Archivio | gennaio, 2020

Giovani e impegnate: le volontarie di “Islamic Relief” nella nostra città

27 Gen

L’incontro con i musulmani nella nostra città passa anche dalla ONG “Islamic Relief”: 50 i giovani attivi a Ferrara dal 2015. Abbiamo incontrato tre di loro (Khadija Lahmidi, Nadia Ziani e Malek Fatoum) per parlare di dialogo e identità

di Andrea Musacci

IMG_20200121_145451I loro hijab (i veli), uno bianco e uno nero, circondano volti al tempo stesso vivaci e posati, abituati al confronto e “pazienti” nel sopportare le troppe domande di chi, come il sottoscritto, le interroga su questioni riguardanti la loro identità. Identità, quella di Khadija Lahmidi e Nadia Ziani, chiara ma non esclusiva, e che le due ragazze vivono prevalentemente, dal 2018, nel gruppo ferrarese della ONG “Islamic Relief” (IR), organizzazione benefica nata nel 1984 nel Regno Unito e oggi operante in 40 Paesi in tutto il mondo per fornire acqua, cibo, alloggio, assistenza sanitaria e istruzione, nonché per portare aiuto in caso di catastrofi (ad esempio, in Australia nei recenti casi di incendi o in Italia nel 2009 durante il terremoto in Abruzzo). Nadia, marocchina ma nata in Italia, originaria del vicentino, frequenta il IV° anno di Medicina a Ferrara, mentre Khadija, nata in Marocco e trasferitasi in Italia quando aveva 6 anni, è impegnata in una cooperativa sociale di Sermide, località dove vive, ed è iscritta a Giurisprudenza nella nostra città.

malekUna delle fondatrici del gruppo di IR a Ferrara è invece Malek Fatoum, nata e cresciuta nella nostra città da genitori di origine tunisina, iscritta alla Facoltà di Ingegneria e impegnata anche nell’associazione “Occhio ai media”: “sei anni fa – ci racconta – io e mia sorella Amira veniamo in contatto con una volontaria del gruppo di Bologna che ci racconta di questa realtà di cui fa parte e noi, affascinate dall’idea, decidiamo di fondare un gruppo anche nella nostra città facendo passaparola tra amici e conoscenti”. A Ferrara IR attualmente conta una cinquantina di giovani aderenti che si ritrovano solitamente, ci spiega ancora Malek, “una volta mese (in sale della parrocchia di Sant’Agostino o in altre messe a disposizione dal Comune) per programmare e organizzare eventi di raccolta fondi umanitari e per gestire attività utili all’intera comunità, come per esempio il doposcuola per i bambini che hanno bisogno di supporto nella preparazione dei compiti”. Riguardo agli eventi pubblici, “l’ultimo da noi organizzato – ci raccontano Khadija e Nadia – si è svolto lo scorso novembre, una cena solidale alla quale hanno partecipato non solo islamici”. Sì, perché IR, nonostante la sua ispirazione ben precisa, è aperta a chiunque ne condivida i valori di fratellanza e solidarietà. Tanti, però, “sono i pregiudizi nei confronti dell’islam, dettati perlopiù dalla paura, lo sperimento anche nella mia Facoltà”, ci spiega Khadija. Ma si può vedere il bicchiere mezzo pieno: “dallo scorso dicembre noi studenti musulmani possiamo pregare in un’aula interna alla biblioteca del Dipartimento, grazie all’interessamento del Direttore Negri”. Il confronto con i “non musulmani” per loro sarebbe impensabile senza il continuo dialogo interno a IR: “tra volontari – sono ancora parole di Khadija – ci ritroviamo liberamente per ragionare e dialogare su tematiche riguardanti la nostra appartenenza di fede. Non vogliamo, infatti, ripetere meccanicamente le cose che abbiamo imparato, come alcuni musulmani fanno”. Limite, quest’ultimo – le spiego -, purtroppo anche di non pochi cattolici. “Ognuno è libero di usare il proprio intelletto, il proprio senso critico – interviene Nadia -, non bisogna accettare le cose passivamente. Ad esempio, io porto il velo dal 2016, ma prima ho voluto approfondire perché molte donne musulmane fanno questa scelta. Per me indossarlo è un semplice atto di modestia e di pudore, simile a quello di Maria di Nazareth, e serve a fare in modo che l’attenzione di chi mi guarda non cada sulle mie forme fisiche ma sulle mie virtù. Sapendo, comunque – prosegue -, che l’abito non fa il monaco, e che quindi non basta indossare il velo per essere virtuose”. “E’ vero, non ha senso indossarlo solo per tradizione – ci spiega Khadija -, io lo porto dall’età di 17 anni: per me è una forma di testimonianza”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 gennaio 2020

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Hassan Samid: “aumentiamo i momenti di incontro e preghiera fra cattolici e musulmani”

27 Gen

33 anni, di origine marocchine, Hassan Samid dirige l’Associazione della comunità musulmana di via Traversagno a Ferrara: “da noi in aumento i giovani e gli studenti”

di Andrea Musacci

hassan samidGiovane, maschio e lavoratore: è questo l’identitkit della maggioranza dei musulmani che settimanalmente frequentano la moschea di via Traversagno a Ferrara, zona Mizzana. Con un aumento, negli ultimi anni, di richiedenti asilo subsahariani. A spiegarcelo è Hassan Samid, 33 anni, nato in Marocco e trasferitosi in Italia coi genitori quando aveva sei anni, dal 2017 (e appena rinconfermato per un altro biennio) presidente dell’Associazione “Centro di cultura islamica di Ferrara e provincia” che dirige la comunità. L’Associazione nasce nel ’98 ma i primi gruppi di musulmani nella nostra città risalgono a circa 40 anni fa, ritrovandosi prima in una sede in via Scandiana, poi in un’altra in Foro Boario, e infine nel 2011 con il trasferimento nell’ex capannone industriale di via Traversagno, acquistato e trasformato grazie anche al finanziamento di 100mila euro da parte della Qatar Charity, e con la mediazione dell’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia). Ricordiamo che altre comunità musulmane nel nostro territorio sono in via Oroboni (un Centro guidato dall’Associazione Pakistani ferraresi), in zona Barco, a Portomaggiore, Argenta, Bondeno, Copparo e Cento. “Normalmente – ci spiega Samid – circa 150/180 persone frequentano la preghiera del venerdì, e oltre 200 nei venerdì festivi o durante il mese del ramadan. Generalmente sono nordafricani, albanesi, subsahariani e mediorientali. L’età media è inferiore ai 40 anni, con una prevalenza di uomini rispetto alle donne”, prosegue. “Principalmente sono lavoratori, ma non pochi sono studenti e studentesse”. Gli chiediamo se negli anni ha visto cambiare il tipo di persone che frequentano la moschea: “sì, c’è stato un aumento notevole di ragazzi subsahariani richiedenti asilo. Anche se da un anno circa ne vediamo umeno, forse per certe politiche che hanno messo in crisi i sistemi di accoglienza. Sono in aumento anche gli studenti universitari nordafricani”. Nella sede, oltre alle cinque preghiere quotidiane e alla preghiera e sermone del venerdì, viene insegnata ai bambini la lingua araba (“attualmente abbiamo tre classi con circa 20 studenti ciascuna”), oltre a lezioni religiose rivolte a uomini e donne. Inoltre, ci spiega ancora Samid, “si rivolgono spesso a noi persone bisognose: cerchiamo di aiutarle con le pochissime risorse a disposizione, dando la priorità a famiglie con figli piccoli o malati”. Per quanto riguarda i rapporti con la città, sono buoni da diversi anni, e ottime sono le relazioni con la parrocchia di Mizzana e con quella di Sant’Agostino. “Tanto piacere – commenta ancora Samid – ci ha fatto l’anno scorso il messaggio che mons. Perego ha rivolto ai musulmani di Ferrara in occasione del ramadan. L’incontro tra cattolici e musulmani del 4 febbraio a Casa Cini è importante – conclude – perché oggi più che mai c’è bisogno di momenti come questo. Il documento di Abu Dhabi (siglato un anno fa dal Papa e dal Grande Imam, ndr) contiene riflessioni importanti, che tocca a noi sviluppare e rendere vive. Se poi guardiamo la cronaca e la dialettica politica nel nostro Paese, ci rendiamo conto che eventi come questo assumono un’importanza ulteriore, anche se le comunità religiose devono riuscire nel difficile intento di rendere queste occasioni patrimonio di tutta la cittadinanza”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 gennaio 2020

