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Piccole polis resistenti contro profitto e repressione: la rassegna “Alfabeti urbani”

21 Mag

A Ferrara si è svolta la rassegna di UniFe “Alfabeti urbani” con incontri sulle città contemporanee sempre più vittime della crisi ecologica, di logiche speculative e repressive. Ma nelle quali germogliano forme comunitarie e mutualistiche. E in un incontro, focus su Gaza: mancato collegamento con un pescatore lì residente a causa di un bombardamento israeliano. Lo Spin Time di Roma, i legami con la Chiesa e altre utopie concrete

di Andrea Musacci

Tre giorni di riflessioni sulle piccole e grandi trasformazioni delle comunità e quindi delle nostre città.Dal 14 al 16 maggio a Ferrara si è svolta la rassegna “Alfabeti urbani”, organizzata dal Dipartimento di Studi Umanistici – Laboratorio di Studi Urbani di UniFe, con il coinvolgimento di studentesse e studenti del corso di Scienze e Tecnologie della Comunicazione, e il contributo della rivista “Quants – Tempi Moderni”. Gli organizzatori sono i docenti Giuseppe Scandurra e Domenico Giuseppe Lipani, Antonino Princi, scrittore e docente, Chiara Tarabotti, regista teatrale, e Fabio Cuzzola, scrittore e docente.

CITTÀ SOMMERSE

La crisi climatica non è un discorso astratto o che riguarda terre lontane. È anche qui, dentro le nostre vite. Su questo ha riflettuto il 14 all’ex Teatro Verdi di Ferrara Alex Giuzio, che negli ultimi sei mesi assieme al fotogiornalista Michele Lapini e alla giornalista Zuza Nazaruk ha lavorato a un’indagine sull’adattamento all’innalzamento del mare tra l’Emilia-Romagna (Rimini e i Lidi ferraresi), il Galles (località Fairbourne) e l’Olanda (Rotterdam), grazie al sostegno del Journalismfund Europe. In mostra all’ex Verdi, anche alcune foto di Lapini.

«Sono 16mila i miliardi di dollari che entro il 2100 verranno spesi a livello globale contro l’innalzamento del mare», ha detto Giuzio. Nel 2018 il Centro nazionale oceanografico del Regno Unito (NOC) parlava di 14mila miliardi di dollari. Per questo motivo, «la Banca Mondiale ha deciso di difendere una località su tre a rischio». Una selezione ben poco naturale, risposta selettiva a una crisi ecologica che non solo non si ferma ma si radicalizza col passare degli anni. E le soluzioni proposte dall’alto seguono la stessa logica – ideologica – delle cause del problema: quella del mercato e del profitto. Si salvano i ricchi e i benestanti, coloro (pochissimi rispetto alle collettività) che ci guadagnano nelle località balneari più gettonate. Insomma, la crisi climatica è causata dalle disuguaglianze e dalla volontà di possesso e di dominio (nello specifico, anche «dall’urbanizzazione/bunkerizzazione delle coste») e la risposta che si dà acuirà queste disuguaglianze e questo atteggiamento predatorio. Senza contare che «i costi dell’energia sono in aumento e continueranno ad aumentare».

Basti pensare a Venezia, dove «per il Mose sono stati spesi 6,5 miliardi di euro», ha detto Giuzio. Almeno, però, Venezia è un gioiello di arte, cultura e architettura unico al mondo. Lo stesso non si può dire di Rimini, dove sono stati spesi 110 milioni di euro solo per il “Parco del mare”, «un progetto di rigenerazione urbana finalizzato in realtà anche a raccogliere l’acqua tramite due vasche sotterranee in piazzale Kennedy». E a proposito di Emilia-Romagna, la Regione «nell’ultimo quarto di secolo ha messo in atto diversi ripascimenti (spendendo, solo per l’ultimo, 23 milioni di euro)», quella tecnica, cioè, per posizionare artificialmente sabbia o sedimenti su un litorale eroso per ricostituire la spiaggia. Ma la spiaggia «deve rendere, quindi a essere salvate sono solo quelle più redditizie». La logica è solo quella «del turismo e del profitto», non della ricchezza ambientale e naturalistica. E «si ragiona solo col qui e ora: importante è che si riescano a piantare gli ombrelloni per la stagione». Da parte degli amministratori locali – che siano di centro-destra o di centro-sinistra (con alcune rare eccezioni) – «non vi è, quindi, lungimiranza, al massimo si danno un po’ di ristori solo dopo l’ennesima emergenza, per poi riprendere a cementificare». Bisogna, invece, «tanto gestire l’emergenza quanto progettare il futuro», per evitare – come detto – anche un aumento delle povertà e delle disuguaglianze sociali.

