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I Gesuati, nuova casa delle universitarie

24 Feb

a cura di Andrea Musacci e Nicola Mantovani

Il problema dell’insufficienza degli alloggi per le iscritte e gli iscritti al nostro Ateneo ha visto anche l’impegno della nostra Arcidiocesi: Il Complesso di via Madama a Ferrara (di proprietà del Seminario) da alcuni mesi accoglie alcune decine di studentesse del nostro Ateneo. Ecco i lavori fatti e quelli da completare nei prossimi mesi

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Un complesso conventuale quattrocentesco, per cinque secoli abitato prima dai Gesuati poi dai Carmelitani Scalzi, da alcuni mesi è diventato un Collegio universitario femminile. Parliamo dell’immobile detto “San Girolamo dei Gesuati” di via Madama 40 a Ferrara, di proprietà del Seminario Arcivescovile, il cui alto e lungo muro di cinta copre buona parte della breve strada a due passi dalla Basilica di S. Maria in Vado. Le antiche celle dei frati, così, sono diventate le camere da letto di una struttura ricettiva più che mai necessaria in una città come Ferrara sempre più alla ricerca di nuovi posti dove poter ospitare i numerosissimi studenti universitari.

Cos’è stato fatto…

“Lo scorso maggio ho preso la decisione di utilizzare a questo scopo l’immobile”, ci spiega don Paolo Valenti, Rettore del Seminario. E’ bastato il passaparola: “prima di ferragosto, le stanze erano già tutte prenotate, il 1° settembre l’edificio era già pronto per accogliere le ragazze”, dopo aver rinfrescato, per le stanze del primo piano, le tinte dei muri e adeguato l’impiantistica alle normative vigenti. Ma il lavoro più importante, sia dal punto di vista delle lavorazioni che economico, si è svolto al piano terra, dove si è dovuto provvedere al rifacimento di tutta l’impiantistica elettrica, di sicurezza e parzialmente anche idraulica, irrimediabilmente compromesse dall’umidità accumulata nei muri precedentemente alle demolizioni e poi dalle demolizioni stesse. Si sono quindi realizzati i nuovi intonaci con materiali idonei, selezionati insieme alla Direzione Lavori e con la consulenza di ditte specializzate. Le ragazze che alloggiano nel complesso di via Madama – alcune decine – sono perlopiù iscritte a Medicina e Biotecnologia e provengono da ogni parte della Penisola – dalla Calabria al Trentino, dalla Puglia al Veneto, solo per citarne alcune. Vivono in stanze singole, alcune al piano terra e la maggior parte al primo piano e hanno a disposizione ampi e ariosi spazi comuni, tutti ristrutturati: all’entrata un ambiente principale con, oltre alla reception, la sala mensa dove poter mangiare e studiare. E ancora, la cucina (arredata per essere autogestita), parte di un chiostro – utilizzato e molto apprezzato come zona studio comune –, una sala televisione, la lavanderia attrezzata con strumentazione a gettone, oltre agli spogliatoi per i dipendenti. Le studentesse possono inoltre usufruire di un parcheggio, di posti per le biciclette e wi-fi e prima colazione gratuiti. E di vivere in una zona tranquilla, centralissima, e vicina alle fermate dei principali mezzi pubblici lungo corso Giovecca. Per qualsiasi necessità possono rivolgersi ai loro due “angeli custodi”, Sergio e Cristina, che si occupano della reception, della pulizia degli spazi comuni e della manutenzione ordinaria.

…e cosa verrà fatto

Ma a un anno dall’ingresso delle prime ragazze, don Valenti conta di finire un’altra tranche di lavori: “per il prossimo 1° settembre – ci spiega – contiamo di terminare gli intonaci in alcune stanze e nel chiostro già parzialmente utilizzato. Nell’ala nord-est (quella su via Savonarola) concluderemo i lavori nell’antico refettorio, per ricavarci una sala conferenze e studio”, facendola così tornare all’uso che aveva prima dei lavori. Una sala stupenda, questa, con al centro del soffitto il monogramma raggiato di Cristo (ideato da S. Bernardino) e, nella parete in fondo, i dipinti di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce. Anche le salette attigue diventeranno aule studio. Entro il 1° settembre, inoltre, sarà aperta una nuova e più ampia sala tv e verranno restaurate altre stanze da letto e il chiostro piccolo, quello confinante con il convento dei padri carmelitani. Da settembre, infine, sarà realizzata una palestra al primo piano, restaurata una scala secondaria e completato il sistema di videosorveglianza. Infine, per il rifacimento degli intonaci del porticato esterno si dovrà attendere ancora un anno.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 febbraio 2020

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“La Shoah è un delitto (anche) italiano”

27 Gen

Per il Giorno della Memoria, l’intervento di Furio Colombo a Ferrara: acuto e sferzante come sempre (nonostante gli 89 anni), Colombo lo scorso 16 gennaio è intervenuto al ridotto del Comunale: vent’anni fa fu il promotore della legge che istituì il Giorno della memoria. Nessun odio ma l’importanza di definire il fascismo “un crimine, non un’idea qualsiasi” e di denunciare l’antisemitismo e il razzismo di oggi come “vergognosi e umilianti”.

Un ricordo di Franco Schönheit, recentemente scomparso, sopravvissuto della Shoah