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Settimana ecumenica: fratelli e sorelle in Cristo, “trattiamoci con gentilezza”

27 Gen

“Ci trattarono con gentilezza” (At 28, 2) è il versetto evangelico scelto quest’anno a livello nazionale per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Nella nostra Arcidiocesi dopo il primo incontro svoltosi il 18 gennaio nel Monastero del Corpus Domini – con l’intervento del biblista Carmine Di Sante sul tema “Straniero nella Bibbia” -, dal 22 al 25 si sono svolti gli altri quattro appuntamenti di preghiera, con meditazioni di volta in volta delle diverse confessioni. Conclusione il 26 nella chiesa di Santo Stefano con la Domenica della Parola

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ stata la la Chiesa Battista di via Carlo Mayr – guidata dal pastore Emanuele Casalino – a ospitare il primo dei quattro momenti di preghiera della Settimana di unità dei cristiani nella nostra Diocesi, sul tema “Forza: spezzare il pane per il viaggio”. Padre Oleg Vascautan (alla guida della locale comunità Ortodossa moldava), ha tenuto la meditazione: come emerge dal Vangelo del giorno (la moltiplicazione dei pani e dei pesci), “a Gesù interessa la persona nella sua interezza, corpo, anima e spirito, nulla di noi andrà peso”, e Lui stesso “ci indica l’importanza dell’impegno personale, del sporcarsi le mani” (“Voi stessi date loro da mangiare”): insomma, “ci chiede il dono totale di noi stessi”. In conclusione, “il pane rappresenta l’essenziale, il nutrimento vitale, e perciò ha la precedenza rispetto a ogni ragionamento sulla libertà”.

La chiesa di S. Chiara in corso Giovecca a Ferrara è già di per sè crocevia ecumenico, ospitando liturgie della nostra chiesa e di quella ortodossa rumena. Proprio quest’ultima il 23 gennaio ha curato il secondo incotnro ecumenico della Settimana, col canto dell’Inno Akathistos della tradizione ortodossa. E’ toccato invece al pastore battista Emanuele Casalino proporre la meditazione del giorno: l’immagine del banchetto “snobbato” dai benestanti ma partecipato da “i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi” rappresenta “la scelta iniziale di Dio a favore degli umili, degli emarginati, dei disperati e degli stranieri”: Gesù, infatti, è venuto per la salvezza di ognuno, ma “innanzitutto e soprattutto per gli ultimi”. Questo “invito alla conversione” ci interroghi sempre, per evitarci ogni presunto “privilegio” di eletti.

La competizione è alla radice della nostra divisione” tra sorelle e fratelli cristiani: “usciamone con l’umiltà e l’amore”. Partendo dal Vangelo del giorno, le Monache Carmelitane Scalze di Ferrara hanno iniziato la propria meditazione il 24 gennaio nel terzo incontro della Settimana ecumenica. Nella chiesa del monastero di via Borgovado, le consorelle hanno sottolineato l’importanza, sempre alla sequela di Gesù, dell’“abbassamento”, del “farsi piccoli”: così, e solo così, possiamo “accoglierLo nella carne dei fratelli, soprattutto dei più umili”, “affidandoci a Lui, imparando a donare amore”. E solamente in questo modo potremmo, appunto, superare quella “pietra d’inciampo rappresentata dalla divisione fra noi cristiani”.

Una cinquantina i presenti all’ultimo incontro della Settimana ecumenica, svoltosi nel pomeriggio di sabato 25 gennaio nella Basilica di San Francesco a Ferrara. Erano presenti, oltre a mons. Massimo Manservigi (Vicario generale) e Marcello Panzanini (Ufficio ecumenico diocesano), Luciano Sardi (Chiesa Battista), padre Vasile Jora (ortodossi rumeni), padre Igor Onufrienko (ortodossi russi) e padre Oleg Vascautan (ortodossi moldavi). Nella meditazione, mons. Manservigi, commentando il Vangelo del giorno, ha posto l’accento innanzitutto sul camminare “dando attenzione agli altri, in particolare ai malati”, senza “chiudere gli altri come in un sepolcro”, “nella tomba del pregiudizio, ma dando sempre un’altra possibilità”, “prendendoci cura degli altri”. “Il Signore ci chiede di non escludere nessuno”: il suo è “un amore immenso, sconfinato e folle”.

Il 26 gennaio maratona con la Parola di Dio

PinoCosentino (2)Quale modo migliore per concludere la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che quello di leggere insieme il Vangelo? Il 26 gennaio si è svolta per la prima volta in tutta Italia la Domenica della Parola, indetta per volontà del Santo Padre Francesco. A Ferrara la sera del 26 le varie confessioni cristiane si sono ritrovate nella chiesa di Santo Stefano per la lettura a più voci del Vangelo secondo Matteo. Questi i lettori che si sono alternati: rappresentanti dell’Ufficio famiglia diocesano, alcuni giovani studenti universitari, Gianni Cucinelli (Chiesa Battista), Padre Ioan Batea (Patriarcato Ortodosso di Bucarest), Padre Vasyl Verbitzskyy (Chiesa Greco-Cattolica Ucraina), Anna De Rose (Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII), Cristina Ferrari (Azione Cattolica), Rosanna Ansani, Beppe Graldi (Focolarini), coniugi Miglioli, Leonardo Gallotta (Alleanza Cattolica), Francesca Ferretti (AGESCI), un rappresentante MASCI, Nicola Martucci (Azione Cattolica), un rappresentante del Movimento Rinascita Cristiana e Chiara Ferraresi (Azione Cattolica). Infine, ricordiamo che mons. Perego ha celebrato la S. Messa delle ore 18 nella Basilica di S. Francesco: al termine della liturgia, ha consegnato una copia della Bibbia ad alcune persone, in rappresentanza delle espressioni della nostra Diocesi: due coniugi catechisti, una bisnonna di Azione Cattolica, una famiglia originaria del Camerun, un giovane scout, una religiosa, due insegnanti, una coppia di fidanzati e un diacono.

Andrea Musacci

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 gennaio 2020

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Quella “bellezza inaudita” che ancora riesce a inquietarci

27 Gen

Una meditazione a partire dall’ultimo libro di don Marco Pozza, “Il balzo maldestro”, uscito il 17 gennaio e presentato a Ferrara: desiderio, dolore e speranza nell’essere umano, tra Vangelo e vita quotidiana

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di Andrea Musacci

“Ave Maria piena di grazia: me la immagino così la Madre di Dio, stracolma di grazia, come un vaso che trabocca”. Don Marco Pozza, cappellano del carcere “Due palazzi” di Padova, sa come stravolgere una tranquilla serata invernale. Lo ha fatto, ancora una volta, lo scorso 20 gennaio nel Seminario di Ferrara, invitato dal Serra Club locale a parlare del suo libro-intervista a Papa Francesco (intitolato proprio “Ave Maria”) e della sua ultimissima fatica, “Il balzo maldestro” (San Paolo ed., 2020), uscito appena tre giorni prima, il 17. Due grandi pensieri ricorrono nelle parole di don Pozza, come anche nel libro: quello sull’importanza del saper cogliere l’inatteso, e quello sul sapersi affidare. L’inatteso è quello che Maria di Nazareth vive con l’annuncio dell’angelo, posta davanti alla decisione più difficile della storia, da cui è dipesa la salvezza di ognuno. Ma è anche, per collegarsi al secondo pensiero, l’inaspettata conversione di Antonio, detenuto a Padova, che ha saputo abbandonarsi a Dio, per uscire dal proprio personale inferno. Ed è, infine, la semplicità (per nulla banale) di quel madonnaro napoletano, ateo, che don Pozza ha incontrato, e che a lui, sacerdote, ha rinsegnato, ancora una volta, l’amore per il Cielo e per quella ragazza “stracolma” di grazia.

Sequestro e nuovi orizzonti

Torna sempre, nell’ultimo libro di don Marco Pozza, una contraddizione feconda: quella fra la passione per la sua terra vicentina, di cui spesso fa memoria, e l’amore per quei “nuovi orizzonti” che, a volte inconsapevolmente, tutti sogniamo. Con un continuo omaggio a “Cittadella” di Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944), e usando spesso la metafora del sequestro e del riscatto per spiegare la caduta dell’uomo (appunto rapito da Satana ma riscattato da Dio tramite il Figlio), don Pozza amalgama con la sua scrittura inebriante, Incarnazione e realtà detentiva, poesia e cristianesimo, tristezza e ironia liberante.

