Archivio | febbraio, 2020

L’arte davanti al “mistero incomprensibile”: un dialogo con Gauguin

17 Feb

Isabella Guidi dedica un libro al pittore francese, suo Maestro: uno sguardo “religioso” sul rapporto tra vita e pittura

di Andrea Musacci

buonjour ms gauguinNella contemplazione artistica o nell’immersione letteraria, si ha spesso l’impressione che a sfuggire dalle dita e dalla mente sia quello che comunemente e “ragionevolmente” indichiamo con “realtà”. E, in maniera speculare, spesso capita che, una volta destati dal sonno, continuiamo a sperimentare una persistente consistenza di brani di esperienze oniriche vissute nelle ore notturne.

Sensazioni, queste, che ci sentiamo di condividere con Isabella Guidi – pittrice ferrarese cresciuta sulle spalle di giganti come don Franco Patruno, Marcello Tassini e Gianni Vallieri – che recentemente ha scelto di esporre una quarantina di sue opere, realizzate dal 2006 in poi, nella personale “Avrei voluto dire: Bonjour Ms Gauguin. Omaggio alla Bretagna”, dal 18 gennaio al 16 febbraio nel Centro Culturale Mercato di Argenta. Mostra accompagnata da un libro omonimo realizzato dalla stessa Guidi, una sorta di diario/romanzo attraversato da poesie e riflessioni sull’essenza dell’arte. Sì, perché, come tradisce il titolo, la storia raccontata è quella, immaginaria, dell’incontro fra due artisti, uno realmente vissuto, Paul Gauguin (1848-1903), e l’altra di fantasia, Leonor Lescaut, alterego dell’autrice e che, probabilmente, nel nome richiama la pittrice Leonor Fini, e, nel cognome, la “Manon Lescaut” protagonista del romanzo di Prevost del 1731. In ogni caso, con questa pubblicazione la Guidi concretizza, seppur attraverso la letteratura, il sogno di incontrare il suo Maestro, Gauguin, in un luogo da entrambi prediletto e spesso visitato: “amo la Bretagna – scrisse l’artista francese -, in essa trovo un che di selvaggio, di primitivo. Quando i miei zoccoli risuonano su questo suolo di granito, sento il tono sordo, opaco e possente che cerco nella pittura”. Regione, la Bretagna, in cui Gauguin vivrà in quattro periodi diversi, fra il 1886 e il 1901 (soprattutto a Pont Aven).

Dalla solitudine a una comunione fra anime

Il libro inizia con la solitudine della protagonista sulla spiaggia bretone, una solitudine fatta di malinconica rassegnazione, di abbandono dolce ma non privo di sofferenza. Condizione, però, che Leonor sa tramutare in una contemplazione introspettiva: “rimaneva solo il dialogo fitto e sussurrato delle cose con l’orizzonte e un silenzio che predisponeva all’ascolto”, scrive la Guidi. A un certo punto, la “visione”: nell’acqua compare un uomo, Gauguin, in una scena grottesca e irreale, che volutamente l’autrice colloca fuori dal tempo. Quasi un’apparizione: “Poi alzò lo sguardo / e incrociò i suoi occhi / e tutto non fu più così / incomprensibile…”.

Per i lettori e le lettrici sarà facile immaginarsi questa continua e sottile commistione di realtà e fantasia, questa sospensione del ritmo e della pesantezza del reale (nel senso più immediato e razionale): luoghi, gesti e particolari, parte della reale esperienza della Guidi, si intrecciano con luoghi e gesti generati dall’immaginazione. Una sorta di “Midnight in Paris” trasferita sulla costa nordoccidentale della Francia, dove il sogno e l’arte sopperiscono all’uggia ordinaria di una società competitiva, gretta, calcolante. “In questo tempo – fa dire la Guidi a Gauguin nel libro (parafrasando in modo fedele pensieri da lui scritti nei suoi libri o nelle lettere) – l’individuo si muove seguendo l’idea comune, quella che semplifica di più la propria esistenza, non quella che la rende più vera. Non si fa troppe domande”. “Io – prosegue il Gauguin che nel libro dialoga con Leonor – mi prendo il tempo di capire! Capire, dedicando la vita a capire! (…) Acquisire sapere. L’impegno, la fatica, il coraggio di dire ‘devo imparare’. Saper guardare, saper ascoltare…saper mettersi in relazione con il mondo, saper capire. L’umiltà farà la differenza”.

