
Il terribile racconto dei 500 uomini (di cui 230 italiani) che tra il 1992 e il 1996 approfittarono dell’assedio di Sarajevo per ammazzare bambini, donne e anziani, come fossero in un videogioco. A Ferrara il racconto di Ezio Gavazzeni, autore dell’inchiesta. E il 22 maggio il film a Santo Spirito
di Andrea Musacci
Cento milioni di lire per diventare un cecchino e sparare a un bambino, a una ragazza, a un anziano. Era questo il passatempo del fine settimana per almeno 500 persone – di cui ca. 230 italiani -, durante l’assedio di Sarajevo tra il 1992 e il 1996. Di questa orribile storia in Italia se n’è tornato a parlare da poco grazie alle inchieste dello scrittore milanese Ezio Gavazzeni. Inchieste che ora ha pubblicato nel suo libro “I cecchini del weekend. L’inchiesta sui safari umani a Sarajevo” (PaperFirst ed.), presentato lo scorso 27 aprile nella libreria Libraccio di Ferrara, in dialogo con Marika La Pietra (ideatrice e voce del podcast “Voci in Ombra”) e con l’introduzione di Paola Bastianoni (docente UniFe e direttrice del Laboratorio “Uno sguardo al cielo”). Inoltre, vi anticipiamo che venerdì 22 maggio alle ore 21 il Cinema Santo Spirito di Ferrara (via della Resistenza) ospiterà la proiezione del film “Sarajevo Safari”, documentario del 2022 diretto dal regista sloveno Miran Zupanic, con interventi di alcuni giornalisti e pacifisti e un ricordo di Moreno Locatelli – classe ’59, del gruppo “Beati i costruttori di pace” – ucciso a Sarajevo nel ’93 da un cecchino serbo (v. locandina a pag. 11 e articolo sul prossimo numero).
PAGHI E UCCIDI
Cecchini che in quei quattro terribili anni si nascondevano sulle colline e puntavano gli inermi civili che camminavano tra un edificio e l’altro, cercando riparo lungo quella che verrà chiamata “Sniper Alley”, il viale principale della città. Cecchini che, appunto, spesso erano affiancati da imprenditori e professionisti anche italiani: «alcuni di loro – ha detto Gavazzeni a Ferrara – frequentano ancora oggi i salotti TV italiani, uno in particolare è spesso invitato in TV a parlare». Edin Subašic, ex agente dell’intelligence militare dell’Esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina (ARBiH), è stato tra i primi a rivelare e documentare questo orrore. «Oggi in Kenya – ha detto Gavazzeni – nei safari per sparare a un leone paghi 200mila dollari». E così a Sarajevo nei “safari umani” «le tariffe erano per obiettivi: per sparare a un bambino o bambina, il costo era di 100 milioni di lire; stessa cifra per sparare a un’adolescente; 70 milioni per sparare a una donna; 50 per un uomo; meno di 20 per un anziano o anziana. Più soldi mettevi, più porte si aprivano. Queste persone non avevano nessuna morale». E questi “turisti dell’orrore” «erano sempre accompagnati dal “Francese” – l’organizzatore di questi “safari” – e da un locale, che si assicurava che non ci fossero “fregature”, cioè che venisse colpito l’obiettivo concordato». Diverse erano le tecniche per attirare i possibili bersagli: «la prima consisteva nel ferire una persona così da poter colpire anche le persone accorse per soccorrerla; un’altra, era di aspettare che una madre uscisse per andare a prendere l’acqua con la tanica, così i suoi figli sarebbero usciti per giocare diventando obiettivi dei cecchini». Subašic, in un’intervista rilasciata a balcanicaucaso.org dichiara: «Secondo le nostre ipotesi, il nucleo del gruppo era composto da membri dei servizi segreti della Serbia (…). Sicuramente non è stato facile organizzare il trasporto attraverso un territorio sottoposto a sanzioni (Serbia), poi attraverso la zona di guerra per raggiungere le linee di combattimento. Si tratta di procedure molto impegnative. Pochissime persone erano a conoscenza del “safari”».
