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«Eucarestia e solidarietà insieme: per una teologia della comunione»

28 Feb

A Casa Cini l’intervento di Panaghiotis Yfantis, teologo ortodosso greco: «Dio chiama un popolo, per farci corpo di Cristo». La «sinodalità» della Chiesa degli apostoli come modello

L’Eucarestia è una cosa seria, è comunione, e interpella cuore e coscienza di ogni cristiano. La divisione tra fratelli e sorelle in Cristo, dunque, è uno scandalo, un «peccato grave». Non ha usato giri di parole Panaghiotis Yfantis, teologo ortodosso greco, intervenuto a Casa Cini, Ferrara, lo scorso 16 febbraio per la nuova lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. “Il dialogo tra Cattolici e Ortodossi”, il tema trattato, un momento autentico di condivisione e di amicizia cristiana. Yfantis, classe ’66, è laico, sposato e ha tre figli. Insegna Patrologia e Letteratura Agiografica e diverse altre materie presso la Facoltà Teologica di Tessalonica.

«La persona esiste nell’apertura, nel dono e nella relazione libera», ha esordito il teologo presentato da Marcello Panzanini, Direttore dell’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso. L’episodio del battesimo di Gesù è emblematico di ciò in quanto «Gesù non parla ma è il Padre a presentarlo e lo Spirito Santo si posa su Gesù: ogni persona, quindi, non presenta sé stessa ma fa presente l’altro, indica l’altro». Non a caso, «“perdonare” in greco significa “condividere con l’altro lo spazio”». Ciò non è facile, ma nostro fine «è di diventare come il nostro Creatore, è la nostra “deificazione”», che «non è un dato stabile, non è realtà statica ma un fine, e quindi presuppone la nostra volontà e la nostra libertà». È «un dono sempre da rinnovare, e lo possiamo rinnovare nella Chiesa intesa come comunione». Chiesa – ha proseguito – «è soprattutto il vivere in modo cristico, in modo spirituale, vivere l’eschaton, gustare l’eschaton, è una caparra dell’eschaton all’interno della storia». Di conseguenza, «l’ecclesiologia nell’ortodossia non è intesa come «istituzione giuridica o sistema amministrativo ma è innanzitutto evento di comunione, Dio con l’uomo. Se non esiste o se viene trascurato questo evento, allora la comunione è falsa, è un’illusione». La Chiesa nasce a Pentecoste – non a caso – quando i discepoli sono insieme: la prima forma della Chiesa è un raduno con lo Spirito». Quando si parla di Chiesa «si parla di popolo, Dio chiama un popolo»: prima di tutto «la Chiesa è riconciliazione con Dio, l’uomo non è più estraneo ma figlio, l’uomo entra per grazia nella dimensione relazionale trinitaria». E in secondo luogo, nella Chiesa, la comunione è «riconciliazione con l’altro: non si può essere in comunione con Dio e restare chiusi davanti al fratello, frazione del pane e condivisione dei beni» sono la stessa cosa. «Eucarestia e solidarietà non sono distinti, ma due aspetti dello stesso mistero». E in terzo luogo, «la comunione ecclesiale è apertura universale: la salvezza non è individualistica, Cristo ha abbandonato la Sua beatitudine divina per essere in mezzo a noi, ha scelto la creaturalità per salvarla, per rendere la creatura eterna».

La Chiesa quindi non è «un club esclusivo» ma come Cristo deve «assumere tutto il mondo per salvarlo, per santificarlo»: la comunione «serve per la riconciliazione con tutta la creazione, nella teologia ortodossa l’uomo è considerato sacerdote del cosmo, per riferire di nuovo la creazione al creatore».

Tutto ciò si compie «soprattutto nel tempo e nel luogo dell’Eucarestia, per noi la Divina Liturgia», non mero rito ma «il popolo di Dio che manifesta ciò che è: nell’Eucarestia non si assiste a qualcosa ma si diventa qualcosa, si diventa il corpo di Cristo, si è cristificati: l’Eucarestia fa la Chiesa, non è la Chiesa che possiede l’Eucarestia come uno dei suoi strumenti». Di conseguenza, «ogni comunità locale presenta la Chiesa nella sua pienezza, rende presente Cristo continuando la Sua incarnazione nella storia» e la forma migliore per fare ciò è quella della «sinodalità, come nella prima Chiesa degli apostoli». Nella storia, però, tante sono state le «divisioni, i conflitti fra Chiese anche in comunione sacramentale e ciò non è un problema ma uno scandalo». Nella liturgia, non dimentichiamo, «prima viene fatto il segno della pace come unità del cuore, e solo dopo si può fare la recita del credo come unità nel dogma». La fede, insomma, «non è ideologia, non è una teoria ma vita, concretezza».

Solo dopo questa riflessione, possiamo parlare autenticamente di ecumenismo: nell’ultima parte della relazione, quindi, Yfantis ha spiegato: «essere ecumenici vuol dire essere cristiani: è peccato grave essere indifferenti davanti alle divisioni fra noi cristiani». La comunione non può dunque essere pensata «solo all’interno dei confini di una confessione cristiana, ma è una ferita». La «teologia della comunione» ci fa comprendere come la vera comunione non sia «uniformità» ma «armonia tra le diversità», così è la stessa Trinità e così dev’essere tra le confessioni cristiane, «pur senza relativizzare le differenze dottrinali», ma cercando «unità e riconciliazione nella Verità». 

Spetta – ha quindi concluso – «a ognuno coltivare innanzitutto sé stesso, per rendere più visibile il ripristino dell’unità: ogni battezzato deve cercare di essere persona nel senso pieno, essere dono e perdono. La comunione inizia nel cuore di ognuno, con la conversione personale».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 febbraio 2026

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