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Piazza Ariostea e portico occupati dai concerti

18 Giu

Il 13 giugno è iniziato il Ferrara Summer Festival: ecco tutte le “invasioni” irregolari dei due luoghi storici e tutelati. E il parcheggio sopra i resti archeologici

Il Ferrara Summer Festival è partito: sabato 13 giugno alle ore 19 via con la musica per la serata che ha avuto il suo culmine col concerto della rock band “A perfect circle”. Il giorno successivo, pomeriggio e sera metal a partire dalle ore 15. Con buona pace – si fa per dire – di residenti del quartiere e della città intera che sotto i propri occhi stanno assistendo a un’indifferenza nei riguardi delle leggi, del rispetto dei luoghi tutelati e degli spazi collettivi.

IL PORTICO USATO COME SALOTTO

Facciamo il punto. Una volta che il Comune ha consegnato – pur in ritardo – le richieste di autorizzazione per l’uso della piazza, lo scorso 9 giugno la Soprintendenza ha scritto in merito all’utilizzo del porticato di Palazzo Rondinelli, di proprietà delle Suore della Carità. Ricordiamo che da agosto 2027 l’Istituto paritario “San Vincenzo” (con nido, infanzia, primaria e secondaria di primo grado) si trasferirà in Borgo Punta, per un nuovo complesso assieme alla Sant’Antonio. Questa e la S. Vincenzo sono gestite dalla Cooperativa Mondo Piccolo. 

Nella lettera al Comune, la Soprintendente Eugenia Valacchi «autorizza l’occupazione di suolo del sottoportico di palazzo Rondinelli» solo nei termini «di 22 tavoli con panche che dovranno essere montati e smontati ad ogni spettacolo e collocati in deposito in area non visibile dalla pubblica via e non fruibile dal pubblico; nessuna struttura dovrà essere agganciata/appoggiata alle strutture del palazzo; ogni altra struttura ad oggi installata dovrà essere tempestivamente smontata entro 3 gg dalla ricezione della presente, in caso contrario dovrà essere adottata ogni misura di nostra competenza per il rispetto di tale prescrizione».

Era stato il Comune di Ferrara in una lettera del 25 maggio scorso alla Soprintendenza a proporre «la definizione di un corridoio pedonale protetto sulla strada via Cortile, in aderenza al colonnato, per soddisfare la percorrenza, e conferma la necessità d’uso dell’intero portico per attività di “hospitality con tavoli”, allegando un dettaglio di mappa che illustra il posizionamento di 22 tavoli con panche, dichiarandone l’uso esclusivamente durante i singoli eventi». Ma in una lettera al Comune del 21 maggio scorso, la Soprintendenza fu molto più categorica: «Tenuto conto dell’ampio e prolungato periodo di occupazione e rilevato, nella scorsa edizione del 2025, lo scarso decoro connesso all’uso del portico di palazzo Rondinelli sottratto alla pubblica fruizione per troppo tempo, non si concede l’uso del sottoportico di palazzo Rondinelli per alcuna funzione connessa all’evento, esso dovrà rimanere spazio pubblico per tutta la durata della concessione e nessuna barriera protettiva di perimetrazione dovrà essere addossata o collegata agli elementi del portico stesso, mantenendo una distanza minima di sicurezza di 1 metro dal ciglio esterno delle tre facciate su strada».

Ma il 4 giugno in un sopralluogo il funzionario arch. Keoma Ambrogio aveva «constatato che oltre la metà del portico di palazzo Rondinelli risulta completamente chiusa alla fruizione pubblica con pannelli in legno o mdf alti oltre 250 cm agganciati alle colonne del portico con fasce di nylon (per controventamento) con due porte di accesso agli estremi corti con scritto “divieto di accesso ai non autorizzati”; oltre alla presenza al di sotto del portico di un gazebo di circa 3×3 m di larghezza, si nota il posizionamento di fili con lampadine che ornano lo spazio intercluso e che risultano tese alle catene del portico; non avendo la possibilità di osservare l’interno si presuppone che siano allestiti arredi per il catering; si è infine rilevato che il portico è altresì occupato da merce in fase di spostamento». Nei giorni successivi, il portico sarà occupato integralmente dal backstage/hospitality.

Sempre nella stessa lettera al Comune del 9 giugno, la Soprintendenza aggiunge di aver «messo in campo ogni possibile misura di piena collaborazione nel concedere l’uso nonostante la manifestazione fosse ormai programmata ben prima della richiesta di concessione avanzata in prima battuta erroneamente dall’associazione e successivamente riproposta dal Comune».

ANCORA PIÙ SPAZIO PUBBLICO OCCUPATO

E nella stessa missiva, la Soprintendente segnala altre importanti irregolarità nell’area concerto: la torretta di regia che passa «da 240 mc a ben 1325 mc» (metri cubi); «vengono proposte, oltre le due torri delay (per il controllo della diffusione dei suoni, ndr) già concesse, 2 nuove torri Europoint (per il sostegno delle apparecchiature, ndr) da 40×40 H6.5m con relativa zavorra in cls (calcestruzzo, ndr) armato alla base, un’area che normalmente viene poi resa libera alla fruizione nei giorni di non uso e che così risulta ulteriormente occupata; il palco viene dichiarato uguale a quanto concesso e uguale all’edizione 2025, ma dalla planimetria si evince che sono aggiunte 2 file di moduli sul retro; l’area bar ad ovest dell’obelisco nella concessione ha 6 gazebo, mentre nell’integrazione ne presenta 10 di pari entità, quindi con un aumento di 4 gazebo, in un’area che normalmente viene poi resa libera alla fruizione nei giorni di non uso e che così risulta ulteriormente occupata; sul perimetro est dell’invaso vengono proposti 2 production truck ovvero dei camion di quasi 20 metri; 14 monoblocco 6×2,4m e un monoblocco area doccia in area retropalco vengono proposti in vari angoli verdi nella zona est della piazza, al di sopra dell’invaso con definizioni quali “produzione locale”, “produzioni varie”, “MC2”; altri 2/3 volumi di nuova proposta sono attestati di fianco all’area “Cella frigo” lungo via Cortile di fronte al portico di palazzo Rondinelli; per l’area del sottoportico di palazzo Rondinelli, il cui uso è stato negato dalla prescrizione della ns nota n. 8046/2026 sopra citata, si cambia dalla destinazione d’uso “camerini – ufficio” a destinazione d’uso “catering prod. Locale – catering artisti + MC2” confermando l’interdizione dell’intero portico alla fruizione pubblica». Insomma, una piazza che non dovrebbe essere occupata viene occupata…ancora di più.

PARCHEGGI FOLLI

Un altro aspetto è nella sopracitata lettera che la Soprintendenza invia al Comune di Ferrara il 21 maggio; in essa scrive: «rilevata la nuova richiesta, rispetto all’edizione 2025, di utilizzo dell’area verde di proprietà della provincia di Ferrara collocata tra le vie Leopardi e Orlando furioso (a ridosso delle Mura, vicino al liceo Roiti, ndr), premesso che la richiesta dovrebbe pervenire a nome del titolare dell’area, ovvero la provincia di Ferrara, o dal Comune in possesso di delega formale, tenuto conto altresì che l’area sorge al di sopra dei resti archeologici della villa di Belvedere e che tale area e che un uso a parcheggio, ancorché temporaneo, risulterebbe un precedente grave nella tutela del sito sul quale negli anni questo Ufficio si è speso, in collaborazione con Codesta Amministrazione, per attività di ricerca archeologica, non si concede l’uso a parcheggio dell’area suddetta». Ma i posti auto in questo parcheggio il Comune li aveva disposti alla prenotazione on line (su “Park for fun”) almeno dallo scorso aprile. 

