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Un “normale” odio verso gli ebrei

18 Nov

Una riflessione sull’antisemitismo oggi, in Italia e non solo, tra banalizzazione e orrore quotidiano

F49E7E60-FBD8-4B7A-A40D-35086A8381C9-755x491Italia, 2019. Il 26 settembre appare questa scritta su un muro di Roma: “entriamo senza bussare come nelle soffitte di Amsterdam…perché dobbiamo trovare quella bugiarda di Anna Frank”. A metà ottobre, in Toscana, una madre scopre per caso che il figlio minorenne fa parte di una chat su Whatsapp piena di immagini, testi e video orribili, riguardanti malati di cancro, stupri e violenze di ogni tipo: è l’indicibile, e in questo indicibile vi sono anche frasi antisemite (ad esempio: “gli accendini e gli ebrei dove sono?”, “gli ebrei sono combustibile”). La chat è stata chiamata “The Shoah Party”. Lo scorso 6 novembre il Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza di Milano decide di assegnare la scorta a Liliana Segre, internata nel 1944, a 14 anni, in quanto di fede ebraica e sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz. La motivazione risiede nelle continue minacce ricevute via web dalla senatrice a vita, che, secondo un’analisi dell’osservatorio Antisemitismo del Cdec – Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea – riceverebbe oltre duecento messaggio d’odio al giorno. Sono solo alcuni episodi recenti di odio verso gli ebrei avvenuti nel nostro Paese, fra i tanti, – pensiamo anche a “ebreo, via via!” contro Gad Lerner al raduno di Pontida -, più o meno pubblici, verbali e non, che accadono e spesso non emergono.

Nella Relazione annuale a cura dello stesso Osservatorio, gli episodi di antisemitismo denunciati nel nostro Paese nel 2018 sono 197, senza contare naturalmente le migliaia di messaggi e commenti sul web (ad esempio, il rapporto “Voxdiritti” segnala per il 2019 – non ancora terminato – e solo su Twitter, 15.196 tweet negativi nei confronti degli ebrei). Un altro dato: sempre l’Osservatorio milanese nel 2017 ha compiuto un sondaggio sull’opinione dei nostri connazionali sugli ebrei: l’11% degli italiani (fra i 6 e i 7 milioni di persone) ha risposto con giudizi negativi. Anche per questo, le parole ribadite ancora una volta, nella nostra città, da Simonetta Della Seta e Dario Disegni, rispettivamente Direttrice e Presidente del MEIS, sull’importanza del Museo di via Piangipane nel legare gli orrori antisemiti del passato alle violenze in aumento oggi, sono assolutamente da sottolineare, da condividere e prendere sul serio. E’ un allarme continuo, quello che le stesse comunità ebraiche, di Ferrara e non solo, ci lanciano. Un’allerta, anzi, sempre più insistente, sempre meno scontata (se mai lo sia stata). Lo stesso presidente della Comunità ebraica di Ferrara Fortunato Arbib, nel corso dell’inaugurazione della mostra “Ferrara ebraica” del 12 novembre scorso, ha spiegato come i fatti che riguardano la Senatrice a vita Liliana Segre, “il mondo ebraico non può non commentarli. Sono notizie molto molto tristi, segno della follia che sta invadendo il nostro Paese”.

Ha poi citato le parole di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane: “non si tratta solo di difendere Liliana Segre, ma l’Italia che non si china all’odio razziale e antisemita”. Papa Francesco, in un passaggio dell’udienza del 13 novembre scorso, ha voluto ricordare: “il popolo ebraico ha sofferto tanto nella storia. È stato cacciato via, perseguitato… E, nel secolo scorso, abbiamo visto tante, tante brutalità che hanno fatto al popolo ebraico e tutti eravamo convinti che questo fosse finito. Ma oggi, incomincia a rinascere qua e là l’abitudine di perseguitare gli ebrei. Fratelli e sorelle, questo non è né umano né cristiano. Gli ebrei sono fratelli nostri! E non vanno perseguitati”. Lo stesso giorno David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, nel corso di una mini-plenaria a Bruxelles ha detto: “è con incredulità ma anche con immensa rabbia che ci troviamo a constatare come il demone dell’antisemitismo torni ad affacciarsi in Europa”. E non a caso: appena due giorni prima, l’11 novembre, un corteo di 100-150mila persone provenienti da tutta Europa (anche dall’Italia) ha sfilato per Varsavia in occasione della festa nazionale. Fra i cori scanditi: “fermiamo i circoli ebrei”, quegli “ebrei che vogliono derubare la Patria”. Un anno fa, un’inchiesta dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, registrò come il 40% degli degli ebrei europei stesse pensando di abbandonare il Vecchio continente.

