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Ecologia e nonviolenza: un cammino di trasformazione personale e collettiva

7 Ott

Nel mese del Sinodo per l’Amazzonia, sono stati circa 150 i presenti nei due incontri del XXIV Convegno di Teologia della Pace svoltosi a Ferrara il 2 e 3 ottobre scorsi. Tanti i relatori, credenti (Piero Stefani, Emanuele Casalino, Giuliano Ferrari) e non credenti (Paolo Cacciari e Daniele Lugli). Il 2 ottobre si è tenuto anche l’ultimo incontro del “Tempo del Creato”

a cura di Andrea Musacci

mahatma-gandhi-a.900x600Dove trovare il giusto equilibrio tra la necessità di una resistenza alla catastrofe climatica che incombe su di noi, e il rispetto dei principi della mitezza e della nonviolenza? Questo è solo uno degli interrogativi emersi dal XXIV Convegno di Teologia della pace, svoltosi a Ferrara il 2 e 3 ottobre sul tema “La mitezza darà un futuro alla terra? Per una ecologia e nonviolenza integrali”, ispirato al passo delle Beatitudini, “I miti erediteranno la terra” (Matteo 5,5). L’appuntamento è stato organizzato da diverse associazioni (Pax Christi, SAE, Banca Etica, AC, ACLI, AGESCI, Movimento Rinascita Cristiana, Ferrara Bene Comune, MASCI), dall’Ufficio diocesano per la pace e la cura del creato, l’Ufficio diocesano ecumenismo e per il dialogo interreligioso, la Chiesa Battista di Ferrara, e con il patrocinio del Comune di Ferrara.

Fra il testo biblico e la “Laudato si’ ”

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl saluto iniziale del primo dei due incontri – svoltosi mercoledì 2 alla presenza di un’ottantina di persone nella sala parrocchiale di Santa Francesca Romana (in via XX settembre) – è spettato a don Andrea Zerbini, il quale si è soffermato sul ricordo di mons. Elios Giuseppe Mori (1921-1994) a cui, insieme ad Alberto Melandri, è stato dedicato il Convegno. Per l’occasione, è stato stampato e distribuito un piccolo opuscolo con alcuni passi di mons. Mori sul tema dell’ecologia e della pace. Il primo intervento ha visto Piero Stefani relazionare sul tema del Convegno: nella Bibbia la terra è promessa ai discendenti di Abramo, al popolo, dunque i padri trasmettono “qualcosa che non possono possedere”. E’ una terra, dunque, “che si eredita, che si accoglie, che mai dovrebbe essere conquistata”. Anche se spesso è proprio così, e questo, certamente, “non fa della Bibbia un testo ecologico”. Dall’altra parte, nel racconto biblico, “Dio ha cacciato alcuni popoli dalla terra che abitavano perché l’hanno resa impura: da qui l’idea, già presente, che stare sulla terra comporti un certo stile di vita”. Fondamentale per capire il versetto delle Beatitudini (Mt 5,5) è il Salmo 37, dove i giusti, i poveri e i miti “sono coloro che alla violenza non reagiscono con la violenza”, ma anche “coloro che prestano denaro, che aiutano chi ha bisogno”. Insomma, “sono coloro che confidano nella volontà di Dio”. Un’analisi dell’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco dal punto di vista di un “laico e agnostico” (come lui stesso si definisce) è stata poi tentata da Paolo Cacciari, scrittore, giornalista ed ex deputato, storico esponente ambientalista. Nell’aprile 2018, Cacciari insieme ad altri ha dato vita all’associazione “Laudato si’ – Un’alleanza per il clima, la terra e la giustizia sociale”, basata sulla lettera–appello sottoscritta da 160 attivisti e intellettuali, fra cui don Luigi Ciotti, don Virginio Colmegna, Erri De Luca, Luigi Ferrajoli, Grazia Francescato, Raniero La Valle, Gad Lerner, Luigi Manconi, Dacia Maraini, Luca Mercalli, Tomaso Montanari, Moni Ovadia, Francesca Re David, Paolo Rumiz, Wolfgang Sachs, Alex Zanotelli, Luca Zevi e padre Mussie Zerai. Un primo grande merito della Laudato si’ – “nella quale il Papa riconosce l’importanza dei movimenti ambientalisti degli ultimi decenni e critica i vari negazionismi” sul tema della crisi climatica – per Cacciari, è di aver “riconciliato un’analisi scientifica della realtà con un’attenzione etica e, direi, metafisica”. Centrale nell’enciclica è il concetto di “ecologia integrale”, da intendere nel duplice senso di “ecologia non superficiale, non piegata a ragioni di marketing o di business”, e nel senso ancora più profondo di “correlata alle questioni sociali, economiche, strutturali. Sarebbe, però, riduttiva una lettura solo ambientalista della Laudato sì”, ha proseguito il relatore: infatti, “questa conversione ecologica sempre più urgente, non può essere affrontata solo da un punto di vista fisico, biologico, o meramente tecnologico. Occorre invece una rivoluzione culturale e spirituale profonda, cercando di immaginare la nostra vita al di fuori delle regole del mercato, della logica capitalista del commercio, del profitto e della competizione”, di questa “economia che uccide”. Per Cacciari non bisogna abbandonarsi a una sterile lamentosità, ma cercare “controegemonie culturali, vere e concrete. La stessa Chiesa dovrebbe essere meno ambigua sulle tematiche legate alla crisi ecologica”. Dal testo biblico aveva preso l’avvio Stefani nel suo intervento e col testo biblico si è chiusa la prima giornata. Cacciari ha infatti criticato il versetto di Genesi 1,28 (“Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra»”). “Penso invece – ha concluso – che bisogna superare ogni forma di antropocentrismo, di specismo e, insieme, di androcentrismo, contrapponendo una forma di ’sacralizzazione’ della natura, iniziando a considerare i suoi beni non totalmente a disposizione degli esseri umani. Va quindi modificata la stessa concezione di esseri umani, pensandoci come interrelati con il resto della natura”.

