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U.P. Borgovado, il cammino è sempre più comunitario (e missionario)

9 Set

Il 6, 7 e 8 settembre si è svolta la Tre giorni di riflessione dell’Unità Pastorale che unisce S. Maria in Vado, S. Francesca Romana, S. Gregorio Magno e la Madonnina. Un ottimo modo per festeggiare il primo anno di vita

a cura di Andrea Musacci

_6968La costruzione di un’Unità Pastorale è un cammino lento e lungo, non scevro da fatiche e frustrazioni. Lo sanno bene gli oltre 50 parrocchiani che il 6, 7 e 8 settembre si sono riuniti nei tre monasteri presenti dentro il territorio dell’Unità Pastorale Borgovado (della quale sono instancabili promotori), per la Tre giorni di inizio anno. Il primo compleanno della prima UP di Ferrara e dell’Arcidiocesi è stato festeggiato nel modo migliore: spendendo buona parte del fine settimana a pregare e discernere insieme sul presente e il futuro di una comunità tutta da inventare. Dopo gli incontri di venerdì 6 (dalle Carmelitane) e di sabato 7 (dalle Benedettine) – di cui parliamo nel box e nell’articolo qui a fianco -, nel pomeriggio di domenica 8 il Monastero del Corpus Domini di via Campofranco ha ospitato il momento unitario dell’Assemblea (per la sintesi dei gruppi di discussione), preceduto dall’ora media e al termine del quale si è condiviso la Messa per la festa di S. Gregorio Magno. La scarsità di giovani, e – autocritica ricorrente – la mancanza di proposte per loro (oltre che per le giovani famiglie, in particolare quelle in difficoltà) è stato uno dei temi maggiormente dibattuti. I giovani, però, si è riflettuto “vanno innanzitutto incontrati e ascoltati nei luoghi che abitualmente frequentano, anche al di fuori dell’UP e confrontandoci con quei loro coetanei che già hanno esperienza di organizzazione di iniziative”. Pensando invece ai più piccoli, è emersa l’importanza di superare gradualmente le rigide appartenenze parrocchiali all’interno dell’UP, facendoli sentire a casa anche nelle altre “vecchie” comunità di Borgovado. Fra le proposte – nate dalla volontà comune di creare momenti informali di dialogo, conoscenza e fraternità – quella del pranzo domenicale mensile in cui ritrovarsi come comunità dell’Unità Pastorale, della Messa comunitaria o della recita insieme, in date stabilite, dei vespri; o, ancora, di organizzare cineforum, sia ad hoc per i giovani sia per tutti, o incontri con testimoni di impegno civile e di fede, ad esempio sul tema della mafia, della droga o dell’ecologia. Condivisa anche l’idea che una fascia d’età “trascurata” sia quella dei 40enni-50enni, persone spesso da tempo lontane dalla comunità ecclesiale, ma delle quali si può, anzi si deve tentare di intercettare il bisogno spirituale e di relazioni autentiche. Ciò che è emerso, e che si nota frequentando questa comunità, è di come nell’arco di questo primo anno di vita, tanti nuovi legami siano nati e tanti altri si siano rinsaldati o approfonditi. E ancora, come alcuni parrocchiani che un anno fa si erano allontanati, in quanto contrari al cambio di sacerdoti, siano ritornati. Anche questi sono da considerarsi in un certo senso “lontani”, e quindi nuovamente da coinvolgere. Un lavoro, questo verso i “lontani”, e in generale quello di una comunità ecclesiale, che richiede, come dicevamo, costanza e pazienza, non formule preimpostate da applicare su un “corpo” già definito. I fedeli di Borgovado ne sono consapevoli, convinti che ciò che più conta non è un’ottima organizzazione ma “l’amore reciproco, l’ascolto, il chiedere al Signore di cambiarci il cuore”. Per evitare di cambiare tutto per non cambiare nulla.

Una “carovana solidale” portatrice di speranza

1Ha riflettuto sugli stili di vita cristiana dentro la comunione missionaria il diacono Marcello Musacchi, invitato dall’UP Borgovado a intervenire nel pomeriggio di sabato 7 settembre nel Monastero di Sant’Antonio in Polesine. Dopo l’ora media e prima che i gruppi di discussione dei laici si riunissero, Musacchi ha relazionato sul tema del nuovo anno pastorale, in attesa della Lettera dell’Arcivescovo. “Per tanto tempo nella Chiesa – sono parole di Musacchi – si è pensato che prima bisognava costruire la ‘cittadella’ della parrocchia, quindi fare comunione, per poi proporre la missione”. Col tempo si è compreso come invece l’atteggiamento giusto sia l’esatto contrario: “prima dobbiamo trascendere i nostri egoismi e le nostre abitudini (fare missione, ndr), per poi camminare insieme, creando comunione. La dimensione popolare non si struttura dalla delimitazione dei confini, ma dal vivere le stesse esperienze, nel comune discernimento e alla luce della Parola”. “La missione, infatti – ha proseguito -, è costitutiva dell’essere Chiesa, non è un angolino della pastorale. Non si tratta quindi di fare manutenzione ma di esplorare un nuovo stile di vita, un nuovo modo di essere, partendo dalle situazioni particolari per cercare in ognuna di mettere la Parola. Bisogna superare ogni forma di proselitismo e di autoreferenzialità e mettersi con le persone, nella loro singolarità, sulla loro strada, come Gesù con i discepoli di Emmaus”. Senza dimenticare che la missione ha anche un altro versante, oltre a quello dell’ad gentes: quello dell’intra gentes, cioè “l’attenzione anche all’interno delle nostre comunità”. Tutto ciò deve quindi farci riflettere su “quali sono le nostre vocazioni” e se riusciamo a convertirci, di continuo, “ripensando l’importanza del nostro sacramento del battesimo. Se i laici sono corresponsabili dell’evangelizzazione, allora tutto ciò che vivono diventa elemento di evangelizzazione. Anche in questa UP servono laici sostenuti davvero dalla grazia di Dio, ognuno con la propria vocazione, portatori di misericordia e di speranza, dove speranza non c’è”. In conclusione, dunque, “l’Unità Pastorale non significa spostare semplicemente i paletti dei confini, ma avere diverse risorse da usare per la missione, attraverso la quale la Chiesa si ricostituisce” in modo dinamico. Riprendendo un’espressione di Evangelii Gaudium 87, “l’UP dev’essere una ‘carovana solidale’ ”.

