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“C’è bisogno di una rivoluzione culturale: muoviamoci, affinché vinca la vita”

6 Mag

Difendere i beni comuni come diritti fondamentali: l’intervento di padre Alex Zanotelli a Ferrara. Lo stretto legame tra neoliberismo, migrazioni e crisi ecologica

z8Una sala gremita – più di 150 persone – ha assistito a Ferrara la sera di giovedì 2 maggio all’intervento di padre Alex Zanotelli. Il missionario comboniano è stato invitato dall’associazione “Il Battito della città” in occasione dell’incontro “Beni comuni a Ferrara. Ripubblicizzare acqua e rifiuti”, svoltosi nella Sala Macchine della Factory Grisù di via Poledrelli 21. La serata, introdotta e moderata da Marcella Ravaglia, ha visto anche gli interventi di Paolo Carsetti (Forum italiano Movimenti per l’Acqua) e Natale Belosi (Rete regionale Rifiuti zero). Fin da subito i presenti hanno capito che non si sarebbe trattato dell’intervento dal “pulpito” di un “esperto” ma della testimonianza umile e concreta di chi lo “scandalo” della povertà e delle enormi disuguaglianze le vive, conoscendone cause, conseguenze e drammi. “Al rione Sanità di Napoli [dove abita dal 2002, ndr] sono in missione. Normalmente si pensa che un missionario va a convertire nel luogo della sua missione: io invece mi sento un convertito. I poveri mi hanno convertito sia a Korogocho in Kenya sia a Napoli”. “Viviamo in un sistema economico-finanziario – soprattutto finanziario – che non fa che aumentare le disuguaglianze”, è stato il suo affondo, poggiante su dati incontrovertibili. Dal Rapporto Oxfam 2019, intitolato “Bene pubblico o ricchezza privata?”, emerge infatti come l’1% più ricco del Pianeta detiene quasi la metà della ricchezza aggregata netta totale (il 47,2%, per la precisione), mentre 3,8 miliardi di persone, pari alla metà più povera degli abitanti del mondo, possono contare appena sullo 0,4%. Disuguaglianze enormi, accompagnate anche da profondi sprechi. “Le migrazioni – ha proseguito p. Zanotelli – sono il frutto amaro di questo sistema profondamente ingiusto, un sistema che rimane tale anche grazie all’enorme produzione di armi, soprattutto quelle atomiche. Nel 2017 – sono ancora sue parole -, è andato in acquisti di armamenti qualcosa come 1739 miliardi di dollari. Se li spendessimo per scuole, ospedali, cultura e molto altro, trasformeremmo il mondo in un paradiso terrestre”. Per far comprendere come le migrazioni siano una stretta conseguenza di questo sistema ingiusto e predatorio, p. Zanotelli ha spiegato come “una delle conseguenze più enormi della crisi climatica sarà di rendere ampie zone dell’Africa inabitabili a causa dell’aumento della temperatura, e questo provocherà migrazioni ben più consistenti nei prossimi decenni”. Viviamo dunque, ha proseguito, “in un sistema economico-finanziario fortemente militarizzato che pesa enormemente sull’ecosistema”. A proposito della questione ecologica, p. Zanotelli cita più volte la “Laudato si’ ”, “un testo straordinario”. “La prima vittima della crisi ecologica – sono ancora sue parole – sarà proprio l’acqua, che sarà sempre più scarsa e quindi sempre più essenziale. Per questo i potentati economici continuano a metterci le mani sopra, perché sanno che è davvero ‘l’oro blu’. Ma questa appropriazione è la negazione di un diritto umano fondamentale, quello dell’accesso a un bene primario per la sopravvivenza, perché solo chi avrà i soldi sufficienti potrà comprarla. Acqua e aria sono beni comuni fondamentali, senza i quali non possiamo vivere”, e non possono quindi essere oggetto di profitto e speculazione. “Ognuno di noi come cittadino, e come comunità – è stato il suo appello – può e deve fare qualcosa, denunciando tutto ciò, attivandosi”, e anche attraverso il consumo critico, “ad esempio nella scelta dell’abbigliamento, e della stessa banca, informandoci su come investe i soldi, oltre a limitare fortemente i consumi stessi”. “C’è bisogno di una rivoluzione culturale per uscire da questa situazione, dobbiamo muoverci. E’ questione di vita o di morte: diamoci da fare, perché vinca la vita”.