La pace passa attraverso il sorriso, la testimonianza, la fede e la meditazione attiva: la tavola rotonda svoltasi il 3 ottobre dalle Clarisse

relatoriNel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, nel dopocena di giovedì 3 ottobre, si è svolto il secondo appuntamento del Convegno di “Teologia della pace”. Sul rapporto fra ecologia e nonviolenza hanno discusso, moderati da Piero Stefani, Daniele Lugli (Presidente onorario del Movimento nonviolento), Emanuele Casalino (pastore della Chiesa Battista di Ferrara) e Giuliano Ferrari (monaco de “I Ricostruttori nella preghiera” di La Spezia. Lugli ha relazionato sul tema “Ferrara città nonviolenta?”, partendo da un ricordo di Alberto Melandri, insegnante, coordinatore del CIES – Centro informazione e educazione allo sviluppo, rappresentante dell’associazione Cittadini del mondo, scomparso il 10 giugno scorso a 69 anni. Così, dal suo “sorriso ambulante” (la definizione è della figlia di Melandri) Lugli ha proposto ai tanti presenti (una 70ina) una “carrellata” di testimoni della nonviolenza, tutti, come Melandri, portatori di “un sorriso accogliente”. Il pensiero è andato innanzitutto a Silvano Balboni, ferrarese classe ’22, morto giovane, nel ’48, per una grave malattia, organizzatore anche nella nostra città dei Convegni sul problema religioso, un’originale forma di dialogo fra credenti (di ogni confessione) e non credenti, ai quali partecipavano anche alcuni sacerdoti, fra cui mons. Elios Giuseppe Mori (a cui è stato dedicato questo Convegno di Teologia della pace, insieme ad Alberto Melandri). Pietro Pinna (1927-2016), il primo obiettore di coscienza al servizio militare in Italia per motivi politici, è un altro “portatore”, secondo Lugli, di un sorriso indimenticabile, “segno di un animo nonviolento, nonostante una vita difficile, gli arresti e le critiche, contento comunque di non aver ucciso altri esseri umani”. Proseguendo, il relatore ha ricordato il sorriso di don Giuseppe Stoppiglia, ex parroco di Comacchio, deceduto il 24 settembre scorso, da lui conosciuto personalmente nella città lagunare alla fine degli anni ’60, “ritrovato” dopo 30 anni, e rincontrato nel 2016 in occasione della cittadinanza onoraria assegnatali proprio a Comacchio. Infine, un ricordo di Aldo Capitini, padre fondatore del Movimento nonviolento italiano, teorico della nonviolenza come apertura degli esseri all’esistenza nella sua interezza, senza però ’sacralizzare’ la natura. “Anche le varie Chiese Battiste italiane hanno prodotto negli anni diversi documenti ufficiali dedicati alla questione ecologica”, ha spiegato invece Casalino, spostando quindi il discorso sull’altro termine contenuto nel tema della serata. Si può partire dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, per fare un breve excursus, quando la Federazione delle Chiese evangeliche nel nostro Paese ha istituto una Commissione apposita sull’ambiente. “Nel giardino di Dio non ci sono rifiuti” è invece il nome del documento di quest’anno che segue diversi altri dal 2014 in poi. In quest’ultimo si denuncia come “l’attuale sistema di produzione e di consumo non faccia che generare rifiuti, compromettendo così il futuro e generando disprezzo verso il Creato”, con lo scarto anche degli esseri umani. La stessa lotta portata avanti da Greta Thunberg è, secondo Casalino, “frutto di una visione integrale della questione ecologica, che chiede quindi un cambio del sistema di produzione, non all’interno del sistema stesso”. Dopo aver citato importanti documenti sulla crisi ecologica, redatti da Legambiente e dall’IPCC (il Gruppo intergovernativo ONU di esperti sul cambiamento climatico) sulle responsabilità dell’uomo nell’aumento della temperatura media globale e di alcuni stravolgimenti all’ecosistema globale, Casalino ha riflettuto su come dovremmo ragionare da credenti: innanzitutto, prendiamo atto come nelle stesse comunità cristiane – delle varie confessioni – “se da una parte c’è una sempre maggiore consapevolezza, dall’altra molti cristiani tendono ancora a ignorare e a sottovalutare il tema”, se non addirittura a negarlo. Da qui il pastore ha proposto alcune considerazioni. Innanzitutto, l’importanza a suo dire di “riflettere su come, da cristiani, confessiamo la nostra fede in un Dio che è anche creatore di tutte le cose, così riconoscendo la centralità del Creato nella struttura dell’esperienza di fede. Ciò purtroppo, però, non ha impedito che anche Paesi dove il cristianesimo era dominante, si siano resi responsabili dell’attuale crisi ecologica”, con, ancora oggi, “diversi ambienti religiosi che sono veri e propri complici di questa situazione, strumentalizzando lo stesso testo biblico”. Un’altra causa della concezione errata di parte del mondo cristiano sul “dominio del creato” nasce, secondo il relatore, nel XII secolo quando si inizia a passare “da un’idea di Dio-Amore a una di Dio come potenza assoluta”, dalla quale deriverebbe la concezione dell’uomo, essendo a Sua immagine, come “colui che poteva disporre della natura per mandato divino”. Legata a questo grave errore, quello di “un’escatologia cristiana sempre più apolittica e sempre meno messianica”. Per Casalino, dunque, oggi è più che mai necessaria “una deontologia ambientale specifica da parte delle Chiese cristiane, non dimenticando mai che il problema non si può affrontare da soli ma collaborando con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, sia delle altre religioni sia non credenti”. Nell’ultimo intervento della serata, Ferrari ha innanzitutto posto una domanda: “chiediamoci non solo quale terra i miti erediteranno, ma anche quale terra loro stessi contribuiranno a costruire”. Da qui l’esempio di Gandhi (ricordiamo che il 2 ottobre era il 150esimo anniversario dalla nascita e la Giornata annuale mondiale della nonviolenza) e di altre figure – dall’Oriente o dall’Occidente -, veri e propri “germogli di una società e di un’umanità non violenta, semi che ci sono ancora oggi e che, se alimentati, crescono, come nel caso di Greta Thunberg o di Carola Rackete”. L’importanza di un approccio spirituale alla questione della difesa del Creato è stata quindi al centro dell’intervento del monaco: “sono gli occhi che devono aprirsi per vedere al di là delle apparenze, per vedere il divino nella realtà”, e dunque rispettarlo e amarlo. “Noi occidentali siamo tecnologicamente molto avanzati ma spesso non abbiamo questa capacità di visione, di vedere oltre, di vedere avanti. Il nostro – ha concluso Ferrari – dev’essere un cammino di coscienza, una trasformazione prima personale poi collettiva che ci unisca al mondo animale, vegetale, all’intero creato e al divino”.