Il “Pantheon” di Borgovado

Nel pomeriggio del 6 settembre, il primo appuntamento della Tre giorni dell’UP Borgovado ha visto nel Monastero delle Carmelitane la recita dei Vespri e, a seguire, la presentazione da parte dei presenti di alcuni testimoni o figure considerate profetiche. Diverse le personalità proposte, credenti e non credenti, di periodi storici differenti: sante come S. Giovanna Antida Thouret e S. Teresa d’Avila, figure cristiane come padre Leopoldo Mandic, Chiara Lubich, don Tonino Bello, Card. Carlo M. Martini, o laiche come Giorgio Ambrosoli, Etty Hillesum, o due sindacalisti, Cesare Govoni e Pippo Morelli. Ma anche persone che hanno vissuto, nel loro piccolo, la santità nella nostra Diocesi: mons. Elios G. Mori, don Alessandro Denti, don Guglielmo Perelli, oppure persone della propria famiglia, e una parrocchiana di S. Francesca Romana, Gloria, prematuramente scomparsa un anno fa.

Prima della Tre giorni…: la sera del 4 settembre a S. Maria in Vado musica e parole per il pittore Carlo Bononi

Nel 1855, il celebre storico Jacob Burckhardt, dopo essere entrato a Santa Maria in Vado, scrisse nel suo “Cicerone”: “dobbiamo ammettere che siamo di fronte a una delle menti più illuminate del suo tempo”. Si riferiva a Carlo Bononi, pittore ferrarese morto il 3 settembre del 1632, sepolto il giorno dopo a Santa Maria in Vado. E il 4 settembre scorso, per celebrare l’anniversario, la ricollocazione del suo tondo “L’Incoronazione della Vergine” del Bononi, la sua meritata fama, e inaugurare la nuova illuminazione realizzata da Dattero Luce e altri artigiani, la Parrocchia e il CIAS hanno organizzato una serata di musica e parole. Dopo gli interventi all’interno del Santuario, nel chiostro si è tenuto il concerto per pianoforte e violoncello di due musicisti ferraresi, Giacomo e Matteo Cardelli, attivi soprattutto all’estero. Dopo tre mesi e mezzo, quindi, dalla ricollocazione sul soffitto del tondo realizzato dal Bononi intorno al 1617, circa 150 persone si sono ritrovate nella chiesa di via Borgovado. Dopo la presentazione da parte del Rettore del Santuario don Fabio Ruffini, è intervenuto brevemente l’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego per porre l’accento sulla “bellissima collaborazione tra pubblico e privato nel restauro dell’opera, e sul desiderio comune che le nostre chiese chiuse o parzialmente riaperte possano ritrovare la loro bellezza”. È poi toccato al Direttore del CIAS di Unife, Sante Mazzacane, prendere la parola per spiegare come il progetto di restauro sia stato compiuto “all’insegna dell’autorganizzazione e dell’interdisciplinarietà”. Infine, dopo l’intervento di Donatella Ferrari, della Dattero Luce, ha relazionato Giovanni Sassu, curatore della mostra a Palazzo dei Diamanti, “Carlo Bononi. L’ultimo sognatore dell’Officina ferrarese”, esposta tra fine 2017 e inizio 2018. “Prima del restauro dell’opera – ha spiegato -, eravamo costretti a usare torce militari per illuminare le decorazioni all’interno del Santuario”, data la scarsa luminosità dell’ambiente. Sassu ha dunque analizzato, a livello storico e artistico, il cammino di Bononi, capace, grazie al suo genio, “di realizzare una svolta artistica che stava iniziando, quella del Barocco”. Un artista rivalutato solo negli ultimi anni, dimenticato anche dopo la sua morte, è stato Bononi. Morte che, per quanto riguarda le cause è ancora avvolta nel mistero, come parte della sua vita. “Stiamo ancora cercando il suo diario – è la speranza di Sassu, che condividiamo -, speriamo di ritrovarlo”. Riuscirebbe a illuminare molti periodi e zone oscure della sua vita.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 settembre 2019

