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La paura va “governata”: ma in che modo? Salvatore Natoli a Ferrara

3 Feb

Il 31 gennaio all’Ariostea di Ferrara la lectio magistralis del filosofo Salvatore Natoli. Una riflessione a margine dell’incontro: se la paura nasce dalla fragilità umana, allora rispondiamo con “passioni” positive: prossimità, mediazione e mitezza

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ normale avere paura della paura? Su un tema spesso banalizzato mediaticamente ma che richiama l’essenza dell’essere umano, ha riflettuto a Ferrara il filosofo Salvatore Natoli. Lo scorso 31 gennaio nella Biblioteca Ariostea di Ferrara è stato invitato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara per aprire il ciclo di undici incontri sul tema “Sfidare le paure”. Il prossimo appuntamento è in programma alle ore 17 del 28 febbraio con Marco Bertozzi che relazionerà sul tema del ciclo, analizzando diversi pensatori, da Hobbes a Canetti. La lectio magistralis di Natoli è stata preceduta dal saluto dell’Assessore Alessandro Balboni (al posto del Sindaco Fabbri, invitato ma non presente), dall’introduzione di Anna Quarzi, alla guida dell’Istituto di Storia Contemporanea cittadino, che ha moderato l’incontro, e dal breve intervento di Fiorenzo Baratelli, Direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara: “la paura non va intesa solo in senso negativo – ha spiegato quest’ultimo -, ma come parte sostanziale della condizione umana, di per sé precaria: non bisogna, quindi, vergognarsi di aver paura, anche perché può essere stimolo per l’azione e per la creatività”. E’ vero, però, che la paura può anche rendere passivi, “può paralizzare”. Di sicuro – ha proseguito -, le paure peggiori sono quelle vissute nella solitudine”. La soluzione ad esse, citando anche Spinoza, può risiedere nel cercare il più possibile di usare la ragione “per comprenderne le cause, affrontandola razionalmente” e in maniera consapevole. “E’ vero – ha esordito Salvatore Natoli -, la paura è qualcosa che la natura ha predisposto per l’autoconservazione, ed è quindi un dispositivo in sé positivo”. Dopo aver brevemente riflettuto su alcune delle forme della paura – il timore, l’ansia -, Natoli si è soffermato sull’angoscia, “causata dal sentimento della nostra precarietà esistenziale, dal fatto che siamo esseri mortali, per natura esposti al nulla”. Per questo la paura “non va sottovalutata” e nemmeno, dall’altra parte, “strumentalizzata” per fini di soggezione. Riguardo a quest’ultimo aspetto, il relatore ha analizzato come il potere, nei secoli, si sia sempre servito della paura per asservire i propri sudditi: il modello hobbesiano, in particolare, è fondato sullo scambio fra la protezione che il potere sovrano concedeva ai propri cittadini (per la propria sicurezza, per la propria sopravvivenza), e l’obbedienza che questi li dovevano. Analizzando il controllo del consenso, anche in epoche più recenti, Natoli ha riflettuto su come il potere “non possa agire solo sulla paura, ma anche sulla speranza, facendo promesse: una volta, però, che le promesse si rivelano illusioni, allora il potere si autogiustifica e parallelamente ritorna a far leva sui timori delle masse”. Questo è “facilitato” anche dal fatto che i governati, vivendo lo spaesamento – non sapendo, cioè, a un certo punto chi “incolpare” delle mancate promesse non realizzate -, tendono sempre ad affidarsi all’“uomo forte”. Analizzando, poi, più nello specifico, la società contemporanea, Natoli ha accennato ai lati positivi della globalizzazione, ad esempio nel progressivo superamento delle differenze tra centro e periferie. Affrontando quindi il delicato tema delle migrazioni (e delle mistificazioni propagandistiche ad esso legate), le paure – più o meno indotte – nate in conseguenza di questa ridefinizione centro-periferia, “vanno affrontate non creando ghetti, ma attraverso l’accostamento e l’ascolto dello straniero”: la conoscenza dell’altro unita alla presenza viva e attiva degli abitanti negli spazi pubblici, con anche la trasformazione delle città sempre più in senso policentrico e a politiche neo-welfariste, sono tutti fattori che, secondo Natoli, aiutano a prevenire o comunque ad affrontare le paure legate alla convivenza col “diverso”: il concetto paradigmatico delle società del futuro, infatti, secondo il filosofo, sarà quello di “ibrido”. In conclusione, dunque, “solo un approccio razionale, scientifico collettivo” può presentarsi come l’antidoto migliore alle paure, e dar vita, unito a una “generosità” sempre più rara, a una politica che torni a essere degna di questo nome.

(Ri)scoprire in politica un’idea diversa di comunità

rete2Gli spostamenti consistenti, improvvisi e sempre più frequenti di consensi elettorali da uno schieramento all’altro, ai quali ormai da diversi anni siamo abituati (anche nelle ultime Regionali), dovrebbero farci essere più cauti nel gioirne o rammaricarcene (a seconda della propria appartenenza politica). Il discorso, infatti, è serio (con tratti di gravità) e chiama in causa le forme e le modalità stesse della creazione di comunità politiche (in senso largo) sempre meno stabili. L’aleatorietà del consenso ricorda l’immagine evangelica della casa costruita “sulla sabbia”. Interrogarsi, quindi, sul cosa possa significare oggi – in una società “liquida”, se non “gassosa” come la nostra – costruire “sulla roccia”, è più che mai necessario. Innanzitutto – senza nessuna nostalgia per organizzazioni partitiche spesso ultraverticistiche e rigide (anche se non sono state solamente questo) – si potrebbe ragionare su quali possano essere nuove forme organizzative non fondate sull’inconsistenza del volto del proprio leader (o presunto tale): volto, nella sua specificità politica, il più delle volte più virtuale che reale.

