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Armi, il business è in crescita

28 Ott

Linda Maggiori e Marco Bersani a Ferrara. I due hanno spiegato il riarmo Ue e italiano e la riconversione in Emilia-Romagna. Preoccupanti le spese in Italia e in Europa. La battaglia sul traffico da Ravenna e gli affari delle aziende emiliane in questo mercato

di Andrea Musacci

La percezione è sempre più diffusa: viviamo in un’epoca in cui la guerra è la dimensione strutturale. E questo si respirava il 20 ottobre nella Sala ex Refettorio di san Paolo a Ferrara fra i tanti presenti per l’incontro su pace e riarmo. Iniziativa ricca anche di interventi dal pubblico (una dozzina). Rete Pace Ferrara – che ha organizzato l’incontro (in collaborazione con La Comune di Ferrara) ha invitato a parlare Marco Bersani, portavoce di Attac Italia, e la giornalista Linda Maggiori, autrice di inchieste sul traffico di armi dall’Italia al Medioriente e, nello specifico, attraverso il porto di Ravenna (il 6 novembre esce il suo nuovo libro, edito da Altreconomia, “La logistica delle armi. Dai porti al genocidio: la rotta mondiale della filiera bellica”).


Abituiamoci alla guerra
«La guerra – ha esordito Bersani – è il «tentativo di questo modello economico-sociale di non prendere atto della propria crisi sistemica». Perché affrontarla vorrebbe dire mettere in discussione sé stesso. «Mai così forti come oggi sono state le disuguaglianze e la crisi climatica ma «viviamo in una costruzione artificiale fatta di bolle, quelle del riarmo, della finanziarizzazione e dell’Ai». E a proposito di ReArm Europe – il piano proposto da von der Leyen a marzo 2025 -, Bersani ha spiegato che si tratta di «una grande ipocrisia perché in realtà l’aumento delle spese militari avviene da anni». Nello specifico, «la Germania si sta trasformando in una potenza mondiale a livello militare». E nel Libro bianco dell’Ue «si dice che siamo sottoposti a una minaccia perenne da parte di Russia, Cina e Corea del Nord e che i cittadini Ue non hanno consapevolezza di ciò, a differenza delle élite europee». Qui, entra il tema degli incontri – «sempre più frequenti, una vera e propria moltiplicazione» – dell’esercito nelle scuole (v. la Voce del 22 ottobre 2026).


Spese e alternative
Come moltiplicate sono le spese militari: il prossimo bilancio dell’Ue (periodo 2028-2034) prevede 131 miliardi di euro per la difesa e l’aerospaziale, cinque volte di più di quelle attuali. In Italia significa 2,4 miliardi in più all’anno. Spese che nel nostro Paese oggi rappresentano il 2% del Pil e arriveranno quindi al 5, di cui il 3,5 sarà spesa direttamente militare e il resto per le infrastrutture. Da oggi al 2035 il nostro Paese spenderà 400 miliardi di euro in più in spese militari. Poi, ha aggiunto Bersani, «attenzione ai grandi fondi – Black Rock, Vanguard e State Street – che oltre che in fossili e immobili, investono sempre più in armi».
Ma non bisogna fermarsi alla denuncia. «Dobbiamo mettere insieme ogni cultura politica che condivide questa critica al riarmo», ha concluso. Una convergenza, questa, «già iniziata», ed è importante che «ci sia anche nei territori». Il 30 ottobre avrà luogo lo sciopero dei portuali italiani contro il traffico di armi (in contemporanea con diversi porti nel mondo), mentre il 20 novembre lo sciopero studentesco europeo e nazionale, e della Cgil. Che si spera diventi sciopero generale europeo. E il 24 ottobre è stata lanciata la campagna “Sollèvati! La coscienza non si arruola”, rivolta soprattutto a 16enni e 17enni, che ogni anno vengono automaticamente iscritti nelle liste di leva del proprio Comune. La campagna è promossa, tra gli altri, da Pax Christi, Comunità dell’Arca, Focolari e Agesci.


Il traffico di armi in Italia
«Le spese militari sottraggono soldi alle spese sociali», ha aggiunto Corrado Oddi (Rete Pace Ferrara), che ha moderato l’incontro. «Ci vuole sapere collettivo» e «in Europa va costruito un grande movimento per la pace». Oddi ha poi affrontato il tema della conversione bellica di diverse aziende nella nostra regione, o il fatto che producono componenti finalizzate a industrie tedesche già convertitesi al militare.
Su questo si concentra il lavoro di inchiesta di Linda Maggiori, che a inizio 2026 assieme all’avvocato Andrea Maestri ha iniziato una battaglia per conoscere il transito di armi dal porto di Ravenna. Battaglia che ha visto lo scorso 16 ottobre una vittoria, col Consiglio di Stato che ha dato ragione alla loro richiesta di poter accedere agli atti, accesso finora negato dall’Agenzia delle Dogane, difesa dall’avvocatura di Stato. Nella sentenza, tra l’altro, è scritto che la conoscenza di questi documenti consente «la partecipazione più consapevole alla vita di una comunità, la vicinanza tra governanti e governati, il consapevole processo di responsabilizzazione (accountability) della classe politica e dirigente del Paese». Il 23 ottobre Dogane ha comunicato i dati: dal porto di Ravenna nel 2025 sono partiti oltre 225mila kg di materiali di armi e componenti militari verso destinazioni “ignote”. Si tratta quasi interamente di «merce relativa a dichiarazioni doganali di esportazione presentate presso altre Dogane ed imbarcata presso il porto di Ravenna e diretta a Stati extra-Ue». «La nostra è una vittoria importante – per noi e per tutti i porti italiani – anche perché l’avvocatura dello Stato, che ha difeso l’Agenzia delle Dogane, dipende dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Avvocatura che ha scritto che siamo in una guerra ibrida e nella terza guerra mondiale a pezzi. Ma quando il nostro Parlamento ha deliberato che l’Italia è in guerra?». «Dal porto di Ravenna – ha aggiunto – «passano anche sistemi dual use. E a Ferrara c’è Yara che produce nitrato d’ammonio, usato da Israele per minare gli edifici di Gaza». Per citare altre aziende in regione, la Curti di Castel Bolognese e la Poggipolini di san Lazzaro di Savena producono componenti per veicoli militari (terrestri e aerei), anche in accordo con Leonardo, spa attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza, e che vede come suo maggior azionista il Ministero dell’Economia.
Maggiori ha poi accennato al Militar Mobility, serie di proposte presentate a novembre 2025 dalla Commissione Ue e dall’alta rappresentante Ue per esteri e sicurezza, per agevolare il trasporto militare». Secondo queste misure, «anche i diritti sindacali e gli orari di riposo dei camionisti possono andare in deroga, perché secondo l’Ue siamo coinvolti in guerra e quindi ognuno deve dare il proprio contributo».


Industriali con l’elmetto
Interessante anche un aneddoto raccontato da Maggiori che ben spiega il clima nel quale viviamo: «lo scorso giugno a Reggio Emilia c’è stato un convegno di Confindustria dedicato alle possibilità del business delle armi. Nonostante fossi regolarmente accreditata, sono stata fatta uscire dalla sala poco prima dell’inizio». Il tema era “Aeronautica, Difesa, Aerospace: perimetro e regole del gioco” e così veniva presentato sul sito della Confindustria reggiana: «Le richieste di un maggiore impegno agli alleati Nato in termini di investimenti nella sicurezza e nella difesa, così come la crescente attenzione ai settori dell’aeronautica e dello spazio per ragioni economiche, tecnologiche, militari e geopolitiche, stanno generando una dinamica di mercato in forte espansione ed emergono come uno dei principali vettori di trasformazione del nuovo ordine industriale europeo». Fra gli interventi, uno intitolato “Riconvertire l’Industria”. E su “Vision”, la rivista degli industriali reggiani, si elogiano le alleanze di Leonardo spa: il Global Combat Air Programme, «progetto di nuova generazione per la prossima famiglia di caccia da combattimento» o gli accordi con la turca Baykar Technologies per «lo sviluppo congiunto di tecnologie senza pilota», o le collaborazioni di Fincantieri spa con Edge, degli Emirati Arabi Uniti. E in un altro articolo si spiega come la riorganizzazione industriale europea verso la difesa per molte Pmi locali «potrebbe essere l’occasione di entrare in catene del valore meno esposte alle oscillazioni cicliche, più legate a programmi pluriennali e a investimenti di lungo periodo». Più chiaro di così non si può.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 ottobre 2026

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Propaganda militare a scuola: in tempo di guerra qual è il fine?

23 Ott

Tornano le richieste dell’esercito per visite e incontri coi giovani nelle scuole ferraresi

Si avvicina il 4 novembre, Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, una ricorrenza che dovrebbe essere di pace, ma che invece è una delle più importanti occasioni per affermare i valori della patria in un’ottica militarista. L’espressione di papa Francesco sulla «terza guerra mondiale a pezzi» più passano gli anni più diventa concreta: si pensi alla guerra Russia-Ucraina, al conflitto Usa-Iran-Israele-Libano, oltre al Sudan, al Congo e ad altri circa 60 conflitti (dati Acled).
Guerra che è sempre più vicina a noi: è notizia del 16 ottobre la decisione del Consiglio di Stato di respingere il ricorso proposto dall’Agenzia delle Dogane contro la giornalista Linda Maggiori per la richiesta dei dati del traffico di armi attraverso il porto di Ravenna.


Sempre più soldi per le armi
Armi sempre più protagoniste della spesa pubblica. Secondo i dati dell’Annuario Milex 2026 negli ultimi 16 anni la spesa militare è di circa 503,6 miliardi di euro. Solo nel 2026 la stima tocca i 33,9 miliardi, «record storico».
E recentemente il governo Meloni ha fatto richiesta alla Commissione europea di attivare la clausola di salvaguardia per un extra-deficit dello 0,6% del Pil, oltre 14 miliardi di euro all’anno, quasi 29 miliardi nel biennio.
Come scrive Alessandro Volpi su Altreconomia, «il prezzo politico ed economico pagato per sbloccare questa presunta “flessibilità europea” è«l’obbligo di spendere una fetta colossale di queste risorse, circa 7,2 miliardi di euro all’anno, nel settore del riarmo e della Difesa».


