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Unità di Strada Caritas, aperto il punto di ascolto

17 Giu

In viale Po 4 già accolte 30 persone. Ecco cosa fanno i volontari e alcune storie (anche legate al Grattacielo)

Siamo in viale Po, 4, arteria di Ferrara sempre molto trafficata. Da un lato, le torri vuote del Grattacielo; dietro, le sedi di Cittadini del Mondo, Il mantello e Viale K. Ma qui, al civico 4, ha aperto un nuovo punto di ascolto per gli ultimi: l’Ufficio dell’Unità di Strada della nostra Caritas Diocesana. Lo scorso 12 giugno l’Ufficio è stato ufficialmente inaugurato, con anche un mercatino solidale per raccogliere un po’ di soldi utili per aiutare chi ha bisogno.

L’ufficio è aperto al pubblico ogni venerdì dalle 18 alle 20, oppure su appuntamento, sia per chi ha bisogno di aiuto sia per chi si offre come volontario. Questi i contatti (solo messaggio WhatsApp): cell. 347-8940187 (Silvia) o 392-5028893 (Carola). O lasciando un messaggio in segreteria allo 0532-476181.

A due passi, in v.le Po, 8, sempre Caritas ha un altro spazio dove porta avanti il progetto “Crescere Insieme”, che aiuta mamme e bambini migranti. Sopra, appartamenti (sempre di Caritas) proprio per mamme e bimbi stranieri.

L’Unità di Strada Caritas nasce nel Natale 2024 dal gesto spontaneo di due giovani che incontrano una persona senza dimora e iniziano a offrirle ascolto e un pasto caldo. Altri, attraverso social e passaparola, si offrono poi come volontari. Dall’anno scorso, sono 10 le coordinatrici, oltre a una 30ina di volontarie/i attivi nelle uscite, nella raccolta di beni e nell’organizzazione di iniziative solidali, tra cui mercatini.

Nel tempo, l’iniziativa  si struttura e allarga, collaborando con altre realtà del territorio. Nel 2025, l’Unità di Strada ha accompagnato 52 persone, il 90% delle quali senza fissa dimora, il 42% italiani, il 50% con problematiche legate all’alcol, il 37% da sostanze stupefacenti, il 65% con precedenti penali.

Accanto alle attività di prima necessità – distribuzione di cibo, bevande calde, coperte e indumenti – il servizio ha via via sviluppato forme di accompagnamento più strutturate, di uscita dalle dipendenze, di cura per problemi di salute, di supporto legale, di ricerca del lavoro, di aiuto burocratico.

Ora, questa sede può diventare un ulteriore punto di riferimento per queste e altre persone.Anzi, lo è già: «siamo aperti da due mesi», ci spiega una delle coordinatrici, Silvia Imbesi. «Le persone le aiutiamo nella ricerca dell’alloggio, nel rinnovo della domanda all’ACER, per il programma “Sfitto Zero” di Comune e ACER, per problemi legati all’anagrafe o al permesso di soggiorno». Sono oltre 30 le persone che si sono rivolte a questo ufficio in appena due mesi. Per strada, i volontari escono ogni sera, turnandosi; il calendario lo aggiornano ogni lunedì sulla loro chat di gruppo. E su Facebook esiste un gruppo pubblico, “Unità di Strada Caritas (Ferrara)” dove regolarmente i volontari raccontano le loro uscite serali nelle quali incontrano i senza tetto.

Storie vere, come quella di «una signora africana che abita a Copparo – ci racconta Imbesi -, senza marito e con due bimbi piccoli, seguita dai servizi sociali ma che si è rivolta a noi perché sentiva l’urgenza di fare alcune analisi mediche. Lei è impiegata part time nelle pulizie all’Ospedale di Cona e si è rivolta anche al Centro donna Giustizia».

Oppure c’è chi abitava al vicino Grattacielo  (v. anche qui) e da lì è stato ingiustamente cacciato, come un padre del Burkina Faso e suo figlio  16enne, quest’ultimo in Italia dallo scorso settembre. «Per mesi han dormito su un materasso per terra ospiti di un amico. Noi li abbiamo aiutati a trovare una nuova sistemazione, e il ragazzo l’abbiamo inserito in una squadra di basket, aiutato per alcune cure mediche, e il padre aiutato per la domanda ACER e per la disoccupazione». Altri sfollati del Grattacielo – prosegue Imbesi – dopo gli sgomberi han dormito per strada, in macchina, in subaffitto da amici. In casi gravi, abbiamo, anche recentemente, contattato il Pronto Intervento Speciale e i servizi sociali».Insomma, «spesso siamo “costretti” a sostituire le istituzioni».

E a proposito di Grattacielo, dai primi giorni dell’emergenza è attiva una rete di solidarietà composta da 20 associazioni, gruppi ed enti del Terzo Settore, 160 persone tra volontari e cittadini che hanno garantito accoglienza, 6mila pasti, ascolto e supporto alle persone coinvolte. Una rete  sempre più fondamentale.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026

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“Sequela Christi” per liberarsi dalle illusioni del mondo

17 Giu

“Attualità dell’Imitazione di Cristo” è il nome del saggio di Francesco Roat presentato a Ferrara: «lasciare spazio al mistero»

La “sequela Christi”, la sua radicalità e le sue apparenti contraddizioni sono al centro del libro “Attualità dell’Imitazione di Cristo” di Francesco Roat (saggista ed ex insegnante trentino), presentato lo scorso 8 giugno in Biblioteca Ariostea a Ferrara. Iniziativa che rientra nel ciclo “Incontri con la Spiritualità applicata” curato da Marcello Girone Daloli, che ha introdotto l’autore e vi ha dialogato. Considerato uno dei testi fondamentali della tradizione cristiana, non solo medievale, di autore ignoto, Imitazione di Cristo (IdC) è un testo oggi quasi dimenticato. 

«Il mio saggio è un invito, anche ai non credenti, ad andare a fondo al mistero di Gesù», ha detto Roat. «Più che di “imitazione” preferisco parlare di “sequela Christi”». Nel volume «non vi è nessun rifiuto del mondo, ma l’invito a mettere da parte tutto ciò che del mondo risulta effimero, illusorio». In ultima analisi – ha aggiunto -, ogni persona desidera colmare il vuoto che ha dentro di sé, quella mancanza fondamentale. E Cristo è proprio la luce che illumina le tenebre: IdC invita quindi a seguire Gesù, per una trasformazione concreta, non solo a parole, astratta, devozionale».