In attesa dell’in-atteso

C’è sempre spazio per un’attesa, grande e vibrante, nell’essere umano, “insaziabile mendicanza” come lo definiva don Giussani. C’è, dietro l’angolo, sempre la possibilità di un incontro inatteso, che in tutto o in parte – in forme e in tempi strani – in qualche modo ci spiazza, ci destabilizza. La nostra attesa, quindi, in ogni caso non può mai essere inerte: “L’uomo non cambia a forza di ragionamenti – scrive don Pozza -, ma spinto dall’urto inatteso di un incontro, dall’attrazione di qualcuno che, davanti, faccia strada, apra una strada assieme a lui. […] L’opposto è sotto gli occhi: è la creatura destinata a seccarsi nel banale”, nell’inedia dell’ordinario. A volte, invece, il dis-ordine, l’an-archia è libertà, cioè semplice negazione di un ordine etero-imposto. In attesa del riscatto definitivo, scrive l’autore, “il mondo conobbe cos’è l’attesa”, un’attesa dolorosa: “perduta la grazia […] è andato spegnendosi il desiderio, che è diventato voglia”. Voglia di possesso, quindi falso anelito, adulterata apertura all’altro che è anche uno pseudo vedere, un non-riconoscimento di sé e del prossimo. “Appari a me, Signore, perché tutto è molto faticoso quando si perde il gusto di Dio”, scrive Saint-Exupéry in “Cittadella”. “Chi è attaccato alla vita – sono invece parole di Sergio Quinzio nel suo ultimo libro-intervista – possiede il senso della catastrofe che sovrasta, ma insieme spera che al di là di essa potrebbe finalmente manifestarsi una giustizia, una bontà delle cose”. “La mia voce verso Dio: io grido aiuto! / Nel giorno della mia angoscia io cerco il Signore, / nella notte le mie mani sono tese e non si stancano; / l’anima mia rifiuta di calmarsi” (Salmo 77 [76]): quest’inquietudine ci spinge vertiginosamente in alto, non per compiacerci in machiavelliche astrazioni, ma per tendere all’Oltre, al non-ancora detto, al non-dicibile. Al tempo stesso, però, ci immerge ancor più profondamente in noi stessi.

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Quel desiderio che non ci fa dormire

Grazie a Dio – è proprio il caso di dirlo – non esiste dunque nulla di “oggettivo”, di già dato, di non necessitante di comprensione, accoglienza e ri-elaborazione. Se così non fosse, non esisterebbe sapere umano, perché non esisterebbe libertà di interpretazione, di comprensione delle cose. Se tutto fosse già de-finito, non esisterebbe spazio per la curiosità, il desiderio, per dare senso al reale: non esisterebbe la libertà, quindi nemmeno l’umano. “Solo due tipi di uomini – scrive don Giussani ne “Il senso religioso” – salvano interamente la statura dell’essere umano: l’anarchico e l’autenticamente religioso. La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito: l’anarchico è l’affermazione di sé all’infinito e l’autenticamente religioso è l’accettazione dell’infinito come significato di sé”. La bellezza, scrive don Pozza, è “nascosta apposta per accenderci di desiderio. Per ridestare il desiderio di Lui”. L’importante è il cammino, il mettersi in cammino: “Viandante, sono le tue orme / il sentiero e niente più; / viandante, non esiste il sentiero, / il sentiero si fa camminando”, scriveva il poeta Machado. E anche De Andrè in “Khorakhanè” cantava della “stessa ragione del viaggio, viaggiare”. Appunto sapendo – per dirla con Giovanni Raboni – che “una storia / si fa da sola, e che è empio o almeno incauto / scriversi il finale”. “Lo stupore è stimolo alla scoperta – ci dice don Pozza -, una specie d’insonnia per chi ne viene contagiato”, mentre “essere soddisfatti […] è avere carenza di desiderio […]. Insegnare il fervore, dunque, è fare manutenzione dell’umano”. Abituiamoci quindi a non sentirci mai appagati: “il desiderio metafisico – scriveva Levinas – desidera ciò che sta al di là di tutto quello che può semplicemente completarlo”. Chi ha nostalgia di infinito non è fatto né per avere poltrone troppo comode, né orecchie troppo anestetizzate, né cuori troppo fiacchi per opporsi ai cattivi sentimenti delle masse, ai tiepidi conformismi dettati dalla paura; ma nemmeno per avere muri, per loro natura ciechi.

“Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”: l’Assurdo che può riempirci

Oltre 40 anni fa Francisco “Chico” Buarque si domandava cantando: “Ah, che sarà […] Quel che non ha ragione ne mai ce l’avrà / Quel che non ha rimedio ne mai ce l’avrà / Quel che non ha misura…”. Citando da Saint-Exupéry quando parla di quelle anatre domestiche attirate dal volo libero delle anatre selvatiche, scrive don Pozza: “il cristianesimo, per me, è tutto qui: custodito in questo ‘balzo maldestro’ provocato dal passaggio di una Presenza […] il cui sguardo provoca ancora oggi, nelle anime cui transita accanto, delle ‘strane maree’ ”. Un salto – per dirla con Kierkegaard – in cui il “già” è fatto di fibre di pane e di carne tra loro amalgamate: “che il Cielo piantasse tenda quaggiù nessuno poteva immaginarlo: era troppo”, sono ancora parole di don Pozza. “E’ bellezza inaudita, inaspettata, fuori misura”. Ma è così la stessa persona, per sua natura in-stabile, dunque sempre tesa all’Eccedente, a quel “cielo nuovo” e a quella “terra nuova” (Ap 21, 1). “Tutte le volte che intendiamo la fede come una conoscenza acquisita o garantita – diceva Quinzio -, siamo già fuori dell’orizzonte della fede”. Quindi dell’umano. È quel che purtroppo fa Mazzarò, ricco possidente siculo, protagonista di una novella del Verga – “La roba” -, quando nel finale, sapendo di dover presto lasciare questa terra, dice: “Roba mia, vientene con me!”. Un desiderio piccolo: Mazzarò con il suo – che è il nostro – sguardo distorto, si fa ingannare dalle cose, ingigantendo ciò che è misero e a breve scadenza, e non vedendo ciò che è già, seppur non-ancora (del tutto). Possiamo, dunque, sognare molto di più, sperare speranze sempre più grandi. Come scrisse Aldo Moro nella sua ultima lettera alla moglie prima di essere ucciso: “vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 gennaio 2020

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Siamo tutti stranieri perché siamo tutti ospiti sulla terra

27 Gen

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è iniziata il 18 gennaio con la riflessione del biblista Carmine Di Sante: “ognuno è bisognoso di essere accolto dall’altro”. Altro che “dischiude sempre un diverso rapporto con la verità”

