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«Vogliamo vivere da donne libere»: storie di iraniane contro il regime

3 Ott
Kimia Ghorbani

Kimia Ghorbani, giornalista, cantante e musicista, racconta a “La Voce” la sua storia di oppositrice della Repubblica Islamica: «mi hanno arrestato quattro volte e frustrato perché suonavo per strada. Ma andiamo avanti senza paura»

di Andrea Musacci

Durante il sit-in a sostegno delle donne iraniane svoltosi lo scorso 28 settembre sul Listone a Ferrara, ho avuto modo di conoscere Kimia Ghorbani, giornalista, musicista e cantante 38enne originaria di Teheran. Kimia collabora con “Farda English – Radio Free Europe / Radio Liberty” e “Iran International tv”, tv indipendente con sede a Londra con cui si è collegata in diretta durante il sit-in in piazza Trento e Trieste, prima di cantare in persiano una versione di “Bella ciao” che parla del diritto di tutti a “pane, lavoro e libertà”.

Musiche proibite

Arrivata in Italia nel 2013, Kimia, dopo un periodo a Bologna, da 4 anni vive a Ferrara col marito Samuele e le loro due figlie, di 4 e 6 anni. Dall’Iran è uscita con un visto per motivi di studio, dopo aver frequentato la scuola di italiano a Teheran. «Amo l’Italia da quand’ero bambina, da quando in tv guardavo il cartone animato “Libro del cuore”. E poi mi sono innamorata della musica di Ennio Morricone». Proprio la musica è la ragione della sua vita: «a Teheran ho fatto il Conservatorio, e dal 2009 al 2013 sono stata musicista di strada, suonavo la melodica e il daf (un tipo di tamburo, ndr). Penso di essere stata la prima donna musicista di strada nel mio Paese. Per questo, alcuni uomini musulmani mi disturbavano, mi urlavano dietro, a volte mi sputavano addosso. Per loro, vedere una donna cantare e suonare per strada era come vedere una prostituta. Altre persone, invece, ci ascoltavano e ballavano». Kimia è stata arrestata e trattenuta alcuni giorni in prigione per ben tre volte, dove è stata anche frustrata: 70-80 frustrate, «la maggior parte, perlomeno – mi dice – controllate. Per non infierire, facevano mettere un libro sotto l’ascella di chi colpiva, in modo che non gli venisse la tentazione di dare forza…».

Ma la prima volta che Kimia è stata arrestata aveva 16 anni: «scrissi un articolo in difesa degli scrittori uccisi dal regime quell’anno, ne stampai alcune copie e lo distribuii ai miei compagni a scuola. Un insegnante chiamò la polizia, che mi arrestò appena tornata a casa: mi bendarono e portarono via, nell’indifferenza dei vicini. In macchina i poliziotti mi minacciarono: “ti stupriamo e poi ti ammazziamo”, mi dissero. Ebbi molta paura. Dopo questo arresto, mi hanno impedito di concludere gli studi. Mi sono dovuta diplomare alle scuole serali». Successivamente ha lavorato in una libreria della capitale.

La questione del velo

Mentre suonava per strada, Kimia indossava sempre il velo, anche se non le piaceva. «Ora, col senno di poi, dico che è stato un errore indossarlo. Dicevamo: “è un aspetto secondario, l’importante è lottare per la democrazia, per la difesa delle scrittrici arrestate…”. I giovani di oggi, invece, sono diversi, anche più coraggiosi di noi». A scuola le bambine sono obbligate a portare il velo nero fin dall’età di 7 anni, in modo che lasci scoperto solo l’ovale del viso. Per strada, invece, almeno la scelta del colore del velo è libera. 

 «Chiedevo ad altre donne di unirsi a noi musicisti, ma avevano paura. Ho sofferto tanto di depressione, mi sentivo soffocare, non mi sentivo libera: per questo ho deciso di lasciare il Paese. Negli ultimi anni, invece, è più facile vedere donne suonare per strada». Kimia ha trovato un riscatto in Italia anche esibendosi nel 2016 nel noto talent RAI “The Voice of Italy”.

La prigionia del padre

«Mia madre era un insegnante, mio padre operaio, entrambi iscritti al partito comunista, sempre stato partito clandestino (il partito del Tudeh, ndr)». Kimia aveva 4 anni quando arrestarono suo padre. Era il 1988, anno in cui il regime guidato dall’ayatollah Khomeini, imprigionò oltre 5mila iscritti a quel partito. «Quel giorno tornata a casa vidi mio padre già bendato per essere portato via. Aveva la maglietta sporca di sangue. In casa avevano messo tutto sottosopra, strappato anche i cuscini per trovare volantini o libri proibiti. A me e a mia sorella, nostro padre disse: “sono miei amici, è solo un gioco, non preoccupatevi. Poi andremo in montagna”». Lo tennero in carcere per 1 anno: «per tutto il tempo non sapemmo niente di lui, non potevamo vederlo. Eravamo sicure l’avessero impiccato come han fatto con tanti altri oppositori. Dopo 1 anno ci hanno permesso di portargli i vestiti e l’hanno fatto uscire. Ma i suoi amici, per paura, smisero di rivolgergli la parola». 

Uno Stato terrorista

Kimia riesce a rimanere ancora in contatto con alcuni suoi familiari in Iran, facendo molta attenzione a ciò che dice. Per comunicare con loro usa la VPN (Virtual Private Network), un sistema difficilmente rintracciabile. Le chiedo, quindi, di spiegarmi meglio qual è la situazione nel suo Paese: «la grave crisi economica in Iran è perlopiù colpa del regime, e poi, in minima parte, delle sanzioni americane. In ogni caso, il regime islamico invece di aiutare la popolazione finanzia gruppi terroristici in Medio Oriente, come Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano, coi soldi che perlopiù ricava dalla vendita di gas e petrolio». Lo scorso 20 settembre – se n’è parlato poco sui media – l’Ucraina ha tagliato i rapporti diplomatici con l’Iran perché fornisce droni anche al regime di Putin. 

«Voglio che sia chiaro – conclude Kimia – che noi iraniani non stiamo lottando solo per la nostra libertà, ma per libertà del mondo intero. Il regime iraniano è un pericolo per tutti, un tumore: per lo sviluppo del nucleare, per il finanziamento di gruppi terroristici anche in Europa e altre parti del mondo, per il caos che provoca in Medio Oriente».

Iran, Afghanistan e Ferrara

Proprio nei giorni in cui redigo questo servizio dedicato al movimento di protesta in Iran, due notizie giungono dall’Afghanistan, a rafforzare l’importanza di ciò che avviene nel Paese da oltre 40 anni soggiogato dal regime islamico.

Sit-in di solidarietà alle donne iraniane (Ferrara – foto Francesca Brancaleoni)

A Kabul il 29 settembre un gruppo di coraggiose donne afghane ha manifestato con slogan e cartelli  davanti all’ambasciata iraniana a sostegno delle proteste in Iran. Le forze talebane sono intervenute duramente, sparando mitragliate in aria, spingendo e minacciando percosse per disperdere la manifestazione. L’altra notizia riguarda l’ennesimo terribile attentato nella capitale afghana: lo scorso 30 settembre all’interno del Centro formativo Kaaj, nel distretto di Dasht-e-Barchi, a Kabul ovest, un attentatore, munito di cintura esplosiva è entrato nell’istituto uccidendo la guardia all’entrata e dirigendosi in una classe dove avrebbe fatto detonare l’ordigno. 30 i morti e più di 40 feriti, tutti tra i 18 e i 25 anni. Ben 18 ragazze sono decedute.

Due episodi drammatici che raccontano del desiderio di libertà e autonomia di tante donne in Afghanistan e in tutti quei paesi dove regimi islamici, o comunque dittatoriali, fondano parte del loro potere oppressivo sul controllo dei corpi e delle menti delle donne.

Donne – perlopiù giovani – che da settimane scendono in piazza a Teheran e in tante altre città iraniane per manifestare contro l’obbligo dello hijab, in particolare dopo l’omicidio da parte della polizia della giovane curdo-iraniana Mahsa Amini. Secondo la ong Iran Human Rights almeno 92 persone sono state uccise durante la repressione delle proteste. Ma sempre più forte è il sostegno in molti altri Paesi, con manifestazioni in varie capitali europee, e in Italia in tante città.

Come detto, anche a Ferrara lo scorso 28 settembre si è svolto un sit-in di protesta e solidarietà che ha visto la partecipazione di oltre 100 persone, di cui una buona parte iraniane (quasi tutte giovani) e molti italiani.

Durante il sit-in i presenti hanno intonato un canto di protesta, “Yare dabestanie man” di Fereydoon Foroughi, un invito a scendere in piazza e a lottare insieme. Una donna, Leily, ha raccontato: «ho lasciato l’Iran perché non volevo che mia figlia crescesse senza libertà». Ora lei, il marito Amir e la  figlia vivono a Ferrara.

A margine della manifestazione, ho chiesto ad alcune iraniane di raccontarci la loro storia. Una di queste, N. M. – ci chiede di scrivere solo le iniziali del suo nome – vive a Ferrara da 5 anni dov’è iscritta al corso di Lingue e letterature moderne dell’Università. «Quand’ero bambina sono scappata dall’Iran e ho vissuto nel Tagikistan. Fino a quando avevo 15 anni tornavo ogni tanto in Iran, e lì mi mettevo lo hijab, perché avevo paura. In Italia ho imparato di quanto è bello essere liberi, ma ora dai miei coetanei in Iran sto imparando che lì è ancora più bello lottare per la libertà. Vogliamo rovesciare il regime. Se anche stavolta non ci riusciremo, dovremmo mettere in eterno hashtag sui social per i tanti giovani che verranno ancora imprigionati e uccisi. Non lo vogliamo».

Arezoo Tahmoaresi, invece, ha 28 anni, è originaria di Karaj, e vive a Ferrara, dove attualmente lavora al McDonald di piazza Trento e Trieste. È arrivata in Italia con la madre e le due sorelle, e da un anno è sposata, ma suo marito vive a Vienna. «Da dieci giorni – prosegue – non sento mio padre, nessuno in Iran, perché hanno bloccato l’accesso a internet».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 ottobre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Ritrovarsi e riconoscersi: la politica muore senza luoghi “caldi” dove viverla

20 Set

La nobile arte della politica, fatta di passione e concretezza, sempre più “pervertita” dai tweet e dai talk show, e ormai rimpiazzata dalla tecnocrazia. Spunti per non abbandonarci alla corrente dell’antipolitica e del disincanto assoluto

di Andrea Musacci

Forte è la tentazione di abbandonare la battaglia, di farsi travolgere dalla corrente ipermodernista che investe da anni anche il mondo politico, con i suoi dogmi sul primato della comunicazione, sul relativismo estremo di idee e valori, sul dominio dei sondaggi e del marketing.

Ma nella settimana che deciderà la nuova composizione del nostro Parlamento, vale la pena di abbozzare alcuni appunti che vadano oltre la mera “competizione” elettorale (espressione, non a caso, figlia di una società come la nostra fondata sul culto dell’agonismo).