IMG-20200119-WA0001La tenacia e l’intelligenza unite a una vivacità e a un immutato spirito combattivo: è questo Furio Colombo, ex deputato e senatore (PDS, DS, Ulivo), nonché giornalista (per tanti anni inviato negli States, ma anche Direttore de “l’Unità”). Nonostante gli 89 anni appena compiuti (il 1° gennaio), anche nel suo intervento lo scorso 15 gennaio al Ridotto del Comunale di Ferrara, ha dimostrato una lucidità e una passione civile che speriamo possano essere d’esempio per molti giovani. L’occasione è stata l’incontro, uno dei primi in programma, in vista della Giornata della Memoria del 27 gennaio, proprio nel 75esimo anniversario dalla liberazione del campo di Auschwitz, e nel ventennale dall’istituzione della Giorno della Memoria con la legge n. 211 del 2000, di cui Colombo fu promotore. L’incontro, presieduto e coordinato da Simonetta Della Seta, Direttore del MEIS (che ha organizzato l’evento in collaborazione con l’ISCO), ha visto i saluti del Prefetto Michele Campanaro (“fare memoria significa schierarsi contro ogni razzismo e contro l’indifferenza”), dell’Assessore Gulinelli (presente al posto del Sindaco Fabbri, che avrebbe dovuto presenziare) e del Presidente del MEIS Dario Disegni. Furio Colombo ha esordito con una punta di amarezza nel ricordare quei mesi del 2000: “non fui sostenuto, nella mia proposta di legge, né dalla destra ma nemmeno da tutta la sinistra”. Componenti non minoritarie di quest’ultima, infatti, “affrontano il problema palestinese con un atteggiamento ’liberazionista’, invece di proporre la soluzione dei ’due popoli e due stati’. Ricordo anche come, quand’ero Direttore de “l’Unità” (tra il 2001 e il 2005, ndr), parlando con alcuni giovani di sinistra, fui osteggiato per la mia posizione sulla questione israelo-palestinese”. I ricordi sono andati poi a ritroso: la corsa sotto i portici della sua Torino il giorno della Liberazione (“la mattina eravamo in un regime, la sera eravamo liberi”), o il ricordo, questo invece molto doloroso, dell’ottobre del ’38, quando il preside della sua scuola fece radunare gli alunni nella palestra, per nominare e far uscire tutti quelli ebrei, da espellere in seguito alle leggi razziali. Ricordi atroci, l’immagine degli insegnanti presenti, nessuno dei quali ha aperto bocca, ma nemmeno si è voltato per salutare gli studenti cacciati. Oppure, “quell’ ‘ispettore della razza’ che vidi coi miei occhi misurare con un compasso il cranio di un’alunna per appurare se fosse o meno ebrea”. Ma anche dopo il ’45 il cammino di consapevolezza e di lavorìo su quel periodo orribile, non è stato facile né immediato: “ricordo come al Liceo D’Azeglio di Torino – mio compagno di banco era il futuro poeta Edoardo Sanguineti – nonostante tutti i professori fossero antifascisti, quando chiedemmo loro di parlare delle leggi razziali ci risposero: ‘la Resistenza ha lavato quest’onta, non c’è ragione di ritornarci su’ ”. Delle responsabilità dei fascisti nella Shoah, Colombo ha parlato approfonditamente nella seconda parte del proprio intervento. Prendendo le mosse dalla sua proposta iniziale, 20 anni fa, di far cadere il Giorno della Memoria il 16 ottobre, in ricordo del rastrellamento del ghetto di Roma del ’43 – quel giorno 1.023 ebrei furono rastellati dalla Gestapo e poi deportati al campo di Auschwitz, e solo 16 di loro sopravvissero -, l’ex senatore ha ricordato “il fondamentale aiuto dei fascisti nel fornire ai tedeschi gli elenchi precisi degli ebrei da rastrellare” (anche quelli di sangue misto o stranieri, poi rilasciati) e “il silenzio dell’intera città davanti a un orrore del genere, compreso quello dell’allora pontefice Pio XII. “Proposi questa data – ha proseguito – per far comprendere come il Giorno della Memoria non sia per gli ebrei – che non han certo problemi a ricordarsi dell’Olocausto – ma degli italiani, perché possano rendersi conto che la Shoah è un delitto italiano. Basta – ha denunciato – con l’immagine del nazista come il solo cattivo mentre l’italiano era buono: se non ci fosse stato l’alleato fascista, e il grande alleato del silenzio (dell’omertà e dell’indifferenza, ndr) la Shoah forse si sarebbe potuta evitare o comunque sarebbe stata diversa. Ad esempio, la fascistissima Spagna franchista, senza nulla togliere a tutti i suoi orrori, non promulgò leggi razziali contro gli ebrei, e per questo non subì ripercussioni dal regime nazista”. Insomma, la legge del 2000 per Colombo “era ineluttabile, e serviva anche a ricordarci come non sia esistito un ‘fascismo buono’, che ‘ha fatto anche delle cose buone’ ”, come ancora dice qualcuno: “il fascismo non è un’idea politica, ma un crimine, e per i crimini non si può avere rispetto. La pace si può fare solo con chi si è pentito”. L’ultima parte dell’incontro ha visto due storici – Walter Barberis, presidente della Giulio Einaudi Editore e Anna Quarzi, presidente ISCO – e due studenti del Liceo Roiti (accompagnati dai docenti Silvia Sansonetti e Giorgio Rizzoni), Margherita Alberti e Riccardo Bergami, interloquire con Colombo. “Le malattie, se non si prevengono e curano, ritornano e possono essere mortali: il fascismo è come una malattia potenzialmente mortale”, ha riflettuto Barberis, mentre i due studenti hanno posto a Colombo alcune questioni riguardante l’utilità della politica e della cultura nel contrastare il ritorno di razzismo e antisemitismo. Colombo, nel non voler dare risposte nette, né troppo ottimistiche né troppo pessimistiche riguardo a se e quando riusciremo a uscire da questo periodo di revisionismo e odio, ha riflettuto su come a volte la storia ci sorprenda in positivo, altre in negativo, sul riuscire a dare una risposta a fasi difficili. Certo, ha proseguito, “non avrei mai pensato, ad un ritorno oggi della violenza contro i rom e i migranti”. Eppure è accaduto, e continua ad accadere: “il razzismo che oggi c’è in Italia è vergognoso e umiliante”.

Addio al ferrarese Franco Schönheit

Insieme ai genitori Carlo e Gina tornò vivo dai campi di concentramento nazisti. Nel 2012 intervenne in Arcivescovado in un incontro in ricordo di mons. Bovelli, che salvò il padre dopo la “lunga notte” del ‘43

20-aprile-2012-ricordo-di-Mons-Bovelli“Il mio papà, il ragazzo di Buchenwald, ci ha lasciato. Lo immaginiamo camminare sereno con Alisa e Wolfgang Amadeus. A noi resta la sua intelligenza, la sua grande ironia, il suo cuore immenso. Buon viaggio papà. Baruch Dayan Emeth. Che il tuo ricordo sia di benedizione”. Gadi Schönheit, assessore alla Cultura della comunità ebraica milanese, ha scelto di annunciare con queste parole la morte avvenuta il 14 gennaio di Franco Schönheit, 92 anni, ferrarese, uno degli ultimi sopravvissuti alla Shoah e all’inferno di Buchenwald. Le esequie si sono svolte due giorni dopo, il 16, al cimitero ebraico di Ferrara. Tutta la famiglia viveva da diversi decenni a Milano ma la tragica vicenda della sua famiglia è legata a Ferrara. La “lunga notte” del ’43, dopo il ritrovamento del dirigente fascista Ghisellini, iniziano i rastrellamenti: a farne le spese è anche Carlo, padre di Franco, arrestato e imprigionato nel carcere di via Piangipane (oggi sede del MEIS), il giorno dopo liberato grazie allo stesso Franco, alla moglie Gina Finzi e all’aiuto dell’Arcivescovo mons. Bovelli. La famiglia risiede in via Vignatagliata, 79 sopra la scuola dove lei insegna e il giovane Franco studia. Il 25 febbraio 1944 la famiglia Schönheit viene rinchiusa nella vecchia sinagoga di via Mazzini saccheggiata dai fascisti nel 1941, e il giorno dopo è costretta a salire su un treno diretto al campo di concentramento di Fossoli. Il 5 aprile Franco vede partire gli zii, due cugini e i genitori dello zio, direzione Auschwitz, mentre lui e i genitori vengono deportati il 2 agosto. A Norimberga, la famiglia viene separata: la madre Gina verso Ravensbrük, Carlo e Franco verso Buchenwald. Gli Schönheit riescono a tornare a Ferrara nel ’45, i due maschi il 20 giugno, Gina il 30 agosto, riprendendo la loro vita di prima.

Andrea Musacci

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 gennaio 2020

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Le strade della discordia: Cispadana e Ferrara-Mare diventeranno autostrade?

