Archivio | giugno, 2019

Dom Hélder Câmara, una vita per la pace e in dialogo col mondo

17 Giu

Vent’anni fa moriva “o bispinho” (“il piccolo Vescovo”, per via della bassa statura), tra i fautori della cosiddetta “opzione preferenziale per i poveri”, ripresa da Papa Francesco. Nel 1979 il suo intervento al Teatro San Benedetto di Ferrara davanti a un migliaio di persone

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Nel 1979, il 1° novembre, festa di Ognissanti, cadeva di giovedì. In una fredda e umida sera autunnale, il Teatro San Benedetto di Ferrara fatica a contenere le circa mille persone – tra cui molti giovani – che si accalcano per ascoltare le parole di colui che è simbolo concreto di una Chiesa “povera e serva dei poveri”, di una speranza antica e sempre nuova: dom Hélder Câmara, da 15 anni arcivescovo di Olinda e Recife in Brasile. Protagonista del Concilio – la cui testimonianza ha lasciato nel libro “Roma, due del mattino. Lettere dal Concilio Vaticano II” (S. Paolo ed., 2011) – è tra i firmatari del “Patto delle catacombe”, firmato da alcuni cardinali, soprattutto latino-americani, il 16 novembre 1965, per iniziare una vita nella povertà – vissuta fino all’ultimo dallo stesso Camara -, rinunciando a simboli e privilegi del potere, sfidando così gli stessi “fratelli nell’Episcopato”. Abbiamo deciso di ricordarlo a 110 anni dalla nascita (avvenuta il 7 febbraio 1909) e a 20 anni dalla salita al Cielo (il 27 agosto 1999), oltre che per la “fortunata” coincidenza del 40ennale dal suo intervento nella nostra città (v. locandina in basso). Intervento che cerchiamo di presentare in alcuni suoi passaggi fondamentali nel quale il Vescovo e teologo brasiliano delinea alcune dei principali temi testimoniati nella sua vita di vicinanza e aiuto ai poveri, di lotta nonviolenta contro le disuguaglianze, e di dialogo con persone di altre fedi e non credenti. “Ho saputo con gioia che tra voi – è uno dei suoi passaggi “profetici” a Ferrara – c’è chi pensa in modo concreto e felice agli anziani, ai drogati, agli handicappati, ai carcerati. Ma permettetemi che vi ricordi che oltre a questi gruppi di azione certamente benedetti da Dio è indispensabile che stiate attenti a non permettere che il razzismo non rinasca in Europa. Come giudicare i mali tremendi che ha già causato all’umanità il razzismo al tempo di Hitler; attenti ad evitare che l’ideologia della sicurezza nazionale nei paesi occupi il posto di Dio; è evidente! Ogni popolo ha il diritto e il dovere di pensare alla propria sicurezza, ma mettere la sicurezza come valore supremo è grave “.

Denuncia delle diseguaglianze, per una società nonviolenta

Lo sguardo di dom Câmara è uno sguardo diretto sulla terribile miseria del suo Brasile, dell’America Latina e, in generale, sulle povertà e ingiustizie in tutto il mondo. “E’ terribile che un terzo dell’umanità stia conducendo una vita comoda e di lusso – è un altro suo passaggio a Ferrara -, abbandonando due terzi di questa stessa umanità al margine della vita, emarginati, in una situazione di fame e di miseria”. Una sorta di neocolonialismo – ancora oggi presente – farcito di autoassoluzioni dal sapore razzista: “non manca chi pensa che il terzo mondo è emarginato perché sono di razza inferiore, non sono di razza bianca”, sono ancora sue parole pronunciate a S. Benedetto. “Non manca nemmeno chi pensa che i popoli del terzo mondo sono poveri perché non hanno voglia di lavorare e perché sono incapaci di onestà! NO…NO…NO…! Il terzo mondo è emarginato perché è sfruttato, terribilmente sfruttato dalla società dei consumi che merita il titolo della società dello spreco. Il primo e il secondo mondo vanno a comprare le materie prime occorrenti nel terzo mondo a prezzi stracciati. Li lavora, li rimanda trasformati in prodotto sofisticato che la propaganda commerciale, soprattutto la televisione a colori, fa credere si tratti di prodotti di cui non si può fare a meno”. Nel suo libro “Rivoluzione nella pace” spiega senza giri di parole qual è la missione della Chiesa davanti a tutto ciò: “mente a se stesso chi crede di amare Dio che non vede se non ama gli uomini che vede. E l’uomo non è solo anima; è anche corpo e spirito immerso nella materia. Conquista l’eternità vivendo nel tempo. È cristiana, profondamente cristiana, la lotta per l’emancipazione nella misura in cui è sinonimo di aiutare, fraternamente, a strappare dalla miseria milioni di uomini che vegetano in situazioni infra-umane”. Ma l’alienazione – Camara ne era cosciente – poteva essere causata anche da una “vita basata sull’effimero, disumanizzante e pagano”. La Chiesa, perciò, “è chiamata anche a denunciare il peccato collettivo, le strutture ingiuste e stagnanti, non come uno che giudica da fuori, ma come chi riconosce la sua parte di responsabilità e di colpa”. Come scrive nel ’71 in un articolo sulla rivista “Parole et Pain”, “oggi, l’elemosina delle elemosine è sostenere la giustizia, lavorare allo stabilirsi della giustizia sociale. I poveri, nel nostro secolo, non sono solamente degli individui e dei gruppi, ma Paesi e continenti”. Vicino alla Teologia della Liberazione, dom Camara rifiutò, però, sempre radicalmente qualsiasi forma di violenza: “non credo alla violenza, non credo all’odio – scrive ancora in “Rivoluzione nella pace” -, non credo alle insurrezioni armate. Sono troppo rapide: cambiano gli uomini senza aver il tempo di cambiarne la mentalità. Non serve a niente pensare alla riforma di strutture socio-economiche, se non cambiano anche le nostre strutture interiori. […] Ma se non credo alla violenza armata, non sono nemmeno tanto ingenuo da pensare che bastino i consigli fraterni, i richiami lirici, perché cadano le attuali strutture come caddero le mura di Gerico”. Una via nonviolenta, quella proposta dal Vescovo, per far germogliare un mondo dove la pace fra le persone e i Paesi potesse regnare. Nel suo intervento a Ferrara nel ’79 denunciò il legame tra diseguaglianza economica globale e politiche di guerra: “la società dei consumi spreca somme incredibili per armamenti. E in questo punto l’America del Nord e la Russia si fanno concorrenza in modo perfetto. […] E così queste armi sono vendute ai Paesi del terzo mondo che non hanno nemmeno l’essenziale per i loro popoli”.

