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Ferrara, sfratto tragico, antiquario 77enne uccide moglie, figlio e si toglie la vita (“Avvenire”, 05 agosto 2017)

5 Ago

Museo d’estate, che idea: «caldo, ma ne vale la pena»

3 Ago

In Pinacoteca sale senza climatizzatore a 30°, le finestre aperte non bastano. I visitatori: interessati a storia e arte, non alle spiagge. Più fresco l’Archeologico

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Una famiglia in visita alla Pinacoteca Nazionale di Ferrara

«Certo, è molto caldo, ma ne vale la pena». Il ritornello dei visitatori nei musei cittadini quando fuori, nelle ore centrali di ieri, la temperatura si aggirava ferocemente intorno ai 40°, è sempre lo stesso.
«Veniamo da Perpignan, a pochi chilometri dal confine spagnolo. È la quinta volta che visitiamo Ferrara». Baptiste, Marion, Franck, Sophie e Aimée sono una famiglia francese, una coppia con tre figli adolescenti. Riposano nel loggiato di Palazzo Diamanti dopo aver visitato la Pinacoteca Nazionale. Non sono interessati né alle Alpi né alle spiagge, ma ad ammirare alcune storiche città italiane. «Il caldo c’è ma in Francia è uguale», ci spiegano, anche se per un attimo restano scossi quando gli diciamo che a Ferrara sono previsti anche 42°. Matteo è di Roma ma vive a Parigi con la moglie Marta e le figlie Gilda e Bianca di 15 e 13 anni. Ferrara è una delle tappe del viaggio estivo in Italia, e la nostra Pinacoteca uno dei tasselli per conoscere meglio la storia e l’arte del Bel Paese. Nel corridoio che ospita anche la biglietteria, e in alcune sale, non sono presenti impianti di climatizzazione, per cui le temperature superano forse i 30°, rendendo non facile il lavoro dei dipendenti e dei volontari, e la stessa conservazione delle opere. Alcune finestre restano semiaperte nel, quasi vano tentativo, di far filtrare un po’ d’aria. Prima di avere temperature decenti, però, bisognerà aspettare settembre 2018, quando si concluderanno i lavori postsisma sul complesso Diamanti. Lo scorso ottobre, invece, sono state riaperte le sale del ‘500, le più antiche, ospitanti l’esposizione “La pittura di Ferrara ai tempi dell’Ariosto”. Il lungo lavoro di restauro ha previsto anche la realizzazione di un impianto di climatizzazione che rende mite il clima interno. In tutto, tra le ore 13 e le 14, sono entrati una dozzina di visitatori, su un totale di 42 dalle 8.30, in piena media del periodo, che vede picchi domenicali di 80 accessi.
Visitiamo anche il Museo archeologico nazionale di via XX settembre, dove alle 14 di ieri si registrano appena 8 visitatori e una temperatura nelle sale del piano nobile di circa 27 gradi. I visitatori in questo periodo prediligono la mattina, con le sue temperature leggermente inferiori. Una coppia, Donatella e Bruno da Treviso, appassionati di musei, ha sfidato il caldo rifugiandosi nelle fresche sale tra i reperti di Spina. Alcuni visitatori, infine, cercano un po’ di refrigerio anche sulle panchine in marmo sotto la galleria dei rosai e sotto alcuni dei monumentali cedri nel lato sud dello splendido giardino di Palazzo Costabili.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 03 agosto 2017

Buskers Festival, Gualandi espone il suo manifesto fatto di citazioni e richiami al passato

2 Ago
Manifesto Buskers Gualandi-2017

La locandina del Ferrara Buskers Festival 2017 realizzata da Claudio Gualandi

Un’immagine che richiama la storia e i simboli di Ferrara, dello stesso Festival e della Grande Mela. Il tutto armonizzato dalla creatività di Claudio Gualandi. La locandina realizzata per la 30° edizione del Ferrara Buskers Festival segna l’importante ritorno del noto grafico dopo 11 anni.

