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«Noi curiamo le loro ferite, loro curano le nostre anime»

6 Mar

Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir: «i corpi dei migranti, torturati e ingombranti»

Nella Piazza del Mondo di Trieste, un gruppo di donne ricama su un enorme lenzuolo i nomi dei migranti morti durante i viaggi per sfuggire alla violenza, in cerca di una vita migliore.È il lenzuolo della memoria “Madri di frontiera”. Un “velo pietoso” che non nasconde il dolore ma lo mostra, e ne mostra le cause. È il dolore dei migranti che a migliaia arrivano o transitano a Trieste, provenienti perlopiù da Afghanistan, Pakistan, Siria, Iraq Iran e Bangladesh.

Lo scorso 1° marzo nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara sono intervenuti i coniugi Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, fondatori dell’Associazione “Linea d’ombra” che a Trieste soccorre queste persone in arrivo dalla rotta balcanica. I due sono stati intervistati da Massimo Cipolla, avvocato già consulente legale, tra gli altri, del Centro Servizi Integrati per l’Immigrazione dei Comuni della provincia di Ferrara. Un centinaio i presenti all’incontro.

«Sono, i nostri, a livello globale, tempi atroci, fatti di guerre e genocidi», ha esordito Franchi. Le domande “Chi sei Tu?Che sono io?” del ciclo di incontri per l’Ottavario «mi portano a domandarmi “Chi siamo noi”». L’io-tu, quindi, come embrione del noi. «I migranti a Trieste – nei loro Paesi vittime del colonialismo e della crisi ecologica – mi hanno in qualche modo aiutato a rispondere». Trieste, dove da anni incontriamo «migranti ai limiti della sopravvivenza, più volte abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza: e allora abbiamo compreso che non potevamo non fare nulla. Curiamo le loro ferite e diamo loro da mangiare: ecco cosa facciamo. Ma il nostro intento è anche politico, inteso come qualcosa che modifica la polis.Non accettiamo – ha proseguito – questo mondo di indifferenza prima e di violenza poi. Aiutiamo queste persone affinché possano essere libere di andare dove vogliono, contro il potere degli Stati e dell’Unione Europea che li bloccano o li uccidono coi loro dispositivi di controllo e di morte». È il potere istituzionale di un Occidente dominato «dall’indifferenza, dall’individualismo e dalla competizione/guerra, che fa dell’altro un nemico. Cerchiamo, invece, di creare  forme comunitarie di vita:è questo il “comunismo della cura” che dà il titolo a un mio libro», dove comunismo, appunto, è sinonimo «di cura e di relazioni necessarie affinché ci sia la vita». Insomma, «è solo la comunità a poter salvare la vita».

«I migranti – ha esordito poi Fornasir – coi loro sguardi ci insegnano a vedere noi stessi, il nostro trauma». Loro, «sporchi di fango, con l’odore di marcio e le piaghe nei piedi». Loro che, però, «spesso arrivano sorridenti e mi chiedono “Come stai?”». Insomma, «sono loro a curare noi. A volte mi dicono “sono salvo ma non sono vivo”»: si sentono morti dentro per tutta la violenza che han subito e alla quale hanno assistito. Come quel migrante che, alla frontiera tra Grecia e Turchia, ha visto un poliziotto uccidere un bimbo piccolo in braccio alla mamma con un colpo di pistola in testa e gettarlo nel fiume solo perché il suo pianto lo disturbava. «Ho visto i segni sui corpi di alcune persone migranti delle torture subite: io mi chino su di loro per curare le loro ferite», e «come posa di sovvertimento della posizione di potere che normalmente noi bianchi abbiamo nei confronti degli altri popoli. “Dio mio, perché mi è stato fatto tutto questo?” è il grido che spesso leggo negli occhi di queste persone» che arrivano a Trieste. Tra loro, «sempre più minori: arrivano di sera o di notte, e la mattina dopo prendono il primo treno diretto verso il nord Europa» e così proseguono il loro game, gioco (così lo chiamano), fatto di tappe, di livelli. Una sfida, però, molto, troppo reale. Molti migranti dormono nel silos, vecchio edificio abbandonato vicino alla Stazione dei treni. «Corpi ingombranti», da “sfrattare”, come quelli degli abitanti del nostro Grattacielo. Il potere, si diceva.Che è anche quello che amministra Trieste in questi anni e che contro questi migranti «ha chiuso i bagni pubblici e i sottopassi, messo reticolati, fatto sgomberi di massa». Ma alcuni anche giovani, lì sono morti per il freddo e le violenze subìte.

“Linea d’ombra” è una presenza di carità e non è solo un gruppo di triestini che ogni giorno li soccorre, ma una rete nazionale fatta anche da tanti “Fornelli resistenti”, gruppi che dalle varie città cucina e poi porta il cibo a Trieste (sono oltre 55 in tutta Italia).Un “Fornello resistente” esiste anche a Ferrara e per l’occasione l’ha brevemente presentato Gaetano Zanghirati. Sono gruppi che portano anche beni alimentari confezionati oltre che vestiti, scarpe e coperte. Diversi, sono, anche nella nostra città, i mercatini di autofinanziamento che ciclicamente tornano durante l’anno. Il prossimo viaggio di ferraresi è l’11 e 12 marzo, guidato da Domenico Bedin.

Andrea Musacci

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GLI ALTRI INCONTRI DELL’OTTAVARIO AL CORPUS DOMINI

Il secondo appuntamento, venerdì 6 marzo alle 20.45, avrà come destinatari privilegiati i giovani, offrendo loro la possibilità di “incontrare” Francesco in modo esperienziale, proprio a partire dalla sua domanda “Chi sei Tu? Che sono io?”. Claudia Baldassari (teologa e psico-drammatista) attraverso la metodologia dello psicodramma (parola composta da psyché, anima e drama, azione) accompagnerà i partecipanti a sperimentare in gruppo l’incontro con questo personaggio storico.

Sabato 7 marzo alle 16 sarà fr. Pietro Maranesi (cappuccino e teologo) ad intrattenere con la sua competenza e amicizia appassionata per il Poverello. Ci aiuterà ad individuare i cardini dell’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi e a riconoscere come il suo desiderio e la sua esperienza di Dio, pur portati fino alla dimensione più estrema possibile ad un uomo, possano essere alla portata anche di ciascuno di noi, di quanti intendano vivere da discepoli. 

Infine, domenica 8 alle ore 16 avremo modo di sostare in ascolto di “Francesco e l’infinitamente piccolo”, una lettura teatrale con Miriam Gotti (voce e canto) e Vittorio Mazzocchi (pianoforte) con testi tratti dall’omonimo libro di Christian Bobin. Sarà un viaggio poetico attraverso i sentieri luminosi dell’anima di Francesco d’Assisi. Non segue l’ordine cronologico della vita di Francesco, ma indugia su alcuni momenti cruciali, illuminandoli con la sua prosa poetica. “Francesco e l’Infinitamente Piccolo” diventa un invito a riflettere, a interrogarci sul senso della nostra esistenza, sul nostro posto nel mondo e sul nostro legame con il Tu di Dio. La vera felicità, ci ricorda l’autore, non risiede nei beni materiali, ma nell’amore, nella gioia e nella semplicità. 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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