Archivio | Religione RSS feed for this section

Trasformare il dolore in dono: nuovo libro con la Via Crucis di Franco Morelli

1 Feb

“Di ciò che ci hai donato”: il libro con la Via Crucis di Franco Morelli e le meditazioni di don Saverio Finotti

di Andrea Musacci

La morte e la sua attesa come luogo di memoria e orizzonte eterno di salvezza. La morte dell’umile, del misero come estrema e sublime immagine del dono totale.
È un dialogo tra arte e parola quello contenuto nel volume appena edito “Di ciò che ci hai donato. Via Crucis per l’uomo comune” (Graphe.it, 2021, 88 p., ill.), che raccoglie le riflessioni di don Saverio Finotti, sacerdote della nostra Diocesi in servizio a Roma, e le illustrazioni di Franco Morelli, figura unica di artista, scomparso nel 2004.
Un volume ulteriormente arricchito dalla prefazione di mons. Vincenzo Paglia e da un testo di Gianni Cerioli, indimenticato critico d’arte scomparso lo scorso 22 maggio a 77 anni. Cerioli che nel 2014 presso la Sala espositiva del Liceo “Dosso Dossi” di Ferrara aveva curato la mostra con i disegni della Via Crucis di Morelli e nello stesso luogo nel 2017 la retrospettiva “Franco Morelli e il libro della Genesi”, con opere realizzate nel 1987, 1989 e 1993. E proprio Cerioli nel testo del volume appena uscito rifletteva: l’arte di chi, come Morelli, è scomparso e «l’azione della morte all’interno dell’arte delle immagini» ridonano alle cose del quotidiano «quel mistero che era stato smarrito». Il consueto e il divino quindi si annodano tra loro, richiamandosi a vicenda nei disegni e nelle meditazioni di Morelli e Finotti.
Protagonista – possiamo dire – della Via Crucis e della storia della salvezza «è l’uomo comune che, coinvolto nel suo dolore, vive veramente la passione del Signore; dinnanzi a questo comune dramma non è la fede che rivendica autorevolezza, ma la comunione umana», scrive il sacerdote.
Nelle stesse illustrazioni di Morelli, quindi, Gesù è il povero e l’anziano, è l’operaio e il viandante, il malato e il derelitto. È la figura dalle braccia forti e dallo sguardo ora fiero ora chino. È colui il cui corpo – disegno dopo disegno, man mano che si avvicina il Golgota, un’amena stanza d’ospedale -, si piega sempre di più, il cui passo si fa incerto fino all’ultima, estrema elevazione nella croce (in Morelli è distensione nel letto dell’agonia, il corpo avvolto da un impalpabile sudario come il “Cristo velato” di Sanmartino).
È una figura di operaio, forse edile, sospeso fra dignità del lavoro e solitaria miseria. Una figura che forse omaggiava quella del padre, morto proprio mentre lavorava. Ma non si pensi a un’opera riduzionista: il Cristo di Morelli e le parole di Finotti sono tratto e nota della condizione umana, concreta e quotidiana ma mai epidermica, non contingente ma essenziale: «La caduta, ogni caduta – scrive Finotti in una delle meditazioni -, è uno dei momenti in cui l’uomo è più indifeso ed esposto (…); ma forse, proprio per questo, la terra è uno dei luoghi e momenti in cui si è autenticamente solo uomini». L’uomo caduto, nella sua «totale impotenza», è l’uomo piegato non, come in Rodin, dalla gravità del pensiero ma dal peccato che pare vittorioso, che oblia persino il bene compiuto, che Dio, solo Dio può contare e salvare a pieno.
Ma quanto importante sarebbe, nell’ordinario delle nostre vite, non dimenticare ciò che Dio non dimentica? Così vi medita Finotti: il bene «riflette la speranza, quale attesa di consolazione, e la fede, come unica soluzione di senso». Non dimenticare il bene, non perdersi lungo la “via crucis” che porta alla salvezza, significa, dunque, non perdere per strada la speranza, non far svanire la fede, non ignorare la pietà negli occhi dell’altro, né il suo dolore. Significa non dimenticare il cammino – non scritto – del nostro cercare. Non dimenticare di donarsi.

Vita e aneddoti su Franco Morelli

Franco Morelli, nato a Ferrara nel 1925, frequenta per un solo anno l’Istituto d’arte Dosso Dossi. Ragioni di forza maggiore (la morte del padre prima e del nonno poi) lasciano lui e il fratello minore senza aiuti finanziari e i due ragazzi debbono trovarsi un lavoro per mantenersi. Nel 1945, nei mesi successivi alla Liberazione, dà vita a Ferrara a un Circolo Artisti Dilettanti che poi l’anno successivo apre una sezione anche a Cento. Solo nel 1951 presenta la sua prima personale di pittura. Negli anni ‘50 si mette in contrasto con il sistema delle arti dominanti a Ferrara e alla fine del decennio decide di non esporre più, relegandosi in un isolamento volontario. Nel suo studio continua con fervore a dedicarsi alla pittura e soprattutto all’illustrazione, creando oli, tempere e tavole disegnate con la penna biro, rimaste nascoste fino alla morte avvenuta nel 2004. Dopo la sua scomparsa, infatti, la vedova Anna Luisa Bianchi (deceduta il 23 marzo 2020) trova le sue opere in un armadio a muro: su sollecitazione di don Franco Patruno, e poi di Cerioli, la sua opera comincia a essere conosciuta, e l’intera collezione viene donata alla Galleria d’Arte Moderna Bonzagni di Cento. Solo i pezzi della serie sulla “Divina Commedia”, su cui l’artista lavorò per un trentennio, sono 1.048, su un totale di più di 2mila. Come ci raccontò Marina Accardi, amica di famiglia, nonostante il morbo di Parkinson che lo afflisse negli ultimi anni, Morelli continuò a disegnare: l’ultima sua opera rappresenta una mano di Cristo col chiodo della crocifissione. «La voleva stracciare, perché la considerava imperfetta a causa della malattia, ma riuscii a conservarla».
«Migliaia e migliaia sono le creature mie alle quali ho dato segno e forma – scrisse Franco Morelli – e che mi sorreggono nei tanti momenti di tristezza e che, solo a volte, riescono perfino a farmi capire che non sono nato solo per morire, ma che ho avuto vita per dedicarmi esclusivamente a loro».

La Divina Commedia di Franco Morelli: ecco tre inediti

Tre disegni a bic nera su carta datati 1992 raffiguranti altrettanti momenti della Divina Commedia, sono il regalo che circa 10 anni fa la vedova di Morelli, Anna Luisa Bianchi, fece a Gianfranco Tumiati e al figlio Giorgio. Quest’ultimo ha ereditato la guida della filiale Fideuram in viale Cavour a Ferrara dopo la morte del padre lo scorso dicembre. I tre disegni sono su una delle pareti dell’ufficio di Tumiati: «la signora Bianchi ce li donò chiedendoci che venissero esposti. Così abbiamo sempre fatto».
Fanno parte delle opere che l’artista non voleva venissero catalogate, ritrovate solo dopo la sua morte.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 febbraio 2021

https://www.lavocediferrara.it/

“La fede di Biden è credibile perché vissuta”

26 Gen

Intervista a Massimo Faggioli (politologo) dopo l’insediamento di Joe Biden, secondo presidente cattolico negli USA: “ci sarà riconciliazione nazionale se verrà meno una concezione nostalgica ed estremista della religione”. Purtroppo negli Stati Uniti di oggi “gli allineamenti all’interno del campo conservatore da un lato e progressista dall’altro sono molto più forti che le comuni radici tra cattolici”. Vicinanza e possibili future distanze fra il neo presidente e il papato di Francesco

di Andrea Musacci
«Molti secoli fa sant’Agostino – il santo della mia Chiesa – scrisse che un popolo era una moltitudine definita da ciò che ama. Definita dagli oggetti comuni del loro amore».
La citazione tratta da “De civitate Dei” (19, 24) è stata pronunciata dal neo Presidente degli Stati Uniti d’America Joseph R. Biden durante il discorso d’insediamento lo scorso 20 gennaio a Washington. 78 anni compiuti lo scorso novembre, secondo presidente cattolico dopo John Fitzgerald Kennedy (1961-1963), e quarto cattolico a candidarsi – gli altri due sono Al Smith nel 1928 e John Kerry nel 2004, anch’essi democratici -, Biden nasce e cresce in una famiglia cattolica da madre di origini irlandesi.
Chi da anni si occupa di politica e vita ecclesiale, e dei rapporti fra le due sfere, al di là dell’Oceano è Massimo Faggioli, storico e teologo nato a Codigoro 50 anni fa, residente a Ferrara dal 1978 al 2008, anno in cui si è trasferito negli USA, dove è Ordinario nel dipartimento di Theology and Religious Studies alla Villanova University in Pennsylvania.
In Italia per Scholé-Morcelliana è appena uscita la traduzione della sua ultima fatica col titolo “Joe Biden e il cattolicesimo negli Stati Uniti” (negli States, “Joe Biden and Catholicism in the United States”).
Gli abbiamo rivolto alcune domande sui temi centrali della sua pubblicazione.


