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“Vi racconto le atroci condizioni di lavoro di chi produce i vostri capi di abbigliamento”

15 Apr

Il 12 aprile a Ferrara è intervenuta la sindacalista del Bangladesh Kalpona Akter e, a seguire, lo scrittore Giuseppe Iorio, per svelare il sistema di sfruttamento perpretato dai grandi colossi della moda

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“Ogni volta che acquistate un capo di abbigliamento, cercate di chiedetevi: ’che impatto ha il mio acquisto sui lavoratori e sul sistema ecologico?’”. E’ stato questo il monito rivolto ai circa 70 presenti da Kalpona Akter, sindacalista alla guida del Bangladesh Centre for Worker Solidarity, organizzazione a difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Una vita, la sua, spesa in questa missione fin dall’età di 14 anni. Ora ne ha 43 e gira il mondo per denunciare le pessime condizioni di lavoro nel suo Paese e in altre zone del mondo, e le forti responsabilità delle grandi multinazionali occidentali della moda. Il pomeriggio di venerdì 12 aprile è intervenuta a Ferrara (Consorzio Factory Grisù in via Poledrelli) per l’incontro “Il lato oscuro della moda”, organizzato da AltraQualità, cooperativa ferrarese di professionisti del commercio equo e solidale, in occasione del Fashion Revolution day, movimento nato per ricordare le vittime del disastro del Rana Plaza di Dacca (Bangladesh), dove morirono 1133 lavoratori a causa del crollo della fabbrica di abbigliamento, e per promuovere una moda etica e sostenibile. Un’alternativa concreta, ha cercato di spiegare David Cambioli di AltraQualità, a “un sistema economico insensato che, in nome del profitto, non tiene mai in conto i diritti dei lavoratori, negando la loro dignità e il futuro stesso”. “Ho iniziato a lavorare nell’industria tessile del mio Paese insieme a mio fratello, quando di anni ne avevo 12 e lui 10. Ora lotto per cambiare il mondo”. Così ha esordito Akter. “Il Bangladesh è il secondo esportatore al mondo di abbigliamento, dà lavoro a 4 milioni di persone, delle quali l’80% sono donne. Sono persone, però, che lavorano 11-12 ore al giorno per 84 dollari al mese”. Una miseria. “Persone che – ha proseguito – vivono e lavorano in condizioni pessime a livello igienico e di sicurezza, per non parlare degli abusi psicologici, fisici (anche sessuali) molto frequenti. Ma tutti accettavamo queste condizioni perché non conoscevamo i nostri diritti, e nessuno ce ne parlava”. Fino al giorno in cui Kalpona ha deciso che era ora di cercare di capire e di alzare la voce. “Ho iniziato a studiare la legislazione e ho scelto di iniziare a organizzare altre lavoratrici e altri lavoratori per reclamare i nostri diritti. Avevo 15 anni quando sono entrata nel sindacato, che però non era riconosciuto da Governo e imprenditori, e perciò sono stata licenziata. Ma ho continuato a lottare”. Uno delle più terribili stragi sul lavoro al mondo, perlomeno in epoca moderna, è quella sopracitata di Rana Plaza, avvenuta il 24 aprile 2013. “Dopo questo evento – ha proseguito Akter – si è arrivati all’approvazione di un Accordo sulla sicurezza delle fabbriche e delle costruzioni in Bangladesh”, non firmato però da alcuni colossi come Walmart. “Anche ora l’Accordo è in pericolo, perchè ostacolato da diverse industrie e con i grandi brand che minacciano di ritirare i propri investimenti nel Paese. Inoltre, diversi parlamentari del Bangladesh sono strettamente legati o fan parte dell’industria tessile. Ciò che non è proprio cambiato – sono ancora sue parole – è la libertà di organizzarsi in sindacati, perché chi vi aderisce, viene prima invitato a lasciare l’organizzazione, poi minacciato e infine licenziato. Ciò che vi chiedo – ha concluso – è di fare il più possibile pressione sui brand della moda affinché accettino condizioni dignitose per le lavoratrici e i lavoratori delle loro aziende in Bangladesh e nel resto del mondo. Chi per 30 anni ha lavorato dall’altra parte della barricata è Giuseppe Iorio, impegnato per grandi marchi – tra cui Moncler, Vuitton, Versace, Dolce & Gabbana – proprio nell’organizzazione delle fabbriche delocalizzate in Europa dell’Est e Africa, prima di decidere di denunciare questo iniquo sistema. Iorio ha presentato il suo libro “Made in Italy – Il lato oscuro della moda” (uscito circa un anno fa per Castelvecchi). “Spesso un capo di abbigliamento – ha spiegato – può riportare la dicitura ’made in Italy’, in realtà però non è stato realizzato in Italia ma in un paese dell’est Europa o del terzo mondo, dove la tassazione per le imprese sono molto più basse, e molto più deboli le tutele per le lavoratrici e i lavoratori, oltre a scarsi o inesistenti i vincoli a tutela dell’ambiente. Non esiste però ancora una legge che obblighi le imprese a indicare il luogo reale dove i prodotti vengono fabbricati”. Riguardo agli stessi salari, ad esempio in Romania o Bulgaria (Paesi dell’Unione Europea…) “sono in continuo ribasso da dieci anni”, a causa di questa competizione sfrenata per cui gli Stati, pur di attirare le grandi imprese convincendole a delocalizzare, abbassano appunto costo del lavoro, tasse e vincoli ambientali. Questo naturalmente non solo rende questi Paesi terre di conquista e di sfruttamento da parte dei grandi marchi, ma impoverisce gli stessi Paesi d’origine, come appunto l’Italia, che si vede portare via di continuo imprese, lasciando per strada migliaia di lavoratrici e di lavoratori.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 aprile 2019