E nel libro, la relazione è ciò che muove ogni cosa, non solo con i luoghi, coi quali i protagonisti vivono un forte rapporto fisico: i due personaggi si cercano tra loro di continuo, a tratti quasi si rincorrono, nelle reciproche presenze e assenze. Quest’intima comunione non appare in contraddizione con la pur desiderata e necessaria solitudine tanto di Gauguin quanto della Guidi. Come se a scandire i silenzi e i vuoti fosse un ritmo unico, lo stesso cosciente del fatto che la relazione con la verità passa, sempre, attraverso l’altro, uno sguardo amico (e mai invadente), uno sguardo profondo da condividere.

“Una terribile smania d’ignoto”

copertina libro isaGauguin, di sicuro, non rappresentava un modello esemplare di uomo virtuoso: temperamento irascibile e melanconico, spesso schivo e molto “ambiguo” in alcune scelte di vita. Di certo, uno spirito anticonformista ma, scrive la Guidi, “probabilmente antipatico a tutti perché scontroso, insofferente ai discorsi, adescatore incallito di ogni sottana di passaggio, indifferente alle critiche dei superiori, presuntuoso, potente nell’arroganza inimitabile, nelle decisioni improvvise”. Nel 1890 lo scrittore Charles Morice di Gauguin sottolineava l’“altezzosa nobiltà” ma anche il sorriso, che “non mancava di una dolcezza straordinariamente ingenua”. Una dolcezza infuocata, stordente, inebriante. Come le sue tele: vita e pittura si confondono, si richiamano e sovrappongono: “Paul era la Pittura, l’urgenza dell’anima”, scrive ancora la Guidi. “Paul metteva voglia e paura. Era il centro di un uragano dal quale Leonor era stata un giorno travolta”. “La pittura di Gauguin, per la protagonista, era il punto di partenza e di ritorno della propria anima, quell’anima senza tempo che sorvola sulle nostre misere quotidianità e si rivolge al sogno come unico frammento accettabile di realtà. La pittura di Gauguin era il luogo estetico dove vivere”. Come ha scritto la critica Anna Maria Damigella, l’arte per Gauguin era “un assoluto, il valore primario e il cardine della vita, il luogo dove si compongono i conflitti irrisolti nell’esistenza materiale e affettiva”. Non a caso, dunque, questo libro della Guidi è anche, e soprattutto, un libro sulla pittura, sul dipingere non tanto come “tecnica” ma come espressione di spiritualità, gesto profondamente umano, manifestazione concreta dell’anima. “Mi affaccio sull’orlo dell’abisso”, scrive Gauguin in “Noa Noa”, a Tahiti, pochi anni prima di morire. “Una terribile smania d’ignoto mi fa compiere follie. Quando finalmente gli uomini comprenderanno il senso della parola ‘libertà’? Voglio fare un’arte semplice, correre, perdere il fiato e morire follemente. Che mi importa della gloria? Sono forte, perché faccio ciò che sento dentro di me”. Le risponde, in un certo senso, con la propria pittura, con la propria esistenza, Isabella Guidi. Una risposta dolorosa perché impossibile, ma elargita nelle pagine del libro: “Sentivo – fa dire a Leonor – che voleva credere di non essere il solo a credere”. Al pittore e amico Émile Schuffenecker, Gauguin, col suo modo irruento, una volta disse: “non dipingete troppo dal vero. L’arte è un’astrazione, traetela dalla natura sognando davanti ad essa e pensate piuttosto alla creazione che ne risulterà; è il solo mezzo per salire verso Dio, facendo come il nostro Divino Maestro: creare”. Una salita, quella dello spirito, immensamente più difficoltosa di quella sugli scogli di granito delle coste bretoni. “Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?” è il nome pieno di tormento assegnato dal pittore a uno dei propri capolavori: un’opera struggente, sconvolgente, nata – per usare le parole dello stesso Gauguin – da “uno stato di vaga sofferenza e sensazione dolorosa di fronte al mistero incomprensibile della nostra origine e dell’avvenire”. Tutt’altro che un’infantile defezione dalla vita attraverso un inganno di sogni o un autoesilio in terre esotiche: quella di Gauguin è stata una ricerca sofferta, una tensione fin snervante che Isabella Guidi ha avuto il merito di raccontarci attraverso la dolce mestizia delle sue parole. “La pittura mi fa piangere” – fa dire nel libro a Leonor. “Mi consola, mi tormenta, mi manca, mi appaga, mi travolge, mi sconvolge”. Non male come “fuga” dalla vita.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 febbraio 2020

