Tag Archives: Cristianesimo

Se a Ferrara il “cappelletto accogliente” esiste da 20 anni…

7 Ott

L’esempio di una famiglia italo-pakistana di Ferrara: una riflessione a partire dalla querelle bolognese e di come la tradizione sia da intendere come apertura all’altro senza necessariamente rinnegare le proprie radici

02_Cappelletti_-_Cappellacci_-_Pasta_ripiena_-_Cucina_tipica_-_FerraraA livello nazionale si è discusso per giorni del famigerato “tortellino dell’accoglienza”, proposto a Bologna in occasione della festa del patrono, San Petronio, come alternativa, accanto al turtlén tradizionale, a chi, ebreo o musulmano, per cultura, abitudine o tradizione, sceglie di non mangiare carne di maiale. Apriti cielo: l’Arcidiocesi è stata costretta a spiegare, con un comunicato ufficiale, come incontro con l’altro significhi, appunto, andargli “incontro”, e quindi rispettarne anche usi e costumi sempre che a venir meno non siano principi fondamentali (e non è certo questo il caso). Evidentemente, però, per alcuni puristi – ideologici a tutto tondo, non solo a livello culinario – è più importante la forma che la sostanza. Sostanza che, fra l’altro, certo non manca nemmeno a livello gastronomico, per questa novità ideata dall’Associazione Sfogline di Bologna e Provincia insieme al Forum delle associazioni familiari dell’Emilia Romagna, organizzatori della festa insieme al Comitato per le manifestazioni petroniane, di cui fanno parte Comune e Diocesi. Ma questa diatriba felsinea ha lasciato “basita” una famiglia ferrarese, composta da Elena, Ullah e dai loro figli adolescenti, Haroon e Sagid, abituata dal 2001 a gustarsi nelle feste natalizie il “cappelletto musulmano”, come loro stessi lo hanno battezzato. Elena, infatti, è cattolica e ferrarese doc, e non intende rinunciare alle proprie tradizioni. Ullah, invece, pakistano e musulmano. Essendo a conoscenza delle usanze del suo Paese d’origine, la nonna e la prozia materne di Haroon e Sagid, di comprovata stirpe estense (dunque ben consapevoli di cosa significhi, anche a tavola, l’identità), hanno “alleggerito” il batù della carne suina, sostenute dagli altri membri della famiglia, senza che “l’ombelico di Venere” fosse in alcun modo “desacralizzato”. Questa innovativa tradizione famigliare e interreligiosa, apparsa a loro da sempre come “naturale”, nel 2017 ha anche ricevuto un piccolo ma importante riconoscimento pubblico. Haroon, allora 12enne frequentante il secondo anno dell’Istituto Comprensivo “Dante Alighieri”, insieme alla propria classe ha partecipato all’annuale concorso indetto dall’Istituto, denominato “Habitat”, nel quale gli studenti sono invitati – attraverso le più svariate forme artistiche – a raccontare, partendo dalla traccia “C’era una volta…e c’è ancora”, cosa significhi l’ambiente nel quale si vive, dunque anche di riflettere sulle proprie tradizioni. Haroon realizzò un video di quasi tre minuti nel quale, mentre nella prima parte venivano illustrati alcuni luoghi e piatti tipici della sua duplice identità – quella ferrarese e quella pakistana -, nella seconda, lui stesso spiega la genesi e la realizzazione, grazie anche alla prozia, del “cappelletto musulmano”. Nella cerimonia di premiazione, svoltasi il 10 maggio al Teatro Comunale, Haroon non solo vinse il secondo premio (ex aequo con altri) ma anche un premio speciale, che la giuria gli assegnò all’unanimità per l’originalità con la quale scelse di declinare il tema della tradizione e dei valori. “Questi due mondi sembrano inconciliabili, vero?”, spiega lui stesso all’inizio del video, concludendo poi con questa frase argutamente ironica e che mostra come fossero evitabili tanti “travasi di bile” emersi nei giorni scorsi sulla querelle bolognese: “non esiste differenza culturale che riesca a fermare nonne e zie emiliane!”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” l’11 ottobre 2019

http://lavoce.epaper.digital/it/news

https://www.lavocediferrara.it/

 

Annunci

“Fondamentale nel nostro cammino di fede, mancava una proposta così”: la parola agli iscritti della Scuola di Teologia per laici

7 Ott

Diamo voce a chi ogni venerdì sera lo trascorre in Seminario per le lezioni: dal Sottufficiale dell’Aeronautica all’operaio, ecco le loro motivazioni e alcune proposte pratiche

