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Bonifiche, «il tempo che sembrava chiuso oggi si riapre»

15 Apr

Foto: http://www.ilgiornaledelpo.it

Con l’innalzamento del mare torneranno necessarie nel Delta del Po? A Ferrara un convegno sulla storia di questo pezzo di lotta tra l’uomo e la natura

Interrogare il passato in un’epoca, come la nostra, può sembrare, a volte un’operazione di mero esercizio teorico per pochi. Ma nell’era del cambiamento climatico e della previsione che la costa adriatica fra qualche decennio torni sotto il livello del mare, studiare le bonifiche degli ultimi secoli è lavoro urgente e da condividere.

Da questa riflessione è nata la decisione del CNR-ISMed (Istituto di Studi Sul Mediterraneo – presente anche a UniFe) di organizzare un pomeriggio di riflessione pubblica sul tema “La bonifica come parentesi? Storie di aree umide e prosciugamenti (secoli XVII-XX)”.

Un pomeriggio introdotto e chiuso dalle letture di alcuni brani e dichiarazioni – sempre acute – di Giorgio Bassani sul tema, a cura di Marco Manfredi.

«Un’indagine storica – ha introdotto l’organizzatore dell’evento, Michele Nani (CNR-ISMed) – può aiutare a capire che quello che sta accadendo nel nostro territorio non è fatalismo e a cercare alternative». Una delle immagini-simbolo del nostro presente è «quella dell’allagamento dei nostri Lidi a causa dell’innalzamento del mare: entro un secolo l’acqua tornerà da dove è stata espulsa fino a 60 anni fa», appunto attraverso le bonifiche. «Chiediamoci, quindi, se la bonifica è una parentesi o tornerà ad essere la regola» per i nostri territori. Insomma, ha concluso Nani, «il tempo che sembrava chiuso oggi si riapre».

È spettato a Giulia Becevello, studiosa dell’Università di Padova, la prima delle due relazioni dedicate al Delta del Po. Un intervento, il suo, che si è concentrato sulla bonifica veneziana, in quello che oggi è il Delta del Po veneto, nei secoli dl XVII al XVIII. «I veneziani – ha spiegato – introdussero la cosiddetta “Civiltà delle ca’ ”», attraverso «periodiche confische di estese possessioni di terre, poi vendute all’asta e comprate dai patrizi veneziani». Da qui, le prime regolazioni idrogeologiche con gli interventi di bonifica che modificano il territorio, ad esempio col taglio di Porto Viro. Si tratta della «veneziazzione del Delta»: valli e paludi tramite la bonifica sono trasformate in pianure coltivate, in campi e terreni da adibire a risaie, a coltivazioni di frumento, a filari di viti da maritare a gelsi o salici. E vengono, appunto, costruite le “ca’ ”, vale a dire le case padronali vicino alle acque, con attigui oratori, fornaci, mulini, osterie, servizi, umili casoni di paglia. Insomma, embrioni di piccoli insediamenti: Contarina, Ca’ Tiepolo, ad esempio, poi inglobati in località come Porto Viro, Porto Tolle, Taglio di Po. La bonifica rappresenta quindi «un’attività di civilizzazione, parte della storica lotta tra l’uomo e l’ambiente naturale».

Sempre per rimanere nelle nostre zone, un salto nel tempo è stato poi compiuto da Stefano Piastra, studioso dell’Università di Bologna, che si è concentrato sulla Riforma agraria degli anni 1950-1970 circa. Si tratta – ha detto – «dell’ultima opera bonificatrice in Italia», compiuta «soprattutto attraverso drenaggi meccanici e non tramite espropri», con «oltre 25mila ettari di valli salmastre bonificate». È stata «la definitiva transizione nel nostro Paese di un territorio dall’acqua alla terra». Una grande opera collettiva finanziata dal Piano Marshall, progettata e portata avanti dal governo nazionale a guida DC assieme agli enti locali, in particolare all’Ente per la Colonizzazione del Delta Padano, con sede a Bologna. Una riforma all’inizio accompagnata dalla «visione cristiano-sociale» – si pensi ad esempio alla visita di don Primo Mazzolari nel ‘51 – ma che ha avuto come una delle sue finalità quella di «portare consenso alla DC nella “rossa” Emilia-Romagna». Un lavoro propagandistico anche simil-fascista (la “battaglia del grano”, la “battaglia contro le acque”) portato avanti con vari mezzi di comunicazione: dalla stampa alla pubblicazione di alcuni libretti ad hoc, dai documentari ai cartoni animati per bambini proiettati nelle piazze. E anche attraverso l’uso di note leggende del territorio come nel caso de “Il ragno d’oro”, che – non a caso – fu anche il nome di un cortometraggio e di un racconto del ferrarese Renato Sitti – studioso, giornalista e poeta – uscito come prima versione nel ’53 su “La nuova scintilla”, giornale del PCI ferrarese. Un’operazione, quest’ultima, che i comunisti locali tentarono per appropriarsi della Riforma agraria come grande opera collettiva dei lavoratori.

Poche e isolate le critiche alla riforma, provenienti non da partiti ma da giornalisti e intellettuali come Indro Montanelli e Mario Ortolani o, solo più tardi, da “Italia Nostra”.

LE BONIFICHE NELL’AGRO PONTINO

Gli altri due interventi si sono, invece, concentrati sulla zona laziale dell’Agro Pontino. Roberta Biasillo (Università di Utrecht) ha innanzitutto chiarito come per bonifica si intenda «un’azione che va in controtendenza rispetto all’equilibrio eco-sistemico, azione limitata nel tempo e nello spazio». Concetto diverso è, quindi, quello di «bonifica integrale», cioè un’azione continua e costante, una trasformazione perenne quando al contrario «la storia di un territorio dev’essere anche conservazione di un determinato equilibrio». Nella bonifica dell’Agro Pontino compiuta dal regime fascista – ha proseguito – «vi era ben poco di scientifico, ci fu poco dibattito e quindi non può essere considerata una vera opera di modernizzazione».

Luca Santangelo (AISO/Casa dell’Architettura di Latina) si è invece soffermato soprattutto sulla città di Latina, nata nel 1932 col nome di Littoria, criticando l’idea – portata avanti ancora oggi ad esempio dalla locale sezione di Fratelli d’Italia – della bonifica pontina come «l’unico orizzonte, l’unico elemento fondativo di Latina». Per i fascisti del ventennio, addirittura «il luogo nel quale nascerà una nuova razza». Una narrazione mitizzante sostenuta nel secondo dopoguerra anche dai partiti allora al potere, a partire da quello repubblicano e dalla DC. Riflessione, questa, proseguita in uno degli interventi dal pubblico, quello dello scrittore Wu Ming 1 (Roberto Bui), che ha spiegato come le bonifiche e lo stesso periodo colonialista fascista siano stati, nel secondo dopoguerra, in parte “strumentalizzati” dalla propaganda del PCI per esaltare il lavoro dei proletari.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 aprile 2026

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Telestense, premio in attesa di rinascere

14 Apr

Il Premio Stampa 2026 consegnato a giornalisti, tecnici e operatori della storica tv locale. A Casa Cini la cerimonia con gli studenti del Dosso Dossi

di Andrea Musacci

Momento di omaggio, requiem o sprone per una rinascita? L’importante incontro pubblico svoltosi la mattina dell’11 aprile a Casa Cini, Ferrara, ha oscillato fra questi tre diversi atteggiamenti. Protagonista della mattinata organizzata da Ordine Giornalisti e Fondazione Giornalisti dell’Emilia-Romagna in collaborazione con l’Associazione Stampa Ferrara e l’Associazione Stampa Emilia-Romagna, è stata la storica emittente tv Telestense (nata 50 anni fa), che da un mese – con la liquidazione giudiziale nei confronti della società Rei, proprietaria della tv – non esiste più. E proprio ai giornalisti, tecnici e operatori di Telestense, l’Assocazione Stampa Ferrara ha deciso di assegnare il Premio Stampa 2026 (l’anno scorso assegnato alla Caritas Diocesana). Un progetto, quello del Premio, che quest’anno ha visto anche il coinvolgimento degli studenti della 5 J (Indirizzo Arti Figurative) del Liceo Artistico Dosso Dossi, guidati dal prof. Raffaele Vitto. 19 fra studentesse e studenti, infatti, hanno presentato un’opera artistica da loro realizzata, e dedicata al mondo del giornalismo, e una è stata selezionata come dono ai vincitori e alle vincitrici del Premio Stampa 2026. L’opera vincitrice è stata “Acta” di Sofia Toschi.

Due le Menzioni speciali: all’opera “Segni del passato” di Martina Dalla Ca e a “Intrecci di inchiostro” di Emma Marcacci.

