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Wokismo e pol.corr.: «dove c’era dialogo e verità oggi c’è ideologia»

3 Dic

A UniFe gli interventi degli studiosi Andrea Zhok e Lorena Pensato

Spesso i “nemici” delle sacrosante battaglie a difesa delle minoranze sono proprio coloro che queste battaglie sì le combattono ma con metodi e fini sbagliati in sé e controproducenti per le battaglie stesse. Sulle radici storiche e ideologiche di tutto ciò si è riflettuto nel Seminario pubblico dal titolo Natura umana o costruzione sociale? Cultura woke, patriarcato e il nuovo bellum omnium contra omnes,organizzato dalla prof. Fulvia Signani, docente del Corso di Sociologia di genere del Dipartimento di Studi Umanistici di UniFe, lunedì 24 novembre nella sede di via Paradiso a Ferrara.

DOVE NASCE TUTTO

«L’attuale fase storica coincide con la rivoluzione neoliberale, nata negli anni ‘70 negli USA e poi arrivata nel nord Europa e quindi nel resto del nostro continente», ha esordito il primo relatore, Andrea Zhok (Professore di Filosofia morale all’Università degli Studi di Milano). Fino a quel periodo, «l’obiettivo del femminismo era l’uguaglianza fra i generi, obiettivo sostanzialmente raggiunto», nonostante contraddizioni e resti del passato; poi, il femminismo si è spostato su «una posizione “rivendicativa”, che non cerca l’uguaglianza ma la differenza». Questo cosiddetto “femminismo della differenza” «nasce dalla New Left statunitense, che non crede più «nel soggetto rivoluzionario marxiano “classico”» come soggetto di trasformazione, ma vede al suo posto «le minoranze oppresse. Il proletariato però – ha riflettuto Zhok – aveva quel tipo di ruolo perché era la classe universale di tutti coloro che lavoravano e in quanto tali erano sfruttati». Al posto dell’approccio politico, «con la New Left domina un approccio meramente rivendicativo-sindacale»: di conseguenza «il mondo maschile viene messo al posto di quello che era la classe padronale e la metà femminile vista come “classe” oppressa».

UNA “RIVOLUZIONE” CHE PIACE AL POTERE

Questa «morte della dinamica della lotta di classe» porta la lotta su un altro piano, quello «quasi del tutto intellettuale, culturale, quindi nel mondo accademico», con l’obiettivo di «convertire» l’avversario e un conseguente «rifugio nel privato» e la «politicizzazione» di quest’ultimo. Ad essere al centro del dibattito sono «i gruppi naturali», fondati sul genere e l’etnia. Ma per Zhok tutto ciò è utilissimo per le classi dirigente, «perché rende inerte il soggetto collettivo che dovrebbe criticarle, metterne in discussione la posizione dominante». 

E questo spiega perché «qualcosa che nasce dentro gruppi minoritari diventa questione nazionale»: perché si sposta l’attenzione delle masse dalle tematiche che criticano strutturalmente il potere e chi ce l’ha. Si tratta, quindi, «semplicemente di una variante del liberalismo, che non ha nulla a che fare col socialismo e il comunismo».

NEMMENO PIÙ L’INDIVIDUO

A livello antropologico, il terremoto che ha provocato il passaggio da una dinamica classica a quella post moderna, è fortissimo: «per Marx il sistema liberal-capitalistico provoca alienazione e la competizione del tutti contro tutti», andando quindi «contro l’uomo e i suoi bisogni naturali, umani: c’era quindi una natura umana oggettiva da difendere». Superare tutto ciò porta invece al considerare che «non ci sia più una natura umana, cioè una base oggettiva riconosciuta», né una razionalità storica. La mancanza di una base comune riconosciuta porta la libertà ad essere meramente «negativa: il soggetto è libero se gli altri non interferiscono su quel che lui vuole; e l’unico che decide di ciò che ha valore è solo il soggetto»: siamo dunque arrivati all’«autodeterminazione individuale assoluta». Ma l’uomo, da sempre, per Zhok «è ciò che è solo all’interno di una comunità», pur nella sua libertà: «è individuo sulla base di relazioni sociali, innanzitutto quelle costitutive. Il soggetto non nasce come un fungo dal nulla: questa – che è poi la concezione liberale – a livello antropologico è una finzione». Col postmoderno «nasce quindi un individualismo che in realtà è senza individuo, perché c’è un devastante infragilimento dell’identità personale, in quanto questa se estraniata dal contesto storico e dalle forme relazionali comunitarie primarie (famiglia ecc.), si forma da altre “fonti”: ma così si ha un vuoto educativo primario». 