_8853“Mi sembra impegnativa e seria, ma così dovrebbe essere ogni progetto”. Questa frase di Giuseppe Miccoli ben rappresenta il pensiero dei 117 iscritti alla neonata Scuola di teologia per laici intitolata a “Laura Vincenzi”, le cui lezioni sono iniziate il 20 settembre scorso nel Seminario di Ferrara. Un impegno non da poco ma che dimostra come la proposta della nostra Arcidiocesi stia riscuotendo un ottimo successo. Nelle ultime settimane abbiamo interpellati fgi iscritti per conoscere chi sono, per comprendere dalla loro viva voce le motivazioni di questa scelta, domandando anche come questa proposta si possa migliorare. Nel momento in cui scriviamo (ma le iscrizioni sono ancora aperte) la Scuola, come detto, registra un totale di 117 iscritti, dei quali 82 ordinari, 15 uditori, e 20 partecipanti al Modulo di ebraico biblico ed ebraismo che si svolge a Casa Cini ogni lunedì. In totale, 63 donne e 54 uomini hanno scelto di dedicare parte del loro tempo settimanale per frequentare le lezioni in Seminario e per lo studio individuale. Di quanti ci hanno risposto (circa un terzo), solo tre in passato sono stati iscritti al nostro Istituto di Scienze Religiose. Quasi tutti coloro che hanno accettato di rispondere alle nostre domande, sono laureati, anche se uno di loro si è fermato al diploma di Terza media. Una decina sono pensionati, uno è disoccupato, e gli altri si dividono fra impieghi statali, libere professioni e altro: si va da un Sottufficiale dell’Aeronautica Militare a una cuoca, da un’audiometrista a un operaio, da una casalinga a un ricercatore dell’IMAMOTER, da un fisioterapista a un agente immobiliare. Molti di loro sono a vario titolo impegnati nella propria parrocchia d’appartenenza, perlopiù come catechisti. Gli altri si dividono fra volontariato nella Caritas o impegno in associazioni e movimenti diocesani (Azione Cattolica, Scout, SAV, Papa Giovanni XXIII) o laiche (AVIS, Croce Rossa, Avvocati di strada). Amore e conoscenza: perché trascorrere il venerdì sera a Scuola… “Approfondimento”, “conoscenza”, “formazione”, “competenza”, “amore”, “cammino di fede”: sono queste le parole che ricorrono maggiormente nelle motivazioni degli iscritti. A dominare è la volontà di iniziare o proseguire un percorso formativo e al tempo stesso di fede, culturale e spirituale insieme, spesso “per mettere in pratica un desiderio che avevo da tempo” e che ora questa proposta diocesana realizza. Scandagliando meglio le risposte, notiamo in diverse persone come lo studio possa essere particolarmente utile anche nel proprio impegno di catechista, “per trasmettere – spiega Giuseppe Claudio Aquilino -, con più competenza l’insegnamento biblico”, per “far conoscere ai bambini in particolare la figura del Maestro”, dice Catia Massarenti, catechista a Vaccolino; oppure, risponde Daniela Previato, catechista a Malborghetto – “perché è forte la necessità di una formazione adeguata a chi come me ha scelto di testimoniare ai più piccoli la bellezza dell’incontro con Gesù”. “Chi Lo ama non può non voler approfondire la conoscenza anche con lo studio – sono parole di Chiara Fantinato -, soprattutto se si è impegnati nella pastorale catechistica ed educativa”. Per Gabriele Guerzoni, sono conoscenze importanti “da mettere al servizio in Parrocchia”, per il mio ruolo di Ministro Straordinario dell’Eucarestia, riflette invece Teresa Semenza, o, per Chiara Cortesi, perché “possa essermi di aiuto per eventuali attività pastorali che si possono presentare in futuro”. Secondo Michelina Grillo è fondamentale “scoprire la dimensione teologica radicale dell’essere credenti”: “ho bisogno di spazio di preghiera”, aggiunge Annadriana Cariani, o, come ci spiega Giovanna Foddis, “ho da imparare molto”. Forti motivazioni personali, anche se non necessariamente spendibili in attività parrocchiali, motivano Cristina Scarletti (“mi possono aiutare anche e soprattutto con il mio prossimo”) e Laura Chiappini – “desidero approfondire quello che ritengo la centralità della mia vita” -, per – sono invece parole di Anna De Rose – “far crescere quel seme che Dio ha piantato nel mio cuore”, così da “rendere meglio ragione della mia speranza”. Infine, non manca chi motiva la scelta anche col bisogno di socializzazione, di scambio di esperienze, o chi, come Fausto Tagliani, intende anche “confrontare con quanto imparato negli anni ‘80 alla Scuola di teologia per laici in AC, diretta da mons. Mori”. Va tutto bene, ma…: alcuni suggerimenti Partiamo dalle proposte organizzative: c’è chi chiede di “alternare annualmente le materie del primo orario (18.30) a quelle del secondo orario (20.20) per permettere a ciascuno di frequentarle tutte”, o chi consiglia “una certa elasticità per la questione presenze, nel caso in cui non si riesca a frequentare almeno i 2/3 delle ore del corso”. C’è anche chi pensa possa essere utile “effettuare recuperi o meglio testi scritti, per chi non potesse partecipare a tutte le lezioni, ad esempio per motivi professionali”. Un paio di persone, poi, consigliano di inserire materie giuridiche nel piano di studi – ovvero Diritto ecclesiastico e Diritto canonico –, di valorizzare “temi cari all’azione pastorale della Chiesa locale, educandoci a lavorare sul campo, nella nostra realtà odierna di società secolarizzata, per costruire occasioni di confronto”; o ancora, che si si pensi a “un percorso sistematico di riflessione sulla fede, di conoscenza della Parola di Dio, di approfondimento della morale cristiana, di comprensione della liturgia e dei sacramenti”, magari con “un aspetto culturale che la differenzi dal taglio pastorale e dal profilo accademico dell’ISSR”. Infine, un’ultima ma non secondaria proposta: “incominciamo ogni lezione con la Santa Messa”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2019

http://lavoce.epaper.digital/it/news

https://www.lavocediferrara.it/

Ecologia e nonviolenza: un cammino di trasformazione personale e collettiva

7 Ott

Nel mese del Sinodo per l’Amazzonia, sono stati circa 150 i presenti nei due incontri del XXIV Convegno di Teologia della Pace svoltosi a Ferrara il 2 e 3 ottobre scorsi. Tanti i relatori, credenti (Piero Stefani, Emanuele Casalino, Giuliano Ferrari) e non credenti (Paolo Cacciari e Daniele Lugli). Il 2 ottobre si è tenuto anche l’ultimo incontro del “Tempo del Creato”

a cura di Andrea Musacci

mahatma-gandhi-a.900x600Dove trovare il giusto equilibrio tra la necessità di una resistenza alla catastrofe climatica che incombe su di noi, e il rispetto dei principi della mitezza e della nonviolenza? Questo è solo uno degli interrogativi emersi dal XXIV Convegno di Teologia della pace, svoltosi a Ferrara il 2 e 3 ottobre sul tema “La mitezza darà un futuro alla terra? Per una ecologia e nonviolenza integrali”, ispirato al passo delle Beatitudini, “I miti erediteranno la terra” (Matteo 5,5). L’appuntamento è stato organizzato da diverse associazioni (Pax Christi, SAE, Banca Etica, AC, ACLI, AGESCI, Movimento Rinascita Cristiana, Ferrara Bene Comune, MASCI), dall’Ufficio diocesano per la pace e la cura del creato, l’Ufficio diocesano ecumenismo e per il dialogo interreligioso, la Chiesa Battista di Ferrara, e con il patrocinio del Comune di Ferrara.