Dal volto alla “rete di reti” (passando per l’alveare)

Un rinnovato senso della politica non può, dunque, che ripartire da una concezione autentica del volto: un volto di cui fidarsi (quello del “rappresentante politico”, non dell’“uomo forte” come ha spiegato Natoli nel suo intervento a Ferrara, v. articolo sopra); e il volto da ascoltare e da incontrare (quello del “rappresentato”). Il contrario di ciò è l’abbandono fideistico – e, al fondo, “disperato” – al capo, ai suoi umori e ai suoi capricci, al volto di colui che decide, per tacito “assenso”, dell’inizio e della fine di un movimento politico. Un abbandono pericoloso, una deresponsabilizzazione che molto facilemente si tramuta, nelle folle, in rancore generalizzato. Un culto “paganeggiante” del capo che, inoltre, contraddice ogni sana concezione della laicità della politica intesa come riconoscimento dell’altro nella sua differenza e come azione umana, terrena, quindi di per sé non assolutizzabile, se non con il rischio di rivivere tragedie purtroppo note. Le folle sono per loro natura anonime e il loro stare insieme non è mai permanente ma sempre occasionale: sono il contrario, dunque, della prossimità e della continuità come condizioni basilari per un’azione sinodale (un noi che non soffochi il rapporto io-tu) in una società complessa e sradicata com’è l’attuale. Una corretta elaborazione collettiva del pensiero – che non elimini le sfumature, ma le mantenga come possibilità aperte, seppur momentaneamente minoritarie – è la migliore risposta a questa “alleanza” tra il capo e le folle. E’ la riscoperta del discernimento collettivo e del valore della mediazione. In “Lumen Fidei” Papa Francesco, parlando del popolo d’Israele e della Chiesa, fa un ragionamento interessante: “la mediazione – scrive – non [è] un ostacolo, ma un’apertura: nell’incontro con gli altri lo sguardo si apre verso una verità più grande di noi stessi”. Bisognerebbe, dunque, ricostruire “case”, luoghi, anche e soprattutto fisici, accoglienti, d’incontro, di dialogo, di discussione e dunque di proposta, tra simili, come alveari, come reti, più orizzontali che verticali nella loro gestione. L’essere simili è, infatti, un concetto da riscoprire, un giusto equilibrio tra l’unità e la diversità, in quanto al tempo stesso vive della tensione tra il riconoscimento di ciò che è uguale (e che quindi accomuna, rende affini) e ciò che è differente. A un livello superiore, la naturale conseguenza dovrebbe essere l’unione tra loro di queste “case”, dando così vita a una “rete di reti”: una forma federativa, pluralista e dinamica, che eviti tanto il settarismo quanto l’inconsistenza identitaria. “Il modello non è la sfera – scrive il Papa in “Evangelii Gaudium” 236 -, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità”.

Una passione mite e prudente

Naturalmente, un ragionamento di questo tipo è impensabile senza una trasformazione profonda delle relazioni interpersonali. A tal proposito, si potrebbe ripartire dalla riscoperta della prudenza (sorella della necessaria lentezza, com’era nel lentius, profundius, dulcius di Alexander Langer) – intesa come capacità di ascolto e di decantazione dei conflitti tra appartenenti la stessa “casa” o la stessa rete – e dalla mitezza, essenziale per saper mediare senza svilire nessuno dei soggetti interessati e nessun principio basilare. Come scrive Bobbio, “il mite è l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé”. Prudenza e mitezza non sono per nulla sinonimi di tiepidezza, dunque non sono alternative a una rinnovata passione civica, per la vita delle persone e per il futuro delle comunità alle quali ci si dedica; uno slancio, non solo emotivo, ma che tenti il più possibile di toccare la carne degli altri, i loro sentimenti, le domande sui destini personali e collettivi. Una passione mite e prudente, dunque: possibile, anzi necessaria, e già presente. Ma quando c’è, che non va né sbandierata né svilita ma semplicemente lasciata essere e fatta fruttare.

Andrea Musacci

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

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Cinquecento anni dalla morte di Raffaello, il genio che ha rivoluzionato la pittura

3 Feb

Martedì 4 febbraio a Ferrara conferenza del professor Andreoli per raccontare la vita e il percorso artistico del grande urbinate