Esercito nelle scuole
In questo contesto, nelle scorse settimane il Comando Militare Esercito “Emilia-Romagna”, attraverso l’Ufficio Scolastico Regionale ha inviato come ogni anno una lettera nella quale propone ai docenti di divulgare – attraverso incontri nelle scuole – agli studenti del 1° e 2° anno delle superiori «le modalità di ammissione e l’offerta formativa delle Scuole Militari di Napoli e Milano (2° biennio e 5° anno dei licei classico e scientifico)». E alle «classi IV e V di tutte le scuole secondarie di secondo grado, le offerte formative dell’Accademia Militare (corsi di laurea magistrale), della Scuola Sottufficiali (corsi di laurea) e le variegate opportunità di impiego nelle altre figure professionali della Forza Armata; delle classi dei restanti ordini e gradi, ruolo, compiti e attività dell’Esercito Italiano».
Questi incontri nelle scuole – scrive ancora il Comando – lo scorso anno scolastico hanno «consentito in tutto il territorio regionale di raggiungere 2899 studenti».
Pronta è stata la risposta della Flc Cgil Emilia-Romagna: «Non condividiamo che la scuola pubblica venga utilizzata per promuovere le carriere militari e il reclutamento dei giovani a partire già dalle prime classi. (…). Si fanno convenzioni con l’Esercito per promuovere, nei fatti, l’arruolamento degli studenti e prepararli alla guerra, (…). Chiediamo all’Usr Emilia Romagna di interrompere la convenzione con il Comando Militare dell’Esercito Emilia-Romagna e invitiamo le scuole alla disobbedienza».


Bimbi all’aeronautica militare
Ma non finisce qui: dal sito del Comune di Ferrara apprendiamo che anche per quest’anno scolastico torna per il terzo anno il progetto “Diffusione della cultura aeronautica nelle scuole del territorio ferrarese”. L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra la Sezione di Ferrara dell’Associazione Arma Aeronautica, l’Aeronautica Militare – Comando Operazioni Aerospaziali (Coa), gli istituti scolastici e l’Assessorato alla Pubblica Istruzione di Ferrara, «Quest’anno – recita il comunicato – la partecipazione registra una crescita significativa: sono almeno una ventina le classi coinvolte (dalla primaria alle superiori, ndr), per una stima di oltre 400 studenti (…). Un dato in aumento (…). Ad aderire per l’edizione di quest’anno sono gli istituti comprensivi Don Chendi di Tresignana, il Manzi con la primaria di San Bartolomeo in Bosco, il Dante Alighieri con la primaria Rossetti, il Perlasca con i plessi Tumiati e Monti, il Don Milani e il plesso di Cocomaro di Cona, l’Alda Costa con la Guarini, l’Ic Codigoro, la primaria Pascoli, l’Iis Einaudi e il Copernico-Carpeggiani» (alcuni studenti di quest’ultimo han preso anche parte all’alternanza scuola-lavoro al Coa). E per le scuole medie, «le classi terze potranno partecipare alle presentazioni e, su richiesta, alle visite al Comando Operazioni Aerospaziali» e al Deployable Air Command and Control Centre della Nato nella base di Poggio Renatico. «Per le superiori sono previste attività rivolte in particolare alle classi seconde, quarte e quinte, comprese visite al Coa e momenti di orientamento alle opportunità formative e professionali offerte dal settore aeronautico».


Visite al comando
Una cultura della forza e dell’uso delle armi che non nasce certo oggi e che viene spacciata come positiva anche da chi dovrebbe educare alla nonviolenza e alla cura. Ad esempio, lo scorso febbraio viene diffuso il comunicato sulle attività di orientamento e informazione promosse dagli Infoteam del Comando Militare Esercito Emilia-Romagna, per «supportare gli studenti prossimi all’ingresso nel mondo del lavoro nella conoscenza delle opportunità professionali offerte dall’Esercito Italiano». Sul sito del Liceo Roiti di Ferrara troviamo un articolo del novembre 2024 dove si racconta della visita degli studenti della classe 5T alla base di Poggio Renatico. I giovani sono stati informati, fra l’altro, sul ruolo dell’Aeronautica Militare italiana «in Europa e nella Nato», e hanno «avuto la possibilità di assistere a un seminario più dettagliato sulla Nato». «L’attività – conclude l’articolo – si è rivelata inoltre molto utile anche in un’ottica di orientamento post-diploma».
Proprio in questi giorni – dal 13 al 23 ottobre – è in corso l’esercitazione nucleare della Nato nei cieli italiani, la “Steadfast Noon”. Lo spazio aereo italiano è attraversato da aerei militari di 17 Paesi Nato, aerei in grado di svolgere missioni convenzionali e nucleari, anche se l’esercitazione non prevede l’impiego di armi atomiche.
Ci chiediamo quindi come a bambini e adolescenti vengano spiegati gli armamenti in dotazione, le conseguenze del loro uso, il ruolo della base di Poggio Renatico in questo contesto dove sempre più la guerra è presente nelle nostre vite.

***

Un obiettivo bipartisan

La propaganda militare nelle scuole vede nel 2014 il primo Protocollo d’intesa tra i ministeri della difesa e dell’istruzione, guidati da Roberta Pinotti e Stefania Giannini, entrambe del Pd, che prevede l’attivazione nelle scuole di percorsi per diffondere la cultura della difesa. Nel 2019 il governo Pd-M5s delega al sottosegretario Angelo Tofalo il compito di migliorare la percezione del ruolo delle forze armate e delle industrie della difesa, stesso obiettivo del “Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della Difesa” creato dal governo Meloni nel 2023 e del Programma di Comunicazione 2025 del ministero della difesa. E il ministro Valditara ha firmato negli anni protocolli con diverse forze militari per iniziative nelle scuole.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 ottobre 2026

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La guerra a due passi da Ferrara: quali armi passano per il porto di Ravenna?

11 Set
A large number of shipping containers in a busy cargo port. Original public domain image from Wikimedia Commons

La battaglia portata avanti dalla giornalista Maggiori, dall’avv. Maestri e da un Coordinamento cittadino per la trasparenza sulle armi che transitano per il porto bizantino. Le gravissime parole dell’Avvocatura di Stato sull’Italia in guerra e la cronistoria della lotta di un intero territorio (e non solo)

di Andrea Musacci 

A un’ora e mezza di auto da Ferrara, un porto rilevante da anni è al centro dell’attenzione del mondo pacifista per il traffico di armi diretto all’estero, Israele compreso. Una questione portata avanti in particolare dalla giornalista Linda Maggiori, assistita dall’avv. Andrea Maestri del Foro di Ravenna, e dal “Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna”.

Il porto di Ravenna nei primi sei mesi del 2026 ha registrato lo scalo di oltre 14 milioni di tonnellate di merci, con un incremento del 5,9% rispetto allo stesso periodo del 2025 (ca. 785 mila tonnellate in più). Quest’anno gli sbarchi hanno raggiunto oltre 12 milioni di tonnellate, mentre gli imbarchi ca. 1 milione e 600mila. Porto che è, purtroppo, anche in crescita per le crociere: nei primi sei mesi del 2026 il Terminal Crociere di Ravenna ha registrato 37 scali, otto in più rispetto allo stesso periodo del 2025.

Tornando al traffico di armi, Maggiori a inizio 2026 ha presentato un’istanza di accesso civico generalizzato all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ravennate per conoscere i quantitativi di materiale bellico e armamenti transitati per lo scalo ravennate nel 2025. Agenzia che, però, si è rifiutata di fornire i dati.

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Cecchini per divertimento: i safari umani a Sarajevo

8 Mag

Il terribile racconto dei 500 uomini (di cui 230 italiani) che tra il 1992 e il 1996 approfittarono dell’assedio di Sarajevo per ammazzare bambini, donne e anziani, come fossero in un videogioco. A Ferrara il racconto di Ezio Gavazzeni, autore dell’inchiesta. E il 22 maggio il film a Santo Spirito

di Andrea Musacci

Cento milioni di lire per diventare un cecchino e sparare a un bambino, a una ragazza, a un anziano. Era questo il passatempo del fine settimana per almeno 500 persone – di cui ca. 230 italiani -, durante l’assedio di Sarajevo tra il 1992 e il 1996. Di questa orribile storia in Italia se n’è tornato a parlare da poco grazie alle inchieste dello scrittore milanese Ezio Gavazzeni. Inchieste che ora ha pubblicato nel suo libro “I cecchini del weekend. L’inchiesta sui safari umani a Sarajevo” (PaperFirst ed.), presentato lo scorso 27 aprile nella libreria Libraccio di Ferrara, in dialogo con Marika La Pietra (ideatrice e voce del podcast “Voci in Ombra”) e con l’introduzione di Paola Bastianoni (docente UniFe e direttrice del Laboratorio “Uno sguardo al cielo”). Inoltre, vi anticipiamo che venerdì 22 maggio alle ore 21 il Cinema Santo Spirito di Ferrara (via della Resistenza) ospiterà la proiezione del film “Sarajevo Safari”, documentario del 2022 diretto dal regista sloveno Miran Zupanic, con interventi di alcuni giornalisti e pacifisti e un ricordo di Moreno Locatelli – classe ’59, del gruppo “Beati i costruttori di pace” – ucciso a Sarajevo nel ’93 da un cecchino serbo (v. locandina a pag. 11 e articolo sul prossimo numero).

