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Una “pace non equivoca”: riflessioni di padre Balducci sul Natale

14 Dic

Si intitola “La nostra infanzia e altre omelie sul Natale (1955-1976)” il volume da poco uscito

di Andrea Musacci

«Il tempo che ci trascina sempre insinua dentro di noi il bacillo della vecchiaia, sempre corrode le nostre cose più pure: e noi abbiamo bisogno dell’intatto, dell’immacolato, del trasparente. I nostri affetti non sono mai trasparenti, una ruggine profonda e mordace» li spezza. «E noi lo sentiamo e ci ribelliamo, vorremmo appunto quell’età inconsapevole in cui la bellezza è senza tempo e in cui la previsione del futuro non viene a viziare la gioia del presente».
Padre Ernesto Balducci tra le molte grazie aveva quella di riuscire a esprimere con rara e poetica densità la fede nel suo crudo splendore. Un patrimonio ricco quello che ci ha lasciato il sacerdote dell’Ordine degli Scolopi scomparso nel 1992, che vede un ultimo tassello nel libro “La nostra infanzia e altre omelie sul Natale (1955-1976)”, uscito a novembre per San Paolo Edizioni. Di Balducci, coscienza lucida per la Chiesa e per il mondo, sono raccolte nove riflessioni degli anni ’50 e ’70, specchio, anche, dei mutamenti profondi avvenuti nelle società occidentali e, in maniera radicale, nel popolo della Chiesa. Nelle sue analisi, tormentate e appassionate, c’è sempre, però, il tentativo di cogliere quella radice di male sempre più manifesta ma ben piantata nel profondo dell’umano.

Natale: «ornamento» o compimento?
Per questo – è il suo pensiero – va riscoperto il senso del Natale al di là delle nostre meschinità: «Chi sente la pena, il mistero dell’esistere immersi in un peccato che è nostro e non è nostro», sono parole di Balducci, «chi sente la propria bassezza morale, il bisogno di un candore intangibile (…). Solo chi riduce il proprio spirito a queste attese verginali (…) può capire la bellezza di quest’ora [del Natale], il mistero che in questo momento ci inonda e strappa alla Chiesa le grida che mai finiranno, le grida della sua gioia». Ognuno ha dunque bisogno di riscoprire quell’umiltà «che non si muove a partire dai piedistalli delle conquiste del passato ma che ha la passione del cominciamento, dell’inizio, per riprendere il filo dell’esistenza nel suo bandolo originario».
E invece, senza che ormai siamo più in grado di accorgercene, viviamo in un falso Natale costruito secondo tutt’altri calcoli, quelli del piacere e del consumo. Il mistero del Natale è diventato oggi, dice ancora Balducci, «ornamento» dei nostri calendari: «così anche Gesù Cristo è diventato innocuo: Egli appartiene alla chincaglieria del mondo esistente». E ancora: «È veramente un motivo di tristezza il pensare che per molti questa gioia che è capace, rintracciata alla sorgente, di dissetare ogni sete, si riduce semplicemente allo scintillare dello stoviglie, a un po’ di fragranza familiare, e non sia quel che è: cioè l’improvviso colmarsi di tutte le umane attese, la dissipazione totale delle tenebre».

«Dio si manifesta contestato e ripudiato»
Eppure i vacui riti a cui ci condanniamo sono così distanti da quel Dio che ci pare «assurdo» se inglobato nelle nostre logiche. Un Dio che ci scomoda, ci spiazza.
«Dio si presenta sì in forma umana, attraverso l’umano – sono parole di Balducci -, ma non attraverso ciò che l’umano ha – per così dire – sistemato, organizzato, stabilito secondo la sua scala di valori. Non per nulla Dio si è manifestato a noi come un bambino, figlio di pellegrini scacciati dalla città». Gesù è «nato e morto come un escluso, fuori dalla città» ed è «vissuto sempre preferibilmente tra gli esclusi».
Interessante questa apparente contraddizione di un Dio che è il lontano, l’escluso, colui che sta al di fuori, e al tempo stesso che è Colui che «venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Siamo noi che, resi coscienti di questa incredibile novità, dobbiamo scegliere se continuare a vivere, e dunque anche a festeggiare il Natale, come prima, come sempre, oppure abbandonare le nostre sistemazioni, riscoprire quella «freschezza» mattutina: «se mi accorgo che la mia vita è tranquilla quando sto fra gente sistemata e serena, che il mio cristianesimo si appaga dell’assemblea di gente onesta e perbene (come siete voi, e come sono io pubblicamente), io sono rovinato: ho paura di essere nel numero degli scribi». Il Natale, invece – affonda ancora una volta il coltello nella piaga Balducci – «è un “no” di Dio al mondo degli uomini, al mondo costruito secondo le regole degli uomini. È un “no” perenne. È una contestazione definitiva» capace di portare nel nostro cuore una «pace non equivoca», non vile né superficiale ma pura e profonda.
Spetta dunque a ognuno riscoprire un «occhio semplice», «un’infanzia che abbiamo soffocato nel peccato e nella sapienza tortuosa e sofisticata». Sta a ognuno non prescindere dalla «luce di Dio» che «riconsacra le cose», che «entra nel tempo», «germoglia e porta con sé verso la sua fioritura definitiva tutte le nostre passioni, le nostre sofferenze e le nostre gioie».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 dicembre 2020