La Shoah, tra barzellette e luoghi comuni

Nuoro, 2009. Durante un comizio elettorale, l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi raccontò questa barzelletta: “Un kapò all’interno di un campo di concentramento dice ai prigionieri che ha una notizia buona e un’altra meno buona. Quello dice: ‘metà di voi sarà trasferita in un altro campo’. E tutti contenti ad applaudire. ‘La notizia meno buona è che la parte di voi che sarà trasferita è quella che va da qui in giù…’, indicando la parte del corpo dalla cintola ai piedi. “Ricordo tutto, l’odore della carne umana bruciata, le persone che ho visto morire, i mucchi di cadaveri ischeletriti fuori dal crematorio, le esecuzioni”, raccontava Liliana Segre, in un Teatro Nuovo ammutolito, l’11 gennaio scorso a Ferrara. Chi, almeno una volta nella propria vita, non ha sentito, in momenti di pura convivialità, raccontare barzellette su Hitler, gli ebrei e le camere a gas. Divertissement qualsiasi usati da persone “normali” per allietare alcune delle tante noiose serate nel nostro mondo immerso nel benessere e nell’ozio, fino alla noia. Quella stessa noia che distruggeva ogni senso di umanità in adulti e bambini aderenti alla chat “The Shoah Party”, o in chi, a Nuoro rideva servile. “Un uomo di mezza età, di statura media, magro, con un’incipiente calvizie, dentatura irregolare e occhi miopi […] convintissimo di non essere […] un individuo sordido e indegno”: così Hannah Arendt parla di Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili dello sterminio nazista, per lui diventato presto “un lavoro spicciolo, di tutti i giorni”. Un uomo che, venuto a sapere della totale adesione delle gerarchie naziste alla soluzione finale (considerato, dice la Arendt, dai suoi esecutori, un semplice “meccanismo”) si sentì innocente: “In quel momento – cita la Arendt, sempre ne “La banalità del male” – mi sentii una specie di Ponzio Pilato, mi sentii libero da ogni colpa”. “Eichmann – commenta la Arendt – ebbe dunque molte occasioni di sentirsi come Ponzio Pilato, e col passare dei mesi e degli anni non ebbe più bisogno di pensare” (corsivo mio). Alcune volte, anche recentemente, mi è capitato di dover provare a convincere alcune persone – colte, sistemate, “normali” – dell’infondatezza di una tesi che sostenevano con ostentata tranquillità: solo un’ossessione per il guadagno e una volontà di dominio radicata nella loro “razza” – dicevano -, poteva permettere a molti ebrei, ancora oggi, di controllare buona parte dei gangli politici e finanziari in Europa e negli Stati Uniti. Insomma, nel 2019 gli ebrei sono ancora costretti a doversi giustificare quasi per ogni atto che compiono. Sono come avvolti da una nube di sospetto, per cui qualsiasi cosa considerata “normale” se compiuta da una qualsiasi persona, diventa fonte di malizia, ambiguità, malfidenza, se è , invece, opera di una persona appartenente al mondo ebraico. Per non parlare del cosiddetto “benaltrismo”, diffuso tanto nei classici “discorsi da bar” quanto fra alcuni politici e giornalisti. Sul quotidiano “Il Foglio” dello scorso 14 novembre, nell’editoriale dal titolo “La destra e i vuoti sull’antisemitismo” è scritto: “anche Matteo Salvini, quando nella trasmissione ‘Dimartedì’ a La7 dice che Liliana Segre «porta sulla pelle i segni dell’orrore del nazismo o del comunismo» oltre che commettere un errore storico, visto che il campo di sterminio di Auschwitz fu liberato dalle truppe sovietiche, indulge in questo sgradevole e incauto gioco di rimpallo. A combattere le tracce dell’antisemitismo stalinista ci devono pensare, caso mai, i lontani eredi di quella tradizione e di quell’ideologia”. Tattiche pericolose usate per minimizzare, dimenticando quanto possa essere pericoloso l’odiare una persona per la sua – vera o presunta, scelta o non scelta – appartenenza ad una minoranza. E’ così che la differenza da segno di soggettività e di bellezza diventa, per chi non la accetta, arma di ricatto, mentre per chi la vive, difetto, vergogna, colpa.

Il cordone di sicurezza e il “meccanismo” demoniaco

L’antisemitismo, anche da come emerge dalle statistiche, appartiene in misura nettamente maggiore, nel nostro Paese e in Europa, ad ambienti di destra; è comunque presente in misura non irrilevante in parte del mondo musulmano, e, seppur in misura decisamente minore, purtroppo anche cattolico, nonché in alcune frange della sinistra (in quest’ultimo caso, spesso mascherato dietro l’antisionismo; si pensi, ad esempio alle polemiche verso il Labour inglese o all’epiteto “sale juif”, “sporco ebreo” rivolto lo scorso febbraio da alcuni Gilet Gialli francesi ad Alain Finkielkraut). E’ comunque sempre responsabilità di ogni donna e di ogni uomo del nostro Paese non sottovalutare parole e gesti che vanno in questo senso, senza derubricarle a goliardia. Una preoccupazione ribadita lo scorso 15 novembre da Papa Francesco, nel suo discorso ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione Internazionale di diritto penale: “Vi confesso che quando sento qualche discorso, qualche responsabile dell’ordine o del governo, mi vengono in mente i discorsi di Hiltler nel ’34 e nel ’36. Oggi. Sono azioni tipiche del nazismo – ha proseguito il Pontefice – che, con le sue persecuzioni contro gli ebrei, gli zingari, le persone di orientamento omosessuale, rappresenta il modello negativo per eccellenza di cultura dello scarto e dell’odio. Così si faceva in quel tempo e oggi rinascono queste cose. Occorre vigilare, sia nell’ambito civile sia in quello ecclesiale, per evitare ogni possibile compromesso – che si presuppone involontario – con queste degenerazioni”. Ognuno, se fermo nella difesa della dignità della persona, può rappresentare, una parte fondamentale di quel cordone di sicurezza – umano, culturale, politico, sociale – intorno a Liliana Segre come a ogni persona attaccata per le sue origini, o a chiunque venga discriminato, odiato o subisca atti di violenza per la propria appartenenza a una qualsiasi confessione religiosa, per il proprio orientamento sessuale, per le proprie scelte politiche, o, in generale, di vita. Se qualcuno arriverà a impugnare un’arma contro una persona di origine ebraica, in odio all’identità di quest’ultima, la responsabilità sarà anche di chi non avrà voluto denunciare o fermare quel “normale” “meccanismo” di odio de-umanizzante di cui ci parlava Hannah Arendt.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2019

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Stiamo lasciando il Papa solo?

