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Quel tocco che libera: su GMG, “Quarantesima” e tatto

30 Mar

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di Andrea Musacci

Nelle nostre società sempre più immerse in infinite reti virtuali, spesso si riflette su come si sia stia andando perdendo il senso del tatto. O, comunque, come questo sia sempre più impoverito nella riduzione all’uso che se ne fa in relazione ai dispositivi digitali (tablet, smartphone, senza considerare il mouse del pc). In particolare in questo periodo di “segregazione” collettiva, tanti sono già gli allarmi sull’abuso ancora maggiore che i più giovani – ma non solo – possono fare del virtuale. Questa domenica si celebra l’annuale Giornata Mondiale della Gioventù. Nel suo Messaggio per la Giornata, Papa Francesco a un certo punto scrive: “Oggi spesso c’è ‘connessione’ ma non comunicazione. L’uso dei dispositivi elettronici, se non è equilibrato, può farci restare sempre incollati a uno schermo. Con questo messaggio vorrei anche lanciare, insieme a voi giovani, la sfida di una svolta culturale, a partire da questo ‘Alzati!’ di Gesù (cfr. Lc 7,14, ndr). In una cultura che vuole i giovani isolati e ripiegati su mondi virtuali, facciamo circolare questa parola di Gesù: ‘Alzati!’. È un invito ad aprirsi a una realtà che va ben oltre il virtuale”.

Partendo da questo invito del Santo Padre abbiamo interpellato i giovani della nostra Arcidiocesi, ponendo loro quattro domande/tracce di riflessione. In ognuna – come vedrete in queste pagine (leggi su http://www.lavocediferrara.it) – partendo da un brano del Messaggio, abbiamo proposto loro alcuni spunti per meditare sul proprio percorso di fede inteso come cammino comunitario, sguardo e gesto concreto sugli altri e sulla personale esperienza di Dio. Ma quell’invito del Pontefice ad alzarsi e ad aprirsi alla realtà dell’Altro è inscindibile da un contatto, dalla messa in gioco diretta della propria corporeità. Gesù lo fa in maniera sconvolgente: la sua missione “consiste nel realizzare, attraverso il tatto, il dono che Dio già fece con la Torah”, scrive Hadjadj in “Mistica della carne”. “Egli impone le mani sui malati, si lascia toccare dall’emorroissa, preme la bocca sugli occhi del cieco, sputa in bocca al sordo-muto”. Si pensi anche a quando “toccò la bara” del figlio della vedova di Nain prima di farlo risorgere (Lc 7,14, cfr. sopra).

“È il tocco di Gesù, il Vivente, che comunica la vita”, scrive il Papa nel Messaggio per la GMG 2020. “Un tocco che infonde lo Spirito Santo nel corpo morto del ragazzo e riaccende le sue funzioni vitali. Quel tocco penetra nella realtà di sconforto e disperazione. È il tocco del Divino, che passa anche attraverso l’autentico amore umano e apre spazi impensabili di libertà, dignità, speranza, vita nuova e piena”. In questa “quarantesima” fatta di lontananze e solitudini, reinventiamo, o riscopriamo, nuovi modi di “toccare” l’altro, di “essere-prossimo”: di venire in contatto col cuore delle persone vicine o lontane, per aiutarle a non cadere, o, una volta cadute, a rialzarsi.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2020

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Non vergogniamoci della nostra paura

23 Mar

“Ci accorgeremo, un giorno, quando vedremo la fecondità di tutte queste cose mediocri, dal punto di vista dell’eternità, quanto eravamo imbecilli a rifiutarle ad ogni costo e a desiderare che la vita si svolgesse nella sua piccola tranquilla felicità”.

(E. Mounier, “Lettere sul dolore”)

di Andrea Musacci

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Giovedì scorso sono state diffuse alcune immagini di un lungo macabro corteo di mezzi militari davanti al Cimitero monumentale di Bergamo, poi diretto fuori città. Trasportavano i resti di molte persone decedute a causa del coronavirus, che nemmeno hanno potuto trovare riposo nella proprio terra. Ho provato angoscia, il sentir venir meno la terra sotto i piedi. Ho percepito in maniera acuta la mia, la nostra condizione di mortali. Era un corteo senza lacrime, senza rito funebre, né parole per ricordare, solo quelle sommesse, disperate e segregate nelle case dei famigliari, degli amici.