Presenti alla cerimonia di consegna diverse autorità, fra cui il nostro arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, il prefetto di Ferrara Massimo Marchesiello, il consigliere regionale Paolo Calvano, gli assessori comunali Fornasini e Vita Finzi Zalman. Il nostro vescovo ha spiegato come «perdere le immagini di una tv locale significa perdere i volti, i corpi e le storie di tante persone». La tv locale, infatti – ha proseguito -, «fa sentire vicini anche i lontani e avvicina il territorio a chi è andato a vivere altrove. A Ferrara e provincia – sono ancora sue parole – ci stiamo abituando a troppi fallimenti», ad esempio Carife e Spal. «Spero che le istituzioni riescano a dare nuova vita a questa tv locale». Insomma, si spera sia stato – come ha detto Silvia Giatti, ex giornalista di Telestense – «non un triste amarcord» ma un importante momento di riflessione condivisa in vista di una futura rinascita.

IL SEMINARIO SU TV E AI

La cerimonia di consegna è stata preceduta dal seminario sul tema “Dalla libertà d’antenna all’intelligenza artificiale: cinquant’anni di informazione TV tra pluralismo, trasformazioni professionali e tecnologiche, nuovi aspetti deontologici”. L’incontro, moderato da Alberto Lazzarini (Vicepresidente Ordine dei Giornalisti Emilia-Romagna e nostro collaboratore) ha visto il saluto introduttivo di Antonella Vicenzi (giornalista, Presidente Asfe-Associazione Stampa Ferrara) e gli interventi di Massimo Lualdi (giornalista e avvocato, Direttore di Newslinet.com), Elena De Vincenzo (giornalista Rai – TG1) e Matteo Naccari (giornalista, Segretario Aggiunto Fnsi Nazionale).

Lualdi ha preso le mosse dalla sentenza 202/1976 della Corte Costituzionale che sanciva l’illegittimità del monopolio RAI su scala locale e il conseguente proliferare di tv locali. Un proliferare rientrato un decennio dopo, con lo spegnersi di tante cosiddette “emittenti libere” e l’affermazione di reti nazionali più strutturate. Altro spartiacque sarà quello a fine anni ’90 con l’esplodere dell’editoria on line e poi dell’on demand. E oggi, la rivoluzione dell’Intelligenza artificiale, «un facilitatore straordinario – ha detto il relatore – ma anche uno strumento che richiede estrema cautela, per l’alto rischio della perdita di controllo». Ma «le regole sono ancora scarse, ad esempio per quanto riguarda il diritto all’autore», anche in riferimento al pericolo della clonazione della voce. A tal proposito, Lualdi è uno dei fondatori della neonata Società Italiana per la Tutela della Voce. Inoltre, oggi con strumenti come Gemini l’Intelligenza artificiale «compie un’opera di intermediazione tra giornalista e lettore», col rischio di trasformare il primo in mero «influencer» e di far svanire l’originalità della sua scrittura, e l’autorevolezza che solo un professionista può portare al mondo della comunicazione.

De Vincenzo ha poi riflettuto sull’importanza delle tv locali e della stampa locale per raccontare la vita delle persone e dei territori. E lo ha fatto soprattutto attraverso una testimonianza personale, essendo lei originaria di Conselice, nel ravennate, e quindi in occasione dell’alluvione in Romagna nella primavera del 2023 trovatsia nel doppio “ruolo” di cronista e di volontaria, in quanto lì vivono ancora suoi familiari, amici e conoscenti.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 aprile 2026

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Foto in alto: il gruppo di ex giornalisti, operatori e tecnici di Telestense con alcuni organizzatori (Foto Stefania Andreotti). 

Sotto: le tre studentesse premiate (Foto Simona Rondina).

Fucilati dopo il rifiuto di combattere: quei soldati vittime del loro esercito nella Grande Guerra

3 Feb
Sergio Golinelli e Franco Corleone

Franco Corleone a Ferrara per parlare delle oltre mille vittime italiane durante la prima guerra mondiale: fra queste, i quattro alpini giustiziati a Cercivento nel ’16 e il ferrarese Giuseppe Bui. Manca ancora una legge nazionale per riabilitarle 

di Andrea Musacci

In dialetto friulano si chiamano i fusilâts di Çurçuvint, i fucilati di Cercivento (Udine): quattro soldati giustiziati (foto grande) nel cimitero del paese il 1° luglio 1916 con l’accusa di rivolta in presenza del nemico (art. 114 del Codice penale militare) e ammutinamento. Il caporale Basilio Matiz, il caporal maggiore Silvio Gaetano Ortis (di rispettivamente 22 e 25 anni, entrambi di Timau, Paluzza – UD), Angelo Massaro (22 anni, di Maniago – PN) e Giovan Battista Coradazzi (23 anni, di Forni di Sopra – UD) sono quattro degli oltre mille militi fucilati nel nostro Paese durante la Grande Guerra, dopo processi farsa, con accuse non provate ed esecuzioni immediate. La loro riabilitazione procede ancora molto lentamente: leggi regionali ad hoc sono state approvate prima dal Friuli (nel 2021) e poi (settembre 2025) in Veneto. Manca ancora una legge nazionale. 

Per questo obiettivo da una vita si batte Franco Corleone, ex Deputato, Senatore, Parlamentare Europeo e Sottosegretario alla Giustizia, e oggi Presidente onorario de “La Società della Ragione” ed esponente dei Verdi. Corleone è intervenuto a Ferrara nel pomeriggio dello scorso 27 gennaio nell’incontro “Le contraddizioni della Grande Guerra tra retorica e tragedia: per la riabilitazione storica dei militari italiani giustiziati per ‘codardia’ ”, svoltosi nella Sala Ex Refettorio di via Boccaleone e organizzato da Rete Pace di Ferrara in collaborazione con “Civica Anselmo”.

«Lo stesso Presidente Mattarella – ha spiegato Corleone – ha espresso parole importanti sulla riabilitazione di questi fucilati: parole, le sue, durissime e inequivocabili. In un Paese democratico episodi come questi non possono essere dimenticati o omessi, ma fan parte della memoria storica. Nemmeno per il centenario della prima guerra mondiale si è parlato di questi plotoni». La prima pubblicazione in Italia sul tema si intitola proprio “Plotone d’esecuzione. I processi della prima guerra mondiale”, a cura di Enzo Forcella e Alberto Monticone, uscito per Laterza nel 1968.

Fra i soldati sul fronte, molti di loro – ha proseguito Corleone – erano «meridionali, mandati in Friuli Venezia Giulia, Veneto e Lombardia, senza sapere nemmeno dov’erano destinati», catapultati «in un mondo completamente diverso, in una realtà difficile da sopportare». Tante persone del popolo, quindi, mandate al macello, e di fianco a loro «minoranze di nazionalisti che pensavano alla guerra come “igiene del mondo”», oltre a «borghesi democratici, mazziniani che appoggiarono l’ingresso dell’Italia» nel conflitto mondiale. Fra quest’ultimi, Corleone ha citato Aldo Rosselli, fratello di Carlo e Nello, aggregato al reggimento Messina, di stanza a Tolmezzo in Carnia: nella notte fra il 26 e il 27 marzo 1916 muore in un combattimento sul Pal Piccolo, sempre in Carnia, e viene sepolto nel cimitero di Timau. Nell’ottobre 1916 gli venne riconosciuta la medaglia d’argento al valor militare. «Non dobbiamo contrapporre – ha aggiunto – ma cercare di tenere assieme la storia dei disertori uccisi e quella degli “interventisti democratici” come Rosselli». Un altro esempio presentato è quello dello scrittore e critico letterario Renato Serra, caduto in combattimento sul Podgora nel luglio 1915, ricordato da Gramsci nell’articolo “La luce che si è spenta”. Un’altra storia citata dal relatore è quella di Claudio Graziani, forse un nome di fantasia, raccontato da Silvio Villa nel libro “Claudio Graziani. Un episodio di guerra”, volume curato dallo stesso Corleone. «Il giovane ardito torinese – ha spiegato – fu capitano pluridecorato ma si rifiutò di partecipare a un attacco “suicida” e per questo venne fucilato».

La resistenza nonviolenta a quei tempi non rientrava fra le possibili scelte di questi poveri uomini. Così – ha spiegato ancora Corleone – «spesso i soldati si giocavano la carta dell’insubordinazione, unica arma che allora avevano: si ferivano, si tagliavano un dito, facevano atti di autolesionismo. E a volte venivano processati anche per questo. Chi sopravvisse tornò spesso a casa con traumi, molti di loro finirono in manicomio: venivano chiamati “scemi di guerra”». 