La_Fornarina,_por_RafaelUn’esistenza tanto misteriosa quanto posata, una personalità – al tempo stesso raffinata e passionale – artefice di alcuni dei capolavori assoluti della storia dell’umanità.
E’ Raffaello Sanzio, morto esattamente cinque secoli fa, il 6 aprile 1520, Venerdì Santo, secondo alcuni lo stesso giorno della sua nascita 37 anni prima (tra l’altro, sempre in un Venerdì Santo, e sempre, secondo Vasari, alla stessa ora notturna). Un decesso causato da una febbre probabilmente malarica, o conseguenza di “eccessi amorosi” (sempre secondo il Vasari).
In ogni caso, non sembrano mai smisurate le parole che a Raffaello dedicò, 300 anni dopo, Eugène Delacroix quando lo definì “manifestazione terrena di un’anima che dialoga con gli dei”. Bellezza e mistero sono le cifre del “divino”: così era chiamato l’artista nato a Urbino da Màgia Ciarla e dal pittore di corte Giovanni de’ Santi, suo maestro prima di un altro “gigante” come Perugino e, di conseguenza, di Piero della Francesca. Attraverso quest’ultimo, Raffaello si impadronì di un senso spaziale razionalizzato fino all’estremo, e, attraverso il primo, di un linguaggio classicistico, anche se non ancora del tutto maturo.
Difficile non esorbitare nelle espressioni con Raffaello: a 15 anni era già un artista completo, e due anni dopo comparve con i connotati dell’artista autonomo (magister) nei documenti del contratto per la pala di san Nicolò da Tolentino destinata alla chiesa di Sant’Agostino di Città di Castello.
Bellezza e semplicità, grazia ultraterrena e armonia saranno i tratti della sua arte immortale. Quando poi, poco più che ventenne, si trasferirà prima a Firenze e poi a Roma (dove rimarrà fino alla morte), andrà oltre, ben oltre, i primi insegnamenti ricevuti: l’articolazione spaziale nelle sue opere si farà più moderna, il suo stile ancora più personale e sperimentale, attingendo, tra l’altro, da Leonardo e Michelangelo.
A 25 anni è nella Città Eterna, chiamato da Giulio II per partecipare, insieme ad altri, alla decorazione delle Stanze vaticane: sono gli anni della definitiva affermazione non solo nella contemporaneità ma nella storia, attraverso un innovativo linguaggio artistico basato su una rinnovata classicità, su un ideale di bellezza che inonderà i secoli successivi, in pittura come in architettura. L’urbinate ebbe, infatti, un ruolo decisivo nell’ispirare la nascita del Manierismo e influenzò in particolare gran parte della pittura del XVI secolo, i classicisti del ‘600 (Carracci, Reni, Caravaggio, Velázquez e Rubens), i neoclassici del ‘700 o maestri dell‘800 come Ingres e il sopracitato Delacroix, e del secolo scorso come Dalì, Picasso e De Chirico.
L’arte in Raffaello è dunque una continua ricerca compositiva aspirante al perfetto, al “Bello”: il pittore, dopo di lui, non potrà più essere un mero “imitatore” della natura, ma – attraverso la sua mente – colui che la depura dell’imperfetto per arrivare a una bellezza ideale, trascendente: l’uomo rinascimentale, insomma, è più che mai al centro dell’universo, ne è signore nel saperne delineare l’equilibro, l’ordine e la suprema – forse illusoria – armonia.

Anche la nostra città ha deciso di celebrare l’anniversario della morte di Raffaello. E’ infatti stato calendarizzato per martedì pomeriggio, 4 febbraio, un primo appuntamento, un excursus alla scoperta della sua vita e del suo percorso artistico. La conferenza tenuta da Alberto Andreoli (professore del Dipartimento di Studi Umanistici di UniFe) è in programma alle 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea (via delle Scienze, 17 a Ferrara). L’incontro, ad ingresso libero e aperto a tutti gli interessati, è realizzato dalla Società Dante Alighieri, comitato di Ferrara.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” del 2 febbraio 2020

Insegnamento religione cattolica: servizio o ingerenza?

2 Dic

Confronto tra cattolici, evangelici e laici il 29 novembre sul pluralismo nella scuola pubblica

