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Ucraini, la gioia del Natale nel tempo della guerra

12 Dic

Tante le iniziative portate avanti dalla comunità che si ritrova in via Cosmè Tura a Ferrara: il Mercatino solidale, la Festa di San Nicola, i progetti con i bambini. E una grande speranza di pace

di Andrea Musacci

A quasi dieci mesi dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina, la comunità greco-cattolica di Ferrara si prepara a festeggiare il Santo Natale. Un Natale dove la gioia per la nascita di Gesù si mischia all’apprensione per le notizie che continuano a giungere dal Paese coinvolto, suo malgrado, nella guerra, costretto a difendersi per non soccombere alle mire del governo di Putin.

La Festa di San Nicola

L’Avvento ha visto un primo momento particolare significativo per la Festa di San Nicola, che ricorre il 6 dicembre, ma che la comunità di via Cosmè Tura ha festeggiato la domenica precedente, il 4. Per l’occasione è stato inaugurato il presepe all’interno della chiesa, realizzato grazie al contributo dei bambini, presenti in 65 alla grande festa. Gli stessi bambini hanno tenuto un piccolo spettacolo, divisi nelle fasce d’età 5-8 anni, 8-12 e 12-15. San Nicola ha portato loro alcuni doni – dolci e cioccolatini – e nello spettacolo i bambini si sono divisi tra quelli “educati” e quelli “birichini”, per rappresentare l’importanza del dono, anche come testimonianza per gli altri.

Mercatino solidale e Centro Ricreativo

All’interno della chiesa era stato allestito anche un Mercatino con oggetti natalizi realizzati dai parrocchiani. Aperto la mattina e il pomeriggio (e ogni domenica fino a fine gennaio), e tenuto dagli stessi bambini, ha fruttato solo nel primo giorno un ricavato di circa 700 euro. 

Soldi che verranno usati principalmente per acquistare generatori di corrente da inviare in Ucraina, visto l’ulteriore aggravamento in molte città. Gli attacchi di missili e droni russi, infatti, hanno preso di mira l’infrastruttura energetica del Paese proprio in vista dell’inverno, quando le temperature medie in genere scendono al di sotto dello 0. Con il ricavato verranno anche acquistati cappotti, maglioni e berretti invernali, e farmaci, spesso introvabili o molto cari in Ucraina, usati anche per curare soldati feriti. «Sono gli stessi bambini – ci spiega padre Vasyl Verbitskyy – a dirci che ci tengono a raccogliere più soldi possibili per aiutare i loro padri, nonni e in generale il nostro popolo in questo momento drammatico».

E sempre a proposito dei bambini, da alcuni mesi la nostra Arcidiocesi ha trovato loro un luogo più spazioso dove poter liberamente giocare, fare catechismo e altre attività nel Centro Creativo Parrocchiale “Luce da luce”. Si tratta dell’ex Scuola d’infanzia “Pio XII” nel quartiere Barco della città. Qui, una 40ina di bambini si incontra regolarmente tre volte alla settimana (martedì, giovedì e domenica). La struttura è stata usata dalla comunità ucraina come campo l’estate scorsa e inaugurata e benedetta lo scorso 1° ottobre.

Preparazione al Natale

La chiesa di Santa Maria dei Servi, oltre al presepe, è già addobbata in attesa del Santo Natale. Una scelta inusuale rispetto alla nostra tradizione è quella di porre alberi addobbati all’interno dello stesso edificio, segno ulteriore di gioia: per l’occasione, padre Vasyl con alcuni parrocchiani ne ha posti due grandi davanti al presbiterio, oltre ad alcuni più piccoli vicini al presepe. Inoltre, sulla stessa balaustra del presbiterio sono presenti due piccoli alberi fatti con spighe di grano (simbolo dell’Ucraina), i cosiddetti didukh, adornati con i colori della bandiera nazionale, anch’essi realizzati dagli stessi parrocchiani. «È tradizione nel nostro Paese – ci spiega il parroco – di metterli la vigilia di Natale sul pavimento nella sala dove si svolge la Santa Cena». Cena che, in Ucraina tradizionalmente si festeggia nel tardo pomeriggio, circa alle ore 17, del 24 dicembre, quando – si dice – spunta la prima stella in cielo. 