Prof. Faggioli, gli USA vivono una situazione fortemente drammatica, in cui i frutti delle “culture wars” nelle ultime settimane sono degenerate in un vero e proprio assalto al cuore della democrazia. Riuscirà Biden nel suo tentativo di riconciliazione nazionale?
«Il momento storico della presidenza di Biden comprende una Chiesa cattolica in cui coesistono precariamente identità politiche e religiose diverse e contraddittorie. Il tentativo di riconciliazione nazionale dipenderà molto anche dalla reazione di quel vasto mondo religioso delle chiese americane che negli ultimi anni hanno appoggiato Trump fino alla fine. Questa è anche una crisi religiosa, nel senso che idee estremiste in materia di religione e di rapporti tra chiesa e stato sono uscite dalle frange e sono entrate nell’alveo delle idee socialmente accettabili. Questo è un problema anche per il cattolicesimo dove la nostalgia per la chiesa preconciliare è diventata una nostalgia per il medioevo».


Biden secondo presidente cattolico negli USA: che cattolico è? E come il cattolico Biden incarna, interpreta la propria appartenenza religiosa nell’azione politica?
«La fede di Biden non è intellettuale ma non è anti-intellettuale; è una fede popolare con sfumature di cultura pop, più Lady Gaga e Bruce Springsteen che Jacques Maritain e Thomas Merton. Sebbene la sua vita sia stata segnata da lutti gravi, non è un cattolico funereo; ma la sua esperienza di perdita di membri della famiglia più giovani di lui (moglie e figlia appena nata nel 1972; il figlio Beau nel 2015) gli dà una sensibilità speciale nell’offrire conforto e empatia con le persone in lutto. Biden ha fatto della sua fede una parte centrale della campagna, punteggiando i suoi discorsi con riferimenti alla fede cattolica, citando l’enciclica di Papa Francesco Fratelli Tutti e la preghiera di San Francesco. La presidenza Biden suscita non solo aspettative politiche ma anche in certo modo religiose. La fede di Biden è credibile perché è più vissuta di quanto proclamata. Questo lo rende culturalmente compatibile con molti americani che potrebbero essere più conservatori ma non necessariamente di destra. Biden viene da una cultura politica simile per certi versi a quella Democrazia Cristiana italiana subito dopo la seconda guerra mondiale: progressista sulle questioni economiche e di giustizia sociale, conservatore su quelle di morale sociale (famiglia e matrimonio). La maggiore differenza coi democristiani è una visione dell’America ancora al centro del mondo (anche se in modo molto diverso dal nazionalismo di Trump) e, durante gli anni come vicepresidente di Obama, uno spostamento a favore del matrimonio omosessuale. È un cattolico tradizionale (ma non tradizionalista) nel suo stile di devozione e religiosità: messa tutte le domeniche e feste comandate, rosario, “un cattolico alla Giovanni XXIII” come Biden stesso si è definito. Al contrario di tutti i predecessori che si sono candidati alla presidenza e del suo predecessore cattolico alla Casa Bianca, JFK, non ha mai nascosto né tenuto privato il proprio cattolicesimo. Ha vinto anche per questo».


Sembra difficile negli USA parlare di “cattolicesimo” al singolare. Una spaccatura, come ben spiega nel libro, acuitasi dagli anni Ottanta del secolo scorso, e ancora fortissima nel mondo cattolico. Biden saprà, nel suo ruolo, ricucire alcune delle fratture interne al mondo cattolico statunitense?
«La presidenza Biden potrà contare su alleati molto diversi dai leader cattolici che hanno sostenuto Trump, compresi vescovi e cardinali vicini a Francesco (come il nuovo cardinale di Washington, Wilton Gregory); la rete dei gesuiti da James Martin a Papa Francesco, col loro sistema dei media e le università; le suore coinvolte nel lavoro sociale come la suora anti pena di morte Helen Prejean. In generale, gli interlocutori cattolici di Biden saranno meno clericali e meno bianchi, un gruppo che riflette maggiormente il volto della chiesa americana di oggi dal punto di vista delle diversità culturali ed etniche. I segnali giunti dopo l’elezione non sono incoraggianti nel senso che i vescovi hanno mandato segnali ostili che danno l’idea di una conferenza episcopale che sente già nostalgia per Trump e per le promesse di protezione che aveva fatto in difesa dal secolarismo, l’agenda LGBT etc. Si tratta di un cattolicesimo molto diviso ideologicamente tra i due partiti, ma anche dal punto di vista delle identità etniche. Gli allineamenti all’interno del campo conservatore da un lato e progressista dall’altro sono molto più forti che le comuni radici tra cattolici o tra protestanti o tra ebrei. Per fare un esempio, si vede benissimo questo dal dialogo ecumenico in Nord America: sulle questioni sociali e morali gli interlocutori preferiti dai vescovi cattolici oggi sono i musulmani».


Su alcuni ambiti possiamo ipotizzare come si muoverà l’Amministrazione Biden? E sarà così “scontato” il riavvicinamento tra l’Amministrazione USA e il Vaticano, o ci potranno essere alcune difficoltà, ad esempio sui rapporti, come scrive nel libro, con alcuni Paesi come Cina e Russia?
«Posso dire che Biden non è stato il primo cattolico a candidarsi o ad essere eletto alla presidenza, ma è il primo a farlo elevandosi al di sopra delle profonde divisioni all’interno della Chiesa cattolica americana nella quale l’appello alle questioni etiche e morali da parte repubblicana è diventato un puro esercizio retorico.
Ci sono due diverse visioni in gioco, con Donald Trump da una parte e Papa Francesco e Joe Biden dall’altra, ma le somiglianze tra gli ultimi due non dovrebbero essere scambiate per visioni identiche. Ci sarà una certa convergenza sulle questioni ambientali, su immigrazione e rifugiati, su un approccio multilaterale alle questioni internazionali (come Iran e le due Coree). Su altre questioni – Cina, Russia, Medio Oriente, e specialmente sull’America Latina – col tempo emergerà una differenza di visioni di lungo periodo».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 gennaio 2021

https://www.lavocediferrara.it/

(foto Vatican News)

“Il covid? Colpa degli ebrei” L’antisemitismo nell’epoca della pandemia

18 Gen

Indagine nella quotidianità dell’odio contro gli ebrei, fra web, tv e carta stampata. Dal Brasile all’Iran, dalla Turchia agli USA, suprematismo bianco, antisionismo di sinistra e islam si intrecciano in una spirale di disprezzo e violenza tanto arcaica quanto contemporanea. A rimetterci sono sempre loro, colpevoli di tutto. Anche di esistere

di Andrea Musacci

In un libro scritto nel 2018, Deborah E. Lipstadt, storica della Shoah, riflette: «Al cuore di tutte le teorie del complotto c’è l’idea di una congrega segreta di potenti, un’élite demoniaca che controlla elementi cruciali di una determinata società. I teorici del complotto si affidano a un ragionamento tortuoso: proprio il fatto che non si possa identificare con precisione i cospiratori “prova” l’esistenza del complotto» (“Antisemitismo. Una storia di oggi e di domani”, Luiss University Press, gennaio 2020).
Il libro non poteva certo immaginare l’arrivo del Coronavirus, ma in quella citazione l’autrice intuisce cosa la pandemia avrebbe portato nell’odio millenario contro gli ebrei in quanto tali. Quale occasione migliore, infatti, per folle sparse in ogni angolo del globo per marchiare ancora una volta gli ebrei come responsabili e approfittatori della nuova “peste”.