PAGHI E UCCIDI

Cecchini che in quei quattro terribili anni si nascondevano sulle colline e puntavano gli inermi civili che camminavano tra un edificio e l’altro, cercando riparo lungo quella che verrà chiamata “Sniper Alley”, il viale principale della città. Cecchini che, appunto, spesso erano affiancati da imprenditori e professionisti anche italiani: «alcuni di loro – ha detto Gavazzeni a Ferrara – frequentano ancora oggi i salotti TV italiani, uno in particolare è spesso invitato in TV a parlare». Edin Subašic, ex agente dell’intelligence militare dell’Esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina (ARBiH), è stato tra i primi a rivelare e documentare questo orrore. «Oggi in Kenya – ha detto Gavazzeni – nei safari per sparare a un leone paghi 200mila dollari». E così a Sarajevo nei “safari umani” «le tariffe erano per obiettivi: per sparare a un bambino o bambina, il costo era di 100 milioni di lire; stessa cifra per sparare a un’adolescente; 70 milioni per sparare a una donna; 50 per un uomo; meno di 20 per un anziano o anziana. Più soldi mettevi, più porte si aprivano. Queste persone non avevano nessuna morale». E questi “turisti dell’orrore” «erano sempre accompagnati dal “Francese” – l’organizzatore di questi “safari” – e da un locale, che si assicurava che non ci fossero “fregature”, cioè che venisse colpito l’obiettivo concordato». Diverse erano le tecniche per attirare i possibili bersagli: «la prima consisteva nel ferire una persona così da poter colpire anche le persone accorse per soccorrerla; un’altra, era di aspettare che una madre uscisse per andare a prendere l’acqua con la tanica, così i suoi figli sarebbero usciti per giocare diventando obiettivi dei cecchini». Subašic, in un’intervista rilasciata a balcanicaucaso.org dichiara: «Secondo le nostre ipotesi, il nucleo del gruppo era composto da membri dei servizi segreti della Serbia (…). Sicuramente non è stato facile organizzare il trasporto attraverso un territorio sottoposto a sanzioni (Serbia), poi attraverso la zona di guerra per raggiungere le linee di combattimento. Si tratta di procedure molto impegnative. Pochissime persone erano a conoscenza del “safari”».

TRE GIORNI TUTTO ORGANIZZATO

La sede organizzativa dei “safari” in Italia era a Milano, con i “clienti” che forse partivano tutti da Trieste (o comunque dal Friuli) il venerdì, mentre la sede centrale europea era a Bruxelles. La sede milanese – ha proseguito Gavazzeni – «contattava sul territorio alcuni reclutatori, ad esempio ex militari della Folgore o lagunari; uno in particolare reclutava in un piccolo albergo, anche grazie al passaparola». Furono «quattro le denunce fatte allora alla Digos, tutte insabbiate, e non solo a Milano ma in varie parti d’Italia»: una è «quella di una signora che oggi in Friuli gestisce un b&b di famiglia», quindi ai tempi gestito dai genitori, dove lei lavorava: «lì i cecchini si fermavano il venerdì (e per diversi venerdì) – questa donna ha raccontato Gavazzeni – per mangiare e dormire prima di partire per Sarajevo. Alcuni di loro si sono confidati con me: “andiamo a uccidere donne e bambini, e paghiamo per questo”, mi dicevano». Anche lei entrerà nell’inchiesta ma «è molto terrorizzata».

«Due anni fa – ha proseguito Gavazzeni – ho anche incontrato colui che nel libro chiamo “Innominato”, un ex agente del SISMI che ha lavorato nei Balcani per tutti gli anni ’90, e che mi ha aperto molte porte; anche lui ha lasciato la sua testimonianza alla Procura di Milano. Mi ha detto: “Noi servizi segreti – italiani e di altri Paesi – sapevamo tutto dei safari”». Infatti, «a fine ’93 una fonte avvisa Edin Subašic che a Sarajevo erano presenti cinque italiani per “cecchinare”. Di questo vennero informati anche due agenti del SISMI, lì presenti assieme a Michael Giffoni», allora vice capo della delegazione diplomatica speciale italiana a Sarajevo. E «ci confermano che a inizio del 1994 questi cecchini vengono rispediti in Italia. La loro identità è ancora ignota: io voglio scoprire chi sono. Lo scorso novembre, Giffoni ha confermato tutte queste cose in Procura».

30 ANNI DI SILENZIO

Ma le prime informazioni su questo turismo dell’orrore erano apparse nell’aprile del 1995 in un articolo uscito sulla prima pagina di Oslobodenje, il più antico quotidiano della Bosnia Erzegovina. «Grazie a un giornalista dell’Ansa – ha spiegato Gavazzeni -, ho scoperto come profughi bosniaci arrivati in Italia diedero la prima testimonianza di queste pratiche: racconti, questi, usciti in prima pagina sul Corriere della Seranel marzo ’95, in un articolo di Venanzio Postiglione. Allora perché 30 anni fa nessuno nella Procura di Milano si mosse?». Stesso discorso per un articolo uscito lo stesso anno su La Stampa: «perché nessuno della Procura di Torino fece qualcosa?». Come detto, nel ’22 esce il documentario di Miran Zupanicč e Gavazzeni lo contatta subito. «Ma perché nessuna tv in occidente aveva chiesto di poter mandare in onda il film?». E contatta anche Edin Subašic, che nel film fornisce la sua testimonianza. «Purtroppo – prosegue Gavazzeni – diversi documenti con testimonianze erano presso il Tribunale permanente dei popoli della Fondazione Lelio Basso, ma sono spariti, e di questi la magistratura non è mai stata avvertita». 

L’INCHIESTA 

Il libro presentato a Ferrara è ciò che Gavazzeni ha depositato alla Procura di Milano, all’attenzione del pubblico ministero Alessandro Gobbis, che l’ha affidata ai Ros dei Carabinieri. La Procura milanese ha aperto un fascicolo contro ignoti con l’ipotesi di omicidio volontario aggravato per crudeltà e motivi abietti. «La maggior parte delle fonti che cito nel libro hanno depositato alla Procura di Milano fra il novembre 2025 e il febbraio 2026» e «prima di essere pubblicato, questo libro è stato letto da un avvocato e da un ex magistrato, che mi aiutano in ogni passaggio». Inoltre, da un paio di settimane – dal 21 aprile – «la Città di Sarajevo si è costituita parte civile e ha nominato i miei avvocati come avvocati difensori: a Sarajevo ci sono persone che aspettano da 30 anni di sapere chi ha ucciso i loro cari». E «da questa mia inchiesta sono partite diverse altre inchieste a livello internazionale», in Svizzera, Belgio e Francia. Ad esempio, «una settimana fa un avvocato di Parigi mi ha contattato dicendomi che ha un nuovo testimone: pochi giorni fa, il 25 aprile, mi è arrivata questa testimonianza protocollata. E mi ha detto che i servizi segreti francesi nel ’92-’93 erano a conoscenza di questi cecchini. Ciò lo riporterò alla Procura di Milano». Inoltre – ha detto ancora a Ferrara il 27 aprile – stamattina ho inviato 30 domande a questo testimone francese, che ha deciso di collaborare con la nostra inchiesta. Recentemente, «un’interrogazione è stata portata nel Parlamento francese e due in quello tedesco, grazie a deputati del SPD. E oggi un imprenditore brianzolo ha testimoniato alla Procura di Milano, facendo due nomi di persone coinvolte. Io stesso dal 17 al 19 settembre prossimi mi recherò a Sarajevo».

Insomma, «ci sono crepe nel muro» di omertà: «noi cerchiamo di vedere dentro queste crepe, ma per ora la grande assente in Italia è la politica: l’unica a fare un’interrogazione parlamentare nel nostro Paese è stata Stefania Ascari del M5S», lo scorso novembre. Come lei stessa ha spiegato, «ho presentato un’interrogazione parlamentare ai Ministri della Giustizia, dell’Interno, degli Affari Esteri, della Difesa per chiedere quali azioni siano state intraprese a seguito dell’apertura della suddetta inchiesta, se esista un coordinamento effettivo tra autorità giudiziarie italiane e bosniache, e se verranno messi a disposizione tutti i documenti eventualmente custoditi negli archivi dei servizi di informazione. Ho inoltre domandato quali misure si intendano adottare per garantire giustizia e tutela alle vittime e se l’Italia si farà promotrice, in sede internazionale, di iniziative per contrastare e prevenire nuovi episodi di “turismo di guerra”».

OGGETTI, NON PERSONE

Di «oggettificazione della vittima» e «indifferenza del male» parla Gavazzeni. Due definizioni condivisibili, per quanto queste nefandezze possano essere esprimibili a parole. «In generale – ha riflettuto -, ogni omicida si dà sempre una giustificazione per il suo atto. Ma in questo caso no, è un male senza scopo, sparavano per il solo gusto di sparare, per convincersi che l’essere ricchi, potenti e con una certa reputazione dava loro la licenza di uccidere rimanendo impuniti, nascondendosi dentro la guerra. E ciò alimentava la loro autostima». 

Ora, alle vittime e ai loro cari, va perlomeno data giustizia e memoria.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2026

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(Foto Pxhere)

Se la guerra e la paura invadono le nostre città

29 Apr

Si intitola “Città in guerra” il nuovo libro di Francesco Chiodelli che viene presentato il 4 maggio a Ferrara. Tra conflitti armati e crescente militarizzazione del quotidiano, viviamo sempre più in uno stato d’eccezione permanente. Tra leggi, propaganda e nuove abitudini, come cambiano le nostre vite

di Andrea Musacci

L’invasione russa dell’Ucraina, iniziata oltre 4 anni fa, ha portato nel dibattito pubblico l’idea che la guerra stia tornando nel cuore dell’Europa, come non accadeva – si dice – dalla seconda guerra mondiale. Un’affermazione, questa, vera solo in parte. La guerra alle porte dell’Europa, infatti, non ha fatto che accentuare dinamiche già presenti da anni, se non da decenni. Di questo parla il libro “Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana” di Francesco Chiodelli (Bollati Boringhieri ed., gennaio 2026). Il libro viene presentato lunedì 4 maggio alle ore 17.30 nella libreria Libraccio di Ferrara (piazza Trento e Trieste): per l’occasione interverrà l’autore (che è geografo economico e politico dell’Università di Torino) e vi sarà l’introduzione e moderazione di Chiara Tarabotti, Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara) e Giuseppe Scandurra (UniFe). Si tratta del quarto e ultimo incontro del ciclo “Spaziocidio”.