18 Nov

E’ la tesi del vaticanista Marco Politi, il quale, da non credente, nel suo ultimo libro “La solitudine di Francesco” (presentato il 16 novembre a Ferrara) interroga laici, vescovi e cardinali, esortandoli ad avere più coraggio, a esporsi di più nel difendere il Pontefice dagli attacchi e nella sua missione di far conoscere il Dio della Misericordia e di costruire una Chiesa aperta e sinodale

papa3Il paradosso di un papa che fa dell’apertura, dell’incontro con l’altro, della prossimità al diverso e della sinodalità le cifre del proprio pontificato, riuscendo effettivamente spesso a mostrare il volto del Dio-Misericordia, ma che si trova sempre più con forti opposizioni interne ed esterne alla Chiesa. Questa dolorosa antinomia è ottimamente analizzata nell’ultima fatica del giornalista Marco Politi, “La solitudine di Francesco. Un papa profetico, una Chiesa in tempesta” (Laterza, 2019), da lui stesso presentata lo scorso 16 novembre nella libreria “Libraccio” di piazza Trento e Trieste a Ferrara (foto in basso). L’appuntamento è il primo del ciclo di incontri “Conversazioni. Il tempo dell’ascolto” organizzato da Confcooperative Ferrara, il cui Direttore ha introdotto la presentazione moderata da Andrea Mainardi e alla quale erano presenti anche il Vescovo mons. Perego e il Vicario mons. Manservigi. Un libro, quello di Politi, che affronta tutti i temi caldi del pontificato bergogliano, attraverso un approccio critico ma fraterno al Santo Padre. Non a caso, un ampio capitolo è dedicato alle terribili vicende riguardanti i casi di scandali e abusi sessuali (su minori, suore e seminaristi) dentro la Chiesa da parte di sacerdoti e vescovi. Tra tolleranza zero, opposizioni in Vaticano o nelle Diocesi coinvolte, ritardi, contraddizioni e tentativi di insabbiamenti, per Politi questo tema è “l’11 settembre del pontificato” di Francesco. “Il papa – scrive – sperimenta la violenza della guerra civile interna alla Chiesa”.

Il Dio di Francesco e la Chiesa da costruire

Eppure il Dio del papa, per Politi, “trascende la Chiesa, scavalca le barriere dottrinali, per lui Dio si manifesta a tutti gli uomini oltre ogni etichetta identitaria”. Il suo “è un Dio sempre in movimento, che non aspetta di essere cercato da esseri umani dal comportamento imperfetto, carente, ’tentennante’, dice il papa argentino. E’, invece, un Dio che cerca lui le persone”. Nella Chiesa come “casa aperta”, centrale è quindi la misericordia, tipica di un Dio vicino, intimo. Ed è, il suo, un “Dio delle sorprese, che apre nuovi orizzonti e mette sempre davanti a situazioni nuove”. “Tornare indietro e proclamare dal Vaticano un Dio giudice padre-padrone sarà difficile”, chiosa Politi. Di pari passo procede il tentativo di riforma della Chiesa. “Smontare la bardatura monarchica e assolutista del papato – scrive nel libro -, rendere la Chiesa un’autentica comunità, decentrare, valorizzare i vescovi nelle loro diocesi e le conferenze episcopali è l’obiettivo di Francesco. Ricreare il calore di una Chiesa partecipata, non burocratica, in cui i Vescovi non siano principi e i preti si liberino dal narcisismo profumato di sacralità, è il suo sogno. Una Chiesa concepita come popolo di Dio che ’cammina insieme’ sui sentieri della storia, uomini e donne di ogni cultura e orizzonte uniti come ‘membra del corpo di Cristo’, a partire da chi è messo ai margini e calpestato”. Lo stesso papa, anche quando denuncia la crescente “inequità” a livello globale, non smette mai di sentire il “bisogno di trovarsi faccia a faccia con un ‘tu’ ”. Interessante poi come Politi ripercorre il magistero sociale di Francesco, il suo sottolineare l’importanza per i credenti di “immischiarsi” lavorando per il bene comune, e, in un capitolo specifico, le varie discussioni sul ruolo e la dignità delle donne nella Chiesa, soprattutto riguardo ai ministeri e al sacerdozio. Insomma, come ha spiegato mons. Matteo Zuppi a Politi, “per Francesco non c’è un mondo da conquistare, ma dobbiamo sapere cogliere i semi di Dio che già sono in questo mondo”.