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa fragilità, il suo riconoscimento e il conseguente senso di gratitudine: una triade che, se applicata anche nelle piccole cose del quotidiano, può cambiare il mondo, perché a beneficiarne sarebbero, innanzitutto, il rapporto di ognuno con se stesso e quindi i rapporti interpersonali. E’ stato un pomeriggio fruttuoso quello svoltosi nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara lo scorso 18 gennaio. Il primo appuntamento della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha visto il biblista Carmine Di Sante intervenire su un tema a lui caro, a cui ha dedicato anche quello che è forse il suo libro più celebre: “Lo straniero nella Bibbia”. Dopo l’introduzione di Marcello Panzanini, alla guida dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso – che ha ricordato anche Maria Vingiani, fondatrice del SAE e pioniera dell’ecumenismo, morta il 17 gennaio a 98 anni -, ha preso la parola Di Sante. Nella sua sfaccettata e affascinante riflessione ha preso le mosse principalmente dal Pentateuco, e dal rapporto fra Dio e gli israeliti, “popolo straniero” (perché a lungo ha vissuto fuori dalla propria patria) e “oppresso”. Da qui, l’analisi della cosiddetta “stranieritudine” da intendere in senso ampio come possibilità di ogni rapporto con l’altro, di ogni relazione interpersonale. Nella stessa Bibbia, l’altro da me dev’essere accolto, e questa è un’idea che ricorre molto spesso nelle Scritture (per fare un esempio: «Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» – Lv 19,34). “Straniero che – ha affermato il biblista – ci permette di dischiudere un diverso rapporto con la verità”. Quest’accoglienza, inoltre, di per sé esclude ogni tentazione di inglobare, possedere l’altro. L’alterità di quest’ultimo, perciò, riguarda “la fragilità costitutiva di ogni essere umano”, il suo connaturato “essere nel bisogno”, la condizione del mortale in quanto tale, “di chi vive la solitudine, la tristezza, la fame e la disperazione. Tutto ciò richiede dunque non un mero riconoscimento della sua condizione ma che si vada incontro a lui a piene mani, con affetto e prossimità”. Di Sante ha dunque analizzato la “stranieritudine” anche un livello ulteriore, quello più strettamente teologico: “se la terra è di Dio – sono sue parole -, ogni essere umano può abitarci sia come straniero sia come inquilino, sia come sedentario sia come viandante”: insomma, se la terra appartiene a Dio, “allora ne siamo tutti ospiti”. In un senso ‘passivo’, sentirsi ospitati significa sentirsi “accolti, custoditi” – quindi il riferimento è a un bisogno primario di ognuno, che porta a “un senso di stupore e meraviglia, di gratitudine nei confronti di chi ci ospita”. Questa gratitudine, però, se sincera, non può farci diventare passivi approfittatori dell’altrui ospitalità ma “attivi nel desiderio di restituire, ri-donare quel che abbiamo ricevuto”. E’ questo, secondo Di Sante, il significato della giustizia: “l’ospitalità attiva è dunque, nel senso più profondo, giustizia”, è un’azione attiva e concreta che trasforma i rapporti interpersonali, e “dà significato”, più in generale, “al diritto e alla politica”. Inoltre, se si assume questa concezione di ospitalità, non si può non riflettere anche sulla questione ecologica in modo differente. Diverse le riflessioni e gli interrogativi sollecitati dal pubblico (erano una cinquantina i presenti), che hanno permesso al relatore di declinare il tema dell’incontro, ad esempio, anche in riferimento alle questioni delle radici e della paura nei confronti dello straniero.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 gennaio 2020

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Quanto conterà la famiglia nelle politiche regionali? Un dibattito

27 Gen

Dibattito fra candidati il 13 gennaio a Casa Cini organizzato dal Forum Famiglie

e-r1Qual è la seconda causa di povertà nel nostro Paese? La nascita di un figlio. Quella che può sembrare una battuta infelice, è invece una triste realtà che ormai da troppi anni viene discussa – neanche eccessivamente -, citata all’occorrenza (spesso in modo strumentale), ma che poi, nei fatti, continua ad essere una questione seria, anzi sempre più grave. Siamo dunque in una fase storica in cui nascono sempre meno bambini (ma il problema della natalità, forse, non è solo legato a fattori economici ma anche culturali), e le sempre meno coppie o famiglie che ne hanno, non sono molto sostenute. Quest’analisi che può sembrare impietosa è invece al centro dell’attenzione da quasi 30 anni del Forum Nazionale delle Associazioni familiari, la cui propaggine regionale ha promosso un Manifesto con oltre trenta proposte divise in 7 macro-temi e invitato i candidati alle prossime elezioni regionali del 26 gennaio a discuterne. Il Forum di Ferrara – composto da ACLI, Agesci, Alleanza Cattolica, Associazione Medici Cattolici Italiani, Azione Cattolica, Associazione Famiglie Numerose, Famiglie per l’accoglienza, Comitato “Card. Carlo Caffarra”, Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII, SAV, Scienza&Vita – ha organizzato per il 13 gennaio scorso una tavola rotonda nel salone di Casa Cini a Ferrara, alla quale hanno partecipato quattro rappresentanti di altrettante liste o coalizioni (sulle sette totali, quelle che hanno risposto all’invito): Dario Maresca (coalizione per Stefano Bonaccini), Mauro Malaguti (coalizione per Lucia Borgonzoni), Donatella Pasqualini (Movimento 5 stelle), Simone Berti (Movimento 3 V). All’inizio dell’incontro, presentato e moderato da Alberto Lazzarini e che ha visto la partecipazione di una cinquantina di presenti, è intervenuto Alfredo Caltabiano, presidente del Forum Regionale: “il Forum è laico ma di ispirazione cattolica – ha spiegato -, ed è diviso in 6 Forum provinciali. Con chi vincerà le elezioni vorremmo portare avanti un progetto partendo dai nostri 38 punti elaborati, divisi in 7 macro-temi. Come Forum – ha proseguito -, forte è il nostro richiamo alla Costituzione”, in particolare agli articoli 29, 30 e 31 dedicati alla famiglia, “articoli belli ma disattesi. Basti pensare che in Italia la seconda causa di povertà – dopo la perdita del lavoro di chi deve mantenere i famigliari – è la nascita di un figlio: questo è inaccettabile”. La natalità, per il Forum, rimane comunque il tema cardine, “l’obiettivo principe, la sfida centrale che lanciamo a tutti i candidati: in Italia il numero dei figli desiderati è superiore a quelli che effettivamente le coppie riescono ad avere”. Vi è poi il tema delle famiglie numerose, “che oggi sono la cartina di tornasole negativa della poca attenzione sulla famiglia, ma noi lavoriamo perché in futuro invece diventino uno status”. Una proposta / provocazione (giusta?) che da oltre dieci anni alcune associazioni di famiglie numerose portano avanti è quella di “Un figlio, un voto”, vale a dire il far diventare doppio il voto di un genitore con figli minorenni (che non possono votare). Altri ambiti fondamentali ai quali ha accennato Caltabiano sono quello del lavoro – ad esempio col problema della conciliazione coi tempi della famiglia -, della fiscalità, “con un sistema che non tiene adeguatamente conto dei carichi famigliari”, e delle politiche assistenziali. Fra le altre proposte del Forum vi sono quella di introdurre la “Valutazione d’impatto famigliare” su ogni delibera della Giunta regionale, più contributi per corsi sulla sessualità nelle scuole proposti da associazioni cattoliche, più aiuti alle scuole paritarie, attenzione agli affidi e alle adozioni e un contrasto più deciso a tutte le dipendenze.

Famiglia, un oggetto spesso non ben identificato

Un tema così importante, che riguarda milioni di persone, ed estremamente trasversale, dal momento che richiama altri ambiti della vita sociale. Eppure, troppo spesso poco valorizzato o sottovalutato, e, dispiace dirlo, da alcuni dei candidati invitati a discuterne il 13 gennaio, ignorato nei propri interventi. Quattro sono state le domande poste agli altrettanti candidati, e 3 i minuti di tempo per ognuno per rispondere a ogni singolo quesito. Risposte che, purtroppo, non sempre sono state precise, divagando spesso, come nel caso in particolare di due degli intervenuti, su polemiche gratuite e riguardanti poco o niente il tema in questione. Donatella Pasqualini (Movimento 5 stelle) ha posto l’accento sull’importanza del ripristino dei quattro punti nascita nell’Appennino, sul potenziamento dei consultori, e su una sanità che sia più pubblica e meno privata. Simone Berti (Movimento 3 V) ha ribadito a più riprese di come “le scuole cattoliche non sono state accoglienti nei confronti delle famiglie che hanno scelto di non vaccinare i propri figli”. Dario Maresca (coalizione Bonaccini) si è soffermato in particolare sul tema della conciliazione dei tempi della famiglia coi tempi di lavoro, e sulla sussidiarietà intesa come “creazione di reti di servizi intorno alle persone e alle famiglie”. Infine, Mauro Malaguti (coalizione Borgonzoni) ha denunciato le presunte dichiarazioni ISEE falsate da parte di famiglie straniere, ha parlato della sussidiarietà come “sempre più importante in futuro, anche perché nella nostra Regione la sanità sta peggiorando”, e sull’Europa di oggi come “fonte di disuguaglianze, anche per le famiglie”. a.m.

Andrea Musacci

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 gennaio 2020

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“La Shoah è un delitto (anche) italiano”

27 Gen

Per il Giorno della Memoria, l’intervento di Furio Colombo a Ferrara: acuto e sferzante come sempre (nonostante gli 89 anni), Colombo lo scorso 16 gennaio è intervenuto al ridotto del Comunale: vent’anni fa fu il promotore della legge che istituì il Giorno della memoria. Nessun odio ma l’importanza di definire il fascismo “un crimine, non un’idea qualsiasi” e di denunciare l’antisemitismo e il razzismo di oggi come “vergognosi e umilianti”.

