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Benedetto XVI, sempre con lo sguardo fisso su Gesù Cristo

9 Gen

È l’Amore a poter salvare dall’abisso della morte. È solo un Dio che ha sofferto per noi, a poter dare una risposta alle nostre angosce più profonde: l’insegnamento di Papa Benedetto XVI

di Andrea Musacci

«Lo pregherò di essere indulgente con la mia miseria». Era il 2016 quando Papa Benedetto XVI rispose così a una domanda su cosa avrebbe detto all’Onnipotente una volta terminati i propri giorni terreni. Erano passati tre anni dalla rinuncia al ministero petrino, annuncio imprevisto che sconvolse il mondo. La profonda umiltà mostrata davanti alla Chiesa, al Popolo di Dio, al mondo intero, mai era venuta meno. 

Parole, queste citate, presenti nello stupendo libro-intervista “Ultime conversazioni”, e che ci sono tornate alla mente dopo aver ricevuto la notizia del suo ritorno alla Casa del Padre. Parole in un certo senso riecheggiate anche nel finale dell’omelia esequiale pronunciata da Papa Francesco lo scorso 5 gennaio: «Benedetto, fedele amico dello Sposo, che la tua gioia sia perfetta nell’udire definitivamente e per sempre la Sua voce!». Come a pregare, lui stesso, il Padre di quell’indulgenza suprema che Benedetto XVI ha sempre implorato.

TESTIMONIANZA DI UN UOMO

La Parola del Vangelo «non si può rinunciare a diffonderla, non può diventare insignificante» 

(“Ultime conversazioni”)

Si è già detto molto di Papa Ratzinger, anche se forse mai si riuscirà a dire davvero tutto di una figura così discreta e grandiosa. Altro, invece, si è voluto, da più parti, tacere in queste ultime due settimane: che la Verità e il suo annuncio scatenano anche il male. Così è accaduto, per fare due esempi, con la furia di buona parte del mondo islamico che seguì alla sua lectio magistralis nel 2006 a Ratisbona; e la censura, che subì un anno dopo, quando un manipolo di docenti, intellettuali e studenti gli impedì, invitato, di intervenire all’inaugurazione dell’anno accademico alla “Sapienza” di Roma.

Anche con la testimonianza, dunque, ha servito la sua Chiesa, sempre con uno stile ammirabile, pur nella fermezza delle idee. “Al cuore della fede” è il titolo di uno dei suoi libri ed è stata la sua missione di una vita, quella di un Papa, di un teologo, di un uomo. Il tornare sempre a Lui.

LA FEDE E LE SUE INQUIETUDINI

«L’amore richiama e chiede eternità»

Al centro non del suo pensiero, ma della sua vita intera, c’è sempre stato l’incontro personale con Cristo. «Nella liturgia, nella preghiera e nelle meditazioni per l’omelia domenicale lo vedo proprio davanti a me», confessò nell’intervista sopracitata. «È sempre grande e misterioso, ovvio. Molte parole del Vangelo le trovo ora, per la loro grandezza e gravità, più difficili che in passato». Emerge, quindi, anche nel suo racconto personale, il sentirsi inadeguati davanti alla Sua maestosità: «si percepisce quanto si è lontani dalla grandezza del mistero», anche se, proseguiva, «non è che io abbia la sensazione che Lui sia lontano. Posso sempre parlargli nel mio intimo. Ma sono comunque una piccola, misera creatura che non sempre riesce ad arrivare fino a Lui».

L’avvicinarsi della morte donava alla sua fede e alle sue inquietudini una densità ancora maggiore: «alcune parole che esprimono l’ira, la riprovazione, la minaccia del giudizio diventano più inquietanti, impressionanti e grandi di prima». E ancora: «pur con tutta la fiducia che ho nel fatto che il buon Dio non può abbandonarmi, più si avvicina il momento di vedere il suo volto, tanto più forte è la percezione di quante cose sbagliate si sono compiute. Perciò uno si sente oppresso dal peso della colpa, sebbene naturalmente la fiducia di fondo non venga mai meno».

Sulla morte rifletté anche nell’Udienza generale del 2 novembre 2011: «(…) abbiamo timore davanti alla morte perché abbiamo paura del nulla, di questo partire verso qualcosa che non conosciamo, che ci è ignoto. E allora c’è in noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza, venga improvvisamente cancellato, cada nell’abisso del nulla. Soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento».

UN DIO CHE SOFFRE, UN DIO CHE AMA

«Vivi di noi: / Sei / la verità che non ragiona: / un Dio che pena / nel cuore dell’uomo» 

(David M. Turoldo, “Vivi di noi”)

Cosa può, quindi, salvare, tutto ciò che ognuno di noi è stato, ha vissuto, di cui ha goduto e di cui ha sperato? Non “cosa” ma Chi. «Non è la scienza che redime l’uomo», scrive in “Spe salvi” 26. «L’uomo viene redento mediante l’amore». Ma nemmeno quello umano basta, «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato».

È l’Amore, unico, a poter salvare dall’abisso della sofferenza e della morte. È solo un Dio che si è fatto carne e che ha sofferto con noi, per ognuno di noi, che può dare una risposta alle nostre angosce più profonde. «Dio è un sofferente – scrive Papa Ratzinger in “Guardare al Crocifisso” -, poiché è un innamorato: la tematica del Dio che soffre deriva dalla tematica del Dio che ama e rimanda immediatamente ad essa. Il vero e proprio superamento del concetto antico di Dio da parte di quello cristiano sta nella conoscenza che Dio è amore». Dalla Passione di Gesù in modo pieno, quindi, «si diffonde in ogni sofferenza la con-solatio, la consolazione dell’amore partecipe di Dio e così sorge la stella della speranza» (“Spe salvi” 39).

L’UNICA LIBERAZIONE

«Benché noi non siamo in grado di erompere dall’angustia della nostra coscienza, Dio può però irrompere in questa coscienza rivelando sé stesso» 

(“Introduzione al cristianesimo”)

«Credere significa sempre: uscire con Gesù Cristo, non temere il caos, poiché egli è il più forte. Egli è uscito e noi lo seguiamo». È questo l’irrompere di Dio nella nostra vita. Un moto dall’esterno all’interno – semplificando – che in realtà richiama il moto contrario. Ratzinger ne parla in tre commoventi meditazioni raccolte nel libro “Guardare al Crocifisso”, edito da Jaca Book.

«La vera alienazione, la non libertà e la prigionia dell’uomo – scrive – sta nella sua assenza di verità. Se egli non conosce la verità, se non sa chi egli è, per che cosa esiste, che cosa è la realtà di questo mondo, allora brancola solo nel buio, allora è un prigioniero e non un uomo libero nell’essere». Senza totalità, senza fine in ogni nostra parola, azione, aspirazione, non possiamo dirci davvero liberi. Ma questa libertà è possibile nella Chiesa, corpo di Cristo, il cui muro «è consolidato dal sangue del vero agnello, Gesù Cristo»: «La vera azione liberatrice della Chiesa consiste nel conservare la verità nel mondo»; perché «chi salta la questione della verità e la ritiene insignificante amputa l’uomo». Al tempo stesso la Chiesa, pur essendo luogo che ci protegge dalle forze del male, «non è un fortino o una fortezza chiusa», ma «una città aperta». E non può essere altrimenti.

Con la Pasqua, infatti, Dio «ci precede (…) e regge la fiaccola all’interno di un’estensione inesplorata per farci coraggio, per seguirlo». L’uomo è integralmente sé stesso «quando è divenuto perfetta apertura verso Dio», riflette, invece, in “Introduzione al cristianesimo”: «L’uomo perviene a sé stesso uscendo da sé stesso», «presso il totalmente Altro che è Dio».

Ma fino alla nostra morte terrena, ciò, per noi, «rimane una sortita nell’ignoto» (d’ora in poi di nuovo citiamo da “Guardare al Crocifisso”). «Guardiamo stupiti i segni della morte a cui in precedenza non avevamo mai prestato attenzione e sorge il sospetto che l’intera vita propriamente sia solo una variazione della morte; che noi siamo ingannati e che la vita propriamente non è un dono, ma una pretesa». Chi, però, «ha visto l’agnello – Cristo in croce – sa: Dio ha provveduto». In questo agnello «intravvediamo lontana, nei cieli, un’apertura; vediamo la mitezza di Dio, che non è né indifferenza né debolezza, ma suprema forza».

La gioia che ne consegue, è riflesso debole – eppur vero – di quella con l’incontro con l’Onnipotente, davanti al quale ognuno si presenterà nudo nella propria miseria, come nelle parole di Papa Benedetto XVI citate all’inizio. Il Giudizio – per usare parole di Guardini in “Le cose ultime” -, «significa che nella luce santa di Dio l’uomo ha una visione completa di sé stesso (…). Tutto ciò che di solito rende insensibili – orgoglio, vanità, distrazione, indifferenza – è assente. L’animo è aperto, sensibile, raccolto. E l’uomo vuole. Sta dalla parte della verità contro sé stesso. (…) Il cuore si mette a disposizione del pentimento e si consegna così alla potenza santificante dello spirito creatore».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 gennaio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Solo la Chiesa salva dai mali moderni: i taccuini di Bruno Paparella

3 Ott

Il libro sul dirigente di Azione Cattolica: incontro l’8 ottobre a Casa Cini

di Andrea Musacci

La lucidità di un uomo capace di cogliere anche l’essenza negativa della modernità ma senza tentazioni di fuga per rifugiarsi in facili spiritualismi.

Leggendo gli appunti dai taccuini di Bruno Paparella emerge, tra l’altro, questo aspetto di un intellettuale cattolico coraggioso nel dire, e cercare sempre, la verità. Appunti che sono contenuti nel libro “Un cristiano senza aggettivi. Bruno Paparella, testimonianze di amici” appena edito dalla nostra Arcidiocesi (Ufficio Comunicazioni sociali) nella collana “Con occhi nuovi – Profili”.

Tanto abbiamo scritto sulla “Voce” a proposito dell’intensa e appassionata vita di Paparella, classe 1922, giovane educatore dell’Azione Cattolica nella parrocchia ferrarese di San Paolo, poi antifascista e partigiano, quindi dirigente dell’Azione Cattolica, prima diocesana poi nazionale, fino alla morte che lo ha colto nel ’77.

Sulla modernità

Una personalità la cui unicità emerge in maniera ancora più dirompente proprio nei suoi scritti più privati, nei quali  è chiaro lo sguardo di un uomo che ha attraversato il cuore – turbolento e affascinante – del Novecento. Dell’Occidente che si avvia verso il benessere economico, Paparella è capace di cogliere sottotraccia gli aspetti più degradanti. «Le civiltà degne di questo nome – scriveva il 6 novembre 1963 -, assecondando la natura, avevano (…) reso pregevole e gradita anche la vecchiaia dell’uomo che l’inciviltà moderna – tesa solo alla giovinezza ed al successo – considera il male peggiore». Quel mito della giovinezza è l’illusione di una visione del reale ristretta, schiacciata sul presente, senza ampiezza né profondità. «Per raggelare di colpo l’entusiasmo della gente per un’idea, una moda od una qualsiasi opera od attività, basta dire: “È superata!” (…)», scrive nel dicembre ’76. «Il modo di ragionare contemporaneo ha, infatti, sostituito le categorie “bene o male”, “giusto o ingiusto” ecc., con “nuovo o vecchio”, “moderno o antico”, ecc.». Il nuovismo, dunque, regna. Il passato va abolito, anche quello recente perde subito di senso spazzato via dal continuo bisogno di stimoli sempre differenti. 

Paparella temeva che questo spezzarsi del legame con le proprie radici potesse avvenire anche per l’AC e la Chiesa. «La separazione (di un popolo, di un’associazione) dalla propria storia, con la recisione di quel legame vivente con l’opera di ieri che sola può dar senso all’opera di oggi e indirizzare un avvenire che abbia significato, porta a conseguenze gravissime», scrive nell’agosto ‘74. «Un paese idealmente separato dal proprio passato, è infatti, un paese in crisi di identità e dunque potenzialmente disponibile, senza valori».

È un Paese che subisce quel processo che non va «verso la pienezza, ma verso il nichilismo», come scriveva Augusto Del Noce (L’idea di modernità, 1982). Nichilismo logica conseguenza di quel razionalismo assoluto che nega la possibilità del soprannaturale e quindi di verità sovrastoriche. 

«Quanto “terrenismo” – scrive nel febbraio ’65 Paparella – c’è anche oggi negli ideali messianici di tanti “innovatori” del mondo». E riferito all’ACI, dieci anni dopo rifletterà: da un apostolato universale «che aveva come radici e fine il piano di Dio per la salvezza di tutti gli uomini, si è via via passati a problemi sempre più interni, prima della Chiesa ed infine, quasi esclusivamente della stessa associazione». Una regressione dalla quale metterà in guardia fino all’ultimo, come anche ammonirà riguardo al rischio di riduzionismo sociologico ed economicistico della fede cristiana (si pensi a ciò che oggi Papa Francesco dice sul rischio che la Chiesa si trasformi in una ong).

Tutto ciò ha ricadute gravi sullo sguardo della Chiesa sulle persone: ciò che l’ateismo spaccia per libertà e per umanesimo, in realtà è una mortificazione dell’uomo. «L’uomo non vive di solo pane – scrive nel febbraio ’65 – e (…) dando oggi ai poveri la loro bistecca, ma non curandoci dei loro godimenti spirituali ed intellettuali, noi li consideriamo “bestie” oggi, o siamo diventati noi stessi più “bestie” di ieri». 

Spesso ricorre anche l’associazione tra relativismo e solitudine. Siamo nel ’69, la tensione tra comunità e individuo si fa sempre più forte. Paparella scrive: «Fin tanto che c’è una Chiesa, od un partito, o una nazione, che dicono che questo è bene e questo è male, che dicono che il male va combattuto (…), l’uomo comune si sente confortato – unito ad una comunità che soffre con lui e che resiste con lui (…). In questa nostra Italia e persino nella nostra Chiesa (…) – scrive sempre nel ’69 – male e bene, giusto e ingiusto, vero e falso sono la stessa cosa. E l’uomo comune rimane veramente solo (…), senza nessuno che gli dia più speranza». Parole dure, certo, ma di un figlio della Chiesa che la ama e che non dimenticherà mai la sua missione di salvezza per ogni donna e ogni uomo.

«Le sole parole che ci possono salvare»

Nell’ottobre del ’65 scrive: «Pare impossibile (…) che nel nostro mondo (e nella nostra vita quotidiana) ci sia d’ora in poi – e per sempre in questa vita – un’assenza, un buco vuoto che nessuno al mondo può più riempire. Lo “spirito” di una persona è veramente qualcosa di unico e di insostituibile e non si può – in questi casi – non pensare ad un altro mondo, dove tutte queste lacune drammatiche possano colmarsi e ci si possa sentire nuovamente “completi” (Ecco, ora ci siamo tutti, ora possiamo davvero cominciare a giocare, spensieratamente)». Dolci parole di fede che seguono, sempre, a parole di denuncia. «È strano come questa nostra civiltà impazzita ci spinga ogni giorno – dicendo di voler farci più felici – verso l’infelicità», scrive nell’aprile ‘66. «La Rivelazione dicendoci di amare gli altri, di dimenticare noi stessi (…) ci dà la ricetta della nostra felicità (…). E lo strano è che nessuno sembra accorgersene, nessuno pensa a dirlo, e quelli stessi che dovrebbero dirlo per “missione”, temono di apparire ridicoli o superati se annunciano le sole parole che ci possono salvare».

Commovente è la visione che scrive il 3 ottobre ’64, per dare l’immagine di ciò che, anche nella società moderna, possa e debba rappresentare la Chiesa: «Questa sera, a Ferrara, nel buio umido delle strade che la circondano, la chiesa di S. Girolamo sembrava un porto caldo di luce e consolazione, illuminata ed addobbata per la festa di S. Teresa del Bambino Gesù (…). E pensavo che una Chiesa così bella, calda, consolatrice, unico punto di riferimento e di appoggio nel buio nel mondo, bisognava pur guardarla».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 ottobre 2022

L’educazione tra imprevisto e speranza

13 Giu

È da poco uscito il nuovo volume di Lucia Vantini, presidente del Coordinamento Teologhe Italiane, con un contributo introduttivo della biblista ferrarese Silvia Zanconato

È possibile educare al desiderio, per sua natura libero e soggettivo? E qual è il “giusto equilibrio” tra spregiudicatezza e imprevisto e, dall’altra, bisogno di una stella polare che orienti?

Sono alcune domande sorte spontaneamente in chi scrive leggendo l’ultimo interessante testo di Lucia Vantini, “Educazione” (In Dialogo, 2022, collana “Agape”). L’autrice, presidente del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI), nonché docente di teologia e antropologia, affronta in maniera empatica e non superficiale il delicato tema dell’educazione, non riducendolo a facili, o freddi, suggerimenti manualistici.

Nel fare ciò, si fa “aiutare” dalla collega Silvia Zanconato, biblista e docente ferrarese (insegna religione al Liceo Ariosto e alla Scuola di teologia diocesana “Laura Vincenzi”). 

Quella donna che educò il Maestro

Quest’ultima, infatti, nel contributo introduttivo presente nel volume, analizza una vicenda particolare di “educazione”, quella dell’incontro di Gesù con la donna greca, di origine siro-fenicia, nella regione di Tiro e di Sidone (Mc 7,24-31). Dalla supplica di lei di scacciare il demonio dalla figlia, inizia un breve ma spiazzante botta e risposta fra i due: «”Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Ma essa replicò: “Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli”. Allora le disse: “Per questa tua parola va’, il demonio è uscito da tua figlia”».

Parole dure, incomprensibili e apparentemente senza giustificazione, quelle di Gesù, nemmeno ipotizzando, come prova a fare Zanconato, che la donna, per le sue origini, fosse una “privilegiata”, abitante in una zona di potere e di forti ingiustizie. Anche considerando questo aspetto, scrive la stessa biblista, «il disagio per la veemenza di una tale reazione non si dissolve completamente». In ogni caso, è innegabile come siano «le abilità retoriche della donna e la sua prontezza di linguaggio al centro, non l’autorità di Gesù. Ed è lei, la siro-fenicia, l’unica persona ad avere la meglio su Gesù in una disputa, l’unica in tutta la tradizione sinottica». Una donna capace di trasformare il “gettare il pane” che sembra riferito a cani famelici, in un’immagine domestica di «cagnolini sotto la tavola».

Sembra, insomma, prosegue Zanconato, «che sia il Maestro a imparare una lezione», a cambiare idea, da questa «insospettabile maestra». «Abituato ad avere la meglio, diversamente da altre occasioni, Gesù esce sconfitto da uno confronto verbale, colpito dalla logica della donna a tal punto da modificare la sua posizione».

Gesù, quindi, viene “educato” dall’imprevisto, da questa visita inattesa che «lo porta altrove, lo estrae imprimendo alla sua strategia missionaria una nuova missione». «Dopo questo incontro Gesù – scrive ancora Zanconato – sembra ritrovare nuova sicurezza, come se questa donna, che “da fuori” lo ha raggiunto forzando la sua chiusura, gli abbia fatto dono di un orizzonte ampio, cogliendo forse più acutamente il potenziale del regno che Gesù proclamava».

Quel desiderio che spalanca la vita

Quell’altrove mai del tutto definibile, quei nuovi orizzonti che l’altro ci spalanca, sono ciò che rende possibile una vera “educazione”. Non si tratta, per Vantini, tanto di un atteggiamento maieutico, che dovrebbe “tirar fuori” (come suggerirebbe l’etimologia) una vocazione, un’identità, qualcosa di prestabilito, di già deciso. Al centro, invece, vi sono sempre la libertà e l’imprevisto, la creatività generatrice. Educare, scrive l’autrice, «non sopporta alcuna rigidità ma esige comunque fermezza», e questa si gioca «soprattutto nell’accettazione di involontari sconfinamenti in territori sconosciuti e incerti, senza tuttavia mai smarrire l’ostinazione per la fioritura della vita». 

Gli «sconfinamenti liberi» di cui parla Vantini sembrano ancora più “incoscienti” nell’epoca del crollo di tante certezze e di tante sicurezze. Ma l’ansia e il disorientamento che possono nascere, pur non dovendo mai mancare una bussola, possono essere affrontati con la solidarietà, cioè col riconoscimento, «l’interpretazione» e la «narrazione» delle fragilità di ognuno, a partire dalle proprie. Lavoro di consapevolezza, questo, che passa inevitabilmente dal corpo, luogo dove «si incontrano la necessità e la libertà del soggetto, in una tensione che domanda di riconoscere e obbedire al dato biologico e alla sua espressività. Ma anche di interpretarlo e di personalizzarlo. L’attuale rimozione dei corpi non aiuta a fare questo lavoro simbolico».

Ma ciò che spalanca il soggetto è il desiderio dell’Altro, «quel varco che mantiene gli esseri umani aperti e ancorati al mondo, e che consente loro di coinvolgersi personalmente in ciò che accade». Desiderio che, per Vantini, «è sempre epifanico: rivela chi siamo perché rivela ciò che ci sta a cuore». Ma perché il desiderio non si riduca a piccole e misere soddisfazioni, non sia «degradato» ma profondo e complesso, bisogna che l’educazione «punti alla dimensione spirituale», cercando una tensione positiva fra il bisogno di radicamento e quello di fecondità. Solo da questi due elementi può nascere una speranza fondata. Speranza che – com’è inevitabile – recherà quei tratti “assurdi” di chi pretende di creare disordine rispetto al già noto, al già detto. Un’impudenza da non reprimere, generatrice, come nel caso della donna greca che incontra Gesù, di sviluppi inattesi.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 giugno 2022

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«Testimoni del giudizio» per non scivolare nel nulla

18 Feb

Centenario di don Giussani: mons. Santoro (Delegato Memores Domini) e Prosperi (Presidente CL) in dialogo su nichilismo e pienezza di vita. A partire dalla domanda: “Perché esisto?”

Come rispondere alle domande fondamentali dell’uomo? E soprattutto come viverle, diventando testimoni della verità in un mondo che sempre più sembra smarrire i criteri essenziali per interpretare la realtà?

Quesiti sui quali Comunione e Liberazione ha riflettuto la sera del 9 febbraio in un incontro che ha visto confrontarsi tra loro mons. Filippo Santoro, Arcivescovo di Taranto e dallo scorso settembre “delegato speciale” del Papa presso i Memores Domini, e Davide Prosperi, Presidente della Fraternità di CL.

A Ferrara l’incontro, aperto a tutti, è stato trasmesso in diretta dalla Sala Estense. Un appuntamento che ha visto la partecipazione di circa 150 persone, fra cui molti giovani.

I relatori, in particolare, hanno riflettuto sul testo, da poco edito, “Dare la vita per l’opera di un Altro”, che raccoglie gli ultimi interventi di don Luigi Giussani agli Esercizi della Fraternità, dal 1997 al 2004, e che costituisce il testo a partire dal quale si lavorerà durante le Scuole di comunità, per poi arrivare al prossimo appuntamento condiviso in programma il 23 marzo. 

Riscoprire il cuore dell’annuncio cristiano è, da sempre, ciò che muove il movimento di Comunione e Liberazione. Ma riscoprire quella «passione per il fatto cristiano» in un mondo sempre più desacralizzato e nichilista può sembrare una fatica di Sisifo. Partendo dal sopracitato testo di don Giussani, mons. Santoro ha tentato innanzitutto di ripercorrere quel momento nella storia – nel XVIII secolo, quello cosiddetto dei lumi -, in cui il razionalismo ha preso il sopravvento, illudendo «l’uomo che con la propria ragione potesse considerarsi misura di tutte le cose». Da quel momento Dio è espulso dalla vita personale e collettiva, dalla storia. «L’uomo cede alla tentazione di pensare che si fa da solo», con la conseguenza, inevitabile, «che nulla abbia reale consistenza».

La risposta della Chiesa fu di «arroccarsi», per difendere, giustamente, la morale del popolo. Ma così finì per «dare per scontata l’evidenza del contenuto dogmatico, obliterando la forza originaria del cristianesimo», cadendo nel duplice errore del moralismo e dell’azione a tutti i costi «a scapito dell’annuncio della “lieta notizia”, della passione per il fatto cristiano».

“Per chi si vive?”: questa è la domanda fondamentale da cui partire per fondare ogni azione e ogni morale. Ripensare al mistero della propria esistenza, alla domanda: “Chi è Dio per l’uomo?”. Dio e l’io al centro, quindi, insieme: che «Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15, 28) e al tempo stesso «che l’io sia salvato come autocoscienza del cosmo e come colui che – unico nel creato – ha sete di Lui, desiderio di eternità». Riscoprendo, quindi, la domanda sul senso: «Perché esisto?». 

Il razionalismo, nelle sue due forme prevalenti del nichilismo e del panteismo, ha portato, invece, l’uomo a scivolare nel nulla. La conseguenza, inevitabile, della perdita di un fondamento, è che «l’uomo cada in balia del potere» e della competizione per raggiungerlo. Tutto è nel potere dell’uomo, a sua disposizione: così, egli diventa schiavo del potere, dell’effimero, di ciò che non può soddisfare la sua sete di Assoluto. Il peccato è questa «estraneità» a sé e al suo fondamento ultimo, «il non riconoscere ciò che è come coerente con Dio, il non domandare di essere, non anelare a un compimento», a una pienezza.

Abbiamo bisogno, invece, come ha riflettuto Prosperi, di «testimoni del giudizio», di persone capaci di riempire di senso ogni aspetto della nostra esistenza, di «testimoniare la verità» sull’uomo e sul mondo. Di mostrare con la propria vita che «lo star bene non è l’assenza di problemi e l’affidarsi solo a ciò che ci fa comodo» ma appunto «il sentirsi in Dio, nell’Essere», e alla Sua luce illuminare il nostro cammino e ogni nostra esperienza, anche quotidiana. 

Il «domandare l’Essere», come diceva don Giussani, è la domanda sulla verità, sul Mistero. Uno sforzo per nulla scontato, dato che la realtà nella sua dimensione più profonda non è immediatamente conoscibile, ma «velata, buia, è segno» che, appunto, rimanda ad altro. Quella nebbia si può, anche se non pienamente, diradare: serve, però, avere uno «sguardo colmo di stupore che ci permetta di vedere nella realtà l’Altro, Colui che l’ha creata nella sua Grazia». 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 febbraio 2022

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(Immagine: da “Il Vangelo secondo Matteo” di P. P. Pasolini, 1964)

Identità e speranza tra assimilazione e inculturazione: dialogo fra cattolici ed ebrei al MEIS

18 Feb

Partendo dall’esilio babilonese, confronto tra rav Caro e don Bovina. Con un occhio alle migrazioni contemporanee

Difesa della propria identità, del proprio credo e, dall’altra parte, la necessità di conservare la speranza senza alienarsi nel luogo dell’esilio.

Su questo difficile equilibrio si è mossa la discussione svoltasi nel pomeriggio del 10 febbraio in occasione della 33° Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei.

Nel bookshop del MEIS si sono confrontati il Rabbino capo di Ferrara rav Luciano Caro e don Paolo Bovina, biblista e Direttore di Casa Cini, moderati dal Direttore del MEIS Amedeo Spagnoletto. Tema del confronto, la “Lettera agli esiliati” del profeta Geremia (Ger 29,1-23). La registrazione video dell’incontro è disponibile sul canale You Tube “UCS Ferrara-Comacchio Ufficio Comunicazioni Sociali”.

Non chiudersi né assimilarsi

«“Quando settant’anni saranno compiuti per Babilonia, io vi visiterò e manderò a effetto per voi la mia buona parola facendovi tornare in questo luogo. (…) Vi farò tornare dalla vostra prigionia; vi raccoglierò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho cacciati”, dice il Signore; “vi ricondurrò nel luogo da cui vi ho fatti deportare”» (Gr 29, 10-14) 

Geremia, uno dei quattro grandi profeti d’Israele, nato verso il 650 a.C. vicino Gerusalemme, iniziò il suo ministero profetico sotto il regno di Giosia. Uomo mite, fu chiamato ad una missione profetica molto dura: quella di essere l’annunciatore e il testimone della rovina di Gerusalemme e del regno davidico di Giuda. In quegli anni scompariva definitivamente l’impero Assiro e si riaffermava la potenza di Babilonia, specie con il re Nabucodonosor, che fece pesare la sua autorità in Palestina. Geremia fu sempre contrario ad un’alleanza del popolo d’Israele con l’Egitto, consigliando sottomissione alla potenza babilonese. Gli avvenimenti gli diedero ragione. L’esilio o cattività babilonese – la deportazione a Babilonia dei Giudei di Gerusalemme e del Regno di Giuda al tempo di Nabucodonosor II – durò circa 70 anni.

Ma in questi decenni, come dimostra il passo sopracitato di Geremia, «Dio non si dimentica del suo popolo, che rimane nelle Sue mani, rimane quindi storia di salvezza», ha riflettuto don Bovina. «Dio non perde il controllo della storia, accompagnando il suo popolo ovunque». Al tempo stesso, però, questo «forte messaggio di speranza» impedisce agli ebrei di vivere come «alienati» il loro periodo di esilio («Costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto; prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli, date marito alle vostre figlie perché facciano figli e figlie; moltiplicate là dove siete, e non diminuite. Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene» – Gr 29, 5-7). È importante, quindi, per don Bovina, «il vivere il presente, il luogo nel quale ci si trova, nonostante tutte le difficoltà. E questo fa venire in mente le parole di Papa Francesco sulla pandemia, pronunciate a fine maggio 2020: “peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi”». 

Spagnoletto, pur condividendo la posizione di fondo di don Bovina, ha sottolineato come non si debba dimenticare che per gli ebrei «l’esilio è segno di un castigo divino, e rappresenta il rischio dell’assimilazione, della perdita della propria tradizione, del proprio credo, della propria identità». Lo stesso invito “moltiplicatevi tra voi”, ha incalzato rav Caro, «è un invito a non assimilarsi. L’esilio è la cosa peggiore che può capitare agli ebrei, e a ogni popolo. Lo vediamo oggi con le migrazioni, quanti drammi e sofferenze portano a chi è costretto a lasciare la propria terra».

«Rinunciare alla propria identità in esilio sarebbe qualcosa di totalmente negativo, come gli stessi profeti dicono», ha ribattuto don Bovina. «Detto ciò, sarebbe sbagliato anche chiudersi in una fortezza e non essere sale, luce, lievito della terra che si abita, tutte categorie, per la nostra Chiesa, della missionarietà». Parole rafforzate dal breve intervento del nostro Arcivescovo, che ha assistito all’incontro: «è importante il concetto di inculturazione, cioè il rileggere l’identità dentro un contesto nuovo, particolare. Le migrazioni oggi, pur nelle sofferenze, debbono sempre portare con sé la cura di queste persone e quindi un messaggio di speranza».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 febbraio 2022

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(Foto: da sx, Spagnoletto, rav Caro, don Bovina e mons. Perego)

Vera comunione senza ipocrisie

13 Gen

Una riflessione sull’unità nelle differenze all’interno della Chiesa

di Andrea Musacci

Il card. Zuppi nelle esequie per mons. Negri ha riflettuto molto sul tema della comunione nella Chiesa. Una scelta maturata, immaginiamo, nella consapevolezza di quanto sia forte oggi (anche nella nostra comunità locale), la tendenza ad accentuare le diversità fino a trasformarle in solchi insormontabili, in incomprensioni aprioristiche, in mancanza di curiosità, di quello spirito fraterno che, se viene meno, ci porta a vedere l’altro – a partire dal fratello o dalla sorella nella Chiesa – come semplicemente in errore e non, invece, come un “pungolo”, un’alterità necessaria. Se qualcosa ci ha insegnato mons. Negri nel suo breve periodo a Ferrara, è stata questa postura. Scomoda, certo, fatta di possibili fraintendimenti, di lontananze di visioni, di scontri. Ma, come diceva Victor Segalen, poeta e medico viaggiatore, «non c’è mistero in un mondo omogeneo».

Precisiamo subito un punto. La divisione fatta di rancore, nella mancanza di curiosità e desiderio dell’altro, viene dal demonio. È quella di cui tante volte ha parlato Papa Francesco: «Non andiamo sulla strada delle divisioni, delle lotte tra noi, no! Tutti uniti, tutti uniti con le nostre differenze, ma uniti, uniti sempre, che quella è la strada di Gesù! L’unità è superiore ai conflitti, l’unità è una grazia che dobbiamo chiedere al Signore perché ci liberi dalle tentazioni della divisione» (1). Nella Messa per il Palio del 2016 mons. Negri – parlando in generale, ma il discorso era rivolto anche alla comunità ecclesiale – sottolineò l’importanza di amare la propria storia di popolo «per costruire una società meno disumana, che accolga le diversità nell’impegno di maturare un cammino comune nella chiarezza dell’identità».

Ma lo stile del cristiano – dentro la Chiesa (e non solo) – non è nemmeno quello ammantato di ipocrisia, di facili consensi, di convivenze vissute forzatamente. Il suo modello dev’essere quello del poliedro. Scrive il Papa in Evangelii Gaudium che il poliedro «riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (n. 236).

No alle divisioni, quindi, che feriscono il corpo di Cristo, ma nemmeno alle false unità che non fanno crescere ognuno di noi e le nostre comunità.

La Chiesa, dunque, deve vivere di un’inquietudine sana, utile per nascere sempre a vita nuova. Lasciamoci, quindi, trasformare dallo Spirito. Anche nei conflitti. Scriveva Michel De Certeau: «attraverso i conflitti, come un tempo mediante il fulmine, le pestilenze e le sconfitte che colpivano Israele», Dio «spezza le sicurezze, dilata gli orizzonti, rinnova la fede». «Le critiche e le divergenze – scriveva ancora il francese – rappresentano la maniera in cui ciascuno si vede opporre ciò che non sa del mondo in cui vive e ciò che non sa del suo Dio» (2). Ciò che non sa del suo Dio. Così si evitano idolatrie, competizioni, atteggiamenti arroganti.

Nella Messa del 2017 a S. Chiara per il suo amico e maestro don Giussani, mons. Negri disse: la periferia «ci viene incontro sempre, non va cercata in qualche luogo preciso ai margini delle città, ma essa è il mondo senza Dio: noi cristiani, infatti, non viviamo per rispondere solamente ai bisogni dei poveri, ma per dire Cristo, che comprende tutto, anche l’assistenza materiale».

Dire Cristo. Sta a ognuno di noi, fratelli e sorelle nella fede, provocare sempre in noi, e in chiunque incontriamo, quella scintilla perché tutti possano incontrarLo. Facciamolo uniti, pur nelle nostre dissonanze.

(1) Udienza generale, 18 giugno 2019.

(2) M. De Certeau, “Mai senza l’altro. Viaggio nella differenza”, Qiqajon, Magnano (Bi), 1993.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 gennaio 2022

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Cristiani e musulmani, «ragioniamo insieme anche su ciò che ci divide»

22 Nov

Proficuo incontro il 20 novembre tra Piero Stefani e Hassan Samid

La conoscenza reciproca tra le religioni non può avvenire solo cercando, spesso a tutti i costi, punti di convergenza, ma anche ragionando e confrontandosi assieme su ciò che divide.

Sulle differenze e l’importanza di non sottovalutarle, si è trovato – “paradossalmente” – un accordo nel corso del confronto pubblico svoltosi il 20 novembre tra Piero Stefani, biblista e scrittore, e Hassan Samid, Presidente del Centro di Cultura islamica di Ferrara.L’appuntamento pomeridiano – il terzo in memoria del giornalista trentino Piergiorgio Cattani -, organizzato in collaborazione con l’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, riguardava la presentazione del libro di Stefani, “Bibbia e Corano, un confronto”, pubblicato lo scorso giugno da Carocci. “In memoria di Piergiorgio Cattani (1976-2020). ‘Allora quando uscirà il libro mi prenoto per fare la recensione’ ” il nome dell’incontro che ha visto un’ottima partecipazione di pubblico nella sala parrocchiale di Santa Francesca Romana.

Marcello Panzanini, Direttore del sopracitato Ufficio diocesano, ha introdotto ricordando lo storico incontro tra San Francesco e il Sultano del 1219: «grazie al dialogo e alla conoscenza – ha riflettuto -, hanno compreso che dall’altro si può imparare qualcosa. Solo col vero ascolto si possono avere frutti di pace».Dopo il ricordo di Cattani da parte di Stefani, Samid ha preso la parola. «Il Corano – ha riflettuto – è un libro al servizio del dialogo interreligioso, ma è utile anche per il dialogo coi non credenti. Spesso sbagliamo quando cerchiamo di trovare solo ciò che ci accomuna», ha proseguito. «È importante, invece, anche ragionare insieme su ciò che ci divide, ad esempio su chi è per noi Dio. Sarebbe una forma di dialogo più matura».

Sempre confrontandosi con Stefani, e sollecitato da alcune domande di donne presenti fra il pubblico, Samid ha poi spiegato come  nel Corano – «che per noi musulmani è incontestabile» ed è «l’unico libro tra quelli sacri rimasto intatto per com’è stato rivelato» -, «quando si parla di avvicinarsi agli altri popoli del Libro (ebrei e cristiani, ndr) il più delle volte vi siano situazioni di conflitto. Oggi, invece, siamo ben oltre il dialogo: siamo conviventi».

Alcune riflessioni di Samid hanno riguardato poi, ad esempio, l’importanza, quando si parla di Islam, di non trattare solo questioni concrete, “terrene” (il velo, i diritti ecc.) ma anche – com’è nel libro di Stefani – temi riguardanti la trascendenza, l’Aldilà, i concetti di bene e di male, il giorno del Giudizio. Ma riguardo a temi più “terreni”, Samid ha chiarito ad esempio come nel testo coranico «vi siano indicazioni sulla vita di tutti i giorni, ma non così dettagliate – a suo dire – da potersi applicare a tutte le epoche». O riguardo al tanto discusso termine “jihad”, ha spiegato con chiarezza come nel Corano venga usato «sia per indicare lo sforzo personale nella fede sia la guerra per difendere la fede stessa, anche quando non si tratta di autodifesa».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 novembre 2021

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(Foto, da sx Samid, Stefani, Panzanini)

Dialogo interreligioso a Ferrara: «Incontriamoci nella carità concreta»

14 Ott


Frammenti dell’incontro

Ebrei, cattolici, protestanti e musulmani si sono confrontati il 10 ottobre a Ferrara per la Giornata Europea della Cultura Ebraica

«Rincontriamoci». Si è concluso con questo auspicio il dibattito organizzato dalla Comunità Ebraica di Ferrara in occasione della 22esima Giornata Europea della Cultura Ebraica.

Una promessa reciproca fra i presenti, nella comune volontà di costruire non solo momenti di confronto amicale ma progetti concreti a favore degli ultimi. E proprio sul dialogo e l’accoglienza dell’altro si sono interrogati i relatori nella tavola rotonda trasmessa in diretta streaming la mattina di domenica 10 ottobre sul tema “Dialogo interculturale sulle problematiche dell’accoglienza del profugo”. Un dibattito rispettoso ma non retorico moderato da Cristiano Bendin, Direttore della redazione ferrarese de “Il resto del Carlino” e introdotto dal saluto di Fortunato Arbib, Presidente della locale Comunità Ebraica.

Col ricordo di Germano Salvatorelli, consigliere ferrarese dell’Associazione Medica Ebraica morto di Covid l’anno scorso, il Rabbino Capo Rav Luciano Meir Caro ha dato il via al confronto. Partendo dalla Torah, ha riflettuto sui doveri nei confronti dello straniero che arriva sulla nostra terra, banco di prova utile anche per «capire meglio la nostra cultura. Lo straniero non deve uniformarsi a noi ma godere dei nostri stessi diritti». Nella Bibbia – ha proseguito – egli «è titolare di particolare protezione divina: chi lo offende, offende anche Dio».

Da Maometto e dagli altri profeti del Corano, «esempi di dialogo e accoglienza dell’altro», ha invece preso le mosse Hassan Samid, Presidente del Centro di cultura islamica di Ferrara. «È importante – ha riflettuto – anche nelle nostre comunità islamiche fare sempre un lavoro sulla paura del diverso. Spesso nelle nostre famiglie c’è quasi il “terrore” di contaminarsi con la cultura di chi ci accoglie, paura di perdere la propria identità e le proprie tradizioni». Invece, per Samid «si può essere italiani senza rinunciare a essere musulmani». «È importante – ha poi concluso – andare per gradi e porre attenzione non solo all’accoglienza momentanea del “forestiero” ma a quella a lungo termine, che porta alla convivenza».

Dell’esperienza all’interno delle proprie comunità ha parlato anche Giuseppina Bagnato, pastora metodista-valdese in servizio a Bologna, in passato alla guida delle comunità di Ferrara e Rimini. «Negli anni ’80 e ’90 – ha spiegato – nelle nostre comunità aumentarono i figli di stranieri, portando spesso le loro difficoltà nell’essere accettati in Italia. Oggi queste nuove generazioni nate e cresciute nel nostro Paese possono indicarci la direzione della convivenza». Convivenza che, per don Andrea Zerbini, Presidente dell’Unità Pastorale Borgovado, non può non «proliferare ai margini, negli interstizi delle relazioni “corte”», nella prossimità di chi si trova a dover convivere con persone o famiglie straniere. «Il modello della fede come mero contenuto da trasmettere – ha proseguito – non funziona più». Ciò che fa la differenza è «lo stile» delle relazioni, inteso come «modo di stare nel mondo». Don Zerbini ha poi parlato della costruzione delle nostre UP come esempio «intercattolico» di dialogo e convivenza fra diversi, lanciando quindi una proposta: «il Centro di Ascolto presente da anni nell’UP Borgovado diventi luogo di incontro» – all’insegna della carità concreta – «fra persone delle nostre comunità religiose». Un’idea subito raccolta da Rav Caro, che ha “incaricato” il sacerdote di organizzare entro la fine dell’anno un nuovo incontro, più “operativo”. Sulla stessa linea d’onda anche Samid, che ha insistito sulla collaborazione fattiva tra le religioni, e la pastora Bagnato: «dobbiamo costruire una comunità interculturale e interreligiosa nel fare concreto».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 ottobre 2021

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«Condividete il pane materiale e quello Eucaristico». La Lettera di mons. Mosconi del ’71

27 Set
Cena in Emmaus, Caravaggio, 1606, Pinacoteca di Brera (Milano)

All’inizio dell’ultima Lettera (“L’Eucaristia, sacramento del dono”), mons. Perego cita “La Sacra Eucarestia e i nostri problemi”, Lettera pastorale del ’71 (8° centenario del Miracolo di S. Maria in Vado) del Vescovo di Ferrara mons. Natale Mosconi.

Nella seconda parte, mons. Mosconi analizza i problemi della società moderna e della Chiesa, di cui l’Eucarestia rimane l’«unica soluzione»: «Gesù è la risposta» ai «problemi di vita, di pane e di vestito, di lavoro e di assistenza, di infermità e di sofferenza, di giustizia e di colpa; di aspirazioni senza fine e di miseria e di morte». «Non li abolisce, non li cancella: li risolve».

«E penso – prosegue – a uno dei più tremendi problemi morali dell’uomo: la solitudine, che può decidere fatalmente e tragicamente, e che dalla Realtà Eucaristica è superata, eliminata. Abbandonato dagli uomini, respinto o dimenticato o comunque rimasto solo, il cristiano trova sempre nel Cristo Vivente nell’Eucaristia il compagno della sua vita, Colui che non lo lascia mai solo, il fratello sempre a lui vicino che risponde a ogni sua domanda e accoglie ogni sua invocazione».

Mons. Mosconi passa poi ai problemi della famiglia e a quelli nella Chiesa: anche «l’accostamento dei lontani e l’incontro con i non credenti sia del mondo del lavoro sia del mondo intellettuale e filosofico e scientifico-tecnico, non può escludere questa via, perché è la via di Cristo». Riguardo ai problemi a livello mondiale, «il rinnovamento della liturgia nella sua accentuazione comunitaria», dev’essere «concreto e portare il cristiano a (…) precisi impegni». Perché, spiega, «non ci sarà mai pace che nell’affermazione attuosa della carità, né affermazione attuosa della carità nel mondo senza la Sacra Eucaristia, la fonte della carità», «Mensa di pace». «Invito a dividere con i fratelli il pane materiale allo stesso modo che condividiamo il Pane Eucaristico».

La Lettera si conclude con ventuno «Avvertimenti», l’ultimo dei quali è “profetico”: «Abbiamo (…) comunità care al Signore prive della permanente presenza sacerdotale. Stiamo diventando “terra di missione”?», si chiede. L’appello è quindi rivolto «al generoso cuore apostolico dei carissimi sacerdoti» e ai «candidati al sacerdozio» per «un impegno “missionario”».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° ottobre 2021

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«La vera forza è la mitezza»: dialogo cristiano-islamico sulla violenza

17 Mag

Il 16 maggio a Sant’Agostino incontro cattolici-musulmani sul tema della violenza nei testi sacri

Da sx: Samid, El Hachimi, don Zecchin

È possibile difendere la giustizia, la vita e la dignità delle persone non rispondendo al male con il male, trattenendo la collera? Su questo complesso tema, sul quale non si riflette mai abbastanza, la sera dello scorso 16 maggio si sono confrontati don Michele Zecchin, parroco di Sant’Agostino, Hassan Samid, Presidente del Centro culturale islamico di via Traversagno e l’imam di Ferrara Mohammed El Hachimi. Un appuntamento organizzato dal gruppo “Incontro” di amicizia tra cristiani e musulmani della comunità di viale Krasnodar, da anni impegnato a livello caritatevole, sociale, culturale e teologico nel rafforzare i rapporti tra gli appartenenti alle due fedi.

«Il Corano proibisce l’aggressione e l’ingiustizia», ha esordito l’imam. «Tre sono i tipi di musulmani: quello che usa le parole solo per il potere e per compiere violenza, quello troppo debole, che soffre di vittimismo, e quello forte, che fa valere la giustizia senza violenza». Samid ha invece esordito con un messaggio di speranza: «quest’anno per il Ramadan abbiamo ricevuto i consueti auguri da parte dell’Arcivescovo, quelli del MEIS e, per la prima volta, anche quelli del Rabbino di Ferrara». «Il Corano – ha poi riflettuto – è un messaggio universale che non invita alla vendetta o alla violenza, né fisica, né verbale, nemmeno contro gli animali». La violenza, infatti, «non può durare nel tempo, mentre la pace e la giustizia sì. Nell’islam, la persona timorata cerca di rimanere sulla retta via e di trattenere la collera, anche se vittima di ingiustizia». Riguardo alle critiche che a volte vengono rivolte al Corano di contenere diversi passaggi di incitamento alla violenza, Samid, pur non negando che vi siano, ha spiegato come il testo sacro dell’islam «non vada usato come fosse un manuale tecnico, ma continuamente studiato e interpretato, sempre leggendolo in maniera complessiva e unitaria». 

«Anche noi cristiani dobbiamo compiere sempre uno sforzo di interpretazione del testo biblico», ha commentato don Zecchin. «In ogni caso, dovremmo innanzitutto evitare di assegnare a Dio le nostre qualità negative», come appunto l’essere vendicativi, cattivi, violenti. Il sacerdote ha brevemente analizzato alcuni episodi della Bibbia, tra cui l’uccisione di Abele per mano del fratello Caino, la vicenda di Mosè, dell’omicidio da lui compiuto e del lungo pentimento, quello del profeta Osea, fino ad arrivare a Gesù. In particolare nelle beatitudini, «mitezza, misericordia e ricerca della giustizia sono al centro: la vera forza è proprio la mitezza, l’umiltà, che rappresenta un cambiamento reale del cuore». I racconti della Passione sono il culmine di questo rifiuto della violenza: «davanti a un’enorme ingiustizia, il Figlio di Dio non risponde come avrebbe potuto». «Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite» (Rm 14) è la riflessione di San Paolo con cui don Zecchin ha voluto concludere l’incontro. Nella speranza che, già dopo l’estate, si possano organizzare momenti di confronto non solo tra cristiani e musulmani, ma anche con ebrei.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 maggio 2021

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