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La storia di un antico volume del ‘500 ritrovato, tra Agnadello, Vienna e Ferrara

11 Nov

Nel 2008 in Austria mons. Perego trova un antico volume sulla Battaglia di Agnadello (1509): il Comune cremonese lo acquista. Verrà poi tradotto in italiano ed edito. Furono 18mila i morti in quella battaglia, “grazie” alle micidiali bombarde vendute ai francesi dal Ducato di Ferrara

libro-proloco-800x370Potrebbe essere l’inizio di un giallo storico, ambientato tra la penombra di una biblioteca antiquaria di Vienna e la nebbia della pianura cremonese, con protagonista un prelato italiano e un antico testo del XVI secolo. A differenza di un thriller, però, non vi sono stati trafugamenti o vendite clandestine. E’ la storia del diario franco, o incunabolo (un volume stampato con caratteri mobili) sulla Battaglia di Agnadello, tra gli eserciti francese e veneziano, del 14 maggio 1509, ritrovato nel 2008 dal nostro Arcivescovo mons. Perego in una biblioteca di Vienna. Si tratta di un testo originale scritto in tedesco antico – e in caratteri gotici – stampato a Norimberga e probabilmente tradotto da un testo francese smarrito. Volume che dieci anni fa è diventato parte del patrimonio del piccolo comune, dove mons. Perego è cresciuto prima di entrare nel Seminario di Cremona. Nel suo breve testo introduttivo, il nostro Arcivescovo spiega: “segnalai il ritrovamento al presidente della Cassa Rurale dott. Giorgio Merigo, invitando a considerare con il Consiglio la possibilità di acquistare e donare il prezioso documento al Comune di Agnadello, in occasione dell’approssimarsi del 500° anniversario della Battaglia (2009)”. Così è avvenuto, e il testo è stato successivamente anche tradotto in italiano: “Agnadello e la sua battaglia. Il diario franco-tedesco”, si intitola il volume a cura di Pierina Bolzoni, edito grazie a Pro Loco Agnadello, Comune di Agnadello e BCC Caravaggio Adda e Cremasco, e presentato lo scorso 5 novembre alla presenza dello stesso Arcivescovo ad Agnadello, presso la sala Don Tabaglio della banca BCC. Come ci spiega lo stesso mons. Perego, nel quinto anno delle scuole superiori vinse un concorso nazionale con una ricerca storica dedicata proprio alla Battaglia del 1509. Ma in questa vicenda, la nostra città è legata anche per un altro aspetto, meno nobile: nell’incunabolo, il cronista parla di 17-18mila morti, un numero altissimo per l’epoca (anche maggiore rispetto a quello indicato da altri cronisti): il motivo risiede nell’utilizzo di nuove micidiali armi da fuoco, le bombarde, vendute ai francesi dal Ducato di Ferrara guidato da Alfonso I d’Este.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2019

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Una speranza per i giovani, un futuro per Casa Cini: sulla Biennale “don Patruno”

29 Ott

Il 25 ottobre a Casa Cini si è svolto il finissage della mostra della Biennale per artisti under 30 dedicata a don Franco Patruno, che dal 14 dicembre sarà esposta al MAGI 900 di Pieve di Cento

