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Filippo de Pisis flâneur del sacro

13 Gen
Filippo de Pisis

Il grande pittore e scrittore ferrarese raccontato attraverso un suo lato poco noto, quello di fervente cattolico. Membro di una famiglia profondamente religiosa, nei suoi libri racconta la sua fede, a un tempo mistica e popolare. La visione del Corpus Domini, l’ex voto alla Madonna e la richiesta dell’Eucarestia in punto di morte

di Andrea Musacci

Eccentrico e vanesio, omosessuale e libertino, instancabile viaggiatore senza quiete. A chi non verrebbero in mente queste definizioni per caratterizzare la personalità di Filippo de Pisis (al secolo Luigi Filippo Tibertelli), pittore e scrittore nato a Ferrara l’11 maggio 1896 nella casa al numero 61 di via Mortara, da Giuseppina Donini, di origini bolognesi, e dal nobiluomo Ermanno, terzo di sette fratelli (sei maschi e una femmina, Filippo era il terzo).

Eppure, Filippo, di famiglia cattolica, ha serbato sempre nel proprio cuore la fiamma della fede, quel fascino per il Mistero, il legame con Cristo e con la sua Chiesa. Una fede, la sua, legata molto alla memoria, ai genitori, alla sua Ferrara. Fede che non perderà mai. Una fede viscerale, fatta di radici, di nostalgia, di intensa commozione.

Nella Ferrara piccolo-borghese e perbenista – anche nel suo anticlericalismo di inizio Novecento – Filippo dava scandalo col suo abbigliamento stravagante, volutamente provocatorio, che sicuramente denotava una personalità incandescente, sensibile fino allo stremo, bisognosa di vivere di un’intensità e di una pienezza che valessero tutto il dolore, il senso di vergogna, tutti gli scherni subiti in un’intera esistenza. Un’incomprensione vissuta fin dall’adolescenza, ma che in lui non represse quel senso di incomprensione del Mistero eterno che è nelle cose, e di desiderio non di comprenderlo, ma di viverlo.

Una storia dentro la Chiesa

Il padre Ermanno appartiene alla nobiltà vaticana, da giovane era stato cameriere segreto di cappa e spada del pontefice Leone XIII, ed è patrono dell’Istituto delle Povere Figlie delle S.S. Stimmate. In quegli anni di già forte anticlericalismo, Filippo inizia a sentirsi un diverso. E in più lui e la sua famiglia vengono mal giudicati da molti cattolici critici verso l’amico Giovanni Grosoli che tenta di superare il non expedit papale. Luigi Filippo, chiamato Gigi in famiglia, non frequenta scuole pubbliche o collegi, ma i suoi studi, come quelli dei suoi fratelli, sono affidati ad alcuni precettori (tra cui mons. Campi del Seminario di Ferrara) che ne curano l’educazione a casa. Ernesta, l’unica sorella, di appena un anno maggiore di lui, ha una notevole importanza nella sua formazione.

L’educazione religiosa che riceve è totale. Fra i giochi dei bambini, c’è un altarino in miniatura con cui lui e i fratelli possono simulare una celebrazione. Attorno al 1904 inizia a disegnare sotto la guida del professor Odoardo Domenichini. Nell’autunno 1906 la famiglia Tibertelli lascia il palazzo di via Mortara e trasferisce la propria residenza a Palazzo Calcagnini, di proprietà del conte Grosoli, in via Montebello, 33. Qui quest’ultimo, dopo la morte della moglie, ci viveva solo con la madre e gli bastava un appartamento al pianterreno, dove in altri tempi abitò il cardinale Calcagnini. Grosoli è anche presidente dell’Arciconfraternita delle Stimmate, a cui la famiglia era molto legata. Lo stesso Filippo, «non mancava mai di intervenire all’annuale processione, in cui sfilava incappucciato e con un cero in mano» (1) e compie ricerche sull’Arciconfraternita.

Fuori da casa, Filippo frequenta le Case del Popolo, istituzione fondata da Grosoli per riunire in un’unica sede le associazioni cattoliche della città. Grosoli fonda anche l’Unione Giovanile Cattolica, movimento meno confessionale dell’allora Azione Cattolica, alla quale Filippo si iscrive. Il conte lo considera un figlio adottivo e una nuova leva della cultura cattolica ferrarese e italiana. Per questo, inizia a fargli scrivere nei giornali locali di sua proprietà. A Ferrara il giovane Filippo tiene le sue prime conferenze, prima su argomenti religiosi e poi sull’antica cultura ferrarese. Famigliarizza un po’, in questo ambiente, con Italo Balbo, di umile famiglia cattolica: «veniva a trovarlo per farsi fare i temi d’italiano e per giocare a palline con tutti noi», ricorda il fratello (2).

Come racconta Zanotto (3), da adolescente scrive per sé dei “Propositi morali” come questo: «Esser puro e non macchiare la mia coscienza e la purezza dell’anima con schifose macchie di colpe abominevoli». Negli anni successivi, allontanandosi dal cattolicesimo, scrive “Le visioni di un agnostico”, opera filosofica di carattere esoterico.

Epifanie ferraresi

Ne “La città dalle 100 meraviglie” (4), pubblicato per la prima volta a Roma nel 1923, ma ambientato nella Ferrara del 1917 e degli anni immediatamente successivi, prima del trasferimento nella capitale, de Pisis racconta di questo suo legame viscerale con la “città metafisica”. La residenza dei de Pisis in via Montebello si trova di fronte alla chiesa di Santo Spirito, allora retta dai Frati Minori: «Rinchiudendo il battente del portone del palazzo dove abito – scrive – ò visto la chiesa secentesca chiara sotto il cielo nuvoloso, tenera, patetica, parallelepipeda. Una leggera vertigine forse mi à preso e il desiderio di sole occiduo, e, sotto l’androne, delle grosse scale rosse e bianche e dei pali alzati contro le pareti, con le ombre nere precise mi ànno incantato come uom nuovo sulla terra. Ho fatto in fretta gli scalini perché sentivo quasi la testa girarmi» (5).

Racconta il fratello Pietro (6): «Da nostro padre aveva anche ereditato il sentimento religioso rimastogli sempre vivo, che lo spingeva sovente a entrare in chiesa a godersi l’ombra delle navate, la luce rossastra delle candele accese sugli altari, il profumo dell’incenso sempre presente nell’aria, e tutto l’apparecchio sacro che stimola la mistica pietà». «Stamattina, prima chiara e azzurra di questo autunno clemente, sono entrato nella linda chiesina delle Cappuccine. Non c’era nessuno», scrive Filippo riferendosi alla chiesa di Santa Chiara in corso Giovecca (7).

O, nella non lontana chiesa di San Carlo, scrive ancora (8), «il pellegrino, il sognatore guarda e il cuore gli si gonfia, il respiro gli si fa affannoso. Egli sente che la vita è sogno e contemplazione per chi voglia dimenticare il gramo corpo e forse, senza accorgersene, si getta in ginocchio sul gradino di marmo rosso di Verona o sulla tomba illagrimata e mestissima di qualche antico e si mette a pregare. E le campane suonano nella città triste». Flânuer del sacro, de Pisis nello stesso libro racconta anche dei «rosei ippogrifi leonini del duomo» che «mi guardano talora con grandi occhi rotondi sporgenti, dilatati in un loro vago millenario dolore. Con la loro solidità massiccia mi confortano».

Un’altra apparizione lo coglie sulle Mura cittadine: «in un ardente pomeriggio estivo (i castani d’India son tutti verdi e fioriti) in un viale più deserto, sulle mura di “Porta degli Angeli”, ti capita invece di trovare un foglietto rigato di quaderno dove con grafia chiara, femminile, un po’ torta, trovi scritto: Lezione 5° – (Il tempo e il modo della Risurrezione)» (9). Seguono gli appunti da lui meticolosamente trascritti. «Tu quasi non credi ai tuoi occhi. Quelle parole profetiche e misteriose ti sembrano riecheggiare intorno nell’aria pulita. Il rosignuolo canta monotono nella siepe, e la cicala trilla e i piccoli coleotteri nascosti fra l’erba tenera e i fiorini colorati, ma a te sembra che squillino trombe lucenti nel sole, sopra il grande campo dei morti, sopra i pennoni della Certosa rossa e solenne. Trombe che vengono a scuotere gli spiriti dal letargo (gli uomini dormono nelle loro camere buie sui letti sfatti), a scuotere dalle fondamenta la città pentagona. A glorificare il tuo spirito che vigila».