Venendo poi a un’analisi storica più ampia, Corleone ha spiegato come «la tentazione di una svolta autoritaria – poi concretizzatasi col fascismo – ci fu già con Cadorna, convinto di essere il nuovo capo supremo». Fascismo che «da una parte disse che la Grande guerra fu una “vittoria mutilata” ma poi quando salì al potere abbandonò questa retorica ed esaltò “l’Italia di Vittorio Veneto”. Il massacro di tante vite umane, quindi, col fascismo viene dimenticato e in più si ha una cattiva gestione della pace. E cosa simile accadde con la seconda guerra mondiale». 

Nei saluti introduttivi all’incontro (il primo è stato di Leonardo Fiorentini, Civica Anselmo), Sergio Golinelli (Rete Pace) ha riflettuto su come «la Grande guerra richiama molto la corsa al riarmo a cui assistiamo oggi». Ragionamento ripreso poi da Corleone: l’operazione di memoria dei fucilati della Grande Guerra «va fatta, a maggior ragione in questo nostro tempo di guerra, di conflitti disumani, con tecnologie avanzate come i droni. Mi chiedo: in queste guerre di oggi che ruolo può avere la nonviolenza e l’obiezione di coscienza? A Minneapolis come in Iran, come si può agire la nonviolenza? Forse bisogna reinventarla, la nonviolenza, bisogna essere diversi dal potere della forza, dalla violenza del potere».

Un messaggio che ci portiamo a casa e su cui riflettere, sempre.

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STORIE DAL FERRARESE. Bui, disertore di Migliarino, fucilato alla schiena. E il pacifista Matteotti in difesa dei compagni

Nel suo intervento, Corleone ha dedicato due episodi al territorio ferrarese: il primo riguarda la vicenda di Giuseppe Bui, contadino analfabeta nato a Migliarino nel 1891 e morto in guerra nel 1916 a a Pri Fabrisu (vicino a Oslavia, Gorizia), fucilato alla schiena dopo la condanna del Tribunale di guerra del 6° Corpo d’armata per «diserzione in presenza del nemico». «Il suo nome – ha spiegato Corleone – è uscito da ricerche condotte dalla Consulta scientifica che sta lavorando sul Friuli Venezia Giulia e il Veneto».  

L’altra storia accennata da Corleone e legata al Ferrarese inizia nel gennaio del 1921, a Livorno, dov’è in corso il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano, Congresso che sancirà la scissione comunista e la nascita del PCd’I. Lì è presente anche Giacomo Matteotti, che – pur iscritto a parlare – non interverrà mai: lo raggiunge, infatti, la notizia che a Ferrara sono stati arrestati il sindaco socialista Temistocle Bogianckino e il segretario della Camera del Lavoro Gaetano Gilardini, sia per i fatti del Castello Estense del dicembre precedente – con numerosi morti lasciati sul terreno dopo l’assalto al Comune da parte delle squadre fasciste – sia per impedire loro di raggiungere Livorno. I fascisti assaltano anche la locale Camera del Lavoro e quindi Matteotti decide di precipitarsi a Ferrara, dove arriverà il 18 gennaio, assumendo subito la direzione della Camera del Lavoro. Ma i fascisti lo aspettano: viene aggredito, gli sputano addosso, viene malmenato davanti alle forze dell’ordine impassibili (per ordini ricevuti dall’alto). Matteotti fu anche uno dei socialisti non interventisti: «Se avessimo raccolto l’insegnamento sull’Europa di personalità come Matteotti, Rosselli e Spinelli, forse avremmo un’UE, un’Europa diversa, non tutta tesa al riarmo», ha concluso Corleone.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 febbraio 2026

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«Speranza, fatica e memoria: ecco la mia canzone per Aldro»

13 Dic

FEDERICO ALDROVANDI. A 20 anni dall’uccisione del giovane, Patrizio Fergnani gli ha dedicato il brano Il Coraggio di ieri è la strada di oggi. Lo abbiamo intervistato

di Andrea Musacci

Da alcuni giorni è disponibile su tutte le piattaforme online la canzone Il Coraggio di ieri è la strada di oggi, testo e musica di Patrizio Fergnani e riferita alla storia di Federico Aldrovandi, il ragazzo di 18 anni ucciso il 20 settembre 2025 da quattro agenti di polizia in zona Ippodromo a Ferrara. 

L’immagine di copertina scelta è a cura di Nicola Fergnani: si vede Federico sorridente a tavola durante una festa di compleanno a casa di Patrizio Fergnani il 3 ottobre del 2000.Ai tempi Federico aveva 13 anni.

Abbiamo incontrato Fergnani per farci raccontare la genesi e il senso di questo progetto musicale della memoria.

Patrizio, come e quando è nato in te il desiderio di comporre e quindi cantare questo brano? Possiamo dire sia stata una sorta di “urgenza” sopraggiunta nel tuo cuore?

«Quest’anno sono vent’anni dalla morte di Federico. Mi è capitato di incontrare più volte Lino, suo papà, e confrontarmi con lui su diversi temi partendo dalle nostre esperienze di padri. Ho trovato in lui una forza e una dignità che mi hanno toccato profondamente. Luigi Manconi, alla presentazione delle iniziative previste per ricordare Federico, mi ha emozionato rilanciando il dolore dell’esperienza vissuta come uno stimolo per guardare avanti. 

Ero un po’ scombussolato e ho provato a scrivere qualcosa con la chitarra e il piano: in un paio di giorni ho finito la canzone. Come dici tu è stata una specie di urgenza che ho vissuto pochissime volte». 

Raccontaci se vuoi del tuo legame con Federico e dell’amicizia storica con la sua famiglia.

«Federico è coetaneo e compagno di scuola di mio figlio Andrea: alla Sacra Famiglia sono stato catechista del loro gruppo dalla prima confessione alla cresima. È stato così che ho conosciuto Lino e Patrizia. 

Dopo la morte di Federico li ho seguiti “a distanza”, incapace di accettare fino in fondo la tragedia che li ha coinvolti. È un legame di solidarietà alimentato anche dalla conoscenza di Stefano, il fratello di Federico, amico di mia figlia Irene».

Quando e come hai reso partecipi i suoi famigliari e i suoi amici di questo tuo progetto di una canzone a lui dedicata? E come hanno reagito?

«Ai primi di luglio avevo la versione “grezza” della canzone: ho chiamato Lino e sono andato da lui a fargliela sentire. C’era anche sua mamma: per me è stato un momento molto intenso e loro, commossi, mi hanno incitato a proseguire. Insieme abbiamo scelto il titolo che è l’inizio dell’ultima strofa. 

Successivamente ho inviato la prima registrazione, fatta alla buona con lo smartphone, e il testo a Patrizia, la mamma di Federico: anche lei mi ha incoraggiato. A seguire ho inviato il tutto al gruppo degli amici del Comitato Federico Aldrovandi 2005–2025 che mi hanno inserito nel programma del concerto del 27 settembre. L’esecuzione poi è saltata a causa del fortissimo temporale che si è scatenato proprio nel tempo a nostra disposizione».

Come sempre capita per i tuoi progetti musicali, anche questo brano vede diverse collaborazioni artistiche: ce ne vuoi accennare? 

«Conosco i miei limiti da “chitarrista da parrocchia” e da pianista che ha smesso di studiare nel secolo scorso: per questo sono fortunato ad avere amici a cui posso rivolgermi. Corrado Calessi ha fatto un bellissimo arrangiamento e ha coinvolto musicisti di grande valore a cui si è aggiunta Erika Corradi con la sua bella voce (che supporta la mia che a volte rivela la mia emozione) e ha curato i riempimenti vocali. 

Abbiamo registrato nella taverna-studio di Corrado: per me una sensazione speciale sapendo che al piano di sopra abita il maestro Pierluigi Calessi che tanti lettori della Voce ricorderanno come direttore storico dell’Accademia Corale Vittore Veneziani. Era pronto ad accompagnarmi dal vivo anche un quartetto d’archi ma il temporale di cui sopra lo ha impedito».

In questo tuo brano ci trovo un’ambivalenza: da una parte un senso di sconforto, di disillusione, di crudo realismo nei confronti dell’ingiustizia che spesso sembra dominare questo mondo (la «menzogna», il «marcio», la «miseria» umana, «l’indifferenza»); dall’altra parte una speranza sempre viva (un futuro vivo, una luce che sempre si accende…). In quale tensione stanno i due poli, nel tuo cammino di fede e nella vicenda di Federico?

