Il Forum Ferrara Partecipata ha raccolto 633 firme in soli tre mesi. Ora tocca alle istituzioni agire. Tanti gli studenti coinvolti
Sono 633 le firme raccolte in tre mesi dal Forum Ferrara Partecipata per la campagna per la ripubblicizzazione del servizio idrico in tutta la provincia di Ferrara. A fare il punto sono stati, lo scorso 12 giugno, Corrado Oddi, Francesca Cigala Fulgosi e Maria Teresa Pistocchi (foto) in un incontro con la stampa nella sede del Centro Documentazione Donna.
«Ci siamo fermati qui perché bastano 100 firme per una petizione – ha spiegato Oddi – ma sarebbero state molte di più se avessimo deciso di proseguire coi banchetti». Ora le firme sono state consegnate alsindaco Alan Fabbri e al consiglio comunale: una voce chiara dei cittadini/e ferraresi sulla volontà che l’acqua sia considerata bene comune e quindi gestita come tale. IlSindaco ora ha 60 giorni di tempo per rispondere
L’incontro con la stampa locale è caduto quel giorno perché il 12-13 giugno del 2011 – esattamente 15 anni fa – ci fu il referendum sull’acqua pubblica e sul nucleare, che vide una partecipazione importante, con un’affermazione del “sì” per l’acqua pubblica; e a Ferrara andarono a votare circa 65mila cittadini/e, pari al 95% dei voti validamente espressi. «Un risultato nazionale e locale – ha commentato Oddi – del tutto disatteso da tutti i Governi che si sono succeduti in questi anni». «Il tradimento di questo referendum – ha aggiunto Pistocchi – è una ferita aperta nella democrazia italiana. La battaglia per l’acqua pubblica è una battaglia di civiltà». «Vogliamo ricostruire – ha commentato Cigala Fulgosi – quell’ondata di movimento del 2011 a livello locale.Da settembre proporremo altre iniziative pubbliche».
La campagna del Forum ferrarese serve innanzitutto a ricordare come a fine 2027 scadono le concessioni del servizio idrico in provincia di Ferrara (oltre che a Bologna, Modena e Parma), con 11 Comuni del Basso Ferrarese dove opera CADF (a totale capitale pubblico), mentre nel Comune di Ferrara e in altri 9 dell’Alto Ferrarese il servizio è gestita da Hera, spa multiutility mista pubblico-privato, quindi quotata in Borsa. Manca un anno e mezzo alla scadenza ufficiale, ma la decisione verrà sicuramente presa nei prossimi mesi. La prima proposta del Forum è di «un’unica azienda pubblica» in tutta la nostra provincia, composta da CADF e ACOSEA Impianti srl – anch’essa a totale capitale pubblico -, che ha la gestione amministrativa e finanziaria delle reti idriche, degli impianti e di altre dotazioni. Alternativa a ciò, potrebbe essere quella di mantenere CADF nel Basso Ferrarese, e nel Comune di Ferrara e nell’Alto Ferrara sostituire Hera con ACOSEA Impianti. «Ora – ha detto Oddi – è quindi solo questione di volontà politica». Una mano alla campagna «potrebbe venire da RECA», la Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna, che assieme a Legambiente ha avanzato alla Regione quattro proposte di legge, fra cui una sulla ripubblicizzazione del servizio idrico. Si avrà una risposta entro agosto di quest’anno.
In questi mesi è stata, quindi, forte l’opera di sensibilizzazione del Forum sul tema e il coinvolgimento delle scuole:«nell’Istituto Navarra – ha spiegato Pistocchi – grazie ad alcuni insegnanti siamo riusciti a parlare del tema con alcuni classi 3^, 4^ e 5^. E abbiamo indetto un concorso di grafica rivolto a studentesse e studenti della 4^ Q dell’Einaudi, 17 ragazze/i, dal titolo “Siamo la stessa acqua”». Concorso in cui «abbiamo chiesto loro di disegnare il logo della campagna, il titolo e le card promozionali per la campagna social». Il titolo/headline scelto è “Ogni goccia conta.Aiuta l’acqua ad essere di tutti”. Il logo scelto lo trovate qui sopra. Per il prossimo anno scolastico alle scuole verrà proposto un altro progetto: per ora sono quattro quelle coinvolte (Roiti, Carducci, Bachelet, Navarra). E gli studenti «li coinvolgeremo anche attraverso giochi di ruolo, passeggiate tematiche sul territorio, studio dei toponimi e proiezioni di film».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026
Riccardo Noury ha presentato a Ferrara il Rapporto globale di Amnesty International
Un mondo senza regole, dove regna la violenza. Ma c’è qualche speranza. È un quadro fosco quello delineato lo scorso 10 giugno a Ferrara da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, intervenuto nell’Aula Magna del Dipartimento di Economia (via Voltapaletto). La presentazione del Rapporto globale di Amnesty (che riguarda l’anno 2025, con 144 Paesi analizzati) è il primo appuntamento del ciclo “Conversazioni sulla pace”, sette incontri per riflettere su pace, diritti e democrazia organizzato dal Sistema Bibliotecario di Ateneo con il patrocinio di AIB.
Noury è stato introdotto da Marina Contarini (Responsabile Ripartizione Biblioteche dell’Università di Ferrara) e ha dialogato con Giuseppe Scandurra (Antropologo, UniFe) e Alessandra Annoni (Prorettrice alle Biblioteche e Presidente del Sistema Bibliotecario d’Ateneo). Il primo ha posto alcune domande sul senso dello Stato nazione oggi e sul metodo usato per stilare il Rapporto, mentre la seconda sul Rapporto come invito alla resistenza contro i poteri ingiusti e sul bullismo di alcuni Paesi a livello globale.
«Se il 2024 è stato l’anno dell’erosione del dirittointernazionale sviluppatosi nel secondo dopoguerra, oggi quest’attacco è ancora più forte ed è un attacco alle fondamenta dell’ordine mondiale», ha detto Noury. I riferimenti sono all’invasione russa all’Ucraina (dal 2022 e ancora in corso) e a quella USA in Venezuela e in Iran (quest’ultima assieme a Israele). Oltre alla «campagna genocidaria» di Israele iniziata nell’ottobre 2023 «dopo i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità perpetrati il 7 ottobre di quell’anno da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi». Un genocidio, quello in Palestina, «incentivato, protetto, alimentato, armato e permesso da molti governi occidentali». Ma non bisogna dimenticare altri territori dove «si continuano a consumare crimini gravissimi, come Myanmar, Congo e Afghanistan».
L’attacco alla giustizia internazionale sta, inoltre, «privando milioni di vittime della possibilità di avere giustizia». Un attacco collegato a «un aumento della postura autoritaria» di molti governi nel mondo, che spesso non hanno nemmeno bisogno, in ciò, di apparati militari. Basti pensare all’ICE negli Stati Uniti, «squadroni della morte» che han portato anche a «molti tifosi ad aver timore di entrare negli USA per sostenere la propria squadra ai mondiali di calcio».
Altra questione è quella riguardante la «tecnocrazia sempre più dominante», con «l’uso incontrollato dell’intelligenza artificiale» (che spesso crea o incentiva discriminazioni), la «sorveglianza di massa» soprattutto verso determinate minoranze (negli USA contro i neri, a Hebron contro i palestinesi), «l’AI usata anche nei teatri di guerra». Vi è poi il macrotema della crisi climatica, «la più grande violazione transgenerazionale dei diritti umani: far venir meno la nostra dipendenza dal fossile vorrebbe dire far venir meno anche la nostra dipendenza da Stati autoritari», ha aggiunto Noury. E ancora, la pena di morte, a cui Amnesty dedica un Rapporto ad hoc: viene eseguita a livello globale in sempre meno Stati ma le esecuzioni aumentano. La Cina è un esempio fondamentale, in quanto «in essa c’è il segreto di stato sulle esecuzioni capitali. Ma sono ottimista che in sempre meno Paesi sarà permessa».