Opposizioni sempre più forti

Aprile 2017: dopo i Dubia avanzati da alcuni cardinali nel 2016, viene pubblicata una lettera dal titolo “Correctio Filialis”, la cosiddetta correzione “filiale e formale” ad alcuni punti della lettera apostolica Amoris Laetitia di Papa Francesco in cui i firmatari – 62 tra sacerdoti, professori, esperti e studiosi cattolici provenienti da 20 nazioni – accusano il Pontefice di sostenere tesi “eretiche”. Agosto 2018: viene diffuso l’atto d’accusa dell’ex nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, pieno di informazioni false e manipolazioni. Alcune settimane fa, cento tra studiosi e sacerdoti in una lettera pubblica attaccano il papa definendolo “eretico”, “superstizioso” e “sacrilego”, in seguito al Sinodo per l’Amazzonia e riguardo ad alcuni suoi gesti e parole. Resistenze nette, fin spietate, presenti fin dai primissimi mesi del pontificato. E sempre più strutturate, agguerrite, economicamente forti, decise a impedire che Bergoglio continui nella sua missione e che, dopo di lui, ci possa essere un Pontefice che prosegua, o addirittura accelleri e intensifichi alcune riforme radicali da lui iniziate. Politi nel libro analizza queste opposizioni a partire dal nostro Paese: “è un’Italia che Francesco non riconosce più”, scrive. “Un paese in cui le sue parole, pur riportate da televisioni e giornali, non riescono a invertire la tendenza che sta egemonizzando l’elettorato”. Il riferimento è soprattutto alle questioni legati ai migranti, alla loro accoglienza e integrazione. La rappresentanza di questa “opposizione” è incarnata in Matteo Salvini. “Per il Pontefice il vento illiberale, ostile al diverso, che soffia in Italia, in Europa e nel mondo è fonte di grande inquietudine”. Se possibile ancora più reazionaria è l’opposizione in Europa, soprattutto in parte dell’Est ex sovietico, nel cosiddetto Gruppo di Visegrád: resterà, purtroppo, nella storia il muro fisico (e non solo) di un milione di cattolici e nazionalisti polacchi dell’ottobre 2017 contro i “nemici” atei e islamici, benedetto da tanti vescovi. “Dio-Patria-Famiglia – scrive Politi – il motto dell’ideologia autoritaria cattolica e conservatrice – incombente in Europa e America Latina nel corso del Novecento -, ha trovato la sua resurrezione nei paesi dell’Est europeo passati dal comunismo sovietico al neoliberismo senza avere assorbito la cultura liberaldemocratica del pluralismo, della divisione dei poteri, della molteplicità culturale”. Punto di riferimento, il Presidente ungherese Viktor Orbán. “Nel settimo anno di pontificato – sono ancora parole dal libro -, Francesco si trova isolato di fronte a molti governi dell’Est europeo e a larga parte della loro opinione pubblica cattolica su temi per lui cruciali perché connessi all’idea di bene comune”. Non meno forte ideologicamente ed economicamente è l’opposizione negli Stati Uniti d’America: ruotante intorno al Presidente Trump, sostenuta da cattolici tradizionalisti ed evangelici fondamentalisti, è immersa in movimenti e gruppi fautori del “suprematismo bianco”, imbevuti di nazionalismo, anti-immigrazionismo e xenofobia. Secondo Politi, “Francesco non ignora il disorientamento delle classi popolari di fronte alla crisi economica, alla globalizzazione, all’inesorabile contrazione dei posti di lavoro. Fattori che provocano i sussulti identitari e l’emergere di leader populisti. Al contrario, proprio la crisi spinge il pontefice a insistere con il suo vangelo sociale. Il che, paradossalmente, alimenta gli attacchi contro di lui da parte delle varie correnti di destra sia neoliberiste sia identitarie”.

“Sorreggere Francesco” e non dividere la Chiesa

La critica dell’autore, ribadita anche nella presentazione a Ferrara, è comunque chiara ma espressione di una sentita preoccupazione. “Ciò che emerge […] nei passaggi fatali del pontificato è una spaccatura nella Chiesa, soprattutto nei suoi quadri. Il regno di Francesco è caratterizzato dal coagularsi di un duro fronte conservatore. […] A fronte di questo nucleo aggressivo – scrive Politi – c’è una scarsa mobilitazione dei sostenitori della linea riformatrice di Francesco. Vescovi e cardinali si affacciano poco sulla scena a difendere il papa o ad appoggiare gli obiettivi di cambiamento. […] Tra riformatori e conservatori si stende la palude di quanti nella gerarchia sono legati alla routine e sono restii a misurarsi con la novità della storia, quelle che il Vaticano II chiamava ‘segni dei tempi’ ”. Il teologo Hans Küng a Politi spiega: “Bisogna sorreggere Francesco”. E’ importante non dimenticare che “per Bergoglio la cosa più importante è mettere in moto dei processi”. Ma i processi – è giustamente anche il pensiero di Politi- o sono collettivi o non sono, o sono frutto di un discernimento e di un’azione comunitaria e partecipata oppure a vincere saranno “un odio e un disprezzo viscerali, molecolari”, già molto diffusi, che avvelenano la vita della Chiesa, incancrenendo spesso anche i rapporti tra persone nelle stesse parrocchie e comunità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2019

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La pericolosa criminalità organizzata nigeriana, tra realtà e speculazione politica

18 Nov

Incontro pubblico il 16 novembre in Municipio a Ferrara: “si può parlare di ‘mafia’?”. Esperti a confronto

