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Ricordi dall’ex ghetto: la Ferrara ebraica anni ’50-’60 rivive grazie ad Haim Bassan

7 Dic
Haim Bassan

Continua la nostra ricerca su Haim Issak Bassan, primo studente israeliano nell’Ateneo ferrarese, iscritto dal 1956 al 1960. Abbiamo raccolto le testimonianze di Cesare Finzi, Daniela Anau e Roberta Anau: ricordi non solo di Haim ma della vita dei giovani ebrei nella Ferrara di quegli anni. Una Comunità accogliente, quella ebraica: diversi giovani ungheresi in fuga dai carrarmati sovietici trovarono asilo nell’ex ghetto

[Qui potete trovare la prima parte del mio servizio su Haim Bassan]

«Haim era un mio caro amico, veniva spesso anche a mangiare a casa nostra». A parlare a “La Voce” è Cesare Finzi, nato nel 1930 a Ferrara, cardiologo in pensione, faentino d’adozione.
Su “La Voce” dello scorso 27 novembre avevamo raccontato in esclusiva la storia di Haim Issak Bassan, nato nel’21 in Bulgaria, poi trasferitosi a Tel Aviv, primo studente israeliano nell’Ateneo ferrarese – dal 1956 al 1960 – e “animatore” in questi anni della comunità ebraica ferrarese. Un impegno che arrivò fino all’ambasciata israeliana a Roma e lo portò in giro in varie Comunità italiane.
In seguito alla pubblicazione di questo articolo, ho raccolto alcune testimonianze di persone che tra il ’56 e il ’60 ebbero modo di frequentare Haim a Ferrara. Tra questi, appunto, Cesare Finzi, figlio di Enzo, proprietario della “Profumeria Finzi” di via Mazzini. La sua storia è nota nella nostra città: scampò ai rastrellamenti fascisti insieme ad alcuni suoi famigliari, ma diversi suoi parenti persero la vita nei campi di concentramento. Dopo il ’45 si iscrisse al Liceo scientifico per poi laurearsi in Medicina.
«Io e Haim ci vedevamo spesso, era una persona aperta, simpatica. Gli compravo i francobolli nuovi di Israele, che i suoi gli mandavano da Tel Aviv», soldi che poi lui spediva per aiutare la sua patria. «A Ferrara, lo ricordo, visse in via Vittoria insieme ad altri studenti israeliani. Negli anni ’80 andai anche a trovarlo a Tel Aviv, dove gestiva una farmacia».
Chi ci regala una testimonianza su Haim Bassan sono anche le sorelle Daniela e Roberta Anau, residenti da tanti anni la prima a Ivrea, la seconda a Lessolo, sempre vicino Torino, di padre ferrarese e madre piemontese, ma fino ai primi anni ’60 residenti a Ferrara. «A fine anni ’50 eravamo una decina di giovani frequentanti la comunità ebraica ferrarese», ci racconta Daniela Anau, classe ’43, «tra cui noi due, i tre Ottolenghi, Guido Fink e Haim Bassan. E ricordo che oltre ad Haim partecipavano alle nostre attività altri studenti israeliani iscritti all’Università di Ferrara e a quella di Bologna. Ci trovavamo una volta alla settimana, e se per qualche motivo una settimana non riuscivamo a vederci, era un gran dispiacere». Le attività consistevano in balli, feste o più semplicemente il far due chiacchiere e il giocare a biliardo. «Mio padre spesso il venerdì o il sabato sera invitava Haim a cena a casa nostra».
È la sorella Roberta Anau, classe ’47 a “rivelarci” come Daniela, allora adolescente, «si infatuò» di Haim. «Quel che ricordo – ci racconta poi Roberta – è che nel ’56 dall’Ungheria invasa dai sovietici fuggirono alcuni giovani ebrei trovando rifugio nella nostra Comunità ferrarese». Comunità che «diede loro alcuni appartamenti dell’ex ghetto rimasti liberi. Varie famiglie li ospitavano spesso a pranzo o a cena. Alcuni di loro credo che successivamente siano andati a vivere in Israele».
Andrea Musacci

Daniela Anau e Romano (Reuven) Ravenna ballano alla festa di Purim

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 dicembre 2020

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Studentesse e studenti disabili o DSA: sono oltre 400 a Unife

23 Nov

A “La Voce” parla Maria Gabriella Marchetti, Prorettrice delegata alle Pari opportunità e alle disabilità: pro e contro della didattica a distanza e in presenza

di Andrea Musacci
Studentesse e studenti disabili o DSA normalmente vengono associati all’Istruzione Primaria e Secondaria. Ma forse in molti non sanno che un numero considerevole di essi, e in aumento, una volta concluse le scuole superiori si iscrive all’Università.
Nel nostro Ateneo le iscritte e gli iscritti con handicap (certificazione 104/92) e con disabilità sono più che raddoppiate in quattro anni, passando dalle 92 dell’anno accademico 2016/2017 alle 203 dell’a.a. in corso, di cui 54 sono matricole. Per quanto riguarda i DSA (studentesse e studenti con Disturbi Specifici dell’Apprendimento), sono passati negli stessi anni di riferimento da 52 agli attuali 349, con ben 171 matricole. Tra disabili e DSA, oltre 1 su 3 (il 38%, per la precisione) è iscritto a corsi umanistici, e il 90% alla laurea di primo livello.
Un aumento esponenziale che fa riflettere, spingendoci a interpellare la prof.ssa Maria Gabriella Marchetti, Prorettrice delegata alle Pari opportunità e alle disabilità e Presidente del Consiglio di Parità dell’Ateneo estense. Con lei abbiamo analizzato anche alcuni dati emersi dal questionario di valutazione dei servizi offerti dall’Università di Ferrara alle studentesse e agli studenti con disabilità o DSA, somministrato da inizio giugno a settembre scorsi.
Le chiediamo innanzitutto quali possono essere le cause dell’aumento così importante negli ultimi anni di studenti e studentesse DSA. «Dipende da due distinte cause: da un lato l’aumento complessivo delle iscrizioni ai corsi di laurea e dall’altro dal fatto che la legge sui DSA è solo di 10 anni fa. Dato che la diagnosi avviene, nella maggior parte dei casi, negli anni della scuola dell’obbligo, ne deriva che la popolazione alla partenza della legge è quella che oggi approda al percorso universitario».
Riguardo alla didattica in presenza, le chiediamo quali problemi lamentano le studentesse e gli studenti disabili o DSA. «Alla domanda, che prevedeva la possibilità di indicare più di una causa, ha risposto solo il 20% dei partecipanti. Fra le difficoltà emerse, abbiamo innanzitutto problemi di concentrazione e attenzione (il 90% delle risposte), e a seguire, in misura decisamente minore, problemi di accessibilità, e problemi di mobilità verso l’Ateneo (entrambi al 15%)».
Per quanto riguarda, invece, la didattica a distanza, riguardante il periodo del lockdown e buona parte di questo primo semestre, dalle risposte date da 92 studentesse e studenti interessati emerge come l’83% valuti positivamente le lezioni videoregistrate, mentre il 65% attribuisce alle lezioni in streaming live «un buon grado di positività». Queste, invece, le criticità: difficoltà di attenzione e concentrazione (58%), riduzione degli stimoli (54%), lezioni meno dinamiche (48%), problemi di connessione (38%), confusione sulle modalità di erogazione (25%), sovrapposizione di lezioni per ricalendarizzazione (11%). Gli studenti disabili o DSA, dall’altra parte, apprezzano la possibilità di seguire la lezione videoregistrata (83%), la riduzione dei problemi di mobilità (54%) e la possibilità di frequentare meglio più corsi (39%). «Il grado di soddisfazione è alto», commenta Marchetti. «Dobbiamo considerare che questo tipo di organizzazione è nato in un momento emergenziale e di estrema difficoltà. Questo vale per l’intera popolazione universitaria – studenti, personale docente e personale amministrativo – e non ha paragone col passato».
A proposito del resto della popolazione universitaria, le chiediamo qual è il grado di consapevolezza dei docenti e degli altri studenti e studentesse su una presenza così consistente in Ateneo di disabili o DSA e se vi sono difficoltà nei rapporti. «Il nostro Servizio Disabilità e DSA gestisce la regolarità documentale e provvede a mettere a disposizione degli aventi diritto tutti i servizi indicati nella “Carta dei servizi per la comunità universitaria con disabilità e con DSA”. Il corpo docente è informato e a conoscenza della normativa, e dobbiamo avere consapevolezza che il rapporto didattico è comunque di diretta responsabilità del singolo docente che applica, di caso in caso e nel rispetto delle normative, le misure dispensative/compensative in funzione della specificità della materia e delle caratteristiche documentate ed oggettive del singolo discente. Le assicuro, come docente, che questo avviene con grande rispetto e sensibilità». Allo stesso modo, anche riguardo ai rapporti con gli altri iscritti e iscritte, «posso dire che con molta oggettività e sensibilità operiamo per renderli consapevoli sui loro diritti e garantendo la massima obbiettività e credibilità al loro percorso di apprendimento e di crescita».
Tornando al questionario, le chiediamo quali richieste rivolte a Unife maggiormente emergono dalle risposte. «Maggiori certezze sulla possibilità di ottenimento di misure compensative/dispensative in sede d’esame e di supporto durante lezioni/laboratori previste per il proprio status. A tal fine stiamo sviluppando applicativi che consentono una semplificazione amministrativa e una velocizzazione di risposta utilizzando un’idonea piattaforma tecnologica (l’applicativo ESSE3) già in fase di prenotazione/iscrizione agli appelli. Questo comporta anche una semplificazione e una maggior immediatezza nel rapporto docente – studente/studentessa con disabilità o DSA».
Infine, le domandiamo se esistono statistiche su quante di queste persone riescano a concludere il ciclo di studi. «Purtroppo non disponiamo di dati significativi e consolidati su questi temi – risponde Marchetti -, ma è in cantiere un aggiornamento informatico, come accennato prima, che comporta una “profilazione di massa” della nostra utenza dall’inizio al termine della carriera universitaria».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 novembre 2020