Un ultimo capitolo del suo intervento, il relatore ha voluto dedicarlo all’Italia, nei 25 anni del G8 di Genova: dall’uccisione di Carlo Giuliani in poi – compreso l’omicidio di Federico Aldrovandi – «nel nostro Paese le persone uccise dallo Stato vengono criminalizzate»: insomma, da parte dello Stato vi è «un’assenza di assunzione di responsabilità, una narrazione fetida e una colpevolizzazione della stessa famiglia della vittima». Alcune battaglie da fare nel nostro Paese – secondo Noury – riguardano la difesa della legge contro la tortura, la lotta contro la vendita di armi, la difesa dei diritti dei migranti e la critica dell’ingiusta legge sull’antisemitismo. Da parte delle istituzioni di questo Paese – a prescindere dai governi (pur con alcune differenze) – storicamente come Amnesty «lamentiamo una disattenzione nei confronti dei diritti umani».
«Non possiamo però permetterci di essere demoralizzati», sono ancora parole del relatore, anche perché nel mondo «ribollono proteste di vario tipo», ad esempio negli ultimi due anni in Bangladesh, Nepal, Madagascar, Sri Lanka, che hanno anche portato alla caduta dei regimi. O si pensi all’arresto di Rodrigo Duterte, ex presidente delle Filippine, e ad Orban che perde il potere dopo molti anni, «sperando che a Putin e Netanyahu capiti qualcosa di simile a breve». E poi ci sono le proteste a Herat, nell’Afghanistan oppressa dai talebani, di donne e uomini, represse nel sangue dal potere, «uno spaventoso massacro di massa». E altre proteste sono previste nei prossimi giorni, e così in Iran. «Sembra paradossale ma le istituzioni smantellano e i movimenti aggiustano», ha riflettuto Noury. La vera democrazia non può non (ri)nascere innanzitutto dal basso.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026
Il 6 giugno a Ferrara la tappa della Carovana regionale di RECA e AMAS con i movimenti di lotta
Si può dire democratica una comunità che ha il potere (diffuso) di governare innanzitutto i beni fondamentali del proprio territorio, valorizzando il sapere pratico e la partecipazione di tutte/i. A partire da questo riflette, denuncia e propone la RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna), che insieme ad AMAS (Assemblea dei Movimenti Ambientalisti e Sociali dell’Emilia-Romagna) ha organizzato in questi mesi la Carovana regionale “Diritti e rovesci”, che si concluderà con il convegno regionale a Bologna il 13-14 giugno. L’ultima tappa è stata a Ferrara (parco Pareschi in c.so Giovecca) lo scorso 6 giugno, tappa coordinata dal Forum Ferrara Partecipata. La mattinata di confronto e discussione è stata moderata da Marino Pedroni e ha visto interventi di attiviste/i (soprattutto donne) di vari gruppi e movimenti del nostro territorio. Aspetto importante, questo: «spesso, infatti – ha detto Pedroni – è mancata una prospettiva globale sulle battaglie».
A proposito di ciò, Viviana Manganaro, coordinatrice RECA, ha illustrato la nascita della Rete regionale nel 2019, all’inizio del secondo mandato a Bonaccini e della lettera inviatagli da oltre 50 associazioni «su tutte le politiche sbagliate dei suoi primi 4 anni. Siamo stati, per questo, definiti la “spina verde” inRegione e abbiamo anche dato vita a un “Patto per il clima e il lavoro”, contropoposta rispetto a quello della Regione». Regione che «cerca sempre di metterci in un angolo ma abbiamo presentato anche quattro proposte di iniziativa popolare sui beni comuni». Ma ambiente vuole dire anche diritti delle persone, quindi sociali, ed è per questo che poi è nata anche AMAS.
Sull’aspetto più strettamente ambientale è quindi intervenuta Sandra Travagli (Comitato residenti Villanova), che ha spiegato come «nel 2013 in regione ci fossero 52 impianti biogas da combustione». Tanti, troppi: «nacquero quindi diversi comitati di protesta, ma nel 2018 la riconversione portò a un raddoppiamento della loro potenza e alla nascita di 12 impianti biometano, fra cui quello di Villanova, il più grande in regione». Ma «il biometano non dev’essere considerato un’energia rinnovabile». Progetti, questi, inoltre fatti «senza un’adeguata informazione e senza il coinvolgimento di cittadine/i», ma anzi con la «sottomissione ai fondi finanziari di investimento» che han portato a «lo spolpamento dei territori».
L’acqua è un altro campo di battaglia a livello globale, vista anche la sua scarsità a causa della crisi climatica: Corrado Oddi ha presentato la campagna provinciale per la ripubblicizzazione del servizio idrico (v. la “Voce” del 27 marzo scorso): a fine 2027, infatti, scadono le concessioni del servizio idrico in provincia di Ferrara, con 11 Comuni del Basso Ferrarese dove opera CADF (a totale capitale pubblico), mentre nel Comune di Ferrara e in altri 9 dell’Alto Ferrarese il servizio è gestita da Hera.
A proposito di servizi pubblici, Romeo Farinella (urbanista UniFe, v. sotto) ha poi trattato il tema della mobilità sostenibile: «non regge più – ha detto – il modello secondo cui si costruiscono sempre più strade nei nostri territori. Bisogna, invece, ridurre l’uso delle auto e incentivare il sistema di trasporto pubblico.A Ferrara – Città delle biciclette – manca una vera rete ciclabile, idem in provincia. E serve ragionare sul creare “zone 30” e aumentare le ztl». La cura dei luoghi è tutela della vita: l’urbanistica, quindi, non può non essere “femminista”: su questo ha riflettuto Alessandra Guidorzi(“Ferrara, le donne e la città – Forum Ferrara partecipata”), che ha illustrato il progetto di una città delle donne, per le donne, e per tutti. Indagine svoltasi soprattutto nei quartieri Krasnodar e GAD. «Contro città dominate dal modello neoliberista e patriarcale – ha detto – bisogna attivare percorsi di transizione ecologica, con più luoghi di incontro, sottraendo gli spazi pubblici agli usi privati».
Luoghi come la sede di Cittadini del mondo (ne parliamo a pag. 11), di cui ha parlato Carola Peverati, che si è concentrata sulla demonizzazione dei migranti nella nostra città, «mentre invece andrebbero aiutati anche con servizi pubblici più efficienti». Altro luogo di incontro di realtà diverse è la Rete per la pace, di cui ha invece parlato Barbara Diolaiti («non c’è pace senza giustizia e lotta contro il neoliberismo, la guerra e il controllo delle risorse naturali»), mentre del Centro sociale “La Resistenza” (ancora senza sede) ha parlato Francesco Ganzaroli («sempre più forte è la repressione contro i movimenti sociali, anche a Ferrara»). Luoghi sociali e luoghi naturali, come quelli violentati dai grandi eventi: si pensi al Parco Urbano nel caso dei concerti di Vasco Rossi: da qui è partito Domenico Giuseppe Lipani, presidente di Italia Nostra – Ferrara: «il consumo estrattivo dello spazio pubblico porta danni al patrimonio pubblico, che invece è spazio e strumento di democrazia», ha riflettuto. «Cerchiamo, invece, di dar vita a una città-parco, dove il verde è spazio vissuto collettivamente». Gli ultimi interventi sono stati di Ilaria Pasti (Koesione22, quartiere Krasnodar), Silvano Tagliavini (Coordinamento cispadano NO autostrada), Claudia Zamorani (Comitato piazza Ariostea contro i megaconcerti in questo luogo tutelato), Laura Felletti Spadazzi (Plastic Free) e Andrea Firrincieli, che ha parlato della “Camminata per Samanta Zironi” che si tiene il 10 giugno al Barco, e del progetto “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace” (v. pag. 9).
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026
L’anima degli Stati Uniti d’America nella conferenza di Tiziano Bonazzi in Biblioteca Ariostea
“Eredità e attualità della Dichiarazione d’Indipendenza” è il nome della conferenza tenutasi lo scorso 29 maggio nella Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara e organizzata dall’Istituto Gramsci con ISCO Ferrara.
Relatore è stato Tiziano Bonazzi (prof. Emerito Unibo), con introduzione di Piero Stefani (Istituto Gramsci Ferrara) e l’intervento finale di Massimo Faggioli (Trinity College Dublino).
Proprio quest’anno ricorre il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, testo che ha inciso profondamente sulla storia politica e culturale contemporanea.