IMG_9758La criminalità organizzata nigeriana presente anche sul nostro territorio può essere definita “mafia”? Da questo interrogativo ci si è mossi la mattina del 16 novembre scorso nella Sala consiliare del Municipio di Ferrara per l’incontro intitolato “Mafia nigeriana? Analisi del fenomeno, cronaca giornalistica e approfondimenti”, organizzato da Comune di Ferrara, Centro di Mediazione e Ufficio Stampa del Comune, Associazione Libera, Avviso Pubblico, Ordine dei Giornalisti e Fondazione Giornalisti Emilia-Romagna, parte del programma della Festa della Legalità e della Responsabilità. Dopo la consegna della targa a Laura Breda come “cittadina responsabile”, i saluti del Vicario del Prefetto Pinuccia Niglio e del vice Sindaco e Assessore alla Sicurezza Nicola Lodi – non presente in Sala durante gli interventi successivi (e nessun altro componente della Giunta ha presenziato all’iniziativa), è iniziato l’ampio e acceso dibattito (moderato da Alessandro Zangara), al quale avrebbe dovuto partecipare anche Isoke Aikpitanyi – prima ad aver denunciato pubblicamente la Tratta di donne dalla Nigeria (di cui lei stessa è stata vittima), che aiuta altre donne che vivono questa situazione -, assente per problemi di salute. “La mafia si distingue da un’organizzazione criminale di altro tipo in quanto governa i processi di produzione e commercio di merci illegali” (che siano droga, esseri umani o altro), ha esordito Federico Varese, criminologo e docente. “Certo – ha aggiunto – in un’organizzazione criminale ci possono essere grumi di mafiosità senza poter essere questa definita mafiosa”. “Inoltre, se è vero – ha proseguito – che le migrazioni vanno governate, esse non sono però di per sè il germe che fa proliferare le mafie”. Secondo il sociologo Leonardo Palmisano e lo scrittore e giornalista Sergio Nazzaro è “l’aumento della domanda da parte dei consumatori di droga e prostitute a portare allo sviluppo delle criminalità organizzate”. Riguardo alla cosiddetta “mafia nigeriana”, per Palmisano si tratta di “un sistema criminale molto forte e radicato nel Paese d’origine, diventando negli anni una vera e propria potenza globale” e che può contare – a differenza delle mafie italiane, sempre più vecchie – di “molta manovalanza giovane, spesso purtroppo addirittura di minorenni”. Nazzaro ha posto poi l’accento sul fatto (di cui si parla poco) che è interesse di molti – delle mafie italiane, oltreché di alcuni politici – di parlare solo della criminalità più visibile (tipo lo spaccio al dettaglio), in mano perlopiù ai nigeriani: questo “per aizzare l’odio contro il nero e perché le mafie si occupano, ormai in tutta Italia, di grandi affari, preoccupandosi di infiltrarsi nel potere politico e in quello economico-finanziario, e concedendo appunto ai nigeriani la criminalità di strada”, quella più esposta e più “sporca”. “Alcuni politici – ha denunciato Nazzaro – speculano continuamente sulla criminalità nigeriana ma non si interessano di quella italiana, perché, banalmente, quest’ultima non porterebbe consenso”. Diverso il punto di vista di Mirabile, il quale si è concentrato più su come in realtà “da 25 anni, non da ieri, esiste in Italia la mafia o criminalità organizzata nigeriana”, che nel mondo (dati Interpol) ha qualcosa come “circa 100mila affiliati. Seppur la stragrande maggioranza di nigeriani in Italia siano persone oneste”, secondo Mirabile è importante porre l’accento sulle “rimesse di denaro, soprattutto tramite Money Transfer”, che “parte di loro spediscono in Nigeria finanziando anche il terrorismo” (tesi, questa, poi smentita da Palmisano). “Attenzione – sono ancora sue parole – anche a una minoranza di associazioni nigeriane solo apparentemente pacifiche e trasparenti”. La mattinata si è conclusa con l’intervento di due cronisti locali, Daniele Predieri della “Nuova Ferrara” e Federico Malavasi de “Il resto del Carlino”. Secondo Predieri, la “mafia” nigeriana “da alcuni politici nella nostra città è stata banalizzata e strumentalizzata, quando invece forze dell’ordine e inchieste giudiziarie non usano mai il termine ‘mafia’ riguardo appunto a questa organizzazione criminale” che, non v’è dubbio, “è molto pericolosa, verticistica, ma non ha una cupola, altrimenti probabilmente i vari casi di risse tra bande in zona GAD non sarebbero mai accaduti”. Parere sostanzialmente condiviso da Malavasi che si è chiesto, poi, se comunque si può parlare di fenomeno “mafiogeno” riguardo a questo tipo di criminalità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2019

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“Ho fatto solo ciò che era giusto”: il film su don Giovanni Minzoni