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Claudio Gualandi

«Sono stato io – ci spiega – a richiedere di poter progettare un’immagine fotografica», in passato scelta compiuta per le locandine delle edizioni del 2008, 2009, 2010 e 2013. Lo scatto, realizzato da Luca Pasqualini, immortala un giovane in piedi su una bicicletta, un one man band “armato” di diversi strumenti musicali. «Nell’immagine – prosegue Gualandi – autocito il mio manifesto dei Buskers del 1991», dove un grazioso personaggio ispirato alla ballerina di Fortunato Depero danza con sullo sfondo un Castello estense che richiama quello realizzato da Mimì Qulici Buzzacchi nel 1933 per la “Rivista di Ferrara”.

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La locandina del Ferrara Buskers Festival 1991 realizzata da Gualandi

Nell’immagine pensata per quest’anno il busker è un 30enne (coetaneo quindi del festival) che porta sul taschino del gilet la stessa ballerina della locandina del 1991. E poi c’è una mela, simbolo di New York, città ospite, e richiamo al periodo d’oro di Ferrara, quand’era capitale europea per la produzione del frutto, apice raggiunto con la rassegna Eurofrut nel 1965, ’67 e ’69. lnoltre il giovane sul colletto della camicia porta una spilla a forma di mela rossa, con scritto “I love NY”.

I richiami al passato proseguono con i ricordi dei fasti rinascimentali, quando, per citare il motto dell’artista Andrea Amaducci, “Ferrara 500 anni fa era New York”, piccola grande mela, centro della civiltà europea e non solo. Periodo d’oro citato nelle lenti degli occhiali da sole indossati dal ragazzo, nei quali si vede, come riflessa, l’immagine del Castello.

 Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 02 agosto 2017

Sakura, i colori e le atmosfere del Giappone per tre giorni a Ferrara

25 Lug

logo sakuraIn pieno solleone a Ferrara sbarca il…Sol Levante. Dopo il successo, sofferto e insperato, del debutto svoltosi nel settembre 2015 nel Palazzo della Racchetta, da venerdì 28 a domenica 30 luglio la nostra città ospiterà la seconda edizione della biennale Sakura Festival, rassegna artistico-culturale dedicata al Giappone e al rapporto tra il Paese orientale e la storia di Ferrara.

Nelle sotterranee Sale Imbarcadero del Castello Estense di Ferrara, le organizzatrici Grazia Guberti della Business Consulting & Event Design Srls (che curò la prima edizione) e Marianna Petronelli, pittrice, proporranno un ampio programma composto, tra l’altro, da esibizioni di danza e canto tradizionali, rituali tipici come la cerimonia del tè e la vestizione del Kimono tradizionale, oltre a pratiche come l’Ikebana, o le arti marziali. Ma non mancheranno anche laboratori interattivi, per grandi e piccoli, di calligrafia, etegami ed origami. Ed è proprio Grazia Guberti a raccontare (e raccontarsi) alla Nuova in vista della tre giorni.

Quale obiettivo si pone il Sakura?

«Il Festival ha come obiettivo principale quello di mettere in luce un evento storico svoltosi nel periodo rinascimentale con protagonisti la Corte Estense e il Giappone, facendo incontrare due culture tanto diverse ma al tempo stesso simili, attraverso differenti espressioni artistiche».

Il Sakura ha quindi un forte legame con Ferrara e la sua storia…

«Certo, si tratta di una storia lunga 430 anni, iniziata il 22 giugno 1585, quando giunsero nella nostra città tre giovani giapponesi con il loro seguito, ospitati per alcuni giorni alla corte di Alfonso II d’Este e Margherita di Gonzaga. I tre facevano parte di una missione, organizzata dalla Compagnia dei Gesuiti in Giappone al fine di far visita all’allora pontefice, Papa Gregorio XIII, e all’intera penisola italiana. Altro episodio che lega l’Italia al Giappone è la visita di Hasekura Rokuemon nell’anno 1615».

Quali sono le novità più rilevanti rispetto alla prima edizione?

«Sicuramente la location che si presta per ovvi motivi storici a tutto quello che è stato motore della prima edizione! Altro punto di forza saranno i nuovi espositori che cercheranno di coinvolgere i visitatori nella scoperta di questi due meravigliosi mondi. Infine, vi sarà un percorso di storie e leggende che trasporteranno le persone in realtà spesso sconosciute…»

Tutto ciò in un’ottica multidisciplinare…

«Esatto, vi saranno momenti ludico-ricreativi aperti a tutti i visitatori, ma anche teatro, musica, artigianato, senza dimenticare lo sport. Saranno tre giornate indimenticabili, grazie all’impegno di tante persone coordinate da me e Marianna Petronelli».