In conclusione, un accenno a Fairbourne, nel Galles, luogo sacrificato dal governo secondo questa logica, in quanto località poco abitata e non turisticamente attraente, quindi non redditizia. Nel 2054 sarà definitivamente abbandonata: «potrebbe quindi rappresentare quel che accadrà anche qui», nei nostri Lidi.

CITTÀ SORVEGLIATE

Sempre il 14, per “Alfabeti urbani”, di smart cities e Intelligenza artificiale (AI) ha riflettuto il giornalista Andrea Daniele Signorelli in dialogo con Federico Sardo (Direttore Editoriale “Quants”). La narrazione della smart city, per Signorelli si fonda sull’idea di sharing (quindi di “condivisione”) di auto, motorini e monopattini, per usare sempre meno l’auto privata. In realtà, «questi servizi di sharing non hanno sostituito l’auto privata ma l’utilizzo di mezzi pubblici», e perlopiù portando profitti a società private che offrono questo servizio. E vi sono «zone off limits» per questi mezzi in sharing: le periferie della città. Insomma l’obiettivo non detto di molte amministrazioni locali è quello di «non ampliare la rete dei mezzi pubblici» e di favorire poche aziende private. La smart city, quindi, secondo la narrazione che la sostiene è «una città intelligente, che integra in sé nuove tecnologie, sensori utilizzati per raccogliere dati e informazioni, per migliorare la gestione del territorio». In realtà, questa raccolta e successiva elaborazione di dati privati è la cosiddetta «AI predittiva», che mappa il territorio urbano cercando di eliminare ogni variabile dei comportamenti umani prevedendoli integralmente.

L’AI predittiva – molto diffusa in diverse città in USA e Cina, e sempre più anche in Europa – è dunque il «mezzo privilegiato delle società della sorveglianza», con ad esempio telecamere sempre più diffuse e che spesso permettono anche il riconoscimento facciale (si veda a tal proposito in particolare le società USA “Palantir Technologies” – fondata da Peter Thiel – e “Clearview AI”). Ma una società della sorveglianza è una società dove cittadine e cittadini, sentendosi osservati e temendo di essere schedati come “variabili non tollerabili”, finiscono per «autocontrollarsi», cioè per «autocensurarsi». Autocensura che avviene “dal basso”, cioè attraverso gli smartphone o «strumenti come Amazon Ring».

CITTÀ TURISTIFICATE

Un altro dispositivo che sempre più ridisegna le nostre città, mercificandole, è quello legato alla cosiddetta “turistificazione”. Di questo, il 15 Giangi Franz (Docente UniFe) ne ha parlato con Antonio Di Siena, autore del libro “Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano”. Nel volume, Di Siena tratta ampiamente della Grecia (dove ha vissuto), Paese nel quale dal 2008-2009 la troika UE (Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale) ha compiuto «la peggior macelleria sociale degli ultimi 80 anni in Europa». Un processo, pur in modo diverso, iniziato qui e altrove dagli anni ’90, «con crisi economiche, conseguente precarizzazione del lavoro, deindustrializzazione e turistificazione. Un filo rosso», un ordine non casuale, avvenuto nei Paesi euromediterranei (Spagna, Portogallo, Italia e appunto Grecia). Non a caso, in essi «la turistificazione esplode dal 2008-2009, col conseguente aumento dell’imposta di soggiorno e riforma della tutela delle locazioni». Un solo settore viene finanziato: quello del turismo, che in Grecia rappresenta oltre il 30% del PIL, e oltre il 10 in Spagna e Italia. La crisi, quindi, rappresenta «l’humus funzionale a questo sistema di sviluppo, liberando così un’enormità di asset immobiliari, da mettere a rendita trasformandoli in b&b e dando lavoro a tanti disoccupati». Lavori «sottopagati, a basso costo, non sindacalizzati», spesso in nero. Il sud Europa diventa così «il parco divertimento dei ricchi del nord del continente, soprattutto tedeschi, olandesi, svizzeri».