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Studenti in fuga: crollo degli affitti a Ferrara

2 Nov

Ferrara è ancora una “città universitaria”? Sì, ma ormai a metà. Gli ultimi 8 mesi di emergenza sanitaria e la didattica on line l’hanno svuotata: appartamenti abbandonati, residenze universitarie mezze vuote. E si teme un ulteriore drammatico crollo nei mesi di dicembre e gennaio. Abbiamo incontrato proprietari e gestori di alloggi

di Andrea Musacci

Ferrara è Sede universitaria sin dal 1391: l’anno prossimo compirà ben 630 anni. Ma ci sono voluti oltre sei secoli perché potesse ottenere anche il “titolo” di “città universitaria”. Titolo che si è guadagnato all’incirca da una ventina d’anni, in maniera sempre maggiore: la nostra, infatti, è una città a misura di persona, non eccessivamente grande, percorribile in bicicletta e, nonostante tutto, tranquilla. Il suo Ateneo si è affermato negli anni per la qualità di diversi Corsi di laurea, riconosciuti come tale da tanti giovani provenienti dagli angoli più disparati della Penisola e non solo.
Una città nella città è il mondo universitario estense, un mondo vivo, che arricchisce – si spera non solo economicamente – il tessuto urbano. Una babele di accenti e cadenze di ogni risma, un’irruzione di vitalità, giovinezza e creatività positiva, non inficiata da alcuni problemi connessi – forse in parte inevitabili – ma comunque, ci permettiamo di dire, “veniali”. Problematiche legate ad esempio alla cosiddetta Movida, con gli ormai caratteristici scontri con i residenti e le conseguenti diatribe politiche e di categoria. Un’esuberanza che, da 20 anni, si spera sempre si trasformi in valore aggiunto per Ferrara: se lo augurano spesso gli studenti stessi, almeno quelli che sognano di trasferirsi nella nostra città, perché rimasti affascinati o per scappare da terre ancor più sonnolente e prive di opportunità lavorative. E lo sperano tanti in città, che in loro vedono il futuro, o almeno una parte importante del futuro di Ferrara, località sempre più anziana, sempre meno ricca e da sempre inchiodata all’etichetta di località provinciale, assopita per sua natura, come incantata fra le nebbie e i fantasmi – e i fasti – del passato.
Così si poteva ragionare, di sicuro, almeno fino a inizio 2020. Poi è arrivata quest’emergenza e una situazione drammatica che ancora sconvolge e minaccia le nostre esistenze. E allora molte studentesse e studenti che avevano scelto di trasferirsi qui per studiare e laurearsi hanno avuto paura: paura del contagio, di vivere il lockdown di marzo e il semi-lockdown attuale in totale solitudine o quasi, sicuramente lontani da famigliari e affetti radicati. E con la paura che il virus facesse diventare il sogno concreto dei loro primi vent’anni null’altro che una continua e triste preoccupazione, ad esempio, per un alloggio che costa senza essercene la necessità, o perlomeno l’urgenza, visto l’uso massiccio della Didattica a distanza. E così la paura si è insinuata in tanti di loro: i primi a partire, lo hanno fatto a fine febbraio. Fra questi, molti avevano approfittato dei giorni di intervallo tra la fine della prima sessione d’esami e l’inizio del secondo semestre, per tornare in famiglia. Il lockdown li ha obbligati a rimanere dov’erano. Altri sono tornati a Ferrara tra maggio e giugno, altri ancora in estate. E una parte non irrilevante ha fatto nuovamente rientro nella propria località d’origine nelle ultime settimane, dopo i tre Dpcm del Governo di ottobre, una volta accertata l’avvilente possibilità di nuove restrizioni, di un coprifuoco e, chissà, di un altro futuro lockdown.
Scelta magari, nelle ultimissime settimane, ancor più confermata dalle chiusure di bar, locali e ristoranti alle 18: un incubo per un 20enne, abituato spesso a iniziare la serata non prima delle 21.
Per la seconda parte del Focus che abbiamo scelto di dedicare al mondo universitario ferrarese (la prima è uscita nello scorso numero, l’ultima uscirà la prossima settimana), abbiamo dunque scelto di indagare sulle conseguenze sugli alloggi e le residenze di questa “fuga” degli universitari da Ferrara.

ER.GO: a ottobre 65 rinunce, 15 studenti torneranno nel 2021

Partiamo dalle residenze gestite da ER.GO, l’Azienda Regionale per il diritto agli studi Superiori, che nella nostra città si occupa direttamente dei posti letto nelle Residenze (con stanze singole, camere doppie o monolocali) in via Guido d’Arezzo, via Darsena, via Mortara, vicolo Santo Spirito (Santo Spirito e San Matteo), via Ariosto (Santa Lucia), via Savonarola e via Coramari. Con rette o tariffe, per studenti in graduatoria o ospiti (e compresi i mesi di dicembre e gennaio in cui ci sono ribassi) che vanno dai 133 ai 342 euro mensili.
Elisa Bortolotti è la Responsabile per ER.GO della Gestione Graduatorie e servizi per l’accoglienza di Ferrara. Specificando che «l’assegnazione degli alloggi è un fatto dinamico e la situazione assestata potrà avvenire solo a fine anno», ci comunica che a ottobre 2020, 285 studenti sono stati assegnati nelle Residenze ER.GO di Ferrara, contro i 301 dell’ottobre 2019.
«Tra marzo e aprile 2020 – prosegue – abbiamo avuto 142 studenti che sono tornati a casa e ai quali abbiamo rimborsato una mensilità; di questi, la maggior parte sono tornati in alloggio tra settembre e ottobre, ovviamente se in possesso dei requisiti economici e di merito previsti dal bando di concorso. Durante le convocazioni per le nuove assegnazioni, iniziate il 1° ottobre scorso, abbiamo avuto 65 rinunce, mentre 15 studenti hanno optato per venire in alloggio nel secondo semestre (da gennaio 2021), se ci saranno posti disponibili».

Alloggi ACER: 84 disdette e nuove prenotazioni giù dell’80%

Il netto calo degli studenti che hanno scelto di abitare nella nostra città emerge in maniera ancora più netta dai dati fornitici da Marco Cassarà, referente dei rapporti con gli studenti all’interno dell’Area commerciale di Acer. L’Azienda Casa Emilia-Romagna, infatti, in convenzione con ER.GO, mette a disposizione alloggi per studenti universitari e ricercatori “fuori sede” nella Residenza “Le Corti di Medoro” (188 alloggi in una parte dell’ex Palazzo degli Specchi in zona Beethoven con canoni di mensili dai 370 ai 590 euro mensili), nella Residenza Putinati (53 posti letto nell’omonima via, tra i 250 e i 290 euro mensili) e in dieci bilocali su corso Porta Mare, in via Darsena, via Boiardo, via Recchi e via Fabbri, con affitti tra i 205 e i 330 euro al mese.
«Su gli oltre 250 tra alloggi e posti letto, quest’anno abbiamo gestito 84 fra disdette e mancati rinnovi contrattuali». Quasi uno su tre. Per la precisione, le disdette o i mancati rinnovi sono stati 14 nel mese di marzo, 21 ad aprile, 21 a maggio, 5 a giugno e ben 23 a ottobre. La maggior parte riguardano le Corti di Medoro (76), mentre 3 a Putinati e 5 negli appartamenti.
Le nuove prenotazioni per l’a.a. 2020/2021 sono state 20: un quinto in meno rispetto a un anno fa, quand’erano state 97.

Fondazione Zanotti: chiuso il Cenacolo, in via Mortara metà dei posti è vuota
Non lasciano spazio a dubbi nemmeno i dati che ci vengono forniti dalla Fondazione Enrico Zanotti: per quanto riguarda il Campus Universitario “Collegio Don Calabria” di via Borsari, «le stanze singole per 24 studenti – ci spiega Nicoletta Vallesi – sono piene al 75%, e i nuovi utenti sono appena 4. Gli anni scorsi le riempivamo tutte senza problemi, anzi le richieste superavano tranquillamente le nostre disponibilità». Qui, durante il lockdown, «solo 7-8 studenti erano rimasti, gli altri erano tornati a casa».
Per quanto riguarda, invece, la vicina Residenza Universitaria “Enrico Zanotti” in via Mortara, i monolocali con parti in comune hanno visto solo «1/5 degli studenti rimanere durante il lockdown, mentre adesso dei 24 posti solo la metà è occupata. E dei 12 attualmente presenti, solo due sono matricole». Epilogo ancor più triste per la Residenza “Il Cenacolo” di via Fabbri, chiuso per mancanza di richieste: appena 5 per 40 posti disponibili. Una situazione diventata insostenibile.


Camplus: 1 posto letto su 3 è rimasto vuoto
Camplus Apartments in città gestisce gli appartamenti della Residenza Darsena, vicino al Polo Tecnologico, e dislocati in centro e nella zona del Polo Biomedico. Roberto Marinelli, Responsabile Camplus a Ferrara, ci spiega come su 600 posti letto totali, circa 200 sono vuoti. «Dal lockdown di marzo tanti studenti non sono tornati a Ferrara o han scelto di non trasferirsi. Quello che più temiamo è che, dopo i recessi tra luglio e ottobre, ci sia un’ulteriore forte ondata di disdette dei contratti di affitto tra dicembre e gennaio. Abbiamo questa spada di Damocle che incombe: per noi sarebbe una disfatta».