Un ricordo di Franco Schönheit, recentemente scomparso, sopravvissuto della Shoah

IMG-20200119-WA0001La tenacia e l’intelligenza unite a una vivacità e a un immutato spirito combattivo: è questo Furio Colombo, ex deputato e senatore (PDS, DS, Ulivo), nonché giornalista (per tanti anni inviato negli States, ma anche Direttore de “l’Unità”). Nonostante gli 89 anni appena compiuti (il 1° gennaio), anche nel suo intervento lo scorso 15 gennaio al Ridotto del Comunale di Ferrara, ha dimostrato una lucidità e una passione civile che speriamo possano essere d’esempio per molti giovani. L’occasione è stata l’incontro, uno dei primi in programma, in vista della Giornata della Memoria del 27 gennaio, proprio nel 75esimo anniversario dalla liberazione del campo di Auschwitz, e nel ventennale dall’istituzione della Giorno della Memoria con la legge n. 211 del 2000, di cui Colombo fu promotore. L’incontro, presieduto e coordinato da Simonetta Della Seta, Direttore del MEIS (che ha organizzato l’evento in collaborazione con l’ISCO), ha visto i saluti del Prefetto Michele Campanaro (“fare memoria significa schierarsi contro ogni razzismo e contro l’indifferenza”), dell’Assessore Gulinelli (presente al posto del Sindaco Fabbri, che avrebbe dovuto presenziare) e del Presidente del MEIS Dario Disegni. Furio Colombo ha esordito con una punta di amarezza nel ricordare quei mesi del 2000: “non fui sostenuto, nella mia proposta di legge, né dalla destra ma nemmeno da tutta la sinistra”. Componenti non minoritarie di quest’ultima, infatti, “affrontano il problema palestinese con un atteggiamento ’liberazionista’, invece di proporre la soluzione dei ’due popoli e due stati’. Ricordo anche come, quand’ero Direttore de “l’Unità” (tra il 2001 e il 2005, ndr), parlando con alcuni giovani di sinistra, fui osteggiato per la mia posizione sulla questione israelo-palestinese”. I ricordi sono andati poi a ritroso: la corsa sotto i portici della sua Torino il giorno della Liberazione (“la mattina eravamo in un regime, la sera eravamo liberi”), o il ricordo, questo invece molto doloroso, dell’ottobre del ’38, quando il preside della sua scuola fece radunare gli alunni nella palestra, per nominare e far uscire tutti quelli ebrei, da espellere in seguito alle leggi razziali. Ricordi atroci, l’immagine degli insegnanti presenti, nessuno dei quali ha aperto bocca, ma nemmeno si è voltato per salutare gli studenti cacciati. Oppure, “quell’ ‘ispettore della razza’ che vidi coi miei occhi misurare con un compasso il cranio di un’alunna per appurare se fosse o meno ebrea”. Ma anche dopo il ’45 il cammino di consapevolezza e di lavorìo su quel periodo orribile, non è stato facile né immediato: “ricordo come al Liceo D’Azeglio di Torino – mio compagno di banco era il futuro poeta Edoardo Sanguineti – nonostante tutti i professori fossero antifascisti, quando chiedemmo loro di parlare delle leggi razziali ci risposero: ‘la Resistenza ha lavato quest’onta, non c’è ragione di ritornarci su’ ”. Delle responsabilità dei fascisti nella Shoah, Colombo ha parlato approfonditamente nella seconda parte del proprio intervento. Prendendo le mosse dalla sua proposta iniziale, 20 anni fa, di far cadere il Giorno della Memoria il 16 ottobre, in ricordo del rastrellamento del ghetto di Roma del ’43 – quel giorno 1.023 ebrei furono rastellati dalla Gestapo e poi deportati al campo di Auschwitz, e solo 16 di loro sopravvissero -, l’ex senatore ha ricordato “il fondamentale aiuto dei fascisti nel fornire ai tedeschi gli elenchi precisi degli ebrei da rastrellare” (anche quelli di sangue misto o stranieri, poi rilasciati) e “il silenzio dell’intera città davanti a un orrore del genere, compreso quello dell’allora pontefice Pio XII. “Proposi questa data – ha proseguito – per far comprendere come il Giorno della Memoria non sia per gli ebrei – che non han certo problemi a ricordarsi dell’Olocausto – ma degli italiani, perché possano rendersi conto che la Shoah è un delitto italiano. Basta – ha denunciato – con l’immagine del nazista come il solo cattivo mentre l’italiano era buono: se non ci fosse stato l’alleato fascista, e il grande alleato del silenzio (dell’omertà e dell’indifferenza, ndr) la Shoah forse si sarebbe potuta evitare o comunque sarebbe stata diversa. Ad esempio, la fascistissima Spagna franchista, senza nulla togliere a tutti i suoi orrori, non promulgò leggi razziali contro gli ebrei, e per questo non subì ripercussioni dal regime nazista”. Insomma, la legge del 2000 per Colombo “era ineluttabile, e serviva anche a ricordarci come non sia esistito un ‘fascismo buono’, che ‘ha fatto anche delle cose buone’ ”, come ancora dice qualcuno: “il fascismo non è un’idea politica, ma un crimine, e per i crimini non si può avere rispetto. La pace si può fare solo con chi si è pentito”. L’ultima parte dell’incontro ha visto due storici – Walter Barberis, presidente della Giulio Einaudi Editore e Anna Quarzi, presidente ISCO – e due studenti del Liceo Roiti (accompagnati dai docenti Silvia Sansonetti e Giorgio Rizzoni), Margherita Alberti e Riccardo Bergami, interloquire con Colombo. “Le malattie, se non si prevengono e curano, ritornano e possono essere mortali: il fascismo è come una malattia potenzialmente mortale”, ha riflettuto Barberis, mentre i due studenti hanno posto a Colombo alcune questioni riguardante l’utilità della politica e della cultura nel contrastare il ritorno di razzismo e antisemitismo. Colombo, nel non voler dare risposte nette, né troppo ottimistiche né troppo pessimistiche riguardo a se e quando riusciremo a uscire da questo periodo di revisionismo e odio, ha riflettuto su come a volte la storia ci sorprenda in positivo, altre in negativo, sul riuscire a dare una risposta a fasi difficili. Certo, ha proseguito, “non avrei mai pensato, ad un ritorno oggi della violenza contro i rom e i migranti”. Eppure è accaduto, e continua ad accadere: “il razzismo che oggi c’è in Italia è vergognoso e umiliante”.

Addio al ferrarese Franco Schönheit

Insieme ai genitori Carlo e Gina tornò vivo dai campi di concentramento nazisti. Nel 2012 intervenne in Arcivescovado in un incontro in ricordo di mons. Bovelli, che salvò il padre dopo la “lunga notte” del ‘43

20-aprile-2012-ricordo-di-Mons-Bovelli“Il mio papà, il ragazzo di Buchenwald, ci ha lasciato. Lo immaginiamo camminare sereno con Alisa e Wolfgang Amadeus. A noi resta la sua intelligenza, la sua grande ironia, il suo cuore immenso. Buon viaggio papà. Baruch Dayan Emeth. Che il tuo ricordo sia di benedizione”. Gadi Schönheit, assessore alla Cultura della comunità ebraica milanese, ha scelto di annunciare con queste parole la morte avvenuta il 14 gennaio di Franco Schönheit, 92 anni, ferrarese, uno degli ultimi sopravvissuti alla Shoah e all’inferno di Buchenwald. Le esequie si sono svolte due giorni dopo, il 16, al cimitero ebraico di Ferrara. Tutta la famiglia viveva da diversi decenni a Milano ma la tragica vicenda della sua famiglia è legata a Ferrara. La “lunga notte” del ’43, dopo il ritrovamento del dirigente fascista Ghisellini, iniziano i rastrellamenti: a farne le spese è anche Carlo, padre di Franco, arrestato e imprigionato nel carcere di via Piangipane (oggi sede del MEIS), il giorno dopo liberato grazie allo stesso Franco, alla moglie Gina Finzi e all’aiuto dell’Arcivescovo mons. Bovelli. La famiglia risiede in via Vignatagliata, 79 sopra la scuola dove lei insegna e il giovane Franco studia. Il 25 febbraio 1944 la famiglia Schönheit viene rinchiusa nella vecchia sinagoga di via Mazzini saccheggiata dai fascisti nel 1941, e il giorno dopo è costretta a salire su un treno diretto al campo di concentramento di Fossoli. Il 5 aprile Franco vede partire gli zii, due cugini e i genitori dello zio, direzione Auschwitz, mentre lui e i genitori vengono deportati il 2 agosto. A Norimberga, la famiglia viene separata: la madre Gina verso Ravensbrük, Carlo e Franco verso Buchenwald. Gli Schönheit riescono a tornare a Ferrara nel ’45, i due maschi il 20 giugno, Gina il 30 agosto, riprendendo la loro vita di prima.