TRE GIORNI TUTTO ORGANIZZATO
La sede organizzativa dei “safari” in Italia era a Milano, con i “clienti” che forse partivano tutti da Trieste (o comunque dal Friuli) il venerdì, mentre la sede centrale europea era a Bruxelles. La sede milanese – ha proseguito Gavazzeni – «contattava sul territorio alcuni reclutatori, ad esempio ex militari della Folgore o lagunari; uno in particolare reclutava in un piccolo albergo, anche grazie al passaparola». Furono «quattro le denunce fatte allora alla Digos, tutte insabbiate, e non solo a Milano ma in varie parti d’Italia»: una è «quella di una signora che oggi in Friuli gestisce un b&b di famiglia», quindi ai tempi gestito dai genitori, dove lei lavorava: «lì i cecchini si fermavano il venerdì (e per diversi venerdì) – questa donna ha raccontato Gavazzeni – per mangiare e dormire prima di partire per Sarajevo. Alcuni di loro si sono confidati con me: “andiamo a uccidere donne e bambini, e paghiamo per questo”, mi dicevano». Anche lei entrerà nell’inchiesta ma «è molto terrorizzata».
«Due anni fa – ha proseguito Gavazzeni – ho anche incontrato colui che nel libro chiamo “Innominato”, un ex agente del SISMI che ha lavorato nei Balcani per tutti gli anni ’90, e che mi ha aperto molte porte; anche lui ha lasciato la sua testimonianza alla Procura di Milano. Mi ha detto: “Noi servizi segreti – italiani e di altri Paesi – sapevamo tutto dei safari”». Infatti, «a fine ’93 una fonte avvisa Edin Subašic che a Sarajevo erano presenti cinque italiani per “cecchinare”. Di questo vennero informati anche due agenti del SISMI, lì presenti assieme a Michael Giffoni», allora vice capo della delegazione diplomatica speciale italiana a Sarajevo. E «ci confermano che a inizio del 1994 questi cecchini vengono rispediti in Italia. La loro identità è ancora ignota: io voglio scoprire chi sono. Lo scorso novembre, Giffoni ha confermato tutte queste cose in Procura».
30 ANNI DI SILENZIO
Ma le prime informazioni su questo turismo dell’orrore erano apparse nell’aprile del 1995 in un articolo uscito sulla prima pagina di Oslobodenje, il più antico quotidiano della Bosnia Erzegovina. «Grazie a un giornalista dell’Ansa – ha spiegato Gavazzeni -, ho scoperto come profughi bosniaci arrivati in Italia diedero la prima testimonianza di queste pratiche: racconti, questi, usciti in prima pagina sul Corriere della Seranel marzo ’95, in un articolo di Venanzio Postiglione. Allora perché 30 anni fa nessuno nella Procura di Milano si mosse?». Stesso discorso per un articolo uscito lo stesso anno su La Stampa: «perché nessuno della Procura di Torino fece qualcosa?». Come detto, nel ’22 esce il documentario di Miran Zupanicč e Gavazzeni lo contatta subito. «Ma perché nessuna tv in occidente aveva chiesto di poter mandare in onda il film?». E contatta anche Edin Subašic, che nel film fornisce la sua testimonianza. «Purtroppo – prosegue Gavazzeni – diversi documenti con testimonianze erano presso il Tribunale permanente dei popoli della Fondazione Lelio Basso, ma sono spariti, e di questi la magistratura non è mai stata avvertita».