E gli Stati del Mediterraneo europeo diventano «Stati-merce», vale a dire «operatori di mercato, venditori» che vendono sé stessi, le proprie risorse culturali e naturalistiche, come fossero meri brand. Un vero e proprio processo di «musealizzazione» che «trasforma gli enti pubblici a ogni livello in enti di promozione turistica» e la cultura in «intrattenimento», con le città che diventano «parchi a tema». Altre conseguenze di ciò sono la «rinascita di rievocazioni storiche, la creazione dal nulla di retaggi del passato (si veda la “Notte della taranta”) e la competizione tra città e regioni per accaparrarsi più turisti possibili». Insomma, i luoghi devono diventare sempre più «attrattivi», trasferendo il governo dei processi democratici dagli abitanti ai turisti. Abitanti sempre più cacciati dalle loro città grazie all’aumento continuo dei prezzi delle case, e dunque degli sfratti. In Grecia, ha raccontato ancora Di Siena, «non si può nemmeno fisicamente protestare quando ci sono le aste immobiliari perché ora avvengono on line».

E in Italia il governo Meloni ha presentato il ddl sfratti che rende l’esecuzione più rapida, più opaca e meno difendibile: l’eliminazione dell’avviso di rilascio consentirà, ad esempio, all’ufficiale giudiziario di presentarsi senza preavviso, già dal giorno successivo alla scadenza del precetto. Una realtà già presente: si pensi a ciò che è successo a fine ottobre 2025 con lo sfratto in via Michelino 41 a Bologna di due famiglie con bambini piccoli dai loro appartamenti in poche ore. Famiglie con contratti in essere e affitti sempre pagati, che si sono viste recapitare un provvedimento di sfratto per finita locazione dopo la vendita dello stabile.

Anche Ferrara sta subendo gli effetti di questa gentrificazione/turistificazione: la nostra città, infatti, – ha riflettuto Franz, «30-40 anni fa è stata trasformata dall’ex Sindaco Roberto Soffritti in una città turistica. L’aumento vertiginoso degli studenti universitari, soprattutto dei fuori sede, ha fatto schizzare i prezzi degli immobili e sono aumentati i b&b», togliendo case a famiglie e lavoratici e lavoratori. Senza parlare del proliferare in centro di locali mangia&bevi, con l’omologazione dei negozi e la conseguente «banalizzazione» delle tradizioni culinarie e non.

CITTÀ OCCUPATE

Ben altre occupazioni subiscono da decenni i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, in una guerra, quella tra israeliani e palestinesi, che sembra infinita e nella quale uno dei rischi maggiori è che vengano sempre più soffocate le vere voci di pace, quelle che uniscono l’ascolto delle sofferenze delle persone da entrambe le parti alla lotta per la libertà di chi, come i palestinesi, dal ’48 è ammazzato o costretto a lasciare la propria terra. Di questo, della Nakba, il 15 (giorno della memoria di questo dramma), all’ex Verdi di Ferrara (per la tappa ferrarese di “Flotilla 100 porti 100 città”) ha parlato in collegamento streaming Luisa Morgantini, ex Vicepresidente del Parlamento Europeo e storica attivista per la pace e per i diritti del popolo palestinese: «tanti sono stati in questi decenni i palestinesi uccisi, i villaggi e le case distrutte dagli israeliani, per cancellarne la memoria e la presenza. Il disegno di Israele è fare dei territori palestinesi una colonia col furto e l’occupazione delle terre». Ma in Israele, ha sottolineato Morgantini, «esistono anche antisionisti, minoranze che criticano l’occupazione israeliana, la pulizia etnica e che quindi solidarizzano con i palestinesi». Da qui, dal dialogo tra chi vuole la pace, bisogna  ripartire.

Ma la guerra genocida di Israele continua e ha “lambito” Ferrara e il festival “Alfabeti urbani”: infatti, l’incontro in questione prevedeva l’intervento da Gaza di Zakaria Bakr, pescatore che vive a ovest di Gaza City, nel nord della Striscia. Ma è arrivata la notizia che l’esercito israeliano aveva bombardato un edificio vicino a dove vive Bakr. Poco dopo si è saputo che in quell’attacco sette persone sono state uccise e decine sono rimaste ferite nell’attacco che ha colpito anche un veicolo civile. Secondo una fonte all’interno del servizio ambulanze di Gaza, in forma anonima, che ha parlato con “Al Jazeera”, fra i morti ci sono tre donne palestinesi e un minore. La notizia del bombardamento vicino alla casa di Bakr l’ha data poco dopo in collegamento on line con Ferrara l’avv. palestinese Zaher Darwish, collegato da Palermo dove vive da 40 anni e lavora come sindacalista CGIL. Darwish ha poi accennato anche alla campagna di sostegno al popolo palestinese anche attraverso la raccolta di finanziamenti per l’ospedale di Gaza, «importante non solo per le cure mediche ma anche per l’aiuto psicologico alle persone». Israele, ha aggiunto «sta distruggendo i valori costituzionali e umani».