L’opzione preferenziale: “una Chiesa povera per i poveri”

Una vicinanza al prossimo, quella di dom Câmara che, nella sua urgenza e intensità, non può non essere rivolta dunque a chi più ha bisogno: “pur amando tutti, come Cristo devo avere un amore speciale per i poveri”, scrive sempre in “Rivoluzione nella pace”. “Gesù amava tutti e andava anche dai ricchi – scrive in “Chi sono io?” (Cittadella, 1979) -, ma ha sempre mostrato la sua preferenza per i poveri. […] Guai a chi non vede Cristo nella persona dei poveri, non soltanto negli individui ma nella società, nei Paesi, nei continenti, in tutto il mondo sottosviluppato!”. Un principio essenziale che Papa Francesco cerca di rendere carne e sangue nella Chiesa di oggi. In “Evangelii Gaudium”, 48 scrive infatti: “se la Chiesa intera assume questo dinamismo missionario deve arrivare a tutti, senza eccezioni. Però chi dovrebbe privilegiare? Quando uno legge il Vangelo incontra un orientamento molto chiaro: non tanto gli amici e vicini ricchi bensì soprattutto i poveri e gli infermi, coloro che spesso sono disprezzati e dimenticati, «coloro che non hanno da ricambiarti» (Lc 14,14) […]. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli”. Lo stesso Câmara rivolgeva questo appello anche e soprattutto all’interno della Chiesa: “più grave della tentazione del denaro è la tentazione del prestigio e del potere”. La Chiesa, nella sua essenza è “serva dei poveri” e “povera”. La grande povertà della Chiesa, per Câmara, “sta nell’accettare di essere mal giudicata, di rischiare la propria reputazione, di perdere il proprio prestigio. Sta nell’accettare di essere trattata da sovversiva, da rivoluzionaria, forse da comunista: ecco la nostra povertà, la povertà che Gesù chiede alla Chiesa in questo tempo in cui viviamo…”. “Fare un’opzione per i poveri non significa disprezzare i ricchi”, puntualizzava, non dimenticando mai nessuno. Ma i ricchi “non ci chiedono niente. I poveri, gli oppressi, loro sì, hanno bisogno di noi. Qualsiasi cosa questo ci costi” (in “Il Vangelo con dom Hélder”, Cittadella 1985). Così scrive ancora Papa Francesco in “Evangelii Gaudium”, 198: “desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro”.

Chiesa e mondo: “il vescovo è di tutti”. Quegli atei che sono “cristiani di fatto”

SF99000000_62864350“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. (“Gaudium et spes”, 1965) Saper vivere profondamente la povertà evangelica significa al tempo stesso avere uno sguardo aperto sulla sofferenza di ogni donna o uomo. Dom Câmara – in “Rivoluzione nella pace” – si autodefinisce “una creatura umana che si considera fratello di debolezza e di peccato degli uomini di tutte le razze e di tutti i luoghi del mondo. Un cristiano che si rivolge ai cristiani, ma con cuore aperto, ecumenicamente, agli uomini di ogni credo e di tutte le ideologie (…). Il vescovo è di tutti. Nessuno si scandalizzi se mi vedrà frequentare creature ritenute indegne e peccatrici”. Ma questo rivolgersi a ogni persona bisognosa dell’amore e della prossimità era rivolto non solo alle condizioni materiali della stessa ma anche alla sua condizione spirituale e alle sue scelte di vita. Scelte che Câmara non dava per scontate e men che meno condannava, ma anzi dimostrava di prendere in considerazione con viva sofferenza. Così scrive: “credo che tutto andrà a finire bene (le afflizioni termineranno, la pace regnerà per sempre) però qui in questo esilio quanti sono, quanti, quanti, quelli che non sono nelle condizioni psicologiche di credere in Te?….Per molti, per troppi la vita è dura. E non esiste praticamente nessuno che, almeno in certi momenti, non la trovi scioccante, assurda, senza senso, asfissiante…[…] Se insisto con queste domande angustianti è con il proposito di difendere i disperati, i blasfemi, gli atei. È chiaro che non voglio giustificarli: ma li capisco, e spero che anche Tu li capisca. E qui sta il grande segreto della tua paternità. È ingenuo voler negare ch hai costruito la vita sulla morte. Ma poi, quando gli uomini si contorcono dal dolore, si sentono schiacciati dalla sofferenza fisica, si ribellano alla sofferenza morale e bestemmiano, tu li capisci e a castigarli non ci pensi nemmeno. Ma il mistero rimane: perché non parli un pochino più chiaro?” (“Roma, due del mattino. Lettere dal Concilio Vaticano II”, S. Paolo ed., 2011). In diversi momenti il Vescovo brasiliano – pur cosciente di attirarsi molte critiche dall’interno della Chiesa – fa di se stesso un ponte di pace verso “tutti gli uomini di buona volontà” ai quali è rivolta la “Pacem in Terris”: “chi pratica il bene in questa vita, per quanto possa considerarsi distante da Dio, nell’altra vita avrà la sorpresa di sapere che sulla terra ha avuto a che fare con Cristo stesso il quale, in nome del Padre, gli aprirà le porte del cielo” (in “Terzo mondo defraudato”, EMI, 1969). “Esprimo il mio speciale affetto per coloro che” sono “atei di nome, ma di cristiani di fatto”, scrive ancora (idem), per quegli agnostici ed atei “che ‘facciano’ la verità”. Tornano alla mente anche le parole provocatorie del Pontefice nella prima Udienza generale del 2019: ”Le persone che vanno in chiesa, stanno lì tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri e parlando male della gente sono uno scandalo: meglio vivere come un ateo anziché dare una contro-testimonianza dell’essere cristiani”. Il “nuovo umanismo” sgorgato dal Concilio Vaticano II, per il Vescovo di Recife, “comincia con l’accogliere quello che c’è di vero in tutti gli umanismi, anche quelli atei” (in “Rivoluzione nella pace”). Un invito ad uscire, per andare incontro all’altro nella sua diversità, in uno spirito di missionarietà. Non a caso, il 16 maggio 2016 nel suo discorso di apertura della 69esima Assemblea Generale della CEI, Papa Francesco in un passaggio citò prorpio dom Câmara: “questa comune appartenenza, che sgorga dal Battesimo, è il respiro che libera da un’autoreferenzialità che isola e imprigiona: «Quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo – richiamava dom Hélder Câmara – prendi il largo!». Parti! E, innanzitutto, non perché hai una missione da compiere, ma perché strutturalmente sei un missionario: nell’incontro con Gesù hai sperimentato la pienezza di vita e, perciò, desideri con tutto te stesso che altri si riconoscano in Lui e possano custodire la sua amicizia, nutrirsi della sua parola e celebrarLo nella comunità.” Chiudiamo con altre parole del Santo Padre, quelle conclusive nel Messaggio per la Quaresima dell’anno scorso, per mostrare ancora una volta come sia forte quel filo rosso che unisce questi due fratelli latinoamericani, testimoni autentici della misericordia di Cristo: “vorrei – scrive il Santo Padre – che la mia voce giungesse al di là dei confini della Chiesa cattolica, per raggiungere tutti voi, uomini e donne di buona volontà, aperti all’ascolto di Dio. Se come noi siete afflitti dal dilagare dell’iniquità nel mondo, se vi preoccupa il gelo che paralizza i cuori e le azioni, se vedete venire meno il senso di comune umanità, unitevi a noi per invocare insieme Dio, per digiunare insieme e insieme a noi donare quanto potete per aiutare i fratelli!”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 giugno 2019