ASPPI e Sunia: dimezzati i contratti per gli studenti
«Per noi settembre è sempre stato il mese dei tanti contratti d’affitto per gli universitari. Quest’anno, però, nulla a che vedere con gli altri anni: registriamo un dimezzamento dei nuovi contratti per studenti, e perlopiù di matricole, incentivate dalla Didattica in presenza». A parlare a “La Voce” è Ippolita Domeneghetti dell’ASPPI – Associazione Sindacale Piccoli Proprietari Immobiliari di Ferrara. Per venire in contro alle situazioni difficili di tanti studenti e delle loro famiglie – prosegue – «abbiamo avuto diversi casi di rinegoziazioni di contratti esistenti, con diminuzioni, ad esempio, di affitti da 600 a 450 euro mensili. E ipotizziamo altre disdette e richieste di rinegoziazione anche nei prossimi mesi».
Parole simili ci arrivano da Marcello Ravani di Sunia-CGIL: «rispetto a un anno fa abbiamo avuto un calo del 49-50%: 45 asseverazioni (certificazioni di contratti a canone concordato tra privati, ndr) contro le oltre 90 del 2019». Stabili i contratti direttamente stipulati, 10 contro i 13 dell’anno scorso. Contratti che, comunque, sono tendenzialmente sempre più brevi, e sui quali, ci spiega Ravani, «ci richiedono rinegoziazioni sul canone anche del 20-30% in meno».
Una prima conferma ci arriva anche da Vittorio Zanghirati, Presidente provinciale Confabitare: «sicuramente c’è stato un calo dei contratti di locazione per studenti, spesso i proprietari hanno difficoltà a riempire tutte le stanze degli appartamenti, o alcuni rimangono proprio vuoti».


RUA-UDU: “meglio contratti di 6 mesi. Insufficiente il bando del Comune di Ferrara”
Chi si è occupato della questione affitti è stata l’Associazione studentesca RUA-UDU.
«Il 31 marzo come RUA-UDU – ci spiega Maria Antonietta Falduto – abbiamo rilasciato un comunicato dove notificavamo la necessità, strettamente urgente, di avviare nette azioni di sostegno agli affitti per tutti quei nuclei familiari colpiti da violente contrazioni di reddito a seguito dell’emergenza Covid. Ma il solo intervento che ne è risultato è stato la delibera comunale legata all’erogazione di contributi per il pagamento dei canoni locativi (ne parliamo nel box, ndr)». Bando che, per RUA, «oltre a stanziare un cifra irrisoria per fronteggiare la questione, risarciva solo i casi di “morosità incolpevole” risultando impraticabile per chi, magari pure con sforzi, aveva fin lì onorato le clausole contrattuali di locazione».
Ma RUA è andata oltre, dando vita nelle ultime settimane a un sondaggio fra gli studenti dell’Ateneo ferrarese: «dai dati si evince come molti studenti abbiano optato per disdire il proprio contratto di locazione mentre tanti altri in ingresso, malgrado l’iscrizione attiva presso Unife, hanno cassato la possibilità di prendere casa entro le mura cittadine».
Questo a causa della Didattica a distanza e «dei termini temporali tipici dei contratti locativi per studenti che, vedendo la scadenza a un anno dalla prima firma, poco si sposa con il regime d’incertezza che caratterizza il periodo. Molto più ragionevole e d’aiuto – conclude Falduto – potrebbe essere garantire locazioni semestrali attendendo l’evolversi della situazione».

Gli iscritti a Unife

Su un totale di 132.463 residenti nel Comune di Ferrara (dato al 31/12/2019, fonte: ”Annuario Statistico Demografico 2019”), gli iscritti all’Università di Ferrara attualmente sono 22.010. I dati fornitici dall’Ateneo si riferiscono al 28 ottobre 2020, ma le immatricolazioni saranno chiuse il prossimo 15 aprile. Il dato, inoltre, riguarda gli iscritti ai Corsi di studio ovvero lauree triennali, magistrali e magistrali a ciclo unico.
Il dato definitivo dell’a.a. 2019/2020 registrava 24.229 iscritti all’Ateneo della nostra città.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 novembre 2020

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Incubo università a distanza “Evitiamola se non necessaria”

26 Ott

Utile per l’emergenza ma non può diventare abitudine: parlano le associazioni studentesche di Unife

A cura di Andrea Musacci
In parte perché già preparata, in parte perché incline alla prudenza, l’Università degli Studi di Ferrara sta garantendo, con l’inizio del nuovo anno accademico dopo l’estate, in modo discretamente efficace la didattica online. Una modalità che, se i numeri dell’emergenza sanitaria continueranno a galoppare, tornerà, come nel periodo da fine febbraio a maggio, l’unico modo per le studentesse e gli studenti del nostro Ateneo di accedere alla vita universitaria.
Uno scenario desolante all’interno di una drammatica pandemia. Ma se la didattica a distanza (in streaming e/o tramite registrazioni) si è presentata e potrebbe ripresentarsi come necessaria, la paura di molti studenti e dei loro rappresentanti è che diventi norma, una cattiva abitudine anche nel nostro Ateneo.

Le scelte di Unife
A metà luglio scorso, l’Università ferrarese dirama un comunicato riguardante lezioni e laboratori: le attività didattiche di tutte le lauree triennali, magistrali e magistrali a ciclo unico saranno video-registrate o erogate in streaming. Nello specifico, per gli studenti iscritti al primo anno (di ogni corso), si organizzeranno approfondimenti didattici in presenza sugli argomenti svolti durante le lezioni online per consentire di interagire con il docente e fra di loro. Per gli altri anni di corso e per il post laurea, le attività di didattiche saranno svolte con modalità a distanza, seguite da approfondimenti didattici, se possibile in presenza o in alternativa in streaming. In ogni caso, ai singoli Dipartimenti è data libertà di gestire la situazione. Le attività di laboratorio potranno essere svolte in presenza a gruppi e potranno essere precedute e/o integrate da videoregistrazioni di attività pratiche.
Questo sulla carta. Nella realtà la situazione è in parte diversa: non tutti i laboratori sono in presenza, molte lezioni sono registrate e non in streaming, e in alcuni casi sono solo audioregistrate, senza nemmeno la possibilità di vedere il volto del docente.
Nella settimana in cui incontriamo le quattro principali associazioni studentesche di UniFe, sono usciti a breve distanza i due Dpcm del Governo (quelli del 13 e del 18 ottobre), che, pur non imponendo nuove disposizioni per gli Atenei, aumentano il livello di allerta e la conseguente preoccupazione in molti, spingendo, al di là delle singole norme, a una sempre maggiore prudenza. La situazione, infatti, è quella di un continuo ed esponenziale aumento dei contagi, dei decessi e di persone in terapia intensiva per il Covid-19. In ogni caso, in molti si chiedono perché Unife non abbia permesso che molte più lezioni potessero avvenire in presenza, pur con tutte le limitazioni necessarie.

Link. “La ripartenza del Paese deve avvenire dai luoghi del sapere”
Le falle della didattica online, DSA e disabili, la crescita integrale dello studente

C’è un concetto che torna sempre nel corso della nostra chiacchierata, quello della centralità della relazione diretta, “in presenza”, fra gli studenti e con i loro docenti, e la critica, invece, di rapporti umani inautentici, dominati da forme di «alienazione» di cui le nuove tecnologie di comunicazione sono una causa importante. Incontriamo due giovani studentesse, Virginia Mancarella, III° anno di Chimica e Gabriella Angelillis, II° anno di Biotecnologie mediche, rappresentanti di LINK, Coordinamento Universitario nato dal movimento studentesco l’Onda dell’autunno 2008.
Già a fine febbraio «Unife si è attivata subito e bene per la Didattica a distanza (Dad)», ma «non sempre il materiale didattico – slide, libri ecc. – era facilmente reperibile per colpe e negligenze di una parte dei docenti. Sicuramente – proseguono – il lockdown ha evidenziato ancora di più il ruolo importante delle associazioni degli studenti e dei loro rappresentanti».
Nei mesi scorsi, invece, sia a livello regionale sia comunale «abbiamo provato a ottenere risultati per calmierare i costi degli abbonamenti dei treni e gli affitti» per studenti con maggiori difficoltà economiche. Riguardo agli affitti «qui a Ferrara il contributo erogato dal Comune di Ferrara è stato insufficiente, perché l’ISEE non può essere uno strumento aggiornato di valutazione dell’effettivo calo di reddito sopraggiunto quest’anno in molte famiglie».
Riguardo alla didattica, «i Dipartimenti sono deserti in questo periodo. Il fatto che molte lezioni siano a distanza, addirittura videoregistrate, può portare per molti studenti un calo dell’attenzione, a perdersi. Per ora solo alcune lezioni di approfondimento sono in presenza, ma non è sufficiente».
«Per noi la Dad può essere utilissima se affiancata a quella in presenza, perché magari molti studenti non riescono a seguire perché lavorano o abitano lontano. D’altra parte, però, molti di loro hanno una connessione debole o problemi a seguire con calma le lezioni perché vivono con familiari o coinquilini». E poi ci sono problematiche legate ai singoli Dipartimenti, come quello di Gabriella, dove i laboratori in presenza verranno attivati solo a partire dal secondo semestre. «E ci chiediamo: perché Unife ha scelto di fare la Dad in presenza solo per le matricole?».
«Per moltissimi studenti si perde il contatto col docente, non c’è possibilità di confronto e discussione con gli altri studenti, e anche in streaming non sempre c’è la possibilità di porre domande». Un uso eccessivo della Dad «rischia di far diventare ancor più distaccata la figura del docente, di ridurlo quasi a una voce, senza possibilità di relazione e di confronto con gli studenti». Invece, «non ci può essere sapere senza dialogo».
Un capitolo di questa discussione, quasi mai trattato a livello mediatico e di rappresentanza, lo inaugura Virginia, direttamente impegnata su questo tema anche in quanto membro del Consiglio di Parità d’Ateneo: è quello riguardante gli studenti disabili o con disturbi specifici di apprendimento (DSA): «per loro, se manca la didattica in presenza, è una difficoltà ancora maggiore. Il nostro Ateneo è attento alle loro esigenze, ma diversi docenti non li riconoscono come persone da aiutare, e con una loro diversità, ma li ignorano e li discriminano».
In generale manca – continuano -,«l’idea dell’università come luogo di crescita integrale della persona, e non invece solo in vista di un futuro professionale, che non fa che accentuare di anno in anno la settorializzazione del sapere, perdendo l’idea dello studente soprattutto come persona e cittadino. Importante è quindi «che la pandemia non diventi una scusa per modellare diversamente la società, eliminando momenti e luoghi di relazione in presenza, anche riguardo alla Dad».