POLITICALLY DAVVERO CORRECT?

Altro aspetto di questa nuova cultura meramente rivendicativa e ultraindividualista è «la radicale culturalizzazione e politicizzazione della sessualità, cioè la dimensione sessuale diventa un fattore in cui la componente naturale non ha nulla da dire», ha proseguito Zhok; per cui «il sesso – anzi, il genere, cioè un’identità pensata, non più naturale – diventa oggetto di opinioni e di dibattito come fosse un abito. Tutto ciò è catastrofico, perché la sessaulità è una sfera delicata e complessa». Da qui nasce il cosiddetto politically correct: «le parole considerate inappropriate diventano elementi di discredito, di ghettizzazione immediata e di aggressione politica, avvelenando drammaticamente gli ambiti per la ricerca del vero», quello giuridico e quello accademico. Di conseguenza, «molti scelgono di non parlare più per paura di essere pubblicamente distrutti».

NON TUTTO È “FEMMINICIDIO”

La seconda relatrice chiamata a riflettere su un aspetto specifico di questa visione ideologico-rivendicativa è stata Lorena Pensato, autrice del libro Non è patriarcato!, uscito lo scorso marzo, nel quale tratta dei cosiddetti «omicidi relazionali»: «più che parlare di violenza di genere – ha detto -, dovremmo parlare dei vari generi di violenza. Abbiamo abusato del termine “violenza di genere” e infatti non esiste nessuna prevenzione sugli omicidi diversi dagli omicidi nei quali è un uomo ad uccidere una donna. La “lettura di genere” – pur importantissima – non può per essere l’unico strumento» e quindi «dentro quelli chiamati “femminicidio” vengono erroneamente messi casi che vanno interpretati diversamente». L’autrice ha analizzato 200 casi di cronaca accaduti fra il 2021 e il 2023, fra i quali, ad esempio, quelli riguardanti donne uccise da altre donne, figlie uccise da madri, donne uccise durante una rapina o per motivi economici o in coppia. Non femminicidi. «Dal dibattito pubblico – ha proseguito – abbiamo quindi escluso» come cause/fattori interpretativi di omicidi che vedono vittime le donne, la complessità del disagio psico-emotivo/disturbi della personalità: «diversi sono gli studi al riguardo ad esempio sul disturbo border line di personalità, o sul disturbo paranoide»; le dipendenze dagli stupefacenti, «comprese le “droghe leggere”, come dimostrerebbe uno studio pubblicato su Rivista psichiatrica del gennaio-febbraio 2013». Oltre ai cosiddetti «”fattori precipitanti”, ad esempio un lutto o una separazione». 

Ciò porta al paradosso per cui quello che viene definito “vizio di mente” «è riconosciuto dalla giustizia – articoli 88 e 89 del nostro Codice penale – ma non dalla prevenzione/informazione dominante», che appunto «non li riconosce come influenti nell’uccisione di donne». Questa visione limitante e ingiusta, secondo Pensato porta anche al fatto che «dai Centri Antiviolenza rimangano esclusi determinati soggetti come le donne maltrattate da altre donne, i figli maschi maggiorenni maltrattati, le persone disabili o quelle omosessuali».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 dicembre 2025

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(Foto: Mohamed elamine M’siouri – Pexels)

Vivremo in un «ecosistema sintetico gestibile e riprogettabile»? 

19 Dic

Transumanesimo e postumano sono già realtà: ecco perché

Nello scorso numero della “Voce” abbiamo trattato il tema della disforia di genere nei giovani e giovanissimi, con tutte le nefaste conseguenze di un’ideologia che ne promuove una concezione distorta, antiscientifica e antiumana. Per riflettere, ci siamo basati sul contributo di Stefano Dal Maso e Fulvia Signani presente nel volume curato da quest’ultima, “Potenziare la Gender Medicine. I saperi necessari” (Mimesis ed., Collana UniFestum, n. XX, 2024). Ora, rifacendoci alle riflessioni della Signani nello stesso libro, cerchiamo di allargare ulteriormente lo sguardo inserendo la denuncia della manipolazione delle menti e dei corpi dei giovani e dei giovanissimi dentro il più ampio discorso sul transumanesimo e sul postumano teorizzato in Italia dalla filosofa Rosi Braidotti.