OLYMPUS DIGITAL CAMERASi è conclusa nel tardo pomeriggio del 25 ottobre scorso la prima parte della III edizione della Biennale per giovani artisti dedicata a don Franco Patruno, iniziata il 10 ottobre con l’inaugurazione e che ha visto come tappa intermedia l’incontro del 18 ottobre con un ricordo del sacerdote-artista a cura di Angelo Andreotti. Il finissage dell’esposizione delle opere degli otto creativi – Francesco Bendini, Nicola Bizzarri, Carmela De Falco, Andrea Di Lorenzo, Victor Fotso Nyie, Francesco Levoni, Lilit Tavedosyan e Livia Ugolini – è stata anche l’occasione per presentare il catalogo dell’iniziativa, un libretto, documentativo delle opere e degli apparati, con testi dell’Arcivescovo Perego, di Ada Patrizia Fiorillo e Gianni Cerioli. Quest’ultimo – Presidente della Giuria – ha introdotto il finissage, presentando anche il catalogo stesso, prima di passare la parola al Vicario Generale mons. Massimo Manservigi: “qui a Casa Cini stiamo ripartendo – ha spiegato quest’ultimo -, cercando di strutturare iniziative soprattutto per i giovani. Vorremmo anche che questa sede diventasse la sede naturale della Biennale dedicata a don Patruno”. Inoltre, ha proseguito, “come Arcidiocesi portiamo avanti il progetto del Museo diocesano, che verrà realizzato dopo la ristrutturazione del Palazzo Arcivescovile, e che comprenderà anche una sezione di arte moderna e contemporanea – quindi anche con opere di don Patruno – e, ci piacerebbe, una sezione specifica di giovani artisti”. Dopo il saluto del Direttore di Casa Cini, don Paolo Bovina, ha ripreso la parola Cerioli, il quale ha spiegato come la copertina del catalogo rechi un’opera dello stesso Patruno, “Scrittura-Muro”, un acrilico e gessetti su tela del 1982 facente parte della collezione della Fondazione CariCento, organizzatrice della Biennale. “Viste le tante richieste di giovani artisti da tutta Italia (dal Friuli alla Puglia) di potervi concorrere, dopo la I edizione – sono ancora sue parole – abbiamo scelto di allargare il raggio di provenienza dei partecipanti, passando dalle province dov’è presente CariCento – Ferrara, Bologna, Modena – all’intero territorio nazionale. Infine, uno sguardo al catalogo: è lo stesso Cerioli nel testo introduttivo a spiegare come l’intervento di mons. Perego “in più momenti ha permesso di agevolare un percorso non facile ma necessario per adattare gli ambienti di un monumento storico a spazio espositivo e per riportare don Franco a Casa Cini”. Lo stesso Arcivescovo nel suo contributo spiega come Casa Cini sia “un luogo che respira ancora, anche per le opere conservate – a partire dal grande Cristo – la passione e l’intelligenza artistica di don Franco: arte al servizio della fede, arte al servizio della Liturgia, arte al servizio dell’uomo”. Ricordando il tema di questa terza edizione – “Realismi” -, scrive ancora mons. Perego, le opere degli otto artisti “aiutano a consolidare la realtà, nei suoi volti, nei suoi drammi, nei suoi spazi, fonte e luogo di ispirazione. Come è stato per don Franco, che nelle sue opere ha saputo interpretare fede, cultura sempre strettamente legata alla realtà, anche se trasfigurata”. Nel terzo contributo, la Fiorillo, membro della Giuria, spiega invece come il fatto di scomettere sugli under 30 abbia come obiettivo quello di “interpretare lo spirito di curiosità, di attenzione e di accoglienza con il quale Patruno ha sempre guardato ai giovani e altresì ai fatti della vita”. L’appuntamento è al prossimo 14 dicembre, quando la mostra degli otto artisti di questa III edizione troverà casa presso il Museo MAGI ’900 di Pieve di Cento, e lì vi rimarrà fino al 12 gennaio 2020.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2019

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“Chi strumentalizza la Croce, falsa la verità della Chiesa”

7 Ott

Dialogo sui simboli religiosi tra mons. Perego e Olivier Roy il 4 ottobre al Festival di “Internazionale”. Il Vescovo: “l’identità non può essere attribuita a un segno, ma è il frutto di un percorso, di un cammino di trasformazione”

3Qual è il senso e il ruolo della Chiesa – e più in generale delle religioni – in società secolarizzate e scristianizzate come quelle occidentali contemporanee? E l’Europa dove può trovare il giusto equilibrio fra rispetto della laicità e creazione di un sistema valoriale condiviso? Sono due delle domande fondamentali che hanno attraversato l’intenso dialogo fra il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e Olivier Roy, accademico francese esperto di Islam e religioni, all’interno del Festival di “Internazionale” svoltosi a Ferrara fra il 4 e il 6 ottobre scorsi. Partendo dal tema “Il sacro e il profano. Crocifisso, rosario e presepe: perché la politica riscopre i simboli religiosi”, in un Teatro Nuovo quasi esaurito (soprattutto di giovani), è stata Stefania Mascetti, giornalista di “Internazionale” a intervistare e a interloquire con i due ospiti.