Fra il testo biblico e la “Laudato si’ ”

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl saluto iniziale del primo dei due incontri – svoltosi mercoledì 2 alla presenza di un’ottantina di persone nella sala parrocchiale di Santa Francesca Romana (in via XX settembre) – è spettato a don Andrea Zerbini, il quale si è soffermato sul ricordo di mons. Elios Giuseppe Mori (1921-1994) a cui, insieme ad Alberto Melandri, è stato dedicato il Convegno. Per l’occasione, è stato stampato e distribuito un piccolo opuscolo con alcuni passi di mons. Mori sul tema dell’ecologia e della pace. Il primo intervento ha visto Piero Stefani relazionare sul tema del Convegno: nella Bibbia la terra è promessa ai discendenti di Abramo, al popolo, dunque i padri trasmettono “qualcosa che non possono possedere”. E’ una terra, dunque, “che si eredita, che si accoglie, che mai dovrebbe essere conquistata”. Anche se spesso è proprio così, e questo, certamente, “non fa della Bibbia un testo ecologico”. Dall’altra parte, nel racconto biblico, “Dio ha cacciato alcuni popoli dalla terra che abitavano perché l’hanno resa impura: da qui l’idea, già presente, che stare sulla terra comporti un certo stile di vita”. Fondamentale per capire il versetto delle Beatitudini (Mt 5,5) è il Salmo 37, dove i giusti, i poveri e i miti “sono coloro che alla violenza non reagiscono con la violenza”, ma anche “coloro che prestano denaro, che aiutano chi ha bisogno”. Insomma, “sono coloro che confidano nella volontà di Dio”. Un’analisi dell’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco dal punto di vista di un “laico e agnostico” (come lui stesso si definisce) è stata poi tentata da Paolo Cacciari, scrittore, giornalista ed ex deputato, storico esponente ambientalista. Nell’aprile 2018, Cacciari insieme ad altri ha dato vita all’associazione “Laudato si’ – Un’alleanza per il clima, la terra e la giustizia sociale”, basata sulla lettera–appello sottoscritta da 160 attivisti e intellettuali, fra cui don Luigi Ciotti, don Virginio Colmegna, Erri De Luca, Luigi Ferrajoli, Grazia Francescato, Raniero La Valle, Gad Lerner, Luigi Manconi, Dacia Maraini, Luca Mercalli, Tomaso Montanari, Moni Ovadia, Francesca Re David, Paolo Rumiz, Wolfgang Sachs, Alex Zanotelli, Luca Zevi e padre Mussie Zerai. Un primo grande merito della Laudato si’ – “nella quale il Papa riconosce l’importanza dei movimenti ambientalisti degli ultimi decenni e critica i vari negazionismi” sul tema della crisi climatica – per Cacciari, è di aver “riconciliato un’analisi scientifica della realtà con un’attenzione etica e, direi, metafisica”. Centrale nell’enciclica è il concetto di “ecologia integrale”, da intendere nel duplice senso di “ecologia non superficiale, non piegata a ragioni di marketing o di business”, e nel senso ancora più profondo di “correlata alle questioni sociali, economiche, strutturali. Sarebbe, però, riduttiva una lettura solo ambientalista della Laudato sì”, ha proseguito il relatore: infatti, “questa conversione ecologica sempre più urgente, non può essere affrontata solo da un punto di vista fisico, biologico, o meramente tecnologico. Occorre invece una rivoluzione culturale e spirituale profonda, cercando di immaginare la nostra vita al di fuori delle regole del mercato, della logica capitalista del commercio, del profitto e della competizione”, di questa “economia che uccide”. Per Cacciari non bisogna abbandonarsi a una sterile lamentosità, ma cercare “controegemonie culturali, vere e concrete. La stessa Chiesa dovrebbe essere meno ambigua sulle tematiche legate alla crisi ecologica”. Dal testo biblico aveva preso l’avvio Stefani nel suo intervento e col testo biblico si è chiusa la prima giornata. Cacciari ha infatti criticato il versetto di Genesi 1,28 (“Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra»”). “Penso invece – ha concluso – che bisogna superare ogni forma di antropocentrismo, di specismo e, insieme, di androcentrismo, contrapponendo una forma di ’sacralizzazione’ della natura, iniziando a considerare i suoi beni non totalmente a disposizione degli esseri umani. Va quindi modificata la stessa concezione di esseri umani, pensandoci come interrelati con il resto della natura”.