Al centro di IdC vi è il tema dell’umiltà, cioè «il rendersi conto di non essere il centro del mondo, di non essere davvero sapienti». È quindi «un invito a liberarsi sempre più dal proprio ego, a sentirsi piccoli, a lasciar andare, ad abbandonare, a non dare troppa importanza alle cose. Ogni forma di attaccamento – infatti – è un ostacolo». Insomma, è «il contrario dell’ambizione sociale», così diffusa nella nostra era dei social e dei selfie. Un «distacco dal mondo» da non intendere come «passività, apatia, disinteresse» ma rendendosi conto di ciò che è veramente significativo: «la trasformazione interiore. Non siamo solo corpo e psiche ma anche spirito»; ma per sentire che siamo anche spirito «dobbiamo fare silenzio dentro di noi». Da qui, «l’amore come apertura agli altri, dopo aver messo da parte il proprio ego». «E ciò – ha interloquito Girone Daloli – significa anche cercare sempre nell’altro ciò che c’è di buono e di bello». E «non attaccarsi alle parole e ai concetti: la mappa non è il territorio», ha ripreso Roat, citando anche 2 Cor 3 («la lettera uccide, lo Spirito dà vita»).

Fare silenzio e aprirsi porta anche a «non negare il dolore né a ipertrofizzarlo, ma ad attraversarlo» e a «fuggire – invece – il rumore, il tumulto del mondo, evitare il chiacchiericcio mentale e quello sonoro, le parole vane: càlati nel silenzio, ascolta». «Lasciare spazio al mistero, parola così andata in disuso con la filosofia materialista», ha detto Girone Daloli. «È, questa, l’ascesi», ha ripreso ancora Roat: «la cura di sé quotidiana, il silenzio, il non pretendere più nulla. Tutto ciò favorisce la crescita interiore, il contatto col divino, col mistero». «Prendere su di sé ognuno la propria croce, non come sofferenza, non come dolorismo, ma come dono, come ciò che ci porta nel regno di Dio», ha commentato Girone Daloli. «Sì, prendere la croce non è masochismo», ha risposto Roat; «anche se, certo, il cristianesimo ha preso in passato certe derive doloristiche…». Questa, invece, è la “sequela Christi”: «mettere in atto ciò che Cristo ha fatto, non chiacchiere. E avere fede in Lui».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026

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Mito fondativo USA ieri e oggi, tra fede, libertà e rivoluzione

5 Giu

L’anima degli Stati Uniti d’America nella conferenza di Tiziano Bonazzi in Biblioteca Ariostea

“Eredità e attualità della Dichiarazione d’Indipendenza” è il nome della conferenza tenutasi lo scorso 29 maggio nella Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara e organizzata dall’Istituto Gramsci con ISCO Ferrara.

Relatore è stato Tiziano Bonazzi (prof. Emerito Unibo), con introduzione di Piero Stefani (Istituto Gramsci Ferrara) e l’intervento finale di Massimo Faggioli (Trinity College Dublino).

Proprio quest’anno ricorre il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, testo che ha inciso profondamente sulla storia politica e culturale contemporanea.

«La Dichiarazione d’indipendenza – ha riflettuto Bonazzi – ha un linguaggio fluido, semplice, accessibile a tutti e tratta temi che ci sembrano normali. E fin da subito ebbe una risonanza mondiale». Un testo comunque particolare, se letto ai giorni nostri, col «perseguimento della felicità» come fine e il «diritto alla rivoluzione contro il potere giusto» come uno dei principi base. Un testo «deista» nonostante la radicale professione di fede dei coloni fondatori, e la convinzione secondo cui «nessuna chiesa può diventare chiesa di Stato, per non violare la libertà di coscienza» dei singoli. Nonostante ciò, la Dichiarazione d’Indipendenza «venne interpretata da molti pastori  come testo cristiano» e gli USA come «il secondo Israele». Così come «libertà e uguaglianza da alcuni furono interpretati non in senso universalistico», ma per i soli «pari», quindi non per i neri.

In ogni caso, la Dichiarazione è divenuta «mito fondativo politico», quindi «strumento che serve a dare senso a una comunità, il suo senso di esistere, per durare nel tempo». Dodici anni  dopo verrà ratificata la Costituzione federale, con «la divisione dei poteri insieme al principio federalistico, che rende meno pericoloso il governo centrale». Bonazzi ha poi riflettuto sulla cosiddetta Living Constitution (Costituzione vivente) di inizio Novecento, l’idea, cioè, che la Costituzione, pur non modificandosi formalmente, abbia di per sé un dinamismo necessario, una progressività per  meglio interpretare le trasformazioni nel corso del tempo. Approccio che, negli anni “caldi” della Guerra fredda fu poi bollato come «comunista» e in cui iniziò sempre più a emergere «un’idea restrittiva della rivoluzione americana». «Democrazia, libertà dell’individuo e libertà d’impresa diventano i tre pilastri del modello statunitense, con l’esclusione quindi dei diritti sociali e di alcune minoranze, come quella dei neri». E a questi tre principi, Eisenhower (presidente dal ’52 al ’61) vi aggiunse «la fede religiosa». Approccio, questo, di tipo conservatore  che portò alla triade «Dio-Patria-Famiglia», «limite all’individuo». Solo negli anni ’60 i diritti delle minoranze – afro, donne (anche se minoranza non sono), omosessuali, nativi – iniziano a essere difesi e inizia a imporsi il concetto di «persona».

Oggi – ha proseguito Bonazzi – col movimento MAGA (Make America Great Again) – «che è sbagliato considerare composto solo da persone ignoranti e appartenenti al ceto medio basso» – vi è una reazione a questo periodo “progressista”, e si guarda con angoscia al calo demografico dei cosiddetti “bianchi” e al sempre dominio della «cultura bianca». Alla base di ciò «vi è un inespresso razzismo», con «un’idea immobile della società». Ma quella degli USA è «una società complessa e variegata – ha proseguito il relatore anche interpellato dai presenti – quindi non vedo il rischio di una trasformazione antropologica. Certamente, però, il pendolo che nella storia USAoscilla sempre tra progressismo e conservatorismo, rischia per la prima volta di fermarsi a favore del secondo.Sarebbe la fine degli Stati Uniti d’America».

E a tal proposito, Faggioli – che ha ricordato d’esser stato allievo di Bonazzi all’Ateneo di Bologna – ha brevemente riflettuto sull’attuale crisi degli USA, del suo mondo conservatore e del «rapporto politica-teologia: assistiamo a un collasso totale del rapporto tra illuminismo e religione», ha aggiunto. Sempre su questo aspetto,Stefani ha invece riflettuto sulle analogie tra USAe Israele, in particolare citando l’inserimento, nel 2018, da parte del governo israele del “diritto religioso” come diritto fondamentale, definendo ufficialmente lo stato come «la casa nazionale del popolo ebraico». 