A seguire, ha portato la propria testimonianza Elettra Negrini, giovane ferrarese da poco stata su una nave della Global Sumud Flotilla (la sua testimonianza la trovate sulla “Voce” del 15 maggio scorso). Un contributo importante l’ha portato anche Alessandra Annoni, docente di Diritto Internazionale a UniFe, che ha denunciato come «molti Stati non hanno la volontà politica di reagire alle continue violazioni da parte di Israele del diritto internazionale» tanto a Gaza quanto in Cisgiordania. «Violazioni ci sono state anche da parte della Russia ai danni dell’Ucraina ma in quel caso perlomeno i Paesi occidentali hanno reagito con pacchetti di sanzioni contro Mosca». Oggi, quindi, «a livello globale sembrano non esserci più regole ma vince la legge del più forte».

CITTÀ LIBERATE

“L’utopia che abita la città. Esperienze dal Polo Civico Esquilino e Spin Time Roma” è stato il titolo del primo incontro del pomeriggio conclusivo (16 maggio) di “Alfabeti urbani”, moderato da Fabio Cuzzola. Lorenzo Teodonio e Martina Di Paolo sono venuti da Roma per raccontare l’esperienza del Polo Civico Esquilino (PCE) come «associazione di associazioni», all’insegna della «partecipazione civica e della trasformazione sociale». Attualmente sono 52 le associazioni aderenti al PCE, per un compito sempre più importante perché «aumentano povertà, fragilità sociale e marginalità». Chiara Cacciotti ha poi illustrato l’esperienza dello Spin Time (che fa parte del PCE), esperienza non solo di occupazione ma di autentica rigenerazione urbana: 140 le famiglie (ca. 400 persone) che risiedono nel palazzo di 10 piani, di cui 7 abitativi e gli altri per enti ed associazioni. Lo stabile è occupato dal 2013: storica sede dell’Inpdap, è stato poi acquisito dal fondo di investimenti immobiliari “Investire SGR”.

I residenti da sempre chiedono di essere regolarizzati, e si pongono come rivendicazione attiva e concreta per porre l’attenzione sull’enorme problema del diritto alla casa: «abbiamo fin da subito deciso di non barricarci ma di aprirci – ha spiegato Cacciotti -, mostrando la nostra funzione sociale e culturale», con tanti servizi, associazioni e iniziative, anche all’insegna dell’«economia circolare». Insomma, un luogo permeabile e al servizio della città, un «presidio sociale» per «restituire» a questa l’edificio, «un’istituzione costituente», per citare Castoriadis. Cacciotti ha poi citato l’episodio del maggio 2019 con l’allora elemosiniere del Papa, card. Krajewsky che si cala nel tombino per riattaccare la corrente e riportare la luce che era stata volontariamente staccata. Achiamarlo fu suor Adriana Domenici, religiosa che vive lì, e ci vive in maniera attiva, «essendo stata lei la prima ad aprire Spin Time alla città». Anche don Mattia Ferrari, cappellano di bordo di “Mediterranea”, è amico di Spin Time. E lo scorso ottobre lo Spin Time ha ospitato il V Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari (EMMP – Encuentro per Papa Francesco), all’insegna delle tre T (Terra, Techo e Trabajo – Terra, Casa e Lavoro).

A seguire, incontro con Gianluca Pittavino (Askatasuna), Marina Boer (Mamme del Leoncavallo), Beatrice Tabacco (Ricercatrice), Carola Peverati (Cittadini del mondo), Francesco Ganzaroli (Resistenza) e Fabio Cuzzola (Alfabeti Urbani) su “Centri sociali e dintorni: tra riorganizzazione e repressione”. Da qui sono emerse «esperienze di trasformazione che resistono alle trasformazioni della città», modi di «applicare le utopie ai meccanismi reali dell’esistenza». Riguardo a Ferrara, Peverati ha parlato dei recenti sgomberati del Grattacielo come di una «forma di remigrazione», contrapponendo, ad esempio, l’esperienza ormai storica di Cittadini del mondo, che ora ha 256 iscritti al proprio corso per stranieri, compiendo – come anche La Resistenza -, un’opera di mutualismo dal basso, nonostante gli sfratti che entrambi han subìto dall’Amministrazione comunale.