«La Dichiarazione d’indipendenza – ha riflettuto Bonazzi – ha un linguaggio fluido, semplice, accessibile a tutti e tratta temi che ci sembrano normali. E fin da subito ebbe una risonanza mondiale». Un testo comunque particolare, se letto ai giorni nostri, col «perseguimento della felicità» come fine e il «diritto alla rivoluzione contro il potere giusto» come uno dei principi base. Un testo «deista» nonostante la radicale professione di fede dei coloni fondatori, e la convinzione secondo cui «nessuna chiesa può diventare chiesa di Stato, per non violare la libertà di coscienza» dei singoli. Nonostante ciò, la Dichiarazione d’Indipendenza «venne interpretata da molti pastori come testo cristiano» e gli USA come «il secondo Israele». Così come «libertà e uguaglianza da alcuni furono interpretati non in senso universalistico», ma per i soli «pari», quindi non per i neri.
In ogni caso, la Dichiarazione è divenuta «mito fondativo politico», quindi «strumento che serve a dare senso a una comunità, il suo senso di esistere, per durare nel tempo». Dodici anni dopo verrà ratificata la Costituzione federale, con «la divisione dei poteri insieme al principio federalistico, che rende meno pericoloso il governo centrale». Bonazzi ha poi riflettuto sulla cosiddetta Living Constitution (Costituzione vivente) di inizio Novecento, l’idea, cioè, che la Costituzione, pur non modificandosi formalmente, abbia di per sé un dinamismo necessario, una progressività per meglio interpretare le trasformazioni nel corso del tempo. Approccio che, negli anni “caldi” della Guerra fredda fu poi bollato come «comunista» e in cui iniziò sempre più a emergere «un’idea restrittiva della rivoluzione americana». «Democrazia, libertà dell’individuo e libertà d’impresa diventano i tre pilastri del modello statunitense, con l’esclusione quindi dei diritti sociali e di alcune minoranze, come quella dei neri». E a questi tre principi, Eisenhower (presidente dal ’52 al ’61) vi aggiunse «la fede religiosa». Approccio, questo, di tipo conservatore che portò alla triade «Dio-Patria-Famiglia», «limite all’individuo». Solo negli anni ’60 i diritti delle minoranze – afro, donne (anche se minoranza non sono), omosessuali, nativi – iniziano a essere difesi e inizia a imporsi il concetto di «persona».
Oggi – ha proseguito Bonazzi – col movimento MAGA (Make America Great Again) – «che è sbagliato considerare composto solo da persone ignoranti e appartenenti al ceto medio basso» – vi è una reazione a questo periodo “progressista”, e si guarda con angoscia al calo demografico dei cosiddetti “bianchi” e al sempre dominio della «cultura bianca». Alla base di ciò «vi è un inespresso razzismo», con «un’idea immobile della società». Ma quella degli USA è «una società complessa e variegata – ha proseguito il relatore anche interpellato dai presenti – quindi non vedo il rischio di una trasformazione antropologica. Certamente, però, il pendolo che nella storia USAoscilla sempre tra progressismo e conservatorismo, rischia per la prima volta di fermarsi a favore del secondo.Sarebbe la fine degli Stati Uniti d’America».
E a tal proposito, Faggioli – che ha ricordato d’esser stato allievo di Bonazzi all’Ateneo di Bologna – ha brevemente riflettuto sull’attuale crisi degli USA, del suo mondo conservatore e del «rapporto politica-teologia: assistiamo a un collasso totale del rapporto tra illuminismo e religione», ha aggiunto. Sempre su questo aspetto,Stefani ha invece riflettuto sulle analogie tra USAe Israele, in particolare citando l’inserimento, nel 2018, da parte del governo israele del “diritto religioso” come diritto fondamentale, definendo ufficialmente lo stato come «la casa nazionale del popolo ebraico».
Infine, una notizia: dopo un anno al Trinity College di Dublino, a luglio Faggioli tornerà ad insegnare alla Villanova University negli USA.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026
A Ferrara si è svolta la rassegna di UniFe “Alfabeti urbani” con incontri sulle città contemporanee sempre più vittime della crisi ecologica, di logiche speculative e repressive. Ma nelle quali germogliano forme comunitarie e mutualistiche. E in un incontro, focus su Gaza: mancato collegamento con un pescatore lì residente a causa di un bombardamento israeliano. Lo Spin Time di Roma, i legami con la Chiesa e altre utopie concrete
di Andrea Musacci
Tre giorni di riflessioni sulle piccole e grandi trasformazioni delle comunità e quindi delle nostre città.Dal 14 al 16 maggio a Ferrara si è svolta la rassegna “Alfabeti urbani”, organizzata dal Dipartimento di Studi Umanistici – Laboratorio di Studi Urbani di UniFe, con il coinvolgimento di studentesse e studenti del corso di Scienze e Tecnologie della Comunicazione, e il contributo della rivista “Quants – Tempi Moderni”. Gli organizzatori sono i docenti Giuseppe Scandurra e Domenico Giuseppe Lipani, Antonino Princi, scrittore e docente, Chiara Tarabotti, regista teatrale, e Fabio Cuzzola, scrittore e docente.
CITTÀ SOMMERSE
La crisi climatica non è un discorso astratto o che riguarda terre lontane. È anche qui, dentro le nostre vite. Su questo ha riflettuto il 14 all’ex Teatro Verdi di Ferrara Alex Giuzio, che negli ultimi sei mesi assieme al fotogiornalista Michele Lapini e alla giornalista Zuza Nazaruk ha lavorato a un’indagine sull’adattamento all’innalzamento del mare tra l’Emilia-Romagna (Rimini e i Lidi ferraresi), il Galles (località Fairbourne) e l’Olanda (Rotterdam), grazie al sostegno del Journalismfund Europe. In mostra all’ex Verdi, anche alcune foto di Lapini.
«Sono 16mila i miliardi di dollari che entro il 2100 verranno spesi a livello globale contro l’innalzamento del mare», ha detto Giuzio. Nel 2018 il Centro nazionale oceanografico del Regno Unito (NOC) parlava di 14mila miliardi di dollari. Per questo motivo, «la Banca Mondiale ha deciso di difendere una località su tre a rischio». Una selezione ben poco naturale, risposta selettiva a una crisi ecologica che non solo non si ferma ma si radicalizza col passare degli anni. E le soluzioni proposte dall’alto seguono la stessa logica – ideologica – delle cause del problema: quella del mercato e del profitto. Si salvano i ricchi e i benestanti, coloro (pochissimi rispetto alle collettività) che ci guadagnano nelle località balneari più gettonate. Insomma, la crisi climatica è causata dalle disuguaglianze e dalla volontà di possesso e di dominio (nello specifico, anche «dall’urbanizzazione/bunkerizzazione delle coste») e la risposta che si dà acuirà queste disuguaglianze e questo atteggiamento predatorio. Senza contare che «i costi dell’energia sono in aumento e continueranno ad aumentare».
Basti pensare a Venezia, dove «per il Mose sono stati spesi 6,5 miliardi di euro», ha detto Giuzio. Almeno, però, Venezia è un gioiello di arte, cultura e architettura unico al mondo. Lo stesso non si può dire di Rimini, dove sono stati spesi 110 milioni di euro solo per il “Parco del mare”, «un progetto di rigenerazione urbana finalizzato in realtà anche a raccogliere l’acqua tramite due vasche sotterranee in piazzale Kennedy». E a proposito di Emilia-Romagna, la Regione «nell’ultimo quarto di secolo ha messo in atto diversi ripascimenti (spendendo, solo per l’ultimo, 23 milioni di euro)», quella tecnica, cioè, per posizionare artificialmente sabbia o sedimenti su un litorale eroso per ricostituire la spiaggia. Ma la spiaggia «deve rendere, quindi a essere salvate sono solo quelle più redditizie». La logica è solo quella «del turismo e del profitto», non della ricchezza ambientale e naturalistica. E «si ragiona solo col qui e ora: importante è che si riescano a piantare gli ombrelloni per la stagione». Da parte degli amministratori locali – che siano di centro-destra o di centro-sinistra (con alcune rare eccezioni) – «non vi è, quindi, lungimiranza, al massimo si danno un po’ di ristori solo dopo l’ennesima emergenza, per poi riprendere a cementificare». Bisogna, invece, «tanto gestire l’emergenza quanto progettare il futuro», per evitare – come detto – anche un aumento delle povertà e delle disuguaglianze sociali.
In conclusione, un accenno a Fairbourne, nel Galles, luogo sacrificato dal governo secondo questa logica, in quanto località poco abitata e non turisticamente attraente, quindi non redditizia. Nel 2054 sarà definitivamente abbandonata: «potrebbe quindi rappresentare quel che accadrà anche qui», nei nostri Lidi.