Infine, una notizia: dopo un anno al  Trinity College di Dublino, a luglio Faggioli tornerà ad insegnare alla Villanova University negli USA.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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(Foto: Chris F – Pexels)

Una Chiesa «dinamica» fatta di tanti volti e storie

27 Mag

Presentato a Casa Cini il libro di Gian Pietro Zerbini sui primi 40 anni dell’unione tra Ferrara e Comacchio: tanti i ricordi agrodolci, sempre guardando al futuro

Aneddoti, racconti scherzosi e ricordi commoventi: è stato un incontro ricco di emozioni quello svoltosi lo scorso 21 maggio a Casa Cini in occasione della presentazione del nuovo libro di Gian Pietro Zerbini “La Chiesa di Ferrara-Comacchio nei suoi primi quarant’anni 1986-2026”. Tante, infatti, sono le emozioni vissute dalle nostre comunità in questi 40 anni, raccolte da Zerbini in 35 anni di lavoro  a “La Nuova Ferrara”, e ora una loro selezione presente in questo volume edito da CEDOC SFR (Centro documentazione della parrocchia di Santa Francesca Romana) come Quaderno n. 57. La prefazione è affidata a don Andrea Zerbini, direttore del CEDOC.

Dopo l’introduzione del nostro Direttore mons. Massimo Manservigi, è intervenuto il  vescovo mons. Gian Carlo Perego, il quale ha sottolineato come la nostra Chiesa locale nel 1989 e a inizio anni ’90 fosse, anche allora, «una Chiesa che guardava al futuro», con «le prime riflessioni sulle unità pastorali e un rapporto nuovo tra Chiesa e società»: la Chiesa, infatti, «non è una realtà statica ma dinamica, che si rapporta di continuo con la Storia e in questo rapporto sempre si ripensa». Fra gli eventi di quel periodo non affrontati su “La Nuova Ferrara” ma molto importanti per la neonata Diocesi, mons. Perego ha ricordato la nascita deiConsigli pastorale e presbiterali diocesani, la ristrutturazione della Curia, la divisione in vicariati, la nascita dell’ISSR, la Lettera del Vescovo Maverna Desiderio desideravi del 1994 (nome poi ripreso da papa Francesco come Lettera apostolica nel 2022), l’arrivo dei Ricostruttori nella preghiera a Pomposa, l’unione delle AC di Ferrara e Comacchio.

Zerbini  – che ha invitato anche il Prefetto Marchesiello per un breve saluto introduttivo – ha poi ricordato gli esordi a “La Nuova Ferrara”, il fatto che conoscesse, allora, metà dei sacerdoti diocesani, «quindi ero favorito…», e al fatto che avesse tre famigliari sacerdoti (don Andrea Zerbini, mons. Giulio Zerbini e donAntonio Bentivoglio), aspetto, questo, invece «non sempre facile da gestire». In ogni caso, quello di seguire l’Arcidiocesi «è sempre stato un compito interessante», ha aggiunto. «I temi principali di oggi sono gli stessi di allora: i poveri, i migranti, le missioni. E il Vangelo dev’essere sempre la nostra guida, la nostra bussola».

Zerbini ha poi raccontato alcuni aneddoti che hanno reso l’incontro profondo e al tempo stesso leggero. Come quello riguardante la notizia della visita di papa Giovanni Paolo II a Ferrara-Comacchio, con un’impiegata delle Poste che ricevendo le copie della “Voce” da spedire scopre lo scoop sull’arrivo del pontefice, notizia che quindi comunica subito a una sua conoscenza della “Gazzetta di Ferrara”, mentre la Diocesi voleva dare lo scoop al nostro Settimanale diocesano. O, sempre in quell’occasione, lo «scherzo» che il card.Tonini fece aggiungendo la tappa argentana con la visita del papa alla tomba di don Minzoni – presente anche il presidente della Repubblica -, o la benedizione della prima pietra di quello che diventerà l’Arcispedale di Cona. Un altro aneddoto riguarda mons. Perego: «l’ho intervistato nel Seminario di Cremona prima della Messa solenne di ordinazione episcopale» nel maggio ’17. «E in quell’occasione gli ho consegnato la figurina di Gabriele Cantagallo, portiere della SPAL negli anni ’60, figurina datami dallo stesso Cantagallo come dono a mons. Perego dopo aver saputo che la cercava perché quand’era bambino era l’unica mancante per completare il suo album dei calciatori Panini». E ancora, un gesto di umanità in una situazione di estremo dolore: nel ’19, la vicinanza di mons. Perego alla madre di Adriano Bianco, giovane morto a Ferrara poche ore dopo la laurea. Oltre al ricordo dei singoli vescovi di questi quattro decenni, Zerbini ha omaggiato don Patruno, «prete capace di far ponti tra mondi diversi», oltre a don Samuele Gardinale, padre Silvio Turazzi e mons. Giulio Zerbini. 

***

Per il prezzo della copia cartacea, contattare il Cedoc.

Il libro si può scaricare in pdf qui: http://santafrancesca.altervista.org/materiali/quad57.pdf

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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«Ognuno è guardato, amato, scelto e benedetto da Gesù»

26 Mag

“Chiesa casa di tutti”: il 23 maggio il secondo incontro nella parrocchia dell’Addolorata

Lo scorso 23 maggio nella parrocchia dell’Addolorata di Ferrara è in programma il secondo dei quattro incontri dell’iniziativa diocesana “Chiesa casa di tutti”, promossa dagli Uffici diocesani catechistico e per la pastorale familiare assieme al gruppo “Famiglie in cammino – Ferrara”. Il 23 la meditazione è stata  su Mt 4,18 – 5, 16 ed è stata proposta da Paolo e Chiara Mantovani (foto), una delle coppie di coniugi promotrici delle “Famiglie in cammino – Ferrara”, genitori cristiani di persone LGBTQ. Una trentina i partecipanti a questo secondo incontro (gli altri due saranno a settembre e a ottobre).

«Quella delle “Famiglie in cammino” – ha raccontato la coppia – è un’esperienza che per qualche anno abbiamo vissuto nella Diocesi di Bologna. Un interessante percorso di aiuto e di ascolto della Parola, che per noi è stato molto importante. La nostra vita nella Chiesa – hanno proseguito i due – è stata, fra l’altro, nell’Agesci e in alcune esperienze di spiritualità ignaziana, sia nella Diocesi di Bologna che a Ferrara, con gli EVO».

