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Regal e Berco: 557 licenziamenti. Il lavoro che manca o è sottopagato

19 Ott
Foto Kateryna Babaieva


I 77 dipendenti della sede di Masi Torello hanno ricevuto la notifica via mail mentre lavoravano. Ma l’azienda USA non è per nulla in crisi. I dati delle delocalizzazioni e dei salari in Italia

di Andrea Musacci

In un’epoca nella quale a dominare l’immaginario collettivo vi sono miti come quello del lavoro autonomo che rende automaticamente liberi, del lavoro ideale da casa, di quello automatizzato, del self made man, una mattina, in un piccolo Comune come quello di Masi Torello mentre tu, operaio, sei a lavorare, vieni a scoprire da una mail che sei stato licenziato. È quello che è accaduto – senza nessun preavviso – lo scorso 7 ottobre a 77 lavoratrici e lavoratori della Regal Rexnord (ex Tollok), azienda del Wisconsin che produce componenti per pale eoliche. Si tratta di 49 operai, 25 impiegati e 3 dirigenti. 75 i giorni per avviare la procedura di fine rapporto. Fra questi, 4 coppie di coniugi, con figli piccoli a carico e un mutuo da pagare.

La Regal Rexnord ha comunicato via Pec i licenziamenti, motivando la scelta con la decisione di delocalizzare la produzione in India e in Cina, dove il costo del lavoro è più basso e le condizioni fiscali più vantaggiose. Il gruppo Regal Rexnord ha chiuso il 2022 con un fatturato di 5,2 miliardi, in crescita del 36%; il 2023 invece è stato chiuso a 6,2 miliardi, con un utile ipotizzato a 270 milioni. I conti di Regal Rexnord Corporation, comprensivi di fatturato, spese, profitti e perdite sembrano solidi: il fatturato totale per l’ultimo trimestre è di 1,55 miliardi di dollari, in calo del 0.01% rispetto al trimestre precedente. L’utile netto nel secondo quadrimestre 2024 è di 62,5 milioni di dollari. Nessuna crisi dell’azienda, quindi. Anzi. I sindacati si sono subito mobilitati con presidio permanente davanti ai cancelli, la proclamazione dello sciopero a oltranza e un incontro nella sede di Confindustria Ferrara lo scorso 9 ottobre, che ha portato a un nulla di fatto. Il 15 ottobre è previsto un tavolo in Regione convocato dall’Assessore Colla per cercare di trovare una soluzione.

Appena due giorni dopo, a pochi km di distanza, la Berco, azienda   del gruppo Thyssen Krupp specializzata in sottocarri agricoli, annuncia 550 esuberi (oltre alla cancellazione della contrattazione aziendale), dei quali 480 nella sede di Copparo che conta circa 1250 dipendenti, gli altri in quella di Castelfranco Veneto (Treviso), dove lavorano 150 operai. Situazioni gravi in un contesto non felice per l’automotive: ad oggi la richiesta di ammortizzatori sociali riguardano lo stabilimento della VM (Cento), Sagom Tubi (Cento), ZF (zona SIPRO), Sirtec e Tecopress (Dosso), Reflexallen (Cento). 

DELOCALIZZAZIONE E COSTO DEL LAVORO

Da uno studio di Porsche Consulting (società di consulenza tedesca) del 2023, il costo del lavoro in Cina è del 400% inferiore a quello italiano, del 300% a quello americano, del 600% a quello tedesco e francese. Si parla poi di “riglobalizzazione selettiva”: un’azienda europea può pensare a delocalizzare in Romania dove il costo del lavoro è solo del 17% superiore a quello cinese (quindi quasi tre volte meno che in Italia) e al Mediterraneo in generale. Secondo dati dell’agenzia Eurofound (Fondazione UE per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro), tra il 2003 e il 2016 sono stati 752 i casi di delocalizzazione, di cui 352 a destinazione di un altro Stato membro dell’Unione Europea; e dei 197.927 impieghi persi in 13 anni, 118.760 possono essere collegati ad un trasferimento della produzione aziendale verso un altro Paese membro dell’UE, soprattutto dell’est Europa.

IN ITALIA SALARI IN CALO

Ma nel nostro Paese, anche dove il lavoro rimane, i salari calano: rispetto a gennaio 2021, sono scesi, infatti, del 10%. È quanto emerge dall’indagine realizzata alcuni giorni fa da Legacoop con Prometeia, che analizza andamento dei prezzi e impatto dell’inflazione. Secondo lo studio, da inizio 2021 a oggi i salari orari sono cresciuti in media in Italia dell’1,2%, contro il +3,3 dell’area euro. Le cause risiedono nei «ritardi nei rinnovi contrattuali», nell’«assenza di un salario minimo e di meccanismi di indicizzazione». E dopo il picco registrato nell’ottobre 2022 al culmine della crisi energetica, il tasso di inflazione in Italia continua a scendere, collocandosi al di sotto della media dell’eurozona. Ma se le imprese sono riuscite a difendersi trasferendo i maggiori costi sui beni finali, i salari hanno invece subìto, soprattutto in Italia, una forte erosione del potere d’acquisto.