20 Gen

Opere più che mai necessarie per l’economia del nostro territorio o inutili sperperi di denaro pubblico? Maledizioni per l’ambiente o soluzioni sostenibili, anzi auspicabili? Abbiamo incontrato Marcella Zappaterra, consigliere regionale uscente, e sostenitrice dei progetti di trasformazione in autostrade della Cispadana e della Ferrara mare, ed alcuni esponenti di soggetti da sempre su posizioni contrarie: Legambiente, WWF e Coordinamento “NO autostrada”, per confrontare le rispettive opinioni su entrambi i progetti. per il primo, quello sulla Cispadana, si è in attesa dell’analisi costi-benefici, per il secondo, sulla Ferrara mare, siamo ancora alla fase preliminare

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A cura di Andrea Musacci

Il 2020 dovrebbe essere l’anno di inizio dei lavori per trasformare la Cispadana in autostrada. E il 2024 quello in cui questa infrastruttura da Reggiolo al casello Ferrara sud dovrebbe diventare realtà. Il condizionale, in questo caso, è più che mai d’obbligo.

Paletti temporali si possono fissare in modo certo solo per periodi passati. L’unica cosa sicura, dunque, finora, è che sono passati ben 34 anni da quando la Regione Emilia-Romagna ha approvato il primo Piano per la costruzione della strada Cispadana a scorrimento veloce. E ne sono trascorsi 14 da quando la stessa Regione ha deciso di trasformare questa strada appunto in autostrada. Anni di ritardi, polemiche, contrasti, sfottò e proclami. Dècadi attraversate da diversi, e spesso nemmeno brevi, periodi di silenzio, di attese snervanti, interpretate sempre in modo differente: con note di pessimismo, da parte di chi sostiene il progetto, di speranza in un nulla di fatto per chi invece da sempre lo combatte.

Lo scorso 25 novembre il Governatore Bonaccini e l’assessore Donini hanno presentato quello che dovrebbe essere il progetto definitivo di questa grande opera: esultano i tanti sostenitori (il PD e tutto l’arco del centro-destra), protestano gli oppositori (partiti di sinistra, M5S, comitati, associazioni ambientaliste), divisi, quest’ultimi, al proprio interno fra chi crede che sia davvero la volta “buona”, e chi, invece, legge nella promessa di uno studio costi-benefici da realizzare, un’“ammissione” della possibile insostenibilità economica e ambientale del progetto.

Un’altra “certezza” è che nei prossimi anni anche la Ferrara-mare sarà trasformata in autostrada: siamo ancora al progetto preliminare ma di questa idea si parla dal 2009 (e, ai tempi, come spesa si prevedevano oltre 600 milioni di euro), per unirla ad ovest all’A13 Bologna-Padova e ad est alla futura autostrada Orte-Mestre, oltre, naturalmente, alla stessa Cispadana.

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Breve storia della Cispadana

L’idea di un ”asse viario cispadano” alternativo alla via Emilia e alla strada statale 468 di Correggio, nasce nel 1960. Quasi 30 anni dopo, nell’86, la Regione approva il primo Piano Regionale Integrato dei Trasporti (PRIT), che individua il primo progetto dell’infrastruttura, inizialmente come strada extraurbana secondaria (a unica carreggiata con una corsia per senso di marcia). A partire dagli anni ‘90 vengono realizzate dall’ANAS le prime opere, fra cui la strada provinciale 70 da Ferrara a San Carlo (oggi nel Comune di Terre del Reno). Solo nel 2004 viene inaugurato il primo tratto di 3,7 km da San Carlo a Sant’Agostino – quindi sempre nella nostra provincia -, costato 18 milioni di euro, e tre anni dopo viene inaugurato il secondo lotto di 5,5 km fino a Poggio Renatico, costato oltre 20 milioni e realizzato dall’amministrazione provinciale di Ferrara. Successivamente, è stata completata la porzione ferrarese (la SP70) fino al casello di Ferrara sud. Sul versante occidentale, l’asse viario cispadano è stato invece realizzato solo in alcuni tratti.

La svolta avviene nel 2006 quando l’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna approva il programma delle autostrade regionali, decidendo di modificare la tipologia dell’infrastruttura da strada a scorrimento veloce gratuita ad autostrada regionale a pedaggio. La modalità di realizzazione viene individuata con lo strumento della finanza di progetto (project financing), vale a dire una partecipazione finanziaria regionale massima di 350 milioni di euro, e una concessione di 49 anni e 6 mesi. A gennaio 2010 viene aggiudicata la concessione al promotore ATI-Autobrennero (poi diventata Autostrada Regionale Cispadana – ARC S.p.A., presieduta da Graziano Pattuzzi, ex presidente della Provincia di Modena ed ex sindaco di Sassuolo).

Dopo il decreto di compatibilità ambientale del 2017, lo scorso novembre il presidente uscente Stefano Bonaccini, insieme all’assessore regionale ai trasporti Raffaele Donini, ha presentato il progetto, annunciando uno stanziamento di ulteriori 100 milioni di euro da parte della Regione (arrivando così a un totale di 279 milioni), e la ricapitalizzazione della società ARC spa con altri 100 milioni di euro da parte della società Autobrennero (che, però, ancora non sa se avrà rinnovata la concessione per l’A22). Il costo presunto dell’opera è di circa 1 miliardo e 320 milioni di euro, in continuo aumento dal 2010. Dopo l’approvazione da parte della Giunta Regionale e l’avvio della conferenza di servizi con gli enti territoriali, entro fine anno o al massimo a inizio 2021, dovrebbero aprire i cantieri. La durata dei lavori è stimata in 44 mesi.

La Cispadana dovrebbe diventare un’autostrada extraurbana a due corsie, a gestione regionale, di circa 67 km, che collegherà i caselli di Reggiolo-Rolo sull’A22-AutoBrennero (Modena-Brennero) e quello di Ferrara sud sull’A13 Bologna-Padova. Nell’autostrada saranno presenti quattro caselli autostradali (San Possidonio-Concordia sulla Secchia-Mirandola, San Felice sul Panaro-Finale Emilia, Cento, Poggio Renatico), due aree di servizio (a Mirandola e Poggio Renatico), oltre a sette viadotti, altrettanti sottovia di interconnessione, 31 sottovia e 25 cavalcavia.

“Sarà un risparmio per tutti e a tutela dell’ambiente. Anche la Ferrara-mare sicuramente diventerà autostrada”

zapp4Marcella Zappaterra, ferrarese, è consigliere regionale uscente di maggioranza, in quota PD (nonché ex presidente della Provincia), e forte sostenitrice del progetto dell’autostrada Cispadana. L’abbiamo incontrata per farci spiegare gli ipotizzati vantaggi di questo progetto.

Zappaterra, al posto dell’autostrada non sarebbe sufficiente completare la strada a scorrimento veloce, o al massimo trasformarla in superstrada? Quali sarebbero i vantaggi dell’autostrada rispetto a queste due alternative?

Una strada a scorrimento veloce o una superstrada si possono realizzare esclusivamente con fondi pubblici, ma non ci sono. Poi si porrebbe il tema delle risorse per la manutenzione. Se pensiamo a quelle destinate alla Ferrara-mare, alla Statale 16, alla Statale Romea e più in generale alla rete viaria statale, viene spontaneo preoccuparsi. L’autostrada è l’unica soluzione perché, a fronte di un impegno di spesa di 180 milioni di euro della Regione Emilia-Romagna, ci sono privati disponibili ad investire oltre un miliardo, ovviamente prevedendo l’introduzione di pedaggi.