“Se non diciamo ‘no’ qui e ora, salta la nostra umanità”: in un libro il j’accuse di p. Zanotelli contro il razzismo

copertina libro zanotelli“Prima che gridino le pietre. Manifesto contro il nuovo razzismo” è il nome dell’ultimo libro di p. Alex Zanotelli, uscito sei mesi fa per “ChiareLettere” con la curatela di Valentina Furlanetto. Un libro che fra i tanti meriti ha, oltre quello della chiarezza espositiva, quello di smontare attraverso episodi e dati, storici e di cronaca, diversi luoghi comuni sulle migrazioni contemporanee, ampliando lo sguardo sulla storia di colonialismi e sopraffazione di cui è triste protagonista il mondo occidentale. Migranti di oggi: lo 0,4% della popolazione europea… “Era facile donare per l’Africa o fare donazioni a distanza quando l’Africa era lì, lontana”, scrive il missionario nel libro. “Era facile dire ‘italiani brava gente’, ma ora che questa gente viene a casa nostra ci rivela che siamo razzisti”. E’, però, “semplicemente ridicolo parlare di invasione”. Sono i dati a smentire certa propaganda: secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), i rifugiati nel mondo sono 65 milioni, l’86% dei quali è ospitato nei Paesi più poveri. Appena il 14% si trova nel ricco Occidente. In Europa gli abitanti sono più di 500 milioni e gli immigrati arrivati negli ultimi sei anni sono meno di due milioni (lo 0,4%). “Eppure ne abbiamo una paura terribile”, scrive p. Zanotelli. “L’Europa ha perso la coscienza, la memoria e l’umanità. Ci preoccupiamo di difendere i nostri valori ‘cristiani’ di fronte ad altre religioni, ma quei valori li stiamo tradendo da soli”. Poco dopo scrive: “Dio non è neutrale, Dio è schierato profondamente. Dio è il Dio degli oppressi, degli schiavi, dei poveri perché Dio non può tollerare sistemi che opprimono e schiavizzano. Nell’esperienza dell’Esodo Dio libera un gruppo di schiavi dal più potente impero di allora. Dio li libera perché diventino una comunità alternativa all’impero. Dio sogna per il suo popolo un’economia di uguaglianza”. Nel libro l’autore denuncia alcuni dei tanti casi di razzismo e violenza contro stranieri avvenuti negli ultimi mesi in Italia, la campagna diffamatoria contro le ONG che salvano i migranti nel Mediterraneo, i patti scellerati fatti con la Libia e con la Turchia. Ai quali si sono aggiunti i diversi casi di chi sull’accoglienza dei migranti nel nostro Paese ci ha lucrato – di cui parla nell’Appendice la Furlanetto -, gestendo i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) col solo fine di massimizzare i propri profitti. Un sistema di “accoglienza” disumanizzante per i migranti e che ha prodotto veri e propri ghetti, permettendo ad alcuni disonesti (tra cui mafiosi, si veda l’inchiesta “Mafia Capitale”) di lucrare. Ciò che invece ha funzionato è stato il sistema SPRAR, gestito non dalle Prefetture, ma dai Comuni, molto più incentrato sull’accoglienza e l’inclusione, un modello da difendere come qualsiasi progetto di accoglienza diffusa.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 maggio 2019

http://lavocediferrara.it/

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“Vi racconto le atroci condizioni di lavoro di chi produce i vostri capi di abbigliamento”

15 Apr

Il 12 aprile a Ferrara è intervenuta la sindacalista del Bangladesh Kalpona Akter e, a seguire, lo scrittore Giuseppe Iorio, per svelare il sistema di sfruttamento perpretato dai grandi colossi della moda