Partiamo da un po’ di dati: lo scorso 9 settembre, le ultime previsioni danno l’astensione alle Politiche del 25 settembre tra il 33 e il 41%. Numero che probabilmente sarà più basso ma che in ogni caso dice di un calo continuo della partecipazione elettorale alle elezioni parlamentari: tra il 1944 e il 1969 era del 92,4%, tra il 1970 e il 1992 del 90,4%, tra il 1993 e il 2008 dell’82,9%. Infine, tra il 2009 e il 2021 è arrivata al 74%. Un altro dato, dell’aprile 2021: i primi cinque partiti in Italia insieme a livello nazionale contano circa 700mila iscritti. Sembrano tanti, ma non sono granché: Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano nei momenti di massima partecipazione sommati contavano quasi 4milioni di tesserati. Senza contare gli altri partiti. Ma più che un fatto di numeri, si tratta di qualcosa di molto più profondo, che riguarda la trasformazione antropologica che la società italiana, e in generale l’Occidente, vive da mezzo secolo. Trasformazione che ha sbriciolato i partiti, per loro natura garanzia di una presenza, di una continuità, di un’appartenenza. Tutti concetti inutili nell’universo nichilista del digitale e dell’istantaneo.

Né luoghi né simboli

La società dei consumi – difficile negarlo – ha lentamente eroso un sistema simbolico che rese naturale la nascita di comunità “forti” come i partiti. Pur coi loro rischi e le loro contraddizioni – conformismo interno, ideologismo -, i partiti hanno rappresentato delle vere e proprie case della democrazia, della partecipazione – fisica, diretta (meglio specificarlo) -, del riconoscimento reciproco nella condivisione di una passione, di una storia, di una sorte.

Nei decenni i partiti sono scomparsi perché se da una parte si è diffuso un naturale desiderio di autonoma ricerca di una propria identità, dall’altra gli unici riti e simboli ammessi sono quelli legati al mondo del consumo. Fare politica in una comunità vuol dire, invece, la presenza di sedi fisiche, di riunioni anche lunghe, di confronto, di discussione, di costruzione di progetti. La condivisione di qualcosa che è molto più del mero aspetto amministrativo. Significa riconoscersi sodali sotto un simbolo, con una storia alle spalle a tracciare un solco per il futuro. Non esistono democrazie digitali, diciamolo chiaramente: la democrazia si fa a contatto con gli altri, nella conoscenza diretta, guardandosi negli occhi.

Se – come ci dicono da decenni – non esistono più verità sovrastoriche, come possono esistere storie politiche da costruire, che abbiano un passato e un avvenire? Tutto è ridotto alla miseria del presente che non riesce a vedere oltre sé stesso. Tutto quindi si sfibra, perde consistenza, smarrisce il senso. 

«Quel che resta dopo tante negazioni – scriveva Del Noce – è l’affermazione del totale egocentrismo; totale nel senso che tutto acquisisce significato soltanto in ciò che può diventare strumento per l’affermazione dell’io»1.

La toppa peggio del buco

Annientato quell’universo simbolico in cui si poteva pronunciare un “noi” vero, venuta meno quell’identificazione calda, ben poco è rimasto. Surrogati della vera politica, fautori di un falso riconoscimento: il leaderismo (più che mai marcato), l’assemblearismo digitale, le primarie. Tutte riproduzioni degli stessi meccanismi comunicativi consumistici. Si presentano i candidati come fossero protagonisti di un reality. Ci si reca al seggio delle primarie come a un supermarket. Davanti a una tastiera, l’istinto e la solitudine sono gli unici a vincere. Nulla rimane, se non l’illusoria sensazione di aver compiuto un atto “politico”. Non c’è costanza né presenza, men che meno impegno. Non ci si assume nessuna reale responsabilità nei confronti della propria comunità. L’antipolitica ha dato il colpo di grazia alla politica, non producendo nessuna alternativa reale e aprendo, anzi, praterie alla deformazione della politica in tecnocrazia.

Comunicazione ipertrofica

Se il messaggio politico dev’essere immediato, non può che rimetterci la capacità di linguaggio e di elaborazione delle persone. Non possono più esistere questioni complesse: questa ipertrofia della comunicazione va a scapito del pensiero lungo e profondo. In una società come la nostra, che ormai per luogo comune chiamiamo “complessa”, tendiamo invece a semplificare ogni idea, ogni storia, a banalizzare ogni identità. Il mondo comunicativo contemporaneo finisce per diventare il regno dell’effimero: non si tratta, infatti, di demonizzare l’importanza dell’immagine e della sua cura, ma di denunciare come questa abbia finito per divorare tutto il resto: capacità di andare in profondità, di andare oltre l’immediatezza di un logo.

Ritrovare un’anima e una dimora

Prendersi il tempo per pensare, per discernere insieme, creando collettivamente una storia. Questa è, ancora, l’unica possibilità per uscire dalla delegittimazione di tutto ciò che è politica. Non si tratta di riesumare qualcosa del secondo Novecento, ma nemmeno di demonizzarlo nel suo esser stato tempo di conflitti e confronti autentici, e più che mai legati alle vite delle persone. 

C’è bisogno, quindi, di nuove case politiche, nelle quali libertà, memoria ed esperienza convivano in equilibrio. «Abbiamo bisogno di una dimora – scrive Bellamy -, di un luogo dove ci possiamo ritrovare, un luogo che diventi familiare, un punto fisso, un riferimento intorno al quale il mondo intero si organizzi»2.

Abbandoniamo tweet e talk show: torniamo a una politica con un’anima, una visione, una radice, uno spirito comunitario. Fondato – perché no – su uno spirito sinodale. In questo, ancora una volta, abbiamo tanto da imparare dal cammino della Chiesa.

1 Augusto Del Noce, Modernità, 1982.

2 François-Xavier Bellamy, Dimora, 2018.

Articolo pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 settembre 2022

«Dio è pace, Slava Ukraini!»

2 Mar
Don Vasyl (a destra) e alcuni uomini della comunità ucraina ferrarese prima della spedizioni di aiuti in Ucraina

Ferrara a fianco del popolo ucraino e in appoggio alla comunità cattolica ucraina guidata da don Vasyl  Verbitskyy: la possibilità di donare cibo e medicine da spedire in Ucraina, le bandiere solidali realizzate dalla parrocchia di  Comacchio, la preghiera in piazza a Ferrara, quelle nella chiesa di via Cosmè Tura e a Copparo, il sit in della Rete per la Pace…

di Andrea Musacci

La rabbia e l’orgoglio di un intero popolo, la risposta solidale e nella preghiera della città di Ferrara e dell’intera Arcidiocesi.

Anche nel nostro territorio i circa 3500 ucraini residenti vivono giorni di angoscia e di paura per i tanti cari in Ucraina e per il loro amato popolo. Oltre alla nostalgia della terra lontana, grande è ora il dolore per l’invasione russa scatenata il 24 febbraio dal Presidente Vladimir Putin.

Cibo e medicine: chi vuole può donare

La comunità cattolica ucraina di Ferrara da giovedì scorso sta raccogliendo generi alimentari a lunga conservazione (pasta piccola, sughi, biscotti, latte, tonno, caffè, zucchero, carne in scatola ecc.), medicinali (antidolorifici tipo oki, tachipirina, ibufrofene e similari) e materiali di primo soccorso (garze, bende, cerotti, disinfettanti ecc.) da spedire in Ucraina. Tutto quanto raccolto verrà trasportato via terra attraverso corridoi sicuri già attivi, che possono garantire il recapito diretto, il tutto in sinergia con Caritas diocesana e Caritas italiana. Sabato sera sono partiti i primi tre furgoni carichi di donazioni, arrivati alla chiesa della comunità greco-cattolica a Ternopil, nell’ovest del Paese. Altri sono partiti domenica. Come ci spiega don Vasyl, «una famiglia che conosciamo porterà parte dei beni raccolti con un pulmino alla dogana sul confine con la Polonia. La maggior parte del materiale raccolto, invece, verrà portato in Ucraina grazie alla Caritas dell’Esarcato apostolico ucraino in Italia», il cui Direttore don Volodymyr Medvid risiede a Cattolica. 

Il materiale da donare si può portare nella chiesa di via Cosmé Tura oppure si può far avere chiamando don Vasyl al 366-3958892. 

Anche diversi studenti universitari di Unife in questi giorni stanno aiutando gli ucraini nella raccolta del materiale e nella chiusura degli scatoloni da spedire. Il Comune, inoltre, si sta organizzando tramite le Farmacie comunali per donare farmaci, mentre Iper Tosano e altri supermercati cittadini doneranno alimentari.

Il gesto da Comacchio: bandiere e foulard fatti a mano

Il desiderio di aiutare il popolo ucraino ha stimolato la creatività di molti. Da Comacchio don Guido Catozzi ci spiega l’idea di alcune parrocchiane di realizzare a mano bandiere dell’Ucraina e foulard con gli stessi colori che chiunque può acquistare a offerta libera. Il ricavato verrà dato a don Vasyl per l’acquisto di beni alimentari e medicine da inviare in Ucraina. Un’iniziativa, questa, portata avanti dalla comunità di Comacchio insieme alle Chiese di Cervia, Cesenatico e di altre della Romagna.

S. Maria dei Servi santuario di pace

Da giovedì 24 febbraio la chiesa di Santa Maria dei Servi in via Cosmé Tura, 29 a Ferrara è diventata il punto di riferimento non solo per i tanti ucraini in città ma anche per tanti non ucraini che hanno scelto di esprimere la loro vicinanza. Anche questa settimana la chiesa è sempre aperta, dalla mattina alla sera. Lo scorso fine settimana dalle ore 9 alle 22 non è mai mancata una presenza. Si sono susseguite le preghiere per la pace, i Rosari, la Divina Liturgia. Sabato pomeriggio la preghiera ha visto anche la presenza di don Giacomo Granzotto, Responsabile dell’Ufficio liturgico diocesano, di p. Massimiliano Degasperi (parroco di S. Spirito) e di Marcello Panzanini, alla guida dell’Ufficio ecumenico.

Anche i Campanari Ferraresi hanno portato il proprio contributo suonando una volta al giorno da venerdì a domenica.

Domenica c’è stata anche una preghiera speciale, quella delle “Mamme in preghiera”, un gruppo della comunità ucraina ferrarese che da oltre 10 anni prima della Messa domenicale si ritrova per leggere e meditare un brano del Vangelo e per rivolgere una preghiera per i propri figli e nipoti in Ucraina. Un gesto che in questi giorni assume un significato ancora maggiore.

Ma non solo: mercoledì 2 marzo alle ore 19.30 nella chiesa di Copparo don Vasyl parteciperà a una preghiera per la pace invitato dal parroco don Daniele Panzeri. A Copparo da tanti anni risiede un nutrito gruppo di persone di origine ucraina. La sera del 25 febbraio diversi giovani si sono trovati a Casa Cini con don Paolo Bovina per un Rosario per la pace. Domenica 20 febbraio la comunità ucraina ferrarese si era ritrovata nella chiesa di S. Agostino per una veglia di preghiera trasmessa in tutto il mondo. In tante chiese in Diocesi si susseguono preghiere per la pace. La mattina di domenica 27 altro sit in spontaneo di una 30ina di ucraini in piazza Municipale.