Con S. Francesco per amare i doni di Dio

Un profondo momento di preghiera per concludere nei migliori dei modi il “Tempo del Creato”. Nel tardo pomeriggio dello scorso 3 ottobre, il Monastero del Corpus Domini di Ferrara ha ospitato il terzo e ultimo appuntamento del mese dedicato alla cura del Creato, in concomitanza con i primi vespri della Festa di San Francesco d’Assisi, da 40 anni patrono dei cultori dell’ecologia. Dopo l’incontro del 1° settembre al porto di Gorino e quello del 13 al Santuario del Poggetto, questa volta è toccato alla nostra città – per la precisione alle Clarisse di via Campofranco – di ospitare questo momento di preghiera, con la meditazione tenuta da fra Paolo Barani dei Conventuali di Bologna, intervenuto dopo il racconto del transito del Santo di Assisi. Santo che, fino all’ultimo, ha invitato tutti a lodare Dio: “anche nel momento di maggiore sofferenza, aveva la lode nel cuore, l’ebbe fino all’ultimo respiro”. Nell’agonia che lo porterà alla morte terrena, nell’ospedale di San Salvatore, vicino Assisi, in una piccola cella, fra i topi, “sentiva la presenza del Signore”, presenza che gli ispirò il celeberrimo “Cantico di Frate Sole” (o “Cantico delle creature”). Questa sua divina capacità di vedere l’eterno in ogni creatura, ha proseguito fra Paolo, “è segno che Dio stesso ama le sue creature come vive, mai come mere cose morte, inermi”. Creato che, in quanto tale, non ha e non può avere nessuno scopo specifico, “nessuna utilità, solo di essere riflesso della bellezza, della bontà e dell’amore assoluti di Dio, riflesso che noi possiamo contemplare” per meglio conoscere l’Eterno. In conclusione, prima del saluto finale di don Francesco Viali, direttore dell’Ufficio Diocesano per la Salvaguardia del Creato, il Vescovo mons. Perego ha spiegato come il fazzoletto di terra adagiato davanti all’altare dalle sorelle Clarisse, “ci ricorda la nostra creaturalità e dunque il nostro legame profondo con la terra, che spesso però devastiamo, dimentichiamo, non riconosciamo come ricchezza. Il Sinodo per l’Amazzonia – ha concluso – serve anche a ricordarci come gli esseri umani non debbono sacrificare la terra per i propri interessi utilitaristici, ma guardarla con gli occhi della povertà, del rispetto, della gioia e del ringraziamento”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2019

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Sr. Elena Ester, che ha scelto di “stare nel grembo di Dio”

3 Giu

La mattina del 1° giugno nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara si è svolta la celebrazione per la professione temporanea di una giovane novizia