Student Office. “Non ci riconosciamo in un’università dove si impara solo una professione, senza poter vivere pienamente luoghi e relazioni”

Elena Ferrucci, III° anno di Scienze della Comunicazione e Filippo Tiozzo Bon, studente di Fisioterapia, sono i due membri di Student Office che accettano di parlare con noi di didattica e futuro dell’Ateneo.
«Durante il lockdown, Unife, nonostante le normali difficoltà iniziali, ha risposto bene. Con la Dad vengono però meno la socialità, molte dinamiche di relazione, spesso si è soli davanti al computer a seguire una lezione. Il lockdown è stato comunque, per quanto ci riguarda, un periodo attivo, molti studenti ci contattavano per avere aiuto, informazioni sulla didattica e non solo. Questo ci ha fatto sentire in maniera ancora più forte l’importanza di stare di fronte alle esigenze di tutti. Avevamo anche aperto un profilo su Instagram, “The Place”, dove raccogliere e condividere idee, citazioni, riflessioni di artisti e letterati. Abbiamo quindi cercato di usare bene il tempo, senza rimanere passivi». «La pandemia – proseguono – ci ha insegnato molto, facendoci vedere le cose in modo diverso, a non darle per scontate».
Una volta conclusa la quarantena, «abbiamo riflettuto insieme dentro Student Office, condividendo l’idea che l’università dovesse tornare, se possibile, luogo di incontro, senza accontentarci di seguire la lezione e ricevere un voto». Centrale – proseguono – è la possibilità «di incontrarci per approfondire alcune materie studiate» e in generale il senso del vivere l’università, «per avere uno sguardo più ampio sulle cose». Così anche i tradizionali pre-test estivi – ai quali hanno partecipato una 60ina di matricole, equamente distribuiti tra Medicina e Architettura, – «abbiamo scelto di farli in presenza, per l’importanza, soprattutto per una matricola, della conoscenza diretta con gli altri studenti, in particolare in questo periodo difficile».
Con la ripresa delle attività, sono ancora parole di Elena e Filippo, «sentivamo quindi in maniera forte la voglia di tornare a vivere l’università insieme, a pieno, condividendo esperienze» con amici e colleghi. E poi -, aggiunge Elena – «anche solamente in una lezione vi può essere l’inaspettato, come, banalmente, la domanda di un tuo collega che ti spiazza. C’è quindi la possibilità di crescere, di essere educati come persone».
Purtroppo nei corsi ai quali sono iscritti come durante la quarantenale le lezioni sono ancora registrate, non in streaming. «La lezione in diretta, pur a distanza, almeno permette a docenti e studenti un approccio immediato, di avere dei riscontri, mentre nella lezione registrata – in tanti casi nemmeno video, ma composta solo dall’audio e dalle slide del docente – c’è molto meno coinvolgimento».

Rua-Udu. “Attività via web peggiorate e non rese sostenibili”. La malagestione di Unife

«L’impressione che permane è che, per quanto all’inizio Unife si sia dimostrata reattiva nell’organizzare la Dad, si sia poi adagiata sugli allori, facendo fattivamente poco, o nulla, perché l’esperienza telematica ne uscisse implementata e sostenibile». Non usa giri di parole Mariantonietta Falduto, iscritta al III° anno di Biotecnologie della salute, che incontriamo come rappresentante di RUA (Rete Universitaria Attiva) – UDU.
«La Dad si è dimostrata di grande aiuto ma non può sostituire la vita universitaria canonica. Fare lezione in presenza, studiare in biblioteca, poter condurre attività laboratoriali a pieno ritmo sono tutte esperienze che la telematica non permette. Parecchio svilente e preoccupante, invece – prosegue -, rimane la gestione personale delle relazione umane, duramente inficiata dagli eventi e certamente non sanata dall’esperienza online per sua definizione solitaria».
Capitolo ancora peggiore quello degli esami: «dopo una partenza tardiva – ci spiega – si è pensato di sopperire le prime confuse sessioni scritte andando ad istituire appelli straordinari. Questi ultimi, però, essendo a discrezione del docente, sono rimasti spesso un miraggio». Per non parlare dei tirocini, inizialmente sospesi e poi svolti «in discutibili modalità online per gli studenti prossimi al conseguimento del titolo».
Con l’avvio dell’anno accademico 2020/2021, ben pochi sono rimasti i momenti in presenza. Scelta questa – continua Mariantonietta – presa dall’Ateneo anche in conseguenza delle «sregolate aperture dei numeri universitari» attuate negli ultimi anni da Unife, «più per una questione di entrate nelle casse d’Ateneo», ma con «poca attenzione per la qualità didattica». Critiche RUA le rivolge anche ai «pochi laboratori settimanali, in realtà momenti cruciali, accompagnati da qualche focus groups, a prenotazione fino a esaurimento posti, concordato sull’asse docente/studenti». E, prosegue Mariantonietta, «le tesi di laurea triennali vengono ancora discusse online con la proclamazione ridotta a una mail recante il voto di laurea».
Le sedi dei Dipartimenti, ci testimonia anche lei, sono diventate deserte, prive di tante attività quotidiane e non: «tutti quelli che erano punti focali d’aggregazione come mense, aule studio, biblioteche e corridoi ora non sono altro che spenti fabbricati di muratura. Per noi è soprattutto cambiato il modo di fare rappresentanza e, nel momento in cui gli studenti avevano più bisogno facessimo da ponte tra loro e i professori, abbiamo dovuto cambiare completamente il nostro modo di approcciarci: i social, rapidamente, hanno visto accresciuto il loro ruolo andando a sostituire stand, banchetti, workshop e apertitivi che era nostra abitudine organizzare».

Azione Universitaria. “Il lockdown periodo buio per molti fuori sede. Ma noi c’eravamo”

Edoardo Luigi Manfra, Gianpaolo Zurma, Giulio Braccioni, iscritti a Giurisprudenza, sono i tre ragazzi che incontriamo come portavoce di Azione universitaria (AU).
«Unife ha gestito bene l’emergenza iniziale, è stato uno dei primi atenei a chiudere (l’ultima settimana di febbraio, ndr) e a organizzare le lezioni online. Noi e altre associazioni studentesche abbiamo distribuito mascherine negli studentati. E in generale abbiamo cercato di sopperire alle difficoltà degli studenti, ad esempio legati alla connessione internet, o agli esami, realizzando anche una guida per l’emergenza».
«Anche personalmente abbiamo sentito di diversi casi di depressione tra gli studenti universitari. Molti fuori sede, ad esempio, sono rimasti a Ferrara, spesso magari in appartamento da soli. Ci chiamavano spesso, quindi l’assistenza di noi rappresentanti è stata ancora più importante durante il lockdown. In generale in città, soprattutto per le matricole, purtroppo mancano amcora luoghi di aggregazione».
In estate, invece – proseguono – «abbiamo organizzato alcuni eventi anche su tematiche non strettamente universitarie, come il concerto di Skoll, abbiamo realizzato e diffuso una guida per le matricole e raccolto firme per aiutare gli studenti in affitto, raccogliendone molte». A maggio il Comune ha stanziato 36mila euro per studenti con morosità incolpevole, valutando l’ISEE sotto i 35mila euro come criterio principale di accesso al fondo».
Con l’inizio del nuovo anno accademico, di positivo c’è che dal «15 ottobre, pur con le limitazioni, sono state riaperte biblioteche d’ateneo, importanti luoghi di ritrovo per gli studenti». Per il resto, «la vita universitaria è molto cambiata, ci sono meno punti di ritrovo, con conseguente perdita di molti contatti tra le persone».
«Come AU siamo per la didattica in presenza – sono ancora loro parole -, in quanto possibilità di convivialità, ma accettiamo queste regole come necessarie, e così è per molti studenti».
Guardando al futuro, l’auspicio è che «si ritorni alla normalità, alle lezioni in presenza e magari per i corsi molto frequentati dagli studenti si assicuri lo streaming, utile soprattutto per i fuori sede.
Negli ultimi Dpcm del Governo – riflettono con amarezza – purtroppo non si parla di università, mentre ad esempio nel Consiglio Nazionale Studenti Universitari, AU e altre associazioni hanno avanzato diverse proposte concrete».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 ottobre 2020

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“Smart working? Nell’Università di Ferrara già da anni è realtà”

11 Mag

Intervista al prof. Enrico Deidda Gagliardo: “nel nostro Ateneo abbiamo iniziato nel 2012 col telelavoro. Lo smart working non dev’essere uno strumento solo emergenziale ma può diventare un’opportunità strutturata”. Le proposte per affrontarne le criticità, fra cui il diritto alla disconnessione e quelle legate ai rischi per la salute, soprattutto in un periodo come questo

a cura di Andrea Musacci

smart 2Questa lunga fase emergenziale, di cui conosciamo l’inizio ma non ancora la fine, come tutte le crisi sta mostrando in maniera forte virtù e contraddizioni del nostro sistema sociale, produttivo e comunicativo. Al tempo stesso, sta accelerando la conoscenza e l’utilizzo di strumenti e pratiche, come ad esempio lo smart working, o lavoro agile, erede del telelavoro. Padre Francesco Occhetta su “Civiltà Cattolica” del febbraio 2017 spiegava: “Il lavoro agile non è semplicemente lavorare a casa, ma consiste nell’orientare la prestazione al risultato e non ‘al tempo’, garantire che il lavoratore cresca nella conoscenza, proteggere il professionista indipendente”. L’intento sarebbe dunque quello di “restituire al lavoratore autonomia, flessibilità e responsabilità sui risultati, mentre al datore di lavoro è richiesto di dare fiducia e ripensare le modalità del controllo”. Lo smart working in Italia è stato introdotto proprio tre anni fa, grazie alla Legge 81. La Direttiva 2/2020 della Funzione Pubblica, nata durante l’attuale emergenza, ha innovato profondamente il quadro, definendo il lavoro agile come “modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa”. In questo contesto eccezionale e in un certo senso obbligato, lo smart working ha raggiunto picchi elevati.