I due hanno poi proposto un commento delle letture del Vangelo scelte, la chiamata dei primi discepoli e le beatitudini: «importante è il seguire Gesù – han detto – ma ciò è un’iniziativa che parte da Lui, non da chi è chiamato». Chiamati che non rispondono con le parole, «ma con i gesti, con la vita». In questa storia «c’è anche la storia di ognuno di noi, chiamati allo stesso modo nella propria particolare situazione». Tante volte, invece, «pensiamo di essere lontani da Dio o di giudicare altri come lontani da Dio». Al contrario, «ognuno di noi è guardato, amato, scelto e benedetto da Gesù, e ciò innesta nella nostra vita dei cambiamenti».

Inoltre, «i primi chiamati da Gesù sono tra loro fratelli di sangue, ma ciò a cui sono invitati – come lo siamo noi – è di andare oltre questo specifico legame, verso una fratellanza più grande».

Strettamente connessa a questa scelta da parte di Gesù, vi sono le beatitudini, grazie alle quali pienamente comprendiamo come «Dio sceglie come alleato qualcuno a cui manca il fiato, che è afflitto, fragile, limitato». Al contrario, «se ci illudiamo di non avere limiti, tendiamo a voler occupare tutto e quindi non possiamo incontrare né l’altro né Dio». Ma Dio – che per sua natura è senza confini – s«i è fatto confine per poterci incontrare». Così, le beatitudini «sono ferite che diventano feritoie». Il progetto di Dio è più «profondo e delicato» di quel che spesso possiamo pensare: «il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato della persona ma sul suo dolore e sul suo bisogno». Gesù, quindi, «non mi chiede di essere diverso da come sono». Ciò che Dio ci offre è qualcosa di «liberante», ma «non è facile accettare questa proposta, perché Dio parte dalle mie fragilità e quindi innanzitutto è queste che devo saper accettare, senza chiudermi nelle mie paure e nei miei pregiudizi».

Il pomeriggio si è concluso – come il primo – con la divisione dei presenti in gruppi per  condividere le riflessioni maturate in un momento di raccoglimento personale. Il momento finale di condivisione è stato il suggello di un altro pomeriggio all’insegna dell’apertura all’altro, della ricerca di sé nell’incontro col prossimo.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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Papa Prevost, «Leone mite che prova a calmare i bulli di questo mondo»

23 Mag
@Vatican Media

UN ANNO CON PAPA LEONE XIV. Al Cinema Santo Spirito  di Ferrara l’intervento di Andrea Monda, Direttore de “L’Osservatore romano”: «nell’epoca walkie-talkie ci insegna la bellezza del saper ascoltare davvero l’altro»

di Andrea Musacci

Lo scorso 11 maggio al Cinema Santo Spirito di Ferrara si è svolto un incontro dedicato al primo anno di pontificato di papa Leone XIV. L’incontro è stato promosso dall’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, dal Cinema stesso e dall’Associazione Cattolica Esercenti Cinema, in sinergia con Vatican News – Radio Vaticana e Libreria Editrice Vaticana del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede. Presenti una 70ina di persone. Per l’occasione, Andrea Monda, Direttore de “L’Osservatore romano”, ha dialogato col nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e l’evento è stato moderato dal vicario generale mons. Massimo Manservigi. È stato presentato il libro “La forza del Vangelo. La fede cristiana in 10 parole” (LEV – Libreria Editrice Vaticana), antologia di testi di Papa Prevost che presenta dieci parole-chiave del cristianesimo per il nostro tempo, insieme al libro appena uscito “Liberi sotto la grazia”, sempre della LEV, che raccoglie testi scritti da Robert Francis Prevost quando era priore degli agostiniani. L’incontro è stato preceduto dalla visione di alcuni estratti dei documentari “León de Perú” e “Leo from Chicago,” prodotti dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede (e interamente visibili su You Tube), che raccontano la vicenda biografica e spirituale di Prevost a Chicago e in Perù.

Durante la serata, Monda in risposta a una domanda sui temi sociali – da cui il nome scelto in onore a Leone XIII – ha parlato dell’Intelligenza artificiale come la “res nova” e ha accennato al fatto che forse la prossima, prima Enciclica di Leone XIV, toccherà questo tema.

LA VITA IN PELLICOLA

Ma innanzitutto, un accenno ai due sopracitati spezzoni dei documentari. Il primo, sull’infanzia e la giovinezza di Robert F. Prevost raccontata dai fratelli Louis e John. Un ritratto del futuro papa e dei suoi Stati Uniti d’America nei suoi tratti più iconici: il baseball, le bistecche e gli hamburger («ma il venerdì mangiavamo pesce»), i piccoli Prevost «cresciuti nella Chiesa», la domenica a Messa, una fede semplice e profonda tramandata come un fuoco da mantenere sempre vivo. «La prima cosa che ho scoperto di lui – dice un fratello di Robert Francis – era che voleva diventare prete». Un sogno, per le madri di una volta. La mamma Mildred Agnes (nata Martínez), gli affetti, quindi, la casa: quella villetta come tante, situata al civico 212 di East 141st Place a Dolton, nei sobborghi di Chicago, che ora accoglie nel piccolo spazio antistante un pannello con l’immagine del pontefice e l’indicazione che lì nacque e crebbe, come si fa per i santi e per i personaggi storici. In questa umile casa, lui piccolo nella culla spesso “parcheggiata” nella sala da pranzo, e poi Robert Francis amante, ed esperto, di automobili, simbolo del viaggio, del partire, di mete lontane. 

Come quella che nel 1985, a 30 anni – e da tre anni sacerdote -, raggiunge per la prima volta: il Perù. Un Paese, questo, dove svolgerà la sua missione in diversi periodi (e di cui ha la seconda cittadinanza): 1985-86, 1988-99, 2014-23. Nel secondo documentario, vengono intervistati alcuni peruviani che lo hanno conosciuto: «lo abbiamo visto camminare qui, come una persona normale», perché una persona normale era, ed è, e lo si immagina passeggiare lì, in quelle strade di periferia, nei mercati rionali coi polli morti appesi da vendere, e su quella mula, altra immagine divenuta iconica un anno fa. Prevost che «vive col popolo, lotta col popolo», dice una signora ricordandolo con affetto e orgoglio, lui «uomo di poche parole e di molti fatti».