Gli ebrei untori: dai territori palestinesi agli USA (passando per la Germania)
La storia non è certo nuova a complotti di questo tipo: negli anni della peste nera in Europa (1347-1351) le accuse contro gli ebrei di essere gli untori causarono pogrom che portarono alla distruzione di 200 comunità ebraiche in tutta Europa. Gli ebrei vennero accusati di avvelenare pozzi e fontane, così da permettere la diffusione della “morte nera”. Qualche secolo più tardi, solo per fare qualche esempio, nel 1719 a Udine un proclama reiterava il divieto del 1556: agli ebrei, accusati dell’introduzione della peste in città, fu proibito di abitarvi e di condurre attività di prestito, pena sanzioni pecuniarie e il sequestro dei beni, compresi i depositi presso il Monte di pietà. Le cronache del 1556 riferiscono che il contagio fu introdotto a Udine da masserizie infette trasportate da ebrei della città che si erano recati a Capodistria. Questi deliri furono riproposti dalla propaganda nazista nel 1941 quando si diffuse la voce che gli ebrei polacchi fossero colpevoli della diffusione del tifo.
Ma veniamo ai giorni nostri. Sull’edizione italiana di “Pars Today”, sito di notizie di proprietà del feroce regime iraniano, un articolo del 12 marzo 2020 accusa Israele di usare il virus per uccidere i prigionieri palestinesi: «Israele ha inviato un medico malato tra i prigionieri palestinesi della prigione di Ashkelon in modo da contagiarli tutti con il coronavirus», spiega il delirante articolo. «Dopo il contagio dei prigionieri palestinesi con il coronavirus, le autorità carcerarie israeliane si sono rifiutate di fornire qualsiasi tipo di assistenza medica lasciando morire i carcerati». Naturalmente tutto falso: il medico seppe solo dopo la visita di essere positivo al Coronavirus e nessuno mai provò che avesse contagiato altre persone.
Carlos Latuff è un fumettista brasiliano osannato nell’area della sinistra antisionista. Nel 2006 ha partecipato (vincendo il secondo premio) all’International Holocaust Cartoon Contest, concorso negazionista promosso per la prima volta nel 2014 dal quotidiano iraniano Hamshahri. L’estate scorsa ha realizzato una vignetta in cui si vede un soldato israeliano che, dopo aver demolito un presunto “Covid-19 testing centre” a Hebron in Cisgiordania, sorride vittorioso all’ormai noto simbolo del Coronavirus con sembianze umane. Alcuni funzionari del ministero della Salute dell’Autorità Palestinese hanno dichiarato al Jerusalem Post di non essere a conoscenza dei piani per costruire un “Covid-19 testing centre” a Hebron. Si è poi scoperto, infatti, che l’edificio costruito illegalmente sarebbe dovuto diventare la sede di una concessionaria di auto.
Spostandoci in Europa, ad Amburgo in Germania, il 7 aprile nei vagoni della metropolitana sono stati scoperti alcuni adesivi rappresentanti la stella di David che i nazisti applicarono agli indumenti degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. L’adesivo ha al centro il simbolo che indica “rischio biologico” e due scritte – “infetto” e “Coronavirus” -, per porre in relazione gli ebrei con la diffusione del Covid-19.
Un altro esempio, fra i tanti, della teoria degli “ebrei untori” lo peschiamo negli USA: il 12 marzo l’ex-capo del Ku Klux Klan David Duke ha twittato l’ipotesi che Donald Trump fosse rimasto contagiato, incolpando di ciò Israele e «l’elite sionista globale». I gruppi di estrema destra statunitensi, servendosi di social e altri siti web, affermano regolarmente che il loro Paese è governato da quello che definiscono ZOG (Zionist Occupied Government, “Governo d’occupazione sionista”), un gruppo internazionale di ricchi ebrei che ha come obiettivo un unico governo mondiale guidato da loro.


«Un complotto giudaico mondiale»
Gli ebrei come eterni “burattinai” che controllano le redini del mondo, cospirando di continuo a tal fine, è uno dei tropi più diffusi nella storia.
Negli ultimi mesi gli esempi si sprecano. Lo scorso 6 marzo in Turchia Fatih Erbakan, leader della formazione islamista Nuovo Partito del Benessere (Yeniden Refah Partisi) in un intervento pubblico ha affermato: «Anche se non ne abbiamo la prova certa, questo virus serve gli interessi del sionismo, che sono quelli di diminuire il numero degli esseri umani e di impedire che cresca. Il sionismo è il batterio vecchio di cinquemila anni che ha causato la sofferenza di tanta gente». Sempre in Turchia, l’ex colonnello dell’esercito, Coskun Basbug, sul canale televisivo A-Haber, di proprietà della famiglia del presidente Erdogan, ha sostenuto che gli ebrei avrebbero inventato e diffuso il Coronavirus «per modellare il mondo a loro piacimento e neutralizzare il resto della popolazione».
Sempre a marzo in Iran vari organi di stampa hanno rilanciato l’intervista rilasciata dal complottista americano James Fetzer, professore di filosofia in pensione dell’Università del Minnesota, alla catena televisiva iraniana in lingua inglese Press TV, di proprietà della Irib, la TV di Stato: «credo che quello a cui stiamo assistendo, sotto il mantello della pretesa epidemia di coronavirus, è un attacco con armi batteriologiche contro l’Iran da parte di elementi sionisti che sfruttano la situazione».
Anche in questo caso il nostro Continente si dimostra tutt’altro libero da certe nefandezze. Il report di un ente di consulenza indipendente del governo britannico ha studiato 28 popolari forum NO VAX sui social media: «molti di questi post – è scritto nel report – suggeriscono che gli ebrei abbiano creato il coronavirus e che stiano tramando dietro le quinte per destabilizzare banche e Paesi attraverso la diffusione del virus».
In Spagna il 14 marzo sul sito di estrema sinistra “Kaosenlared”, vicino agli indipendentisti baschi, è uscito un articolo secondo il quale «il coronavirus è uno strumento per la Terza Guerra Mondiale rilasciato dall’imperialismo yankee sionista. L’elite anglosassone capitalista e sionista, nemica di tutta l’umanità, ha compiuto un ulteriore passo nella sua offensiva criminale e genocida».
Nella vicina Francia, Alain Mondino, capogruppo del partito RN (successore del Front National) nel comune di Villepinte vicino Parigi, ha postato sul social network russo VK un video secondo cui il virus è stato creato dagli ebrei «per imporre la loro supremazia».

Le tesi antisemite sul vaccino anti Covid
In queste settimane grande diffusione su ogni media ha avuto la notizia – poi rivelatasi una fake news – secondo cui Israele stia negando ai palestinesi la distribuzione del vaccino anti Covid-19. Una forma aggiornata, insomma, dell’“ebreo untore” che ora, al contrario, non contagerebbe il resto del mondo ma impedirebbe agli altri di curarsi. Sul Jerusalem Post, a inizio gennaio è stato il giornalista arabo israeliano Khaled Abu Toameh a ristabilire la verità dei fatti: «i palestinesi non si chiedono che Israele venda loro, o acquisti per loro, il vaccino da qualsiasi paese. I palestinesi affermano che riceveranno presto quasi quattro milioni di vaccini di fabbricazione russa. L’Autorità Palestinese dice che, con l’aiuto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è riuscita ad assicurarsi il vaccino da altre fonti». L’Autorità Palestinese, infatti, come altri Paesi mediorientali vicini, a febbraio inizierà a ricevere dosi di vaccini Sputnik V e AstraZeneca. Inoltre, gli Accordi di Oslo del ’93 tra israeliani e palestinesi stabiliscono che l’Autorità Palestinese è responsabile dell’assistenza sanitaria per i palestinesi in Giudea, Samaria e striscia di Gaza, comprese le vaccinazioni. Da allora l’Autorità Palestinese tutela gelosamente questa sua prerogativa.
Come scrive Uri Pilichowski sul Times of Israel del 4 gennaio scorso, «gli accusatori di Israele (…) esigono che Israele dia massima autonomia ai palestinesi e allo stesso tempo pretendono che Israele garantisca ai palestinesi tutto ciò che garantisce ai propri cittadini. È un’argomentazione che ignora i fatti. I fatti sono che i palestinesi hanno voluto l’autonomia anche per quanto riguarda l’assistenza sanitaria della propria gente».
II 16 marzo scorso un profilo Twitter legato alla statunitense “Nation Of Islam”, il gruppo islamico afroamericano suprematista e antisemita di cui fece parte Malcolm X, ha insinuato che il virus sia stato creato da Israele come arma biologica. Diversi mesi dopo, il 27 dicembre, Ishmael Muhammad, Assistente nazionale del leader della “Nation of Islam” Louis Farrakhan, ha messo in guardia i neri contro i vaccini per il Covid-19 durante una recente serie di conferenze intitolate “American Wicked Plan” (“Il piano perverso dell’America”). Citando Farrakhan, Muhammad ha detto: «Negli anni Sessanta (…) Elijah Mohammed (che guidò la “Nation of Islam” prima di Farrakhan, ndr) consigliò ai suoi seguaci di non assumere il vaccino per la polio». Farrakhan – ha aggiunto Muhammad – aveva scoperto che esistono due tipi di vaccini per l’influenza, uno che contiene il mercurio e altri additivi e un altro, privo di queste sostanze, «per gli ebrei e per coloro che sono al corrente degli additivi chimici presenti in questi vaccini».
Sempre a marzo 2020 un anonimo lettore ha recapitato al quotidiano “Libero” un messaggio dove spiegava che il coronavirus è stato diffuso dal Mossad, i servizi segreti israeliani, in modo che gli israeliani stessi potessero poi produrre «un vaccino che, essendo ebrei, venderanno al miglior offerente».

