
Don Luigi Verdi a Ferrara: «guardare gli altri con gli stessi occhi di Dio, vivere la meraviglia»
Il male è «un fungo», è «un veleno«, si diffonde facilmente. Ma non serve lamentarsi: bisogna costruire «un’alternativa» con la propria vita.
Ha incantato gli oltre 100 presenti, don Luigi Verdi, fondatore della Fraternità di Romena vicino Arezzo. La sera dello scorso 25 febbraio è intervenuto nella chiesa del Gesù, a Ferrara (via Borgo dei Leoni), invitato dal parroco don Giacomo Falco Brini. A metà giornata aveva incontrato anche un gruppo di detenuti all’interno della Casa Circondariale di via Arginone. Teologo e scrittore per il quotidiano Avvenire, don Verdi nella chiesa del Gesù ha riflettuto sul tema “Le umili meraviglie”, alternando alle sue meditazioni clip video suggestive, con musiche e immagini.
«Oggi siamo tutti muti nel dolore – ha detto -, tutti più soli, non ci sentiamo a casa», se per casa intendiamo «quel luogo dove c’è qualcuno che mi guarda davvero, di cui posso fidarmi». Siamo tutti «avvelenati dal veleno dell’antico serpente, che ci rende disumani. I soldi, oggi, contano più delle persone, il demonio non è all’inferno ma da tutte le parti». Ma è importante capire che «il male non ha profondità, è stupido, è banale, si diffonde ovunque, come un fungo». Male che non va evitato ma «attraversato», come va attraversato «il tempo che viviamo». La domanda fondamentale che ognuno deve porsi è: «voglio andare verso la vita o verso la morte?». La meditazione di don Verdi è sincera, senza retorica: «nella storia le religioni han fatto tanti danni, han diviso popoli, le persone tra loro e nel loro cuore. Io invece amo la parola “spirituale”, parola universale, che fa respirare».
Don Primo Mazzolari nel 1937 scriveva: «A un mondo che muore di fame, di miseria, di pesantezza, di odio, che gli egoismi più feroci divorano, le parole non bastano. Occorre che qualcuno esca e pianti la tenda dell’amore accanto a quella dell’odio». Da qui è proseguita la riflessione del sacerdote. Dall’invito ad abbandonare il lamento sterile, a non parlare solo del male che c’è ma a «far crescere il grano, l’amore», salvare «ciò che inferno non è» (Calvino), «avere compassione per chi sbaglia: è facile abbracciare il corpo della vittima, di chi soffre, dobbiamo invece abbracciare il corpo del traditore, di chi fa il male». Bisogna, quindi, creare «un’alternativa al male, qualcosa di diverso». «Oltre ciò che è giusto e sbagliato, c’è un luogo. Ci incontreremo là», ha scritto Jalal al-Din Rumi, teologo e poeta musulmano persiano del XIII secolo. È una delle scritte poste all’ingresso della pieve di Romena. «Nel mondo può non cambiare nulla, ma può cambiare il mio sguardo, quindi posso non vedere solo il male, ma mettermi in cammino.Ogni mattina – ha proseguito don Verdi – rivolgo due preghiere a Dio: di rimanere piccolo, cioè umile, e di avere gli occhi di Dio». Cioè di «vedere come Dio guarda ognuno di noi, quel Dio che ci aspetta, sempre. Noi siamo eredi sia di Caino sia di Abele: il primo ha ucciso la parte più bella di sé, il secondo ci insegna che si può vivere anche nella semplicità, nella concretezza: se vuoi davvero capire la vita, toccala, entraci dentro, fai qualcosa». La meraviglia, dunque, è «il guardare e riguardare sempre con ostinazione, e con umiltà, cioè ponendosi all’altezza della terra», con concretezza, appunto.
«”Io non posso credere alla morte, sarà solo un momento, ma non l’ultimo”: questo è ciò che una volta mi disse un mio amico contadino, che non era credente, e stava per morire». La vita non può finire nel nulla, «c’è sempre un nuovo inizio», dopo l’inverno viene sempre la primavera. Ed è così anche per il terribile mondo nel quale viviamo: «è come un parto, doloroso certo, ma dopo ci sarà qualcos’altro, una nuova alba. Buttiamo quindi via la malinconia», quel sentimento col quale «pretendiamo tutto e non sappiamo più dire “grazie”». E invece coltiviamo «la nostalgia, cioè il dolore del ritorno, il dolore che si vive finché non torna qualcosa di buono, il ridesiderare ciò che abbiamo perduto». È il «quasi niente», il «scegliere di vivere con poco, e a quel poco dare il massimo di senso. Un pezzo di pane e un angelo accanto – cioè una persona cara che mi vuole bene -: se abbiamo questo, non ci manca nulla». Facciamo, quindi, come «i veri profeti», che vanno «in direzione ostinata e contraria», «amiamo: la vita è troppo breve per essere egoisti».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026
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(Foto Pexels – Pixabay)
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