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Cittadini del mondo: modello per una Ferrara di pace e multietnica

12 Giu

«SIAMO QUI PER RIMANERE». Il racconto della realtà nata nel 1993 per far sentire meno soli i tanti stranieri nella nostra città. Integrazione, condivisione e mutuo aiuto le parole d’ordine. Nei disegni dei bambini/e, il desiderio di sentirsi a casa. Le voci delle volontarie/i dalla sede di via Mura di Porta Po: «il futuro ha anche i volti di queste persone»

di Andrea Musacci

Quando arrivo in via Mura di Porta Po, nello spiazzo antistante la sede di “Cittadini del Mondo” (nello stesso stabile dove sono presenti anche alcuni locali di Viale K, l’Emporio solidale “Il mantello” e alcuni appartamenti), a una lunga corda sono appesi diversi pannelli con disegni e vignette realizzate da bambine e bambini. Titolo di questa speciale esposizione, “Siamo qui per restare: la mia città, il mio quartiere”. È il tardo pomeriggio del 3 giugno, ed è un giorno speciale per “Cittadini del Mondo”: oggi si conclude l’anno scolastico 2025-2026 della scuola di italiano per stranieri, con la consegna dei diplomi.

Daria Giordani (volontaria della Papa Giovanni XXIII) e Lucia Forini lavorano come insegnanti alla Primaria Matteotti; ci spiegano: «le nostre classi 4^ B e 5^ B hanno partecipato a un laboratorio organizzato da “Occhio ai media”», progetto nato nel 2010 da “Cittadini del Mondo” per analizzare articoli sulla stampa locale, nazionale e internazionale e segnalare quelli che mirano a denigrare e discriminare le minoranze etniche. E Livia Bonfà, insegnante alla Primaria Poledrelli, ci spiega come la 5^ A della sua scuola «ha risposto all’invito di “Cittadini del mondo”». Così, diverse bambine e bambini di queste due scuole cittadine hanno cercato di raccontare il quartiere GAD e Ferrara come luoghi ospitali. Come la loro casa. «Mi sono diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bologna e sto concludendo la Laurea Magistrale», ci spiega invece Laura Fioresi, giovane artista e docente “in erba” che ha aiutato le bambine e i bambini a realizzare i disegni. «Con bimbi provenienti da Paesi diversi – ci spiega Robert Elliot (“Occhio ai media”) – abbiamo cercato di comunicare un messaggio semplice» ma non scontato oggi: «questa è la futura generazione, è già qui, sono loro, questi bambini di etnie diverse», che assieme ai bimbi italiani rappresentano l’avvenire del nostro Paese. Bambine e bambini che vivono nei nostri condomini, frequentano le nostre scuole, giocano nei nostri parchi (tanto ricorrenti nei disegni esposti) e «sono qui per rimanere, contro ogni orribile teoria della remigrazione». Piccoli che – prosegue Elliott – «han partecipato a questo progetto con allegria, vivacità, passione. E il prossimo anno lo ripeteremo». L’ispirazione «ci è venuta dalla mostra Year 3 del regista britannico Steve McQueen», che prima dell’epidemia covid ha realizzato una grande installazione fotografica con le foto di tutte le bambine e i bambini delle classi terze elementari di Londra.

Carola Peverati è un’altra volontaria di “Cittadini del mondo” ed è l’instancabile «preside» della scuola di italiano per stranieri: «nonostante lo sfratto del Comune del 31 ottobre scorso dalla nostra storica sede di via Kennedy, abbiamo fin da subito ripreso le nostre attività in questa nuova sede, compresa la scuola».

Scuola che da settembre scorso è stata frequentata da 265 allieve/i provenienti da 43 Paesi, in maggioranza Tunisia (42), Pakistan (34), Marocco (29), Bangladesh (26), Camerun (20), Nigeria (19), Ucraina (11). E così via, per un “viaggio” in giro per il mondo toccando, fra i tanti Paesi, anche Brasile, Cina, Somalia, Tailandia, Venezuela, Etiopia, Palestina (e Germania…).

Le lezioni si sono svolte dal lunedì al venerdì dalle ore 17 alle 18.30, orari da dopolavoro. Un insegnante al giorno, una decina in tutto oltre ad alcuni supplenti. «I primissimi anni – ci spiega Peverati – avevamo un solo insegnante, ma da una dozzina di anni riusciamo a fare lezione 5 giorni alla settimana». E nell’anno scolastico 2024-2025 le allieve/i erano 210. Una realtà multietnica in continua crescita, quindi, con sempre nuovi arrivi, compreso un gruppo di sfollati dal vicino Grattacielo. E sono giovani, l’età media è di 25 anni e la maggior parte di loro hanno tra i 20 e i 35 anni di età. E un terzo sono donne, anche questo un dato in forte crescita. «Questa è la loro casa», prosegue Peverati, e «purtroppo non sempre riusciamo a fare lezione con due insegnanti alla volta, che faciliterebbe il loro servizio».

Un’altra insegnante volontaria è Marta Delmonte che ci spiega come a settembre la scuola ripartirà: «i nostri allievi e allieve sono quasi tutti lavoratori e lavoratrici e quasi tutti hanno figli». Sergio Golinelli è un altro insegnante di questa scuola speciale. Docente in pensione di italiano e storia all’ITIS di Ferrara, mi parla della «grande umanità che questi studenti e studentesse mi trasmettono. Questa scuola li aiuta molto a integrarsi e tra loro nascono anche amicizie e forme di aiuto reciproco. Consiglio a tutti di fare questa esperienza da insegnante».

«Si è creata una bella comunità», mi spiega Adam Atik, punto di riferimento di “Cittadini del mondo”. «Non è tanto il luogo ma sono le persone a fare questa associazione». Atik ricorda poi il timore un anno fa di vedere spostata la propria sede fuori città, a Chiesuol del Fosso: «abbiamo rischiato di perdere questo fiume di persone che rappresentano una grande ricchezza culturale e umana. Sono persone che crescono in questo contesto, si aiutano reciprocamente e col passaparola invitano altre persone».

Una forma di mutuo aiuto che in “Cittadini del mondo” comprende anche una parte di tutela contro gli abusi da parte delle forze dell’ordine: si tratta del Progetto Yaya sulla profilazione etnica o razziale in Italia, realizzato dal Coordinamento per Yaya, da “Occhio ai media” e “Cittadini del mondo” in collaborazione con l’Università Goldsmiths di Londra. Sul sito https://progettoyaya.org/ si possono trovare numerose testimonianze di persone straniere di Ferrara e altre parti d’Italia. Realizzata anche una guida legale, che proprio in questi giorni viene aggiornata. 