In questi giorni rileggevo alcune pagine di un libro del filosofo francese Fabrice Hadjadj, “Farcela con la morte. Anti-metodo per vivere” (Cittadella ed., 2009). A un certo punto Hadjadj scrive: “Che cosa c’è di più desolante di questo costante tranquillizzare? (…) E’ un’alienazione radicale in cui ci si sforza di costituire una vita di cui la morte sarebbe un evento esteriore, e non ciò che sin da ora abbiamo dinanzi e richiama l’essenziale”. Queste parole mi hanno fatto riflettere – seppur nella straordinarietà (dei nostri tempi, nelle nostre terre) di quelle immagini sopracitate –, su come esse ci richiamino alla sostanza delle cose. E questo ci fa paura. Una paura – a maggior ragione in questo periodo di emergenza legato alla pandemia – di qualcosa di ignoto e di inafferrabile. Anche se, a ben pensarci, la morte stessa pare qualcosa di assolutamente netto ma al tempo stesso di sfuggevole, la mancanza estrema. Qualcosa, appunto, definibile come l’Inafferrabile. Quell’“alienazione radicale” di cui parla Hadjadj insieme alla morte ci fa dunque rimuovere anche la paura legata ad essa, rendendoci sempre più incapaci di nominare la nostra debolezza, la nostra fragilità. Ci nascondiamo dietro a ragionamenti (pseudo)sociologici, a statistiche, a “leggerezze” di comodo (pur umanamente comprensibili).

E’ normale avere paura: essa non va intesa solo in senso negativo, è sintomo che si ama qualcosa, che qualcosa ci sta a cuore, e non la si vuole perdere. Di sicuro, le paure peggiori sono quelle vissute nella solitudine. In fondo siamo tutti come bambini, bisognosi di un appoggio, di una carezza, di un rifugio. La nuova solitudine collettiva ce lo fa tornare a mente in maniera dolorosa ma sincera. Domandiamoci: questa paura se rimossa non rischia di diventare soffocante e disperata, e quindi di generare ancor più solitudine e diffidenza? E, invece, se pronunciata con parole non menzognere, non può trovare il suo senso perlomeno nella ricerca del senso stesso? Insomma, questa paura avrà i suoi testimoni, i suoi padri e le sue madri spirituali, i suoi Maestri, filosofi, scrittori, donne e uomini che sappiano, un domani, trasfigurarla in nuova umanità? Avremo poeti che daranno un nome nuovo alla nostra paura, rimostrandocela, così, autenticamente umana, segno della nostra più profonda mancanza?

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2020

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Che questa lunga attesa possa essere feconda

16 Mar

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di Andrea Musacci

Notte tra il 9 e il 10 marzo, l’ultima prima dell’entrata in vigore dello “stato d’eccezione” su tutto il territorio nazionale per fronteggiare l’emergenza causata dalla diffusione del Covid-19. Notte in bianco, di tensione e di attesa, come se la mente e il corpo volessero iniziare ad abituarsi a un tempo dilazionato, a un limbo nel quale galleggiare. O meglio, a prepararsi a vivere ore, giorni e settimane non in apnea ma come tempi da riconquistare agli affetti, alla memoria, alla pazienza.

Anche in quelle ore è maturata la decisione di continuare le nostre pubblicazioni e di dedicare, nei prossimi numeri (previsioni più precise non le azzardiamo), ampi spazi a racconti, riflessioni, testimonianze dalle vostre case (o dai vostri luoghi di lavoro, per chi, ancora può e deve recarcisi) su questo tempo più che mai incerto e assurdo.

