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Competizione e culto dell’eccellenza: se la scuola pubblica diventa un’azienda

29 Mag

Presentato il libro “Contro la scuola neoliberale”: l’INVALSI è un sistema di valutazione nazionale fortemente astratto e strumentale che pone in competizione tra loro scuole, studenti e territori

La scuola è stata «ridotta a un’azienda», «governata in senso privatistico», il capitalismo è «entrato totalmente nelle nostre classi», stravolgendo il modo di pensare e di parlare di molti. È questa la dura accusa che lo scorso 20 maggio nella libreria Libraccio di Ferrara ha lanciato Rossella Latempa, docente e e una delle autrici del libro collettaneo “Contro la scuola neoliberale”, libro presentato con Antonio Ferrucci e Silvia Giordano in un incontro organizzato in collaborazione con Usb Scuola. Il volume nasce dall’esperienza di “Consigli di classe”, collettivo culturale composto da docenti della scuola e dell’università di cui fanno parte le autrici e gli autori (insegnanti, ricercatori, studiosi) dei saggi qui raccolti.

Che la visione neoliberale (o neoliberista) abbia invaso anche la formazione, per Latempa lo si evince guardando come l’OCSE ha rappresentato l’istruzione: «una scalata individuale dello studente verso la vetta del successo personale». Un’immagine molto emblematica. A cambiare – come sempre accade – è stato innanzitutto il linguaggio: un «linguaggio economico» che ci porta a parlare di «economia dell’educazione», di «capitale umano» e dei docenti come «commessi del capitale umano», mentre a decidere sono i cosiddetti “esperti”. Le trasformazioni della scuola in senso neoliberale – una vera e propria «fase regressiva» – vanno avanti da anni, a partire da metà anni ’90, «e spesso in maniera strisciante, non organica». Ed è stato un processo «del tutto trasversale alle forze politiche» – centro-destra e centro-sinistra. “Riforme”, queste, compiute «nel segno della modernizzazione e dell’innovazione, strumentalizzando parole d’ordine della fase progressiva della scuola», attuando un vero e proprio «rovesciamento delle parole», del loro senso profondo. Il caso dell’azienda Leonardo è molto interessante sotto questo punto di vista. Leonardo – prima azienda europea nella produzione di armi – continua a proporre la sua trappola chiamata “Officina Leonardo”, vale a dire percorsi di inserimento lavorativo per neodiplomati in Campania: ciò, per Latempa rappresenta «l’approdo di un lungo percorso che in tanti han sottovalutato o ignorato, e di cui Valditara è solo l’ultimo tassello in ordine temporale».

L’autrice ha poi scelto l’INVALSI come fulcro di questo processo di aziendalizzazione della scuola. L’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione) è l’ente pubblico che valuta la presunta qualità della scuola italiana e con INVALSI si indicano anche i test – fortemente standardizzati – che gli studenti della nostra penisola sono obbligati a svolgere. Ma è più di un test, è «il cuore della scuola neoliberale», che «pone tra loro in competizione studenti, scuole e territori», «descrivendo lo studente in termini di efficacia ed efficienza», per formare «capitale umano in vista del suo inserimento nel mercato». Insomma, si tratta di uno strumento che «risponde a un modello matematico di profilazione dello studente, con un “centro” – “l’eccellenza” – fino ad arrivare ai “margini”». Un modello che ricorda quello del Six Sigma, usato per la prima volta negli anni ’80 del secolo scorso da Motorola per l’efficientamento nella gestione aziendale. È la rappresentazione perfetta dell’idea neoliberista secondo cui «non esiste nulla di non misurabile». 

Il sistema INVALSI è stato presentato nel 2008 – quando Ministra dell’Istruzione era Maria Stella Gelmini (ex Forza Italia ed ex Azione) – da tre economisti: Giorgio Vittadini, Daniele Checchi e Andrea Ichino, i primi due dell’Università di Milano, l’ultimo dell’Ateneo bolognese. Ricordiamo che Vittadini è tra i fondatori della Compagnia delle Opere di CL. INVALSI crea un vero e proprio profilo digitale» dello studente, un profilo personale molto dettagliato, invasivo potremmo dire. Aspetto che «l’Intelligenza artificiale potrà solo peggiorare». E lo studente «non potrà mai venire a conoscenza di come si è svolta una valutazione che lo riguarda». Per cui, la certificazione INVALSI è a tutti gli effetti un «diploma parallelo» a quello classico, «che illude molti genitori che il futuro lavorativo» dei propri figli possa dipendere da questa astratta misurazione. Misurazione fatta – tra l’altro – con soldi pubblici che potrebbero essere spesi in altri modi, ad esempio per stabilizzare i tanti precari della scuola e per aumentare gli stipendi dei docenti.