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Responsabilità e speranza: è questo il “fare” memoria

10 Feb

Free picture (Symbol of memory) from https://torange.biz/symbol-memory-17417In occasione del Giorno della Memoria, l’Eurispes ha reso noto il suo “Rapporto Italia” 2020, nel quale emerge anche un dato inquietante, seppur non del tutto nuovo: il 16,1% degli italiani sminuisce la portata della Shoah, e il 15,6% la nega. Ritornano puntuali, e necessari, dunque, riflessioni su ciò che è stato e sull’utilità di cerimonie e incontri pubblici sempre più simili a stanchi rituali da “consumare” quasi per dovere. La memoria della Shoah, infatti, non può mai diventare “ordinarietà”: “è nella natura delle cose – ricordava Hannah Arendt ne “La banalità del male” – che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando ormai appartiene a un lontano passato”.

Se la memoria è azione

Per noi cattolici la memoria è essenza della nostra fede: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me», sono le parole di Gesù nell’ultima cena (Lc 22, 19). Papa Francesco in “Lumen Fidei” parla della trasmissione della fede nella Chiesa, attraverso la dottrina, la vita e il culto: “La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande. Avviene così anche nella fede, che porta a pienezza il modo umano di comprendere. Il passato della fede, quell’atto di amore di Gesù che ha generato nel mondo una nuova vita, ci arriva nella memoria di altri, dei testimoni, conservato vivo in quel soggetto unico di memoria che è la Chiesa”. Per questo, “il credente – scrive il Papa in “Evangelii Gaudium” – è fondamentalmente ‘uno che fa memoria’ “. È su questo “fare” tipico della memoria (del credente e non), che vorrei soffermarmi. Etimologicamente, la memoria è legata alla sollecitudine, e richiama quindi un essere attivo del soggetto, una cura, un’“apprensione”. Hans-Georg Gadamer in “Verità e metodo” definiva la memoria non come una “semplice disposizione o facoltà” ma come qualcosa che appartiene alla “costitutiva storicità dell’uomo”, quindi come qualcosa di non meccanico, ma che presuppone una ricerca da parte del soggetto. “Mèmore” è colui che, attivamente, conserva il ricordo di un fatto, e lo conserva non solo nella mente ma anche nel cuore (oltre che in modo continuo). Memoria è dunque capacità di “ritenere”, nel senso di trattenere qualcosa prendendosene cura, perché ciò che è stato è per sua natura fragile, “corruttibile”: è qualcosa che non si mantiene in vita da sé, ma dev’essere di continuo ravvivato.

L’importanza del discernimento

E’ – inoltre – sempre in un presente che si fa memoria, l’eredità del passato va sempre ri(tradotta) in una situazione diversa. “Quello che hai ereditato dai tuoi padri, riguadagnalo, per possederlo” scriveva Goethe nel Faust. Ritradurre nel presente, quindi, significa fare un’azione di discernimento, letteralmente di “scegliere separando”, tra ciò che va trattenuto e curato, e ciò che invece va non rimosso ma non ripetuto, “ri-tenuto” nel presente. E’ un atto insieme di libertà e responsabilità che non spetta solamente alla collettività ma anche e soprattutto a ogni persona. E per far questo, è necessario rimparare la pazienza: la memoria, infatti, non richiede solo il distacco temporale dai fatti in oggetto, ma un ulteriore periodo necessario per discernere.