«Non ci abbandonate!»

Nel tardo pomeriggio di venerdì 25 febbraio oltre 200 persone si sono ritrovate in piazza Repubblica per un momento di preghiera organizzato dalla comunità ucraina cattolica di tradizione bizantina guidata dal Cappellano don Vasyl Verbitzskyy. Lui stesso ci confessa che da quel maledetto giovedì non dorme, e come lui, tanti. Il pensiero è sempre al suo Paese, in particolare ai suoi genitori che vivono nell’ovest dell’Ucraina. Nei giorni scorsi, don Vasyl e altri si sono trovati di sera, di notte: «nessuno di noi riusciva a dormire, così invece almeno ci facevamo compagnia e ci sostenevamo a vicenda».

Il 25 presenti anche il Sindaco, il suo vice e alcuni Assessori. L’orgoglio patriottico e la profonda fede degli ucraini hanno trovato una spontanea espressione nei canti – civili e religiosi – intonati dai tanti presenti, molti fra le lacrime. Molti anche i bambini e i giovani, e tante quelle bandiere blu e gialle del loro amato Paese, gli stessi colori coi quali è stata illuminata la fontana della piazza.

Oltre all’orgoglio, però, c’è la rabbia. «È una vergogna che l’Europa non ci appoggi», grida una signora squarciando il silenzio fattosi pesante. «Non state zitti, ci sentiamo abbandonati. Ascoltate l’Ucraina!». Il suo grido è quello di un popolo martoriato che combatte fino alla morte contro l’invasore russo. “Stop alla guerra!”, urlano i presenti, una guerra non cercata né provocata. 

«Siamo qui per testimoniare la nostra volontà di pace», ha detto don Vasyl. «Il popolo ucraino è il popolo cristiano. Vi invito a pregare insieme a noi nella chiesa di via Cosmé Tura. Dio vi aspetta. Con Dio ci può essere la pace perché Dio è pace». 

Sit in per la pace (26 febbraio 2022) – Foto Andrea Musacci

Il sit in della “Rete per la pace”

Tantissime le persone che nel pomeriggio del 26 febbraio hanno riempito piazza Castello per il sit-in per la pace promosso dalle confederazioni sindacali e da diverse associazioni e partiti. Toccante, in particolare, la testimonianza di una donna ucraina che tra le lacrime ha raccontato di suo figlio soldato in Ucraina, richiamato nell’esercito lo scorso gennaio.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 marzo 2022

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Mattarella (di nuovo) Presidente: scelta positiva ma anomala

2 Feb

Si è dovuti attendere l’ottava votazione per eleggere il “nuovo” Presidente della Repubblica. Lo stesso Mattarella in più occasioni l’aveva escluso con chiarezza. Quella proposta PD sulla non rieleggibilità

di Andrea Musacci

Tanto rumore per nulla. O meglio, per lasciare (più o meno) tutto così com’è. Sergio Mattarella, 80 anni, è stato eletto per la seconda volta Presidente della Repubblica Italiana. La più alta carica dello Stato, quindi, almeno per questa volta, non andrà al sempre papabile Giuliano Amato, alla “vecchia volpe” Pierferdinando Casini, né agli e alle outsider Elisabetta Belloni, M. Elisabetta Alberti Casellati, Sabino Cassese o Carlo Nordio (solo per citare quelli maggiormente presi in considerazione la scorsa settimana).

Un secondo mandato che, a detta di tutti i leader politici che gli hanno chiesto di rimanere al Quirinale, non sarà “a termine” ma pieno. Ciò vorrebbe dire che Mattarella sarà – prima volta assoluta in Italia – Capo dello Stato per 14 anni consecutivi. L’unico precedente di un Presidente della Repubblica rieletto è quello di Giorgio Napolitano che, entrato in carica una prima volta nel 2006, fu rieletto obtorto collo nel 2013 ma dimettendosi nemmeno due anni dopo.

La Costituzione italiana, ricordiamolo, afferma che la durata del mandato del capo dello Stato è di 7 anni, ma non si esprime sull’eventualità di una rielezione, che quindi è legittima. I padri costituenti, però, come si può immaginare, vedevano come di gran lunga preferibile per uno Stato democratico il settennato, dunque l’alternanza non solo dei parlamentari e dei membri del Governo, ma anche della carica più importante.

Appena un anno fa, nel febbraio ’21, nel messaggio in memoria del Presidente Antonio Segni (per i 130 anni dalla nascita), Mattarella citava un suo messaggio alle Camere del 1963, nel quale espresse «la convinzione che fosse opportuno introdurre in Costituzione il principio della non immediata rieleggibilità del Presidente della Repubblica. In quell’occasione Segni definiva “il periodo di sette anni sufficiente a garantire una continuità nell’azione dello Stato”». Inoltre – aggiungeva Segni – “la proposta di modificazione vale anche ad eliminare qualunque, sia pure ingiusto, sospetto che qualche atto del Capo dello Stato sia compiuto al fine di favorirne la rielezione”. Di qui l’affermazione che, “una volta disposta la non rieleggibilità del Presidente, si potrà anche abrogare la disposizione dell’articolo 88 comma 2° della Costituzione, che toglie al Presidente il potere di sciogliere il Parlamento negli ultimi mesi del suo mandato”.

Questa nuova smentita dei padri costituenti è il segno di una grave crisi del sistema politico e di rappresentanza nel nostro Paese. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi: da una parte, un eccesso di atteggiamenti di fatto “provocatori”: il candidare a ripetizione personalità anche con incarichi istituzionali importanti (e a volte a loro insaputa), per mettere alla prova le altre forze politiche; il tutto in nome di una travisata idea di trasparenza. Dall’altra parte, un eccesso di prudenza e di attendismo, forma sempreverde di “gattopardismo”; più che tatticismo, vera e propria mancanza di coraggio e incapacità di riconoscere come valide, proposte provenienti dai partiti avversari, che pure ci sono state. Perlopiù, e non è un particolare da poco, perché ha riguardato alcune donne, impedendo così quella piccola “rivoluzione” di una Presidente a capo della nostra Repubblica.

Tra l’altro, stupisce scoprire come lo scorso novembre due senatori del Pd – Luigi Zanda e Dario Parrini – abbiano presentato una proposta di riforma della Costituzione in cui si afferma che il mandato del capo dello Stato potrà essere solo uno, di 7 anni. Niente rieleggibilità, quindi. Chissà se quella proposta almeno ora andrà in porto.

«Tra otto mesi il mio incarico termina, come sapete l’incarico di Presidente della Repubblica dura 7 anni: io sono vecchio, tra qualche mese potrò riposarmi». Così il capo dello Stato Sergio Mattarella rispondeva lo scorso maggio alle domande di alcuni bambini in una scuola primaria di Roma che gli chiedevano del suo futuro.

Parole che risuonano oggi ancor più forti, a dire della scelta difficile e anomala, pur compiuta da convinto servitore delle istituzioni quale sempre ha dimostrato di essere.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 febbraio 2022

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Cura e prossimità per uscire dalla crisi

21 Set
(Foto Pino Cosentino)

Quasi 300 persone il 17 settembre hanno partecipato al Convegno “Pandemia: sfide per l’etica della salute e dell’imprenditoria nel territorio ferrarese”, organizzato dalla nostra Arcidiocesi e dall’UCID Ferrara. Sono intervenuti Stefano Bonaccini (Presidente Emilia-Romagna), il card. Matteo Zuppi (Arcivescovo di Bologna) e Andrea Crisanti (Università di Padova). Conclusioni affidate a mons. Gian Carlo Perego

A cura di Andrea Musacci


Una rete di prossimità, un intarsio di servizi, saperi e professionalità necessarie per imparare la lezione fondamentale della pandemia: uscirne migliori di come c’eravamo entrati.

Sono queste le riflessioni emerse da ognuno dei relatori intervenuti la sera dello scorso 17 settembre in occasione del Convegno intitolato “Pandemia: sfide per l’etica della salute e dell’imprenditoria nel territorio ferrarese”, moderato dal Presidente UCID Ferrara Antonio Frascerra. L’incontro tenutosi al Teatro Comunale di Ferrara alla presenza di circa 290 persone, è stato organizzato dagli Uffici diocesani Pastorale della Salute e Pastorale Sociale, Lavoro, Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato, dalla Sezione UCID di Ferrara, con il patrocinio della Fondazione “Dott. Carlo Fornasini” e di BPER.

Presenti diverse autorità, fra cui il Prefetto Michele Campanaro e l’Assessore Regionale Paolo Calvano, oltre all’Assessore Marco Gulinelli, intervenuto per un breve saluto iniziale e presente al posto del Sindaco a rappresentare l’Amministrazione comunale. Ricordiamo che il convegno è il primo dei tre previsti sul tema “Salute e territorio”. Il secondo è in programma tra febbraio e marzo 2022 e avrà come titolo “Sanità e imprese: un dialogo necessario nella sostenibilità”, mentre il terzo e ultimo è previsto per ottobre-novembre 2022 e verterà sul tema “Sanità: per una valida risposta sociale”.


«Fraternità e speranza per i beni comuni»: Mons. Gian Carlo Perego
Soprattutto in un periodo complesso come l’attuale, «è importante avere visioni condivise, atteggiamenti e risposte responsabili da parte di tutta la comunità», ha riflettuto il Vescovo nel suo intervento conclusivo. Citando La Pira, mons. Perego ha ribadito come vadano difesi i beni comuni – «il tempio, la casa, la scuola, l’officina e l’ospedale, contro le tre pestilenze della violenza, della solitudine e della corruzione». Per il Vescovo va superata la «visione corporativistica e protezionistica», sviluppando «un nuovo modello di cura», innovativo e di prossimità (a tal proposito ha elogiato in particolare il ruolo fondamentale delle badanti), non dimenticando «la cura di tutti i beni comuni» del territorio – a partire dalla nostra Cattedrale, «da troppo tempo chiusa». «Fraternità e speranza», «condivisione verso obiettivi comuni»: questo serve al nostro territorio per non sprecare la lezione della pandemia.

«La casa dev’essere luogo di cura»: Card. Matteo Zuppi 
«La pandemia ci ha dato lezioni severissime: sarebbe un peccato non ascoltarle». Non ha usato giri di parole il card. Zuppi, che ha scelto di partire da alcune gravi conseguenze dell’attuale emergenza sanitaria, come «l’aumento del disagio psichico e i tanti casi di solitudine e abbandono. Il diritto alla salute è anche il diritto a vivere una rete di relazioni: da soli, la fragilità diventa terribile. Serve una rete di prossimità per l’“emergenza ordinaria”» che vivono tutti i soggetti deboli, ha proseguito.Partendo dalla Dottrina Sociale della Chiesa, il card. Zuppi ha poi riflettuto su come «la speculazione non mette mai al centro la persona, è il contrario della stessa opportunità imprenditoriale, è senza volto e non considera i volti delle persone». Il diritto alla salute, invece, «dev’essere garantito a tutti, anche se non “conviene”». La persona per la Chiesa «“conviene” sempre, anche quando è debole, fragile», come nel caso degli anziani o nelle fasi terminali della vita. Se, invece, queste questioni vengono lette da un punto di vista economico, «si perde la centralità della persona e la situazione diventa davvero grave». Il card. Zuppi ha poi posto l’accento sugli anziani, in particolare proponendo l’assistenza domiciliare come pratica virtuosa da incentivare fortemente: «la casa deve diventare un luogo di cura».