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Condivisione pubblico-privato per combattere la povertà

14 Gen

Un incontro nel Muncipio di Ferrara il 12 gennaio scorso

[Qui la pagina col servizio]

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Pubblico e privato, mondo laico e mondo cattolico: la realtà della prossimità e dell’accoglienza a ogni forma di povertà e di emarginazione, nel Comune di Ferrara è più che sinergica. E’ un vero e proprio mosaico che – fra tanti aspetti di debolezza, quotidianamente, spesso dimenticato dai talk show mediatici – mettono in atto azioni concrete a breve e a lungo termine per aiutare singoli e famiglie in difficoltà.
Di questo si è parlato la mattina di sabato 12 gennaio nella Sala dell’Arengo del Municipio di Ferrara, nell’incontro “Povertà a Ferrara: intendiamoci”, moderato da Camilla Ghedini, promosso da Comune di Ferrara in collaborazione con ASP – Centro Servizi alla Persona, Agire Sociale, Cooperativa Matteo 25, Centro Solidarietà Carità, Il Mantello Ferrara, Associazione Viale K, Associazione Nadiya, Gruppo locale Monsignor Franceschi, Servizio Accoglienza alla Vita e Caritas. Il contributo di diverse associazioni ferraresi impegnate al contrasto della povertà è stato presentato attraverso video proiettati fra un intervento e l’altro.
Un centinaio i presenti all’evento che ha visto innanzitutto il saluto del Sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani. “La povertà – sono state le sue parole – non riguarda solo la mancanza economica, ma la fragilità sociale, relazionale, tutto ciò che non permette la piena promozione della dignità umana. Nel nostro Paese, purtroppo, alcuni presìdi sono venuti meno – si pensi ad esempio ai piccoli ospedali o ai piccoli uffici postali che vengono chiusi – però, nel nostro stesso territorio sono aumentate le realtà associative, laiche e cattoliche. Ciò è molto importante – ha proseguito – , perché nessuna politica, come quelle sociali, ha bisogno di essere declinata soprattutto a livello territoriale, locale, nel rapporto stretto sul territorio con le persone, nelle ’trincee’ della vita relazionale quotidiana. Cerchiamo quindi di continuare a costruire una città che difenda fino all’ultimo il diritto ad aiutare chi maggiormente ha bisogno”.
L’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio Mons. Gian Carlo Perego ha poi spiegato come “le previsioni ci dicono che nei prossimi anni Ferrara avrà più poveri”, soprattutto giovani, anziani e immigrati. “Per questo è molto importante lavorare insieme, leggendo realisticamente la situazione concreta, e mettendo in atto una vera e propria condivisione dei beni, ad esempio con progetti di mutuo soccorso”.
“Strumenti nazionali e regionali di sostegno alla povertà e all’inclusione lavorativa: quali risposte a Ferrara?” è stato invece il titolo del duplice intervento di Chiara Polloni e Antonella Parisi, Assistenti Sociali di ASP Centro Servizi alla Persona di Ferrara: innanzitutto, sono state illustrate le due principali misure di contrasto alla poverta, vale a dire il REI (Reddito di Inclusione, nazionale) e il RES (Reddito di Solidarietà, regionale), “che hanno permesso di intercettare un numero maggiore di adulti, minori e anziani bisognosi. Come ASP – hanno spiegato – oltre al sostegno economico puntiamo molto anche sull’ascolto dei bisogni, sulla ricerca di soluzioni, attraverso <+nero>una progettazione personalizzata, ad esempio con l’orientamento al lavoro, tirocini inclusivi, aiuto nella gestione delle spese, inserimento nel contesto socio-culturale, e altre forme di assistenza, ad esempio nella fruizione dei servizi”.
Infine, le conclusioni sono state affidate a Chiara Sapigni, Assessore alla Sanità, Servizi alla Persona, Politiche Familiari del Comune di Ferrara: “ci è voluto del tempo – ha riflettuto – per comprendere e riconoscere che la povertà riguarda anche fasce di persone spesso invisibili. Importante è affrontare tutto ciò insieme, nella condivisione, facendo sistema, riprendendo in modo stabile la collaborazione tra di noi su questi temi. Come Amministrazione comunale abbiamo ad esempio realizzato il Piano Povertà e cerchiamo di stimolare il mondo produttivo a fare di più per l’inserimento lavorativo di persone disagiate”.