«Gli ebrei? Non sono cittadini»: pensieri dall’Italia di oggi
A breve ricorrerà il Giorno della Memoria per commemorare le vittime dell’Olocausto. Furono 6.806 gli ebrei italiani deportati nei campi di sterminio nazisti, dai quali ne sono ritornati soltanto 837. Sono stati 322, invece, gli ebrei italiani arrestati e uccisi nel nostro Paese tra il 1943 e il 1945. Dei 6.806 sopracitati, 1.023 furono le vittime del rastrellamento del ghetto di Roma, deportate direttamente al campo di sterminio di Auschwitz. Soltanto 16 di loro sopravvissero.
Il 21 febbraio del 2020 Sergio Mattarella si è recato alla Sinagoga di Roma per incontrare la Comunità ebraica della capitale, la più antica di Europa, che ancora oggi conta 13mila membri, oltre un terzo di quelli in tutta Italia. Sempre Deborah E. Lipstadt nel sopracitato libro spiega come «l’antisemitismo non è semplicemente l’odio per qualcosa di “straniero”, ma l’odio per un male perpetuo che agisce nel mondo. Gli ebrei non sono un nemico, ma il nemico per eccellenza».
Come darle torto. Passato e presente si fondono in un unico turbine di disprezzo e violenza. “Dalla vostra parte” è un gruppo Facebook di “discussione politica” (si fa per dire) seguito da 33.400 persone. Alcuni dei 120 commenti di risposta al post sulla visita di Mattarella alla Sinagoga romana recitano così: «Per Mattarella [gli ebrei] sono i veri romani. Contenti loro…», scrive ad esempio Massimo L. . «A Mattarella interessano tutti tranne noi italiani», è il pensiero di Manuela C. .
Persone normali che, nel 2020, un secolo dopo le squadracce fasciste, credono, esternandolo senza problemi, che gli ebrei non siano cittadini italiani, e che quindi non abbiano gli stessi diritti degli altri.
Ancora un esempio del “quotidiano” e diffuso odio antisemita. Novembre 2019: nello stesso gruppo Facebook, sotto un post denigratorio nei confronti di Liliana Segre, rivolgendosi a lei, Leonardo R. commenta: «Purtroppo 80 anni fa qualcuno non ha fatto bene il suo mestiere, è per questo che la finanza mondiale, della quale la tua gente è a capo, sta strangolando il mondo».
Continue dimostrazioni di come purtroppo storia e presente siano uniti in un’unica terribile ossessione antiebraica.
Buon Giorno della Memoria, allora. Ce n’è davvero bisogno.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 gennaio 2021

https://www.lavocediferrara.it/

Una “pace non equivoca”: riflessioni di padre Balducci sul Natale

14 Dic

Si intitola “La nostra infanzia e altre omelie sul Natale (1955-1976)” il volume da poco uscito

di Andrea Musacci

«Il tempo che ci trascina sempre insinua dentro di noi il bacillo della vecchiaia, sempre corrode le nostre cose più pure: e noi abbiamo bisogno dell’intatto, dell’immacolato, del trasparente. I nostri affetti non sono mai trasparenti, una ruggine profonda e mordace» li spezza. «E noi lo sentiamo e ci ribelliamo, vorremmo appunto quell’età inconsapevole in cui la bellezza è senza tempo e in cui la previsione del futuro non viene a viziare la gioia del presente».
Padre Ernesto Balducci tra le molte grazie aveva quella di riuscire a esprimere con rara e poetica densità la fede nel suo crudo splendore. Un patrimonio ricco quello che ci ha lasciato il sacerdote dell’Ordine degli Scolopi scomparso nel 1992, che vede un ultimo tassello nel libro “La nostra infanzia e altre omelie sul Natale (1955-1976)”, uscito a novembre per San Paolo Edizioni. Di Balducci, coscienza lucida per la Chiesa e per il mondo, sono raccolte nove riflessioni degli anni ’50 e ’70, specchio, anche, dei mutamenti profondi avvenuti nelle società occidentali e, in maniera radicale, nel popolo della Chiesa. Nelle sue analisi, tormentate e appassionate, c’è sempre, però, il tentativo di cogliere quella radice di male sempre più manifesta ma ben piantata nel profondo dell’umano.

Natale: «ornamento» o compimento?
Per questo – è il suo pensiero – va riscoperto il senso del Natale al di là delle nostre meschinità: «Chi sente la pena, il mistero dell’esistere immersi in un peccato che è nostro e non è nostro», sono parole di Balducci, «chi sente la propria bassezza morale, il bisogno di un candore intangibile (…). Solo chi riduce il proprio spirito a queste attese verginali (…) può capire la bellezza di quest’ora [del Natale], il mistero che in questo momento ci inonda e strappa alla Chiesa le grida che mai finiranno, le grida della sua gioia». Ognuno ha dunque bisogno di riscoprire quell’umiltà «che non si muove a partire dai piedistalli delle conquiste del passato ma che ha la passione del cominciamento, dell’inizio, per riprendere il filo dell’esistenza nel suo bandolo originario».
E invece, senza che ormai siamo più in grado di accorgercene, viviamo in un falso Natale costruito secondo tutt’altri calcoli, quelli del piacere e del consumo. Il mistero del Natale è diventato oggi, dice ancora Balducci, «ornamento» dei nostri calendari: «così anche Gesù Cristo è diventato innocuo: Egli appartiene alla chincaglieria del mondo esistente». E ancora: «È veramente un motivo di tristezza il pensare che per molti questa gioia che è capace, rintracciata alla sorgente, di dissetare ogni sete, si riduce semplicemente allo scintillare dello stoviglie, a un po’ di fragranza familiare, e non sia quel che è: cioè l’improvviso colmarsi di tutte le umane attese, la dissipazione totale delle tenebre».

«Dio si manifesta contestato e ripudiato»
Eppure i vacui riti a cui ci condanniamo sono così distanti da quel Dio che ci pare «assurdo» se inglobato nelle nostre logiche. Un Dio che ci scomoda, ci spiazza.
«Dio si presenta sì in forma umana, attraverso l’umano – sono parole di Balducci -, ma non attraverso ciò che l’umano ha – per così dire – sistemato, organizzato, stabilito secondo la sua scala di valori. Non per nulla Dio si è manifestato a noi come un bambino, figlio di pellegrini scacciati dalla città». Gesù è «nato e morto come un escluso, fuori dalla città» ed è «vissuto sempre preferibilmente tra gli esclusi».
Interessante questa apparente contraddizione di un Dio che è il lontano, l’escluso, colui che sta al di fuori, e al tempo stesso che è Colui che «venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Siamo noi che, resi coscienti di questa incredibile novità, dobbiamo scegliere se continuare a vivere, e dunque anche a festeggiare il Natale, come prima, come sempre, oppure abbandonare le nostre sistemazioni, riscoprire quella «freschezza» mattutina: «se mi accorgo che la mia vita è tranquilla quando sto fra gente sistemata e serena, che il mio cristianesimo si appaga dell’assemblea di gente onesta e perbene (come siete voi, e come sono io pubblicamente), io sono rovinato: ho paura di essere nel numero degli scribi». Il Natale, invece – affonda ancora una volta il coltello nella piaga Balducci – «è un “no” di Dio al mondo degli uomini, al mondo costruito secondo le regole degli uomini. È un “no” perenne. È una contestazione definitiva» capace di portare nel nostro cuore una «pace non equivoca», non vile né superficiale ma pura e profonda.
Spetta dunque a ognuno riscoprire un «occhio semplice», «un’infanzia che abbiamo soffocato nel peccato e nella sapienza tortuosa e sofisticata». Sta a ognuno non prescindere dalla «luce di Dio» che «riconsacra le cose», che «entra nel tempo», «germoglia e porta con sé verso la sua fioritura definitiva tutte le nostre passioni, le nostre sofferenze e le nostre gioie».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 dicembre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