CITTÀ SORVEGLIATE
Sempre il 14, per “Alfabeti urbani”, di smart cities e Intelligenza artificiale (AI) ha riflettuto il giornalista Andrea Daniele Signorelli in dialogo con Federico Sardo (Direttore Editoriale “Quants”). La narrazione della smart city, per Signorelli si fonda sull’idea di sharing (quindi di “condivisione”) di auto, motorini e monopattini, per usare sempre meno l’auto privata. In realtà, «questi servizi di sharing non hanno sostituito l’auto privata ma l’utilizzo di mezzi pubblici», e perlopiù portando profitti a società private che offrono questo servizio. E vi sono «zone off limits» per questi mezzi in sharing: le periferie della città. Insomma l’obiettivo non detto di molte amministrazioni locali è quello di «non ampliare la rete dei mezzi pubblici» e di favorire poche aziende private. La smart city, quindi, secondo la narrazione che la sostiene è «una città intelligente, che integra in sé nuove tecnologie, sensori utilizzati per raccogliere dati e informazioni, per migliorare la gestione del territorio». In realtà, questa raccolta e successiva elaborazione di dati privati è la cosiddetta «AI predittiva», che mappa il territorio urbano cercando di eliminare ogni variabile dei comportamenti umani prevedendoli integralmente.
L’AI predittiva – molto diffusa in diverse città in USA e Cina, e sempre più anche in Europa – è dunque il «mezzo privilegiato delle società della sorveglianza», con ad esempio telecamere sempre più diffuse e che spesso permettono anche il riconoscimento facciale (si veda a tal proposito in particolare le società USA “Palantir Technologies” – fondata da Peter Thiel – e “Clearview AI”). Ma una società della sorveglianza è una società dove cittadine e cittadini, sentendosi osservati e temendo di essere schedati come “variabili non tollerabili”, finiscono per «autocontrollarsi», cioè per «autocensurarsi». Autocensura che avviene “dal basso”, cioè attraverso gli smartphone o «strumenti come Amazon Ring».
CITTÀ TURISTIFICATE
Un altro dispositivo che sempre più ridisegna le nostre città, mercificandole, è quello legato alla cosiddetta “turistificazione”. Di questo, il 15 Giangi Franz (Docente UniFe) ne ha parlato con Antonio Di Siena, autore del libro “Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano”. Nel volume, Di Siena tratta ampiamente della Grecia (dove ha vissuto), Paese nel quale dal 2008-2009 la troika UE (Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale) ha compiuto «la peggior macelleria sociale degli ultimi 80 anni in Europa». Un processo, pur in modo diverso, iniziato qui e altrove dagli anni ’90, «con crisi economiche, conseguente precarizzazione del lavoro, deindustrializzazione e turistificazione. Un filo rosso», un ordine non casuale, avvenuto nei Paesi euromediterranei (Spagna, Portogallo, Italia e appunto Grecia). Non a caso, in essi «la turistificazione esplode dal 2008-2009, col conseguente aumento dell’imposta di soggiorno e riforma della tutela delle locazioni». Un solo settore viene finanziato: quello del turismo, che in Grecia rappresenta oltre il 30% del PIL, e oltre il 10 in Spagna e Italia. La crisi, quindi, rappresenta «l’humus funzionale a questo sistema di sviluppo, liberando così un’enormità di asset immobiliari, da mettere a rendita trasformandoli in b&b e dando lavoro a tanti disoccupati». Lavori «sottopagati, a basso costo, non sindacalizzati», spesso in nero. Il sud Europa diventa così «il parco divertimento dei ricchi del nord del continente, soprattutto tedeschi, olandesi, svizzeri».
E gli Stati del Mediterraneo europeo diventano «Stati-merce», vale a dire «operatori di mercato, venditori» che vendono sé stessi, le proprie risorse culturali e naturalistiche, come fossero meri brand. Un vero e proprio processo di «musealizzazione» che «trasforma gli enti pubblici a ogni livello in enti di promozione turistica» e la cultura in «intrattenimento», con le città che diventano «parchi a tema». Altre conseguenze di ciò sono la «rinascita di rievocazioni storiche, la creazione dal nulla di retaggi del passato (si veda la “Notte della taranta”) e la competizione tra città e regioni per accaparrarsi più turisti possibili». Insomma, i luoghi devono diventare sempre più «attrattivi», trasferendo il governo dei processi democratici dagli abitanti ai turisti. Abitanti sempre più cacciati dalle loro città grazie all’aumento continuo dei prezzi delle case, e dunque degli sfratti. In Grecia, ha raccontato ancora Di Siena, «non si può nemmeno fisicamente protestare quando ci sono le aste immobiliari perché ora avvengono on line».
E in Italia il governo Meloni ha presentato il ddl sfratti che rende l’esecuzione più rapida, più opaca e meno difendibile: l’eliminazione dell’avviso di rilascio consentirà, ad esempio, all’ufficiale giudiziario di presentarsi senza preavviso, già dal giorno successivo alla scadenza del precetto. Una realtà già presente: si pensi a ciò che è successo a fine ottobre 2025 con lo sfratto in via Michelino 41 a Bologna di due famiglie con bambini piccoli dai loro appartamenti in poche ore. Famiglie con contratti in essere e affitti sempre pagati, che si sono viste recapitare un provvedimento di sfratto per finita locazione dopo la vendita dello stabile.
Anche Ferrara sta subendo gli effetti di questa gentrificazione/turistificazione: la nostra città, infatti, – ha riflettuto Franz, «30-40 anni fa è stata trasformata dall’ex Sindaco Roberto Soffritti in una città turistica. L’aumento vertiginoso degli studenti universitari, soprattutto dei fuori sede, ha fatto schizzare i prezzi degli immobili e sono aumentati i b&b», togliendo case a famiglie e lavoratici e lavoratori. Senza parlare del proliferare in centro di locali mangia&bevi, con l’omologazione dei negozi e la conseguente «banalizzazione» delle tradizioni culinarie e non.
CITTÀ OCCUPATE
Ben altre occupazioni subiscono da decenni i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, in una guerra, quella tra israeliani e palestinesi, che sembra infinita e nella quale uno dei rischi maggiori è che vengano sempre più soffocate le vere voci di pace, quelle che uniscono l’ascolto delle sofferenze delle persone da entrambe le parti alla lotta per la libertà di chi, come i palestinesi, dal ’48 è ammazzato o costretto a lasciare la propria terra. Di questo, della Nakba, il 15 (giorno della memoria di questo dramma), all’ex Verdi di Ferrara (per la tappa ferrarese di “Flotilla 100 porti 100 città”) ha parlato in collegamento streaming Luisa Morgantini, ex Vicepresidente del Parlamento Europeo e storica attivista per la pace e per i diritti del popolo palestinese: «tanti sono stati in questi decenni i palestinesi uccisi, i villaggi e le case distrutte dagli israeliani, per cancellarne la memoria e la presenza. Il disegno di Israele è fare dei territori palestinesi una colonia col furto e l’occupazione delle terre». Ma in Israele, ha sottolineato Morgantini, «esistono anche antisionisti, minoranze che criticano l’occupazione israeliana, la pulizia etnica e che quindi solidarizzano con i palestinesi». Da qui, dal dialogo tra chi vuole la pace, bisogna ripartire.
Ma la guerra genocida di Israele continua e ha “lambito” Ferrara e il festival “Alfabeti urbani”: infatti, l’incontro in questione prevedeva l’intervento da Gaza di Zakaria Bakr, pescatore che vive a ovest di Gaza City, nel nord della Striscia. Ma è arrivata la notizia che l’esercito israeliano aveva bombardato un edificio vicino a dove vive Bakr. Poco dopo si è saputo che in quell’attacco sette persone sono state uccise e decine sono rimaste ferite nell’attacco che ha colpito anche un veicolo civile. Secondo una fonte all’interno del servizio ambulanze di Gaza, in forma anonima, che ha parlato con “Al Jazeera”, fra i morti ci sono tre donne palestinesi e un minore. La notizia del bombardamento vicino alla casa di Bakr l’ha data poco dopo in collegamento on line con Ferrara l’avv. palestinese Zaher Darwish, collegato da Palermo dove vive da 40 anni e lavora come sindacalista CGIL. Darwish ha poi accennato anche alla campagna di sostegno al popolo palestinese anche attraverso la raccolta di finanziamenti per l’ospedale di Gaza, «importante non solo per le cure mediche ma anche per l’aiuto psicologico alle persone». Israele, ha aggiunto «sta distruggendo i valori costituzionali e umani».