«Più sorveglianza e tracciamenti»: Andrea Crisanti 
Distanziamento sociale, sorveglianza/tracciamento, vaccini sono ancora, per Crisanti, i tre strumenti fondamentali per controllare la pandemia. Riguardo al primo, nonostante abbia «un costo economico devastante e non serva, da solo, a controllare o eliminare la pandemia», è fondamentale perché «permette di prendere tempo per sviluppare gli altri due». Riguardo alla sorveglianza e al tracciamento, «a differenza di altri Paesi, in Italia le facciamo in modo inadeguato: con l’Ausl di Ferrara stiamo lavorando a un sistema più efficace».
Il capitolo vaccini e Green pass: riguardo a quest’ultimo, pur essendo «uno strumento molto importante per incentivare a vaccinarsi», Crisanti ha sottolineato che «non dev’essere presentato come uno strumento di sanità pubblica, in quanto di per sé non può creare ambienti totalmente sicuri dai contagi». Sui vaccini, oltre a ribadire la necessità di una terza dose, Crisanti ha messo in guardia dal «non sottovalutare la possibilità che arrivi una variante resistente al vaccino».

Dalla pandemia si esce, quindi, «non sperando che il virus diventi più “buono”» ma continuando con Green Pass e vaccini e «sperando che i futuri vaccini siano più efficaci, più duraturi e vengano distribuiti anche ai Paesi più poveri».


Sanità, clima e digitale, le proposte della Regione: Stefano Bonaccini 
«Oggi iniziamo a vedere la luce in fondo al tunnel. In Emilia-Romagna sono 3milioni e 100mila le persone sopra i 12 anni vaccinate. Entro fine ottobre contiamo di avvicinarci al 90% dei vaccinati».

È partito dai dati, Bonaccini, da quei numeri che fotografano un presente positivo inducendo così all’ottimismo. «La nostra Regione può diventare la locomotiva d’Italia: qui la ripartenza potrà avvenire prima e meglio che altrove. I numeri dell’export e le previsioni di crescita sono più che positive», merito anche, ci tiene a dirlo il Presidente, «dei tanti bravissimi imprenditori del nostro territorio». Il fondamentale contributo dei privati alla crescita non deve, però, far venire meno l’intervento del pubblico – Stato e Regione – «per difendere due diritti fondamentali, come quello all’istruzione e quello alla salute». Su quest’ultimo, «investiremo ancora di più, anche grazie ai finanziamenti del PNRR, puntando su una nuova generazione di professionisti». Oltre alla costruzione di nuovi ospedali («nel piacentino nascerà uno dei primi post Covid»), l’idea è «di irrobustire maggiormente la sanità territoriale, a partire dalle Case della Salute – già 120 in Regione, destinate ad aumentare -, il pilastro della sanità del futuro» e puntando molto sull’«assistenza domiciliare».

Venendo al territorio ferrarese, Bonaccini ha sottolineato l’importanza di «una sanità territoriale più forte e radicata soprattutto nel Basso ferrarese». Più in generale, la nostra provincia, pur crescendo più lentamente rispetto alle altre province della Regione, «nei prossimi mesi avrà uno sviluppo deciso, recuperando lo svantaggio accumulato per ritardi storici». Il completamento della Cispadana e sopratutto il Patto per Ferrara sono per Bonaccini due importanti progetti per rilanciare il nostro territorio.In conclusione, il Presidente ha voluto affrontare due problematicità. La prima, la crisi demografica: «negli ultimi decenni le politiche per la famiglia sono state deboli, anche per responsabilità della mia parte politica, la sinistra. Abbiamo in cantiere diverse proposte per aiutare le famiglie numerose, gli studenti e i pendolari». La seconda seria questione riguarda l’emergenza climatica e digitale: «la transizione ecologica e lo sviluppo digitale possono rappresentare grandi opportunità di lavoro, un lavoro che sia di qualità e non precario».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 settembre 2021

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L’appartenenza e le emozioni: Giorgio Franceschini ricordato dalla sua Ferrara

17 Mag

Il 15 maggio nella Loggia di Palazzina Marfisa un convegno dedicato all’ex partigiano, politico e uomo di cultura nei 100 anni dalla nascita. L’intervento del figlio e Ministro della Cultura Dario, il video ricordo della figlia Flavia, le tante testimonianze

Dario Franceschini a Marfisa

di Andrea Musacci


«Oggi ho la conferma che nella vita emozionano di più i ricordi personali e non ciò che abbiamo fatto nella vita pubblica». Era commosso Dario Franceschini, ferrarese Ministro della Cultura, mentre ricordava il padre Giorgio, anche se il carattere schivo e l’abitudine a dissimulare hanno di certo attenuato la sua emozione.

La splendida Loggia degli Aranci della Palazzina Marfisa d’Este a Ferrara la mattina di sabato 15 maggio lo attendeva per ricordare, a 100 anni dalla nascita, il padre Giorgio, partigiano, deputato, uomo di cultura deceduto nel 2012, che tanto ha dato alla politica e alla cultura anche della nostra città. Una mattinata di riflessioni ma perlopiù di testimonianze di chi l’ha conosciuto, desiderata e organizzata innanzitutto, oltre che da Dario, dall’altra figlia di Giorgio, Flavia, insieme all’Isco e al Comune. Una mattina culminata nella cerimonia di intitolazione a Giorgio Franceschini della piazzetta della chiesa della Madonnina di via Formignana, con lo scoprimento di una targa commemorativa. Flavia Franceschini, scultrice, è una vera e propria archeologa degli affetti: la sua appassionata attenzione alla vita dello spirito e alla coltivazione della memoria è un tratto che ha ereditato proprio dal padre. “E raccolgo ogni cosa, ogni voce ascolto” è il titolo del video da lei realizzato proiettato a inizio mattinata, citazione proprio di una frase di Giorgio. Alcuni giorni prima del convegno, chi scrive ha potuto visitare la casa della famiglia Franceschini in corso Giovecca, proprio attigua a Marfisa. Il magnifico atrio con parte dei 19mila volumi di famiglia, alcune sculture di Flavia, lo studio di Giorgio, sempre al pian terreno e, all’ultimo piano, quel sottotetto dove Giorgio dava vita ai suoi circoli giovanili (e, quindi, dove forse aveva anche ideato quel Fronte Giovanile Cristiano di cui abbiamo parlato nel numero scorso), sono un commovente luogo della memoria personale, famigliare e collettiva, visto il ruolo, ieri come oggi, sempre pubblico dei componenti della famiglia.

Lo scavo nella vita del padre, Flavia l’ha ripercorso montando nel video foto di lui da bambino, da ragazzo fino a quelle degli ultimi anni di vita, e con i ricordi personali di Carlo Bassi e Mario Morsiani. Un omaggio che ha commosso i circa 50 invitati, e che, nel suo lirismo, ha ricordato l’amore per il bello di Giorgio Franceschini: «ci ha insegnato a cercare la bellezza, sempre e ovunque», ha, non a caso, detto il figlio Dario, ricordando del padre anche il suo «saper non prendersi troppo sul serio». Ma il senso di appartenenza per papà Giorgio era anche quello per la propria città e per la propria nazione: Dario nel suo saluto finale ha ricordato anche «il suo impegno politico, sempre senza retorica», quel suo «cappotto consumato», immagine metaforica per dire l’attività instancabile in Parlamento e nelle istituzioni locali, e, appunto, quel senso di appartenenza, «che oggi si è un po’ persa, ma ai tempi era comune a tutte le forze democratiche».

L’evento della mattinata, che si poteva seguire in diretta dalle pagine Facebook del Comune e di Isco, è stato coordinato da Anna Quarzi (Isco) e ha visto anche il saluto del sindaco Alan Fabbri, la relazione di Angelo Varni (docente emerito dell’Università di Bologna) sull’impegno politico di Franceschini, e alcune testimonianze personali, quelle di Cesare Capatti (ex segretario della DC ferrarese), Francesco Scutellari (presidente dell’Accademia delle Scienze), Daniele Ravenna, Francesco Paparella (il quale ha donato ai Franceschini il documento del Fronte Giovanile Cristiano e 5 lettere inedite scritte da Giorgio all’amico Bruno Paparella nella primavera del 1941), e infine di Gianni Venturi.Tra i presenti vi erano anche mons.  Perego, il Prefetto Campanaro, la senatrice Boldrini, il consigliere Calvano, l’ex Sindaco Tagliani e il Presidente della Provincia Minarelli.

Mons. Perego, Dario Franceschini, Flavia Franceschini, Alan Fabbri


Intitolata a lui la piazzetta della chiesa della Madonnina

La mattinata del 15 si è conclusa con la cerimonia di intitolazione a Giorgio Franceschini della piazzetta della chiesa di Santa Maria della Visitazione (detta “della Madonnina”) di via Formignana e lo scoprimento di una targa commemorativa. Tanti i presenti, tra cui mons. Perego, che ha impartito la benedizione e recitato il Padre Nostro, e l’Assessore alla Cultura Marco Gulinelli che ha tenuto un breve discorso.