L’ultimo incontro del Festival ha visto l’intervento di Alfredo Morelli (Docente UniFe)  sul tema  “Contro lo spaziocidio: per una nuova controcultura urbana”. Nell’epoca del «salto antropologico» che, a causa anche dell’AI e dell’automazione, ci porta nell’«oltreumano», le uniche forme di resistenza sono quelle anche qui sopra descritte, vale a dire «esperienze plurali di piccole polis, possibili laboratori per il futuro che sfidano il potere negli interstizi».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026

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(Foto “Alfabeti urbani”)

Città, luogo di dominio o di condivisione?

22 Apr

SPAZIOCIDIO. Il terzo dei quattro incontri del ciclo a Ferrara: dalla polis greca alle utopie concrete di Capitini e Dolci, passando per la nascita delle moderne metropoli

di Andrea Musacci

La città come luogo di conflitti sani e di distruzione, di mercificazione e di condivisione. È su queste contraddizioni che lo scorso 17 aprile in Biblioteca Ariostea a Ferrara si è riflettuto per il terzo dei quattro incontri del ciclo “Spaziocidio: dalla Palestina alla metropoli globale”. 

Sul tema “Urbanistica di pace o di guerra? Elusività e limiti della disciplina” sono intervenuti Francesca Leder (urbanista, Università di Ferrara) e Alfredo Morelli (Laboratorio per la Pace, Università di Ferrara). Mentre la breve conclusione è spettata a Chiara Tarabotti (Rete per la Pace Ferrara), è stato Henry Gallamini, anch’egli della Rete per la Pace, a introdurre gli interventi dei relatori. «La città – ha detto Gallamini – non è solo qualcosa di fisico ma è fatta di relazioni». George Simmel in “La metropoli e la vita dello spirito” rifletteva su come la metropoli moderna sia prevalentemente «spazio di produzione e scambio di merci». E di persone: infatti, conseguenza di ciò è che «ognuno diventa un consumatore». Ma la metropoli è da sempre anche «luogo di libertà, di emancipazione e di pacificazione», quest’ultima intesa come «gestione democratica e razionale del conflitto».

A ciò si oppone la città come «spazio per la guerra», guerra che colpisce non tanto gli edifici e le infrastrutture ma appunto «l’urbanità», cioè la vita, le relazioni. E, embrione della guerra, è il modello «securitario» di città, nel quale la sicurezza non riguarda «la tutela dei diritti fondamentali» della persona e della collettività, ma colpisce soprattutto coloro che sono «marginalizzati».

Al contrario, per Francesca Leder, «fine dell’urbanistica dovrebbe essere quello di costruire orizzonti nuovi, migliorando le condizioni di vita delle persone». Già nel 1944 – in pieno conflitto mondiale – l’arch. Giorgio Rigotti pubblicava il volume “Urbanistica di guerra? No…Urbanistica di pace”; ma la questione della città come luogo di conflitto positivo già si pone fin dagli albori dei moderni agglomerati urbani, nel XIX secolo, in quegli anni nei quali la città diviene «teatro della lotta di classe o di gruppi diversi». Gruppi che  hanno come scopo principale quello del «dominio dello spazio» (quindi la sua organizzazione e gestione): per le classi subalterne, questo significava (e significa) «difendere quel poco che hanno».

Nel tempo, però, la città moderna di viene sempre più «problema sanitario, politico-sociale ed economico».Da qui, l’architettura e l’urbanistica diventano veri e propri «strumenti politici».

Due casi paradigmatici di questo discorso sono le città di Parigi e di Barcellona. Nella capitale francese – descritta anche in Angelus novus di Walter Benjamin, il progetto di Haussmann fra il 1852 e il 1869 punta a «calmare le rivolte e le inquietudini urbane attraverso una ridefinizione urbanistica sostanzialmente militare», per «neutralizzare il conflitto urbano». «Pratiche belliche – funzionali all’eventuale ingresso dell’esercito – furono, infatti, la ridefinizione delle sezioni stradali, l’apertura delle piazze, il ripensamento degli edifici nella loro altezza, l’intervallare spazi pieni a spazi vuoti». E, non meno importante, «il trasferimento forzato del proletariato nei sobborghi», anticipazione delle banlieue. Nasce così la Parigi «città-merce, dominata dalla speculazione del grande capitale finanziario», con «l’alienazione di parte della popolazione all’esterno». Anche in contrasto a questa idea di città, nascerà nel 1871 l’alternativa utopica della Comune.