CITTÀ COME GIUNGLE

Con la crescente crisi degli Stati a causa della globalizzazione, molti studiosi hanno iniziato a parlare di «geopolitica urbana», visto il ruolo crescente delle città e il loro crescere sempre più anche di dimensioni e di popolazione. È la cosiddetta «urbanizzazione del pianeta», scrive Chiodelli nel libro. Secondo l’ONU, oggi ca. 5 miliardi di persone a livello mondiale vivono in un’area urbana: negli anni ’50 del secolo scorso erano 750 milioni, nel 2050 saranno 6,7 miliardi. Dal punto vista militare, si tratta di «giungle di cemento, ingovernabili e turbolente, intricate e difficilmente conoscibili, cupe e selvaggi». 

URBICIDIO

Per questo la guerra entra sempre più nelle città, e con ciò «mutano anche i suoi effetti nefasti, che si materializzano in una distruzione tanto radicale del corpo urbano da poter parlare, in alcuni casi, di urbicidio». Certo, da Gerico a Cartagine, la guerra nelle città vi è sempre stata: ma oggi «i conflitti urbani non sono più solo un tassello tra tanti altri (scontri in campo aperto, battaglie navali, combattimenti sulle montagne) del puzzle bellico. Sono invece la forma principale che la guerra assume nella contemporaneità», in un contesto in cui, almeno formalmente, esiste un diritto internazionale e gli eserciti si riducono sempre più di dimensioni. Insomma, da qualche decennio, «si combatte sempre più dentro le città». I primi esempi sono l’assedio di Sarajevo (aprile ‘92-febbraio ‘96) nella guerra in Bosnia ed Erzegovina, l’operazione militare USA a Mogadiscio nel ’93 e la battaglia di Groznyj in Cecenia nel ’94-’95. Ben prima, a Dresda (nella seconda guerra mondiale), poi ad Aleppo e in Ucraina.

A proposito dell’assedio di Sarajevo a opera prima delle forze dell’Armata jugoslava e poi dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, obiettivo delle bombe e dei cecchini fu la città stessa: «il corpo urbano venne infatti martoriato intenzionalmente in quanto rappresentava il simbolo e la condizione di possibilità dell’eterogeneità, del multiculturalismo e della convivenza tra gruppi etnici diversi». Quindi, urbicidio significa «la distruzione intenzionale di edifici non per ciò che essi rappresentano individualmente, ma in quanto sono condizione di possibilità di un’esistenza eterogenea tipica della vita in città».

SABBIE MOBILI URBANE

Visto dal lato di chi viene attaccato, «portare il combattimento dentro il tessuto urbano permette di controbilanciare, almeno in parte, lo straordinario progresso in materia di armamenti e tecnologia che ha caratterizzato le forze armate di molti paesi»: «le città diventano un’arma straordinaria che le milizie irregolari possono usare a proprio vantaggio». Ad esempio, la presa di Falluja nel 2004 è arrivata solo dopo un mese di combattimenti con, da una parte, via terra e aria l’imponente esercito USA (che registrò la perdita di ben 107 propri soldati) e dall’altra parte 2-3mila ribelli islamisti con armi ben più artigianali. La guerra contemporanea, quindi, non è per nulla «chirurgica» ma fatta di massicci bombardamenti, di scontri a fuoco, e dell’utilizzo di mezzi fisici quali bulldozer – si vedano in particolare le azioni militari dell’esercito israeliano. Riguardo a quest’ultimo e all’annichilimento genocida di Gaza, l’autore cita il concetto di «disabilizzazione spaziale»: «distruggendo e impedendo la ricostruzione di ospedali, scuole, attività economiche, abitazioni, infrastrutture idriche, elettriche e fognarie, l’esercito israeliano produce un corpo urbano disabilitante, ossia che rende estremamente complicata, faticosa e travagliata la vita quotidiana dell’intera popolazione».

DETERRENZA?

Ma la vera partita si gioca sul piano mediatico: «Per avviare una campagna militare – magari lunga, sanguinosa e costosa – è infatti necessario convincere i cittadini, i soldati e gli intellettuali, così come le forze politiche, economiche e sociali di un paese, che quello che si sta per fare è materialmente indispensabile e moralmente ineccepibile». Infatti, «mai si è dichiarato di entrare in guerra per meri interessi economici, strategici o territoriali, per quanto questi siano spesso alla radice dei conflitti». E lo stesso “stato di tensione” è abitato dalla lenta e perenne costruzione di un’atmosfera da stato di guerra. «La guerra postmoderna è caratterizzata dalla centralità della deterrenza: per le principali potenze del pianeta, il piano ordinario del conflitto si sposta – con alcune significative eccezioni – dall’uso materiale della violenza a una zona grigia, sospesa tra pace e guerra, in cui conta soprattutto la possibilità (dichiarata e dimostrata attraverso parate militari, test, annunci e azioni dimostrative) di annichilire il nemico».

TECNOLIBERISMO BELLICO

Da qui, lo sviluppo continuo delle tecnologie militari come dimostrazione di forza (ad es., droni, aerei spia, software sofisticati, robot – compresi gli “insetti-robot”): la cosiddetta revolution in military affairs (RMA – rivoluzione in ambito militare) «è caratterizzata dall’intersezione tra il linguaggio della scienza, che garantisce legittimità alle azioni belliche (le operazioni militari ipertecnologiche sarebbero oggettive, precise e insindacabili) e quello delle aziende private, che ne assicura l’efficienza (gli attacchi sarebbero basati solo su un calcolo razionale dei costi e dei benefici, rispondendo a logiche puramente tecniche e completamente depoliticizzate)». 

Insomma, qualcosa che assomiglia sempre più a «un’azione imprenditoriale di capitalismo ad alto rischio, in cui contano innovazione, tempismo ed efficienza». Non a caso, sempre più «alle truppe regolari si affiancano frequentemente contractor privati». In un contesto di sicurezza urbana non militare si può dire lo stesso per la gestione dell’ordine pubblico per medi o grandi eventi, anche a Ferrara, dove vigilantes privati la fan sempre più da padroni.

MILITARIZZARE IL QUOTIDIANO

Vicino al concetto di urbicidio vi sono anche le azioni terroristiche decisamente meno tecnologicamente “evolute”, come sono quelle jihadiste: anche qui, infatti, «il bersaglio è l’urbanità, ossia le forme di vita che prendono corpo in città, con la differenza che alla devastazione sistematica dell’urbicidio il terrorismo sostituisce azioni mirate volte a comunicare la possibilità della distruzione e della morte su vasta scala». Proprio 25 anni fa, dagli attentati jihadisti negli USA, i poteri diedero vita a leggi straordinarie come il Patrioct act, veri e propri attacchi ai diritti fondamentali. Conseguenza di ciò, anche in Europa e nel nostro Paese, è stata – ed è – la «banal warfare», la «militarizzazione della vita urbana» (in realtà iniziata prima: si veda il G8 di Genova del 2001), «ossia l’estensione di ideali, pratiche, tecnologie e immaginari militari agli spazi della quotidianità nelle nostre città: piazze, stazioni, arterie di traffico, zone pedonali, musei e aeroporti. Tutti questi luoghi sono visti come potenzialmente insicuri e intrinsecamente problematici». Un vero e proprio «stato permanente di guerra potenziale», uno «stato d’eccezione»: si vedano anche le pattuglie di militari nelle città (l’Operazione Strade Sicure fu avviata nel 2008 e nessun governo l’ha mai interrotta), comprese Ferrara dove vi sono camionette in diversi punti e – almeno per ora – ci è risparmiata la presenza di blindati “Puma” come avviene ad esempio a Roma e Milano. «Questa scelta estetica – spiega l’autore – rivela invece perfettamente la funzione dei soldati schierati in ambito urbano: non quella di affrontare un pericolo imminente, bensì quella di creare un’atmosfera di controllo e sicurezza», di «rendere psicologicamente e visivamente presente la guerra», anche attraverso la cd. «architettura difensiva» (blocchi di cemento armato, robuste strutture metalliche) e le armi non letali in dotazione alle forze dell’ordine. Tutte scelte che rendono sempre più labile il confine tra guerra e normale attività di polizia.

“DECORO” E LEGALITÀ SOSPESA

Stiamo dunque assistendo a «un’interruzione legale della legalità»: si pensi al recente “Decreto sicurezza” del Governo Meloni e al cosiddetto “DASPO urbano” del decreto Minniti-Orlando (governo Gentiloni, ma anticipato dal Governo Renzi). Da qui, l’involuzione diretta sempre più sul virtuale, verso una vera e propria «società del controllo» contraddistinta «da una miriade di sistemi di sorveglianza e raccolta dati indipendenti», per finalità disciplinari o commerciali. Nell’era del neoliberismo che distrugge ogni tutela e diritto nella sfera socio-economica, la propaganda si concentra sulla sicurezza intesa come difesa (presunta) dell’incolumità fisica dall’attacco di un nemico “esterno”, che sia un terrorista o un migrante, un antagonista o un mendicante. Gli stessi sindaci che riscuotono più successo sono quello identificati come “sceriffi” e le giunte comunali considerate più avanzate sono quelle capaci di vendere la propria città come un brand, da trasformare (con l’ipocrisia della “rigenerazione urbana”) per venderla a imprese, speculatori, turisti e affaristi di ogni sorta, che si tratti degli edifici, dei grandi eventi, di enti o di spazi pubblici. In nome del «decoro urbano», lo spazio pubblico viene «sanificato, depurato da elementi umani e materiali ritenuti estranei o perturbanti, in un processo di omologazione ai bisogni e alle preferenze di un parte specifica della popolazione», quella con una capacità di spesa superiore alla media.

Al contrario – conclude l’autore – esiste la possibilità di costruire una «geopolitica di pace positiva», rendendo di nuovo le nostre città non luoghi di guerra e mercificati, ma di libertà, partecipazione ed emancipazione.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° maggio 2026

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(Foto: Stazione Centrale di Milano)

Città, luogo di dominio o di condivisione?

