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Palestinesi contro Hamas: i racconti dei dissidenti che (quasi) nessuno ascolta

20 Giu

di Andrea Musacci

Da fine marzo a fine maggio 2025 Amnesty International ha raccolto documentazione su – è scritto sul loro sito – «un preoccupante ripetersi di minacce, intimidazioni e persecuzioni – inclusi interrogatori e pestaggi da parte delle forze di sicurezza di Hamas – ai danni di persone palestinesi della Striscia di Gaza che stavano esercitando il loro diritto di protesta pacifica». Tra le persone intervistate da Amnesty, un abitante del quartiere al-Alatra di Beit Lahia, città nel nord di Gaza: «Abbiamo il diritto di vivere con dignità. Abbiamo iniziato a manifestare perché vogliamo una soluzione alla nostra sofferenza. Nessuno ci ha incitato a protestare o ci ha detto di farlo. Le persone protestano perché non riescono più a vivere, vogliono che le cose cambino. Le forze di sicurezza [di Hamas] ci hanno minacciato e picchiato, ci hanno accusati di essere traditori solo perché abbiamo preso la parola. Continueremo a protestare, non importa a quale rischio». Il 16 aprile questa persona e altre sono state portate in un edificio trasformato dalle forze di sicurezza di Hamas in un improvvisato centro di detenzione: «Erano una 50ina di persone. Mi hanno colpito coi bastoni di legno sul collo e sulla schiena. Mi urlavano che ero un traditore, un collaborazionista del Mossad». Un altro uomo è stato convocato più volte per interrogatori ma ha sempre rifiutato, fino a quando, lo scorso 17 aprile, i servizi di sicurezza di Hamas sono venuti a prenderlo a casa. Ecco il suo racconto: «Mi hanno preso a bastonate e a pugni in faccia. Le botte non erano così dure, penso più che altro fossero una minaccia. In precedenza, dopo una protesta, una persona affiliata ai servizi si era avvicinata, avvisandomi che mi avrebbe sparato ai piedi se avessi continuato a manifestare».

Proseguendo, come riporta moked.it, lo scorso aprile due dissidenti palestinesi sono intervenuti nel corso di un incontro organizzato a Palazzo Carpegna (Senato della Repubblica Italiana) dal sen. Ivan Scalfarotto. Muhammad ha 25 anni, è originario del nord della Striscia, ma è sfollato al sud. Muhammad è un nome di fantasia. Solo così ha potuto testimoniare, in diretta da Gaza, intervenendo insieme a un altro dissidente, Hamza Howidy, lui fisicamente presente, all’incontro “Voci da Gaza”. A intervistarli la giornalista Sharon Nizza. Queste le parole di Muhammad: «I gazawi protestano contro Hamas per non aver accettato la mediazione egiziana, che poneva come condizione il disarmo del gruppo. Il popolo palestinese si è reso conto che Hamas sta negoziando esclusivamente per i propri interessi, per rimanere al potere, anche a scapito di migliaia di vittime. Oggi Hamas ha ucciso un giovane, facendo irruzione nella stanza di un ospedale nonostante le proteste dei medici; Hamas non è interessato alle sofferenze del popolo di Gaza». Secondo Muhammad, i gazawi «sono consapevoli del fatto le loro privazioni sono causate da Hamas e non ne possono più: vogliono che esca dalla scena politica». «A Gaza serve un nuovo governo che metta al primo posto gli interessi del popolo. Sarà quello il primo passo per diventare uno Stato sovrano», ha dichiarato poi Howidy.

Bet Magazine Mosaico (mosaico-cem.it) riporta le parole di Ahmed Fouad Alkhatib, dissidente palestinese: «Radere al suolo un territorio con oltre 2 milioni di persone per colpire circa 15.000 terroristi, al fine di raggiungere 23 ostaggi vivi e 35 corpi — che prego Dio vengano salvati e liberati al più presto — sembra qualcosa di ampiamente sproporzionato, incredibilmente irresponsabile», scrive l’attivista palestinese, aggiungendo: «Ma — e non fatevi ingannare — Hamas ha preso decisioni che ci hanno portati fin qui; Hamas è un partner malvagio nella distruzione dei sogni e delle aspirazioni del popolo palestinese». Le violazioni della libertà di stampa da parte di Hamas sono state documentate dal Committee to Protect Journalists (CPJ). Giornalisti come Tawfiq Abu Jarad e Ibrahim Muhareb hanno subito minacce, pestaggi e intimidazioni da parte di Hamas per aver tentato di documentare proteste e condizioni di vita nella Striscia.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025

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(Foto: un momento della prima manifestazione, a Beit Lahia – Vatican News)

«Siamo contro il regime islamico e contro la guerra»

19 Giu
Rayhane Tabrizi (foto Lorenzo Ceva Valla)

La nostra intervista a Rayhane Tabrizi, dissidente iraniana a Milano: «in Iran i miei amici tra gioia e paura. La caduta del regime degli ayatollah avrà effetti positivi anche in Ucraina e Gaza»

di Andrea Musacci

«Noi iraniani non vogliamo la guerra ma desideriamo che cada l’oppressivo regime degli ayatollah in Iran». Come “Voce” abbiamo contattato telefonicamente Rayhane Tabrizi (foto Lorenzo Ceva Valla), nata a Teheran nel 1979, residente in Italia, a Milano, dal 2008. Rayhane è tra le fondatrici dell’Associazione Maanà, attiva proprio a Milano e nata dalle manifestazioni di sostegno ai dissidenti in Iran dopo l’uccisione di Mahsa Amini, giovane donna curdo-iraniana di 22 anni arrestata e uccisa dalla polizia morale il 14 settembre 2022 per aver indossato l’hijab in modo “improprio”.