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“Il male esiste, è dentro di noi”: “Il signor Diavolo” di Pupi Avati

2 Set

Comacchio, cuore dell’Emilia profonda, luogo arcano e terribile, protagonista dell’ultima pellicola del regista, da lui presentata il 28 agosto a Ferrara. Una sconvolgente riflessione sul male, tra infanzia, fede e superstizione

a cura di Andrea Musacci

carloIl cinema italiano dimostra di avere ancora registi coraggiosi, capaci di saper proporre, in maniera originale, tematiche forse da molti considerate desuete, ma che appartengono alla cultura e al senso comune di intere popolazioni. Uno di questi artisti sempre più rari è Pupi Avati, bolognese d’origine ma legatissimo al nostro territorio, da lui immortalato in varie pellicole, fra cui “La casa dalle finestre che ridono”. Una fascinazione per la quiete arcaica e desolata della campagna del basso ferrarese, mai sopita, tanto da convincerlo ad ambientarci la sua ultima fatica, “Il signor Diavolo”, da lui stesso presentata in anteprima il 22 agosto a Comacchio (dove il film è stato girato) e sei giorni dopo, il 28, al Cinema Apollo di Ferrara. La pellicola, ambientata nell’autunno del 1952, racconta delle indagini sull’omicidio di un adolescente, Emilio (foto in basso), giovane deforme, incarnazione del maligno per alcuni, vittima di feroce superstizione, per altri. L’assassino è il 14enne Carlo (foto in alto), amico di Paolino, quest’ultimo morto in circostanze misteriose legate, pensano in molti, proprio alla presenza di Emilio. Tra profanazioni, riti e gesta sempre ambiguamente a cavallo tra fede cristiana e credenze popolari, la vicenda si dipana tra i confini offuscati del bene e del male.

Pupi_Avati_2La serata ferrarese, capace di richiamare circa 500 persone, si è svolta nella Sala 1 del Cinema di piazza Carbone, alla presenza, fra gli altri, dell’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e del Vicario Generale mons. Massimo Manservigi, oltre che dell’Assessore alla Cultura Marco Gulinelli, che ha fatto un breve saluto iniziale. “In passato ho diretto diversi film ‘consolatori’ su vita, famiglia, amicizia, ma questo non è così”, ha esordito Avati prima della proiezione. Richiamando una scena del film, ha spiegato come assomigli “a quei momenti della giornata in cui i bambini, dopo aver giocato, e magari bisticciato, nel pomeriggio in cortile, all’imbrunire sentono di dover ‘fare la pace’. Perché il buio fa paura, a tutti”. “Un film, questo – ha proseguito -, che mi ha permesso di tornare in questo ‘non luogo’, che è anche un ‘non tempo, una terra meravigliosa che va da Ferrara verso nord, fino al Po, dove la modernità non ha ancora avvilito il territorio, rimasto padrone”. Dove, di conseguenza, “dominano gli archetipi primordiali, come la paura”, rappresentata, in un flashback del film, da un bambino chiuso per punizione dal padre al buio in un armadio. Scena che rimanda anche al finale stesso. Ma è il male il protagonista della pellicola: “l’ho visto, tanto, e l’ho vissuto dentro di me – ha confessato Avati -, l’ho commesso e lo continuo a commettere, ad esempio nel godere degli insuccessi dei colleghi. Ma esiste anche un male superiore, più grave: il male per il male”, quello gratuito, “e spesso chi lo compie è anche più apprezzato a livello pubblico”. Dopo la proiezione, il regista ha raccontato alcuni aneddoti sui due giovani protagonisti, Filippo Franchini, che interpreta Carlo, e Lorenzo Salvatori, nel ruolo di Emilio. Il primo, “lo scelsi a Rovigo, fra 70 ragazzini presentatisi al provino: fin da subito, spiegando il film, sembrava capire tutto, guardandomi dava la sensazione che comprendesse meglio di me le cose di cui parlavo. Mi colpì molto questo suo sguardo perturbante”. Infine, Avati ha accennato alla possibilità di un seguito del “Signor Diavolo” – visto anche il finale volutamente aperto – se non addirittura a una vera e propria “sagra del male”.

Volti, simboli e richiami del demoniaco: un’analisi del film

emilio“C’è una forza che abita la nostra anima. Opposta al desiderio di bene. La nostra cultura dominante dimentica queste battaglie dell’anima, tende a dimenticare che abbiamo un’anima”: così scriveva un mese fa il poeta Davide Rondoni sul Carlino nazionale, all’indomani del duplice omicidio volontario di due giovani nel bergamasco, in seguito a una “banale” lite dentro una discoteca. Un rammarico, quello per l’abbandono del discorso sul maligno, condiviso da Pupi Avati, che non ha perso occasione, nemmeno nel suo intervento all’Apollo di Ferrara del 28 agosto, di lamentare come la stessa Chiesa “non parli più del diavolo”. In ogni caso, la visione tradizionalistica del cineasta bolognese, nella sua ultima pellicola l’ha portato a un ritorno al passato, a quella fase pre-consumistica (e in parte pre-moderna) in un angolo di Occidente non ancora del tutto contaminato dal progresso, dove quindi, a suo dire, è ancora possibile riscoprire tanto il sacro quanto il “profano” nella sua veste demoniaca. Sacro e demoniaco che, quindi, per Avati, possono essere riconosciuti solo in una società antica, in spazi a-temporali, in quel tempo incantato, sospeso, che si vuol credere incorrotto, mitico, anche se così non è. Oggi, invece, sembra dire il regista, il conflitto tra Bene e Male non ha più corpi, parole per essere espresso. L’agone fondamentale è stato dimenticato.