Il Coordinamento per Yaya nasce cinque anni fa ed è dedicato a Yaya Yafa, giovane guineano di 22 anni residente a Ferrara, che il 21 ottobre 2021 ha perso la vita in un terribile incidente al suo terzo giorno di lavoro all’Interporto di Bologna. 

Infine, segnaliamo che Progetto Yaya e Università Goldsmiths di Londra assieme all’Università di Bologna e a Liminal organizzano per l’11 giugno alle ore 18 l’incontro pubblico dal titolo “Profilazione razziale/profilazione razzista: l’esperienza italiana”. L’incontro si svolgerà nella Biblioteca Amilcar Cabral in via San Mamolo, 24, Bologna. Un’altra tappa importante di questa ormai trentennale associazione, che ha superato crisi, generazioni, cambi di Giunta e di sede. Ma che non intende fermarsi, anzi.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026

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Competizione e culto dell’eccellenza: se la scuola pubblica diventa un’azienda

29 Mag

Presentato il libro “Contro la scuola neoliberale”: l’INVALSI è un sistema di valutazione nazionale fortemente astratto e strumentale che pone in competizione tra loro scuole, studenti e territori

La scuola è stata «ridotta a un’azienda», «governata in senso privatistico», il capitalismo è «entrato totalmente nelle nostre classi», stravolgendo il modo di pensare e di parlare di molti. È questa la dura accusa che lo scorso 20 maggio nella libreria Libraccio di Ferrara ha lanciato Rossella Latempa, docente e e una delle autrici del libro collettaneo “Contro la scuola neoliberale”, libro presentato con Antonio Ferrucci e Silvia Giordano in un incontro organizzato in collaborazione con Usb Scuola. Il volume nasce dall’esperienza di “Consigli di classe”, collettivo culturale composto da docenti della scuola e dell’università di cui fanno parte le autrici e gli autori (insegnanti, ricercatori, studiosi) dei saggi qui raccolti.

Che la visione neoliberale (o neoliberista) abbia invaso anche la formazione, per Latempa lo si evince guardando come l’OCSE ha rappresentato l’istruzione: «una scalata individuale dello studente verso la vetta del successo personale». Un’immagine molto emblematica. A cambiare – come sempre accade – è stato innanzitutto il linguaggio: un «linguaggio economico» che ci porta a parlare di «economia dell’educazione», di «capitale umano» e dei docenti come «commessi del capitale umano», mentre a decidere sono i cosiddetti “esperti”. Le trasformazioni della scuola in senso neoliberale – una vera e propria «fase regressiva» – vanno avanti da anni, a partire da metà anni ’90, «e spesso in maniera strisciante, non organica». Ed è stato un processo «del tutto trasversale alle forze politiche» – centro-destra e centro-sinistra. “Riforme”, queste, compiute «nel segno della modernizzazione e dell’innovazione, strumentalizzando parole d’ordine della fase progressiva della scuola», attuando un vero e proprio «rovesciamento delle parole», del loro senso profondo. Il caso dell’azienda Leonardo è molto interessante sotto questo punto di vista. Leonardo – prima azienda europea nella produzione di armi – continua a proporre la sua trappola chiamata “Officina Leonardo”, vale a dire percorsi di inserimento lavorativo per neodiplomati in Campania: ciò, per Latempa rappresenta «l’approdo di un lungo percorso che in tanti han sottovalutato o ignorato, e di cui Valditara è solo l’ultimo tassello in ordine temporale».

L’autrice ha poi scelto l’INVALSI come fulcro di questo processo di aziendalizzazione della scuola. L’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione) è l’ente pubblico che valuta la presunta qualità della scuola italiana e con INVALSI si indicano anche i test – fortemente standardizzati – che gli studenti della nostra penisola sono obbligati a svolgere. Ma è più di un test, è «il cuore della scuola neoliberale», che «pone tra loro in competizione studenti, scuole e territori», «descrivendo lo studente in termini di efficacia ed efficienza», per formare «capitale umano in vista del suo inserimento nel mercato». Insomma, si tratta di uno strumento che «risponde a un modello matematico di profilazione dello studente, con un “centro” – “l’eccellenza” – fino ad arrivare ai “margini”». Un modello che ricorda quello del Six Sigma, usato per la prima volta negli anni ’80 del secolo scorso da Motorola per l’efficientamento nella gestione aziendale. È la rappresentazione perfetta dell’idea neoliberista secondo cui «non esiste nulla di non misurabile». 

Il sistema INVALSI è stato presentato nel 2008 – quando Ministra dell’Istruzione era Maria Stella Gelmini (ex Forza Italia ed ex Azione) – da tre economisti: Giorgio Vittadini, Daniele Checchi e Andrea Ichino, i primi due dell’Università di Milano, l’ultimo dell’Ateneo bolognese. Ricordiamo che Vittadini è tra i fondatori della Compagnia delle Opere di CL. INVALSI crea un vero e proprio profilo digitale» dello studente, un profilo personale molto dettagliato, invasivo potremmo dire. Aspetto che «l’Intelligenza artificiale potrà solo peggiorare». E lo studente «non potrà mai venire a conoscenza di come si è svolta una valutazione che lo riguarda». Per cui, la certificazione INVALSI è a tutti gli effetti un «diploma parallelo» a quello classico, «che illude molti genitori che il futuro lavorativo» dei propri figli possa dipendere da questa astratta misurazione. Misurazione fatta – tra l’altro – con soldi pubblici che potrebbero essere spesi in altri modi, ad esempio per stabilizzare i tanti precari della scuola e per aumentare gli stipendi dei docenti.

«Contro questa scuola del capitalismo serve un’alleanza tra studenti, insegnanti e genitori», ha aggiunto Latempa. Un auspicio, per una rivoluzione culturale profonda.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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(Foto: Masi – Pexels)

Come “comunicare” Dio? Le sfide della cultura diocesana nel nuovo anno

5 Set

Abbiamo intervistato Marcello Musacchi, alla guida dell’Ufficio diocesano Cultura e dell’Istituto “Casa Cini”. Tanti i relatori che nell’anno 2025/2026 interverranno a Ferrara, fra cui Riccardo Manzi, Paolo Cotignola, Linda Pocher e don Alberto Ravagnani. Ecco i nuovi progetti

Direttore, anno (pastorale) nuovo, vita nuova anche per la cultura diocesana. Quali le novità più rilevanti?