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Contro il razzismo, progetti aperti a tutti

17 Giu

Lo scorso 11 giugno all’Università di Ferrara è stato presentato il “Laboratorio antirazzista” che vede insieme docenti e studenti dell’Ateneo. Tante altre le iniziative in collaborazione con singoli e associazioni cittadine per cercare di combattere quei pregiudizi che impediscono una pacifica convivenza e l’incontro tra le persone

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Un Laboratorio di ricerca sul razzismo che mette in relazione docenti, studenti e chiunque, fuori dal mondo universitario, voglia parteciparvi, con un occhio alle relazioni internazionali. E’ questo l’ambizioso e più che mai necessario progetto presentato nel pomeriggio dell’11 giugno scorso al Mammut (Polo Chimico Bio Medico di UniFe) di Ferrara, nell’incontro organizzato dal Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale. Sono stati tre studenti, Camilla Caselli, Claudia Andreozzi e Leonardo Magri, iscritti a diversi Dipartimenti dell’Università di Ferrara, a spiegare agli oltre 100 presenti le diverse iniziative, maturate negli ultimi mesi. Riguardo al “Laboratorio antirazzista”, si tratta di svolgere “una ricerca scientifica interdisciplinare sul tema del razzismo, cercando di mantenere legami stretti con la città e in relazione anche con altre università”. Ma non c’è solo il Laboratorio: dopo l’estate è previsto un pranzo per l’accoglienza di matricole del nostro Ateneo, per presentare le diverse associazioni antirazziste di Ferrara, fra le quali il Movimento nonviolento, Amnesty International e Cittadini del mondo. A seguire, partirà anche un laboratorio in collaborazione col progetto “Mediterranea”, un workshop con Romeo Farinella sul tema “urbanistica e cittadinanza”, la realizzazione di un documentario sul quartiere GAD con interviste ai residenti del quartiere, una collaborazione con FerraraOff. Inoltre, un cineforum sul tema razzismo organizzato dal SISM (Segretariato Italiano Studenti in Medicina) – che inizia il 19 giugno a Factory Grisù -, e l’idea di creare uno Statuto antirazzista per il nostro Ateneo.