Gli obiettivi di questa ideologia sono chiari e si esprimono nelle teorie transfemministe e postgenderiste: «estendere la procreazione medicalmente assistita a tutte e tutti; legalizzare l’utero in affitto; gravidanze transumane e una piena accettazione degli uteri artificiali»; e ancora: «cancellare la funzione procreativa della donna, espropriarla dalla procreazione e occuparne gli spazi sociali e biologici, cancellare – anche mediaticamente – la figura della “madre” (si nasce disinvoltamente da due madri o da due padri), promuovere l’applicazione di miglioramenti genetici, in pratica, la tanto deprecata (in passato) eugenetica». Così, si auspica per la specie umana «l’eliminazione del genere biologico e psicologico involontario, attraverso l’applicazione di neurotecnologie, biotecnologie e tecnologie riproduttive. Entrando nel merito della riproduzione assistita – prosegue Signani -, i postgenderisti valutano che consentirà agli individui di qualsiasi sesso di riprodursi in tutte le combinazioni a loro scelta, con o senza “madri” e “padri”, e gli uteri biologici non saranno più necessari per la riproduzione». Già 30 anni fa Donna Haraway, femminista USA, proponeva il concetto di «simbionte», cioè di «un essere in cui le parti biologiche e artificiali convivono, interagendo tra loro e con l’ambiente».

Il noto sociologo e filosofo francese Edgar Morin ha espresso «profonde preoccupazioni riguardo al transumanesimo, che definisce promessa inquietante di superamento dell’umano attraverso la tecnologia, che rischia di disumanizzare la nostra essenza più profonda. Il transumanesimo perseguendo il potenziamento umano e la ricetta per l’immortalità, potrebbe farci perdere di vista ciò che significa essere veramente umani. La sfida del transumanesimo non è solo tecnologica, ma soprattutto etica: come potremo mantenere la nostra umanità in un mondo sempre più dominato dalle macchine?».

Silvia Guerini e Costantino Ragusa nel loro studio “I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale ed eugenetica” (Asterios, Trieste, 2023) dimostrano inoltre come «le aziende transnazionali e le élite finanziarie sono concentrate sulla Grande Trasformazione cibernetica e biotecnologica, riducendo il ruolo dell’etica. Questo si evidenzia nell’integrazione dell’ingegneria genetica e delle tecnologie di riproduzione artificiali in un unico progetto di riprogettazione e manipolazione del DNA degli esseri viventi», scrive Signani. «Si prefigura una società geneticamente programmata, caratterizzata da una selezione eugenetica e da una crescente artificializzazione della nascita umana. Le tecnoscienze mirano a sostituire la natura con un ecosistema sintetico gestibile e riprogettato dai tecnici attraverso terminali tecnologici, anticipando una società dove ogni aspetto della vita è gestito secondo dettami tecnici, dall’inizio alla fine. Gli Autori trattano quindi anche delle tecniche di fecondazione assistita che aumentano significativamente il rischio di numerose patologie, inclusi tumori, rispetto alla concezione naturale». Queste tecniche «non sono terapeutiche per l’infertilità (non solo, il tema dell’aiuto per l’infertilità è stato un “cavallo di troia”), ma sono state sviluppate – affermano – per progettare esseri umani con caratteristiche specifiche, attraverso diagnosi preimpianto e selezione embrionale. Le tecniche promuovono la completa separazione tra sessualità e procreazione». 

Di certo, la battaglia contro questi abomini è molto concreta e anche politica: il Parlamento Europeo il 12 settembre 2023 ha approvato in prima istanza una proposta di Regolamento sugli Standard di qualità e sicurezza delle sostanze di origine umana destinate all’applicazione sull’uomo (o Regolamento SoHO) «che equipara gli embrioni umani a cellule e tessuti, definendoli “sostanze di origine umana”, e apre le porte all’eugenetica e agli usi industriali, nonostante l’allarme lanciato da varie organizzazioni di esperti. Ufficialmente lo scopo delle nuove misure sarebbe di “tutelare maggiormente i cittadini che donano o vengono trattati con sangue, tessuti o cellule”. In realtà il regolamento autorizza il libero mercato di embrioni, feti e gameti umani, che, si noti bene, sono inclusi nelle categorie di tessuti e cellule». 