Andrea Musacci

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Le strade della discordia: Cispadana e Ferrara-Mare diventeranno autostrade?

20 Gen

Opere più che mai necessarie per l’economia del nostro territorio o inutili sperperi di denaro pubblico? Maledizioni per l’ambiente o soluzioni sostenibili, anzi auspicabili? Abbiamo incontrato Marcella Zappaterra, consigliere regionale uscente, e sostenitrice dei progetti di trasformazione in autostrade della Cispadana e della Ferrara mare, ed alcuni esponenti di soggetti da sempre su posizioni contrarie: Legambiente, WWF e Coordinamento “NO autostrada”, per confrontare le rispettive opinioni su entrambi i progetti. per il primo, quello sulla Cispadana, si è in attesa dell’analisi costi-benefici, per il secondo, sulla Ferrara mare, siamo ancora alla fase preliminare

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A cura di Andrea Musacci

Il 2020 dovrebbe essere l’anno di inizio dei lavori per trasformare la Cispadana in autostrada. E il 2024 quello in cui questa infrastruttura da Reggiolo al casello Ferrara sud dovrebbe diventare realtà. Il condizionale, in questo caso, è più che mai d’obbligo.

Paletti temporali si possono fissare in modo certo solo per periodi passati. L’unica cosa sicura, dunque, finora, è che sono passati ben 34 anni da quando la Regione Emilia-Romagna ha approvato il primo Piano per la costruzione della strada Cispadana a scorrimento veloce. E ne sono trascorsi 14 da quando la stessa Regione ha deciso di trasformare questa strada appunto in autostrada. Anni di ritardi, polemiche, contrasti, sfottò e proclami. Dècadi attraversate da diversi, e spesso nemmeno brevi, periodi di silenzio, di attese snervanti, interpretate sempre in modo differente: con note di pessimismo, da parte di chi sostiene il progetto, di speranza in un nulla di fatto per chi invece da sempre lo combatte.

Lo scorso 25 novembre il Governatore Bonaccini e l’assessore Donini hanno presentato quello che dovrebbe essere il progetto definitivo di questa grande opera: esultano i tanti sostenitori (il PD e tutto l’arco del centro-destra), protestano gli oppositori (partiti di sinistra, M5S, comitati, associazioni ambientaliste), divisi, quest’ultimi, al proprio interno fra chi crede che sia davvero la volta “buona”, e chi, invece, legge nella promessa di uno studio costi-benefici da realizzare, un’“ammissione” della possibile insostenibilità economica e ambientale del progetto.

Un’altra “certezza” è che nei prossimi anni anche la Ferrara-mare sarà trasformata in autostrada: siamo ancora al progetto preliminare ma di questa idea si parla dal 2009 (e, ai tempi, come spesa si prevedevano oltre 600 milioni di euro), per unirla ad ovest all’A13 Bologna-Padova e ad est alla futura autostrada Orte-Mestre, oltre, naturalmente, alla stessa Cispadana.

cispadana

Breve storia della Cispadana

L’idea di un ”asse viario cispadano” alternativo alla via Emilia e alla strada statale 468 di Correggio, nasce nel 1960. Quasi 30 anni dopo, nell’86, la Regione approva il primo Piano Regionale Integrato dei Trasporti (PRIT), che individua il primo progetto dell’infrastruttura, inizialmente come strada extraurbana secondaria (a unica carreggiata con una corsia per senso di marcia). A partire dagli anni ‘90 vengono realizzate dall’ANAS le prime opere, fra cui la strada provinciale 70 da Ferrara a San Carlo (oggi nel Comune di Terre del Reno). Solo nel 2004 viene inaugurato il primo tratto di 3,7 km da San Carlo a Sant’Agostino – quindi sempre nella nostra provincia -, costato 18 milioni di euro, e tre anni dopo viene inaugurato il secondo lotto di 5,5 km fino a Poggio Renatico, costato oltre 20 milioni e realizzato dall’amministrazione provinciale di Ferrara. Successivamente, è stata completata la porzione ferrarese (la SP70) fino al casello di Ferrara sud. Sul versante occidentale, l’asse viario cispadano è stato invece realizzato solo in alcuni tratti.

La svolta avviene nel 2006 quando l’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna approva il programma delle autostrade regionali, decidendo di modificare la tipologia dell’infrastruttura da strada a scorrimento veloce gratuita ad autostrada regionale a pedaggio. La modalità di realizzazione viene individuata con lo strumento della finanza di progetto (project financing), vale a dire una partecipazione finanziaria regionale massima di 350 milioni di euro, e una concessione di 49 anni e 6 mesi. A gennaio 2010 viene aggiudicata la concessione al promotore ATI-Autobrennero (poi diventata Autostrada Regionale Cispadana – ARC S.p.A., presieduta da Graziano Pattuzzi, ex presidente della Provincia di Modena ed ex sindaco di Sassuolo).

Dopo il decreto di compatibilità ambientale del 2017, lo scorso novembre il presidente uscente Stefano Bonaccini, insieme all’assessore regionale ai trasporti Raffaele Donini, ha presentato il progetto, annunciando uno stanziamento di ulteriori 100 milioni di euro da parte della Regione (arrivando così a un totale di 279 milioni), e la ricapitalizzazione della società ARC spa con altri 100 milioni di euro da parte della società Autobrennero (che, però, ancora non sa se avrà rinnovata la concessione per l’A22). Il costo presunto dell’opera è di circa 1 miliardo e 320 milioni di euro, in continuo aumento dal 2010. Dopo l’approvazione da parte della Giunta Regionale e l’avvio della conferenza di servizi con gli enti territoriali, entro fine anno o al massimo a inizio 2021, dovrebbero aprire i cantieri. La durata dei lavori è stimata in 44 mesi.

La Cispadana dovrebbe diventare un’autostrada extraurbana a due corsie, a gestione regionale, di circa 67 km, che collegherà i caselli di Reggiolo-Rolo sull’A22-AutoBrennero (Modena-Brennero) e quello di Ferrara sud sull’A13 Bologna-Padova. Nell’autostrada saranno presenti quattro caselli autostradali (San Possidonio-Concordia sulla Secchia-Mirandola, San Felice sul Panaro-Finale Emilia, Cento, Poggio Renatico), due aree di servizio (a Mirandola e Poggio Renatico), oltre a sette viadotti, altrettanti sottovia di interconnessione, 31 sottovia e 25 cavalcavia.

“Sarà un risparmio per tutti e a tutela dell’ambiente. Anche la Ferrara-mare sicuramente diventerà autostrada”

zapp4Marcella Zappaterra, ferrarese, è consigliere regionale uscente di maggioranza, in quota PD (nonché ex presidente della Provincia), e forte sostenitrice del progetto dell’autostrada Cispadana. L’abbiamo incontrata per farci spiegare gli ipotizzati vantaggi di questo progetto.

Zappaterra, al posto dell’autostrada non sarebbe sufficiente completare la strada a scorrimento veloce, o al massimo trasformarla in superstrada? Quali sarebbero i vantaggi dell’autostrada rispetto a queste due alternative?

Una strada a scorrimento veloce o una superstrada si possono realizzare esclusivamente con fondi pubblici, ma non ci sono. Poi si porrebbe il tema delle risorse per la manutenzione. Se pensiamo a quelle destinate alla Ferrara-mare, alla Statale 16, alla Statale Romea e più in generale alla rete viaria statale, viene spontaneo preoccuparsi. L’autostrada è l’unica soluzione perché, a fronte di un impegno di spesa di 180 milioni di euro della Regione Emilia-Romagna, ci sono privati disponibili ad investire oltre un miliardo, ovviamente prevedendo l’introduzione di pedaggi.

Riguardo all’impatto ambientale, sarà sufficiente piantare alberi a posteriori?

Certamente no. In generale il progetto comporta diversi interventi di mitigazione dell’impatto ambientale (61 km di piste ciclabili, 514.700 mq di interventi di carattere naturalistico, 756.600 mq di interventi di inserimento paesaggistico, 158.600 mq di boschi e arbusti filtro, 12 km di siepi e filari e 20 mila mq di parco intercomunale). Ma dal punto di vista ambientale c’è un altro dato da evidenziare: -4% di polveri sottili e -13% di ossidi di azoto dovuti alla riduzione del traffico nei centri abitati e all’aumento della velocità di scorrimento dei mezzi.