Alla ricerca del Bene e del Male

La ricerca da parte di Furio Momenté – funzionario ministeriale incaricato delle indagini sull’omicidio di Emilio, dentro gli intrecci del potere democristiano del secondo dopoguerra – sembra rappresentare la ricerca di una verità non solo procedurale, e non strumentale, ma ben più profonda, appunto sul Bene, sul Male e sul loro conflitto. Il suo (il nostro?) bisogno di affondare nelle viscere del reale – sembra dirci Avati – viene seppellito nei sotterranei di una chiesa vuota, dove nessuno può e potrà sentirne le grida, quel monito a non disperderci nelle frivolezze della mondanità, ma a temere il male/il Male, e a non cercare piccoli beni, ma ad anelare al Bene, sempre.

Davide contro Golia…

Nella pellicola, l’esile Carlo uccide il rude e corposo Emilio con una pietra lanciata da una fionda, colpendolo in un occhio. La sequenza richiama la lotta biblica fra il giovane Davide e il filisteo Golia, raccontata nel libro di Samuele: «Appena il Filisteo si mosse avvicinandosi incontro a Davide, questi corse prontamente al luogo del combattimento incontro al Filisteo. Davide cacciò la mano nella bisaccia, ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo in fronte. La pietra s’infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra. Così Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo con la fionda e con la pietra e lo colpì e uccise, benché Davide non avesse spada. Davide fece un salto e fu sopra il Filisteo, prese la sua spada, la sguainò e lo uccise, poi con quella gli tagliò la testa» (1 Samuele 17,48-51).

Emilio, verro demoniaco o vittima del mondo?

Nonostante le apparenze, raffinata nella sua consapevolezza è la persistente, e crescente, ambiguità su quali figure (Emilio, Carlo, le suore, i sacerdoti…) il Male abiti davvero nella vicenda raccontata ne “Il signor Diavolo”. Nella prima parte del film, è Emilio a essere presentato come incarnazione del maligno: a dimostrarlo sarebbero, oltre la sua ferocia gratuita, la stessa conformazione fisica, malformata e ferina. I denti enormi, i peli spessi e duri lo mostrano, infatti, agli occhi dei compaesani come mezzo uomo e mezzo maiale, nato – pensano in molti – dall’unione carnale fra una donna e un verro. Non a caso, il maiale è tradizionalmente simbolo di lussuria e ingordigia, e dagli stessi ebrei e musulmani considerato animale impuro. Nel Vangelo, due sono i passi nei quali il maiale è richiamato come simbolo di degradazione: il primo, in Matteo: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi» (Mt 7,6 ). Sbranamento, forse non casualmente citato dal regista nel modo in cui Emilio uccide – o si insinua che abbia ucciso – la neonata sorellastra. L’altro passo è parte della parabola del figliol prodigo, prima del ritorno al padre/Padre: «quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava» (Lc 15, 14-16). Il maiale è, infine, simbolo positivo se associato a sant’Antonio Abate, in quanto il suo grasso era usato dai suoi discepoli per curare l’ergotismo detto “il male di s. Antonio” o “fuoco di s. Antonio” (herpes zoster).

«Ogni cosa è buona mentre lascia le mani del Creatore delle cose; ogni cosa degenera nelle mani dell’uomo» (da “Emilio”, J. J. Rousseau, 1762)

La stessa etimologia del nome “Emilio” suggerisce alcune riflessioni. Un primo significato, immediato, è quello che richiama l’ “abitante dell’Emilia”, per cui il personaggio del film incarnerebbe perfettamente lo spirito perturbante e cupo delle nostre zone. Sempre a livello etimologico, Emilio (aemulus) significa “il rivale”, “il competitore”, “l’emulo”, quindi “l’Avversario”, l“’Antagonista”, “il Nemico”, tutti significati dell’ebraico sāṭān. Il nome richiama anche la celebre opera “Emilio” di J. J. Rousseau, nella quale il filosofo svizzero assume la vita di Emilio come modello pedagogico per dimostrare come l’educazione a contatto con la natura preservi il giovane da alcuni pericoli e corruzioni della civiltà. Nel film del regista bolognese, perciò, Emilio è l’esatto opposto del “buon selvaggio” (se ci concediamo una semplificazione del pensiero rousseauiano). Oppure, seguendo la versione della madre del giovane, era naturalmente buono, ma ha perso il senno a causa degli elettroshock subiti da bambino nel volerlo curare dall’epilessia. Sarebbe dunque la civiltà, e la sua scienza “moderna”, come suggerisce la frase sopracitata dell’opera di Rousseau, ad averlo deformato e corrotto. Seguendo questa versione, Emilio ne “Il signor Diavolo” è dunque il diverso, il debole, vittima del male incarnata non in una singola persona, ma nel “peccato” delle persone accecate, chi dalle supersitizioni pseudo religiose, chi, specularmente, dalla superbia di certo scientismo.