crocifisso-aula“Il cattolicesimo è una radice della nostra cultura, ma non l’unica: affidiamo allora l’insegnamento delle religioni a un non-cattolico…”. “La nostra idoneità, però, è sinonimo di affidabilità: l’IRC è scelto anche da non credenti o musulmani”. Sono alcuni stralci dell’interessante dibattito sul tema dell’educazione religiosa nella scuola pubblica organizzato dall’Associazione Evangelica CERBI di Ferrara lo scorso 29 novembre nella Biblioteca Ariostea di Ferrara. “Credere e non credere: libertà e pluralismo nella scuola”, il titolo dell’iniziativa, la seconda e ultima del breve ciclo dopo quello del 21 novembre sulla famiglia. Il primo intervento è stato di Lidia Goldoni (Presidente del Comitato Insegnanti Evangelici Italiani – CIEI), che ha citato gli articoli 7 e 8 della nostra Costituzione, dove sono affrontati i rapporti tra Stato e Chiesa Cattolica e il tema dell’uguaglianza delle altre religioni davanti alla legge. “Quest’ultime – ha detto – sono poste in posizione di svantaggio rispetto a quella cattolica”. Ingiustizia ancor maggiore oggi, “con l’aumento di credenze e visioni, religiose e non. Lo Stato dovrebbe invece fungere da arbitro imparziale, difendendo il pluralismo, non finanziando l’ora di religione cattolica, e ponendola almeno fuori dall’orario curricolare, rendendola così davvero facoltativa. Invece – ha proseguito – si ‘appalta’ alla scuola pubblica la formazione delle nuove generazioni, compito che spetterebbe innanzitutto alla famiglia”. Tornando all’ora di religione cattolica, la relatrice ha proposto tre spunti di riflessione. Il primo: “è vero che Italia e Europa hanno radici cristiane, e che l’arte e la cultura sono intrise di cattolicesimo. Ma quest’anima cristiana e cattolica si apprende già studiando le altre materie” (storia, geografia, storia dell’arte, letteratura ecc.). Secondo: ”il cattolicesimo è una radice della nostra cultura, ma non l’unica: lo sono, ad esempio, la classicità greca e quella latina, o il giudaismo, la cultura araba, le altre confessioni cristiane”. Terzo: “perché non pensare a un non-cattolico che possa insegnare le religioni?”. Paolo Gioachin (Insegnante di Religione Cattolica) ha invece citato l’accordo del 1985 tra Stato e Chiesa che modifica il Concordato, in particolare l’articolo 9, comma 2, dov’è scritto che lo Stato “continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche”, garantendo però “il diritto di scegliere” o no questo insegnamento. In questo modo,“si rispettano pluralismo e laicità”, dando vita a quella scuola “aperta a tutti” di cui parla l’art. 34 della Costituzione. Inoltre, ancora per Gioachin, “l’IRC risponde a un servizio per gli alunni, per lo sviluppo della persona umana: la religione va conosciuta, anche oggi. Riconosco – ha poi aggiunto -, che non sempre esistono attività alternative per chi non sceglie l’ora di religione cattolica”. Tre le riflessioni finali di Gioachin: “se è vero che l’IRC sembra la ‘lunga mano’ della Chiesa nella scuola pubblica, quindi un’ingerenza, dall’altra la richiesta di ‘idoneità’ degli insegnanti è garanzia di affidabilità”. Seconda: “l’IRC è un ’gancio’ tra dentro e fuori la realtà scolastica”, e comunque “non è frequentata solo da cattolici” ma anche da non credenti o appartenenti ad altre religioni. Infine: “è possibile ragionare insieme su come ampliare/riformare l’IRC, in vista dei mutamenti demografici della società, soprattutto in termini di pluralismo religioso?”. L’ultimo intervento è spettato a Mauro Presini (insegnante elementare): “è stato un insopportabile gesto di propaganda – ha esordito -, una strumentalizzazione, il fatto che la Giunta di Ferrara abbia comprato crocifissi da mettere nelle scuole. E non è sufficiente la risposta ’si è sempre fatto così’, perché una scelta può essere sbagliata, e quindi va modificata, e perché la scuola e la società sono molto cambiate negli ultimi decenni. Credo sia molto importante – sono ancora sue parole – che nella scuola si parli di religioni, ma sapendo che esistono diverse spiritualità”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 dicembre 2019

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Famiglia: quanti e quali modelli?

25 Nov

Tra fede e laicità, un dibattito organizzato dagli Evangelici di Ferrara il 21 novembre scorso