«Già la parola Direttore, che mi rivolgi, vista la straordinaria tradizione di Casa Cini, mi fa pensare ad un cortocircuito dello Spirito Santo, sul tipo della Genesi di Gucciniana memoria. In ogni caso, battute a parte, con il gruppo di amici che anima l’attività del nostro Istituto, stiamo osservando come la vita della Diocesi sia sempre più ricca di iniziative. Casa Cini vorrebbe inserirsi in questa vitalità generativa e variegata, con la modalità di un playmaker e con l’intento di dare respiro al gioco di squadra. Il pensiero va più ad una rete che ad una struttura piramidale. Per questo abbiamo scelto l’immagine delle tre porte: teologica, spirituale e culturale. Si tratta di punti di passaggio, aperti in entrata e in uscita. Casa Cini non vuole monopoli sulle proposte. Prediligiamo un sano meticciato culturale tra le diverse realtà cittadine, comprese ovviamente quelle diocesane».   

Soffermiamoci sulla Scuola di Teologia, che ogni anno richiama tanti iscritti e iscritte. Perché quest’anno è stato scelto il tema della comunicazione?

«La comunicazione è una specializzazione particolare della teologia. Ne costituisce l’esito finale. Dopo la ricerca, l’interpretazione, la storia con le sue dialettiche, la vita spirituale del teologo, la dottrina, la sistematica, tutto questo enorme patrimonio giunge a noi, alla cultura del nostro tempo, ma anche a tutte le sottoculture, che ogni giorno costruiamo all’interno delle comunità. La contemporaneità del messaggio cristiano, la sua carica di provocazione è opera dello Spirito che si imbatte nell’«invenzione del quotidiano» (cfr. De Certeau). Lo Spirito accompagna il caos delle nostre esistenze, delle domande che ci poniamo, dei nostri dubbi… una teologia che ignori tutta questa “vita” è un ideale accademico astratto, destinato a non comunicarsi. Il rischio opposto è quello di sostituire al Vangelo le mode culturali imperanti, smettendo di denunciare ingiustizie, disumanità, economie di scarto, tutti contesti dove davvero è difficile sperimentare l’amore di Dio. Bisogna tenere in tensione fede e vita. La comunicazione teologica si esprime nell’annuncio, nell’arte, nel dialogo, nelle simboliche, nelle narrazioni, persino nei silenzi. È rischio, messa in gioco di se stessi, ascolto, accoglienza, cambiamento».

Ci può anticipare i nomi della prossima Scuola di Teologia e, in generale, perché si è scelto di coinvolgerli?

«Sarà con noi, come ogni anno il nostro Arcivescovo, mons. Gian Carlo Perego con una prolusione sul senso della corresponsabilità nella gestione delle risorse. La cosiddetta accountability (trasparenza gestionale) costituisce una delle sfide sinodali e un punto di credibilità fortissimo della proposta cristiana. In sostanza, ci attende una stagione di prove generali decisive, con al centro la futura visita pastorale: un evento di grazia! Poi i giovani e il loro modo di dire Dio; saremo guidati da Giordano Goccini. L’IA e la robotica con l’intervento di Riccardo Manzi dell’Unicatt. Il linguaggio della cura e dell’accompagnamento pastorale, con Valentino Bulgarelli. Le difficoltà del linguaggio relazionale nella Bibbia, ovvero la fraternità minacciata, col nostro Paolo Bovina. Un momento davvero importante sarà quello del dialogo tra un regista (Massimo Manservigi) e un Montatore Cinematografico (Paolo Cotignola, vincitore del David di Donatello) sul senso del linguaggio della “settima arte” e sulla capacità di reinventare creativamente narrazioni. Nella seconda parte, incontreremo Linda Pocher, la prima donna Prefetto di un Dicastero Vaticano, che ci parlerà di come le ambiguità del potere possano inquinare anche le relazioni nella Chiesa. Poi un gruppo di teologi-filosofi di alto livello ci aiuteranno, partendo da Nicea, a rileggere la fede verso nuovi orizzonti (Cristina Simonelli, Panaghiotis Ar Yfantis, Matteo Bergamaschi). Sempre per la Sacra Scrittura tornerà a trovarci Annalisa Guida. Probabilmente, l’ultimo, a chiudere le danze, sarà Marco Lorenzo Gallo, di recente nominato preside della Facoltà di Liturgia di Parigi».    

Nel 2026 tornerà anche la Scuola di Politica: cosa possiamo anticipare?

«Posso dire ancora poco. Giorgio Maghini sta facendo, col gruppo di progettazione (che comprende associazioni e movimenti), un grande lavoro di confronto e coordinamento. La Scuola di formazione politica è per volontà stessa del Consiglio pastorale diocesano e del nostro Vescovo una realtà della Chiesa Locale. In questo senso, Casa Cini è solo uno dei soggetti impegnati nell’iniziativa. Credo che in gioco ci sia davvero molto. Le ultime Settimane Sociali di Trieste e lo stesso Magistero iniziale di Leone XIV chiedono ai cattolici di costruire insieme percorsi orientati dalla dottrina sociale della Chiesa. Il mondo cerca testimonianze, che aprano a forme di umanità “diversa” e la comunità cristiana può essere un importante laboratorio di solidarietà evangelica. La speranza deve trovare segni concreti, per ispirare le generazioni future». 

Altri progetti in programma?

«Un’aula studio per universitari (ne stiamo parlando con i responsabili della Pastorale giovanile ed universitaria), un aggiornamento per i giornalisti della regione (sono già avviati contati con Lucia Capuzzi di Avvenire e con Giuseppe Riggio di Aggiornamenti Sociali). Poi c’è tutta la questione della Porta Spirituale, sostenuta da un fantastico gruppo di lavoro, coordinato da Marco Berti, che vedrà il percorso per educatori e per giovani tenuto dalla Prof.ssa Chiara Scardicchio (Università di Bari). Altri tre appuntamenti spirituali saranno aperti a tutti coloro che vorranno partecipare. Sono opportunità importanti. Il 21 novembre, in collaborazione con Sovvenire e nell’ambito del Festival della Vita, sarà nostro ospite don Alberto Ravagnani. Tema: “La rete dall’altra parte della barca; evangelizzazione e social, un binomio possibile!”.  Infine…sogno nel cassetto: una serie di cantieri, organizzati e gestiti dai giovani. Cosa pensano i giovani di loro stessi? Come si vedono? Parliamo spesso dei giovani, lo facciamo secondo le nostre categorie mentali, magari di saggi 70enni. Avvertiamo il problema della loro assenza, ma sarebbe interessante almeno ascoltarli». 

Infine, una riflessione più generale: da alcuni anni la nostra Diocesi ha ripensato l’ambito culturale (che ha come cuore Casa Cini). Quali frutti si sono visti? Perché è fondamentale che la Chiesa punti sulla formazione e sul dialogo?