MONDA: «UOMO MITE SEMPRE IN ASCOLTO»

«Per il mio ruolo, sono in stretto contatto col papa», ha detto poi Monda. «Prevost l’ho conosciuto prima che diventasse pontefice, quand’era prefetto del dicastero dei vescovi». Monda ha ricordato in particolare un viaggio al seguito di papa Francesco, nel quale il card. Prevost «mi colpì perché a differenza degli altri cardinali non si faceva notare, non era vestito da cardinale ma da semplice sacerdote. Ed era taciturno, ma aveva una grandissima capacità di ascolto». Insomma, «abbiamo un papa che ha la grande virtù dell’ascolto, proprio ciò di cui ha bisogno il mondo». Una «virtù rara nel mondo “walkie-talkie” dove chi parla non deve, non può ascoltare l’altro…». E a tal proposito, Monda ha raccontato un altro aneddoto: «appena venne nominato prefetto del dicastero dei vescovi, convocò tutti i responsabili della comunicazione vaticana, me compreso, e ci disse “parlate, spiegatemi cosa fate”. E ci ascoltò in religioso silenzio. Di tutti i “ministri” dei dicasteri vaticani fu l’unico a convocarci, con la curiosità di ascoltarci per capire cosa facevamo».

Altra caratteristica del papa è di essere uno stakanovista: «lavora molto e ha una salute perfetta, dimostra vent’anni in meno». La domanda che Monda si pone, però, è: «ce la farà il mite Leone a calmare i bulli di questo mondo», come da ragazzino – raccontano i fratelli nel documentario – fece una volta in un bosco? Una mitezza e una capacità di ascolto tipici di una persona da sempre «innamorata di Gesù» e capace di dare valore alla Grazia: «per lui la fede non è uno sforzo titanico dell’uomo ma l’accogliere Gesù nella propria vita, la scoperta che il vero volto di Dio non è lontano dal nostro cuore».

«La pace sia con tutti voi!» furono le sue prime parole da papa. E qui, Monda ha iniziato la riflessione sul come «comunicare oggi parole eterne in un mondo frammentato com’è quello in cui viviamo. Papa Prevost in questo ultimo anno ha parlato tanto, ha fatto tanti discorsi pubblici ma con un linguaggio diverso da quello mainstream». E ha dimostrato «la forza della sua mitezza» per come, ad esempio, si è comportato nei confronti delle ripetute provocazioni del presidente Trump. Insomma, «il vero forte è Prevost, non l’arrogante che non riesce nemmeno a controllare la propria irruenza». La mitezza di Prevost ricorda il biblico «mormorio di un vento leggero»: quelle sue prime parole sullo «sparire perché rimanga Cristo» erano rivolte a chi ha ruoli di potere nella Chiesa, ma in realtà a ognuno di noi. Parole “scandalose” in un mondo «in cui invece tutti vogliono apparire» e in cui il piccolo, mite Prevost si trova «al centro, e attaccato anche dal presidente del proprio Paese…». Ma la sua mitezza «sta sconvolgendo questo sistema», un sistema sempre più fondato sulla guerra, nel quale i mercanti di armi si arricchiscono. Qui, proprio in questo mondo in crisi, quindi Prevost può essere un esempio per tutti, lui persona «umile e riservata, con una forte spiritualità perché con una forte fede». Una persona «disarmata e disarmante, umile e perseverante: in un modo in cui tutti pontificano, lui non “pontifica”».

MONS. PEREGO: «QUANDO PREVOST MI ACCOMPAGNÒ IN BIBLIOTECA»

Due, come detto, sono i libri di Papa Leone XIV presentati a S. Spirito. Ne ha accennato mons. Manservigi a inizio serata, delineando quelle che possono essere considerate le tre parole chiave di Prevost: Cristo, comunione e pace. «Cristo è il salvatore, in Lui siamo uno, in lui vi è l’unica pace che è conversione».

A fine incontro ha poi preso la parola il nostro Arcivescovo. «L’unica volta in cui l’ho incontrato – ha raccontato – fu a Roma all’Augustinianum» (il Pontificio Istituto Patristico Augustinianum): «mi trovavo lì per prendere alcuni libri di Simonetti su S.Agostino, allora incrocio un prete e gli chiedo come raggiungere la biblioteca. Mi dice “Mi chiamo padre Robert”». Prevost, ha proseguito il nostro Vescovo, «è figlio di migranti» e «la sua Chicago è la città dove arrivò Francesca Cabrini, la prima santa americana», sempre al servizio degli immigrati negli USA. «E papa Leone XIII fu il primo pontefice a scrivere ai cattolici statunitensi per indirizzarli sulle questioni sociali». Mons. Perego, dopo aver ricordato la formazione agostiniana dell’attuale papa, ha sottolineato come egli sia pontefice «in quest’epoca particolare della storia, nella quale lui parla di pace, di disarmo, di nonviolenza» e nella quale «ribadisce la scelta preferenziale per i poveri, nel segno di Puebla». Il riferimento è alla III Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano, tenutasi a Puebla, in Messico, nel 1979, in cui si adottò ufficialmente l’espressione «opzione preferenziale per i poveri». In conclusione, il Vescovo ha accennato al tema del linguaggio adottato da Prevost, prima affrontato da Monda, parlando dell’«attualità di Dio» intesa come tentativo continuo di capire «come oggi la Parola di Dio parla», quindi sul come coniugarla «con le azioni sociali nel nostro presente».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026

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(Foto: Ricardo Stuckert / PR)

Il dramma della parola, tra kerygma e complessità

16 Mag

Scuola di teologia per laici (Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio), ecco di cosa si è parlato nelle ultime due lezioni dell’anno

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La parola umana tra “eccedenza” dell’altro e infinita fecondità

La parola come dramma che distingue l’umano da ciò che umano non è, come ciò che lo rende «divino». Su questo lo scorso 5 maggio ha riflettuto Matteo Bergamaschi nella lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. Tema, “Il dialogo, dimensione costitutiva dell’uomo (Es 3, 13)”. Bergamaschi è docente stabile presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (sezione di Torino) e docente invitato presso la Pontificia Università Salesiana di Torino.

Fra umano e non umano per Bergamaschi c’è una «differenza qualitativa» rappresentata appunto dalla capacità del primo di comunicare attraverso la parola. L’approccio teorico per comprendere questa specificità non è quello della cosiddetta «teoria dell’informazione, che usa un modello matematico per cui l’informazione è misurabile», ma quello centrato sull’esperienza della parola, che mette davvero in luce l’umano». Bergamaschi, citando un libro di Silvano Petrosino – filosofo della comunicazione – dal titolo “L’esperienza della parola”, ha spiegato come l’umano a differenza dei non umani «fa esperienza dell’altro in quanto altro», in quanto qualcosa che «sempre gli sfugge, sempre eccede». L’altro dunque «non è evitabile e non è dominabile, non è riconducibile a quanto so già». Nell’incontro con l’altro «faccio quindi esperienza di non saper bene cosa dire», perché «sperimento che l’altro eccede sempre il mio sapere e il mio potere». Di conseguenza, «siamo sempre chiamati a un lavorìo sul nostro linguaggio, sul nostro modo di esprimerci», su quella «comunicazione impossibile» con l’altro. 