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUna tappa indimenticabile del cammino vocazionale di una novizia. La mattina del 1° giugno scorso sr. Elena Ester ha professato i “voti semplici” nel Monastero delle clarisse del Corpus Domini di via Campofranco. Particolarmente emozionante il momento della consegna del velo, della Regola e del crocifisso alla giovane suora. Nell’omelia, Fra Enzo Maggioni – ministro provinciale dei frati minori francescani del Nord Italia, che ha presieduto la liturgia – ha preso le mosse da una domanda apparentemente scontata: “tutti nasciamo in un grembo caldo e accogliente, quello materno, e al tempo stesso siamo nel grembo della storia, di un tempo nel quale ci è dato vivere”. Siamo anche in un grembo più grande, “in Dio, che ci ha creati per puro dono, per pura grazia, la matrice originaria di ognuno è un dono assoluto, immeritato”. Per questo possiamo fare “esperienza di essere dentro una vita bella, che non viene dal nulla, ma da un dono e va verso un dono”. La vita è dunque questa “gestazione, questo processo che ci porta a essere davvero noi stessi, sempre alla luce di Gesù Cristo”. Solo da qui può scaturire quella “speranza vera, che nessuno può toglierci, anche se, certo, il cammino è faticoso”. Per questo è importante non dimenticarsi di porci davanti al Signore pregando così: “Signore, i tuoi desideri sono i miei”, cercando cioè di essere “in comunione con Lui”. “Le nostre sorelle, anche quelle di questo Monastero – ha concluso -, hanno il compito di rendere evidente ciò che è importante per ognuno, cioè di renderci attenti alla dimensione della fede, senza abbandonarci al materialismo oggi così diffuso”. Prima della conclusione della Messa, sr. Elena Ester ha salutato e ringraziato tutti i presenti. A seguire, vi è stato un piccolo rinfresco nel giardino del Monastero.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

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Una macchia rossa sul muro e l’impegno per non dimenticare

15 Apr

Un’orribile, assurda strage mafiosa avvenne il 2 aprile 1985 a Pizzolungo, vicino Trapani. A perdere la vita furono Barbara, 31 anni e i suoi due figli gemelli di sei anni, Giuseppe e Salvatore. L’altra figlia, Margherita, “sopravvissuta”, ha raccontato la sua storia a Ferrara. Chiedendo che si arrivi a conoscere i veri mandanti e le vere motivazioni

0413“Mia madre Barbara Rizzo aveva 31 anni quand’è stata uccisa con i miei fratelli gemelli Giuseppe e Salvatore, di 6 anni, mentre li accompagnava a scuola in macchina, cancellati da un’autobomba preparata per colpire il magistrato Carlo Palermo”. E’ questo il cuore dello straziante racconto di Margherita Asta, che aveva 11 anni quando “sopravvisse”, la mattina del 2 aprile 1985, alla Strage di Pizzolungo nel trapanese. Una testimonianza ospitata la sera del 12 aprile scorso nella Sala del Coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara, con introduzione di Dario Poppi e un breve e struggente momento musicale a cura di Roberto Berveglieri. Pochi giorni prima il giudice Palermo era giunto da Trento per indagare su una raffineria di eroina gestita dalla mafia nei pressi di Alcamo,vicino Trapani. Proprio nell’istante in cui Barbara Rizzo passa accanto ad un’auto parcheggiata sul ciglio della strada, un’altra auto, quella del sostituto procuratore, la supera: gli attentatori decidono di far esplodere comunque l’autobomba, convinti che la deflagrazione farà saltare in aria anche la vettura di Palermo. “Quella mattina – sono state le parole di Margherita – mi salvai perché decisi di recarmi a scuola accettando un passaggio da una nostra vicina di casa, dato che i miei fratelli ritardavano perché facevano capricci – stavano litigando per un paio di pantaloni – e perché Giovanni voleva finire di leggere, come ogni mattina, qualcosa assegnato dalla maestra. Quando già ero in classe, entrò una bidella per dirmi che dovevo uscire e andare a casa, dove trovai tanta gente, tra cui mia zia, sorella di mia madre, che mi disse che lei e i miei fratelli erano stati coinvolti in un ‘incidente’ e che ‘erano volati in Cielo’ ”. Nel tempo Margherita, captando spezzoni di frasi di parenti e amici, inizia a comprendere che non si trattava propriamente di “incidente”. “Quando andai sul luogo della strage – ha proseguito -, vidi il cratere provocato dall’enorme esplosione (il cui boato fu sentito anche a Trapani, a 6 km di distanza) e una macchia rossa sul muro bianco della villa di fronte”, il sangue innocente di uno dei due fratelli. Anni dopo, in quel luogo volevano costruirci uno stabilimento balneare, progetto fortunatamente mai portato a termine. A ricordo della strage, invece, è stata posta una stele con un gruppo bronzeo opera di Domenico Li Muli. Il padre di Margherita, Nunzio, è morto nel ’93, a 46 anni, per problemi cardiaci. Per quanto riguarda i processi, nel 2002 Totò Riina e Vincenzo Virga sono stati condannati all’ergastolo, stessa pena comminata due anni dopo anche a Baldassare Di Maggio mentre Antonino Madonia è stato assolto.