«La tensione fra questi poli penso sia il nucleo dell’esperienza di molte persone: sicuramente vale per me. Tra lo sconforto e la fiducia ci si muove quotidianamente: penso alla forza con cui Patrizia, Lino e Stefano affrontano ogni giornata da vent’anni a questa parte. Nella canzone ho espresso una possibilità inserendo nel ritornello il salmo 85 (“Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno”): mi sembra uno slancio che non implica necessariamente uno sguardo di fede. 

Subito dopo, però, appare la fatica nella consapevolezza che “la speranza non è consolazione”».

Un’ultima domanda: quattro anni fa hai presentato il tuo brano dedicato a un’altra giovane prematuramente scomparsa, la Serva di Dio Laura Vincenzi. La storia di Laura e quella di Federico – pur diverse – hanno qualcosa in comune?

«Per me sono due canzoni nate entrambe quasi come volessero scriversi da sole e questo mi fa riflettere molto. Poi le loro diverse storie di sofferenza hanno in comune il coinvolgimento successivo di tante persone: Aldro vive con noi e Laura canta insieme a noi testimoniano una presenza importante.

Infine li immagino insieme, nel posto riservato a loro in Paradiso, a scrivere nuove canzoni da mandare qui da noi attraverso qualche persona».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 dicembre 2025

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Il Vescovo Bovelli guida nel turbine della guerra

25 Nov

Dal suo epistolario negli anni 1943-45 emerge forte la figura del Pastor et defensor di Ferrara, alle prese con le autorità locali, con quelle d’occupazione, con i preti e altre personalità (Schönheit, Cadorna…): ecco le ricerche di Rossi e Piffanelli

di Andrea Musacci

“Questioni private” e affari pubblici. Aneddoti feriali, aspetti ameni e controversie gravi, drammatiche. È davvero un intero universo quello che emerge dall’epistolario di mons. Ruggero Bovelli (Vescovo dell’Arcidiocesi di Ferrara dal 1929 al 1954), in parte presente nel “Fondo Bovelli” conservato nel nostro Archivio storico diocesano. 

Alcune di queste missive sono state al centro dell’incontro pubblico svoltosi nel pomeriggio dello scorso 17 novembre nella sede dell’Istituto di Storia Contemporanea (ISCO) di Ferrara. L’incontro dal titolo Un vescovo tra guerra e liberazione: Ruggero Bovelli “Pastor et defensor” nel 150° della nascita, curato da ISCO e promosso dalla Sezione di Ferrara dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani (ANPC), ha visto la presenza di oltre 50 persone e gli interventi dello storico e Consigliere nazionale ANPC Andrea Rossi e di Riccardo Piffanelli (foto piccola)dell’Archivio storico diocesano. L’iniziativa è stata introdotta dalla Direttrice ISCO Anna Quarzi («è un mio sogno – ha detto – quello di mettere il nome di Bovelli nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme») e dal Vicario Generale diocesano mons. Massimo Manservigi: «Bovelli – ha spiegato – fino all’ultimo è stato un uomo molto attivo. Ricordo anche il suo legame con don Calabria e il suo ruolo nella nascita della Città del Ragazzo. Sapeva sempre fare le scelte giuste e mantenere vive le comunità a lui affidate». 

TELEFONO, BICI E PNEUMATICI

«Il Fondo Bovelli – ha spiegato Piffanelli – è composta da 54 cartelle (buste) su 8 metri lineari. È quindi un fondo corposo, ma discontinuo, non sempre lineare».

Leggi l’intero articolo qui.

(Articolo pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 novembre 2025)

Anna Kolodziejczak: una storia del ‘900 tra guerra in Polonia e riscatto a Ferrara

22 Nov
Anna e Sauro Benassi

Padre polacco e madre indiana Lakota-Sioux, Anna nel ’44 in un campo di prigionia nazista incontra il bondenese Nessauro “Sauro” Benassi, che diventerà suo marito e col quale vivrà a Burana e Ferrara. Il figlio Carlo (morto nel 2020) ha raccontato la storia in un libro ora curato dalla vedova Magda Beltrami. Un’epopea tra impegno politico e fede, spaccato agrodolce del secolo breve

di Andrea Musacci

A 5 anni dalla scomparsa di Carlo Benassi, primo Segretario della Funzione Pubblica CGIL di Ferrara e Dirigente del Comune della stessa città, è stato pubblicato il libro da lui redatto dedicato alla madre Anna Kolodziejczak, di origini per metà polacche e per metà indiane d’America. Una storia affascinante che unisce Paesi diversi, che parla di guerra e del riscatto dell’amore, della politica come liberazione e del potere come oppressione. Il volume dal titolo “Anna. Le quattro dimensioni di una donna” è stato curato dalla vedova di Benassi, Magda Beltrami, docente di Fisica Ambientale, ricercatrice, saggista e curatrice di mostre documentarie e fotografiche. La pubblicazione promossa da SPI CGIL Ferrara (con testo di presentazione di Delfina Tromboni) viene presentata il 18 novembre nella sede della CGIL Ferrara (Camera del Lavoro di piazza Verdi) con inizio alle ore 17 e saluto di Sandro Arnofi (Segretario Generale SPI CGIL Ferrara), introduzione di Mara Guerra (insegnante), moderazione di Mario Mascellani (volontario SPI CGIL Ferrara) e presentazione a cura di Magda Beltrami.

TRA GLI INDIANI E LA POLONIA

Le origini di Anna sono complesse e affascinanti: suo padre Stanislaw, polacco di origini cosacche, era emigrato con la famiglia in America a inizio Novecento per sfuggire alle persecuzioni prussiane. Stanislaw sposa la giovane Theodosia, figlia di un guerriero indiano della tribù dei Lakota-Sioux, ucciso dall’esercito USA. I due hanno sette figli: la primogenita è Anna, nata a South Heart, nel Nord Dakota, nel 1917 e battezzata nella chiesa cattolica di San Bernardo a Belfield. La narrazione dei soprusi subiti dalla famiglia materna e dagli altri indiani nella terra natia non si interromperà mai nei suoi racconti.

Quando lei è adolescente, si trasferisce con la famiglia a Danzica, in Polonia. Qui, il cortile della fattoria della sua famiglia viene invaso il 3 settembre 1939 da due camionette di soldati tedeschi che requisiscono la casa e i terreni. La madre Theodosia è costretta a rimanere lì col figlio più piccolo per servire gli occupanti, il padre è mandato alla frontiera russa per lavori militari, i fratelli a lavorare in fabbrica in Germania, Anna a lavorare come domestica a Danzica in una famiglia benestante; dopo due anni viene portata nel vicino campo di lavoro nazista di Zoppot-Gdynia, dove rimarrà quattro anni. Conoscendo bene l’inglese, il polacco e il tedesco, almeno viene usata non solo per duri lavori manuali ma anche come traduttrice: quest’aspetto le salverà la vita, mentre molti muoiono per la fame e le vessazioni. 

L’AMORE NELL’ORRORE

Viene quindi trasferita nel campo di Oliwa (Stalag XX-B, a Marienburg-Danzica, sottocampo di Stutthof) e la fanno lavorare in Waggonfabrik, fabbrica per costruire motosiluranti per il Reich: è qui che conosce Nessauro Benassi, detto Sauro, militare (uno degli IMI – Internati Militari Italiani) fatto prigioniero a Scutari, in Albania l’8 settembre 1943, dopo aver combattuto in Grecia. Classe 1920, nato a Burana vicino Bondeno, viene arruolato giovane; e prima di Oliwa passerà per altri 5-6 campi, fra cui Thorn (Stalag XX-A) e Konigsberg. Scriverà: «Usciti dal campo di concentramento non eravamo più né uomini né donne, avevamo perso il senso, sia ben chiaro non eravamo più essere umani…». Nell’estate del ’44 i bombardamenti alleati su Danzica e dintorni mettono a repentaglio anche la vita dei due giovani. «Sauro lascia sempre ad Anna qualche piccolo segno del suo passaggio come quel berretto di lana che lei calcherà sulla testa per nascondere gli occhi ai bagliori delle bombe», scrive il figlio Carlo. A inizio ’45 i due sono tra i sopravvissuti dell’incendio delle baracche dove vivono causato dai tedeschi in fuga. Si salvano mangiando patate bollite e marmellata trafugata. Poi scappano insieme diretti verso la casa di lei, a Danzica, a 50 km, ma per prudenza si fermano prima, a Tczew: si muovono con «un carretto dissestato al quale Sauro sostituisce due ruote con quelle di una motocicletta abbandonata e sottrae ai tedeschi un cavallo ferito». 