Tra gli appuntamenti previsti per il periodo natalizio, proprio il 24 a Copparo (dov’è presente una nutrita comunità ucraina) alle 14.30 sarà celebrata la S. Messa e poi una festa, una specie di Santa Cena. Il 26 dicembre, invece, una 50ina di cattolici ucraini ferraresi parteciperà al pellegrinaggio nazionale a Roma: alle ore 13.30 in Basilica di San Pietro S. Messa e a seguire canti natalizi e preghiera per la pace davanti al presepe in Piazza.

Sabato 7 gennaio la S. Messa in via Cosmè Tura sarà, invece, presieduta dall’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, mentre il giorno successivo in chiesa vi sarà il Presepe vivente, che gli ucraini ferraresi nei giorni successivi porteranno anche nelle comunità sorelle di Bologna e Mantova.

Una nuova iconostasi

Ma sul tavolo vi è anche un progetto che va oltre il Natale: la realizzazione di una nuova iconostasi, la struttura divisoria tra il presbiterio e le navate, ricca di immagini sacre (Madre di Dio, Pantocratore, S. Nicola, S. Giorgio, Arcangelo Michele, Arcangelo Uriele, Arcangelo Gabriele e Vergine Maria nell’Annunciazione, e i quattro Evangelisti). La struttura sarà completata entro la prossima Pasqua, mentre le icone saranno realizzate e poste entro settembre 2023. È possibile sostenere il progetto – eseguito da Liliana Brunelli di Ferrara – con una donazione sull’IBAN IT45 C070 7213 0010 0000 0411 330 intestato a: Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio Santa Maria dei Servi, causale “offerta costruzione Iconostasi”.

La guerra vicina e la speranza sempre viva

Non mancano, dunque, motivi di gioia per questa comunità così viva, cresciuta negli ultimi dieci mesi grazie ai tanti profughi arrivati dall’Ucraina. Sono circa un centinaio le donne e i bambini arrivati da febbraio e regolarmente presenti nelle Liturgie e attivi in parrocchia. Ora, però, ne sono rimasti una metà, dato che in molti hanno scelto, nonostante tutto, di tornare nel loro Paese. Per chi è rimasto, prosegue anche il corso di italiano, una volta alla settimana nella sala parrocchiale. Un’occasione in più per sentirsi comunità e affrontare meglio la non facile scelta di vivere in un Paese per tanti aspetti così diverso dal proprio.

Il saluto di padre Vasyl

«Voglio ringraziare con tutto il cuore i tanti ferraresi che hanno sostenuto e continuano a sostenere il nostro Paese», ci dice il parroco. «Chiedo a tutti di continuare a pregare insieme a noi per una pace giusta, affinché soprattutto i bambini non debbano più avere paura a causa della guerra. È importante – prosegue – che ci venga riconosciuta la dignità di popolo, un popolo contadino ma anche capace di costruire e di fare cultura. Che sceglie di creare e non di distruggere». 

Ma la distruzione continua per mano dell’invasore. «Proprio ieri (8 dicembre, ndr) – ci spiega con commozione padre Vasyl – a Sambir, mia città d’origine, si sono svolti i funerali di un mio amico, Nikolai, morto sul fronte: ricordo ancora quando facevamo insieme i chierichetti…». Nikolai ha lasciato la moglie e un figlio di 10 anni. Come accade sempre da febbraio, le bare di Nikolai e di un altro soldato ucciso sono state accompagnate da un lungo corteo lungo le vie della città. La preghiera e l’orgoglio di un popolo accompagnano ancora, in questo Natale di lutti e di speranza, tanti giovani per l’ultimo saluto, prima dell’abbraccio col Padre. 

Uno strazio e al tempo stesso una fede salda nel Dio dell’amore, che uniscono quella terra martoriata con la nostra terra, che accoglie tanti esuli, gente umile con nel cuore il sogno di tornare in un’Ucraina libera dagli occupanti e da ogni tentazione d’odio.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 dicembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Sinodo, a gennaio partono i nuovi gruppi di consultazione

12 Dic

La nuova tappa del cammino sinodale prevede da gennaio a marzo 2023 gli incontri dei diversi gruppi inDiocesi per riflettere sui cinque cantieri e sull’ascolto dei “mondi” altri dalla Chiesa

di Andrea Musacci

Vivere il Vangelo dentro e fuori la Chiesa, in una sorta di missionarietà perenne, piccola e quotidiana. Una disposizione alla comprensione dell’altro intesa come vera trascendenza, imbevuta nell’ascolto costante e nell’apertura ai “lontani”, siano essi coloro che bene o male frequentano le nostre chiese, o invece chi – tanti – le hanno abbandonate una volta finiti i Sacramenti dell’iniziazione.