Fiducia e speranza, antidoti ai revisionismi

Sempre Gadamer nell’opera sopracitata scriveva: “il ‘ricordo’ (come oggetto) (…) ha in sé qualcosa di prezioso, perché mantiene presente per noi il passato in quanto è una parte di esso che non è passata”. Il passato, dunque, non si perde, ma “rimane presente” grazie al ricordo che lo tiene in vita, non lo fa “passare” del tutto, non lo fa essere “superato”. Nel mantenere i ricordi, naturalmente, le moderne tecnologie legate alla riproduzione di voci e immagini aiutano, e non poco. Ma non sono sufficienti, soprattutto in un’epoca come la nostra contrassegnata da una paura, quella delle cosiddette fake news, una paura “sana” e giustificata ma che ha come propria deformazione quella del “complottismo” come forma di revisionismo: un sospetto che, se diventa ossessione, porta a tragiche e ben note conseguenze. In un’epoca in cui il revisionismo è un pericolo concreto, tornano utili – pur nella loro radicalità – le parole di Herbert Marcuse ne “L’uomo a una dimensione”: la memoria, scriveva, può essere “sovversiva” perché “richiama il terrore e la speranza dei tempi passati”. Terrore e speranza: per riconoscerli come tali serve lucidità, serve la ricerca storica: seppur ci si muova nell’ambito delle scienze “inesatte”, non tutti possono essere “scienziati”, non tutti possono indagare allo stesso modo ogni documento, ogni segno del passato. Per questo, nella trasmissione della memoria vi è sempre, inevitabilmente, una parte di affidamento, di fiducia nell’onestà e nelle competenze di chi ce l’ha tramandata. Il resto sta a noi, quell’azione fondamentale del “fare” memoria spetta a ognuno, il saper sviluppare il più possibile una capacità di discernimento di ciò che riceviamo. Per questo, appunto, la memoria è sempre un gesto attivo, una scelta, una responsabilità. E la responsabilità è qualcosa di rivolto anche all’avvenire. Papa Francesco nell’enciclica “Lumen Fidei” parla della fede di Abramo come di “un atto di memoria” della promessa fattagli da Dio. Memoria che, però “non fissa nel passato”, scrive il Pontefice, ma “diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via”: la fede è, dunque, “memoria del futuro, memoria futuri”, è “strettamente legata alla speranza”. Una speranza attiva, per impedire che gli orrori del passato non si ripetano più, certi che il male non avrà l’ultima parola.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

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Laicità nella scuola: confronto tra cristiani e atei

3 Feb

Lo scorso 1° febbraio mons. Serafini (IRC diocesano) ha dialogato con insegnanti cattolici ed evangelici e con il responsabile nazionale UAAR su crocifissi e ora di religione nella scuola pubblica

OLYMPUS DIGITAL CAMERACrocifisso sì o no? E l’ora di religione è giusto mantenerla nella sua forma attuale? Su problematiche come queste, particolarmente delicate e complesse, il confronto diretto può aiutare, se non a dare soluzioni definitive, perlomeno a chiarire le rispettive posizioni. E’ quello che è accaduto nel pomeriggio dello scorso 1° febbraio, quando in Sala della Musica di via Boccaleone a Ferrara si è svolto il dibattito, organizzato dall’UAAR Ferrara sul tema “Scuola laica: diritto allo studio ed alla libertà religiosa”. Si sono confrontati – moderati dalla giornalista Tania D’Ausilio – Roberto Grendene (segretario nazionale UAAR), Lidia Goldoni (presidente del Comitato Insegnanti Evangelici in Italia), mons. Vittorio Serafini (direttore del Servizio diocesano Insegnamento della Religione Cattolica) e Paola Lazzari (insegnante di religione cattolica). S. Messa in orario scolastico Ha sollevato non poche polemiche la S. Messa celebrata lo scorso 20 dicembre all’IC Perlasca di Ferrara in orario di lezione. “La normativa non la prevede – ha commentato mons. Serafini -, se non in orari diversi da quelli delle lezioni e se richiesto da genitori o dal Consiglio d’Istituto. Spesso presidi e insegnanti di religione non conoscono le leggi e i regolamenti, per questo lo stesso Vescovo mi ha consigliato di predisporre un vademecum al riguardo”. La scelta è stata giudicata “non pertinente” da Grendene e “inopportuna” da Lazzari. Crocifisso nelle scuole pubbliche “Il crocifisso è segno di generosità e dedizione, per cui non va certo imposto”, ha invece commentato su questo tema mons. Serafini. “Se non è nel cuore, non ha senso appenderlo al muro”. “Una scuola non è più o meno laica se nelle proprie aule accoglie il crocifisso”, è stato invece il commento di Lazzari. “Detto questo, è differente il lasciarlo quando c’è o volerlo appendere laddove non è presente”. “Gesù non ha mai voluto imporre la propria presenza”, è stata la riflessione di Goldoni. “La Chiesa cattolica dovrebbe protestare contro questa strumentalizzazione, contro questo modo empio di usare il crocifisso”. Per Grendene il fatto che nelle scuole pubbliche non siano presenti simboli né religiosi né politici è “di semplice giustizia”. L’ora di religione Al riguardo mons. Serafini ha ribadito come l’ora di religione “è un diritto e riguarda una scelta personale”, e ci ha tenuto a sottolineare come “gli insegnanti di religione normalmente sono seri professionisti, persone molto preparate e la loro competenza, ad esempio nella nostra Diocesi (dove sono un centinaio, ndr), è spesso riconosciuta dai presidi”. Detto questo, “l’ora alternativa non può essere lasciata a casaccio, come purtroppo spesso accade”. “E’ giusto che esista l’ora alternativa – sono state parole di Lazzari – ma l’ora di religione non è né catechismo né indottrinamento: in essa spesso vengono spiegate anche le altre religioni, e i loro legami con altre discipline”. “Noi insegnanti evangelici – è intervenuta Goldoni – proponiamo di usare meglio e in altri modi l’ora alternativa a quella di religione” e “non accettiamo che ad esempio la storia nostra confessione venga insegnata da un insegnante cattolico o comunque non evangelico”. Infine, per Grendene “esistono non pochi casi in cui durante l’ora alternativa o si approfondiscono materie curricolari o si fanno utili proposte formative differenti. In ogni caso, non è giusto che sia il Vescovo a indicare gli insegnanti di religioni, stipendiati dallo Stato”.