Riguardo all’impatto ambientale, sarà sufficiente piantare alberi a posteriori?

Certamente no. In generale il progetto comporta diversi interventi di mitigazione dell’impatto ambientale (61 km di piste ciclabili, 514.700 mq di interventi di carattere naturalistico, 756.600 mq di interventi di inserimento paesaggistico, 158.600 mq di boschi e arbusti filtro, 12 km di siepi e filari e 20 mila mq di parco intercomunale). Ma dal punto di vista ambientale c’è un altro dato da evidenziare: -4% di polveri sottili e -13% di ossidi di azoto dovuti alla riduzione del traffico nei centri abitati e all’aumento della velocità di scorrimento dei mezzi.

In generale, non è ‘antiquato’ investire così tanto sul trasporto su gomma? Non sarebbe meglio investire sul trasporto su rotaia?

La nostra Regione crede fermamente nel potenziamento della rete ferroviaria e gli investimenti effettuati in questi anni hanno raddoppiato il trasporto merci su rotaia. Tuttavia, gomma e ferro sono complementari (anche nei Paesi dove il trasporto su rotaia è all’avanguardia, come in Svizzera o in Germania, le autostrade ci sono e sono utilizzatissime). E poi dove si realizza una ferrovia servono comunque strade di collegamento e infrastrutture che consentano le necessarie interconnessioni. Nel caso specifico si tratta di realizzare infrastrutture di base attualmente inesistenti. Ci sono territori altamente industrializzati ma senza vie di collegamento adeguate, realtà come le nostre che hanno pagato un prezzo altissimo dall’isolamento. Con la Cispadana si potranno agevolmente raggiungere aree che non sono servite e che non potrebbero esserlo dalla ferrovia per motivi sia geografici sia di sostenibilità economica. Senza contare che la soluzione verrebbe rinviata di altri 30 anni!

Non pensa che in molti, per evitare il pedaggio, potranno scegliere altre strade non a pagamento, più vicine ai centri urbani, aumentando così il traffico nei piccoli centri (penso ad esempio alla via Modena tra Ferrara e S. Agostino) e anche l’inquinamento a ridosso degli stessi?

Potrebbe succedere nel caso di piccole percorrenze, non credo in quelle più lunghe. Da Ferrara all’interconnessione con la Brennero serviranno circa 40 minuti, la metà del tempo che occorre ora, con una riduzione stimata del 35% dei costi tra carburante e pedaggio. Da automobilista abituata a fare molti chilometri nella nostra provincia e nel resto della Regione ho pochi dubbi sulla scelta.

Riguardo invece alla Ferrara-mare: è ancora in piedi l’idea di trasformarla in autostrada? Se sì, quali sono i tempi? E quali sarebbero gli eventuali vantaggi rispetto allo stato attuale?

Sì, l’idea è assolutamente attuale ed è confermata dal Piano Regionale Integrato dei Trasporti 2025 approvato lo scorso ottobre. Va però chiarito che le competenze sono statali e di ANAS quindi immagino un iter più tortuoso e tempi certamente più lunghi. Resto convinta che sarebbe la soluzione ottimale per garantire la manutenzione e soprattutto maggior sicurezza. Il soccorso in caso di incidenti in superstrada senza la corsia d’emergenza è sempre molto difficile.

Infine, il Coordinamento “NO Cispadana”, in generale sul progetto autostrada Cispadana, lamenta anche lo scarso coinvolgimento dei cittadini dei Comuni interessati. Cosa risponde?

Rispetto le loro opinioni, ma sono ormai decenni che discutiamo della definizione del tracciato. Sono stati centinaia gli incontri che hanno visto il coinvolgimento di cittadini, referenti istituzionali, associazioni e tecnici. In questi anni sono stati più rari, ma solo perché in attesa della VIA non c’erano novità delle quali discutere. Dopo l’ottemperanza alle prescrizioni di VIA, il progetto verrà ripubblicato e anche il confronto si riaprirà.

“Progetti sempre più costosi e inquinanti, potenziamo quelli già esistenti e le alternative alla gomma”

nocis3Chi da sempre è in prima fila nella battaglia contro il progetto autostrada Cispadana è Silvano Tagliavini, residente a Novi di Modena, portavoce del Coordinamento cispadano “NO autostrada”, che riunisce cittadini, comitati, associazioni e partiti che protestano contro l’opera: “per attirare gli investitori, si sono sottovalutati i costi e sopravvalutati gli introiti dai pedaggi. La nostra proposta – spiega a “la Voce” – è di completare i tratti mancanti della Cispadana come strada a scorrimento veloce, quindi né come autostrada né come superstrada, sia per i costi inferiori – per la Regione e per i cittadini -, sia per il minor impatto ambientale, e perché darebbe comunque lavoro a molte persone”. Insomma, si tratterebbe di riprendere il progetto interprovinciale del 2004. Progetto che, tra l’altro, 16 anni fa prevedeva un costo di 85 milioni di euro. Mica bruscolini, si dirà. Certo. “Oggi, però – ed è così quasi dal 2010, ci spiega Tagliavini -, rifacendo la valutazione, il costo stimato è di 1 miliardo e 320 milioni di euro, dei quali 279 milioni a carico della Regione (179 iniziali e 100 aggiunti lo scorso aprile), che dovrebbe sostenere anche la spesa di ulteriori 400 milioni di euro per le opere complementari (raccordi, strade di collegamento ecc.). Insomma, a carico della Regione ci sarebbero circa 700 milioni, mentre per il completamento ne basterebbero ‘solo’ 200”. Sempre rimanendo sul discorso dei finanziamenti, Tagliavini riflette anche sul fatto che il concessionario ARC (Autostrada regionale Cispadana spa) al proprio interno ha il 51% di Autobrennero spa, che però vive un momento di incertezza, legata al dubbio sul rinnovo della concessione dell’autostrada A22.

Riguardo, invece, all’ambito tecnico-ambientale, “l’autostrada consumerebbe più suolo rispetto alla strada a scorrimento veloce: ad esempio, in caso di inondazione, fenomeno purtroppo sempre più ricorrente, l’alto livello del manto stradale farebbe da diga, oltre all’effetto di barriera che rovinerebbe visivamente il paesaggio”. Inoltre, secondo Tagliavini, c’è anche un aspetto, non meno importante dei precedenti, per così dire “politico”: “nel 2002 la Commissione Europea iniziò a ragionare sul fatto che, per essere concorrenziali fosse sempre più importante abbattere i costi delle merci, e per fare ciò indicò il trasporto marittimo e ferroviario come preferibile a quello su gomma, per nulla concorrenziale. Allora perché – si domanda il portavoce del Coordinamento – nel 2020 propongono ancora un progetto del genere?”. La sua risposta è chiara: “perché abbiamo una classe dirigente, sia nel centro-sinistra sia nel centro-destra, interamente legata a un certo sistema economico, con scambio reciproco di favori. Come Coordinamento sosteniamo l’importanza di potenziare fortemente l’intermodalità gomma/ferro, anche pensando ai collegamenti verso il resto del Continente: a ovest di Reggiolo – conclude – la Regione vuole potenziare il tratto viario esistente, Parma-Suzzara-Poggiorusco, e allora perché non farlo anche verso est?”.

