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Conversione e narrazione belliche: quali alternative?

11 Feb

Il 6 febbraio a San Giacomo ap. l’incontro organizzato dal laicato cattolico. 150 i presenti per non cedere alla propaganda della paura. Dati, analisi e speranze

In un’Europa e un Occidente sempre più dominati da nere nubi di guerra globale, di narrazioni tossiche sul riarmo e la necessità nucleare, servono momenti, luoghi parole di speranza;ma di una speranza concreta, fattiva, che smuova le singole coscienze e le collettività.

Un tentativo importante in questo senso è stato compiuto, ancora una volta, dalle laiche e dai laici cattolici della nostra città, che hanno organizzato per la sera del 6 febbraio scorso l’incontro pubblico “Armare la pace o disarmare la guerra?”. Nel salone parrocchiale di S. Giacomo ap. all’Arginone sono intervenuti Chiara Bonaiuti, ricercatrice all’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali della Toscana e presso OPAL (“Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa”), e Carlo Cefaloni, redattore di Città nuova (rivista del Movimento dei Focolari) e coordinatore del gruppo di lavoro “Economia disarmata”, promosso proprio dai focolarini. L’incontro promosso da Azione Cattolica Ferrara-Comacchio, Acli provinciali di Ferrara, Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII – Ferrara, Masci Ferrara, Movimento dei Focolari, Pax Christi Punto pace Ferrara, ha visto un’ampia partecipazione, ca. 150 persone, fra cui un gruppo di giovani.

Dopo il saluto iniziale del Presidente diocesano di AC Alberto Natali, Dario Maresca ha introdotto gli interventi: «assistiamo al ritorno della violenza a livello globale», ha detto.La politica deve dunque «tornare protagonista», politica che è fatta «di tante piccole e grandi scelte», dall’alto e dal basso. «Non rassegniamoci alla deriva bellicista, ma scostiamo il velo della narrazione dominate, curåando le parole che usiamo».

Sono 2718 i miliardi di dollari spesi in armi nel mondo (dati 2024), di cui il 37% spesi dagli USA, il 17% dall’UE, il 12 dalla Cina e il 6 dalla Russia. Con questi dati drammatici ha esordito Bonaiuti. «Ed è in continua crescita anche la vendita di armi da USA e UE, anche verso Paesi dove i diritti umani non sono rispettati». Venendo al nostro Paese, dal 2014 al 2024 gli investimenti in armi sono aumentati del 190%, dati destinati a crescere grazie al piano RearmEurope e al 5% del PIL in armi che ci chiede la NATO. «Una percentuale – quest’ultima – normalmente spesa da un Paese in guerra». Nel complesso, ha dichiarato lo scorso ottobre il Commissario UE alla Difesa Andrius Kubilius, «noi europei investiremo, entro il 2035, circa 6.800 miliardi di euro nella difesa, di cui il 50% per quella effettiva». Bonaiuti ha poi dimostrato come – secondo analisi scientifiche – investire in armi non faccia aumentare il PIL e non sia conveniente a livello occupazionale: «spendendo 1 miliardo in armi si creerebbero 3mila posti di lavoro; con la stessa cifra, se ne creerebbero il triplo tanto in ambito ecologico quanto in quello sanitario, e 11mila in istruzione». Al contrario, «nei Paesi UE-NATO nulla cresce come le spese militari, e anzi le spese per il welfare diminuiscono e aumentano le privatizzazioni». Insomma, alimentare l’industria delle armi vuol dire alimentare «un circolo ristretto, fatto di relazioni tra pochi e che richiedono soldi», delloStato, «sempre maggiori». Senza pensare come questa corsa al riarmo non faccia aumentare solo il peso economico-finanziario di queste industrie belliche ma anche «il loro peso nei confronti del potere politico, spingendolo sempre più a intraprendere iniziative militari». Senza dimenticare «il forte impatto ambientale dell’industria bellica, l’attenuarsi delle norme sulla responsabilità delle imprese e la sicurezza sul lavoro».A crescere sono i guadagni in Borsa dei grandi (enormi) fondi di investimento – BlackRock, Vanguard, State Street – nelle armi (di questi parliamo anche a pag. 13 riguardo al sistema immobiliare). Azioni che «aumentano non appena la Commissione UE annuncia nuovi investimenti nel settore».

Ma questa corsa al riarmo oltre che ingiusta – direttamente (per le vittime che crea) e indirettamente (per i soldi tolti a cura, istruzione e tutele sociali) – , è anche inutile, in quanto è stato dimostrato che «non ha nessun effetto deterrente», anzi «non fa che aumentare la tensione, avvicinare il rischio nucleare, impaurire i popoli vicini». Serve – ha concluso Bonaiuti – «immaginare pensieri, politiche, soluzioni alternative, un futuro diverso», per «non rassegnarsi al presente».

Dall’incubo nucleare è però partito Cefaloni:Lo scorso 5 febbraio «è scaduto – e non è stato rinnovato – il Trattato New Start tra USA e Russia», che «detengono quasi il 90% dell’arsenale globale». Ne consegue che le due parti «non sono più vincolate all’impegno di limitare il numero delle testate e ad accettare un complesso sistema di ispezioni, scambio di dati e comunicazioni reciproche». Oggi domina la «narrazione della paura, è difficile proporre una narrazione alternativa». Secondo alcune proiezioni, in caso di attacco nucleare, «inEuropa avremmo 85 milioni di morti solo nelle prime 3 ore». La stessa Italia da «arca di pace nel Mediterraneo», per citare La Pira, è diventata sempre più terra invasa dalle basi militari e dai cui porti partono sempre più armi verso fronti di guerra, compreso il Medio Oriente. Il Centro Studi della Fondazione “Machiavelli”, ad esempio, senza pudore nel 2018 parlava dell’importanza di vendere armi – dall’Italia – all’Arabia Saudita,Paese notoriamente non democratico e non rispettoso dei diritti umani fondamentali. Alla presentazione di quel report 8 anni fa partecipò anche l’attuale Ministro della Difesa Guido Crosetto, allora Presidente dell’AIAD (Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza). Non a caso, nel gennaio 2025 il governo italiano ha firmato un accordo con l’Arabia Saudita da 10 miliardi di dollari, comprendente anche voci riguardanti la difesa (ricordiamo anche l’amicizia tra il principe saudita BinSalman e Matteo Renzi). Vecchia alleanza quella tra impresa e sistema bellico, da Ansaldo, Pirelli e FIAT che crebbero molto durante la Grande Guerra, a oggi, con Leonardo, Fincantieri, (e le relative joint venture), Ge Avio e Iveco, che investono sempre più nel comparto Difesa; e lo stesso avviene nella nostra Regione, con molte aziende della “Motor Valley” che convertono la propria produzione al settore bellico.

Tanti e appassionati gli interventi dal pubblico, preceduti da alcune riflessioni positive e propositive da parte di Cefaloni: «è importante influire sulle leve economico-finanziarie», ad esempio attraverso la finanza etica, sostenere le lotte dei lavoratori portuali e non contro la vendita di armi e la riconversione bellica, e fare sempre più formazione nonviolenta, per i giovani e non».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 febbraio 2026

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