Barbara_Rizzo“Gli esecutori materiali – sono ancora parole di Margherita Asta – erano stati condannati in primo grado nel 1988, ma poi inspiegabilmente assolti nei due gradi successivi”. Due mesi fa a Caltanissetta è iniziato invece il quarto processo, il “Pizzolungo quater”: la Procura di Caltanissetta ha chiesto al gip il rinvio a giudizio del boss mafioso palermitano del rione Acquasanta, Vincenzo Galatolo, accusato dalla figlia Giovanna e dal pentito Francesco Onorato. La sentenza si avrà a fine 2019. “Spero – ha spiegato – che si scoprino i veri mandanti della strage e le vere motivazioni per la quale è stata decisa. Forse si scoprirà anche che ambienti massonici e politici sono fortemente coinvolti”. “Nel 2008 – ha poi proseguito – inizio il mio impegno con l’associazione ‘Libera’ ”. “Ciò che mi spinge ad andare avanti è il bisogno di conoscere la verità, il cercare di dare un senso alla morte di mia madre e dei miei fratelli, e del perché invece io mi sono salvata. Il mio fare testimonianza lo considero un contributo alla società, un modo per non chiudermi nel dolore, perché il sentirmi solo vittima mi sta stretto. Mi impegno – sono ancora sue parole – per ricostruire e ricucire quel patto sociale che si spezza ogni volta che viene commesso un reato, e per questo con ‘Libera’ facciamo progetti anche nelle carceri, comprese quelle minorili. Il senso quindi lo trovo in parte nell’incontro con l’altro, a contatto con i detenuti, col loro dolore. ‘Noi’, ‘speranza’, ‘oltre’, ‘educazione’ – ha concluso – sono i quattro punti cardinali, di cui richiamano le iniziali, che dovrebbero orientare l’azione di ognuno di noi”. Infine, vi sono stati i ringraziamenti da parte di don Andrea Zerbini, alla guida dell’Unità Pastorale Borgovado, e di Isabella Masina di “Libera”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 aprile 2019

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Quella santità “feriale, piccola, di tutte/i e comunitaria”

11 Mar

L’Ottavario di S. Caterina Vegri si è concluso sabato 9 marzo con la riflessione di Cristina Simonelli sulla “Gaudete et Exsultate”

5051L’importanza di “fiutare il buon profumo della santità, a prescindere dal nome con la quale è chiamata”, scoprendo quella “trama condivisa di santità sparsa nel mondo, che attraversa tutti”. Amare usare un linguaggio vivace e appassionato Cristina Simonelli (Presidente del Coordinamento delle teologhe italiane) per tentare di spiegare e di riflettere insieme a chi l’ascolta, su cosa sia la santità. Lo ha fatto anche nel pomeriggio di sabato 9 marzo nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, nella giornata conclusiva dell’Ottavario di S. Caterina Vegri, dedicato appunto al tema della santità e della bellezza. Nel suo intervento dedicato in particolare all’Esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate” (GE), la Simonelli ha voluto innanzitutto omaggiare S. Caterina Vegri, richiamando la sua “pietas verso la fragilità dei corpi e dei volti”. Da qui il collegamento con la Misericordia, tema quanto mai centrale nel pontificato di Francesco, scandito, non solo in GE, dal tema della gioia (“Evangelii Gaudium”), della letizia (“Amoris Laetitia”), e della lode (“Laudato si’”). “Il documento ha un cuore biblico, rappresentato dalle Beatitudini – ha spiegato -, ma vi è anche un cuore del cuore stesso, la cosiddetta regola del volto, che ha come bussola Mt 25, 45: “ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”. Torna quindi la sopracitata “pietas davanti al corpo” del prossimo, come, ad esempio, può essere quello dei “naufraghi, che è quasi come stare davanti a una reliquia, a un ex-voto”, e da qui il legame col periodo quaresimale, “nel quale ognuno è chiamato a un cammino penitenziale, a porsi in ginocchio davanti alle ’reliquie’ del corpo del Signore”. Da ogni pagina di GE emerge proprio questa “spiritualità di santità”, intesa come “profondità evangelica di forma di vita”. Ricorrente è, innanzitutto, il discorso sui cosiddetti “santi della porta accanto” (GE 6-9): “Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati”, scrive Francesco. “Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio […]. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità ‘della porta accanto’, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, ‘la classe media della santità’ ”. Questa “santità di tutte e di tutti”, una “santità feriale”, è possibile incontrarla “nella quotidianità di una vita buona”. L’idea, dunque, è che la strada sia “luogo di santità”, luogo di uscita verso il prossimo, e al tempo stesso (una cosa non esclude l’altra) lo è anche “la casa”, la prossimità familiare. Una santità, questa, come accennato, “leggera ma non superficiale, nel senso che non si tratta di un lavoro al ribasso”, e che, anzi, può arrivare – ma non necessariamente – al “martirio”. E’ anche – ha proseguito la relatrice – una “santità diffusa in un mondo che, certo, è teatro di un dramma ma anche luogo dove possiamo sentire la sintonia con le nostre sorelle e i nostri fratelli, respirare la santità ovunque, anche in persone che chiamano Dio in un altro modo, o che non lo chiamano proprio”. Possiamo perciò “fiutare il buon profumo della santità, a prescindere dal nome con la quale è chiamata”, scoprendo quella “trama condivisa di santità sparsa nel mondo, che attraversa tutti”. Infine, la santità è anche quella “dei piccoli particolari” (GE 144) e non può non essere “santità della comunità, intesa come salute della nostra vita comune, matrice nella quale sanamente si può sviluppare la santità di ognuno. Ciò, naturalmente, non toglie l’influsso dello Spirito – ha concluso la Simonelli -, ma è importante per capire che non solo questo agisce, ma anche lo spirito condiviso”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 marzo 2019