È, questa, la sfida che ci troviamo davanti oggi. Non si tratta solo di deprecabili teorie ma di atti politici concreti. Con conseguenze inimmaginabili sul futuro dell’umanità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2024

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(Foto: ThisIsEngineering)

Disforia di genere, grande inganno per tanti giovani

11 Dic
(Foto Avvenire)

Fulvia Signani (UniFe) nel suo ultimo libro dedica una parte ai danni provocati da un’ideologia malata che ha fatto credere a tanti bambini e adolescenti che cambiare sesso fosse la soluzione al loro malessere e la risposta alle loro domande. Con l’aiuto di media, social e adulti

di Andrea Musacci

Un tema sempre poco affrontato nel dibattito pubblico ma che definisce – in negativo – il nostro tempo, è quello riguardante l’identità di genere e in particolare la disforia di genere soprattutto nei bambini e negli adolescenti. Ne parla Fulvia Signani, psicologa e sociologa, Docente UniFe incaricata di Sociologia di genere a Studi Umanistici e Medicina, nella sua nuova pubblicazione “Potenziare la Gender Medicine. I saperi necessari” (Mimesis ed., Collana UniFestum, n. XX, 2024).

Nella parte riservata al tema della disforia di genere nei minori, redatta assieme a Stefano Dal Maso (Ricercatore indipendente), scrive: «in assenza di sintomi fisici tangibili, l’anamnesi clinica si basa su ciò che la persona intende o non intende riferire di sé e quindi sull’auto-narrazione di chi si rivolge a un/a professionista sanitario/a per ricevere un parere». È questo l’approccio che tanti danni ha provocato nella vita di giovani e delle loro famiglie in tutto il mondo cosiddetto “avanzato”. Una scelta puramente ideologica ispirata dagli studi che si rifanno al Protocollo Olandese “Gender Affirmative Model of Treatment” (GAMT), sviluppato inizialmente in Olanda negli anni ’90 dalla psicologa Peggy Cohen-Kettenis.

L’IPOCRISIA DELL’APPROCCIO AFFERMATIVO

Questo approccio – scrivono i due studiosi – «persegue la convinzione che per alleviare la condizione di malessere psicologico, che spesso accompagna i bambini e i giovani con incongruenza o GD (nei primi anni diagnosticati come transessuali o affetti da disturbo dell’identità di genere) (…), sia opportuno affermarli nella loro richiesta di una nuova identità (che, per la specificità dell’approccio, non viene messa in discussione o relativizzata) tramite interventi farmacologici e chirurgici, non riconoscendo la fondamentale importanza di un sostegno psicologico di accompagnamento». Ciò che è incredibile è che questa posizione sia stata «validata anche in alcuni ambiti scientifici nonostante l’assoluta assenza di riscontri clinici». Una volta accettata come vera l’identità di genere dichiarata dal soggetto, vengono adottate quattro fasi: «l’assistenza psicologica nel percorso di affermazione di genere, la somministrazione dei “bloccanti della pubertà” ai bambini», «la somministrazione di ormoni cross-sex agli adolescenti» (farmaci per lo sviluppo e il mantenimento a lungo termine delle caratteristiche sessuali opposte rispetto a quelle del proprio sesso natale), «gli interventi chirurgici». In particolare, «la somministrazione dei bloccanti della pubertà viene raccomandata nell’applicazione dell’approccio affermativo, con il riferito intento di ridurre l’angoscia del bambino collegata allo sviluppo di caratteri sessuali opposti al proprio sentire interiore e di concedergli il tempo necessario per esplorare la propria identità di genere, al termine del quale, se persiste nella sua incongruenza, sottoporlo a ormoni cross-sex per tutta la vita». Dopo la pubblicazione nel 2006 sulla rivista “European Journal of Endocrinology” di uno studio di Delemarre-van de Waal e Cohen-Kettenis, «l’approccio affermativo si diffonde molto rapidamente, per effetto di un’imponente copertura mediatica anche al di fuori degli ambiti professionali clinici e grazie a una crescente spinta sociale», anche se le stesse Delemarre-van de Waal e Cohen-Kettenis abbiano dichiarato che «non è ancora chiaro come la soppressione puberale influenzerà lo sviluppo del cervello». Non certo un aspetto irrilevante. Viene invece diffusa «una narrativa parallela riferita al supposto aumento del rischio suicidario, qualora ai “giovani disforici” venga negato l’uso dei bloccanti». 