22 Apr

SPAZIOCIDIO. Il terzo dei quattro incontri del ciclo a Ferrara: dalla polis greca alle utopie concrete di Capitini e Dolci, passando per la nascita delle moderne metropoli

di Andrea Musacci

La città come luogo di conflitti sani e di distruzione, di mercificazione e di condivisione. È su queste contraddizioni che lo scorso 17 aprile in Biblioteca Ariostea a Ferrara si è riflettuto per il terzo dei quattro incontri del ciclo “Spaziocidio: dalla Palestina alla metropoli globale”. 

Sul tema “Urbanistica di pace o di guerra? Elusività e limiti della disciplina” sono intervenuti Francesca Leder (urbanista, Università di Ferrara) e Alfredo Morelli (Laboratorio per la Pace, Università di Ferrara). Mentre la breve conclusione è spettata a Chiara Tarabotti (Rete per la Pace Ferrara), è stato Henry Gallamini, anch’egli della Rete per la Pace, a introdurre gli interventi dei relatori. «La città – ha detto Gallamini – non è solo qualcosa di fisico ma è fatta di relazioni». George Simmel in “La metropoli e la vita dello spirito” rifletteva su come la metropoli moderna sia prevalentemente «spazio di produzione e scambio di merci». E di persone: infatti, conseguenza di ciò è che «ognuno diventa un consumatore». Ma la metropoli è da sempre anche «luogo di libertà, di emancipazione e di pacificazione», quest’ultima intesa come «gestione democratica e razionale del conflitto».

A ciò si oppone la città come «spazio per la guerra», guerra che colpisce non tanto gli edifici e le infrastrutture ma appunto «l’urbanità», cioè la vita, le relazioni. E, embrione della guerra, è il modello «securitario» di città, nel quale la sicurezza non riguarda «la tutela dei diritti fondamentali» della persona e della collettività, ma colpisce soprattutto coloro che sono «marginalizzati».

Al contrario, per Francesca Leder, «fine dell’urbanistica dovrebbe essere quello di costruire orizzonti nuovi, migliorando le condizioni di vita delle persone». Già nel 1944 – in pieno conflitto mondiale – l’arch. Giorgio Rigotti pubblicava il volume “Urbanistica di guerra? No…Urbanistica di pace”; ma la questione della città come luogo di conflitto positivo già si pone fin dagli albori dei moderni agglomerati urbani, nel XIX secolo, in quegli anni nei quali la città diviene «teatro della lotta di classe o di gruppi diversi». Gruppi che  hanno come scopo principale quello del «dominio dello spazio» (quindi la sua organizzazione e gestione): per le classi subalterne, questo significava (e significa) «difendere quel poco che hanno».

Nel tempo, però, la città moderna di viene sempre più «problema sanitario, politico-sociale ed economico».Da qui, l’architettura e l’urbanistica diventano veri e propri «strumenti politici».

Due casi paradigmatici di questo discorso sono le città di Parigi e di Barcellona. Nella capitale francese – descritta anche in Angelus novus di Walter Benjamin, il progetto di Haussmann fra il 1852 e il 1869 punta a «calmare le rivolte e le inquietudini urbane attraverso una ridefinizione urbanistica sostanzialmente militare», per «neutralizzare il conflitto urbano». «Pratiche belliche – funzionali all’eventuale ingresso dell’esercito – furono, infatti, la ridefinizione delle sezioni stradali, l’apertura delle piazze, il ripensamento degli edifici nella loro altezza, l’intervallare spazi pieni a spazi vuoti». E, non meno importante, «il trasferimento forzato del proletariato nei sobborghi», anticipazione delle banlieue. Nasce così la Parigi «città-merce, dominata dalla speculazione del grande capitale finanziario», con «l’alienazione di parte della popolazione all’esterno». Anche in contrasto a questa idea di città, nascerà nel 1871 l’alternativa utopica della Comune.

Caso diverso, invece, quello di Barcellona, col progetto di una nuova città ideato da Ildefonso Cerdà, il cui piano regolatore, a differenza di quello di Haussmann, «non prevedeva nessuna forma violenta di trasformazione», ma cercò di «favorire la socialità, diminuendo le differenze sociali».

Da qui la convinzione, riferita al presente, che l’urbanistica «possa tornare ad avere un ruolo positivamente politico, non meramente tecnico».

Il salto nel Novecento l’ha poi compiuto Alfredo Morelli, mettendo in relazione tra loro il pensiero di due protagonisti del movimento nonviolento italiano, Aldo Capitini e Danilo Dolci, col pensiero greco antico. Riprendendo alcune riflessioni dello dell’urbanista statunitense Lewis Mumford espresse in Storia dell’utopia (1922),Morelli ha spiegato come la storia delle città sia un continuo conflitto fra le «utopie di fuga» – che creano «un ambiente fittizio, un idolo che sostituisca il mondo esterno» – e le «utopie di ricostruzione», con l’intento di assicurare «un sollievo futuro». 

Riprendendo opere di Omero ed Esiodo, il relatore ha riflettuto sulla possibilità di «costruire – o tornare a – un’armonia, un equilibrio dell’uomo con la natura, in cui l’uomo possa essere risparmiato dalle sue fatiche». Un’idea – o illusione – sempre presente, fondata sulla convinzione che «la téchne possa avvicinare l’uomo a una condizione edenica».

In questo percorso, è importante innanzitutto ricordare come nell’antica Grecia fosse fortissima «la concezione dello spazio urbano come spazio politico», quindi del possibile e auspicabile «buon governo». Un ideale utopico, quindi «un’idea a cui tendere» è quindi quest’ultima, «minacciata non tanto dalla guerra esterna quanto dalla stasis (guerra civile) interna, dal dissidio al proprio interno, dalla dialettica socio-economica». Una dialettica, un conflitto necessari per la vitalità democratica delle città. 

Il legame col pensiero utopico nonviolento è dunque interessante, e pone questa conflittualità appunto oltre la tentazione della violenza e della sopraffazione: per Capitini, «l’azione politica deve realizzare l’omnicrazia, il potere di tutti, partendo – attraverso l’azione nonviolenta – dal basso, dalle periferie, dalle piccole comunità, creando tra loro reti orizzontali». Insomma, prendendo sempre le mosse da «unità territoriali basate su piccoli numeri», luoghi dove vivere ed esplicare «la comunanza, la vicinanza, la storia». A tal proposito, scrive Capitini in un testo raccolto postumo, nel ’69, nel volume Il potere di tutti: «la prova della propria maturazione per l’omnicrazia si ha quando ci si entusiasma al pensiero di portare il proprio lavoro in uno dei tanti modesti paesi, piccole città e borgate, dove pare che non ci sia nulla di vivo. Talvolta sono cittadine o borghi molto belli, per la posizione, per qualche torre o castello o chiesa antica e piazza». E la téchne dev’essere «funzionale a queste piccole comunità e alle piccole imprese».

Un discorso simile lo aveva sviluppato Danilo Dolci quando contrapponeva il «potere diffuso» – quindi la politica – al «dominio inteso come azione di controllo e di sfruttamento». Da qui, l’idea di utopia come «processo di perenne tensione, di continua analisi e trasformazione del conflitto attraverso l’azione nonviolenta». Puntando a un modello di «città-territorio» composto da «piccole comunità», col «centro che rimane luogo di incontro, di condivisione».

Oggi – si è giustamente domandato alla fine Morelli -, nelle nostre società avanzate, un modello così è ancora possibile? Urge sempre più una riflessione al riguardo.


L’ultimo appuntamento di “Spaziocidio” è in programma il 4 maggio alle 17.30 a Libraccio con la presentazione del libro di Francesco Chiodelli “Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana”.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 aprile 2026

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(Foto Indo – Pexels)

Le città luogo privilegiato per la guerra: da Dresda a Gaza, la morte delle leggi e dell’umanità

2 Apr
Foto Jaber Jehad Badwan – Wikipedia (urly.it/31f9ss)

SPAZIOCIDIO. Il 23 marzo il secondo incontro del ciclo organizzato da Rete Pace e Laboratorio Pace – UniFe. Relatori, Gianfranco Franz e Alessandra Annoni: «le ecatombi urbane di ieri e di oggi, contro ogni norma di diritto internazionale»

di Andrea Musacci

Siamo abituati a immaginare la città come spazio di incontro, spazio vitale, di flussi di persone e merci. Ma in molte parti del mondo è ancora oggi spazio da conquistare, da saccheggiare, da distruggere.

Su questo lo scorso 23 marzo in Biblioteca Ariostea a Ferrara hanno riflettuto Gianfranco Franz (pianificatore, Università di Ferrara) e Alessandra Annoni (giurista, Dipartimento di Giurisprudenza di UniFe). L’incontro “La città nella storia: da nicchia ecologica dell’umanità a vittima di conflitti” è il secondo del ciclo dal titolo “Spaziocidio: dalla Palestina alla metropoli globale”, ed è stato introdotto da due dei curatori dello stesso, Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara) e Alfredo Morelli (Laboratorio per la Pace, UniFe).

Il concetto di città come «nicchia ecologica dell’umanità» è una definizione coniata dall’urbanista Francesco Indovina nel 1999. Per «nicchia ecologica» si intende «una porzione di ecosistema dove alcune specie convivono e si sviluppano», ha spiegato Franz. Per Indovina, la città da alcune decine di migliaia di anni è luogo dove si concentrano alcune delle relazioni dell’homo sapiens: il potere, la ricchezza, la conoscenza, l’innovazione tecnologica, gli scambi. «E ciò oggi è ancora più forte, dato il continuo aumento di residenti – a livello mondiale – nelle città». Franz ha poi citato il libro Spaziocidio dell’architetto israeliano Eyal Weizman (riedito nel 2022) e Jane Jacobs, antropologa e attivista USA morta nel 2006, che negli anni Sessanta denunciò le trasformazioni immobiliari a New York. In particolare, studiò l’uso delle infrastrutture come «strumento di separazione classista e razzista all’interno delle città», il cosiddetto zoning. «E oggi anche Israele sta usando l’urbanistica per separare, segregare, allontanare i palestinesi», ha commentato il relatore.

