
SPAZIOCIDIO. Il terzo dei quattro incontri del ciclo a Ferrara: dalla polis greca alle utopie concrete di Capitini e Dolci, passando per la nascita delle moderne metropoli
di Andrea Musacci
La città come luogo di conflitti sani e di distruzione, di mercificazione e di condivisione. È su queste contraddizioni che lo scorso 17 aprile in Biblioteca Ariostea a Ferrara si è riflettuto per il terzo dei quattro incontri del ciclo “Spaziocidio: dalla Palestina alla metropoli globale”.
Sul tema “Urbanistica di pace o di guerra? Elusività e limiti della disciplina” sono intervenuti Francesca Leder (urbanista, Università di Ferrara) e Alfredo Morelli (Laboratorio per la Pace, Università di Ferrara). Mentre la breve conclusione è spettata a Chiara Tarabotti (Rete per la Pace Ferrara), è stato Henry Gallamini, anch’egli della Rete per la Pace, a introdurre gli interventi dei relatori. «La città – ha detto Gallamini – non è solo qualcosa di fisico ma è fatta di relazioni». George Simmel in “La metropoli e la vita dello spirito” rifletteva su come la metropoli moderna sia prevalentemente «spazio di produzione e scambio di merci». E di persone: infatti, conseguenza di ciò è che «ognuno diventa un consumatore». Ma la metropoli è da sempre anche «luogo di libertà, di emancipazione e di pacificazione», quest’ultima intesa come «gestione democratica e razionale del conflitto».
A ciò si oppone la città come «spazio per la guerra», guerra che colpisce non tanto gli edifici e le infrastrutture ma appunto «l’urbanità», cioè la vita, le relazioni. E, embrione della guerra, è il modello «securitario» di città, nel quale la sicurezza non riguarda «la tutela dei diritti fondamentali» della persona e della collettività, ma colpisce soprattutto coloro che sono «marginalizzati».
Al contrario, per Francesca Leder, «fine dell’urbanistica dovrebbe essere quello di costruire orizzonti nuovi, migliorando le condizioni di vita delle persone». Già nel 1944 – in pieno conflitto mondiale – l’arch. Giorgio Rigotti pubblicava il volume “Urbanistica di guerra? No…Urbanistica di pace”; ma la questione della città come luogo di conflitto positivo già si pone fin dagli albori dei moderni agglomerati urbani, nel XIX secolo, in quegli anni nei quali la città diviene «teatro della lotta di classe o di gruppi diversi». Gruppi che hanno come scopo principale quello del «dominio dello spazio» (quindi la sua organizzazione e gestione): per le classi subalterne, questo significava (e significa) «difendere quel poco che hanno».
Nel tempo, però, la città moderna di viene sempre più «problema sanitario, politico-sociale ed economico».Da qui, l’architettura e l’urbanistica diventano veri e propri «strumenti politici».
Due casi paradigmatici di questo discorso sono le città di Parigi e di Barcellona. Nella capitale francese – descritta anche in Angelus novus di Walter Benjamin, il progetto di Haussmann fra il 1852 e il 1869 punta a «calmare le rivolte e le inquietudini urbane attraverso una ridefinizione urbanistica sostanzialmente militare», per «neutralizzare il conflitto urbano». «Pratiche belliche – funzionali all’eventuale ingresso dell’esercito – furono, infatti, la ridefinizione delle sezioni stradali, l’apertura delle piazze, il ripensamento degli edifici nella loro altezza, l’intervallare spazi pieni a spazi vuoti». E, non meno importante, «il trasferimento forzato del proletariato nei sobborghi», anticipazione delle banlieue. Nasce così la Parigi «città-merce, dominata dalla speculazione del grande capitale finanziario», con «l’alienazione di parte della popolazione all’esterno». Anche in contrasto a questa idea di città, nascerà nel 1871 l’alternativa utopica della Comune.
Caso diverso, invece, quello di Barcellona, col progetto di una nuova città ideato da Ildefonso Cerdà, il cui piano regolatore, a differenza di quello di Haussmann, «non prevedeva nessuna forma violenta di trasformazione», ma cercò di «favorire la socialità, diminuendo le differenze sociali».
Da qui la convinzione, riferita al presente, che l’urbanistica «possa tornare ad avere un ruolo positivamente politico, non meramente tecnico».
Il salto nel Novecento l’ha poi compiuto Alfredo Morelli, mettendo in relazione tra loro il pensiero di due protagonisti del movimento nonviolento italiano, Aldo Capitini e Danilo Dolci, col pensiero greco antico. Riprendendo alcune riflessioni dello dell’urbanista statunitense Lewis Mumford espresse in Storia dell’utopia (1922),Morelli ha spiegato come la storia delle città sia un continuo conflitto fra le «utopie di fuga» – che creano «un ambiente fittizio, un idolo che sostituisca il mondo esterno» – e le «utopie di ricostruzione», con l’intento di assicurare «un sollievo futuro».
Riprendendo opere di Omero ed Esiodo, il relatore ha riflettuto sulla possibilità di «costruire – o tornare a – un’armonia, un equilibrio dell’uomo con la natura, in cui l’uomo possa essere risparmiato dalle sue fatiche». Un’idea – o illusione – sempre presente, fondata sulla convinzione che «la téchne possa avvicinare l’uomo a una condizione edenica».
In questo percorso, è importante innanzitutto ricordare come nell’antica Grecia fosse fortissima «la concezione dello spazio urbano come spazio politico», quindi del possibile e auspicabile «buon governo». Un ideale utopico, quindi «un’idea a cui tendere» è quindi quest’ultima, «minacciata non tanto dalla guerra esterna quanto dalla stasis (guerra civile) interna, dal dissidio al proprio interno, dalla dialettica socio-economica». Una dialettica, un conflitto necessari per la vitalità democratica delle città.
Il legame col pensiero utopico nonviolento è dunque interessante, e pone questa conflittualità appunto oltre la tentazione della violenza e della sopraffazione: per Capitini, «l’azione politica deve realizzare l’omnicrazia, il potere di tutti, partendo – attraverso l’azione nonviolenta – dal basso, dalle periferie, dalle piccole comunità, creando tra loro reti orizzontali». Insomma, prendendo sempre le mosse da «unità territoriali basate su piccoli numeri», luoghi dove vivere ed esplicare «la comunanza, la vicinanza, la storia». A tal proposito, scrive Capitini in un testo raccolto postumo, nel ’69, nel volume Il potere di tutti: «la prova della propria maturazione per l’omnicrazia si ha quando ci si entusiasma al pensiero di portare il proprio lavoro in uno dei tanti modesti paesi, piccole città e borgate, dove pare che non ci sia nulla di vivo. Talvolta sono cittadine o borghi molto belli, per la posizione, per qualche torre o castello o chiesa antica e piazza». E la téchne dev’essere «funzionale a queste piccole comunità e alle piccole imprese».
Un discorso simile lo aveva sviluppato Danilo Dolci quando contrapponeva il «potere diffuso» – quindi la politica – al «dominio inteso come azione di controllo e di sfruttamento». Da qui, l’idea di utopia come «processo di perenne tensione, di continua analisi e trasformazione del conflitto attraverso l’azione nonviolenta». Puntando a un modello di «città-territorio» composto da «piccole comunità», col «centro che rimane luogo di incontro, di condivisione».
Oggi – si è giustamente domandato alla fine Morelli -, nelle nostre società avanzate, un modello così è ancora possibile? Urge sempre più una riflessione al riguardo.
L’ultimo appuntamento di “Spaziocidio” è in programma il 4 maggio alle 17.30 a Libraccio con la presentazione del libro di Francesco Chiodelli “Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana”.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 aprile 2026
Abbònati qui!
(Foto Indo – Pexels)
Lascia un commento