15 Ott

Gli ultimi anni della vita del parroco di Argenta – ucciso dai fascisti di Balbo dopo il rifiuto di piegarsi al regime – raccontati nella pellicola di Marco Cassini, con Stefano Muroni protagonista. Alla prima nazionale a Ferrara, circa 600 i presenti al Cinema Apollo

di Andrea Musacci

don minzoni 1A Ferrara c’è una via centralissima a lui intitolata, fra il retro di una nota catena di fast food e il Museo della Cattedrale, fra corso porta Reno e San Romano, attraversando la Galleria Matteotti. Si poteva fare di più, qualcuno potrebbe pensare, ma vedendo come ciclicamente si torni a parlare dell’intitolazione a Italo Balbo, capo dello squadrismo padano, di vie o fantomatiche sezioni di musei, forse è meglio ritenersi soddisfatti. Soddisfatti e sempre vigili, perché a qualcuno non venga in mente nemmeno di fare di don Giovanni Minzoni un “inutile” santino, indebolendone la fortissima testimonianza, cristiana e civile, fino al martirio, in difesa della libertà delle donne e degli uomini. Di sicuro, il film dedicato agli ultimi anni della sua esistenza, “Oltre la bufera”, proiettato in anteprima nazionale al Cinema Apollo di Ferrara, aiuta la propria coscienza a rimanere ben desta (nella foto in alto, un fotogramma del film con a sinistra il fascista Augusto Maran e don Giovanni Minzoni). L’opera si presenta come una lunga sequela di immagini e parole che mozzano il fiato per l’alto livello di tensione che comunicano. La sera del 10 ottobre scorso, i gestori dello storico cinema di piazza Carbone sono stati obbligati a proiettare contemporanemante in Sala 1 (520 posti) e in Sala 4 (90 posti) la pellicola scritta e diretta da Marco Cassini (e prodotta da “Controluce”), per permettere ai tantissimi presenti di poterla ammirare. Un film fra l’altro decisamente ferrarese, a partire dall’interprete del sacerdote, l’attore Stefano Muroni, e dai luoghi dov’è stato girato dal 3 al 28 aprile 2018: Ferrara (negli interni di Palazzo Crema), Mesola (in diversi luoghi fra cui Piazza Umberto I° e il Consorzio di Bonifica), Ostellato (pieve di San Vito), San Bartolomeo in Bosco (al Centro di Documentazione del MAF – Mondo Agricolo Ferrarese) e Portomaggiore (nel Teatro Concordia). “Ho fatto solo ciò che era giusto”: è questa la prima battuta pronunciata nel film da Muroni alias don Minzoni. Il riferimento è al suo servizio come cappellano militare nel primo conflitto mondiale, ma la frase profetizza in modo sconvolgente quella che sarà la sua fine. Una lotta sempre combattuta a testa alta ma non scevra di delusioni e amarezze, come quelle provocate dal mancato appoggio da parte delle gerarchie ecclesiastiche: “mi stanno lasciando solo”, si sfogherà il sacerdote, ripetutamente ammonito dall’allora Vescovo ravennate Antonio Lega che nella pellicola spiega a un proprio collaboratore: “il fascismo si sta imponendo e noi dobbiamo adeguarci”.

Ma chi era don Minzoni?

Nato a Ravenna il 1° luglio 1885, una volta ordinato sacerdote viene destinato ad Argenta, dove fin da subito dimostra solidarietà ai tanti e poveri braccianti agricoli. Cappellano militare volontario nella prima guerra mondiale, decorato di medaglia d’argento, al termine del conflitto torna ad Argenta divenendo parroco. Promuove la costituzione di cooperative sia di braccianti sia di operaie del laboratorio di maglieria, caso quest’ultimo, di una cooperativa femminile, rivoluzionaria per il mondo cattolico dell’epoca, in quanto strumento di emancipazione e di autonomia per le donne tramite il lavoro. In ambito educativo dà vita al doposcuola, al teatro parrocchiale, alla biblioteca circolante, a circoli maschili e femminili. Ma la libertà e l’amore resi carne e sangue da un testimone di Cristo sono considerati “eretici” dall’asfissiante e ottusa ideologia fascista: don Minzoni si oppone alle violenze delle “squadracce”, sostenute dai proprietari terrieri e capeggiate da Italo Balbo, ostili alle più elementari rivendicazioni salariali dei lavoratori agricoli. Nel 1923 sono proprio loro a uccidere il sindacalista socialista Natale Gaiba, amico del parroco argentano. Parroco che nel 1923 rende esplicita la propria adesione al Partito Popolare Italiano, divenendo ancor più punto di riferimento degli antifascisti di Argenta, ma, più in generale, esempio civile per l’intero paese (“chi mi conosce sa che il mio amore è per tutti”, sono sue parole), grazie anche all’idea di fondare un gruppo scout in parrocchia, scelta considerata “sovversiva” dalle belve in camicia nera, trattenute ma in realtà sempre difese da Balbo. Ma alla violenza endemica degli squadristi, dirà don Minzoni, “rispondiamo con una sola arma: il nostro cuore”. La sera del 23 agosto 1923, intorno alle 22:30, mentre stava rientrando in canonica in compagnia del giovane parrocchiano Enrico Bondanelli, don Minzoni è vittima di un agguato teso da due squadristi di Casumaro, Giorgio Molinari e Vittore Casoni, facenti capo proprio a Balbo, responsabile morale dell’assassinio. Poco prima della morte, don Minzoni scrive: “a cuore aperto, con la preghiera che mai si spegnerà sul mio labbro per i miei persecutori, attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo delle causa di Cristo”. I responsabili materiali verranno condannati solo nel 1947 per omicidio preterintenzionale, ma gli imputati superstiti saranno scarcerati in seguito all’amnistia. Il film è, come detto, percorso da una profonda tensione etica, in lotta costante contro le tentazioni del male – della violenza, della resa all’odio e al potere -, tensione che è nettamente dominante nei volti e nei corpi, più che nei luoghi radi, asfittici, mai messi a fuoco né “esplorati” dall’occhio del regista. Dall’inizio nel quale in modo deciso è ribadita la volontà di fare il bene, nonostante tutto, la pellicola si conclude col passaggio del testimone a quei giovani che tanto ha amato e cercato di tutelare: “i nostri figli dovranno illuminare questa terra”, dirà don Minzoni, frase che richiama il passo evangelico di Matteo: “Voi siete la luce del mondo […]. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5, 14-16).