La pace passa attraverso il sorriso, la testimonianza, la fede e la meditazione attiva: la tavola rotonda svoltasi il 3 ottobre dalle Clarisse

relatoriNel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, nel dopocena di giovedì 3 ottobre, si è svolto il secondo appuntamento del Convegno di “Teologia della pace”. Sul rapporto fra ecologia e nonviolenza hanno discusso, moderati da Piero Stefani, Daniele Lugli (Presidente onorario del Movimento nonviolento), Emanuele Casalino (pastore della Chiesa Battista di Ferrara) e Giuliano Ferrari (monaco de “I Ricostruttori nella preghiera” di La Spezia. Lugli ha relazionato sul tema “Ferrara città nonviolenta?”, partendo da un ricordo di Alberto Melandri, insegnante, coordinatore del CIES – Centro informazione e educazione allo sviluppo, rappresentante dell’associazione Cittadini del mondo, scomparso il 10 giugno scorso a 69 anni. Così, dal suo “sorriso ambulante” (la definizione è della figlia di Melandri) Lugli ha proposto ai tanti presenti (una 70ina) una “carrellata” di testimoni della nonviolenza, tutti, come Melandri, portatori di “un sorriso accogliente”. Il pensiero è andato innanzitutto a Silvano Balboni, ferrarese classe ’22, morto giovane, nel ’48, per una grave malattia, organizzatore anche nella nostra città dei Convegni sul problema religioso, un’originale forma di dialogo fra credenti (di ogni confessione) e non credenti, ai quali partecipavano anche alcuni sacerdoti, fra cui mons. Elios Giuseppe Mori (a cui è stato dedicato questo Convegno di Teologia della pace, insieme ad Alberto Melandri). Pietro Pinna (1927-2016), il primo obiettore di coscienza al servizio militare in Italia per motivi politici, è un altro “portatore”, secondo Lugli, di un sorriso indimenticabile, “segno di un animo nonviolento, nonostante una vita difficile, gli arresti e le critiche, contento comunque di non aver ucciso altri esseri umani”. Proseguendo, il relatore ha ricordato il sorriso di don Giuseppe Stoppiglia, ex parroco di Comacchio, deceduto il 24 settembre scorso, da lui conosciuto personalmente nella città lagunare alla fine degli anni ’60, “ritrovato” dopo 30 anni, e rincontrato nel 2016 in occasione della cittadinanza onoraria assegnatali proprio a Comacchio. Infine, un ricordo di Aldo Capitini, padre fondatore del Movimento nonviolento italiano, teorico della nonviolenza come apertura degli esseri all’esistenza nella sua interezza, senza però ’sacralizzare’ la natura. “Anche le varie Chiese Battiste italiane hanno prodotto negli anni diversi documenti ufficiali dedicati alla questione ecologica”, ha spiegato invece Casalino, spostando quindi il discorso sull’altro termine contenuto nel tema della serata. Si può partire dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, per fare un breve excursus, quando la Federazione delle Chiese evangeliche nel nostro Paese ha istituto una Commissione apposita sull’ambiente. “Nel giardino di Dio non ci sono rifiuti” è invece il nome del documento di quest’anno che segue diversi altri dal 2014 in poi. In quest’ultimo si denuncia come “l’attuale sistema di produzione e di consumo non faccia che generare rifiuti, compromettendo così il futuro e generando disprezzo verso il Creato”, con lo scarto anche degli esseri umani. La stessa lotta portata avanti da Greta Thunberg è, secondo Casalino, “frutto di una visione integrale della questione ecologica, che chiede quindi un cambio del sistema di produzione, non all’interno del sistema stesso”. Dopo aver citato importanti documenti sulla crisi ecologica, redatti da Legambiente e dall’IPCC (il Gruppo intergovernativo ONU di esperti sul cambiamento climatico) sulle responsabilità dell’uomo nell’aumento della temperatura media globale e di alcuni stravolgimenti all’ecosistema globale, Casalino ha riflettuto su come dovremmo ragionare da credenti: innanzitutto, prendiamo atto come nelle stesse comunità cristiane – delle varie confessioni – “se da una parte c’è una sempre maggiore consapevolezza, dall’altra molti cristiani tendono ancora a ignorare e a sottovalutare il tema”, se non addirittura a negarlo. Da qui il pastore ha proposto alcune considerazioni. Innanzitutto, l’importanza a suo dire di “riflettere su come, da cristiani, confessiamo la nostra fede in un Dio che è anche creatore di tutte le cose, così riconoscendo la centralità del Creato nella struttura dell’esperienza di fede. Ciò purtroppo, però, non ha impedito che anche Paesi dove il cristianesimo era dominante, si siano resi responsabili dell’attuale crisi ecologica”, con, ancora oggi, “diversi ambienti religiosi che sono veri e propri complici di questa situazione, strumentalizzando lo stesso testo biblico”. Un’altra causa della concezione errata di parte del mondo cristiano sul “dominio del creato” nasce, secondo il relatore, nel XII secolo quando si inizia a passare “da un’idea di Dio-Amore a una di Dio come potenza assoluta”, dalla quale deriverebbe la concezione dell’uomo, essendo a Sua immagine, come “colui che poteva disporre della natura per mandato divino”. Legata a questo grave errore, quello di “un’escatologia cristiana sempre più apolittica e sempre meno messianica”. Per Casalino, dunque, oggi è più che mai necessaria “una deontologia ambientale specifica da parte delle Chiese cristiane, non dimenticando mai che il problema non si può affrontare da soli ma collaborando con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, sia delle altre religioni sia non credenti”. Nell’ultimo intervento della serata, Ferrari ha innanzitutto posto una domanda: “chiediamoci non solo quale terra i miti erediteranno, ma anche quale terra loro stessi contribuiranno a costruire”. Da qui l’esempio di Gandhi (ricordiamo che il 2 ottobre era il 150esimo anniversario dalla nascita e la Giornata annuale mondiale della nonviolenza) e di altre figure – dall’Oriente o dall’Occidente -, veri e propri “germogli di una società e di un’umanità non violenta, semi che ci sono ancora oggi e che, se alimentati, crescono, come nel caso di Greta Thunberg o di Carola Rackete”. L’importanza di un approccio spirituale alla questione della difesa del Creato è stata quindi al centro dell’intervento del monaco: “sono gli occhi che devono aprirsi per vedere al di là delle apparenze, per vedere il divino nella realtà”, e dunque rispettarlo e amarlo. “Noi occidentali siamo tecnologicamente molto avanzati ma spesso non abbiamo questa capacità di visione, di vedere oltre, di vedere avanti. Il nostro – ha concluso Ferrari – dev’essere un cammino di coscienza, una trasformazione prima personale poi collettiva che ci unisca al mondo animale, vegetale, all’intero creato e al divino”.