In questo senso, la Bibbia «è grandiosa» perché «associa questa condizione anche a Dio»: quando Egli si deve relazionare all’uomo, infatti, «comprende che ciò non è scontato»: insomma, anche Dio «sperimenta la nostra alterità». Per dirla con Levinas, «sotto il detto, il contenuto veicolato, c’è un dire, un’apertura, l’essere esposti all’alterità dell’altro». E ciò è «un dramma», perché l’apertura in quanto tale «non dà garanzie, contraddicendo quindi ogni «retorica dell’apertura e del dialogo come qualcosa di scontato e immediato». È da qui, da questa intrinseca complessità e «difficoltà nel dirci all’altro, che nascono le arti e la letteratura», cioè che «nasce un’infinita fecondità». Insomma, al di là del giusto limite del linguaggio riconosciuto da Gadamer, di «non poter esistere al di fuori delle lingue storicamente esistenti», ogni comunicazione, ogni opera artistica o letteraria produce «infiniti sensi al di là delle intenzioni del soggetto che comunica»: una volta che comunichiamo, «non siamo più possessori del significato di ciò che comunichiamo». Insomma, «non siamo detentori di una verità, non potendo non dar vita a proficui fraintendimenti». Ciò non è un limite ma anch’essa «una condizione di fecondità».

Fecondità che incontra un solo limite non negativo: quello del «silenzio dell’adorazione», che è un «silenzio dialogico», «la quintessenza della parola, prima e oltre di qualsiasi dire».

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Come annunciare il kerygma? «Serve narrazione e creatività»

Il 7 maggio si è svolta l’ultima lezione dell’anno della Scuola diocesana di teologia per laici, lezione sul tema “Annunciare la salvezza. «Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso» (Rm 10,11)”. Relatrice è stata Annalisa Guida, docente di Nuovo Testamento presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e presidentessa della Rivista “Parole di Vita”.

«Oggi – ha esordito la relatrice – annunciare il Vangelo è difficile perché mancano i presupposti: la cultura cristiana non è più cultura condivisa». La scommessa quindi è particolarmente interessante perché «ci obbliga a ricollocarci in un contesto in cui non siamo più maggioranza», per cui quello che comunichiamo «torna in un certo senso a essere una novità per molti». Può essere quindi, questa, «un’occasione per mettersi in discussione e per capire, ripartendo dalla fonte della nostra fede, come poter comunicare in maniera più creativa». Oggi – per Guida – «Gesù si racconta anche con forme comunicative diverse, ad esempio attraverso una fiction com’è “The Chosen”, interessante perché racconta Cristo attraverso gli sguardi di chi l’ha incontrato». Riscoprire la Parola di Dio significa innanzitutto «riscoprire qualcosa su cui come credenti non sempre riflettiamo abbastanza», cioè che «la dimensione comunicativa non è uno sfizio ma lo specifico del Dio della Rivelazione ebraico-cristiana», un Dio che «crea attraverso la Parola». Ma se la dimensione comunicativa è lo specifico di Dio allora «è anche costitutiva dell’essere umano»: infatti, «anche questo significa essere a immagine e somiglianza di Dio».

Ma come venne raccontato Gesù prima che le comunità cristiane potessero avere a disposizione quello che è il Nuovo Testamento? Nei primissimi decenni, «il kerygma è stato narrato tramite l’oralità, non tramite scritti» e Gesù stesso non ha lasciato nulla di scritto, era «un predicatore itinerante che dell’oralità faceva un tratto distintivo». Inoltre, le lettere di Paolo sono degli anni 50 ca. e il Vangelo più antico, quello di Marco, non è stato scritto prima del 65. Per capire come nei primissimi decenni dopo Cristo è stato annunciato il kerygma, la relatrice ha scelto di analizzare 1 Cor 15, 3-5: «Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io – scrive Paolo -, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture; che apparve a Cefa, poi ai dodici»: questa è «la forma primitiva del kerygma, il cuore dell’annuncio». Annuncio che, ora come allora ha e avrebbe avuto bisogno di domande, di chiarimenti, per capire il perché di questa attrazione inimitabile per la sua persona. Unica fonte che ci riporta i discorsi kerygmatici dei primi discepoli sono gli Atti degli apostoli (At 2, At 10, At 17): «l’elemento ineliminabile di questa predicazione è la resurrezione». In particolare Atti 10, 34-43 (il discorso di Pietro presso Cornelio) può essere anche oggi «il più consono per annunciare il kerygma»: insomma, «la forma biografico-narrativa è la forma più adatta, dando un’identità a ciò che racconta, rendendo presente l’assente».

Andrea Musacci

Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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(Foto Pexels – Grzes Zadykowicz)

Luce e dolore: la “Trasfigurazione” di Raffaello e la cura dell’altro nel nuovo libro di Piero Stefani

15 Mag

Nel suo ultimo libro Stefani riflette sul capolavoro del «divin pittore», fra arte e Vangelo

di Andrea Musacci

A vegliare le spoglie mortali di Raffaello Sanzio, accanto al letto nello studio di via del Borgo a Roma, vi era una sua opera, l’ultima da lui realizzata: la Trasfigurazione. L’estrema parola – potremmo dire – dell’artista, suggello di un’esistenza e anticipazione dell’Eterno. A quest’opera è dedicato il nuovo libro di Piero Stefani, dal titolo Trasfigurazione. Lettura evangelica dell’ultima opera di Raffaello (Pazzini Editore, 2026, collana Arti e Teologie), con prefazione di Guido Bertagna, teologo gesuita, artista ed esperto di giustizia riparativa.

Stefani – biblista, filosofo e teologo, collaboratore della rivista Il Regno e presidente di Biblia – con questo volume ci dona un’analisi profonda, intima e accurata, di uno dei capolavori dell’umanità. L’opera è una tempera grassa su tavola di cm 410×279, iniziata da Raffaello nel 1516 e conclusa poco prima della morte, che lo coglie all’età di 37 anni il 6 aprile 1520, Venerdì Santo.

In questo dipinto, esposto nella Sala VIII della Pinacoteca Vaticana, Raffaello – scrive Stefani – «compie l’inedita scelta di raffigurare sia quanto ha luogo in alto, la trasfigurazione di Gesù e il suo colloquio con Mosè ed Elia, sia quanto sta succedendo in basso, l’incapacità di porre rimedio al predominio del male». In quell’epoca, la trasfigurazione era spesso rappresentata, mentre era «inedita» la mancata liberazione del giovane ossesso. Ricordiamo che la trasfigurazione è narrata nei Vangeli sinottici (Mt 17,1-9; Mc 9,2-10; Lc 9,28-36).