In generale, non è ‘antiquato’ investire così tanto sul trasporto su gomma? Non sarebbe meglio investire sul trasporto su rotaia?

La nostra Regione crede fermamente nel potenziamento della rete ferroviaria e gli investimenti effettuati in questi anni hanno raddoppiato il trasporto merci su rotaia. Tuttavia, gomma e ferro sono complementari (anche nei Paesi dove il trasporto su rotaia è all’avanguardia, come in Svizzera o in Germania, le autostrade ci sono e sono utilizzatissime). E poi dove si realizza una ferrovia servono comunque strade di collegamento e infrastrutture che consentano le necessarie interconnessioni. Nel caso specifico si tratta di realizzare infrastrutture di base attualmente inesistenti. Ci sono territori altamente industrializzati ma senza vie di collegamento adeguate, realtà come le nostre che hanno pagato un prezzo altissimo dall’isolamento. Con la Cispadana si potranno agevolmente raggiungere aree che non sono servite e che non potrebbero esserlo dalla ferrovia per motivi sia geografici sia di sostenibilità economica. Senza contare che la soluzione verrebbe rinviata di altri 30 anni!

Non pensa che in molti, per evitare il pedaggio, potranno scegliere altre strade non a pagamento, più vicine ai centri urbani, aumentando così il traffico nei piccoli centri (penso ad esempio alla via Modena tra Ferrara e S. Agostino) e anche l’inquinamento a ridosso degli stessi?

Potrebbe succedere nel caso di piccole percorrenze, non credo in quelle più lunghe. Da Ferrara all’interconnessione con la Brennero serviranno circa 40 minuti, la metà del tempo che occorre ora, con una riduzione stimata del 35% dei costi tra carburante e pedaggio. Da automobilista abituata a fare molti chilometri nella nostra provincia e nel resto della Regione ho pochi dubbi sulla scelta.

Riguardo invece alla Ferrara-mare: è ancora in piedi l’idea di trasformarla in autostrada? Se sì, quali sono i tempi? E quali sarebbero gli eventuali vantaggi rispetto allo stato attuale?

Sì, l’idea è assolutamente attuale ed è confermata dal Piano Regionale Integrato dei Trasporti 2025 approvato lo scorso ottobre. Va però chiarito che le competenze sono statali e di ANAS quindi immagino un iter più tortuoso e tempi certamente più lunghi. Resto convinta che sarebbe la soluzione ottimale per garantire la manutenzione e soprattutto maggior sicurezza. Il soccorso in caso di incidenti in superstrada senza la corsia d’emergenza è sempre molto difficile.

Infine, il Coordinamento “NO Cispadana”, in generale sul progetto autostrada Cispadana, lamenta anche lo scarso coinvolgimento dei cittadini dei Comuni interessati. Cosa risponde?

Rispetto le loro opinioni, ma sono ormai decenni che discutiamo della definizione del tracciato. Sono stati centinaia gli incontri che hanno visto il coinvolgimento di cittadini, referenti istituzionali, associazioni e tecnici. In questi anni sono stati più rari, ma solo perché in attesa della VIA non c’erano novità delle quali discutere. Dopo l’ottemperanza alle prescrizioni di VIA, il progetto verrà ripubblicato e anche il confronto si riaprirà.

“Progetti sempre più costosi e inquinanti, potenziamo quelli già esistenti e le alternative alla gomma”

nocis3Chi da sempre è in prima fila nella battaglia contro il progetto autostrada Cispadana è Silvano Tagliavini, residente a Novi di Modena, portavoce del Coordinamento cispadano “NO autostrada”, che riunisce cittadini, comitati, associazioni e partiti che protestano contro l’opera: “per attirare gli investitori, si sono sottovalutati i costi e sopravvalutati gli introiti dai pedaggi. La nostra proposta – spiega a “la Voce” – è di completare i tratti mancanti della Cispadana come strada a scorrimento veloce, quindi né come autostrada né come superstrada, sia per i costi inferiori – per la Regione e per i cittadini -, sia per il minor impatto ambientale, e perché darebbe comunque lavoro a molte persone”. Insomma, si tratterebbe di riprendere il progetto interprovinciale del 2004. Progetto che, tra l’altro, 16 anni fa prevedeva un costo di 85 milioni di euro. Mica bruscolini, si dirà. Certo. “Oggi, però – ed è così quasi dal 2010, ci spiega Tagliavini -, rifacendo la valutazione, il costo stimato è di 1 miliardo e 320 milioni di euro, dei quali 279 milioni a carico della Regione (179 iniziali e 100 aggiunti lo scorso aprile), che dovrebbe sostenere anche la spesa di ulteriori 400 milioni di euro per le opere complementari (raccordi, strade di collegamento ecc.). Insomma, a carico della Regione ci sarebbero circa 700 milioni, mentre per il completamento ne basterebbero ‘solo’ 200”. Sempre rimanendo sul discorso dei finanziamenti, Tagliavini riflette anche sul fatto che il concessionario ARC (Autostrada regionale Cispadana spa) al proprio interno ha il 51% di Autobrennero spa, che però vive un momento di incertezza, legata al dubbio sul rinnovo della concessione dell’autostrada A22.

Riguardo, invece, all’ambito tecnico-ambientale, “l’autostrada consumerebbe più suolo rispetto alla strada a scorrimento veloce: ad esempio, in caso di inondazione, fenomeno purtroppo sempre più ricorrente, l’alto livello del manto stradale farebbe da diga, oltre all’effetto di barriera che rovinerebbe visivamente il paesaggio”. Inoltre, secondo Tagliavini, c’è anche un aspetto, non meno importante dei precedenti, per così dire “politico”: “nel 2002 la Commissione Europea iniziò a ragionare sul fatto che, per essere concorrenziali fosse sempre più importante abbattere i costi delle merci, e per fare ciò indicò il trasporto marittimo e ferroviario come preferibile a quello su gomma, per nulla concorrenziale. Allora perché – si domanda il portavoce del Coordinamento – nel 2020 propongono ancora un progetto del genere?”. La sua risposta è chiara: “perché abbiamo una classe dirigente, sia nel centro-sinistra sia nel centro-destra, interamente legata a un certo sistema economico, con scambio reciproco di favori. Come Coordinamento sosteniamo l’importanza di potenziare fortemente l’intermodalità gomma/ferro, anche pensando ai collegamenti verso il resto del Continente: a ovest di Reggiolo – conclude – la Regione vuole potenziare il tratto viario esistente, Parma-Suzzara-Poggiorusco, e allora perché non farlo anche verso est?”.

Massimo Montanari, invece, è rappresentante del WWF dell’Alto ferrarese: “siamo contrari al progetto, soprattutto per l’impatto del consumo del suolo: centinaia di ettari verranno distrutti, senza parlare dell’inquinamento atmosferico che provocherà. Hanno parlato – prosegue – di una mitigazione con decine di ettari di alberi da piantare, operazione che si fa sempre a posteriori, e che, tra l’altro, non è nemmeno certa. Senza poi considerare le altre opere da eseguire, di collegamento con Comuni e località ai lati della futura autostrada, che non rientrano nel conto economico e che graveranno ulteriormente a livello ambientale”. Scetticismo anche sull’analisi costi-benefici, un mero “passaggio burocratico”.

Riguardo alla trasformazione in autostrada della Ferrara-mare, per Montanari “indurrà molti a spostarsi su strade provinciali, intasandole e aumentando l’inquinamento sui vicini centri abitati”. C’è poi da considerare – ed è un aspetto assolutamente decisivo – se le banche confermeranno l’erogazione di finanziamenti, poiché magari prevedono che vi sarà un calo di accessi di veicoli, e dunque non sufficienti entrate dai pedaggi per recuperare i soldi investiti”.