In questo numero vogliamo dare avvio a una polifonia di “voci”, a un grande racconto collettivo di questo periodo che – inevitabilmente, nel bene e nel male – rimarrà nella storia, anche in quella, piccola, della nostra Arcidiocesi. Raccontare: quindi interrogarsi su come cambiano le nostre relazioni, il rapporto dei nostri corpi con gli spazi, con i corpi e le libertà degli altri. Se a vincere sarà il “bene”, quel che di positivo c’è nella realtà, oppure la frustrazione, l’impotenza. Se le conseguenze delle nostre “dipendenze” – dal lavoro, da determinati riti sociali, dagli spostamenti – si mostreranno nella loro acutezza. Sarà, in ogni caso, un periodo di cernita tra l’essenziale e il superfluo, di dis-cernimento. Ad esempio, che conseguenze sta avendo, e avrà, l’impossibilità dei contatti fisici più elementari, spontanei? L’affetto e l’amore vietati se non tra le mura domestiche? Come ne usciremo? Si può azzardare una qualche, pur lieve, forma di “mutazione antropologica”? Tanto il ricordo quanto la promessa di un “dopo” non del tutto immaginabile, riacquisteranno una propria potenza? Cosa rimpiangeremo e cosa no, sia del periodo pre-emergenziale sia di questa quarantena?

Ciò che abbiamo di fronte è – paradosso totale – l’invisibile, l’ignoto, l’inaspettato. Un impalbabile che ci trasforma in potenziali vettori di male, muta i nostri corpi esposti, ne intensifica la fragilità e la pesantezza: insomma, in un mondo sempre più animato dal virtuale, torna tragicamente al centro il corpo, la carne. E il virtuale diviene virale. Il potere stesso, anche quello “tradizionale”, novecentesco, delle istituzioni riscopre a un tempo la propria virtualità, i propri dispositivi immateriali, e rafforza le proprie appendici repressive (ben poco postmoderne). Da una parte, quindi, i nostri corpi sono minacciati dall’invisibile virale, dall’altra sono controllati e regolamentati da un potere “solido”. Fra i diversi divieti ai quali ci stiamo abituando, uno in particolare penso sia particolarmente straziante: quello dell’“ultimo abbraccio”, l’impossibilità delle esequie. Un risvolto tragico, particolarmente angosciante, che rimanda senza retorica ad altre pandemie. I morti di coronavirus non solo, nelle ultime ore di vita, non hanno potuto avere vicino a sé i propri cari, ma questi non hanno nemmeno potuto dar loro l’estremo saluto. È la solitudine più tremenda, che non avremmo mai voluto raccontare. E la solitudine è una delle cifre di questa “quarantesima”: i dati Istat (al 1° gennaio 2019) dicono che in Italia il numero medio di componenti delle famiglie è passato da 2,7 (media 1997-1998) a 2,3 (media 2017-2018), soprattutto per l’aumento delle famiglie unipersonali che in venti anni sono cresciute di oltre 10 punti: dal 21,5 per cento nel 1997-98 al 33,0 per cento nel 2017-2018, ovvero un terzo del totale delle famiglie. In quanti saranno in grado di sopportare almeno tre settimane di quasi assoluto isolamento?

Ma l’eccezionalità di queste settimane può anche dare un volto nuovo ai piccoli gesti d’attenzione, a inedite forme di socializzazione (basti pensare al fenomeno dei “concerti” collettivi dai balconi delle case) e di comunione a distanza, di riscoperta del silenzio non come dimensione del vuoto ma del profondo. Per continuare con le speranze – che speriamo diventino e stiano già diventando carne viva in questi giorni: forse sperimenteremo una ridefinizione del concetto di “mancanza” (di spazi, incontri e possibilità), una privazione improvvisa e inaspettata che, chissà, può dare nuovo ossigeno a gesti e pensieri abbandonati se non ignoti. Tante sono le buone pratiche che già nascono anche a Ferrara: giovani di alcune parrocchie (come San Giacomo apostolo all’Arginone o gli scout in zona Doro-Barco), che portano la spesa ad alcuni anziani; o, come nell’Unità Pastorale di Borgovado, i volontari del Centro di Ascolto che portano a casa a chi ne ha bisogno i Moduli per l’autocertificazione. E poi le tante iniziative di singole persone o piccoli gruppi nelle parrocchie – e non – che formano una rete invisibile e capillare, ma importantissima, di sussidiarietà più che mai fondamentale. Anche e soprattutto così, con questa mutualità dal basso, si riannodano i fili spezzati della rete sociale. Senza dimenticare, per la liturgia e la preghiera, l’utilizzo da parte di diverse parrocchie delle “nuove” tecnologie – da You Tube ai vari social.

