzazioni. Questa «indifferenza alla distinzione delle cose, ce le rende invisibili, mentre il saperle riconoscere nella loro specificità e quindi il saperle nominare è un dono di Dio per insegnarci a dare spazio a ogni creatura nella nostra mente e nel nostro cuore». Di questo perciò c’è bisogno: di «una nuova visione – ha proseguito -, un allargamento del nostro sguardo, di rielaborare la nostra auto-concezione di “signori del mondo”, vedendoci invece come creature fra le creature».
Un ragionamento, questo, strettamente correlato a uno dei concetti chiave della Giornata, quello di «pietà», un sentimento che ha a che fare col «riconoscimento del nostro posto e del posto degli altri», dell’intero creato, e «col rispetto». Per «conversione ecologica» dobbiamo quindi intendere «un cambiamento radicale del nostro modo di pensare, di vedere le cose», mentre l’opposto di questo atteggiamento sta nel perseverare «nell’indifferenza e con un comportamento predatorio e superbo nei confronti del creato»: è ora, insomma, di «un cambio di paradigma». Riprendendo un passo del Talmud, la Zanconato ha concluso spiegando come l’uomo deve abituarsi a non consumare senza prima aver pensato agli altri, al prossimo, alle altre specie, cioè alle conseguenze delle proprie azioni sull’intero creato.

Altrettanto netto e radicale è stato l’intervento di Atenagora Fasiolo, Archimandrita e Responsabile del Vicariato arcivescovile di Toscana e Liguria della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta: «oggi il primo obiettivo dell’umanità non è quello della qualità della vita, del suo benessere, ma della sua conservazione». Vale a dire della sua sopravvivenza. Fasiolo ha ricordato come Papa Francesco nella sua enciclica dedichi spazio alle parole e all’azione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo (Laudato si’ 7, 8 e 9), per poi spiegare come la Chiesa Ortodossa fin dagli anni Ottanta del secolo scorso abbia prestato un’attenzione sempre maggiore al tema della cura del creato, tramite proposte concrete, diversi documenti, conferenze internazionali ed encicliche (la prima nel 1989, che istituisce anche la Giornata annuale del 1° settembre). La custodia dell’ambiente è, dunque, «un dovere umano e religioso», un tema dalla «forte valenza spirituale e teologica», e ha «la giustizia sociale come suo elemento portante». Rispettare l’ambiente – ha proseguito Fasiolo – significa «rispettare l’umanità integralmente, senza rendere le persone schiave di sistemi fondati su ideologie fondamentaliste».
«La crisi pandemica che stiamo vivendo – ha concluso – non ha fatto che dimostrare in maniera ancora più urgente il carattere antropico dell’equilibrio ecologico. Il creato non ci è stato donato da Dio per essere utilizzato e sfruttato a piacimento ma è un atto eucaristico offerto all’uomo per essere custodito».
Paolo Bruni, Presidente di CSO ITALY – Centro Servizi Ortofrutticoli ha fatto gli onori di casa al posto di Federico Vecchioni, Amministratore delegato di Bonifiche ferraresi (BF), che non ha potuto essere presente. Bruni ha spiegato come in particolare negli ultimi anni BF abbia deciso di unire ambiti come quello agricolo, industriale e della distribuzione, «prima in conflitto tra loro», senza dimenticare che «il bene centrale rimane l’uomo», in particolare i giovani: «da noi – ha spiegato -, sono 100 su 500 dipendenti totali».
In rappresentanza del territorio, oltre al Sindaco di Jolanda Paolo Pezzolato e al Presidente regionale Nicola Bertinelli, che hanno portato i saluti rispettivamente del Comune e di Coldiretti, è intervenuto Carlo Ragazzi, Presidente del Consorzio Uomini di Massenzatica: «siamo uno dei rari casi – ha spiegato quest’ultimo – in cui una comunità è proprietaria di un bene condiviso», una forma né privata né pubblica, ma una terza via originale. «Anche per questo consideriamo centrale il concetto di responsabilità intergenerazionale», frutto di «una visione di insieme, di comunità appunto».
Una Comunità, invece, quella specificatamente cristiana, che continuerà a ritrovarsi su questi temi anche a ottobre, con gli altri appuntamenti del Tempo del Creato – aperti a tutta la cittadinanza -, di cui daremo notizia prossimamente. Per ora è confermato il momento di preghiera ecumenico il 1° ottobre.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 settembre 2020

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