È in questa consapevolezza profonda che prosegue il cammino sinodale della nostra Chiesa di Ferrara-Comacchio. Un processo, in realtà perenne, che vede però in questi anni tre grandi fasi, dal locale all’universale, nel tentativo di discernere su quel “camminare insieme” decisivo per l’annuncio del Vangelo alle donne e agli uomini del nostro tempo. Insomma, la missione della Chiesa di sempre. Ma la domanda oggi è: come farlo? Con quali parole, con quali linguaggi e in quali luoghi di incontro?

Da tre mesi, e fino al prossimo agosto, siamo immersi nella cosiddetta “tappa continentale” della prima fase del Sinodo, quella narrativa. Un percorso di condivisione, quindi, che si pone come naturale proseguimento – non ripetizione – di quello dell’anno scorso.

Dopo le due Assemblee sinodali del 1° ottobre e del 12 novembre scorsi, si è svolta un’ulteriore riunione di confronto tra l’équipe sinodale e i coordinatori dei gruppi sinodali (ma in realtà aperta a tutti) la sera del 6 dicembre nella parrocchia di Sant’Agostino. Un momento fondamentale per riflettere sulla formazione dei gruppi che si riuniranno tra gennaio e marzo dell’anno prossimo, fino a Pasqua.

Due gli obiettivi, uno intraecclesiale, l’altro extraecclesiale. Riguardo al primo, erano stati cinque i cantieri individuati, cinque grandi ambiti dai quali partire e nei quali muoversi: Chiesa e mistero, Chiesa e comunione, Chiesa e missione, Chiesa e strutture, Chiesa e ministeri. Per ognuno di essi e partendo dai contributi arrivati dai gruppi sinodali nel 2021-2022, le precedenti Assemblee hanno individuato alcune domande utili per la consultazione nei gruppi a inizio 2023. Per queste, vi rimandiamo al box nella pagina seguente. 

Riguardo al secondo obiettivo («Quali “mondi” ascoltare e come?»), ogni gruppo può valutare nel proprio territorio della parrocchia/Unità Pastorale/Vicariato se ci sono persone e gruppi che possono essere contattati (associazioni, ambienti scolastici o di lavoro, poveri o emarginati…) per parlare della Chiesa. In particolare, come spiegato da don Michele Zecchin nell’incontro del 6 dicembre, «abbiamo deciso di valorizzare il livello dei Vicariati. È importante, quindi, che questi inizino a lavorare su alcune proposte concrete, individuando inizialmente uno, due, tre progetti o incontri aperti al proprio territorio, da iniziare dopo Pasqua».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 dicembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Quei giorni non attesi di paura e solidarietà 

1 Giu
Cattedrale di Ferrara

A 10 anni dall’evento sismico che sconvolse la nostra terra, abbiamo intervistato don Stefano Zanella per fare il punto sulla ricostruzione, ricordare quei giorni e ripercorrere questi anni

Don Zanella, a 10 anni dal terremoto che colpì anche il nostro territorio diocesano, a che punto è la ricostruzione degli edifici di culto? 

«Siamo oltre la metà. Siamo riusciti in questi anni ad appaltare e concludere 31 interventi per un costo complessivo di 12.153.580,61 euro e per questo mi sento in dovere di ringraziare i progettisti, i parroci che molte volte hanno contribuito con raccolte di fondi privati a rendere ancora più belle le nostre chiese. Non posso dimenticare mons. Marcellino Vincenzi per la chiesa di Bondeno o don Raffaele Benini che ha contribuito ai restauri delle superfici pittoriche della chiesa di Vigarano Pieve e la comunità parrocchiale di Santo Spirito per aver realizzato il nuovo impianto di illuminazione della chiesa. Oltre a questo, un ringraziamento va fatto a chi non ha mai smesso di credere nella ricostruzione. In questi 10 anni l’Ufficio che dirigo ha dovuto aggiornarsi circa il Codice degli Appalti che è stato modificato tre volte. Ha dovuto poi conformarsi all’avvicendarsi dei Soprintendenti per i Beni Culturali e al cambio di dirigenti all’allora Direzione Regionale (attualmente Segretariato Regionale Mibact): questi avvicendamenti mi hanno fatto incontrare valide professionalità a servizio del nostro territorio. Il ringraziamento più accorato però va all’Agenzia per la Ricostruzione della Regione Emilia-Romagna, che continua ad aiutare tutte le Diocesi nel lavoro di recupero post sisma». 