Con S. Francesco per amare i doni di Dio

Un profondo momento di preghiera per concludere nei migliori dei modi il “Tempo del Creato”. Nel tardo pomeriggio dello scorso 3 ottobre, il Monastero del Corpus Domini di Ferrara ha ospitato il terzo e ultimo appuntamento del mese dedicato alla cura del Creato, in concomitanza con i primi vespri della Festa di San Francesco d’Assisi, da 40 anni patrono dei cultori dell’ecologia. Dopo l’incontro del 1° settembre al porto di Gorino e quello del 13 al Santuario del Poggetto, questa volta è toccato alla nostra città – per la precisione alle Clarisse di via Campofranco – di ospitare questo momento di preghiera, con la meditazione tenuta da fra Paolo Barani dei Conventuali di Bologna, intervenuto dopo il racconto del transito del Santo di Assisi. Santo che, fino all’ultimo, ha invitato tutti a lodare Dio: “anche nel momento di maggiore sofferenza, aveva la lode nel cuore, l’ebbe fino all’ultimo respiro”. Nell’agonia che lo porterà alla morte terrena, nell’ospedale di San Salvatore, vicino Assisi, in una piccola cella, fra i topi, “sentiva la presenza del Signore”, presenza che gli ispirò il celeberrimo “Cantico di Frate Sole” (o “Cantico delle creature”). Questa sua divina capacità di vedere l’eterno in ogni creatura, ha proseguito fra Paolo, “è segno che Dio stesso ama le sue creature come vive, mai come mere cose morte, inermi”. Creato che, in quanto tale, non ha e non può avere nessuno scopo specifico, “nessuna utilità, solo di essere riflesso della bellezza, della bontà e dell’amore assoluti di Dio, riflesso che noi possiamo contemplare” per meglio conoscere l’Eterno. In conclusione, prima del saluto finale di don Francesco Viali, direttore dell’Ufficio Diocesano per la Salvaguardia del Creato, il Vescovo mons. Perego ha spiegato come il fazzoletto di terra adagiato davanti all’altare dalle sorelle Clarisse, “ci ricorda la nostra creaturalità e dunque il nostro legame profondo con la terra, che spesso però devastiamo, dimentichiamo, non riconosciamo come ricchezza. Il Sinodo per l’Amazzonia – ha concluso – serve anche a ricordarci come gli esseri umani non debbono sacrificare la terra per i propri interessi utilitaristici, ma guardarla con gli occhi della povertà, del rispetto, della gioia e del ringraziamento”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2019

http://lavoce.epaper.digital/it/news

https://www.lavocediferrara.it/

“Chi strumentalizza la Croce, falsa la verità della Chiesa”

7 Ott

Dialogo sui simboli religiosi tra mons. Perego e Olivier Roy il 4 ottobre al Festival di “Internazionale”. Il Vescovo: “l’identità non può essere attribuita a un segno, ma è il frutto di un percorso, di un cammino di trasformazione”

3Qual è il senso e il ruolo della Chiesa – e più in generale delle religioni – in società secolarizzate e scristianizzate come quelle occidentali contemporanee? E l’Europa dove può trovare il giusto equilibrio fra rispetto della laicità e creazione di un sistema valoriale condiviso? Sono due delle domande fondamentali che hanno attraversato l’intenso dialogo fra il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e Olivier Roy, accademico francese esperto di Islam e religioni, all’interno del Festival di “Internazionale” svoltosi a Ferrara fra il 4 e il 6 ottobre scorsi. Partendo dal tema “Il sacro e il profano. Crocifisso, rosario e presepe: perché la politica riscopre i simboli religiosi”, in un Teatro Nuovo quasi esaurito (soprattutto di giovani), è stata Stefania Mascetti, giornalista di “Internazionale” a intervistare e a interloquire con i due ospiti.

“Il crocifisso è un simbolo evangelico se ci aiuta a vedere i crocifissi della storia e quelli di oggi”