«Il concavo cielo sfavilla» (da “X agosto”, Giovanni Pascoli, 1896)

Ricordi dell’infanzia fanno riaffiorare alla mente “X agosto”, poesia di Giovanni Pascoli. È Carlo stesso a leggerla, durante i compiti scolastici pomeridiani, dopo l’uccisione del verro e prima della morte del padre. Scelta per nulla casuale del regista, vien da pensare: la poesia, infatti, è dedicata dal Pascoli al padre ucciso da due sicari, in circostanze che richiamano fortemente la morte misteriosa del padre di Carlo, in particolare in questi versi: «Anche un uomo tornava al suo nido: / l’uccisero: disse: Perdono; / e restò negli aperti occhi un grido / portava due bambole in dono… / Ora là, nella casa romita,/ lo aspettano, aspettano in vano: / egli immobile, attonito, addita / le bambole al cielo lontano». Così, invece, si conclude, la poesia di Pascoli: «E tu, Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale, / oh! d’un pianto di stelle lo inondi / quest’atomo opaco del Male!». Una nota di speranza presente anche nella pellicola di Avati, ma che fatica a mostrarsi: non emergono, infatti, nel film, figure luminose, volti santi, ma tutto sembra inghiottito da una penombra soffocante, ogni cosa si dissolve in queste valli che paiono sconfinate, dove Dio non sembra abitare.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 settembre 2019

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“L’Eucarestia apre, condivide, invia”

24 Giu

Tantissime le persone presenti alla Messa e alla processione del Corpus Domini lo scorso 20 giugno a Ferrara: dopo la liturgia nella chiesa di San Francesco, la processione (passando anche per corso Giovecca) fino al Santuario del Miracolo Eucaristico di S. Maria in Vado

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“La mistica eucaristica apre, condivide, invia”. C’è un passaggio dell’omelia che il nostro Arcivescovo ha pronunciato nella Messa per il Corpus Domini, che più di altre ha il dono di sintetizzare non un auspicio, di non fungere da affermazione retorica ma di essere rappresentazione verbale di ciò che di continuo è e dev’essere la comunità ecclesiale. Uscire da sè per essere comunione, per diventare missione. E questo, nel silenzio gaudioso e orante, è avvenuto giovedì 20 giugno, Festa del Corpus Domini: centinaia di persone, di ogni età, da ogni angolo della nostra Arcidiocesi, seduti insieme, inginocchiati l’uno di fianco all’altro, a camminare in silenzio lungo alcune vie di Ferrara. La Messa è stata celebrata nella chiesa di San Francesco, accompagnata dai canti del “supercoro” formato dal Coro della Cattedrale, di S. Martino di Codigoro, Coro “Alba Chorus Mariae”, Piccoli Cantori di San Francesco, Coro di Comunione e Liberazione (la Fraternità ha anche assicurato il servizio d’ordine), oltre a singoli elementi di altri cori diocesani. Al termine, il via alla processione lungo via Terranuova, c.so Giovecca (chiusa al traffico solo nel senso di marcia del corteo), via Bassi e via Madama. Lungo il percorso, alcune bambine della comunità ucraina di rito bizantino hanno sparso petali di fiori. Infine, l’arrivo nel Santuario di S. Maria in Vado per l’adorazione e la preghiera finali. L’omelia del Vescovo La centralità dell’Eucaristia, ha spiegato mons. Gian Carlo Perego, è “fondata non su un’idea, ma sul corpo, sulla presenza reale di Gesù nella vita della Chiesa e del mondo”. Lo stesso miracolo della moltiplicazione dei pani (nel Vangelo letto), “è il miracolo della condivisione, che sfama tutti, anche in sovrabbondanza, al punto tale che avanzano dodici ceste. Il miracolo della moltiplicazione dei pani è un miracolo eucaristico, che indica come l’Eucaristia è destinata a tutti, ma anche come l’Eucaristia genera la responsabilità della condivisione. Ogni ‘intimismo’ eucaristico tradisce il sacramento dell’Eucaristia”, ha proseguito. “Chiudere l’Eucaristia nello spazio e nel tempo di un rito, non aprirla alla comunione, alla condivisione, alla missione significa trasformare un sacramento in una ‘cosa’ e non in un evento che genera nuove relazioni con Dio e il prossimo, una nuova storia quotidiana. Dopo il ricordo del Venerabile Carlo Acutis (“L’Eucaristia è la mia autostrada per il Cielo”, disse), il Vescovo ha concluso: “tocca a noi accogliere, nella fede, questo dono dell’amore di Dio alla Chiesa e farlo diventare nutrimento, provocazione per uno stile di vita cristiana. Così rendiamo grazie a Dio e solo così la celebrazione è partecipazione della dedizione di Cristo. Qui, ora”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 giugno 2019

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Codifiume, il campo estivo è un successo

24 Giu

Da 7 anni l’attività pastorale per i più giovani. La visita del Vescovo mons. Perego

