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Telestense, premio in attesa di rinascere

14 Apr

Il Premio Stampa 2026 consegnato a giornalisti, tecnici e operatori della storica tv locale. A Casa Cini la cerimonia con gli studenti del Dosso Dossi

di Andrea Musacci

Momento di omaggio, requiem o sprone per una rinascita? L’importante incontro pubblico svoltosi la mattina dell’11 aprile a Casa Cini, Ferrara, ha oscillato fra questi tre diversi atteggiamenti. Protagonista della mattinata organizzata da Ordine Giornalisti e Fondazione Giornalisti dell’Emilia-Romagna in collaborazione con l’Associazione Stampa Ferrara e l’Associazione Stampa Emilia-Romagna, è stata la storica emittente tv Telestense (nata 50 anni fa), che da un mese – con la liquidazione giudiziale nei confronti della società Rei, proprietaria della tv – non esiste più. E proprio ai giornalisti, tecnici e operatori di Telestense, l’Assocazione Stampa Ferrara ha deciso di assegnare il Premio Stampa 2026 (l’anno scorso assegnato alla Caritas Diocesana). Un progetto, quello del Premio, che quest’anno ha visto anche il coinvolgimento degli studenti della 5 J (Indirizzo Arti Figurative) del Liceo Artistico Dosso Dossi, guidati dal prof. Raffaele Vitto. 19 fra studentesse e studenti, infatti, hanno presentato un’opera artistica da loro realizzata, e dedicata al mondo del giornalismo, e una è stata selezionata come dono ai vincitori e alle vincitrici del Premio Stampa 2026. L’opera vincitrice è stata “Acta” di Sofia Toschi.

Due le Menzioni speciali: all’opera “Segni del passato” di Martina Dalla Ca e a “Intrecci di inchiostro” di Emma Marcacci.

Presenti alla cerimonia di consegna diverse autorità, fra cui il nostro arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, il prefetto di Ferrara Massimo Marchesiello, il consigliere regionale Paolo Calvano, gli assessori comunali Fornasini e Vita Finzi Zalman. Il nostro vescovo ha spiegato come «perdere le immagini di una tv locale significa perdere i volti, i corpi e le storie di tante persone». La tv locale, infatti – ha proseguito -, «fa sentire vicini anche i lontani e avvicina il territorio a chi è andato a vivere altrove. A Ferrara e provincia – sono ancora sue parole – ci stiamo abituando a troppi fallimenti», ad esempio Carife e Spal. «Spero che le istituzioni riescano a dare nuova vita a questa tv locale». Insomma, si spera sia stato – come ha detto Silvia Giatti, ex giornalista di Telestense – «non un triste amarcord» ma un importante momento di riflessione condivisa in vista di una futura rinascita.

IL SEMINARIO SU TV E AI

La cerimonia di consegna è stata preceduta dal seminario sul tema “Dalla libertà d’antenna all’intelligenza artificiale: cinquant’anni di informazione TV tra pluralismo, trasformazioni professionali e tecnologiche, nuovi aspetti deontologici”. L’incontro, moderato da Alberto Lazzarini (Vicepresidente Ordine dei Giornalisti Emilia-Romagna e nostro collaboratore) ha visto il saluto introduttivo di Antonella Vicenzi (giornalista, Presidente Asfe-Associazione Stampa Ferrara) e gli interventi di Massimo Lualdi (giornalista e avvocato, Direttore di Newslinet.com), Elena De Vincenzo (giornalista Rai – TG1) e Matteo Naccari (giornalista, Segretario Aggiunto Fnsi Nazionale).

Lualdi ha preso le mosse dalla sentenza 202/1976 della Corte Costituzionale che sanciva l’illegittimità del monopolio RAI su scala locale e il conseguente proliferare di tv locali. Un proliferare rientrato un decennio dopo, con lo spegnersi di tante cosiddette “emittenti libere” e l’affermazione di reti nazionali più strutturate. Altro spartiacque sarà quello a fine anni ’90 con l’esplodere dell’editoria on line e poi dell’on demand. E oggi, la rivoluzione dell’Intelligenza artificiale, «un facilitatore straordinario – ha detto il relatore – ma anche uno strumento che richiede estrema cautela, per l’alto rischio della perdita di controllo». Ma «le regole sono ancora scarse, ad esempio per quanto riguarda il diritto all’autore», anche in riferimento al pericolo della clonazione della voce. A tal proposito, Lualdi è uno dei fondatori della neonata Società Italiana per la Tutela della Voce. Inoltre, oggi con strumenti come Gemini l’Intelligenza artificiale «compie un’opera di intermediazione tra giornalista e lettore», col rischio di trasformare il primo in mero «influencer» e di far svanire l’originalità della sua scrittura, e l’autorevolezza che solo un professionista può portare al mondo della comunicazione.

De Vincenzo ha poi riflettuto sull’importanza delle tv locali e della stampa locale per raccontare la vita delle persone e dei territori. E lo ha fatto soprattutto attraverso una testimonianza personale, essendo lei originaria di Conselice, nel ravennate, e quindi in occasione dell’alluvione in Romagna nella primavera del 2023 trovatsia nel doppio “ruolo” di cronista e di volontaria, in quanto lì vivono ancora suoi familiari, amici e conoscenti.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 aprile 2026

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Foto in alto: il gruppo di ex giornalisti, operatori e tecnici di Telestense con alcuni organizzatori (Foto Stefania Andreotti). 

Sotto: le tre studentesse premiate (Foto Simona Rondina).

Benevolenza come azione concreta contro odio e conflitto

25 Mar

Il libro “Vogliamoci bene (oltre la tecnica)” presentato a Casa Cini

Lo scorso 20 marzo Casa “G. Cini” a Ferrara ha ospitato la presentazione dell’importante libro dal titolo “Vogliamoci bene (oltre la tecnica), Saggi sulla benevolenza nelle relazioni sociali”, recentemente pubblicato dall’editrice San Paolo. La presentazione ha visto gli interventi di due ospiti della nostra Diocesi: Roberto de Tilla, Presidente del Forum di Cultura cristiana, curatore del volume che raccoglie diversi interventi; e Gian Guido Folloni, già Senatore e Ministro della Repubblica, nonché giornalista e direttore di “Avvenire” dal 1983 al 1999. 

L’incontro è stato introdotto e moderato da don Augusto Chendi, Direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale della Salute e autore di un contributo presente nel libro. Libro che – secondo don Chendi -«è un caleidoscopio di vissuti e riflessioni in vari ambiti», fra cui la politica, la sanità, lo sport e il volontariato. La benevolenza – ha aggiunto – «è antitetica alla potenza, che non conosce che sé stessa» e all’espressione di quest’ultima, la tecnica. «Non dobbiamo, quindi, smarrire le parole per continuare a sperare»: questo libro può «aiutare a innescare la fatica del pensare e aprire orizzonti di speranza». 