«Direi che il ripensamento nasce da una Chiesa che si è messa in stato di missione permanente. Questo fatto cambia tutti i paradigmi pastorali e formativi. Quando ci si lascia provocare dallo Spirito, accadono cose davvero straordinarie. I frutti del cambiamento forse li vedranno le generazioni future, difficilmente noi. È questa la grandezza della Chiesa: digerisce lentamente, non ha fretta. Ciò che è fondamentale è stare con decisione nel dialogo. Dialogo, non finta tolleranza. La tolleranza è sempre una realtà, che nasce da posizioni di superiorità. Il dialogo prende sul serio l’interlocutore, lo studia appunto, vuole comprenderlo, anche, al limite, per contestarne le posizioni. Il dialogo è davvero rispettoso dell’altro. Sta qui, a mio modestissimo avviso, il discrimine tra una Chiesa sinodale e una comunità che cambia tutto, per non cambiare nulla».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 settembre 2025

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(Foto: Casa Cini, incontro con Candiard, aprile 2024)

«Ai giovani si porta Cristo con la testimonianza autentica»

10 Apr

Giacomo Ferraresi e Matteo Stefani intervenuti in Duomo per l’ultima catechesi quaresimale

Autenticità, prossimità, ascolto: Dio si annuncia anche, e soprattutto, nei piccoli gesti del quotidiano. A ricordarcelo, sono stati due giovani, Giacomo Ferraresi e Matteo Stefani , intervenuti lo scorso 1° aprile nella Cattedrale di Ferrara per la quarta e ultima delle catechesi pensate dalla nostra Arcidiocesi per il periodo quaresimale e in relazione all’Anno Santo che stiamo vivendo. 

Lo scorso 25 marzo è intervenuto il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, il 18 marzo l’operatrice della nostra Caritas Diocesana Maria Stampi e l’11 marzo Caterina Brina e Piera Murador della Comunità Papa Giovanni XXIII. 

Ricordiamo che l’8 aprile dalle ore 18.30 alle 20 in Cattedrale avrà luogo l’incontro vicariale penitenziale, mentre il giorno dopo, il 9, dalle 20.45 alle 22.30 vi sarà la seconda delle due serate (la prima è stata il 12 marzo) con Adorazione Eucaristica all’altare della Madonna delle Grazie e possibilità di confessarsi. Il 12, l’accoglienza dei fedeli è stata gestita da volontari della parrocchia cittadina dell’Immacolata, mentre quella del 9 aprile sarà gestita da parrocchiani di S. Agostino.

COME PORTARE LA SPERANZA AI GIOVANI?

Giacomo Ferraresi è capo scout del gruppo Ferrara 5 (UP Borgovado) e insegnante di sostegno: «uno scout, e in generale un cristiano – ha detto in Duomo -, non può non avere speranza. Oggi con i giovani la speranza si costruisce pian piano ritagliando spazi dove possano esprimersi. Bisogna cercare una chiave, un luogo nel quale si sentano bravi, forti, a loro agio». Centrale è la parola “scelta”, tipica dello scoutismo: «è questo il “dare spazio”. I ragazzi – ha proseguito Ferraresi – imparano tanto da quel che siamo, poco da quel che facciamo, nulla da quel che diciamo. Per me, con la ragazzina che accompagno a scuola, il primo obiettivo è stato il trovare un modo di parlarle, di comunicare con lei. Nell’altro, oltre alla persona dobbiamo vedere il Signore».

Matteo Stefani, invece, è atleta non vedente di livello nazionale nell’arrampicata sportiva (campione italiano nel 2016, mondiale nel 2017 e 2018), in cammino vocazionale con la Comunità Papa Giovanni XXIII (con cui è operatore di comunità terapeutica, per ex tossicodipendenti e giovani con forti problemi relazionali e sociali), e della parrocchia di Santo Spirito. «È importante – ha detto in Cattedrale – guardarsi dentro e riconoscere le nostre difficoltà e i nostri motivi di forza. Ho fatto l’educatore e il capo scout ma all’inizio non è stato facile, a causa della mia disabilità: sentivo però che queste mie scelte erano buone e accrescevano me e chi mi stava intorno. Spesso anch’io vivo momenti di difficoltà e di sconforto e c’è sempre la tentazione di lasciarsi andare, dell’autodistruzione. Ci vuole, quindi, una forte forza immaginativa per pensare il futuro», un futuro che sia diverso. 

«Le persone con cui lavoro – ha poi proseguito – si sentono riconosciute e quindi fanno una scelta costruttiva e non più distruttiva». Ciò che più conta, per Stefani, «è l’autenticità della relazione: nel mio lavoro sono “efficace” quando dono parti autentiche di me. E il portare una fragilità non mi aiuta ma è ciò che provo a fare che dona a queste persone una speranza». La testimonianza – ha poi proseguito il giovane – «si costruisce giorno per giorno e ora per ora: non sempre ci si riesce, ma si prova a fare scelte coerenti con ciò in cui crediamo. Senza diventare supereroi e senza narcisismo», ma nella «semplicità del quotidiano e nella radicalità della nostra fede. Nell’altro – ha poi concluso – troviamo il Signore se ci mettiamo in rapporto con Lui in maniera autentica».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 aprile 2025

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«La passione ci trasforma»: Maura Gancitano a Ferrara

22 Mar

Il 17 marzo il Convegno AGESCI: «vivere un tempo profondo» slegato dagli “obiettivi” e «saper vivere l’attesa» senza avere il controllo di tutto

Saper vivere nel «tempo profondo» per meglio conoscere sé stessi e quindi saper coltivare le proprie autentiche passioni.

Su questo ha riflettuto la mattina dello scorso 17 marzo, Maura Gancitano (foto in alto), saggista, filosofa e co-fondatrice di Tlon, scuola di filosofia. L’occasione è stato il convegno “Passione in Azione. Il senso di educare oggi ad appassionarsi” promosso da AGESCI Ferrara (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani) e svoltosi nella Sala convegni CNA di Ferrara. Oltre 120 i presenti che prima dell’intervento di Gancitano hanno ascoltato le testimonianze di Roberto Zaghi (fumettista), Pietro Savio (giovane fotografo), Andrea Zimelli (apicoltore), Antonella Antonellini (attrice e curatrice teatrale).

ATTESA E IGNOTO CONTRO LA SOCIETÀ DELLA PERFORMANCE

«Viviamo in una società della performance, che chiede costantemente a ognuno di essere attivo e dà l’illusione di poter avere il controllo su tutto». Così Gancitano ha esordito nel proprio intervento. «Soprattutto riguardo al corpo – ha proseguito -, è costantemente un essere giudicati e giudicarsi. E tutto quel che non raccontiamo di noi» sui social o comunque sul web, «è come  se non esistesse». Bisogna, poi, «sempre dimostrare che tutto va bene, dobbiamo raccontare tutto ciò che funziona nella nostra vita, dimostrare che abbiamo tutto chiaro nella nostra testa». Oggi, insomma, la nostra «società della “vetrinizzazione” richiede tantissimo, soprattutto ai giovani». 