Gli interventi

Durante l’iniziativa, il primo a intervenire è stato Romeo Farinella, direttore del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale: “mai abbassare la guardia, i diritti acquisiti non lo sono eternamente, vanno difesi. L’Europa sta costruendo muri, ma storicamente ha sempre tentato di rompere quelli esistenti, al suo interno e nel mondo. Questo sincretismo culturale – ha proseguito -, questa mescolanza e dinamismo sono alla base della storia dell’umanità. Per questo, il concetto di nazionalismo è una sorta di manufatto culturale volto alla costruzione di una comunità politica immaginata. Rifiutiamo perciò le semplificazioni, a favore della complessità”. “L’Università nasce dal confronto tra idee e provenienze diverse”, ha esordito Guido Barbujani, genetista e scrittore. “Quello di razza biologica è un concetto inesistente, in quanto è impossibile tracciare linee di divisione tra ipotetiche razze. Nel genoma umano, tutte le differenze si concentrano nello 0,01%, mentre il 99,9% è comune a tutti gli esseri umani. Gli stessi caratteri somatici rappresentano un’infima parte del DNA”. Barbujani ha poi raccontato la storia rara, ma non rarissima, alla quale un anno fa il National Geographic ha dedicato la propria copertina: quella di due bambine inglesi di 11 anni, Marcia e Millie Biggs, sorelle gemelle eterozigote nate nel 2006, mamma inglese da generazioni e padre di origine Giamaicana. Bene, una delle due ha preso la tonalità della pelle e dei capelli dalla madre (carnagione molto chiara, capelli tra il biondo e il castano chiaro), e l’altra dal padre (carnagione scura, capelli ricci e neri). Barbujani ha poi proseguito illustrando brevemente come a partire da circa 10mila anni fa dal Continente africano gruppi di persone abbiano iniziato prima a contaminarsi tra loro e poi, nei millenni, a diffondersi in Asia ed Europa. Ma allora perché il diverso ci fa paura? Uno studio fatto negli USA, ha dimostrato che, “quando cerchiamo di identificare una persona, viene attivata una determinata regione del nostro cervello. Se questa ha tratti diversi dai nostri, scatta una zona di allarme. Quindi è una cosa assolutamente naturale: questo sistema di difesa per i nostri antenati era questione di sopravvivenza – ha proseguito -, in quanto permetteva loro di saper riconoscere rapidamente gli alleati o i nemici”. Ad ognuno di noi tocca, però, “far scattare anche la parte razionale che ci fa comprendere come non sia il caso di allarmarci. Possiamo quindi – ha concluso – scegliere non il conflitto ma l’empatia e il dialogo”. Ha poi preso la parola il sociologo Alfredo Alietti: “non dimentichiamo che l’antirazzismo è un valore democratico basilare, al di là delle singole scelte politiche”. Ma perché esiste? Un primo motivo è che “nei periodi di crisi – economica, sociale, culturale – il ‘noi’ diventa un tentativo di ancorarsi a qualcosa di solido. È in questa situazione, quindi, che le ideologie razziste iniziano a crescere, come risposta, dicendo ‘quello diverso da te è cattivo, pericoloso, portatore di disordine’. Ed è qui che nascono anche guerre, genocidi e massacri”. Un altro motivo sta nella “bassa istruzione e nella scarsa cultura. Questo naturalmente non significa che si possa generalizzare: una persona può avere scarsa cultura e non essere razzista o viceversa un’altra aver studiato ed esserlo. Ma tendenzialmente una bassa istruzione si accompagna a un rifiuto del diverso. Sicuramente – sono ancora parole di Alietti – l’antirazzismo è un problema, è problematico, perché richiede sempre di allenare la propria razionalità, per dimostrare che la diversità è un valore, mentre il razzista non va a fondo, non si pone nemmeno il problema”. Quali sono i limiti che il diritto internazionale impone agli Stati sul tema del razzismo, è stato invece l’interrogativo posto da Alessandra Annoni, giurista internazionalista. Esiste innanzitutto la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, adottata nel 1965 dall’ONU, entrata in vigore quattro anni dopo, e la quale, al 2015, è stata sottoscritta da 88 firmatari e 177 parti. La Convenzione è monitorata dal Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD), anche se normalmente per questo tipo di questioni si fa maggior riferimento alla Corte europea per i diritti dell’uomo. “Il CERD recentemente ha evidenziato due problemi riguardo all’Italia”, ha spiegato la Annoni: quello del cosiddetto “hate speech”, dell’incitamento all’odio attraverso affermazioni violente soprattutto attraverso la stampa e gli altri media, emerso però anche nel caso di un parlamentare ed ex Ministro, Roberto Calderoni, ai danni di una collega, Cécile Kyenge. Un altro caso è quello che ha riguardato, e riguarda ancora, i cosiddetti “campi rom”, “veri e propri campi di concentramento e segregazione su base etnica”, ai danni perlopiù di cittadini italiani, “spesso discriminati anche negli accessi agli alloggi popolari, e vittime di sgomberi forzati”, al di fuori di ogni norma. “Dopo le raccomandazioni del Comitato però è cambiato molto poco. Il Governo italiano ha rifiutato anche il richiamo della Corte europea dei diritti dell’uomo”. L’ultimo intervento della giornata è toccato a Orsetta Giolo, filosofa del diritto: “il razzismo – ha spiegato – impatta sui principi fondamentali della democrazia – libertà, eguaglianza e solidarietà – negando le stesse pratiche democratiche. Il ‘Laboratorio antirazzista’ servirà anche a riflettere su ciò, e su come il razzismo richiami, al di là della discriminazione razziale, il tema dell’assoggettamento, della dominazione sugli individui e sui popoli”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 giugno 2019

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Quelle sere d’estate insieme a Dante

17 Giu

Fino al 3 luglio nella Piazza del Carbone di Ferrara, le “Letture Dantesche”: Ruben Garbellini commenta e legge i primi cinque canti dell’Inferno della “Divina Commedia”, oltre a una serata di musica e parole sulla “Vita Nova”