Cos’è l’Unione Atei e Agnostici Razionalisti

Lo scorso 25 gennaio in via Contrada della Rosa, 42 a Ferrara è stato inaugurato il nuovo circolo dell’UAAR, il cui coordinatore locale è Gregorio Oxilia, Paleoantropologo ed evoluzionista all’Università di Bologna. L’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti è un’associazione che, formalmente, non si pone contro le religioni in quanto tali, ma, a suo dire, per il rispetto di una vera laicità. Fra le sue battaglie storiche più famose, quello per lo “sbattezzo”, contro i crocifissi e l’ora di religione nelle scuole pubbliche, contro il meccanismo di assegnazione dei fondi dell’8×1000, o per essere riconosciuta al pari di una confessione religiosa e quindi ottenere un’intesa formale con lo Stato Italiano. “Attualmente nel circolo di Ferrara – ci spiega Oxilia – abbiamo una trentina di iscritti, di cui otto attivisti: sono perlopiù docenti, ricercatori e studenti”. Riguardo all’incontro, pur nelle non irrilevanti diversità, col mondo cattolico, recentemente Oxilia è stato ricevuto in Arcivescovado da mons. Perego per un cordiale confronto. “Sono sicuro – prosegue Oxilia – che questo sarà l’inizio di un’interessante collaborazione culturale che dimostrerà come la diversità di idee sia utile a generare collaborazioni costruttive per dare alla società spunti di riflessione per crescere senza pregiudizi”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

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Visioni oniriche in bianco e nero: la mostra di Samuel Moretti al Carbone

3 Feb

Fino al 23 febbraio la Galleria del Carbone ospita la personale di incisioni del mesolano Samuel Moretti

samuel morettiIl realismo del sogno e il conseguente perturbante sentimento di una visione notturna: Samuel Moretti è un promettente artista originario di Mesola, che fino al prossimo 23 febbraio espone una serie di incisioni nella Galleria del Carbone di Ferrara. Nel tardo pomeriggio di sabato 1° febbraio, l’inaugurazione della mostra con la presentazione di Laura Gavioli, che ha redatto anche il testo in catalogo (disponibile in Galleria). Nell’esposizione intitolata “La libertà dello sguardo e la persistenza dell’emozione”, è possibile ammirare una ventina di opere a puntasecca di quest’artista classe ’80, diplomato al Conservatorio Frescobaldi e approdato all’arte grazie a Pietro Lenzini. Dieci anni fa il debutto in diverse collettive a Ferrara, Reggio Emilia, Milano. Dal 2010, tante le partecipazioni a collettive e alcune personali. L’anno scorso nella chiesa di Santa Maria della Misericordia a Castel Bolognese ha esposto la sua mostra dal titolo “Percorsi di luce. Le 14 stazioni della Via Crucis”. In parete al Carbone si possono trovare i “luoghi dell’anima” di Moretti: spaccati del bosco della Fasanara, il Castello di Mesola, ma anche alcuni relitti lignei spiaggiati.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

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(foto Pino Cosentino)

La paura va “governata”: ma in che modo? Salvatore Natoli a Ferrara

3 Feb

Il 31 gennaio all’Ariostea di Ferrara la lectio magistralis del filosofo Salvatore Natoli. Una riflessione a margine dell’incontro: se la paura nasce dalla fragilità umana, allora rispondiamo con “passioni” positive: prossimità, mediazione e mitezza