«La benevolenza non è fatta di smancerie o di “politicamente corretto” ma di gesti concreti», ha esordito poi de Tilla. È importante, però, innanzitutto «cambiare le lenti con le quale si guarda il mondo, la realtà». Un’immagine è stata quindi utilizzata dal relatore, quella della donna in gravidanza: «all'”allarme” per un corpo estraneo che cresce al suo interno, lei risponde con amore, con accoglienza, con benevolenza». Come dire: «senza gli altri, senza la relazione, non esistiamo». Relazione che – se autentica – «tende quindi alla benevolenza, che di per sé non può essere né enfatica né astratta».

Folloni ha, invece, cercato di riflettere sul binomio benevolenza-politica, termini che «tra loro non dovrebbero essere inconciliabili». Folloni ha quindi avviato la riflessione partendo dal proprio vissuto personale, dal padre partigiano antifascista, e quindi dalla propria formazione nell’ambito del cattolicesimo democratico -CISL, mondo cooperativo, DC e soprattutto AC.Azione Cattolica, ha spiegato, «che per me ha rappresentato la possibilità di un agire nel mondo da cattolici, un abito di cui non potersi spogliare». Una praxis con al centro «la convinzione che la persona viene prima di ogni convenienza personale. I miei punti di riferimento – ha proseguitoFolloni – sono quindi stati Maritain, Guardini e Rosmini, per andare oltre l’antitesi allora dominante tra liberalismo e socialismo». L’analisi dell’oggi è impietosa: «la politica è spesso conflitto e prevaricazione, e ciò viene alimentato da una cattiva informazione, col conseguente diffondersi dell’individualismo», del rancore e della spettacolarizzazione della violenza e del dolore. Andrebbe invece ripresa l’idea di Rosmini di “benevolenza sociale”, pensando cioè che «il bene degli altri non dev’essere mai vassallo delle mie convenienze personali».

E a proposito di Rosmini, a fine incontro è intervenuto il nostro Arcivescovo mons.Perego il quale ha citato la sua opera “Storia dell’amore cavata dalle divine scritture”, uscita nel 1822, in cui l’autore contrapponendosi «all’illuminismo senza cuore» ripercorre il tema della fraternità da Caino al buon samaritano, cioè «la storia dell’amore di Dio per le donne e gli uomini. La benevolenza – ha aggiunto – fa parte dell’abito cristiano», e «va sempre ricostruita perché siamo sempre segnati dal peccato che ci allontana dall’altro mostrandocelo come nemico». Nell’altro, invece, «posso sempre riconoscere del bene e quindi donargli del bene. Oggi si pensa che la tecnologia sia tutto, invece è il cuore» a essere il centro della vita (si veda la “Dilexit nos”). «L’amore di Dio è all’origine della storia, è la struttura antropologica dell’esistenza, della realtà», e quindi non può non diventare anche «giustizia, politica, volontà di trasformazione delle strutture sociali inique e di costruzione nelle città di luoghi di socialità e di condivisione».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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Costituzione italiana come baluardo democratico

13 Mar

Andrea Pugiotto è intervenuto a Casa Cini per la Scuola diocesana di formazione politica

La Costituzione italiana come luogo di difesa dei diritti fondamentali da introiettare profondamente nella coscienza. Così l’ha presentata Andrea Pugiotto, docente di Diritto Costituzionale a UniFe, la sera dello scorso 2 marzo a Casa Cini, Ferrara, nel primo incontro del nuovo anno della Scuola diocesana di Formazione Politica. La serata ha visto il saluto del coordinatore della Scuola Giorgio Maghini e l’introduzione di Roberto Zoppellari.

“La Costituzione come garanzia dei diritti e regola del potere” il tema scelto da Pugiotto per l’incontro: «la necessità di uno scudo costituzionale – ha esordito – è un problema concreto, storico prima che teorico». È partito dall’orrore di Auschwitz, luogo della politica concentrazionaria e di sterminio del nazismo, dove «l’indicibile è accaduto, ed è accaduto per mano dell’uomo sull’uomo». Un orrore non limitato ma con «una portata universale, che rivela l’autentica natura umana». Accanto, un’altra immagine dello stesso periodo: la prima bomba a fissione nucleare, sulla città di Hiroshima: 70-80mila persone uccise sul colpo, 350mila con anche le radiazioni, oltre alle vittime negli anni successivi per l’esposizione radioattiva. «È anch’esso un evento dell’autocoscienza umana: l’uomo è in grado di porre fine alla storia», ha detto Pugiotto. Questi due eventi, quindi, «ci insegnano a muoverci da un’antropologia negativa, da un pessimismo antropologico e dalla provvisorietà della storia», cioè dal fatto che «siamo capaci di autodistruggerci: da qui deve partire la riflessione sulla Costituzione». Insomma, la catastrofe come «dura pedagogia della storia», e dunque la Costituzione come «“mai più” attraverso gli strumenti del diritto, che è violenza domata, argine giustificato dalla diffidenza dell’uomo sull’uomo». 

La nostra Carta costituzionale – si è chiesto poi il relatore – riesce davvero a far da scudo contro il ritorno degli errori del passato? «Alcuni la considerano vecchia, ma secondo me è longeva, cioè dimostra di saper durare nel tempo» e alle trasformazioni sociali e politiche. Le Costituzioni «si fanno nei momenti della saggezza per governare nei momenti di confusione, sono approdi saldi». Esse sono un «patto tra chi detiene il potere e i titolari dei diritti che il potere deve difendere». Altra critica alla Costituzione italiana è di essere «inutilmente prolissa e vaga, soprattutto nella parte dedicata ai diritti di liberà». Ma «la lunghezza è fondamentale per evitare il ritorno a forme totalitarie, sia nelle sue forme negative sia in quelle positive – ad esempio nei diritti sociali -, proponendo un ideale universalistico: al centro della democrazia costituzionale c’è la persona umana, i cui diritti fondamentali sono riconosciuti – non concessi – dallo Stato».

Altri ancora dicono che la nostra Costituzione è «declamatoria», cioè «non assicura che quei diritti di cui parla vengano effettivamente garantiti»: ma i padri e le madri costituenti inventarono la cosiddetta “rigidità costituzionale”, «per cui per modificare alcuni articoli non basta una legge ordinaria, quindi una normale maggioranza parlamentare, ma una convergenza tra maggioranza e opposizione».