Alternativo aquesto modello performativo, Gancitano propone il concetto di «fioritura», cioè di «una felicità legata al senso di gratitudine e del sentirsi fortunati di ciò che si ha». E legata al concetto di «passione» come di qualcosa che «mette in gioco la nostra diversità», innanzitutto rispetto al sé passato e quindi rispetto agli altri. Passione, quindi, come qualcosa che richiama non solo il talento – cioè «il saper fare qualcosa in base alle nostre caratteristiche» -, ma «la vocazione», la capacità cioè di «vivere il presente e di vivere un tempo più profondo», slegato dal culto degli «”obiettivi” da raggiungere», e opposto a un «tempo superficiale e frammentato» (soprattutto a causa dell’uso sempre più forte dei dispositivi digitali).

In una società «dove spesso è facile sentirsi inadeguati, non al proprio posto», e dove il tempo dell’inattività ci sembra «tempo vuoto», per Gancitano, quindi, è importante riscoprire il senso della «noia» come – citando Benjamin – «possibile spazio dove arrivano le idee, tempo dell’attesa dell’intuizione creativa per poter capire qual è la propria passione».Ma questa conoscenza profonda di sé presuppone una «cura di sé», quindi «una fatica, un impegno». Fatica che spesso oggi viene vista come «qualcosa da evitare», ma che invece è necessaria nella cura di sé stessi, nel coltivare la propria passione e nel percepire l’autentica bellezza, «quella che ci scuote, che non è ordinaria». Coltivare la passione è quindi «un’azione trasformativa di sé, che mette in discussione la falsa idea che abbiamo nel percepirci e immaginarci sempre come qualcosa di statico». Insomma, non sappiamo mai del tutto ciò che saremo:«la passione, dunque, ha a che fare con l’ignoto». È una bella sfida, da vivere appieno.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 22 marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Spagnoletti: «scommettere sui ragazzi e sulla relazione con loro»

8 Mar

La giudice del tribunale per i minorenni di Roma è intervenuta on line per la Scuola di teologia per laici diocesana

La cronaca nel nostro Paese ci racconta sempre più di casi in cui i giovani sono protagonisti in negativo: baby gang, femminicidi, tragiche challenges. Un punto di vista alternativo sulla questione – oltre la demonizzazione di un’intera generazione e la sua assoluta giustificazione – l’ha portata lo scorso 29 febbraio Maria Teresa Spagnoletti, giudice del tribunale per i minorenni di Roma e Presidente del Collegio dibattimentale del Tribunale per i Minorenni di Roma, oltre che Capo Guida Scout d’Italia e autrice del libro “Il mio territorio finisce qui” (Futura ed.). L’occasione è stata la nona lezione dell’anno in corso della Scuola diocesana di teologia “Laura Vincenzi”.Spagnoletti ha riflettuto – in collegamento on line – su “Esperienze di custodia dell’umano”. Il prossimo incontro della Scuola è in programma giovedì 7 marzo, ore 18.30, con suor Veronica Donatello che rifletterà su “La grazia non conosce barriere architettoniche” (incontro solo on line).

NESSUN GIUDIZIO SULLA PERSONA. E NESSUN BUONISMO

Tante le storie e gli aneddoti raccontati  dalla relatrice, legati ai ragazzi e ragazze che ha incontrato nella sua lunga carriera. «Innanzitutto – ha detto -, come adulti dobbiamo essere percepiti come persone giuste: il complimento migliore ricevuto è stato quello di un ragazzo che era stato arrestato, ai tempi facevo il gip, e lui era contento: “la Spagnoletti è severa ma giusta”, disse. E poi è importante rispettare le regole anche minime, nella vita e creare un’intensa relazione con la ragazza o ragazzo imputato o detenuto: è decisivo – ha proseguito – che percepisca che il giudice è interessato a lui come persona, al di là del dover giudicare il reato commesso. Ogni persona è diversa e diverse sono quindi le motivazioni che stanno dietro a un reato». Dall’altra parte, però, nessuno spazio al buonismo: «con i ragazzi non bisogna sminuire la colpa, ma bilanciare tra loro giustizia e misericordia». Che significa innanzitutto «scommettere su di loro, senza aver fretta e accettando anche i loro fallimenti». A tal proposito, la Messa alla prova – per Spagnoletti – è «sicuramente l’istituto più importante per la riabilitazione di un giovane che ha commesso un reato. Il carcere spesso è necessario ma ad esso devono seguire misure alternative per reinserirlo nella società e perché non commetta più reati. Non bisogna mai buttare la chiave. È facile scommettere solo su chi è un “bravo ragazzo”…». In ogni caso, «prima di valutare un percorso alternativo per il ragazzo, bisogna cercare di conoscerlo: la relazione con lui è fondamentale: prima di giudicarlo, ho sempre cercato di capire cosa pensasse del proprio periodo trascorso in carcere, del proprio futuro, quali riflessioni aveva fatto». D’altra parte – ha aggiunto -, «non bisogna nemmeno avviare percorsi alternativi quando il ragazzo non è pronto a sostenerli: bisogna avere pazienza, non fretta, altrimenti si mette il ragazzo di fronte a impegni troppo gravosi da rispettare e quindi si aumenta il rischio di recidiva». Giustizia e misericordia – verità e carità, potremmo aggiungere -, si diceva prima: parole che richiamano anche l’educazione alle regole:«è importante far capire ai giovani che le regole esistono non per imporle ma perché sono necessarie per la convivenza comune. A volte i genitori non insegnano, o non testimoniano, questo rispetto ai loro figli». I casi di violenza fra i giovani, per Spagnoletti hanno fra le cause anche «la responsabilità degli adulti, spesso incapaci di educare realmente i ragazzi: non insegnano né testimoniano nemmeno il rispetto per l’opinione altrui, non sono in grado di dialogare. Mancano quindi esempi veri di cosa voglia dire una convivenza civile fra le persone, rispettosa degli altri».