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“E’ diventata sacramento da donare agli altri”

4 Mar

“Il diario di bordo” di una persona credente: così Guido Boffi ha definito le “Lettere” di Laura Vincenzi, la cui nuova edizione è stata presentata nel Monastero delle Clarisse di Ferrara lo scorso 2 marzo, alla presenza di circa 150 persone

Laura 3Una fede, al tempo stesso “semplice e sbalorditiva”, in quel “Dio che si fa, diventa le nostre gambe, i nostri occhi, la nostra guida”, cercando, in ogni attimo, di comprendere “i Suoi piani”. La vita di Laura Vincenzi continua a interrogare e a diffondere semi di speranza, di bellezza, di santità. Anche per questo, è stata scelta la sua testimonianza come centrale nell’Ottavario di Santa Caterina Vegri di quest’anno. Il pomeriggio di sabato 2 marzo ha visto circa 150 persone (tra cui anche un gruppo dalla parrocchia Santa Croce di Bologna) ritrovarsi nel Monastero ferrarese del Corpus Domini per l’attesa presentazione in città – dopo quella a Tresigallo del 18 gennaio scorso – delle “Lettere di una fidanzata”, da poco riedite da Editrice Ave. Dopo la presentazione di Chiara Ferraresi (Presidente AC), che ha sottolineato in particolare come l’evento sia stato preparato insieme da diverse associazioni diocesane, è stato proiettato un video realizzato da Gioventù Studentesca/Comunione e Liberazione di Ferrara, nel quale tre adolescenti commentano ciò che la lettura delle “Lettere” ha portato nelle loro vite. Rachele (4° Liceo Ariosto) ha sottolineato come nella vita della giovane “ogni cosa era fatta con semplicità e con una fede che sempre la circondava, convinta fino all’ultimo che Qualcuno non l’avrebbe abbandonata”. Laura aveva dunque “accettato la sfida di vivere la propria vita fino in fondo”, ha spiegato Giorgio (4° Liceo Roiti): “in questo tentativo vedo anche un po’ della mia esperienza”. Concetto ripreso da Chiara (5° Liceo Roiti), secondo cui Laura “ha vissuto la fede in ogni ambito, prendendola davvero sul serio”. Il destinatario di quelle stupende missive era Guido Boffi, allora suo fidanzato, e che negli anni ha portato avanti la memoria della ragazza, curando anche l’ultima edizione delle “Lettere”. Intervellato dalle letture di stralci delle “Lettere” a cura di Gian Filippo Scabbia con accompagnamento musicale di Roberto Berveglieri, Boffi ha spiegato come le pagine di Laura continuano a lasciare una “traccia profonda in tante persone, anche atee. Fin dall’inizio, anche prima della malattia, colpisce innanzitutto la sua fiducia incondizionata nell’Eterno, che la porta, nonostante le sempre minori sicurezze, a porre come centrale la relazione autentica con l’altro, e con un Altro”: l’altro/l’Altro è dunque “il luogo dove l’amore si fonde con la fede”. Laura viveva la propria santità quotidianamente, “la propria vita – ha proseguito Boffi – non temeva di perderla ma voleva solamente spenderla per gli altri, realizzarla nell’amore”. Questo libro è una specie di “diario di bordo” di una persona credent, e in esso “Dio non viene mai accusato del male nel mondo, ma è sempre e comunque una Presenza positiva”, che le ha permesso di “mantenere una sbalorditiva serenità e di rafforzare i legami con le altre persone, fino a diventare, lei stessa, sacramento da donare agli altri. I santi quindi – ha concluso – non sono gente da piedistallo ma sono in mezzo a noi, ognuno di noi può esserlo”. Il secondo intervento è stato del Vicario generale mons. Massimo Manservigi, il quale ha esordito riflettendo su due citazioni: un’antica intuizione cristiana – “Quando muore un Santo, è la morte che muore!” – e, dell’apostolo Paolo, “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). “In Laura vi è stato questo progressivo svuotamento di sè per essere riempita di Cristo, la sua esistenza dimostra in modo chiaro come la vita terrena abbia qualcosa a che fare con l’eternità, che si costruisce qui e ora”. Un hic et nunc che non richiama nulla di effimero, anzi: “centrale nelle sue lettere – ha proseguito mons. Manservigi – è il cambiare ottica, guardando e compiendo tutto a partire dal progetto di Dio. E in questo, a mio parere, in Laura vi è un approfondimento, non una progressione nel tempo, nel senso che è qualcosa che lei ha sempre avuto, anche prima della malattia”. Laura scopre che nel presente, nell’oggi, non in un futuro indefinito, “c’è la possibilità di approfondire ciò che Dio vuole per lei”, c’è insomma sempre un’urgenza di comprendere quali sono i piani di Dio, e di vivere di conseguenza. Nella parte conclusiva del proprio intervento, il Vicario ha citato la Lettera apostolica “Salvifici doloris” del 1984 nella quale Giovanni Paolo II in particolare scrive: “si può dire che l’uomo diventa in modo speciale la via della Chiesa, quando nella sua vita entra la sofferenza”. “Possiamo dire che Laura è ’via della Chiesa’: nel modo in cui vive la propria fede e la propria malattia, è, infatti, costantemente testimone della comunione dentro la Chiesa, ed è esperienza della Chiesa che vive la sofferenza in una persona”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