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Il cammino della nostra fede: dal desiderio alla Luce di Cristo

7 Dic
“Adorazione dei Magi”, Gaetano Previati, 1896, olio su tela, cm 98 x 198. Milano, Pinacoteca di Brera

“La stella, il cammino, il bambino. Il Natale del viandante” di Luigi Maria Epicoco: nell’ultima fatica del sacerdote il viaggio in profondità nella fede, partendo dai tre Magi e dai loro doni: “nel profondo di noi stessi non c’è il vuoto, non c’è la solitudine radicale, c’è Qualcuno, c’è oro puro, c’è la Presenza di Cristo stesso”

di Andrea Musacci
La fede come attesa e cammino, viaggio e contemplazione. Poli tra loro apparentemente contraddittori ma che dicono di uno stesso profondo movimento interiore.
È da poco uscita l’ultima fatica di Luigi Maria Epicoco, “La stella, il cammino, il bambino. Il Natale del viandante” (San Paolo Edizioni, 2020, pagg. 176, € 15,00). Il sacerdote, noto e apprezzato teologo e scrittore della Diocesi dell’Aquila, offre in vista del Santo Natale un saggio di facile lettura ma denso di riflessioni sull’essenza della nostra fede cristiana.
Punti fermi della sua riflessione, i tre Magi – Gaspare, Melchiorre e Baldassarre – e i doni che portano a Gesù bambino, oro, incenso e mirra.
Il percorso di Epicoco prende avvio con gesti che denotano un movimento: «alzare lo sguardo», «non siamo nati fermi». Sono i gesti di un’inquietudine, di una domanda, di una ricerca mossa da un desiderio, da ciò che ci fa essere vivi, umani.
Le stelle – da qui l’etimologia del desiderio, de-sidus – sono ciò che ci orientano, che ci “obbligano” ad alzare lo sguardo per coordinarci nel cammino della nostra vita. Tenendo troppo a lungo lo sguardo basso, rischiamo di perdere la misura delle cose, il loro senso. Le assolutizziamo, finendo, specularmente, per svuotarle di senso.
Ma per saper alzare lo sguardo – per guardare nella profondità delle cose – bisogna reimparare il silenzio: «il silenzio è pericoloso» perché «è la soglia vera del cuore», scrive Epicoco. «Il silenzio inizia con il riconoscimento di un anelito dentro di noi. C’è in noi un bisogno di approdo». Un silenzio e una preghiera vere, perciò, che non significhino chiusura del nostro cuore nei confronti degli altri, della realtà, ma apertura.
Un’immersione in quel mistero che è la nostra anima, non certo facile, per nulla scontata: «Varcata la soglia dell’interiorità – continua -, la prima impressione è quella di un buio pesto. Non si vede e non si comprende quasi nulla. Eppure, si avverte in quel buio una presenza, e la si avverte perché proprio in quel buio ci raggiunge una Parola».
Compiamo, seppur a fatica, un cammino, uno sforzo di uscita e, al tempo stesso, di ingresso dentro noi stessi: «i viaggi ci modificano, ci plasmano, anzi forse la cosa più giusta da dire è che i viaggi ci rivelano, tirano fuori da noi cose e parti che non pensavamo nemmeno di avere». Da qui l’importanza di non concentrarsi solo sulle mete, sugli obiettivi che ci poniamo, per non diventare ciechi, cinici, per non rimanere con la testa bassa. Al contrario, centrale è la riscoperta dell’attesa, della contemplazione, del saper guardare. Senza la brama di divorare, di arrivare a tutti i costi, di sentirci arrivati. E così, con questo atteggiamento, durante il nostro viaggio, potremmo anche scoprire che le mete che ci eravamo prefissate in realtà erano miraggi.
Ma per compiere questo peregrinare, bisogna saper attendere e affidarsi. Come un bambino: «c’è un bambino dentro ciascuno di noi», scrive Epicoco. «È quella parte di noi che non deve mai smettere di avere fiducia nella vita stessa, nell’attesa di ciò che sta per accaderci». E l’accadere ha il corpo e il volto del Cristo, di Colui che è venuto al mondo per riempire il vuoto che sentiamo dentro di noi «in maniera indefinita ma radicale». Una sensazione di buio e di solitudine. Di abbandono. «Ma nel profondo di noi stessi non c’è il vuoto, non c’è questa solitudine radicale, c’è Qualcuno, c’è oro puro, c’è la Presenza di Cristo stesso». E per comprenderla, molto spesso dobbiamo sperimentare la sofferenza, la Croce, rappresentata anche dalla mirra: «è la sofferenza che ci riduce all’osso, cioè ci riconduce all’essenziale», ci fa capire ciò che conta davvero nella vita, e cosa invece pensavamo lo fosse ma non lo è.
Se il cammino verso Dio è contemplazione, abbandono e attesa, la preghiera – rappresentata dall’incenso – è la via: «la radice della preghiera è il desiderio», scrive Epicoco, e pregare significa «trovarsi soli, faccia a faccia davanti al Signore». E quando sei da solo devi «fare i conti con te stesso». Dovremmo quindi «lasciare che la preghiera diventi dentro di noi fiducia, fiducia in Lui, e quindi fiducia nella vita e in noi stessi. Lasciare che tutto questo possa reinsegnarci da capo cosa significa imparare a desiderare», cioè «ritornare ad essere umani fino in fondo».
Così, partiti dal movimento del desiderio, il cerchio si chiude, il cammino della contemplazione e dell’incontro è chiaramente attesa, «attesa matura»: è il senso del Natale, dunque, «festa di immensa speranza, perché ci fa attendere a occhi spalancati l’arrivo di quell’“imprevisto” che cambia il finale di una partita quasi persa».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 dicembre 2020