I dati a Ferrara

“Le condizioni di vita delle famiglie a Ferrara in riferimento al tema povertà” si è intitolato l’intervento tenuto da Caterina Malucelli – Ufficio statistica del Comune di Ferrara, nella mattinata del 12 gennaio scorso. Innanzitutto, alcuni dati dall’Annuario statistico comunale 2017: dal 2009 al 2014 sono stati anni difficili per l’occupazione, ma dal 2015 si osservano segnali di ripresa: diminuiscono le persone in cerca di occupazione, e sono meno i lavoratori in cassa integrazione (300, erano 1.700 nel 2014). Il tasso di disoccupazione nel 2017 cala dal 13,6% del 2014 al 10,8%, dopo la costante crescita osservata dal 2008 al 2014. Il numero di sfratti esecutivi (principalmente per morosità) che erano 245 nel 2013, sono stati in numero inferiore: nel 2017 168 sfratti, 24 in meno rispetto al 2016.
La Malucelli ha presentato in anteprima l’indagine “Povertà a Ferrara 2008-2018”, non ancora pubblicata, basata su campioni di residenti nel Comune di Ferrara. Risulta innanzitutto come il 53% delle famiglie spende totalmente il reddito che percepisce in un anno, non riuscendo quindi a risparmiare (a livello nazionale è addirittura il 70%). Una famiglia su 5 ha difficoltà soprattutto a sostenere le spese mediche, poi le tasse, le spese per abbigliamento e trasporti. Per quanto riguarda la povertà relativa, nel 2009 era del 9,3%, nel 2018 è scesa del 6,7% e riguarda 4.364 famiglie. Le famiglie più a rischio povertà o povere sono quelle con minori, straniere, o anziani soli, o in generale, le donne e le persone divorziate. Nel 2017 sono stati stipulati 30 accordi di separazione tra coniugi e 59 accordi di
divorzio. Infine, continua ad aumentare il numero di famiglie unipersonali, che rappresentano il 40,9% delle totali.