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUn percorso iniziatico attraverso la forza della parola poetica. Il viaggio di un’anima in un tortuoso cammino di redenzione. L’idea di renderlo lettura viva, pubblica, parola sempre nuova nel centro di Ferrara. La sera di venerdì 14 giugno si è svolta la prima delle “Letture Dantesche”, sei appuntamenti estivi organizzati dalla Galleria del Carbone, in collaborazione con la Società Dante Alighieri, in programma fino al prossimo 3 luglio. Protagonista e ideatore è Ruben Garbellini che, proprio nella piazza del Carbone sulla quale affaccia la Galleria, commenterà e leggerà i primi cinque canti dell’Inferno della “Divina Commedia” e alcuni passi della “Vita Nova” del poeta fiorentino. E’ stato Paolo Volta, direttore artistico della Galleria, a chiedere a Garbellini, moderno “cantastorie” innamorato di Parigi, di portare queste letture in una delle piazzette più suggestive della città, tra l’altro proprio di fronte alla facciata dell’ex chiesa di San Giacomo, ora sconsacrata, costruita nell’XI secolo in stile romanico e, si narra – per rimanere nell’ambito del mistero, anche esoterico -, che accoglie le spoglie mortali di Ugo dei Pagani, fondatore dell’Ordine dei Templari. A cavallo tra le sacre rappresentazioni del passato, che si svolgevano anche sui sagrati delle chiese, e il “teatro povero” di Grotowski, questo “atto popolare” assume, poi, un’attrattiva ancor più particolare nella città degli “artisti di strada”. Le Letture Dantesche nascono in realtà nel 2015 – in occasione dell’anniversario della nascita del Sommo Poeta (1265) – in vari ambienti storici della città (Palazzo Scroffa, Palazzina di Marfisa d’Este), parallelamente alle letture per le celebrazioni ariostesche, entrambe tenute da Garbellini. Due anni dopo, nel 2017, quest’ultimo decide di proseguire il teatro della parola dantesca, poi eseguito anche in altri luoghi di Ferrara, come Palazzo Bonacossi e la Sala dell’Arengo nel Palazzo Municipale. Il “viaggio dantesco” riprenderà poi dal prossimo autunno e perlomeno fino al 2021, anniversario della morte del divino poeta, toccando, inizialmente, diverse località in Emilia Romagna, Veneto e Lombardia. Ma perché impegnare tempo e risorse per declamare versi che oggi possono risultare scontati, rimasticati, o provocare ricordi noiosi fin da gli anni del Liceo? “Perché anche i non specialisti possono iniziare a riconsiderare Dante e la ’Divina Commedia’ ”, ha spiegato venerdì Garbellini davanti a una 40ina di persone. “C’è bisogno di un ritorno all’oralità, alla lettura ad alta voce”, ha proseguito. “Dante, in particolare, si presta molto a essere udito, la sua ‘Commedia’ è una grande messa in scena, funziona molto bene come teatro”. Parlare di Dante e della sua opera significa, per Garbellini, “parlare di tutto l’universo”: religioso, teologico e al tempo stesso del mondo greco-romano. Quest’ultimo, “Dante lo travasa, lo trasforma e lo rende vivo”, anche grazie al fatto che scrive in volgare fiorentino, una “lingua del reale”. Insomma, una scelta come questa, che può apparire bizzarra, controcorrente, per Garbellini è anzi “necessaria”: “c’è bisogno di nutrimento dell’anima contro le barbarie della nostra società, il mondo ha bisogno di poesia, di arte e di bello. La bellezza dei suoi versi è davvero salvamento”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 giugno 2019

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La natura materna in mostra

17 Giu

Fino al 30 giugno nella Galleria del Carbone è visitabile la mostra “Fili di speranza” di Federica Tartari

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“Fili di Speranza” è il titolo della prima personale di Federica Tartari, inaugurata alla Galleria del Carbone di Ferrara il 15 giugno scorso. Visitabile fino al prossimo 30 giugno, la mostra raccoglie dodici opere in terracotta smaltata o raku di medie e piccole dimensioni dell’artista ceramista (architetto di professione). Scrive lei stessa a riguardo: “le mie figure femminili nascono dalla terra, dalla natura, dallo spirito materno racchiuso in ogni donna; loro accolgono, nutrono, guidano, accompagnano, invocano con totale abnegazione e gratuità l’umanità delusa e la natura offesa. Rappresentano per me la necessità di trovare, anche nelle situazioni più difficili e buie, un margine di speranza, un’ancora di salvezza e una spalla su cui poter piangere”. La natura, di cui l’umanità stessa è parte, è dunque, nelle opere di Tartari, sostegno e relazione, incanto primordiale: la sua è un’ecologia pura, intesa nel senso profondo del termine come discorso estetico sulla comune “casa”, su quel nido dov’è possibile l’incontro, la costruzione di un legame, la generazione e la ricerca “insieme” – come scrive Lucia Boni nel testo di presentazione – del “senso di una verità sulla vita”. La mostra – accompagnata da un testo di presentazione di Lucia Boni, e con anche un omaggio a S. Giorgio e il drago – ha il patrocinio del Comune di Ferrara ed è visitabile nei seguenti orari: dal mercoledì al venerdì dalle ore 17 alle 20; sabato e festivi dalle 11 alle 12.30 e dalle 17 alle 20; lunedì e martedì chiuso.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 giugno 2019

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“In un tempo di odio, assumiamo le sofferenze altrui e una speranza comune”

10 Giu

Un giornalista e scrittore che ha raccontato la seconda metà del Novecento e ora continua a riflettere e a provocare le coscienze, dentro e fuori la Chiesa: Raniero La Valle la sera del 7 giugno ha presentato a Ferrara il suo ultimo libro