Per capire meglio di cosa si tratta e, nello specifico, come già da tempo viene utilizzato nell’Università degli Studi di Ferrara, abbiamo rivolto alcune domande al prof. Enrico Deidda Gagliardo, ordinario del Dipartimento di Economia e Management del nostro Ateneo, oltre che Prorettore Vicario e Prorettore delegato al bilancio, semplificazione organizzativa e valorizzazione delle risorse umane.

Professore, ci spieghi innanzitutto quali sono secondo lei i vantaggi dello smart working.

Lo smart working è una modalità agile, intelligente e innovativa di organizzazione del lavoro, volta ad ottenere vantaggi reciproci del tipo win-win: da un lato, il lavoratore ha l’opportunità di conciliare i tempi di vita e lavoro, dall’altro l’amministrazione ha l’opportunità di veder crescere produttività e risultati. Natiuralmente, lo smart working funziona solo se agisce sulla motivazione, se viene percepito e vissuto come una spinta gentile al miglioramento (c.d. nudge); la crescita della motivazione lavorativa porta al miglioramento della salute organizzativa che, a sua volta, costituisce il presupposto per il miglioramento delle performance di una Pubblica Amministrazione (PA) e, attraverso tale via, per la generazione di Valore Pubblico. Il Valore Pubblico è, infatti, il miglioramento del benessere (economico-sociale-sanitario) degli utenti esterni e del contesto in cui vivono (ambiente) poggiante sul miglioramento della salute interna dell’ente.

A Unife era già attivo prima dell’emergenza…

In effetti è così, il nostro Ateneo ha precorso i tempi: già nel 2012 avevamo avviato le prime attività per l’applicazione del telelavoro, grazie all’intuizione e all’impulso del Comitato Unico di Garanzia e del Consiglio di Parità di Unife. Lo stesso anno ci siamo dotati di un apposito regolamento, nell’ottica di migliorare la salute organizzativa e lavorativa della nostra Università. Siamo stati tra i primi firmatari dell’accordo che inserisce l’Università di Ferrara nel network del Progetto VeLA (VEloce, Leggero, Agile: Smart Working per la PA) e facciamo parte del tavolo di coprogettazione della Regione Emilia-Romagna, pioniera e leader in tema di smart working, per la condivisione di buone prassi.

Nell’emergenza in corso, quindi, non vi siete trovati impreparati…

Fin dai primi giorni dell’emergenza, l’Università di Ferrara è stata in grado di mettere in sicurezza il proprio personale concedendo, tra le prime in assoluto, la modalità di lavoro agile a gran parte del personale tecnico-amministrativo (oltre l’80%), precedendo i provvedimenti governativi che, successivamente, ne hanno incentivato l’applicazione nelle PA. Inoltre, Unife si è dotata a titolo volontario di un “Piano di semplificazione & digitalizzazione” che già dal 2016 ci ha consentito di rendere più veloci alcuni nostri processi e più efficaci diversi dei nostri servizi. In questi mesi, lo smart working è stata una necessità, ma ci siamo resi conto che esistono modi alternativi al lavoro in presenza, ci siamo accorti che la digitalizzazione della PA, ancora perfettibile, già oggi consente di lavorare a distanza.

Come, nel futuro più o meno prossimo, lo smart working cambierà l’Ateneo?

Nello spirito del pay off Unife (“nel futuro da sempre”), volgiamo lo sguardo verso l’orizzonte e, lavorando ad un nuovo Regolamento sullo smart working, intendiamo trasformare quest’ultimo da necessità a opportunità strutturata di miglioramento per chiunque, in Unife, la voglia cogliere. Per tutto questo mi fa piacere ringraziare, per il prezioso lavoro, l’Ufficio “formazione e benessere”, l’ “Ufficio personale amministrativo” la Dirigente del Personale e il CUG, nelle persone che con cuore e coraggio ci stanno aiutando ad affrontare questa sfida di civiltà e innovazione. E non dimentico il dialogo costruttivo con le Rappresentanze sindacali.

Cerchiamo, più nel dettaglio, di analizzare possibili rischi e criticità legate allo smart working. Innanzitutto, riguardo al fatto che in molti si sono trovati impreparati, non essendo per nulla o sufficientemente formati.

In Unife, già da tempo, diverse lavoratrici e lavoratori avevano scelto di svolgere il telelavoro per vari motivi: figli piccoli, genitori anziani che avevano bisogno di cure quotidiane, distanze importanti dal luogo di lavoro. Con questa pandemia si è innescata una sorta di autoformazione sul campo, anche per chi non aveva mai sperimentato questa modalità di lavoro. E il grande lavoro di semplificazione e digitalizzazione dei processi svolto in questi anni ha consentito di mantenere operativi molti dipendenti che, diversamente, non sarebbero stati in grado di lavorare in remoto. Stiamo costruendo, poi, percorsi formativi mirati per innovare le competenze dei nostri smart workers.

Ancora: non tutti dispongono di un’ottima connessione internet o di dispositivi efficienti.

La volontà dell’Ateneo di portare avanti il “Piano di semplificazione & digitalizzazione” ci ha consentito di affrontare questa sfida con diversi strumenti già pronti. Il resto lo ha fatto il nostro staff informatico, nelle sue diverse anime, che ha fornito un grande supporto operativo ed è riuscito anche a rendere disponibili strumenti hardware, software e dispositivi di connessione. Abbiamo cercato di non lasciare solo nessuno, trovando un grande aiuto nella risposta solidale da parte di molti colleghi.

Un’altra questione di cui si discute molto è quella legata al fatto che per molti, lavorando da casa, sembrano non esistere più orari fissi, rischiando così di lavorare molto di più rispetto a prima. Non dovrebbe esistere per tutti il diritto alla disconnessione?

In Unife la forma di telelavoro attivata in fase emergenziale ha previsto una fascia di contattabilità ampia e sappiamo che molti collaboratori stanno dimostrando un impegno che va oltre le ore previste dall’accordo di telelavoro. L’attento monitoraggio dei responsabili e forme di “galateo istituzionale” tra colleghi ci aiutano a garantire il diritto alla disconnessione che è un principio cardine del lavoro agile e che l’Ateneo ha inserito nei propri regolamenti in materia.

Infine, a livello di salute – soprattutto psicologica – vi possono essere conseguenze sul lavoratore, nei termini di stress e alienazione?

Misure di lavoro agile in frangenti emergenziali possono enfatizzare alcune difficoltà. Da noi il gap iniziale del personale è stato colmato dal supporto fornito dagli uffici, dalla formazione in itinere e dai momenti di incontro “virtuale” organizzati tra colleghi. Inoltre, abbiamo realizzato una specifica area sul sito di Ateneo con link utili per affrontare questo periodo. Ma la vera forza, in questo momento, è il senso di comunità.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it .

I Gesuati, nuova casa delle universitarie

24 Feb

a cura di Andrea Musacci e Nicola Mantovani

Il problema dell’insufficienza degli alloggi per le iscritte e gli iscritti al nostro Ateneo ha visto anche l’impegno della nostra Arcidiocesi: Il Complesso di via Madama a Ferrara (di proprietà del Seminario) da alcuni mesi accoglie alcune decine di studentesse del nostro Ateneo. Ecco i lavori fatti e quelli da completare nei prossimi mesi

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Un complesso conventuale quattrocentesco, per cinque secoli abitato prima dai Gesuati poi dai Carmelitani Scalzi, da alcuni mesi è diventato un Collegio universitario femminile. Parliamo dell’immobile detto “San Girolamo dei Gesuati” di via Madama 40 a Ferrara, di proprietà del Seminario Arcivescovile, il cui alto e lungo muro di cinta copre buona parte della breve strada a due passi dalla Basilica di S. Maria in Vado. Le antiche celle dei frati, così, sono diventate le camere da letto di una struttura ricettiva più che mai necessaria in una città come Ferrara sempre più alla ricerca di nuovi posti dove poter ospitare i numerosissimi studenti universitari.

Cos’è stato fatto…

“Lo scorso maggio ho preso la decisione di utilizzare a questo scopo l’immobile”, ci spiega don Paolo Valenti, Rettore del Seminario. E’ bastato il passaparola: “prima di ferragosto, le stanze erano già tutte prenotate, il 1° settembre l’edificio era già pronto per accogliere le ragazze”, dopo aver rinfrescato, per le stanze del primo piano, le tinte dei muri e adeguato l’impiantistica alle normative vigenti. Ma il lavoro più importante, sia dal punto di vista delle lavorazioni che economico, si è svolto al piano terra, dove si è dovuto provvedere al rifacimento di tutta l’impiantistica elettrica, di sicurezza e parzialmente anche idraulica, irrimediabilmente compromesse dall’umidità accumulata nei muri precedentemente alle demolizioni e poi dalle demolizioni stesse. Si sono quindi realizzati i nuovi intonaci con materiali idonei, selezionati insieme alla Direzione Lavori e con la consulenza di ditte specializzate. Le ragazze che alloggiano nel complesso di via Madama – alcune decine – sono perlopiù iscritte a Medicina e Biotecnologia e provengono da ogni parte della Penisola – dalla Calabria al Trentino, dalla Puglia al Veneto, solo per citarne alcune. Vivono in stanze singole, alcune al piano terra e la maggior parte al primo piano e hanno a disposizione ampi e ariosi spazi comuni, tutti ristrutturati: all’entrata un ambiente principale con, oltre alla reception, la sala mensa dove poter mangiare e studiare. E ancora, la cucina (arredata per essere autogestita), parte di un chiostro – utilizzato e molto apprezzato come zona studio comune –, una sala televisione, la lavanderia attrezzata con strumentazione a gettone, oltre agli spogliatoi per i dipendenti. Le studentesse possono inoltre usufruire di un parcheggio, di posti per le biciclette e wi-fi e prima colazione gratuiti. E di vivere in una zona tranquilla, centralissima, e vicina alle fermate dei principali mezzi pubblici lungo corso Giovecca. Per qualsiasi necessità possono rivolgersi ai loro due “angeli custodi”, Sergio e Cristina, che si occupano della reception, della pulizia degli spazi comuni e della manutenzione ordinaria.