Il cammino della nostra fede: dal desiderio alla Luce di Cristo

7 Dic
“Adorazione dei Magi”, Gaetano Previati, 1896, olio su tela, cm 98 x 198. Milano, Pinacoteca di Brera

“La stella, il cammino, il bambino. Il Natale del viandante” di Luigi Maria Epicoco: nell’ultima fatica del sacerdote il viaggio in profondità nella fede, partendo dai tre Magi e dai loro doni: “nel profondo di noi stessi non c’è il vuoto, non c’è la solitudine radicale, c’è Qualcuno, c’è oro puro, c’è la Presenza di Cristo stesso”

di Andrea Musacci
La fede come attesa e cammino, viaggio e contemplazione. Poli tra loro apparentemente contraddittori ma che dicono di uno stesso profondo movimento interiore.
È da poco uscita l’ultima fatica di Luigi Maria Epicoco, “La stella, il cammino, il bambino. Il Natale del viandante” (San Paolo Edizioni, 2020, pagg. 176, € 15,00). Il sacerdote, noto e apprezzato teologo e scrittore della Diocesi dell’Aquila, offre in vista del Santo Natale un saggio di facile lettura ma denso di riflessioni sull’essenza della nostra fede cristiana.
Punti fermi della sua riflessione, i tre Magi – Gaspare, Melchiorre e Baldassarre – e i doni che portano a Gesù bambino, oro, incenso e mirra.
Il percorso di Epicoco prende avvio con gesti che denotano un movimento: «alzare lo sguardo», «non siamo nati fermi». Sono i gesti di un’inquietudine, di una domanda, di una ricerca mossa da un desiderio, da ciò che ci fa essere vivi, umani.
Le stelle – da qui l’etimologia del desiderio, de-sidus – sono ciò che ci orientano, che ci “obbligano” ad alzare lo sguardo per coordinarci nel cammino della nostra vita. Tenendo troppo a lungo lo sguardo basso, rischiamo di perdere la misura delle cose, il loro senso. Le assolutizziamo, finendo, specularmente, per svuotarle di senso.
Ma per saper alzare lo sguardo – per guardare nella profondità delle cose – bisogna reimparare il silenzio: «il silenzio è pericoloso» perché «è la soglia vera del cuore», scrive Epicoco. «Il silenzio inizia con il riconoscimento di un anelito dentro di noi. C’è in noi un bisogno di approdo». Un silenzio e una preghiera vere, perciò, che non significhino chiusura del nostro cuore nei confronti degli altri, della realtà, ma apertura.
Un’immersione in quel mistero che è la nostra anima, non certo facile, per nulla scontata: «Varcata la soglia dell’interiorità – continua -, la prima impressione è quella di un buio pesto. Non si vede e non si comprende quasi nulla. Eppure, si avverte in quel buio una presenza, e la si avverte perché proprio in quel buio ci raggiunge una Parola».
Compiamo, seppur a fatica, un cammino, uno sforzo di uscita e, al tempo stesso, di ingresso dentro noi stessi: «i viaggi ci modificano, ci plasmano, anzi forse la cosa più giusta da dire è che i viaggi ci rivelano, tirano fuori da noi cose e parti che non pensavamo nemmeno di avere». Da qui l’importanza di non concentrarsi solo sulle mete, sugli obiettivi che ci poniamo, per non diventare ciechi, cinici, per non rimanere con la testa bassa. Al contrario, centrale è la riscoperta dell’attesa, della contemplazione, del saper guardare. Senza la brama di divorare, di arrivare a tutti i costi, di sentirci arrivati. E così, con questo atteggiamento, durante il nostro viaggio, potremmo anche scoprire che le mete che ci eravamo prefissate in realtà erano miraggi.
Ma per compiere questo peregrinare, bisogna saper attendere e affidarsi. Come un bambino: «c’è un bambino dentro ciascuno di noi», scrive Epicoco. «È quella parte di noi che non deve mai smettere di avere fiducia nella vita stessa, nell’attesa di ciò che sta per accaderci». E l’accadere ha il corpo e il volto del Cristo, di Colui che è venuto al mondo per riempire il vuoto che sentiamo dentro di noi «in maniera indefinita ma radicale». Una sensazione di buio e di solitudine. Di abbandono. «Ma nel profondo di noi stessi non c’è il vuoto, non c’è questa solitudine radicale, c’è Qualcuno, c’è oro puro, c’è la Presenza di Cristo stesso». E per comprenderla, molto spesso dobbiamo sperimentare la sofferenza, la Croce, rappresentata anche dalla mirra: «è la sofferenza che ci riduce all’osso, cioè ci riconduce all’essenziale», ci fa capire ciò che conta davvero nella vita, e cosa invece pensavamo lo fosse ma non lo è.
Se il cammino verso Dio è contemplazione, abbandono e attesa, la preghiera – rappresentata dall’incenso – è la via: «la radice della preghiera è il desiderio», scrive Epicoco, e pregare significa «trovarsi soli, faccia a faccia davanti al Signore». E quando sei da solo devi «fare i conti con te stesso». Dovremmo quindi «lasciare che la preghiera diventi dentro di noi fiducia, fiducia in Lui, e quindi fiducia nella vita e in noi stessi. Lasciare che tutto questo possa reinsegnarci da capo cosa significa imparare a desiderare», cioè «ritornare ad essere umani fino in fondo».
Così, partiti dal movimento del desiderio, il cerchio si chiude, il cammino della contemplazione e dell’incontro è chiaramente attesa, «attesa matura»: è il senso del Natale, dunque, «festa di immensa speranza, perché ci fa attendere a occhi spalancati l’arrivo di quell’“imprevisto” che cambia il finale di una partita quasi persa».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 dicembre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

Il mistero del manoscritto ritrovato: era di un monaco ferrarese?

7 Dic

L’avvincente storia dietro il libro “Abbi a cuore il Signore”, nato dall’iniziativa di mons. Daniele Libanori. Il volume raccoglie carte antiche, forse del XVII secolo, con meditazioni sulla fede, molto probabilmente scritte da un monaco dell’ex monastero cistercense ferrarese di San Bartolo