Com’è nata la collaborazione tra voi due?

«Ci siamo conosciute alcuni anni fa in occasione della prima edizione del Sakura, e da quel momento due persone molto diverse tra loro, come siamo noi due, si sono unite sempre di più: da lì è nata davvero una collaborazione forte, fondata su obiettivi comuni, ma soprattutto un’amicizia reale».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 24 luglio 2017

Il Fondo Antonioni vent’anni dopo l’acquisto: «Catalogazione del materiale ormai giunta al termine»

28 Giu

Nell’archivio storico comunale sono custoditi circa 47mila oggetti appartenuti al premio Oscar

Michelangelo-Antonioni-El-artista-de-la-lenteA metà anni Novanta l’amministrazione comunale acquistò da Michelangelo Antonioni e Enrica Fico (la moglie) materiali appartenenti al cineasta ferrarese (sceneggiature, pellicole, foto, riviste, documenti) con un obiettivo: realizzare un museo a lui dedicato. Questi materiali costituirono, e costituiscono tuttora, il cosiddetto Fondo Antonioni. Era 1995, anno in cui al regista venne consegnato l’Oscar alla carriera e in cui uscì Al di là delle nuvole, il suo ultimo lungometraggio.

Il museo inaugurò in quello stesso anno negli spazi di Corso Ercole I d’Este 17, a Ferrara, con una selezione di dipinti del maestro e di alcuni manifesti dei suoi film. L’acquisto venne poi formalizzato nel 1998 con l’arrivo a Ferrara dei restanti materiali documentari e artistici facenti parte del Fondo. Sono circa quarantasettemila i pezzi in esso contenuti, di cui oltre ventisettemila fotografie, sia stampe sia negativi, oltre a opere, oggetti e documenti dall’inizio della carriera fino a metà anni Novanta. I suoi film e documentari, le sceneggiature originali e le fotografie di scena, la biblioteca, la discoteca (con musica dei generi più svariati, dalla classica alla leggera italiana – Bennato e Vanoni, ad esempio – ma anche, tra i tanti, Bob Dylan, Michael Jackson, musica cinese, spagnola, e molti dischi jazz), gli oggetti personali e professionali simboli delle sue passioni (ad esempio, le rassegne stampe sui suoi film, che lui o alcuni suoi collaboratori realizzavano), l’epistolario intrattenuto con alcuni tra i maggiori protagonisti della vita culturale del secolo scorso, da Roland Barthes a Luchino Visconti, da Federico Fellini ad Andrej Tarkovsky e Giorgio Morandi. È tutto lì anzi, è tutto qui: a Ferrara.

Nel 2006 il museo venne chiuso perché lo spazio che lo ospitava non era conforme alle normative che regolano l’apertura al pubblico di luoghi a destinazione museale. È stato quindi elaborato un progetto di messa a norma e di riallestimento; progetto che, per mancanza di risorse, non ebbe seguito. In quello stesso momento si è iniziato a discutere del restauro di Palazzo Massari e dell’opportunità di collocarvi anche il museo Antonioni, assieme agli altri nuclei collezionistici che compongono il patrimonio delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea. Nel 2010 ha preso il via uno studio sistematico dei materiali del fondo che ha trovato sbocco nella mostra Lo sguardo di Michelangelo. Antonioni e le arti, volta a celebrare il centenario della nascita di regista, e nell’impostazione del progetto di inventariazione e catalogazione informatizzata.