9382“Queste ‘lettere’ sono un compendio delle mie esperienze, del mio cammino, del tentativo di comprendere la realtà e di provare a raccontarla. Questo libro è come un parapetto dal quale mi sporgo, verso un futuro che non so come sarà: davanti a me, davanti a noi, avremo o un precipizio o la capacità di creare un’altra strada, una speranza, per un’umanità risanata”. La profondità e la limpidezza del ragionamento sono doti che a Raniero La Valle, giornalista e scrittore protagonista degli ultimi 50 anni, non sono mai mancate. E anche adesso, a 88 anni, dimostra di possederle, impegnato com’è in giro per l’Italia per presentare il suo ultimo libro, uscito i primi di giugno, “Lettere in bottiglia. Ai nuovi nati questo vostro Duemila” (Gabrielli ed., 2019). La terza tappa delle presentazioni, dopo quelle di Cremona e Verona, è stata a Ferrara, nella sala conferenze della parrocchia di Santa Francesca Romana, con la moderazione del giornalista Francesco Comina. Dopo il saluto del Vescovo mons. Perego e la presentazione di Alessandra Mambelli di Pax Christi Ferrara (che ha organizzato insieme al CEDOC), La Valle ha affrontato diversi temi centrali del nostro tempo, mai perdendo uno sguardo globale sugli eventi. “Noi tutti siamo su un ciglio, in un passaggio d’epoca. Chiediamoci: dove stiamo andando? Verso un futuro di compimento, una terra promessa oppure verso la catastrofe? Per rispondere a ciò, dobbiamo innanzitutto cercare di prendere coscienza di cosa sta accadendo, operazione non facile in un mondo dove i media sono spesso creatori di false parole e di false interpretazioni. Vedo che accadono cose inaudite, mai successe”, è stata la sua disamina: “i naufraghi vengono lasciati morire in mare e l’aiutarli viene considerato reato; i banchieri di tutto il mondo sono uniti, mentre i poveri divisi e i popoli frantumati; è possibile, con nuove tecnologie, generare vita umana non più dal corpo di una donna, arrivando così a cambiare la natura stessa dell’essere umano; non solo le guerre continuano, ma molte provocano morti da una parte sola; un operaio può guadagnare 400 volte di meno rispetto a un dirigente di azienda; mezza ricchezza mondiale è in mano all’1% degli abitanti di tutta la terra; la crisi ecologica porta a trasformazioni ambientali mai viste, o che non avvenivano da millenni”. Un’analisi radicale che può apparire apocalittica, ma non lo è, per chi, come La Valle, ha attraversato il Novecento, ha combattuto tante “buone battaglie” e “ha conservato la fede”. “E’ importante – ha proseguito – anche reinterrogare la nostra storia, così dominata dall’odio, dove la disuguaglianza veniva teorizzata come naturale, la guerra per secoli considerata il principio ordinatore fra i popoli, fino arrivare agli orrori della prima metà del Novecento, e ai genocidi che continuano nel mondo. Nella seconda metà del secolo scorso si è tentati di uscire da questa spirale, cercando di dar vita a organismi e a un diritto universali, ma commettendo l’errore di dividere il mondo in ‘buoni’ e ‘cattivi’ ”. Ora, invece – è il compito che vale una vita – “bisogna progettare un futuro che sia davvero diverso, comprendendo che le soluzioni non possono essere solo politiche o giuridiche, ma che è necessario rimettere in gioco tutte le dimensioni dell’uomo, comprese quelle religiosa e filosofica”. Inoltre, con Levinas, dovremmo “rimettere al centro non tanto l’io, l’individuo, ma l’altro, il suo volto, un volto da riconoscere e da amare”. Citando la seconda lettera di S. Paolo ai corinzi, La Valle ha riflettuto su come questa centralità della relazione sia fondata su quella di Dio con gli uomini, con “lo scambio” che ha fatto con noi: “Cristo si è fatto peccato al posto dell’uomo, prendendolo su di sé. Questo dobbiamo fare noi stessi, figlie e figli suoi, assumere la sofferenza e il dolore dell’altro, metterci al posto dell’altro”. Il ragionamento di La Valle è quindi proseguito ponendo l’attenzione sull’idea di un costituzionalismo mondiale, sull’importanza cioè di “iniziare a vedere l’intera famiglia umana come un soggetto politico, storico, un nuovo soggetto costituente, dove i poveri e i scartati possono essere i protagonisti di questo riscatto”. Fare ciò significa dar vita a “un’ecologia integrale, salvare l’uomo e la terra insieme, e che l’uomo salvi Dio, nel senso di salvarlo dalle sue false rappresentazioni, così diffuse nella storia, e ancora oggi, quelle di un dio violento e vendicativo. Dobbiamo tornare alla politica, non c’è alternativa – sono ancora sue parole -, che significa tornare ai partiti, ma non nella vecchia concezione del termine, come soggetti intenti a occupare lo Stato e le istituzioni: penso, invece, a partiti della società, che davvero riescano a raccogliere le istanze e i bisogni reali delle persone, non le paure fittizie, come avviene oggi nei confronti dei migranti. Abbiamo bisogno di un ‘partito della terra’, cioè che abbia la terra come punto di riferimento, da valorizzare come strumento di produzione primario e al tempo stesso da custodire, un partito che parli la parola dell’unità dei popoli, del cambiamento e della giustizia, che sappia essere positivo, concreto, veritiero, che non abbia come fine il potere, la vittoria, ma che assuma le speranze comuni, il comune destino”, fatto di persone che sappiano “cogliere i segni di bene che ci sono”. Le riflessioni conclusive, La Valle – anche incalzato da alcune domande – le ha dedicate, innanzitutto, al tema del katecon, termine che in San Paolo indica la resistenza al “mistero dell’anomia”, cioè alla perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere “senza legge” di mettersi al di sopra di tutto additando se stesso come Dio. Una resistenza ancora necessaria ma da attuarsi “mentre le cose accadono, senza aspettare che si arrivi a nuove violenze e genocidi”. Infine, un pensiero al Santo Padre – complimentandosi della lodevole iniziativa del ritrovo mensile, nella parrocchia ospitante, del “Gruppo di preghiera per Papa Francesco”: “il Papa è oggetto di un attacco durissimo da una parte interna alla Chiesa, per questo va difeso e sostenuto, è importante resistere assieme a lui”.

Il Dio “inedito” di Papa Francesco e l’importanza della parola per la salvezza: le “lettere” di La Valle