…e cosa verrà fatto

Ma a un anno dall’ingresso delle prime ragazze, don Valenti conta di finire un’altra tranche di lavori: “per il prossimo 1° settembre – ci spiega – contiamo di terminare gli intonaci in alcune stanze e nel chiostro già parzialmente utilizzato. Nell’ala nord-est (quella su via Savonarola) concluderemo i lavori nell’antico refettorio, per ricavarci una sala conferenze e studio”, facendola così tornare all’uso che aveva prima dei lavori. Una sala stupenda, questa, con al centro del soffitto il monogramma raggiato di Cristo (ideato da S. Bernardino) e, nella parete in fondo, i dipinti di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce. Anche le salette attigue diventeranno aule studio. Entro il 1° settembre, inoltre, sarà aperta una nuova e più ampia sala tv e verranno restaurate altre stanze da letto e il chiostro piccolo, quello confinante con il convento dei padri carmelitani. Da settembre, infine, sarà realizzata una palestra al primo piano, restaurata una scala secondaria e completato il sistema di videosorveglianza. Infine, per il rifacimento degli intonaci del porticato esterno si dovrà attendere ancora un anno.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 febbraio 2020

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Corpi e luoghi della città: interazioni da ridefinire collettivamente

17 Dic

Del ricchissimo programma del VII Convegno Nazionale di Antropologia Applicata, svoltosi a Ferrara dal 12 al 14 dicembre, abbiamo scelto di raccontare alcuni frammenti: quello – a Casa Cini e in Arcivescovado – sulla relazione tra lo sguardo dei migranti e quello degli “indigeni” nella città che condividono, e quello sulle periferie urbane. Con uno spunto interessante sulla Ferrara di oggi, che Scandurra di UniFe spiega a “la Voce”

brini vescovoLe nostre città spesso si trasformano, o vengono vissute come spazi anonimi, freddi, disegnate non sulle persone e i loro bisogni ma seguendo logiche diverse, divenendo così ambienti dove a dominare sono la diffidenza reciproca e l’individualismo. Uno sguardo diverso sulla città è dunque quello che riesce a immaginarla come luogo vivo, non mero spazio utilizzabile, e dunque costruire un futuro differente, fatto anche di incontri, di interazioni tra diversità. Ferrara, dal 12 al 14 dicembre, ha ospitato per la prima volta il VII Convegno Nazionale di Antropologia Applicata, organizzato dalla Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA), con l’Università degli Studi di Ferrara e l’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia (ANPIA), e il patrocinio del Comune. Un’occasione per uscire dall’autoreferenzialità accademica e spendere le competenze acquisite in ambiti specifici di lavoro (accoglienza, scuola, socio-sanitario e altri). Anche l’Istituto “Casa Cini” ha ospitato alcuni incontri, in particolare il 12 quello dal titolo “Luoghi comuni. Uno sguardo sulla città”, legato alle quattro esposizioni fotografiche – sul tema dell’accoglienza dei migranti – che hanno “invaso” i vari ambienti della sede di via Boccacanale: “Luoghi Comuni” (esposta anche al festival di “Internazionale”), con foto delle attività per l’integrazione realizzate dalla coop. CIDAS nell’ambito dei progetti SPRAR/SIPROIMI (per titolari di protezione Internazionale e per i Minori stranieri non accompagnati) per persone vulnerabili a Ferrara e a Bologna; “A casa loro. Ri-tratti di famiglia”, con foto di Michele Lapini delle famiglie che accolgono i rifugiati nelle loro case, nell’ambito del progetto Vesta; “Futuri Prossimi” (esposta anche al festival di “Riaperture”) che racconta l’idea di passato, presente e futuro delle ragazze e dei ragazzi, tra cui richiedenti asilo e rifugiati, che hanno partecipato al laboratorio organizzato da “Riaperture”, curato da Giacomo Brini; infine, “Bologna d’aMer”, collettiva su Bologna realizzata attraverso gli sguardi di chi giunge da lontano. Maria Luisa Parisi (CIDAS) e Brini hanno illustrato le mostre allo stesso Vescovo mons. Gian Carlo Perego. “E’ un esempio positivo di coesione tra le persone”, ha spiegato Brini, spiegando come “centrale sia il tema del futuro. E’ stato, quello per ‘Riaperture’, un laboratorio umanamente molto importante”. “Il nostro intento – hanno spiegato i rappresentanti di CIDAS – era di incrociare lo sguardo dei migranti col nostro sguardo, il loro sguardo su loro stessi e su noi, sulla città che insieme viviamo. Un altro aspetto importante – hanno proseguito – è stato l’averli aiutati a riappropiarsi delle parole, attraverso la riscoperta di storie e favole tipiche dei loro Paesi d’origine. L’idea è di ricavarne un libro per bambini. Per noi, città e corpi dei migranti sono strettamente intrecciati, preferiamo per questo parlare di ‘interazione’ più che di ‘integrazione’ ”. Mons. Perego, nell’elogiare questi progetti virtuosi di accoglienza diffusa, ha ricordato invece un esempio negativo di accoglienza, quando nel 2014 150 migranti minori furono radunati, appena sbarcati in Italia, tra l’altro senza mediatori culturali, nella scuola “Verdi” di Augusta a Palermo. “Il differenziare volti e storie – ha spiegato – è un passaggio fondamentale, e progetti come i vostri sono molto importanti per valorizzare le capacità di ogni singola persona migrante: loro, infatti, possono rappresentare un vero e proprio tesoro, che sta già trasformando le nostre città, anche per combattere le frequenti falsificazioni: ogni ragazzo ha una storia, una storia che cambia la città. Nella mia lunga esperienza con i migranti – ha concluso -, ho letto circa 15mila testimonianze, e la parola più ricorrente è ‘futuro’. Il loro e il nostro futuro passano quindi anche dall’incontrarci reciprocamente”. Durante l’iniziativa è intervenuto anche Luca Mariotti di CIDASC per spiegare il progetto “Migrantour” svoltosi di recente a Ferrara. Alcuni incontri del Convegno si sono svolti nella Sala del Sinodo del Palazzo Arcivescovile, fra cui quello sul tema “Rifugiati e richiedenti tra spazi urbani e non urbani: processi, dinamiche e modalità di accoglienza in Italia e nel mondo”, per ragionare sul rapporto tra città, urbano/non urbano e forme di vivere migrante dentro e fuori dal sistema di accoglienza. Maria Carolina Vesce, tra gli altri, ha presentato una ricerca-azione sull’accoglienza di persone transessuali e transgender titolari di protezione internazionale a Bologna. “Nello spazio della casa e nei luoghi della città le persone trans esprimono il loro genere ispirandosi a modelli socio-culturali diversi – ha detto Vesce – che l’antropologia può aiutare a comprendere ed esplorare. La sfida sta nel costruire politiche di intervento orientate ai bisogni, che tengano conto delle diverse esperienze di queste persone, dei loro desideri e delle loro aspirazioni”.

“La Ferrara contemporanea andrebbe raccontata dal punto di vista antropologico”

Giuseppe Scandurra dell’Università di Ferrara è stato uno dei tre coordinatori del Convegno di Antropologia Applicata svoltosi nella nostra città. “Ferrara – spiega a “la Voce”- ha una lunga tradizione legata alle scienze sociali, ma non è mai stata raccontata, nella sua contemporaneità, dal punto di vista antropologico”. Una mancanza alla quale lo stesso Scandurra, insieme ad altri colleghi, sta già cercando di porre rimedio: “io, ad esempio, sto portando avanti una ricerca sulla Ferrara degli anni ’70-’80 del secolo scorso”. Citiamo alcuni lavori virtuosi svolti sulla Ferrara contemporanea: nel 2017 UniFe, tramite Mimesis, ha edito il volume “Arte contemporanea a Ferrara”, a cura di Ada Patrizia Fiorillo, che, però, ripercorre il Novecento sotto l’ottica artistico-culturale, non etno-antropologica. Alfredo Alietti, sociologo di UniFe, il 12 dicembre scorso, nell’ambito del Convegno, ha anticipato alcune ricerche di un lavoro sul Grattacielo di Ferrara, e la sera stessa Ferrara Off ha ospitato il collettivo Wu Ming 1 per uno spettacolo dedicato al Delta ferrarese. Insomma, qualcosa si muove, senza dimenticare il progetto “Views 2.0. Narrazioni liquide”, la cui seconda edizione è in programma la prossima primavera.