La Chiesa della Madonnina, parte dell’UP Borgovado, dovrebbe riaprire a breve, vista la conclusione dei lavori lo scorso aprile. L’edificio, insieme alla canonica e al complesso conventuale, sono stati dichiarati inagibili a seguito del sisma del 2012. I lavori di riparazione col consolidamento strutturale, eseguiti con finanziamenti regionali e assicurativi da parte del Comune, sono iniziati nel marzo 2019. I lavori di restauro sono stati eseguiti solo nella chiesa, dove attualmente si stanno ultimando alcuni interventi di finitura per poter ospitare le opere d’arte rimosse dopo il sisma.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 maggio 2021

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«Liberi da bavagli e catene, ricostruiamo la Patria»: il documento antifascista inedito dell’autunno 1943

10 Mag
Gruppo di giovani cattolici ferraresi, anni ’40 (Franceschini è il primo a sx seduto. Al centro don Carlo Borgatti e sotto don Quaranta, mentre Max Tassinari è due persone a destra di don Carlo) (foto Flavia Franceschini)

Il documento sul Fronte Giovanile Cristiano che abbiamo ritrovato a Ferrara fra le carte di Bruno Paparella fu scritto a macchina da Giorgio Franceschini, futuro deputato, in pieno terrore repubblichino: prevede la nascita della DC e della democrazia

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 maggio 2021

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di Andrea Musacci
Un documento inedito, riemerso fra le antiche carte di Bruno Paparella, fondamentale per capire la sua personalità e quella dell’altro principale ideatore, Giorgio Franceschini – di cui il 15 maggio ricorre il centenario dalla nascita -, oltre allo spirito che animava l’antifascismo cattolico ferrarese, soprattutto fra quei giovani che contribuiranno nel CLN alla Liberazione e poi alla costruzione della Democrazia Cristiana a livello locale e nazionale.Il documento ritrovato, scritto a macchina (di cui accenna Lydia Paparella, sorella di Bruno, nel suo articolo sulla “Voce” del 30 aprile scorso), reca nella prima pagina la scritta “Fronte Giovanile Cristiano” e l’indicazione “Ferrara, autunno 1943”. I nomi di Carlo Bassi, Max Tassinari e Giorgio Franceschini campeggiano su questo frontespizio. Si tratta della bozza di un progetto clandestino – mai concretizzatosi – di tipo educativo e socio-culturale, rivolto ai giovani cattolici ferraresi, mosso da grande idealità, volto a un impegno integrale. Un testo emozionante, scritto da poco più che 20enni, dopo due decenni di fascismo e nel buio della guerra e dei primi mesi della RSI, rischiando la vita e con uno slancio spirituale, culturale e politico impressionante, coniugato a un enorme desiderio di ricerca e dibattito troppo a lungo represso.

Per 20 anni i giovani furono, infatti, inquadrati prima nell’Opera Nazionale Balilla e poi nel GIL (Gioventù Italiana Littorio) con uno spirito militaresco. In una lettera del 10 settembre 1943 Alcide De Gasperi esprime a Sergio Paronetto i propri timori circa il fatto che il fascismo fosse ormai «una mentalità congenita alla generazione più giovane». Questo dimostra ancora di più l’eccezionalità di questo coraggioso documento ferrarese che “smentisce” le parole di De Gasperi.“Premessa”, “Programma” e “Punti fondamentali” sono le tre parti in cui è diviso il testo, composto da sei fogli ramati dal tempo, nell’ultimo dei quali sono indicati i diversi nomi dei promotori e dei primi possibili aderenti. Fra questi, scritti a mano, oltre ai tre indicati nel primo foglio, ipotizziamo i nomi di Antonio Periotti, Cesare Menini, Giorgio Motta, Gianni Vitali (poi cancellato, forse perché ai tempi troppo giovane), Paolo Rovigatti.

«In questo documento – spiega a “La Voce” Flavia Franceschini, figlia di Giorgio (l’altro è Dario, attuale Ministro della Cultura) -, riconosco sia la calligrafia sia la macchina da scrivere di mio papà: non ho alcun dubbio in merito». Lydia e Francesco Paparella (quest’ultimo nipote di Bruno) ci confermano che la calligrafia non è di Bruno. Inoltre, «nella nostra grande vecchia casa in corso Giovecca, nella soffitta (che chiamavamo ”granaio”) – continua Flavia -, mio padre da ragazzo aveva adibito una camera a circolo culturale, dove si riunivano gli amici. Su una trave del sottotetto ci sono ancora scritte con il nome di un circolo da lui creato. Di sicuro – aggiunge – era una passione di mio padre organizzare circoli di questo tipo».


Il documento. «Una nuova fraternità di spiriti»
«Dinnanzi al presente grave e doloroso stato in cui si trova la nazione italiana, dinnanzi al disorientamento, al dolore e ai sacrifici e alla sempre crescente incredulità del nostro popolo verso i grandi ideali. Dinnanzi allo stato di abiezione di gran parte della gioventù italiana divenuta incapace di rettamente sentire, pensare ed agire per il disordine fallimentare, spirituale e morale di tante famiglie, per l’incapacità e l’indegnità dei suoi educatori, per la mancanza di libertà d’azione e di pensiero a chi poteva più degnamente e saggiamente condurla, per l’errata impostazione educativa del passato, noi – giovani di Ferrara – dichiariamo il nostro bisogno di unirci in una nuova stretta sincera fraternità di spiriti». Così esordisce il testo. «Proviamo a metterci nei panni di quei giovani», ragiona con noi Francesco Paparella. «È vietato ogni dissenso nei confronti del regime, figuriamoci pensare di costituire un movimento politico democratico!» E invece loro, pur con le dovute cautele, lo progettano. «Erano mesi molto bui per l’Italia, quelli della repressione più violenta. Ebrei, oppositori, sospettati venivano incarcerati, condannati e barbaramente uccisi o deportati. Basti pensare, a mo’ di esempio, agli eccidi del Castello, della Certosa, del Doro e della Macchinina». Più avanti il testo continua: «Riconoscendo la nostra ignoranza in campo teologico e dommatico, ma animati da un immenso desiderio di affidarci alla verità del Cristo e della sua Chiesa (…) ci professiamo cristiani cattolici e diamo il nome di cristiano al FRONTE GIOVANILE che costituiamo».
«Il “Fronte” – è scritto poi nel documento – è soprattutto unione spirituale di giovani che (…) sentono il desiderio e la necessità di prepararsi spiritualmente e culturalmente per potersi formare una chiara coscienza cristiana, per dare oggi e ancora più domani un valido aiuto al movimento cattolico, secondo le possibilità apostoliche loro, intellettuali e sociali, con il pensiero e con l’azione. Il “Fronte” nel suo attuale momento iniziale, più che organizzazione è movimento, tendenza, corrente giovanile». Movimento che intende «raccogliere adesioni di giovani di qualsiasi categoria sociale, desiderosi di accostarsi maggiormente al Cristianesimo per il bene proprio, della Chiesa e della Patria, coll’impegno di differenziarsi nettamente da tutti i cristiani e italiani attuali “all’acqua di rose”, insensibili, infrolliti, o falsi bacchettoni e (parola aggiunta a mano non comprensibile, ndr)». L’unione, viene poi specificato, «è al di fuori di ogni organizzazione, lontana da ogni costituzione gerarchica» e fondato sulla fraternità: tutti i giovani aderenti «si conoscono tra di loro, si amano fortemente e fraternamente senza distinzioni di età o di classe, si aiutano vicendevolmente; tengono il contatto tra loro, se lontani, si interessano reciprocamente del lavoro che svolgono, si sacrificano fino all’ultimo per i bisogni del singolo o della collettività. Perciò l’appartenenza al Fronte è anzitutto un patto di amicizia e di solidarietà da mantenere e difendere con un giuramento».

Ma questa unione «è in funzione di una preparazione e di un lavoro sociale» – poiché «ogni azione sociale non compiuta nello spirito della eccelsa virtù della carità non rimanga sterile» – e politico: «Se il F.G.C. si limitasse a costituire l’unità dei giovani e a svolgere benefiche opere sociali, senza avere un’influenza politica, non avrebbe ragione di esistere e si potrebbe identificare con altre istituzioni, quale quella dell’Azione Cattolica (…). Se l’Azione Cattolica non può fare della politica perché altri sono i suoi intendimenti, è necessario (…) e non meno importante e indispensabile una netta e ferma posizione dei cattolici nella vita politica perché, oltre a non tollerare che vengano misconosciuti e negati fondamentali principi cristiani in campo morale e giuridico, in campo interno e internazionale, debbono agire affinché la ricostruzione della Patria e del mondo avvenga realmente e su basi Cristiane». È evidente come il documento getti le basi per la futura Resistenza e alternativa al nazifascismo. Il finale, coraggioso se si pensa che viene scritto nel clima di repressione totale della RSI, è commovente: «I giovani sanno che la sistemazione cristiana del mondo è necessaria e possibile: che esiste un piano di sistemazione economica sociale e politica ispirato al Vangelo di Cristo e agli insegnamenti della sua Chiesa: non possono perciò né negarlo né abbandonarlo: lo raccolgano, lo amino, lo meditino, combattano e soffrano per esso con l’ardore della giovinezza. Di questa giovinezza che, denarcotizzata, libera da bavagli e catene, purificata dalle cattive tendenze e dagli odi cui fu educata, sollevata da angosce e terrori, deve essere restituita finalmente al culto degli alti ideali dell’amore universale e della Patria».

Giorgio Franceschini nel 1943 (foto Flavia Franceschini)

Prima del Fronte Giovanile Cristiano: Juniorismo, scuole di apostolato e autorganizzazione educativa
Come raccontò lo stesso Franceschini (nel libro di Giovanni Fallani intitolato “Per Bruno Paparella: testimonianze di amici”, 1987), Paparella nel ’40 – ai tempi presidente della GIAC (Gioventù italiana di Azione cattolica) e un anno dopo averlo conosciuto – lo nominò delegato diocesano degli Juniores di AC. “Juniorismo” era il nome di un ciclostilato, uscito in tre numeri, che a inizio ’41 fu redatto e stampato dallo stesso Franceschini insieme a Carlo Bassi, Max Tassinari e altri: «era – scrisse Francheschini –, in fondo, l’espressione dell’intenzione di provare una via ancor più originale e persuasiva per l’apostolato giovanile, con nessun intendimento politico (non erano quelli né i tempi né gli uomini, né gli ambienti per comprendere l’incalzare dei tempi nuovi). (…) Si salpava verso lidi imprevedibili, ma di cui si immaginava l’esistenza: un modo nuovo di concepire la vita, la gioventù, l’amore reciproco, ben diverso da quello che i tempi e il fascismo insegnavano ai giovani». Ma «l’arcivescovado e la curia, prese dal timore di “grane” di provenienza fascista, che forse avevano cominciato a manifestare osservazioni e critiche, intervennero perché la pubblicazione cessasse». Una capacità di visione, dunque, che sembrerà poi tornare nello spirito del Fronte Giovanile Cristiano (FGC).

Anche in due lettere rispettivamente del febbraio e dell’aprile ’43, che Bruno Paparella invia da Ferrara a Franceschini, in quel periodo a Lucca per il servizio militare, torna il tema di un nuovo gruppo giovanile cattolico. Il tema è quello delle organizzazioni delle forze giovanili dentro l’AC: Paparella parla dell’istituzione delle scuole di apostolato che, «svolgendo le sue lezioni tutti i lunedì, dà luogo a interessanti conversazioni sui più vari problemi (…). C’è tanto bisogno di fare del bene nelle nostre sezioni, anche magari facendole vivere rivolte alla parte positiva ed attiva del nostro cristianesimo, alle opere di carità…». Anche qui, uno spirito molto simile al mai realizzato FGC.