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“Tramite Isacco, Dio chiede a ognuno di prendersi cura della fragilità del prossimo”

4 Mar

E se il figlio di Abramo e Sara fosse un disabile mentale? La teoria di don Gianni Marmorini presentata al Corpus Domini di via Campofranco

5Non certo una boutade ma un’ipotesi seria, ampiamente meditata, importante tanto per i possibili risvolti teologici quanto (e soprattutto)per quelli pastorali ed esperenziali. Il pomeriggio di domenica 3 marzo il Monastero delle Clarisse di Ferrara ha ospitato la presentazione del libro di don Gianni Marmorini, “Isacco, il figlio imperfetto” (edito da La Claudiana, importante casa editrice protestante), presente insieme a Lidia Maggi, pastora battista e biblista. Piero Stefani ha introdotto e moderato il dibattito tra i due citando innanzitutto un’intuizione di Rita Levi Montalicini, pensatrice laica, secondo la quale “dove tutto è perfetto, non vi può essere ricerca, possibilità di miglioramento”. Ma di certo non la pensavano così Sara e Abramo, genitori di Isacco, “il figlio atteso tanto”, ha esordito la Maggi, ma che, quando nasce, provoca in loro “un riso sarcastico, e nessun sentimento di gioia o di gratitudine”. L’imperfezione di Isacco risiede nel fatto che potebbe essere “attraversato da una fragilità” particolare, e per questo ha “una personalità poco marcata, oltre a essere nato da genitori troppo anziani e che hanno tra loro un rapporto di stretta parentela”. Senza pensare poi al fatto che Abramo, come le altre persone, “non gli rivolge quasi mai la parola, ignorandolo per tanti anni”. Si può insomma dire che Isacco è “un debole, l’unico che non riesce a trovarsi in modo autonomo la propria moglie, è un personaggio sempre agito dagli altri, mai protagonista. Ciò che è sconvolgente è proprio questo, ha riflettuto ancora la Maggi: che “la promessa di Dio passa attraverso un figlio che non corrisponde al desiderio di chi tanto l’ha voluto”. Da qui l’importanza di sviluppare una “teologia della disabilità”, dove quest’ultima “non è addomesticata o ignorata ma può trovare accoglienza, essere custodita”. Ed è proprio questo il grande merito del volume di don Marmorini. Come lui stesso ha spiegato, “la mia ipotesi è che Isacco avesse una forma di disabilità mentale: decisi di scrivere questo libro quando, nell’esporre questa ipotesi a una coppia con una figlia disabile, si commossero. Dio nella Bibbia non ha mai fede nell’uomo perfetto, esemplare, privo di dubbi (si pensi ad esempio ad Adamo, Caino e allo stesso Abramo)”, ha proseguito, “ma accetta l’imperfezione” degli esseri umani. Il testo biblico non è fatto, come molti credono, “di eroi o di icone, ma di persone che vivono errori e fallimenti”. Nel capitolo 22 di Genesi (dove vi è narrato il sacrificio, o legatura, di Isacco) Dio “non chiede all’uomo (tramite Abramo) di sacrificare il proprio figlio, di usare violenza, di pensare alla fede come a una prova muscolare, ma di imparare ad accettarne l’imperfezione, prendendosene cura, e così con ogni persona, perché nessuno può e potrà mai essere all’altezza delle nostre aspettative”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

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“La risposta al rifiuto delle migrazioni? Legalità e progetti condivisi”

21 Gen

Presentato a Ferrara il Rapporto Caritas – “Il Regno” sull’immigrazione: l’accoglienza e l’integrazione dei migranti sono anche discorsi ecumenici. L’unità tra fratelli e sorelle cristiane può combattere la percezione capovolta della realtà