NOZZE SPECIALI

Poi riescono ad arrivare nella casa di Anna, abbandonata e depredata, dove ritrovano parte della sua famiglia. Sauro visita una città lì vicino, Bydgoszcz, finalmente libero di girare, «sulla manica della giubba un’appariscente bandiera italiana» da lui assemblata e cucita. Grazie a diversi soldati italiani, la casa-fattoria di Anna viene ristrutturata, «si riprende la lavorazione della terra e si produce wodka fermentando patate e crusca», wodka che usano come mezzo di baratto. Nel settembre ’45 Anna e Sauro si sposano nel Campo Internazionale Prigionieri Liberati n. 163 della Croce Rossa Italiana, a Bydgoszcz. Il celebrante è don Pierino Alberto, Cappellano militare del 6° Reggimento Alpini, Brigata “Val Chiese”: «i loro abiti sono stati confezionati con tendaggi e vecchie coperte tedesche», il pranzo nuziale è «servito su tavoli assemblati con porte e finestre». Questo il menù: «tagliatelle cucinate da italiani, capriolo cacciato nei boschi vicini ed abilmente scuoiato e cucinato da Theodosia, torta preparata con moltissimo burro recuperato per l’occasione e decorata con gusto e tanta, tanta wodka».

NUOVE GIOIE, NUOVE LOTTE

Nel gennaio ’46 Anna e Sauro vanno a vivere in Italia, con loro «quattro capienti valigie di legno» da lui costruite; partono il 4 gennaio, il 22 sono a Burana: Anna si segna nel diario tutte le tappe del viaggio; ma per lei ora iniziano nuove difficoltà: «non parla italiano ed è solo “la polacca”. Questo appellativo marcherà la diffidenza nei suoi confronti e ne dichiarerà la marginalità».

Intanto il marito diventa funzionario della CGIL, lavorando a Ferrara (nel ’48 diventa primo Segretario dei pensionati CGIL) e in Sicilia, negli anni del bandito Giuliano («passa le notti in luoghi sempre diversi e tiene una pistola sotto il cuscino»), fino all’aprile del ’48, quando nasce suo figlio Carlo. Anna non solo non si abbatte nonostante la solitudine e le diffidenze della gente, ma sceglie di impegnarsi, di essere una donna attiva, soggetto di trasformazione: così, nel 1947 aderisce al Partito Socialista Italiano. Ma la Guerra Fredda e la rigidità del regime polacco le danno ulteriori motivi di sofferenza: «La corrispondenza con i genitori è censurata, spesso non parte o neppure arriva e se arriva è aperta, violata», quindi «si riduce allo scambio di banali informazioni e alla trasmissione di fotografie. A lei ormai cittadina italiana è negato il permesso di ingresso in Polonia per gli undici anni successivi». Nella sua patria, il padre Stanislaw aderisce al Partito Unificato Contadino (ZSL), satellite obbligato del Partito Operaio Unificato Polacco, ma che nel 1989, in nome di un socialismo agrario non stalinista, appoggia Solidarnosc.

La resistenza attiva di Anna continua – nel ’50 il Tribunale di Ferrara la nomina interprete ufficiale per la lingua polacca, a metà anni ’50 si trasferiscono a Ferrara – ma l’aver contatti con un Paese sovietico e l’esser moglie di un sindacalista le faranno perdere il lavoro. Tornerà quindi alla fatica nei campi e nel ’57, grazie alla CGIL, riuscirà a compiere un viaggio in Polonia col figlio: Sauro è già lì, partito con una delegazione sindacale in visita al Paese. La famiglia trascorre alcuni mesi felici. Lei negli anni tornerà più volte nella sua patria, ora triste e senza libertà. Nel ’65 avrà l’onore di poter fare la traduttrice in occasione delle celebrazioni per il gemellaggio tra l’Università di Ferrara e quella polacca di Torun.

QUELLA MADONNA NERA

Nel ’46 un giovane li aveva accompagnati nel viaggio, fino a Udine, aiutando Anna con le pesanti valigie: indossava la divisa dell’esercito italiano, si diceva istriano, parlava varie lingue ma male l’italiano. Molti anni dopo, l’allora parroco di Bondeno mons. Guerrino Ferraresi «porge a Sauro i saluti di un alto prelato che viveva in Vaticano»: era quel misterioso ragazzo, un russo in fuga dal suo Paese per farsi prete. Sauro allora lo incontra a Roma: l’emozione è grande. 

Il tempo passa, nel ’76 il figlio Carlo si sposa, e ad Anna e Sauro sono riconosciute onoreficenze: entrambi ricevono il diploma d’onore di Combattenti per la Libertà d’Italia 1943-1945 e lei anche quello di Deportata Politica non Collaborazionista. Ma una malattia invade il corpo e la mente di Anna: schizofrenia senile: allora «prega la Madonna nera di Czestochowa, trova conforto e si sente meno sola»: “Una cura serve più di una candela accesa davanti alla Madonna?”, si chiede.

Una domanda che facciamo nostra.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 novembre 2025

Shoah, fare memoria del male per un avvenire diverso 

5 Feb

A S. Spirito “Il giardino dei Finzi Contini” con dibattito. Il terrore e quel finale dolce

di Andrea Musacci

L’urgenza non solo della memoria del male che è stato, ma della denuncia di quello che è ancora e del rischio di quel che potrà essere. E l’urgenza contro il tempo che corre e che rischia di seppellire il ricordo di quei fatti. Di questo si discute ogni Giorno della Memoria – e non solo -, perché gli anni passano e il periodo in particolare fra il 1938 (entrata in vigore delle leggi razziali nel nostro Paese) e il 1945 si allontana sempre più, forse anche dalla coscienza e dal cuore delle nuove generazioni.

Di questo si è riflettuto la sera dello scorso 27 gennaio nel Cinema S. Spirito di Ferrara in occasione di un incontro promosso dallʼUfficio Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso, che ha visto la presenza di circa 120 persone. La proiezione della versione restaurata de “Il giardino dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica (’70) è stata preceduta da un momento di confronto – moderato da Alberto Mion – che ha visto gli interventi del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, di Amedeo Spagnoletto (Direttore MEIS Ferrara), di Anna Quarzi (ISCO Ferrara) e Carlo Magri (docente UniFe ed esperto di cinema locale).

IL DIBATTITO: DOVERE E DIFFICOLTÀ DEL RICORDARE

«Bisogna sempre cercare il dialogo e prestare attenzione all’antisemitismo che dà segnali preoccupanti. Mai dimenticare l’importanza della relazione con l’altro e con la diversità, anche religiosa», ha detto il Vescovo. Dicevamo della memoria, e Spagnoletto ha così esordito: «Mi interrogo sempre su quale sarà il futuro della memoria della Shoah». Ha poi raccontato un aneddoto su Edith Bruck, scrittrice classe ’31 di origini ungheresi sopravvissuta ad Auschwitz e ad altri campi tedeschi: «ieri l’ho intervistata. “Testimonierò – mi ha detto – finché avrò un alito di vita. Ritengo che i semi che abbiamo piantato daranno frutti”. Liliana Segre invece è molto preoccupata che fra qualche anno sulla Shoah possano rimanere solo poche righe nei libri di scuola». 

Ricordiamo che il giorno successivo, Edith Bruck si è collegata con la nostra città in un incontro organizzato dal MEIS e riservato alle scuole. Al MEIS «in questi giorni – ha spiegato quindi Spagnoletto – abbiamo promosso ancor più visite del solito. Il nostro impegno è rivolto soprattutto ai più giovani, con attività pensate appositamente per loro. L’ultimo anno è stato difficile». Il riferimento è alla strage del 7 ottobre 2023 e alla guerra: «spesso nella comunicazione e nel dibattito alcuni decontestualizzano la Shoah e fanno un uso sbagliato delle parole». La memoria, invece, «è come un giardino che va annaffiato costantemente. E le erbacce – antisemitismo, razzismo, mancanza di dialogo – vanno tolte di continuo. Per voi, essere qui stasera – ha concluso -, significa voler ricordare le responsabilità che anche la città di Ferrara ha avuto dal 1938 al ‘45».

Senza nulla togliere al regime di terrore instaurato dal Fascismo fin dai suoi esordi (e prima di prendere il potere), giustamente Quarzi ha ricordato come a Ferrara fino al 1938 il podestà fosse ebreo (Renzo Ravenna), così come ebrei erano il Presidente della Cassa di Risparmio, quello dei Consorzi Agrari e i Presidi dei Licei Classico e Scientifico. «Nel film – ha proseguito – la tragica perdita dei diritti viene narrata in un’atmosfera ovattata: Ferrara è “la città dalle persiane socchiuse”, come la chiamò Guido Fink. Ed è la stessa Segre a parlare spesso del pericolo dell’indifferenza». 