Il Corpus Domini: «O antiche processioni, tornate…»

Ma una visione in particolare dice della profonda affezione di de Pisis a Cristo e alla sua Chiesa, come Mistero, sacramento, storia concreta: «Nella via più lunga e maestosa della “città nobile” (Corso Ercole I d’Este, ndr)» De Pisis nota a lato del marciapiede «alcuni pezzi di marmo bianco con un vuoto parallelepipedo nel mezzo; servivano per infiggervi le aste che reggevano il telone per la solenne processione del Corpus Domini». Memorie antiche che rievoca nella propria fantasia. Egli rivive la processione del SS. Corpo e Sangue di Cristo «fra nugoli d’incenso e tremolar di torce accese», «crani e barbe lucenti, tremule bocche oranti, la porpora del Cardinale e l’oro dell’ostensorio e delle cappe ricamate e il bianco dei rocchetti inamidati». «Hai tanto bisogno – prosegue –, in quest’aria vile e cieca, d’amore, di canti, di fede, di credere in qualcosa almeno, di risentire sia pure l’aria patetica e implorante del Te Deum o del Vexilla che ti fasci l’anima dolcemente, come la carezza della madre: perché, senza spirito, l’uomo non vive e la carne, anche satollata, infine si ribella, perché non si vive, in questa città metafisica e religiosa, senza canti e senza campane».

«O antiche processioni, tornate», continua con forte struggimento: «non solo il poeta, ma l’uomo buono, che si macera per l’amore che non trova, vi invoca; oh, antiche processioni, tornate e tu torna o Cristo almeno in immagine a benedire il tuo popolo, così egli creda, fermamente creda per la sua salvezza che Tu sei vivo e presente, nella specie del Pane consacrato e lanci la sua voce a benedirti

“O vivo Pan del Ciel Gran Sacramento!”

“Insegnami, o Signore, a portare la tua Croce, perché essa sia, più che peso, sostegno”.

“Magnìficat ànima mea Dòminum

et exultavit spìritus meus in Dèo salutàri meo…

…Fecit potentiam in brachio suo; dispèrsit superbo mente cordis sui”.

Qual canto più puro, più solenne, più consolante?» (10).

Ho voluto citarlo quasi integralmente per renderne quanto possibile l’intensa passione mistica. È una visione che forse de Pisis attinge anche dalla memoria delle processioni annuali davanti a S. Spirito ogni anno in occasione della festa di Sant’Antonio. Riflettendo sul Risorgimento subito dopo scrive: «Sangue e lotta dunque ci vuole per redimere il mondo!? Ma sangue che lavi, che purifichi, non sangue che sia seme d’odio». E ripensa alla visione del Corpus Domini: «e tu, lo scettico, il frigido, l’ironista, ti trovi ad aver gli occhi pieni di lagrime e un brivido per tutta la persona…».

L’ex voto a Rimini

In uno dei suoi frequenti momenti di depressione in cui si sente «anche più misero e tristo del solito» (11) – nel settembre 1941, mentre è in villeggiatura a Rimini -, gli viene un’idea: «dipingere una specie di tavoletta votiva, come quelle che si vedono nei santuari attorniare l’immagine venerata della Vergine (…). In alto la Vergine sul dolce sfondo di cielo che apre il mantellone, pronta nella sua infinita misericordia ad accogliere anche il più indurito peccatore, purché sinceramente pentito; ai suoi piedi io in ginocchio a mani giunte indossando la veste di confratello della S. S. Stimmate (antica e gloriosa confraternita di Ferrara alla quale ò l’onore di appartenere)». Già si vede «come un povero bimbo derelitto, sotto il grande manto. Quasi mi venivano le lacrime agli occhi». La tavoletta non solo la realizzerà – inserendoci anche il suo amato pappagallo Cocò – ma la donerà al vicino convento di Santa Maria delle Grazie dei frati minori di S. Antonio: «pensai di regalarla (già più volte il gentile direttore mi aveva chiesto qualcosa) al piccolo museo annesso a un convento di un santuario celebre su un ridente colle, non lungi dalla città. Allora il demone della fantasia (…) si destò. Bisogna organizzare una processione!». L’opera si ispira al “Polittico della Misericordia” di Piero della Francesca (1445-1462 ca.).

Questa sua tavoletta, “Ex voto alla Madonna delle Grazie” (“Mater Dei ora pro me”) era griffata, nel retro, Philippus De Pisis fecit in Arimino A. D. MCMXLI – Mater Dei ora pro me. Donato per p. al Museo delle Grazie VII.IX-1941. Purtroppo, però, fu rubata dal Museo nella notte tra il 16 e il 17 settembre 1985. Fu un furto mirato, in quanto null’altro fu sottratto. Non fu mai più ritrovata. L’opera fu anche esposta nella 2^ Mostra nazionale d’arte sacra contemporanea – Premio Fratelli Canova a Bologna, dal 1° ottobre al 1° novembre 1956 (12).

Eucarestia in punto di morte

Una fede sincera, umile, quella di de Pisis, con venature mistiche. Espressa nel silenzio non per paura del giudizio altrui, ma nella consapevolezza che fosse qualcosa di tanto bello, puro e vero che andasse preservato, di cui prendersi cura senza vanti.

Una fede schietta e profonda, fatta di un immaginario artistico-popolare attinto a piene mani, a occhi sgranati nelle chiese semibuie e silenti della sua Ferrara, città non più pontificia ma in cui l’eco di secoli di forte e chiara religiosità si propaga ancora negli animi come il suo, che alla grettezza del materialismo non volevano cedere. Una religiosità, quella di de Pisis, che mai scade nella piaggeria o nell’intellettualismo, che sempre si immerge nel grande mare della pietà, del perdono (la stessa pietà che chiedeva agli altri), dell’anelito che vorrebbe farsi grido d’amore a Dio, e lo diventa, ma senza dare inutile scandalo, continua prova di sé.

Il 17 aprile 1948, quand’è già malato, scrive: «Aiutami o Signore a portar la mia croce perché essa sia più che peso, sostegno». Negli ultimi tempi si sente sempre più depresso, dice di meditare anche il suicidio. Una depressione che l’ha sempre accompagnato e che da giovane gli fa scrivere pensando alla sua vecchiaia: «Mi figurerò in qualche chiesa taciturna fresca d’estate, tepida d’inverno e aspetterò con l’animo scarnito e con la bocca amara la fine» (13).

«Un giorno dei suoi ultimi (circa due mesi dopo sarebbe morto) – scrive il fratello Pietro (14) – lo trovai insieme con padre Favero (o Favaro?), venuto a porgergli i saluti di padre Poggeschi che, prima d’entrare nella Compagnia di Gesù, era stato pittore a Parigi; stavano recitando la poesia “Benedizione”, dedicata alla mamma (…). Alla fine, gli occhi velati di tenere lacrime, Gigi disse che avrebbe desiderato accostarsi all’Eucaristia invaso da quei ricordi». Per la madre, dopo la sua morte, fa celebrare ogni anno una Messa di suffragio.

Affetto da un’irreversibile malattia psichica, de Pisis viene internato spesso in manicomio. Polinevrite è ciò che gli viene diagnosticato. Per tutta la vita deve fare i conti con questo disturbo che lo conduce alla morte il 2 aprile 1956. I funerali religiosi vengono celebrati a Milano e dopo la salma viene trasportata a Ferrara, dove arriva alla Certosa. Il 5 aprile avviene il funerale solenne nella sua città, con il feretro portato a spalla dagli allievi del Dosso Dossi. Pochissime persone assistono alle esequie.

(1) “Filippo de Pisis ogni giorno”, Sandro Zanotto, Neri Pozza, Vicenza, 1996.

(2) “Mio fratello de Pisis”, Pietro Tibertelli de Pisis, Guarnati, Milano, 1957.

(3) “Filippo de Pisis ogni giorno”, op. cit.

(4) “La città dalle 100 meraviglie”, Filippo de Pisis, Abscondita, Milano, 2009.

(5) Ibid.

(6) “Mio fratello de Pisis”, op. cit.

(7) “La città dalle 100 meraviglie”, op. cit.

(8) Ibid.

(9) Ibid.

(10) Ibid.

(11) “Confessioni”, Filippo de Pisis, Le lettere, Firenze, 1996.

(12) Fonte: Provincia Sant’Antonio dei Frati Minori, Bologna.

(13) “La città dalle 100 meraviglie”, op. cit.

(14) “Mio fratello de Pisis”, op. cit.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 gennaio 2022

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Solidi viandanti in cerca dell’Altrove

5 Gen

Fino al 6 marzo al PAC di Ferrara è possibile ammirare la mostra di Sergio Zanni “Volumi narranti”

di Andrea Musacci


«Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò» (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 16 febbraio 1936)


Epica Etica Etnica Pathos: viene in mente il titolo di un album dei CCCP ammirando le opere di Sergio Zanni. Sì, perché nelle sue magnifiche creazioni ci sono le quattro categorie fondamentali di un’arte che non si sfalda in astrusi concettualismi ma rimane “pesante”, “novecentesca” e per questo autentica, capace di colpire gli occhi e la mente di chi la guarda senza inutili astuzie.