famigliaIl tema della famiglia, con tutto quello che comporta in termini di educazione e genitorialità, è sempre più fonte di contrasti e diversità di vedute che spesso nocciono a tutti. Anche per questo l’Associazione Evangelica Cerbi di Ferrara ha scelto di dedicare il primo di due incontri del mese di novembre a questo ambito. L’iniziativa si è svolta lo scorso 21 novembre nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea. Al tavolo dei relatori, Giacomo Ciccone (Presidente dell’Alleanza Evangelica Italiana), Chiara Mantovani (Scienza&Vita Ferrara) e Paola Bastianoni (psicologa e docente dell’Università degli Studi di Ferrara, da tanti anni impegnata nella tutela, diritti e protezione dei minori). Quel che ne è venuto fuori è un dibattito schietto e ricco di argomentazioni, com’è, d’altra parte, nello stile dei relatori. Anzi, delle relatrici, in quanto sono state in particolare Mantovani e Bastianoni a confrontarsi – e a “scontrarsi” – in modo anche diretto su alcuni aspetti particolarmente controversi e delicati, come quello riguardante il rapporto tra genitorialità e generatività. Nulla comunque che non rientri nella normale dialettica, e che anzi va senz’altro a favore del chiarimento delle rispettive posizioni e del tentativo di incontro e di riconoscimento dell’altro. Dopo la presentazione da parte di Alfonso Sciasci (Associazione Evangelica CERBI di Ferrara), organizzatore delle due iniziative, ha preso la parola Ciccone, proponendo un breve excursus storico della sovranità nella modernità occidentale, e dimostrando, a suo dire, come questa si contraddistingua per una “tendenza assolutista, totalizzante o comunque verticistica, del potere”, e quindi del rapporto tra Stato e corpi intermedi. A questa visione dominante, Ciccone ha contrapposto la teoria del teologo tedesco riformato, morto nel 1638, Johannes Althusius, secondo cui la politica è sostanzialmente “relazione”, è “l’arte del consociare unità già esistenti”, una sorta di “eco-logia” che riguarda dunque non solo il potere sovrano ma anche, e soprattutto, i corpi intermedi, tra cui appunto la famiglia. Da qui – ha spiegato Ciccone – nasce la teoria della “sovranità delle sfere” o della “responsabilità differenziata”, che si distingue anche dal concetto di sussidiarietà di matrice cattolica, la quale conterrebbe “una certa dose”, negativa, “di gerarchizzazione”. La stessa idea di famiglia, nei modelli di pensiero dominanti – religiosi o laici – è anch’essa proposta come “assolutista, mentre noi, pur partendo da un’idea religiosa, siamo convinti si debba arrivare a una concezione ‘laica’ ”. La famiglia, infatti, ha spiegato il relatore, è “il nucleo fondamentale della società, un’entità pre-giuridica e pre-politica, per cui possiede diritti che non debbono essere assegnati da un sovrano superiore, ma semplicemente riconosciuti”. L’articolo 29 della Costituzione italiana (che inizia così: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”) si muove appunto in quest’ottica. Dall’articolo 29 della nostra Carta Costituzionale ha preso le mosse anche Mantovani: “lo sguardo della fede, diverso da quello sociologico – ha esordito -, chiede di vedere cos’è il bene, il bene per tutti, quindi il bene comune”. Per questo ha citato due affermazioni contenute nei lavori preparatori alla Costituzione di altrettanti padri costituenti cattolici, Giuseppe Dossetti e Aldo Moro. Nello specifico, il primo parlava di “diritti primordiali della famiglia”, il secondo la definiva “limite dello Stato”. “Per questo – ha proseguito Mantovani – nelle leggi dev’esserci, anche riguardo alla famiglia e all’educazione, sempre spazio per la coscienza, per la libertà e la responsabilità individuali. La natura sociale tipica dell’uomo chiede, anche oggi, un luogo dove abitare: la famiglia non è perfetta ma rimane comunque il luogo dove possono essere possibili una vita e un’educazione buone”. Ma la libertà individuale – ha incalzato la relatrice – nell’odierna società “spesso vive un rapporto problematico con il pluralismo di idee e la frammentazione culturale”, per cui, ad esempio, “la fede viene da molti considerata come qualcosa di non-razionale, come deficitaria rispetto ad una applicazione corretta della ragione”, e quindi, a suo dire, in un certo senso “discriminata”. “Mi chiedo quindi – ha concluso -: la società di oggi vuole espellere il cristianesimo dal consesso dei sistemi di valori?”. “Il panorama è complesso, non servono semplicismi ma c’è bisogno comunque di orientarsi”, ha spiegato invece Bastianoni. “La complessità non va vista solo come una nemica, e quella riguardante i modelli famigliari è frutto soprattutto delle trasformazioni avvenute dagli anni ‘60-‘70 del secolo scorso. Trasformazioni che – ha proseguito -, hanno portato a forme di convivenza e di generatività che prima non erano possibili. Basti pensare ad esempio alla possibilità (date dall’adozione e dall’inseminazione artificiale) per coppie sterili di poter accedere a un piano generativo e quindi alla genitorialità”. Per questo, oggi “generatività e genitorialità non sono tra loro più sovrapponibili, ma sono distinte, non coincidono necessariamente”. Inoltre, ha spiegato la relatrice, “non sempre vi è la convivenza tra i membri della famiglia, e fede e appartenenza culturale non sempre sono unici nella famiglia”. Da qui, il fatto che “non esiste più un solo modello famigliare, quello ‘nucleare’, in cui tutti questi aspetti coincidevano tra loro, ma appunto una pluralità”. Si pensi ad esempio, ha proseguito, “alla presenza di una badante nell’assistenza di una persona anziana, a una donna, quindi, che non vive coi propri figli e col proprio marito, ma con un’altra famiglia”, o al caso della vedovanza, per cui succede che una donna svolga, per semplificare, “sia le funzioni di cura sia quelle normative/regolative”. Oppure, come succedeva nel periodo delle guerre mondiali, il fatto che “l’uomo di famiglia fosse al fronte e quindi toccava alla donna la totale educazione dei figli. Nessuno – sono ancora parole della Bastianoni – si sente di dire che quest’ultimo caso abbia portato a privazioni psicologiche negli stessi figli”. Un altro caso, perlopiù del presente, ma simile a quest’ultimo, è quello ad esempio di “una donna che vive sola perché non ha mai voluto sposarsi, ma ha generato dei figli: lei può avere le stesse competenze genitoriali della donna rimasta sola nel periodo di guerra. La buona genitorialità – ha proseguito – non coincide necessariamente con la generatività. La prima è la capacità di accudire e quella di regolare, di dare cioè dei limiti: questa la si apprende prima e a prescindere dall’essere generativi – è presente addirittura nei neonati -, e a prescindere dalla fede, dall’orientamento sessuale e dal ceto sociale”. La complessità, insomma, secondo Bastianoni, “spesso ci crea fatica ma è sbagliato stigmatizzare i diversi modelli famigliari, trattandoli come non idonei”, soprattutto per le “ripercussioni negative” che questo stigma “può portare alle persone, soprattutto ai figli, che vivono in queste famiglie: il riconoscimento sociale è per loro fondamentale”. L’appuntamento è a venerdì 29 novembre, stesso luogo e stessa ora, per il secondo e ultimo incontro del breve ciclo, sul tema “Credere e non credere: libertà e pluralismo nella scuola”. A confrontarsi tra loro saranno Nazareno Ulfo (insegnante ed editore), Paolo Gioachin (insegnante di religione cattolica) e Mauro Presini (insegnante e giornalista).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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Responsabilità e volto dell’altro: il pensiero di Emmanuel Levinas