Massimo Montanari, invece, è rappresentante del WWF dell’Alto ferrarese: “siamo contrari al progetto, soprattutto per l’impatto del consumo del suolo: centinaia di ettari verranno distrutti, senza parlare dell’inquinamento atmosferico che provocherà. Hanno parlato – prosegue – di una mitigazione con decine di ettari di alberi da piantare, operazione che si fa sempre a posteriori, e che, tra l’altro, non è nemmeno certa. Senza poi considerare le altre opere da eseguire, di collegamento con Comuni e località ai lati della futura autostrada, che non rientrano nel conto economico e che graveranno ulteriormente a livello ambientale”. Scetticismo anche sull’analisi costi-benefici, un mero “passaggio burocratico”.

Riguardo alla trasformazione in autostrada della Ferrara-mare, per Montanari “indurrà molti a spostarsi su strade provinciali, intasandole e aumentando l’inquinamento sui vicini centri abitati”. C’è poi da considerare – ed è un aspetto assolutamente decisivo – se le banche confermeranno l’erogazione di finanziamenti, poiché magari prevedono che vi sarà un calo di accessi di veicoli, e dunque non sufficienti entrate dai pedaggi per recuperare i soldi investiti”.

Anche Legambiente è da sempre contraria al progetto dell’autostrada Cispadana. Stefano Martini, responsabile trasportistica di Legambiente Comacchio ci spiega come “la maggior parte delle persone – almeno questa è la nostra l’impressione – è critica verso il progetto. Nessuno vuole una strada a pagamento, senza pensare al problema ambientale e al discorso sulla probabile riduzione delle uscite dell’autostrada”, con maggiore scomodità, rispetto ad adesso, per raggiungere le piccole località. Un’altra questione di cui ci parla Martini è quella relativa alla manutenzione: “ANAS attualmente non sembra ancora in grado di gestire le opere a proprio carico, è vero, ma la soluzione non è certo quella di darla ai privati. Per noi, in generale, bisognerebbe spostare il traffico sulle autostrade già esistenti e potenziare il porto di Ravenna”.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 gennaio 2020

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Vite spezzate, vite salvate: a Ferrara storie di bimbi nella Shoah

17 Dic

“Stelle senza un cielo. Bambini nella Shoah” è il nome dell’esposizione aperta al MEIS fino al prossimo 1° marzo, un progetto didattico curato dallo Yad Vashem di Gerusalemme, in collaborazione con il MEIS, l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna e il CDEC. Il 10 dicembre la presentazione pubblica

a cura di Andrea Musacci

gemellineGiovani, spesso giovanissime vite sconvolte, inghiottite dalle tenebre del male, vissute dentro l’orrore. Esistenze a volte distrutte per sempre, altre, invece, salvate.

“Stelle senza un cielo. Bambini nella Shoah” è il nome dell’esposizione aperta al MEIS dall’11 dicembre fino al prossimo 1° marzo, un progetto didattico, pensato quindi soprattutto per le scuole, curato dallo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, in collaborazione con il MEIS, l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna e il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC). Storie di bambine e bambini raccontate attraverso le loro immagini, a volte le loro stesse testimonianze e il racconto storico, una narrazione inevitabilmente commovente fatta di spezzoni di vita quoditiana, segni di storie di famiglie, di un popolo. La mostra è stata inaugurata ufficialmente nel pomeriggio del 10 dicembre scorso, anticipata, la mattina stessa, da una conferenza. Raccogliamo qui alcune vicende di bambine e bambini, le prime due accennate durante la conferenza stessa da Liliana Picciotto del CDE, le altre presenti in mostra.

Dino (classe 1929) ed Esther Molho, di Magenta (MI), che nel ’44, insieme ai genitori, imprenditori, dovettero nascondersi per 13 mesi in una stanza segreta (ideata da loro stessi insieme ad alcuni dipendenti) dello stabilimento di famiglia che produceva minuterie. La stanza era all’interno del magazzino, nascosta alla vista da una pila di casse alte fino al soffitto. Un sistema simile a quello usato dagli amici di Anna Frank.

Massimo Foa, nato l’8 novembre 43, torinese: la madre Elena Recanati è una sopravvissuta al campo di Bergen Belsen, mentre il padre Guido è morto, forse in una marcia della morte: Massimo, prima della deportazione dei genitori, è affidato a Suor Giuseppina De Muro, che lo fa uscire dalla prigione dov’è rinchiusa la madre in mezzo alle lenzuola sporche e viene affidato a una povera vedova di Cuorgnè di nome Tilde (Clotilde) Roda Boggio.

Leone (1930), Mirella (1932) e Davide Pecar (1935): tre fratelli milanesi che, insieme alla madre Ghenia vengono arrestati nel ’43 e portati al carcere di San Vittore, poi deportati ad Auschwitz, dove muoiono.

Franco Cesana, nome di battaglia “Balilla”, figlio di Felice e Ada Basevi, nato il 20 settembre 1931 a Mantova. A 13 anni si arruola nella brigata Scarabelli della seconda divisione Modena Montagna. Partecipa a numerosi scontri con i tedeschi e in uno di questi resta ucciso a Gombola (Polinago-Modena) il 14 settembre 1944.

Yehudit Czengery e Leah Czengery, gemelle rumene, hanno 6 anni nel ’44 quando vengono deportate con la madre Rosi nel campo di Auschwitz Birkenau. Il dottor Mengele le definì “le bellissime gemelle”: furono portate direttamente nel laboratorio riservato ai suoi esperimenti. La madre riuscì di nascosto a procurar loro del cibo. Si salvarono.

Marta Winter, classe 1935, polacca: nel ’43 la madre la affida a un amico di famiglia fuori dal ghetto. Fu poi deportata anche lei in un campo di concentramento ma si salvò.

Stefan Cohn, tedesco, nato nel ‘29: nel giugno ‘43 è deportato con la madre Bertha a Birkenau. Questa viene uccisa, Stefan fatto lavorare nella fabbrica di mattoni. Si salva e nel ’45 realizza 79 disegni raffiguranti la vita nei campi.

Sissel Vogelmann, torinese, nata nel ‘35, torino: il padre Shulim dirigeva la Giuntina editrice. Lei e la madre vennero uccise subito all’arrivo ad Auschwitz nel ’44, dopo esser state deportate dalla Stazione di Milano.

Henryk Orlowski e Kazimierz Orlowski, fratelli polacchi, rispettivamente del ‘31 e del ‘33.

Regina Zimet, classe ’33, nata a Lipsia. Nel ’39 con la famiglia fugge dalla Germania verso Israele, ma in Libia sono arrestati, riportati in Italia nel campo di Ferramonti. Poi rilasciati, sono costretti a vivere in clandestinità. Ma si salvano, e nel ’45 raggiungono Israele.

Sorte simile per Meir Muhlbaum, 1930, tedesco, e la sua famiglia, che nel ’44 riuscirono ad arrivare a Tel Aviv.

