
Cristiana Cella a Ferrara: «donne senza diritti. Le grandi potenze fanno affari coi talebani»
Rimarranno nella storia le immagini disperate degli afghani che nell’agosto 2021 non riuscendo a scappare consegnavano ai marines in fuga dal loro Paese i bambini, anche molto piccoli, per metterli in salvo dall’orrore che stava tornando.I talebani, infatti, dopo 20 anni avevano riconquistato il potere. È partita da questo la cruda ma necessaria riflessione di Cristiana Cella, giornalista e scrittrice che lo scorso 25 febbraio nella libreria Libraccio di Ferrara ha presentato il suo ultimo libro, “Attraversare la notte. Racconti di donne dall’Afghanistan dei talebani” (ed. Altraeconomia), intervistata da Giorgia Pizzirani di Emergency. Racconti raccolti negli anni da confidenze, sfoghi delle stesse donne afghane (che nel Paese sono 21 milioni).
Cella segue le vicende afghane dal 1980, quando entrò clandestinamente a Kabul per documentare la resistenza contro l’invasione russa. Ha vissuto tra i combattenti laici e democratici sulle montagne del Paktia e dal 2009 fa parte dell’Associazione CISDA (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane), che dal 1999 promuove progetti di solidarietà a favore delle donne afghane. CISDA è in contatto con RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), organizzazione femminile afghana indipendente – ora clandestina -, attiva dagli anni ’80.
La mancanza di ogni diritto e libertà, soprattutto per le donne ma non solo, in Afghanistan oggi si accompagna a una tremenda crisi economica che affama più di 14 milioni di persone, con quasi la metà della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Inoltre, secondo il recente report del l’ONU, Analytical Support and Sanctions Monitoring Team, diverse formazioni jihadiste internazionali (fra cui al-Qaeda) restano attive sul territorio.
Cella ha iniziato con l’elencare i diviete imposti oggi alle donne in Afghanistan; ne citiamo solo alcuni: lavorare, studiare, pregare in pubblico, uscire senza un familiare stretto, incontrare altre donne in pubblico, vestirsi liberamente, truccarsi, ascoltare o suonare musica, fare sport, andare in bici. Insomma, la donna «non può vivere», ha detto Cella. «La polizia morale può arrestare una donna se ha l’hijab messo male. È diventata una forma di assedio, il Governo fa solo controllo ormai, non governance, entra nelle vite delle donne, nei loro corpi e nelle loro menti in maniera perfida. La colpa è stata femminilizzata: essere donna oggi in Afghanistan è una colpa». Intorno alla donna – ha proseguito Cella – c’è «una totale oscurità».Per ogni minima infrazione, può essere sbattuta in carcere, e spesso non uscirne viva. E «le prigioni talebane sono qualcosa di inimmaginabile in quanto a violenze, privazioni e condizioni igieniche.E quando la donna conclude la sua detenzione, viene isolata dalla famiglia, perché essere stata in carcere è una vergogna». Non è un caso, quindi, «se fra le donne sono in forte aumento i suicidi, soprattutto fra le adolescenti e le ragazze», che «faticano a trovare un motivo per vivere»: tante donne soffrono di depressione, «e spesso fanno uso di mix di droghe sintetiche micidiali. Le madri si sentono impotenti, non possono dar loro un futuro». Recentemente, a gennaio 2026, i talebani hanno promulgato il nuovo Codice penale, il Criminal Procedures Code for Courts, che ad esempio all’articolo 9 – ha proseguito Cella – «divide la società in caste: in alto ci sono i ricchi e i religiosi, gli imam; poi la classe media; e in fondo la maggior parte della popolazione, coloro che non hanno niente, veri e propri schiavi».
In tutto questo orrore, c’è un minuscolo spiraglio di luce: «alcune donne resistono, esiste una resistenza sotterranea», grazie soprattutto alla sopracitata RAWA, «che aiuta le donne anche a livello medico-sanitario», perché da una parte una donna non può essere visitata svestita o curata da un medico uomo, dall’altra le donne non possono più svolgere il servizio come mediche o ostetriche. «Se un uomo fa male ad un animale – un gallo, un cammello – si fa 5 mesi di carcere, se invece fa male a una donna, 15 giorni. Anche perché la donna non potendosi far vedere da un medico non può mostrare i segni delle violenze subite».
E RAWA ha anche «scuole segrete», luoghi «dove la speranza può fiorire.Alcune donne mi han detto: “vivo solo perché esistono luoghi come questo”.Anche se vivono con la costante paura di essere scoperte». Ad esempio, ha raccontato Cella, una scuola segreta si trova nelle grotte del Bamiyan – dove vive gente poverissima -, zona nella quale nel 2001 le due enormi statue del Buddha del 6° secolo furono distrutte dai talebani. Nelle scuole «viene anche insegnato alle donne a cucire, almeno per tenersi impegnate in casa».
I talebani, quindi, «hanno distrutto la vera cultura afghana, l’arte, le tradizioni», come il Nowruz, il capodanno afghano che molti «festeggiano di nascosto. Ciò che mi commuove davvero è la loro forza, il loro desiderio di vivere.Le donne afghane hanno tanto coraggio e fantasia. A volte fanno piccoli flash mob di nascosto, filmandosi e diffondendoli via web».