E come parcheggio è stata usata domenica 14 giugno – ancora una volta – l’area nel cimitero della Certosa.

LA CRITICA DEL 2022

Infine, ricordiamo come nel maggio 2022, in risposta all’Associazione Butterfly, la Soprintendenza (allora presieduta da Alessandra Quarto), diede un giudizio netto sul progetto di concerti di quel tipo in p.zza Ariostea; ecco alcuni stralci: «appare evidente che l’utilizzo, per finalità di tipo “privato”, di uno spazio urbano connotato da una valenza identitaria tanto marcata (…) può essere ritenuto ammissibile solo a condizione che esso non snaturi, per modalità di esercizio e per finalità perseguite, la valenza culturale della grande piazza/giardino rinascimentale». «Ed invece, nella presente fattispecie, è da rilevare che l’utilizzo “privato” che viene ipotizzato per la concessione in uso di Piazza Ariostea non si raccorda in alcun modo con la valenza del luogo come testimonianza dell’identità e della storia cittadina». (…) nulla è pensato e dislocato in modo tale da consentire agli spettatori di avere un qualsiasi rapporto con il luogo che non sia di mera fruizione utilitaristica e strumentale dello stesso: una anonima “location scelta solo in funzione della spazialità che offre per facilitare l’afflusso e la permanenza degli spettatori. Anche l’elemento centrale della piazza, la colonna sormontata dalla statua di Ariosto, è totalmente negletta». Intervenne poi il Ministero della Cultura (allora guidato da Dario Franceschini) che mise a tacere la Soprintendenza. Da allora, la piazza e il portico sono diventati terra di saccheggio.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026

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Vasco Rossi e le vere aperture di una città: una riflessione dopo i concerti

9 Giu

Le tante chiusure di una città che sempre più si fa abbagliare dall’illusione di guadagni facili, che non esistono. E che in cambio di questa illusione, sacrifica spazi comuni, luoghi protetti e il vivere civile

di Andrea Musacci

Ferrara città aperta: alla musica, ai turisti. Questa, la narrazione dominante nell’ultimo anno. Lo stesso si disse in occasione del concerto di Springsteen, e lo si ripete come un mantra per ogni grande concerto. L’idea che sempre più ci facciamo, al contrario, è quella di una città chiusa. Chiusa da parte di chi la amministra, nei confronti dei cittadini (residenti nelle aree interessate e non) che 5-6 mesi l’anno protestano per i forti disagi che vivono in termini di mobilità, inquinamento acustico, tutela e rispetto per gli spazi pubblici. Chiusura – che diventa dileggio, violenza verbale, insulto – di una parte di ferraresi nei confronti di chi dice no allo scempio della città. 

GRATTACIELO USURPATO

Ma chiuso, da gennaio scorso è il Grattacielo, che si erge come simbolo di un’enorme ingiustizia, torri come dita puntate al cielo a implorare giustizia. Aperti, invece, il 5-6 giugno nel parco Coletta antistante il gigante vuoto, erano i quattro “food truck” (i camioncini per il magna&bevi) e il “Birrabus 30”, «il più grande beer truck d’Europa, dotato di 300 spine simultanee e di una capacità di 1.800 litri», recitava compiaciuto un comunicato dell’ufficio stampa della Giunta comunale. E sempre lì, aperto era il bar “Mai guai”, purtroppo però con musica a volume altissimo fin dalla mattina del 5, tanto non c’è nessuno da disturbare lì dentro, e c’è da trasformare il parco in attrazione per turisti, gente di passaggio. I bambini e le mamme del Grattacielo, non ci sono più nel parco: al loro posto per due giorni (ma perché non renderli monumenti perpetui della città mordi&fuggi?) bagni chimici multicolori fluo, fin davanti la cancellata che divide le torri dal parco. 

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026

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Tanti soldi pubblici, danni ambientali e zone rosse: Ferrara “occupata” per Vasco Rossi

5 Giu

MEGACONCERTI. Il 5 e 6 giugno la città di Ferrara sarà letteralmente invasa da 120mila persone in occasione dei concerti di Vasco Rossi. Ma al di là delle luci, a rimetterci sono le casse comunali, la vita e il benessere di cittadine e cittadini, le risorse naturalistiche e la dignità della città

di Andrea Musacci

Chiunque viva Ferrara nel tempo libero, può dire che la nostra è tutt’altro che una città morta: che ci si concentri sull’ambito culturale in senso ampio, su quello artistico – in tutte le sue espressioni – o più ludico, sportivo e naturalistico, innumerevoli sono le iniziative quotidiane. Al contrario, una certa narrazione ideologica dominante negli ultimi anni, vuole convincerci che senza i grandi concerti Ferrara sarebbe un luogo morto. È anche grazie a questa nenia (ben manovrata da chi amministra la città) che da anni si giustificano grandi eventi musicali con un impatto devastante a livello naturalistico (nel caso soprattutto del Parco Urbano), della tutela del centro storico UNESCO (si vedano piazza Ariostea e piazza Trento e Trieste) e in generale sulla vita delle persone che a Ferrara ci abitano. Se sommiamo i concerti di marzo, quelli imminenti di Vasco, il Ferrara Summer Festival e il Buskers Festival privatizzato (con i rispettivi tempi preparatori e di smontaggio), circa 5 mesi in un anno vedono la nostra città invasa e occupata da manifestazioni espressioni della logica dominante di estrattivismo urbano che avvantaggia pochissimi – già benestanti – commercianti e i grandi investitori esterni.

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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(Foto Federico Vecchiatini)

Concerti in piazza Ariostea, tante le violazioni accertate

25 Mag

A due settimane dall’inizio del Ferrara Summer Festival, il Comune non ha ancora presentato i documenti per avere il via libera dalla Soprintendenza. I residenti ci spiegano tutte le violazioni ai danni dei cittadini e del patrimonio. E la stessa Soprintendenza nel 2022 sollevò forti critiche, ignorate dal Ministero allora guidato da Dario Franceschini

di Andrea Musacci

L’edizione 2026 del Ferrara Summer Festival (FSF) in programma dal 13 giugno al 26 luglio (per un totale di almeno 19 serate musicali, più due da confermare) nella centrale piazza Ariostea, potrebbe essere a rischio. A meno di un mese dall’inizio, infatti, Comune e organizzatori non hanno presentato la documentazione necessaria e, di conseguenza, la Soprintendenza non può dare il proprio parere sulla fattibilità dei concerti in quello che è un luogo «di interesse storico e artistico» secondo un D.M. del 1999. A rendere nota la situazione, una 50ina di residenti rappresentati dall’avv. Francesco Vinci, che hanno scoperto l’assenza dei permessi solo dopo una complessa vicenda amministrativa. A inizio dicembre, infatti, avevano presentato un’istanza di accesso agli atti, ignorata dal Comune tramite silenzio-diniego. I richiedenti hanno quindi fatto ricorso al TAR, che ha condannato l’ente pubblico all’ostensione dei documenti. Solo una volta ottenute le carte, i firmatari hanno potuto accertare la mancanza delle autorizzazioni. 