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“Ogni volta che acquistate un capo di abbigliamento, cercate di chiedetevi: ’che impatto ha il mio acquisto sui lavoratori e sul sistema ecologico?’”. E’ stato questo il monito rivolto ai circa 70 presenti da Kalpona Akter, sindacalista alla guida del Bangladesh Centre for Worker Solidarity, organizzazione a difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Una vita, la sua, spesa in questa missione fin dall’età di 14 anni. Ora ne ha 43 e gira il mondo per denunciare le pessime condizioni di lavoro nel suo Paese e in altre zone del mondo, e le forti responsabilità delle grandi multinazionali occidentali della moda. Il pomeriggio di venerdì 12 aprile è intervenuta a Ferrara (Consorzio Factory Grisù in via Poledrelli) per l’incontro “Il lato oscuro della moda”, organizzato da AltraQualità, cooperativa ferrarese di professionisti del commercio equo e solidale, in occasione del Fashion Revolution day, movimento nato per ricordare le vittime del disastro del Rana Plaza di Dacca (Bangladesh), dove morirono 1133 lavoratori a causa del crollo della fabbrica di abbigliamento, e per promuovere una moda etica e sostenibile. Un’alternativa concreta, ha cercato di spiegare David Cambioli di AltraQualità, a “un sistema economico insensato che, in nome del profitto, non tiene mai in conto i diritti dei lavoratori, negando la loro dignità e il futuro stesso”. “Ho iniziato a lavorare nell’industria tessile del mio Paese insieme a mio fratello, quando di anni ne avevo 12 e lui 10. Ora lotto per cambiare il mondo”. Così ha esordito Akter. “Il Bangladesh è il secondo esportatore al mondo di abbigliamento, dà lavoro a 4 milioni di persone, delle quali l’80% sono donne. Sono persone, però, che lavorano 11-12 ore al giorno per 84 dollari al mese”. Una miseria. “Persone che – ha proseguito – vivono e lavorano in condizioni pessime a livello igienico e di sicurezza, per non parlare degli abusi psicologici, fisici (anche sessuali) molto frequenti. Ma tutti accettavamo queste condizioni perché non conoscevamo i nostri diritti, e nessuno ce ne parlava”. Fino al giorno in cui Kalpona ha deciso che era ora di cercare di capire e di alzare la voce. “Ho iniziato a studiare la legislazione e ho scelto di iniziare a organizzare altre lavoratrici e altri lavoratori per reclamare i nostri diritti. Avevo 15 anni quando sono entrata nel sindacato, che però non era riconosciuto da Governo e imprenditori, e perciò sono stata licenziata. Ma ho continuato a lottare”. Uno delle più terribili stragi sul lavoro al mondo, perlomeno in epoca moderna, è quella sopracitata di Rana Plaza, avvenuta il 24 aprile 2013. “Dopo questo evento – ha proseguito Akter – si è arrivati all’approvazione di un Accordo sulla sicurezza delle fabbriche e delle costruzioni in Bangladesh”, non firmato però da alcuni colossi come Walmart. “Anche ora l’Accordo è in pericolo, perchè ostacolato da diverse industrie e con i grandi brand che minacciano di ritirare i propri investimenti nel Paese. Inoltre, diversi parlamentari del Bangladesh sono strettamente legati o fan parte dell’industria tessile. Ciò che non è proprio cambiato – sono ancora sue parole – è la libertà di organizzarsi in sindacati, perché chi vi aderisce, viene prima invitato a lasciare l’organizzazione, poi minacciato e infine licenziato. Ciò che vi chiedo – ha concluso – è di fare il più possibile pressione sui brand della moda affinché accettino condizioni dignitose per le lavoratrici e i lavoratori delle loro aziende in Bangladesh e nel resto del mondo. Chi per 30 anni ha lavorato dall’altra parte della barricata è Giuseppe Iorio, impegnato per grandi marchi – tra cui Moncler, Vuitton, Versace, Dolce & Gabbana – proprio nell’organizzazione delle fabbriche delocalizzate in Europa dell’Est e Africa, prima di decidere di denunciare questo iniquo sistema. Iorio ha presentato il suo libro “Made in Italy – Il lato oscuro della moda” (uscito circa un anno fa per Castelvecchi). “Spesso un capo di abbigliamento – ha spiegato – può riportare la dicitura ’made in Italy’, in realtà però non è stato realizzato in Italia ma in un paese dell’est Europa o del terzo mondo, dove la tassazione per le imprese sono molto più basse, e molto più deboli le tutele per le lavoratrici e i lavoratori, oltre a scarsi o inesistenti i vincoli a tutela dell’ambiente. Non esiste però ancora una legge che obblighi le imprese a indicare il luogo reale dove i prodotti vengono fabbricati”. Riguardo agli stessi salari, ad esempio in Romania o Bulgaria (Paesi dell’Unione Europea…) “sono in continuo ribasso da dieci anni”, a causa di questa competizione sfrenata per cui gli Stati, pur di attirare le grandi imprese convincendole a delocalizzare, abbassano appunto costo del lavoro, tasse e vincoli ambientali. Questo naturalmente non solo rende questi Paesi terre di conquista e di sfruttamento da parte dei grandi marchi, ma impoverisce gli stessi Paesi d’origine, come appunto l’Italia, che si vede portare via di continuo imprese, lasciando per strada migliaia di lavoratrici e di lavoratori.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 aprile 2019