I dati regionali

“Coraggio alzati!” è il nome del nuovo Rapporto regionale sulle povertà 2017-2018 presentato la mattina del 12 gennaio in Municipio da Sauro Bandi, Direttore della Caritas diocesana di Forlì e responsabile del coordinamento regionale Caritas. I dati presenti nel Rapporto fanno riferimento alle sole persone incontrate nei 15 Centri di Ascolto diocesani, nell’anno 2017 e nel I semestre 2018.
Sono oltre 64.300 le persone aiutate dalle Caritas diocesane e parrocchiali presenti su tutto il territorio regionale dell’Emilia-Romagna, circa 20.000 minori. I dati confermano la situazione fotografata dai dati ufficiali Istat che dichiarano il rischio di povertà ed esclusione sociale in regione al 16,1% nel 2016 (dal 13,3% del 2007) e affermano che la povertà assoluta si attesta al 3,3%, pari a circa 65.000 individui.
Si registra una diminuzione delle persone incontrate – andamento che si sta confermando anche nel 2018 – si è passati da 17.120 nel 2015 a 14.633 nel 2017. Le cause di ciò sono tre: calo degli immigrati incontrati, in quanto diversi di loro si sono spostati in altre città di Europa, o sono tornati in patria; propagarsi di azioni e progetti nuovi messi in atto sia dalle Caritas diocesane che da quelle parrocchiali; per l’implementazione di alcune misure di sostegno al reddito, come SIA, REI e RES.
La percentuale degli italiani resta stabile al 31%, ma si registra un aumento di uomini che hanno un’età compresa tra i 50 e i 60 anni che faticano a trovare un’occupazione e sono ancora lontani dalla pensione; spesso vivono in solitudine perché hanno visto fallire i propri rapporti coniugali o perché sono deceduti i genitori; diversi sono finiti a vivere in strada, anche perché l’Emilia-Romagna è tra le regioni con gli affitti più alti di Italia.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 gennaio 2019

Felisi, creazioni di grande qualità: «così l’azienda è cresciuta»

26 Apr

imagesNonostante la propensione globale, cuore e testa di Felisi rimangono saldamente a Ferrara. In via Giovanni Calvino, infatti, vi è la sede principale, con il laboratorio, gli uffici commerciali, la progettazione e lo show room. A poche centinaia di metri si trova un altro capannone dove avviene principalmente il taglio delle pelli. Ma come nasce Felisi? «Nel 1973 – ci spiega Anna Lisa Felloni – il mio ex marito ed io decidemmo di intraprendere quest’avventura. A quei tempi era più facile aprire questo tipo di attività, vi era molto fermento. Abbiamo iniziato in casa producendo cinture, per poi passare alle borse, rivolgendoci soprattutto a una clientela giovanile. La prima prodotta è stata una borsa porta campionario per un nostro amico rappresentante di maglieria: è un modello che produciamo ancora». Negli anni l’azienda è cresciuta, sempre più vi è stato bisogno di dipendenti, oltre che di laboratori, e sempre più grandi. «Quando siamo arrivati nell’attuale sede in via Calvino, ci sembrava così grande che ci chiedevamo come saremmo riusciti a riempirla: poi, negli anni abbiamo addirittura avuto bisogno di altri immobili…». Un periodo di crisi l’azienda l’ha vissuto nel ’93, quando le strade della Felloni e dell’allora marito si sono separate, ma da allora Felisi è ripartito ancora più forte, anche grazie ai fedeli clienti giapponesi.

Oltre alle due sedi nella zona della piccola media industria di Ferrara, dove avviene la lavorazione dei portafogli e di piccole quantità di borse, «abbiamo altri sei laboratori in provincia che lavorano solo per noi. In tutto abbiamo una settantina di dipendenti, quasi tutte donne a parte tre uomini: lo stilista Domenico Bertolani, il Direttore di Produzione e un tagliatore. Le pelli che lavoriamo – prosegue la Felloni – provengono tutte dalla Toscana, per la precisione da Santa Croce sull’Arno, e sono tutte conciate al vegetale». Infine, l’anno prossimo, per i 45 anni dalla nascita, vi è il progetto di una borsa speciale che verrà realizzata in collaborazione con Claudio Gualandi, dove verrà rappresentata “Casa Felisi”.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 26 aprile 2017

Le borse Felisi alla conquista del mondo

26 Apr

Si rafforza il marchio nato nel 1973 in via Cammello. Un simbolo della città diventato sinonimo di classe e affidabilità