Dall’altra parte, per Franz, «nella storia grazie alla città abbiamo raggiunto determinati livelli di civilizzazione, di libertà, occasioni di lavoro, di emancipazione e di incontro per masse di persone». Ma la città è anche «il luogo privilegiato per scatenare le guerre». Si pensi alle bombe israeliane sul Libano, e al «tentativo di Israele di controllare il fiume Litani» per appropriarsi dell’acqua, come del gas metano nel mare: il governo israeliano sta infatti considerando di terminare l’accordo con il Libano sul confine marittimo, come dichiarato dal Ministro Eli Cohen. Accordo che fu stipulato, con la mediazione USA, da Libano e Israele, e col quale si decise che il giacimento di gas di Karish sarebbe andato a Israele e quello di Qana al Libano. Franz ha poi citato altri casi di guerre nelle città, da quella ad Aleppo, in Siria, nel 2015, nella guerra scatenata nel 2011 dall’allora presidente Obama e dalla Segretaria di Stato Hillary Clinton, «che armarono l’ISIS provocando la reazione dell’altro potere criminale, quello di Assad». Vi è poi la guerra in Libia, o in Afghanistan dal ‘79. E i 38mila attacchi aerei compiuti dalla NATO (senza mandato ONU) nel 1999 sulla Repubblica Federale di Jugoslavia, inclusa la capitale Belgrado, attacchi durati 78 giorni e avvallati anche dall’allora Governo D’Alema, che vedeva l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel doppio ruolo di Vicepresidente del Consiglio e Ministro della Difesa. Senza considerare «anche l’uso di proiettili all’uranio impoverito». Proseguendo, Franz ha citato la prima guerra nel Golfo, dal ’92 al ‘96 l’assedio di Sarajevo e andando più indietro nel tempo i massicci bombardamenti “occidentali” su Dresda, Berlino, Leningrado e Stalingrado. E le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki (la prima all’uranio, la seconda al plutonio): «bombe gettate anche come sperimentazioni, per testarne gli effetti». Due casi evidenti di «fine della città come “nicchia ecologica”»: due casi di «ecatombi urbane».

«Esistono comunque norme che regolamentano la guerra urbana, anche se in molti casi non vengono applicate», ha spiegato Annoni. A partire dal Regolamento dell’Aja del 1907, contro il bombardamento di città non difese e contro il saccheggio; e la IV Convenzione di Ginevra del 1949, che riguarda anche la protezione dei civili in territori occupati, cioè di persone non attive militarmente nel conflitto armato. E oltre a queste norme, «esiste un non codificato “diritto delle genti”, cioè principi di umanità fondamentali a protezione dei civili, dei beni civili, dei beni culturali, dei beni di culto, degli ospedali e di edifici ritenuti indispensabili per la sopravvivenza delle popolazioni». Un problema a parte è quello riguardante il tema dei cosiddetti “scudi umani” – involontari o volontari -, «anche se nella guerra urbana è spesso difficile distinguere i primi dai secondi». Le norme internazionali condannano anche gli attacchi indiscriminati e i bombardamenti a tappeto, e tutelano il principio di proporzionalità, per evitare o limitare i “danni collaterali”. Esiste poi il principio di precauzione e quello di umanità. Ma la realtà è che la guerra per sua natura è quasi sempre cieca, perché antitetica, ad ogni norma morale più o meno codificata.

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Se la turistificazione rende le città un brand

La gentrificazione di ieri e di oggi è stata al centro di un Seminario di Peace Studies, il Dottorato Nazionale in Studi per la Pace, svoltosi in modalità mista lo scorso 25 marzo e che ha visto come relatore Franz, pianificatore di UniFe. Franz ha riflettuto su “Le città fra dinamiche sociali e di mercato. Il confronto fra un classico degli studi urbani e l’opera di ‘un debuttante’ ” e l’incontro è stato moderato da Giuseppe Scandurra (docente di Antropologia a UniFe). I due libri citati nel titolo sono Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane di Jane Jacobs e Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano (L.A.D., 2025) di Antonio Di Siena.

Jane Jacobs è stata un’antropologa e sociologa urbana, trasferitasi dalla Pennsylvania ai bassifondi – slum – di New York, in particolare a Greenwich Village. Siamo negli anni ’60 e gli USA vivono un momento di crescita economica. Contrapposto a Jacobs c’è Robert Moses, urbanista e pianificatore urbano, «incarnazione del capitalismo modernista – ha spiegato Franz -, che capì la centralità dell’automobile nello sviluppo statunitense e ideò quindi ampie arterie di comunicazione, vere e proprie autostrade dentro New York. Per questo progettò di demolire alcuni quartieri popolari, nei quali abitavano neri, italiani, proletari e piccolo borghesi. Un vero e proprio sistema di pulizia urbanistica, un’opera di zoning, cioè di segregazione urbanistica e quindi di creazione di ghetti etnici». Ma Jacobs si mise a capo degli abitanti di questi quartieri popolari, facendo nascere i primi organismi di partecipazione. Nel ’68 lei e i residenti riescono a vincere questa battaglia contro Moses e il suo progetto di sventramento e sopraelevazione. Ma non potranno vincere la guerra, con l’avanzare della gentrificazione/plastificazione dei loro quartieri, divenuti, soprattutto il Greenwich Village, luoghi turistici. «Un destino ben diverso da quello immaginato da Jacobs».

Dai danni del sistema capitalistico negli States a quelli nell’antica Europa, con l’analisi del libro di Di Siena: siamo in Grecia, Paese vittima delle politiche di austerità europee, un Paese distrutto, dopo la crisi di 15 anni fa, con «le privatizzazioni, la destrutturazione del mondo del lavoro, la morte dello stato sociale». E, effetto di tutto ciò, a livello urbanistico con un processo di gentrificazione/turistificazione che «ha permesso di requisire molti appartamenti – con gli ufficiali giudiziari chiamati dalle banche – poi venduti in aste digitali e spesso comprati da acquirenti/fondi esteri», con l’obiettivo di lucrarci trasformandoli in alloggi turistici. Pur nelle diversità, il parallelo con la New York dopo le lotte di Jacobs, è importante. Di Siena nel libro analizza infatti questi fenomeni di turistificazione di Atene, di altre località greche e del Sud Italia, raccontando gli sfratti nella capitale greco e introducendo il concetto di “Stato-merce”: «il turismo viene visto come volàno distorcente di un’intera economia e lo Stato diviene debolissimo, inesistente». Per questo, allo Stato è chiesto «di diventare un brand, di trasformare le città in merce, del tutto a servizio dei turisti e ignorando i bisogni reali di chi le abita». Abitanti che, di conseguenza, «sempre più arretrano e in alcuni casi vengono anche espulsi». Le città – ha chiosato Scandurra – «diventano location di eventi culturali, e il patrimonio (anche Unesco) spesso diviene spazio di natura commerciale e mediatico». Inevitabile pensare al centro di Ferrara e all’intera città sempre più ridotta a marchio da vendere ai turisti e agli investitori esterni, da ultimo con l’occupazione del Listone per il mega palco di Mediaset. E riguardo alle espulsioni degli abitanti, il pensiero non può non andare al Grattacielo, “ghetto” sacrificato sull’altare del profitto.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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«La guerra è fatta solo di vittime»: racconti dal mondo in conflitto

31 Mar

“Testimoni di guerra: operatori sanitari e giornalisti, bersagli sul fronte” il titolo del seminario svoltosi a Ferrara lo scorso 28 marzo

L’orrore della guerra, di ogni guerra, anche oggi, è stato il tema del seminario svoltosi la mattina dello scorso 28 marzo nella Sala ex Refettorio di San Paolo a Ferrara. Il Seminario dal titolo “Testimoni di guerra: operatori sanitari e giornalisti, bersagli sul fronte” è stato organizzato da Ordine Giornalisti e Fondazione Giornalisti Emilia-Romagna insieme a Ufficio Stampa del Comune di Ferrara, Assostampa FE e “Sanitari per Gaza – Ferrara”. Tanti i presenti. Dopo il saluto di Antonella Vicenzi di Assostampa Ferrara, ha introdotto il moderatore della mattinata Alessandro Zangara, giornalista, capo Ufficio Stampa Comune di Ferrara: «oggi – ha detto – nel mondo vi sono 55 fronti globali di varia intensità». Sono 541 i giornalisti uccisi dal 2020 al 2026 su fronti di guerra; e sono numeri in continuo aumento, con 124 giornalisti uccisi nel 2024 e 127 nel 2025. Attualmente sono stimati fra i 500 e i 700 i giornalisti detenuti nel mondo. Sono invece oltre 850mila i civili uccisi nelle guerre dal 2020 al 2026 e 3283 gli operatori sanitari uccisi sui fronti nello stesso periodo, anche in questo caso in aumento (900 nel 2024 e 1100 nel 2025).

Nello Scavo è da tempo giornalista inviato per Avvenire in Ucraina, da pochi giorni invece a Beirut in Libano, da dove nella notte ha registrato un video intervento per l’incontro di Ferrara. «In questi anni – ha detto Scavo – il mestiere di giornalista è molto cambiato, ci sono nuove sfide, derivanti soprattutto dal fatto che i giornalisti sui fronti di guerra rischiano la vita nonostante siano tutelati dal diritto internazionale». Così è anche a Gaza, «dove Israele ci impedisce di accedere, dove da mesi continua a spacciare fake news, e dove le informazioni che ci arrivano, ci arrivano dai palestinesi, molti dei quali sono oppositori di Hamas e da Hamas perseguitati: di alcuni di loro, infatti, non si sa più nulla, sono spariti». In Ucraina, invece, «soprattutto nel lato russo troviamo difficoltà ad accedere, e soprattutto dopo aver denunciato il rapimento di molti bambini ucraini da parte dei russi». A proposito di mistificazione, «il governo russo ha, ad esempio, provato a negare le fosse comuni a Bucha». E la scritta “press” stampata sul giubbotto antiproiettili indossato dai giornalisti ormai lì e in altri teatri di guerra «è diventato un bersaglio». Ma – ha aggiunto Scavo – «a volte siamo bersagli anche nei Paesi democratici»: in Italia, per esempio, «a volte certi giornali pubblicano intercettazioni che riguardano giornalisti, o vi sono indagini e denunce a loro carico, per screditarli, intimorirli, o per intimorire le loro fonti. Questi atteggiamenti rappresentano un attentato alla democrazia».