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“Riaperture”, nuova associazione nella Factory Grisù

10 Giu
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(foto di Valerio Spisani)

Una nuova associazione culturale fondata da sette giovani fotografi ferraresi, più o meno professionisti, che intende far luce sugli ingranaggi nascosti della fotografia e dunque del vivere quotidiano. Si presenta così “Riaperture”, nuovo progetto artistico-culturale che verrà presentato oggi alle 19.30 nella sede della Factory Grisù in via Mario Poledrelli, 21.

“Vogliamo portare a Ferrara in spazi dimenticati – scrivono i fondatori – nuova energia vitale, attraverso percorsi cognitivi fatti di immagini, parole e azioni. Percorsi espositivi, attività formative e momenti di riflessioni emozionali che portino il visitatore a farsi domande, a scavare nelle proprie viscere”. I giovani ideatori di questo progetto sono Claudia Baldassarra, Maria Chiara Bonora, Giacomo Brini, Francesca Menghi, Valerio Spisani, Elisa Valandro e Fabio Zecchi. Oggi in occasione dell’inaugurazione vi sarà la mostra “3×7”, il dj set di Valerio Spisani, un mercatino di macchine fotografiche, un gioco fotografico. Ingresso 5 euro.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 10 giugno 2016

Strano mix fra tecnologia e ambiente

10 Nov
Da sinistra, Silvia Donini, Riccardo Catozzi e Maria Livia Brunelli

Da sinistra, Silvia Donini, Riccardo Catozzi e Maria Livia Brunelli

Allo Spazio Grisù presentata l’idea degli alberi carica smartphone della Donini

Come unire creatività, ecologia e condivisione? Riflettendo su ciò, l’artista ferrarese Silvia Donini ha ideato il progetto “BR”, curato da Maria Livia Brunelli e presentato domenica nel cortile di Spazio Grisù in via Poledrelli, 21 a Ferrara, alla presenza dell’Assessore Caterina Ferri. Si tratta di tre panchine in legno che “abbracciano” altrettanti alberi. Chiunque si può sedere su queste strutture e ricaricare il proprio smartphone o tablet, grazie a un alimentatore legato a un piccolo pannello solare.

Il progetto fa parte delle attività del Padiglione Italia, coordinate dal prof. Vincenzo Trione, alla 56° edizione della Biennale di Venezia. Nell’importante evento artistico lagunare, il prof. Trione ha infatti organizzato un workshop sul tema della memoria, individuale e collettiva, riscontrando un ottimo successo.

«L’altra idea dominante in questo mio progetto – ci spiega la Donini – è quello della creatività legata alla ribellione». Da qui il titolo, “BR”, nel duplice richiamo, negativo alle Brigate Rosse e alla loro ribellione distruttiva, dall’altra al “barone rampante” del romanzo di Italo Calvino, con protagonista il giovane Cosimo e la sua scelta “sovversiva” di vivere sugli alberi.