Quali chiese riapriranno a breve o comunque nei prossimi mesi?

«Sono 11 i cantieri in corso e credo che tra le prime chiese che potremo tornare a rivedere, ci saranno quella di Denore e quella di Santa Bianca. Non posso non sottolineare le difficoltà del momento attuale per il reperimento delle materie prime e l’aumento spropositato dei prezzi che hanno rallentato alcuni cantieri, oltre però a situazioni in cui la burocrazia sta svolgendo egregiamente il suo compito». 

C’è un “prima 20 12” e un “dopo 2012”. Nel “dopo”, come sono cambiate, grazie ai lavori, visivamente le chiese e le nostre parrocchie? E com’è cambiato il volto stesso delle nostre comunità, come senso di appartenenza, nel legame coi luoghi della propria fede, con la propria storia…

«Se mi avessero fatto questa domanda 10 anni fa, credo che ingenuamente avrei risposto che alcune realtà pastorali si sarebbero unite per trovare un senso di comunità al di là del campanile. Ahimè avrei sbagliato previsione, anche perché ogni nostra realtà pastorale è radicata nella tradizione di veder aperta la propria chiesa. Le percentuali della frequenza nelle nostre parrocchie è molto bassa, in riferimento alla percentuale dei battezzati, ma per fortuna la Chiesa ha ancora una forza che va al di là della frequenza. Sapere che la tua parrocchia è aperta e continua ad essere un luogo dove fermarti, accendere una candela o fare una visita per ritrovare pace e serenità nella frenesia della quotidianità, è ciò che rende necessario riaprire al più presto tutte le nostre chiese, anche quelle nei luoghi più isolati. Il dopo sisma, dal punto di vista architettonico, ha visto il recupero – e in alcuni casi la scoperta – di preesistenze cancellate da restauri operati nel tempo. Penso all’emozione quando sono stati riportati alla luce gli affreschi risalenti al primo impianto della chiesa di Baura oppure alle scoperte archeologiche a Denore. Ciò che però ha stupito tutti gli studiosi, è il ritrovamento dei capitelli policromi all’interno dei pilastri settecenteschi, perfettamente conservati, nella Cattedrale di Ferrara. Questo lavoro di ricostruzione favorirà la ricerca e la possibilità di riscrivere pezzi di storia della città».

Cattedrale: a che punto sono i lavori? Ci sono novità? 

«Lo scorso 10 dicembre sono stati completati gli interventi di consolidamento degli 8 pilastri principali. Attualmente il lavoro si sta concentrando da una parte sull’indagine archeologica delle fondazioni appartenenti all’antica Basilica, dall’altra sul restauro di due pilastri, grazie al contributo significativo della Fondazione Magnoni-Trotti e Lascito Niccolini, che stanno sostenendo la spesa per una cifra pari a 160.000,00. I tempi per la riapertura delle Basilica al culto senza ponteggi, sono legati al reperimento dei fondi per il restauro di tutti i restanti pilastri anche se ci si augura di poter rientrare in Cattedrale entro la fine del 2022 anche solo per visite turistiche e per recuperare la devozione alla Madonna delle Grazie, nonostante il cantiere». 

In tre parole, come descriverebbe in questi 10 anni l’impegno della Chiesa di Ferrara-Comacchio  per la ricostruzione? 

«Credo che le parole si possono ridurre ad una: grazie! La pazienza delle comunità parrocchiali, l’impegno dei parroci nel cercare di mantenere viva la partecipazione, la generosità nel mettersi in dialogo con l’Ufficio di Curia, aiutano a non soffermarmi solo sulla fatica del lavoro svolto e del lavoro che ci sarà ancora da fare…».