Magri ha poi raccontato diversi aneddoti legati alla genesi e alla realizzazione del film, partendo anche dal suo recente libro “Ferrara, città e provincia nel cinema”, dov’è presente anche un capitolo sulla “Ferrara ebraica”. «De Sica all’inizio non era molto propenso a girare il film – ha detto -, avendo dubbi su alcuni aspetti della sceneggiatura, ad esempio sull’uso dei flashback».

IL FILM: DOLORE E SPERANZA NELLA REALTÀ

La famiglia protagonista del romanzo di Bassani, e poi del film di De Sica, è ispirata a quella dei Finzi Magrini: Silvio Finzi Magrini ha infatti “suggerito” nello scrittore la figura di Ermanno Finzi Contini, capostipite della casata e padre di Micòl. I Magrini a Ferrara vissero al numero 76 di via Borgo dei Leoni. «Persino il cane Ior che si vede nel film – ha spiegato Quarzi – è identico a quello della famiglia Magrini». Nella pellicola, la dolce atmosfera di una serena giornata di sole sembra rompersi, quasi fin da subito, per la presenza del cane che enorme giace poco dopo il grande ingresso, intimorendo così i giovani diretti verso il campo da tennis. Non fa male, non aggredisce, non aggredirà: di lui si può dire, non di quella fiera disumana che è il nazifascismo. Alberto (Helmut Berger), fratello di Micòl (Dominque Sanda), confessa il timore di essere aggredito là fuori, gli altri no, non si sa se per incoscienza o rimozione di ciò che li terrorizza. Sta di fatto che man mano che le vicende si susseguono, anche la luce esterna si spegne sempre più, il buio diventa padrone. Quel buio nei cuori, che non concede rifugio né pietà. Nemmeno le mura di cinta della proprietà dei Finzi Contini – che sembra sconfinata – sono sufficienti per evitare l’avanzata del male. E l’assurdo dell’Olocausto è anticipato dall’assurdo di Micòl che nega il proprio amore (antico e ancora vivo) per Giorgio (Lino Capolicchio): come se la morte terribile che la attende iniziasse a roderla dentro nella forma dell’odio, dell’isolamento che stringe lei e gli altri ebrei in una lenta morsa fatale. 

Solo la sequenza finale sembra poter restituire – a noi, inerti spettatori – un ricordo e un sogno della sua bellezza, della sua giovinezza spensierata. Sulle note di “El Maalè Rahamim” (canto poetico in lingua ebraica usato come preghiera per le persone morte di morte violenta), Micòl, Alberto e gli amici sembrano venirci incontro trasfigurati, coi loro corpi e col loro amore folle della follia dei bambini. 

«Che dunque il Signore di Misericordia / lo nasconda tra le Sue ali per sempre / e avvolga la sua anima nella vita eterna. / Dio sia la sua eredità / e possano riposare in Paradiso».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2025

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Dagli angeli ai suini: una Porta, mille usi

21 Dic

Porta degli Angeli a Ferrara. Perché da molti è chiamata “Casa del boia”? Ecco alcune ipotesi

di Andrea Musacci

A volte le vicende della storia rendono l’identità di un luogo tormentata, complessa, imprevedibile. E capita anche che nessuna tragedia si tramuti in farsa ma che un’ironia diabolica trasformi spazi di lusso e potere in patiboli, veri o immaginari. È il caso della Porta degli Angeli, stupenda e travagliata (spesso abbandonata o sottoutilizzata) struttura alla fine di corso Ercole I d’Este, luogo di fascino e ristoro per “pellegrini” più o meno sportivi che amano solcare il lungo braccio murario di Ferrara. Soglia, anche, fendente la città all’altezza del Parco Urbano.

Da molti ancora denominata “Casa del boia” (“Ca’ dal boia”), ma a torto: questo inganno deriva dalla falsa convinzione che o la Porta stessa o l’edificio antistante, oggi sede del “Tiro a Segno Nazionale”, anticamente ospitasse la residenza del temuto carnefice. Di sicuro, diverse in passato furono le abitazioni cittadine del boia. Una, documentata, al civico 27 di via San Romano, di fianco al Museo della Cattedrale. Un’altra in quella che nel 1908 diventò via della Concia. Oppure, come scrive Francesco Scafuri, la denominazione “Casa del Boia” applicata alla Porta degli Angeli «è entrata da qualche tempo nell’uso comune di molti ferraresi forse perché la storica costruzione prima dei restauri appariva isolata, poco illuminata, assumendo così un aspetto quasi sinistro» (“Porta degli Angeli o Casa del boia?”, cronacacomune.it, 2002). O ancora, «forse alle “grida” dei maiali al macello, così simili a quelle umane, si deve il nome di casa del boia», ipotizza Silvana Onofri (“Archeologia urbana. La Porta degli Angeli e le mura rossettiane”, “Quaderni dell’Ariosto”, n. 62).

VARCO DEI POTENTI

Di certo, c’è che la Porta che prese il nome dalla vicina chiesa di Santa Maria degli Angeli (distrutta nel XIX secolo), era stata prevista alla fine del Quattrocento nel piano dell’Addizione Erculea in fondo alla via degli Angeli (oggi Corso Ercole I d’Este) in ricordo del duca che, insieme all’architetto Biagio Rossetti, realizzò a partire dal 1492 l’ampliamento della città a nord del Castello Estense. «Nel periodo estense – scrive ancora Scafuri – la Porta degli Angeli era considerata una delle strutture più prestigiose dell’intera cerchia muraria, perché di norma da qui entravano ed uscivano non solo i duchi quando si recavano a caccia nel Barco (oggi “Parco Urbano”), ma anche i personaggi importanti e gli ambasciatori; questi ultimi erano sottoposti in ogni caso ad un accurato controllo in prossimità ed in corrispondenza della Porta, difesa da un efficiente sistema militare. Tra i nobili che la attraversarono, ricordiamo il futuro re di Francia Enrico III, che nel 1574 fu accolto da un arco trionfale, allestito per l’occasione proprio nei pressi del “nobile accesso”». E come scrive ancora Onofri, «tradizione vuole che da questa porta sia uscito Cesare d’Este, l’ultimo duca di Ferrara quando, nel 1598, la città fu devoluta allo Stato Pontificio e che immediatamente dopo, in ricordo dell’evento, il fornice a nord sia stato murato. Si tratta solo di una leggenda, dato che nel XVIII secolo la porta era ancora aperta con funzione di dogana».

MATTATOIO E CASA DI FAMIGLIA

È documentato, invece, che dal 1820 divenne un macello – o mattatoio – per maiali e poi magazzino e polveriera. A proposito di questa ultima truce dimora dei suini, lo scavo effettuato nel 1986 nell’area immediatamente a Sud della Porta ha rivelato un piccolo pozzo a destra della porta e parte di muri perimetrali dei box, appartenenti alle strutture del macello. Inoltre, le Mura divennero terreno rustico prativo concesso in appalto per la falciatura e raccolta dei foraggi e il camerone della Porta usato come magazzino. E infine, fino al 1984, abitazione privata: «dal 1945 al 1984 (…) la struttura era diventata casa d’abitazione di una famiglia affittuaria del Comune: nonni, figlia, genero e due nipoti. Il genero era falegname e aveva il suo laboratorio sopra la torre, i suoi due figli vi erano nati e adolescenti scorrazzavano nel sottomura, dove era anche l’orto tenuto dai nonni» (articolo a cura di “Arch’è”, cronacacomune.it, 2012).

DALLE TORTURE AL TURISMO

Dopo anni di quasi totale inutilizzo, in futuro la Porta degli Angeli diverrà il punto di riferimento per promuovere la fruizione turistica e culturale del sito UNESCO “Ferrara città del Rinascimento e il suo Delta del Po”. «All’interno dell’edificio – è stato spiegato dal Comune – sarà allestito un percorso di visita, sviluppato sulle due sale al piano terra. (…) Il percorso guiderà i visitatori attraverso testi, immagini e video alla scoperta del patrimonio culturale e naturale identificativo dei riconoscimenti per l’inserimento di Ferrara e il suo Delta del Po nella lista del patrimonio mondiale».

(Oltre alla citata Onofri, grazie anche a Claudio Gualandi, Linda Mazzoni, Carlo Magri e Marialucia Menegatti per l’aiuto)

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2024

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La Ferrara di Pasolini: in Borgo dei Leoni abitò uno zio pilota

12 Dic

Il ferrarese Naldini sposò una zia materna del noto intellettuale. Ecco la storia di questa famiglia, le parole inedite di una cugina di Pasolini e altri aneddoti

di Andrea Musacci

Molto è stato scritto dei profondi legami tra Pier Paolo Pasolini (PPP) e l’Emilia-Romagna: le origini ravennate, gli anni a Bologna, quelli a Parma e a Scandiano. Ma poco o nulla si sa delle parentele ferraresi del grande intellettuale tragicamente scomparso nel 1975.