Si intitola “Volumi narranti” la mostra inaugurata il 18 dicembre scorso al PAC – Padiglione di Arte Contemporanea di Ferrara e visitabile fino al 6 marzo dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 18. Zanni, classe ’42, si forma all’Accademia di Belle Arti di Bologna, e dagli anni Sessanta sceglie di passare, anche se non in maniera esclusiva, dalla pittura alla scultura. Nel ’73 si tiene la sua prima personale al Centro Attività Visive del Palazzo dei Diamanti. Dal ’67 al ’95 ha insegnato all’Istituto d’arte “Dosso Dossi” di Ferrara e nel 2011 ha partecipato alla 54° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.


Timore dell’assoluto

Della ponderosità delle sue creazioni, dicevamo. Il peso del corpo, in una società come la nostra, dematerializzata e quindi transumana (termine usato dallo stesso Zanni), è una forma di difesa e di speranza. È una pesantezza, quella delle sue sculture, che richiama l’assoluto, il maestoso, l’incommensurabile. Ammirandole, si viene come catturati dal loro misterioso stare. Timore e tremore, un eterno senza mutamento, una verticalità vertiginosa. I particolari dove risiede l’espressività – il volto, le mani – sono ridotti, miniaturizzati rispetto al busto e alle gambe. Come una coltre oscura i cappotti avvolgono la massa del corpo. Le figure, dunque, stagliandosi come enigmi perturbanti, sembrano oltrepassare l’umano strettamente inteso, senza assurgere, però, del tutto al divino che pur richiamano. 


Basi solide e forti

Da questo senso di deferenza che le figure trasmettono, ne viene, però, un primo riflesso positivo. Gli uomini che paiono piantati nel terreno, ben saldi e identificabili, hanno una storia, possiedono corpi levigati dalla vita e dalle esperienze. Come zia Jole e zio Gabriele, famigliari di cui Zanni racconta nel catalogo della mostra, che in lui richiamano il dolore e la bellezza dell’infanzia, figure forti e cariche di passato, il cui ricordo ridona anima e sangue, pone un legame forte con la terra, con la tradizione. Un equilibrio, quello antico da lui stesso narrato, oltre che rappresentato nelle sue creazioni, fermo ma non passivo.


Fragilità e Desiderio

Sono corpi ingombranti, infatti, ma anche “deformi”, sproporzionati, volutamente imperfetti. Ciò li rende tutt’altro che simili a sfingi, gelidi oracoli, ma corpi desideranti. Sono pesanti ma paiono leggerissimi, quasi volatili, sostenuti da un vento, da uno spirito ignoto. Come in sogno, vivono le contraddizioni tra le proporzioni e nelle forme, nei simboli oscuri, negli occhi commoventi perché tanto irreali da sembrare troppo reali. Questi giganti malinconici e meditabondi, sempre ambigui nel loro oscillare tra terrore e dolcezza, sembrano a un tempo serafici e sconsolati, riflessivi e placidi. In sé serbano chissà quali ricordi e chissà quale avvenire possibile. Ma nel nulla che sembra circondarli, c’è un punto, di là dall’orizzonte, invisibile e forse inaccessibile, che cercano, e che rende i loro occhi pieni di uno struggente Altrove.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 gennaio 2022

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Paesaggi dell’anima nelle opere di Emidio De Stefano

5 Gen

La Galleria del Carbone ospita una retrospettiva dell’artista scomparso nel marzo 2020

L’ambivalenza e la profondità delle opere di Emidio De Stefano non smettono mai di stupire. L’artista originario di Oria, vicino Brindisi, legato a Ferrara per oltre 30 anni, è omaggiato con una mostra retrospettiva dal titolo “Paesaggi” ospitata dal 18 dicembre al 6 gennaio nella Galleria del Carbone. Un’occasione per ammirare opere di diversi periodi realizzati dall’artista deceduto nel marzo 2020.

Una mostra fortemente desiderata dalla moglie Simona Rizzardi e dalla figlia Camilla per questa personalità che a Ferrara ha lasciato un segno indelebile in tre decenni di insegnamento all’Accademia “San Nicolò” di Ferrara e come Presidente del Club “Amici dell’arte”. De Stefano, classe 1950, a Oria ha compiuto studi classici per poi partire per Roma dove, negli anni ’70, ha vissuto come artista di strada iniziando a fare ritratti sulla gradinata di Piazza di Spagna e frequentando i pittori di via Margutta (Schifano, Tardia – morto lo scorso novembre -, Guttuso). Poi ha vissuto a Firenze, Venezia, Parigi, Monaco di Baviera, Lido degli Estensi (dove ha conosciuto Remo Brindisi), e ha studiato all’Accademia di Belle Arti a Ravenna. A Ferrara si è trasferito negli anni ’90 e qui ha deciso di rimanere. 

Una pittura di paesaggio, la sua, originale e per nulla leziosa, da uno stile figurativo a uno sempre più complesso, che si avvicina anche all’astratto. Un vero viaggio nel paesaggio dell’anima. La sua anima di uomo dedito alla ricerca del bello e allo spirito della sua amata e struggente terra salentina. Una tecnica introspettiva, quella di De Stefano, che denota una forte affezione a quelle radici ineliminabili, che come solchi segnano, nel bene e nel male, l’esistenza di una persona. Moti profondi vissuti con intensità per anni, radici non assenti ma invisibili nei suoi paesaggi. La realtà sensibile non possiede nessuna presunta “oggettività”. L’interpretazione – in questo caso dell’artista – è inevitabilmente soggettiva, creatrice, svelatrice non di un già dato, ma di alcuni riflessi dell’interiorità dell’artista stesso. Artista che, quindi, inevitabilmente informa di sé il reale. Una realtà, dunque che, come nel caso dei “Paesaggi” di De Stefano, è immagine, sguardo, proiezione imprevedibile delle sue idee, delle sue emozioni, del suo inconscio. L’artista, quindi, non a caso, più che creativo, è creatore: non crea un’immagine, ma una realtà. Così è, ad esempio, in De Stefano per quelle stesure monocrome, quei “campi di colore” che ricordano Rothko. Campi di colore che forse, nel caso dell’artista salentino, erano anche “campi di dolore”, bagnati come sono da quella luce bassa e tesa, nelle cromie così accese o in quelle pesantemente cupe.

Come quel campo infuocato di rosso, terra che arde di sangue, di vita e che pare difficile da attraversare, simile a certi dipinti di Andrew Wyeth per quel taglio dal basso che rende minuscolo e inafferrabile il luogo desiderato. Ma quelle lunghe crepe che sembrano non finire mai, più che abissi sono fughe che guidano, nella loro luce dorata, il viandante. Così, anche nelle tele verticali, il senso di vertigine di quel cielo, pur luminoso ma lontano, non rappresenta uno scacco per chi guarda ma un invito a seguirlo strabordante oltre la tavola, al di là di tutto. Al di là delle nuvole.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 gennaio 2022

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Una folla per salutare Silvana: «sarai sempre una di noi»

8 Dic
Il saluto del marito Pino

Masi Torello, chiesa gremita e tredici fra sacerdoti e diaconi per l’addio alla scultrice Grilanda. La promessa del Sindaco: «Le opere che ci ha lasciato verranno onorate»

Un’intera comunità, quella masese, e una grande famiglia, quella dell’Arcidiocesi, ieri pomeriggio hanno dato l’estremo saluto a una figlia affezionata. La chiesa di Masi Torello era gremita per i funerali di Alberta Silvana Grilanda, scultrice e artista poliedrica, membro del coro parrocchiale “Ruah”, per tanti anni impegnata nelle più disparate iniziative artistiche, culturali e religiose in paese e a Ferrara, deceduta all’improvviso lo scorso giovedì a 68 anni.

Alberta Silvana Grilanda

«Silvana non è morta di vecchiaia ma per le sofferenze interiori», lei donna sensibile «sempre vicina ai dolori e alle povertà delle persone», ha riflettuto nell’omelia il parroco e amico don Giuseppe Crepaldi che ha celebrato insieme ad altri 12 fra diaconi e sacerdoti, tra cui il Vicario generale mons. Massimo Manservigi. «Era impegnata nella famiglia e aveva una grande fede, il suo volto era sempre gioioso, mi era stata molto vicina anche quando ero stato operato di cataratta». Con commozione don Crepaldi alla fine della cerimonia ha confidato: «mia è la gioia e insieme il pianto: pianto per un dispiacere così grande, gioia nel vedere così tanta solidarietà. Grazie, sarai sempre una di noi».

«Oggi sono qui soprattutto come “Riccardo”: così Silvana mi ha sempre chiamato, fin dai primi giorni da Sindaco nel 2014», ha ricordato il primo cittadino Riccardo Bizzarri. «Era intelligente, colta, intuitiva». E affidabile: «ogni volta che le veniva assegnato un incarico, ero sicuro che ne sarebbe uscito un capolavoro. Faccio una promessa – ha proseguito -: «le opere che ci ha lasciato verranno onorate, saranno la testimonianza della sua persona e un omaggio a lei. La sua morte lascia un grande vuoto in me e nella nostra comunità».

