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Disordine globale eterno? Come salvare l’umanità con ratio e nonviolenza

27 Giu

“Anarcocene. La politica e la (non) violenza” è il titolo del nuovo libro di Gianpiero Magnani. Tra free riders globali e rischio Leviatano, c’è bisogno di utopia, sostenibilità e democrazia

di Andrea Musacci

Nessuna mano invisibile che tutto governa e convoglia al benessere collettivo. Nessun astratto ottimismo progressista. Nessuna tentazione di ripiegamento sovranista. Partire dalla critica di queste tre illusioni/imposture ideologiche è fondamentale per provare a immaginare un futuro diverso a livello globale, in un’epoca dove guerre, disastri climatici e follie tecniciste rischiano di farci piombare nella disperazione.

Di tutto ciò sembra essere cosciente Gianpiero Magnani, vicesegretario del MFE – Movimento Federalista Europeo – Ferrara, che ne riflette nel suo ultimo libro “Anarcocene. La politica e la (non) violenza” (Cleup-Università di Padova, maggio 2025, con introduzione di Guglielmo Bernabei, Presidente Ferrara Popolare Europea). Il volume è stato presentato lo scorso 19 giugno nella sede di ISCO Ferrara (v. art. a destra), dove l’autore per l’occasione ha dialogato con due docenti di UniFe – Agostino Cera e Orsetta Giolo – e con Rossella Zadro (Vicepresidente nazionale MFE), con introduzione e coordinamento dello stesso Bernabei. L’incontro è stato organizzato da MFE – Ferrara, Ferrara Popolare Europea e CDS-Centro ricerche Documentazione e Studi – Ferrara.

Il volume di Magnani è attraversato da questa domanda cruciale: «Da che parte vogliamo andare noi umani, verso la distruzione di noi stessi e dell’ambiente di cui facciamo parte, da realizzare in tempi rapidi con una guerra nucleare o con i tempi più lunghi, ma comunque anch’essi inesorabili e senza possibilità di ritorno, del cambiamento climatico incontrollato e della perdita di biodiversità, oppure vogliamo provare a modellare in positivo questo pianeta, anche a vantaggio delle nostre stesse generazioni future? Ma soprattutto, noi esseri umani sappiamo veramente dove vogliamo andare?».

IL CAOS NICHILISTA CHE REGNA

FREE RIDERS E ANARCOCENE

Leggi, regole e istituzioni da sempre impediscono «la guerra di tutti contro tutti; ma in ogni momento», scrive Magnani, «può sorgere il free rider(“battitore libero”, ndr), l’outsider che disobbedisce all’ordine vigente, che rimette nuovamente in discussione le regole del gioco creando così nuove situazioni di conflitto». Le conseguenze delle sue azioni a volte sono positive ma spesso sono «distruttive» se non «molto distruttive». «Il problema – prosegue Magnani – è che quando i free riders sono tanti, e interessano contemporaneamente o in un breve intervallo di tempo più sfere di attività umana, agendo in contrasto fra loro e creando situazioni di ingovernabilità, instabilità, caos e conflitti allora si può determinare quella situazione di disordine globale e di distruttività» che l’autore chiama Anarcocene, ovvero la «società delle catastrofi immanenti». Pur essendo vero che i “disobbedienti” nella storia sono stati anche portatori di progresso in tutti gli ambiti, perlopiù l’azione dei free riders, l’Anarcocene nella sua forma totale (guerra nucleare, crisi climatica) porterebbe all’estinzione del genere umano. 

Mentre in quella che si definisce Antropocene, l’impatto dell’uomo è forte ma «costruisce qualcosa di diverso e di nuovo che si aggiunge al mondo biologico esistente», nell’Anarcocene invece «si distrugge, si divora, si uccide». Ma ancora del tutto dobbiamo riconoscere due fattori decisivi: da una parte, che il capitalismo è connotato dalla «continua espansione dell’economia» e dalla «crescita disarmonica»; dall’altra, la mancanza di limiti e l’allergia a regole e lacci di ogni tipo tipiche soprattutto della globalizzazione neoliberista. 

E il rischio oggi è ancora maggiore: «lo sviluppo industriale ha prodotto anche nuove armi, nuove tecnologie sempre più distruttive, cui si è aggiunta la minaccia del tutto inedita di un uso completamente distorto e fuori controllo dell’intelligenza artificiale», «dei sistemi di sorveglianza e dei mezzi di comunicazione di massa, internet primo fra tutti».

RISCHIO LEVIATANO

Ma a livello globale – dato che è a questo livello che bisogna ragionare, soprattutto sulle questioni belliche, di armi nucleari, di crisi climatica – «come si può controllare l’azione politica» per non finire nell’Anarcocene, ma al tempo stesso «senza costruire un sistema totalitario globale, equivalente al Leviatano di Hobbes?» («Antropocene distopico»). La stessa idea di Luigi Ferrajoli di una “Costituzione della Terra” pur affascinante si scontra con la – ineliminabile? – realtà della mancanza di quella «razionalità collettiva» e della presenza appunto di free riders in senso distruttivo.

