Se il neoliberismo si mangia la politica e il diritto: un dibattito a Libraccio

13 Feb

È un vizio antico – anzi, intrinseco – del potere quello di manipolare il linguaggio a proprio piacimento, adulterando le parole per ingannare coloro che vuole dominare, oltre a sé stesso. Un sistema come quello in cui siamo immersi deve quindi manipolare termini fondamentali: primo fra tutti, “libertà”. Di questo e molto altro si è discusso nel pomeriggio dello scorso 4 febbraio nella libreria Libraccio di Ferrara, in occasione della presentazione del libro di Carlo Iannello “Lo stato del potere. Politica e diritto ai tempi della post-libertà” (Meltemi ed., 2024), incontro a cura di Macrocrimes. Iannello è docente di Diritto costituzionale, Diritto pubblico dell’economia, Diritto dell’ambiente e Biodiritto. L’incontro è stato introdotto e moderato da Claudio Maruzzi:«la politica – ha detto – fa solo politiche al servizio del mercato: questo è il neoliberismo». 

«Dagli anni ’70 del secolo scorso il mercato ha esondato, conquistando tutti gli ambiti della società», è quindi intervenuto Paolo Veronesi (Dipartimento Giurisprudenza UniFe): «dalla scuola e l’università alla sanità, dal mondo del lavoro alla giurisdizione, dalle carceri al welfare e alla fiscalità». E con disuguaglianze non solo che permangono ma «in continuo aumento», di certo non mitigate da grandi e piccole liberalizzazioni e privatizzazioni. Una visione, questa neoliberista, «di certo non avvallata dalla Costituzione italiana». Sul versante del potere statale, si è «neutralizzato il suo ruolo finalizzato alla giustizia sociale e alla tutela della persona che aveva nel secondo dopoguerra, si sono svuotati i partiti e accentrato il potere nell’esecutivo», ha proseguito Veronesi. Di conseguenza, il conflitto sociale per chi difende questa ideologia non può che diventare «il nemico», ed è la stessa società a non esistere più, ma solo «individui isolati illusi di essere liberi». In questo contesto, facilmente «il sistema emergenziale», d’eccezione, «può diventare ordinario». A livello continentale, l’Unione europea è «rimasta a metà del guado, rischiando così di annegare», e lo stesso concetto di riformismo è stato «snaturato». A dominare sono, a livello globale, «i gigacapitalisti, che possiedono risorse e quindi potere maggiori rispetto agli Stati e agli organismi sovranazionali. Non bisogna però rimpiangere la vecchia forma dello Stato, che come tutte le costruzioni umane è destinata a morire, ma pensare», o perlomeno anelare a «un’Europa come soggetto costituzionale e poi a una “Costituzione della Terra”» (si vedano al riguardo le analisi di Luigi Ferrajoli).

«Alla base di queste mutazioni negative indotte negli ultimi decenni dal neoliberismo vi è un ben preciso orientamento ideologico», nessun fatalismo o automatismo, ha rincarato Orsetta Giolo (Dip. Giurisprudenza UniFe). Il neoliberismo – ha aggiunto – è «volontà di affermazione del mercato sulla politica e sul diritto», ma il neoliberismo «ha bisogno del diritto», ha torto chi dice che lo nega; la differenza è che «lo stravolge», dandogli la forma che gli serve. Forme pre-moderne; assistiamo, infatti, a una «ri-feudalizzazione della politica e del diritto:non esiste più nessuna universalità, la persona non è più al centro. Il diritto è servile nei confronti del mercato e violento nei confronti di tutti gli altri, che diventano sudditi, non più cittadini».

E a proposito delle basi ideologiche, Iannello ha esordito citando i suoi principali teorici, Friedrich von Hayek e Milton Friedman, quest’ultimo consigliere fidato di Pinochet nel Cile dove si mise fine in maniera cruenta all’esperimento di Allende di coniugare socialismo e democrazia. Riprendendo alcuni dei temi discussi da chi l’ha preceduto, Iannello ha riflettuto su come il diritto neoliberale di per sé «crea disuguaglianze» e «ha al centro la realizzazione di grandi monopoli globali, non le libertà collettive, non i diritti sociali». Ma la stessa libertà del singolo – fatta eccezione per pochi (ma poi, è vera libertà la loro?) – è «un’illusione, è il grande inganno nascosto dietro espressioni quali “imprenditore di sé stesso” o “capitale umano”», espressioni «dell’autosfruttamento» tipico del neoliberismo, per cui spesso si perde la capacità di cogliere le vere «fonti dello sfruttamento».

Un dibattito vivo e fruttuoso, dunque, quello a Libraccio, che ha visto anche una buona partecipazione di pubblico. Aggiungiamo solo una piccola nota finale: forse il Novecento ha dimostrato che è impossibile un’alleanza o convivenza tra democrazia sostanziale e capitalismo, dato che il secondo inevitabilmente finirà per divorare il primo, in quanto di per sé senza limiti, mentre una vera democrazia si fonda sul limite e la ricerca del suo senso.Di conseguenza, sarebbe forse più utile abbandonare utopiche costituzioni globali e chiamare col proprio nome le fondamenta strutturali (non contingenti) di un sistema globale da un secolo e mezzo fondato sul profitto, la competizione, lo sfruttamento (delle persone, delle comunità, del creato) e l’alienazione.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 febbraio 2026

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