11 Nov

L’8 novembre l’intervento di Giuliano Sansonetti dedicato al filosofo lituano-francese, a cavallo fra profezia ebraica e filosofia greca, fra infinito e totalità

levinasTotalità o infinito? Uno spazio chiuso, (pre) definito dell’essere o un’apertura sempre possibile tra volti, nella loro irriducibile differenza? L’ambivalenza su cui da sempre si fonda il pensiero occidentale è stata centrale nella ricerca di Emmanuel Levinas (Kaunas, Lituania 12 gennaio 1905 – Parigi, 25 dicembre 1995) (foto al centro), filosofo ebreo su cui l’8 novembre ha relazionato Giuliano Sansonetti. L’occasione era, nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara, l’ultimo appuntamento del ciclo di incontri dedicato ai “Maestri”, a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea (ISCO). Sansonetti ha dedicato la prima parte del proprio intervento a Remo Bodei, scomparso il giorno prima, che a Ferrara era intervenuto nel gennaio 2016 invitato proprio dal Gramsci e dall’ISCO, nello stesso luogo, sul tema della democrazia, introdotto, come in questo caso, da Piero Stefani. Tornando a Levinas, Sansonetti ha spiegato come egli ritenesse fondamentale “trovare un punto di incontro tra l’eredità ebraica e il pensiero greco, le due tradizioni fondamentali dell’Occidente, quindi in un certo senso tra profezia e filosofia”. A tal proposito, riferendosi a Monsieur Chouchani (foto in alto a dx), ricordò come egli rese impossibile, per sempre, “un approccio dogmatico e fideistico al Talmud”, convincendosi dunque che “non esisteva uno spartiacque tra pensiero teologico e filosofico”. Ma le basi – o parte di esse – del pensiero occidentale, sono, per Levinas, la causa profonda di una concezione filosofica, quindi anche politica, dogmatica e illiberale: “Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo” è il titolo di un suo saggio uscito nel 1934 sulla rivista “Esprit”, edito e tradotto in Italia grazie a Giorgio Agamben. Qui Levinas analizza il pensiero filosofico classico occidentale: il nazismo, secondo il filosofo, “non è qualcosa di accidentale nella storia e nella cultura tedesca, ma le sue radici sono interne alla storia dell’Occidente”. Sua caratteristica precipua è “l’incatenamento dello spirito al corpo”, all’elemento meramente biologico, un “risveglio di sentimenti elementari”, viscerali, violenti. La causa profonda di ciò, ha proseguito Sansonetti, risiede nel fatto che per Levinas “la filosofia occidentale sia una filosofia del neutro, dell’essere, quindi di una dimensione spersonalizzante, in cui ciò che ha valore è appunto l’essere indistinto e non l’ente”, il singolo, la persona con la sua individualità. Secondo Levinas questo porta a una deresponsabilizzazione del soggetto, mentre “ognuno di noi può essere responsabile solo nei confronti dell’altro”, rappresentato simbolicamente dal “volto”. “L’etica, quindi, e non la metafisica, dev’essere considerata la filosofia prima”: la seconda, infatti, nella tradizione greca, è intesa come “pensiero della totalità, del perfettamente definibile”, a cui Levinas contrappone “l’infinito, dato appunto dal volto, concetto assente nel pensiero greco” (“Totalità e infinito” è il titolo della sua opera più celebre, edita nel 1961). “Dal concetto di totalità – sono ancora parole di Sansonetti -, nascono quindi i totalitarismi, vale a dire società organiche dove tutto è definibile, ordinabile e controllabile, società chiuse”. Il rapporto etico autentico, al contrario, in Levinas, “è il rapporto faccia a faccia”, un rapporto tra volti: “prima ancora della conoscenza dell’altro, è necessario un rapporto con lo stesso, col suo volto, per evitare che l’altro diventi una proiezione di noi stessi”, e non, come invece è, una diversità irriducibile, verso la quale è necessario innanzitutto e soprattutto “l’ascolto (l’ebraismo, non a caso, si fonda sull’ascolto della Parola di Dio), e quindi il rispondere”. Infine, il volto, per Levinas, è nella sua essenza, “sguardo”: solo dallo sguardo, che identifica ogni volto, ogni persona, “può nascere il linguaggio, quindi il discorso e la responsabilità”, che, appunto, è sempre nei confronti di un altro.

Il Rav Chouchani: chi era costui?

Nell’incontro dell’8 novembre in Biblioteca Ariostea, Piero Stefani ha brevemente relazionato su uno dei maestri di Levinas, il rabbino e filosofo Monsieur Chouchani, o Shushani (9 gennaio 1895 – Montevideo, 26 gennaio 1968), personaggio la cui vita è in buona parte avvolta in aura di leggenda, a partire dal nome, forse di fantasia. Non avendo nemmeno mai pubblicato, le scarse notizie su di lui si hanno grazie ai suoi allievi, i più importanti dei quali sono lo stesso Levinas ed Elie Wiesel: fatto, questo, che nella storia ha dei precedenti alquanto celebri – Gesù di Nazareth e Socrate su tutti -, ma che è alquanto inusuale nell’Occidente del Novecento. Una leggenda, la sua, probabilmente mischiata a elementi di realtà, e nella quale rientra anche il fatto che avesse una memoria assolutamente straordinaria, tanto da permettergli di imparare l’intero Talmud. “La possibilità di conservare e tramandare la tradizione ebraica dopo la Shoah – secondo Stefani -, il riuscire a far parlare questo patrimonio antico nella modernità, ha sicuramente aiutato il nascere della leggenda” intorno alla sua persona.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2019

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“Nel dialogo emerge ciò che siamo”