A seguire, ha portato la propria testimonianza Elettra Negrini, giovane ferrarese da poco stata su una nave della Global Sumud Flotilla (la sua testimonianza la trovate sulla “Voce” del 15 maggio scorso). Un contributo importante l’ha portato anche Alessandra Annoni, docente di Diritto Internazionale a UniFe, che ha denunciato come «molti Stati non hanno la volontà politica di reagire alle continue violazioni da parte di Israele del diritto internazionale» tanto a Gaza quanto in Cisgiordania. «Violazioni ci sono state anche da parte della Russia ai danni dell’Ucraina ma in quel caso perlomeno i Paesi occidentali hanno reagito con pacchetti di sanzioni contro Mosca». Oggi, quindi, «a livello globale sembrano non esserci più regole ma vince la legge del più forte».
CITTÀ LIBERATE
“L’utopia che abita la città. Esperienze dal Polo Civico Esquilino e Spin Time Roma” è stato il titolo del primo incontro del pomeriggio conclusivo (16 maggio) di “Alfabeti urbani”, moderato da Fabio Cuzzola. Lorenzo Teodonio e Martina Di Paolo sono venuti da Roma per raccontare l’esperienza del Polo Civico Esquilino (PCE) come «associazione di associazioni», all’insegna della «partecipazione civica e della trasformazione sociale». Attualmente sono 52 le associazioni aderenti al PCE, per un compito sempre più importante perché «aumentano povertà, fragilità sociale e marginalità». Chiara Cacciotti ha poi illustrato l’esperienza dello Spin Time (che fa parte del PCE), esperienza non solo di occupazione ma di autentica rigenerazione urbana: 140 le famiglie (ca. 400 persone) che risiedono nel palazzo di 10 piani, di cui 7 abitativi e gli altri per enti ed associazioni. Lo stabile è occupato dal 2013: storica sede dell’Inpdap, è stato poi acquisito dal fondo di investimenti immobiliari “Investire SGR”.
I residenti da sempre chiedono di essere regolarizzati, e si pongono come rivendicazione attiva e concreta per porre l’attenzione sull’enorme problema del diritto alla casa: «abbiamo fin da subito deciso di non barricarci ma di aprirci – ha spiegato Cacciotti -, mostrando la nostra funzione sociale e culturale», con tanti servizi, associazioni e iniziative, anche all’insegna dell’«economia circolare». Insomma, un luogo permeabile e al servizio della città, un «presidio sociale» per «restituire» a questa l’edificio, «un’istituzione costituente», per citare Castoriadis. Cacciotti ha poi citato l’episodio del maggio 2019 con l’allora elemosiniere del Papa, card. Krajewsky che si cala nel tombino per riattaccare la corrente e riportare la luce che era stata volontariamente staccata. Achiamarlo fu suor Adriana Domenici, religiosa che vive lì, e ci vive in maniera attiva, «essendo stata lei la prima ad aprire Spin Time alla città». Anche don Mattia Ferrari, cappellano di bordo di “Mediterranea”, è amico di Spin Time. E lo scorso ottobre lo Spin Time ha ospitato il V Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari (EMMP – Encuentro per Papa Francesco), all’insegna delle tre T (Terra, Techo e Trabajo – Terra, Casa e Lavoro).
A seguire, incontro con Gianluca Pittavino (Askatasuna), Marina Boer (Mamme del Leoncavallo), Beatrice Tabacco (Ricercatrice), Carola Peverati (Cittadini del mondo), Francesco Ganzaroli (Resistenza) e Fabio Cuzzola (Alfabeti Urbani) su “Centri sociali e dintorni: tra riorganizzazione e repressione”. Da qui sono emerse «esperienze di trasformazione che resistono alle trasformazioni della città», modi di «applicare le utopie ai meccanismi reali dell’esistenza». Riguardo a Ferrara, Peverati ha parlato dei recenti sgomberati del Grattacielo come di una «forma di remigrazione», contrapponendo, ad esempio, l’esperienza ormai storica di Cittadini del mondo, che ora ha 256 iscritti al proprio corso per stranieri, compiendo – come anche La Resistenza -, un’opera di mutualismo dal basso, nonostante gli sfratti che entrambi han subìto dall’Amministrazione comunale.
L’ultimo incontro del Festival ha visto l’intervento di Alfredo Morelli (Docente UniFe) sul tema “Contro lo spaziocidio: per una nuova controcultura urbana”. Nell’epoca del «salto antropologico» che, a causa anche dell’AI e dell’automazione, ci porta nell’«oltreumano», le uniche forme di resistenza sono quelle anche qui sopra descritte, vale a dire «esperienze plurali di piccole polis, possibili laboratori per il futuro che sfidano il potere negli interstizi».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026
Elettra Negrini, 29 anni, nata e cresciuta a Ferrara, è fra i 22 italiani sequestrati dalla marina israeliana in acque internazionali il 29-30 aprile. «Agiamo nella nonviolenza, ci esponiamo per aiutare chi soffre. Se potessi ripartirei subito per Gaza»
di Andrea Musacci
«Sono nata e cresciuta a Ferrara. E ora ho deciso di spendermi in prima persona per Gaza». È molto toccante il racconto che Elettra Negrini (foto), ferrarese di 29 anni, ci fa della sua esperienza di fine aprile su una delle navi della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza per portare farmaci e aiuti alimentari alla popolazione. Elettra è stata invitata a testimoniare pubblicamente dalla Rete per la Pace di Ferrara, la mattina del 9 maggio scorso nella sede della CGIL in p.zza Verdi. Mi spiega di essersi diplomata all’Istituto Bachelet, poi ha concluso la laurea triennale in Antropologia all’Università di Bologna, ha fatto un anno di Erasmus in Spagna e poi preso la laurea magistrale in Antropologia culturale a Torino. «A Ferrara – dove ho lavorato anche durante gli studi – sono tornata da poco dall’Australia, dove io e Gonzalo, il mio fidanzato, abbiamo vissuto per un certo periodo. Lo scorso ottobre, quando lui era nella Flotilla, io ero in Australia: avevo più paura perché sola e perché non avevo ancora fatto questa esperienza. Ma ora che l’ho fatta e che ho l’opportunità di testimoniare e di condividere con tante persone, non ho più paura».
«Nella notte tra il 29 e il 30 aprile scorso siamo state tra le prime barche intercettate. Non dimenticherò mai quella notte: quello della marineria israeliana è paragonabile a un atto di pirateria». Così Elettra ci racconta. La ragazza è una dei 22 italiani sequestrati quella notte da Israele (5 donne e 17 uomini): la marina israeliana ha intercettato 22 imbarcazioni della Flotilla in acque internazionali, nella zona di ricerca e soccorso (Sar) greca, a oltre 600 miglia nautiche dalle coste di Gaza. Il 1° maggio, i partecipanti (da 55 Paesi diversi, e di cui una 50 italiani) sono stati trasferiti a Creta. Tutti tranne due – il brasiliano Thiago Ávila e il palestinese con cittadinanza spagnola e svedese Saif Abukeshek – che sono stati deportati in Israele con l’accusa di «affiliazione a un’organizzazione terroristica», e liberati il 9 maggio.