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Un paese di piccole-medie dimensioni, da diversi anni in continua crescita demografica, al confine con la provincia bolognese. In uno degli angoli meridionali più reconditi del nostro territorio diocesano, l’attività estiva della parrocchia continua a crescere, accogliendo per diverse settimane tante ragazze e ragazzi. Un punto di riferimento importante in una comunità che nel 2014 ha visto le poche suore rimaste lasciare la Scuola materna, da allora affidata alla Cooperativa sociale “Mondo piccolo”. Stiamo parlando di Santa Maria Codifiume, la cui parrocchia, guidata da don Andrea Martini, è teatro, da sette anni, dell’attività pastorale del campo estivo. Un progetto ben organizzato, anch’esso in crescita, ormai capace di ospitare fino ad una cinquantina di ragazzi, dal lunedì al venerdì, con l’opportunità di due piscine fuori terra, una per i piccoli (di dimensioni 9×4, h 0.9 m) e una per grandi (15×5, h 1,3 m). “La finalità del campo estivo é pastorale – ci spiega don Martini – sette settimane in amicizia con Gesù, animate da preghiera, gioco, sport, studio e attività sportiva”. Ogni giorno al campo estivo sono presenti quattro persone adulte per seguire, guidare e aiutare i ragazzi: il parroco don Andrea, le signore Alessandra, Stefania e Barbara, oltre a sette educatori con un’età compresa fra i 16 e i 18 anni. L’accoglienza dei ragazzi (6-14 anni) inizia alle ore 7.30 e termina alle ore 9; segue la preghiera, la presentazione del tema del giorno, la merenda e le attività – giochi nel prato – attraverso la divisione in gruppi. Dopo il pranzo, un momento di relax o dedicato agli immancabili compiti delle vacanze, e poi in piscina dalle ore 14 alle 16, merenda e uscita dalle ore 16.45 alle 17. Inoltre, due mattine alla settimana ci si reca al campo sportivo per svolgere alcune attività insieme agli insegnanti e ad allenatori qualificati. Lo scorso mercoledì 19 giugno, una gradita presenza ha donato nuova gioia ai ragazzi e ai volontari: è, infatti, venuto in visita l’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, il quale si è trattenuto nella parrocchia di S. M. Codifiume quasi tutta la giornata, pregando e pranzando, “incoraggiando tutti – ci spiega ancora don Martini – a proseguire in un’attività autenticamente pastorale che ha poi una ricaduta positiva su tutto l’anno liturgico e catechetico. Il tema trattato quest’anno – conclude il parroco – è il viaggio come metafora dell’esistenza umana, il riferimento biblico è la figura di Mosè e il popolo d’Israele, senza trascurare la tensione vocazionale ed escatologica della vita di ogni persona”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 giugno 2019

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Sperimentare insieme linguaggi nuovi per testimoniare Cristo

3 Giu

Il 1° giugno alla Città del Ragazzo si è svolta la terza e ultima tappa della Giornata del Laicato dell’anno pastorale: dal prossimo autunno, torna il Laboratorio della Fede e prende avvio la “Bottega della Parola”, fucina di progetti da realizzare a livello diocesano. L’intervento del nostro Arcivescovo sul tema della missione

pubblico

Conoscersi, prendere consapevolezza, discernere insieme e fare proposte per l’intera Chiesa locale. Questi i momenti che hanno scandito nel corso dell’anno il lungo e complesso lavoro di ricerca e progettazione comunitaria delle laiche e dei laici nella nostra Arcidiocesi. Un cammino fatto di diversi incontri, e di tre tappe fondamenali, le giornate del Laicato svoltesi il 29 settembre il 9 febbraio e il 1° giugno scorsi. Giorgio Maghini, uno degli organizzatori della Giornata del Laicato (GdL) ha posto fortemente l’accento sulla “sperimentazione” di linguaggi e forme nuove dell’evangelizzazione, “per cercare di dare alle verità eterne un linguaggio comprensibile alle realtà di oggi”. I frutti del lavoro di un anno riguardano innanzitutto “un metodo”, utile affinché “l’attitudine all’ascolto reciproco potesse avvenire in maniera ordinata”. Il secondo frutto – ha proseguito Maghini – è rappresentato dalle 180 proposte emerse dalle schede raccolte nella GdL del 9 febbraio scorso, mentre gli altri due, non meno importanti, “da una maggiore conoscenza di quanta vita c’è nella nostra Diocesi, e dalla consapevolezza dello spirito di servizio della GdL nei confronti delle realtà della nostra Diocesi”. Tutto ciò all’interno di una cornice magisteriale che riconosce al laicato il suo ruolo dentro la Chiesa e, di conseguenza, il suo “diritto-dovere” di partecipare e non più delegare: da alcuni documenti del Concilio Vaticano II a “Evangelii Gaudium” (si pensi ad esempio al n. 41), oltre alle due lettere pastorali di mons. Perego, in attesa della terza per il prossimo anno, nella quale centrale sarà il tema della vocazione dei laici. E, sempre pensando al prossimo anno, in autunno prenderà avvio in Diocesi la nuova Scuola di teologia pastorale, che si è scelto di intitolare a Laura Vincenzi, e della quale parleremo più approfonditamente nei prossimi numeri.