Cosa ricorda in particolare di quel 20 e 29 maggio 2012?

«La notte del 20 maggio vivevo in via Montebello 8, avevo 34 anni e lavoravo per l’allora Ufficio Beni Culturali come vice direttore. Ho avvertito le scosse come se la casa si stesse contorcendo su se stessa e la paura è stata tanta. All’alba quindi ho inforcato la bicicletta e mi sono messo a girare per la città. Sono andato subito a visitare i tre monasteri di clausura per chiedere personalmente se fossero avvenuti crolli e sincerarmi della situazione delle nostre sorelle claustrali. Alle 7.00 ero già in Cattedrale con l’Arcivescovo e ho proposto la chiusura della Basilica in attesa di verifiche sulla staticità dell’edificio. Sul sagrato, l’allora Arcivescovo mons. Paolo Rabitti ha ricevuto la telefonata del Prefetto, che stava coordinando i lavori con la Protezione Civile e i Vigili del Fuoco. Il Vescovo ha detto: “Le passo al telefono il responsabile per la ricostruzione dell’Arcidiocesi, così vi scambiate i contatti”. Credo che questa sia stata la nomina più rapida nella storia clericale ferrarese.  Mi sono sentito investito di una enorme responsabilità. Non sempre sono riuscito a gestirla al meglio, ma ho trovato validi collaboratori come l’ing. Nicola Gambetti e l’ing. Beatrice Malucelli, che si sono messi a servizio dell’Ufficio per la ricostruzione. Durante la prima settimana sono andato a visitare tutte le chiese che secondo i racconti dei parroci avevano avuto danni tali da non dover chiudere. Ho scoperto che al di là della burocrazia, ciò che rende prezioso il lavoro nei momenti di emergenza sono le persone. Il funzionario della Soprintendenza locale si è reso da subito disponibile a compiere i sopralluoghi con me e così, insieme, abbiamo rilasciato tutti i nulla osta o il diniego all’apertura dell’edificio di culto. 

Il 29 maggio, giorno della seconda grande scossa, mi trovavo in auto a Bologna, dove mi ero recato per la prima riunione di coordinamento delle Diocesi coinvolte nel sisma presso la Direzione Regionale dei Beni Culturali. Ero al telefono con un parroco quando improvvisamente l’auto ha iniziato a tremare e lui è scappato nella piazza del paese. Mi ci è voluta più di un’ora per riprendere l’autostrada e tornare a Ferrara e ricominciare daccapo i sopralluoghi nelle chiese, che avevamo dichiarato precedentemente agibili. 

Tutto il resto è ormai diventato quotidianità di lavoro e di relazioni sacerdotali e con i progettisti».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 maggio 2022

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«Sinodo, cammino da aprire a chi è fuori. Ma le difficoltà sono tante»

9 Feb

L’incontro dei Coordinatori diocesani: confronto tra una 40ina di persone. Sabato 12 febbraio la Giornata del Laicato dedicata al Sinodo

Da Vigarano a Comacchio, da Pontelagoscuro a Santa Maria Codifiume. Gli estremi della nostra Diocesi si sono toccati per una sera, in occasione del secondo incontro dei Coordinatori del Sinodo.

Una bella immagine di comunione, di desiderio di confrontarsi, di guardarsi negli occhi e lasciarsi interrogare. Il 4 febbraio una 40ina di persone si sono collegate con don Michele Zecchin, Responsabile per il Sinodo in Diocesi, e con altri presenti nella chiesa di Sant’Agostino.

Don Zecchin ha introdotto illustrando brevemente alcune delle tappe dei prossimi mesi, a partire da quattro incontri nel periodo quaresimale che vedranno coinvolti l’Associazione Viale K, i Ricostruttori nello Spirito, Comunione e Liberazione e la Città del Ragazzo. Appuntamenti di cui vi parleremo in modo più dettagliato più avanti.

Circa a metà aprile, poi, dovrebbe avvenire la consegna dei risultati dei vari gruppi di lavoro, di cui il Coordinamento diocesano farà una sintesi che invierà, come tutte le Diocesi, ai Vescovi italiani. Sintesi che, ha proposto Cecilia Cinti, può essere anche inviata ai gruppi e diffusa nell’intera Diocesi (proposta, questa, subito confermata da don Zecchin).