Un vuoto riempito almeno in parte dall’enorme affetto per Grilanda, per il marito Pino e il figlio Michele. Una forte riconoscenza espressa, ad esempio, nelle parole pronunciate da Renato Veronesi del Gruppo Scrittori Ferraresi, nella presenza dell’AVIS col presidente comunale di Ferrara Sergio Mazzini e di una rappresentanza della sezione locale, dell’Azione Cattolica e del gruppo diocesano dei “Genitori in cammino”, a cui Grilanda e il marito si sono uniti dopo la morte prematura del figlio Antonio nel 2004.

«Ci hai lasciato così, Silvana – è stato l’ultimo saluto del marito -, con un dolore talmente grande da essere oltre ogni immaginazione. Ma la fede ci sostiene».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Nuova Ferrara” l’8 dicembre 2021

Il saluto del Sindaco

Alberta Silvana Grilanda, una vita per l’arte e la Chiesa

6 Dic

È morta improvvisamente lo scorso 2 dicembre a 68 anni. Scultrice di Masi Torello impegnata anche nella pittura e nell’incisione, lascia il marito e un figlio. L’impegno nell’Azione Cattolica e l’appartenenza ai “Genitori in cammino”

di Andrea Musacci

Lo sgomento che diventa commozione, il dolore che, pur rimanendo, assume i tratti della gratitudine profonda e della preghiera nell’affidamento al Signore.

Ha lasciato un oceano di affetto e riconoscenza Alberta Silvana Grilanda, deceduta improvvisamente la mattina del 2 dicembre scorso a 68 anni. I funerali sono stati celebrati nel pomeriggio del 7 dicembre nella chiesa di Masi Torello, paese dove risiedeva. Scultrice impegnata anche nella pittura e nell’incisione, lascia il marito Pino Cosentino – fotografo del nostro Settimanale – e il figlio Michele, il secondo dei due avuti dalla coppia: nel 2004, infatti, morì giovane il loro Antonio, mai dimenticato, dramma che li fece avvicinare al gruppo diocesano dei “Genitori in cammino” allora guidato da mons. Mario Dalla Costa. Un’appartenenza, quest’ultima, decisiva per Silvana e Pino, ma non esclusiva all’interno della Chiesa: lei, infatti, era attiva nell’Azione Cattolica e nel Coro Ruah della parrocchia di Masi Torello, partecipava ad alcune attività del Circolo Laudato si’, si impegnava per il “Progetto diga – Emergenza Zimbawe”. Silvana amava la sua Chiesa, di cui si sentiva parte integrante e attiva, tanto da donare negli anni anche alcune sue opere: l’ultima, lo scorso maggio, la Via Crucis realizzata per la nuova chiesa di Ponte Rodoni, parrocchia guidata da mons. Dalla Costa. Ma come non ricordare, ad esempio, anche la “Madre della Sofferenza”, terracotta policroma donata a Papa Francesco; la “Via Crucis” in terracotta alla parrocchia di S. Caterina Vegri a Ferrara, “Gesù e la Madre coronati da spine” donata al Santo Padre Benedetto XVI. O il “S. Francesco”, scultura di terracotta presente nel Seminario Arcivescovile di Ferrara; “Il Signore della Vita”, paliotto di terracotta nella chiesa di Cassana; e il “S. Leonardo Abate”, altorilievo di terracotta nella chiesa di Masi Torello.

Tutte opere che Grilanda realizzava nel suo studio situato dove un tempo sorgeva l’officina del padre fabbro ferraio (foto). Opere che continuava a creare grazie a una vena artistica mai sopita: oltre a essere spesso invitata al MAF di S. Bartolomeo in Bosco, nella Galleria del Carbone di Ferrara fino al 12 dicembre una sua incisione, “La forza della terra”, è esposta nella collettiva dal titolo “L’albero della conoscenza”. Sempre col Carbone, lo scorso luglio e agosto ha partecipato a una collettiva di artisti ferraresi nella “Kreis Gallerie” di Norimberga. E col Carbone «diversi erano i progetti per il futuro», ci spiega Lucia Boni. Collaborava anche col Club Amici dell’Arte. Socia del Gruppo Scrittori Ferraresi, Grilanda lo scorso giugno è stata protagonista, con la sua opera “La Tenda”, della copertina dell’Ippogrifo. Tra le sue ultime opere ricordiamo anche l’acquerello “Villa Estense di Medelana” per la copertina del libro “La ‘mia’ Delizia” di Gabriele Barboni, da poco uscito. Innumerevoli le mostre, i riconoscimenti e le pubblicazioni in tanti anni di attività.

Tempo fa, come testimonianza della loro esperienza coi “Genitori in cammino”, Silvana e il marito Pino scrissero in un passaggio: «Gesù ci dona la capacità di andare avanti e l’angoscia, la solitudine, lo sconforto e le nostre fragilità vengono da Lui accolte, sostenute e trasformate in un cammino verso Dio». È l’augurio che rivolgiamo ai suoi cari.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 dicembre 2021

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«Ho preferito non accordarmi con l’anima contemporanea»: le memorie inedite di G. B. Crema

3 Mag
Giovanni Battista Crema, 1957

Le inedite “Memorie” dell’artista sono pubblicate nel catalogo della mostra esposta nel Castello Estense. Scritte negli ultimi anni di vita, le pagine trasudano sconforto riguardo alla volgare e violenta modernità. Ma Ferrara, col suo incanto, lo confortava nel dolore

di Andrea Musacci

Che con la vecchiaia si acquisti (quasi sempre) saggezza e ponderatezza, si sa, per certi versi è fisiologico. Che le ombre della morte diventino più dense e ampie è un’altra inevitabile certezza. Ma che il rifugio estremo del cuore e della coscienza nel proprio passato diventi fortino, questo può dipendere da fattori psicologici ed esistenziali non del tutto sondabili. Nel caso di Giovanni Battista Crema, pittore ferrarese di fama nazionale, morto nel 1964, un documento autobiografico inedito ci permette perlomeno di indagare e di riflettere sulla sua torsione solitaria e pessimista, incline alla fuga dal presente verso il tempo trascorso.

“Memorie inutili di un sopravvissuto” è il titolo di questo testamento scritto dall’artista tra il 1953 e il 1960, e che ora i suoi nipoti Annalisa, Giovanni Andrea e Silvia Crema hanno permesso di pubblicare nel catalogo della mostra inaugurata il 1° maggio nel Castello Estense di Ferrara. “Giovanni Battista Crema. Oltre il divisionismo” – questo il titolo dell’esposizione visitabile fino al 29 agosto – è organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e Gallerie Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, e curata da Manuel Carrera e Lucio Scardino. Le opere provenienti da collezioni civiche (quella di Ferrara ospita 22 dipinti e diverse opere su carta) e private mostrano bene il percorso di Crema dal socialismo degli anni giovanili  all’unione di realismo e simbolismo della maturità.

La modernità fa crollare le certezze

Nato a Ferrara il 13 aprile 1883 nel Palazzo Crema in via Cairoli, figlio di una famiglia benestante, a 14 anni inizia a prendere lezioni di disegno e pittura presso Angelo Longanesi-Cattani, per poi trasferirsi due anni dopo a Napoli per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Nel 1903 – dopo un periodo a Bologna – Crema si trasferisce a Roma insieme alla madre rimasta vedova e si unisce al movimento artistico dei giovani capitolini, fra cui Balla, Boccioni e Severini. Qui emerge un suo realismo “moralista” e un divisionismo sentimentale. 

Le sue “Memorie” iniziano proprio nel segno del lutto e della distruzione nella “città eterna”. Nei primi anni ’50 i figli hanno fatto costruire la nuova casa sul terreno di quella precedente, demolita dopo averli ospitati per 40 anni: «Mi sembrava che insieme a quelle pietre (…) – scrive – crollasse la ragione stessa di vivere ancora». L’immagine della casa che crolla è l’immagine del crollo delle certezze, dei muri che definivano un’epoca, una cultura. La modernità, Crema, la sente arrivare nei primi del ‘900, il «secolo più onestamente rivoluzionario»: un tempo – scrive ancora – rappresentato «dall’invadenza della burocrazia e dalla catalogazione dell’individuo», posto «continuamente sotto il controllo dello Stato», sia in quello delle democrazie occidentali, sia nelle dittature nazista, fascista e sovietica. 

«La smania morbosa di velocità» è un altro tratto che a suo parere contraddistingue il moderno, «verso una completa superficialità». Altro che progresso, sembra dirci, il nuovo, in realtà, è dominato da quegli «istinti ancestrali di tempi primitivi».