Rayhane, mi parli un po’ di lei, dal periodo in Iran alla scelta dell’Italia…

«Sono nata in Iran nel 1979, proprio l’anno della rivoluzione islamica. Ho vissuto a Teheran fino all’età di 29 anni, e lì, dopo gli studi, ho anche lavorato per 8 anni come assistente di volo per la compagnia di aereo nazionale. Poi mi sono trasferita in Italia per motivi familiari e da allora, dal 2008, vivo a Milano, dove dal 2013 lavoro nell’ambito dell’informatica».

Proprio nella capitale lombarda ha fondato l’Associazione Maanà: da chi è composta e di cosa si occupa?

«Sì, sono la Presidente di Maanà, che ho fondato nell’aprile 2023 assieme ad altre attiviste e attivisti iraniani – atei, musulmani, o buddisti come me – conosciuti all’inizio del movimento “Donna Vita Libertà” a Milano. L’Associazione è nata per avere un’identità ufficiale e per poter collaborare con istituzioni, raccogliere firme, organizzare eventi e progetti per promuovere la cultura iraniana, con un forte messaggio politico: quello di “Donna Vita Libertà”».

Israele nei giorni scorsi ha nuovamente attacco l’Iran: può essere una speranza per il rovesciamento del regime iraniano o l’inizio di una guerra molto più ampia in Medio Oriente?

«Viviamo un momento molto complicato: da una parte, vi è la gioia per il possibile crollo della struttura islamica che domina in Iran. Dall’altra parte, il dolore di vedere anche civili fra le vittime dei missili israeliani, le cui operazioni, infatti, non sono del tutto “chirurgiche”…E siamo preoccupati in particolare per i nostri familiari che vivono in Iran, soprattutto a Teheran. Io – e molti di noi – abbiamo già vissuto la guerra Iran-Iraq: quando avevo da 1 anno a 9 anni, ho vissuto sotto le bombe e so cosa significa. Certo, l’obiettivo finale è di liberarci dal regime islamico ma non vogliamo la guerra». 

Il movimento in Iran contro il regime di Khamenei in che condizioni è?

«Il movimento contro il regime nacque subito, nel 1979, dopo la rivoluzione islamica, ma purtroppo la guerra contro l’Iraq ha convinto molti iraniani che innanzitutto bisognava combattere contro il comune nemico esterno. E così temo accadrà anche con l’attuale guerra contro Israele, soprattutto se ad essere uccisi dai missili israeliani saranno anche civili. In ogni caso, oggi non si può prevedere cosa accadrà».

Rayhane, immagino sia in contatto con amici, parenti in Iran. Qual è il loro parere sul regime degli ayatollah e cosa sperano dall’attuale attacco israeliano?

«Sì, sono in contatto con loro via telefono, dato che il regime ha bloccato internet. Tutti i miei amici e parenti che vivono in Iran vogliono evitare la guerra, hanno tanta paura, alcuni dormono fuori casa o al centro della propria stanza, lontani dalle finestre. Vivono nella paura, nonostante la gioia nel vedere il regime che crolla».

Come dissidenti iraniani non vi sentite dimenticati da parte dell’opinione pubblica italiana e occidentale, molto concentrata sui palestinesi?

«Mio marito – italiano – è un attivista per i diritti, fra cui quello del popolo ucraino, che io stessa sostengo nei cortei e con aiuti concreti. L’appoggio al popolo ucraino è quindi più che legittimo ma in Italia spesso si dimentica che è il regime iraniano a sostenere il regime di Putin, finanziandolo e dandogli i droni che colpiscono il territorio ucraino. Allo stesso modo condanno ciò che Netanyahu sta facendo a Gaza, per tutti i civili che sta uccidendo, ma il problema è l’esistenza di Hamas, la cui radice è legata al regime iraniano degli ayatollah. Israele non avrebbe dovuto distruggere Gaza ma lavorare per indebolire la fonte di Hamas, cioè il regime di Khamenei. Insomma, la testa di Hamas è a Teheran. 

Aiutateci – è il mio appello – a liberarci da questo regime ed effetti positivi li vedremo anche in Ucraina, a Gaza e in Israele. Hamas – come il regime degli ayatollah – non riconosce né lo Stato di Israele né l’Olocausto, mentre noi auspichiamo la soluzione “Due popoli due Stati”. Tanti italiani la pensano come me, ma tanti altri, purtroppo, no, come i cosiddetti “propal”, che mai condannano Hamas e il regime islamico iraniano».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025