IRREGOLARITÀ / 1: LA RICHIESTA LA DEVE FARE IL COMUNE, NON BUTTERFLY

La Soprintendenza, dunque, non può dare il proprio parere perché il Comune non ha ancora inoltrato la richiesta di autorizzazione ai concerti: la richiesta è stata, infatti, inoltrata dall’Associazione Musicale Butterfly, organizzatrice dei concerti. Si tratta di un’«illegittimità dell’intero procedimento autorizzativo per difetto di legittimazione dell’istante». Per legge, infatti, la Soprintendenza può dialogare solo col Comune in quanto titolare pubblico del territorio. L’Associazione Butterfly, soggetto privato, non ha il potere legale di attivare questa procedura. 

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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Ridateci il Ferrara Buskers Festival! Riflessioni sull’evento: fra teloni, balzelli e tornelli, dov’è finita la sua essenza?

1 Set

di Andrea Musacci

Polemiche e imbarazzi, confusione e battibecchi. Se è vero che il Ferrara Buskers Festival (FBF) da quando è nato nel lontano 1988 ha sempre diviso l’opinione pubblica cittadina, è altrettanto vero che la formula a pagamento ideata dagli organizzatori ha creato dall’anno scorso non pochi malumori, polarizzando ulteriormente il dibattito. Quel che abbiamo percepito è un senso di disagio diffuso per la perdita di un punto di riferimento, di una certezza: che il FBF pur essendo una manifestazione sicuramente complessa e variegata, per sua natura faceva della libertà di movimento qualcosa di irrinunciabile.

Invece, il Covid ha segnato la fine di un’epoca: nel 2020 la formula era di tre concerti a sera per ognuno dei cinque luoghi del centro scelti con biglietto a 12 euro. L’anno dopo, sarà di 10 euro, col Festival dentro Parco Massari. L’anno scorso, Quadrivio degli Angeli e Parco Massari a 11 euro (+ eventuali costi di prevendita), mentre quest’anno tra i 10 e i 12 euro (8-10 euro per l’ultima giornata) a seconda del periodo di acquisto del biglietto (+ 2 euro su Ticket Master per avere il biglietto digitale). Pagamento è sinonimo inevitabile di chiusura, separazione. Di transenne e teloni neri. Di varchi presidiati, oltre che da giovani volontari, da robusti vigilantes privati a sorvegliare la zona rossa, il nuovo privé allestito fra il Castello e Palazzo San Crispino, con tanto di sdrai e cuscini sul Listone in un’oasi surreale che ha tolto ulteriormente magia e senso dell’imprevisto alle esibizioni degli artisti. Non si tratta, qui, di mettere in dubbio la qualità e la serietà di quest’ultimi; ma la privatizzazione del cuore di Ferrara è una scelta politico-ideologica che va contro la libera arte; arte a cui l’organizzazione dovrebbe limitarsi a dare una forma, un ordine minimo, un nome e una voce. Nulla di più.

Vedere invece musicisti e giocolieri recintati all’interno di un’area protetta ha dato la sensazione di trovarsi dentro uno dei tanti festival, o in un “circo”… Storicamente, al contrario, la pur inevitabile “area buskers” non segnava in modo netto un dentro e un fuori, ma i suoi confini erano più simbolici che fisici. Vi era aria, respiro, comunicazione e fluidità: i buskers davano maggiore risalto alla nostra città – soprattutto al centro, ma non solo. Trasmettevano un’energia, un calore, una bellezza estetica che scuoteva le strade e i muri di Ferrara ma senza stravolgerne la natura. Negli anni, la città e il suo Festival (che il mondo ci ha sempre invidiato) erano tra loro sempre più fusi pur senza confondersi. 

E non reggono le obiezioni dei costi sempre crescenti: i contributi pubblici, infatti, sono alti e in continuo aumento, gli sponsor non mancano e nemmeno le erogazioni liberali.Si semplifichi, piuttosto, il contorno, l’eccesso, e si torni alla semplicità degli esordi.

Leggendo rassegne stampa e tesi dedicate negli anni al Ferrara Buskers Festival, tre citazioni in particolare mi hanno colpito, ma non stupito (perché raccontano quell’essenza del Buskers Festival che – ora – ci vogliono convincere non sia davvero così essenziale…). La prima è di Monica Forti, addetta stampa del Ferrara Buskers Festival, che in un articolo del 23 luglio 1988 uscito su “La Voce di Ferrara-Comacchio” scriveva: «Quantificare l’afflusso del pubblico è praticamente impossibile, proprio per la peculiarità della manifestazione che non richiede spazi chiusi né tributi pecuniari» (corsivo nostro). La seconda è di Giancarlo Petrini, uno che di teatro popolare e di strada se ne intendeva…: «Lo spettacolo di strada è contemporaneamente spettacolo di “cappello”», scrisse. «Nella piazza non si paga un regolare biglietto per assistere alle singole esibizioni» (in “La piazza delle meraviglie”, Trapezio, Udine, 1999) (corsivo nostro). Terza, ma non meno importante, la citazione da un articolo uscito su “Il Resto del Carlino” il 20 agosto 2000, in cui Beppe Boron e Fabio Koryu Calabrò spiegavano così la loro idea del “Grande Cappello”, la possibilità – cioè – di donare una piccola cifra che sarebbe andata per 2/3 a progetti solidali, mentre 1/3 sarebbe rimasta nelle casse del FBF: si chiede «solo mille lire a testa perché non vogliamo entrare in concorrenza con gli artisti di strada». A ricordarci, quindi, 25 anni dopo, che l’unica forma di contributo economico legato all’artista di strada non può che essere quello libero, spontaneo (non obbligatorio) che lo spettatore dà direttamente al busker.

Tutto il resto – barriere, teloni neri, “polizia” privata e balzelli – sono un’offesa alla libera cultura e ai luoghi della città, beni comuni da valorizzare e non da affittare con tanto di tornelli.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 settembre 2025

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Veneziani, 70 anni per la sua Accademia Corale

27 Feb

Nel 1955 a Ferrara nasceva l’Accademia Corale “Città di Ferrara”, poi intitolata al suo direttore, il Maestro ebreo Vittore Veneziani.Questi diresse anche il coro della Scala di Milano e andò in esilio in Svizzera: ecco la sua storia

di Andrea Musacci

La scorsa settimana sono state ufficialmente presentate le iniziative per l’anno 2025 dell’Accademia Corale “Vittore Veneziani”, in occasione dei 70 anni dalla nascita.