Sebastiano Caputo è invece il fondatore di Magog, collaboratore de Il Giornale e Dissipatio, e inviato su vari fronti di guerra fra cui Siria, Iran, Russia, Etiopia. In collegamento da Roma ha spiegato la sua esperienza in Siria nel 2021, quando c’era lo Stato Islamico e poi in Afghanistan col ritorno dei talebani. Caputo ha poi analizzato l’esplodere di Instagram come «medium comunicativo che privilegia l’immagine», e le conseguenze di ciò: «gli stessi giornalisti sul campo diventano influencer» o questi «vengono usati come uniche o maggiori fonti dai giornali, anche per il fatto che con la crisi delle vendite gli editori sono tentati di tagliare gli inviati di campo», più “costosi” rispetto agli altri giornalisti. 

A seguire, sono intervenute Enrica Sanna e Alessandra Lazzari della Croce Rossa di Bologna hanno invece riflettuto sul concetto di Diritto Internazionale Umanitario, diverso rispetto al Diritto Internazionale in quanto quest’ultimo regolamenta la comunità internazionale mentre il primo limita i mezzi e i metodi di guerra, imponendo regole alla condotta bellica, proteggendo quindi i civili, il personale sanitario e i soldati feriti o prigionieri. Poi, Silvia Bortolazzi (Sanitari per Gaza – Ferrara) ha introdotto le testimonianze di Ettore Mazzanti, referente Medici Senza Frontiere Emilia-Romagna e di Francesca Di Vece, medico, referente Emergency Ferrara. Mazzanti ha citato alcune guerre terribili come quelle in Sudan, Sud Sudan e Haiti, «Paesi con crisi umanitarie gravissime ma di cui i media principali non parlano», per poi riflettere sulla impossibilità, in molti casi, di poter denunciare tutti i soprusi: «anche noi di MSF non possiamo dire tutto», non per vigliaccheria ma «per impedire che gli Stati responsabili ci caccino impedendoci di svolgere il nostro servizio». È un «compromesso purtroppo necessario, che siamo costretti, ad esempio, a fare anche a Gaza». Di Vece ha poi ricordato che «non esiste una “guerra umanitaria”» perché «l’unica realtà delle guerre sono le vittime» e che «la vera sfida oggi è di raccontare tutti i conflitti, non solo alcuni». Poi, alcuni dati: a Gaza 1 kg di farina ha avuto un aumento di prezzo del 1216% e il 90% degli abitanti è sfollato: «non sono quindi rispettati il diritto al cibo e alla casa». In Ucraina milioni di persone non hanno l’energia elettrica, in Sudan 12 milioni di persone han dovuto lasciare la propria abitazione, e in Afghanistan ci sono 14milioni di mine antiuomo che mettono a rischio la vita di 4milioni di persone. Ma nel mondo le spese militari sono in aumento, 2400 miliardi di dollari, contro i “soli” 224 miliardi spesi per la cooperazione.

Ha preso poi la parola Riccardo Corradini, chirurgo all’ospedale Santa Chiara di Trento, nel 2019 il primo studente occidentale a svolgere l’Erasmus in una università di Gaza, la Islamic University of Gaza. Citando dati OMS del febbraio scorso, a Gaza sono 18 gli ospedali deliberatamente distrutti dall’esercito israeliano, più altri colpiti. Ad essere attaccata, quindi, «è la stessa possibilità di essere curati»: è una delle forme delle cosiddette “morti indirette” (secondo The Lancet, a Gaza nell’ordine di 600mila). Gaza dove «si è sdoganata la possibilità di sterminare operatori sanitari, medici e giornalisti» e dove sono 18500 i pazienti critici (di cui 4mila bambini) che non riescono a ricevere cure adeguate. Per non parlare della «distruzione di scuole e università, delle oltre 320mila case danneggiate, e del milione di persone che ancora oggi vivono nelle tende, con danni respiratori permanenti e la “condanna a morte” conseguente dei più fragili, cioè bambini e anziani». Corradini ha poi raccontato della sua esperienza lo scorso settembre nell’equipaggio della nave Coscience per portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, compresi gli assorbenti per 1 milione di donne, «che da 2 anni non ne possono avere. Noi dell’equipaggio – ha poi denunciato – abbiamo subìto violenze fisiche e psicologiche in carcere dai militari israeliani: se hanno fatto ciò a noi occidentali, non oso immaginare cosa fanno ai palestinesi…». Infine, ha chiarito: «la marina israeliana non aveva nessun diritto di impedirci l’accesso perché non ha il potere di controllo nel mare davanti Gaza e inoltre eravamo operatori sanitari e quindi non avrebbero potuto bloccarci e arrestarci».

Un’altra dura denuncia è poi arrivata da Angelo Stefanini, medico volontario del PCRF – Palestine Children’s Relief Fund, già direttore OMS per i Territori Palestinesi Occupati: «l’occupazione e l’apartheid di Israele – ha detto – sono la causa della povertà e della crisi umanitaria a Gaza e questa occupazione è legittimata da tutti gli Stati che non fanno pressione su Israele affinché cambi atteggiamento e gli forniscono aiuti e assistenza». Stefanini ha poi criticato il cosiddetto “umanitarismo”, cioè il pensare che l’assistenza umanitaria possa sostituire la critica e la trasformazione politica: «l’umanitarismo considera le persone solo come vittime e non come profughi o oppressi» e «non permette fondi per progetti di sviluppo a lungo termine». Lo stesso blocco di Gaza dal 2007 da parte di Israele è un vero e proprio «assedio umanitario».

L’ultimo intervento è stato quello di Bahia Hakiki, neurologa e docente all’Università di Firenze, co-fondatrice dei “Sanitari per Gaza”: «la tortura a Gaza – che è sempre più sistemica e normalizzata – viene in particolare documentata dal 2024, e nel 2025 vi sono state 13 pubblicazioni sul tema, fra cui il report redatto da Francesca Albanese», Relatrice dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi. Inoltre, «spesso medici e operatori israeliani sono complici» di questo sistema di tortura, sistema che è «perlopiù a danno di detenuti e sempre più a danno di minori». Tortura che può essere fisica e/o psicologica e che da ottobre 2023 a oggi ha visto «la morte di una 90ina di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, coi corpi che spesso non vengono nemmeno restituiti alle famiglie o con detenuti che vengono liberati in condizioni psichiche gravi e senza avvisare i loro familiari». Fra le conseguenze della tortura, infatti, vi è «l’impoverimento dei circuiti cerebrali della persona». Questo sistema – ha concluso – «serve quindi a reprimere, da parte del colonialismo israeliano, ogni forma di dissenso e per affermare la propria supremazia». È una forma di «necropolitica, un sistema di morte, un tentativo di distruzione dell’umanità».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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Acqua bene comune per il “diritto alla vita”: se la guerra oggi è idrica

24 Mar

Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, è intervenuto a un incontro pubblico a Ferrara: «entro il 2050, 5 miliardi di persone potrebbero vivere in aree con scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno». La possibile guerra tra Egitto ed Etiopia

di Andrea Musacci

«L’acqua è il bene supremo, come scrisse Papa Francesco è diritto alla vita: difendiamolo». Così si è espresso padre Alex Zanotelli, intervenuto lo scorso 16 marzo, da remoto, in un incontro svoltosi nell’Ateneo di Ferrara (foto). Nella sede di via Adelardi si è infatti svolta l’iniziativa pubblica sul tema “Acqua. Un bene comune e i conflitti mondiali”, organizzata da Forum Ferrara Partecipata, Laboratorio per la Pace Ferrara – UniFe e Rete Pace Ferrara, e guidata da Alfredo Mario Morelli, coordinatore Laboratorio per la Pace, e con l’intervento di Gianfranco Franz, docente UniFe di politiche per la sostenibilità e lo sviluppo locale. «Oscurato – han spiegato gli organizzatori – è il fatto che la guerra e il controllo delle materie prime riguarda anche quelle naturali, in primis l’acqua. La logica dell’accapparramento e della privatizzazione dell’acqua è fonte di conflitti, che, nel contesto odierno, possono alimentare altrettante guerre. Basta pensare al Medio Oriente e, in specifico, alla situazione di Gaza, dove il genocidio in corso perpetrato dal governo israeliano passa anche attraverso il fatto di togliere l’acqua alla popolazione palestinese. Ma molte altre aree del mondo sono interessate alle guerre dell’acqua: dal bacino del Nilo, che genera forti tensioni tra Egitto, Sudan e Etiopia, al bacino dell’Indo, interessato al conflitto tra India e Pakistan, a molte parti dell’Africa, dal Sahel al bacino dello Zambesi, fino ad arrivare al fiume Colorado, che è oggetto di contesa tra gli Stati Uniti e il Messico».

Leggi qui l’articolo intero.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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Guerra Israele-Palestina, il card. Pizzaballa: «Contro la logica dell’odio puntiamo sui “risorti”»

7 Giu

In un mare di odio e diffidenza crescenti, non mancano tra ebrei, cristiani e musulmani i “ponti di pace”. Il Patriarca di Gerusalemme in collegamento col Santuario del Poggetto ha analizzato la drammatica situazione. Tra miseria, rabbia e speranza

di Andrea Musacci

Unire e riunire le persone, le comunità, i popoli. Cuori e collettivi dilaniati dal dolore, attraversati dall’odio e dal rancore. Ed essere ponte di pace, fonte di perdono senza tralasciare la giustizia, chiamando il male e i responsabili col loro nome. È questo il complicatissimo lavoro che spetta ogni giorno ai cristiani, in particolare a quelli in Terra Santa, che hanno nel card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme, una loro guida salda e autorevole.