CRITICHE E RIPENSAMENTI

Ma tra il 2011 e il 20214 nel Regno Unito, i risultati dello studio “Early intervention study” «dopo la somministrazione dei bloccanti della pubertà, non hanno dimostrato un miglioramento del benessere psicologico, bensì un peggioramento dei problemi “internalizzati” come depressione e ansia e un aumento di ideazioni suicidarie». Nel marzo 2022 il gruppo di lavoro incaricato dal Servizio sanitario inglese e guidato dalla pediatra Hilary Cass, ex presidente del Royal College of Pediatrics and Child Health, pubblica un Rapporto intermedio «nel quale vengono già esposti i primi risultati che evidenziano le numerose preoccupanti criticità dell’approccio affermativo». Nella cosiddetta “Cass Review” è scritto: «Non sono stati identificati studi di alta qualità, che utilizzassero un disegno di ricerca appropriato per valutare gli esiti della soppressione della pubertà negli adolescenti che soffrivano di disforia o incongruenza di genere. Esistono prove insufficienti e/o incoerenti sugli effetti della soppressione della pubertà sulla GD, sulla salute mentale e psicosociale, sullo sviluppo cognitivo, sul rischio cardiometabolico e sulla fertilità. Esistono prove coerenti di qualità moderata, anche se provenienti principalmente da studi pre-post, che la densità ossea e l’altezza possono essere compromesse durante il trattamento». A seguito di tale pubblicazione, il Governo britannico annuncia la chiusura del reparto GIDS (Gender Identity Development Service) della clinica Tavistock.

Di conseguenza, ripensamenti radicali da parte di esperti e istituzioni negli anni si sono riscontrati in vari Paesi e lo scorso aprile la Società Europea di Psichiatria del bambino e dell’adolescente (ESCAP) ha licenziato un documento in cui sottolinea che «le ricerche hanno rilevato alcune gravi conseguenze per la salute dei bloccanti della pubertà e degli ormoni cross-sex, in particolare quando i trattamenti vengono iniziati nei minori” e solleva “preoccupazioni sulla possibile natura irreversibile del processo decisionale nella prescrizione dei bloccanti della pubertà».

COME I SOCIAL E IL CONTESTO INFLUENZANO I GIOVANI

In tutto ciò, un ruolo decisivo lo svolgono i mass media e i social media: «L’adolescenza – scrivono Signani e Dal Maso – può essere un periodo in cui il disagio mentale si manifesta attraverso problemi fisici come i disturbi alimentari o i disturbi legati alla percezione del proprio corpo. Per alcuni giovani, questo può esprimersi come disagio legato all’identità di genere». Studi come quello di Ahmed, Granberg e Khanna (Gender discrimination in hiring: An experimental reexamination of the Swedish case, 2021), rilevano come «ragazzi e ragazze, a seguito della consultazione dei social, hanno adottato comportamenti o identità basati su ciò che avevano osservato, deducendo che i social sono in grado di plasmare le identità e i comportamenti individuali». I/le ragazzi/e «frequentano i social media e gli influencer hanno un grande impatto sui giovani, li convincono che diventare trans possa risolvere i loro problemi adolescenziali e suggeriscono loro strategie per convincere gli adulti e i professionisti, della loro identità, addirittura fornendo i testi da leggere a questi loro interlocutori». Web significa anche pornografia – «di cui è testimoniato un uso massiccio nei Paesi Occidentali» – che «crea aspettative irrealistiche sulla sessualità, che spesso danneggiano lo sviluppo sessuale. Messaggi confusi e contraddittori, insieme alle influenze dei media, possono generare paura nell’affrontare il proprio genere e possono spingere i giovani a pensare che sia meglio non identificarsi con il proprio sesso di nascita».