Anche Legambiente è da sempre contraria al progetto dell’autostrada Cispadana. Stefano Martini, responsabile trasportistica di Legambiente Comacchio ci spiega come “la maggior parte delle persone – almeno questa è la nostra l’impressione – è critica verso il progetto. Nessuno vuole una strada a pagamento, senza pensare al problema ambientale e al discorso sulla probabile riduzione delle uscite dell’autostrada”, con maggiore scomodità, rispetto ad adesso, per raggiungere le piccole località. Un’altra questione di cui ci parla Martini è quella relativa alla manutenzione: “ANAS attualmente non sembra ancora in grado di gestire le opere a proprio carico, è vero, ma la soluzione non è certo quella di darla ai privati. Per noi, in generale, bisognerebbe spostare il traffico sulle autostrade già esistenti e potenziare il porto di Ravenna”.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 gennaio 2020

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Carbone, da 20 anni molto più di una Galleria

13 Gen

In via del Carbone a Ferrara a inizio del 2000 nasceva lo spazio artistico-culturale diretto, sempre con “coraggio” e “continuità”, da Paolo Volta e Lucia Boni: li abbiamo incontrati per farci raccontare gli esordi e per riflettere sul senso del Carbone in questi anni ’20 appena iniziati: “cerchiamo di proporre pensieri e sguardi differenti e di dare spazio ai giovani”

artisti dic 2019A cura di Andrea Musacci

Da una storia d’amore sbocciata circa 50 anni fa è nata e continua a vivere una delle roccaforti dell’arte e della cultura estensi, un punto di riferimento per chi pensa che la creatività e il pensiero possano vivere soprattutto e innanzitutto nella relazione concreta e diretta fra le persone.
Parliamo della Galleria del Carbone, fondata e diretta dai coniugi Paolo Volta e Lucia Boni, e che proprio in questo periodo festeggia i suoi primi 20 anni di vita, trascorsi nella sede di via del Carbone 18, di fronte alla Chiesa di San Giacomo, ora sala 4 del Cinema Apollo. Ma gli albori del progetto risalgono al ’97, quando nasce l’ “Accademia d’Arte – Città di Ferrara”, fondata da nove persone: oltre a Volta e Boni, Isabella Guidi, Gianni Vallieri, Paola Braglia Scarpa, Rita Confortini, Tiziana Davì, Giuliana Magri e Giacomo Savioli. La Galleria – un vero e proprio spazio culturale a 360° – ha ospitato centinaia di eventi, soprattutto mostre (nell’ordine di una al mese) ma anche esibizioni musicali, presentazioni letterarie, letture dal vivo e altro ancora. Attualmente, fino al 26 gennaio, ospita la mini-collettiva “La camminata come opera d’arte” di quattro artiste – Chiara Bettella, Elisabetta Marchetti, Cristina Squarzoni e Beatrice Vaccari – allieve dell’atelier di Ketty Tagliatti.
Tante le personalità intervenute dal 2000 al Carbone, fra cui Franco Farina, Vittorio Sgarbi, Roberto Roda, Carlo Bassi, Giorgio Chiappini, Daniele Lugli (il Carbone è anche “sede” del Movimento Nonviolento di Ferrara), Marco Bertozzi, Franco Basile, o critici come Gianni Cerioli, Lucio Scardino, Michele Govoni, Maria Livia Brunelli, Massimo Marchetti, musicisti come Emmanuela Susca e Roberto Manuzzi.
Come dicevamo, tutto inizia 50 anni fa, quando nel ’69 Paolo e Lucia, dopo aver frequentato il Dosso Dossi, si iscrivono lo stesso giorno all’Accademia di Belle Arti di Bologna (Paolo a pittura, Lucia a scultura). Nel ’72 si fidanzano e nel ’76 si sposano. Li abbiamo incontrati per farci raccontare questo pezzo ventennale della storia di Ferrara.

Nel 2000 in che momento delle vostre vite nasce questo progetto?
Io, Paolo, lavoravo già nel mio studio Techno srl, di progettazione architettonica, dove ancora lavoro.
Io, Lucia, invece, lavoravo nel Laboratorio delle Arti del Comune di Ferrara, e da alcuni anni sono in pensione.

Perché, insieme ad altri, avete sentito il bisogno di aprire uno spazio come il Carbone?
Dar vita alla Galleria ci ha permesso un maggior contatto con gli artisti, di avere con loro scambi diretti e molto fertili. La Galleria è nata anche grazie all’opportunità “fortuita” di poter avere in affitto quella che è ancora la sede qui in via del Carbone. Purtroppo, però, non tutti i soci fondatori dell’Accademia accettarono di farla nascere, all’inizio ci fu una “diaspora”, ma noi due, insieme ad altri, andammo avanti con coraggio.

Vent’anni fa la città come rispose a questa vostra proposta? E in questi anni com’è cambiato il vostro rapporto con Ferrara?
Diciamo che coraggiosa fu anche la partecipazione degli artisti, fin da subito, e ci fu interesse da parte dei giornali locali e dei critici d’arte. Mettemmo in atto una capillare distribuzione degli inviti e facemmo fin da subito un’intensa pubblicità alle mostre e alle nostre attività: un lavoro per tutta la città, distribuendo a mano i volantini. Negli anni l’interesse è rimasto ma al tempo stesso è sopravvenuta anche una certa abitudinarietà e una certa fatica. Ma andiamo avanti, e sempre – ci teniamo a dirlo – senza pressioni esterne di alcun tipo. Fino alla morte di don Franco Patruno, per esempio, avevamo con lui un rapporto amicale e di collaborazione, una comune visione artistico-culturale, non, come qualcuno insinuava, di “dipendenza” dalle sue scelte. Avevamo, ad esempio, buoni rapporti anche con Franco Farina o con l’ex Assessore all’Istruzione Mantovani. L’Amministrazione Comunale ci ha sempre sostenuto con il patrocinio gratuito, cioè non finanziandoci mai (a parte in un’occasione).

Nella Ferrara del 2020 che senso ha uno spazio come il Carbone?
In quest’ vent’anni, è vero, sono cambiate tante cose, soprattutto negli ultimi tempi. Negli anni diverse gallerie hanno aperto e chiuso, per motivi differenti: siamo contenti di rappresentare per i nostri soci – della prima ora e non – e per Ferrara, una continuità. Abbiamo sempre difeso, e continueremo a farlo, il principio della gratuità delle iniziative che proponiamo e della loro varietà, anche perché non vogliamo che la nostra associazione e la Galleria siano una nicchia per soli intenditori, ma, anche oggi, un luogo di divulgazione di pensieri e sguardi differenti e non superficiali.

Il Carbone ha voluto dare e dà spazio anche ad artisti giovani ed emergenti e a nuove forme artistiche…
Esatto. Sono cambiate le tecnologie e la stessa divulgazione spesso non passa attraverso un dialogo reale con gli oggetti (le opere d’arte) e con le persone (gli artisti). Noi, invece, vorremmo conservare anche il sapere su come viene realizzato un lavoro artistico, da dove origina e dove vuole portare.
Riguardo alla scelta degli artisti che ospitiamo, innanzitutto vorremmo sottolineare come al Carbone non espongono solo nostri soci, né solo artisti ferraresi o storici. Il nostro spazio non si connota nemmeno come quello di uno specifico movimento artistico. Sono tanti i giovani che hanno esposto ed espongono qui – e alcuni di loro hanno proprio esordito -, come Luca Zarattini, Andrea Mario Bert, Lorenzo Romani, Luca Serio. Inoltre, fin da subito abbiamo avuto legami con l’Accademia di Belle Arti di Bologna, per progetti con gli insegnanti, gli studenti o i neo laureati, ospitandoli ad esempio per stage.
Vogliamo anche ricordare le tante mostre da noi curate ma ospitate in altri spazi: quella sulla poesia visiva a Porto Viro, le collaborazioni col Liceo Dosso Dossi e altre scuole, le attività alla Biblioteca Bassani e con altre biblioteche, a Ca’ Cornera, Porto Tolle, Arquà Polesine. Oppure, gli scambi artistici con “Der Kreis” (“Il Cerchio”) di Norimberga, con Monaco, con la Galleria Koller di Budapest, con Odessa o Austin nel Texas.

In questo ventennio qual è stato il vostro più grande dispiacere?
Forse non sempre la città è stata attenta alle nostre proposte artistiche e culturali, e negli ultimi tempi notiamo una minore attenzione da parte della stampa locale.
I dispiaceri più grandi però ci sono venuti dalle morti premature di non pochi artisti nostri amici e soci.

Quale invece la vostra gioia più grande?
L’essere riusciti a far nascere e a consolidare rapporti continuativi con tanti artisti e non solo (anche musicisti e scrittori, ad esempio), e l’aver fatto esordire, come detto, giovani artisti validissimi.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 gennaio 2020

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