“Il crocifisso è un simbolo evangelico se ci aiuta a vedere i crocifissi della storia e quelli di oggi”

“L’Europa vede tre cristiani tra i quattro fondatori dell’UE, eppure il principio di laicità è stato, da loro stessi, sempre riconosciuto”, ha esordito mons. Perego. “L’Europa deve fondarsi sul principio fondamentale della centralità della persona, dei diritti umani, della libertà religiosa, della solidarietà, sussidiarietà e costruzione del bene comune. Qualsiasi forma di populismo o di privatizzazione mette a rischio l’unità europea, che è nata abbattendo non costruendo muri”. Per Perego sarebbe però riduttivo non distinguere tra secolarizzazione e scristianizzazione: “la prima è importante anche per la Chiesa, soprattutto dal Concilio Vaticano II, ma in realtà da Costantino in poi. Il Concilio – ha spiegato – crea un rapporto libero tra Chiesa e mondo. Paolo VI aveva ben chiara l’idea di laicità, sciogliendo ad esempio la POA (Pontificia opera assistenza) e dando vita alla Caritas”, la prima un pezzo importante dello stato sociale italiano, la seconda un organismo ecclesiale fondato sul volontariato. La stessa Dottrina sociale della Chiesa nasce a fine ’800, “non a caso dopo la fine dello Stato pontificio, e prima dello sviluppo del mutualismo e del sindacalismo bianco e poi del Partito popolare italiano, un partito autenticamente laico, a differenza del regime fascista e in parte della DC”. La scristianizzazione, invece, sempre maggiore anche nel nostro Paese, vede la Chiesa da anni impegnata nella “nuova evangelizzazione”, sempre nel rispetto del principio di laicità: fortunatamente la Chiesa non ha più potere politico ma ha la forza della fede e del Vangelo”. Venendo poi al tema specifico dei simboli religiosi nello spazio puibblico e soprattutto politico, mons. Perego ha spiegato come “il crocifisso è un simbolo evangelico se ci aiuta a vederi i crocifissi della storia e quelli di oggi. Se da una parte la Chiesa si oppone a un relegamento della religione nella sfera privata, dall’altra dice ’no’ a un suo uso strumentale da parte della politica, come arma di contrapposizione: chi usa la religione e i suoi simboli in questo modo, falsa la verità della Chiesa, è lontano dai suoi valori. Chi strumentalizza simboli ed esperienze cristiane, chi ne fa un uso ideologico, tradisce la religione stessa”. Riguardo al discorso sull’identità, questa “non può essere attribuita a un segno o a una cosa, ma è il frutto di un percorso, di un cammino di trasformazione. I segni – sono ancora parole del Vescovo – non dicono niente se dietro non ci sono esperienze importanti di dialogo, di fede e di solidarietà. E’ dunque diabolico usare i simboli religiosi per dividere le comunità, sociali ed ecclesiali”. L’identità quindi per mons. Perego “non è mai una cosa fissa, non si costruisce guardando all’indietro, ma è qualcosa che si confronta continuamente col nuovo, perché è dall’incontro che nasce il nuovo, da cui bisogna lasciarsi interrogare (facendosi, al tempo stesso, carico delle domande di chi arriva), è dal nuovo che la nostra storia si può arricchire”. E questa, per il nostro Vescovo, è la sfida non solo della Chiesa ma anche dell’Europa. “Un’Europa che oggi è debole perché ancora troppo ’economica’, legata ai capitali, agli interessi, e troppo poco alla solidarietà, principio fondamentale per costruire un nuovo continente, e una città nuova”.