«In quel momento – ci spiega Elettra – insieme ad altri mi trovavo su, in coperta, non dormivamo ma eravamo di guardia. Vedevamo tanti droni volare sopra di noi a bassa quota e la radio da un po’ non funzionava bene. Abbiamo visto luci rosse in lontananza e poi i fari puntati, ma sul momento non pensavamo potesse essere la marina israeliana», essendo lontani da Gaza: «si tratta dell’ennesimo schiaffo al diritto internazionale, anzi ancor più grave rispetto ai pur gravi precedenti». I soldati poi «ci han fatto spostare sulla parte frontale della nave, ma siamo rimasti fermi, con i nostri giubbotti di salvataggio addosso. Al terzo ordine da parte loro, ci han minacciato che ci avrebbero sparato e quindi ci han fatto inginocchiare, mettere le mani sopra la testa, la testa bassa, voltati verso il mare, verso l’oscurità. Ci hanno tolto i passaporti. A me hanno fatto mettere le mani sulla bandiera israeliana e mi hanno perquisito più volte. Poi ci han fatto sdraiare a terra e ci han legati i polsi con fascette di plastica, tanto da farci venire i lividi. Per 36 ore siamo stati detenuti in una specie di prigione galleggiante, senz’acqua né cibo né accesso ai servizi igienici per molte ore». E diversi compagne/i della Flotilla «sono stati feriti in modo grave tanto che avrebbero avuto bisogno di essere curati in ospedale. I soldati israeliani hanno ripetutamente cercato di manipolarci mentalmente; ad alcuni ragazzi della Flotilla dicevano “preferisci la morte o il dolore?”. Abbiamo buttato i nostri cellulari in mare e i coltelli che usavamo in cucina, ma un ragazzo si era dimenticato due coltelli addosso, uno alla cinta e uno al marsupio: a quel punto i soldati hanno iniziato a provocarlo pesantemente e l’hanno isolato. Ma eravamo stati addestrati molto bene a non rispondere alle provocazioni». Come il dire «perché piangi come un bambino?!» o, quand’erano sul gommone: «ora per voi inizia un lungo viaggio verso l’Africa, e lì ci sono regole diverse…». Oltre ai «colpi di proiettili (seppur di gomma) ripetuti tre volte di fila, per innervosirci ancora di più», o «alcuni di noi inondati di acqua e alcune donne sono state trascinate via, e hanno dei lividi, i visi gonfi, in alcuni ho visto anche delle tumefazioni a pochi centimetri dai genitali». O «traumi cranici, nasi e costole rotte».
«Questo sequestro programmato» – prosegue Elettra – fatto con l’aiuto della Guardia Costiera della Grecia («”siamo qui per la vostra sicurezza”, ci dissero mentendoci»), paese dell’Unione Europea – «vede anche la responsabilità dello Stato italiano, che non ci ha assistiti in nessun modo, nonostante la nostra nave battesse anche bandiera italiana».
Un’altra sua riflessione riguarda le differenti risposte delle persone al genocidio di Gaza, al dramma della Cisgiordania e all’impegno della Flotilla: «nel mondo di oggi, molti non riescono più a riflettersi nell’altro, come se ciò che succede alle persone di Gaza non li riguardasse. Ma lottare per un mondo migliore non è né un atto terroristico né un atto di coraggio ma di amore e di consapevolezza». Amore che è anche nonviolenza, termine ripetuto più volte da Elettra e scritto anche da Thiago Ávila nella sua ultima lettera alle compagne/i della Flotilla dalla detenzione. «Non c’è nulla di male nel credere nell’utopia ma queste nostre azioni con la Flotilla non sono qualcosa di utopico – dice ancora Elettra -, ma un atto di solidarietà concreta, un esporsi per aiutare chi soffre». Atto che «da sempre viene fatto perché può cambiare la realtà. Certo, ci sarà bisogno di tempo ma è importante l’impegno di tante persone, di metterci oltre che le proprie parole anche il proprio corpo». Purtroppo però «vi è in molti una certa ignoranza emotiva, un’apatia che porta all’indifferenza verso la sofferenza di queste persone. Dobbiamo, invece, trasformare il dolore in qualcosa di attivo».
Elettra, come detto, è fidanzata con Gonzalo Nestor Fabian Di Pretoro, di origini argentine, presente in questa Flotilla e in quella dello scorso ottobre. E ora Gonzalo sta per ripartire, essendo rimasto su una delle 33 imbarcazioni della Flotilla scampate all’attacco israeliano del 29-30 aprile, e dirette lo scorso 9 maggio, verso la città turca di Marmaris. «Io e Gonzalo ci sentiamo ogni giorno – mi racconta Elettra -, mi ha anche mandato un loro video in cui cantano, a dimostrazione che il loro morale è alto, che non hanno paura. Io stessa se ci fosse la possibilità ripartirei subito per un’altra missione diretta a Gaza». Per questa appena conclusa, a fine marzo scorso Elettra assieme ad altri è scesa prima in Sicilia: «già l’anno scorso volevo partire con la Flotilla. A differenza di Gonzalo e di altri, non avevo esperienza nautica quindi nella missione ho dato una mano in cucina e nell’organizzazione». La preparazione che gli hanno fatto prima della partenza, come detto, è «all’insegna della nonviolenza: ci hanno insegnato, cioè, a non reagire ai soldati, a non avere nessun contatto fisico o visivo con loro. È stato un addestramento importante, anche se vivere è qualcosa di differente. Io e Gonzalo – mi racconta alla fine – ci siamo conosciuti nel maggio 2023 a Conselice: eravamo lì entrambi come volontari per aiutare gli alluvionati, lui come attivista di Greenpeace». Dal servizio a chi ci è vicino – in Romagna – a quello a chi è lontano – a Gaza. Ma lo spirito è sempre lo stesso, amore e consapevolezza.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026
Francesco Vignarca (Rete Pace e Disarmo) e Simone Siliani (Finanza Etica) sono intervenuti a Ferrara: «i grandi fondi investono sempre più nell’industria bellica. Costruiamo alternative concrete di pace»
di Andrea Musacci
“Si vis pacem, para bellum” (“Se vuoi la pace, prepara la guerra”) recita un’antica locuzione latina, citata – fra gli altri – anche dalla Presidente del Consiglio Meloni lo scorso giugno in Senato. “Se vuoi la pace, prepara la pace” è invece il ribaltamento non solo lessicale ma antropologico operato da padre Ernesto Balducci che così intitolò 40 anni fa i Convegni sul tema. E questo è il nome dato al partecipato incontro (oltre 50 i presenti) svoltosi lo scorso 11 marzo nella sede della CGIL Ferrara in piazza Verdi. Per l’occasione, Patrizio Fergnani (Movimento Nonviolento di Ferrara) ha introdotto e moderato gli interventi di Francesco Vignarca (Coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace Disarmo) e Simone Siliani (Direttore della Fondazione Finanza Etica). Prima dell’iniziativa in CGIL, Vignarca aveva incontrato anche quattro classi del Liceo “Roiti” di Ferrara.
Siliani ha esordito proprio ricordando come quei Convegni con padre Balducci l’abbiano segnato nel profondo: «Ma oggi – ha detto – l’Europa è il fulcro del riarmo globale». Riarmo che è anche «culturale e geostrategico», col «ritorno – come per gli USA con l’Iran – della teoria della cosiddetta “guerra preventiva”». Siliani ha poi citato il “Rapporto sulla competitività” presentato da Mario Draghi nel 2024 (dopo richiesta da parte della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen). Draghi, in un passaggio scrive: «L’industria della difesa necessita di investimenti massicci per recuperare il ritardo. Come riferimento, se tutti gli Stati membri dell’UE che sono membri della NATO e che non hanno ancora raggiunto l’obiettivo del 2% lo facessero nel 2024, la spesa per la difesa aumenterebbe di 60 miliardi di euro. Sono inoltre necessari ulteriori investimenti per ripristinare le capacità perse a causa di decenni di investimenti insufficienti e per ricostituire le scorte esaurite, comprese quelle donate per sostenere la difesa dell’Ucraina contro l’aggressione russa». E Draghi suggerì di attingere per le spese in armi anche nei risparmi privati, compresi i fondi sostenibili. Detto, fatto: da quando la Commissione europea ha chiarito che investire nella difesa rientra nei parametri di sostenibilità promossi dalla Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR – Regolamento europeo sugli investimenti sostenibili), l’esposizione dei fondi di investimento Esg, o “verdi”, al settore delle armi è cresciuta del 21%.