«Il mondo all’improvviso sembrò malato di innovazione a tutti i costi»

«Con la facilità che i moderni mezzi di diffusione consentono, si possono lanciare, e si lanciano indiscriminatamente, tutte le idee più assurdamente inconsistenti o più diabolicamente tendenziose». Crema la chiama la «demoniaca propaganda del nuovo per il nuovo ad ogni costo», una sorta di «collettivismo intellettuale» nemico della «mente libera e capace di indagine», che è «bene supremo, un immenso dono di Dio», necessario per riconoscere e difendere, pur nella sempre necessaria originalità, «quel patrimonio di sapere e di spiritualità». 

La critica al futurismo e al fascismo è conseguente: del regime Crema condanna la «violenza brutale e sanguinosa», il capovolgere «la cultura incoraggiando tutti quegli estremismi» fondati «sulla ingenua illusione del capo», creatori dell’«Arte Fascista, ad onore e gloria del dittatore». 

E a proposito dell’arte, la critica va anche ad ogni avanguardia e astrattismo: «Ho sempre creduto (…), e credo – scrive –, che (…) la rappresentazione debba avere tutti i requisiti della verosimiglianza», «correttezza» ed «eleganza» a favore dell’«economia armonica dell’opera». Il rifiuto di “adattarsi”, per moda o convenienza, per compiacere e far carriera «come continuamente ho fatto, significava accettare il boicottaggio e l’isolamento».

Ma la violenza del potere moderno si esplica anche nella guerra. Durante il primo conflitto mondiale, arruolato nella fanteria, Crema subisce gravi ferite e rimane invalido. Durante il secondo, viene arruolato dal Ministero in Marina per  documentare la vita militare. «Ogni nuovo ritrovato della scienza di questa terribile, calamitosa, barbarica meraviglia – sono ancora sue parole –, è immediatamente sfruttato in applicazioni belliche, sicché, lo sforzo di cervelli superiori, anziché al bene degli uomini è orientato esclusivamente a creare i più orrendi mezzi di distruzione». 

Pur con una certa dose di elitarismo e di complottismo («sorge spontaneo il dubbio che vi sia alla base una qualche forza oscura e potente», scrive), il suo umanesimo si pone dunque a difesa della «dignità umana e dell’individualismo inesauribile», della prevalenza dello «spirito intimo della civiltà individuale» sulle pur «preziose conquiste» tecnologiche. Da qui, la vicinanza alle lotte del mondo del lavoro e la difesa romantica, estrema, dei secoli passati.

La «vecchia e silenziosa casa natale»

Ferrara, col suo «romanticismo decadente, un po’ manierato», «simile al sogno inverosimile di un poeta», incarna per Crema quel passato fatto di gloria e di magia. L’artista tornerà più volte nella città natia per esporre – ad esempio nel ’20 in Arcivescovado e nel ’25 in Castello -, ma il pensiero, in queste “Memorie” degli ultimi anni, torna all’infanzia. A fine ‘800, ricorda, «la vita scorreva tranquilla», Ferrara «forse era un po’ monotona» ma nella «vecchia e silenziosa casa natale» Crema vede il luogo dei sentimenti più veri. Il passato rivive, nel profondo disagio del presente, come claustro immacolato, grembo dove il tempo sapeva cullare con parvenza di placida immobilità.

«La città sembrava sonnecchiare, pigra, nella luce violacea delle sue nebbie autunnali – scrive ancora Crema –, per risvegliarsi, lenta, quando il tardo sole di primavera aveva disciolte le nevi abbondanti…». L’artista ricorda ad esempio quando «passavamo, verso sera, sotto la Cattedrale e guardavamo accendersi, nel pulviscolo bluastro della nebbia, i due lumi votivi che, all’Ave Maria di ogni giorno che tramonta, la pietà di qualcuno, morto da secoli, fa ardere ancora in onore della Santa Vergine». E ancora, «la grande piazza, sul fianco della Chiesa Madre», «i ponti levatori della turrita dimora ducale», la «casa di Marfisa la bionda». «Un ambiente di fiaba ariostesca», dunque, abitato da fantasmi e dalle favole della nonna, «materiate di poesia». Ma al tempo stesso, la città nella quale inizia a vedere le «prime modeste lampadine elettriche» che squarciano delicatamente quella «nebbia trasparente», che diventerà, più avanti, «nebbia pesante» di inquietudini foriere di guerra, di violenza e di lutti. Lutti che colpiranno diverse volte Crema, che perderà precocemente la moglie (nel ’46) e il figlio (nel ‘57).

Questa violenta cupezza mai lo abbandonerà, tanto che nelle “Memorie” sembra vincere il disincanto: «la felice canzone che trillava nel cuore giovinetto si è tramutata in un disperato singhiozzo (…). Ora non ci attende più nulla». Ma l’ultimissima parola è donata alla speranza: «In fondo al cuore – conclude – rimane sempre viva, come una lampada votiva, una piccola luce che è la perenne tradizione della stirpe».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 maggio 2021

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Fotografia: apparizione divina o spoetizzante? Una mostra al PAC di Ferrara

1 Mar

Fino al 2 maggio l’esposizione su Italo Zannier curata da Vittorio Sgarbi

Apparizione, epifania, anzi “fotofania”. Tutt’altro, insomma, che ancella dell’arte pittorica e scultorea, molto più che mero mezzo riproduttivo. È la fotografia, che con i suoi oltre 180 anni di vita, rimane emblema della contemporaneità e, pur in forme differenti (e non scevre da pericoli), ne connota sempre più lo spirito.
A questa lunga storia – che non sembra conoscere crisi – è dedicata l’esposizione “La fotografia 1839-2020. Il libro illustrato dall’incisione al digitale. Italo Zannier fotografo innocente”, visitabile fino al 2 maggio al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara e organizzata da Comune e Ferrara Arte in collaborazione col MART di Trento e Rovereto. Un progetto espositivo, dunque, che nel ripercorrere le origini e le tappe salienti di quest’arte, omaggia anche uno dei suoi massimi storici nel nostro Paese, Italo Zannier.
Zannier, 89 anni, è, infatti protagonista di entrambe le sezioni della mostra: la prima, al piano terra, con circa 100 preziosi volumi provenienti dalla sua collezione, che permettono di ripercorrere l’evoluzione della fotografia dalle origini ad oggi. I libri sono sfogliati e commentati da lui stesso in un video riprodotto all’interno delle sale. Completano il percorso altre quattro interviste a critici della fotografia e dell’arte, Vittorio Sgarbi, Angelo Maggi, Massimo Donà e Michele Smargiassi, autori anche di interessanti contributi nel catalogo di mostra. La seconda sezione, intitolata “Italo Zannier fotografo innocente”, documenta, invece, la sua attività artistica, del tutto inedita, dal 1952 ad oggi con un centinaio di sue fotografie che spaziano dall’approccio neorealista degli anni Cinquanta alle sperimentazioni più recenti con strumenti digitali. Un primo appunto alle scelte dei curatori riguarda come nelle diverse sale sia predominante – per una mostra che ha come oggetto le immagini – l’accompagnamento e l’approfondimento audio, che diventa quasi pervasivo al pianterreno. Una contraddizione che non aiuta a immedesimarsi nel percorso documentale e in quello artistico, obbligando il visitatore a una sorta di “conferenza” registrata.
In ogni caso, tornando ai contenuti specifici, citiamo alcune delle parole di Sgarbi, Presidente di Ferrara Arte e co-curatore della mostra, contenute nel suo saggio del catalogo legato all’esposizione: «L’umanità si è riprodotta con l’accelerazione con cui le immagini hanno moltiplicato il mondo, consentendo di dominare l’“altrove”. Le ricerche tecniche avanzano di decennio in decennio producendo dagherrotipi, fotoeliografie, zincografie, via via fino alle attuali tecnologiche digitali ed elettroniche che prescindono dalla stampa e che privilegiano la riproduzione “luminosa”, fantasmatica, sopra uno schermo, come nel computer o nei telefoni cellulari. Da qui, pertinentemente, Zannier conia il neologismo “fotofanie”, ossia “apparizioni”, per distinguerle dalle fotografie che necessitano di un supporto cartaceo».
La serialità, l’infinita, stordente, riproducibilità dell’immagine fotografica, resa oggi sempre più possibile, non viene, dunque, connotata da Sgarbi in negativo. Anzi, il non essere più necessariamente vincolati al supporto materiale per la fruizione dell’immagine, rende maggiore questa sua impalpabilità, questo suo assomigliare, come nessun’altra arte, a qualcosa appartenente a un altrove, a un altro mondo, a un’ulteriore dimensione.
Leggiamo a proposito le parole dello stesso Zannier, contenute nello stesso catalogo: la «fotografia non è soltanto un mezzo, ma possiede una sua specifica bellezza! La sua Natura. L’immagine che oggi risulta dopo lo “scatto” dell’otturatore è fatta, come tutta la fotografia, ma qui soprattutto, di LUCE conseguente e finale e basta; una luce definitivamente, sorprendentemente fanica (Fotofania, un mio neologismo!). È un’apparizione, che scompare mediante un altro semplice scatto e si trasforma ancora, se si vuole, in una complessa formula matematica che “non si vede” ed è imprigionata in una schedina. Un’equazione che, volendo, diventa una Foto-grafia quando si provvede a offrirle un supporto, ossia un suo specifico corpo, di carta, cartone o ciò che si vuole, per sentire le vibrazioni della sua superficie, tattile anche, e per chi ha buon naso, il suo profumo.
La cosiddetta Realtà è condivisa oggi velocemente con queste immagini fantasmagoriche, fotofanie, simulacri, sembianze, nelle quali siamo sommersi, senza pace né speranza, se non quella, che io ho, di cogliere, capire – e quindi accettare – la nuova simbologia della realtà, in quella luce pura ed evanescente di questa nuova Realtà». La magia dell’ineffabile sembra, dunque, vincere sulla spoetizzante saturazione derivante dalla moltiplicazione infinita. Una lettura originale questa di Zannier, pur opinabile, che ricorda come sia difficile interpretare un evento finché questo sia ancora “contemporaneo” e non ancora del tutto storicizzabile.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 marzo 2021