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Workers buyout: quando i lavoratori salvano l’azienda comprandola

Di cosa si tratta e quanti sono in Italia. Il caso della “Girasole” a Porto Garibaldi

In inglese si chiama workers buyout (WBO) ed è il salvataggio di un’impresa in crisi (o senza successori) da parte dei lavoratori che subentrano nella proprietà e nella conduzione, quasi sempre organizzandosi in cooperativa e investendo risorse proprie, come l’indennità di disoccupazione e il Tfr. Con le “imprese rigenerate dai lavoratori” si preservano il sapere tecnico, le abilità professionali e le relazioni commerciali già esistenti e si può arrivare anche a uno sviluppo significativo del giro di affari, a fronte di un fallimento altrimenti già segnato. Può essere, questa, una soluzione alle tante possibili crisi. E in questo l’Italia è avanti rispetto ad altri Paesi. Il primo caso è stato quello della Scalvenzi di Brescia, salvata nel 1985 e ancora in attività: produce compattatori e, dal 2015, anche componenti per scooter elettrici.

Nel 1986 nasce CFI (Cooperazione Finanza Impresa) a seguito dell’entrata in vigore della Legge Marcora e, da allora, ha finanziato 332 workers buyout, per un totale di oltre 10mila posti di lavoro, con il sostegno delle organizzazioni sindacali. CFI è vigilata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, è partecipata da 393 cooperative e dai fondi mutualistici di Confcooperative, Legacoop e Agci, le tre associazioni cooperative che ne hanno promosso la nascita.

Nel 1996 l’apertura da parte della Commissione Europea di una procedura d’infrazione aveva bloccato l’operatività della legge, ma nel 2001 la legge di riforma ha recepito le intese raggiunte con la Commissione Europea. Nel 2014, ai lavoratori riuniti in cooperativa è stato attribuito il diritto alla prelazione nelle procedure che prevedono l’affitto o l’acquisto delle aziende o dei rami d’azienda di cui essi erano dipendenti. CFI ha sostenuto 584 imprese cooperative di lavoro – e, a partire dal 2002, sociali – realizzando investimenti per complessivi 335,7 milioni di euro e contribuendo al mantenimento di 28.486 posti di lavoro. Se si considera solo l’ultimo periodo, dal 2011 ad oggi, i workers buyout sono 93. Con un apporto di 49,3 milioni di euro, sono state instradate e assistite imprese cooperative che occupano oltre 2mila lavoratori e arrivano a un valore della produzione consolidato superiore a 500 milioni di euro. In 12 anni, il ritorno per lo Stato, tra imposte dirette, imposte sul lavoro e contributi previdenziali, è stato superiore a 300 milioni di euro. 

IN EUROPA

Anche in Europa gli esempi di aziende salvate dai lavoratori sono numerosi, ma concentrati soprattutto in Paesi come Francia e Spagna. In Spagna, la confederazione delle cooperative di lavoratori COCETA, è composta da circa 17.600 cooperative di lavoratori, per un totale di oltre 305.000 posti di lavoro e, negli ultimi cinque anni, ha sostenuto oltre 500 workers buyout. In Francia, invece, secondo i dati della Confédération générale des Scop, delle 300 nuove cooperative create nel Paese lo scorso anno, l’8% è nato dall’acquisizione di un’azienda in difficoltà mentre il 15% dal trasferimento di un’azienda sana.

IN EMILIA-ROMAGNA

Dal 2007, in Emilia-Romagna il workers buyout è in continua ascesa, una risposta ai tanti casi di crisi aziendali. Ad oggi – come riportato dal sito della Regione Emilia-Romagna – sono 56 le nuove cooperative create, quasi 1200 posti di lavoro salvati. Più di 10 nuove cooperative all’anno dal 2012. Il meccanismo distribuito su tutto il territorio regionale (2 a Rimini; 8 a Reggio Emilia; 3 a Ravenna; 1 a Parma; 4 a Modena; 2 a Ferrara; 30 a Forlì-Cesena; 6 a Bologna) e che si indirizza verso tutti diversi settori (il 5%nel settore agricoltura; il 60% nell’industria di cui quasi la metà nell’edilizia; il 35% nel settore dei servizi).

Un esempio nel Ferrarese è quello della Cooperativa Lavanderia “Girasole” a Porto Garibaldi, guidata da Matteo Tomasi: da 14 dipendenti, nel tempo sono diventati 25 e con un fatturato in espansione.