18194111_1729248463759087_7954547842983319725_n«La bellezza di Ferrara si “intona” con le nostre produzioni, ma noi vendiamo molto lontano, soprattutto in Giappone e negli Stati Uniti». Lo stemma di una famiglia nobile ferrarese del ‘700 è, ormai da una trentina di anni, amato e apprezzato nel mondo come simbolo di classe e affidabilità, manifestazione concreta di un Made in Italy legato visceralmente al proprio Paese e all’artigianalità tradizionale. Tutto questo, e molto altro, è Felisi, azienda che produce borse e altri prodotti in pelle (tra cui portafogli, valigie, cinture, e beauty case), nata nel 1973 in via Cammello, e che da oltre 20 anni vede alla guida la sola Anna Lisa Felloni, la quale, quasi 45 anni fa, si lanciò in quest’avventura insieme all’ex marito, del quale è rimasto il cognome.

«L’80% della nostra produzione va sul mercato giapponese – ci spiega la Felloni –, dove da circa trent’anni abbiamo gli stessi referenti, e 14 negozi monomarca. Un altro mercato importante l’abbiamo negli Stati Uniti grazie soprattutto al magazzino Barneys (presente tra l’altro a Boston, Chicago, Las Vegas, Los Angeles, New York e San Francisco, ndr), e poi alcuni nostri clienti, in aumento, sono, ad esempio, in Cina e negli Emirati Arabi Uniti». Ma vendere in Giappone (in particolare a Tokyo, ma non solo) significa, per quanto riguarda soprattutto le borse, da una parte adattare i prodotti ai loro gusti, e dall’altra riconoscere che alcune novità dal Paese del Sol Levante stanno cambiando anche le nostre mode e abitudini: «per il Giappone – prosegue la Felloni – facciamo un campionario dei nostri prodotti leggermente modificato in base alle loro esigenze, ad esempio per quanto riguarda le dimensioni, più contenute. Una novità che notiamo molto più in questo Paese rispetto all’Italia, è il fatto che l’uomo ormai non usa solamente la classica borsa da lavoro, ma cerca sempre più anche una borsa per il tempo libero, spesso unisex».

Si potrebbe dire, perciò, che la conquista, da parte di questa piccola azienda, del mercato mondiale, sia frutto di un duro e costante lavoro finalizzato a rafforzare, sempre più, un rapporto di fedeltà coi propri clienti che non si fondi sul mero acquisto di un oggetto utile, ma diventi riconoscimento di bellezza e simbolo di “italianità”.

«Ormai ogni anno cresciamo, anche se in modo contenuto in quanto la nostra è una produzione artigianale», e dunque, per sua natura, diversa da quella di una grande azienda con produzione di massa. «In ogni caso – prosegue la Felloni – la crescita delle nostre vendite avviene in tutto il mondo in mondo lento ma costante, continuo e graduale: solitamente i nostri clienti iniziano col comprare un nostro prodotto, poi, a lungo termine, se notano la qualità e la resistenza, tornano per acquistare altri nostri prodotti. Insomma, possiamo dire di avere “pochi” clienti ma estremamente fedeli».

Per quanto riguarda i luoghi dove poter trovare i prodotti Felisi, tre sono i negozi monomarca, due a Ferrara (in corso Giovecca, 27, e l’outlet in via Zucchini, 11) e uno a Milano, in via Fiori Chiari, 5. Per il resto, il marchio si può trovare in tanti punti vendita in Italia e nel mondo. Solo per citarne alcuni, nel nostro Paese a Bologna, Genova, Milano, Livorno, Rimini, Venezia, Trento e Napoli, mentre all’estero, in sei negozi in Austria, due a Parigi, tre a Londra, diversi in Germania e Svizzera, ma anche in Spagna e Svezia. Una fama internazionale che ha permesso anche di avere tra i propri clienti affezionati, un regista di fama mondiale come Wes Anderson: «dopo aver acquistato una nostra borsa in un negozio a Londra, circa due anni fa tramite la sua segretaria ci ha scritto una mail per commissionarcene un’altra, modello bowling, e negli anni ha continuato a contattarci per altri ordini, tutti prodotti realizzati proprio nel nostro stabilimento in via Calvino a Ferrara. Abbiamo scoperto che anche Vincent Cassel in “Agent Secrets” [film del 2004 con nel cast anche Monica Bellucci, ndr], porta sempre con sé una borsa Felisi».