La mostra è stata presentata al Palazzo dei Diamanti Ferrara nel 2013, con sei mesi di ritardo rispetto a quanto programmato a causa del terremoto, per poi viaggiare in altre prestigiose sedi europee, il Bozar di Bruxelles, la Cinémathèque Française a Parigi e, infine, l’Eye Filmmuseum di Amsterdam. Nell’ottobre 2013, a causa dell’inagibilità di Palazzo Massari, gran parte del fondo è stato depositato presso l’Archivio Storico Comunale in via Giuoco del Pallone per la catalogazione e consultazione. Si tratta di 139 metri lineari complessivi di scaffalatura. Le pellicole sono conservate presso la Cineteca di Bologna, mentre nel Deposito d’Arte Moderna (Dam), facente parte del complesso di Palazzo Massari, sono rimaste le opere pittoriche del regista (in totale sono 371 dipinti realizzati su carta con varie tecniche, dall’olio alla tempera, dall’acquerello al collage e alla china, e di soggetto prevalentemente astratto), oltre alle locandine originali delle sue pellicole, ai premi e agli oggetti personali. Fatta eccezione per i mesi critici immediatamente successivi al sisma e alla chiusura di Palazzo Massari, il materiale del fondo, anche durante la catalogazione, è sempre stato disponibile alla consultazione, che avviene su appuntamento, inviando la richiesta all’indirizzo: artemoderna@comune.fe.it. Nel dicembre 2014 è poi stato affidato l’intervento di inventariazione archivistica e catalogazione alla cooperativa Le Pagine, che ormai ha concluso, dopo due anni e mezzo, l’arduo e affascinante compito.


La soddisfazione della Pacelli, direttrice delle Gallerie d’arte moderna di Ferrara Dieci anni senza il grande regista: in autunno una serie di iniziative per ricordarlo

«Siamo alle battute finali del progetto di catalogazione del Fondo Antonioni, che verrà portato a termine in concomitanza con il decennale dalla scomparsa del regista (30 luglio, ndr), mentre ci vorranno ancora alcuni anni per concludere la digitalizzazione dei documenti». Dopo sette anni dall’inizio dello studio dei materiali contenuti nel Fondo Antonioni, «Fondo peculiare ed eterogeneo», ora si è prossimi a mettere la parola “fine” alla catalogazione degli oltre quarantasettemila documenti appartenuti al cineasta. Per questo Maria Luisa Pacelli, direttrice delle Gallerie d’arte moderna e contemporanea di Ferrara, ha detto di ritenersi più che soddisfatta.

Quali sono state le tappe principali del progetto?

«Dal 2010 insieme allo studio sui materiali si è proceduto all’individuazione dello strumento catalografico più adatto, individuato nella piattaforma X-dams, fornitaci dall’Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, e usata per i documenti e le foto. La fase successiva ha riguardato un ulteriore approfondimento dei materiali finalizzato alla ricostruzione della storia degli stessi e di come essi fossero stati organizzati in origine dal regista e dai suoi collaboratori. Grazie a una borsa di studio finanziata da Lions Ferrara Host e Lions Ferrara Diamanti, questa ricerca è stata affidata a Francesco Di Chiara, studioso di storia del cinema, che si è potuto avvalere delle testimonianze di Enrica Fico e Carlo di Carlo. Di Chiara ha mappato i tanti appunti sparsi, manoscritti e dattiloscritti, a volte copiati e incollati dallo stesso regista in altri taccuini. Il suo lavoro, durato 11 mesi, è stato molto utile per i catalogatori».

E dopo è iniziato il processo di catalogazione?

«Sì, è stato costruito il bando di gara, vinto dalla cooperativa Le Pagine, in cui si è delineato il progetto di catalogazione, con la schedatura dei singoli pezzi e la loro messa in sicurezza da un punto di vista conservativo. Terminata questa fase, abbiamo formulato un’ipotesi di riordinamento generale virtuale che è stata poi sottoposta all’approvazione della Soprintendenza Archivistica. Ora la catalogazione è praticamente conclusa, stiamo apportando solo lievi modifiche alla struttura generale del catalogo. Una volta inserite queste ultime correzioni alle schede generali dell’inventario, attenderemo l’approvazione della Soprintendenza per poi procedere alla messa online dei materiali sul sito di Ibc».

Quali sono state le difficoltà riscontrate?

«Le principali sono state determinate dalla grande eterogeneità dei materiali: non esistendo modelli archivistici preconfezionati per catalogare oggetti e documenti tanto diversi, ci siamo trovati a dover cucire un abito su misura, fatto che ha comportato un certo grado di sperimentalità. A operazioni concluse possiamo dire che il risultato raggiunto grazie alla messa in campo di una pluralità di competenze, è il punto di forza dell’intero progetto, anche se non è stato sempre facile trovare una visione comune».