Tutto ciò è già, qui e ora, un modo nuovo di vivere, una promessa già matura, che cambia il presente. E’ una Presenza reale. Un racconto concreto seppur silenzioso. Qualcosa di davvero molto fecondo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2020

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E se riscoprissimo la parola e la dimora? Una riflessione tra Quaresima e quarantena

9 Mar

di Andrea Musacci

The-Division-Bell-1994In queste settimane di emergenza per il coronavirus abbiamo avuto modo di constatare come la “quarantena” derivata da cause sanitarie abbia coinciso con la Quaresima in vista della Pasqua. Quaranta giorni (simbolici o non) nei quali l’isolamento più o meno coatto rispetto a specifici luoghi del consorzio umano si è sovrapposto al periodo di preghiera e raccoglimento. E nel quale – sempre in un’irreale atmosfera buñueliana – gli inutili assalti ai supermercati per riempire quanto più possibile i nostri “granai” hanno coinciso col periodo per antonomasia dedicato al digiuno. Quaresima e quarantena richiamano due modi di intendere il rapporto col tempo e lo spazio tra loro correlati: da una parte, l’insostituibile calore della dimora, del perimetro familiare, del proprio universo valoriale – non soggetto alle mode e alle opinioni -, della casa come luogo d’identità; dall’altra, il calore della parola poetica (in senso lato), la bellezza del dialogo inteso come ricerca, comune e sofferta, di una verità da abitare. Due dimensioni purtroppo sempre meno di moda, nell’epoca delle violenze verbali sempre più diffuse sui social, spesso pseudo luoghi di verà “socialità”.

Chi si ferma è perduto!

Nell’ultimo saggio di un giovane filosofo francese, François-Xavier Bellamy, dal titolo “Dimora” (Itaca, 2019 – che avrebbe dovuto presentare a Ferrara il 27 febbraio), modernità e contemporaneità sono criticate in quanto epoche del culto del movimento fine a se stesso, quindi di ciò che più è antitetico all’idea di “casa” e di bellezza della parola. Una deriva, questa, che pare inarrestabile, dove prudenza e discernimento sono viste come inutili resistenze al dominio della dromocrazia, di cui parlava già Paul Virilio nel 1977. Pare di sentire, ancora oggi, infatti, pur in forme diverse, le grida di oltre un secolo fa dei futuristi: “La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno” (…). Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente” (“Manifesto del Futurismo”, F. Marinetti, 1909).

La casa come compimento di sé

“Comprendere” qualcosa, senza lasciarsi travolgere da quel “movimento aggressivo”, richiama il “contenere in sé”, l’abbraccio. Rimanda, quindi, inevitabilmente, alla casa, simbolo concreto di solidità, di consistenza e di permanenza, il contrario dell’“alloggio”. “Abbiamo bisogno di una dimora – sono parole di Bellamy nel libro sopracitato -, di un luogo dove ci possiamo ritrovare, un luogo che diventi familiare, un punto fisso, un riferimento intorno al quale il mondo intero si organizzi. La casa è il centro costruito dalla libertà, da una memoria, da un’esperienza e intorno al quale si organizza la consapevolezza dell’universo intero”. Trasmettere ed ereditare un universo affettivo e valoriale è ciò che di più essenziale una persona può raggiungere nella propria vita. Obiettivo difficile se i territori dove viviamo sono sempre più invasi da quello che l’antropologo Marc Augé quasi trent’anni fa in un suo celebre libro definiva “nonluoghi”, qualcosa per definizione dove non può formarsi identità, quindi né relazioni reciproche né una storia comune Torna alla mente un romanzo di Milan Kunder, “L’identità”, nel quale il tormentato rapporto tra due coniugi, Jean-Marc e Chantal, si gioca in buona parte sull’incapacità di lei di definirsi: all’inizio, cercando lo sguardo degli estranei (“gli uomini non si voltano più a guardarmi”, corsivo mio, ndr); nel finale, nell’alcova matrimoniale, dove Chantal da (non) osservata diventa osservatrice, ma di Jean-Marc (“non staccherò più gli occhi da te” – corsivo mio, ndr). Questo, però, solo dopo aver compiuto un lungo, faticoso e coinvolgente peregrinare, che la farà diventare una persona diversa e ri-comprendere davvero come lo sguardo del marito su di lei sia quello che maggiormente può aiutarla a definirsi: lo sguardo che può farla sentire a casa.