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Essere fecondi, non produttori di morte

16 Nov

Teresa Bartolomei e Silvano Petrosino hanno riflettuto sul tema “Terra nostra? La casa dell’umano e l’ecocidio imminente”. L’incontro si è svolto on line il 12 novembre in occasione di Book City Milano: “passiamo da un’etica del successo a una della cura” per realizzare davvero l’abitare come “convivenza e accoglienza”

L’essere umano è chiamato a «coltivare e custodire» il pianeta dove abita, ma al tempo stesso è responsabile di gravi atti di ecocidio.
Su questa contraddizione, che chiama in causa la teologia e l’antropologia, giovedì 12 novembre hanno discusso Teresa Bartolomei, teologa dell’Università Cattolica di Lisbona, autrice del libro ”Dove abita la luce?” e Silvano Petrosino (in grande nell’immagine con Bartolomei e Monda), docente di Antropologia filosofica dell’Università Cattolica e autore del libro “Dove abita l’infinito: trascendenza, potere e giustizia?”. L’incontro è stato organizzato on line su You Tube, in occasione di Book City Milano, dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e dalla Casa editrice “Vita e Pensiero”. “Terra nostra? La casa dell’umano e l’ecocidio imminente” è il titolo assegnato al dibattito introdotto da Antonella Sciarrone Alibrandi, prorettore dell’Università Cattolica e moderato da Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano.
Per “ecocidio” – neologismo nato negli anni ’70 dopo la guerra in Vietnam – si indica la distruzione diffusa, grave e duratura dell’ecosistema a opera dell’uomo, tale da dover essere giudicata a livello internazionale. L’uomo con la sua tecnologia, quindi, ha spiegato Bartolomei, può diventare «una potenza di morte e non di vita». È stato papa Francesco con l’enciclica Laudato si’ a chiamare l’ecocidio peccato. Riguardo al Giudizio universale raccontato nella Bibbia, la relatrice ha spiegato come con esso «Dio salvi l’uomo dagli effetti gravi del male compiuto da quest’ultimo, effetti che rompono l’equilibrio universale e il patto tra Dio e uomo». Come credenti e donne e uomini di buone volontà «abbiamo questa grande responsabilità e speranza» e dunque «dobbiamo trovare insieme soluzioni condivise in modo che prevalga l’etica della cura e non della performance e dell’oggettivizzazione del creato». Come cristiani, «scopriamo chi siamo solo riportando alla luce il fatto che siamo a immagine e somiglianza di Dio. Diversamente, diventiamo produttori di morte».
È partito da Genesi 2, 15 invece Petrosino, in particolare dai verbi «coltivare» e «custodire», a suo dire esplicativi del vero senso dell’abitare: «abitare non vuol dire necessariamente dominare, possedere o distruggere ma è possibile, per l’uomo, che significhi coltivare». Detto questo, per Petrosino, richiamando Lacan, anche «il possesso e la distruzione rimandano per l’uomo alla sua ricerca di un’identità»: «il distruggere è una pulsione negativa ma comunque creazionistica». Il problema del creato rimanda quindi sempre inevitabilmente al problema del soggetto, dell’essere umano. Ma anche nella Bibbia dal giardino di Genesi si arriva poi sempre «alla città, cioè – ha proseguito il relatore – al miracolo possibile della convivenza e dell’accoglienza fra gli uomini». L’abitare è dunque «incontrare qualcuno che dica “ti voglio bene”». La terra, ha quindi concluso, «è nostra, perché siamo attori, non subiamo la vita, siamo chiamati a coltivare», ma al tempo stesso «non è nostra perché siamo in affitto, non ne siamo i proprietari» e allo stesso modo «non possediamo la verità intesa come certezza assoluta»: saper accettare questo significa «essere in pace con se stessi. Riscopriamo invece la verità come fecondità».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 novembre 2020

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Uno sguardo profondo sulla rivoluzione in atto: il libro “Riflessioni per tempi incerti”

16 Nov

“Riflessioni per tempi incerti” è il volume corale con riflessioni sulla pandemia edito da Festina Lente. Tra gli altri, ospita contributi del card. Josè Tolentino De Mendonca, di Chiara Giaccardi, Pietro Gibellini, Emilio Isgrò, Mauro Magatti, Alberto Maggi, Alessandra Smerilli e Franco Arminio