La costituzione dell’Accademia Corale “Città di Ferrara” (così si chiamava alla nascita e per i primissimi anni) risale al 1955 e vede come promotori il senatore comunista Mario Roffi (Presidente), ex Assessore alla Pubblica Istruzione e Belle Arti del Comune di Ferrara, Renzo Bonfiglioli (Vice presidente, membro della Comunità ebraica) e il maestro Vittore Veneziani, direttore artistico. Veneziani fu omaggiato dall’Accademia nel ’58 – anno della sua morte – prendendone il nome. In seguito, la “Vittore Veneziani” fu diretta da Emilio Giani, poi (dal 1980 al 2000) dal maestro Pierluigi Calessi. Sotto Calessi, vengono eseguite tre incisioni discografiche e numerose tournée all’estero (fra cui, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Croazia, Russia, USA, Israele, Belgio) e l’Accademia ottiene il Premio Willaert (1988) e il Premio Stampa assegnato dai giornalisti ferraresi (1989). 

Dal settembre 2000 al 2019 si sono poi succeduti alla guida i maestri Giuseppe Bonamico, Stefano Squarzina, Giordano Tunioli, Maria Elena Mazzella e Teresa Auletta, da settembre 2019 Maestro del coro e dal 2020 direttrice artistica.

FERRARA, LA SCALA, L’ESILIO, IL RITORNO IN PATRIA: VITA DI VENEZIANI

Vittore Veneziani (Ferrara, 25 maggio 1878 – Ferrara, 14 gennaio 1958) nasce in una famiglia ebraica di Ferrara; il padre Felice è commerciante in via Vignatagliata, corista dilettante e appassionato di musica. Forse anche grazie a lui, Vittore si forma nella Scuola Comunale di Musica “Frescobaldi” per poi perfezionarsi in Composizione al Liceo Musicale di Bologna allora diretto dal Maestro Martucci. Nei primi anni di carriera è attivo come direttore di coro e compositore presso la Sinagoga di Ferrara, collaborando con il collega e amico Fidelio Finzi. Come scrive Uberto Tedeschi (1), in via Vignatagliata «teneva la sua bottega di commerciante il padre di Vittore, Felice, anche lui appassionato di Musica e corista». Agli allievi di quella scuola del 1938-1943 «in un ricostruito ghetto mussoliniano di Ferrara» insegnò «matematica Riccardo Veneziani, fratello di Vittore e a quest’ultimo somigliantissimo».

Un interessante aneddoto racconta la giovinezza estense di Veneziani (2): egli «rimase affascinato dalla lettura di una lirica, stampata nel 1900 dalla Zanichelli, ad opera dal poeta ferrarese Domenico Tumiati (1874-1943). Si tratta de La badia di Pomposa, un componimento in versi, lodato dal Carducci, celebrante la storia, i personaggi e le meraviglie artistiche del celebre monastero situato non lontano da Ferrara. Fu così che passeggiando una mattina presso il castello estense, Veneziani incontrò l’attore Gualtiero Tumiati (1876-1971), giovane concittadino fratello di Domenico, e gli disse: “Mi vria musicar La badia di Pomposa, vòi far na cantada a quater vòs, cori e grand’ orchestra”». Ne avrebbero fatto un melologo – declamazione di un testo letterario con accompagnamento musicale – con musica di Veneziani e recitazione di Gualtiero Tumiati. L’opera venne presentata nel novembre del 1900 nel prezioso scenario del Palazzo dei Diamanti.

Dopo importanti esperienze a Venezia, Torino e Bologna (e la morte della moglie nel ’18 per la spagnola), nel 1921 – anno di svolta per il Secolo breve – viene chiamato a dirigere il coro della Scala di Milano: «gli giunge infatti una lettera di Arturo Toscanini, col quale aveva già collaborato al Teatro Dal Verme di Milano (…). Inizia un legame a tre – Toscanini, Veneziani e La Scala -, che, con la sola tragica parentesi tra il ’38 e il ’45 dell’allontanamento di entrambi i Maestri, doveva durare oltre un trentennio» (3).

Una pagina del quaderno di Veneziani ci restituisce la violenza di quei momenti drammatici: nel novembre ’38, infatti, annota: «Licenziato dall’incarico alla Scala perché di razza ebraica». Al ritorno di Veneziani a casa, «trovandola piena di fiori di solidarietà, pare abbia esclamato» con amara ironia: “Ho assistito al mio funerale!”». Per il suo «orgoglio di italiano – prosegue ancora Tedeschi – aveva rifiutato di abbandonare la Patria, malgrado i numerosi invii di prestigiose istruzioni estere e di Toscanini stesso. A Milano, dunque, umilmente ma con grande passione, accettò di dirigere il Coro della scuola Ebraica e, saltuariamente, quelli delle Sinagoghe di Milano, Firenze e Torino. Si può immaginare l’emozione che i canti di invocazione a Dio e alla libertà infondevano in anni così bui!».

La sua amata Patria accetterà, però, a malincuore di lasciarla 6 anni dopo, nel febbraio ’44, in seguito al crollo del regime fascista e all’occupazione nazista nel nostro Paese. «Si salvò rifugiandosi in Svizzera», racconta Stefani (4). Il 21 febbraio ’44 lui e il fratello Riccardo passarono la frontiera italo-svizzera grazie all’aiuto del finanziere Salvatore Corrias (partigiano combattente di “Giustizia e Libertà” / Brigata “Emanuele Artom”), poi fucilato dai nazisti a fine gennaio ’45 per aver salvato centinaia di ebrei dalla deportazione (5). Veneziani «fu ospitato presso un istituto di suore a Roveredo, nei Grigioni italiani (…). Iniziò a dirigere, lui ebreo, il coro parrocchiale. La chiesa aveva bisogno di restauri. In Svizzera, dove non cadevano bombe, li si poteva fare anche in quell’epoca. Furono terminati agli inizi del ’45. Per l’inaugurazione il parroco chiese a Veneziani di comporre una messa. Vinta qualche titubanza, il maestro accettò. Della composizione si erano perdute le tracce». Grazie alla ricerca di Laura Zanoli (6), bibliotecaria del Conservatorio “Frescobaldi” di Ferrara, il manoscritto è stato ritrovato tre anni fa. I suoi due anni in Svizzera «furono quindi molto prolifici». Scrisse molto per la liturgia cattolica, «pur mantenendo i legami con la cultura e la musica ebraica»: qui, infatti, elaborò anche i Canti spirituali d’Israele, conservati anch’essi nell’archivio del “Frescobaldi”.

Tornato nella sua amata città, Veneziani diresse nella Sinagoga un coro in memoria dei soldati caduti in guerra. Come racconta Caselli (7), «lasciata la Scala (di Milano, ndr) nel 1954, entriamo nella storia di Ferrara: è un periodo breve quel che rimane a Veneziani, ma intenso, pieno di fervore, di passione musicale e soprattutto – destinato a lasciare un segno nel tempo. Renzo Bonfiglioli e Mario Roffi gli creano le condizioni per costituire un nuovo complesso corale, tutto suo, tutto ferrarese. Il Maestro vi si dedica con grande energia, e già il 28 giugno del 1955 l’Accademia Corale “Città di Ferrara”, Direttore Vittore Veneziani, può effettuare il suo primo concerto al Palazzo dei Diamanti, con un programma interamente dedicato ai suoi amati cori verdiani. L’attività prosegue ancora per due anni (per la precisione fino al 27 settembre 1957, con un concerto a Portomaggiore), e si caratterizza per alcune realizzazioni di grande importanza all’Abbazia di Pomposa, ancora ai Diamanti e a San Francesco (…). Nel frattempo aveva costituito, all’interno dell’Accademia, un gruppo di madrigalisti per il repertorio specialistico della polifonia classica. Già aveva anche progettato di partecipare ad un Festival a Vienna, previsto per l’estate 1958, a cui voleva portare, riunite, l’Accademia di Ferrara e quella di Milano, ma non fece in tempo a realizzarlo. Moriva infatti il 14 gennaio del 1958 (…)».