La Parola da riscoprire e abitare

“Ricordo con profonda commozione il tempo in cui camminavo con la folla / verso la casa di Dio, / tra i canti di gioia e di lode / d’una moltitudine in festa” (Salmo 42)

E allora la comprensione di sé e dell’altro-da-sé dovrebbe trovare, oggi, terreni più fertili dove potersi sviluppare – in modo libero, non predeterminato, creativo e non dato – ma il più possibile pieno. Una dromomania violenta tipica dei nostri tempi – come accennavamo all’inizio – è quella riguardante la comunicazione, sempre più fagocitante e spersonalizzante: “in un mondo invaso dall’onnipresenza del digitale e dalla liquefazione della parola – scrive Bellamy sempre in “Dimora” -, mi sembra che la massima emergenza politica sia quella della risurrezione del linguaggio”. Riaffiorano alla mente parole di Heidegger: “nel pensiero l’essere perviene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora” (“Lettera sull’umanismo”, 1946). “Più lento, più profondo, più dolce”, suggeriva invece Alexander Langer come nuovo modo di abitare non solo le nostre case, ma il nostro mondo, compreso quello comunicativo. La parola – poetica, letteraria o della preghiera – evoca il mistero, lo invoca, richiama la bellezza, facendola ogni volta riaffiorare dall’oblio sempre incombente. Il dominio della tecnica moderna, diceva già nel ’63 Augusto Del Noce, porta, invece, “alla perdita della nozione tradizionale di otium; (…) abolisce il tempo sacro; (…) sostituisce la preoccupazione del fare a quella di essere” (“Appunti sull’irreligione occidentale”). Andrebbe quindi – a rischio di passare per folli – ridimensionata questa bulimia comunicativa, questa invasione di informazioni e immagini; e andrebbe, invece, rivalutata la ricerca personale e collettiva, lo studio, il discernimento, la contemplazione immersiva nel bello. Dovremmo tentare di far rifiorire il linguaggio come espressione dell’anima e dei suoi abissi, e il dialogo e l’ascolto della parola (scritta e non) come luogo reale d’accoglienza dell’altro: in questo, infatti, potremmo scorgere quel punto d’incontro fra il bisogno mai sopito di una dimora nella quale trovare pace e identità, e quel desiderio di mettersi in cammino per cercare, mai sazi, l’altro e noi stessi (come nel sopracitato romanzo di Kundera), ben diverso da certo errare evanescente ed eteroindotto. Seguiamo quindi, in questa Quaresima, l’invito del Papa a riscoprire l’importanza del Vangelo: “Quanto più ci lasceremo coinvolgere dalla sua Parola, tanto più riusciremo a sperimentare la sua misericordia gratuita per noi” (Messaggio per la Quaresima 2020, 2). Coinvolgimento che può diventare parte irrinunciabile del nostro cammino di comprensione, un cammino continuo e incerto che compiamo coscienti di essere diretti verso la “casa del Padre” (Gv 14, 2).

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2020

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L’amore ai tempi del coronavirus

24 Feb

coronavirus

“Sospensione” è uno dei termini chiave di queste giornate surreali nelle quali buona parte delle nostre normali, frenetiche attività è interrotta, annullata o rinviata. Sospesa, appunto, in attesa.