LA GRANDE SPERANZA GLOBALE

SERVE UNA RAZIONALITÀ COLLETTIVA

L’azione politica, infatti, non segue sempre modalità «razionali» ma anzi spesso «paradossali, imprevedibili a priori». In ogni caso, per Magnani la questione va posta ancora, per non cadere nella tentazione di sterili e pericolosi nazionalismi o velleitarismi: in dialogo anche col Kant della Pace perpetua, «nessuno si salva da solo» – dice – ed è quindi «necessario individuare un sistema sovraordinato di vincoli e incentivi che orienti tutti i soggetti politici a livello globale a muoversi in un certo modo e non in altri, arrivando in tal modo a conseguire quella razionalità collettiva che è indispensabile se vogliamo costruire per davvero un mondo sostenibile di pace». 

Uno scenario globale che quindi non solo veda l’umanità non in preda al caos («Anarcocene», appunto) o al dominio del più forte («Antropocene distopico»), ma che veda ancora la presenza dell’umanità su questa terra: l’autore la chiama «Antropocene utopico» (o «Antropocene sostenibile»), uno scenario connotato da «condizioni di sviluppo sostenibile che valgano per l’intero pianeta, in un contesto che prevede forme di partecipazione collettiva e quindi con la possibilità di generare un’azione politica non distruttiva e in qualche modo diffusa». Bussole globali di riferimento per Magnani rimangono la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) e l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Ma per spiegare questa azione dell’uomo sulla natura e non contro la natura, Magnani, lodevolmente, fa un esempio magari “piccolo” ma molto concreto: quello del Consorzio degli Uomini di Massenzatica (CUM). Più in generale, «limite» e «regia collettiva» sono due termini che si tengono, assieme a «nonviolenza» (e qui, Magnani dialoga con due grandi pensatori, Gandhi e Bobbio).

EFFICACIA NELL’UTOPIA

Ciò che si è sempre chiamato “progresso” e che Magnani ridefinisce come «età antropocenica», per l’autore oggi come non mai può essere dato «dallo sviluppo dell’azione politica “micro”, interna ai territori, locale, piuttosto che dal livello “macro” degli Stati sovrani, che prima o poi finiscono col farsi la guerra per definire e ridefinire le regole del gioco collettivo». Da qui, una proposta ripresa dal politologo polacco Jan Zielonka: quella dell’ONU come «Agorà globale» formata non da rappresentanti degli Stati (limitati invece a un «rinnovato Consiglio di Sicurezza») ma «delle diverse regioni» e «delle città metropolitane». 

Concludendo, per Magnani, «istituzioni, norme e valori» collettivi che definiscano un «Antropocene sostenibile» «già esistono ma non sono efficaci, in quanto non sono dotate degli strumenti operativi per renderle effettive, quali sanzioni, incentivi e relativi apparati amministrativi e burocratici in grado di applicarli a livello globale con strumenti idonei». Non solo, quindi, per Magnani oggi ancora non esiste una «Repubblica Federale Europea», che sarebbe insufficiente ma necessaria, ma soprattutto manca un vero «governo mondiale» che abbia effettivo potere politico per prevenire guerre e aggressioni e gestire le risorse a livello globale. Il deficit, quindi, sta nell’efficacia, nel poter concretizzare, attuare questi limiti e strumenti per affrontare le sfide globali. Sul “che fare?” l’incertezza è grande, ma vale la pena continuare a riflettere e a trovare sinergie e rafforzare relazioni per renderle attuabili. L’utopia – ancora una volta – è termine affascinante ma non fine a sé stesso. Non indica qualcosa di fumoso, di irrealizzabile. Ma, chissà, forse richiama – perlomeno a livello formale – la definizione che di “socialismo” diede 50 anni fa Willy Brandt ad Oriana Fallaci: «un orizzonte che non raggiungeremo mai e a cui tentiamo di andare sempre più vicino».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 giugno 2025

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(Foto Pexels – Cottonbro studio)

Il lavoro tra crisi e comunità

11 Giu


Scuola di Formazione Politica. Magnani e Marchesini il 4 giugno per l’ultimo incontro

La sera dello scorso 4 giugno si è conclusa la Scuola diocesana di Formazione Politica, giunta al suo secondo anno. Protagonisti dell’ultimo incontro (svoltosi solo on line) sono stati Gianpiero Magnani, membro del CDS Cultura OdV di Ferrara, e Valentina Marchesini, figlia primogenita di Maurizio, Presidente di Marchesini Group S.p.A., e direttrice delle Risorse umane della Beauty Division (nata nel 2021), nonché membro del Cda del Gruppo. Marchesini Group, che ha sede nel bolognese, progetta e produce macchine e linee di confezionamento per l’industria farmaceutica e cosmetica. Tema della serata, “Ferrara e il lavoro. Dai dati statistici a una visione prospettica”. 