Cella ha poi analizzato le enormi e criminali responsabilità delle medie e grandi potenze del mondo: dall’Accordo di Doha del 2020, alla Conferenza di Doha del 2023 e a quella dell’estate del 2024, con l’indifferenza complice di Cina, India, Russia, Iran, USA, e in generale di tutti i Paesi dell’ONU. «Perché nessuno dei governi ha detto nulla?», si chiede Cella. Responsabilità che Paesi come gli Stati Uniti si portano dietro dagli anni ’80, quando finanziarono i talebani in chiave anti-URSS. D’altra parte, «soprattutto Cina, Russia e USA anche recentemente han fatto affari coi talebani». Gli afghani «come altri popoli – curdi, palestinesi, vari popoli africani – sono considerati sacrificabili».
Insomma, «l’Afghanistan è una galera a cielo aperto, è impensabile che le donne debbano affogare in un buio così». Ma c’è chi cerca di tener aperti piccoli spiragli di luce.
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La guerra contro le donne afghane e le storie di 21 rifugiate
A Ferrara il libro “Donne. Resistenza. Libertà” di Angela Iantosca
Ventuno milioni sono le donne in Afghanistan. Ventuno l’anno che segna il ritorno dei talebani al potere.E ventuno le donne raccontate dalla scrittrice e giornalista Angela Iantosca nel suo ultimo libro, “Donne. Resistenza. Libertà.Storie di ventuno afghane in lotta per la vita” (Ed. Paoline), presentato il 27 febbraio a Ferrara, nella Sala della Musica di via Boccaleone. L’evento organizzato dal Comune di Ferrara (Assessorato alle Pari Opportunità), con la partecipazione delle Paoline, in collaborazione con ACLI provinciali di Ferrara, in occasione dell’80° Anniversario del Diritto di voto alle Donne, e per celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale per i Diritti delle Donne, ha visto l’autrice intervistata da Donatella Ferri.
La definisce una sorta di «guerra civile contro le donne, che si inventano strategie di sopravvivenza», Iantosca, quella in Afghanistan. Un lavoro, quello dell’autrice, che inizia quando viene a conoscenza dell’ONG Nove -Caring Humans, che opera proprio nel Paese asiatico. «Un giorno, sentendo parlare pubblicamente una madre costituente, sento le stesse parole usate dalle donne afghane oggi. È stata quindi questa ONG ad aiutarmi a trovare queste donne rifugiate in Italia, altri Paesi europei o in Pakistan». Di queste – dice – «i grandi media – escluso “Avvenire” – non ne parlano più». Ma loro «hanno una consapevolezza dei loro diritti, una linfa vitale che noi abbiamo perso. Ciò dimostra come spesso i migranti e i rifugiati possano ridarci questa consapevolezza. Ma anche in Italia spesso la società civile non sa accoglierle: loro stesse mi hanno raccontato dello sguardo pieno di pregiudizi di molti nei loro confronti».
Delle 21 donne (tutte di etnia azara) raccontate nel libro, 19 han lasciato l’Afghanistan in quell’agosto del 2021 che ha segnato il ritorno al potere dei talebani.Le altre due invece erano già all’estero: una fa la cantante a Londra, l’altra è una scrittrice che ha aperto un salone di bellezza a Modena, ed è stata vittima di violenza da parte dell’ex marito. Le altre sono artiste, giornaliste, politiche, studentesse, insegnanti, ostetriche, speaker radiofoniche. Tutte prima del 2021 bene o male avevano una vita sociale, legami familiari e amicali. «Ora molte di loro sono costrette come rifugiate a fare lavori diversi: OSS, donne delle pulizie, bariste, benzinaie». Sono tutte istruite, c’è anche una giovane, Fatima, 18 anni, «la prima guida turistica in Afghanistan, che faceva la pastorella e quando aveva 8 anni per volontà del padre non poteva più andare a scuola: così, all’aperto mentre lavorava seguiva di nascosto una scuola per uomini e scriveva sulla sabbia perché non aveva quaderno e penna». C’è Waheeda, 21 anni, che viveva a Kabul con madre, fratello e sorella. Con quest’ultima è arrivata in Italia incinta di 4 mesi, il padre di suo figlio rimasto in Iran. «Quando il bimbo è nato, il padre di Waheeda ha smesso di parlarle, ma lei può insegnare la libertà a molte donne, mi ha ricordato un’altra ragazza madre, madre costitutente, Teresa Mattei, che Togliatti voleva far abortire». Limitazioni e pregiudizi «che in parte mi han ricordato quelli raccontatimi da alcune calabresi della Locride». E ancora: Sediqa, ostetrica, col marito gestiva una scuola di 1000 studenti ma non andava in bici. «Ora in Italia se l’è comprata e mi ha promesso che la userà». O Nesa, che in Italia «ha impiegato 3 anni per riuscire a togliersi il velo». E Khrisma, che mi ha detto: «ora mi vedo coi miei occhi, non con quelli degli altri».
Andrea Musacci
Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026
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