Una situazione emergenziale che mette, ancora una volta, a nudo la nostra condizione umana, di esseri esposti alla malattia e alla morte, ma che noi, nelle nostre piccole “superbie” di uomini moderni ci convinciamo a non considerare possibile. Oppure, che ci illudiamo di poter sempre prevenire ed evitare. Qualcosa, che al massimo, avremmo potuto seguire a distanza, nascendo e perlopiù colpendo popolazioni – come quelle della Cina – distanti da noi oltre 7mila km.

Eppure questa condizione di “inaspettata” – assurdamente “inaspettata” – riscoperta della nostra fragilità, e di conseguente sospensione, ci spiazza, facendo riemergere ombre irrazionali dentro di noi che ugualmente pensavamo di non possedere, che non potessero appartenere a un mondo come il nostro fondato sul calcolo e il controllo.

Una condizione di sospensione, dunque, nuova ma in realtà antica come il mondo, e che porta a un’altra conseguenza: la possibilità di nuovi tempi dilatati di silenzio nelle nostre quotidianità, di maggior decantazione di azioni e pensieri, in una solitudine che trascenda l’“isolamento” obbligatorio ma diventi occasione per una riscoperta di relazioni gratuite, di quiete e meditazione. Una possibilità di iniziare il tempo quaresimale un po’ più liberi dalle usuali “tentazioni” delle nostre frenesie, urgenze e routine.

Nel Vangelo della domenica appena trascorsa (Mt 5, 38-48) abbiamo letto le ben note parole di Gesù: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano… ». In questa irreale atmosfera di suspense, riscopriamo, quindi, da un lato la bellezza della prossimità non casuale, l’amore come attenzione e fiducia nell’altro a noi vicino – non possibile “untore” di cui diffidare ma potenziale “alleato” nella difficoltà che tutti accomuna. Dall’altro, ridiamo un senso non banale all’amore per il “lontano”, così spesso additato, in quanto tale, come “nemico” più o meno potenziale, ma in realtà come noi segnato da una simile – umanissima – angoscia. Ripensiamoci, dunque, fratelli e sorelle in questa quotidianità ancora una volta messa alla prova, in questa sempre nuova attesa, che possa essere non di timore ma di speranza.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 febbraio 2020

e sul Sir: https://www.agensir.it/chiesa/2020/02/28/lamore-ai-tempi-del-coronavirus/

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I Gesuati, nuova casa delle universitarie

24 Feb

a cura di Andrea Musacci e Nicola Mantovani

Il problema dell’insufficienza degli alloggi per le iscritte e gli iscritti al nostro Ateneo ha visto anche l’impegno della nostra Arcidiocesi: Il Complesso di via Madama a Ferrara (di proprietà del Seminario) da alcuni mesi accoglie alcune decine di studentesse del nostro Ateneo. Ecco i lavori fatti e quelli da completare nei prossimi mesi

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Un complesso conventuale quattrocentesco, per cinque secoli abitato prima dai Gesuati poi dai Carmelitani Scalzi, da alcuni mesi è diventato un Collegio universitario femminile. Parliamo dell’immobile detto “San Girolamo dei Gesuati” di via Madama 40 a Ferrara, di proprietà del Seminario Arcivescovile, il cui alto e lungo muro di cinta copre buona parte della breve strada a due passi dalla Basilica di S. Maria in Vado. Le antiche celle dei frati, così, sono diventate le camere da letto di una struttura ricettiva più che mai necessaria in una città come Ferrara sempre più alla ricerca di nuovi posti dove poter ospitare i numerosissimi studenti universitari.