“Nelle società occidentali contemporanee non esiste più una cultura condivisa”

Secondo Roy, “esiste un passato cristiano a livello europeo che va al di là della semplice adesione a una fede. Fino agli anni ’60 del secolo scorso la dimensione cristiana era fuori discussione. La stessa Chiesa col Concilio Vaticano II ha poi accettato l’idea stessa di laicità, ma con l’’Humanae Vitae’ del ’68 ha accentuato il divorzio fra Chiesa e società moderna, sempre più centrata sull’individuo e i suoi desideri. Oggi la cultura europea si è ancora di più desacralizzata, e quindi la Chiesa si è sentita respinta da questa cultura dominante. Nelle società occidentali contemporanee – ha proseguito Roy – non esiste più una cultura condivisa e la Chiesa ha sbagliato, e sbaglia, se prova a rimediare con il discorso sui principi non negoziabili e opponendo un sistema normativo a questa scristianizzazione”. Questo “conflitto normativo”, l’ha definito Roy, “rende difficile una nuova costruzione comune di valori. Senza dimenticare che la stessa laicità francese è spesso normativa”, basti pensare al divieto di simboli religiosi nella sfera pubblica. Dall’altra parte, “l’uso di questi simboli, posti come frontiera invalicabile, diventano meramente identitari: nel caso del crocifisso, ad esempio, Cristo, la sua passione, il significato religioso, vengono di fatto omessi”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio”  dell’11 ottobre 2019

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Una vita donata per il popolo di Dio: festa per i cinque nuovi sacerdoti

23 Set

Tanta gente a Comacchio il 21 settembre per le ordinazioni di don Luciano, don Alessio, don Fabio, don Giuliano e don German, in occasione dell’apertura dell’anno giubilare nel IV centenario dall’incoronazione di S. Maria in Aula regia. Annunciate le destinazioni dei nuovi presbiteri: Ferrara, Mesola, Comacchio, San Martino, Ro-Tamara-Saletta