Enrichetta, una delle zie materne di Pasolini, infatti, sposò un ferrarese, Antonio Naldini. Pilota di auto da corsa (e nei registri di leva indicato come chauffeur), Antonio nasce a Ferrara il 26 maggio 1893, ed è figlio di Massimo Naldini, cuoco, che sposa Ernesta Chiozzi, possidente. Sarà la guerra a portare Antonio in Friuli – a Casarsa, terra di Pasolini -, assieme a Carlo Alberto Pasolini, padre di Pier Paolo.

L’ALBERO GENEALOGICO

Ma ricostruiamo la parte dell’albero genealogico che ci interessa. 

I nonni materni di Pier Paolo Pasolini (PPP) sono Domenico Colussi e Giulia Zacco: i due hanno sei figli: Vincenzo (morto a 19 anni in USA in circostanze misteriose); Susanna (morta nell’81 a Udine), che nel dicembre ’21 sposa il ravennate Carlo Alberto Pasolini e i due avranno Pier Paolo e Guidalberto, quest’ultimo partigiano cattolico ucciso dai titini nel 1945 nell’eccidio di Porzûs; Chiarina; Giannina; Luigi (detto “Gino”); Enrichetta. Quest’ultima, sarta (aprì a Casarsa una sua bottega), è così descritta da Siciliano, biografo di PPP: «ha il sorriso dolcissimo: la testa bianca, il fisico abbandonato in una mollezza da buona madre di famiglia: una corporatura che addita una positiva sensibilità». Enrichetta sposa il ferrarese Antonio Naldini e i due hanno tre figli: Domenico (detto “Nico”, scrittore e poeta), Anna Maria (1918-2002, detta Annie) e Franca. Quest’ultime due sono nate a Ferrara. Anna Maria sposa Umberto Chiarcossi e i due hanno due figlie: Graziella e Giulietta (classe 1941). Franca, invece, sposa Giorgio Mazzon e anche loro hanno due figli, Guido e Margherita. 

I PARENTI ESTENSI DI PASOLINI

Il nostro Antonio Naldini aveva un fratellastro «fornaio e comunista», Giuseppe Naldini (nato a Ferrara il 31 ottobre 1899 e morto il 9 febbraio ’51), che Carlo Alberto Pasolini, fascista, sembra volesse denunciare come “sovversivo”; Giuseppe ebbe una figlia, Ernesta (o Ernestina), nata nel 1921. Antonio aveva anche una sorellastra, Rosa Naldini, nata a Ferrara il 14 gennaio 1898 ed emigrata a Casarsa il 4 ottobre 1923, forse assieme ad Antonio. 

Giuseppe e Rosa erano figli di Massimo Naldini ed Ernesta Chiozzi. Antonio Naldini è figlio di Massimo, e risulta come figlio di Ernesta Chiozzi solo nei registri di leva (non in quelli dell’Archivio Storico comunale di Ferrara): nato 5 mesi dopo il loro matrimonio, o è frutto di una relazione extraconiugale del padre (madre ignota), oppure la famiglia Naldini è una famiglia affidataria e Antonio era un bambino esposto. 

Dall’Archivio Storico comunale di Ferrara risulta che dal 1901 la famiglia Naldini abita in via Borgo dei Leoni, 132.

I COLUSSI A FERRARA DAI NALDINI

Nel libro “Storia di una casa. Pier Paolo Pasolini a Casarsa” si racconta come “Casa Colussi” – la casa di Casarsa della famiglia Colussi (la madre, le zie e i nonni materni di Pier Paolo) – fu da loro abbandonata dopo Caporetto nell’ottobre 1917 e occupata dalle truppe austriache dilagate in Friuli. Scrive Enzo Siciliano nella “Vita di Pasolini”: «Al momento della ritirata di Caporetto, i Colussi sfollarono: si rifugiarono a Ferrara presso i Naldini, la famiglia del fidanzato di Enrichetta».

Al ritorno, le cose non andavano bene, ma anni dopo «Enrichetta aprì una cartoleria accanto al portoncino d’ingresso» di Casa Colussi. 

Dopo la morte del vecchio Domenico – avvenuta nel 1928 -, al primo piano ci andarono ad abitare anche i coniugi Enrichetta e Antonio Naldini, e successivamente anche i loro figli Anna Maria, Franca e Nico.

IL RACCONTO DI NICO NALDINI

Domenico “Nico” Naldini – morto nel 2020 a 91 anni nella sua casa di Treviso – in un’intervista al Corriere della Sera nel 2011 racconta così del padre Antonio: «Mio padre, che era un pilota di automobili da corsa, dopo il matrimonio, a 21 anni, ebbe il morbo di Parkinson. Venne ricoverato in cliniche di lusso con medici che promettevano la guarigione in cambio di quote mensili tremende: in realtà per calmarlo un po’ allora c’era solo l’estratto di belladonna. Mia mamma spese così anche i soldi che non aveva e l’infanzia mia e delle mie due sorelle fu di totale povertà». Suo padre sarebbe morto nel ’50 corroso dalle medicine: «Non ho avuto rapporti con lui, se non nell’aiutarlo a vestirsi o a scendere le scale. Mia mamma l’ha difeso anche contro di noi: era dedita completamente a lui e si inventò diversi mestieri, per colmare i debiti».

Nel 2014, il Palazzo delle Esposizioni a Roma ospita la mostra “Pasolini Roma”. In un incontro legato alla mostra, Nico Naldini parla così di Enrichetta: «mia madre era segretaria del fascio femminile e quindi [in occasione delle adunate fasciste] si portava 2-300 contadine e le raccomandava di battere le mani (…)». Un lato oscuro della zia di Pasolini, ma che purtroppo accomunò tanti in quel periodo.

GRAZIELLA CHIARCOSSI: «QUEL MIO NONNO MALATO»

Abbiamo contattato Graziella Chiarcossi per farci raccontare quel che ricorda di suo nonno Antonio Naldini. Graziella, nata a Casarsa nel ’43, vedova del noto scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami (dal quale ha avuto un figlio, Matteo), visse insieme a PPP e a sua mamma Susanna a Roma dai primi anni ’60 (dove quest’ultimi due si erano trasferiti nel ’50, con l’aiuto di Gino, fratello di Susanna, antiquario, che viveva già nella Capitale). A Roma si iscrive e laurea alla Facoltà di Lettere, poi nella stessa Università diventa contrattista. Tornando ad Antonio Naldini, Graziella racconta alla “Voce”: «Il mio unico ricordo diretto è legato al giorno della sua morte a Casarsa della Delizia, nella vecchia casa di famiglia. Mio zio, Nico Naldini, non ha voluto che mia sorella e io entrassimo in camera perché eravamo bimbe». Siamo nel ’50, Graziella ha 7 anni. «Nei miei ricordi – prosegue -, nonno Antonio è solo una persona malata. E per lungo tempo dopo la sua morte ho fatto compagnia a nonna Enrichetta dormendo nel lettone insieme a lei».

PPP A COMACCHIO CON BASSANI

Dalle “Lettere 1940-1954” di PPP e dal libro “Pasolini Requiem” ricostruiamo almeno in parte i giorni in cui PPP venne nelle Valli comacchiesi. Ai primi di marzo del 1954 Pasolini e Bassani, ormai amici, partono insieme in macchina da Roma «alla volta di Ferrara, per compiere sopralluoghi nelle paludi di Comacchio» per la sceneggiatura del film “La donna del fiume” assieme al regista Mario Soldati. Il 14 marzo ’54 da Roma PPP scrive a Biagio Marin che è a Trieste: «Caro Marin, sono secoli che devo scriverti, ma: prima ho dovuto fare un viaggetto a Ferrara e Comacchio, e son tornato a Roma con un’angina e il connesso febbrone […]». Disguido di cui parlerà anche in un’altra lettera del 29 marzo 1954 da Roma a Leonardo Sciascia. Oltre a Bassani, Pasolini ebbe anche un’altra amicizia ferrarese: quella con la poetessa e traduttrice Giovanna Bemporad (Ferrara, 1923 – Roma, 2013), anch’essa studentessa al Liceo “Galvani” di Bologna e che con PPP trascorse il periodo della guerra vicino Casarsa.