Cos’è stato fatto…

“Lo scorso maggio ho preso la decisione di utilizzare a questo scopo l’immobile”, ci spiega don Paolo Valenti, Rettore del Seminario. E’ bastato il passaparola: “prima di ferragosto, le stanze erano già tutte prenotate, il 1° settembre l’edificio era già pronto per accogliere le ragazze”, dopo aver rinfrescato, per le stanze del primo piano, le tinte dei muri e adeguato l’impiantistica alle normative vigenti. Ma il lavoro più importante, sia dal punto di vista delle lavorazioni che economico, si è svolto al piano terra, dove si è dovuto provvedere al rifacimento di tutta l’impiantistica elettrica, di sicurezza e parzialmente anche idraulica, irrimediabilmente compromesse dall’umidità accumulata nei muri precedentemente alle demolizioni e poi dalle demolizioni stesse. Si sono quindi realizzati i nuovi intonaci con materiali idonei, selezionati insieme alla Direzione Lavori e con la consulenza di ditte specializzate. Le ragazze che alloggiano nel complesso di via Madama – alcune decine – sono perlopiù iscritte a Medicina e Biotecnologia e provengono da ogni parte della Penisola – dalla Calabria al Trentino, dalla Puglia al Veneto, solo per citarne alcune. Vivono in stanze singole, alcune al piano terra e la maggior parte al primo piano e hanno a disposizione ampi e ariosi spazi comuni, tutti ristrutturati: all’entrata un ambiente principale con, oltre alla reception, la sala mensa dove poter mangiare e studiare. E ancora, la cucina (arredata per essere autogestita), parte di un chiostro – utilizzato e molto apprezzato come zona studio comune –, una sala televisione, la lavanderia attrezzata con strumentazione a gettone, oltre agli spogliatoi per i dipendenti. Le studentesse possono inoltre usufruire di un parcheggio, di posti per le biciclette e wi-fi e prima colazione gratuiti. E di vivere in una zona tranquilla, centralissima, e vicina alle fermate dei principali mezzi pubblici lungo corso Giovecca. Per qualsiasi necessità possono rivolgersi ai loro due “angeli custodi”, Sergio e Cristina, che si occupano della reception, della pulizia degli spazi comuni e della manutenzione ordinaria.

…e cosa verrà fatto

Ma a un anno dall’ingresso delle prime ragazze, don Valenti conta di finire un’altra tranche di lavori: “per il prossimo 1° settembre – ci spiega – contiamo di terminare gli intonaci in alcune stanze e nel chiostro già parzialmente utilizzato. Nell’ala nord-est (quella su via Savonarola) concluderemo i lavori nell’antico refettorio, per ricavarci una sala conferenze e studio”, facendola così tornare all’uso che aveva prima dei lavori. Una sala stupenda, questa, con al centro del soffitto il monogramma raggiato di Cristo (ideato da S. Bernardino) e, nella parete in fondo, i dipinti di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce. Anche le salette attigue diventeranno aule studio. Entro il 1° settembre, inoltre, sarà aperta una nuova e più ampia sala tv e verranno restaurate altre stanze da letto e il chiostro piccolo, quello confinante con il convento dei padri carmelitani. Da settembre, infine, sarà realizzata una palestra al primo piano, restaurata una scala secondaria e completato il sistema di videosorveglianza. Infine, per il rifacimento degli intonaci del porticato esterno si dovrà attendere ancora un anno.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 febbraio 2020

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Laicità nella scuola: confronto tra cristiani e atei

3 Feb

Lo scorso 1° febbraio mons. Serafini (IRC diocesano) ha dialogato con insegnanti cattolici ed evangelici e con il responsabile nazionale UAAR su crocifissi e ora di religione nella scuola pubblica