A cura di Andrea Musacci
Prendete un monaco del nostro territorio, vissuto nel XVII secolo e dall’identità ignota, un mercatino dell’antiquariato in piazza a Ferrara e un antico fascicolo a lungo trascurato.
Questa che assomiglia alla trama di un romanzo di Umberto Eco o di un film di Roman Polanski, in realtà è l’antefatto della nuova pubblicazione dal titolo “Abbi a cuore il Signore”, che vede come autore appunto un misterioso “Maestro di San Bartolo” e l’introduzione di mons. Daniele Libanori, ferrarese Vescovo Ausiliare di Roma. Il volume edito da San Paolo (Collana “Dimensioni dello spirito”, pagg. 320, novembre 2020) è la trascrizione di alcune carte casualmente ritrovate in un mercatino in piazza Savonarola a Ferrara a fine anni ’90, quindi oltre vent’anni fa, da un ferrarese appassionato di storia, da lui stesso trascritte con una vecchia Olivetti e quindi arrivate – nella trascrizione – sulla scrivania di mons. Libanori e lì rimaste per due decadi fino a quando un giovane ricercatore le ha lette e ha convinto il sacerdote ferrarese a pubblicarle.
«Figlio a me caro nel Signore, ho pensato di mettere per iscritto alcuni punti che possano servirti per il tuo progresso spirituale, così come aiutarono il mio»: inizia così il libro con meditazioni di spiritualità cristiana probabilmente redatte da un monaco vissuto nel XVII secolo del monastero cistercense ferrarese di San Bartolo, nella zona sud-est subito fuori Ferrara, vicino ad Aguscello.
Nell’introduzione del libro mons. Libanori cita per intero la lettera che questo suo anonimo conoscente gli aveva allegato alla trascrizione dell’antico fascicolo: i fogli, spiega nella lettera indirizzata a Libanori, «sono la trascrizione di un testo che tenevo da tempo presso di me, da quando cioè lo comprai a pochi soldi su una di quelle bancarelle che si trovano ai mercati ambulanti dell’antiquariato che vanno da una città all’altra. Passando per la piazzetta Savonarola – ormai a Ferrara torno solo di rado -, era una domenica, fui attirato da un banco su cui stavano alla rinfusa libri vecchi e faldoni sconnessi. (…)». A catturare la sua attenzione è in particolare un fascicolo «piuttosto corposo, che un tempo doveva essere stato legato a un quaderno: fogli piegati in due sui quali la scrittura era stesa con un inchiostro acido, che in molti punti aveva corroso la carta. A mio parere, stando alla grafia – minuta, regolare come quella di una copista – e alle abbreviazioni, doveva trattarsi di un manoscritto del Seicento, in un latino ecclesiastico di facile comprensione». Nella parte alta di una delle pagine del fascicolo, si legge: “…(lacuna) ex mon. S.ti Bartol.”. «La scritta era posta in mezzo alla carta, scritta soltanto sul retto e i margini consunti confermavano l’ipotesi che fosse la prima d’un fascicolo. Pensai che doveva trattarsi di carte d’archivio, probabilmente frutto di antiche spoliazioni, riemerse su quella bancarella da chissà quale fondo. (…) Pensando che potessero provenire dal soppresso Monastero cistercense di S. Bartolo, poco lontano dalla città, comprai quello che trovai. A casa rividi un po’ meglio quel materiale, confermandomi nell’idea che doveva trattarsi di appunti di qualche monaco, il quale deve avere avuto sotto mano carte più antiche e senza un ordine preciso».
Il monaco che ha raccolto i testi del “Maestro” confratello – prosegue la lettera pubblicata da mons. Libanori – «deve essere stato uno che aveva messo insieme quel materiale per suo uso personale. Queste carte sarebbero dunque la trascrizione di tutto o di parte di varie esortazioni, forse a discepoli diversi (data la ricorrenza dei temi), che egli aveva ripreso da qualcuno a noi rimasto ignoto che abbiamo voluto chiamare “Maestro di S. Bartolo”; altri testi, più lunghi, sono sviluppati invece come delle meditazioni o appunti per la predicazione».

Cinema e letteratura: analogie

È proprio a fine anni ’90 – nel 1999 – che nei cinema esce “La nona porta” di Roman Polanski, con Johnny Depp ed Emmanuelle Seigner. Nel film, Boris Balkan, interpretato da Frank Langella, un editore e bibliofilo newyorkese, commissiona a Dean Corso (Depp), esperto di libri antichi, un’indagine su un antico testo esoterico presente nella propria collezione privata, “Le nove porte del Regno delle Ombre,” scritto e stampato nel 1666 da Aristide Torchia, un non meglio definito esoterista veneziano, processato e giustiziato sul rogo dalla Santa Inquisizione. Balkan è in possesso di uno dei tre soli esemplari superstiti, ma è anche convinto che solo uno dei tre sia autentico.
Nel 1980 Bompiani dà alle stampe quello che diventerà un autentico best seller: “Il nome della rosa” di Umberto Eco. Nel prologo, quest’ultimo racconta di aver letto durante un soggiorno all’estero il manoscritto di un monaco benedettino riguardante una misteriosa vicenda svoltasi in età medievale in un’abbazia sulle Alpi piemontesi.

Il complesso abbaziale di San Bartolo

Il complesso abbaziale cistercense di San Bartolomeo, più conosciuto come San Bartolo, era situato nell’antico Borgo della Misericordia posto a sud-est della città, nell’antica isola di San Giorgio, e per antichità secondo solamente a San Giorgio dei Benedettini, ora degli Olivetani.
Secondo quanto tramandato da un altro Libanori, l’Abate Cistercense e storico Antonio Libanori, nel XVII secolo, la prima pietra fu fatta porre nell’854 dalla contessa Ada, moglie di Ottone I d’Este, in onore dell’Apostolo Bartolomeo per grazia ricevuta. Il figlio Marino infatti, nel giorno dedicato a quel santo, mentre difendeva Comacchio dai veneziani, scampò miracolosamente all’incendio e alla rappresaglia per vendicare la morte di Badoardo, fratello del Doge.
Cinque sacerdoti, appartenenti a famiglie nobili ferraresi e canonici di San Giorgio, fra i quali Sabino Gruamonti, Ursone Giocoli e Ursone Leuti, fondarono e dotarono dei loro beni patrimoniali il primo nucleo abbaziale col consenso del vescovo di Ferrara Viatore. Il privilegio venne conferito da Ludovico II, nipote di Carlo Magno a Ravenna nell’869 mentre i cinque monaci vestivano l’abito dei Cluniacensi e Sabino ne diveniva il primo Abate.
Da San Bartolo uscirono illustri personaggi quali: Gottifredo, figlio di Azzone d’Este, che ne fu Abate nel X secolo, Filippo Fontana che fu Vescovo di Ferrara nel XIII secolo. L’Abbazia di San Bartolo era quindi divenuta tanto importante da essere posta in Collazione Apostolica nel 1391 e innalzata a Commenda della Santa Croce di Gerusalemme nel 1484. Il suo Abate, addirittura, doveva già aver ottenuto la dignità cardinalizia.
Nella chiesa abbaziale restaurata nella metà del ‘700 dall’Abate Muzzi, vi erano preziosi affreschi nel presbiterio, nelle cinque lunette absidali e nel protiro, realizzati tra il 1260 e il 1294 da un artista noto come “Maestro di San Bartolo” (da non confondersi con il presunto autore del volume “Abbi a cuore il Signore”), restaurati nel 1955 e oggi conservati presso la Pinacoteca Nazionale di Palazzo dei Diamanti. Vi erano, inoltre, tavole e quadri di Camillo Filippi, Benvenuto Tisi da Garofalo, Annibale Carracci, Sigismondo Scarsella padre dello “Scarsellino”, Giovanni Francesco Lai, Filippo Porri, Cesare Mezzogori, Girolamo Gregori, Francesco Naselli, Lodovico Mazzolini, del Molina e del Rosati. Si pensa fossero conservate anche importanti reliquie, fra le quali una mano dell’Apostolo Bartolomeo e alcune ossa di S. Quirino e S. Maria Maddalena.
Successivamente, arrivò l’occupazione napoleonica con la confisca di tutti i beni ecclesiastici e la loro vendita all’asta a fine del XVIII secolo.
Il 18 aprile 1904 l’intera area di San Bartolo viene trasformata in una colonia agricola del manicomio cittadino di via Ghiara, come esempio di ergoterapia. Ancora oggi l’edificio di proprietà dell’AUSL Ferrara ospita la Residenza Psichiatrica “Il Convento”: al suo interno vengono forniti trattamenti riabilitativi prolungati (6 – 36 mesi) a pazienti affetti da disturbi psichiatrici gravi e persistenti in fase sub-acuta e/o cronica con l’obiettivo di contrastare la disabilità e favorire l’integrazione. La struttura può accogliere fino a un massimo di 30 ospiti. Un modo di dire dei ferraresi è “A vagh a finìr a san Bartul”.
Infine, nel marzo del 2018 dei 320 milioni di euro sbloccati per l’Emilia-Romagna dal Comitato interministeriale per la programmazione economica, 14,45 furono destinati a interventi riguardanti Ferrara e provincia.
Fra questi, all’ex chiesa di San Bartolo sono stati destinati 1,5 milioni di euro per realizzare lavori di adeguamento antisismico e di restauro all’edifico risalente al XIV secolo. A oggi non vi sono novità sui lavori.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 dicembre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

Siamo capaci di aprirci all’imprevisto?