2 Apr

Il 28 marzo in Biblioteca Ariostea Giuliano Sansonetti ha riflettuto sull’essenza del linguaggio

dialogoGiovedì 28 marzo nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara ha avuto luogo la conferenza di Giuliano Sansonetti (docente di Unife), parte del ciclo di incontri dal titolo “I colori della conoscenza. La lingua e i linguaggi”, a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. Introdotto da Daniela Cappagli, il relatore ha cercato di spiegare, soprattutto attraverso alcuni grandi filosofi del Novecento, perché il linguaggio sia uno degli aspetti fondamentali che distingue l’essere umano dagli animali. “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, diceva Ludwig Wittgenstein, o, per dirla con Martin Heidegger, siamo da sempre “immersi” nel linguaggio. “Linguaggio che – ha spiegato Sansonetti – deve dire ciò che è, tenta cioè il più possibile di dire la cosa, cercando i termini più ’adatti’, che meglio si adattino a ciò che si intende esprimere”. In un certo senso si può dire che “il linguaggio istituisce il mio mondo, la realtà: se il mondo non riusciamo a dirlo, è come se non ci fosse. E’ quindi il nostro parlare che fa essere il mondo, è il linguaggio che porta significato alle cose, tenta di significare una determinata realtà”. Per questo motivo, come accennato sopra, solo l’essere umano ha propriamente un linguaggio, e non una mera emissione di suoni, “solo dell’uomo è il parlare, il bisogno di comunicare ciò che si è concepito. Questa capacità di articolazione di significati è propriamente il linguaggio”. Scrive Heidegger in “La poesia di Hölderlin”: “Noi siamo un colloquio, e questo vuol dire: possiamo ascoltarci l’un l’altro. […] Ma l’unità di un colloquio consiste nel fatto che di volta in volta nella parola essenziale è manifesto quell’uno e medesimo su cui ci troviamo uniti, sul fondamento del quale siamo uniti e siamo quindi autenticamente noi stessi. Il colloquio, con la sua unità, sorregge il nostro esserci”. Il filosofo austriaco arriverà ad affermare che “è il linguaggio stesso a parlare, in noi”. Per dar vita un colloquio, dunque, c’è bisogno di qualcosa che tenga unita i dialoganti. Così lo spiegava Hans-Georg Gadamer: “ciò che viene in luce nella sua verità è il Lógos stesso, che non è mio, né tuo, e che perciò sta al di là di ogni opinare soggettivo degli interlocutori, al punto che anche colui che guida il dialogo rimane sempre uno che non sa”. “Come nel gioco – ha proseguito Sansonetti -, dove, seppur l’obiettivo dei singoli giocatori può essere la vittoria, ciò che lo rende possibile sono le regole, cioè una base comune senza la quale il gioco non può esistere”. Questo ragionamento è fondamentale perché permette di comprendere come il partecipare a un dialogo autentico significa prendere consapevolezza che “chi dialoga non può non uscirne trasformato lui stesso, al di là che cambi o meno opinione”, per il fatto, come detto sopra, che il linguaggio istituisce, quindi trasforma il reale, quindi anche il soggetto, lo fonda, permettendoci così di “considerare seriamente le ragioni del nostro interlocutore”. È nel colloquio, dunque, nel dia-logos, nel “parlare-tra” che consiste l’autentico essere dell’uomo. Mai dimenticando, per concludere, che il linguaggio non può esprimere tutto (l’essenziale non è esprimibile), ma tutto ciò che può essere espresso, lo è attraverso il linguaggio.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

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“Quando scrivevo a Otto Frank”

4 Feb

“E’ stato per me un maestro e un amico”: in un libro Cetty Muscolino racconta la sua amicizia col padre di Anne Frank e con la sua seconda moglie Fritzi

“Non l’ho mai visto dolente o lacrimoso. Sì, la forza e l’allegria lo dominavano tutto. Otto è stato per me un maestro di vita e quando si è molto giovani è importante avere maestri”. Scrive così Cetty Muscolino, docente ed ex Direttore del Museo Nazionale di Ravenna, nel suo libro “Quando scrivevo a Otto Frank” (Edizioni La Carmelina), nel quale racconta il suo rapporto epistolare d’amicizia col padre di Anne Frank e con Elfriede “Fritzi” Markovits-Geiringer, dal ’53 moglie di Otto e anch’essa reduce da Auschwitz. Lo scorso 28 gennaio il libro è stato presentato in Biblioteca Ariostea a Ferrara e per l’occasione l’autrice ha dialogato con Anna Maria Quarzi (direttrice ISCO, che ha scritto la prefazione), e con Silvia Pesaro (presidente della sezione ferrarese di Adei Wizo – Associazione Donne Ebree d’Italia). A 12 anni, nel ’63, Cetty legge il “Diario” di Anne Frank: “per me fu come una rivelazione”, scrive nel libro, “avevo Anne Frank nel mio cuore”. Nell’aprile dello stesso anno, viene a sapere che il padre Otto poco prima è stato ospite della classe II B della Scuola Rambaldi di Molinella, nel bolognese, al confine con la provincia di Ferrara. Cetty, incredula, contatta subito l’insegnante della scuola convincendola a farle avere l’indirizzo di Otto a Basilea. Dopo anni di intenso scambio epistolario, mentre il primo incontro avviene nel ’74.
“ ‘Considera sempre le tue benedizioni (Count your blessings), vedi il lato positivo’, mi scriveva sempre. Mi ascoltava e dava sempre consigli”, ha spiegato la Muscolino. “Otto era una persona buona, serena, positiva, proprio come la figlia Anne. Era sempre evidente anche il suo pudore a parlare dei drammi riguardanti la sua famiglia. Una volta mi disse – ha proseguito l’autrice -: ’non mi rendevo del tutto conto cosa Anne esattamente stesse esprimendo. Ora posso solo far conoscere al mondo il suo messaggio’ ”. Cetty ha mantenuto i contatti con Fritzi anche dopo la morte di Otto, avvenuta nel 1980.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 febbraio 2019