L’INCHIESTA
Il libro presentato a Ferrara è ciò che Gavazzeni ha depositato alla Procura di Milano, all’attenzione del pubblico ministero Alessandro Gobbis, che l’ha affidata ai Ros dei Carabinieri. La Procura milanese ha aperto un fascicolo contro ignoti con l’ipotesi di omicidio volontario aggravato per crudeltà e motivi abietti. «La maggior parte delle fonti che cito nel libro hanno depositato alla Procura di Milano fra il novembre 2025 e il febbraio 2026» e «prima di essere pubblicato, questo libro è stato letto da un avvocato e da un ex magistrato, che mi aiutano in ogni passaggio». Inoltre, da un paio di settimane – dal 21 aprile – «la Città di Sarajevo si è costituita parte civile e ha nominato i miei avvocati come avvocati difensori: a Sarajevo ci sono persone che aspettano da 30 anni di sapere chi ha ucciso i loro cari». E «da questa mia inchiesta sono partite diverse altre inchieste a livello internazionale», in Svizzera, Belgio e Francia. Ad esempio, «una settimana fa un avvocato di Parigi mi ha contattato dicendomi che ha un nuovo testimone: pochi giorni fa, il 25 aprile, mi è arrivata questa testimonianza protocollata. E mi ha detto che i servizi segreti francesi nel ’92-’93 erano a conoscenza di questi cecchini. Ciò lo riporterò alla Procura di Milano». Inoltre – ha detto ancora a Ferrara il 27 aprile – stamattina ho inviato 30 domande a questo testimone francese, che ha deciso di collaborare con la nostra inchiesta. Recentemente, «un’interrogazione è stata portata nel Parlamento francese e due in quello tedesco, grazie a deputati del SPD. E oggi un imprenditore brianzolo ha testimoniato alla Procura di Milano, facendo due nomi di persone coinvolte. Io stesso dal 17 al 19 settembre prossimi mi recherò a Sarajevo».
Insomma, «ci sono crepe nel muro» di omertà: «noi cerchiamo di vedere dentro queste crepe, ma per ora la grande assente in Italia è la politica: l’unica a fare un’interrogazione parlamentare nel nostro Paese è stata Stefania Ascari del M5S», lo scorso novembre. Come lei stessa ha spiegato, «ho presentato un’interrogazione parlamentare ai Ministri della Giustizia, dell’Interno, degli Affari Esteri, della Difesa per chiedere quali azioni siano state intraprese a seguito dell’apertura della suddetta inchiesta, se esista un coordinamento effettivo tra autorità giudiziarie italiane e bosniache, e se verranno messi a disposizione tutti i documenti eventualmente custoditi negli archivi dei servizi di informazione. Ho inoltre domandato quali misure si intendano adottare per garantire giustizia e tutela alle vittime e se l’Italia si farà promotrice, in sede internazionale, di iniziative per contrastare e prevenire nuovi episodi di “turismo di guerra”».
OGGETTI, NON PERSONE
Di «oggettificazione della vittima» e «indifferenza del male» parla Gavazzeni. Due definizioni condivisibili, per quanto queste nefandezze possano essere esprimibili a parole. «In generale – ha riflettuto -, ogni omicida si dà sempre una giustificazione per il suo atto. Ma in questo caso no, è un male senza scopo, sparavano per il solo gusto di sparare, per convincersi che l’essere ricchi, potenti e con una certa reputazione dava loro la licenza di uccidere rimanendo impuniti, nascondendosi dentro la guerra. E ciò alimentava la loro autostima».