Diverse le domande e le riflessioni provenienti tra le persone collegate on line per ascoltare la relazione di Spagnoletti. Un intervento non solo tecnico, ma innanzitutto umano: «nel mio lavoro – ha infatti spiegato -, c’è un forte coinvolgimento emotivo ma ho sempre cercato di tener fuori le mie convinzioni personali nel giudizio sui ragazzi». L’ultima riflessione l’ha dedicata al suo rapporto con la fede e a come questa influisce sulla propria vita: «amare il prossimo è più facile se davvero si ama Dio, e se davvero capiamo qual è il nostro modo di rispondere alla Sua chiamata. Nel mio lavoro, la mia fede, la mia appartenenza alla Chiesa e allo scoutismo hanno giocato un ruolo fondamentale: ho imparato l’importanza da dare al rispetto dell’altro e al non giudicare l’altro, ma solo il suo comportamento».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Relazione, trascendenza, generatività: i volti della vocazione

6 Nov

Don Grossi e Bruzzone i relatori della seconda lezione della Scuola diocesana di teologia per laici

Sulla natura della vocazione e l’essenza relazionale della persona hanno riflettuto lo scorso 26 ottobre a Casa Cini, Ferrara, don Alessio Grossi (Referente del Servizio Diocesano Tutela Minori e persone vulnerabili della diocesi di Ferrara-Comacchio, nonché sacerdote dell’UP Arginone-Mizzana-Cassana) e Daniele Bruzzone Ordinario di Pedagogia generale e sociale presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Presidente di Alæf (Associazione di Logoterapia e Analisi Esistenziale Frankliana) (foto in basso). L’occasione è stato il secondo incontro dell’anno in corso della Scuola di teologia per laici “Laura Vincenzi”, avviata lo scorso 5 ottobre con la lezione introduttiva del nostro Arcivescovo.

“Parliamo di vocazione: Una via per ciascuno?” il titolo, invece, della lezione del 26 ottobre che ha visto la partecipazione (in presenza o on-line) di oltre 120 persone.

«La vocazione – ha esordito don Grossi – è chiamata, appello, è qualcosa che parte da Dio ma che non mi arriva dall’esterno, come qualcosa che possa non andare d’accordo col mio cuore, come qualcosa che io non conosco di me». Da una concezione errata di vocazione (intesa anche come «privilegio» e come qualcosa di esclusivo), si arriva a «forme negative di rinuncia e mortificazione» e si può arrivare anche «all’abuso spirituale e di coscienza». Nessuno può dire che cosa un altro deve fare, «può accompagnarlo nella sua scelta ma alla fine è quest’ultimo che deve decidere».

Nella “Gaudium et spes” – ha proseguito il sacerdote – è scritto che la dignità deriva dalla «vocazione alla comunione con Dio», dal dialogo tra uomo e Dio. Il Catechismo, poi, a proposito di vocazione parla di «vita nello Spirito», quindi di «un’espressione creativa, una dinamica e una concretezza». Qui, secondo don Grossi, risulta fondamentale il testo di Wojtyla “Persona e atto” (1969): secondo il futuro pontefice, «l’atto, il manifestarsi costituisce il particolare momento in cui la persona si rivela». Per l’uomo, infatti, «a differenza degli animali non è indifferente come vive la propria chiamata all’esistenza». «Partecipazione» (l’esplicarsi nella relazione) e «trascendenza» (apertura, eccedenza) sono i due concetti cardine che definiscono la persona umana. Ma questo oltrepassamento avviene anche al proprio interno, in quanto «il nucleo della persona risiede dentro di sé, è quella parte aperta al mondo ma che, ascoltandosi e decidendosi, vive la dimensione trascendentale partendo dal cuore». E – si badi bene – «l’interiorità non è riducibile allo psicologico, ma è molto di più, è lo spirituale, la fonte dell’uomo che può sempre decidere come orientarsi nella vita».

Ma se l’uomo è apertura, partecipazione e trascendenza, per un cristiano ciò che lo distingue è l’amore (si veda ad esempio Gv 13, 34), «il dare la vita, il generare: la stessa morte di Cristo e quella del nostro ego non significano mortificazione ma qualcosa di generativo, quindi la vocazione, ogni vocazione non può non essere qualcosa di generativo, che genera vita per me e per gli altri. La vocazione è tale se è generativa, se è una vivificazione reciproca», ha spiegato il sacerdote.

Alla base della sopracitata “teologia della persona” di Wojtyla e non solo, ha invece riflettuto Bruzzone, troviamo la filosofia del tedesco Max Scheler (1874-1928), che ha influenzato anche il pensiero di Viktor Frankl (1905-1997), neurologo, psichiatra e filosofo austriaco, tra i fondatori dell’analisi esistenziale e della logoterapia a cui si ispira l’Alæf presieduta da Bruzzone.

«Per Frankl – ha spiegato quest’ultimo – l’uomo è sempre orientato alla ricerca dell’altro e dell’Altro – che per chi crede è Dio -, quindi vi è sempre una tensione a un’alterità, un’apertura, un’eccentricità: per realizzarci abbiamo bisogno di dedicarci ad altro e ad altri. Il cuore dell’uomo ha una struttura dialogica – ha proseguito – la nostra coscienza è sempre interpellata e sempre risponde». Riguardo alla vocazione, dunque, vediamo come la vita sia «qualcosa che ci interroga, e dalle nostre risposte dipende la direzione della nostra esistenza». Senza dimenticarci, appunto, che «il concentrarci troppo su noi stessi ci fa ammalare: senza scopo, senza altro e senza altri, l’uomo inizia a preoccuparsi, a star male». Se rinnega la propria essenziale apertura, muore.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 3 novembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

«La teologia è un bene comune: la Scuola per laici apre orizzonti»

23 Set

Scuola di teologia per laici “Laura Vincenzi”, al via il nuovo anno. Intervista al Direttore Marcello Musacchi: «studio e confronto per abbattere gli idoli del “si è sempre fatto così”»

di Andrea Musacci

Non luoghi di difesa, ma di costruzione di nuove speranze. Così vanno ripensate – continuamente – le nostre comunità ecclesiali. E per cambiare sguardo, per cercare orizzonti differenti, servono anche momenti di ascolto e confronto. Questo aspira ad essere la Scuola di teologia per laici “Laura Vincenzi”, giunta al quinto anno. È già possibile iscriversi alle lezioni che si svolgeranno a Casa Cini, Ferrara dalle 18.30 alle 20 nelle date sotto riportate. Tema, “…E lo riconobbero…oltre le attese, con gli occhi della fede”. Abbiamo incontrato il Direttore della Scuola, Marcello Musacchi, per riflettere assieme sul nuovo anno che sta per iniziare.

Musacchi, rispetto all’anno scorso quali sono le novità?

«L’anno scorso avevamo scelto l’immagine della chiave e della casa, dei modi di entrare, approcciare una pastorale diversa. Quest’anno invece abbiamo scelto l’immagine di Emmaus, icona del Sinodo in corso, e anche qui in un certo senso ricorre il tema della casa, quel luogo da dove si riparte. Al tempo stesso, però, vi è l’immagine della strada, luogo dell’annuncio».

La Scuola non è un Istituto di Scienze Religiose. Quali le differenze?