«Più che di riarmo io parlerei di “continu-armo” – ha detto Vignarca -, nel senso che le spese militari globali è dal 2001 che aumentano, e in questi 25 anni sono addirittura raddoppiate. E anche nell’ambito bellico – sempre più dominante – a comandare non sono nemmeno tanto più gli Stati nazionali, ma le élite transnazionali, in particolare i grandi fondi di investimento che sempre più puntano sul settore militare: «le principali aziende della difesa sono controllate in larga parte da mega fondi di investimento globali (BlackRock, Vanguard, Kkr…) che dominano i settori strategici dell’economia mondiale e rimangono in piedi anche grazie alla bolla creata dall’aumento costante di spesa militare», scriveva Vignarca sul Manifesto lo scorso 14 agosto. «Senza questo flusso garantito i loro profitti e la loro stessa centralità nei mercati globali verrebbero messi in discussione, perché il modello di business si fonda sulla costanza di rendimenti azionari legati a una spesa pubblica (come quella militare) che non subirà mai tagli improvvisi in contesti di “insicurezza permanente”. Il risultato è un circolo vizioso che si autoalimenta: le tensioni geopolitiche spingono i governi ad aumentare le spese militari, questi flussi di denaro rafforzano i bilanci delle industrie belliche aumentandone il valore azionario, gli azionisti di riferimento – che così hanno aumentato il proprio portafoglio – hanno grande interesse a consolidarne l’andamento finanziario per cui ogni passo verso la pace viene vissuto come una minaccia economica». Insomma, solo pochi ci guadagnano, e tanto, e i soldi vengono tolti al welfare, alla tutela dell’ambiente, al diritto alla casa, al lavoro. Senza pensare al cosiddetto riarmo nucleare, che riguarda tanti grandi Paesi, e non solo (si pensi a quelli baltici).
La guerra, insomma, in ultima analisi è «l’ideologia secondo cui si possono sacrificare vite umane a un “valore” più alto». Ed è «un’epidemia ideale, politica, culturale e pratica: da quando si è diffusa l’idea che la pace si difende armandosi, le guerre sono aumentate di numero». Guerra che è sempre «un punto di non ritorno», in quanto distrugge vite, luoghi, edifici, storie e relazioni.
Altro che “utopisti”: «i veri realisti siamo noi pacifisti», ha proseguito Vignarca. E la pace è un processo «continuativo e creativo», citando il sociologo norvegese Johan Galtung. Dobbiamo cioè «sempre difenderla e costruirla, e sempre più adattarla ai tempi in cui viviamo». Sempre vuol dire che la pace va costruita «ogni giorno», per un pacifismo «che non sia solo di cuore ma anche di testa e che alle analisi e alle critiche accompagni sempre anche proposte concrete alternative». Insomma, come ha detto Fergnani, «la pace non è solo disarmata e disarmante ma anche pratica e praticabile».
Ed è questo l’impegno quotidiano della Rete Italiana Pace e Disarmo, nata nel 2020 dall’unificazione della Rete della Pace (fondata nel 2014) con la Rete Italiana Disarmo (fondata nel 2004), a cui fin da subito si sono aggiunte numerose associazioni, organizzazioni, sindacati, movimenti della società civile italiana, molti di ispirazione cattolica. Un «mosaico della pace», come diceva don Tonino Bello, che «non annulla le differenze ma anzi le valorizza nella costruzione collettiva e politica del comune obiettivo, unendo globale e locale». Insomma, esiste sempre «un’alternativa, un’utopia concreta». Come il costruire «istituzioni di pace»: a tal proposito, questo lunedì (16 marzo) la Rete Italiana Pace Disarmo ha rilanciato la Campagna “Un’altra difesa è possibile” per la costituzione di un Dipartimento che indirizzi il contributo alla difesa civile, valorizzando il Servizio civile, i Corpi civili di pace, la Protezione civile e un Istituto di ricerca su Pace e Disarmo. E ancora: a UniFe una studiosa sta svolgendo – tramite la Rete Università per la Pace (RUNI PACE) – un Dottorato d’Interesse Nazionale (DIN) in Peace Studies, con una tesi sul rapporto tra giochi on line di guerra e sistema bellico. Dottorato, il suo, sovvenzionato in parte da Finanza Etica. E poi ci sono gli obiettivi, che possono riguardare anche il nostro territorio: nelle Diocesi, il dar vita a “Scuole di pace e non violenza”, e a Ferrara intitolare due ponti a Daniele Lugli e Pietro Pinna, protagonisti del movimento pacifista.
Spese militari: i numeri
Secondo i nuovi dati pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute, il volume globale dei trasferimenti internazionali di armi è cresciuto del 9,2% tra il 2016–2020 e il 2021–2025. Al centro di questa escalation c’è l’Europa, con importazioni di armi cresciute del 210% — più che triplicate — che la portano per la prima volta dagli anni ‘60 a essere la prima regione mondiale per acquisizioni militari, con il 33% del totale globale. Inoltre, i 29 Paesi europei NATO hanno incrementato le proprie importazioni del 143%. E il 48% di tutte le armi importate dagli Stati europei proviene dagli USA. Infine, l’export italiano di armamenti è aumentato del 157% tra il 2016–2020 e il 2021–2025, portando l’Italia dal 10° al 6° posto nella classifica mondiale dei fornitori di armi, con una quota del 5,1% del totale globale. L’Italia è oggi il sesto Paese al mondo per vendita di armi, davanti a Israele Regno Unito, Corea del Sud e Spagna.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2026
È un vizio antico – anzi, intrinseco – del potere quello di manipolare il linguaggio a proprio piacimento, adulterando le parole per ingannare coloro che vuole dominare, oltre a sé stesso. Un sistema come quello in cui siamo immersi deve quindi manipolare termini fondamentali: primo fra tutti, “libertà”. Di questo e molto altro si è discusso nel pomeriggio dello scorso 4 febbraio nella libreria Libraccio di Ferrara, in occasione della presentazione del libro di Carlo Iannello “Lo stato del potere. Politica e diritto ai tempi della post-libertà” (Meltemi ed., 2024), incontro a cura di Macrocrimes. Iannello è docente di Diritto costituzionale, Diritto pubblico dell’economia, Diritto dell’ambiente e Biodiritto. L’incontro è stato introdotto e moderato da Claudio Maruzzi:«la politica – ha detto – fa solo politiche al servizio del mercato: questo è il neoliberismo».
«Dagli anni ’70 del secolo scorso il mercato ha esondato, conquistando tutti gli ambiti della società», è quindi intervenuto Paolo Veronesi (Dipartimento Giurisprudenza UniFe): «dalla scuola e l’università alla sanità, dal mondo del lavoro alla giurisdizione, dalle carceri al welfare e alla fiscalità». E con disuguaglianze non solo che permangono ma «in continuo aumento», di certo non mitigate da grandi e piccole liberalizzazioni e privatizzazioni. Una visione, questa neoliberista, «di certo non avvallata dalla Costituzione italiana». Sul versante del potere statale, si è «neutralizzato il suo ruolo finalizzato alla giustizia sociale e alla tutela della persona che aveva nel secondo dopoguerra, si sono svuotati i partiti e accentrato il potere nell’esecutivo», ha proseguito Veronesi. Di conseguenza, il conflitto sociale per chi difende questa ideologia non può che diventare «il nemico», ed è la stessa società a non esistere più, ma solo «individui isolati illusi di essere liberi». In questo contesto, facilmente «il sistema emergenziale», d’eccezione, «può diventare ordinario». A livello continentale, l’Unione europea è «rimasta a metà del guado, rischiando così di annegare», e lo stesso concetto di riformismo è stato «snaturato». A dominare sono, a livello globale, «i gigacapitalisti, che possiedono risorse e quindi potere maggiori rispetto agli Stati e agli organismi sovranazionali. Non bisogna però rimpiangere la vecchia forma dello Stato, che come tutte le costruzioni umane è destinata a morire, ma pensare», o perlomeno anelare a «un’Europa come soggetto costituzionale e poi a una “Costituzione della Terra”» (si vedano al riguardo le analisi di Luigi Ferrajoli).
«Alla base di queste mutazioni negative indotte negli ultimi decenni dal neoliberismo vi è un ben preciso orientamento ideologico», nessun fatalismo o automatismo, ha rincarato Orsetta Giolo (Dip. Giurisprudenza UniFe). Il neoliberismo – ha aggiunto – è «volontà di affermazione del mercato sulla politica e sul diritto», ma il neoliberismo «ha bisogno del diritto», ha torto chi dice che lo nega; la differenza è che «lo stravolge», dandogli la forma che gli serve. Forme pre-moderne; assistiamo, infatti, a una «ri-feudalizzazione della politica e del diritto:non esiste più nessuna universalità, la persona non è più al centro. Il diritto è servile nei confronti del mercato e violento nei confronti di tutti gli altri, che diventano sudditi, non più cittadini».