cast alla fineEmozione per la presentazione a Ferrara

Alla fine della proiezione a Ferrara, sul palco, oltre al regista, a Muroni e a Valeria Luzi della casa di produzione, sono saliti diversi attori e altri protagonisti di questo progetto artistico. “Prima che un antifascista, don Minzoni era un educatore”, ha spiegato Muroni. “Siamo qui per lui, per fare memoria”. “Don Minzoni ha saputo dire ‘no’ in un momento molto difficile”, sono state invece le parole del regista Cassini. “La sua storia la sentivo profondamente, per questo ho voluto fare il film”. Film che non ha avuto vita facile, non riuscendo all’inizio a reperire i finanziamenti necessari, poi arrivati grazie anche a un finanziamento collettivo. Un coinvolgimento “popolare” vi è stato anche durante la preparazione e le riprese, tanto che lo stesso Muroni lo ha definito “un film del territorio”. E a proposito di territorio, dopo la proiezione, dal pubblico è intervenuto anche il parroco di Argenta, don Fulvio Bresciani, “successore di don Minzoni”: “il vostro merito più grande è quello di aver mostrato i suoi veri valori. Il suo ‘no’ al fascismo è stato un ‘sì’ a Dio”.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 ottobre 2019

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Da Hong Kong a Ferrara per raccontare le “piazze della libertà”

7 Ott

Il 6 ottobre per “Internazionale” incontro con tre giornalisti attivi sul campo

_1153Hong Kong, regione amministrativa speciale della Cina, fino al ’97 colonia britannica, nel 2047 sarà destinata a rientrare totalmente sotto il dominio cinese. Una prospettiva vissuta con sempre maggiore paura da molti hongkonghesi, giovani e non solo. Per questo, sempre più persone sono scese nelle piazze per protestare rivendicando più libertà, ma la polizia locale, legata a quella cinese, vi si sta opponendo con una violenza sempre più preoccupante. Di questo si è discusso nell’incontro “La rivolta delle periferie. Le proteste a Hong Kong e la resistenza di Taiwan alle ingerenze cinesi nell’era di Xi Jinping”, svoltosi la mattina di domenica 6 ottobre in Sala Estense, all’interno del programma del Festival di “Internazionale”. Sono intervenuti tre giornalisti spesso presenti a Hong Kong per raccontare in prima persona quel che sta accadendo: Brian Hioe, taiwanese – fra i fondatori del sito “New Bloom”, nato nel 2014 durante le proteste contro il regime cinese -, Louisa Lim, dell’Università di Melbourne, e Jeffrey Wasserstrom, dell’Università della California. L’incontro è stato moderato dalla giornalista di “Internazionale” Junko Terao. Dalla scorsa primavera, migliaia di persone scendono in piazza per rivendicare maggiori libertà individuali e collettive: la scintilla iniziale è stata l’approvazione della legge sull’estradizione di criminali e dissidenti da Hong Kong verso la Cina, imposta dal governo locale. Ho vissuto a Honk Kong per i primi sei mesi del 2019”, ha spiegato Lim. “L’atmosfera è cambiata in modo drastico e catastrofico sotto i nostri occhi. Finora vi sono state 67 manifestazioni, sempre senza leader, di cui 13 non autorizzate, con 2.022 arresti, un terzo dei quali studenti. Fra le conseguenze, una sempre maggiore violenza da parte della polizia e la chiusura di molti luoghi pubblici, per contrastare, secondo il linguaggio del governo, le ‘adunate sediziose’. Non mancano poliziotti infiltrati tra i manifestanti”, ha proseguito. A tal proposito, quest’ultimi per smascherare i primi, infilano la camicia nei pantaloni, così da distinguersi dai poliziotti, i quali, per non farsi riconoscere come tali, nascondono la pistola lasciando fuori la camicia dai pantaloni. In generale, “a Hong Kong dal 2014 ho notato un sempre maggiore controllo e indottrinamento filo-cinese ad esempio nelle scuole e nei media”, sono ancora parole di Lim, oltre al controllo del territorio, “avendo raddoppiato a 12mila unità le forze militari”. Il tutto facilitato dal governo locale di Hong Kong sempre più dipendente alla Cina. Wasserstrom, presente in primavera per raccontare le proposte di Hong Kong, ha spiegato invece come “i manifestanti rivendichino un’identità propria, diversa da quella cinese” – che invece vorrebbe essere totalizzante -, “anche se ne riprendono alcuni aspetti, ad esempio il riferirsi alle proteste di piazza Tienanmen dell’89”, oltre a certo immaginario occidentale. Sempre più forte è anche “la richiesta di un’indagine imparziale sull’operato delle forze dell’ordine”, soprattutto dopo il grave ferimento con arma da fuoco di un manifestante 18enne a opera di un poliziotto. Hoei ha invece spiegato come “Taiwan, che ora gode di una certa indipendenza e democrazia” – seppur riconosciuto da pochi Stati, fra cui quello del Vaticano -, “sostiene i manifestanti di Hong Kong: a volte vi sono anche forme concrete di collaborazione fra questi e gli attivisti taiwanesi e cinesi: di quest’ultimi ne ho visti in piazza a Hong Kong”. Un’alleanza resistente, naturalmente temuta dal governo cinese. Governo che sogna “uno Stato monoculturale sotto Xi Jinping. Vedremo comunque – ha concluso – anche le conseguenze della guerra commerciale con gli USA”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2019