Nel pomeriggio dello scorso 27 maggio, Pizzaballa si è collegato on line col Santuario del Poggetto, invitato dal Rettore (e suo amico: si veda la “Voce” del 9 maggio 2025) don Giuseppe Cervesi a parlare proprio della situazione in Terra Santa. All’incontro ha partecipato, ed è intervenuto, anche don Vasyl Verbitskyy, guida ferrarese dei fedeli cattolici ucraini di rito bizantino (v. a pag. 9).

ISRAELE DIVISO E IN CRISI ECONOMICA

«Israele è da sempre una società molto composita, vivace a livello culturale e dinamica», ha spiegato il card. Pizzaballa. In essa risiedono «cittadini provenienti da varie parti del mondo». Oggi, però, la differenza principale al suo interno «è tra ebrei religiosi ed ebrei non religiosi, anche se non è sempre facile fare questa distinzione». Da una parte vi è «il mondo nazionalsionista, che sta dando l’impronta all’attuale Governo», dall’altra «quello più liberale e secolare. Due idee di ebraismo e di Stato diverse»: una divisione, questa, che «dopo il 7 ottobre si è accentuata». Come detto, al Governo vi è una «destra sionista con caratteri religiosi, che vuole un Paese con una chiara identità ebraico-religiosa», e che su Gaza pensa che bisogna «continuare la guerra a tutti i costi, con l’obiettivo di distruggere Hamas, liberare la Striscia dai palestinesi e fare in modo che il 7 ottobre non si ripeta più». Mentre l’altra parte, quella “liberale”, «vuole riportare a casa tutti gli ostaggi e finire la guerra. Due sfumature tra loro abbastanza diverse», e con «ulteriori sfumature ognuna al proprio interno». Venendo all’economia, il card. Pizzaballa ha spiegato come «parte della forza lavoro è stata richiamata alle armi dopo il 7 ottobre e ciò ha avuto conseguenze enormi sulle famiglie, sul mondo dell’impresa e del lavoro. Di quest’ultimo aspetto se ne parla poco», ma «edilizia e turismo sono fermi, e impatti si hanno anche sull’hi tech». Inoltre, prima del 7 ottobre «tanti palestinesi della Cisgiordania andavano a lavorare in Israele, e ora molto meno», anche perché il 7 ottobre «ha fatto perdere in tanti israeliani liberali la fiducia nei palestinesi». 

LA SITUAZIONE A GAZA

«Il sud della Striscia è stato livellato dai bombardamenti israeliani e anche il centronord è stato distrutto nelle sue infrastrutture ed edifici pubblici»: così il card. Pizzaballa ha sintetizzato la situazione a Gaza. «Gran parte della popolazione non ha cibo, luce, acqua né assistenza, oltre il 90% della popolazione è sfollata. I bombardamenti sono continui, gran parte della Striscia oggi è occupata dalle forze israeliane. Le scuole sono usate come rifugio e molte famiglie vivono nelle tende all’aperto». Venendo alla possibile efficacia della guerra, il cardinale ha spiegato che «Hamas come struttura militare è stata sì in gran parte decimata ma Hamas è di più, è un movimento e un’ideologia e quindi le linee arretrate son diventate quelle avanzate. Questa guerra ha causato un bacino di odio enorme negli abitanti di Gaza, e quindi tanti nuovi potenziali militanti per Hamas». Inoltre, «la maggior parte degli ostaggi è morta» ed «è molto difficile prevedere la fine della guerra».

I CRISTIANI A GAZA E CISGIORDANIA

«Sono 500 i cristiani rimasti a Gaza, cattolici e ortodossi, tutti asserragliati in parrocchia», con 6 religiosi della Famiglia religiosa del Verbo Incarnato (tre sacerdoti e tre suore), oltre a 4 Missionarie della Carità (l’ordine di Madre Teresa di Calcutta). La comunità comprende anche «una struttura per disabili gravi, in gran parte musulmani». 

«Per tenere occupati i bambini – ha proseguito Pizzaballa – facciamo qualche attività in oratorio a a scuola. Abbiamo riserve di cibo, ma stanno finendo: entro 2 settimane dobbiamo trovare una soluzione. Ad oggi nessuno può entrare al nord della Striscia». Inoltre, nella struttura «c’è un’unica cucina per tutti, con un forno a legna», legna che «prendiamo dalle case distrutte. Si cucina 1-2 volte alla settimana. Da mesi non vediamo frutta e verdura». Nonostante tutto, una nota positiva: delle 500 persone cristiane lì residenti, 100 sono bambini, 3 dei quali nati dopo il 7 ottobre 2023: insomma, «la vita nasce ancora».

Per quanto riguarda, invece, la Cisgiordania, «abbiamo una 30ina di parrocchie: i preti mi chiamano continuamente dicendo che alcuni coloni israeliani sono sempre più aggressivi, saccheggiando sempre più i contadini palestinesi: non sappiamo cosa fare, a chi chiedere giustizia, l’Autorità Nazionale Palestinese è debole e quella israeliana non interviene. Lì la situazione è disastrosa: non ci sono più pellegrini dall’estero e non è più possibile andare a lavorare in Israele». Come comunità cattolica – prosegue – stiamo cercando di inventarci piccoli lavoretti per aiutare la popolazione».

7 OTTOBRE 2023: EFFETTI DURATURI

Il card. Pizzaballa ha poi tenuto a ricordare come la guerra in corso sia solo l’ultima di un ben più storico conflitto israelo-palestinese. «Viviamo uno dei momenti più difficili qui», ha aggiunto. «Il 7 ottobre ha segnato in maniera profonda la vita di Israele: c’è un pre e un post 7 ottobre, non si tornerà più a come si era prima di quell’orribile strage che ha prodotto circa 1200 vittime, con 250 persone prese in ostaggio. Uno shock tremendo per Israele, nato per dare una casa agli ebrei, e una casa che fosse sicura». E, aspetto di cui si parla poco, «la maggior parte delle persone uccise o sequestrate quel 7 ottobre erano di sinistra, pacifiste, che quindi si son sentite tradite dai palestinesi». Per quanto riguarda quest’ultimi, «alcuni di loro giudicano il 7 ottobre una necessità, altri una strage causata dalle ingiustizie che vivono fin dal 1948. Prima del 7 ottobre – ha proseguito il Patriarca -, per molti di loro la questione palestinese era dimenticata, ed era iniziata una normalizzazione fra i Paesi arabi e Israele». Per Hamas e il resto dell’estremismo palestinese era quindi «fondamentale fermare questo processo di normalizzazione e riportare l’attenzione sulla questione palestinese».

Il 7 ottobre ha dunque «creato un solco profondo tra israeliani e palestinesi: l’odio e il disprezzo sono enormi, la sfiducia reciproca segna in maniera profonda, ma spero almeno non sia irreversibile, anche se sicuramente ci sarà per molto tempo». Ciò è evidente soprattutto «nel linguaggio, nelle espressioni di disumanizzazione dell’altro, anche nei media». E anche il dialogo interreligioso non va molto bene: «molti ebrei pensano che i cristiani non abbiano condannato abbastanza il 7 ottobre», mentre i palestinesi «si sentono additati come conniventi» dei terroristi di quella strage. Per il card. Pizzaballa «è anche difficile capire le conseguenze politiche» di questa situazione, com’è difficile «negoziare se non si hanno obiettivi precisi: tutto ciò crea una forte sensazione di sospensione e incertezza».

QUALI POSSIBILI VIE D’USCITA?

Un’analisi realistica, dunque, quella di Pizzaballa. Di quel realismo che un cristiano non può non avere, unita alla Speranza nelle persone: «oggi parlare di fiducia, di futuro sembra – a molti – parlare di aria fritta. Dare concretezza a questa verità di fede e di vita non è per nulla semplice». Com’è difficile «essere una voce libera, capace di dire la verità senza diventare parte del conflitto: non posso e non voglio essere né la voce dei palestinesi né degli israeliani, ma solo della Chiesa». Chiesa che «deve diventare la voce dell’intera comunità e del suo dolore», affinché «non cada nella facile tentazione dell’odio e della violenza», ma «impari ad ascoltare il dolore dell’altro». Dire la verità vuol dire sia essere «voce di condanna» sia «aprire orizzonti: nessuno ha il monopolio del dolore». 

A una domanda precisa di don Cervesi sul Santo Padre, il card. Pizzaballa ha poi risposto spiegando come «ora non ci sono le condizioni perché venga in Terra Santa», ma «prima o poi verrà». Diplomazia e dialogo sono ciò che serve, ma «i Paesi arabi mi sembrano più impegnati a pensare a cosa ci sarà dopo la guerra piuttosto che a pensare a come farla finire». Insomma, per ora «non si vede una via d’uscita: ci vorrebbe una leadership religiosa e una politica, ora assenti», e ci vorrebbe «un perdono che non dimentichi la giustizia, che quindi a livello collettivo chiami il male e le responsabilità coi loro nomi».

Per Pizzaballa è dunque necessario «costruire una solida narrazione alternativa, basata sulle Scritture e sulla storia, e che considera l’altro» e le sue ragioni. In questo, i cristiani «possono rivestire un ruolo molto importante, proprio perché sono “deboli”, cioè non sono una potenza. Ci sono tanti esempi, anche in questo contesto, di persone che sanno amare, che rifiutano la logica dell’odio; e non vi sono solo tra i cristiani, ma anche tra gli ebrei e i musulmani. Io li chiamo i “risorti”».

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Ebrei, musulmani, cristiani: i numeri

In Israele sono ca. 7,5 milioni gli ebrei, 1,5 milioni gli arabi musulmani e 130mila gli arabi cristiani. E 100mila i lavoratori stranieri: tra le vittime del 7 ottobre, vi erano, infatti, anche indonesiani e filippini. Sono invece ca. 5 milioni i palestinesi, di cui 2 milioni a Gaza. Infine, a Gerusalemme vi sono 6-700mila ebrei, 300mila musulmani e 10mila cristiani.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 giugno 2025

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