E a proposito delle basi ideologiche, Iannello ha esordito citando i suoi principali teorici, Friedrich von Hayek e Milton Friedman, quest’ultimo consigliere fidato di Pinochet nel Cile dove si mise fine in maniera cruenta all’esperimento di Allende di coniugare socialismo e democrazia. Riprendendo alcuni dei temi discussi da chi l’ha preceduto, Iannello ha riflettuto su come il diritto neoliberale di per sé «crea disuguaglianze» e «ha al centro la realizzazione di grandi monopoli globali, non le libertà collettive, non i diritti sociali». Ma la stessa libertà del singolo – fatta eccezione per pochi (ma poi, è vera libertà la loro?) – è «un’illusione, è il grande inganno nascosto dietro espressioni quali “imprenditore di sé stesso” o “capitale umano”», espressioni «dell’autosfruttamento» tipico del neoliberismo, per cui spesso si perde la capacità di cogliere le vere «fonti dello sfruttamento».
Un dibattito vivo e fruttuoso, dunque, quello a Libraccio, che ha visto anche una buona partecipazione di pubblico. Aggiungiamo solo una piccola nota finale: forse il Novecento ha dimostrato che è impossibile un’alleanza o convivenza tra democrazia sostanziale e capitalismo, dato che il secondo inevitabilmente finirà per divorare il primo, in quanto di per sé senza limiti, mentre una vera democrazia si fonda sul limite e la ricerca del suo senso.Di conseguenza, sarebbe forse più utile abbandonare utopiche costituzioni globali e chiamare col proprio nome le fondamenta strutturali (non contingenti) di un sistema globale da un secolo e mezzo fondato sul profitto, la competizione, lo sfruttamento (delle persone, delle comunità, del creato) e l’alienazione.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 febbraio 2026
INTERVISTA ESCLUSIVA. Da Karaj, Azad scrive alla Voce: «siamo sotto shock, aiutateci»
di Andrea Musacci
«Il nostro popolo vuole rovesciare il potere degli ayatollah, ma abbiamo bisogno di aiuto». Proprio ora che si è abbassata – e di molto – l’attenzione sulle proteste in Iran, come “Voce” siamo riusciti a raccogliere la testimonianza di un uomo, Azad (nome di fantasia), ingegnere edile che vive nella città di Karaj, 40 km a nord-ovest di Teheran. Com’è noto, da diverse settimane il regime ha quasi azzerato l’accesso a internet. Ma, appena possibile, e per pochi minuti, il contatto con amici e parenti all’estero è possibile.
Per questo, a fare da intermediario tra noi e Azad è Leily Fazeli, iraniana anch’essa originaria di Karaj, residente a Ferrara dal 2012, parrucchiera di professione, sposata e con una figlia. In Iran vivono i genitori, i fratelli e i nipoti di Leily. Anche loro nelle scorse settimane sono scesi in piazza per protestare contro la crisi economica e la mancanza di libertà. In un’occasione, la cognata di Leily è stata colpita da un proiettile sparato dalla polizia: per fortuna, era a salve. Ma la paura e il dolore ci sono, e sono forti. La stessa paura e angoscia di Leily, che – ci spiega – scrive quotidianamente ai suoi amici e familiari in Iran, ma loro – quando va bene – riescono a risponderle solo dopo giorni, e per pochi minuti, tramite WhatsApp, Telegram o a volte Instagram.
Di seguito, le risposte alle nostre domande che Azad lo scorso 28 gennaio è riuscito a scrivere a Leily.
Azad, qual è la sua situazione economica? La crisi sta colpendo i lavoratori e le famiglie?
«Dal punto di vista economico, mi considero in una fascia medio-bassa. Le crisi economiche hanno inflitto danni profondi e irreparabili al tessuto della società, colpendo in modo particolare e durissimo la classe operaia».
Cosa ne pensa delle lotte nel suo Paese per la conquista delle libertà civili? Dall’inizio dell’ultima ondata di proteste, sono aumentate le restrizioni e la repressione?
«Sotto il regime della Repubblica Islamica, le restrizioni e la repressione sono sempre esistite. Tuttavia, nel tempo sono aumentate progressivamente e, dall’inizio delle ultime proteste popolari, questo controllo è cresciuto in modo incredibile e brutale».
Com’è la situazione nella sua città? Le manifestazioni e gli scioperi contro il regime continuano?
«Attualmente, a causa del terrore generato dalla sanguinosa repressione e dall’uccisione di un gran numero di cittadini da parte delle forze militari (sia ufficiali che non), e a causa delle minacce rivolte alle famiglie delle vittime e alla popolazione, non ci sono le condizioni per nuove proteste o scioperi. Il clima generale in città è di forte shock e profonda frustrazione».
Ha partecipato personalmente a queste manifestazioni?
«Sì, ho partecipato attivamente alle manifestazioni di piazza».
E ha amici, parenti o familiari che sono stati arrestati o uccisi dal regime?
«Tra i miei amici più stretti ci sono persone che si trovano attualmente in stato di detenzione. Inoltre, molti conoscenti sono stati uccisi dalle forze repressive durante queste proteste».
Qual è la sua previsione: queste proteste aiuteranno a far cadere il regime?
«L’ampiezza e il volume delle recenti proteste metteranno il regime di fronte a una crisi di legittimità senza precedenti. La partecipazione di milioni di cittadini e i loro slogan dimostrano chiaramente che il popolo vuole il rovesciamento del potere degli ayatollah. Tuttavia, la risposta violenta, irrazionale e sanguinaria del regime ha dimostrato che non hanno alcuno scrupolo a uccidere i cittadini, indipendentemente dal loro numero».
Quali speranze ha per il futuro, se ne ha?
«Data la spietatezza del regime, l’unica speranza rimasta oggi per i cittadini iraniani che protestano è l’intervento delle organizzazioni internazionali e un confronto deciso (anche militare) contro questo governo crudele e sanguinario».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 febbraio 2026
Due i sit in organizzati davanti al Duomo lo scorso 17 gennaio. Le testimonianze dei giovani iraniani nella nostra città: «alcuni nostri amici sono morti»
Piazze divise, purtroppo, a Ferrara, in sostegno delle proteste del popolo iraniano contro il regime che lo opprime da quasi mezzo secolo.
Nella tarda mattinata dello scorso 17 gennaio davanti alla Cattedrale si è svolto un sit in organizzato dalla Rete per la Pace di Ferrara. Una 50ina i presenti.Diverse persone (tutte italiane) si sono alternate al microfono per denunciare tanto la brutale repressione del regime contro il suo popolo quanto le mire neocolonialiste degli Stati Uniti e non solo.Miriam Cariani nel proprio intervento ha inoltre letto l’articolo-denuncia scritto da Ghazal Afshar (pubblicato su today.it), attivista e creator iraniana, membro dei Giovani Iraniani in Italia.
Il secondo sit in è stato invece organizzato dal gruppo “Pluralismo e dissenso” assieme all’associazione di Rovigo “Le mille e una notte” e si è svolto nel pomeriggio dello stesso giorno. Per l’occasione hanno portato la loro testimonianza innanzitutto due donne iraniane, Leily Fazeli e Maryam Amir Farshi (quest’ultima fondatrice dell’associazione “Le mille e una notte”).
Leily, parrucchiera, ha raccontato di come ha deciso di iniziare a parlare pubblicamente della sofferenza del suo popolo nel 2022, quando nacque il movimento “Donna, Vita, Libertà”. «Appena due giorni fa – ha aggiunto commossa – sono riuscita a parlare con mia madre che è in Iran; mi ha detto: “questa sarà l’ultima volta che dovremmo lottare…vinceremo, e vinceremo anche col vostro aiuto. Dite a tutti cosa sta accadendo qui”. Ringrazio anche la Rete per la Pace per il loro sostegno al nostro popolo, ogni voce è preziosa».
Ha poi preso la parola Maryam: «ora lo posso dire: “sono un attivista”. La caduta del regime porterà maggiore stabilità a tutto il mondo, anche all’Europa.Spero che i pasdaran vengano inseriti a livello internazionale nella lista dei terroristi e che siano bloccati i finanziamenti da Russia e Cina al regime iraniano». Sono poi seguite altre testimonianze di ragazze e ragazzi iraniani residenti a Ferrara o dintorni, come quella di un giovane che ha raccontato: «a 16 anni sono scappato, a piedi, dal mio Paese. Alcuni miei amici sono morti per colpa del regime, e la mia generazione non riesce davvero a crescere sotto quell’oppressione». Un altro ragazzo ha invece raccontato di essere stato «imprigionato e torturato nel 2009 in Iran, per alcuni mesi, in quanto dissidente».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 gennaio 2026
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)