«In Italia – ci spiega ancora la Felloni – vendiamo relativamente poco soprattutto per via della crisi, anche se, comunque, le vendite sono in leggero aumento». Infine, le chiediamo quanto di “ferrarese” sia rimasto in Felisi. «Il legame con Ferrara è sempre forte, tengo tantissimo alla nostra città: con i suoi pro e contro, è un luogo bellissimo, che si “intona” con noi, nel senso che è una città di carattere, proprio come i nostri prodotti».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 26 aprile 2017

 

 

Incursione a vuoto da Felisi

6 Apr

I malviventi cercavano prodotti finiti

imagesNuovo tentativo di furto la notte scorsa ai danni di uno dei due capannoni dell’azienda Felisi nell’area della piccola-media industria di Ferrara Nord. All’incirca all’una di notte tra martedì e ieri, alcuni ladri hanno tentato di entrare nel capannone adibito a laboratorio della nota azienda ferrarese, forse nella convinzione, errata, della presenza all’interno di borse e altri articoli già finiti. I malviventi sono riusciti nell’intento di togliere tutta la guarnizione verticale laterale di gomma della porta antincendio sul retro dell’immobile, non riuscendo però ad entrare.
Felisi non è di certo nuova a questi tentativi di furto. Circa due anni fa, nello stesso capannone, alcuni ladri hanno cercato di entrare sfondando la porta a vetri di fianco all’entrata principale. Diversi, poi, i tentativi di furto, purtroppo andati a segno, nella sede principale di via Calvino, l’ultimo dei quali a metà dello scorso novembre, quando i ladri hanno forzato una porta laterale del magazzino e, una volta all’interno, hanno portato via una sessantina di prodotti, per un valore di circa cinquantamila euro. Infine, nel dicembre del 2015 alcuni malviventi, dopo aver sfondato una parete, avevano svaligiato il magazzino portando via ben duecento borse.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 06 aprile 2017

Lavoro e guerra, conferenza all’ISCO

27 Ott

iscoNella Sala Conferenze dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara (in vicolo Santo Spirito, 11) domani si svolgerà un corso di aggiornamento sul tema “Lavoro e guerra nelle campagne: storiografia e didattica”, organizzato dalla Società italiana di storia del lavoro e dall’ISCO.

Questo il programma della giornata: dalle ore 10, vi sarà l’introduzione di Michele Nani (Isem-Cnr, Roma), “Lavoro e guerra nelle campagne del mondo antico” di Alessandro Cristofori (Università di Bologna), e “Difendere il territorio, servire il signore. Vassalli in armi e professionisti della guerra tra Medioevo e Prima età Moderna” con Michele Rabà (Isem-Cnr, Milano). Nel pomeriggio, dalle 15, “La Rivoluzione Militare nelle campagne italiane della prima età moderna: soldati, contadini e fortezze” con Giulio Ongaro (Università di Verona), “Struttura corporativa e campagne padane in guerra” con Roberto Parisini (Università di Ferrara).

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 27 ottobre 2016

In Ariostea incontro sulle disuguaglianze

20 Set

Palazzo Paradiso Ariostea“Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle” è il libro scritto dagli economisti Maurizio Franzini e Mario Pianta (Laterza, 2016) che viene presentato oggi alle ore 17 nella sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara (via delle Scienze, 17). Interverrà l’autore Maurizio Franzini, docente all’Università La Sapienza di Roma, introdotto da Giuliano Guietti, presidente dell’Ires, l’istituto di ricerche economiche e sociali della Cgil Emilia-Romagna. L’incontro fa parte del ciclo curato da Istituto Gramsci e Istituto di Storia contemporanea di Ferrara, “Le parole della democrazia”, ed è stato organizzato in collaborazione con lo Spi-Cgil di Ferrara.

Andrea Musacci