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUna profonda commozione e una gioia sommessa illuminavano gli occhi dei cinque nuovi presbiteri di Ferrara-Comacchio. Circondati dal calore e dalla preghiera di amici, famigliari e di tanti fedeli accorsi, nel pomeriggio di sabato 21 settembre don Luciano Camola, don Fabio Dalboni, don German Diaz Guerra, don Alessio Di Francesca e don Giuliano Scotton sono stati ordinati sacerdoti dall’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego. E’ stata Comacchio la sede scelta per questo avvenimento, che si può definire storico per la nostra comunità ecclesiale, nella Solennità di Santa Maria in Aula Regia, in contemporanea con l’apertura solenne dell’Anno Giubilare nel IV centenario dell’incoronazione dell’effigie. Un lungo corteo, partendo proprio dal Santuario di S. Maria in Aula Regia (dove è stato pronunciato l’atto di affidamento alla B. Vergine Maria), si è mosso in processione verso la Basilica Concattedrale, dove alle ore 17 ha preso avvio la S. Messa per l’ordinazione, accompagnata dai canti del coro formato dai due cori di Comacchio, oltre a due “esterni”, tra cui l’organista. Com’è stato annunciato in Aula Regia, per l’anno giubilare sarà possibile lucrare l’indulgenza plenaria visitando il Santuario e recitando il Credo. Nell’omelia nella Concattedrale, il nostro Vescovo ha invitato i cinque ordinandi a lasciarsi “accompagnare da Dio”: “lasciatevi prendere per mano da Lui, soprattutto nelle situazioni di difficoltà – ha detto loro -, ma anche nei giorni di festa”, e “sentite il presbiterio come un luogo fraterno, costituito da persone con volti e storie diverse, ma ricco di umanità e spiritualità, rafforzatelo con ’legami di fraternità e amicizia’; e – sono ancora parole di mons. Perego – sentite il Vescovo come un fratello maggiore e il padre che cammina e corre con voi, vi incoraggia in questi tempi difficili, vi stimola. Tutti siamo presi dal popolo e mandati al popolo di Dio. E nel popolo di Dio siamo chiamati a crescere in un ministero che sappia discernere i segni dei tempi, che sono i segni con cui Dio ci parla oggi, adesso”. Riguardo ai sacramenti, “riconoscendo anche il male nella Riconciliazione, ’senza rigorismi né lassismi’, siate”, da presbiteri, “custodi non di un morto, ma di un uomo vivo, del Figlio di Dio. L’Eucaristia è il sacramento della vita e da oggi voi siete chiamati a metterla al centro della vostra vita. Ripetendo ogni giorno le parole della consacrazione ricordate sempre che quel pane, quella reale e concreta presenza di Dio tra noi è ’per noi e per tutti’. Dalla celebrazione eucaristica – ha proseguito il Vescovo – nessuno è escluso: tutti si presentano davanti al pane di vita, si lasciano interrogare dal pane di vita, si lasciano giudicare dal pane di vita. Siamo chiamati a custodire la realtà della presenza del Signore morto e risorto nell’ Eucaristia, ma anche lasciarci informare, trasformare da questa presenza. L’Eucaristia è ‘forma’ della nostra vita”.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA“Scegliere il servizio – ha poi proseguito – significa scegliere la libertà, svincolati da programmi, desideri, attese che ci costruiamo indipendentemente dalla realtà e dalla vita degli altri, dalle gioie e dalle speranze, dalle tristezze e dalle angosce della gente, soprattutto della povera gente”. Un pensiero è andato anche alla Madre di Dio: “anche voi, come Maria, cari novelli presbiteri, siete chiamati a dire il vostro ’sì’, il vostro ‘eccomi’: siete chiamati a fidarvi del Signore. Anche voi, da oggi, diventate, come Maria, ‘servi del Signore’ ”. E a proposito di Maria, la mattina seguente, sempre a Comacchio, mons. Perego ha celebrato la S. Messa per la Solennità di Santa Maria in Aula Regia: “Maria, donna del popolo, è riconosciuta dal popolo come la prima credente”, ha spiegato. “E per questo si sono moltiplicati i santuari, testimonianza concreta nella storia, nelle vie delle nostre città e dei nostri paesi, nelle fatiche di ogni giorno, della presenza di una Madre, vicina al popolo di Dio, donna, Madonna del popolo. La Madonna del popolo – sono state ancora sue parole -, è la Madonna dei laici, che ’sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio’ (Evangelii Gaudium 102), scrive Papa Francesco. I laici, e tra essi soprattutto le donne, sentono Maria una di loro, una del popolo, La Madonna del popolo ci ricorda anche questa nuova condizione popolare, Vergine e Madre, ’figlia del suo Figlio’. E Maria ha trovato nei laici, dai piccoli, alle donne, ai semplici del popolo i suoi interlocutori preferenziali. ”.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAInfine, il Vicario mons. Manservigi ha annunciato le comunità nelle quali i cinque nuovi presbiteri sono fin da subito assegnati: don Giuliano Scotton presterà servizio come Vicario nella zona pastorale di Comacchio, don Fabio Dalboni come Vicario nella zona pastorale di Mesola, don German Diaz Guerra sarà vicario parrocchiale nella parrocchia della Sacra Famiglia di Ferrara, don Luciano Camola è stato assegnato come Vicario nella zona di Ro Ferrarese, Tamara e Saletta, mentre don Alessio Di Francesca sarà Vicario nell’Unità Pastorale di San Martino.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 settembre 2019

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La teologia è “per la missione”: partita la Scuola per laici

23 Set

Tanti gli iscritti e diffuso l’entusiasmo per l’avvio della Scuola di Teologia per laici. Le prime lezioni sono state precedute dalla S. Messa col nostro Arcivescovo