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“Un neoumanesimo contro il potere della tecnica e del mercato”

7 Ott

Lo scrittore e giornalista inglese Paul Mason è intervenuto al Festival di “Internazionale”

_1060“Il futuro migliore. In difesa dell’essere umano” (Il Saggiatore, 2019) è il nome dell’ultima fatica di Paul Mason, scrittore e giornalista inglese, collaboratore del Guardian. In occasione del Festival di “Internazionale” il libro è stato presentato nel pomeriggio del 5 ottobre nel Cortile del Castello di Ferrara, stracolmo per l’occasione. Il giornalista, dialogando con Marino Sinibaldi di RAI Radio 3, ha spiegato il suo concetto di “nuovo umanesimo”, mosso da “un ottimismo radicale”, in una società come quella contemporanea dove convivono un’euforia tecnologica e un pessimismo geopolitico. “Cerco di proporre idee per una resistenza al controllo sempre più forte delle macchine, della tecnologia e del mercato sull’umano”, ha spiegato Mason. “La mia intenzione è quella di difendere radicalmente l’essere umano, il quale nel suo DNA ha tanto l’aspetto immaginativo, quanto il linguaggio, tanto l’aspetto tecnico quanto la volontà di collaborare coi suoi simili, quindi uno spirito cooperativo: tutti questi fattori vanno valorizzati, avendo il fine della liberazione da un sistema economico che mette in crisi le stesse democrazie”. Davanti alla crisi ormai manifesta dell’ “io” liberale e liberista, non bisogna – come invece spesso accade – cadere in uno sterile “fatalismo”, ma riscoprire “la capacità umana di agire liberamente, anche resistendo a un certo sistema dell’informazione che o censura o fa propaganda o deliberatamente fa circolare fake news”. Il nuovo soggetto della storia, secondo Mason, è “l’individuo reticolare” (concetto in parte ispirato da Manuel Castells), ultimo stadio del cammino dell’umanità che va “dalla difesa dei propri interessi personali alla lotta organizzata” per la liberazione di tutti. “Sta a voi giovani – è il messaggio finale di Mason – intraprendere questo percorso, liberandovi da una mentalità gerarchica” – che tanti danni ha fatto in passato, anche nei movimenti di liberazione – e rivalutando la “centralità del corpo come luogo privilegiato dell’umanità e dell’impegno attivo”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2019

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Non si arresta l’onda verde

30 Set

Dal “j’accuse” di Greta Thunberg all’ONU al milione di giovani in piazza in tutta Italia (anche a Ferrara) e nel mondo. Uniti in un solo grido: salviamo il pianeta

_9398“Avete rubato la mia infanzia e i miei sogni con le vostre parole vuote eppure io sono una delle persone più fortunate. Le persone stanno soffrendo, le persone stanno morendo, interi ecosistemi sono al collasso… e tutto quello di cui riuscite a parlare sono i soldi, le favole su una continua crescita economica. Come vi permettete?. […] Gli occhi delle generazioni future sono puntate su di voi”. Sono alcuni dei passaggi dell’ormai storico discorso che Greta Thunberg, 16enne svedese ispiratrice del movimento mondiale “Fridays for Future”, ha pronunciato lo scorso 23 settembre durante il Summit ONU sul clima. In attesa che capi di stato e di governo la prendano sul serio, ad ascoltarla sono stati venerdì 27 settembre (e il venerdì precedente) milioni di giovani e adulti in tutto il mondo, dei quali più di un milione nel nostro Paese. Anche a Ferrara, circa 2mila persone sono scese in piazza (foto) – soprattutto studenti, ma anche diversi insegnanti – per il terzo Sciopero del clima, dopo quelli del 15 marzo e del 24 maggio scorsi. Ma cosa chiedono questi giovani? Le loro richieste non sono nuove, i movimenti ambientalisti e parte delle forze politiche le propongono da anni. Ma più passa il tempo, più queste richieste diventano urgenti: raggiungimento dello 0 netto di emissioni a livello globale nel 2050 e in Italia nel 2030, per restare entro i +1.5 gradi di aumento medio globale della temperatura; un forte rilancio delle energie rinnovabili, per elettricità e trasporti, sostanziosi interventi per il risparmio e l’efficienza energetica, per i consumi civili e industriali, un rafforzamento della gestione sostenibile delle foreste, misure di contrasto al consumo di suolo, il taglio dei 16 miliardi di incentivi ai combustibili fossili, nonché un taglio ai sussidi agli allevamenti e altre attività agricole non sostenibili economicamente e ambientalmente; il riuso, il ripristino e la messa in sicurezza delle infrastrutture e dei territori; un processo di rigenerazione energetica del patrimonio edilizio; nei trasporti è necessario puntare a una rilevante riduzione dei consumi di benzina, gasolio e gas, offrendo alternative efficienti a milioni di pendolari; investire nelle città e nel trasporto pubblico, ripensare la fiscalità per ridurre e spostare la mobilità verso l’elettrico puro e a zero emissioni.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 04 ottobre 2019

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