Adriana Revere: nasce alla Spezia il 18 dicembre 1934; i genitori Emilia De Benedetti ed Enrico Revere vengono arrestati in Vezzano Ligure per appartenenza alla “razza ebraica” ; la piccola viene catturata insieme ai genitori e inviata con loro al Campo di concentramento di Fossoli. Il 22 febbraio 1944 la famiglia è deportata al Campo di Auschwitz; il padre, trasferito a Flossenburg, è ucciso otto mesi dopo l’arrivo; la piccola e la madre sono uccise il giorno stesso dell’arrivo ad Auschwitz, il 24 febbraio 1944.

Maud Stecklmacher, cecoslovacca, classe ‘29: viene raccontata la sua amicizia con Ruth Weiss, poi proseguita nel ghetto di Terezin. Ma Ruth fu deportata in Polonia e non fece ritorno. Maud andò poi a vivere in Israele.

Marcello Ravenna, nato il 14 ottobre 1929 a Ferrara: figlio di Letizia Rossi e Gino Ravenna, fratello minore di Franca ed Eugenio. Nel ‘38 inizia a frequentare la scuola ebraica di via Vignatagliata. Il 12 febbraio ‘44 con la famiglia è deportato nel campo di Fossoli, insieme ad altre 500 persone, poi deportate ad Auschwitz. Marcello fu tra quelli che non tornò più. Non si ebbero notizie precise sulla sua deportazione e morte.

“Tenere accese più luci possibili”: memoria, didattica e ricerca

della setaLa mattina del 10 dicembre al MEIS, dopo i saluti del Direttore del Museo Simonetta Della Seta, di Alessandro Criserà (Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna), Anna Quarzi (Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara) e Daniela Dana Tedeschi (vicepresidente Associazione “Figli della Shoah”), sono seguiti gli interventi di Liliana Picciotto (CDEC), Marcella Hannà Ravenna (Comunità ebraica di Ferrara), Rita Chiappini (collaboratrice dello Yad Vashem come contatto in Italia), e Cesare Finzi.

“La mostra – ha spiegato Della Seta – è dedicata a bambini che da un certo punto in poi non hanno più avuto un cielo, né luce: per questo, è importante anche oggi accendere più luci possibili. Vedere la Shoah attraverso gli occhi dei bambini che l’hanno vissuta, significa vederla con ancor più lucidità”. Dopo un omaggio a Piero Terracina, morto lo scorso 8 dicembre, uno degli ultimi sopravvissuti italiani ad Auschwitz, Della Seta ha ricordato anche i propri genitori, “anche loro ‘bimbi della Shoah’”. Dopo l’intervento di Criserà, che ha ricordato l’importanza della Legge regionale “Memoria del Novecento”, e l’intervento di Quarzi, ha preso la parola Tedeschi, la quale ha auspicato che la collaborazione tra l’associazione da lei rappresentata (e presieduta dalla Senatrice Liliana Segre) e il MEIS, ora iniziata, possa proseguire negli anni. “La Shoah – è stata la sua riflessione – ha negato tutti i diritti fondamentali dei bambini, compresi quella alla libertà, all’identità, all’educazione”. Ricordiamo che il 10 dicembre era l’anniversario dell’adozione della dichiarazione universale dei diritti umani da parte delle Nazioni Unite, avvenuta nel ’48.

“Nel fascismo e nel nazismo – sono invece parole di Picciotto – l’educazione era militarizzata, i bimbi venivano cresciuti come soldati obbedienti, non vi era più posto per l’educazione civile e al senso critico”. Nel ripercorrere i tragici passaggi della discriminazione e repressione antiebraica, la relatrice ha posto l’accento sulle conseguenze di tutto ciò per i più piccoli, in termini di “fame, freddo, spavento e terrore, promiscuità, fetore dei vagoni usati per la deportazione”.

Senza dimenticare la frequente separazione dai genitori, la vita clandestina, la falsificazione dei documenti d’identità, il dover dare nome e cognome inventati – non ebrei – per non essere riconosciuti ed evitare quindi l’arresto.

Sorte, questa, toccata anche a Eugenio Ravenna (1920-1977), uno dei cinque ebrei ferraresi sopravvissuti al campo di Auschwitz. La figlia Marcella ha analizzato come le leggi razziste iniziarono concretamente con l’espulsione dalle scuole di studenti e insegnanti ebrei, ricordando, per quanto riguarda la scuola di via Vignatagliata, alunni come Cesare Finzi, Corrado Israel De Benedetti, Giampaolo Minerbi, Donata Ravenna, Franco Schönheit, Maurizia Tedeschi e Gianfranco Rossi; tra i maestri, Giorgio Bassani, Matilde Bassani e Primo Lampronti.

“Da un lato, dalle testimonianze di alcuni studenti – ha spiegato – emerge tristezza, una sensibilità ferita nel sentirsi trattati come diversi, il senso di inferiorità; dall’altra, l’ammirazione per gli insegnanti, il poter stare insieme, i legami molto forti instauratisi, il poter svolgere attività coinvolgenti, come lo spettacolo teatrale diretto da Giorgio Bassani”. Ma dal ‘43 vi saranno gli arresti, le fughe, le deportazioni. La scuola verrà chiusa, Lampronti e i Bassani arrestati.

Ravenna ha ricordato uno per uno i bambini deportati nei campi di sterminio i cui nomi sono impressi sulle lapidi di via Mazzini: bambine e bambini che non hanno fatto ritorno: Marcella Bassani, Bruno Farber, Carlo Lampronti, Camelia Matatia, Roberto Matatia, Amelia Melli, Novella Melli, Marcello Ravenna, Roberto Ravenna, Vittorio Ravenna, Nello Rietti, Walter Rossi (studente alla scuola di via Vignatagliata, non indicato nella lapide perché non ferrarese), Adele Rothstein, Giorgio Rothstein, Wanda Rothstein, Cesarina Saralvo.

Dopo l’intervento di Chiappini, che ha spiegato il fondamentale ruolo informativo e didattico dello Yad Vashem di Gerusalemme, ha portato la sua testimonianza Cesare Finzi, scampato al campo di concentramento, la cui storia abbiamo raccontato nel numero del 13 settembre scorso e accennato – legato alla profumeria di famiglia (presente nella mostra “Ferrara ebraica” ancora visitabile al MEIS) – in quello del 22 novembre scorso.

Finzi nel suo racconto ha mostrato anche una foto della sua classe del ’36, quando aveva 6 anni, e una dell’autodenuncia, in quanto ebrei – ai tempi, obbligatoria – dei genitori: “hanno dovuto autodenunciare se stessi e i propri figli come ebrei, quindi come esseri inferiori”, ha spiegato.

Fra gli aneddoti, “il viso viola di rabbia di Giorgio Bassani quando – già escluso dal Tennis Club Marfisa in quanto ebreo – sentiva il rumore delle palline da tennis nel campo vicino”, o i documenti falsi che lui e i famigliari erano riusciti ad avere una volta fuggiti a Gabicce, nel ’43, dove il cognome era stato trasformato in “Franzi”. Traumi non da poco, per un 13enne, costretto a dover “rinnegare” il proprio nome, dunque la propria più profonda identità.