«Indietro non torneremo o, meglio, ci torneremo poco e male. Ci sarà un po’ di inerzia, un po’ di riluttanza, ma il passaggio è avvenuto». Le parole sono di Luciano Floridi, docente di filosofia, e fanno parte dell’importante volume corale appena pubblicato dalla ferrarese Festina Lente Edizioni di Marco Mari.
“Riflessioni per tempi incerti” è il titolo del libro che raccoglie gli interventi di 11 personalità, frutto di una serie di video-conferenze organizzate da marzo a ottobre scorsi dalla Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura con sede a Brescia.
Sono scrittori, poeti, biblisti, artisti, economisti e sociologi: Luigi Alici, Franco Arminio, Carlo Bellavite Pellegrini, Luciano Floridi, Chiara Giaccardi, Pietro Gibellini, Emilio Isgrò, Mauro Magatti, Alberto Maggi, Alessandra Smerilli e il card. Josè Tolentino De Mendonca.
«Anche in situazioni di estrema difficoltà, in cui il dialogo interpersonale è fortemente compromesso, crediamo resti vivo l’insegnamento socratico di chiedersi qual è il senso di ogni cosa che facciamo, del rapporto tra il proprio agire e la propria “città”, ovvero del vivere insieme agli altri», scrive nell’Introduzione del testo Filippo Perrini, Presidente della Cooperativa bresciana.
Ed è quello che, da angolature differenti, provano a fare tutte le persone coinvolte, per riflettere, in periodi diversi, dell’emergenza che stiamo vivendo, su cosa ci insegna questa pandemia a livello spirituale, sociale, economico e relazionale.
«È un tempo purificatorio», riflette il card. Tolentino De Mendonca. «L’immagine prometeica che noi abbiamo – l’immagine di una onnipotenza che la nostra società vende come propria auto rappresentazione – è completamente fallita». Dobbiamo quindi, prosegue, costruire «processi di coscienza su noi stessi» e «processi di conoscenza di Dio». Sui processi riflettono ad esempio anche i coniugi e sociologi Giaccardi e Magatti. È la prima dei due a scrivere: «quello che ci aspetta è un guardare avanti, un mettere in movimento dei processi».
E lo sguardo di ognuno dei contributi è radicalmente proiettato nell’avvenire: «non vedo più una Chiesa che va avanti organizzando grandi eventi», è il pensiero di Smerilli. «Forse abbiamo capito che dobbiamo lavorare per processi, innescare processi, e, passo dopo passo, arrivare alle persone e portare la buona notizia».
Ma la profondità orizzontale, verso l’altro e verso il futuro, non può non accompagnarsi alla profondità interiore, dentro di sé e a fondo nel pur tragico presente, che ci costringe a gettarci alle spalle ipocrisie e scorciatoie. «Non è vero che la fragilità è uno stato accidentale e transitorio (…). La fragilità è una condizione costitutiva delle creature e del creato», scrive ad esempio Alici, ed è Maggi a riflettere sul senso cristiano del morire e sulla rimozione della morte nella società moderna e in particolare in quella contemporanea. Una rimozione terribile, che ci interroga sull’importanza di riscoprire una verticalità nelle nostre esistenze: «la poesia è una sorta di sentinella del sacro», riflette il poeta Arminio. «Noi abbiamo bisogno di intensità. Abbiamo bisogno di lavoro, ovviamente, di regole. Questo lo sappiamo. Però, abbiamo anche bisogno di intensità, di sacro, di senso. Direi pure che abbiamo bisogno di Dio».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 novembre 2020

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Quando l’anelito della fede si fa parola poetica

9 Nov

Il libro di Giovanna Massari edito da Faust edizioni

“I canti dell’esistenza” è il titolo del libro di esordio di Giovanna Massari, bondenese d’origine, classe ’57 residente a Ferrara. Edito per Faust Edizioni (Collana Arbolè, 58 p., prefazione dello storico Paolo Sturla Avogadri), il volume di brevi testi poetici uscito a giugno è espressione della forte sensibilità per la dimensione spirituale di questa ex dirigente d’esercizio alle Poste Centrali di Ferrara.
Senza infingimenti Massari lascia spazio al dolore, spesso usando la ricorrente immagine delle lacrime. La sua è una lucida disamina del vivere umano, a tratti anche cruda: «non siamo altro che poveri pezzi di carne», scrive. L’orrore del «mai più», «lo stillicidio inesorabile del tempo» pervadono le pagine, il senso della corruzione di ogni cosa creata le innerva, ma senza dominarle. L’ultima parola è ben altra, la vita – l’autrice sembra esserne pienamente cosciente – può conoscere l’«amore misericordioso di Dio», «la luce della vita eterna». Per questo l’invito a se stessa e a ogni lettore è «risplendi alla luce di Cristo!».
A luglio l’autrice ha inviato una copia del libro al Santo Padre. La risposta è arrivata il 10 settembre: «Sua Santità desidera manifestarLe cordiale gratitudine per il dono e per i sentimenti di filiale venerazione che hanno suggerito il premuroso gesto e, mentre assicura il Suo ricordo nella preghiera, invoca la materna intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparte la Benedizione Apostolica».
Una grande emozione che suggella la soddisfazione di veder pubblicati brani che dicono di una vita dedita alla fede, di un’interiorità capace tanto di profondo raccoglimento quanto di viva espressione delle più intime meditazioni.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 novembre 2020

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Mons. Andrea Turazzi, gradito ritorno nella sua Ferrara

12 Ott
Foto Musacci

Il 9 ottobre Messa e presentazione del nuovo libro nella chiesa della Sacra Famiglia