_8853“Scrittura e Tradizione sono i binari dell’insegnamento teologico”, ma la teologia, “rimandando ai fondamenti”, ci aiuta “a leggere il mondo, la storia, ’con gli occhi della fede’ ”. E’, questo, un passaggio dell’omelia pronunciata nel pomeriggio di venerdì 20 settembre nel cappella del Seminario di Ferrara, da mons. Gian Carlo Perego nella Messa per l’avvio delle lezioni della neonata Scuola di teologia per laici intitolata a “Laura Vincenzi”. Alla presenza, fra gli altri, dei genitori e della sorella della giovane tresigallese (foto al centro), e di un centinaio di persone iscritte alla Scuola, l’Arcivescovo, nella liturgia celebrata immediatamente prima della lezione d’apertura, ha spiegato come la teologia “è per la missione, ci chiede di andare, di uscire non solo fisicamente dai luoghi della nostra vita quotidiana, ma anche di uscire dai luoghi comuni, dalla ripetitività per approfondire sempre di più, nello studio e nel dialogo, le verità e lo stile di vita cristiana, partecipando con responsabilità alla vita della Chiesa, ma anche con l’attenzione al contesto di tempo e di luogo, alle nuove relazioni”. Come ha ricordato Papa Francesco alla Giornata di studio sulla costituzione apostolica Veritatis gaudium, a Posillipo, il 21 giugno scorso, la teologia di oggi si caratterizza anche come “teologia dell’accoglienza, è una teologia del contesto, che cioè parte dall’ascolto e dal discernimento di un particolare contesto; è una teologia nel contesto, cioè dell’incontro e del dialogo con le forze che promuovono il bene in un determinato contesto; ed è una teologia per il contesto, cioè una teologia che in un determinato contesto, con la pratica dell’evangelizzazione e dell’accoglienza reciproca, opera per la costruzione di una società tollerante e che ha a cuore la cura e la salvaguardia della persona e del creato che la circonda”. La teologia, insomma, “cammina con le persone”, aiuta a saperci “non solo guardare dentro, ma anche guardare attorno”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 settembre 2019

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U.P. Borgovado, il cammino è sempre più comunitario (e missionario)

9 Set

Il 6, 7 e 8 settembre si è svolta la Tre giorni di riflessione dell’Unità Pastorale che unisce S. Maria in Vado, S. Francesca Romana, S. Gregorio Magno e la Madonnina. Un ottimo modo per festeggiare il primo anno di vita

a cura di Andrea Musacci

_6968La costruzione di un’Unità Pastorale è un cammino lento e lungo, non scevro da fatiche e frustrazioni. Lo sanno bene gli oltre 50 parrocchiani che il 6, 7 e 8 settembre si sono riuniti nei tre monasteri presenti dentro il territorio dell’Unità Pastorale Borgovado (della quale sono instancabili promotori), per la Tre giorni di inizio anno. Il primo compleanno della prima UP di Ferrara e dell’Arcidiocesi è stato festeggiato nel modo migliore: spendendo buona parte del fine settimana a pregare e discernere insieme sul presente e il futuro di una comunità tutta da inventare. Dopo gli incontri di venerdì 6 (dalle Carmelitane) e di sabato 7 (dalle Benedettine) – di cui parliamo nel box e nell’articolo qui a fianco -, nel pomeriggio di domenica 8 il Monastero del Corpus Domini di via Campofranco ha ospitato il momento unitario dell’Assemblea (per la sintesi dei gruppi di discussione), preceduto dall’ora media e al termine del quale si è condiviso la Messa per la festa di S. Gregorio Magno. La scarsità di giovani, e – autocritica ricorrente – la mancanza di proposte per loro (oltre che per le giovani famiglie, in particolare quelle in difficoltà) è stato uno dei temi maggiormente dibattuti. I giovani, però, si è riflettuto “vanno innanzitutto incontrati e ascoltati nei luoghi che abitualmente frequentano, anche al di fuori dell’UP e confrontandoci con quei loro coetanei che già hanno esperienza di organizzazione di iniziative”. Pensando invece ai più piccoli, è emersa l’importanza di superare gradualmente le rigide appartenenze parrocchiali all’interno dell’UP, facendoli sentire a casa anche nelle altre “vecchie” comunità di Borgovado. Fra le proposte – nate dalla volontà comune di creare momenti informali di dialogo, conoscenza e fraternità – quella del pranzo domenicale mensile in cui ritrovarsi come comunità dell’Unità Pastorale, della Messa comunitaria o della recita insieme, in date stabilite, dei vespri; o, ancora, di organizzare cineforum, sia ad hoc per i giovani sia per tutti, o incontri con testimoni di impegno civile e di fede, ad esempio sul tema della mafia, della droga o dell’ecologia. Condivisa anche l’idea che una fascia d’età “trascurata” sia quella dei 40enni-50enni, persone spesso da tempo lontane dalla comunità ecclesiale, ma delle quali si può, anzi si deve tentare di intercettare il bisogno spirituale e di relazioni autentiche. Ciò che è emerso, e che si nota frequentando questa comunità, è di come nell’arco di questo primo anno di vita, tanti nuovi legami siano nati e tanti altri si siano rinsaldati o approfonditi. E ancora, come alcuni parrocchiani che un anno fa si erano allontanati, in quanto contrari al cambio di sacerdoti, siano ritornati. Anche questi sono da considerarsi in un certo senso “lontani”, e quindi nuovamente da coinvolgere. Un lavoro, questo verso i “lontani”, e in generale quello di una comunità ecclesiale, che richiede, come dicevamo, costanza e pazienza, non formule preimpostate da applicare su un “corpo” già definito. I fedeli di Borgovado ne sono consapevoli, convinti che ciò che più conta non è un’ottima organizzazione ma “l’amore reciproco, l’ascolto, il chiedere al Signore di cambiarci il cuore”. Per evitare di cambiare tutto per non cambiare nulla.