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Quei ferraresi in Texas: Camp Hereford durante la seconda guerra mondiale

16 Feb

Si intitola “Hereford. Prigionieri italiani non cooperatori in Texas” il nuovo libro dello storico Flavio Giovanni Conti. La cronaca agrodolce del biennio ’43 al ’45 che segnò il futuro di diversi ferraresi, tra cui Gaetano Tumiati, Ervardo Fioravanti e Giovanni Rizzoni

Ufficiali prigionieri a Hereford. Gaetano Tumiati è il sesto in piedi da sx. Seduti da sx: il terzo è Giuseppe Berto, il quinto Fioravanti (foto Floretta Ravaglioli e Anna Rizzon)

di Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 febbraio 2021

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Un dolce che riproduce il Castello di Ferrara e un serpente divorato dopo averlo cotto nella brillantina per capelli.
Sono solo due aneddoti riguardanti i ferraresi fatti prigionieri dagli Americani durante la seconda guerra mondiale e detenuti a Camp Hereford in Texas. Un capitolo agrodolce della storia del Novecento, che segnerà nel bene e nel male la vita di tanti italiani, divenuti poi celebri intellettuali, docenti, artisti, giornalisti, imprenditori e politici.
Ne parla lo storico Flavio Giovanni Conti nella sua ultima fatica, “Hereford. Prigionieri italiani non cooperatori in Texas” (Il Mulino, gennaio 2021). Negli anni Ottanta Conti fu il primo a realizzare studi scientifici prima sui prigionieri di guerra italiani, poi nello specifico su quelli negli Stati Uniti. Quest’ultimo libro si basa principalmente su fonti d’archivio italiane, statunitensi e vaticane, oltre che su memorie e testimonianze orali e scritte dedicate a questo luogo nel tempo erroneamente etichettato come “campo fascista”. L’ingiusto marchio fu affibbiato nel ’48, anno di uscita del libro del ferrarese Roberto Mieville intitolato “Fascists’ Criminal Camp”, il primo dedicato a Camp Hereford.
Sono stati circa 1milione e 200mila i militari italiani prigionieri durante la seconda guerra mondiale, di cui metà catturati dai tedeschi e l’altra metà dagli Alleati. Di questi circa 560mila, ben 51mila furono inviati negli Stati Uniti, la maggior parte dei quali fu trasferita dopo la resa italiana del maggio ’43 in Africa settentrionale, su suggerimento del generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo. Nell’ottobre del ’43 gli Alleati avviarono un programma di cooperazione in base al quale i prigionieri italiani che si fossero offerti volontari per svolgere determinati lavori, avrebbero ricevuto in cambio alcuni miglioramenti nel trattamento. I prigionieri che non aderirono alla cooperazione furono separati dagli altri e internati soprattutto nel campo di Hereford (oltre 3mila), nelle Hawaii e in alcuni campi dello Utah.
Sei furono i ferraresi detenuti a Camp Hereford: Gaetano Tumiati, Luigi Deserti, Ervardo Fioravanti, Roberto Mieville, Giovanni Rizzoni (detto Gioriz) e Lorenzo Rolli. Nonostante alcuni periodi di razionamento dei viveri e alcuni soprusi, la vita nel campo era più che dignitosa, seppur segnata dall’angoscia per la situazione nel nostro Paese e la nostalgia dei propri cari. Così Deserti descrive gli edifici dove vivevano: «Baracche di materiale tipo faesite con tetti incatramati e il pavimento interno in legno, ognuna d’esse divisa in cinque spazi, a loro volta divisi in due box ciascuno con due letti a reti metalliche con materasso e lenzuola. Nell’ingresso vi era una stufa e quattro armadietti».

Lorenzo Rolli, rugbista sfortunato
Sottotenente nato a Ferrara il 20 aprile 1916, convinto fascista, a Ferrara ”porta” il rugby, che egli stesso gioca e per il quale organizza un club. Lavora all’INPS ma muore giovane, nel 1958, di infarto.

Luigi Deserti, il repubblichino divenuto imprenditore
Fu lui a raccontare il sopracitato aneddoto del dolce lungo un metro e mezzo di lato – realizzato dal prigioniero Gaetano Giusberti -, che riproduceva il Castello di Ferrara, con il cortile pieno di bignè alla crema. Nel campo è tra i pochi insieme a Tumiati a dichiararsi aderenti alla Repubblica Sociale Italiana. Nel 1950 fonda la D&C, importante società di distribuzione di prodotti alimentari di qualità. Presidente dell’Industry Cooperative Programme della FAO dal ’74 al ’76, dal ’78 all’82 è anche presidente dell’Istituto per il commercio con l’estero (ICE). Nel ’60 crea l’“Oltremare”, società specializzata nella realizzazione di impianti per la lavorazione degli anacardi, che ha costruito 15 stabilimenti in Africa e uno in America Latina. Dal ’64 al ’70 è Consigliere comunale a Bologna per il Partito Liberale Italiano. Tra le onorificenze ricevute, quella dalla regina Elisabetta di Ufficiale dell’impero britannico.

Ervardo Fioravanti, artista instancabile
Nato a Calto (RO) nel 1912, giunge nel campo alla fine di giugno del ’43 con altri prigionieri catturati a Pantelleria. Si ritrova in baracca con, tra gli altri, Tumiati, Alberto Burri, Giuseppe Berto (che in questo periodo scrive il suo romanzo d’esordio, “Il cielo è rosso”), lo scrittore e magistrato Dante Troisi. Artista comunista, a Camp Hereford fa parte del gruppo dei “collettivisti”. Nell’agosto ’45 nel campo partecipa a una collettiva di arte figurativa con 14 opere, di cui sette acquerelli, due illustrazioni per racconti, tre disegni a penna, due oli. In un’altra occasione realizza la scenografia di un dramma di Troisi, “Sperando la vita”. Con quest’ultimo dirige anche una delle riviste del campo, “Argomenti”. Collabora anche con “Olimpia”, periodico sportivo, con i quaderni d’arte “Chiaroscuri” e con altre riviste artistico-culturali. Insegna nel corso di arte e durante la prigionia realizza diversi disegni, perlopiù caricaturali, sulla vita dei prigionieri a Hereford.
I primi mesi dopo il rimpatrio non sono per nulla facili. Lui stesso scrive nell’agosto ’46 all’amico Renzo Barazzoni: «Io non faccio (…) che sentire nostalgia della prigionia». Nel ‘50 è tra i fondatori del circolo artistico-culturale “Il Filò”. In seguito insegnerà all’Istituto d’arte Dosso Dossi di cui divenne Direttore nel ’60. È morto a Ferrara nel ’96.


Roberto Mieville, «baffetti neri e movenze angolose»
Caldo, fame e bastonate: è cupo il racconto di Mieville dalla cattura alla detenzione. È invece Tumiati, con poche pennellate, a raffigurare così il compagno di prigionia: «segnato dai baffetti neri, quegli occhi a spillo, quelle movenze angolose, tutte a scatti». Secondo il racconto di Aurelio Manzoni, nel campo si aggrega al gruppo dei “collettivisti”. Al rientro in patria chiede l’iscrizione al PSIUP di Ferrara, ma la sua domanda viene respinta perché era stato uno dei responsabili dell’incendio della Sinagoga di Ferrara, e, come ricorda Manzoni, «allora…passò al MSI». Di questo partito diviene deputato dal ’48 al ’55, anno in cui muore in un incidente stradale.