“L’Europa vede tre cristiani tra i quattro fondatori dell’UE, eppure il principio di laicità è stato, da loro stessi, sempre riconosciuto”, ha esordito mons. Perego. “L’Europa deve fondarsi sul principio fondamentale della centralità della persona, dei diritti umani, della libertà religiosa, della solidarietà, sussidiarietà e costruzione del bene comune. Qualsiasi forma di populismo o di privatizzazione mette a rischio l’unità europea, che è nata abbattendo non costruendo muri”. Per Perego sarebbe però riduttivo non distinguere tra secolarizzazione e scristianizzazione: “la prima è importante anche per la Chiesa, soprattutto dal Concilio Vaticano II, ma in realtà da Costantino in poi. Il Concilio – ha spiegato – crea un rapporto libero tra Chiesa e mondo. Paolo VI aveva ben chiara l’idea di laicità, sciogliendo ad esempio la POA (Pontificia opera assistenza) e dando vita alla Caritas”, la prima un pezzo importante dello stato sociale italiano, la seconda un organismo ecclesiale fondato sul volontariato. La stessa Dottrina sociale della Chiesa nasce a fine ’800, “non a caso dopo la fine dello Stato pontificio, e prima dello sviluppo del mutualismo e del sindacalismo bianco e poi del Partito popolare italiano, un partito autenticamente laico, a differenza del regime fascista e in parte della DC”. La scristianizzazione, invece, sempre maggiore anche nel nostro Paese, vede la Chiesa da anni impegnata nella “nuova evangelizzazione”, sempre nel rispetto del principio di laicità: fortunatamente la Chiesa non ha più potere politico ma ha la forza della fede e del Vangelo”. Venendo poi al tema specifico dei simboli religiosi nello spazio puibblico e soprattutto politico, mons. Perego ha spiegato come “il crocifisso è un simbolo evangelico se ci aiuta a vederi i crocifissi della storia e quelli di oggi. Se da una parte la Chiesa si oppone a un relegamento della religione nella sfera privata, dall’altra dice ’no’ a un suo uso strumentale da parte della politica, come arma di contrapposizione: chi usa la religione e i suoi simboli in questo modo, falsa la verità della Chiesa, è lontano dai suoi valori. Chi strumentalizza simboli ed esperienze cristiane, chi ne fa un uso ideologico, tradisce la religione stessa”. Riguardo al discorso sull’identità, questa “non può essere attribuita a un segno o a una cosa, ma è il frutto di un percorso, di un cammino di trasformazione. I segni – sono ancora parole del Vescovo – non dicono niente se dietro non ci sono esperienze importanti di dialogo, di fede e di solidarietà. E’ dunque diabolico usare i simboli religiosi per dividere le comunità, sociali ed ecclesiali”. L’identità quindi per mons. Perego “non è mai una cosa fissa, non si costruisce guardando all’indietro, ma è qualcosa che si confronta continuamente col nuovo, perché è dall’incontro che nasce il nuovo, da cui bisogna lasciarsi interrogare (facendosi, al tempo stesso, carico delle domande di chi arriva), è dal nuovo che la nostra storia si può arricchire”. E questa, per il nostro Vescovo, è la sfida non solo della Chiesa ma anche dell’Europa. “Un’Europa che oggi è debole perché ancora troppo ’economica’, legata ai capitali, agli interessi, e troppo poco alla solidarietà, principio fondamentale per costruire un nuovo continente, e una città nuova”.

“Nelle società occidentali contemporanee non esiste più una cultura condivisa”

Secondo Roy, “esiste un passato cristiano a livello europeo che va al di là della semplice adesione a una fede. Fino agli anni ’60 del secolo scorso la dimensione cristiana era fuori discussione. La stessa Chiesa col Concilio Vaticano II ha poi accettato l’idea stessa di laicità, ma con l’’Humanae Vitae’ del ’68 ha accentuato il divorzio fra Chiesa e società moderna, sempre più centrata sull’individuo e i suoi desideri. Oggi la cultura europea si è ancora di più desacralizzata, e quindi la Chiesa si è sentita respinta da questa cultura dominante. Nelle società occidentali contemporanee – ha proseguito Roy – non esiste più una cultura condivisa e la Chiesa ha sbagliato, e sbaglia, se prova a rimediare con il discorso sui principi non negoziabili e opponendo un sistema normativo a questa scristianizzazione”. Questo “conflitto normativo”, l’ha definito Roy, “rende difficile una nuova costruzione comune di valori. Senza dimenticare che la stessa laicità francese è spesso normativa”, basti pensare al divieto di simboli religiosi nella sfera pubblica. Dall’altra parte, “l’uso di questi simboli, posti come frontiera invalicabile, diventano meramente identitari: nel caso del crocifisso, ad esempio, Cristo, la sua passione, il significato religioso, vengono di fatto omessi”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio”  dell’11 ottobre 2019

http://lavoce.epaper.digital/it/news

https://www.lavocediferrara.it/

Grido della Terra, grido degli ultimi: riflessione sul Sinodo per l’Amazzonia

30 Set

Alcuni spunti a partire dalle parole chiave del Sinodo per l’Amazzonia, in programma dal 6 al 27 ottobre in Vaticano: le lotte dei poveri della Regione, l’aiuto della Chiesa, la necessità di una conversione integrale

a cura di Andrea Musacci

incendi-Amazzonia-bambini

Una perenne minaccia

“La Terra, Casa comune, nostra sorella “protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla”

(Papa Francesco, Laudato si’, 2)

Solo pochi mesi fa, Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, in un discorso al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu a Ginevra, ha definito la deforestazione in Amazzonia ”una catastrofe umanitaria” per le popolazioni indigene che vivono nella foresta, con ”un impatto terribile per tutta l’umanità”. Gli incendi – ancora più terribili per via della loro natura dolosa – sono in aumento: 1700,8 km quadrati sono stati persi solo lo scorso agosto, più del triplo rispetto ai 526,5 di un anno fa. La deforestazione dell’Amazzonia nell’estate appena trascorsa è cresciuta del 300% ad agosto rispetto allo stesso mese del 2018, e di quasi il 100% nei primi otto mesi del 2019. Gli esperti prevedono che possano superarsi i 10mila chilometri quadrati di vegetazione rasa al suolo. Le cause, come denunciato da attivisti e dalla stessa Chiesa, sono da rintracciare nella logica divoratrice e violenta di un sistema economico che ragiona solo in termini di profitto, spalleggiato dalla connivenza di un sistema politico corrotto: allevamenti intensivi, monocolture (soprattutto soia), estrazioni minerarie incontrollate, legname, tutto rientra in questo vortice distruttivo e autodistruttivo, del quale tutti pagheremo, in misura sempre maggiore, le conseguenze. “Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso”, è scritto nella Laudato si’, 194. E’ notizia di due settimane fa, il progetto “Barone di Rio Branco” – rivelato dalla testata “The Intercept” – preparato dal governo brasiliano, che ”prevede incentivi per grandi lavori pubblici (costruzione di una centrale idroelettrica, estensione dei collegamenti autostradali e postamento di popolazione verso la regione) che attraggano popolazioni non indigene di altri regioni del Paese, perché si stabiliscano in Amazzonia e aumentino il contributo del Nord del Paese nel Pil nazionale”. L’obiettivo di Bolsonaro è di opporsi a quello che percepisce come il pericolo di una penetrazione cinese e all’influenza della Chiesa cattolica e degli ambientalisti.