OLYMPUS DIGITAL CAMERACrocifisso sì o no? E l’ora di religione è giusto mantenerla nella sua forma attuale? Su problematiche come queste, particolarmente delicate e complesse, il confronto diretto può aiutare, se non a dare soluzioni definitive, perlomeno a chiarire le rispettive posizioni. E’ quello che è accaduto nel pomeriggio dello scorso 1° febbraio, quando in Sala della Musica di via Boccaleone a Ferrara si è svolto il dibattito, organizzato dall’UAAR Ferrara sul tema “Scuola laica: diritto allo studio ed alla libertà religiosa”. Si sono confrontati – moderati dalla giornalista Tania D’Ausilio – Roberto Grendene (segretario nazionale UAAR), Lidia Goldoni (presidente del Comitato Insegnanti Evangelici in Italia), mons. Vittorio Serafini (direttore del Servizio diocesano Insegnamento della Religione Cattolica) e Paola Lazzari (insegnante di religione cattolica). S. Messa in orario scolastico Ha sollevato non poche polemiche la S. Messa celebrata lo scorso 20 dicembre all’IC Perlasca di Ferrara in orario di lezione. “La normativa non la prevede – ha commentato mons. Serafini -, se non in orari diversi da quelli delle lezioni e se richiesto da genitori o dal Consiglio d’Istituto. Spesso presidi e insegnanti di religione non conoscono le leggi e i regolamenti, per questo lo stesso Vescovo mi ha consigliato di predisporre un vademecum al riguardo”. La scelta è stata giudicata “non pertinente” da Grendene e “inopportuna” da Lazzari. Crocifisso nelle scuole pubbliche “Il crocifisso è segno di generosità e dedizione, per cui non va certo imposto”, ha invece commentato su questo tema mons. Serafini. “Se non è nel cuore, non ha senso appenderlo al muro”. “Una scuola non è più o meno laica se nelle proprie aule accoglie il crocifisso”, è stato invece il commento di Lazzari. “Detto questo, è differente il lasciarlo quando c’è o volerlo appendere laddove non è presente”. “Gesù non ha mai voluto imporre la propria presenza”, è stata la riflessione di Goldoni. “La Chiesa cattolica dovrebbe protestare contro questa strumentalizzazione, contro questo modo empio di usare il crocifisso”. Per Grendene il fatto che nelle scuole pubbliche non siano presenti simboli né religiosi né politici è “di semplice giustizia”. L’ora di religione Al riguardo mons. Serafini ha ribadito come l’ora di religione “è un diritto e riguarda una scelta personale”, e ci ha tenuto a sottolineare come “gli insegnanti di religione normalmente sono seri professionisti, persone molto preparate e la loro competenza, ad esempio nella nostra Diocesi (dove sono un centinaio, ndr), è spesso riconosciuta dai presidi”. Detto questo, “l’ora alternativa non può essere lasciata a casaccio, come purtroppo spesso accade”. “E’ giusto che esista l’ora alternativa – sono state parole di Lazzari – ma l’ora di religione non è né catechismo né indottrinamento: in essa spesso vengono spiegate anche le altre religioni, e i loro legami con altre discipline”. “Noi insegnanti evangelici – è intervenuta Goldoni – proponiamo di usare meglio e in altri modi l’ora alternativa a quella di religione” e “non accettiamo che ad esempio la storia nostra confessione venga insegnata da un insegnante cattolico o comunque non evangelico”. Infine, per Grendene “esistono non pochi casi in cui durante l’ora alternativa o si approfondiscono materie curricolari o si fanno utili proposte formative differenti. In ogni caso, non è giusto che sia il Vescovo a indicare gli insegnanti di religioni, stipendiati dallo Stato”.

Cos’è l’Unione Atei e Agnostici Razionalisti

Lo scorso 25 gennaio in via Contrada della Rosa, 42 a Ferrara è stato inaugurato il nuovo circolo dell’UAAR, il cui coordinatore locale è Gregorio Oxilia, Paleoantropologo ed evoluzionista all’Università di Bologna. L’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti è un’associazione che, formalmente, non si pone contro le religioni in quanto tali, ma, a suo dire, per il rispetto di una vera laicità. Fra le sue battaglie storiche più famose, quello per lo “sbattezzo”, contro i crocifissi e l’ora di religione nelle scuole pubbliche, contro il meccanismo di assegnazione dei fondi dell’8×1000, o per essere riconosciuta al pari di una confessione religiosa e quindi ottenere un’intesa formale con lo Stato Italiano. “Attualmente nel circolo di Ferrara – ci spiega Oxilia – abbiamo una trentina di iscritti, di cui otto attivisti: sono perlopiù docenti, ricercatori e studenti”. Riguardo all’incontro, pur nelle non irrilevanti diversità, col mondo cattolico, recentemente Oxilia è stato ricevuto in Arcivescovado da mons. Perego per un cordiale confronto. “Sono sicuro – prosegue Oxilia – che questo sarà l’inizio di un’interessante collaborazione culturale che dimostrerà come la diversità di idee sia utile a generare collaborazioni costruttive per dare alla società spunti di riflessione per crescere senza pregiudizi”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

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