Ora, alle vittime e ai loro cari, va perlomeno data giustizia e memoria.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2026
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(Foto Pxhere)



Una donna “qualsiasi, cortese, misurata” ma capace di una determinazione e di un coraggio fuori dalla norma, dettati dall’amore per il fratello e dal dolore per la sua perdita, nonché dalla rabbia che a causarla sia stato un abuso di potere da parte di forze dello Stato, le quali, in alcuni suoi componenti, hanno tentato in ogni modo di insabbiare tutto, aggiungendo a una sorella e a due anziani genitori, un surplus di dolore gratuito. Appena due settimane fa, la Corte d’Assise di Roma ha condannato a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale due carabinieri – Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro – imputati nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi, il giovane romano trovato morto il 22 ottobre 2009 in una stanza del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove era ricoverato da quattro giorni dopo essere stato arrestato. Francesco Tedesco, che ammise di aver assistito al pestaggio, è stato invece condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere per quella di falso, in quanto accusato di aver manipolato il verbale di arresto. Insieme a lui, per la stessa ragione, è stato condannato a 3 anni e 8 mesi di carcere il maresciallo Roberto Mandolini – che nel 2009 era capo della stazione Appia -, interdetto anche a cinque anni dai pubblici uffici, come Di Bernardo e D’Alessandro, interdetti in perpetuo. Lo scorso 23 novembre il piano superiore della libreria Libraccio di piazza Trento e Trieste a Ferrara era stracolma per la presentazione del libro “Il coraggio e l’amore. Giustizia per Stefano: la nostra battaglia per arrivare alla verità” (Rizzoli) di Fabio Anselmo (avvocato della famiglia Cucchi, e, in passato, anche di quella di Federico Aldrovandi e Denis Bergamini) e Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, quella donna “cortese e misurata” che ha permesso – a caro prezzo – che fosse fatta giustizia per il fratello. “Ho paura, sono molto provata, e lo sono ancora di più i miei genitori”, ha dichiarato a Ferrara: “sono stati dieci anni disumani, devastanti, intollerabili. Non si può chiedere a una famiglia come la nostra di assumersi il ruolo che dovrebbe spettare allo Stato. Mio fratello – ha proseguito – è morto soprattutto di indifferenza e di ‘giustizia’: è stato lasciato morire, ultimo tra gli ultimi. La giustizia l’abbiamo ottenuta per Stefano e per noi ma anche per l’intera collettività e anche per tutti i Carabinieri per bene. Il messaggio quindi che, nonostante tutto, voglio lanciare, è di speranza”. Ancora più amaro l’intervento di Fabio Anselmo: “tanta è stata la rabbia e il senso di impotenza che abbiamo provato”, e “tante le offese ricevute e le menzogne diffuse contro di noi. Quello che è successo alla famiglia Cucchi assomiglia a una specie di ‘messaggio’ mafioso: se ti va male, e non riesci a ottenere giustizia, peggio per te; se ti va bene, ti roviniamo, te la facciamo pagare. E infatti ce la stanno facendo pagare, non veniamo ancora lasciati in pace. E’ come se dicessero a tutti: ‘statevene a casa, lasciate perdere, è meglio per voi’ ”.
La serata era iniziata con l’annuncio, da parte del moderatore Marco Zavagli, dell’ennesima minaccia di morte, poche ore prima, rivolta su Facebook a Ilaria Cucchi. “Attorno al suo corpo sfigurato e denigrato, il potere e la fragilità dello stato di diritto hanno compiuto la loro danza macabra”, sono state invece le parole di Andrea Pugiotto, docente di Diritto costituzionale a UniFe. Se, citando anche Weber, base dello Stato moderno è che “l’autorità ha il monopolio della violenza in cambio dell’assicurazione ad ogni suo cittadino dell’incolumità fisica, questo principio fondamentale con l’omicidio Cucchi è venuto meno: la caserma dei Carabinieri, la cella, l’ospedale, il tribunale sono diventati luoghi di sospensione del diritto”, tipico del peggior incubo a tinte kafkiane. “La potenza dello Stato si è trasformata in una prepotenza che si è scagliata contro l’impotenza del cittadino Cucchi”. Infine, ha preso la parola un altro docente di UniFe, il giurista Francesco Morelli: “vittima è Stefano ma lo sono anche la legalità e il diritto nel nostro Paese”. Inoltre, ha spiegato, “la presunzione di innocenza vale per ognuno e quindi vale anche per lui: non è mai stato condannato per spaccio (naturalmente non si è riuscito, avendolo amazzat prima, a portare a termine il processo a suo carico, ndr), quindi si ’presume’ sia innocente anche sotto questo aspetto. Basta, dunque, chiamarlo ‘spacciatore’ ”.