Ma non manca nella stessa Chiesa un’autocritica profonda: “chiedo umilmente perdono – sono parole del Papa -, non solo per le offese della propria Chiesa, ma per i crimini contro le popolazioni indigene durante la cosiddetta conquista dell’America” (“Terra, casa, lavoro”, Papa Francesco, ed. Ponte alle Grazie, 2017 – di seguito: TCL). La sfida della Chiesa intera e di tutte le donne e gli uomini di buona volontà, è dunque quella di salvare il territorio amazzonico dal “degrado neocolonialista” (Instrumentum laboris 56 del Sinodo – di seguito: IL), da questo “modello di sviluppo economico predatore, genocida ed ecocida” (IL). Bisogna “sensibilizzare la comunità alle lotte sociali, sostenendo i diversi movimenti sociali per promuovere una cittadinanza ecologica e difendere i diritti umani” (IL 135). “La causa più profonda della crisi mondiale socio-ambientale è strettamente collegata con il modello dominante di sviluppo che il mondo ha adottato” (“Il Sinodo per l’Amazzonia”, Claudio Hummes, ed. San Paolo, 2019 – di seguito: H), per questo il Sinodo “affronterà la sfida di formulare e promuovere nuovi modelli di sviluppo” (H). I tanti attivisti dimostrano come “i poveri non solo subiscono l’ingiustizia ma lottano anche contro di essa! […] I poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti” (TCL – I° discorso ai movimenti). Lotta che spesso ha il prezzo della vita: non si contano ormai gli attivisti caduti per difendere l’Amazzonia, spesso trucidati da bande armate al soldo di qualche imprenditore o potente locale.

8

“Dal dentro e dal basso”

Sono diversi i motivi per i quali l’Amazzonia può rappresentare un laboratorio per l’intera Chiesa universale. Quest’ultima, infatti, può e deve imparare da questi popoli. Può imparare a decentrarsi, a fare spazio e a salvare luoghi, comunità, ricchezze. “L’Amazzonia – o un altro spazio territoriale indigeno o comunitario – non è solo un ubi (uno spazio geografico), ma anche un quid, cioè un luogo di significato per la fede o l’esperienza di Dio nella storia. Il territorio è un luogo teologico da cui si vive la fede ed è anche una fonte peculiare della rivelazione di Dio. Questi spazi sono luoghi epifanici dove si manifesta la riserva di vita e di saggezza per il pianeta, una vita e una saggezza che parlano di Dio” (IL 19). Può e deve imparare ad ascoltare quella Chiesa periferica, povera, spesso dimenticata, non condannandola ad attendere in eterno che qualcun altro, dal centro, gli “consegni” le parole da pronunciare: “ascoltare implica riconoscere l’irruzione dell’Amazzonia come nuovo soggetto. Questo nuovo soggetto, che non è stato sufficientemente considerato nel contesto nazionale o mondiale né nella vita della Chiesa, è ora un interlocutore privilegiato” (IL 2). È dunque importante “un processo di conversione ecologica e pastorale per lasciarsi interrogare seriamente dalle periferie geografiche ed esistenziali” (IL 3). Periferie che sorprendono, spronandoci a trasformarci: la visione dei popoli indigeni è quella del “buon vivere”, cioè di “vivere in armonia con sé stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’essere supremo” (IL 13). Fin dalla Conferenza di Aparecida del 2007, spiega Papa Francesco, “abbiamo acquisito una consapevolezza molto più viva dell’errore fuorviante del liberalismo americano, che si esprime nel principio: ‘tutto per il popolo, ma nulla con il popolo’ ” (“America Latina. Conversazioni con Hernán Reyes Alcaide”, Papa Francesco, ed. San Paolo, 2019 – di seguito: AL). “Non esiste – prosegue nell’intervista – cambiamento reale e duraturo se non parte ‘da dentro e dal basso’. Questa è la chiave dell’Incarnazione […]. Purtroppo anche alcuni settori della Chiesa sono incapaci di capire questo dinamismo” (AL). Si chiede dunque “di approfondire una teologia india amazzonica già esistente, che permetterà una migliore e maggiore comprensione della spiritualità indigena per evitare di commettere gli errori storici che hanno travolto molte culture originarie” (IL 98). La vita quotidiana dei popoli indigeni, infatti, “è testimonianza di contemplazione, cura e rapporto con la natura. Loro ci insegnano a riconoscerci come parte del bioma e corresponsabili della sua cura oggi e nel futuro” (IL 102). È dunque importante “riconoscere la spiritualità indigena come fonte di ricchezza per l’esperienza cristiana” (IL 123).