Il 16 gennaio Furio Colombo a Ferrara

Il 16 gennaio al MEIS è in programma un’intera giornata di incontri:

ore 10: “Dalle carte le vite. Gli archivi raccontano gli effetti delle leggi razziste del 1938”. Progetto nato dal Fondo Egeli della Compagnia di San Paolo, a cura della Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura.

Intervengono: Walter Barberis, Elisabetta Ballaira, Piero Gastaldo.

Ore 16: Inaugurazione della mostra “1938: L’umanità negata”. Lancio del progetto didattico con il MIUR sulle leggi razziali, la Shoah e l’antisemitismo.

Ore 18.30, Ridotto del Teatro Comunale: “20 anni dalla Legge della Memoria: riflessioni per il futuro”, con Furio Colombo, promotore della Legge, in collaborazione con Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2019

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Ferrara ebraica: volti e oggetti di una storia ancora viva

18 Nov

Inaugurata al MEIS la mostra visitabile fino al 1° marzo: esposti lo scialle del rabbino Leoni schiaffeggiato dai fascisti, i disegni di Capuzzo sull’eccidio del Castello, l’enciclopedia di Lampronti e molto altro

_8539La tristezza nel non poter ancora aprire al pubblico la “casa” di via Mazzini, 95, ma, dall’altra parte, la gioia di inaugurare una mostra in quella che è ormai, e sempre più, la seconda casa per la comunità ebraica ferrarese, il MEIS. Lo scorso 12 novembre nel Museo di via Piangipane a Ferrara è stata inaugurata la mostra dal titolo “Ferrara ebraica”, aperta in occasione del Premio letterario “Adelina della Pergola” istituito dall’ADEI WIZO (Associazione Donne Ebree d’Italia) e della Conferenza annuale dell’AEJM (l’associazione che riunisce i musei ebraici di tutta Europa), svoltasi proprio nella nostra città dal 17 al 19 novembre. Per l’occasione, è intervenuto anche il Sindaco Alan Fabbri, ed erano presenti, fra gli ospiti, il presidente della Comunità ebraica di Ferrara Fortunato Arbib, il Rabbino di Ferrara Rav Luciano Meir Caro, il Rabbino capo di Bologna Rav Alberto Sermoneta e il Vicario mons. Massimo Manservigi in rappresentanza della nostra Arcidiocesi. L’esposizione, visitabile fino al 1° marzo 2020, e che segue “Il Rinascimento parla ebraico” (esposta fino al 15 settembre), vede il contributo fondamentale della curatrice del MEIS Sharon Reichel, dell’architetto Giulia Gallerani e del regista Ruggero Gabbai che ha firmato le interviste (a Marcella Ravenna, Rav Luciano caro, Baruch Lampronti, Marcello Sacerdoti, Josè Bonfiglioli, Andrea Pesaro e Alessandro Zarfati Nahmad) e il documentario installati nel percorso espositivo. La mostra è un omaggio a un pezzo fondamentale della storia della nostra città, a una parte dell’identità di tutti noi che ancora vive e vuole vivere. Le prime notizie di insediamenti ebraici in città si hanno, infatti, a partire dal XII secolo, ma pare che i primi ebrei fossero arrivati attorno all’anno 1000. La maggiore fioritura della comunità risale al Quattrocento, quando le zone di residenza degli ebrei si spostano da via Centoversuri a via dei Sabbioni, oggi via Mazzini, e via San Romano. Nel 1485 il romano Ser Mele acquista l’attuale edificio comunitario di via Mazzini, uno dei più antichi d’Europa ancora in uso. Il suo lascito testamentario alla comunità prevede il divieto di alienazione e la condizione che l’edificio ospiti per sempre un luogo comune riservato al rito. Sorgono infatti in via Mazzini tre sinagoghe, quella italiana, oggi trasformata in sala sociale, quella tedesca e quella fanese. “Noi siamo molto contenti che vengano ad abitare qua con le loro famiglie…perché sempre saranno benvisti e trattati in tutte le cose che potremo e ogni die più se ne conteranno di essere venuti a Casa nostra”: fu questo l’invito che Ercole I d’Este rivolgeva nel 1492 agli ebrei esuli dalla Spagna. Come non ricordare, poi, il medico e filosofo Isacco Lampronti (1679-1756), ma anche, dall’altra parte, l’isolamento nel ghetto costruito nel 1627 quando Ferrara era sotto lo Stato Pontificio. E poi l’impegno risorgimentale e per l’Unità d’Italia, fino alla promulgazione delle leggi razziali nel 1938, le persecuzioni e le deportazioni, e infine la Liberazione. Il percorso espositivo accoglie i visitatori con un plastico dell’ex ghetto ebraico ferrarese. Troviamo quindi il Talled (scialle di preghiera) appartenuto al rabbino Leone Leoni, schiaffeggiato dai fascisti il 21 settembre 1941 durante la devastazione da parte delle camicie nere del Tempio farnese e di quello tedesco. E poi, ancora, libri di preghiere, oggetti rituali, l’armado ligneo per conservare la Torah (Aron Ha-Qodesh), candelabri, un corno di montone per il richiamo alla preghiera (shofar del XX secolo), la corona (Atarah), i puntali (rimmonim) per il rotolo sacro, il manto (meil), alcune medaglie, i mantelli che riprendono, in alcune parti, il rosso ferrarese, oltre a testi di Silvano Magrini, storico, autore della storia ebraica ferrarese, nonno di Andrea Pesaro. Un altro pezzo pregiatissimo è l’enciclopedia talmudica, il cosiddetto “Timore di Isacco”, di Isacco Lampronti. Una sezione è poi dedicata all’Eccidio del Castello (di cui è ricorso il 76esimo anniversario lo scorso 15 novembre) con disegni e tempere di Mario Capuzzo, donati il Giorno della Memoria del 2009 da Sonia Longhi alla Comunità Ebraica per il futuro MEIS. Come ricordò lei stessa nell’occasione, la mattina del 15 novembre 1943 – all’età di 8 anni – mentre andava a scuola si trovò davanti il cadavere di un uomo davanti al muretto del Castello. La notte prima i fascisti erano andati a prelevare il padre, l’avvocato Giuseppe Longhi, che solo per l’intervento di un ministro fascista ebbe salva la vita, ma visse per lunghi mesi con la paura di essere deportato. Anche il pittore Mario Capuzzo la mattina del 15 novembre 1943 passò davanti al muretto e schizzò su un foglio, di straforo, camminando, la scena del massacro. Schizzi che divennero apunto i quattro disegni poi donati da Capuzzo a Longhi. Infine, due buone notizie: all’ingresso del MEIS uno schermo proietta il trailer de “Il giardino dei Finzi-Contini” di Tamar Tal-Anati e Noa Karavan-Cohen, film documentario che uscirà a breve. Seconda notizia, lo scorso 28 ottobre il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini ha annunciato: “il lavoro per recuperare i 25 milioni di euro necessari per il completamento del progetto edilizio del Meis è a buon punto. Spero di poter dare l’annuncio in un tempo ragionevolmente breve”. I soldi in questione erano stati bloccati dal primo Governo Conte.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2019

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La storia di un antico volume del ‘500 ritrovato, tra Agnadello, Vienna e Ferrara