Cogliere le essenze del reale per dischiudere orizzonti. Abitare luoghi abbandonati, disvelandoli attraverso la fotografia, ridonando loro senso, nuova bellezza. E’ questa, fin dalla prima edizione, la filosofia che orienta gli ideatori del Riaperture Photofestival, diretto da Giacomo Brini, che torna quest’anno (dal 29 al 31 marzo e dal 5 al 7 aprile) scegliendo come filo rosso il tema del “Futuro”. Una delle novità è la “riapertura”, per l’occasione, della grande area, abbandonata dal 1997, comprendente su via Cisterna del Follo la Caserma “Pozzuolo del Friuli” e, su via Scandiana, la “Cavallerizza”, il grande capannone in stile Liberty un tempo deposito di veicoli, viveri, armi e munizioni della vicina Caserma. Di quest’ultima verrà utilizzato il piano terra per la biglietteria (l’altra sarà a Grisù), il cortile per ospitare una delle mostre, e il percorso che conduce alla stessa “Cavallerizza”. Un progetto, quello di “Riaperture”, che ogni anno aiuta a riflettere innanzitutto sulla questione della rigenerazione degli spazi urbani, di come potersene riappropriare per farli tornare luoghi vivi e creativi di socialità. Un festival, questo, che intende dunque scardinare portoni chiusi attraverso i chiavistelli dell’arte, e “paradossalmente” inaugurato con una mostra en plein air, “Displacement”, bi-personale con foto e testi rispettivamente di Giovanni Cocco e Caterina Serra, esposta lungo via Mazzini a Ferrara dal 16 marzo al 28 aprile, con il sostegno di Comune di Ferrara, Commercianti di via Mazzini, Coop Alleanza 3.0 e IBS+Libraccio, libreria che nel pomeriggio di sabato 16 ne ha ospitato la presentazione, moderata da Eugenio Ciccone e con l’intervento dello stesso Brini. La mostra – che costringe i passanti ad alzare lo sguardo (metaforicamente, il senso primo dell’arte), guardando con occhi nuovi una via ai più molto familiare – racconta attraverso corpi e luoghi il senso di spaesamento che da anni vivono i tanti abitanti de L’Aquila, costretti da una gigantesca operazione speculativa a vivere in una sorta di “non luogo”, quelle 19 “new town” costruite fuori dalla città storica. “Cittadini – ha spiegato Giovanni Cocco – che hanno perso la loro città, e quest’ultima, perdendoli, ha perso la propria anima”. Riguardo al progetto, nato nel 2013, “con gli aquilani fotografati abbiamo instaurato prima un rapporto personale, fatto di tanti pranzi e cene insieme, di dialoghi e confronti. Siamo stati a L’Aquila, in diversi momenti, tra il 2014 e il 2015”. “Abbiamo trovato una città buia, deserta, abbandonata” – ha spiegato invece Caterina Serra – e, parallelamente, fuori dalla stessa, “queste new town, spazi senza memoria, appartenenza, luoghi privi di segni del proprio vissuto, dove le persone possano riconoscersi ed esprimersi, dove le identità scompaiono a vantaggio di una crescente omologazione”. Citando il filosofo Mark Fisher e le sue riflessioni sulla depressione di massa tipica delle società neoliberiste, la scrittrice ha denunciato come questo progetto di sradicamento di migliaia di persone “spostate” in queste città fantasma – dove vi sono ben quattro nuovi centri commerciali, iniziati a costruire fin subito dopo il sisma – non a caso abbia portato a un aumento significativo del consumo di antidepressivi e di alcool. Oltre alla Caserma e a Via Mazzini, gli altri luoghi del festival saranno Factory Grisù (ex Caserma Vigili del Fuoco), Palazzo Prosperi Sacrati, Palazzo Massari, Salumaia dell’Hotel Duchessa Isabella e il Negozio di via Garibaldi 3. Questi invece i nomi dei fotografi protagonisti: oltre a Cocco, Gianni Berengo Gardin (che a Factory Grisù in via Poledrelli 21 porta “Venezia e le Grandi Navi”), Francesco Cito, Elinor Carucci, Simon Lehner, Claudia Gori, Mattia Balsamini, Fabio Sgroi, Eugenio Grosso, Tania Franco Klein, Ettore Moni, Claudio Majorana, Zoe Paterniani, Marika Puicher. Infine, diversi saranno anche gli workshop ai quali potersi iscrivere.