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ normale avere paura della paura? Su un tema spesso banalizzato mediaticamente ma che richiama l’essenza dell’essere umano, ha riflettuto a Ferrara il filosofo Salvatore Natoli. Lo scorso 31 gennaio nella Biblioteca Ariostea di Ferrara è stato invitato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara per aprire il ciclo di undici incontri sul tema “Sfidare le paure”. Il prossimo appuntamento è in programma alle ore 17 del 28 febbraio con Marco Bertozzi che relazionerà sul tema del ciclo, analizzando diversi pensatori, da Hobbes a Canetti. La lectio magistralis di Natoli è stata preceduta dal saluto dell’Assessore Alessandro Balboni (al posto del Sindaco Fabbri, invitato ma non presente), dall’introduzione di Anna Quarzi, alla guida dell’Istituto di Storia Contemporanea cittadino, che ha moderato l’incontro, e dal breve intervento di Fiorenzo Baratelli, Direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara: “la paura non va intesa solo in senso negativo – ha spiegato quest’ultimo -, ma come parte sostanziale della condizione umana, di per sé precaria: non bisogna, quindi, vergognarsi di aver paura, anche perché può essere stimolo per l’azione e per la creatività”. E’ vero, però, che la paura può anche rendere passivi, “può paralizzare”. Di sicuro – ha proseguito -, le paure peggiori sono quelle vissute nella solitudine”. La soluzione ad esse, citando anche Spinoza, può risiedere nel cercare il più possibile di usare la ragione “per comprenderne le cause, affrontandola razionalmente” e in maniera consapevole. “E’ vero – ha esordito Salvatore Natoli -, la paura è qualcosa che la natura ha predisposto per l’autoconservazione, ed è quindi un dispositivo in sé positivo”. Dopo aver brevemente riflettuto su alcune delle forme della paura – il timore, l’ansia -, Natoli si è soffermato sull’angoscia, “causata dal sentimento della nostra precarietà esistenziale, dal fatto che siamo esseri mortali, per natura esposti al nulla”. Per questo la paura “non va sottovalutata” e nemmeno, dall’altra parte, “strumentalizzata” per fini di soggezione. Riguardo a quest’ultimo aspetto, il relatore ha analizzato come il potere, nei secoli, si sia sempre servito della paura per asservire i propri sudditi: il modello hobbesiano, in particolare, è fondato sullo scambio fra la protezione che il potere sovrano concedeva ai propri cittadini (per la propria sicurezza, per la propria sopravvivenza), e l’obbedienza che questi li dovevano. Analizzando il controllo del consenso, anche in epoche più recenti, Natoli ha riflettuto su come il potere “non possa agire solo sulla paura, ma anche sulla speranza, facendo promesse: una volta, però, che le promesse si rivelano illusioni, allora il potere si autogiustifica e parallelamente ritorna a far leva sui timori delle masse”. Questo è “facilitato” anche dal fatto che i governati, vivendo lo spaesamento – non sapendo, cioè, a un certo punto chi “incolpare” delle mancate promesse non realizzate -, tendono sempre ad affidarsi all’“uomo forte”. Analizzando, poi, più nello specifico, la società contemporanea, Natoli ha accennato ai lati positivi della globalizzazione, ad esempio nel progressivo superamento delle differenze tra centro e periferie. Affrontando quindi il delicato tema delle migrazioni (e delle mistificazioni propagandistiche ad esso legate), le paure – più o meno indotte – nate in conseguenza di questa ridefinizione centro-periferia, “vanno affrontate non creando ghetti, ma attraverso l’accostamento e l’ascolto dello straniero”: la conoscenza dell’altro unita alla presenza viva e attiva degli abitanti negli spazi pubblici, con anche la trasformazione delle città sempre più in senso policentrico e a politiche neo-welfariste, sono tutti fattori che, secondo Natoli, aiutano a prevenire o comunque ad affrontare le paure legate alla convivenza col “diverso”: il concetto paradigmatico delle società del futuro, infatti, secondo il filosofo, sarà quello di “ibrido”. In conclusione, dunque, “solo un approccio razionale, scientifico collettivo” può presentarsi come l’antidoto migliore alle paure, e dar vita, unito a una “generosità” sempre più rara, a una politica che torni a essere degna di questo nome.