Ritrovare le proprie radici, riscoprirsi a casa, in senso affettivo e spirituale.
È quello che ha rivissuto, seppur per poche ore, mons. Andrea Turazzi, da sette anni Vescovo di San Marino-Montefeltro, ma sempre rimasto legato alla nostra terra, lui originario del bondenese ma vissuto per quasi tutta la vita a Ferrara. E proprio qui, nella chiesa della Sacra Famiglia dove ha trascorso come parroco gli ultimi otto anni prima di essere ordinato Vescovo, lo scorso 9 ottobre, Solennità della Madonna delle Grazie, ha presentato il suo nuovo libro “Alle prime luci dell’alba”.
L’incontro è stato preceduto dalla S. Messa da lui presieduta e celebrata insieme al Vicario Generale mons. Massimo Manservigi, al parroco don Marco Bezzi, a don Michele Zecchin, don Luca Piccoli, don Joseph Sagahutu e Thiago Camponogara, ordinato sacerdote il giorno successivo. Le radici, dicevamo. Nella sua breve omelia mons. Turazzi ha preso le mosse dalla questione: quando nasce la Chiesa?
Nasce dalle parole di Maria all’angelo, «Eccomi, sono la serva del Signore» (Lc 1,38). «La Chiesa – ha commentato il Vescovo – nasce ogni volta che diciamo il nostro “sì” alla volontà del Signore». Ma per accettare la Sua volontà è fondamentale riscoprire «l’essenza della fede», come ha spiegato lui stesso nella successiva presentazione, svoltasi sempre in chiesa, sollecitato dalle domande di mons. Manservigi e alla presenza anche dell’Arcivescovo mons. Perego. Tra aneddoti – anche divertenti – e riflessioni teologiche, mons. Turazzi ha quindi accennato all’ossatura del suo saggio, imperniato sul Battesimo, la preghiera, la Riconciliazione – che significa il «godere della Misericordia di Dio» – e la devozione mariana. I pilastri della casa della nostra fede, insomma, con al centro, sempre, la Pasqua del Signore.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 ottobre 2020

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Luoghi liberati dietro il Duomo: piazzetta aperta e antica Sacrestia restaurata

5 Ott

Nuovi spazi agibili nell’area della Cattedrale di Ferrara:
il 3 ottobre è stata riaperta p.zzetta S. Giovanni Paolo II e inaugurata una mostra permanente di fotografie del Duomo. Presentata anche l’antica Sacrestia restaurata. Prossimamente, mostra coi busti degli Apostoli di Alfonso Lombardi

Parziali ma significativi passi in avanti, anche a livello simbolico, sono stati realizzati nel restauro dei luoghi annessi alla Cattedrale. La mattina di sabato 3 ottobre si è svolta la riapertura ufficiale dell’antica Sacrestia e della piazzetta San Giovanni Paolo II a ridosso del campanile: è stata tolta la recinzione che fino ad ora, per motivi di sicurezza, impediva l’accesso alla piazzetta e al cortile dell’abside e quindi lo sbocco in via Canonica. È stato mons. Ivano Casaroli, Presidente del Capitolo della Cattedrale, a presentare i lavori realizzati e ad anticipare come prossimamente avrà luogo una mostra coi busti dei quattro Apostoli realizzati dal ferrarase Alfonso Lombardi (nato intorno al 1497): le opere sono recentemente tornati al Capitolo della Cattedrale dopo essere stati in prestito al Polo Museale di Bologna, città dove Lombardi visse e fu molto attivo.


Mostra fotografica
La base del campanile ospita una galleria di grandi fotografie in bianco e nero – una quarantina – per tenere viva la memoria dell’interno della Cattedrale e ricordare i bombardamenti, in particolare quello del 28 gennaio 1944 che colpì la città causando la morte di 202 persone, almeno 12 delle quali rifugiatesi nel campanile, oltre ai danni ingenti subiti dall’abside. Allora venne colpita l’allora sede del Capitolo e l’antica Sacrestia venne in seguito abbandonata. In mostra, sia gli esterni dell’edificio sia gli interni, con le navate e tutti gli altari (centrale e laterali), l’abside e il coro ligneo, oltre ad alcune miniature del XV secolo dei Libri Corali conservati nel Museo della Cattedrale.
Oltre alla collaborazione con Dinamica Media e Digital Neon, è stato Giovanni Lamborghini, Archivista del Capitolo della Cattedrale, a compiere l’opera di ricerca e selezione delle fotografie dall’Archivio e dalla collezione dell’avv. Andrea Lodi, alcune realizzate negli anni ’70, ma la maggior parte scattate appunto negli anni ’40. Proprio quest’ultimo corposo gruppo fu realizzato dallo Studio “Vecchi e Graziani” di Giuseppe Vecchi e Ada Graziani. Lo Studio iniziò l’attività nel secondo decennio del ’900 in via Camposabbionario 11 per poi trasferirsi in via XX Settembre 131 e diventare nei decenni successivi uno dei più quotati in città. Giorgio Franceschini, assieme a don Giulio Zerbini, don Giuseppe Baraldi e don Alberto Dioli, per incarico dell’allora vescovo mons. Ruggero Bovelli documentò con estrema precisione lo scenario della Ferrara devastata dai bombardamenti: attraverso l’occhio fotografico di Vecchi, Franceschini e i sacerdoti del Seminario realizzarono un reportage intitolato “Bufere sul Ferrarese”, che fu mostrato anche a mons. Montini – futuro Paolo VI -, allora sostituto della Segreteria di Stato di Pio XII. Don Giulio Zerbini sul nostro Settimanale il 6 aprile 1969 nell’articolo “Compagni di messa del papa” scrisse: «All’indomani della fine del conflitto, l’arcivescovo di Ferrara mons. Ruggero Bovelli chiese ad un giovane studente: “…Sei appassionato di fotografia… preparami una documentazione sui danni arrecati dalla guerra alle chiese e alle opere ecclesiastiche…Roma vuol conoscere la reale situazione…”. Alla fine di dicembre 1945, grazie all’intensa collaborazione di Giuseppe Baraldi, Giulio Zerbini e Alberto Dioli, il lavoro era completato». Il volume “Bufere sul Ferrarese” fu stampato dalla Tipografia Artigiana di Ferrara nel 1981 con disegno in copertina di don Franco Patruno.