11 Nov

Nel 2008 in Austria mons. Perego trova un antico volume sulla Battaglia di Agnadello (1509): il Comune cremonese lo acquista. Verrà poi tradotto in italiano ed edito. Furono 18mila i morti in quella battaglia, “grazie” alle micidiali bombarde vendute ai francesi dal Ducato di Ferrara

libro-proloco-800x370Potrebbe essere l’inizio di un giallo storico, ambientato tra la penombra di una biblioteca antiquaria di Vienna e la nebbia della pianura cremonese, con protagonista un prelato italiano e un antico testo del XVI secolo. A differenza di un thriller, però, non vi sono stati trafugamenti o vendite clandestine. E’ la storia del diario franco, o incunabolo (un volume stampato con caratteri mobili) sulla Battaglia di Agnadello, tra gli eserciti francese e veneziano, del 14 maggio 1509, ritrovato nel 2008 dal nostro Arcivescovo mons. Perego in una biblioteca di Vienna. Si tratta di un testo originale scritto in tedesco antico – e in caratteri gotici – stampato a Norimberga e probabilmente tradotto da un testo francese smarrito. Volume che dieci anni fa è diventato parte del patrimonio del piccolo comune, dove mons. Perego è cresciuto prima di entrare nel Seminario di Cremona. Nel suo breve testo introduttivo, il nostro Arcivescovo spiega: “segnalai il ritrovamento al presidente della Cassa Rurale dott. Giorgio Merigo, invitando a considerare con il Consiglio la possibilità di acquistare e donare il prezioso documento al Comune di Agnadello, in occasione dell’approssimarsi del 500° anniversario della Battaglia (2009)”. Così è avvenuto, e il testo è stato successivamente anche tradotto in italiano: “Agnadello e la sua battaglia. Il diario franco-tedesco”, si intitola il volume a cura di Pierina Bolzoni, edito grazie a Pro Loco Agnadello, Comune di Agnadello e BCC Caravaggio Adda e Cremasco, e presentato lo scorso 5 novembre alla presenza dello stesso Arcivescovo ad Agnadello, presso la sala Don Tabaglio della banca BCC. Come ci spiega lo stesso mons. Perego, nel quinto anno delle scuole superiori vinse un concorso nazionale con una ricerca storica dedicata proprio alla Battaglia del 1509. Ma in questa vicenda, la nostra città è legata anche per un altro aspetto, meno nobile: nell’incunabolo, il cronista parla di 17-18mila morti, un numero altissimo per l’epoca (anche maggiore rispetto a quello indicato da altri cronisti): il motivo risiede nell’utilizzo di nuove micidiali armi da fuoco, le bombarde, vendute ai francesi dal Ducato di Ferrara guidato da Alfonso I d’Este.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2019

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Memoria e futuro: un’unica apertura

29 Ott

Tante le persone in coda per la terza edizione di “Monumenti Aperti” svoltasi il 26 e 27 ottobre a Ferrara. Abbiamo visitato, accompagnati dagli studenti, l’ex Teatro Verdi e Porta Paola, luoghi da poco “rigenerati”

OLYMPUS DIGITAL CAMERALe Mura intese non come luogo di difesa e separazione, ma come insieme di spazi brulicanti di vita, perno in continua trasformazione attorno al quale far ruotare progetti e memorie. Da questa intuizione, non certo nuova a Ferrara, ha preso spunto la terza edizione dell’iniziativa “Monumenti Aperti” (patrocinata dal Comune di Ferrara, coordinata da Imago Mundi e organizzata da Ferrara Off con Fondazione Ferrara Arte), che anche quest’anno ha richiamato migliaia di persone e ha visto coinvolte oltre mille bambine e bambini come “ciceroni” delle tante visite guidate. Sabato 26 e domenica 27 ottobre era possibile visitare una trentina di luoghi, alcuni dei quali non sempre accessibili. Ne abbiamo scelti due: l’ex Teatro Verdi, ora Laboratorio aperto (uno dei dieci della nostra Regione), da poco restaurato e “rianimato”, e la vicina Porta Paola, sede del Centro di Documentazione delle Mura.

L’ex Teatro Verdi

Inaugurato nel 1857, il teatro è inizialmente concepito come un’arena, uno spazio scoperto che potesse accogliere un teatro popolare o un teatro diurno stabile. Nel 1912 viene ampliato portando la capienza da 1700 a 2000 spettatori, ed intitolato a Giuseppe Verdi, il quale con l’Aida inaugura nuovamente lo spazio nel 1913. Nel tempo poi diventa luogo d’avanspettacolo e infine cinema a luci rosse, fino alla chiusura definitiva nel 1985. Nel gennaio 1999 il teatro viene acquistato dal Comune di Ferrara, che si impegna in un’opera di recupero del complesso da riconvertire in auditorium, ma il progetto non andò in porto. Dopo tanti anni di chiusura, nel 2013 l’edificio è stato temporaneamente e parzialmente riaperto durante il festival “Internazionale a Ferrara”. Un crowdfunding organizzato dalla Coop. Città della Cultura / Cultura della Città (CCCC) consentì allora di mettere in sicurezza l’atrio, la platea centrale e la zona retrostante il palcoscenico non più esistente. Grazie al Fondo Europeo di Sviluppo Regionale 2014-2020 – Asse 6 per le Città attrattive e partecipate, e al lavoro di progettazione degli architetti Elisa Uccellatori, Sergio Fortini e Luca Lanzoni (parte del gruppo originario di CCCC), la rigenerazione è oggi conclusa. Per dieci anni il progetto dell’ex Verdi è affidato a una cordata di imprese che fa capo a Fondazione Giacomo Brodolini, dal 1971 operante a livello europeo, nazionale e locale nel campo delle politiche di sviluppo e del lavoro, affiancata da ETT, MBS e CIDAS, attiva nell’ambito dei servizi alla persona e dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. GIà dal 7 ottobre scorso, inoltre, vi è un punto di facilitazione digitale, con un esperto informatico a disposizione ogni giorno dal lunedì al giovedì dalle 10 alle 13 per qualsiasi richiesta legata alla tecnologia. Negli spazi al piano superiore partiranno, invece, i corsi di “Pane e Internet”, oltre a quelli di grafica e comunicazione digitale. Vi sarà inoltre un bar, aperto anche la sera, una rimessa per le biciclette, officina, deposito ma anche punto di incontro per appassionati di bici, uno spazio di coworking al piano superiore, oltre all’utilizzo dell’enorme spazio scenico per molteplici iniziative, e a un Labspace, con poltrone interattive per la realtà virtuale.

Porta Paola

OLYMPUS DIGITAL CAMERAQui i lavori di recupero e consolidamento post sisma si sono conclusi lo scorso febbraio ad opera del Comune. Un intervento che oltre a riparare i danni del sisma, assieme a precedenti tracce di degrado, ha consentito di riportare l’edificio all’antica funzione di punto di ingresso in città attraverso le mura sud, con la riproposizione del percorso di attraversamento dall’ingresso su via Bologna all’apertura su piazza Travaglio. Il tutto in un disegno di rinnovo complessivo dei locali interni destinati ad accogliere il nuovo Centro di Documentazione delle Mura estensi, progettato da Francesco Ceccarelli.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2019

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