Giovanni Rizzoni (Gioriz), che convinse Burri a dipingere
Nato a Bondeno il 15 aprile 1911, tenente e architetto, ha una fidanzata di nome Italia. A lei e ai famigliari scrive numerose lettere dal campo rassicurandogli sulla vita più che dignitosa e anzi mostrando continua preoccupazione per il conflitto nel nostro Paese. In una lettera a Italia del 3 luglio 1944 scrive: «Alla sera spesso faccio lentamente il giro del campo quando la visione del reticolato è resa meno urtante dalla luce del tramonto e i riflettori non sono ancora accesi, come se ti seguissi da lontano, come se tu mi potessi apparire di là dove fisso, ma non vedo». Partecipa anche lui alla mostra di arte figurativa dell’agosto 1945 con sei sue opere. Dirige una delle rivista del campo, “Il Poviere” (da POW, Prisoner Of War) e collabora con altre. Insieme a Fioravanti e ad altri insegna nel corso di arte ed è tra i primi a incoraggiare Alberto Burri a iniziare a dipingere. Nel ’46, tornato dall’America, si sposa con Italia e l’anno successivo si laurea in Architettura a Roma. In seguito svolge l’attività sia come libero professionista sia sotto l’INAM. Solo nel ’69 riprende a dipingere e a disegnare. Muore a Roma il 23 ottobre 1972.

Gaetano Tumiati: il serpente mangiato e le tante attività
Nato il 6 maggio 1918 a Ferrara, si arrende nel maggio ’43 mentre si trova a Enfidaville, in Tunisia. La nave Santa Rosa porta lui e altri il 5 luglio ’43 in America. Racconta dei maltrattamenti compiuti dai soldati americani. Così descrive il paesaggio all’arrivo del treno: «Non c’erano paesi, non c’erano città, si vedeva solo questa immensa prateria […] come quelle che si vedono nei film western, girati da John Ford, sterminate, senza nessun segno di abitazione. Si vedevano soltanto in distanza, a quattro o cinque chilometri, delle luci molto chiare come se fosse una raffineria, o come se fosse un aeroporto […] e arrivammo al campo perché quelle erano le luci del campo». Calciatore appassionato, collaboratore di “Argomenti” e altre riviste, pur avendo all’inizio aderito alla RSI, nel campo partecipa alle riunioni dei “collettivisti”, ma in seguito viene espulso dal gruppo con l’accusa di “revisionismo”. È lui a raccontare, in seguito al calo delle razioni nella primavera/estate del ’45, del serpente mangiato insieme ad Alberto Burri dopo averlo cotto nella brillantina per capelli. Nel gennaio ’44 riceve la prima lettera, delle sorelle Roseda e Caterina alloggiate a Viserba, vicino Rimini, dove con la famiglia si sono recate per due settimane per sfuggire al caldo di Ferrara. È da una lettera di uno zio che viene a conoscenza della morte del fratello partigiano Francesco, detto Francino, fucilato dai fascisti a Cantiano (PU). Quella del campo è in ogni caso un’esperienza indimenticabile: «Quei due anni e mezzo di prigionia», scrive, «non dico che li rimpiango perché, ahimè, furono molto duri […] però sono stati sicuramente i più formativi della mia vita e hanno contribuito, più di ogni altra esperienza, più della guerra, più della educazione…anzi l’educazione fascista ha nuociuto […] più di qualsiasi educazione, anche quella invece onestissima familiare, di mio padre che era un rigoroso professore risorgimentale». Tornato in Italia, rimane in contatto con ex compagni di prigionia tra cui Mieville, Berto e Manzoni, diventa giornalista, prima per il “Corriere del Po”, poi per “L’Avanti”, “La Stampa”, “Panorama”, è direttore della “Illustrazione Italiana”, inviato in URSS negli anni di Stalin e nella Cina di Mao. Come scrittore ha vinto il Premio Campiello nel ’76 con “Il busto di gesso”. Le sue memorie le ha raccolte nella pubblicazione dell’85 “Prigionieri nel Texas”.

Ligabue artista fra grazia e miseria

26 Ott

Ritratto del pittore a cui è dedicata la prossima mostra a Palazzo Diamanti: anima reietta e sofferente, talento limpido in un’esistenza di dolori rivolta alla creazione di tante opere traboccanti bellezza e inquietudini

di Andrea Musacci


«Gli sarebbe piaciuto / contro il vento camminare / con un gran cane a lato / i gambali e i risvolti larghi / di una divisa, l’occhio aggressivo che / si intenerisce e chiede / pietà per tutti»
(Cesare Zavattini, “Ligabue”, 1967)

“Antonio Ligabue. Una vita d’artista” è il nome della mostra visitabile a Palazzo dei Diamanti dal 31 ottobre al 5 aprile, a cura di Marzio Dall’Acqua e Vittorio Sgarbi con la supervisione di Augusto Agosta Tota, e organizzata da Ferrara Arte e Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma.
Non è semplice cercare parole per questo artista unico nel panorama moderno italiano, celebre per le sue “giungle padane” costellate di animali feroci più o meno esotici, e noto per i suoi malinconici autoritratti.


Destino di preda
La malinconia di un’anima derisa da tutti, fin dall’infanzia, lui bambino gracile, isolato come un appestato, buono solo per le ingiurie dei ghigni tronfi dei compagni. Nei suoi animali pur privi di pietà non vi era, a differenza degli umani crudeli, alcun autocompiacimento ma solo il suono sordo della ferinità. Sì, perché a “Toni al mat” – come scrive Giuseppe Amadei nel catalogo di una retrospettiva organizzata ad Alba nel 2003 – «tra i tanti mali che gli sono capitati, il più grande è stato quello – nei momenti di maggiore lucidità – di conoscere il doloroso capire tutte le cose».
Era lui quella bestia azzannata che faceva emergere dalle sue tele, suo il terrore nello sguardo della vittima ormai disarmata, nuda di fronte all’esistenza, al male, al duro patire violento e insaziabile. Come quella «furtiva volpe rossa» che seppe cogliere «tra il terrore della morte e lo stupore / del tramonto intramontabile», come scrisse Cesare Zavattini nell’opera sopracitata. Un grido di movimenti e cromie simili alla vendetta di un demone maligno, all’irrompere cieco e per questo tremendo – come un destino – della realtà.
Paesaggi, quelli dei suoi quadri, che così spesso assomigliano, almeno di primo acchito, a eden vivaci e stralunati fino all’onirico, ma che in un lampo rivelano una luce troppo tagliente, un movimento di un corpo minaccioso tutto pelle, nervi e ferocia. E obbligano l’occhio di chi osserva, come nel rapidissimo susseguirsi di frammenti in un incubo, a scovare un’altra bestia più minuta, una minaccia ulteriore, e scoprirsi, come la vittima, come Toni, inermi, senza propulsione nelle gambe, senza più ripari psicologici. Come piegati, siamo costretti dinnanzi alle fauci spalancate, sentendoci noi stessi divorati. Oppure lui, Ligabue – «rosa vergine e selvatica» come lo definì l’artista Luigi Bartolini – si sentiva preda scelta del mondo e al tempo stesso concupito e logorato da tarli e smanie interiori, terrori vivi, frementi, tesi come i corpi lucenti delle sue tigri. Una paura famelica nascosta, come dietro la vegetazione dei suoi dipinti, dentro ognuno di noi, in ombra, come dormiente dietro un ramo, di un sonno torvo e ingannatore.


Apolide e solitario
Ligabue era nomade, apolide per natura, sempre straniero e quindi sempre ospite, mai di casa. Corrucciato e scostante, sempre pària, estraneo, si dice consumatore occasionale di cani e gatti lessati dopo averli conservati sotto la neve, ma anche amante di automobili e motociclette che, dopo il successo, iniziò a collezionare.
Mai familiare, dicevamo, ma capace di contatto, come in quel documentario di Andreassi dove, con fare a un tempo infantile e morboso, elemosina un bacio da una giovane donna a cui accarezza il viso, grato e stupito come fosse la prima femmina avvicinata. Implorante sì, patetico certo, ma umanissimo perché fragile, bisognoso, spigoloso e scorticato dalla vita, lui che si travestiva da donna – «nella sua solitudine Ligabue si inventava la compagna, la donna che non possedette mai nella realtà», racconta Andreassi. Ambiguo e non etichettabile, di certo non come pittore. Ma poco importa, perché ciò che conta è, come scrisse Luigi Carluccio nel 1965 sulla “Gazzetta del popolo”, che Ligabue «nelle sue opere ha trasposto il sentimento della vita, stravolto e crudele, che egli doveva sentire bruciare effettivamente nelle vene». Un sentire che defluiva, prima di iniziare a pennellare, e che diventava gestualità misteriosa, propiziatoria, accompagnata da nenie tribali, nemmeno loro dimentiche di quella sofferenza palpabile.