Proseguendo, in un’intervista rimasta inedita che tra fine 2005 e inizio 2006 Monica Campagnoli dell’Istituto Sturzo di Bologna rivolge a Giorgio Franceschini, quest’ultimo, parlando di quel periodo, ricorda: «qui a Ferrara non c’era la possibilità di trovare dei punti di riferimento intesi come persone la cui azione poteva costituire un esempio: mentre i leader nazionali, De Gasperi, don Sturzo, ci sembravano così lontani qua in provincia. De Gasperi ancora nel luglio del 1943, in pieno periodo badogliano, sembrava un personaggio strano e misterioso. Prendemmo davvero coscienza delle idee di De Gasperi a partire dal ’45. Per questo motivo, quelli che dopo la formazione del partito divennero democristiani, prima della nascita della DC, qui a Ferrara, erano un gruppo di cattolici legati anche da un comune sentimento antifascista. (…) Rispetto alla questione della formazione, direi che qui a Ferrara, “ci siamo fatti un po’ da noi in casa” (…). Buone letture e amicizie, se dicessi delle altre cose sarebbero tutte invenzioni». Parole che in un certo senso confermano quel sano spontaneismo, quell’autodeterminazione così evidente nel documento del FGC.

Bruno Paparella nel’ 41 con alcuni famigliari (foto Francesco Paparella)


Dopo il Fronte Giovanile Cristiano: staffette partigiane, Comitato di Liberazione Nazionale e Democrazia Cristiana ferrarese
Ben 297 sono le incursioni aeree sulla città di Ferrara dal 1943 al 1945, con una trentina di bombardamenti a tappeto che provocano la morte di almeno 1070 vittime ufficiali. Il 40% delle abitazioni viene distrutto o danneggiato.

In questo clima, la famiglia Franceschini ai primi del ’44 sfolla a Ostellato, e Giorgio spesso si reca in bicicletta a Masi Torello per incontrare Luciano Comastri, giovane proveniente dall’AC, «membro del movimento clandestino DC», sfollato proprio a Masi Torello, come raccontò lo stesso Franceschini a “la Voce” nel 1985. Nello stesso articolo spiega come lui e Comastri riuscirono a portare a diversi cittadini, preti e non, – sfruttando il proprio servizio di “postini-ciclisti” del Corriere Padano – copie del messaggio radiofonico di papa Pio XII del Natale ’44, in cui il Pontefice parla della democrazia che verrà: «In una schiera sempre crescente di nobili spiriti sorge un pensiero – sono sue parole -, una volontà sempre più chiara e ferma: fare di questa guerra mondiale, di questo universale sconvolgimento, il punto da cui prenda le mosse un’era novella per il rinnovamento profondo, la riordinazione totale del mondo. (…) [I popoli] Edotti da un’amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini. In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?».

Sempre nel ‘44 Franceschini fonda, insieme ad alcuni amici dell’AC ferrarese, il primo nucleo clandestino della locale Democrazia Cristiana, anticipato – possiamo dire – dal Fronte Giovanile Cristiano. Nella primavera del 1945 Franceschini, insieme ad altri giovani cattolici, rappresenta la DC nel Comitato provinciale (clandestino) di Liberazione Nazionale, conseguendo poi il brevetto di patriota. Da elenchi di catalogazioni da lui stesso redatti, risultano anche un “Volantino clandestino diffuso dai giovani D.C. qualche giorno prima della Liberazione” e un “Programma clandestino dei Giovani D.C. ferraresi”. Purtroppo, però, non sono ancora stati ritrovati.

Nella citata intervista che rilasciò nel 2005-2006 a Monica Campagnoli, Franceschini parla anche della successiva nascita della DC ferrarese, nata dal «gruppo dei vecchi popolari, per la verità non molto numeroso», e dal «gruppo dei giovani che avevo raccolto io», e da un gruppo che chiama gli «incerti», provenienti dal mondo fascista o da quello borghese. «La Democrazia Cristiana – spiega ancora nell’intervista inedita – fece la sua comparsa qui a Ferrara solo nel 1945 (…), nacque solo pochi mesi prima della liberazione grazie all’azione di un gruppo di giovani di cui mi “vanto” di essere stato un po’ il leader. Entrammo prima nei Comitati di liberazione e poi proseguimmo la nostra attività nella DC (…)». Quei giovani si ritrovarono il 26 aprile 1945 in una sala del palazzo arcivescovile per la prima riunione della DC ferrarese. Era presente anche un gruppo degli “anziani”. Tra i giovani vi erano Carlo Bassi, Giorgio Franceschini, Cesare Menini, Gian Maria Bonsetti, mentre tra gli “anziani” l’avv. Dotti, l’avv. Gorini, l’avv. Lodi, l’avv. Devoto, Giovanni Vincenti.

La prima assemblea della DC ferrarese si tenne, invece, nei locali di via Adelardi 9/a, presso i quali per alcuni mesi prese sede il Partito, sino al trasferimento nella Borsa di commercio. Da tale assemblea uscì un Comitato provvisorio con il compito di organizzare il 1° Congresso provinciale, che si tenne il 28 settembre dello stesso anno. Ad esito di questo Congresso l’avv. Lucci venne eletto Segretario provinciale, per poi lasciare il posto ad Adalberto Galante.Il resto è storia della nostra città e dell’intera nazione, ma possiamo dire che idee, passioni e progetti di questa vicenda durata oltre 40 anni germinarono anche, clandestinamente, in quel sottotetto di corso Giovecca, sognando quel Fronte Giovanile Cristiano che mai nacque ma che diventò ben presto parte delle fondamenta per la rinascita di un intero popolo all’insegna, anche, dello spirito cristiano.


(Grazie a Francesco Paparella e Flavia Franceschini per le foto e le informazioni)

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«Ho preferito non accordarmi con l’anima contemporanea»: le memorie inedite di G. B. Crema

3 Mag
Giovanni Battista Crema, 1957

Le inedite “Memorie” dell’artista sono pubblicate nel catalogo della mostra esposta nel Castello Estense. Scritte negli ultimi anni di vita, le pagine trasudano sconforto riguardo alla volgare e violenta modernità. Ma Ferrara, col suo incanto, lo confortava nel dolore

di Andrea Musacci

Che con la vecchiaia si acquisti (quasi sempre) saggezza e ponderatezza, si sa, per certi versi è fisiologico. Che le ombre della morte diventino più dense e ampie è un’altra inevitabile certezza. Ma che il rifugio estremo del cuore e della coscienza nel proprio passato diventi fortino, questo può dipendere da fattori psicologici ed esistenziali non del tutto sondabili. Nel caso di Giovanni Battista Crema, pittore ferrarese di fama nazionale, morto nel 1964, un documento autobiografico inedito ci permette perlomeno di indagare e di riflettere sulla sua torsione solitaria e pessimista, incline alla fuga dal presente verso il tempo trascorso.

“Memorie inutili di un sopravvissuto” è il titolo di questo testamento scritto dall’artista tra il 1953 e il 1960, e che ora i suoi nipoti Annalisa, Giovanni Andrea e Silvia Crema hanno permesso di pubblicare nel catalogo della mostra inaugurata il 1° maggio nel Castello Estense di Ferrara. “Giovanni Battista Crema. Oltre il divisionismo” – questo il titolo dell’esposizione visitabile fino al 29 agosto – è organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e Gallerie Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, e curata da Manuel Carrera e Lucio Scardino. Le opere provenienti da collezioni civiche (quella di Ferrara ospita 22 dipinti e diverse opere su carta) e private mostrano bene il percorso di Crema dal socialismo degli anni giovanili  all’unione di realismo e simbolismo della maturità.

La modernità fa crollare le certezze

Nato a Ferrara il 13 aprile 1883 nel Palazzo Crema in via Cairoli, figlio di una famiglia benestante, a 14 anni inizia a prendere lezioni di disegno e pittura presso Angelo Longanesi-Cattani, per poi trasferirsi due anni dopo a Napoli per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Nel 1903 – dopo un periodo a Bologna – Crema si trasferisce a Roma insieme alla madre rimasta vedova e si unisce al movimento artistico dei giovani capitolini, fra cui Balla, Boccioni e Severini. Qui emerge un suo realismo “moralista” e un divisionismo sentimentale. 

Le sue “Memorie” iniziano proprio nel segno del lutto e della distruzione nella “città eterna”. Nei primi anni ’50 i figli hanno fatto costruire la nuova casa sul terreno di quella precedente, demolita dopo averli ospitati per 40 anni: «Mi sembrava che insieme a quelle pietre (…) – scrive – crollasse la ragione stessa di vivere ancora». L’immagine della casa che crolla è l’immagine del crollo delle certezze, dei muri che definivano un’epoca, una cultura. La modernità, Crema, la sente arrivare nei primi del ‘900, il «secolo più onestamente rivoluzionario»: un tempo – scrive ancora – rappresentato «dall’invadenza della burocrazia e dalla catalogazione dell’individuo», posto «continuamente sotto il controllo dello Stato», sia in quello delle democrazie occidentali, sia nelle dittature nazista, fascista e sovietica. 

«La smania morbosa di velocità» è un altro tratto che a suo parere contraddistingue il moderno, «verso una completa superficialità». Altro che progresso, sembra dirci, il nuovo, in realtà, è dominato da quegli «istinti ancestrali di tempi primitivi».

«Il mondo all’improvviso sembrò malato di innovazione a tutti i costi»

«Con la facilità che i moderni mezzi di diffusione consentono, si possono lanciare, e si lanciano indiscriminatamente, tutte le idee più assurdamente inconsistenti o più diabolicamente tendenziose». Crema la chiama la «demoniaca propaganda del nuovo per il nuovo ad ogni costo», una sorta di «collettivismo intellettuale» nemico della «mente libera e capace di indagine», che è «bene supremo, un immenso dono di Dio», necessario per riconoscere e difendere, pur nella sempre necessaria originalità, «quel patrimonio di sapere e di spiritualità». 

La critica al futurismo e al fascismo è conseguente: del regime Crema condanna la «violenza brutale e sanguinosa», il capovolgere «la cultura incoraggiando tutti quegli estremismi» fondati «sulla ingenua illusione del capo», creatori dell’«Arte Fascista, ad onore e gloria del dittatore». 

E a proposito dell’arte, la critica va anche ad ogni avanguardia e astrattismo: «Ho sempre creduto (…), e credo – scrive –, che (…) la rappresentazione debba avere tutti i requisiti della verosimiglianza», «correttezza» ed «eleganza» a favore dell’«economia armonica dell’opera». Il rifiuto di “adattarsi”, per moda o convenienza, per compiacere e far carriera «come continuamente ho fatto, significava accettare il boicottaggio e l’isolamento».

Ma la violenza del potere moderno si esplica anche nella guerra. Durante il primo conflitto mondiale, arruolato nella fanteria, Crema subisce gravi ferite e rimane invalido. Durante il secondo, viene arruolato dal Ministero in Marina per  documentare la vita militare. «Ogni nuovo ritrovato della scienza di questa terribile, calamitosa, barbarica meraviglia – sono ancora sue parole –, è immediatamente sfruttato in applicazioni belliche, sicché, lo sforzo di cervelli superiori, anziché al bene degli uomini è orientato esclusivamente a creare i più orrendi mezzi di distruzione». 

Pur con una certa dose di elitarismo e di complottismo («sorge spontaneo il dubbio che vi sia alla base una qualche forza oscura e potente», scrive), il suo umanesimo si pone dunque a difesa della «dignità umana e dell’individualismo inesauribile», della prevalenza dello «spirito intimo della civiltà individuale» sulle pur «preziose conquiste» tecnologiche. Da qui, la vicinanza alle lotte del mondo del lavoro e la difesa romantica, estrema, dei secoli passati.