In un’intervista rilasciata nel ’55 da Veneziani alla Radiotelevisione Svizzera, parla anche della nascita della sua corale, il “Coro Città di Ferrara”, poi diventata Accademia Corale “V. Veneziani”: «da tanti anni – dice – ho il sogno di realizzare un coro nella mia città». Un sogno divenuto realtà, una realtà ancora oggi carne viva di Ferrara, suo vanto e sua voce, ben oltre le Mura antiche che la delimitano.

NOTE

1. Nel volume In memoria di Vittore Veneziani, Accademia Corale “Vittore Veneziani” della città di Ferrara, 2008.

2. Dalla tesi «Volano sulla torre alati i cuori … /Naviga nell’azzurro Parisina». Un fortunato melologo di Domenico Tumiati e Vittore Veneziani, di Giovanni Francesco Amoroso, Corso di Laurea in Musicologia e Beni Musicali, Università degli Studi di Milano, a.a. 2006/2007.

3. Tedeschi, in In memoria di Vittore Veneziani, cit.

4. Vittore Veneziani, a Ferrara la sua messa ritrovata, Piero Stefani, La Voce di Ferrara-Comacchio, 11 novembre 2022.

5. Nel 2006 la Commissione dei Giusti di Yad Vashem ha attribuito a Salvatore Corrias il titolo di “Giusto tra le Nazioni”.

6. Zanoli è autrice della tesi Il fondo Vittore Veneziani: un’ipotesi di catalogazione e riordino (Master di I livello in Archivistica, Diplomatica e Paleografia, UniFe, a.a. 2022-2023). Il fondo Veneziani, conservato presso la biblioteca del Conservatorio Frescobaldi di Ferrara, è stato donato dalla signora Germana Jesi Pesaro, nipote del maestro, al Comune di Ferrara agli inizi degli anni ‘70.

7. Angelo Caselli, in In memoria di Vittore Veneziani, cit.

***


Il programma completo del 2025: iniziative nella chiesa di SanPaolo e in Svizzera

L’8 marzo a Pesaro la terza e ultima tappa del percorso con FIDAPA Ferrara, FIDAPA Pesaro, EVAP Valencia, Contrada di Santa Maria in Vado, Ensemble Enchiridion e WunderKammer Orchestra Divisione Danza WKO-ADA Associazione Danze Antiche, su Lucrezia Borgia. 

Il 22 marzo nella chiesa di S. Paolo, Ferrara, iniziativa “La Passione”, oratorio laico-spirituale sui temi della Passione evangelica calati nel nostro tempo. In collaborazione con Associazione “Amici della Nave OdV”, Cantori del Volto e Orchestra Antiqua Estensis

Il 19 maggio al Teatro Comunale di Ferrara esecuzione della Messa in Do minore K. 427 di W.A. Mozart, con l’orchestra del Conservatorio “Girolamo Frescobaldi” di Ferrara. Ruolo del tenore a Raffaele Giordani. 

Il 20-21 settembre a Roveredo, nel Cantone Grigioni in Svizzera, dove il Maestro Veneziani si rifugiò per sfuggire alle leggi razziali, la Corale eseguirà la Messa proprio nella località in cui Veneziani la compose. 

Il 4 ottobre, chiesa di S. Paolo a Ferrara, Missa Hercules Dux Ferrariae di Josquin des Prez. 

Nel mese di novembre (data da definire), la 35^ edizione della Rassegna Corale “Mario Roffi”. 

Infine, il tradizionale Concerto di Natale (luogo da definire), con esecuzione dell’Oratorio di Natale op. 12 di Camille Saint-Saëns, in collaborazione con l’Orchestra Città di Ferrara diretta da Giulio Arnofi.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 febbraio 2025

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Far “salire al cielo” la parola: il Coro e l’Orchestra “Immacolata”

18 Gen

25 gennaio, Conversione di San Paolo Apostolo. La sera, concerto nella chiesa di San Paolo a Ferrara del Coro e Orchestra “Immacolata”. Abbiamo intervistato il Direttore Giorgio Zappaterra

a cura di Andrea Musacci

Innanzitutto, facciamo un bilancio dei primi mesi di vita del Coro e Orchestra “Immacolata”.  E quali altri concerti avete in programma?

«Il Coro è nato 15 mesi fa, e poco dopo si è formata l’Orchestra. Dopo l’esordio, avvenuto il 3 marzo scorso al Monastero delle Clarisse del Corpus Domini di Ferrara, siamo stati chiamati a svolgere il servizio liturgico presso la chiesa dell’Immacolata, in Cattedrale, alla riapertura della chiesa di San Paolo, a San Cristoforo della Certosa, per un totale di 11 uscite. Quello del 25 gennaio è il nostro primo concerto. Nei prossimi 5 mesi sono previsti diversi impegni, fra cui un altro concerto nel mese di maggio a San Giorgio. Chi vuol essere informato sulla nostra attività può seguirci su Instagram (www.instagram.com/coroeorchestraimmacolata).

Il bilancio di questi primi mesi è molto positivo, in primo luogo per la crescita del coro nella coesione e nell’amicizia, nelle capacità espressive, nell’interazione con i musicisti. Fare musica insieme favorisce il superamento delle barriere generazionali: in coro tra il più giovane e il più vecchio c’è una differenza di 60 anni, in orchestra di 50 anni ma si lavora tutti con impegno ed entusiasmo per raggiungere l’obiettivo comune, contribuire alla bellezza della celebrazione. In tanti ci hanno ringraziato per averli aiutati a vivere la liturgia con intensità e raccoglimento».

(Leggi l’intervista completa qui)

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 gennaio 2025

Abbònati qui!

Rock’n’roll theology: Springsteen e la fede

10 Mag

In vista dello storico concerto di Bruce Springsteen a Ferrara il 18 maggio, scopriamo come in molti dei suoi testi siano presenti le domande della fede: vita e peccato, morte e redenzione, comunione e salvezza. Un viaggio nell’umano

di Andrea Musacci

Spesso si riduce a un gioco ozioso il voler attribuire etichette di “cristianità” a scrittori, registi, cantanti. La bellezza nell’indagare la loro spiritualità spesso non dichiarata, d’altra parte, porta alla luce come l’immaginario biblico (neo e vetero testamentario) sia così radicato nelle nostre vite da non poterlo eludere. Ed è una forza, la sua, non derivante da veri o presunti “indottrinamenti” ma dalla radicalità di come l’umano e il divino vengano, in ogni pagina della Bibbia, sviscerati, dando una risposta alla sete di verità e di assoluto insita in ogni persona.

Questa premessa per dire di come anche la poetica di un grande cantautore come Bruce Springsteen – che il prossimo 18 maggio si esibirà al Parco Urbano di Ferrara con la sua E Street Band – sia infarcita di parole e immagini legate al tema della colpa, della salvezza, della comunione.