Insomma, la Costituzione sta alla base di tutto e «sta sopra, è la legge delle leggi, la fonte delle fonti a livello legislativo». Con alcuni «principi supremi non più passibili di essere messi in discussione, principi sovracostituzionali». Ma il Parlamento potrebbe «approvare leggi che aggirino la Costituzione: per questo esiste la Corte costituzionale, che ha il potere eventualmente di rimuovere una legge che considera incostituzionale». Inoltre – ha proseguito -, alcuni articoli della nostra Costituzione (10, 11, 17 – 1° comma) «mettono in dialogo il testo con le Corti europee e internazionali, per garantite un livello sempre più alto».

Ma chi sono i titolari dei diritti costituzionali? I cittadini italiani e ogni persona sul nostro territorio, cittadino italiano o non, secondo le Carte internazionali che tutelano i diritti fondamentali degli esseri umani. Quindi «anche il rom o il migrante clandestino o il detenuto vanno tutelati, anche se spesso sono esclusi a causa di determinate campagne e pratiche politiche». Così, «per scivolamento progressivo – ha riflettuto Pugiotto – chiunque potrebbe essere vittima di discriminazione: ciò è politicamente rischioso, è un piano inclinato scivoloso molto pericoloso». È la differenza tra diritti e privilegi, tra vera democrazia e democrazia mutilata o post democrazia. Il testo costituzionale va quindi «fatto conoscere» – ha concluso -, per poi saperlo usare a seconda dei casi. I suoi principi «devono stare dentro la coscienza di ognuno, altrimenti la sua ubiquità e alla lunga la stessa Costituzione diventano solo formali».

Il prossimo incontro della Scuola sarà il 23 marzo alle ore 20.30 a Casa Cini sulla “Rete di Trieste”.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 marzo 2026

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La cura come gratuità, non relazione di potere 

5 Mar

Suor Linda Pocher è intervenuta a Casa Cini: «Gesù modello di cura  che supera i generi. Ripensare il ruolo delle donne nella Chiesa»

Lo scorso 26 febbraio Casa Cini, Ferrara, ha ospitato la nuova lezione della Scuola diocesana di teologia per laici, lezione sul tema “Liberare la comunicazione dal potere”.Relatrice è stata suor Linda Pocher, Figlia di Maria Ausiliatrice, laureata in filosofia, dottoressa in teologia dogmatica, socia dell’Associazione Teologica Italiana e co-autrice, fra l’altro, del libro “Smaschilizzare la Chiesa? Confronto critico sui Principi di H.U. Von Balthasar”, scritto con Lucia Vantini e Luca Castiglioni.

Papa Francesco ha parlato del «linguaggio nuovo della cura», legata in particolare alla maternità.Ma sono tre le obiezioni/domande di sr Pocher a questa concezione: in che senso la cura è un «linguaggio nuovo»? Secondo: «è sbagliato idealizzare la maternità». Terzo: «in ogni relazione educativa, soprattutto in quella materna, si nasconde una relazione di potere». Nel riflettere su questi tre punti, la relatrice ha innanzitutto spiegato come la cura sia «lo stile di Gesù: Egli si è preso cura delle persone e ha lasciato che altre persone si prendessero cura di lui». Nell’ultima cena, istituzione dell’Eucarestia, «lo stesso Suo nutrire è un gesto di cura», in esso Gesù offre il proprio corpo e sangue «come fa una madre: la gravidanza è infatti l’unico caso in cui un essere umano si nutre a livello biologico del corpo di un altro», della madre appunto.E ciò Gesù «chiede  anche ai suoi discepolo di farlo». Così, «comportandosi come una madre, Gesù rompe la distinzione fra i generi» e per questo dopo San Paolo potrà dire: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Galati 3,28). Ogni persona – maschio o femmina – è chiamato a «comunicare attraverso il linguaggio della cura, a maturare questa dimensione. Dimensione che è diventata anche etica, «etica della cura», solo nel XX secolo, quando alle donne è stato permesso di iniziare a proporlo in ambito scientifico/accademico. La cura, poi, è un linguaggio nuovo perché «il Vangelo è sempre nuovo», Gesù è sempre una novità, una lieta notizia. La stessa parola, quindi, «non è strumento di potere se lascia spazio all’altro, all’ascolto dell’altro: per prendermi cura di un’altra persona devo mettermi innanzitutto in suo ascolto». Il Regno di Dio «si manifesta quando le persone sono guarite e quindi diventano capaci di amare sé e gli altri».

Ma relazioni nate come cura possono facilmente trasformarsi in «relazioni di potere in quanto asimmetriche: si pensi alla relazione madre-figlio, o con un superiore/una superiora in un ordine religioso o in Seminario». Qui possono nascere anche «forme di abuso». Per questo, sr Pocher ha citato la filosofa Luigina Mortari, la quale mette in guardia dall’assolutizzazione/idealizzazione di una relazione di cura:«il rischio è di non riuscire più a interpretare correttamente la realtà». Per Mortari la relazione più a rischio è quella madre-figlio, la seconda quella tra infermiere e malato (sì asimmetrica ma non di sangue), mentre quella di amicizia se vissuta autenticamente è la migliore, «la più libera e gratuita». Tutto ciò, senza dimenticarci che «dobbiamo innanzitutto prenderci cura di noi stessi, poi dell’ambiente in cui viviamo e quindi degli altri». Invertire l’ordine è nocivo per sé e per gli altri.

Infine, sollecitata da una domanda proveniente dal pubblico, suor Pocher ha riflettuto sulla questione del diaconato e del sacerdozio femminile: «nella società di oggi – ha detto la relatrice – non esistono più ambiti di azione solo maschili o solo femminili». Inoltre, «non è vero che nella storia della Chiesa non siano mai esistite donne ordinate, anche se queste diaconesse erano solo al servizio di donne» (ma appunto, erano altre epoche); è poi vero che gli apostoli erano tutti maschi ma «questi non c’entrano col sacerdozio perché i primi presbiteri o vescovi ordinati risalgono al III secolo»;  e ricordiamo che «dalle lettere di Paolo emergono alcune donne alla guida di comunità cristiane». Contro l’ordinazione diaconale o sacerdotale femminile, vi è poi l’obiezione che Cristo era un maschio «ma tutti – uomini e donne – siamo stati creati a immagine del Figlio e rappresentare Cristo non significa essere uguali a lui in aspetti come quello legato al genere». Sr Pocher ha poi citato l’art. 60 del Documento finale del Sinodo dei Vescovi (ottobre 2024), dove fra l’altro è scritto: «In forza del Battesimo, uomini e donne godono di pari dignità nel Popolo di Dio. Eppure, le donne continuano a trovare ostacoli nell’ottenere un riconoscimento più pieno dei loro carismi, della loro vocazione e del loro posto nei diversi ambiti della vita della Chiesa (…). Non ci sono ragioni che impediscano alle donne di assumere ruoli di guida nella Chiesa: non si potrà fermare quello che viene dallo Spirito Santo. Anche la questione dell’accesso delle donne al ministero diaconale resta aperta e occorre proseguire il discernimento a riguardo (…)». Parole su cui riflettere.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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«Eucarestia e solidarietà insieme: per una teologia della comunione»