Una Chiesa dal volto amazzonico

“Attraverso l’ascolto reciproco dei popoli e della natura, la Chiesa si trasforma in una Chiesa in uscita, sia geografica che strutturale; in una Chiesa sorella e discepola attraverso la sinodalità” (IL 92), è scritto ancora nel documento presinodale. “Una Chiesa dal volto amazzonico”, “missionaria dal volto locale esprime l’avanzamento nella costruzione di una Chiesa inculturata, che sappia lavorare e articolarsi (come i fiumi dell’Amazzonia) con ciò che è culturalmente disponibile, in tutti i suoi campi d’azione e presenza” (IL 114). Di conseguenza, “il soggetto attivo dell’inculturazione sono gli stessi popoli indigeni” (IL 122); inculturazione che “non pregiudica la fede, ma arricchisce la sua comprensione e la sua pratica nella vita. Promuove la diversità nell’unità” (H). Infatti, “i semi di verità e di bene, che tutte le culture posseggono, dimostrano che da sempre Dio è stato presente in esse e si è manifestato attraverso le loro espressioni. Sono impronte di Dio che devono essere scoperte da parte dell’evangelizzatore” (H). “A volte mi rendo conto – sono parole di Papa Francesco – che non è facile dire che nella Chiesa non ci sono regioni di prima o di seconda classe, ma soltanto espressioni culturali diverse. In alcuni Paesi e in talune Chiese locali sembra che sia diffusa una certa qual percezione di superiorità” (AL). Superare questa supponenza significa passare da una “pastorale della visita” a una “pastorale della presenza” (IL 128): “è necessario passare da una ‘Chiesa che visita’ ad una ‘Chiesa che rimane’, accompagna ed è presente attraverso ministri che emergono dai suoi stessi abitanti” (IL 129).

1

Nuovi sacerdoti e donne

A tal proposito, due sono i nodi delicati su cui si discuterà nel Sinodo. Il primo, riguarda la possibilità di ordinare sacerdoti alcuni indios sposati: “si chiede che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana” (IL 129). Il Sinodo, spiega Hummes, “dovrà affrontare una sfida di portata storica”, il fatto che “la grande maggioranza delle comunità periferiche delle città amazzoniche, ma ancora di più le comunità disseminate” ovunque, “e, in particolare, le comunità di indios soffrono della mancanza quasi totale dell’Eucarestia per vivere la propria vita cristiana. I momenti di culto domenicale, salvo rare eccezioni, non possono avere la celebrazione della Santa Messa, sono soltanto Liturgie della Parola. Non ci sono sacerdoti per celebrare la Messa” (H). L’altra questione riguarda la necessità di “identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica” (IL 129). Una rinnovata conversione missionaria La posta in gioco è dunque molto alta, non riguarda solo l’Amazzonia, non riguarda solo il versante ecologico, e nemmeno solo la Chiesa. Riguarda l’intera umanità e l’uomo nella sua integralità. Se non ci si dimentica che “né il papa né la Chiesa hanno il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale né la proposta di soluzioni ai problemi contemporanei”, ma “la storia la costruiscono le generazioni che si succedono nel quadro dei popoli che camminano cercando la propria strada e rispettando i valori che Dio ha posto nel cuore” (TCL – II° discorso ai movimenti), “oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale […], per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (Laudato si’ 49). Una conversione, questa, doverosa per ogni cristiano: “dobbiamo anche riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera – scrive il Papa nella Laudato si’ – […], spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente […]. Manca loro dunque una conversione ecologica […]. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana”. (Laudato si’, 217) L’auspicio è dunque che questa “conversione missionaria e pastorale sia realizzata dalla Chiesa nel mondo intero” (H) e che questo Sinodo possa “diventare un momento forte per riaccendere le speranze frustate e per superare i sentimenti di impotenza”, avendo “il compito di riaccendere la passione missionaria, rinnovare la certezza e la gioia della chiamata di Dio alla missione” (H).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 04 ottobre 2019

http://lavoce.epaper.digital/it/publicazioni/133-la-voce/riviste

https://www.lavocediferrara.it/

La teologia è “per la missione”: partita la Scuola per laici

23 Set

Tanti gli iscritti e diffuso l’entusiasmo per l’avvio della Scuola di Teologia per laici. Le prime lezioni sono state precedute dalla S. Messa col nostro Arcivescovo

_8853“Scrittura e Tradizione sono i binari dell’insegnamento teologico”, ma la teologia, “rimandando ai fondamenti”, ci aiuta “a leggere il mondo, la storia, ’con gli occhi della fede’ ”. E’, questo, un passaggio dell’omelia pronunciata nel pomeriggio di venerdì 20 settembre nel cappella del Seminario di Ferrara, da mons. Gian Carlo Perego nella Messa per l’avvio delle lezioni della neonata Scuola di teologia per laici intitolata a “Laura Vincenzi”. Alla presenza, fra gli altri, dei genitori e della sorella della giovane tresigallese (foto al centro), e di un centinaio di persone iscritte alla Scuola, l’Arcivescovo, nella liturgia celebrata immediatamente prima della lezione d’apertura, ha spiegato come la teologia “è per la missione, ci chiede di andare, di uscire non solo fisicamente dai luoghi della nostra vita quotidiana, ma anche di uscire dai luoghi comuni, dalla ripetitività per approfondire sempre di più, nello studio e nel dialogo, le verità e lo stile di vita cristiana, partecipando con responsabilità alla vita della Chiesa, ma anche con l’attenzione al contesto di tempo e di luogo, alle nuove relazioni”. Come ha ricordato Papa Francesco alla Giornata di studio sulla costituzione apostolica Veritatis gaudium, a Posillipo, il 21 giugno scorso, la teologia di oggi si caratterizza anche come “teologia dell’accoglienza, è una teologia del contesto, che cioè parte dall’ascolto e dal discernimento di un particolare contesto; è una teologia nel contesto, cioè dell’incontro e del dialogo con le forze che promuovono il bene in un determinato contesto; ed è una teologia per il contesto, cioè una teologia che in un determinato contesto, con la pratica dell’evangelizzazione e dell’accoglienza reciproca, opera per la costruzione di una società tollerante e che ha a cuore la cura e la salvaguardia della persona e del creato che la circonda”. La teologia, insomma, “cammina con le persone”, aiuta a saperci “non solo guardare dentro, ma anche guardare attorno”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 settembre 2019

http://lavoce.epaper.digital/it/news

https://www.lavocediferrara.it/