Così, radicale è la contraddizione «tra un volto trasfigurato e uno stralunato, tra l’essere avvolti e trasformati da una realtà divina e l’essere afferrati e deformati da un potere maligno». Qui, «impotenza» e «richiesta d’aiuto» sono l’unica realtà che sembra esserci data vivere. Là, lontano, parrebbe invece dominare, distante nel suo fluttuare, una sovra-realtà a noi inaccessibile, indifferente al nostro patire. Un passo avanti nella comprensione – attraverso la via della speranza – sta nel relativizzare questa contraddizione ponendola su un piano temporale: il momento presente – precario e implorante – contrapposto a «quel che saremo nella vita eterna», nella pienezza della comunione in Dio. Una contrapposizione, quindi, non definitiva, ma fatta di attesa.

Nessuno intento nichilistico ma nemmeno, all’opposto, futilmente consolatorio: «se si mette precocemente in campo il risanamento, l’anti-trasfigurazione che pesa ancora su tanta parte dell’umanità viene troppo sbrigativamente edulcorata», scrive l’autore. E dunque la trasfigurazione è anticipazione, non inganno, realtà presente, non magia. E in quanto “reale” e in quanto “presente”, capace di trasformare qui e ora. L’effetto, insomma, è immediato, la piena comprensione sarà – invece – mediata solo dalla Pasqua del Signore. «Il “cambio di forma”», cioè la metamorfosi della trasfigurazione – scrive Stefani -, «va inteso come anticipo della resurrezione».

Mediare, dunque, appartiene al tempo; e alla dinamica della relazione: Stefani, citando il Vasari, a un certo punto si sofferma sulla figura femminile presente nel mezzo della parte inferiore dell’opera. Al centro, come a dire dell’equilibrio di cui è partecipe, del ruolo del quale è investita: quello di mediatrice – sul piano orizzontale – tra gli apostoli e la famiglia dell’ossesso, tra il basso e l’alto – su un piano verticale. «La donna – scrive Stefani – costituisce di sicuro il cuore della parte inferiore ma, forse, assolve questo ruolo anche rispetto alla pala nel suo insieme». Con la sua «postura “serpentinata”», può essere «simbolo della fede», scrive l’autore o, chissà, richiamare la Vergine Maria, Mediatrice di tutte le grazie.

In ogni caso, quest’opera è tanto universale – in quanto parla a un tempo della condizione e dell’anelito di ognuno – e personale, in quanto espressione ultima (non solo in senso temporale), testamento, grido estremo di Raffaello. Scrive Stefani: «Se, come sostiene Vasari, quel volto [del Cristo] è in assoluto l’ultimo soggetto dipinto dal sommo artista, è lecito pensare che in Raffaello operasse la speranza di raggiungere una vita più alta e duratura di quella terrena che era prossima a concludersi». Insomma, non esiste la morte, esiste il morire del singolo; la stessa condivisione di questo destino va vissuta come comunione, non come astratto comun denominatore. 

Ugualmente si può dire tanto dello sguardo stravolto del fanciullo quanto di quello – già illuminato – rivolto al Signore. È dunque l’altro che ci rimette coi piedi per terra, non per sprofondare, ma per ricentrarci, lontani dalla speculare tentazione dell’elucubrazione e del sentimentalismo. Ciò che ci permette di comprendere la realtà tanto del mondo sensibile quanto di quello eterno – essenza del primo – è ciò che li lega: una luce, mai distinta da un corpo; un volto, mai estraneo alla logica assurda della misericordia: «La parte inferiore della Trasfigurazione – scrive Stefani – testimonia l’ostinata volontà di prendersi cura dell’“altro” anche quando non si è nelle condizioni di aiutarlo in senso pieno». Nessuno basta a sé stesso, dunque; nessuno si salva da solo e nessuno salva l’altro da solo: «la tenda corporea del precario abitare di chi ha perduto la propria casa» non sta più nella tremenda solitudine del deserto, ma nello sguardo trasfigurato di Gesù, «casa imperitura».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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Benevolenza come azione concreta contro odio e conflitto

25 Mar

Il libro “Vogliamoci bene (oltre la tecnica)” presentato a Casa Cini

Lo scorso 20 marzo Casa “G. Cini” a Ferrara ha ospitato la presentazione dell’importante libro dal titolo “Vogliamoci bene (oltre la tecnica), Saggi sulla benevolenza nelle relazioni sociali”, recentemente pubblicato dall’editrice San Paolo. La presentazione ha visto gli interventi di due ospiti della nostra Diocesi: Roberto de Tilla, Presidente del Forum di Cultura cristiana, curatore del volume che raccoglie diversi interventi; e Gian Guido Folloni, già Senatore e Ministro della Repubblica, nonché giornalista e direttore di “Avvenire” dal 1983 al 1999. 

L’incontro è stato introdotto e moderato da don Augusto Chendi, Direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale della Salute e autore di un contributo presente nel libro. Libro che – secondo don Chendi -«è un caleidoscopio di vissuti e riflessioni in vari ambiti», fra cui la politica, la sanità, lo sport e il volontariato. La benevolenza – ha aggiunto – «è antitetica alla potenza, che non conosce che sé stessa» e all’espressione di quest’ultima, la tecnica. «Non dobbiamo, quindi, smarrire le parole per continuare a sperare»: questo libro può «aiutare a innescare la fatica del pensare e aprire orizzonti di speranza». 

«La benevolenza non è fatta di smancerie o di “politicamente corretto” ma di gesti concreti», ha esordito poi de Tilla. È importante, però, innanzitutto «cambiare le lenti con le quale si guarda il mondo, la realtà». Un’immagine è stata quindi utilizzata dal relatore, quella della donna in gravidanza: «all'”allarme” per un corpo estraneo che cresce al suo interno, lei risponde con amore, con accoglienza, con benevolenza». Come dire: «senza gli altri, senza la relazione, non esistiamo». Relazione che – se autentica – «tende quindi alla benevolenza, che di per sé non può essere né enfatica né astratta».

Folloni ha, invece, cercato di riflettere sul binomio benevolenza-politica, termini che «tra loro non dovrebbero essere inconciliabili». Folloni ha quindi avviato la riflessione partendo dal proprio vissuto personale, dal padre partigiano antifascista, e quindi dalla propria formazione nell’ambito del cattolicesimo democratico -CISL, mondo cooperativo, DC e soprattutto AC.Azione Cattolica, ha spiegato, «che per me ha rappresentato la possibilità di un agire nel mondo da cattolici, un abito di cui non potersi spogliare». Una praxis con al centro «la convinzione che la persona viene prima di ogni convenienza personale. I miei punti di riferimento – ha proseguitoFolloni – sono quindi stati Maritain, Guardini e Rosmini, per andare oltre l’antitesi allora dominante tra liberalismo e socialismo». L’analisi dell’oggi è impietosa: «la politica è spesso conflitto e prevaricazione, e ciò viene alimentato da una cattiva informazione, col conseguente diffondersi dell’individualismo», del rancore e della spettacolarizzazione della violenza e del dolore. Andrebbe invece ripresa l’idea di Rosmini di “benevolenza sociale”, pensando cioè che «il bene degli altri non dev’essere mai vassallo delle mie convenienze personali».