Oltre all’influenza dei social media – continuano gli studiosi -, «l’influenza dei pari durante questa fase della vita è molto potente» e anche «gli insegnanti e altri adulti di riferimento giocano un ruolo importante nel promuovere le identità trans. In molte scuole americane, bandiere rainbow e messaggi di supporto per gli studenti LGBT+, sono molto comuni. Alcune scuole arrivano a rassicurare gli studenti dicendo “Se i tuoi genitori non accettano la tua identità, io sono tua madre ora” e offrono riferimenti di supporto. Alcune scuole hanno gruppi segreti LGBT+ e consulenti che supportano i giovani nella loro identità trans, anche senza il consenso dei genitori».

Temi, dunque, che toccano le esistenze di milioni di giovani nel mondo, anche nel nostro Paese. Continueremo la riflessione nel prossimo numero indagando il transumanesimo, ideologia alla base dell’approccio affermativo.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 dicembre 2024

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Tutto si può comprare: se una tecnica malvagia stravolge corpi e identità

2 Feb

La tragica illusione della “riassegnazione sessuale”, i bloccanti della pubertà ai bambini, la gravidanza ridotta a profitto, l’orrore degli uteri artificiali…Fulvia Signani, psicologa e sociologa di UniFe, riflette sulle sempre più urgenti sfide della bioetica

di Andrea Musacci

Una certa nefasta narrazione sembra volerci convincere che non esistono più uomini né donne, ma che il genere è una mera scelta individuale. Anzi, che l’umano come l’abbiamo conosciuto (come abbiamo sempre pensato che fosse) è destinato ad essere cancellato. E che – è solo una delle conseguenze di tutto ciò – i bambini non nasceranno più dall’utero materno dopo un rapporto sessuale tra un uomo e una donna. Fantascienza? Assurdità? Nulla di tutto ciò, purtroppo. Queste a dir poco angoscianti prospettive sono già realtà. Di questi temi ha parlato lo scorso 23 gennaio a Ferrara Fulvia Signani, psicologa e sociologa, Docente UniFe incaricata di Sociologia di genere a Studi Umanistici e Medicina, Membro del Centro Strategico Universitario di Studi sulla Medicina di genere ed ex Dirigente psicologa all’AUSL di Ferrara. Invitata dal gruppo “Caschi Blu della Cultura”, ha dialogato con le moderatrici Gianna Andrian e Mara Guerra (ex Assessora alla Sanità del Comune di Ferrara) e con i presenti all’iniziativa svoltasi a Palazzo Bonacossi.

«La scienza si sta discostando sempre più dall’umano, dall’etica», riflette Signani. Una voce critica, la sua, da laica, su temi sui quali forte incombe una volontà di censura e di conseguente delegittimizzazione di ogni voce minimamente dubbiosa. 

LA TEORIA GENDER E LA «RIASSEGNAZIONE SESSUALE»

Signani ha iniziato la propria riflessione dalla critica del postgenderismo. Quest’ultimo – che nasce da “A Cyborg Manifesto” (1985), saggio della filosofa USA Donna Haraway – «ha come obiettivo la creazione di un individuo non sessuato, già ipotizzato da Aldous Huxley. Secondo questa teoria, la tecnologia applicata ai corpi è liberante, per me invece come per tante altre femministe, è oppressiva». Di conseguenza, secondo il postgenderismo, «a nessun individuo si può assegnare un genere: il genere è solo una scelta personale». 

BRUCE, BRENDA, DAVID: IL TRAGICO CASO REIMER

Signani cita dunque il caso del piccolo Bruce Reimer che nel ’66, in Canada, a nemmeno un anno di vita, perse il pene in seguito a un intervento di circoncisione. I genitori, disperati, dopo una serie di consulti medici, si affidarono a John Money, un medico che avevano sentito parlare alla tv dei miracoli della «riassegnazione sessuale» al Johns Hopkins Hospital di Baltimora. Money convinse i genitori del piccolo Bruce a farlo castrare e a provare, nei suoi primi anni di vita, a vestirlo come una femminuccia, a non tagliarli i capelli. Insomma, a farlo sentire una lei e non un lui. Ma la piccola Brenda (questo il nome assegnatogli) era un maschio e da maschio si comportava. Da adolescente, quindi, Bruce/Brenda decise di tornare al suo sesso biologico e di prendere il nome David (pensando al re di Israele). Dopo si sposò anche con una donna, ma il trauma fu sempre troppo forte: nel 2004 si suicidò, due anni dopo lo stesso gesto estremo compiuto dal fratello gemello. «È possibile modificare l’anatomia sessuale – riflette Signani -, ma in questo modo la medicina viene meno alla propria vocazione, che è la cura della persona».