(Ri)scoprire in politica un’idea diversa di comunità

rete2Gli spostamenti consistenti, improvvisi e sempre più frequenti di consensi elettorali da uno schieramento all’altro, ai quali ormai da diversi anni siamo abituati (anche nelle ultime Regionali), dovrebbero farci essere più cauti nel gioirne o rammaricarcene (a seconda della propria appartenenza politica). Il discorso, infatti, è serio (con tratti di gravità) e chiama in causa le forme e le modalità stesse della creazione di comunità politiche (in senso largo) sempre meno stabili. L’aleatorietà del consenso ricorda l’immagine evangelica della casa costruita “sulla sabbia”. Interrogarsi, quindi, sul cosa possa significare oggi – in una società “liquida”, se non “gassosa” come la nostra – costruire “sulla roccia”, è più che mai necessario. Innanzitutto – senza nessuna nostalgia per organizzazioni partitiche spesso ultraverticistiche e rigide (anche se non sono state solamente questo) – si potrebbe ragionare su quali possano essere nuove forme organizzative non fondate sull’inconsistenza del volto del proprio leader (o presunto tale): volto, nella sua specificità politica, il più delle volte più virtuale che reale.

Dal volto alla “rete di reti” (passando per l’alveare)

Un rinnovato senso della politica non può, dunque, che ripartire da una concezione autentica del volto: un volto di cui fidarsi (quello del “rappresentante politico”, non dell’“uomo forte” come ha spiegato Natoli nel suo intervento a Ferrara, v. articolo sopra); e il volto da ascoltare e da incontrare (quello del “rappresentato”). Il contrario di ciò è l’abbandono fideistico – e, al fondo, “disperato” – al capo, ai suoi umori e ai suoi capricci, al volto di colui che decide, per tacito “assenso”, dell’inizio e della fine di un movimento politico. Un abbandono pericoloso, una deresponsabilizzazione che molto facilemente si tramuta, nelle folle, in rancore generalizzato. Un culto “paganeggiante” del capo che, inoltre, contraddice ogni sana concezione della laicità della politica intesa come riconoscimento dell’altro nella sua differenza e come azione umana, terrena, quindi di per sé non assolutizzabile, se non con il rischio di rivivere tragedie purtroppo note. Le folle sono per loro natura anonime e il loro stare insieme non è mai permanente ma sempre occasionale: sono il contrario, dunque, della prossimità e della continuità come condizioni basilari per un’azione sinodale (un noi che non soffochi il rapporto io-tu) in una società complessa e sradicata com’è l’attuale. Una corretta elaborazione collettiva del pensiero – che non elimini le sfumature, ma le mantenga come possibilità aperte, seppur momentaneamente minoritarie – è la migliore risposta a questa “alleanza” tra il capo e le folle. E’ la riscoperta del discernimento collettivo e del valore della mediazione. In “Lumen Fidei” Papa Francesco, parlando del popolo d’Israele e della Chiesa, fa un ragionamento interessante: “la mediazione – scrive – non [è] un ostacolo, ma un’apertura: nell’incontro con gli altri lo sguardo si apre verso una verità più grande di noi stessi”. Bisognerebbe, dunque, ricostruire “case”, luoghi, anche e soprattutto fisici, accoglienti, d’incontro, di dialogo, di discussione e dunque di proposta, tra simili, come alveari, come reti, più orizzontali che verticali nella loro gestione. L’essere simili è, infatti, un concetto da riscoprire, un giusto equilibrio tra l’unità e la diversità, in quanto al tempo stesso vive della tensione tra il riconoscimento di ciò che è uguale (e che quindi accomuna, rende affini) e ciò che è differente. A un livello superiore, la naturale conseguenza dovrebbe essere l’unione tra loro di queste “case”, dando così vita a una “rete di reti”: una forma federativa, pluralista e dinamica, che eviti tanto il settarismo quanto l’inconsistenza identitaria. “Il modello non è la sfera – scrive il Papa in “Evangelii Gaudium” 236 -, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità”.

Una passione mite e prudente

Naturalmente, un ragionamento di questo tipo è impensabile senza una trasformazione profonda delle relazioni interpersonali. A tal proposito, si potrebbe ripartire dalla riscoperta della prudenza (sorella della necessaria lentezza, com’era nel lentius, profundius, dulcius di Alexander Langer) – intesa come capacità di ascolto e di decantazione dei conflitti tra appartenenti la stessa “casa” o la stessa rete – e dalla mitezza, essenziale per saper mediare senza svilire nessuno dei soggetti interessati e nessun principio basilare. Come scrive Bobbio, “il mite è l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé”. Prudenza e mitezza non sono per nulla sinonimi di tiepidezza, dunque non sono alternative a una rinnovata passione civica, per la vita delle persone e per il futuro delle comunità alle quali ci si dedica; uno slancio, non solo emotivo, ma che tenti il più possibile di toccare la carne degli altri, i loro sentimenti, le domande sui destini personali e collettivi. Una passione mite e prudente, dunque: possibile, anzi necessaria, e già presente. Ma quando c’è, che non va né sbandierata né svilita ma semplicemente lasciata essere e fatta fruttare.