La «vecchia e silenziosa casa natale»

Ferrara, col suo «romanticismo decadente, un po’ manierato», «simile al sogno inverosimile di un poeta», incarna per Crema quel passato fatto di gloria e di magia. L’artista tornerà più volte nella città natia per esporre – ad esempio nel ’20 in Arcivescovado e nel ’25 in Castello -, ma il pensiero, in queste “Memorie” degli ultimi anni, torna all’infanzia. A fine ‘800, ricorda, «la vita scorreva tranquilla», Ferrara «forse era un po’ monotona» ma nella «vecchia e silenziosa casa natale» Crema vede il luogo dei sentimenti più veri. Il passato rivive, nel profondo disagio del presente, come claustro immacolato, grembo dove il tempo sapeva cullare con parvenza di placida immobilità.

«La città sembrava sonnecchiare, pigra, nella luce violacea delle sue nebbie autunnali – scrive ancora Crema –, per risvegliarsi, lenta, quando il tardo sole di primavera aveva disciolte le nevi abbondanti…». L’artista ricorda ad esempio quando «passavamo, verso sera, sotto la Cattedrale e guardavamo accendersi, nel pulviscolo bluastro della nebbia, i due lumi votivi che, all’Ave Maria di ogni giorno che tramonta, la pietà di qualcuno, morto da secoli, fa ardere ancora in onore della Santa Vergine». E ancora, «la grande piazza, sul fianco della Chiesa Madre», «i ponti levatori della turrita dimora ducale», la «casa di Marfisa la bionda». «Un ambiente di fiaba ariostesca», dunque, abitato da fantasmi e dalle favole della nonna, «materiate di poesia». Ma al tempo stesso, la città nella quale inizia a vedere le «prime modeste lampadine elettriche» che squarciano delicatamente quella «nebbia trasparente», che diventerà, più avanti, «nebbia pesante» di inquietudini foriere di guerra, di violenza e di lutti. Lutti che colpiranno diverse volte Crema, che perderà precocemente la moglie (nel ’46) e il figlio (nel ‘57).

Questa violenta cupezza mai lo abbandonerà, tanto che nelle “Memorie” sembra vincere il disincanto: «la felice canzone che trillava nel cuore giovinetto si è tramutata in un disperato singhiozzo (…). Ora non ci attende più nulla». Ma l’ultimissima parola è donata alla speranza: «In fondo al cuore – conclude – rimane sempre viva, come una lampada votiva, una piccola luce che è la perenne tradizione della stirpe».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 maggio 2021

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Quei ferraresi in Texas: Camp Hereford durante la seconda guerra mondiale

16 Feb

Si intitola “Hereford. Prigionieri italiani non cooperatori in Texas” il nuovo libro dello storico Flavio Giovanni Conti. La cronaca agrodolce del biennio ’43 al ’45 che segnò il futuro di diversi ferraresi, tra cui Gaetano Tumiati, Ervardo Fioravanti e Giovanni Rizzoni

Ufficiali prigionieri a Hereford. Gaetano Tumiati è il sesto in piedi da sx. Seduti da sx: il terzo è Giuseppe Berto, il quinto Fioravanti (foto Floretta Ravaglioli e Anna Rizzon)

di Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 febbraio 2021

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Un dolce che riproduce il Castello di Ferrara e un serpente divorato dopo averlo cotto nella brillantina per capelli.
Sono solo due aneddoti riguardanti i ferraresi fatti prigionieri dagli Americani durante la seconda guerra mondiale e detenuti a Camp Hereford in Texas. Un capitolo agrodolce della storia del Novecento, che segnerà nel bene e nel male la vita di tanti italiani, divenuti poi celebri intellettuali, docenti, artisti, giornalisti, imprenditori e politici.
Ne parla lo storico Flavio Giovanni Conti nella sua ultima fatica, “Hereford. Prigionieri italiani non cooperatori in Texas” (Il Mulino, gennaio 2021). Negli anni Ottanta Conti fu il primo a realizzare studi scientifici prima sui prigionieri di guerra italiani, poi nello specifico su quelli negli Stati Uniti. Quest’ultimo libro si basa principalmente su fonti d’archivio italiane, statunitensi e vaticane, oltre che su memorie e testimonianze orali e scritte dedicate a questo luogo nel tempo erroneamente etichettato come “campo fascista”. L’ingiusto marchio fu affibbiato nel ’48, anno di uscita del libro del ferrarese Roberto Mieville intitolato “Fascists’ Criminal Camp”, il primo dedicato a Camp Hereford.
Sono stati circa 1milione e 200mila i militari italiani prigionieri durante la seconda guerra mondiale, di cui metà catturati dai tedeschi e l’altra metà dagli Alleati. Di questi circa 560mila, ben 51mila furono inviati negli Stati Uniti, la maggior parte dei quali fu trasferita dopo la resa italiana del maggio ’43 in Africa settentrionale, su suggerimento del generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo. Nell’ottobre del ’43 gli Alleati avviarono un programma di cooperazione in base al quale i prigionieri italiani che si fossero offerti volontari per svolgere determinati lavori, avrebbero ricevuto in cambio alcuni miglioramenti nel trattamento. I prigionieri che non aderirono alla cooperazione furono separati dagli altri e internati soprattutto nel campo di Hereford (oltre 3mila), nelle Hawaii e in alcuni campi dello Utah.
Sei furono i ferraresi detenuti a Camp Hereford: Gaetano Tumiati, Luigi Deserti, Ervardo Fioravanti, Roberto Mieville, Giovanni Rizzoni (detto Gioriz) e Lorenzo Rolli. Nonostante alcuni periodi di razionamento dei viveri e alcuni soprusi, la vita nel campo era più che dignitosa, seppur segnata dall’angoscia per la situazione nel nostro Paese e la nostalgia dei propri cari. Così Deserti descrive gli edifici dove vivevano: «Baracche di materiale tipo faesite con tetti incatramati e il pavimento interno in legno, ognuna d’esse divisa in cinque spazi, a loro volta divisi in due box ciascuno con due letti a reti metalliche con materasso e lenzuola. Nell’ingresso vi era una stufa e quattro armadietti».

Lorenzo Rolli, rugbista sfortunato
Sottotenente nato a Ferrara il 20 aprile 1916, convinto fascista, a Ferrara ”porta” il rugby, che egli stesso gioca e per il quale organizza un club. Lavora all’INPS ma muore giovane, nel 1958, di infarto.

Luigi Deserti, il repubblichino divenuto imprenditore
Fu lui a raccontare il sopracitato aneddoto del dolce lungo un metro e mezzo di lato – realizzato dal prigioniero Gaetano Giusberti -, che riproduceva il Castello di Ferrara, con il cortile pieno di bignè alla crema. Nel campo è tra i pochi insieme a Tumiati a dichiararsi aderenti alla Repubblica Sociale Italiana. Nel 1950 fonda la D&C, importante società di distribuzione di prodotti alimentari di qualità. Presidente dell’Industry Cooperative Programme della FAO dal ’74 al ’76, dal ’78 all’82 è anche presidente dell’Istituto per il commercio con l’estero (ICE). Nel ’60 crea l’“Oltremare”, società specializzata nella realizzazione di impianti per la lavorazione degli anacardi, che ha costruito 15 stabilimenti in Africa e uno in America Latina. Dal ’64 al ’70 è Consigliere comunale a Bologna per il Partito Liberale Italiano. Tra le onorificenze ricevute, quella dalla regina Elisabetta di Ufficiale dell’impero britannico.

Ervardo Fioravanti, artista instancabile
Nato a Calto (RO) nel 1912, giunge nel campo alla fine di giugno del ’43 con altri prigionieri catturati a Pantelleria. Si ritrova in baracca con, tra gli altri, Tumiati, Alberto Burri, Giuseppe Berto (che in questo periodo scrive il suo romanzo d’esordio, “Il cielo è rosso”), lo scrittore e magistrato Dante Troisi. Artista comunista, a Camp Hereford fa parte del gruppo dei “collettivisti”. Nell’agosto ’45 nel campo partecipa a una collettiva di arte figurativa con 14 opere, di cui sette acquerelli, due illustrazioni per racconti, tre disegni a penna, due oli. In un’altra occasione realizza la scenografia di un dramma di Troisi, “Sperando la vita”. Con quest’ultimo dirige anche una delle riviste del campo, “Argomenti”. Collabora anche con “Olimpia”, periodico sportivo, con i quaderni d’arte “Chiaroscuri” e con altre riviste artistico-culturali. Insegna nel corso di arte e durante la prigionia realizza diversi disegni, perlopiù caricaturali, sulla vita dei prigionieri a Hereford.
I primi mesi dopo il rimpatrio non sono per nulla facili. Lui stesso scrive nell’agosto ’46 all’amico Renzo Barazzoni: «Io non faccio (…) che sentire nostalgia della prigionia». Nel ‘50 è tra i fondatori del circolo artistico-culturale “Il Filò”. In seguito insegnerà all’Istituto d’arte Dosso Dossi di cui divenne Direttore nel ’60. È morto a Ferrara nel ’96.


Roberto Mieville, «baffetti neri e movenze angolose»
Caldo, fame e bastonate: è cupo il racconto di Mieville dalla cattura alla detenzione. È invece Tumiati, con poche pennellate, a raffigurare così il compagno di prigionia: «segnato dai baffetti neri, quegli occhi a spillo, quelle movenze angolose, tutte a scatti». Secondo il racconto di Aurelio Manzoni, nel campo si aggrega al gruppo dei “collettivisti”. Al rientro in patria chiede l’iscrizione al PSIUP di Ferrara, ma la sua domanda viene respinta perché era stato uno dei responsabili dell’incendio della Sinagoga di Ferrara, e, come ricorda Manzoni, «allora…passò al MSI». Di questo partito diviene deputato dal ’48 al ’55, anno in cui muore in un incidente stradale.

Giovanni Rizzoni (Gioriz), che convinse Burri a dipingere
Nato a Bondeno il 15 aprile 1911, tenente e architetto, ha una fidanzata di nome Italia. A lei e ai famigliari scrive numerose lettere dal campo rassicurandogli sulla vita più che dignitosa e anzi mostrando continua preoccupazione per il conflitto nel nostro Paese. In una lettera a Italia del 3 luglio 1944 scrive: «Alla sera spesso faccio lentamente il giro del campo quando la visione del reticolato è resa meno urtante dalla luce del tramonto e i riflettori non sono ancora accesi, come se ti seguissi da lontano, come se tu mi potessi apparire di là dove fisso, ma non vedo». Partecipa anche lui alla mostra di arte figurativa dell’agosto 1945 con sei sue opere. Dirige una delle rivista del campo, “Il Poviere” (da POW, Prisoner Of War) e collabora con altre. Insieme a Fioravanti e ad altri insegna nel corso di arte ed è tra i primi a incoraggiare Alberto Burri a iniziare a dipingere. Nel ’46, tornato dall’America, si sposa con Italia e l’anno successivo si laurea in Architettura a Roma. In seguito svolge l’attività sia come libero professionista sia sotto l’INAM. Solo nel ’69 riprende a dipingere e a disegnare. Muore a Roma il 23 ottobre 1972.