30 Nov

Spaventati da un virus che rischia ogni giorno di invadere anche le nostre abitazioni e le nostre quotidianità, ci rifugiamo nella ragnatela di Internet o in quella del lavoro. La risposta, invece, soprattutto in questo tempo di Avvento, la possiamo trovare nella riscoperta di una capacità autentica di contemplazione

«Tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non sapersene restare tranquilli in una camera»
(Blaise Pascal, “Pensieri”, 139)

di Andrea Musacci
Da molto tempo il nostro immaginario è colonizzato dall’idea che l’imprevisto, l’avventuroso e l’impervio appartengano all’uscita fisica verso luoghi quanto più lontani, verso esotici miraggi, esperienze mirabolanti, in un perpetuo movimento che fa equivalere la stasi alla morte.
Le limitazioni legate all’attuale emergenza sanitaria ci possono spronare a mettere in discussione questo assioma.


La casa invasa dal virus e dalla paura
Innanzitutto, sottolineiamo una differenza degli ultimi mesi rispetto al lockdown di marzo-maggio: l’intimo, il domestico, il privato hanno perso in sicurezza, i loro confini si sono fatti ancor più labili rispetto all’esterno. La chiusura è meno netta nelle zone non dichiarate rosse, e per questo le case sono, inevitabilmente, più permeabili al virus. Negli ultimi mesi, dunque, la geografia del dentro e del fuori si è fatta sempre più confusa. La casa non è più sicura. Ma lo è mai stata davvero del tutto?
In ultima analisi è un’illusione quella del confine invalicabile tra il sicuro e il non-sicuro, discrimine immaginario quanto quello fra il prevedibile e l’imprevedibile, fra controllo e caos. Dove trovare un’abitazione che ci faccia del tutto sentire “a casa”? Dove trovare un abito che ci calzi perfettamente, senza fastidi, incertezze, spaesamenti o timori di incespicare?
Spaesati e incerti nello spazio immaginato come regno del confortevole e del familiare, non abbiamo calcolato il perturbante che ci assale, che ci prende alle spalle, spesso all’improvviso e in maniera violenta.


La casa invasa dal lavoro
La casa può diventare anche rifugio estremo – come accade in questa pandemia -, prigione intima, addirittura luogo di lavoro, pervaso e invaso – attraverso la Rete che assomiglia sempre più a una ragnatela – dalla produzione, dal dovere di produrre, dall’efficienza. Un corto circuito le cui assurde conseguenze abbiamo già visto nei mesi scorsi e vedremo sempre più nei prossimi anni. Di sicuro sarà qualcosa che vivremo fin quando anche quel “nido” che è la casa sarà invasa da tempi, ritmi e modi di essere e di muoversi funzionali a quello che, prima dell’era dei dispositivi digitali, chiudevamo, quanto possibile, fuori dalla casa stessa.


Conseguenza? Siamo stranieri a casa nostra
Non eravamo abituati a dover fronteggiare un nemico, perlopiù così subdolo, proprio nel luogo dove ci disarmiamo, dove abbassiamo la guardia. Costretti a una “quarantena” domestica spesso ci sentiamo spiazzati, fuori luogo, imbarazzati nei nostri stessi spazi che altri/altro ci costringono a vivere. Luoghi che diventano spazi non più nostri, di cui non riusciamo più a essere abitanti fedeli, che non ci rappresentano. Gabbie che forse diventano tali perché abbiamo dimenticato come si possano vivere davvero come case e non come ameni luoghi di passaggio.
Spazi “vuoti”, insomma, pieni solo di tedio, che, come detto, cerchiamo di riempire col lavoro, con ogni input possibile che possa arrivarci tramite i dispositivi digitali. Un modo anche per esorcizzare quel perturbante che incombe, ma che, in realtà, mai dovrebbe essere rimosso dalla nostra coscienza, ma affrontato, sublimato.

Quale risposta? Profondità o chiusura
C’è chi ha il lusso di poter vivere, in totale intimità e spontaneità, la propria casa, chi invece in un momentaneo appartamento, magari da condividere con altri. In ogni caso, il potersi raccogliere – agevolato, anzi quasi invitato, dall’inverno incalzante – evoca in noi, giorno dopo giorno, il ripiegarci: un atto – più simbolico che fisico – che sta a noi tramutare in profondità (in preghiera, in spazio di contemplazione) oppure in chiusura – un rifugio, una fortezza, un’illusione dunque -, senza speranze da sperare o immaginazione da liberare.
«C’è solo la strada su cui puoi contare / La strada è l’unica salvezza», cantava Gaber e quanto ci sembrano assurde le sue parole nelle vie svuotate dalle ordinanze, dalla paura e dallo sconforto montanti. Per non arenarci in sterili lamentazioni sull’immobilità forzata, ripartiamo allora dal paradosso radicale per cui ciò che non potrà mai proteggerci del tutto – la casa – può, dall’altra parte, definire la nostra identità (seppur non granitica), evocare infinite memorie, aiutare il sogno a fluire liberamente. Non una fuga né un fortino, ma una riscoperta della densità dei nostri spazi, un’intensificazione (come dev’essere) della propria vita attraverso un’apertura a un Oltre dal quale lasciarci spiazzare. A un imprevisto che ci trascenda.
Un’avventura radicalmente diversa da come l’abbiamo sempre immaginata.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 dicembre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

Essere fecondi, non produttori di morte

16 Nov

Teresa Bartolomei e Silvano Petrosino hanno riflettuto sul tema “Terra nostra? La casa dell’umano e l’ecocidio imminente”. L’incontro si è svolto on line il 12 novembre in occasione di Book City Milano: “passiamo da un’etica del successo a una della cura” per realizzare davvero l’abitare come “convivenza e accoglienza”

L’essere umano è chiamato a «coltivare e custodire» il pianeta dove abita, ma al tempo stesso è responsabile di gravi atti di ecocidio.
Su questa contraddizione, che chiama in causa la teologia e l’antropologia, giovedì 12 novembre hanno discusso Teresa Bartolomei, teologa dell’Università Cattolica di Lisbona, autrice del libro ”Dove abita la luce?” e Silvano Petrosino (in grande nell’immagine con Bartolomei e Monda), docente di Antropologia filosofica dell’Università Cattolica e autore del libro “Dove abita l’infinito: trascendenza, potere e giustizia?”. L’incontro è stato organizzato on line su You Tube, in occasione di Book City Milano, dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e dalla Casa editrice “Vita e Pensiero”. “Terra nostra? La casa dell’umano e l’ecocidio imminente” è il titolo assegnato al dibattito introdotto da Antonella Sciarrone Alibrandi, prorettore dell’Università Cattolica e moderato da Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano.
Per “ecocidio” – neologismo nato negli anni ’70 dopo la guerra in Vietnam – si indica la distruzione diffusa, grave e duratura dell’ecosistema a opera dell’uomo, tale da dover essere giudicata a livello internazionale. L’uomo con la sua tecnologia, quindi, ha spiegato Bartolomei, può diventare «una potenza di morte e non di vita». È stato papa Francesco con l’enciclica Laudato si’ a chiamare l’ecocidio peccato. Riguardo al Giudizio universale raccontato nella Bibbia, la relatrice ha spiegato come con esso «Dio salvi l’uomo dagli effetti gravi del male compiuto da quest’ultimo, effetti che rompono l’equilibrio universale e il patto tra Dio e uomo». Come credenti e donne e uomini di buone volontà «abbiamo questa grande responsabilità e speranza» e dunque «dobbiamo trovare insieme soluzioni condivise in modo che prevalga l’etica della cura e non della performance e dell’oggettivizzazione del creato». Come cristiani, «scopriamo chi siamo solo riportando alla luce il fatto che siamo a immagine e somiglianza di Dio. Diversamente, diventiamo produttori di morte».
È partito da Genesi 2, 15 invece Petrosino, in particolare dai verbi «coltivare» e «custodire», a suo dire esplicativi del vero senso dell’abitare: «abitare non vuol dire necessariamente dominare, possedere o distruggere ma è possibile, per l’uomo, che significhi coltivare». Detto questo, per Petrosino, richiamando Lacan, anche «il possesso e la distruzione rimandano per l’uomo alla sua ricerca di un’identità»: «il distruggere è una pulsione negativa ma comunque creazionistica». Il problema del creato rimanda quindi sempre inevitabilmente al problema del soggetto, dell’essere umano. Ma anche nella Bibbia dal giardino di Genesi si arriva poi sempre «alla città, cioè – ha proseguito il relatore – al miracolo possibile della convivenza e dell’accoglienza fra gli uomini». L’abitare è dunque «incontrare qualcuno che dica “ti voglio bene”». La terra, ha quindi concluso, «è nostra, perché siamo attori, non subiamo la vita, siamo chiamati a coltivare», ma al tempo stesso «non è nostra perché siamo in affitto, non ne siamo i proprietari» e allo stesso modo «non possediamo la verità intesa come certezza assoluta»: saper accettare questo significa «essere in pace con se stessi. Riscopriamo invece la verità come fecondità».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 novembre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