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Il maestro? Un testimone sempre in ricerca

28 Gen

Al via il ciclo di incontri di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea

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“Cosa autorizza una persona a istruire un’altra?”. Da questa domanda “inquietante”, ha preso le mosse la riflessione alla base del ciclo di incontri del 2019 organizzato dall’Istituto Gramsci e dall’ISCO-Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. La rassegna “Maestri” è stata presentata venerdì 25 gennaio nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di via delle Scienze a Ferrara. Dopo l’introduzione di Davide Pizzotti (vicedirettore dell’Isco) e i saluti del Sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani, ha preso la parola il Direttore del Gramsci, Fiorenzo Baratelli. “Mettersi in ascolto di testi classici può essere importante per evitare sia di essere inghiottiti dal passato in modo acritico e passivo, sia per superare un’idea di libertà sradicata e delirante rispetto all’eredità di cui ognuno deve farsi carico dei beni della cultura e della sapienza”, è scritto nel testo introduttivo. Così, “il classico – ha riflettuto Baratelli – è colui che, al tempo stesso, è profetico e necessario al presente”, è oltre la contemporaneità e “fuori dal tempo”. Prendendo le mosse dal sopracitato e “inquietante” interrogativo, Baratelli ha riflettuto su come “il vero maestro non fornisce modelli, ma offre una testimonianza, quindi agisce soprattutto sul metodo, sollecitando la volontà dell’allievo, contro l’inerzia del conformismo, presente in tutte le società”. Proseguendo, “il maestro deve riuscire a trasmettere passione per la ricerca della verità, e deve rinnovare nell’allievo lo stupore, la meraviglia per la conoscenza e per la vita”. Deve, quindi, “generare potenzialità, aprire possibilità anche diverse da quelle che lui stesso possiede”. Per l’allievo vale, specularmente, la celebre frase di Goethe: “Quello che erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”. I maestri, dunque, “nascono ogni volta che vi sono domande di senso, che si sente il bisogno di un rinnovato ethos pubblico”. Successivamente, Piero Stefani e Magda Iazzetta hanno letto testi tratti da “Maestro, dove abiti?”, a cura dello stesso Stefani, e intervallate da musiche di W. A. Mozart e J. S. Bach eseguite dalla violinista Lucilla Rose Mariotti. Nel testo, Stefani ha riflettuto sulla coerenza, “che è sempre del testimone, non sempre del maestro”, e a tal proposito ha citato il passo evangelico Mt 23, 1-3: “Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno”. In conclusione, si può dire che il corretto rapporto tra maestro/testimone e allievo/discepolo sta, come la vita stessa, “in un cammino di ricerca condiviso, anche se è sempre personale”, chiamando così in ballo la responsabilità e la creatività di ognuno.

Andrea Musacci

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Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° febbraio 2019

Gianfranco Pasquino oggi in Ariostea

3 Nov

Palazzo Paradiso AriosteaPer il ciclo “Le parole della democrazia” oggi alle 17 in Biblioteca Ariostea (via delle Scienze, 17) avrà luogo la conferenza di Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, sul tema “Politica”. L’intervento di Pasquino sarà introdotto da Pietro Pinna.

Definire la politica è compito arduo, nel corso del tempo, gli uomini e le donne hanno cercato e sperimentato, spesse volte inventato, modalità diverse per convivere e per organizzarsi al fine di perseguire nel migliore dei modi i loro obiettivi di vita, ma si sono anche sanguinosamente scontrati nella definizione e nel perseguimento di questi fini. Inoltre, in ogni tempo e luogo non sono mancati coloro che hanno non soltanto criticato, ma disprezzato la politica. La critica è legittima, non il rigetto totale e indiscriminato della stessa.

L’evento è a cura di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 03 novembre 2016

Leggere “Sotto i cieli di Urano” in Biblioteca Ariostea

2 Nov

Palazzo Paradiso Ariostea“Sotto i cieli di Urano” è il nome dell’evento in programma oggi alle ore 17 nella Biblioteca Ariostea di Ferrara (in via Scienze, 17), organizzato dalla Compagnia del Libro in collaborazione con Associazione Culturale Gruppo del Tasso di Ferrara.

La grande fantascienza sarà la protagonista dell’incontro, attraverso alcuni dei più importanti autori moderni del genere: Asimov, Matheson, Gibson, Bradbury, Heinlen e Dick, sono solo alcuni dei nomi. Ognuno di loro rappresenta un’idea della fantascienza, dalla classica, alla distopica al cyberpunk. Una carrellata per riscoprire un genere che erroneamente dal grande pubblico viene considerato solo di intrattenimento quando non un parente povero della letteratura mainstream. Analisi e letture saranno a cura di Enrico Neri, Eleonora Pescarolo, Elisa Orlandini, Silvia Lambertini, Linda Morini, Andrea Moretti, Sara Suzzi e Alberto Amorelli.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 02 novembre 2016