Gaetano Tumiati: il serpente mangiato e le tante attività
Nato il 6 maggio 1918 a Ferrara, si arrende nel maggio ’43 mentre si trova a Enfidaville, in Tunisia. La nave Santa Rosa porta lui e altri il 5 luglio ’43 in America. Racconta dei maltrattamenti compiuti dai soldati americani. Così descrive il paesaggio all’arrivo del treno: «Non c’erano paesi, non c’erano città, si vedeva solo questa immensa prateria […] come quelle che si vedono nei film western, girati da John Ford, sterminate, senza nessun segno di abitazione. Si vedevano soltanto in distanza, a quattro o cinque chilometri, delle luci molto chiare come se fosse una raffineria, o come se fosse un aeroporto […] e arrivammo al campo perché quelle erano le luci del campo». Calciatore appassionato, collaboratore di “Argomenti” e altre riviste, pur avendo all’inizio aderito alla RSI, nel campo partecipa alle riunioni dei “collettivisti”, ma in seguito viene espulso dal gruppo con l’accusa di “revisionismo”. È lui a raccontare, in seguito al calo delle razioni nella primavera/estate del ’45, del serpente mangiato insieme ad Alberto Burri dopo averlo cotto nella brillantina per capelli. Nel gennaio ’44 riceve la prima lettera, delle sorelle Roseda e Caterina alloggiate a Viserba, vicino Rimini, dove con la famiglia si sono recate per due settimane per sfuggire al caldo di Ferrara. È da una lettera di uno zio che viene a conoscenza della morte del fratello partigiano Francesco, detto Francino, fucilato dai fascisti a Cantiano (PU). Quella del campo è in ogni caso un’esperienza indimenticabile: «Quei due anni e mezzo di prigionia», scrive, «non dico che li rimpiango perché, ahimè, furono molto duri […] però sono stati sicuramente i più formativi della mia vita e hanno contribuito, più di ogni altra esperienza, più della guerra, più della educazione…anzi l’educazione fascista ha nuociuto […] più di qualsiasi educazione, anche quella invece onestissima familiare, di mio padre che era un rigoroso professore risorgimentale». Tornato in Italia, rimane in contatto con ex compagni di prigionia tra cui Mieville, Berto e Manzoni, diventa giornalista, prima per il “Corriere del Po”, poi per “L’Avanti”, “La Stampa”, “Panorama”, è direttore della “Illustrazione Italiana”, inviato in URSS negli anni di Stalin e nella Cina di Mao. Come scrittore ha vinto il Premio Campiello nel ’76 con “Il busto di gesso”. Le sue memorie le ha raccolte nella pubblicazione dell’85 “Prigionieri nel Texas”.

Case popolari, “Criteri illegittimi, il Comune li modifichi”: intervista all’avv. Alberto Guariso (ASGI)

8 Feb

Case popolari a Ferrara. La recente Sentenza della Corte Costituzionale dichiara illegittimi il criterio dell’impossidenza di immobili all’estero per gli stranieri e quello della residenzialità storica. Cadono quindi i due pilastri della narrazione fondata sul “prima i nostri”

di Andrea Musacci
È dello scorso 2 febbraio l’annuncio da parte del Sindaco di Ferrara Alan Fabbri e dell’Assessora alle politiche sociali Cristina Coletti della delibera di Giunta (numero GC-2021-19 del 26 gennaio) che modifica il criterio dell’impossidenza in merito all’assegnazione degli alloggi di residenza popolare, eliminando l’obbligo per il richiedente di fornire adeguata documentazione per provare di non possedere immobili nel proprio Stato di origine o in qualunque altro Stato.
Ricordiamo che lo scorso 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria (la 32ª) di assegnazione delle case popolari, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento, elaborato lo scorso marzo dalla Giunta ferrarese, che per la prima volta nella storia della città pone la residenzialità storica dei richiedenti e l’assenza di proprietà immobiliare nel territorio nazionale o all’estero come elementi decisivi nell’assegnazione. Le prime 157 posizioni della graduatoria di assegnazione delle case popolari risultano, di conseguenza, assegnate ai cosiddetti residenti “storici”.
La delibera comunale annunciata il 2 febbraio – che vale per la 32ª e per la 33ª graduatoria -, arriva in seguito alla Sentenza n. 9/2021 della Corte Costituzionale (Udienza del 12 gennaio depositata il 29 gennaio 2021) che, accogliendo il ricorso del Governo contro la Regione Abruzzo (del gennaio 2020), ha dichiarato incostituzionale l’obbligo – posto a carico dei soli cittadini extra UE, quindi del tutto simile a quello presente nel sopracitato Regolamento del Comune di Ferrara di marzo 2020 – di presentare documenti che attestino l’assenza di proprietà immobiliari nei Paesi di origine e in quelli di provenienza. Così recita la Sentenza: la norma in questione «è impugnata in quanto determinerebbe “una disparità di trattamento tra cittadini italiani/comunitari e cittadini non comunitari, poiché viene richiesta solo a questi ultimi la produzione di documentazione ulteriore per l’accesso agli alloggi di edilizia residenziale pubblica”».
Non solo. La stessa Sentenza dichiara illegittima anche la sopravvalutazione della durata della residenza in un Comune: «il peso esorbitante assegnato al dato del radicamento territoriale nel più generale punteggio per l’assegnazione degli alloggi, il carattere marginale del dato medesimo in relazione alle finalità del servizio di cui si tratta, e la stessa debolezza dell’indice della residenza protratta quale dimostrazione della prospettiva di stabilità, concorrono a determinare l’illegittimità costituzionale della previsione in esame, in quanto fonte di discriminazione di tutti coloro che – siano essi cittadini italiani, cittadini di altri Stati UE o cittadini extracomunitari – risiedono in Abruzzo da meno di dieci anni rispetto ai residenti da almeno dieci anni». Queste norme, quindi, «determinerebbero “un aggravio procedimentale che rappresenta una discriminazione diretta, essendo trattati diversamente soggetti nelle medesime condizioni di partenza e aspiranti alla stessa prestazione sociale agevolata”». Sempre il 2 febbraio il Gruppo consigliare del PD, in seguito alla Sentenza, ha presentato un’interpellanza sulla modifica dei criteri in questione. Pochi giorni dopo, identica richiesta è stata avanzata dalle associazioni degli inquilini Sunia CGIL, Sicet CISL e Uniat UIL.
Vengono dunque sconfessati due dei pilastri portanti della narrazione della Giunta guidata da Alan Fabbri sulla ragionevolezza del nuovo Regolamento fondato sul principio “Prima gli italiani” (o meglio: “Prima i ferraresi”).


Sulla questione abbiamo rivolto alcune domande ad Alberto Guariso, avvocato del Servizio antidiscriminazione di ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, in prima linea in questa battaglia.
L’Amministrazione comunale di Ferrara ha dichiarato di aver sospeso temporaneamente il criterio dell’impossidenza per l’assegnazione degli alloggi Erp: una scelta condivisibile?
«La delibera di dicembre dichiara che “cambia strada” perche l’emergenza COVID impedisce la mobilità e dunque impedisce di procurarsi i documenti: un’ottima scelta. Ma poi viene il pasticcio: dice che “assume per analogia” i criteri previsti per il reddito di cittadinanza per il quale un DM del 2019 ha stabilito che solo 18 Paesi nel mondo possono fornire i documenti che attestano i redditi e i patrimoni all’estero (per gli altri non esiste una autorità che li possa fornire). Secondo il Comune, quindi, per queste 18 nazionalità l’emergenza Covid non vale e chi appartiene ad esse dovrebbe andare in giro per il mondo alla ricerca dei documenti. Ovviamente la cosa è assurda: se il motivo è il COVID, l’obbligo dei documenti dovrebbe essere cancellato per tutti. In pratica ciò non avrà grande rilevanza – poiché le 18 nazionalità sono numericamente poco rilevanti -, ma va comunque cambiato».

In ogni caso il Sindaco Alan Fabbri ha dichiarato che questa scelta non modificherà la graduatoria dell’ultima assegnazione. È così?
«No, non è vero. La graduatoria aveva mantenuto iscritti “con riserva” gli stranieri che non avevano presentato i documenti ma prevedeva che i documenti andassero presentati al momento dell’assegnazione della casa. Se non li avessero presentati, sarebbero stati “scavalcati” e non avrebbero ottenuto l’alloggio. Ora che non li devono presentare possono invece ottenerlo. La graduatoria dunque non cambia formalmente ma sostanzialmente sì».


Secondo lei sarebbe auspicabile che l’Amministrazione comunale rivedesse il requisito della dimostrazione dell’impossidenza non solo in modo temporaneo ma definitivo?
«Non solo sarebbe opportuno, ma ora è obbligatorio. C’erano già pronunce in tal senso, e ora a maggior ragione dopo la Sentenza 9/2021 della Corte Costituzionale con la quale ha dichiarato incostituzionale la norma della Regione Abruzzo, identica a quella del Bando di Ferrara. A questo punto tutti i Comuni d’Italia sono obbligati a modificare i propri bandi tenendo conto dei principi stabiliti dalla Corte Costituzionale: è un fatto nuovo che abbiamo segnalato al Comune con la lettera inviata al primo cittadino lo scorso 3 febbraio».

Riguardo all’altro punto dichiarato illegittimo dalla Corte, possiamo essere ottimisti sul fatto che l’Amministrazione arrivi anche a modificare il criterio di assegnazione del punteggio attinente la residenzialità storica, riducendolo?
«La stessa sentenza 9/2021 ha dichiarato incostituzionale la legge abruzzese nella parte in cui attribuiva un punto all’anno fino a un massimo di 6 punti per residenza nel Comune. La Corte ha detto che non si possono utilizzare criteri che siano estranei alla considerazione del bisogno: e la residenza non c’entra col bisogno. È la fine del criterio “Prima i nostri”. Si consideri anche che il criterio di Ferrara è molto peggio di quello abruzzese perché assegna 0,5 punti l’anno senza un tetto: quindi chiunque sia nato a Ferrara e ivi sia rimasto arriva a 20 punti (se ha 40 anni) o di più, mentre per i bisogni più gravi (povertà, disabilità ecc.) vengono riconosciuti solo 5 o 6 punti. Anche questo criterio, dunque, dopo la sentenza 9/2021, deve essere modificato».


Come ASGI le vostre azioni legali le porterete comunque avanti? Ci potete aggiornare?
«Si tratterebbe di un’azione collettiva contro la discriminazione. ASGI è, infatti, un’associazione legittimata ad agire in giudizio e a rappresentare dunque gli interessi di tutti gli stranieri in quanto è iscritta nell’elenco presso il Ministero previsto dall’art. 5 del d.lgs. 215/2003. Non ci sono termini per ricorrere quindi potremmo farlo anche a breve».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 febbraio 2021

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