TRIPTORELINA PER BAMBINI

Sui casi di minori che vogliono cambiare sesso (minori gender variant), una svolta decisiva in Italia è stata l’approvazione nel 2019 da parte dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) dell’utilizzo off label della triptorelina. Questa molecola può, quindi, essere somministrata, sotto stretto controllo medico, ad adolescenti affetti da disforia di genere (persone che non si sentono nel proprio corpo, per la conformazione sessuale che hanno), allo scopo di procurare loro un blocco temporaneo (fino a un massimo di qualche anno) dello sviluppo puberale, con l’ipotesi che ciò “alleggerisca” in qualche modo il «percorso di definizione della loro identità di genere». 

Ma la disforia di genere per Signani, che porta a sostegno delle sue affermazioni, considerazioni di importanti psichiatri, «spesso è accompagnata da patologie psicologiche o psichiatriche» e l’uso off label (per scopi diversi da quelli per i quali è stato sperimentato) della triptorelina «può portare anche all’infertilità». Insomma, «dietro c’è un discorso di mero profitto».

Sarantis Thanopulos è il Presidente della Società Psicoanalitica Italiana. Un anno fa ha inviato un’allarmata lettera al Ministro della Sanità Orazio Schillaci: «La diagnosi di “disforia di genere” in età prepuberale è basata sulle affermazioni dei soggetti interessati e non può essere oggetto di un’attenta valutazione finché lo sviluppo dell’identità sessuale è ancora in corso», scrive in un passaggio, parlando a nome della Società che presiede. «Sospendere o prevenire lo sviluppo psicosessuale di un soggetto, in attesa della maturazione di una sua definizione identitaria stabile, è in contraddizione con il fatto che questo sviluppo è un fattore centrale del processo della definizione», continua. Lettera, che dice Signani, «ho sostenuto, scrivendo direttamente a Thanopulos». E proprio la settimana scorsa, ispettori del Ministero della Salute sono stati inviati da Roma all’Ospedale Careggi di Firenze per avviare un confronto in merito ai percorsi relativi al trattamento dei bambini con disforia di genere e all’uso del farmaco triptorelina. 

Ma la scelta di cambiare sesso quanto dura nel tempo? Il metodo di ricerca in questi casi è difficile da individuare e Signani cita quanto viene riportato nel 2016 facendo riferimento alle poche ricerche esistenti che forniscono dati complessivi, molto variabili e che dicono che appena il 6-23% dei maschi e il 12-27% delle femmine persiste nella scelta di cambiare sesso. In Italia, però, per Signani, «c’è ancora un silenzio ostinato sui bloccanti della pubertà: non si possono conoscere quanti minori ora sono sotto trattamento, in quali centri e ospedali, con quali risultati…». 

RIPENSAMENTI

Nei Paesi europei pionieri di queste pratiche, qualcosa però sta cambiando. È il caso della Tavistock, clinica pubblica inglese: lo psichiatra David Bell, che ne è stato dirigente, afferma che la disforia di genere viene confusa dal punto di vista diagnostico con l’effettiva omosessualità (maschile o femminile); in un documento ufficiale pubblicato lo scorso giugno, il Servizio Sanitario Nazionale britannico ha dichiarato che i bloccanti della pubertà non dovranno più essere prescritti «al di fuori di un contesto di ricerca» a bambine/i e adolescenti che presentano «incongruenza o disforia di genere». La svolta è confermata dalle linee guida per due nuove “cliniche di genere” private che sostituiranno la Tavistock. Ripensamenti di questo tipo sono sempre più frequenti: la finlandese Riittakerttu Kaltiala è una pioniera delle cure ormonali per i bambini transgender, ma oggi è in prima linea contro i bloccanti della pubertà: in un’intervista dello scorso ottobre a “The Free Press” ha raccontato di come i giovani pazienti della sua clinica soffrivano in effetti di depressione, ansia, disturbi alimentari, autolesionismo, episodi psicotici. Non di disforia di genere. 