FRAMMENTI DALLE LETTERE

Dei legami fra PPP e Ferrara esistono anche tracce frammentarie ma che dicono di una relazione del poeta con la nostra città, indebolitasi sempre più dagli anni ’60. L’11 febbraio 1950, PPP è da poco arrivato a Roma con la madre. Scrive all’amica Silvana Mauri: «Mia madre, forse, si sistemerà presso una signora di Ferrara, molto simpatica: la sistemazione sarebbe ottima: ma se la cosa non dovesse andar bene, allora mi rivolgerei senz’altro a quella tua amica». Chi è questa signora di Ferrara? Mancando altri riferimenti, vien comunque da pensare la madre non sia mai stata sua ospite. Il padre Carlo Alberto, poi, li raggiungerà a Roma. Il 10 luglio 1955 PPP da Bolzano invia questa lettera ai genitori: «Miei carissimi, sono stato due giorni a Ferrara. Adesso sono di nuovo a Bolzano, ma solo per questa sera: domani mattina partiamo per Ortisei dove ci fisseremo definitivamente a lavorare per 20 giorni». A Ortisei, PPP avrebbe realizzato con Giorgio Bassani e col regista Luis Trenker la sceneggiatura del film “Il prigioniero della montagna”. Ma non spiega perché si è fermato due giorni a Ferrara: forse con Bassani, suo ospite? Non vi è traccia sul “Carlino” locale dell’epoca. Un altro mistero estense è nella lettera del novembre 1956 che da Roma scrive a Nico Naldini a Casarsa, dove PPP cita un misterioso «vitellone ferrarese»…

In un’altra lettera da Roma del 4 dicembre 1958 ai redattori di “Officina” a Bologna, PPP scrive: «[…] A Milano non potrò esserci il tredici, perché devo lavorare alle mie quattrocento pagine. Però è quasi sicuro che verremo a passare il natale e il capodanno in Emilia (Parma, Ferrara, Ravenna e Bologna) con Moravia e la Morante: così ci vedremo mentre “Officina” è nel forno […]». Il 19 dicembre 1958 a Roma, però, muore suo padre, e quindi forse PPP rimanderà queste vacanze per stare con la madre. Un altro legame di PPP col nostro territorio riguarda il suo periodo come studente al Liceo Galvani di Bologna: qui, tra i professori ebbe il centese Mario Borgatti, esperto di dialetto e cultura tradizionale. Infine, nel luglio 1959 PPP è a Siracusa e nel suo diario scrive: «Avevo sempre pensato e detto che la città dove preferisco vivere è Roma, seguita da Ferrara e Livorno. Ma non avevo visto ancora, e conosciuto bene, Reggio, Catania, Siracusa». Un “declassamento” che non intacca l’amore di Pasolini per la nostra città.


Alcune sue visite dal 1953 al ’70

Il 21 settembre 1953 PPP visita Casa Ariosto a Ferrara, come risulta dal registro delle firme. Sul “Giornale dell’Emilia” dell’epoca non vi è, però, traccia. Era, forse, in visita privata con Bassani? Tornerà a Ferrara il 26 febbraio 1962 per intervenire a Casa di Stella dell’Assassino in un incontro organizzato dal Comitato Cittadino Manifestazioni Culturali. Infine, Vittorio Sgarbi nel catalogo “Arte e letteratura nel nome di Roberto Longhi. Bassani, Pasolini, Testori” racconta di aver incontrato Pasolini nel 1970 a Casa Ariosto.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

P. P. Pasolini, “Lettere 1940-1954”, 1986. P. P. Pasolini, “Lettere 1955-1975”, 1986. Angela Felice (a cura di), “Storia di una casa. Pier Paolo Pasolini a Casarsa”, 2015. Barth David Schwartz, “Pasolini Requiem”, 1992. Enzo Siciliano, “Vita di Pasolini”, 1978. Nico Naldini, “Mio cugino Pasolini”, 2000. Davide Ferrari, Gianni Scalia (a cura di), “Pasolini e Bologna”, 1998. Alessandro Gnocchi, “PPP. Le piccole patrie di Pasolini”, 2022. Simonetta Savino, Alda Lucci (a cura di), “Bassani, Pasolini, Trenker: una singolare collaborazione”, 2010.

Grazie a Riccardo Piffanelli (Archivio Storico Arcidiocesi Ferrara-Comacchio), all’Archivio Storico comunale di Ferrara e all’Archivio di Stato di Ferrara.

(Foto: http://www.artribune.com)

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 dicembre 2024

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Gesuiti missionari in Paraguay: evangelizzare senza violenza

6 Dic

Il nuovo libro di Simonetta Sandra Maestri (con prefazione di don Andrea Zerbini) indaga, tra il 1609 e il 1768, l’opera educativa e spirituale in Sud America

Si intitola “Gesuiti e missioni in Paraguay (1609-1768). Evangelizzazione ed educazione dei guaraní” il nuovo libro di Simonetta Sandra Maestri, con prefazione di don Andrea Zerbini, Moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado ed ex Direttore del nostro Centro Missionario diocesano. Il libro è stato presentato lo scorso 21 novembre in Biblioteca Ariostea a Ferrara e Maestri ne ha inviato copia al Santo Padre Francesco il quale, tramite la Segreteria di Stato, le ha risposto in tempi brevi con un ringraziamento e la Benedizione Apostolica. 

L’autrice è stata Cultrice della materia a UniFe, docente alle Superiori e oggi fa parte della Redazione della rivista letteraria “L’Ippogrifo”, del Direttivo del Gruppo Scrittori Ferraresi, ed è Presidente dell’Associazione di promozione sociale “Baffo John Potter”. 

AUTONOMIA E OBBEDIENZA

L’elezione a Pontefice del gesuita Jorge Mario Bergoglio – scrive nel libro – ha «incentivato ancor più il mio desiderio di rivedere e pubblicare uno studio affrontato negli anni ‘93/’94 in occasione della mia tesi di laurea in Pedagogia», relatore il prof. Carlo Pancera. Ricca la bibliografia utilizzata, con testi conservati in archivi, biblioteche e presso la Casa Madre dei Gesuiti per consultare la Litterae Annuae, lettere che i missionari da oltreoceano inviavano a Roma per la rendicontazione ai loro superiori. Di particolare importanza e utilità nel suo studio, un manoscritto spagnolo del XVIII secolo custodito presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara, l’Exacta relación de las missiones del Paraguay, «scritta da chi ha vissuto direttamente l’esperienza e, una volta espulso dal Paraguay, è stato mandato nello Stato pontificio». Da questo studio – spiega – «è emersa una pedagogia gesuitica nella quale convivono il rigore delle regole e dell’obbedienza, l’autonomia e la flessibilità degli esercizi spirituali, voluti dal fondatore della Compagnia di Gesù Sant’Ignazio di Loyola nel 1534. Un umanesimo ignaziano in cui il missionario sa aprirsi alla popolazione indigena guaranì».

MISSIONARI, UNO STILE DIVERSO

Tra la fine del XV e la metà del XVI secolo la Spagna e il Portogallo dettero avvio alla conquista e alla colonizzazione del continente americano recentemente scoperto: «da un lato – scrive Maestri – l’Europa esporta in Sud America i propri strumenti e modelli culturali, mentre dall’altro lato il contatto con il nuovo continente si traduce in occasione di sperimentazione di nuove forme di governo e di rinnovamento dell’Europa stessa». Questo processo riguarda soprattutto il Paraguay. «Alla conquista delle armi succede la conquista spirituale che, oltre al ruolo evangelizzatore, assume il compito di formulare nuovi strumenti di comunicazione e di omogeneizzazione della società indigena». I gesuiti avranno il monopolio sul Paraguay, dove daranno vita a collegi urbani, riduzioni (i nuovi villaggi creati dai missionari in cui gli indigeni vivevano in pace assieme ad altri gruppi), Università e centri di cultura, «assumendosi la tutela e la difesa degli indios dagli effetti devastanti della colonizzazione». Nelle riduzioni paraguiane «è certamente la Compagnia di Gesù che conduce il dialogo, ma il modello che esporta si coniuga con una pluralità di modelli (…). In pratica, accanto al disegno progettuale dirigisticamente perseguito, si instaura anche una sorta di processo osmotico, una dialettica tra le due culture». «Le riduzioni gesuitiche si proponevano per la trasformazione della società indigena e lavoravano per dare stabilità e continuità a questo processo», commenta don Zerbini nella Prefazione. «L’ambizione era di ricondurre un popolo bambino e indigente a una collettività urbana, strutturata come città educante capace di generare una cittadinanza laboriosa. Un nuovo modello sociale aperto all’autonomia e fondato sui diritti dell’altro (…). Ne risultò un modello poliedrico i cui elementi costitutivi erano radicati nell’umanesimo cristiano e recepivano, integrandoli, gli aspetti comunitari-collettivi mutuati dalla cultura incaica dei nativi».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 dicembre 2024

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