Raccontare le periferie attraverso le voci di chi le vive: il 12 dicembre a Feltrinelli presentato il libro “Quartieri. Un viaggio al centro delle periferie italiane”, tra ricerca etnografica e graphic novel

feltrinelliAmbienti periferici di grandi città, spesso oggetto del racconto mediatico/politico come meri quartieri degradati e abbandonati. Due giovani ricercatori hanno invece deciso di raccontarne cinque (lo Zen di Palermo, San Siro a Milano, Tor Bella Monaca a Roma, Arcella a Padova e Bolognina a Bologna) incontrando direttamente chi ci abita, cercando di cogliere la loro relazione con gli spazi urbani che vivono. Da questo è nato il volume “Quartieri. Un viaggio al centro delle periferie italiane”, presentato il 12 dicembre in occasione del Convegno di Antropologia Applicata nella Libreria Feltrinelli di via Garibaldi a Ferrara. I curatori del volume corale, e autori di uno dei cinque racconti, Adriano Cancellieri (sociologo urbano all’Università IUAV di Venezia) e Giada Peterle (che insegna Geografia all’Ateneo patavino), ne hanno discusso con Roberto Roda, per tanti anni Responsabile del Centro Etnografico del Comune di Ferrara. Dopo un’approfondita analisi di quest’ultimo su vari aspetti del volume, ad esempio sul rapporto tra ricerca etnografica, fotografia e graphic novel, ha preso la parola Peterle, per raccontare il lavoro svolto insieme a Cancellieri ad Arcella. Il capitolo sul quartiere di Padova è nato unendo ricerca sul campo, interviste, ricerche etnografiche, partecipazione attiva a certe trasformazioni, e il racconto di tutto ciò attraverso il testo (Cancellieri) e il fumetto/graphic novel (Peterle). “Lo stile realistico usato – ha spiegato la ricercatrice – è stata una scelta ben precisa, come anche l’idea di inserirci noi stessi come personaggi nei racconti, la cui voce narrante è proprio quella del quartiere coi suoi abitanti. Abbiamo anche scelto il cammino come metodo, svolgendo molte interviste camminando, potendo così meglio incontrare le persone interessate”. “All’Arcella di Padova, dove io abito da anni e Giada ha abitato per diverso tempo – ha spiegato Cancellieri – abbiamo cercato di andare oltre due raffigurazioni speculari ma entrambe errate: quella che lo racconta come un quartiere solo degradato, e quello invece che lo presenta come sempre ricco ed effervescente di iniziative”. Un lavoro lodevole, che sarebbe importante svolgere anche in determinate zone della città di Ferrara.

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2019

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Contro il razzismo, progetti aperti a tutti

17 Giu

Lo scorso 11 giugno all’Università di Ferrara è stato presentato il “Laboratorio antirazzista” che vede insieme docenti e studenti dell’Ateneo. Tante altre le iniziative in collaborazione con singoli e associazioni cittadine per cercare di combattere quei pregiudizi che impediscono una pacifica convivenza e l’incontro tra le persone

studenti

Un Laboratorio di ricerca sul razzismo che mette in relazione docenti, studenti e chiunque, fuori dal mondo universitario, voglia parteciparvi, con un occhio alle relazioni internazionali. E’ questo l’ambizioso e più che mai necessario progetto presentato nel pomeriggio dell’11 giugno scorso al Mammut (Polo Chimico Bio Medico di UniFe) di Ferrara, nell’incontro organizzato dal Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale. Sono stati tre studenti, Camilla Caselli, Claudia Andreozzi e Leonardo Magri, iscritti a diversi Dipartimenti dell’Università di Ferrara, a spiegare agli oltre 100 presenti le diverse iniziative, maturate negli ultimi mesi. Riguardo al “Laboratorio antirazzista”, si tratta di svolgere “una ricerca scientifica interdisciplinare sul tema del razzismo, cercando di mantenere legami stretti con la città e in relazione anche con altre università”. Ma non c’è solo il Laboratorio: dopo l’estate è previsto un pranzo per l’accoglienza di matricole del nostro Ateneo, per presentare le diverse associazioni antirazziste di Ferrara, fra le quali il Movimento nonviolento, Amnesty International e Cittadini del mondo. A seguire, partirà anche un laboratorio in collaborazione col progetto “Mediterranea”, un workshop con Romeo Farinella sul tema “urbanistica e cittadinanza”, la realizzazione di un documentario sul quartiere GAD con interviste ai residenti del quartiere, una collaborazione con FerraraOff. Inoltre, un cineforum sul tema razzismo organizzato dal SISM (Segretariato Italiano Studenti in Medicina) – che inizia il 19 giugno a Factory Grisù -, e l’idea di creare uno Statuto antirazzista per il nostro Ateneo.

Gli interventi

Durante l’iniziativa, il primo a intervenire è stato Romeo Farinella, direttore del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale: “mai abbassare la guardia, i diritti acquisiti non lo sono eternamente, vanno difesi. L’Europa sta costruendo muri, ma storicamente ha sempre tentato di rompere quelli esistenti, al suo interno e nel mondo. Questo sincretismo culturale – ha proseguito -, questa mescolanza e dinamismo sono alla base della storia dell’umanità. Per questo, il concetto di nazionalismo è una sorta di manufatto culturale volto alla costruzione di una comunità politica immaginata. Rifiutiamo perciò le semplificazioni, a favore della complessità”. “L’Università nasce dal confronto tra idee e provenienze diverse”, ha esordito Guido Barbujani, genetista e scrittore. “Quello di razza biologica è un concetto inesistente, in quanto è impossibile tracciare linee di divisione tra ipotetiche razze. Nel genoma umano, tutte le differenze si concentrano nello 0,01%, mentre il 99,9% è comune a tutti gli esseri umani. Gli stessi caratteri somatici rappresentano un’infima parte del DNA”. Barbujani ha poi raccontato la storia rara, ma non rarissima, alla quale un anno fa il National Geographic ha dedicato la propria copertina: quella di due bambine inglesi di 11 anni, Marcia e Millie Biggs, sorelle gemelle eterozigote nate nel 2006, mamma inglese da generazioni e padre di origine Giamaicana. Bene, una delle due ha preso la tonalità della pelle e dei capelli dalla madre (carnagione molto chiara, capelli tra il biondo e il castano chiaro), e l’altra dal padre (carnagione scura, capelli ricci e neri). Barbujani ha poi proseguito illustrando brevemente come a partire da circa 10mila anni fa dal Continente africano gruppi di persone abbiano iniziato prima a contaminarsi tra loro e poi, nei millenni, a diffondersi in Asia ed Europa. Ma allora perché il diverso ci fa paura? Uno studio fatto negli USA, ha dimostrato che, “quando cerchiamo di identificare una persona, viene attivata una determinata regione del nostro cervello. Se questa ha tratti diversi dai nostri, scatta una zona di allarme. Quindi è una cosa assolutamente naturale: questo sistema di difesa per i nostri antenati era questione di sopravvivenza – ha proseguito -, in quanto permetteva loro di saper riconoscere rapidamente gli alleati o i nemici”. Ad ognuno di noi tocca, però, “far scattare anche la parte razionale che ci fa comprendere come non sia il caso di allarmarci. Possiamo quindi – ha concluso – scegliere non il conflitto ma l’empatia e il dialogo”. Ha poi preso la parola il sociologo Alfredo Alietti: “non dimentichiamo che l’antirazzismo è un valore democratico basilare, al di là delle singole scelte politiche”. Ma perché esiste? Un primo motivo è che “nei periodi di crisi – economica, sociale, culturale – il ‘noi’ diventa un tentativo di ancorarsi a qualcosa di solido. È in questa situazione, quindi, che le ideologie razziste iniziano a crescere, come risposta, dicendo ‘quello diverso da te è cattivo, pericoloso, portatore di disordine’. Ed è qui che nascono anche guerre, genocidi e massacri”. Un altro motivo sta nella “bassa istruzione e nella scarsa cultura. Questo naturalmente non significa che si possa generalizzare: una persona può avere scarsa cultura e non essere razzista o viceversa un’altra aver studiato ed esserlo. Ma tendenzialmente una bassa istruzione si accompagna a un rifiuto del diverso. Sicuramente – sono ancora parole di Alietti – l’antirazzismo è un problema, è problematico, perché richiede sempre di allenare la propria razionalità, per dimostrare che la diversità è un valore, mentre il razzista non va a fondo, non si pone nemmeno il problema”. Quali sono i limiti che il diritto internazionale impone agli Stati sul tema del razzismo, è stato invece l’interrogativo posto da Alessandra Annoni, giurista internazionalista. Esiste innanzitutto la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, adottata nel 1965 dall’ONU, entrata in vigore quattro anni dopo, e la quale, al 2015, è stata sottoscritta da 88 firmatari e 177 parti. La Convenzione è monitorata dal Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD), anche se normalmente per questo tipo di questioni si fa maggior riferimento alla Corte europea per i diritti dell’uomo. “Il CERD recentemente ha evidenziato due problemi riguardo all’Italia”, ha spiegato la Annoni: quello del cosiddetto “hate speech”, dell’incitamento all’odio attraverso affermazioni violente soprattutto attraverso la stampa e gli altri media, emerso però anche nel caso di un parlamentare ed ex Ministro, Roberto Calderoni, ai danni di una collega, Cécile Kyenge. Un altro caso è quello che ha riguardato, e riguarda ancora, i cosiddetti “campi rom”, “veri e propri campi di concentramento e segregazione su base etnica”, ai danni perlopiù di cittadini italiani, “spesso discriminati anche negli accessi agli alloggi popolari, e vittime di sgomberi forzati”, al di fuori di ogni norma. “Dopo le raccomandazioni del Comitato però è cambiato molto poco. Il Governo italiano ha rifiutato anche il richiamo della Corte europea dei diritti dell’uomo”. L’ultimo intervento della giornata è toccato a Orsetta Giolo, filosofa del diritto: “il razzismo – ha spiegato – impatta sui principi fondamentali della democrazia – libertà, eguaglianza e solidarietà – negando le stesse pratiche democratiche. Il ‘Laboratorio antirazzista’ servirà anche a riflettere su ciò, e su come il razzismo richiami, al di là della discriminazione razziale, il tema dell’assoggettamento, della dominazione sugli individui e sui popoli”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 giugno 2019

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La Vergine Maria di Bononi di nuovo in cielo

27 Mag

“Avventurosa” ricollocazione dell’Incoronazione della Vergine sul soffitto della Basilica di S. M. in Vado, grazie ai Vigili del Fuoco