Caso diverso, invece, quello di Barcellona, col progetto di una nuova città ideato da Ildefonso Cerdà, il cui piano regolatore, a differenza di quello di Haussmann, «non prevedeva nessuna forma violenta di trasformazione», ma cercò di «favorire la socialità, diminuendo le differenze sociali».

Da qui la convinzione, riferita al presente, che l’urbanistica «possa tornare ad avere un ruolo positivamente politico, non meramente tecnico».

Il salto nel Novecento l’ha poi compiuto Alfredo Morelli, mettendo in relazione tra loro il pensiero di due protagonisti del movimento nonviolento italiano, Aldo Capitini e Danilo Dolci, col pensiero greco antico. Riprendendo alcune riflessioni dello dell’urbanista statunitense Lewis Mumford espresse in Storia dell’utopia (1922),Morelli ha spiegato come la storia delle città sia un continuo conflitto fra le «utopie di fuga» – che creano «un ambiente fittizio, un idolo che sostituisca il mondo esterno» – e le «utopie di ricostruzione», con l’intento di assicurare «un sollievo futuro». 

Riprendendo opere di Omero ed Esiodo, il relatore ha riflettuto sulla possibilità di «costruire – o tornare a – un’armonia, un equilibrio dell’uomo con la natura, in cui l’uomo possa essere risparmiato dalle sue fatiche». Un’idea – o illusione – sempre presente, fondata sulla convinzione che «la téchne possa avvicinare l’uomo a una condizione edenica».

In questo percorso, è importante innanzitutto ricordare come nell’antica Grecia fosse fortissima «la concezione dello spazio urbano come spazio politico», quindi del possibile e auspicabile «buon governo». Un ideale utopico, quindi «un’idea a cui tendere» è quindi quest’ultima, «minacciata non tanto dalla guerra esterna quanto dalla stasis (guerra civile) interna, dal dissidio al proprio interno, dalla dialettica socio-economica». Una dialettica, un conflitto necessari per la vitalità democratica delle città. 

Il legame col pensiero utopico nonviolento è dunque interessante, e pone questa conflittualità appunto oltre la tentazione della violenza e della sopraffazione: per Capitini, «l’azione politica deve realizzare l’omnicrazia, il potere di tutti, partendo – attraverso l’azione nonviolenta – dal basso, dalle periferie, dalle piccole comunità, creando tra loro reti orizzontali». Insomma, prendendo sempre le mosse da «unità territoriali basate su piccoli numeri», luoghi dove vivere ed esplicare «la comunanza, la vicinanza, la storia». A tal proposito, scrive Capitini in un testo raccolto postumo, nel ’69, nel volume Il potere di tutti: «la prova della propria maturazione per l’omnicrazia si ha quando ci si entusiasma al pensiero di portare il proprio lavoro in uno dei tanti modesti paesi, piccole città e borgate, dove pare che non ci sia nulla di vivo. Talvolta sono cittadine o borghi molto belli, per la posizione, per qualche torre o castello o chiesa antica e piazza». E la téchne dev’essere «funzionale a queste piccole comunità e alle piccole imprese».

Un discorso simile lo aveva sviluppato Danilo Dolci quando contrapponeva il «potere diffuso» – quindi la politica – al «dominio inteso come azione di controllo e di sfruttamento». Da qui, l’idea di utopia come «processo di perenne tensione, di continua analisi e trasformazione del conflitto attraverso l’azione nonviolenta». Puntando a un modello di «città-territorio» composto da «piccole comunità», col «centro che rimane luogo di incontro, di condivisione».

Oggi – si è giustamente domandato alla fine Morelli -, nelle nostre società avanzate, un modello così è ancora possibile? Urge sempre più una riflessione al riguardo.


L’ultimo appuntamento di “Spaziocidio” è in programma il 4 maggio alle 17.30 a Libraccio con la presentazione del libro di Francesco Chiodelli “Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana”.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 aprile 2026

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(Foto Indo – Pexels)