Il percorso sinodale, pur andando avanti, di certo non procede senza ostacoli. I motivi sono diversi e intuibili: l’emergenza sanitaria che rallenta e rende difficili gli incontri, la disaffezione diffusa verso la Chiesa, le divisioni e le incomprensioni all’interno della Chiesa stessa. Ma il Sinodo – come ha detto Patrizia Trombetta dell’equipe sinodale – «è un’esigenza, un’urgenza. Dobbiamo cercare di suscitare entusiasmo e speranza nelle persone». 

Invito raccolto: «stiamo vivendo una bella esperienza di confronto tra parrocchiani dell’Unità pastorale», ha riferito don Luciano Domeneghetti di Ostellato. «C’è voglia di raccontarsi ed è importante riscoprire la bellezza del dialogare e del ritrovarsi, soprattutto in presenza. C’è sconforto ma anche desiderio di un cammino di comunione». Importante è che «questo confronto non arrivi solo agli “addetti ai lavori”: la percezione è che coloro che non vivono un cammino di fede, non siano dentro questo dinamismo». 

«Nell’Unità pastorale Borgovado – ha spiegato Daniela Salvi – abbiamo pensato di concentrarci su due categorie: le famiglie giovani che si stanno avvicinando alle parrocchie, e i giovani che sono passati nelle nostre parrocchie ma che poi le hanno lasciate, non trovando altrove alternative, luoghi di speranza». 

Un’altra “categoria” di persone da cercare di riavvicinare è quella dei genitori dei bambini del catechismo, «la maggior parte dei quali non frequenta la Chiesa», ha riflettuto Rita da Pilastri-Burana. «Anche noi stiamo cercando di avvicinare questi genitori», ha spiegato don Stefano Zanella della parrocchia cittadina dell’Immacolata. «Abbiamo pensato di fare un incontro con loro dopo avergli inviato alcune domande» sulla Chiesa e sulla fede, «per poi rifletterci insieme».

Un sempre difficile rapporto tra il “dentro” e il “fuori” la Chiesa, quindi, dove spesso gli stessi confini sono labili. Una tensione ben descritta da Alberto Mambelli di S. Caterina Vegri (UP dei Borghi fuori le Mura): «dobbiamo essere coscienti dell’importanza del dialogo innanzitutto fra noi nella Chiesa, per poi aprirci di più all’esterno». Apertura che significa anche «comunicazione, integrata e più incisiva», come sottolineato da Alberto Lazzarini, e rapporto con le forze sociali, economiche e del volontariato, come emerso dagli interventi di Enrico Ghetti (S. Maria Codifiume), don Zecchin e di altri.

Sempre nella consapevolezza che i “lontani” non si raggiungono con le riunioni o i grandi eventi, ma col contatto personale, al massimo con piccoli gruppi nei quali potersi conoscere e sentirsi liberi di parlare e di mettersi in gioco.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 febbraio 2022

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Oggi in Comune viene inaugurata “Voci dalle pietre”

22 Gen

Installaz. mafie MunicipioDa oggi fino al 19 febbraio è possibile visitare la mostra fotografica “Voci dalle pietre: marmi romani e bizantini a Ferrara”, allestita nel salone d’Onore del Municipio di Ferrara. L’esposizione, curata dal Comune insieme all’associazione Ferrariae Decus, è composta da 19 pannelli nei quali sono presentate 17 “pietre”, ovvero antichità romane e bizantine confluite nella fabbrica della Cattedrale cittadina nel XII secolo.

Epigrafi funerarie variamente decorate, lastre con fregi floreali, un clipeo con il busto di una divinità classica e altro ancora, proveniente dai territori ravennati e veneti, furono murati nella nuova fabbrica. Successivamente, vi furono trasferiti da Voghenza arredi sacri di manifattura orientale e alcuni sarcofagi ravennati divennero arche per illustri personaggi della comunità locale. Il numero delle “antichità” ferraresi aumentò poi con “arrivi” più recenti, quali il sarcofago portato dalla capitale nel palazzo delle Poste Italiane e il cippo funerario donato all’Università di Ferrara. La mostra intende richiamare nuovamente l’attenzione su questi pezzi ripresentandoli alla città, grazie anche ad alcuni incontri di approfondimento e di aggiornamento.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 22 gennaio 2016