Antica Sacrestia ora agibile
Quattro mesi fa (v. “la Voce” del 12 giugno) avevamo presentato in anteprima la rinnovata Sacrestia dei canonici a ridosso del campanile della Cattedrale. La mattina di sabato 3 ottobre è stata ufficialmente presentata alla cittadinanza dopo il restauro, iniziato nell’autunno del 2017, reso possibile dalla collaborazione tra il Capitolo della Cattedrale e il Comune di Ferrara. L’inaugurazione avrebbe dovuto svolgersi tra marzo e aprile scorsi ma il Coronavirus ha bloccato tutto. A far da Cicerone è stato Giovanni Lamborghini, Archivista del Capitolo e dell’Archivio storico diocesano. Presenti tra gli altri il nostro Arcivescovo mons. Perego, l’Assessore Marco Gulinelli, oltre a Francesca Sbardellati e Chiara Montanari, rispettivamente ingegnere e architetto resposnsabili dei lavori. Un’Ave Maria ha chiuso l’inaugurazione.
Sopra l’altare si possono ammirare tre pregevoli opere d’arte (a destra): Una grande “Deposizione di Cristo” realizzata da Domenico Mona nel 1557, e portato dalla Cattedrale una volta aperta la Sacrestia, come anche l’affresco raffigurante il volto della Madonna, in origine dipinto a muro da artista ignoto. Infine, l’ottocentesco “Orazione di Cristo nell’orto” di Girolamo Scutellari.
L’antica Sacrestia settecentesca ha subìto interventi di riparazione dei danni post sisma e miglioramento sismico. Fondamentali anche i complessi lavori sugli imponenti armadi e sull’altare, per questo edificio per decenni usato come deposito.
I lavori, che hanno visto l’ex Amministratore del Capitolo della Cattedrale mons. Marino Vincenzi come primo promotore, sono stati progettati e diretti dall’arch. Maria Chiara Montanari, col cantiere guidato dal geom. Daniele Chiereghin della IBF Emilia di Ferrara, la supervisione tecnica dello studio “Struttura” srl e la sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio. Gli interventi strutturali sull’edificio sono stati eseguiti con i finanziamenti del MUDE (i contributi post sisma 2012, gestiti dal Comune di Ferrara), quasi 200mila euro spesi per consolidamento delle fondazioni, cuci/scuci delle murature, consolidamento, con iniezioni, dei muri, della volta, della parte strutturale della copertura, e per l’inserimento di un sistema di catene a due livelli.
Tutti gli altri lavori sono stati, invece, finanziati dal Capitolo della Cattedrale, per un’ulteriore spesa di poco inferiore rispetto a quella del MUDE.
L’ambiente sarà probabilmente utilizzato per lo svolgimento di incontri, ma è ancora tutto da decidere e di certo l’incertezza di questo periodo non aiuta.


Restauro del campanile
Per quanto riguarda i lavori sul Campanile – come ci spiega don Stefano Zanella dell’Ufficio Tecnico diocesano – il Comune di Ferrara, Stazione Appaltante, «sta approntando la gara per la progettazione. Sono un po’ in ritardo rispetto alla tabella di marcia causa emergenza Covid. Entro la fine del 2020 dovrebbero essere assegnati i lavori e la speranza è che entro un anno si possa avere l’autorizzazione per iniziarli concretamente».

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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Un modo diverso di vivere la comunione cristiana

5 Ott
Foto di Sergio Isler

La preghiera ecumenica svoltasi il 1° ottobre: nella campagna entro le Mura è stata l’Associazione Nuova “TerraViva” a ospitare l’incontro che ha visto riunite le diverse comunità cristiane del nostro territorio. Il coro moldavo ha accompagnato la preghiera