Ne parla ad esempio Luca Miele, giornalista di “Avvenire”, nel suo libro “Il vangelo secondo Bruce Springsteen” (Claudiana ed., 2017), che l’autore presenterà il 13 maggio alle ore 18 nella sede di “Accademia” (chiostro chiesa di San Girolamo, accesso da via Savonarola), nell’incontro dal titolo “Everybody’s Got A Hungry Heart. Un viaggio alla riscoperta di sé nella musica di Bruce Springsteen”.

È lo stesso Miele a chiedersi innanzitutto se nel caso di Springsteen si possa parlare di “rock’n’roll theology”, o meglio di teologie (al plurale) nei suoi brani, vista l’ambivalenza e la frammentazione del tema religioso in esse contenuto. Di certo c’è, ad esempio, il legame con la “teologia nera” contenuta nei gospel e negli spiritual. 

CATTURARE LA VITA

E come nella musica del riscatto e della redenzione dei neri, è l’esistenza concreta, di carne e sangue, a essere imprescindibile. La sua ricerca, insomma, si muove sempre coi piedi per terra, pur con uno sguardo capace di rivolgersi verso l’alto. Springsteen – scrive Miele nel libro – sa «muoversi, senza rotture, con disinvoltura, tra i campi del secular e del religious. Infondere, catturare la vita – esprimere le sue cadute, le sue speranze quotidiane – dentro e con un tessuto di simboli, immagini, figure trasparentemente religiose. Springsteen, però, non decide né per l’uno né per l’altro, la sua scrittura si muove in quello spazio di indistinzione tra secular e religious, tende gli orli di secular e religious fino a farli toccare, li spinge a sconfinare, a ibridarsi, contaminarsi. Uno restituisce, specchiando, l’altro. La liberazione è qui, è ora». E ancora: «Lo storytelling di Springsteen non mira a svelare il mistero, ma a incarnarlo nelle vite che canta. Non mira a sciogliere il secular e il religious, ma a rendere trasparente la loro cucitura». 

IL PADRE E LA CASA: AMBIVALENZE

A Freehold, nel New Jersey, dove visse l’infanzia e l’adolescenza, Bruce frequentò la primaria nell’istituto della sua parrocchia, la St. Rose of Lima, per poi trasferirsi alla Freehold High School dove si diplomò nel 1967. L’approccio del giovane con la scuola cattolica fu difficile, in quanto non accettò la disciplina imposta dalle suore. A questo, si aggiunse il difficile rapporto col padre Douglas, costretto a cambiare vari lavori per mantenere la famiglia (Bruce ha due sorelle), e malato di depressione. Proprio il tema del padre torna spesso nei suoi brani, in una continua lotta con questa figura, nel tentativo di allontanarla, di comprenderla e infine di riconciliarla a sé. 

Un percorso lungo, questo, che passa nelle sue canzoni dall’immagine del peccato ereditato, nelle forme della malattia mentale (la depressione, appunto) e della malattia dell’anima (l’incapacità di amare): «la catena dell’amore è la catena del peccato», è una «de-generazione», scrive ancora Miele. Il lavoro – simbolo della figura paterna – è vissuto, esso stesso come colpa da espiare.

«Molte delle mie canzoni hanno a che fare con l’ossessione del peccato», ha riconosciuto lo stesso Springsteeen. Da questo abisso, ne uscirà solo con l’amore per una donna e per il loro figlio, diventando quindi egli stesso padre. 

Ma lo stesso luogo domestico, protetto e pieno di calore, può nascondere fantasmi che ritornano, mali mai del tutto sconfitti: «posso sentire la soffice seta della tua camicetta / e quelle leggere emozioni nella nostra piccola casa divertente / poi le luci si spengono e siamo solo noi tre / io, te e tutte quelle cose di cui abbiamo paura (…) / Un uomo incontra una donna e questi si innamorano / ma la casa è infestata» (Tunnel of love, 1987). O ancora: «Stasera il nostro letto è freddo / Sono perso nel buio di un amore / Dio abbia misericordia dell’uomo che dubita delle sue certezze» (Brilliant Disguise, 1987).

La casa è quindi infestata dall’ospite del male. E dalla certezza che è un ospite sempre inatteso, sempre indesiderato: «Io non riesco a capire neppure ciò che faccio», scrive San Paolo: «infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Romani 7, 15-19).

NELLA COMUNITÀ, OLTRE LA COMUNITÀ

Come uscire dalle sabbie mobili in cui il male ci trascina, dalla sua mano che non ci lascia la gola? «La salvezza individuale, o qualcosa che le si avvicina, esiste veramente?», si è chiesto alcuni anni fa Bruce Springsteen. «O non è forse che nessuna salvezza individuale è possibile, e che qualsiasi forma di salvezza si realizza soltanto stando insieme? Dopo tutti questi anni sono convinto che la risposta sia chiara: non c’è salvezza senza unità». È la comunità, è l’altro a salvarci, ogni volta. In un altro brano, Land of hope and dreams (2001), scrive Miele, «è la comunità intera a essere il luogo in cui si fa, in cui si tenta, in cui ci si approssima, in cui si incarna la liberazione. La comunità è il farsi stesso dell’evento liberazione». Nulla di astratto, di vanamente idilliaco, quindi. Ma nemmeno qualcosa che possa ridurre tutto alla fragilità dell’esistere terreno. Ancora Miele: «Nelle canzoni di Wrecking Ball (2012, ndr), la giustizia è insopprimibilmente legata a un rinvio, si situa in un altro orizzonte, rimanda a una eccedenza, si disloca. Questo orizzonte, questa eccedenza, è la trascendenza». L’inappagabile può essere appagato solo da qualcosa di incommensurabile.

LA RISURREZIONE, L’ASCESA VERSO “L’ALTRO MONDO”

In The Rising, l’album dedicato agli attentati dell’11 settembre 2001, sempre presente è la tensione fra quell’abisso di polvere, fantasmi, corpi straziati (quel Nothing man, uomo annullato nel suo corpo, nella sua speranza), e l’urgenza di «articolare l’inarticolabile, trasformare il grido in dolore, il dolore in rappresentazione, la rappresentazione di ciò che sfugge alla presa di ogni rappresentazione – il vuoto, la perdita, la morte – in senso». La morte, quindi, non è l’ultima parola, sembra dirci il cantautore. Nella sua autobiografia, è lui stesso a scrivere: «Tra le tante immagini tragiche di quella giornata, ce n’era una in particolare che non riuscivo a togliermi dalla testa: quella dei soccorritori che salivano mentre gli altri scendevano di corsa per salvarsi. Quale senso del dovere, quale coraggio c’era dietro quell’ascesa verso…che cosa? L’immagine religiosa dell’Ascensione, il superamento del confine tra questo mondo, un mondo fatto di sangue, lavoro, famiglia, figli, fiato nei polmoni, terra sotto i piedi, tutto ciò che è vita, e…l’altro mondo (…). Insieme alla rabbia, al dolore e al lutto, la morte apre una finestra di possibilità per i vivi, rimuovendo il velo che “l’ordinario” ci posa delicatamente sullo sguardo. Aprirci gli occhi è l’ultimo, amorevole dono del martire».