Una “carovana solidale” portatrice di speranza

1Ha riflettuto sugli stili di vita cristiana dentro la comunione missionaria il diacono Marcello Musacchi, invitato dall’UP Borgovado a intervenire nel pomeriggio di sabato 7 settembre nel Monastero di Sant’Antonio in Polesine. Dopo l’ora media e prima che i gruppi di discussione dei laici si riunissero, Musacchi ha relazionato sul tema del nuovo anno pastorale, in attesa della Lettera dell’Arcivescovo. “Per tanto tempo nella Chiesa – sono parole di Musacchi – si è pensato che prima bisognava costruire la ‘cittadella’ della parrocchia, quindi fare comunione, per poi proporre la missione”. Col tempo si è compreso come invece l’atteggiamento giusto sia l’esatto contrario: “prima dobbiamo trascendere i nostri egoismi e le nostre abitudini (fare missione, ndr), per poi camminare insieme, creando comunione. La dimensione popolare non si struttura dalla delimitazione dei confini, ma dal vivere le stesse esperienze, nel comune discernimento e alla luce della Parola”. “La missione, infatti – ha proseguito -, è costitutiva dell’essere Chiesa, non è un angolino della pastorale. Non si tratta quindi di fare manutenzione ma di esplorare un nuovo stile di vita, un nuovo modo di essere, partendo dalle situazioni particolari per cercare in ognuna di mettere la Parola. Bisogna superare ogni forma di proselitismo e di autoreferenzialità e mettersi con le persone, nella loro singolarità, sulla loro strada, come Gesù con i discepoli di Emmaus”. Senza dimenticare che la missione ha anche un altro versante, oltre a quello dell’ad gentes: quello dell’intra gentes, cioè “l’attenzione anche all’interno delle nostre comunità”. Tutto ciò deve quindi farci riflettere su “quali sono le nostre vocazioni” e se riusciamo a convertirci, di continuo, “ripensando l’importanza del nostro sacramento del battesimo. Se i laici sono corresponsabili dell’evangelizzazione, allora tutto ciò che vivono diventa elemento di evangelizzazione. Anche in questa UP servono laici sostenuti davvero dalla grazia di Dio, ognuno con la propria vocazione, portatori di misericordia e di speranza, dove speranza non c’è”. In conclusione, dunque, “l’Unità Pastorale non significa spostare semplicemente i paletti dei confini, ma avere diverse risorse da usare per la missione, attraverso la quale la Chiesa si ricostituisce” in modo dinamico. Riprendendo un’espressione di Evangelii Gaudium 87, “l’UP dev’essere una ‘carovana solidale’ ”.