«Contro questa scuola del capitalismo serve un’alleanza tra studenti, insegnanti e genitori», ha aggiunto Latempa. Un auspicio, per una rivoluzione culturale profonda.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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(Foto: Masi – Pexels)

Se il neoliberismo si mangia la politica e il diritto: un dibattito a Libraccio

13 Feb

È un vizio antico – anzi, intrinseco – del potere quello di manipolare il linguaggio a proprio piacimento, adulterando le parole per ingannare coloro che vuole dominare, oltre a sé stesso. Un sistema come quello in cui siamo immersi deve quindi manipolare termini fondamentali: primo fra tutti, “libertà”. Di questo e molto altro si è discusso nel pomeriggio dello scorso 4 febbraio nella libreria Libraccio di Ferrara, in occasione della presentazione del libro di Carlo Iannello “Lo stato del potere. Politica e diritto ai tempi della post-libertà” (Meltemi ed., 2024), incontro a cura di Macrocrimes. Iannello è docente di Diritto costituzionale, Diritto pubblico dell’economia, Diritto dell’ambiente e Biodiritto. L’incontro è stato introdotto e moderato da Claudio Maruzzi:«la politica – ha detto – fa solo politiche al servizio del mercato: questo è il neoliberismo». 

«Dagli anni ’70 del secolo scorso il mercato ha esondato, conquistando tutti gli ambiti della società», è quindi intervenuto Paolo Veronesi (Dipartimento Giurisprudenza UniFe): «dalla scuola e l’università alla sanità, dal mondo del lavoro alla giurisdizione, dalle carceri al welfare e alla fiscalità». E con disuguaglianze non solo che permangono ma «in continuo aumento», di certo non mitigate da grandi e piccole liberalizzazioni e privatizzazioni. Una visione, questa neoliberista, «di certo non avvallata dalla Costituzione italiana». Sul versante del potere statale, si è «neutralizzato il suo ruolo finalizzato alla giustizia sociale e alla tutela della persona che aveva nel secondo dopoguerra, si sono svuotati i partiti e accentrato il potere nell’esecutivo», ha proseguito Veronesi. Di conseguenza, il conflitto sociale per chi difende questa ideologia non può che diventare «il nemico», ed è la stessa società a non esistere più, ma solo «individui isolati illusi di essere liberi». In questo contesto, facilmente «il sistema emergenziale», d’eccezione, «può diventare ordinario». A livello continentale, l’Unione europea è «rimasta a metà del guado, rischiando così di annegare», e lo stesso concetto di riformismo è stato «snaturato». A dominare sono, a livello globale, «i gigacapitalisti, che possiedono risorse e quindi potere maggiori rispetto agli Stati e agli organismi sovranazionali. Non bisogna però rimpiangere la vecchia forma dello Stato, che come tutte le costruzioni umane è destinata a morire, ma pensare», o perlomeno anelare a «un’Europa come soggetto costituzionale e poi a una “Costituzione della Terra”» (si vedano al riguardo le analisi di Luigi Ferrajoli).

«Alla base di queste mutazioni negative indotte negli ultimi decenni dal neoliberismo vi è un ben preciso orientamento ideologico», nessun fatalismo o automatismo, ha rincarato Orsetta Giolo (Dip. Giurisprudenza UniFe). Il neoliberismo – ha aggiunto – è «volontà di affermazione del mercato sulla politica e sul diritto», ma il neoliberismo «ha bisogno del diritto», ha torto chi dice che lo nega; la differenza è che «lo stravolge», dandogli la forma che gli serve. Forme pre-moderne; assistiamo, infatti, a una «ri-feudalizzazione della politica e del diritto:non esiste più nessuna universalità, la persona non è più al centro. Il diritto è servile nei confronti del mercato e violento nei confronti di tutti gli altri, che diventano sudditi, non più cittadini».

E a proposito delle basi ideologiche, Iannello ha esordito citando i suoi principali teorici, Friedrich von Hayek e Milton Friedman, quest’ultimo consigliere fidato di Pinochet nel Cile dove si mise fine in maniera cruenta all’esperimento di Allende di coniugare socialismo e democrazia. Riprendendo alcuni dei temi discussi da chi l’ha preceduto, Iannello ha riflettuto su come il diritto neoliberale di per sé «crea disuguaglianze» e «ha al centro la realizzazione di grandi monopoli globali, non le libertà collettive, non i diritti sociali». Ma la stessa libertà del singolo – fatta eccezione per pochi (ma poi, è vera libertà la loro?) – è «un’illusione, è il grande inganno nascosto dietro espressioni quali “imprenditore di sé stesso” o “capitale umano”», espressioni «dell’autosfruttamento» tipico del neoliberismo, per cui spesso si perde la capacità di cogliere le vere «fonti dello sfruttamento».

Un dibattito vivo e fruttuoso, dunque, quello a Libraccio, che ha visto anche una buona partecipazione di pubblico. Aggiungiamo solo una piccola nota finale: forse il Novecento ha dimostrato che è impossibile un’alleanza o convivenza tra democrazia sostanziale e capitalismo, dato che il secondo inevitabilmente finirà per divorare il primo, in quanto di per sé senza limiti, mentre una vera democrazia si fonda sul limite e la ricerca del suo senso.Di conseguenza, sarebbe forse più utile abbandonare utopiche costituzioni globali e chiamare col proprio nome le fondamenta strutturali (non contingenti) di un sistema globale da un secolo e mezzo fondato sul profitto, la competizione, lo sfruttamento (delle persone, delle comunità, del creato) e l’alienazione.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 febbraio 2026

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