Andrea Musacci

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

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Cinquecento anni dalla morte di Raffaello, il genio che ha rivoluzionato la pittura

3 Feb

Martedì 4 febbraio a Ferrara conferenza del professor Andreoli per raccontare la vita e il percorso artistico del grande urbinate

La_Fornarina,_por_RafaelUn’esistenza tanto misteriosa quanto posata, una personalità – al tempo stesso raffinata e passionale – artefice di alcuni dei capolavori assoluti della storia dell’umanità.
E’ Raffaello Sanzio, morto esattamente cinque secoli fa, il 6 aprile 1520, Venerdì Santo, secondo alcuni lo stesso giorno della sua nascita 37 anni prima (tra l’altro, sempre in un Venerdì Santo, e sempre, secondo Vasari, alla stessa ora notturna). Un decesso causato da una febbre probabilmente malarica, o conseguenza di “eccessi amorosi” (sempre secondo il Vasari).
In ogni caso, non sembrano mai smisurate le parole che a Raffaello dedicò, 300 anni dopo, Eugène Delacroix quando lo definì “manifestazione terrena di un’anima che dialoga con gli dei”. Bellezza e mistero sono le cifre del “divino”: così era chiamato l’artista nato a Urbino da Màgia Ciarla e dal pittore di corte Giovanni de’ Santi, suo maestro prima di un altro “gigante” come Perugino e, di conseguenza, di Piero della Francesca. Attraverso quest’ultimo, Raffaello si impadronì di un senso spaziale razionalizzato fino all’estremo, e, attraverso il primo, di un linguaggio classicistico, anche se non ancora del tutto maturo.
Difficile non esorbitare nelle espressioni con Raffaello: a 15 anni era già un artista completo, e due anni dopo comparve con i connotati dell’artista autonomo (magister) nei documenti del contratto per la pala di san Nicolò da Tolentino destinata alla chiesa di Sant’Agostino di Città di Castello.
Bellezza e semplicità, grazia ultraterrena e armonia saranno i tratti della sua arte immortale. Quando poi, poco più che ventenne, si trasferirà prima a Firenze e poi a Roma (dove rimarrà fino alla morte), andrà oltre, ben oltre, i primi insegnamenti ricevuti: l’articolazione spaziale nelle sue opere si farà più moderna, il suo stile ancora più personale e sperimentale, attingendo, tra l’altro, da Leonardo e Michelangelo.
A 25 anni è nella Città Eterna, chiamato da Giulio II per partecipare, insieme ad altri, alla decorazione delle Stanze vaticane: sono gli anni della definitiva affermazione non solo nella contemporaneità ma nella storia, attraverso un innovativo linguaggio artistico basato su una rinnovata classicità, su un ideale di bellezza che inonderà i secoli successivi, in pittura come in architettura. L’urbinate ebbe, infatti, un ruolo decisivo nell’ispirare la nascita del Manierismo e influenzò in particolare gran parte della pittura del XVI secolo, i classicisti del ‘600 (Carracci, Reni, Caravaggio, Velázquez e Rubens), i neoclassici del ‘700 o maestri dell‘800 come Ingres e il sopracitato Delacroix, e del secolo scorso come Dalì, Picasso e De Chirico.
L’arte in Raffaello è dunque una continua ricerca compositiva aspirante al perfetto, al “Bello”: il pittore, dopo di lui, non potrà più essere un mero “imitatore” della natura, ma – attraverso la sua mente – colui che la depura dell’imperfetto per arrivare a una bellezza ideale, trascendente: l’uomo rinascimentale, insomma, è più che mai al centro dell’universo, ne è signore nel saperne delineare l’equilibro, l’ordine e la suprema – forse illusoria – armonia.

Anche la nostra città ha deciso di celebrare l’anniversario della morte di Raffaello. E’ infatti stato calendarizzato per martedì pomeriggio, 4 febbraio, un primo appuntamento, un excursus alla scoperta della sua vita e del suo percorso artistico. La conferenza tenuta da Alberto Andreoli (professore del Dipartimento di Studi Umanistici di UniFe) è in programma alle 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea (via delle Scienze, 17 a Ferrara). L’incontro, ad ingresso libero e aperto a tutti gli interessati, è realizzato dalla Società Dante Alighieri, comitato di Ferrara.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” del 2 febbraio 2020