In questo immolarsi risuona il grido della Croce presa su di sé per la salvezza, in quella salita che è, insieme, al Golgota (alla morte) e al Cielo. Contro le macerie del male, il desiderio è di innalzarsi verso quella luce che non muore.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 maggio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

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Roberto, fan da quando aveva 10 anni: «un incontro che mi ha cambiato la vita»


Roberto Mela (a sinistra) assieme a due amici (Caterina Maggi e Francesco Turrini) nel 2016 al concerto di Bruce Springsteen al Circo Massimo di Roma

«Undici anni fa lo vidi per la prima volta in concerto: quel giorno mi cambiò la vita». Roberto Mela ha 26 anni, è praticante commercialista e ha una passione smisurata per tutto ciò che riguarda Bruce Springsteen. Il 18 maggio, naturalmente, sarà uno degli oltre 50mila presenti al Parco Urbano. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Come e quando hai conosciuto Springsteen?

«A casa mia abbiamo sempre “respirato” la musica di Springsteen:mio padre è andato a sentirlo nel suo primo concerto in Italia, lo storico San Siro del 1985, e da allora non ha mai smesso. Nel 2007, lo ricordo bene tornare a casa dal negozio di dischi con il cd nuovo: qualche giorno dopo l’ho ascoltato da solo. L’album si apre con Radio Nowhere: rimasi folgorato da quell’intro».

Il primo concerto, invece?

«Fu l’indimenticabile notte di Firenze del 10 giugno 2012: ha piovuto tutto il tempo, tornai a casa fradicio ma con il cuore pieno. Quella sera vidi sul palco un uomo che dava veramente tutto per ciò che amava fare. Quante volte nel lavoro ti capita di incontrare gente così? Quel giorno mi cambiò la vita, fu uno dei miei primi concerti e se da allora sono andato a più di cento live di artisti diversi, in Italia e all’estero, è solo per ritrovare quel che ho visto quella sera in lui».

Quali altri suoi concerti hai visto?

«Nel 2013 a Padova e a Milano, nel 2016 a Roma e di nuovo a Milano. E dopo Ferrara, il prossimo 16 giugno andrò a sentirlo a Birmingham…».

Cosa ti ha colpito la prima volta della sua musica?

«Dei suoi testi mi colpisce come sia capace di trattare i temi della vita di tutti i giorni, dagli amori ai dolori, dalla famiglia al lavoro, con un tono che esalta la realtà dei personaggi».

Immagino sia difficile, ma se dovessi scegliere una sua canzone…

«Thunder Road. Springsteen l’ha sempre definita come “un invito” e per questo l’ha messa come prima traccia dell’album Born To Run».

I suoi testi sprigionano religiosità. Come definiresti la sua fede?

«Nell’autobiografia Springsteen parla chiaramente della sua fede, di come la sua formazione cattolica non l’abbia mai lasciato. In un’intervista disse:”Io frequentavo una scuola cattolica. L’anima non è un’astrazione per un bambino. È molto reale. La prendi alla lettera. E l’immaginario cattolico, così come la Bibbia, è un modo straordinario di esprimere il viaggio dell’uomo, dello spirito umano. Io ritorno a quelle immagini d’istinto”. In un’altra, in merito al disco The Rising, ha affermato:”Penso che le canzoni facciano appello a una sovrapposizione sfumata di queste idee: il religioso e la vita quotidiana devono in certo qual modo fondersi”, per cui egli afferma di muoversi “verso un immaginario religioso per spiegare l’esperienza”. E nel 1988, prima di un concerto, introducendo la canzone Born To Run disse: “Alla fine ho capito che la libertà individuale finisce per non significare nulla se non è collegata a degli amici, a una famiglia e a una comunità”. È la stessa concezione di libertà individuale che ho incontrato nella compagnia della Chiesa, nella fraternità di CL».

Un’identità chiara, quindi, la sua…

«Sì. Anni fa, nei suoi spettacoli a Broadway, ripeteva: “Una volta che diventi cattolico, non puoi più uscirne”. E in quell’occasione, per 256 serate ha concluso i concerti recitando il Padre Nostro al pubblico».

Tre sue canzoni dove il tema religioso è più marcato, che vuoi condividere con noi? 

«Penso, fra le tante, a “Jesus Was an Only Son” e ad altre due in particolare: “Land of Hope and Dreams”, nella quale c’è una terra promessa a cui si può tendere insieme, che prende dentro tutti e questo dà senso alla comunione. La salvezza non è individuale ed è per tutti. E poi, “My City Of Ruins”, dell’album The Rising, scritto dopo l’attentato alle Torri Gemelle, in cui nel testo arriva a pregare il Signore per avere la forza di risorgere».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 maggio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Grazie a Dio, la polvere che siamo diventa gloriosa»: mons. Marco Frisina a Ferrara

6 Feb
Mons. Marco Frisina a Ferrara

Giornata per la Vita. Erano oltre 150 le persone che la sera del 4 febbraio si sono ritrovate a S. Stefano per il concerto con le meditazioni di mons. Marco Frisina

L’uomo senza Dio è destinato alla sopraffazione, a perdere la propria vita, come se quel soffio vitale che è lo Spirito non lo abitasse. È stato un intervento magistrale quello che mons. Marco Frisina ha donato la sera del 4 febbraio scorso alla nostra città. Oltre 150 i presenti nella chiesa di Santo Stefano per l’incontro organizzato da SAV Ferrara, Scienza&Vita e Ufficio diocesano Famiglia in occasione della 45a Giornata per la Vita.

Il compositore romano ha alternato i propri commenti ai canti del Coro S. Maria Assunta di Cernusco sul Naviglio diretto dal M° Franco Cipriani. Questi i brani eseguiti: “Credo in te”, “La vera gioia”, “Jesus Christ you are my life”, “O luce radiosa”, “O Signore nostro Dio”, “Un cuor solo”, “Verbo della vita”. 

La serata ha visto i saluti introduttivi di don Franco Rogato, uno degli organizzatori, e di Chiara Mantovani del SAV, mentre un saluto finale l’ha rivolto il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego. Commovente anche l’intervento conclusivo della stessa Mantovani, la quale ha ricordato la vita del beato Hermann di Reichenau, monaco benedettino e compositore del “Salve Regina” e oggi, per molti, vita sacrificabile in quanto “storpio” a causa della sua paraparesi spastica.

Quel «pupazzo di polvere» follemente amato da Dio

«L’uomo oggi vive in una prosperità apparente, si illude così di essere vivo ma si dimentica l’aspetto creaturale. Dio è scomparso dai nostri orizzonti e noi ci illudiamo di poter prendere il suo posto». Così mons. Frisina ha introdotto le proprie meditazioni. «Ma poi, nei momenti drammatici ci si accorge», anzi ci si “ricorda”, «di essere poveri uomini, con una fragilità impensabile, fino alla morte in cui quelle illusioni così forti all’improvviso scompaiono».