Corpo dannato, corpo di grazia
Vittima della diversità, dunque, un marchio accollatogli addosso dal mondo, che tardi e forse mai del tutto lesse in lui un certo senso divino in quella vertigine che è la creazione artistica. Senso offuscato da quel corpo di reietto, sporco e maleducato, fascio di impulsi e vizi, Ligabue aveva occhi scavati – così piccoli – dentro due nere conche, strette e atipiche.
In un insieme irregolare nei segni, nella pelle, nel cadenzare, in quelle orecchie troppo grandi, spiccavano labbra granata, una bocca piena di carie, sgraziata e incerta, se non nell’imprecare. Bocca nera di sigaretta, avara di parole, gradino dove incespicavano le parole, idiomi di offesa, millantatori, irridenti, miscuglio di tedesco, italiano e reggiano, ma anche parole che sapevano ritrarsi pudiche davanti ai bambini a cui dava del “voi”.
Labbra che sputavano bestemmie ma che chiesero il battesimo, poi gli altri sacramenti, fino, poco prima di spirare, l’estrema unzione. E che nella Pasqua dello stesso anno, vedendosi rifiutate nel chiedere la comunione, chiesero al prete: “Perché a me no? Suntia na bestia me?” (Sono una bestia, io?). E – come racconta Marzio Dall’Acqua – «quando il prete gli chiese se sapeva cosa fosse l’eucarestia, rispose: “Nostar Signur!”». Sembra di rivederlo dentro quel cappotto troppo grande, quel corpo minuto e venoso, quelle mani piccole e tozze che forse sapevano mal implorare, vittime tanto di un oscuro sortilegio quanto di una grazia oscura.
Grazia che conosce vie e trova sembianze assurde per mostrarsi a chi – Dio ci perdoni per questo – è di pietà sempre così digiuno.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 ottobre 2020

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Luoghi liberati dietro il Duomo: piazzetta aperta e antica Sacrestia restaurata

5 Ott

Nuovi spazi agibili nell’area della Cattedrale di Ferrara:
il 3 ottobre è stata riaperta p.zzetta S. Giovanni Paolo II e inaugurata una mostra permanente di fotografie del Duomo. Presentata anche l’antica Sacrestia restaurata. Prossimamente, mostra coi busti degli Apostoli di Alfonso Lombardi

Parziali ma significativi passi in avanti, anche a livello simbolico, sono stati realizzati nel restauro dei luoghi annessi alla Cattedrale. La mattina di sabato 3 ottobre si è svolta la riapertura ufficiale dell’antica Sacrestia e della piazzetta San Giovanni Paolo II a ridosso del campanile: è stata tolta la recinzione che fino ad ora, per motivi di sicurezza, impediva l’accesso alla piazzetta e al cortile dell’abside e quindi lo sbocco in via Canonica. È stato mons. Ivano Casaroli, Presidente del Capitolo della Cattedrale, a presentare i lavori realizzati e ad anticipare come prossimamente avrà luogo una mostra coi busti dei quattro Apostoli realizzati dal ferrarase Alfonso Lombardi (nato intorno al 1497): le opere sono recentemente tornati al Capitolo della Cattedrale dopo essere stati in prestito al Polo Museale di Bologna, città dove Lombardi visse e fu molto attivo.


Mostra fotografica
La base del campanile ospita una galleria di grandi fotografie in bianco e nero – una quarantina – per tenere viva la memoria dell’interno della Cattedrale e ricordare i bombardamenti, in particolare quello del 28 gennaio 1944 che colpì la città causando la morte di 202 persone, almeno 12 delle quali rifugiatesi nel campanile, oltre ai danni ingenti subiti dall’abside. Allora venne colpita l’allora sede del Capitolo e l’antica Sacrestia venne in seguito abbandonata. In mostra, sia gli esterni dell’edificio sia gli interni, con le navate e tutti gli altari (centrale e laterali), l’abside e il coro ligneo, oltre ad alcune miniature del XV secolo dei Libri Corali conservati nel Museo della Cattedrale.
Oltre alla collaborazione con Dinamica Media e Digital Neon, è stato Giovanni Lamborghini, Archivista del Capitolo della Cattedrale, a compiere l’opera di ricerca e selezione delle fotografie dall’Archivio e dalla collezione dell’avv. Andrea Lodi, alcune realizzate negli anni ’70, ma la maggior parte scattate appunto negli anni ’40. Proprio quest’ultimo corposo gruppo fu realizzato dallo Studio “Vecchi e Graziani” di Giuseppe Vecchi e Ada Graziani. Lo Studio iniziò l’attività nel secondo decennio del ’900 in via Camposabbionario 11 per poi trasferirsi in via XX Settembre 131 e diventare nei decenni successivi uno dei più quotati in città. Giorgio Franceschini, assieme a don Giulio Zerbini, don Giuseppe Baraldi e don Alberto Dioli, per incarico dell’allora vescovo mons. Ruggero Bovelli documentò con estrema precisione lo scenario della Ferrara devastata dai bombardamenti: attraverso l’occhio fotografico di Vecchi, Franceschini e i sacerdoti del Seminario realizzarono un reportage intitolato “Bufere sul Ferrarese”, che fu mostrato anche a mons. Montini – futuro Paolo VI -, allora sostituto della Segreteria di Stato di Pio XII. Don Giulio Zerbini sul nostro Settimanale il 6 aprile 1969 nell’articolo “Compagni di messa del papa” scrisse: «All’indomani della fine del conflitto, l’arcivescovo di Ferrara mons. Ruggero Bovelli chiese ad un giovane studente: “…Sei appassionato di fotografia… preparami una documentazione sui danni arrecati dalla guerra alle chiese e alle opere ecclesiastiche…Roma vuol conoscere la reale situazione…”. Alla fine di dicembre 1945, grazie all’intensa collaborazione di Giuseppe Baraldi, Giulio Zerbini e Alberto Dioli, il lavoro era completato». Il volume “Bufere sul Ferrarese” fu stampato dalla Tipografia Artigiana di Ferrara nel 1981 con disegno in copertina di don Franco Patruno.


Antica Sacrestia ora agibile
Quattro mesi fa (v. “la Voce” del 12 giugno) avevamo presentato in anteprima la rinnovata Sacrestia dei canonici a ridosso del campanile della Cattedrale. La mattina di sabato 3 ottobre è stata ufficialmente presentata alla cittadinanza dopo il restauro, iniziato nell’autunno del 2017, reso possibile dalla collaborazione tra il Capitolo della Cattedrale e il Comune di Ferrara. L’inaugurazione avrebbe dovuto svolgersi tra marzo e aprile scorsi ma il Coronavirus ha bloccato tutto. A far da Cicerone è stato Giovanni Lamborghini, Archivista del Capitolo e dell’Archivio storico diocesano. Presenti tra gli altri il nostro Arcivescovo mons. Perego, l’Assessore Marco Gulinelli, oltre a Francesca Sbardellati e Chiara Montanari, rispettivamente ingegnere e architetto resposnsabili dei lavori. Un’Ave Maria ha chiuso l’inaugurazione.
Sopra l’altare si possono ammirare tre pregevoli opere d’arte (a destra): Una grande “Deposizione di Cristo” realizzata da Domenico Mona nel 1557, e portato dalla Cattedrale una volta aperta la Sacrestia, come anche l’affresco raffigurante il volto della Madonna, in origine dipinto a muro da artista ignoto. Infine, l’ottocentesco “Orazione di Cristo nell’orto” di Girolamo Scutellari.
L’antica Sacrestia settecentesca ha subìto interventi di riparazione dei danni post sisma e miglioramento sismico. Fondamentali anche i complessi lavori sugli imponenti armadi e sull’altare, per questo edificio per decenni usato come deposito.
I lavori, che hanno visto l’ex Amministratore del Capitolo della Cattedrale mons. Marino Vincenzi come primo promotore, sono stati progettati e diretti dall’arch. Maria Chiara Montanari, col cantiere guidato dal geom. Daniele Chiereghin della IBF Emilia di Ferrara, la supervisione tecnica dello studio “Struttura” srl e la sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio. Gli interventi strutturali sull’edificio sono stati eseguiti con i finanziamenti del MUDE (i contributi post sisma 2012, gestiti dal Comune di Ferrara), quasi 200mila euro spesi per consolidamento delle fondazioni, cuci/scuci delle murature, consolidamento, con iniezioni, dei muri, della volta, della parte strutturale della copertura, e per l’inserimento di un sistema di catene a due livelli.
Tutti gli altri lavori sono stati, invece, finanziati dal Capitolo della Cattedrale, per un’ulteriore spesa di poco inferiore rispetto a quella del MUDE.
L’ambiente sarà probabilmente utilizzato per lo svolgimento di incontri, ma è ancora tutto da decidere e di certo l’incertezza di questo periodo non aiuta.


Restauro del campanile
Per quanto riguarda i lavori sul Campanile – come ci spiega don Stefano Zanella dell’Ufficio Tecnico diocesano – il Comune di Ferrara, Stazione Appaltante, «sta approntando la gara per la progettazione. Sono un po’ in ritardo rispetto alla tabella di marcia causa emergenza Covid. Entro la fine del 2020 dovrebbero essere assegnati i lavori e la speranza è che entro un anno si possa avere l’autorizzazione per iniziarli concretamente».

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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