Il “Pantheon” di Borgovado

Nel pomeriggio del 6 settembre, il primo appuntamento della Tre giorni dell’UP Borgovado ha visto nel Monastero delle Carmelitane la recita dei Vespri e, a seguire, la presentazione da parte dei presenti di alcuni testimoni o figure considerate profetiche. Diverse le personalità proposte, credenti e non credenti, di periodi storici differenti: sante come S. Giovanna Antida Thouret e S. Teresa d’Avila, figure cristiane come padre Leopoldo Mandic, Chiara Lubich, don Tonino Bello, Card. Carlo M. Martini, o laiche come Giorgio Ambrosoli, Etty Hillesum, o due sindacalisti, Cesare Govoni e Pippo Morelli. Ma anche persone che hanno vissuto, nel loro piccolo, la santità nella nostra Diocesi: mons. Elios G. Mori, don Alessandro Denti, don Guglielmo Perelli, oppure persone della propria famiglia, e una parrocchiana di S. Francesca Romana, Gloria, prematuramente scomparsa un anno fa.

Prima della Tre giorni…: la sera del 4 settembre a S. Maria in Vado musica e parole per il pittore Carlo Bononi

Nel 1855, il celebre storico Jacob Burckhardt, dopo essere entrato a Santa Maria in Vado, scrisse nel suo “Cicerone”: “dobbiamo ammettere che siamo di fronte a una delle menti più illuminate del suo tempo”. Si riferiva a Carlo Bononi, pittore ferrarese morto il 3 settembre del 1632, sepolto il giorno dopo a Santa Maria in Vado. E il 4 settembre scorso, per celebrare l’anniversario, la ricollocazione del suo tondo “L’Incoronazione della Vergine” del Bononi, la sua meritata fama, e inaugurare la nuova illuminazione realizzata da Dattero Luce e altri artigiani, la Parrocchia e il CIAS hanno organizzato una serata di musica e parole. Dopo gli interventi all’interno del Santuario, nel chiostro si è tenuto il concerto per pianoforte e violoncello di due musicisti ferraresi, Giacomo e Matteo Cardelli, attivi soprattutto all’estero. Dopo tre mesi e mezzo, quindi, dalla ricollocazione sul soffitto del tondo realizzato dal Bononi intorno al 1617, circa 150 persone si sono ritrovate nella chiesa di via Borgovado. Dopo la presentazione da parte del Rettore del Santuario don Fabio Ruffini, è intervenuto brevemente l’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego per porre l’accento sulla “bellissima collaborazione tra pubblico e privato nel restauro dell’opera, e sul desiderio comune che le nostre chiese chiuse o parzialmente riaperte possano ritrovare la loro bellezza”. È poi toccato al Direttore del CIAS di Unife, Sante Mazzacane, prendere la parola per spiegare come il progetto di restauro sia stato compiuto “all’insegna dell’autorganizzazione e dell’interdisciplinarietà”. Infine, dopo l’intervento di Donatella Ferrari, della Dattero Luce, ha relazionato Giovanni Sassu, curatore della mostra a Palazzo dei Diamanti, “Carlo Bononi. L’ultimo sognatore dell’Officina ferrarese”, esposta tra fine 2017 e inizio 2018. “Prima del restauro dell’opera – ha spiegato -, eravamo costretti a usare torce militari per illuminare le decorazioni all’interno del Santuario”, data la scarsa luminosità dell’ambiente. Sassu ha dunque analizzato, a livello storico e artistico, il cammino di Bononi, capace, grazie al suo genio, “di realizzare una svolta artistica che stava iniziando, quella del Barocco”. Un artista rivalutato solo negli ultimi anni, dimenticato anche dopo la sua morte, è stato Bononi. Morte che, per quanto riguarda le cause è ancora avvolta nel mistero, come parte della sua vita. “Stiamo ancora cercando il suo diario – è la speranza di Sassu, che condividiamo -, speriamo di ritrovarlo”. Riuscirebbe a illuminare molti periodi e zone oscure della sua vita.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 settembre 2019

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