Quando l’anelito della fede si fa parola poetica

9 Nov

Il libro di Giovanna Massari edito da Faust edizioni

“I canti dell’esistenza” è il titolo del libro di esordio di Giovanna Massari, bondenese d’origine, classe ’57 residente a Ferrara. Edito per Faust Edizioni (Collana Arbolè, 58 p., prefazione dello storico Paolo Sturla Avogadri), il volume di brevi testi poetici uscito a giugno è espressione della forte sensibilità per la dimensione spirituale di questa ex dirigente d’esercizio alle Poste Centrali di Ferrara.
Senza infingimenti Massari lascia spazio al dolore, spesso usando la ricorrente immagine delle lacrime. La sua è una lucida disamina del vivere umano, a tratti anche cruda: «non siamo altro che poveri pezzi di carne», scrive. L’orrore del «mai più», «lo stillicidio inesorabile del tempo» pervadono le pagine, il senso della corruzione di ogni cosa creata le innerva, ma senza dominarle. L’ultima parola è ben altra, la vita – l’autrice sembra esserne pienamente cosciente – può conoscere l’«amore misericordioso di Dio», «la luce della vita eterna». Per questo l’invito a se stessa e a ogni lettore è «risplendi alla luce di Cristo!».
A luglio l’autrice ha inviato una copia del libro al Santo Padre. La risposta è arrivata il 10 settembre: «Sua Santità desidera manifestarLe cordiale gratitudine per il dono e per i sentimenti di filiale venerazione che hanno suggerito il premuroso gesto e, mentre assicura il Suo ricordo nella preghiera, invoca la materna intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparte la Benedizione Apostolica».
Una grande emozione che suggella la soddisfazione di veder pubblicati brani che dicono di una vita dedita alla fede, di un’interiorità capace tanto di profondo raccoglimento quanto di viva espressione delle più intime meditazioni.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 novembre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

“Comunità e riscoperta del volto: da qui dobbiamo ripartire”

19 Ott

In vista dei nuovi corsi di aggiornamento, abbiamo incontrato mons. Vittorio Serafini, Direttore Ufficio IRC, per riflettere su com’è cambiato il ruolo degli insegnanti di religione nella scuola in tempo di covid. E per capire quali forme di resilienza adottare

di Andrea Musacci


“Il coraggio di andare oltre l’umano” è il titolo scelto quest’anno dall’Ufficio diocesano per l’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) per i corsi di aggiornamento 2020/2021 rivolti agli insegnanti di religione di ogni ordine e grado scolastico.
Abbiamo incontrato il Direttore dell’Ufficio diocesano IRC mons. Vittorio Serafini, per rivolgergli alcune domande sui temi scelti per i corsi.
Abbiamo incontrato il Direttore dell’Ufficio diocesano IRC mons. Vittorio Serafini, per rivolgergli alcune domande sui temi scelti per i corsi.


In un periodo così complicato – anche nella scuola – come quello che stiamo vivendo, quale può essere il valore aggiunto degli insegnanti di religione?
Il periodo del covid-19 non è un tempo complicato, ma complicatissimo. Da sempre si sottolinea che le finalità dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane sono quelle di agevolare la ricerca di risposte di senso ai perché della vita. Il dramma mondiale del coronavirus esige delle risposte sia sul piano delle paure, sia sul piano della responsabilità nei comportamenti. L’insegnante di religione può offrire tanto di fronte alle contraddizioni del momento presente e di fronte alle incertezze che riguardano il futuro. Teniamo anche presente che nella nostra Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio i ragazzi e i giovani che si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica sono circa l’80%.


Lei è in contatto con diversi di questi insegnanti: in questo primo mese di scuola in presenza dopo il lockdown, qual è l’umore prevalente? Quali situazioni si trovano ad affrontare?
Al termine dell’anno scolastico 2019-2020, dopo il periodo del lockdown, a seguito delle lezioni non in presenza, le lamentele sono state tante e forti. Molti insegnanti si sfogavano dicendo di essere stati costretti a lavorare il doppio, a ricorrere ad una tecnologia sulla quale non erano preparati, ad avere delle risposte inferiori da parte degli alunni rispetto alle lezioni in presenza. Con i primi mesi dell’anno scolastico 2020-2021 i disagi sono stati trasferiti sul piano dell’organizzazione generale degli istituti e delle singole classi: distanziamento nelle aule e nelle parti comuni, obbligo di indossare le mascherine, controllo di tutti gli spostamenti di entrata ed uscita. Una cosa comunque è certa: la scuola è per vocazione “in presenza”. Ogni altra soluzione è solo un’agevolazione ed un rimedio.


Venendo al corso d’aggiornamento: fra i temi che verranno trattati, mi soffermerei su quello del trauma e dell’educazione alla resilienza. Ci spiega come verrà declinato?
Il nostro Arcivescovo aveva suggerito di redigere un piano triennale dove prendere in esame tutte le principali religioni monoteiste. Avevamo pensato in questo primo anno lo studio della religione ebraica. Poi con la consulta ci abbiamo ripensato. Il coronavirus è stato un dramma per tutti e quindi anche per gli studenti e gli insegnanti che si sono trovati improvvisamente davanti ad un trauma che ha sconvolto il loro modo di vivere. Attraverso il corso di aggiornamento vorremmo far riflettere sul fatto che dobbiamo continuare a sentirci comunità. Con il lockdown infatti siamo andati contro il paradigma che ci si salva se si sta insieme, se si fa gruppo, se si sta uniti. Ora per diversi mesi si è predicato che solo stando lontani ed isolati possiamo sconfiggere il covid-19. È la prima volta che questo avviene in modo così esplicito e globale nella storia dell’uomo. Sono stati impediti, infatti, tutti i gesti che per cultura abbiamo sempre compiuto: darsi la mano, abbracciarsi, entrare in contatto fisico. Come risolvere il problema? Sarà fondamentale dare importanza agli sguardi, curare l’espressività del volto, esprimere gioia o dolore attraverso la luce degli occhi. Che cosa intendiamo per resilienza della quale vorremmo parlare? È la capacità di resistere agli eventi negativi, di superare le avversità in modo attivo e creativo. La persona resiliente è quella che trasforma uno svantaggio in un vantaggio.


Un altro tema, che verrà affrontato nei corsi, sarà quello delle religioni in tempo di covid. Mi ha colpito questa frase scelta per presentarlo: “L’epilogo più grigio sarebbe quello di lasciare cadere nell’irrilevanza l’esperienza vissuta”. Lei pensa che si stia correndo questo rischio, che nella società manchi un po’ una riflessione sul senso profondo di quello che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo?
L’esperienza dolorosa del coronavirus è stata vissuta dagli uomini di ogni religione. Tutti si sono organizzati nel continuare a pregare a distanza, sentendosi ancora comunità. I cristiani sono ricorsi a funzioni religiose con dirette via internet, con bollettini parrocchiali online o con conferenze video di sacerdoti e religiosi. Anche il suono delle campane ha aiutato a sentirsi uniti nella prova. So che molti buddisti hanno intensificato e rafforzato quegli esercizi della mente che aiutano a mantenersi tranquilli. In televisione si sono visti gli induisti pregare e meditare davanti ai loro piccoli templi domestici con le statue delle loro divinità. I musulmani, nella sofferenza per il fatto che la comunità non poteva riunirsi assieme per pregare, si sono rifugiati nella preghiera domestica e nello studio del Corano con i propri familiari. Insomma per tutti c’è stata la grande occasione per riscoprire i valori più autentici. Non è cosa da poco se in tanti hanno cominciato a discernere tra ciò che è superfluo e ciò che è indispensabile. Voglio credere che sia aumentata la compassione per chi soffre e che tanti abbiano recuperato l’importanza delle relazioni umane. Se il coronavirus non ha insegnato tutto questo, allora è stato un avvenimento traumatico e doloroso ma che …non ha educato a nulla.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 ottobre 2020

https://www.lavocediferrara.it/