Cos’è emerso dalle schede dei laici

Un primo tema frequente in diverse schede riguarda l’ambito della comunicazione della fede: a tal proposito, una proposta ricorrente è stata quella di promuovere gruppi sulla Parola di Dio. In generale, ha spiegato ancora Maghini, “siamo chiamati a uno sforzo comunicativo maggiore e più incisivo, a pensare anche a strumenti diversi o a migliorare quelli già esistenti”. Inoltre, è importante che “la nostra comunicazione dialoghi maggiormente con il resto della comunicazione del territorio della Diocesi, evitando un’ottica di contrapposizione”. Due sono le proposte di lavoro presentate, base della progettazione pastorale del 2019/2020: la prima rigurarda la ripresa dell’esperienza del Laboratorio della fede, già svoltosi lo scorso anno, un progetto di formazione e discussione comunitaria richiesto a gran voce da molti laici. Necessarie sono alcune modifiche: innanzitutto decntrarlo maggiormente (in modo che non sia solo cittadino), attuarlo in collaborazione con realtà diocesane già esistenti, e che concretamente sia luogo di lavoro corresponsabile tra laici e consacrati. L’altra proposta è quella della “Bottega della Parola”, una fucina di progetti concreti – per ora solo ipotizzati – per (ri)tradurre in linguaggi sempre nuovi la Parola di Dio. Una ventina i progetti scelti fra i tanti proposti nelle schede: percorsi condivisi tra parrocchie e insegnanti di religione, la partecipazione a eventi di “volontariato” non diocesani, laboratori di teatro per raccontare la fede e la tradizione della Chiesa, momenti di festa aperti a tutti, non solo ai membri della comunità ecclesiale, percorsi tra le riccheezze artistiche del nostro territorio, un concorso di arte sacra per giovani artisti; e ancora, incontri interculturali e interreligiosi, una commissione mista per pensare a nuove forme liturgiche, scuole di formazione politica e sociale, o nell’ambito della comunicazione. Chiunque lo desideri, può rendersi disponibile a collaborare al Laboratorio della fede o alla “Bottega della Parola” inviando una mail a gdlcollaboro@gmail.com.

Uno stile cristiano fondato sulla missionarietà: l’intervento di mons. Perego

Fare sintesi dell’anno pastorale che sta per concludersi, anche grazie alle riflessioni emerse dalla GdL, e al tempo stesso gettare le basi per il prossimo. Su questo si è concentrato mons. Perego nel suo intervento alla Giornata del Laicato del 1° giugno, anche in vista della Tre giorni del clero in programma nei giorni successivi, e di cui parleremo nel prossimo numero. Gli stili di vita cristiani saranno al centro del prossimo anno pastorale, tema centrato in modo forte sul concetto di missionarietà: “la Chiesa della comunione e della corresponsabilità – ha spiegato il Vescovo – non interpreta questi stili di vita solamente all’interno di essa, ma anche e soprattutto all’esterno, per generare qualcosa di nuovo nella società”. Non a caso, il prossimo anno pastorale prenderà avvio in ottobre, scelto come Mese missionario straordinario dal Santo Padre in occasione dei 100 anni dalla Lettera Apostolica “Maximum Illud” di Papa Benedetto XV, dedicata proprio all’“attività svolta dai missionari nel mondo”. Una questione, quella della missionarietà, più che mai necessaria in un periodo storico come il nostro, dove, in particolare in Occidente e si pensi anche, nello specifico, alla nostra Chiesa locale, “scarseggiano sempre più missionari, fidei donum, seminaristi” e in generale sacerdoti. Senza però dimenticare, dall’altra parte, i tanti laici che scelgono di vivere periodi di volontariato in varie parti del mondo, o i tanti sacerdoti che sempre più, soprattutto dall’Africa, si trasferiscono nelle Diocesi italiane. Contro la tentazione di alcuni cristiani di chiudersi, il Papa propone dunque un rinnovato spirito missionario, tanto nelle nostre città quanto in altri Paesi, con il Mese straordinario e con l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, in programma dal 6 al 27 ottobre prossimi. “Il tema della missionarietà – ha proseguito il Vescovo – caratterizzerà inoltre il prossimo quinquennio della Chiesa italiana”. Ma una nuova presenza missionaria esige “una nuova forma della missione e della vita della Chiesa, forma che prende spunto dalle esperienze che troviamo negli Atti degli Apostoli. La missione – sono ancora parole di mons. Perego – nasce quindi dal superamento della tentazione della sterilità pastorale, dell’autoreferenzialità, della nostalgia del passato fine a se stessa. Spesso fatichiamo a ripensare noi stessi, il nostro essere Chiesa, a ripensarci insieme, proprio in ordine alla missione, a immaginare una forma diversa della Chiesa. Questa nuova forma ecclesiale, perciò, non richiede solo un cambio delle strutture fisiche, ma anche e soprattutto delle strutture mentali di ognuno: la GdL serve proprio ad aiutare questa trasformazione”. Dalla GdL, sempre nel solco dell’“Evangelii Gaudium”, per mons. Perego è emersa dunque “l’importanza della soggettività del popolo di Dio e l’evangelizzazione come scelta pastorale fondamentale”, scelta che, per essere autentica, “deve mutare il volto delle nostre parrocchie e delle nostre comunità”, che non devono essere introverse ma estroverse, rivolte al “bene dell’intera comunità”, non solo di quella ecclesiale, “ritornando sempre alla novità di Gesù Cristo, accompagnando le persone, ogni persona, nel rispetto della dignità e in uno spirito di solidarietà”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