«Come l’anno scorso, abbiamo mantenuto nel programma l’unione di discipline umanistiche e teologiche, un intreccio continuo tra le due, di cui parla anche Papa Francesco nella Costituzione apostolica “Veritatis gaudium”: una teologia, quindi, che – attraverso la multidisciplinarietà – entra nei contesti e nelle dinamiche delle vite delle persone. Una differenza importante rispetto al vecchio approccio. Inoltre, riteniamo sia altrettanto importante saper comunicare bene ciò che c’è di positivo, e per questo ai relatori abbiamo chiesto di portare con sé anche la propria esperienza, per arrivare a una dinamica di riflessione, a un confronto con i presenti». 

Esperienza: parlarne significa parlare anche delle fragilità, a partire dalle proprie…

«Sì, lo faremo soprattutto nella seconda parte del programma. Gli elementi di fragilità possono trasformarsi in opportunità per le comunità e la loro pastorale. Dalle fragilità che chiunque ha, si possono – assieme – cercare nuove strade per trasmettere la fede. Strade che, quindi, si dimostrano profetiche».

Abitudine e novità, futuro e tradizione: coppie che spesso creano tensione. La Scuola come affronta questi snodi?

«Dallo stesso percorso sinodale, stanno emergendo diverse riflessioni e proposte nuove. Si tratta di capire come riorientare la memoria – che è fondamentale – in una nuova speranza. Prima parlavamo di esperienza, di vissuti: un buon metodo per lavorare su questo, è stare sulla strada, non sulle mappe…».

Passare dalla carta alla carne, insomma…

«Esatto. Ma stare nella realtà significa iniziare a guardare le nostre stesse comunità cristiane con occhi diversi, costruendo forme di appartenenza che non siano più luoghi di difesa, che non seguano più la logica dell’arroccamento in piccoli gruppi autoreferenziali…».

Non a caso, la prima parte dell’anno della Scuola si intitola “Disinstallarsi: una Chiesa in cammino che prende sul serio le domande”. In che senso bisognerebbe “disinstallarsi”?

«Nel senso di “schiodarsi”, muoversi per mettere in gioco se stessi, la propria fede. È un’espressione che Papa Francesco usa spesso. È la grande sfida delle nostre comunità. Si tratta di cercare orizzonti diversi».

Alzando sempre più in alto l’asticella, per non rischiare di fissarsi troppo su ciò che si è raggiunto…

«Si tratta di spostare l’oggetto del desiderio: ciò che come parrocchiano o appartenente a un’associazione o a un movimento hai fatto fino ad oggi, va bene. Non è questo il problema. Ma bisogna sapersi mettere in gioco, abbattere gli idoli del “si è sempre fatto così”».

Le Unità pastorali, ad esempio, richiedono a tutti un approccio diverso…

«Sì, un approccio che non faccia disperdere energie, vista la necessità di lavorare in un territorio più ampio. Il “disinstallarsi” è anche questo, e comprende il prendersi cura, quindi anche il tema di una formazione adatta a tutti, aperta a ognuno».

Il tema della cura, che richiama ancora quello della fragilità…

«Si tratta di entrare nelle vite delle persone. Ogni evangelizzazione dovrebbe sempre partire da questo, non da un sistema di pensiero che si considera perfetto e che quindi basta applicare alla realtà. Mentre invece la mia vita deve poter cambiare, senza conformarsi a un sistema concettuale. La nostra stessa Scuola, dunque, rifiuta questo tipo di rigidità, proponendo un approccio alla teologia intesa come bene comune appartenente al popolo di Dio».

Un bene comune che andrebbe anche “portato” in maniera sempre più capillare nelle varie parrocchie…

«Certamente. Già l’anno scorso alcuni dei partecipanti hanno sperimentato una forma ancora più allargata di Scuola: coloro che vi partecipavano, infatti, avevano dato vita nelle proprie parrocchie a gruppi nei quali riportavano ciò che avevano ascoltato durante le lezioni, per discuterne assieme. Un metodo da promuovere ovunque in Diocesi».

Pubblicato sulla “Voce” del 22 settembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Quacchio, festa per la chiesa e l’asilo restaurato 

18 Set

Dedicazione e 60° dalla costruzione col Vescovo. Il rito in una chiesa gremita e la cerimonia nella Scuola

Grande festa il 17 settembre nella chiesa “San Giovanni evangelista” di Quacchio a Ferrara per la dedicazione e per il 60° della consacrazione. La chiesa fu distrutta dai bombardamenti bellici nella seconda guerra mondiale e ricostruita nel 1963, assieme alla canonica e alla Scuola materna, su progetto dell’arch. Orlando Veronese e grazie all’impegno dell’allora parroco mons. Antonio Abetini. Da due anni Quacchio fa parte dell’Unità pastorale “Borghi in periferia fuori le mura” assieme a S. Caterina Vegri, Malborghetto di Boara, Pontegradella e Focomorto. 

I riti della dedicazione – unzione dell’altare e delle pareti della chiesa in corrispondenza delle croci della Via Crucis, l’incensazione e illuminazione dell’altare e dell’edificio – sono seguiti all’omelia del nostro Arcivescovo, nella quale – riprendendo anche il Vangelo del giorno – ha riflettuto così: «Ogni chiesa è luogo dove si vive e s’impara il perdono. Quanti in questi 60 anni hanno sperimentato in questo luogo il perdono di Dio, hanno ricominciato a vivere grazie alla misericordia di Dio? E quanti in questi 60 anni in questa chiesa, nata sulle macerie della violenza di una guerra, hanno partecipato all’Eucaristia, fonte di perdono e pace?».

A fine Messa il parroco don Luca Piccoli dopo i ringraziamenti alla comunità, ha invitato a «non dimenticarci di essere un popolo sacerdotale, che nasce e rinasce sempre grazie all’Eucarestia». Per l’occasione – ha spiegato – è stato ricostruito l’ambone e all’ingresso il confessionale e il fonte battesimale sono stati scambiati tra loro di posto, tornando alle loro posizioni originarie. «D’ora in poi – ha aggiunto – la festa comunitaria della parrocchia ricorrerà in questi giorni di settembre».

Due i video realizzati per l’occasione da Daniele Musacchi, disponibili qui: https://www.youtube.com/@danielemusacchi8709/featured

L’ASILO RESTAURATO

Dopo la Celebrazione, sono stati ufficialmente inaugurati i locali restaurati dell’attigua Scuola d’Infanzia “Maria Immacolata”, la cui inaugurazione, prevista per marzo 2020, fu rimandata a causa del lockdown. Oltre all’intervento antisismico, sono stati adeguati gli impianti elettrici e termoidraulici, è stato rifatto il sistema di fognature e gli allacciamenti sia idrico che gas, i pavimenti, gli intonaci, le tinteggiature e i bagni dei bambini. Sono state poi sostituite le finestre e le porte più vecchie e la scuola è stata dotata di un bagno per portatori di handicap. L’investimento complessivo è stato di circa 450mila euro.

Sulla facciata principale dell’asilo, vi è una formella rappresentante la Sacra Famiglia e una targa che ricorda due vittime dei bombardamenti del 10 marzo 1945: Gianfranco Zagni, 12 anni, e Floriano Fantoni, 8 anni. Tra le novità dell’asilo, vi sono l’allungamento dell’orario di apertura fino alle 17.30 e due nuovi laboratori di musica e inglese. Sono 55 i bimbi iscritti quest’anno, una ventina in meno rispetto all’anno scorso. Un problema sottolineato anche da mons. Perego nel suo intervento, nel quale ha ricordato come «la scuola cattolica non è una scuola esclusiva, ma inclusiva per sua natura», anche se «non è stata ancora rispettata adeguatamente la libertà educativa, più costosa per i genitori che scelgono la scuola cattolica per i loro figli, che segue in tutto i programmi delle altre scuole statali e comunali, anche se costa dieci volte di meno e ha un contributo irrisorio dallo Stato attraverso i Comuni e le Regioni. Per queste ragioni, soprattutto nelle frazioni, le nostre scuole cattoliche faticano a vivere e ad avere un futuro. Ma il valore educativo non ha prezzo, soprattutto se una scuola favorisce una cultura dell’incontro». 

Ha portato il suo saluto anche l’Assessora comunale all’Istruzione Dorota Kusiak, alla presenza delle educatrici e di alcuni bambini con le loro famiglie. Bambini che hanno anche intonato una canzone prima che il Vescovo e l’Assessora fossero accompagnati a visitare i locali della Scuola. La giornata si è conclusa con il pranzo comunitario. Domenica 15 ottobre, infine, in occasione del 40° della dedicazione della chiesa di S. Caterina Vegri, si celebreranno le Cresime e vi sarà il pranzo comunitario.

Famiglia Cortesi in parrocchia: la novità in Diocesi 

Per la prima volta nella storia della nostra Arcidiocesi, una famiglia vive in una casa canonica parrocchiale. Si tratta del diacono permanente Marco Cortesi assieme alla moglie Alessia Pritoni e ai loro cinque figli, che da agosto vivono negli ambienti della parrocchia dell’Addolorata a Ferrara. Cortesi assieme alla famiglia è stato richiamato in Diocesi dopo cinque anni trascorsi in missione a Toledo, in Spagna. Appartenente alla Papa Giovanni XXII, la coppia aiuterà il parroco don Paolo Semenza. Lo scorso 3 settembre il Vicario Generale mons. Massimo Manservigi ha celebrato la Messa in ricordo di don Valenti e per l’occasione è stata anche accolta la famiglia Cortesi. Cresciuti a Mizzana, i Cortesi hanno vissuto anche a Pescara di Francolino e a Pontelagoscuro.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 22 settembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Daniele Lugli, testimone del bene e costruttore di pace

6 Giu

Addio a uno dei padri della nonviolenza italiana. Ritratto di un uomo mite, di una presenza positiva 

di Andrea Musacci

«Mi piace andare al mare in primavera: fine aprile, maggio. C’è poca gente. A fare il bagno nessuno. Ho tutto il mare a disposizione. Così ci vado anche quest’anno. Gli anni e la stagione mi inducono però a rinviare il mio lento nuoto. Le notizie dell’alluvione vicina rattristano e preoccupano». Scriveva così, Daniele Lugli, sul sito di “Azione nonviolenta”, appena due giorni prima di morire per un malore proprio mentre faceva il bagno nel suo mare di Lido di Spina.

Il 31 maggio, a 82 anni, ci ha lasciati, all’improvviso, una personalità molto amata per il suo impegno per la pace e la democrazia. Originario di Suzzara (MN), a 21 anni è tra i fondatori, insieme ad Aldo Capitini (detto il “Gandhi italiano”), del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne in seguito presidente.

Daniele aveva lo sguardo e la posa del saggio. La sua presenza, anche silenziosa, era sempre carica di esperienza. Un’esperienza forgiata nelle lotte, nella ricerca, nello studio, nella costruzione lenta di relazioni, di progetti, di parole. Il suo era un corpo antico, quasi scolpito nella pietra, come certe maestose statue antiche. Ma nulla aveva, Lugli, del distacco solenne, della freddezza marmorea, della sapienza che intimorisce e allontana. In lui la nonviolenza era carne. Lo si poteva notare nel suo viso rassicurante mentre si scioglieva nel calore di un sorriso accogliente.

La sua era una presenza priva di algidità, mite e mai austera. Era difficile immaginare piedistalli sotto i suoi piedi. Rifiutava la violenza dell’arroganza, della verbosità usata come clava, volontà di supremazia, mezzo per non incontrare l’altro.

Nel 2018 andai a casa sua per intervistarlo in vista di uno speciale nel 50esimo del ’68: anche in quell’occasione notai la sua capacità di sapersi, all’occorrenza, decentrare, di evitare inutili narcisismi. Forse non sempre in maniera consapevole, ogni suo brano di vita era alimento per la narrazione, per la memoria, per ogni sua nuova testimonianza.

Qualche anno fa mi fece dono di una copia del suo volume dedicato a Silvano Balboni. Un giorno mi disse: «Sei una persona curiosa, ti consiglio di leggere questo libro». Si trattava di “Religione aperta” di Capitini (che dopo, in effetti, comprai), suo amico e maestro. Capii che Daniele sapeva cogliere la bellezza dentro le cose, dentro le vite. Anche questo significa essere “costruttori di pace”: saper riconoscere il bene, dargli spazio, forza. Non solo denunciare il male, non rimanere alla polemica sterile e che avvelena. Costruire la pace in ogni gesto, in ogni parola. Col corpo e nello spirito. 

Per Capitini la nonviolenza era «un’apertura affettuosa all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni essere», ciò che pone «in primo piano assoluto la presenza e la compresenza degli esseri viventi». La nonviolenza è «positiva», cioè sempre attiva; è «lottatrice», ha cioè «bisogno di coraggio»; ed è «creativa» e «inesauribile», «inattuabile tutta perfettamente».

Così era Daniele Lugli, vero «amico della nonviolenza»: la sua presenza (ancora forte tra chi gli ha voluto bene) era apertura affettuosa all’altro, coraggio e continua ricerca creativa. La sua vita è stata testimonianza di bene, dell’intima positività del reale. Testimonianza che il male non ha l’ultima parola.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 giugno 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto di Francesca Brancaleoni)