CRITICITÀ DEL TERRITORIO 

«In Italia vi sono forti disuguaglianze, non solo tra nord e sud ma anche all’interno delle stesse province», ha esordito Magnani. Caratteristica, questa, ben evidente nel Ferrarese, dov’è presente un’Area interna formata da 9 Comuni (nella parte orientale), per un totale di quasi 70mila abitanti. Area, questa, «particolarmente arretrata a livello economico e con un disagio sociale pesante». Si tratta di una delle aree più povere della Regione, assieme a certe zone montane del modenese e del reggiano: «parlare di politiche di sviluppo del territorio significa innanzitutto portare avanti queste aree arretrate», ha detto Magnani.

Tornando alla nostra provincia, il «tasso di occupazione è di oltre il 69% ma nell’Area interna crolla al 45%». Industria e manifattura nel Ferrarese sono sotto di 4 punti percentuali rispetto alla media regionale e nella nostra provincia vi è il numero più basso di imprese locali: siamo i penultimi in regione e ne ha di più anche una provincia piccola – extra regione – come quella di Mantova. Andando, poi, ad analizzare i singoli settori produttivi, a livello regionale siamo ultimi nel settore della manifattura (2mila imprese contro, ad esempio, le oltre 8mila del modenese) e anche nell’agricoltura – da sempre nostra “eccellenza”, come numero di operatori siamo appena terzi in tutta l’Emilia-Romagna. Anche il Petrolchimico presente nella nostra città è in crisi, con «forti disinvestimenti» e conseguenti «problemi in termini occupazionali, mentre a Ravenna, invece, stanno investendo molto». Note negative anche per il numero e le dimensioni delle cosiddette “grandi imprese” e  per l’export all’estero.

Non va meglio nemmeno se guardiamo i dati dell’andamento demografico, per il quale Bologna e Modena sono in aumento e Ferrara è stata da tempo superata anche da Ravenna. «Questo perché – ha commentato Magnani – a Ferrara e provincia ci sono meno opportunità di lavoro e quindi i giovani non si fermano». Non basta, dunque, la presenza di UniFe, con tanti iscritti, in crescita, in particolare fuori sede. E il calo demografico si registra soprattutto nell’Area interna nel Ferrarese. Non basta, nemmeno, a livello demografico, l’importo dell’immigrazione.

Venendo, poi, all’analisi dei Fondi europei, Magnani ha spiegato come questi «siano importantissimi, anche per lo sviluppo dei territori: come PNRR siamo terzi in regione» e i Fondi di Coesioni europee «potrebbero invertire la rotta se usati bene»: un esempio di questo buon uso dei Fondi europei, per Magnani, è il progetto del Tecnopolo di Bologna (DAMA – Tecnopolo Data Manifattura Emilia-Romagna), progetto di riconversione dell’ex Manifattura Tabacchi. Investimento che «darà vita a 2mila posti di lavoro».

«NOI METTIAMO LA PERSONA AL CENTRO»

E a proposito di lavoro, Marchesini, dopo aver brevemente presentato la propria azienda, ha detto: «il lavoro non può essere un orpello», per poi citare un passo della Regola francescana dove si invita i frati a lavorare «con fedeltà e con devozione».

«Nel mio caso – ha riflettuto Marchesini -, il prossimo è il lavoratore, colui che non ho scelto e con qui passo molto tempo della mia vita: il lavoro può quindi – per questo – essere un luogo di santità». E questo «i più giovani se lo sono scordati, e anche molti fra noi adulti». Nella «nostra azienda – ha proseguito – fondamentale è fare un lavoro che appassiona» e «farlo per un’impresa che ha dei valori. Il lavoro è parte della vita, non qualcosa di distinto da essa», ha proseguito.

L’azienda, per Marchesini, è «un luogo di comunità, quindi, dove si condividono spazi per un fine comune. E nella nostra c’è un forte sistema di welfare aziendale», welfare che «crea la comunità, con idee che spesso nascono dal basso».

Soprattutto in un’epoca in cui «i corpi intermedi stanno sparendo» e «dove tante persone sono sole», per Marchesini è importante la «cultura della cura: prendersi cura dell’altro è un atto politico». La stessa «ricerca del profitto, che è il primo obiettivo di un’azienda, va fatto senza calpestare le persone che fan parte dell’azienda stessa».

Per Marchesini è, quindi, decisivo «fare di un’azienda un luogo di cultura, anche aperto, dove si valorizzano le differenze». A tal proposito, la relatrice alla fine ha accennato alla Fondazione Marchesini ACT (Avanguardia, Cultura, Territorio), Fondazione di «supporto al territorio» nel periodo post pandemia.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 giugno 2025

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