28 Feb

A Casa Cini l’intervento di Panaghiotis Yfantis, teologo ortodosso greco: «Dio chiama un popolo, per farci corpo di Cristo». La «sinodalità» della Chiesa degli apostoli come modello

L’Eucarestia è una cosa seria, è comunione, e interpella cuore e coscienza di ogni cristiano. La divisione tra fratelli e sorelle in Cristo, dunque, è uno scandalo, un «peccato grave». Non ha usato giri di parole Panaghiotis Yfantis, teologo ortodosso greco, intervenuto a Casa Cini, Ferrara, lo scorso 16 febbraio per la nuova lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. “Il dialogo tra Cattolici e Ortodossi”, il tema trattato, un momento autentico di condivisione e di amicizia cristiana. Yfantis, classe ’66, è laico, sposato e ha tre figli. Insegna Patrologia e Letteratura Agiografica e diverse altre materie presso la Facoltà Teologica di Tessalonica.

«La persona esiste nell’apertura, nel dono e nella relazione libera», ha esordito il teologo presentato da Marcello Panzanini, Direttore dell’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso. L’episodio del battesimo di Gesù è emblematico di ciò in quanto «Gesù non parla ma è il Padre a presentarlo e lo Spirito Santo si posa su Gesù: ogni persona, quindi, non presenta sé stessa ma fa presente l’altro, indica l’altro». Non a caso, «“perdonare” in greco significa “condividere con l’altro lo spazio”». Ciò non è facile, ma nostro fine «è di diventare come il nostro Creatore, è la nostra “deificazione”», che «non è un dato stabile, non è realtà statica ma un fine, e quindi presuppone la nostra volontà e la nostra libertà». È «un dono sempre da rinnovare, e lo possiamo rinnovare nella Chiesa intesa come comunione». Chiesa – ha proseguito – «è soprattutto il vivere in modo cristico, in modo spirituale, vivere l’eschaton, gustare l’eschaton, è una caparra dell’eschaton all’interno della storia». Di conseguenza, «l’ecclesiologia nell’ortodossia non è intesa come «istituzione giuridica o sistema amministrativo ma è innanzitutto evento di comunione, Dio con l’uomo. Se non esiste o se viene trascurato questo evento, allora la comunione è falsa, è un’illusione». La Chiesa nasce a Pentecoste – non a caso – quando i discepoli sono insieme: la prima forma della Chiesa è un raduno con lo Spirito». Quando si parla di Chiesa «si parla di popolo, Dio chiama un popolo»: prima di tutto «la Chiesa è riconciliazione con Dio, l’uomo non è più estraneo ma figlio, l’uomo entra per grazia nella dimensione relazionale trinitaria». E in secondo luogo, nella Chiesa, la comunione è «riconciliazione con l’altro: non si può essere in comunione con Dio e restare chiusi davanti al fratello, frazione del pane e condivisione dei beni» sono la stessa cosa. «Eucarestia e solidarietà non sono distinti, ma due aspetti dello stesso mistero». E in terzo luogo, «la comunione ecclesiale è apertura universale: la salvezza non è individualistica, Cristo ha abbandonato la Sua beatitudine divina per essere in mezzo a noi, ha scelto la creaturalità per salvarla, per rendere la creatura eterna».

La Chiesa quindi non è «un club esclusivo» ma come Cristo deve «assumere tutto il mondo per salvarlo, per santificarlo»: la comunione «serve per la riconciliazione con tutta la creazione, nella teologia ortodossa l’uomo è considerato sacerdote del cosmo, per riferire di nuovo la creazione al creatore».

Tutto ciò si compie «soprattutto nel tempo e nel luogo dell’Eucarestia, per noi la Divina Liturgia», non mero rito ma «il popolo di Dio che manifesta ciò che è: nell’Eucarestia non si assiste a qualcosa ma si diventa qualcosa, si diventa il corpo di Cristo, si è cristificati: l’Eucarestia fa la Chiesa, non è la Chiesa che possiede l’Eucarestia come uno dei suoi strumenti». Di conseguenza, «ogni comunità locale presenta la Chiesa nella sua pienezza, rende presente Cristo continuando la Sua incarnazione nella storia» e la forma migliore per fare ciò è quella della «sinodalità, come nella prima Chiesa degli apostoli». Nella storia, però, tante sono state le «divisioni, i conflitti fra Chiese anche in comunione sacramentale e ciò non è un problema ma uno scandalo». Nella liturgia, non dimentichiamo, «prima viene fatto il segno della pace come unità del cuore, e solo dopo si può fare la recita del credo come unità nel dogma». La fede, insomma, «non è ideologia, non è una teoria ma vita, concretezza».

Solo dopo questa riflessione, possiamo parlare autenticamente di ecumenismo: nell’ultima parte della relazione, quindi, Yfantis ha spiegato: «essere ecumenici vuol dire essere cristiani: è peccato grave essere indifferenti davanti alle divisioni fra noi cristiani». La comunione non può dunque essere pensata «solo all’interno dei confini di una confessione cristiana, ma è una ferita». La «teologia della comunione» ci fa comprendere come la vera comunione non sia «uniformità» ma «armonia tra le diversità», così è la stessa Trinità e così dev’essere tra le confessioni cristiane, «pur senza relativizzare le differenze dottrinali», ma cercando «unità e riconciliazione nella Verità». 

Spetta – ha quindi concluso – «a ognuno coltivare innanzitutto sé stesso, per rendere più visibile il ripristino dell’unità: ogni battezzato deve cercare di essere persona nel senso pieno, essere dono e perdono. La comunione inizia nel cuore di ognuno, con la conversione personale».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 febbraio 2026

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Dio e le parole per dirLo, tra fede e teologia

4 Feb

La teologa Cristina Simonelli è intervenuta a Casa Cini: «come a Nicea, mai interrompere il cammino e il confronto condiviso, anche nei contrasti»

Il fatto che la teologia sia davvero padroneggiata solo da coloro che vi dedicano la vita, non esime ogni cristiano dal proseguire (o riprendere) quel cammino di riflessione e di ricerca condivisa, per sempre meglio comprendere l’essenza della fede nel Cristo Risorto. Questo è, in sintesi, il messaggio che lo scorso 29 gennaio la teologa Cristina Simonelli ha voluto lasciare a Casa Cini nella sua lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. “Esprimere l’incarnazione (Gv 1, 14)” il titolo del suo intervento, dedicato alConcilio di Nicea del 325, che rappresentò un «cambiamento d’epoca» in quanto primo Concilio ecumenico grazie all’imperatore Costantino.