Continuerà la digitalizzazione del Fondo?

«Negli anni, per diverse ragioni, una su tutte la mostra itinerante, il Fondo è stato oggetto, seppur non in maniera sistematica, di interventi di digitalizzazione. Abbiamo a disposizione oltre 700 immagini tra documenti, foto, oggetti e oltre 200 delle opere pittoriche. Continueremo, ci vorranno anni per finire la digitalizzazione, ma l’importante è che il lavoro non si interrompa. La vera sfida che ci attende è di rendere consultabile il materiale digitalizzato all’interno del catalogo online dell’Ibc, in modo che sia accessibile a studiosi e appassionati di tutto il mondo».

Per il decennale della morte di Antonioni vi sono eventi in programma?

«Stiamo lavorando ad una iniziativa, probabilmente in autunno, e sono al vaglio diverse possibilità, non appena la proposta sarà definita l’annunceremo».

E che novità ci sono sul museo Antonioni?

«Non sarà ospitato nella precedente sede accanto a Palazzo dei Diamanti, ma integrato nel complesso di Palazzo Massari insieme agli altri nuclei collezionistici e agli altri archivi. I lavori però sono appena iniziati e non è possibile indicare una data di riapertura credibile. Il museo Antonioni dovrebbe essere collocato dove, prima del sisma, si trovavano le collezioni del ’900, quindi al piano terreno e oltre ad alcune sale che ospiteranno l’archivio, sono previste aree con materiale esposto a rotazione, per problemi conservativi che si possono immaginare, e per mantenere vivo il museo dando risalto a più documenti possibile. Sarà un museo diverso da quello chiuso nel 2006: l’idea è di dare conto non solo dell’opera pittorica del regista, ma anche di offrire la possibilità di conoscerne la vita e l’attività, oltre che di studiare i collegamenti tra la sua opera e le arti visive, in particolare l’influenza del suo cinema sull’arte contemporanea».


ENRICO SPINELLI, DIRETTORE DEL SERVIZIO BIBLIOTECHE E ARCHIVI DI FERRARA

Il Servizio biblioteche e archivi (Sba) del Comune da ottobre 2013 ospita, nella sede dell’Archivio storico comunale, buona parte dei materiali del Fondo Antonioni. «Siamo molto contenti di aver dato una mano al progetto in quanto depositari, anche se momentanei», spiega il direttore Enrico Spinelli. La possibilità di ospitare il Fondo «dà ancora più risalto al nostro progetto di valorizzazione della Ferrara del ’900. Tutto ciò ci ha aiutato anche a capire come l’Archivio storico comunale non debba ospitare solo i materiali dell’amministrazione territoriale ma debba esser archivio della città». L’archivio Lanfranco Caretti, quello della Cgil ferrarese, il Saracco Riminaldi, il Giglioli ed il Tumiati Ravenna sono solo alcuni tra quelli conservati in via Giuoco del Pallone. Tanto che Spinelli dice: «Il ’900 ferrarese è tutto qui!».


L’ASSESSORE ALDO MODONESI RIGUARDO AL MUSEO ANTONIONI

«Ad oggi è ancora quasi impossibile prevedere quando potrà avvenire la riapertura di Palazzo Massari, quindi anche del Museo Antonioni – è realistico l’assessore ai lavori pubblici Aldo Modonesi -. Sicuramente ci stiamo muovendo per dare una certa consequenzialità ai lavori: appena si conclude un cantiere, subito ne viene aperto un altro per avviare la fase successiva. La dislocazione del Museo Antonioni al Massari? Il progetto preliminare potrebbe essere confermato in toto, parzialmente o stravolto, non possiamo dirlo. Ma avendo ricevuto il vaglio della Soprintendenza, resta un punto di riferimento».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 27 giugno 2017

Questi i link dei miei articoli (con alcune immagini di Filippo Rubin) sul sito de la Nuova Ferrara:

 