di Andrea Musacci
Foto di Sergio Isler

In un ambiente raccolto – un piccolo nido di legno protetto da una corona di alberi e piante – lo scorso 1° ottobre una cinquantina di persone si sono ritrovate, nella prima penombra della sera, per la preghiera ecumenica del Tempo del Creato.
Grazie alla felice intuizione dei nostri Uffici diocesani per l’ecumenismo e per la Salvaguardia del Creato, quest’anno, infatti, l’appuntamento di preghiera e meditazione con le diverse comunità cristiane si è svolto all’interno dell’area gestita dall’Associazione “Nuova TerraViva” di Ferrara. Attraverso un dedalo di strade asfaltate prima – da via delle Erbe -, di sentieri poi, proveniendo da piazza Ariostea in pochi minuti ci si ritrova nel pieno della campagna dentro le Mura, quella vasta area nel cuore di Ferrara nata dall’utopia di Biagio Rossetti. Dopo il saluto di Marcello Panzanini, alla Guida dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, è intervenuta Patrizia Spedo (foto a fianco), Presidente dell’Associazione ospitante che da 35 anni gestisce 4 ettari di verde, al cui interno l’area “Orti condivisi” è coltivata da soci e cittadini col metodo biologico, biodinamico e sinergico, e che vede anche la presenza di un allevamento di api e animali (capre, pecore, galline), un frutteto didattico e alcuni patriarchi/frutti antichi. Un esempio virtuoso di cura della natura e di una sua valorizzazione anche in senso pedagogico, viste le numerose attività ludiche e laboratoriali rivolte a bambini, ragazzi e persone con disagio.
Il momento di preghiera tra fratelli e sorelle cristiane è stato accompagnato da due magnifici canti (uno sulle Beatitudini, l’altro sul Gloria) eseguiti dal coro della comunità Ortodossa moldava “Uniti sub tricolor” (Uniti sotto il tricolore) – la bandiera della Moldavia -, coro composto da quindici donne e tre uomini, fra cui la guida padre Oleg Vascautan (foto in basso), il quale ha anche proposto una meditazione a partire dal passo del Libro dei Proverbi scelto per l’occasione (Pr 8,22-32). Passo, questo, che per padre Vascautan richiama a più riprese – in modo in parte misterioso – sia l’inizio di Genesi, sia alcuni passi del Vangelo secondo Giovanni. Una profonda riflessione sulla creazione e sull’essere umano come prima creatura – dunque “privilegiata” e con una maggiore responsabilità – all’interno del disegno di Dio “architetto”, creatura che conosce il proprio Creatore anche attraverso le Sue opere. E che è chiamato a sviluppare la sapienza, ciò che lo rende simile a Lui. La preghiera è stata guidata da padre Vascautan, padre Vasile Jora (comunità Ortodossa rumena), padre Igor Onufrienko (Chiesa ortodossa russa), Luciano Sardi (Chiesa Evangelica Battista) e dal nostro Arcivescovo.
Nella sua meditazione mons. Perego ha preso le mosse da quell’invito del Signore ai discepoli, “Non preoccupatevi”. Un invito a «non preoccuparsi di mettere al primo posto le cose materiali, ma di non perdere la relazione filiale con il Signore, il Dio Creatore di tutte le cose, Padre nostro. Infatti, Dio, Creatore di tutte le cose – che vede crescere ogni cosa, veste l’erba del campo – Creatore dell’uomo e della donna, Padre, potrebbe abbandonare chi si affida a Lui, chi cerca di realizzare il suo Regno, il suo disegno di salvezza? È questa domanda che deve guidare la nostra fede e lo stile della nostra vita». «La costruzione del Regno di Dio, regno di giustizia e di pace – ha proseguito -, non può essere indipendente dall’impegno per salvaguardare il creato, “il giardino” in cui il Signore ha posto l’uomo, la donna e tutte le creature. Da qui la necessità di riconoscere e leggere “Il Vangelo della creazione”, come una narrazione che accompagni l’educazione e la vita cristiana».
L’incontro in questo piccolo e refrigerante lembo di Creato si è concluso con un momento conviviale – grazie al rinfresco preparato dall’Associazione -, degno suggello di una comunione cristiana che prosegue nel suo complesso ma vivo sviluppo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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Una nuova casa per la comunità ortodossa rumena

5 Ott

Da un mese celebra nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano in via Carlo Mayr a Ferrara

Quante volte passando di giorno o di sera abbiamo visto quell’edificio con la facciata a pietra vista al civico 44 di via Carlo Mayr, in pieno centro a Ferrara, chiuso e ancora più degradato dai rifiuti abbandonati dai vicini locali.
Un destino ancora più triste per quella che in passato, se pur per pochi decenni dopo la nascita, nel XVIII secolo, era stata un edifico religioso, la chiesa dei SS. Cosma e Damiano, consacrata nel 1738. Un edificio di rara bellezza che ora è tornato a vivere, diventando la casa della comunità ortodossa rumena di Ferrara, la Parrocchia di “San Nicodemo di Tismana” guidata dal 2009 da padre Vasile Jora. Una comunità nata nel 2006 sotto il Patriarcato di Bucarest e assegnata alla Metropolia Ortodossa Romena dell’Europa Occidentale e Meridionale con sede a Parigi.
Un gruppo molto consistente quello ferrarese, che raccoglie solo in città 2500 persone, e altre 6mila nel resto della provincia. Una comunità fin’ora nomade, dato che dopo diversi anni nella chiesa di Santa Chiara in corso Giovecca, da maggio ad agosto scorso ha celebrato nella chiesa di Santa Francesca Romana e che invece ora può dire di avere una propria chiesa. Un edificio di proprietà del Comune di Ferrara, venduto a fine 2015 alla comunità rumena, tre anni dopo quel sisma che aveva danneggiato la struttura, rendendola persino inadatta a rimanere deposito di giornali e riviste della Biblioteca comunale Ariostea.
Trecentodieci anni dopo l’inizio della sua costruzione sul progetto di Francesco Mazzarelli, realizzato dagli architetti Francesco e Angelo Santini, e dopo quasi 90 anni dalla sua sconsacrazione (avvenuta nel 1933), lo scorso 6 settembre, una domenica, una comunità cristiana è tornata a celebrare fra le quattro mura nuovamente consacrate: tanta l’emozione dei fedeli presenti, finalmente liberi di dire di aver trovato una loro casa.
Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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“Dobbiamo essere speranza in un mondo malato”: intervista a mons. Turazzi