Simonelli, fiorentina d’origine, docente di storia della Chiesa antica e di teologia presso lo Studio Teologico “San Zeno” di Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale di Milano, è socia del Coordinamento delle Teologhe Italiane (CTI), di cui è stata Presidente dal 2013 al 2017. Interessante nota biografica: dal 1976 al 2012 ha vissuto in un accampamento Rom, prima in Toscana, poi a Verona.

Il Concilio di Nicea affrontò innanzitutto questioni dottrinali,  in particolare il credo che professa Gesù Cristo come Figlio di Dio, «consustanziale al Padre». Formula, questa, che può essere compresa solo alla luce dell’accesa disputa nel cristianesimo in quel tempo. Fu soprattutto il teologo alessandrino Ario a difendere un rigido monoteismo conforme al pensiero filosofico di quel periodo, secondo il quale Cristo non può essere “Figlio di Dio” in senso proprio, ma solo un essere intermedio che Dio usa nel relazionarsi all’essere umano. Il credo cristologico di Nicea rappresenta una tappa importante, ma non definitiva, sulla via verso il grande credo di Nicea-Costantinopoli del 381, in quanto menzionò solo in termini generali la fede nello Spirito («e nello Spirito Santo»), e quindi il dogma della Divina Trinità. «È perciò importante – ha detto Simonelli – passare dall’evento al processo. Ci si interrogò – ha proseguito – su questioni per noi scontate ma che non lo erano per nulla a quei tempi, come ad esempio se GesùCristo fosse Kyrios, Signore, sull’essenza», l'”equilibrio” tra unità e trinità di Dio. E  sul plurale («Noi crediamo»), divenuto poi singolare («Io credo»).

E, appunto, sulla sostanza del Figlio di Dio, «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre», dove “sostanza” è da intendersi come «livello di essere»; come dire, «Cristo non è inferiore a Dio Padre». Un esempio, questo, di risposta agli «anatematismi», cioè a quelle formulazioni con le quali si condannavano eretici e scismatici. Il più importante dei quali è, appunto, quello secondo cui «il Figlio è di diversa ipostasi del Padre», intendendo “ipostasi” la “sostanza” e non la “persona”. Ma per Simonelli il Concilio di Nicea «per rispondere ad Ario mise in primo piano l’unità di Dio, non riuscendo però a trovare le parole adatte per dire che quell’unità è relazione fra le Persone divine, è distinzione nell’unità, è comunione intesa come pluralità riconciliata e aperta». Insomma, Nicea rappresenta una tappa fondamentale di quel «lungo percorso per dire Dio». Non a caso, uno degli ultimi libri di Simonelli si intitola “Cercare Dio? Nicea. Un anniversario audace”, uscito nel 2025, ed. Centro Ambrosiano, collana “Dire Dio”. Chi invece di un «percorso condiviso, fatto anche di contrasti», cerca la «parola perfetta, totale, definitiva», rimarrà deluso, rischierà la “depressione”. La bellezza della sfida sta proprio in questo: nel «cercare le parole giuste» per dialogare e discutere con l’altro (senza considerare le non meno importanti differenze linguistiche e quindi di traduzione…), «mai dimenticando che Dio è più grande di ogni parola, perché se fosse una definizione», qualcosa di definibile, di limitabile, «non sarebbe Dio ma un idolo». Anche oggi, quindi, «la riflessione teologica può e deve andare avanti, nella pace». «Intelligo ut credam», “capisco per credere” (e viceversa), diceva S.Agostino.

La consapevolezza che la nostra libertà e la bellezza dell’essere umani sta in questa ricerca è – secondo il parere di chi scrive – ambivalente: da una parte ci dona un’inesauribile inquietudine, una santa inquietudine, quella che appunto ci richiama sempre il nostro intimo desiderio di ricerca e di comunione, di ricerca dell’altro e diDio, di comunione con l’altro e con Dio; dall’altra parte, può darci quella tranquillità di chi è libero dall’ossessione di dover raggiungere una perfezione che appartiene solo a Dio. Né tutto (la totalità) né nulla («non si può dire nulla di Dio!»), dunque, ma quell’infinito che sta nel mezzo fra questi due termini irreali. Un infinito fatto delle nostre parole, «piccole, deboli e imperfette» ma divine.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 febbraio 2026

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«La passione per Cristo sempre lo accompagnava»

25 Ott

Padre Silvio Turazzi: pomeriggio di riflessioni e testimonianze su questo «grande uomo di Dio», che nella gioia ha riscoperto «il crudo del Vangelo»

Emozionante pomeriggio quello dello scorso18 ottobre a Casa Cini, Ferrara, per la presentazione del volume “Missionis Gaudium. La gioia del Vangelo” (Quaderni CEDOC SFR, 55), raccolta di scritti di padre Silvio Turazzi, missionario saveriano, deceduto nel 2022. La relazione centrale è spettata a don Andrea Zerbini (Direttore CEDOC SFR ed ex Direttore Ufficio Missionario Diocesano), che ha raccolto e ordinato in vari capitoli la maggior parte degli scritti di padre Silvio in questo libro. L’incontro è stato introdotto e moderato da Roberto Alberti, Direttore del nostro Centro Missionario diocesano.

Padre Armando Coletto, Rettore deiSaveriani di Parma ed ex missionario ha spiegato come «Ferrara dev’essere grata per aver avuto una figura come padre Silvio Turazzi. Ricordo i suoi occhi profondi, il suo sguardo bello: era una persona sempre accogliente, capace di donarti qualcosa che ti rimaneva nel cuore». A seguire, mons. Massimo Manservigi ha introdotto la visione del video dedicato a padre Turazzi, con anche scene di un documentario girato nel ’98 dallo stesso mons.Manservigi a Vicomero, con stralci di intervista allo stesso padre Silvio, a sua sorella Gianna, ai suoi fratelli don Andrea e Armando, a Pierre Kabeza, attivista congolese residente a Milano, che aveva conosciuto bene padre Silvio. Quest’ultimo ha spiegato come padre Silvio abbia «veramente amato l’Africa e soprattutto il Congo.Era un congolese di fatto». Le parole di padre Silvio spiegano bene la sua spiritualità: «la Croce ci permette di scoprire le radici più profonde della nostra esistenza» e «Il Dio che io seguo è quel Dio crocifisso, che cammina con noi». «Sono stato – spiega in un altro passaggio – toccato dal Vangelo di Gesù. Il Risorto mi ha toccato e quindi ho pensato di condividere quest’incontro, non certo di fare proselitismo».