MATERNITÀ, UTERO IN AFFITTO, ECTOGENESI

«Non è corretto parlare di cambio di sesso tanto che queste persone per tutta la vita assumono ormoni, proprio perché restano del sesso che hanno alla nascita. Le cellule non cambiano geneticamente se uno prende ormoni». Così Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale di Bioetica all’Agenzia Dire, sul recente caso di cronaca che ha visto “Marco”, “donna che si percepisce uomo”, rimanere incinta (oggi è al quarto mese di gravidanza) durante il proprio percorso di transizione per “cambiare sesso”.

Da qui, Signani prende le mosse per riflettere sul radicale stravolgimento della maternità, uno dei segni più evidenti della rivoluzione antropologica in atto, e su quelle aberrazioni che arrivano a ribaltare la realtà parlando di “uomini gravidi” (seahorse dad), dissociando la figura materna dal proprio figlio o spezzettandola. Il microchimerismo (scambio di cellule tra feto e madre), spiega Signani, dovrebbe perlomeno far riflettere sulle conseguenze della rottura a tavolino della relazione primaria tra madre e figlio. Ma il business, purtroppo, anche in questo caso sembra essere più forte della realtà e del senso di umanità.

IL DOMINIO DEL MERCATO

Per Signani, alcune considerazioni sono dovute: «le tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita – spiega – sono sostanzialmente eugenetiche, in quanto, attraverso la scelta dei gameti da far incontrare (quelli sani, o con determinate caratteristiche), l’obiettivo non può che essere quello di migliorare la “razza” umana». Per non parlare dell’utero in affitto (v. anche “Voce” del 31 marzo 2023), ipocritamente detta GPA – Gestazione Per Altri, che nulla di gratuito e solidale ha: Marie-Jo Bonnet, femminista di sinistra francese, così ne parlava su “Le Figaro” già nel 2014: l’utero in affitto estende «il dominio del mercato in modo quasi illimitato (…). Tutto si può comprare, tutto si vende, compreso il potere riproduttivo delle donne. Ciò che era un atto libero diventa un atto commerciale. È il ritorno della lotta di classe nel campo della procreazione».

NON CI SARANNO PIÙ MADRI

Questa negazione della madre  è sempre più incentivata anche dallo sviluppo delle tecniche legate all’ectogenesi, vale a dire la crescita del feto al di fuori dell’utero naturale, attraverso l’utilizzo di “uteri artificiali”. La filosofa e bioeticista inglese Anna Smajdor scriveva al riguardo: «Così come un tempo si riteneva assurdo che le donne votassero o andassero a cavallo, allo stesso modo potrebbe un giorno apparirci assurdo che fossero incatenate ai processi degradanti e pericolosi della gravidanza e del parto semplicemente a causa della nostra incapacità di immaginare un’alternativa». Uno scenario apocalittico. 

«Gli uteri delle donne – commenta Signani – non saranno più necessari per far nascere i bambini». Le conseguenze – volute – di tutto ciò, e già in atto, sono «la cancellazione della funzione procreativa della donna, l’espropriare la donna della procreazione e la cancellazione (anche mediatica) della figura della madre».

L’UE, purtroppo, su questo tema non manda buoni segnali: lo scorso settembre iI Parlamento europeo ha approvato in prima istanza una proposta di regolamento che equipara gli embrioni umani a cellule e tessuti, definendoli «sostanze di origine umana», aprendo così le porte all’eugenetica e «al libero mercato di embrioni e feti», dice Signani. 

Cos’altro deve accadere per una rivolta delle coscienze, tanto nel mondo cattolico quanto in quello laico, e al di là delle singole appartenenze politiche?

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«Il nostro corpo carnale ci è proprio, ma non ci appartiene come un bene, ossia come una proprietà alienabile, che possiamo dare o vendere come una bicicletta o una casa. La confusione fatale tra i due termini è deliberatamente coltivata dall’ideologia ultraliberale che vuole persuaderci del fatto che, poiché il nostro corpo “ci appartiene”, noi siamo liberi di alienarlo. Un ammirevole paradosso».

Sylviane Agacinski, in “L’uomo disincarnato. Dal corpo carnale al corpo fabbricato” (Neri Pozza editore, 2019)

Pubblicato sulla “Voce” del 2 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio