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Violenza di genere, un dramma che riguarda anche la Chiesa?

25 Nov

Una riflessione in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: i dati nazionali, la volontà di dominio del maschio, il ruolo e le colpe della Chiesa, buone pratiche e vie percorribili nella comunità ecclesiale

di Andrea Musacci

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ abbastanza recente, del 2013, la legge n. 119 che, per la prima volta nel nostro ordinamento, fa riferimento esplicito alla “violenza basata sul genere”, quella, cioè, sulla donna in quanto tale. Solo a ridosso del nuovo millennio, nel 1996, a livello legislativo i reati di violenza sessuale non sono più definiti “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”, ma contro la persona. Non stupisca dunque se anche quest’anno, in particolare in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (in programma il 25 novembre) siano state tante, anche nella nostra provincia, le iniziative di sensibilizzazione sul tema. Gli stessi dati, presentati la scorsa settimana dalla Polizia di Stato nel report nazionale “Questo non è amore”, dimostrano non solo come il problema esista e abbia una sua specificità rispetto ad altre forme di violenze, ma anche come sia un fenomeno, rimanendo nel nostro Paese, in continuo aumento. In Italia i femminicidi passano, infatti, dal 37% sul totale delle vittime di sesso femminile del 2018, al 49% nel periodo gennaio-agosto 2019. Il 67% di queste vittime è straniero. In aumento anche le donne vittime di violenza, che passano dal 68% del 2016 al 71% del 2019. A colpire è anche un altro dato che emerge dal report: nell’82% dei casi, chi fa violenza su una donna è il marito, il compagno, un familiare o conoscente. Il luogo domestico, quella sfera privata che sempre dovrebbe essere sinonimo di libertà e luogo degli affetti, spesso purtroppo si trasforma in spazio di assoggettamento, “regno protetto” dove si scatenano dinamiche ambivalenti di cura e manipolazione.

In “Amoris Laetitia”, il Papa scrive giustamente: “benché sia legittimo e giusto che si respingano vecchie forme di famiglia “tradizionale” caratterizzate dall’autoritarismo e anche dalla violenza, questo non dovrebbe portare al disprezzo del matrimonio bensì alla riscoperta del suo vero senso e al suo rinnovamento” (AL 53). È un meccanismo micidiale – che, più in generale, trascende i rapporti fra i generi e l’ambito domestico – quello nel quale la donna invece che vittima si sente responsabile, iniziando ad autocolpevolizzarsi, con ripercussioni psicologiche spesso devastanti: è il meccanismo tipico del potere, che introietta, in chi vuole dominare, la coscienza della propria subalternità, privando la persona di valore e soggettività. Chi “detta legge” – chi è in un’accezione negativa, “sovrano”, “signore” – decide anche chi è dignitoso e chi no, chi è rispettabile e chi no, chi deve giustificarsi e chi no, chi debba vergognarsi e chi no. Nel 2013, negli Stati Uniti, due donne – Jen Brockman e Mary A. Wyandt-Hiebert – idearono la mostra “What Were You Wearing’”, “Com’eri vestita?” (poi presentata anche in Italia), esponendo gli abiti che le donne vittime indossavano al momento della violenza: indumenti d’ogni tipo, a dimostrazione – per sfatare un luogo comune diffuso – che in nessun modo l’abbigliamento di una donna possa giustificare o incentivare un uomo ad abusare di lei.

Ma che la violenza di genere sia una forma di potere, un meccanismo di soggezione tanto esplicito quanto subdolo, lo si nota anche da certo linguaggio, usato spesso dal carnefice, a cui spesso, purtroppo, alcuni giornalisti fanno da megafono; e, tante volte, si tratta di un linguaggio introiettato dalle stesse vittime o da altre donne. Espressioni del tipo “omicidio passionale” o “l’ha uccisa perché la amava troppo” trasformano implicitamente il colpevole in “vittima” della sua stessa passione, quindi di altro da sé, e, in molti casi, la vittima in responsabile (si veda ad esempio la testimonianza di Lucia Panigalli a pag. 11). Per quanto riguarda il nostro territorio, oltre al fondamentale e decennale lavoro di formazione, prevenzione, sostegno e accoglienza svolto dall’UDI e dal Centro Donna Giustizia, lo scorso gennaio è nato “Dire basta”, un gruppo di “Auto-Mutuo-Aiuto” (A.M.A.) per donne che vivono o hanno vissuto situazioni di violenza fisica e psicologica (ne avevamo parlato nell’edizione del 7 giugno scorso). Un progetto mai visto prima nel ferrarese, per la sua modalità “dal basso” – senza esperti – e ancora poco diffuso in Italia.

A Ferrara, lo scorso aprile, invece, anche se un po’ in sordina, in Municipio è stato presentato il libro “Non solo reato, anche peccato: religioni e violenza sulle donne”, un volume a più voci – uomini e donne, cristiani di ogni confessioni, ebrei, musulmani, atei – curato dalla teologa Paola Cavallari. Il libro si inserisce in un progetto più ampio, prima ecumenico poi interreligioso, nato in ambienti cattolici e riformati, avviato dall’appello “Contro la violenza sulle donne. Un appello alle chiese cristiane in Italia” del 2015, e proseguito dal 2016 al 2018 con tre tavole rotonde interreligiose a Bologna sul tema della connessione tra religioni e violenze contro le donne, e l’anno scorso con la nascita dell’Osservatorio Interreligioso contro la violenza sulle donne. Nell’appello del 2015 vi è scritto: “Questa violenza interroga anche le Chiese e pone un problema alla coscienza cristiana: la violenza contro le donne è un’offesa ad ogni persona che noi riconosciamo creata a immagine e somiglianza di Dio, un gesto contro Dio stesso e il suo amore per ogni essere umano”. Si tratta dunque di una giusta sollecitazione, rivolta a laici e presbiteri, a non banalizzare né sottovalutare il tema della violenza di genere e, più in generale, il tema del rapporto fra i generi nella società e all’interno della stessa Chiesa, a tutti i livelli. Papa Francesco in un passaggio di “Christus Vivit” riflette: “Una Chiesa eccessivamente timorosa e strutturata può essere costantemente critica nei confronti di tutti i discorsi sulla difesa dei diritti delle donne ed evidenziare costantemente i rischi e i possibili errori di tali rivendicazioni. Viceversa, una Chiesa viva può reagire prestando attenzione alle legittime rivendicazioni delle donne che chiedono maggiore giustizia e uguaglianza. Può ricordare la storia e riconoscere una lunga trama di autoritarismo da parte degli uomini, di sottomissione, di varie forme di schiavitù, di abusi e di violenza maschilista” (C. V., 42).

Tanti sono i passi fatti nella Chiesa in questo cammino di “conversione”: basti pensare alle diffusissime esperienze, spesso nel silenzio, in tutto il mondo di aiuto e accompagnamento di donne sole o abusate, o al dibattito, anche in vista del recente Sinodo per l’Amazzonia, sulla necessità di una maggiore presenza femminile nei luoghi decisionali, o sull’accesso delle donne ai ministeri (lettorato, accolitato, diaconato). Solo per citare alcuni esempi e limitandoci all’Italia, esiste un mensile di donne dell’“Osservatore Romano”, “Donne Chiesa Mondo”, e un gruppo, piccolo ma combattivo, denominato “Donne per la Chiesa”. Molto altro, però, può e dev’essere fatto, e quel che di buono c’è – in termini di riflessione teologica, storica, anche autocritica, di sostegno concreto alle donne in qualsiasi situazione di violenza, abuso, sopruso e sottomissione, dentro e fuori la Chiesa – dev’essere maggiormente pubblicizzato e incentivato, senza inutili timidezze. Iniziamo a riflettere se sempre è, ed è stata, corretta la nostra immagine di Dio (o non, a volte, strumentale a forme di assoggettamento e violenza, anche di genere) e se, contemporaneamente, non dovremmo considerare come compito di ognuno – donne e uomini insieme – il ragionare sulle nostre concezioni del “maschile” e del “femminile”: solo un discernimento e un’azione davvero sinodali possono portare, nella comunità ecclesiale, ad affrontare nel migliore dei modi anche la piaga della violenza di genere.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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Famiglia: quanti e quali modelli?

25 Nov

Tra fede e laicità, un dibattito organizzato dagli Evangelici di Ferrara il 21 novembre scorso

famigliaIl tema della famiglia, con tutto quello che comporta in termini di educazione e genitorialità, è sempre più fonte di contrasti e diversità di vedute che spesso nocciono a tutti. Anche per questo l’Associazione Evangelica Cerbi di Ferrara ha scelto di dedicare il primo di due incontri del mese di novembre a questo ambito. L’iniziativa si è svolta lo scorso 21 novembre nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea. Al tavolo dei relatori, Giacomo Ciccone (Presidente dell’Alleanza Evangelica Italiana), Chiara Mantovani (Scienza&Vita Ferrara) e Paola Bastianoni (psicologa e docente dell’Università degli Studi di Ferrara, da tanti anni impegnata nella tutela, diritti e protezione dei minori). Quel che ne è venuto fuori è un dibattito schietto e ricco di argomentazioni, com’è, d’altra parte, nello stile dei relatori. Anzi, delle relatrici, in quanto sono state in particolare Mantovani e Bastianoni a confrontarsi – e a “scontrarsi” – in modo anche diretto su alcuni aspetti particolarmente controversi e delicati, come quello riguardante il rapporto tra genitorialità e generatività. Nulla comunque che non rientri nella normale dialettica, e che anzi va senz’altro a favore del chiarimento delle rispettive posizioni e del tentativo di incontro e di riconoscimento dell’altro. Dopo la presentazione da parte di Alfonso Sciasci (Associazione Evangelica CERBI di Ferrara), organizzatore delle due iniziative, ha preso la parola Ciccone, proponendo un breve excursus storico della sovranità nella modernità occidentale, e dimostrando, a suo dire, come questa si contraddistingua per una “tendenza assolutista, totalizzante o comunque verticistica, del potere”, e quindi del rapporto tra Stato e corpi intermedi. A questa visione dominante, Ciccone ha contrapposto la teoria del teologo tedesco riformato, morto nel 1638, Johannes Althusius, secondo cui la politica è sostanzialmente “relazione”, è “l’arte del consociare unità già esistenti”, una sorta di “eco-logia” che riguarda dunque non solo il potere sovrano ma anche, e soprattutto, i corpi intermedi, tra cui appunto la famiglia. Da qui – ha spiegato Ciccone – nasce la teoria della “sovranità delle sfere” o della “responsabilità differenziata”, che si distingue anche dal concetto di sussidiarietà di matrice cattolica, la quale conterrebbe “una certa dose”, negativa, “di gerarchizzazione”. La stessa idea di famiglia, nei modelli di pensiero dominanti – religiosi o laici – è anch’essa proposta come “assolutista, mentre noi, pur partendo da un’idea religiosa, siamo convinti si debba arrivare a una concezione ‘laica’ ”. La famiglia, infatti, ha spiegato il relatore, è “il nucleo fondamentale della società, un’entità pre-giuridica e pre-politica, per cui possiede diritti che non debbono essere assegnati da un sovrano superiore, ma semplicemente riconosciuti”. L’articolo 29 della Costituzione italiana (che inizia così: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”) si muove appunto in quest’ottica. Dall’articolo 29 della nostra Carta Costituzionale ha preso le mosse anche Mantovani: “lo sguardo della fede, diverso da quello sociologico – ha esordito -, chiede di vedere cos’è il bene, il bene per tutti, quindi il bene comune”. Per questo ha citato due affermazioni contenute nei lavori preparatori alla Costituzione di altrettanti padri costituenti cattolici, Giuseppe Dossetti e Aldo Moro. Nello specifico, il primo parlava di “diritti primordiali della famiglia”, il secondo la definiva “limite dello Stato”. “Per questo – ha proseguito Mantovani – nelle leggi dev’esserci, anche riguardo alla famiglia e all’educazione, sempre spazio per la coscienza, per la libertà e la responsabilità individuali. La natura sociale tipica dell’uomo chiede, anche oggi, un luogo dove abitare: la famiglia non è perfetta ma rimane comunque il luogo dove possono essere possibili una vita e un’educazione buone”. Ma la libertà individuale – ha incalzato la relatrice – nell’odierna società “spesso vive un rapporto problematico con il pluralismo di idee e la frammentazione culturale”, per cui, ad esempio, “la fede viene da molti considerata come qualcosa di non-razionale, come deficitaria rispetto ad una applicazione corretta della ragione”, e quindi, a suo dire, in un certo senso “discriminata”. “Mi chiedo quindi – ha concluso -: la società di oggi vuole espellere il cristianesimo dal consesso dei sistemi di valori?”. “Il panorama è complesso, non servono semplicismi ma c’è bisogno comunque di orientarsi”, ha spiegato invece Bastianoni. “La complessità non va vista solo come una nemica, e quella riguardante i modelli famigliari è frutto soprattutto delle trasformazioni avvenute dagli anni ‘60-‘70 del secolo scorso. Trasformazioni che – ha proseguito -, hanno portato a forme di convivenza e di generatività che prima non erano possibili. Basti pensare ad esempio alla possibilità (date dall’adozione e dall’inseminazione artificiale) per coppie sterili di poter accedere a un piano generativo e quindi alla genitorialità”. Per questo, oggi “generatività e genitorialità non sono tra loro più sovrapponibili, ma sono distinte, non coincidono necessariamente”. Inoltre, ha spiegato la relatrice, “non sempre vi è la convivenza tra i membri della famiglia, e fede e appartenenza culturale non sempre sono unici nella famiglia”. Da qui, il fatto che “non esiste più un solo modello famigliare, quello ‘nucleare’, in cui tutti questi aspetti coincidevano tra loro, ma appunto una pluralità”. Si pensi ad esempio, ha proseguito, “alla presenza di una badante nell’assistenza di una persona anziana, a una donna, quindi, che non vive coi propri figli e col proprio marito, ma con un’altra famiglia”, o al caso della vedovanza, per cui succede che una donna svolga, per semplificare, “sia le funzioni di cura sia quelle normative/regolative”. Oppure, come succedeva nel periodo delle guerre mondiali, il fatto che “l’uomo di famiglia fosse al fronte e quindi toccava alla donna la totale educazione dei figli. Nessuno – sono ancora parole della Bastianoni – si sente di dire che quest’ultimo caso abbia portato a privazioni psicologiche negli stessi figli”. Un altro caso, perlopiù del presente, ma simile a quest’ultimo, è quello ad esempio di “una donna che vive sola perché non ha mai voluto sposarsi, ma ha generato dei figli: lei può avere le stesse competenze genitoriali della donna rimasta sola nel periodo di guerra. La buona genitorialità – ha proseguito – non coincide necessariamente con la generatività. La prima è la capacità di accudire e quella di regolare, di dare cioè dei limiti: questa la si apprende prima e a prescindere dall’essere generativi – è presente addirittura nei neonati -, e a prescindere dalla fede, dall’orientamento sessuale e dal ceto sociale”. La complessità, insomma, secondo Bastianoni, “spesso ci crea fatica ma è sbagliato stigmatizzare i diversi modelli famigliari, trattandoli come non idonei”, soprattutto per le “ripercussioni negative” che questo stigma “può portare alle persone, soprattutto ai figli, che vivono in queste famiglie: il riconoscimento sociale è per loro fondamentale”. L’appuntamento è a venerdì 29 novembre, stesso luogo e stessa ora, per il secondo e ultimo incontro del breve ciclo, sul tema “Credere e non credere: libertà e pluralismo nella scuola”. A confrontarsi tra loro saranno Nazareno Ulfo (insegnante ed editore), Paolo Gioachin (insegnante di religione cattolica) e Mauro Presini (insegnante e giornalista).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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Stiamo lasciando il Papa solo?

18 Nov

E’ la tesi del vaticanista Marco Politi, il quale, da non credente, nel suo ultimo libro “La solitudine di Francesco” (presentato il 16 novembre a Ferrara) interroga laici, vescovi e cardinali, esortandoli ad avere più coraggio, a esporsi di più nel difendere il Pontefice dagli attacchi e nella sua missione di far conoscere il Dio della Misericordia e di costruire una Chiesa aperta e sinodale

papa3Il paradosso di un papa che fa dell’apertura, dell’incontro con l’altro, della prossimità al diverso e della sinodalità le cifre del proprio pontificato, riuscendo effettivamente spesso a mostrare il volto del Dio-Misericordia, ma che si trova sempre più con forti opposizioni interne ed esterne alla Chiesa. Questa dolorosa antinomia è ottimamente analizzata nell’ultima fatica del giornalista Marco Politi, “La solitudine di Francesco. Un papa profetico, una Chiesa in tempesta” (Laterza, 2019), da lui stesso presentata lo scorso 16 novembre nella libreria “Libraccio” di piazza Trento e Trieste a Ferrara (foto in basso). L’appuntamento è il primo del ciclo di incontri “Conversazioni. Il tempo dell’ascolto” organizzato da Confcooperative Ferrara, il cui Direttore ha introdotto la presentazione moderata da Andrea Mainardi e alla quale erano presenti anche il Vescovo mons. Perego e il Vicario mons. Manservigi. Un libro, quello di Politi, che affronta tutti i temi caldi del pontificato bergogliano, attraverso un approccio critico ma fraterno al Santo Padre. Non a caso, un ampio capitolo è dedicato alle terribili vicende riguardanti i casi di scandali e abusi sessuali (su minori, suore e seminaristi) dentro la Chiesa da parte di sacerdoti e vescovi. Tra tolleranza zero, opposizioni in Vaticano o nelle Diocesi coinvolte, ritardi, contraddizioni e tentativi di insabbiamenti, per Politi questo tema è “l’11 settembre del pontificato” di Francesco. “Il papa – scrive – sperimenta la violenza della guerra civile interna alla Chiesa”.

Il Dio di Francesco e la Chiesa da costruire

Eppure il Dio del papa, per Politi, “trascende la Chiesa, scavalca le barriere dottrinali, per lui Dio si manifesta a tutti gli uomini oltre ogni etichetta identitaria”. Il suo “è un Dio sempre in movimento, che non aspetta di essere cercato da esseri umani dal comportamento imperfetto, carente, ’tentennante’, dice il papa argentino. E’, invece, un Dio che cerca lui le persone”. Nella Chiesa come “casa aperta”, centrale è quindi la misericordia, tipica di un Dio vicino, intimo. Ed è, il suo, un “Dio delle sorprese, che apre nuovi orizzonti e mette sempre davanti a situazioni nuove”. “Tornare indietro e proclamare dal Vaticano un Dio giudice padre-padrone sarà difficile”, chiosa Politi. Di pari passo procede il tentativo di riforma della Chiesa. “Smontare la bardatura monarchica e assolutista del papato – scrive nel libro -, rendere la Chiesa un’autentica comunità, decentrare, valorizzare i vescovi nelle loro diocesi e le conferenze episcopali è l’obiettivo di Francesco. Ricreare il calore di una Chiesa partecipata, non burocratica, in cui i Vescovi non siano principi e i preti si liberino dal narcisismo profumato di sacralità, è il suo sogno. Una Chiesa concepita come popolo di Dio che ’cammina insieme’ sui sentieri della storia, uomini e donne di ogni cultura e orizzonte uniti come ‘membra del corpo di Cristo’, a partire da chi è messo ai margini e calpestato”. Lo stesso papa, anche quando denuncia la crescente “inequità” a livello globale, non smette mai di sentire il “bisogno di trovarsi faccia a faccia con un ‘tu’ ”. Interessante poi come Politi ripercorre il magistero sociale di Francesco, il suo sottolineare l’importanza per i credenti di “immischiarsi” lavorando per il bene comune, e, in un capitolo specifico, le varie discussioni sul ruolo e la dignità delle donne nella Chiesa, soprattutto riguardo ai ministeri e al sacerdozio. Insomma, come ha spiegato mons. Matteo Zuppi a Politi, “per Francesco non c’è un mondo da conquistare, ma dobbiamo sapere cogliere i semi di Dio che già sono in questo mondo”.

Opposizioni sempre più forti

Aprile 2017: dopo i Dubia avanzati da alcuni cardinali nel 2016, viene pubblicata una lettera dal titolo “Correctio Filialis”, la cosiddetta correzione “filiale e formale” ad alcuni punti della lettera apostolica Amoris Laetitia di Papa Francesco in cui i firmatari – 62 tra sacerdoti, professori, esperti e studiosi cattolici provenienti da 20 nazioni – accusano il Pontefice di sostenere tesi “eretiche”. Agosto 2018: viene diffuso l’atto d’accusa dell’ex nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, pieno di informazioni false e manipolazioni. Alcune settimane fa, cento tra studiosi e sacerdoti in una lettera pubblica attaccano il papa definendolo “eretico”, “superstizioso” e “sacrilego”, in seguito al Sinodo per l’Amazzonia e riguardo ad alcuni suoi gesti e parole. Resistenze nette, fin spietate, presenti fin dai primissimi mesi del pontificato. E sempre più strutturate, agguerrite, economicamente forti, decise a impedire che Bergoglio continui nella sua missione e che, dopo di lui, ci possa essere un Pontefice che prosegua, o addirittura accelleri e intensifichi alcune riforme radicali da lui iniziate. Politi nel libro analizza queste opposizioni a partire dal nostro Paese: “è un’Italia che Francesco non riconosce più”, scrive. “Un paese in cui le sue parole, pur riportate da televisioni e giornali, non riescono a invertire la tendenza che sta egemonizzando l’elettorato”. Il riferimento è soprattutto alle questioni legati ai migranti, alla loro accoglienza e integrazione. La rappresentanza di questa “opposizione” è incarnata in Matteo Salvini. “Per il Pontefice il vento illiberale, ostile al diverso, che soffia in Italia, in Europa e nel mondo è fonte di grande inquietudine”. Se possibile ancora più reazionaria è l’opposizione in Europa, soprattutto in parte dell’Est ex sovietico, nel cosiddetto Gruppo di Visegrád: resterà, purtroppo, nella storia il muro fisico (e non solo) di un milione di cattolici e nazionalisti polacchi dell’ottobre 2017 contro i “nemici” atei e islamici, benedetto da tanti vescovi. “Dio-Patria-Famiglia – scrive Politi – il motto dell’ideologia autoritaria cattolica e conservatrice – incombente in Europa e America Latina nel corso del Novecento -, ha trovato la sua resurrezione nei paesi dell’Est europeo passati dal comunismo sovietico al neoliberismo senza avere assorbito la cultura liberaldemocratica del pluralismo, della divisione dei poteri, della molteplicità culturale”. Punto di riferimento, il Presidente ungherese Viktor Orbán. “Nel settimo anno di pontificato – sono ancora parole dal libro -, Francesco si trova isolato di fronte a molti governi dell’Est europeo e a larga parte della loro opinione pubblica cattolica su temi per lui cruciali perché connessi all’idea di bene comune”. Non meno forte ideologicamente ed economicamente è l’opposizione negli Stati Uniti d’America: ruotante intorno al Presidente Trump, sostenuta da cattolici tradizionalisti ed evangelici fondamentalisti, è immersa in movimenti e gruppi fautori del “suprematismo bianco”, imbevuti di nazionalismo, anti-immigrazionismo e xenofobia. Secondo Politi, “Francesco non ignora il disorientamento delle classi popolari di fronte alla crisi economica, alla globalizzazione, all’inesorabile contrazione dei posti di lavoro. Fattori che provocano i sussulti identitari e l’emergere di leader populisti. Al contrario, proprio la crisi spinge il pontefice a insistere con il suo vangelo sociale. Il che, paradossalmente, alimenta gli attacchi contro di lui da parte delle varie correnti di destra sia neoliberiste sia identitarie”.

“Sorreggere Francesco” e non dividere la Chiesa

La critica dell’autore, ribadita anche nella presentazione a Ferrara, è comunque chiara ma espressione di una sentita preoccupazione. “Ciò che emerge […] nei passaggi fatali del pontificato è una spaccatura nella Chiesa, soprattutto nei suoi quadri. Il regno di Francesco è caratterizzato dal coagularsi di un duro fronte conservatore. […] A fronte di questo nucleo aggressivo – scrive Politi – c’è una scarsa mobilitazione dei sostenitori della linea riformatrice di Francesco. Vescovi e cardinali si affacciano poco sulla scena a difendere il papa o ad appoggiare gli obiettivi di cambiamento. […] Tra riformatori e conservatori si stende la palude di quanti nella gerarchia sono legati alla routine e sono restii a misurarsi con la novità della storia, quelle che il Vaticano II chiamava ‘segni dei tempi’ ”. Il teologo Hans Küng a Politi spiega: “Bisogna sorreggere Francesco”. E’ importante non dimenticare che “per Bergoglio la cosa più importante è mettere in moto dei processi”. Ma i processi – è giustamente anche il pensiero di Politi- o sono collettivi o non sono, o sono frutto di un discernimento e di un’azione comunitaria e partecipata oppure a vincere saranno “un odio e un disprezzo viscerali, molecolari”, già molto diffusi, che avvelenano la vita della Chiesa, incancrenendo spesso anche i rapporti tra persone nelle stesse parrocchie e comunità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2019

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La missione è fatta di opere concrete: continua il percorso condiviso dei laici

5 Nov

Il 30 ottobre in Seminario nuovo appuntamento nel cammino della Giornata del Laicato, per iniziare a delineare proposte concrete sui tre ambiti – “Laboratorio della fede”, “Incontri con la Parola”, “Bottega della Parola” – emersi nell’ultimo anno

_5408Può una giornata durare 9 mesi? Sì: è il caso della “Giornata del Laicato” (GdL), che ogni anno vede due o tre appuntamenti principali ma mai isolati, anzi sempre il frutto di relazioni, incontri – pubblici e di tanti privati – fra persone da ogni angolo di Ferrara-Comacchio, che amano agire e ragionare non solo in un’ottica parrocchiale o associativa, ma anche, e sempre, appunto, diocesana. Dopo l’appuntamento dello scorso 29 settembre a Codigoro e in attesa del prossimo incontro del maggio 2020, un importante momento, al tempo stesso di confronto e organizzativo, si è svolto la sera del 30 ottobre. Una quarantina di persone si sono ritrovate nel Seminario di Ferrara per iniziare a ragionare insieme su come dar vita a progetti concreti che – nell’ottica della sperimentazione di linguaggi e di un rinnovato spirito missionario (ne parla Giorgio Maghini nella rubrica mensile, che inauguriamo su “la Voce” dell’8 novembre 2019) – sappiano rispondere a esigenze di singoli, famiglie, parrocchie e comunità, dando forma concreta a uno spirito fraterno e sororale di cui sempre più persone (credenti e non) sentono l’urgenza. “Tutto ciò – ha spiegato lo stesso Maghini nell’incontro del 30 ottobre – sempre partendo dall’idea di metterci a servizio dell’intera Arcidiocesi”, evitando di calare dall’alto eventuali progetti. Maghini ha portato ad esempio cinque proposte già esistenti: “Infiniti” (quattro brevi serate teatrali per trasmettere la propria tradizione di fede in modo innovativo), “La porta dei Mesi” (ricrearla con proiezioni in piazza, musiche e letture della Parola), “Il libro degliAtti” (raccontare il proprio rapporto personale con la Parola, partendo quindi dal proprio vissuto), “Presenti” (organizzazione di incontri della parrocchia nel proprio quartiere, a dimostrazione di quanto si può voler bene all’ambiente nel quale si vive), e “Arte e catechesi” (rendere fruibile quel “libro” di catechesi che sono Ferrara e la sua provincia per le opere architettoniche e artistiche presenti). La serata ha visto quindi i partecipanti dividersi spontaneamente in tre gruppi, in base ai tre insiemi di proposte emerse dalla GdL: “Laboratorio della fede”, “Incontri con la Parola” (conoscenza della Parola, Lectio Divina) e “Bottega della Parola” (linguaggi sempre nuovi per portare la Parola di Dio). Riguardo al “Laboratorio della fede”, si tratterebbe di un percorso pensato per giovani coppie con figli molto piccoli, un’esperienza di fraternità fatta di piccole e semplici cose, di incontro fra le persone, pensando in particolare a quelle tante coppie che, per mancanza di tempo, sfiducia nei confronti della Chiesa, o altro, si sono allontanate dalla parrocchia d’appartenenza. Un’esperienza, quindi, amicale, empatica, che tocchi la quotidianità, le paure e i bisogni delle giovani famiglie, senza l’ansia di “arruolare” nessuno ma col solo desiderio di rendere di nuovo la Chiesa un luogo accogliente, non giudicante, “caldo”, un luogo di ritrovo, davvero famigliare e conviviale. Nel gruppo dedicato ai cosiddetti “Incontri con la Parola” si sono alternati i racconti di esperienze già in atto in Diocesi, ragionando su come non creare doppioni ma valorizzando questa ricchezza presente per raggiungere persone che in parrocchia non ci andrebbero mai – e forse non ci sono mai andate -, con un’attenzione allo stesso linguaggio verbale, in modo che avvicini e non crei distanza. Al contrario, è fondamentale calarsi nelle singole situazioni, calando a sua volta la Parola nella vita concreta delle persone, evitando moralismi e cercando sempre di partire dalla propria esperienza personale, dalle domande che la vita pone a ognuno, perché “quando le persone si sentono amate sul serio, si aprono come non hanno mai fatto”. Ultimo ma non meno importante, il gruppo sulla “Bottega della Parola”: diverse sono le proposte emerse, riguardanti pellegrinaggi nel territorio diocesano, appuntamenti per i bambini di gioco e riflessione, incontri tra generazioni diversi, la promozione del teatro amatoriale, eventi con i cosiddetti “libri viventi”, la partecipazione a “Monumenti Aperti”, spettacoli teatrali dei bambini, incontri per genitori, video-making, e altro ancora. Insomma, l’officina dei laici di Ferrara-Comacchio è sempre operosa e aperta a chiunque voglia lavorarci o semplicemente ascoltarne le “voci”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2019

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Con gli ultimi per le strade del Brasile

4 Nov

Fino al 29 novembre a Ferrara l’annuale Mercatino della Fantasia organizzato da don Sibani per finanziare progetti solidali nel Paese dell’America Latina: quest’anno in mostra le storie e le voci dei “senzatetto”, i “moradores de rua”. Abbiamo anche incontrato i quattro giovani missionari brasiliani che rimarranno fino a dicembre nella nostra Diocesi

sibani e ragazzi 2“Dio mi ha liberato dalla prigione”, spiega Eli, 39 anni, alcolista, che una sera, appena ha visto un sacerdote venire da lei e dagli altri “invisibili”, gli ultimi degli ultimi nelle città brasiliane, per aiutarli, pur non conoscendolo, gli è corso incontro e lo ha abbracciato. Quel sacerdote è don Roberto Sibani, che da 25 anni a Parauapebas, nello Stato brasiliano del Parà, porta avanti il progetto del “Cammino di fraternità”, in aiuto alle diverse realtà di povertà e di sofferenza estreme. L’estate scorsa ha trascorso i consueti due mesi nel Parà, fra giugno e agosto. Anche quest’anno, per finanziare alcuni progetti specifici, dallo scorso 31 ottobre fino al prossimo 29 novembre organizza il Mercatino della Fantasia nel Mercato coperto di via Boccacanale di S. Stefano a Ferrara (entrata da via del Mercato, 7, sotto il porticato), dedicato in particolare ai “moradores de rua”, letteralmente “coloro che vivono per strada”, i “senzatetto”.

I quattro giovani missionari: Elayne, Rosinha, Thainan e Renato

Ad aiutarlo quest’anno, oltre ad alcuni parrocchiani e parrocchiane di Pilastri e Burana, ci sono quattro giovani missionari brasiliani: due maschi, Thainan Mendonca e Renato Barreto, e due femmine, Elayne Fantin Fracalossi (tre dei suoi nonni sono italiani, di Pordenone e del Trentino) e Rosinha Favalessa (qui in Italia con don Sibani per il secondo anno consecutivo), provenienti dallo Stato Espírito Santo, nella parte sudorientale del Paese. Per la precisione, Rosinha e Elayne provengono dalla città di Linhares, mentre Renato e Thainan da Cachoeiro de Itapemirim. Sono arrivati ospiti di don Sibani lo scorso 11 settembre e rimarranno fino al 10 dicembre. “Per ora abbiamo avuto modo di fare tre giorni di ritiro spirituale ad Assisi e di visitare Padova e Venezia. La nostra quotidianità – ci spiegano – è fatta di animazione della S. Messa, di serate con i ragazzi del catechismo, di attività con i bambini, come la Festa del “ciao” insieme ai giovani di Pilastri – e di incontri coi genitori. Inoltre, portiamo l’Eucarestia a chi non può venire a Messa e visitiamo le famiglie”. Attività, quest’ultima – come del resto le altre – che molto spesso svolgono, come Ministri formati, in Brasile, in quanto, ci spiegano, “spesso i sacerdoti non sono sufficienti per portare sempre l’Eucarestia e la Parola di Dio a tutte le famiglie e le persone che vivono sparse nelle vaste zone del nostro territorio”. Fino a pochi mesi tutti e quattro vivevano in una comunità dove a tempo pieno si dedicavano alla missione in varie zone del Brasile. Poi la comunità è stata chiusa e ora faticano a trovare un lavoro: Elayne, ad esempio, è laureata in psicologia, e, ci spiega, “il mio sogno è di avere anche la cittadinanza italiana e magari di venire a vivere qui in Italia”. Rosinha, invece, è laureata in estetica del corpo e vorrebbe lavorare in questo ambito. Parlando poi del modo di vivere l’appartenenza religiosa nel loro Paese e nel nostro, ci spiegano come “in Brasile è diffusa l’idea che in Italia siate tutti cattolici e praticanti, ma venendo qui abbiamo capito che non è più così, e che lo è sempre meno. In Brasile, invece, è diverso: moltissimi sono anche i giovani e gli adolescenti che svolgono attività nelle parrocchie e nelle comunità, nonostante le chiese evangeliche stiano prendendo sempre più piede, e a volte, purtroppo, somiglino più ad aziende interessate a fare soldi che a comunità ecclesiali”.

La mostra sulle vite “barcollanti” dei “moradores de rua”

Nel Mercatino di Ferrara don Sibani ha scelto di appendere anche, oltre ai pannelli, alcuni oggetti, fra cui un pezzo di cartone e una bottiglia di Cachaca 51, un liquore brasiliano: come reliquie della sofferenza, sono rispettivamente l’alcova e la misera consolazione dei tanti “moradores de rua”, costretti spesso a lavarsi in fiumi e canali putridi, a prostituirsi per pochi spiccioli, a cadere nella trappola dell’alcool e delle droghe (il crack, e la maconha, ovvero la marijuana). Nella copertina della mostra a loro dedicata (di cui è disponibile anche un catalogo), don Sibani ha scelto di metterci il volto di Gabriel, che per anni ha girato a piedi scalzi a Parauapebas, per questo era chiamato “Andarilho”: “una persona innavicinabile – ci spiega -, finché Lima Rodrigues, un giornalista, l’ha aiutato a ritrovare la propria famiglia. Pochi mesi dopo, però, il 2 febbraio scorso, è morto di infarto”. Per poter conoscere e aiutare questi senzatetto, don Sibani ha contattato due gruppi che li aiutano, due “unità di strada”: i “Guardiani dell’amore”, nato un anno fa e guidato da Ana Paula Alves, e il CEMAP (Centro di Missione “Amando il Prossimo”) della pastora evangelica Aldeane “Mel” Nascimento. “La prima sera – ci racconta – Ana Paula mi ha accompagnato da alcuni ‘moradores de rua’: ho conosciuto, cenato e pregato con Fabrini, Natanael e Devid, che erano contentissimi perché per la prima volta un sacerdote cattolico andava da loro”. Poi ha avuto modo di parlare anche con Luiz Felipe, Valdecir, Valerio, Adeilson, Josemar e Antonio Carlos, persone dai 17 ai 55 anni, le cui vite “barcollanti” sono raccontate in prima persona nella mostra e nel catalogo. A tanti di loro don Sibani ha donato anche alcune magliette e cappellini delle passate edizioni di “Ragazzinfesta”, a sua volta regalategli dal Seminario di Ferrara. E poi c’è il CEMAP della pastora Mel che, ci spiega don Sibani, “li ascolta, prepara loro la cena, prega con loro”, spesso trovandoli ubriachi marci davanti all’Ospedale, come nel caso di Riomar, Narco, Josè, Rafael, Leandro, Domingos e di una donna, Eli, di cui abbiamo accennato prima: “la prima volta che l’ho conosciuta, sembrava quasi morta da quant’era ubriaca”, prosegue don Sibani: “appena mi ha visto, mi è venuta incontro e mi ha abbracciato, perché si è sentita accolta. Sono rimasto sconvolto”. Altri “moradores de rua” il sacerdote li ha conosciuti nella comunità “Fazenda da Esperanca”, aperta lo scorso febbraio su una collina fuori Parauapebas, e dove le cure fisiche si accompagnano a quelle spirituali. “Quasi tutte le persone che ho incontrato – ci spiega ancora don Sibani – hanno ancora ben presente la realtà di Dio, che è rimasta, nonostante tutto, nei loro cuori”. Proprio il Mercatino della Fantasia aperto a Ferrara fino al 29 novembre serve a raccogliere finanziamenti per costruire la cucina e il refettorio della “Fazenda da Esperanca”. Qui altri progetti riguardano un piccolo allevamento di galline per le uova e un panificio dove già vengono prodotti biscotti. Il 21 e 22 giugno scorsi, invece, è stato inaugurato il salone di 360 mq denominato “Fest Sole Lua” e presentato il restauro della Casa della Pastorale dei Bambini a Parauapebas, resi possibili con i soldi ricavati dal Mercatino della Fantasia del 2018. Si tratta dell’ultimo delle decine di progetti portati a termine in questo quarto di secolo grazie al ricavato dei Mercatini e della raccolta dell’oro, che prosegue, e che conta già quasi 1300 donatori.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2019

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Don De Ponti è tornato alla Casa del Padre: il ricordo commosso della sua gente

4 Nov

“Donde”, sacerdote salesiano, è spirato la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre scorso. Il 6 novembre, nel pomeriggio, le esequie celebrate dal nostro Arcivescovo nella chiesa di San Benedetto

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Ricordi e pensieri dedicati a don De Ponti, da parte di parrocchiani di San Benedetto, li trovate su “la Voce” dell’8 novembre e li troverete anche sull’edizione del 15 novembre.

Confessore, guida spirituale, sacerdote. Salesiano, da sempre. Don Gianalfredo De Ponti, per molti “Donde”, ha segnato per 56 anni la vita e la spiritualità di un’intera comunità, quella di San Benedetto a Ferrara, quella dei Salesiani e di molte altre persone. Per questo, la notizia della sua scomparsa, avvenuta la notte del 31 ottobre scorso, si è diffusa fin dalle primissime ore del mattino di Ognissanti destando in tanti, di diverse generazioni, una commozione e una gratitudine per nulla scontate. Le esequie sono state celebrate dall’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego nel primo pomeriggio di mercoledì 6 novembre nella chiesa di San Benedetto, mentre il pomeriggio precedente in tanti si sono ritovati per dare l’ultimo saluto, nella chiesa stessa, a questo sacerdote così tanto amato e che così tanto amava la sua gente. Don De Ponti nasce il 24 ottobre 1929 a Treviglio (BG) da Giuseppe De Ponti e Adele Maria Bambina Orrigonida, contadini. Il 24 maggio 1946 fa domanda per diventare salesiano, e il 20 giugno dello stesso anno la madre muore all’improvviso a soli 38 anni. La sua professione religiosa risale al 16 agosto 1947 a Montodine (CR), mentre l’ordinazione sacerdotale avviene dieci anni dopo, il 29 giugno 1957 a Monteortone di Abano Terme (PD). Nel frattempo, si laurea anche in matematica, materia che insegnerà. Nel 1963 arriva, dopo esperienze a Bologna e Milano, come insegnante e catechista, al Collegio San Carlo di Ferrara: per più di 26 anni è stato confessore ordinario in Seminario, oltre che Amministratore e vicario parrocchiale di San Benedetto e assistente spirituale dell’UNITALSI (ben 49 sono i viaggi compiuti a Lourdes). Nel giugno di due anni fa l’avevamo incontrato nel suo studio a San Benedetto in occasione del suo 60° anniversario di sacerdozio. Riguardo alla prematura scomparsa della madre, ci raccontò: “con smarrimento ho rivolto a Dio la domanda: ‘perché?’. Col tempo, dopo un lungo processo di maturazione, la mia domanda è diventata: ‘Dio, cosa vuoi dirmi con ciò?’. Sono arrivato a comprendere come la sua morte mi ha permesso di arricchirmi spiritualmente per la missione a cui Dio mi chiamava, quella di essere sacerdote”. Nello stesso incontro, ripercorrendo alcune delle tappe più importanti della propria esistenza, condivideva con noi alcune riflessioni maturate in tanti anni: “nove mesi prima di diventare sacerdote ho vissuto un periodo di paura e smarrimento. Anche per me, spesso in questi anni, vi sono stati momenti di buio, come Gesù nel Getsemani. Ma tutto è grazia, tutto è dono, Dio è stato ed è sempre fedele, nel senso che non mi ha mai abbandonato. Ciò che importa è da un lato fare esperienza del nostro limite, della nostra miseria, e dall’altra parte fare esperienza della Misericordia di Dio: quest’ultima è sempre più grande della prima”. Rileggiamo queste sue parole come fossero una sorta di testamento. Perché sono parole di carne e sangue, parole di vita. Quella che “Donde” ha donato, ogni giorno, alla gente che amava.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2019

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“Nell’orrore ritrovavo la libertà delle cose vive”: 10 anni fa moriva Alda Merini

21 Ott

Il 1° novembre 2009 ci lasciava la poetessa milanese: una vita in perenne tensione tra il dolore e la ricerca pura di una bellezza eterna. Sempre in bilico tra malattia mentale, scrittura e fede

di Andrea Musacci

Alda_Merini“Quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”: si potrebbe sintetizzare con queste sue parole l’esistenza unica, divina e tremenda, di Alda Merini, deceduta esattamente 10 anni fa, il giorno di Ognissanti. Figlia tanto adorata quanto maltrattata, donna che ha fatto della poesia molto più che una scrittura, un modo di esprimere tanto il delirio e le piaghe interiori quanto quella grazia da lei sempre accolta. Donna afflitta da quello stesso male che la accomunava a Clemente Rebora – vittima, come gli diagnosticarono, di “mania dell’eterno” – e Dino Campana, solo per citarne due. Alda Merini nasce il 21 marzo 1931 a Milano. Il padre Nemo Merini, con lei molto affettuoso, è impiegato di concetto presso le assicurazioni, la madre, Emilia Painelli, è casalinga e donna molto severa. Alda è secondogenita di tre figli, tra Anna, nata il 26 novembre 1926, ed Ezio, nato il 23 gennaio1943. Esordisce come autrice a 15 anni, attraverso un’insegnante delle medie viene presentata ad Angelo Romanò che, apprezzandone le doti letterarie, la mette in contatto con Giacinto Spagnoletti, il quale divenne la sua guida, valorizzandone il talento. Nel 1947, viene per la prima volta internata per un mese nella clinica Villa Turro a Milano, dove le diagnosticano un disturbo bipolare. Spagnoletti sarà il primo a pubblicarla nel 1950, nell’“Antologia della poesia italiana contemporanea 1909-1949”. Terminata la difficile relazione con Giorgio Manganelli, il 9 agosto 1953 sposa Ettore Carniti, operaio e sindacalista, in seguito proprietario di alcune panetterie di Milano. Nasce in quello stesso anno la prima figlia, Emanuela, mentre nel ’57 nasce la secondogenita Flavia. Anni dopo, fra il ’64 e il ’72, verrà internata nell’Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini”, con alcuni ritorni in famiglia, durante i quali nascono altre due figlie, Barbara e Simona, che saranno affidate ad altre famiglie. Si alterneranno in seguito periodi di salute e malattia, probabilmente dovuti al disturbo bipolare. Nel 1979 riprende a scrivere, dando vita ai testi poi raccolti in “La Terra Santa”. Nel luglio del 1986 fa ricorso al reparto di neurologia dell’Ospedale di Taranto. Nello stesso anno riprende a scrivere e pubblica “L’altra verità. Diario di una diversa”, il suo primo libro in prosa. Soprattutto negli anni 2000 rivive un periodo mistico, dal quale escono diversi libri e antologie di poesie. Muore il 1° novembre 2009, all’età di 78 anni, a causa di un tumore osseo all’Ospedale San Paolo. Dopo l’allestimento della camera ardente, aperta ii giorni successivi, i funerali di Stato sono stati celebrati il 4 novembre nel Duomo di Milano. Oggi Alda Merini è tumulata al Cimitero Monumentale di Milano, nella Cripta del Famedio.

L’INFERNO…

“Mi misero a letto, ma nessuno mi carezzò la fronte. Anzi mi legarono mani e piedi”, racconta lei stessa della prima volta che la portano in manicomio. Ed emerge così fin da subito in quale inferno si possa vivere laddove manca amore, riconoscimento dell’altro, qualsiasi minimo gesto o sguardo d’umanità: “il mio dolore […] è l’impegno o l’impressione che Dio mi abbia emarginato dal suo grande sapere”. Dopo il lavaggio mattutino collettivo, spiega ancora lei, “ci allineavano su delle pancacce sordide, accanto a dei finestroni enormi, e lì stavamo a guardare per terra come delle colpevoli, ammazzate dall’indifferenza, senza una parola, un sorriso, un dialogo qualunque. Io avevo sete di verità e non capivo come ero potuta capitare in quell’inferno”. Corpi trattati come quelli di bestie, mentre dietro le grida, gli spasmi e la pesantezza di quelle carni si nascondevano amori, sogni, dolori, tradimenti mai accettati. Mai sopita ribolliva inestinguibile quella “sete di verità”. Una sete soffocata ma in lei divenuta fonte di bellezza, nonostante quella “condanna”, negli anni, proseguì anche fuori dal recinto manicomiale, nelle solitudini del quotidiano: “quando mi sveglio al mattino – scriveva, abbandonata, nella sua casa -, e guardo fuori dalla finestra, e mi sento sola, so che nessuno per quel giorno verrà a trovarmi; che, se vorrò, sarò io che dovrò andare a ‘rompere le balle’ agli altri. E questo mi fa male perché io non voglio infastidire nessuno. Ma a volte la solitudine è una cosa atroce, il silenzio è una cosa insopportabile. In manicomio ci avevano abituati al silenzio. […] Il manicomio non finisce più. È una lunga pesante catena che ti porti fuori”.

…E CIO’ CHE INFERNO NON È

“Ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini”, scrive Alda Merini per dar voce a una verità altrimenti sepolta. Nel manicomio “il tono lucido del delirio diventava corpo e mistero. L’iniziazione si compiva lì, proprio ai margini della sofferenza più inaudita e noi non avevamo specchi per vedere questo mutamento graduale, ma sapevamo, sentivamo che segretamente avvenivano dei traslati. […] Dentro però io avevo uno scrosciare d’acque gementi, di acque turgide di libertà e profonde. Qualcosa si chiudeva all’esterno ma dentro io rimanevo libera”. Una continua dissanguante tensione inonda le sue giornate, dando senso a un’esistenza, nello sguardo sempre duplice rivolto agli abissi e agli splendori dell’essere. Così lei stessa cerca di esprimerlo: “non avevo intorno che un senso di buio e di incertezza. L’inquietudine era soverchia. Paralizzava persino i movimenti. E ciò nonostante, credo che dentro quel buio avrei trovato una via di uscita”: “avevo fame di cose vere, naturali, primordiali; avevo fame di amore. L’avrebbero mai capito gli altri?”. Questa “fame di amore”, questa capacità – per nulla scontata – di scorgere luce da quelle feritoie insopportabili – la trasfoma in una persona che può amare: “scoprii che i pazzi avevano un nome, un cuore, un senso dell’amore e imparai, sì, proprio lì dentro, imparai ad amare i miei simili”. È la misericordia, così assurda e straniera in quel luogo, e per questa ancor più ammantata di grazia: “una volta un’ammalata mi appioppò un sonoro ceffone. Il mio primo istinto fu quello di renderglielo. Ma poi presi quella vecchia mano e la baciai. La vecchia si mise a piangere”.

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L’INTERIORITA’, LO SCRIVERE, LA FEDE

Uno dei grandi doni di Alda Merini – a lei stessa e a tutti noi – è stato quello di riuscire, nella disumanità del ricovero, sempre a conservare uno spazio sacro nella propria anima, un luogo inattaccabile, vivo. È ciò che, in fondo, le ha permesso di sopravvivere in quel pozzo maligno: “il lato più sussurrato, più nascosto, più inatteso, forse più prezioso è però quello meno caro a tutti, perché per tutti io sono una pazza”, sono sue parole. Questo lato recondito è puro “spazio d’amore”, “uno spazio di grande ricerca”. Ricerca e salvezza che, nel suo caso, hanno avuto nell’espressione letteraria un’àncora alla quale aggrapparsi: “grazie alla parola, chi ha scritto queste pagine non è mai stata sopraffatta – scrive Giorgio Manganelli nella prefazione a “L’altra verità” – , ed anzi non è mai stata esclusa dal colloquio con ciò che apparentemente è muto e sordo e cieco; la vocazione salvifica della parola fa sì che il deforme sia, insieme, se stesso e la più mite, indifesa e inattaccabile perfezione della forma”. Com’è lei stessa a esprimere, “lo scrivere può diventare un vizio congenito allorché tiene il luogo di una presenza essenziale, talmente bella e felice da trovare appagamento soltanto in una poesia anomala e anormale, quasi pellegrina”, riflesso pieno di un’anima inquieta fino alla malattia, fra disperazione e desiderio di gioia. “Alle volte – scrive – l’angoscia […] mi diventava così forte che dovevo lasciarmi andare a piangere sopra il cuscino” e dunque aveva “voglia di incontrare una morte scheletrica, che abbia l’armonia del riposo. E dire: ‘Va’, consegnami a Dio. Consegnami a Dio, anima turbinosa e infelice, portata via dal cielo sulla morte tremenda di questa ignobile terra’ ”. Ma proprio in quei momenti “mi aggrappavo terribilmente alla fede”, fino a dover scrivere, in un crescendo di consapevolezza, queste parole: “l’unica identità che io conosco è proprio questa meravigliosa identificazione con Dio. Questa familiarità con Dio. Questo discorso con Dio”, perché “solo Dio ha il potere di disarcionare un’anima”, può far vedere anche a un’anima che ha conosciuto l’inferno, come, nella sua essenza, “niente è funesto e che tutto può muovere al bene”.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 ottobre 2019

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“E’ facile nei fragili di spirito, nei deboli di mente, per un amore che hanno impedito si svolgesse, far nascere un delirio. Il debole di mente continua il suo lavoro, monotonamente si svolgono le giornate, di lui nessuno si occupa, quasi tutti coloro che lo circondano sono davanti a lui superbi e giudicano i sentimenti del debole di mente privi di forza, degni di disattenzione. Non si vuol considerare che i sentimenti sono il più grande ed emozionante mistero, quelli che ci uniscono per un golfo sotterraneo con qualcosa di divino, con un Dio che non abbiamo mai visto ma sappiamo esistere e ci fa paura. Gli umili di mente con Costui di continuo conversano senza saperlo” .

(Mario Tobino, “Le libere donne di Magliano”)