1Nel pomeriggio dello scorso 19 gennaio il Monastero delle Clarisse di Ferrara ha ospitato l’incontro di presentazione (con una 50ina di presenti) della ricerca condotta da Caritas Italiana e rivista “Il Regno”, dal titolo “Immigrazione. Il fattore sfiducia degli italiani”, organizzato con il patrocinio della Caritas e della Migrantes diocesane. Sono intervenuti Gianfranco Brunelli (Direttore della rivista “Il Regno”) e Guido Armellini (Chiesa Metodista di Bologna), introdotti e moderati da Piero Stefani (redattore de “Il Regno” e rappresentante del Segretariato Attività Ecumeniche). Quest’ultimo ha spiegato come il tema immigrazione e quello ecumenico siano tra loro correlati per tre ragioni fondamentali: “le realtà ecclesiali, cattoliche e non, sono sempre più multietniche” al loro interno; “le diverse Chiese sono sempre più impegnate nell’ambito dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti; non tutti i membri delle stesse Chiese, però, sono favorevoli ad accogliere”. Ciò provoca ferite, fratture importanti all’interno delle comunità. “E’ sempre più forte il rifiuto dell’immigrazione – ha spiegato Brunelli -, domina spesso la paura dell’immigrato, e l’immigrazione viene vista solo come problema e non anche come opportunità”. Il primo dato che emerge dalla ricerca in questione riguarda il numero di migranti nel nostro Paese, dunque “il problema della percezione del fenomeno, spesso sovrastimato”, ha spiegato. La realtà italiana, infatti, “non è particolarmente esposta al problema dell’immigrazione, anche in rapporto alla popolazione totale, ma la percezione diffusa è diversa, e associa l’immigrato prevalentemente all’irregolare”. Risulta inoltre come “percentualmente i cattolici fra gli immigrati rispecchiano all’incirca la media della popolazione italiana”, e che, altro dato che emerge, “meno si è colti più si avverte come grave il problema immigrazione”. Riguardo al tema della sicurezza, il fenomeno migratorio, ha spiegato ancora Brunelli, “non è tanto percepito come minaccia personale, ma a partire da un sentimento sociale e culturale diffuso da molto tempo: in uno Stato considerato da molti come corrotto, i cittadini non si sentono tutelati nella loro sicurezza”. Un altro orrendo pregiudizio, “seppur non particolarmente diffuso nel nostro Paese, ma ancora esistente è quello “contro gli ebrei”. “L’integrazione non può non passare attraverso un’assimilazione governata politicamente, cioè che risponda tanto al bisogno di migranti quanto a quello di sicurezza. Al contrario, il rifiuto aumenta solo l’immigrazione illegale e incontrollata”. Armellini ha improntato il suo ragionamento principalmente sull’importanza delle “opere” per far progredire il cammino ecumenico, che “ha senso se si traduce in servizio agli esseri umani, soprattutto i più deboli. La Chiesa Metodista di Bologna, ad esempio, organizza corsi di italiano per stranieri, ed è arrivata a contare una 70ina di insegnanti e più di 400 studenti. Conoscendo queste persone, abbiamo ad esempio ’scoperto’ come prima della caduta di Gheddafi, avvenuta nel 2011, mole persone emigravano in Libia per lavorare. Dopo la sua caduta – ha proseguito – , il Paese è caduto nelle mani di bande di criminali, e, come ormai purtroppo è stato ripetutamente accertato, finiscono in veri e propri lager, sono costretti ai lavori forzati, subiscono violenze, stupri, a volte vengono ammazzati per nulla”. “La percezione della realtà di diversi italiani sul tema immigrazione è totalmente distorta. La clandestinità – ha poi spiegato, riprendendo un concetto di Brunelli -, è causata da leggi ben precise, a partire dalla Bossi-Fini, che ha prodotto una massa di persone inesistenti a livello anagrafico. La risposta, quindi, consiste nel legalizzare, non nell’aumentare l’area della clandestinità, come invece fa il Decreto Salvini”. “In Italia, poi, putroppo, la religione cristiana da molti viene vissuta come un’identità da difendere”. Armellini ha citato un passo dal capitolo 29 del primo libro delle Cronache. Si sta per costruire il tempio, il popolo porta immense donazioni a questo scopo. Il Re Davide nel suo discorso a un certo punto dice: “Ora, nostro Dio, ti ringraziamo e lodiamo il tuo nome glorioso. E chi sono io e chi è il mio popolo, per essere in grado di offrirti tutto questo spontaneamente? Ora tutto proviene da te; noi, dopo averlo ricevuto dalla tua mano, te l’abbiamo ridato. Noi siamo stranieri davanti a te e pellegrini come tutti i nostri padri. Come un’ombra sono i nostri giorni sulla terra e non c’è speranza” (1 Cr 29, 13-15). Insomma, “la terra non è nostra, noi siamo di passaggio, nessun territorio è di nostra proprietà, e quindi non possiamo decidere chi ci deve stare e chi no”. Tre sono i progetti ecumenici attivi organizzati anche dalle Chiese protestanti italiane: il primo, “Essere Chiesa insieme”, per superare le singole etnie; i “corridoi umanitari”, che da febbraio 2016 hanno permesso a più di 1800 persone, siriani in fuga dalla guerra e dal Corno d’Africa, di approdare in modo sicuro in Italia; infine, “Welcoming Europe”, raccolta firme proposta da un arcipelago di chiese, associazioni, reti cristiane e laiche per depenalizzare la solidarietà, creare passaggi sicuri (simili ai corridoi umanitari) e riaprire i flussi migratori. E’ possibile firmare fino a fine febbraio 2019 (http://welcomingeurope.it/).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 25 gennaio 2019

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