Dio, infatti, ha prima fatto l’uomo come «un pupazzo di polvere», ma poi gli ha infuso il soffio vitale nelle narici. È lo Spirito Santo, «la Vita di Dio, il Suo “respiro”». Dio – che è essenzialmente amore, dono e relazione – in questo modo, donandogli la vita, «dona sé stesso all’uomo». E poi «maschio e femmine li fece», anche se oggi – ha commentato – «si fa questa distinzione del “genere”», che porta «in maniera un po’ ridicola» all’indistinzione.

L’uomo quindi porta con sé il sigillo di Dio, che «imprime il suo volto nel cuore dell’uomo», facendolo così diventare simile a Lui, ma non facendolo diventare come Lui. Questa è anche una sorta di «condanna» per l’uomo, che ha «nostalgia di Dio, dell’assoluto, una nostalgia più forte di qualsiasi altra cosa. L’uomo desidera tutto, l’assoluto, Dio, ma non può raggiungerlo, anche se è fatto per Lui». Questo voler avere tutto, lo può anche portare a confondere Dio con le cose (questo è il peccato), quindi all’avidità: anche nelle cose materiali, «l’uomo ha bisogno di tutto, cerca il tutto». E qui si inserisce il diavolo, che «“vende” all’uomo ciò che l’uomo già possiede, ma presentandoglielo in una maniera talmente accattivante da illuderlo di non averlo già» (che significa anche credere che «può fare a meno di Dio»). Questa avidità, questo autoinganno portano alla volontà di dominio e alla sopraffazione. Ma è proprio qui, è proprio così che l’uomo per guadagnare tutto, «perde tutto, si degrada, torna polvere», quella polvere che è, senza Dio.

Ma la polvere degli esseri umani – ha proseguito mons. Frisina con un’intuizione superba – è anche rappresentata da quelle con le quali «copriamo noi stessi, le maschere dietro le quali ci nascondiamo», come Adamo quando, dopo il tradimento, “scopre” di essere nudo, capisce cioè di essere polvere e null’altro. Dio continua però ad amare l’uomo, e «l’uomo può riprendersi la gloria perduta tornando a Dio», non nascondendosi e non fingendo più, «riscoprendo che il proprio cuore è immagine di Dio», il luogo dove può trovarLo. Proprio per questo, il santo non è – come spesso si pensa – colui che è perfetto, ma «colui che si lascia perfezionare da Dio». Non sono le opere, ma la grazia, a liberarci dalla miseria: «lo Spirito Santo per ognuno di noi realizza dei vestitini di grazia su misura, perché Dio odia le cose fatte in serie, la massificazione, la globalizzazione omologante. Ama, invece, la diversità, che è ciò che davvero ci arricchisce».

È dunque – ha concluso – lo Spirito Santo la Vita stessa – «soffio dolce e violento» – «ciò che rende gloriosa la polvere che siamo». 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 febbraio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Per chi suona la campana? Un cammino per riscoprirlo

4 Ott
Giovanni Vecchi durante il Cammino

Giovanni Vecchi, maestro campanaro ferrarese, dal 5 al 29 settembre ha compiuto un pellegrinaggio a piedi da Bologna a Roma. Obiettivo: far conoscere quest’antica arte. Lo abbiamo incontrato

di Andrea Musacci
Cercare nuove vie per far conoscere, o riscoprire, un’arte antica come quella campanaria. Questo l’obiettivo, anzi la direzione, di Giovanni Vecchi, maestro per i campanari ferraresi, che lo scorso 29 settembre ha concluso il suo Cammino da Bologna a Roma per portare a quante più persone – di volta in volta insieme ad altri campanari bolognesi o da solo – l’arte di chi suona le campane.

Domenica 5 settembre la partenza da Porta Saragozza a Bologna verso il santuario di San Luca per poi raggiungere l’8 il santuario di Montovolo e poi nella valle del Reno per il “triduo sonoro” di annuncio della festa della Natività della Vergine. Il 9 il cammino è ripreso verso San Miniato in provincia di Pisa, dov’era previsto un incontro per spiegare l’iniziativa. Poi di nuovo giù verso la Capitale, passando, tra l’altro, per Siena, Bolsena e Viterbo.

Giovanni Vecchi, originario di Bologna ma residente a Ferrara dal 1985, lavora nel mondo delle telecomunicazioni, occupandosi in particolare di ponti radio e misure. «L’essere un campanaro – ci spiega – è comunque una parte che riguarda la mia vita nel senso più pieno del termine». Una vocazione che l’ha convinto ad attraversare a piedi mezza Italia per portare il suono e l’anima di quest’arte.


Giovanni, da quanto tempo fa parte dei Campanari ferraresi? 

«Il mio rapporto con i Campanari ferraresi è piuttosto profondo: ho avuto la fortuna di essere il loro maestro e di avere trovato in loro la passione che ha permesso di ricostruire la “campaneria” ferrarese, ancor prima del 2007, quando il campanile del Duomo di Ferrara venne restituito al suono a mano».


Come e quando è nata l’idea di intraprendere questo Cammino?

«L’anno scorso durante la pandemia: l’emergenza ha evidenziato da un lato la necessita delle campane, come il Card. Zuppi ha spiegato con chiarezza, dall’altro il fatto che le intenzioni dietro al suono delle campane possono essere approfondite. Cosa meglio di un cammino condiviso per pensare a nuove vie?».


È la prima volta che faceva un’esperienza del genere?

«Sì, tuttavia ho sempre pensato che il cammino, il camminare, il non restare fermi ma essere migratori con il corpo e col pensiero fosse un valore. L’espressione “idea peregrina” mi piace molto, penso che nelle “idee peregrine” si possano celare soluzioni alle difficoltà con cui la vita ci misura».


«Salvaguardare le cose dove le cose sono vive»: in questo modo, in uno dei suoi video-diario pubblicati dai Campanari ferraresi su Facebook, parla del senso del Cammino. Ci spiega meglio?

«Si tratta di osservare e tenere conto della fertilità degli ambienti che ci circondano, dove le idee attecchiscono, possono diventare abbastanza grandi per essere d’ esempio, diventare quindi buone proposte, realizzabili anche in ambienti difficili o refrattari. La refrattarietà alle campane è dovuta a mio parere all’incapacità di spiegare che il loro suono, o meglio la loro voce, non è di chi le suona, ma di chi le ascolta».


Con questo suo Cammino che servizio pensa di aver svolto per i campanari e, soprattutto, per le tante persone che non conoscevano la vostra realtà? 

«Fatico a pensare che un cammino sia un servizio in sé. Se dovessi rappresentare il cammino con un simbolo, userei la freccia, non per la sua velocità ma per il fatto che indica una direzione. Con questo Cammino spero di essere riuscito a comunicare l’idea che occorre una direzione verso la quale andare. Penso che la parola “tradizione” non sia particolarmente utile ai campanari, e forse neppure alla Chiesa, ma penso che le campane siano lo strumento che gli uomini hanno a disposizione per cantare il Creato. Un po’ come fanno gli uccelli, che riempiono di messaggi l’aria senza bisogno di parole».


Come questa esperienza l’ha cambiata?

«Sono stati 24 giorni di buon umore, di fatica fisica e di realizzazione di un desiderio, dove ho avuto la possibilità di ascoltarmi e di guardarmi dentro: non capita sempre, lasceranno il segno».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 ottobre 2021

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