E proprio su tre alberi “abitano” le altrettante strutture in legno ideate dalla Donini e realizzate da Riccardo Catozzi di unbelD’ design, mentre i pannelli solari sono stati realizzati dalla start up ferrarese MiDo.

«Il progetto non è, però, legato a un’idea di isolamento, ma anzi – prosegue l’artista – sull’idea di un uso della tecnologia collettivo, per una partecipazione attiva dei giovani». La provocazione ecologica, che unisce tecnologia e ambiente, si aggiunge all’unione che caratterizza la creatività della Donini, con le tre “e” di economia, estetica ed etica.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 10 novembre 2015

Dopo la Biennale di Venezia, il progetto “BR” sbarca a Ferrara

8 Nov

grisùL’arte unisce Spazio Grisù e la Biennale di Venezia. Dopo aver inaugurato durante quest’ultimo evento, il “Progetto BR” sbarca a Ferrara, in via Poledrelli, 21, dove inaugura oggi alle ore 17 e rimarrà in permanenza.

Il progetto nasce da un’idea di Silvia Donini e rientra tra le attività collaterali del Padiglione Italia, coordinate da Vincenzo Trione, alla 56ma edizione della Biennale di Venezia. “BR” inteso come “Barone Rampante” e come sogno sovversivo di vivere sugli alberi, ma attualizzato per i giovani di oggi.

L’artista ferrarese, in collaborazione con alcune imprese che operano nella “Factory creativa” di via Poledrelli ha infatti ideato delle panchine sospese sugli alberi, in cui è possibile ricaricare smartphone e tablet.

“Ho pensato – spiega la Donini – a sedute ecologiche e relazionali, alimentate da pannelli solari. La tecnologia, in questo caso, unisce i ragazzi, mentre digitano, anziché dividerli in isole di incomunicabilità”.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara l’8 novembre 2015

La storia di alcuni designer raccontata in via Poledrelli

4 Ott

Spazio Grisù“Grisù incontra il design” è il nome dell’evento in programma oggi alle 19, in conclusione di Internazionale, allo Spazio Grisù di Via Poledrelli, 21 a Ferrara. Il progetto prevede una serie di aperitivi-cene a pagamento, riservate a un massimo di 30 commensali, durante le quali alcuni designer, accuratamente selezionati dopo una serie di visite di studio ai loro laboratori, racconteranno la propria storia e quella delle loro creazioni.

Nel corso della serata, organizzata da Maria Livia Brunelli, Emanuela Agnoli e Francesca Occhi, ciascun designer avrà modo di fare una breve presentazione, sul modello dello “story-telling”, del proprio lavoro e una piccola esposizione con vendita diretta. I designer selezionati per questa prima serata sono: Altrosguardo, Federica Felisatti, les libellules, Montiblu, Mr Nico, Elena Massari, Rudy Davi.

La cena stessa sarà una intrigante “cena creativa” ideata, creata e servita dallo chef Massimiliano De Giovanni.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 04 ottobre 2015

Workshop di fotografia con il maestro Sabbagh

31 Mag

workshop GrisùUn workshop intensivo di fotografia col maestro Mustafa Sabbagh è iniziato ieri mattina alle 10 e si concluderà oggi alle 18 nello Spazio Grisù in via M. Poledrelli, 21 a Ferrara.

Il corso di due giorni intende alternare teoria e pratica. Sabbagh ieri mattina ha illustrato ai partecipanti la diversità di linguaggi insita nella fotografia, “di come il linguaggio della costruzione di immagini, così composito, possa diventare mezzo e fine, modus e obiettivo”, mentre nel pomeriggio è passato alla progettazione e realizzazione di ritratti. Oggi saranno gli stessi partecipanti a dover realizzare in estemporanea un ritratto.

Mustafa Sabbagh, nato ad Amman (Giordania), dopo una carriera di successo come fotografo di moda in tutto il mondo, concentra la sua ricerca ridefinendo la storia dell’arte attraverso la fotografia contemporanea, “creando una sorta di contro canone estetico al cui interno il punctum è la pelle, diario dell’unicità dell’individuo”.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 31 maggio 2015