Don Andrea Zerbini ha iniziato la propria relazione riflettendo sul lato «profetico» della figura di padre Turazzi nel «mettere al centro del suo servizio i poveri», e sulla «mistica della missione»: la sua è stata «una fede ostinata e sorridente, una fedeltà innamorata», grazie alla quale è evidente «il passaggio dall’etica alla mistica, cioè dal fare-per all’essere-con». E padre Silvio «sapeva farsi compagno di strada a coloro che cercano una risposta, grazie a un forte senso della pietà e della giustizia sociale, nata – questa – proprio dal suo misticismo». Per comprendere Cristo e sapere dove trovarlo, «per lui sono sempre stati centrali il Padre Nostro e le Beatitudini».Da qui «la speranza e la gioia» in lui così accese, «la semplicità del saper essere amico, l’apertura fraterna e l’imprevedibile libertà». Il suo era – richiamando Battisti – i«l canto di un cristiano libero». Ma questa gioia – lo sappiamo – non poteva non essere sempre «imperfetta e minacciata»: «Io non so, ma Tu sai», scriveva padre Silvio, allora «la gioia è nascosta nel gemito, la vera gioia non è a buon mercato ma a caro prezzo». Nella gioia, dunque, si riscopre «il crudo del Vangelo», diceva ancora padre Silvio, che proseguiva: «il ministero di chi accompagna nel dolore più di tutti manifesta il Mistero pasquale». 

A seguire è intervenuto un altro missionario saveriano che ben aveva conosciuto padre Turazzi, padre Paolo Tovo: «con lui ho collaborato dal ’94 al 2001.Non era un navigatore solitario ma ha vissuto quel che la Chiesa viveva. Anche di fronte ad eventi dolorosi mai perdeva la mansuetudine, la sua fede profonda, la passione per la missione.Amava Teilhard de Chardin e la montagna e la sua passione per Cristo lo accompagnava sempre. Ed era un figlio del Concilio Vaticano II, grazie al quale aveva compreso che la missione è Dio, quindi che la Chiesa esiste per la missione, non il contrario», contro ogni tentazione colonialista o di porsi da parte della Chiesa come «società perfetta contro gli infedeli». Insomma, la missione «è come una mietitura, si tratta di mietere qualcosa che c’è già», non di portarlo dall’esterno:l’altro non è un ricettore passivo ma «un interlocutore, in lui la Grazia di Dio è già presente». Al tempo stesso, «si porta Cristo e Lo si scopre fra le genti».

In conclusione del pomeriggio – molto partecipato – è intervenuta Edda Colla, storica collaboratrice di padre Silvio: «sapeva farsi amare – ha detto – perché amava tanto le persone che incontrava. L’ho conosciuto nel ’66, insieme abbiamo vissuto a Roma fra i baraccati, e lavoravamo per mantenerci.Ricordo, ad esempio, quando nelle baracche di notte c’era un uomo con problemi mentali che a volte urlava: padre Silvio allora si alzava e con pazienza andava a calmarlo». A Roma era stato anche Cappellano al Centro handicappati, in servizio fra i detenuti, coi bimbi  di strada e aveva fatto campagne per la pace e contro le tasse inique. E ancora: «al Centro di riabilitazione in seguito al grave incidente da lui subito, ha potuto conoscere meglio il mondo operaio e i suoi problemi, essendo lì ricoverati anche diversi infortunati sul lavoro. Era un grande uomo di Dio, al tempo stesso con una dolcezza infinita e una grande forza e determinazione». 

L’incontro si è concluso con un breve saluto del fratello mons. Andrea Turazzi, Vescovo emerito di San Marino-Montefeltro e con la testimonianza di Luisa Flisi, missionaria fidei donum per la Diocesi di Parma, da quasi 40 anni a Goma, in Congo, dove ha conosciuto padre Silvio che – ha detto – «ha sempre amato gli ultimi, era in comunione col Padre e sempre al servizio di tutti, portando la Croce con serenità».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 ottobre 2025

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Corresponsabilità, stile essenziale dell’essere cristiani oggi

18 Ott


Prolusione del nostro Vescovo per l’inizio del nuovo anno della Scuola diocesana di teologia per laici

di Andrea Musacci 

Lo scorso 7 ottobre a Casa Cini, Ferrara, ha preso avvio il nuovo anno della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi”. Come da tradizione, è stato il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego il protagonista della prima lezione, intervenendo sul tema della corresponsabilità.

Circa 230 i partecipanti tra i presenti in sala (una 50ina) e i collegati on line.

«La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva» (At 4, 32-35): mons. Perego ha preso le mosse da questo passo degli Atti degli Apostoli per introdurre il tema della corresponsabilità che – ha esordito – «deve avere sempre al centro la missione», non essendo «una mera dinamica organizzativa». E ciò che contano, oltre all’amicizia nel Signore, «sono i processi decisionali e la costruzione condivisa dell’intero processo decisionale». Partendo dalla Lumen gentium e poi in particolare con Evangelii gaudium, da sempre nella Chiesa è centrale questo rapporto tra missione e corresponsabilità: «ognuno di noi in quanto battezzato è chiamato a evangelizzare, ma anche a farsi evangelizzare dagli altri». L’idea dev’essere sempre quella di «Chiesa-comunione, non di una Chiesa gerarchica». Da qui, l’idea del ministero al suo interno da intendere come «servizio» e non come privilegio e l’Eucarestia come «ciò che fa la Chiesa», quindi «la Celebrazione eucaristica come comunione». La corresponsabilità, poi – ha proseguito -, «non significa livellamento ma anzi valorizzazione delle diversità all’interno delle comunità ecclesiali», e «non può essere ridotta alla sola ministerialità».

Proseguendo, l’Arcivescovo ha riflettuto su come un primo ambito dove esercitare la corresponsabilità sia la liturgia, «rimettendo al centro il protagonismo di tutti, la partecipazione attiva di ogni fedele nell’assemblea celebrante». Un altro ambito è quello della catechesi, essenziale affinché «i cammini spirituali siano intrecciati alla vita umana e ai suoi aspetti più importanti». I laici possono svolgere un ruolo significativo «nell’evitare che la catechesi si riduca alla preparazione ai sacramenti, e invece sia permanente, per ogni fascia d’età». Il fine è sempre lo stesso: «che ognuno riscopra la fede, una fede viva, sempre rincominciando». La corresponsabilità è possibile viverla anche nella carità – ha proseguito il Vescovo -, che «non dev’essere schiacciata sull’assistenzialismo ma fondata sulla relazione e legata alla giustizia, perché esca dallo stagno dell’abitudine e abbia sempre più uno sguardo glocal» (sia – cioè – rivolta tanto ai vicini quanto ai lontani). Corresponsabili, poi, è importante esserlo anche nei Consigli pastorali e in quelli per gli affari economici delle nostre parrocchie e Unità pastorali. È importante che si arrivi a «una maturazione del consenso ecclesiale attraverso anche un rinnovamento delle forme partecipative e degli organismi decisionali». Ed è decisivo comprendere come «tutte le responsabilità non debbano essere a carico del parroco» e che, ad esempio, «alcune parrocchie o UP- quelle più grandi – possono dotarsi di un economo laico, come avviene a livello diocesano». E magari coinvolgendo in questo ruolo «persone finora escluse da altri incarichi o ministeri».

Continuando a riflettere sulle forme e le implicazioni della corresponsabilità, mons. Perego ha spiegato come sia uno stile che riguardi in maniera particolare le donne, «che già sono in maggioranza tra i fedeli che partecipano alla Messa, fra i catechisti e i volontari nell’ambito della carità». È dunque sempre più importante «dar loro maggiori responsabilità negli ambiti decisionali, a livello di leadership, ad esempio in determinati incarichi amministrativi (la maggior parte degli economi nelle Diocesi italiane sono già donne) o nella sfera della pastorale familiare-genitoriale». «Non si tratta di rivendicare potere per le donne, ma di creare una Chiesa giusta, evangelica, corresponsabile». Corresponsabilità che, inoltre, i laici sono chiamati a vivere anche al di fuori dell’ambito ecclesiale, impegnandosi in modi differenti in politica, «per la costruzione del bene comune». In conclusione, per il Vescovo «essere corresponsabili non significa spartirsi il potere ma mettere al centro «il servizio all’unica missione, quella dell’annuncio del Vangelo, per il presente e il futuro delle nostre comunità».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 ottobre 2025

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Come “comunicare” Dio? Le sfide della cultura diocesana nel nuovo anno

5 Set

Abbiamo intervistato Marcello Musacchi, alla guida dell’Ufficio diocesano Cultura e dell’Istituto “Casa Cini”. Tanti i relatori che nell’anno 2025/2026 interverranno a Ferrara, fra cui Riccardo Manzi, Paolo Cotignola, Linda Pocher e don Alberto Ravagnani. Ecco i nuovi progetti

Direttore, anno (pastorale) nuovo, vita nuova anche per la cultura diocesana. Quali le novità più rilevanti?

«Già la parola Direttore, che mi rivolgi, vista la straordinaria tradizione di Casa Cini, mi fa pensare ad un cortocircuito dello Spirito Santo, sul tipo della Genesi di Gucciniana memoria. In ogni caso, battute a parte, con il gruppo di amici che anima l’attività del nostro Istituto, stiamo osservando come la vita della Diocesi sia sempre più ricca di iniziative. Casa Cini vorrebbe inserirsi in questa vitalità generativa e variegata, con la modalità di un playmaker e con l’intento di dare respiro al gioco di squadra. Il pensiero va più ad una rete che ad una struttura piramidale. Per questo abbiamo scelto l’immagine delle tre porte: teologica, spirituale e culturale. Si tratta di punti di passaggio, aperti in entrata e in uscita. Casa Cini non vuole monopoli sulle proposte. Prediligiamo un sano meticciato culturale tra le diverse realtà cittadine, comprese ovviamente quelle diocesane».   

Soffermiamoci sulla Scuola di Teologia, che ogni anno richiama tanti iscritti e iscritte. Perché quest’anno è stato scelto il tema della comunicazione?

«La comunicazione è una specializzazione particolare della teologia. Ne costituisce l’esito finale. Dopo la ricerca, l’interpretazione, la storia con le sue dialettiche, la vita spirituale del teologo, la dottrina, la sistematica, tutto questo enorme patrimonio giunge a noi, alla cultura del nostro tempo, ma anche a tutte le sottoculture, che ogni giorno costruiamo all’interno delle comunità. La contemporaneità del messaggio cristiano, la sua carica di provocazione è opera dello Spirito che si imbatte nell’«invenzione del quotidiano» (cfr. De Certeau). Lo Spirito accompagna il caos delle nostre esistenze, delle domande che ci poniamo, dei nostri dubbi… una teologia che ignori tutta questa “vita” è un ideale accademico astratto, destinato a non comunicarsi. Il rischio opposto è quello di sostituire al Vangelo le mode culturali imperanti, smettendo di denunciare ingiustizie, disumanità, economie di scarto, tutti contesti dove davvero è difficile sperimentare l’amore di Dio. Bisogna tenere in tensione fede e vita. La comunicazione teologica si esprime nell’annuncio, nell’arte, nel dialogo, nelle simboliche, nelle narrazioni, persino nei silenzi. È rischio, messa in gioco di se stessi, ascolto, accoglienza, cambiamento».

Ci può anticipare i nomi della prossima Scuola di Teologia e, in generale, perché si è scelto di coinvolgerli?

«Sarà con noi, come ogni anno il nostro Arcivescovo, mons. Gian Carlo Perego con una prolusione sul senso della corresponsabilità nella gestione delle risorse. La cosiddetta accountability (trasparenza gestionale) costituisce una delle sfide sinodali e un punto di credibilità fortissimo della proposta cristiana. In sostanza, ci attende una stagione di prove generali decisive, con al centro la futura visita pastorale: un evento di grazia! Poi i giovani e il loro modo di dire Dio; saremo guidati da Giordano Goccini. L’IA e la robotica con l’intervento di Riccardo Manzi dell’Unicatt. Il linguaggio della cura e dell’accompagnamento pastorale, con Valentino Bulgarelli. Le difficoltà del linguaggio relazionale nella Bibbia, ovvero la fraternità minacciata, col nostro Paolo Bovina. Un momento davvero importante sarà quello del dialogo tra un regista (Massimo Manservigi) e un Montatore Cinematografico (Paolo Cotignola, vincitore del David di Donatello) sul senso del linguaggio della “settima arte” e sulla capacità di reinventare creativamente narrazioni. Nella seconda parte, incontreremo Linda Pocher, la prima donna Prefetto di un Dicastero Vaticano, che ci parlerà di come le ambiguità del potere possano inquinare anche le relazioni nella Chiesa. Poi un gruppo di teologi-filosofi di alto livello ci aiuteranno, partendo da Nicea, a rileggere la fede verso nuovi orizzonti (Cristina Simonelli, Panaghiotis Ar Yfantis, Matteo Bergamaschi). Sempre per la Sacra Scrittura tornerà a trovarci Annalisa Guida. Probabilmente, l’ultimo, a chiudere le danze, sarà Marco Lorenzo Gallo, di recente nominato preside della Facoltà di Liturgia di Parigi».    

Nel 2026 tornerà anche la Scuola di Politica: cosa possiamo anticipare?

«Posso dire ancora poco. Giorgio Maghini sta facendo, col gruppo di progettazione (che comprende associazioni e movimenti), un grande lavoro di confronto e coordinamento. La Scuola di formazione politica è per volontà stessa del Consiglio pastorale diocesano e del nostro Vescovo una realtà della Chiesa Locale. In questo senso, Casa Cini è solo uno dei soggetti impegnati nell’iniziativa. Credo che in gioco ci sia davvero molto. Le ultime Settimane Sociali di Trieste e lo stesso Magistero iniziale di Leone XIV chiedono ai cattolici di costruire insieme percorsi orientati dalla dottrina sociale della Chiesa. Il mondo cerca testimonianze, che aprano a forme di umanità “diversa” e la comunità cristiana può essere un importante laboratorio di solidarietà evangelica. La speranza deve trovare segni concreti, per ispirare le generazioni future». 

Altri progetti in programma?

«Un’aula studio per universitari (ne stiamo parlando con i responsabili della Pastorale giovanile ed universitaria), un aggiornamento per i giornalisti della regione (sono già avviati contati con Lucia Capuzzi di Avvenire e con Giuseppe Riggio di Aggiornamenti Sociali). Poi c’è tutta la questione della Porta Spirituale, sostenuta da un fantastico gruppo di lavoro, coordinato da Marco Berti, che vedrà il percorso per educatori e per giovani tenuto dalla Prof.ssa Chiara Scardicchio (Università di Bari). Altri tre appuntamenti spirituali saranno aperti a tutti coloro che vorranno partecipare. Sono opportunità importanti. Il 21 novembre, in collaborazione con Sovvenire e nell’ambito del Festival della Vita, sarà nostro ospite don Alberto Ravagnani. Tema: “La rete dall’altra parte della barca; evangelizzazione e social, un binomio possibile!”.  Infine…sogno nel cassetto: una serie di cantieri, organizzati e gestiti dai giovani. Cosa pensano i giovani di loro stessi? Come si vedono? Parliamo spesso dei giovani, lo facciamo secondo le nostre categorie mentali, magari di saggi 70enni. Avvertiamo il problema della loro assenza, ma sarebbe interessante almeno ascoltarli». 

Infine, una riflessione più generale: da alcuni anni la nostra Diocesi ha ripensato l’ambito culturale (che ha come cuore Casa Cini). Quali frutti si sono visti? Perché è fondamentale che la Chiesa punti sulla formazione e sul dialogo?

«Direi che il ripensamento nasce da una Chiesa che si è messa in stato di missione permanente. Questo fatto cambia tutti i paradigmi pastorali e formativi. Quando ci si lascia provocare dallo Spirito, accadono cose davvero straordinarie. I frutti del cambiamento forse li vedranno le generazioni future, difficilmente noi. È questa la grandezza della Chiesa: digerisce lentamente, non ha fretta. Ciò che è fondamentale è stare con decisione nel dialogo. Dialogo, non finta tolleranza. La tolleranza è sempre una realtà, che nasce da posizioni di superiorità. Il dialogo prende sul serio l’interlocutore, lo studia appunto, vuole comprenderlo, anche, al limite, per contestarne le posizioni. Il dialogo è davvero rispettoso dell’altro. Sta qui, a mio modestissimo avviso, il discrimine tra una Chiesa sinodale e una comunità che cambia tutto, per non cambiare nulla».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 settembre 2025

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(Foto: Casa Cini, incontro con Candiard, aprile 2024)

«Senza partecipazione siamo già in una post-democrazia»: Pizzolato per la Scuola di Politica

27 Mag

Non esiste democrazia senza partecipazione attiva di tutti.Questa provocazione è risuonata forte lo scorso 23 maggio a Casa Cini nelle parole di Filippo Pizzolato, docente di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Padova, intervenuto nell’ambito della Scuola di Formazione Politica. Scuola che ha in programma altri due incontri: 28 maggio, ore 20.30, “Laboratorio politico. Quale visione della città e lavoro nel nostro territorio? Una riflessione col metodo della conversazione sinodale”; 4 giugno, ore 20.30, “Ferrara e il lavoro. Dai dati statistici a una visione prospettica”, con interventi di Valentina Marchesini, imprenditrice, e Giampiero Magnani, CDS Cultura OdV.

La nostra Costituzione – ha spiegato Pizzolato è considerata «trasformativa», cioè non punto di arrivo di una determinata fase, non «Costituzione-bilancio» ma «Costituzione-programma». Impegna dunque istituzioni e cittadini ad un compito grande, ad avviare una trasformazione: è una Costituzione «polemica nei confronti del presente». Espressione forse più grande di questo, è il comma 2 dell’art. 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». La «fioritura dell’umano» è il compito, quindi, della nostra Repubblica, che però non si può raggiungere senza la «partecipazione attiva e consapevole» delle cittadine e dei cittadini, in particolare attraverso il lavoro (inteso – oggi più che mai – nelle sue molteplici forme). Dal ’48 ad oggi – e il rischio forse aumenta sempre più – abbiamo perduto, dimenticato questo orizzonte “penultimo”. Anzi, la maggior parte delle persone – quando non sono indifferenti – concepiscono la democrazia come «mera procedura» e «rituale» delle urne (quest’ultimo aspetto è esso stesso sempre più in crisi). La nostra, insomma, è sì una democrazia anche rappresentativa, dove un ruolo importante è rivestito dalla delega, ma ancor più importante è la partecipazione diretta, effettiva e concreta di ogni cittadino/a ai rapporti sociali, economici (si pensi all’art. 1) e politici. 

La finta alternativa – sempre più in essere soprattutto negli ultimi 30 anni – è l’antipolitica dal basso e dall’alto, la «tecnocrazia», il «governo degli eletti».Anche a livello europeo: «non si può sempre agitare lo spettro dei sovranismi per giustificare il mancato coinvolgimento dei cittadini europei su questioni fondamentali come quella del riarmo», ha detto Pizzolato. Una «torsione oligarchica sempre presente nella logica del potere», che in Italia – e non solo – continua a produrre una sempre maggiore ricerca del leader forte (anche a livello locale) parallelamente a un sempre maggiore svuotamento dei corpi intermedi (in primis, i partiti). In questa visione distorta e formalistica della democrazia, per Pizzolato rientrano anche i discorsi sulle cosiddette Riforme costituzionali, che «sganciano la seconda parte della Costituzione dalla prima: in Italia siamo già alla post-democrazia». 

Insieme a una riscoperta del senso autentico della sussidiarietà («spesso usata per privatizzare»), vanno ripensati i partiti politici (e la loro democraticità interna), che per decenni hanno avuto «solide radici sociali, economiche e culturali nei territori», mentre oggi sono ridotti a essere «strutture galleggianti sul niente», non trasformando più «l’energia sociale per portarla nelle istituzioni». Si tratta, quindi, di «organizzare la fragilità», di «cooperare» per trasformare la società. Se la politica non fa questo, la Costituzione rimane solo sulla carta. Con le conseguenze che già sono sotto i nostri occhi.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 maggio 2025