“La vera speranza è che [queste lettere, ndr] cadendo nelle mani dei nati nel terzo millennio – oggi ancora giovanissimi – li convincano che il loro compito non è solo di capire il loro tempo, ma di salvarlo. Il linguaggio della salvezza, che prima era frequentato solo dalle teologie della redenzione, entra oggi nel discorso comune, è la lingua rimossa ma impellente della politica, del diritto, dell’etica pubblica, laica e comune”. Così scrive nel libro “Lettere in bottiglia”, Raniero La Valle. Salvezza che è, al tempo stesso, personale, comunitaria, dell’intera umanità, e che vede Papa Francesco come punto di riferimento per chi vuole costruire un mondo “non genocida” ma fondato sull’accoglienza dell’altro e sulla misericordia. “Si è avuta – scrive ancora – l’irruzione sulla scena del Dio inedito raccontato da papa Francesco, che con il suo pontificato messianico ha fatto emergere con forza questa radicale alternativa investendola di una luce abbagliante”. “Il ministero di papa Francesco è un ininterrotto annuncio del Dio del Vangelo, un Dio inedito, un Dio che sorprende, un Dio non più tremendum ma solo fascinans”. La speranza, quindi, “è che per i nati in questo millennio, in questo secolo, non basta affacciarsi al parapetto aspettando di vedere come deve andare a finire, ma che essi debbano decidere come deve andare a finire e a partire da ciò, come diceva Bonhoeffer, pensare e sperare solo ciò di cui risponderanno agendo”. La misericordia, cifra della Chiesa e del pontificato di Francesco, che, però, “non è più intesa solo come un insieme di opere buone, non è più assunta solo come virtù privata, ma diventa la precondizione perché continui la vita sulla terra, diventa il nuovo criterio del politico, al posto del criterio belluino dell’amico-nemico”. D’altronde, scrive ancora, “questa è la tesi della mia vita: l’amore come risposta alla crisi”. La Chiesa, “carne umana di Cristo”, per La Valle vive un “passaggio di fase […] da un cupo pessimismo antropologico, professato dai profeti di sventura, a una gioiosa (Evangelii Gaudium!) voglia di riprendersi il futuro e di imprimere una svolta alla storia. E’ la novità portata da papa Francesco. Egli ha avuto il coraggio di delegittimare l’intero sistema economico mondiale definendolo come ’un’economia che uccide’, e denunciandolo come un sistema che esclude grandi masse di uomini e di donne trattandoli come avanzi e come scarti”. Ma il cambiamento non deve e non può avvenire solo nel mondo ma anche e innanzitutto nella Chiesa, nel suo immaginarsi e porsi nella sua missione: Papa Francesco è l’esempio del “superamento dell’idea di un cristianesimo come sovranità, come cristianità, cioè come civiltà, come potere”. “La Chiesa non è il cristianesimo realizzato, come il socialismo reale, ne è solo il segno e lo strumento, come dice il Concilio; non è la società umana trasformata in regno di Dio, ne è invece l’ospedale da campo, come dice Francesco, quella che lava i piedi, quella che con la società umana non ha altro rapporto che la misericordia, perché solo nella misericordia è la verità; la Chiesa è quella che, spoglia del potere, con forza profetica dice al potere che il re è nudo, che l’economia uccide, che il denaro domina e che l’umanità per nessuna ragione, né politica, né economica, né religiosa può essere divisa in eletti e scartati”. Anche su un piano antropologico agisce questa rivoluzione dello sguardo: l’uomo, scrive La Valle, “è naturalmente sempre riconosciuto nella sua condizione creaturale di indigenza, finitezza e povertà, ma non è mortificato come se fosse un fuscello nelle mani di Dio né come una coscienza appaltata alla Chiesa; la sua dignità è la dignità di colui di cui porta l’immagine, e il Vangelo oggi annunciato gliela riconosce anche se non ha fede, gli riconosce la dignità della sua opera, il lavoro, e gli riconosce la libertà della sua decisione etica, che non sta fuori di lui, ma dentro di lui, sta nella coscienza in cui il Concilio ha visto lo scrigno di Dio, e se la Chiesa l’invade papa Francesco la chiama un’ingerenza, perché si è fatto umanità nel Figlio”. La sua critica dell’integrismo religioso (cristiano e non) si affianca a quella del laicismo: “Lo schema su cui si muove l’Occidente suppone che da questa pseudo guerra di religione si esca con la laicizzazione, con la secolarizzazione, con la riduzione della religione a un dimensione privata”. Invece, “non si può reprimere o dissolvere, in nome della laicità, la potenza di rinnovamento e di resistenza all’iniquità che prorompe dal Vangelo”. “Voglio farvi una confidenza, soprattutto ai più giovani”, può essere la conclusione ideale che La Valle sembra consegnarci. “Mi sono chiesto più volte che cosa ha salvato la mia vita, che cosa l’ha resa così lunga e benedetta. Fino a ieri io rispondevo: sono state le due vestali, le due forze della mia vita, il lavoro e l’amore. Dall’inizio e fino ad ora. Ma ora mi sono accorto che è stata la parola. Ho lottato perché non mi fosse tolta la parola. Ho vissuto per ascoltare, per dire, per scrivere la parola. Ho capito che quello che salva, che crea, che mantiene in vita, è la parola”. Parola che è anche “grido dei poveri, degli oppressi”. E di parole, come quelle che ancora, a quasi 90 anni, ci regala La Valle, ne abbiamo davvero bisogno.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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Il Dio dell’impossibile e della misericordia: un incontro a Casa Cini

10 Giu

Silvia Zanconato e Piero Stefani hanno riflettuto sul Magnificat e sulla parabola del figliol prodigo