LA PROPOSTA DEL FORUM DISUGUAGLIANZE DIVERSITÀ

Il Forum Disuguaglianze e Diversità (nato nel 2018 e di cui fa parte anche Caritas Italiana), per promuovere un maggiore ricorso ai WBO fa alcune proposte: «prendere in considerazione l’opzione WBO come prima alternativa nell’affrontare le crisi aziendali – ai cosiddetti “tavoli di crisi” che lo Stato organizza con imprenditori e imprenditrici e sindacati – e prima ancora di questo stadio, per pianificare con i rappresentanti dei lavoratori e delle lavoratrici e dell’azienda le azioni in grado di garantire continuità all’attività imprenditoriale; introdurre un premio fiscale all’impegno dei lavoratori e delle lavoratrici nella rigenerazione dell’azienda; accelerare i tempi per l’acquisizione dell’impresa e il suo avvio come WBO; rafforzare la formazione dei lavoratori e delle lavoratrici affinché essi possano svolgere con effettiva competenza e autonomia la nuova funzione di soci-imprenditori e socie-imprenditrici». Il tutto, con un maggiore coinvolgimento di sindacati, organizzazioni imprenditoriali, sistema cooperativo, istituzioni e sistema bancario-finanziario.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 ottobre 2024

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Telepace, una storia ferrarese: la nostra città al centro del progetto

19 Ott

Lo scorso 8 ottobre è tornato al Padre il fondatore don Guido Todeschini. Angiolina Gallani ci racconta come Ferrara fu importante per questa tv

Telepace è il nome di una delle più note emittenti televisive cattoliche, nata quasi mezzo secolo fa. Ma in pochi sanno che il nome di Telepace per molto tempo è stato strettamente legato a quello di Ferrara.

A raccontare questa storia a “La Voce” è Angiolina Gallani, Ministra dell’Ordine Francescano Secolare di Ferrara e 40 anni fa colei che, assieme al marito, ha portato Telepace a Ferrara. L’occasione per questo ricordo è il recente ritorno al Padre (lo scorso 8 ottobre) a 88 anni di mons. Guido Todeschini, fondatore dell’emittente televisiva a Cerna, nel veronese, in quella “Casa Gioiosa” ancora oggi sede di Telepace. E sempre a Cerna, sul Colle della Pace, su invito di San Giovanni Paolo II, don Todeschini realizzò un Santuario dedicato a Maria “Stella dell’Evangelizzazione”.

Ma torniamo a Ferrara, a inizio anni ’80. «Una sera – ci racconta Gallani – a me e mio marito, l’ing. Nino Masina, ci telefona padre Guglielmo Gattiani» – cappuccino ai tempi a Faenza, morto nel ’99 e oggi Venerabile – per chiederci se eravamo disponibili a diventare animatori di Telepace a Ferrara. Padre Guglielmo andò da don Todeschini, che da poco aveva aperto Telepace, per parlargli del suo sogno di avere una tv cattolica mondiale…». La casa di Angiolina e del marito diviene quindi la sede ferrarese di Telepace. «Ai tempi non c’era internet – prosegue Gallani – e quindi ci recavamo regolarmente a Verona per prendere il palinsesto di Telepace e diffonderlo a Ferrara. Don Casaroli, ai tempi Direttore della “Voce”, lo pubblicava anche sul nostro Settimanale diocesano». Ben presto a Ferrara nasce quindi il gruppo degli “Amici di Telepace” per sostenere l’emittente tv: sede del gruppo erano i locali della parrocchia di San Biagio e Santa Maria Nuova allora guidata da mons.Italo Marzola. Don Todeschini viene anche due volte a Ferrara per incontrare personalmente i volontari di Telepace.

«La prima trasmissione locale a Ferrara mediante Telepace – prosegue Gallani – avviene in occasione della festa della Madonna delle Grazie nell’ottobre del 1988». Uno dei giorni dell’anno più importanti per la nostra Diocesi, diventa anche un giorno memorabile a livello di comunicazione. 

Due anni dopo, don Todeschini e i tecnici di Telepace saranno impegnati per immortalare la storica Visita Pastorale a Ferrara-Comacchio di papa Giovanni Paolo II il 22 e 23 settembre 1990. «Io e mio marito li accompagnavamo», sono ancora parole di Gallani. «Siamo stati anche a Pomposa, tante sono state le interviste a sacerdoti e a semplici fedeli, e le riprese in diversi luoghi, fin dai precedenti mesi estivi». E in quell’occasione, Angiolina assieme al marito, ai loro due figli, a don Todeschini, ad altri volontari ferraresi di Telepace e a padre Guglielmo Gattiani hanno potuto incontrare riservatamente il Santo Padre in Arcivescovado a Ferrara: «è stato un grande dono per noi, che non dimenticherò mai».

Successivamente, una signora ferrarese (che ha sempre voluto mantenere l’anonimato) ha finanziato per tre anni il passaggio di Telepace al satellite, dal 1998 fino al Giubileo del 2000. Sul satellite, Telepace vi è rimasta fino al 2001, e ora si trova sul digitale (canale 76 per il Veneto e Mantova, per Roma e Rieti 75), in streaming qui https://www.telepace.it/diretta-streaming/ o sull’app per smartphone e tablet.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 ottobre 2024

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