7258Sono dovuti passare 7 lunghi anni perché uno dei capolavori dell’arte ferrarese tornasse a svettare completamente restaurato. Lo scorso 15 maggio, infatti, l’Incoronazione della Vergine dipinta da Carlo Bononi intorno al 1617, è stata ricollocata dalla squadra SAF (Speleo Alpino Fluviale) del Comando dei Vigili del Fuoco di Ferrara nella crociera della Basilica di Santa Maria in Vado a Ferrara. Il grande quadro di forma circolare, un olio su tela del diametro di 298 cm. e del peso di 48 kg (oltre ai 10 kg di telaio), era stata rimossa nel 2012 a causa del serio rischio di caduta in conseguenza dell’evento sismico. Una volta a terra, non si era che potuto constatarne il pessimo stato di conservazione a causa dell’azione di volatili, topi, insetti e attacchi microbiologici. Da fine 2018, grazie a un Protocollo di intesa sottoscritto da Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, Parrocchia di Santa Maria in Vado, Comando Provinciale dei VVF di Ferrara e CIAS – Centro ricerche Inquinamento fisico chimico microbiologico Ambienti alta Sterilità dell’Ateneo estense, è stato possibile pianificare, progettare nel dettaglio e poi porre in opera, un nuovo sistema di ancoraggio per riposizionare la tela sul soffitto, a 27 metri d’altezza, senza gravare sul solaio della chiesa. La squadra SAF ha dunque ancorato la tela con modalità non invasive, disegnate insieme a esperti del CIAS, trovando una soluzione che permetterà anche di riportarlo rapidamente a terra, nel caso fosse necessario. 2017: al via il restauro Due anni fa il CIAS, con il contributo del Consorzio Futuro in Ricerca, si è reso disponibile a finanziare il restauro pittorico dell’opera – eseguito dal prof. Fabio Bevilacqua -, cogliendo l’occasione di poter sviluppare le proprie ricerche, non invasive, in tutte le fasi di recupero del dipinto. In parallelo si è svolto un programma di Alternanza Scuola Lavoro, in collaborazione con il Liceo Classico Ariosto di Ferrara, dedicato all’approfondimento tecnico e umanistico e alla valorizzazione dei beni culturali. Oltre al restauro, era previsto anche uno studio in laboratorio di innovative tecniche di decontaminazione microbiologica a base di batteri probiotici, già utilizzati per la pulizia di ambienti ospedalieri, sotto la gudia della dott.ssa Elisabetta Caselli. Nello specifico, a fine 2018 si è scoperto come i batteri Bacillus sono in grado di combattere i microrganismi cattivi che rovinano i dipinti antichi, essendo “ghiotti” di alcuni pigmenti usati sulla tela, come la lacca rossa e le terre rosse e gialle. Durante il restauro e le ricerche, l’opera era stata temporaneamente esposta nella navata sinistra del Santuario di Santa Maria in Vado, in un allestimento studiato per la fruizione del pubblico, essendo parte integrante del percorso espositivo della mostra a Palazzo dei Diamanti “Carlo Bononi. L’ultimo sognatore dell’Officina ferrarese” (curata da Giovanni Sassu e Francesca Cappelletti), terminata a gennaio 2018. Gli ultimi sei mesi Dalla Relazione tecnica redatta dal Comando Provinciale Vigili del Fuoco di Ferrara e dell’arch. Maddalena Coccagna del CIAS, è possibile ripercorrere a grandi linee gli ultimi mesi prima della ricollocazione dell’opera. Lo scorso ottobre sono state eseguite le prime analisi della documentazione e delle criticità, per arrivare a febbraio con il primo sopralluogo dei VVF, e ad aprile per il secondo. Ciò che è emerso è che il telaio ligneo di supporto del quadro, realizzato in occasione degli interventi svolti negli anni ’90 e posto internamente alla cornice del quadro, era fissato alle travi di copertura della Basilica attraverso un sistema di barre filettate, rimosso nel 2012. Essendo state smontate le placchette metalliche di ancoraggio al controtelaio in fase di restauro, e trattandosi di un metodo di fissaggio che non consente una sicura e agevole rimozione dell’opera, si è provveduto a modificare il sistema complessivo di sostegno della tela. Il telaio in legno è stato quindi dotato di punti di presa in acciaio inox, fissati tra loro e a barre preforate, sempre in acciaio inox, per non dover forare la cornice in legno di sostegno, per non dover inserire un’eventuale nuova controstruttura in acciaio, che avrebbe appesantito il tutto, per poter gestire agevolmente, dal sottotetto, il bloccaggio delle zanche di fissaggio ai travetti e alle capriate in legno, e, infine, per creare punti di sollevamento ben distribuiti, che non sbilanciassero la tela nelle fasi di sollevamento, utili al posizionamento del quadro all’interno della cornice posta sul transetto. A metà maggio, le giornate decisive: dal 13 al 15 è stata effettuata la verifica dello stato del film pittorico, la stesura di un nuovo strato protettivo, ed è stato realizzato un attacco sulle travi della capriata sovrastante il centro del transetto. Sono stati poi posizionati i cavi di acciaio nei punti di ancoraggio in acciaio fissati al telaio in legno, e la squadra dei VVF si è posizionata nel sottotetto, in corrispondenza del transetto, dove sono state calate due funi centrali per consentire il sollevamento della tela. Il 16 maggio scorso, sono infine stati chiusi i fori di passaggio dei cavi e pulito e smontato il cantiere: la Vergine Maria raffigurata dall’artista ferrarese, è tornata a vegliare dall’alto sull’intera comunità.

“Corresponsabilità” per restituire edifici e opere alla comunità

I lavori di restauro e ricollocazione del tondo di Bononi sono stati pubblicamente illustrati nella tarda mattinata di lunedì 20 maggio nel chiosto di Santa Maria in Vado. Dopo i saluti del Rettore del Santuario di via Borgovado, don Fabio Ruffini, ha preso la parola il Sindaco Tiziano Tagliani per sottolineare “l’importante collaborazione fra Comune e Regione per l’accesso ai fondi post-sisma” e come “un’intera città in questi anni si sia unita per risolvere problemi e per restituire edifici e opere d’arte”. Tagliani ha inoltre ricordato come “Ferrara, al pari di Carpi, sia la città con la percentuale più alta di domande di ricostruzione accolte e di cantieri avviati”. Don Stefano Zanella, alla guida dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo della nostra Arcidiocesi, ha invece ricordato una delle funeste cartoline del sisma del 2012, un’altra immagine mariana vittima della furia sismica: quella grande statua della Madonna che ornava la Basilica, precipitata al suolo schiantandosi sul sagrato, per poi essere ricostruita ed esposta nel chiostro del Santuario. Una piccola parentesi don Zanella l’ha aperta poi per accennare ai lavori all’interno della Cattedrale cittadina. Le notizie non solo delle migliori, in quanto si deve ulteriormente rimandare la riapertura, seppur parziale, dell’edificio. Riapertura inizialmente prevista per il prossimo settembre, ma che dovrà slittare in quanto, nello svolgere le indagini sugli otto pilastri portanti, è emerso come le strutture degli stessi siano tra loro differenti. I lavori stanno comunque riportando alla luce anche bellezze celate: in un pilastro, infatti, è stato trovato il capitello e il pilastro originale medievale. E’ toccato poi al Direttore del CIAS di Unife, Sante Mazzacane, spiegare le ricerche svolte e specificare come queste continuino e continueranno ancora, prima di riflettere su come il lavoro sul tondo del Bononi abbia permesso anche di effettuare alcune migliorìe, come ad esempio quella riguardante la nuova illuminazione a led dell’abside, mentre è prevista anche la pulizia e il restauro del portale dell’edificio. “Questi beni artistici – ha spiegato Mazzacane – sono una prosecuzione del nostro io, del nostro essere”, beni comuni da tutelare e valorizzare, anche trasmettendone la passione ai più giovani. Anche per questo, il CIAS ha coinvolto diversi studenti del Liceo Ariosto, i quali, nel periodo di alternanza scuola-lavoro, sono venuti nei laboratori dell’Ateneo per assistere al lavoro. Dopo la proiezione del video delle varie fasi di ricollocazione, ha quindi preso la parola Pietro Di Risio, Comandante provinciale dei VVF, il quale ha posto l’accento sui due problemi principali che si sono dovuti affrontare: l’accessibilità della struttura, per poter arrivare nel sottotetto, e lo studio del sistema di ancoraggio che risultasse più adatto. La soluzione adottata è stata quindi quella di ancorare l’opera alle travi, quindi alla struttura portante, in modo simile a come si usa per i lampadari.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 maggio 2019

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Farmacia Navarra, l’apertura nel 1738: c’era lo Stato Pontificio

10 Gen

nnSi tratta della più antica farmacia di Ferrara. Nel 1738  lo Stato Pontificio concede a Giovanni Battista Nannini il diritto di un esercizio farmaceutico al numero civico 1692 della allora piazza della Pace, oggi Corso Martiri della Libertà, 27. Il 30 gennaio 1864  l’immobile compresa la farmacia è venduta a Filippo Navarra.

Nel periodo in cui fu di proprietà della famiglia Navarra, sino al 1910, la farmacia gode di grande fama: i preparati medicinali erano, infatti, richiesti in tutto il Regno d’Italia.

Nel 1910 i Navarra cedono ai F.lli Bragliani la farmacia che passerà, in mancanza di figli, al nipote Alessandro, il quale nel 1976 cede il diritto della farmacia alla dott.ssa Caretti, e gli arredi alla Facoltà di Farmacia dell’Università di Ferrara. Dopo anni di abbandono, prima in un’aula, poi sotto il porticato che ora accoglie la biblioteca di Facoltà, tra il 1989 e il 1992 prende avvio l’intervento di recupero, grazie al Lions Club Ferrara – Poggio Renatico, e ai Lions di Macerata.

Per far tornare il più possibile gli arredi al loro splendore, vengono anche visionati fotogrammi del film di Florestano Vancini “La lunga notte del ‘43”, che vede la Farmacia al centro delle vicende.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 10 gennaio 2017

[Qui il mio articolo sul sito de la Nuova Ferrara]