L’importanza delle Fondazioni nell’eredità di Gramsci

17 Giu
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Antonio Gramsci

«In passato ci siamo avvicinati a passi troppo veloci e non ragionati alla costruzione del Partito Democratico. Alla sua nascita si decise, sbagliando, che il nuovo partito non avrebbe avuto rapporti giuridici col patrimonio immobiliare e culturale del Pci-Pds-Ds. Ciò ha riguardato anche Gramsci». ll senatore del Pd Ugo Sposetti ieri mattina è intervenuto nella sede dell’Istituto di Storia Contemporanea (Isco) di Ferrara per un incontro in occasione dell’80° anniversario della morte di Antonio Gramsci, tra i padri del Partito Comunista Italiano.
La “rottura”che, secondo le sopracitate parole di Sposetti, il Partito Democratico avrebbe attuato con la propria storia, sarebbe stato “mitigato” dalla nascita, in questo primo decennio di vita del Pd, di 62 Fondazioni eredi dell’enorme patrimonio, soprattutto immobiliare, appartenuto al Pci. Nel territorio ferrarese è la Fondazione “L’Approdo”, presieduta da Bracciano Lodi, a svolgere questo compito. «Nessun partito in Italia – ha proseguito Sposetti – ha conservato la propria intera documentazione storica», conservata nella nostra città dall’Archivio Storico PCI Ferrara, coadiuvato dall’Isco locale, e in parte digitalizzato sul sito http://www.storiapciferrarese.it, presentato da Omar Salani Favaro. «Ci vorranno ancora un paio di anni – hanno spiegato sia Lodi sia Anna Quarzi dell’Isco – per mettere in rete sul sito tutto l’archivio del Pci ferrarese».
Un pensiero, quello del comunismo italiano – sono stati concordi gli altri intervenuti, Andrea Baravelli, docente di Storia Contemporanea dell’Università di Ferrara, e Fiorenzo Baratelli dell’Istituto Gramsci – oggi «sterminato culturalmente», e che quindi, a partire da Gramsci, va «ristudiato e diffuso» contro il «chiacchiericcio onnicomprensivo del dibattito politico attuale».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 17 giugno 2017

Un’app per visitare i luoghi religiosi in maniera virtuale

23 Mag
bertuzzi e zanella

Stefano Bertuzzi e don Stefano Zanella

Mentre proseguono i lavori di restauro e consolidamento degli edifici sacri della nostra Diocesi, l’Ufficio Tecnico guidato dall’ing. don Stefano Zanella ha pensato a come rendere accessibile le tante chiese che per alcuni anni rimarranno ancora chiuse. Da qui è nato il progetto di utilizzare un’app innovativa, “MuseOn”, per visitare virtualmente chiese, musei e palazzi. “MuseOn” è stata ideata da Stefano Bertuzzi e Desirée Ponchiardi della startup bolognese iThalìa srl, nata circa un anno fa. Semplicemente attivando la connessione Bluetooth (senza bisogno di un collegamento internet), e con un lettore qrcode, si può, recandosi nei pressi di un determinato edificio storico, “visitarlo virtualmente” dal proprio smartphone, visualizzando immagini e informazioni sull’immobile e la sua storia.
“MuseOn” è per ora disponibile per il Palazzo Arcivescovile di Ferrara, il cui porticato già da alcuni mesi accoglie un pannello con le indicazioni per utilizzare l’app. L’idea, però, è di renderla disponibile, entro l’estate o comunque in tempi relativamente brevi, anche per la Chiesa di San Paolo (chiusa dal 2005), la Chiesa di Santo Stefano (riaperta 18 mesi fa), e, si spera, anche la Cattedrale cittadina e la Chiesa di San Domenico, inaccessibile dal 2012.
Come ha sottolineato don Zanella, «”MuseOn” è importante tanto a livello turistico, quanto di studio e ricerca, ma anche per la catechesi». Bertuzzi ha poi spiegato come si tratti di «un progetto sostenibile di alta efficienza, in quanto ha un livello molto basso di consumo di batteria (il 50-70% in meno rispetto alle altre app), un consumo ridotto della memoria del dispositivo (circa 18 MB), e un tempo di installazione breve, quantificato in una ventina di secondi. Il tutto – ha concluso – nella massima sicurezza per quanto riguarda i dati personali e i diritti di autore».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 21 maggio 2017