p6040464.jpg“Note di Scrittura. Il canto di una Madre e la festa di un Padre” è il titolo dell’incontro svoltosi la sera del 4 giugno scorso nel salone di Casa Cini a Ferrara. Un appuntamento organizzato dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria e per la Cultura, dall’Ufficio Catechistico Diocesano e dall’Ufficio Ecumenismo e Dialogo interreligioso della nostra Diocesi, che ha visto come relatori Silvia Zanconato e Piero Stefani, la prima intervenuta sul tema “Grandi cose, tra memoria e profezia (Lc 1, 46-55)”, dedicato al Magnificat, mentre il secondo su “Riscrivere la parabola: il terzo fratello (Lc 15,11-32)”. Dopo la presentazione da parte di don Paolo Bovina, la Zanconato ha iniziato il suo intervento riflettendo su come “nella Bibbia la parola ‘speranza’ per la prima volta compaia in bocca a Noemi/Mara nel Libro di Rut: chi meglio può capire la speranza se non chi – come lei – non ce l’ha più? E la Bibbia è piena di mancanza, mancanza di figli, di terra, di libertà, di acqua o di cibo, di vita. I suoi personaggi sono spesso fragili, esclusi, scartati, deboli. Tra le categorie dell’impossibile – ha proseguito la Zanconato -, vi è anche quella della sterilità, che è la cifra del non-senso: la speranza, nella Bibbia, risiede in un ventre gravido”. Ma, paradossalmente, la sterilità nel testo biblico può diventare “promessa di futuro, speranza assurda, qualcosa a cui si può solo credere. Così è per Maria e per sua cugina Elisabetta: la prima, grembo acerbo, troppo giovane per diventare madre; la seconda, grembo avvizzito, troppo vecchia per generare”. Con Maria, quindi, si ha “una nuova categoria dell’impossibile: una vergine che partorisce, una nuova impossibilità che con Dio diventa possibile. Maria è beata perché ha creduto alla promessa del Signore, e la abita. Ma ciò che le darà definitiva fiducia – sono ancora parole della relatrice – sarà l’affetto, la benedizione e la fiducia di Elisabetta nei suoi confronti, che le permetteranno di cantare al Signore il Magnificat”. Quest’ultimo è “un canto di liberazione, rivouzionario, che non promette di sostituire un potere all’altro ma ribalta criteri considerati inamovibili. Come lei, altre donne nella Bibbia – Miriam (sorella di Mosè), Deborah, Giuditta – intonano canti ‘rivoluzionari’, sono quindi collaboratrici dell’impossibile, impensabili voci della speranza, vere figlie di Israele che cantano la via di un Dio che compie la sua promessa. Maria, gravida della Parola di Dio, crede in questa promessa, e ora con occhi nuovi, con gli occhi di Dio, può leggere in profondità la storia, può avere speranza”. Sulla cosiddetta parabola del figliol prodigo – chiamata anche del padre misericordioso – si è invece concentrato Stefani. Nel versetto 17 è scritto: “rientrò in se stesso”, cioè il figlio prodigo “non solo ritorna a casa ma prima torna a sè: non è dunque solo un discorso etico, ma un ritorno al padre, un tornare anche all’altro da sè, a un altro che possa avere misericordia di lui. Una volta ritornato, però – ha proseguito Stefani -, non troverà solo misericordia – che presuppone un rapporto a due – ma anche la questione della giustizia, che presuppone sempre un rapporto a tre”, un terzo (un “giudice”): ha cioè a che fare anche col fratello maggiore, che rappresenta gli scribi e i farisei. Fratello maggiore che, a differenza del prodigo, “non uccide la paternità ma la fratellanza (‘questo tuo figlio’ chiama il fratello minore rivolgendosi al padre, v. 30), poi però recuperata dal padre stesso (‘questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita’, v. 32). La parabola si conclude con queste parole. Nel 1907 Andrè Gide ha cercato di immaginare cosa potrebbe accadere successivamente: ne “Il ritorno del figliol prodigo” ipotizza che ci sia “un terzo fratello, molto più giovane rispetto agli altri due, che, come il prodigo, vuole partire, per realizzare ciò che lui non è riuscito a realizzare” e in questo sarà spronato e aiutato dallo stesso fratello.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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“Guardate la realtà senza paura, per formarvi un giudizio che sia davvero vostro”

10 Giu

Siobhan Nash Marshall, docente di filosofia a New York, è intervenuta lo scorso 6 giugno all’Università di Ferrara

2“La noia è dominante nelle nuove generazioni, e le rende inermi e impaurite”: non ha cercato giri di parole Siobhan Nash Marshall, presidente del Dipartimento di Filosofia del college Manhattanville College di New York, nel suo intervento tenuto al Polo degli Adelardi dell’Ateneo ferrarese. Oltre un centinaio di giovani ha partecipato all’incontro dal titolo “La noia e la possibilità del bene”, organizzato dalla Fondazione Enrico Zanotti in collaborazione con Gioventù Studentesca, Centro Culturale L’Umana Avventura, Student Office e Uniservice. L’evento ha visto l’introduzione di Teresa Negri di Student Office, il saluto di Anita Gramigna, Docente del corso di Scienze Filosofiche e dell’educazione, mentre le conclusioni sono toccate a Maria Tiozzo Bon. “Il messaggio trasmesso da questo enorme apparato educativo in Occidente è negativo, è il ‘modello salsiccia’ ”, ha spiegato la Nash Marshall: “come per fare la salsiccia si butta tutto insieme nel macinatore, così a livello educativo non si aiutano i giovani a discernere, a comprendere, ma si ‘buttano’ solo nozioni. La conoscenza, invece, per essere possibile deve sia partire dal centro dell’uomo, dalla sua mente, sia essere condivisibile con gli altri: nella sua essenza, infatti, è relazione di una persona con la realtà, e quindi non può non essere una domanda di senso”. La noia, come detto, provoca paura, “anzi terrore” nei giovani, “lontani dal reale”, creando, inoltre, un vero e proprio circolo vizioso, per cui l’allontanarsi dalla realtà rende gli individui sempre più spaesati nei confronti della stessa. A questi giovani “confusi” viene somministrata “un’unica formula, spacciata per realtà: sono quindi abituati a credere a ‘s****zate’, disinteressandosi di cos’è vero e di cos’è falso, di cos’è bene e di cos’è male, senza avere gli strumenti per formarsi una propria opinione”. “La vostra generazione – ha proseguito rivolta ai tanti giovani presenti – ha dunque un compito bruttissimo: in un mondo come questo, senza tempo, nel quale si vive di attimi (come Kierkegaard ha focalizzato nella figura dell’uomo estetico), in cui non si vuole più ascoltare, nel quale perciò l’individuo ha paura di poter smascherare se stesso, avete il compito di tornare a guardare la realtà senza filtri o schemi, riacquistando fiducia in voi stessi, per poter vivere una vita più consona alla nostra natura”. Questo è, d’altronde, “il vero senso della cultura”. “Il mondo è bello, è positivo, la realtà, in ultima analisi, è positiva: sta a voi guardarla in faccia senza paura”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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