E a proposito di Rosmini, a fine incontro è intervenuto il nostro Arcivescovo mons.Perego il quale ha citato la sua opera “Storia dell’amore cavata dalle divine scritture”, uscita nel 1822, in cui l’autore contrapponendosi «all’illuminismo senza cuore» ripercorre il tema della fraternità da Caino al buon samaritano, cioè «la storia dell’amore di Dio per le donne e gli uomini. La benevolenza – ha aggiunto – fa parte dell’abito cristiano», e «va sempre ricostruita perché siamo sempre segnati dal peccato che ci allontana dall’altro mostrandocelo come nemico». Nell’altro, invece, «posso sempre riconoscere del bene e quindi donargli del bene. Oggi si pensa che la tecnologia sia tutto, invece è il cuore» a essere il centro della vita (si veda la “Dilexit nos”). «L’amore di Dio è all’origine della storia, è la struttura antropologica dell’esistenza, della realtà», e quindi non può non diventare anche «giustizia, politica, volontà di trasformazione delle strutture sociali inique e di costruzione nelle città di luoghi di socialità e di condivisione».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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Luce nelle periferie: al via il progetto “Chiesa casa di tutti”

24 Mar

Il 21 marzo il primo incontro all’Addolorata con 40 presenti: diverse le provenienze e le sensibilità emerse

«Il Signore sceglie le periferie per iniziare», per portare la sua luce. Chi ricorda le «periferie esistenziali» di Papa Francesco?Bene, questa espressione non era un’invenzione di Bergoglio, ma la concretezza di GesùCristo, il suo stile nella vita terrena. Periferie che sono dentro le nostre città, dentro le nostre case, dentro di noi. Ma spesso – per indifferenza o per orgoglio -non le vediamo o le neghiamo. Da qui parte l’iniziativa diocesana intitolata “Chiesa casa di tutti”, promossa dagli Uffici diocesani catechistico e per la pastorale familiare assieme al neonato gruppo “Famiglie in cammino – Ferrara”.

Lo scorso 21 marzo si è svolto il primo dei quattro incontri che si svolgeranno tutti nella parrocchia della Beata Vergine Addolorata, di Ferrara. Il calendario è così strutturato:

Ricordiamo che i prossimi incontri sono in programma (sempre con inizio alle ore 16) il 23 maggio con la meditazione su Mt 4,18-5, 16 a cura di Paolo e Chiara Mantovani, una delle coppie di coniugi promotrici del gruppo “Famiglie in cammino – Ferrara”; a seguire, il 26 settembre la biblista Silvia Zanconato rifletterà su Mt 15, 21-28, mentre il 10 ottobre avrà luogo un momento conclusivo, dedicato ad un laboratorio di applicazioni pastorali, condotto da don Alessio Grossi.

Ogni incontro prevede anche un momento conviviale e alle ore 18, per chi lo desidera, la partecipazione alla santa Messa. 

Per partecipare agli incontri si chiede di inviare una mail a vicariopastorale@proton.me

LUCE DOVE C’È OMBRA

Una 40ina i presenti al primo incontro del 21 maro, presentato da Paolo Mantovani e che ha visto la riflessione del Vicario Episcopale per la Carità Pastorale don Michele Zecchin su Mt 4, 12-17. 

«L’inizio della missione e predicazione di Gesù – ha detto don Zecchin –  continua», ora, sempre «dentro di noi», che siamo noi stessi a proseguire nella storia. Gesù che «va tra la gente di periferia (dove molti sono i pagani)», per portare luce dove c’è «ombra di morte». È l’invito alla conversione, invito «rivolto a ogni singola persona», a chiunque, perché «c’è l’urgenza del cuore di Dio che vuole il bene di ognuno, vuole che cambiamo mentalità, sguardo sulle cose, per assumere il Suo punto di vista». 

Nessuna imposizione, ma «un movimento, un dinamismo» del Dio vivente che entra nella storia:«Gesù è qui, anche ora, è nelle mie carni, nella mia testa, nei miei affetti, e con urgenza e delicatezza invita a me, ogni persona a seguirlo».

RIFLESSIONI DAI PRESENTI

Diverse le riflessioni emerse dai quattro gruppi nei quali i presenti si sono divisi dopo la meditazione di don Zecchin e un momento di riflessione personale. «Ci sono dei momenti in cui dobbiamo metterci in gioco. Siamo popolo in cammino che deve affrontare il presente confrontandosi con la Scrittura e Gesù come esempio. Metterci in gioco e portare tutti alla salvezza! In sordina, senza effetti speciali», condivide un presente.

Mettersi in gioco in modo serio significa «conversione del cuore come tema urgente e allo stesso tempo da collocare in una storia ampia. Dobbiamo aprirci davvero a tutti, se davvero vogliamo stare con Gesù», riflette un’altra persona. «Senza farci abbattere dalla quotidianità e dalle brutture che vediamo». La chiave di tutto sta nell’altro, nell’ascolto e nella condivisione: «Gesù stava in mezzo alla gente, stava con tutti: questo è un buon esempio per noi. Stare con tutti quelli che incontriamo sulla nostra strada». Il «bisogno di conversione – quindi – è necessario per abbattere le nostre resistenze e per saperci così confrontare con una realtà molto variegata». Il «grande peccato sta nel pensare di non essere salvati». Ma «i giovani si sentono accolti?»: torna la domanda sempre più urgente nelle nostre comunità. «Quando non c’è conoscenza c’è il pregiudizio, è fondamentale il desiderio di relazione con il prossimo e con Dio», è il pensiero di un altro partecipante. «E io, ho fatto qualcosa per accogliere?».In ogni caso, in molti sentono «il desiderio di conoscere come la Chiesa affronta oggi questi temi di frontiera». «Dio si rende presente a tutti, come luce e ricerca di armonia», è un ulteriore contributo. Ed «è molto importante tenere presente la dinamica dell’economia della salvezza:i tempi che Dio pone in essere per realizzare la nostra salvezza sono particolari, chiedono il senso della profezia, di uno sguardo lungo». In ogni caso, non dimentichiamo mai che «le cose nuove iniziano proprio dove non ce ne accorgiamo». 

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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