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“E’ importante che i suoi valori vengano messi in comune”

8 Apr

Lo scorso 4 aprile nel Salone d’onore del Palazzo Municipale di Ferrara è stata inaugurata la mostra “Nulla è per caso. Vita di Laura Vincenzi, serva di Dio (1963-1987)”, alla presenza dell’Arcivescovo e del Sindaco. La sera S. Messa a Tresigallo

miriam3La “casa dei ferraresi” fino a venerdì 12 aprile ospita la mostra dedicata alla vita e alla profonda esperienza di fede di Laura Vincenzi. Nel pomeriggio di giovedì 4 aprile nel Salone d’onore del Palazzo Municipale di Ferrara è stata inaugurata l’esposizione intitolata “Nulla è per caso. Vita di Laura Vincenzi, serva di Dio (1963-1987)”, realizzata da Laura Magni con la collaborazione di Giuliano Laurenti, entrambi impegnati nell’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra diocesi, e col fondamentale coinvolgimento dei genitori e degli amici di Laura oltre che dell’Azione Cattolica di Ferrara-Comacchio, che da anni, insieme all’associazione ”Amici di Laura”, promuove il cammino per il riconoscimento canonico della sua santità. Chiara Ferraresi, Presidente dell’AC diocesana, nel suo saluto introduttivo ha sottolineato come “i valori coi quali Laura ha vissuto la propria vita – la semplicità, l’apertura all’altro, l’amicizia, il senso di responsabilità, un grande coraggio, il riuscire a trasformare la sofferenza in un’esperienza positiva per lei e per gli altri – siano un bene di tutti, valori da mettere in comune”. “Con Laura ho condiviso molti dei luoghi di appartenenza ecclesiale”, sono state le parol del Sindaco Tiziano Tagliani, che ha posto l’accento sul fatto che “questo spazio civico è aperto a diversi tipi di esperienza: il vero civismo infatti è quello che porta qui esperienze autentiche, di vita vera, e quella di Laura è una testimonianza vera, anche civile, perché il senso della sua sofferenza è dimostrazione di coraggio e di coerenza. “Alcuni giorni fa – è stato invece il richiamo dell’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego – abbiamo ricordato Bruno Paparella e Vittorio Bachelet, riflettendo anche sul tema della ’scelta religiosa’, che porta dentro la città, non fuori e quello di Laura è stato un modo di vivere la città, nel senso di partecipazione, impegno, valorizzazione di ciò che è importante”. Mons. Perego ha quindi richiamato la coincidenza con la pubblicazione, negli stessi giorni, dell’Esortazione di Papa Francesco, “Christus vivit” e come questa mostra sia ancora più importante in quanto proposta nel periodo che prepara alla Pasqua. A seguire, Chiara Ferraresi ha letto un messaggio inviato da mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro e dal 1974 al 1984 assistente nella nostra Diocesi e regione di Azione Cattolica Ragazzi. “Sarò presente in preghiera e un piena unità”, ha scritto, “la santità di Laura Vincenzi è messa sul candelabro per illuminare”, ricordandoci come “la chiamata alla santità è meta di popolo”, non individuale, e come “la santità è la prima missione”. “L’opposto del peccato – ha concluso – non è la virtù ma la fede: Laura ci ha detto davvero che tutto è grazia”. L’evento inaugurale è dunque proseguito con una breve visita alla mostra guidata da Miriam Turrini. Gli 11 pannelli allestiti sono su sfondo bianco, come fogli sui quali Laura ha scritto la propria vita, mentre l’altro colore dominante è l’azzurro, il colore della trascendenza. Tante le fotografie di Laura nelle varie fasi della sua vita, quasi mai da sola ma sempre in compagnia di amici e famigliari. La Turrini ha posto l’accento sulla “sua coscienza di essere sempre neonata nella fede e di dover quindi fare un lungo cammino, nella convinzione che tutto è dono e grazia”. Frequente ricorre nelle sue lettere la riflessione su “come coniugare una vita da vivere con passione e intensità, e al tempo stesso col giusto distacco”. Un’esistenza breve, la sua, ma nella quale centrale è stato il rapporto con l’Eterno, da lei stessa definito come “la realtà vera e propria a cui tutti siamo chiamati”. Un’immagine, infine, vogliamo richiamare: quella della preghiera da lei scritta e indirizzata all’allora Arcivescovo mons. Luigi Maverna, fatta stampare – con, sul retro, un ramo d’ulivo – e distribuita il giorno delle esequie, e letta dallo stesso Maverna nell’omelia. La mostra è visitabile con il seguente orario: dal lunedì al venerdì ore 9-18. Ogni giorno dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 18 sarà possibile la visita guidata. La sera del 4 aprile nella chiesa di Tresigallo è stata celebrata una S. Messa in memoria di Laura Vincenzi, di Riccardo Tagliati e dei giovani di Tresigallo tornati alla Casa del Padre.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

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(foto Francesca Brancaleoni)