28 Set

Intervista a mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro. Venerdì 9 ottobre sarà a Ferrara per presentare il suo ultimo libro

di Andrea Musacci
In vista del suo atteso ritorno a Ferrara il 9 ottobre per presentare il suo ultimo libro “Alle prime luci dell’alba”, abbiamo rivolto alcune domande al Vescovo di S. Marino-Montefeltro.


Mons. Turazzi, non siamo ancora usciti da un periodo difficile e imprevisto legato all’emergenza da Coronavirus: perché ha scelto di pubblicare un libro così pervaso da un’atmosfera di letizia?
Il titolo del libro è un’allusione abbastanza esplicita alla Pasqua di risurrezione, centro della fede cristiana. In questi anni – a partire da Evangelii gaudium – l’annuncio della risurrezione è stato il motivo ricorrente delle indicazioni pastorali per la vita e la missione delle comunità e dei singoli. In quelle “prime luci dell’alba” ci fu un gran movimento attorno al sepolcro vuoto: le donne, i discepoli, gli apostoli, arrivano, partono, corrono ad annunciare che “Lui è vivo”. Nei racconti delle apparizioni l’invito del Risorto si fa perentorio ed esplicito: “Andate in tutto il mondo”. Inizia il tempo della missione sempre necessaria, ma, in questi giorni difficili, indispensabile: farsi speranza in un mondo ferito e malato! Questo il messaggio centrale.


Battesimo, preghiera, Riconciliazione, devozione mariana: il suo è un tentativo di aiutare i credenti a riscoprire i “fondamentali”?
“Fondamentale” è e resta la Pasqua del Signore. Il libro, pur non parlando espressamente del Covid-19 (è stato scritto prima della pandemia), è provvidenziale per il tempo che stiamo vivendo: offre adeguati antidoti per proteggerci dal contagio del supervirus dell’egoismo; virus che si trasmette a partire dall’idea che “la vita migliora se migliora per me”. Ecco allora quattro antidoti (le quattro parti del libro). Il primo è la fede nel Vangelo di Dio che ha “volto di padre e cuore di madre”. Il Dio della grazia, di un amore che non si merita ma si accoglie. Esperienza racchiusa e vissuta col Battesimo. Altro antidoto è il rapporto con il Dio Padre-Abbà: la preghiera. Non sono disdicevoli alla preghiera neppure i “perché?” che hanno attraversato in questo tempo i momenti di intimità col Padre. Allora, entrando nella preghiera di Gesù, si supera l’impulso istintivo che porta a ripetere quasi solo “io”, “io voglio”, “io ho bisogno”, per approdare ad una preghiera distesa sull’orizzonte del “noi”. Altro antivirus è la Confessione/conversione, che permette di aggredire il morbo asfissiante della non-fraternità: dall’accoglienza del perdono al superamento dei sensi di colpa e all’offerta del perdono ai fratelli. Infine, lo sguardo a Maria di Nazaret, la Madre del Signore, donna con i piedi ben piantati per terra e, nel contempo, al centro del mistero cristiano. A lei si è ricorso e si ricorre per cercare l’intercessione nel momento della prova.


Perché spesso questi quattro “pilastri” non sono più “di moda”, soprattutto fra i giovani? E in cosa la Chiesa – nei sacerdoti, negli educatori – ha sbagliato nel comunicare e testimoniare la propria fede?
Lei pensa davvero che questi “pilastri” non siano più di moda? Certo, il “rientro” è a rischio, la secolarizzazione è davanti agli occhi di tutti, come il calo di presenze e di risorse, ma dobbiamo constatare più consapevolezza, più maturità ed anche più domande, soprattutto da parte dei giovani, segno di una ricerca di autenticità: quando non ci sono domande, anche se scomode, davvero siamo finiti. In Diocesi abbiamo un calendario fittissimo: non c’è mese senza un convegno, non c’è settimana senza un’iniziativa, non c’è giorno senza qualche incontro… In tempo di lockdown il calendario è andato prosciugandosi. Tornava la domanda: “Di che cosa vive la nostra pastorale?”. È stata una sorpresa la riscoperta dell’essenziale, il desiderio di applicarsi alla Parola di Dio, di ritrovare “la Chiesa domestica”, sentire più profondo il desiderio di Eucaristia e di comunità, il ricorso a nuove forme di comunicazione, l’affinarsi del senso di solidarietà… Si sbaglia quando si guarda la realtà con uno spirito di amarezza, dimenticando la forza del Vangelo, quando si resta prigionieri dei programmi e non si “attende” con la fede del seminatore. Il nostro è un deficit di speranza.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 02 ottobre 2020

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