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Se la guerra e la paura invadono le nostre città

29 Apr

Si intitola “Città in guerra” il nuovo libro di Francesco Chiodelli che viene presentato il 4 maggio a Ferrara. Tra conflitti armati e crescente militarizzazione del quotidiano, viviamo sempre più in uno stato d’eccezione permanente. Tra leggi, propaganda e nuove abitudini, come cambiano le nostre vite

di Andrea Musacci

L’invasione russa dell’Ucraina, iniziata oltre 4 anni fa, ha portato nel dibattito pubblico l’idea che la guerra stia tornando nel cuore dell’Europa, come non accadeva – si dice – dalla seconda guerra mondiale. Un’affermazione, questa, verasolo in parte. La guerra alle porte dell’Europa, infatti, non ha fatto che accentuare dinamiche già presenti da anni, se non da decenni. Di questo parla il libro “Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana” di Francesco Chiodelli (Bollati Boringhieri ed., gennaio 2026). Il libro viene presentato lunedì 4 maggio alle ore 17.30 nella libreria Libraccio di Ferrara (piazza Trento e Trieste): per l’occasione interverrà l’autore (che è geografo economico e politico dell’Università di Torino) e vi sarà l’introduzione e moderazione di Chiara Tarabotti, Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara) e Giuseppe Scandurra (UniFe). Si tratta del quarto e ultimo incontro del ciclo “Spaziocidio”.

CITTÀ COME GIUNGLE

Con la crescente crisi degli Stati a causa della globalizzazione, molti studiosi hanno iniziato a parlare di «geopolitica urbana», visto il ruolo crescente delle città e il loro crescere sempre più anche di dimensioni e di popolazione. È la cosiddetta «urbanizzazione del pianeta», scrive Chiodelli nel libro. Secondo l’ONU, oggi ca. 5 miliardi di persone a livello mondiale vivono in un’area urbana: negli anni ’50 del secolo scorso erano 750 milioni, nel 2050 saranno 6,7 miliardi. Dal punto vista militare, si tratta di «giungle di cemento, ingovernabili e turbolente, intricate e difficilmente conoscibili, cupe e selvaggi». 

URBICIDIO

Per questo la guerra entra sempre più nelle città, e con ciò «mutano anche i suoi effetti nefasti, che si materializzano in una distruzione tanto radicale del corpo urbano da poter parlare, in alcuni casi, di urbicidio». Certo, da Gerico a Cartagine, la guerra nelle città vi è sempre stata: ma oggi «i conflitti urbani non sono più solo un tassello tra tanti altri (scontri in campo aperto, battaglie navali, combattimenti sulle montagne) del puzzle bellico. Sono invece la forma principale che la guerra assume nella contemporaneità», in un contesto in cui, almeno formalmente, esiste un diritto internazionale e gli eserciti si riducono sempre più di dimensioni. Insomma, da qualche decennio, «si combatte sempre più dentro le città». I primi esempi sono l’assedio di Sarajevo (aprile ‘92-febbraio ‘96) nella guerra in Bosnia ed Erzegovina, l’operazione militare USA a Mogadiscio nel ’93 e la battaglia di Groznyj in Cecenia nel ’94-’95. Ben prima, a Dresda (nella seconda guerra mondiale), poi ad Aleppo e in Ucraina.

A proposito dell’assedio di Sarajevo a opera prima delle forze dell’Armata jugoslava e poi dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, obiettivo delle bombe e dei cecchini fu la città stessa: «il corpo urbano venne infatti martoriato intenzionalmente in quanto rappresentava il simbolo e la condizione di possibilità dell’eterogeneità, del multiculturalismo e della convivenza tra gruppi etnici diversi». Quindi, urbicidio significa «la distruzione intenzionale di edifici non per ciò che essi rappresentano individualmente, ma in quanto sono condizione di possibilità di un’esistenza eterogenea tipica della vita in città».

SABBIE MOBILI URBANE

Visto dal lato di chi viene attaccato, «portare il combattimento dentro il tessuto urbano permette di controbilanciare, almeno in parte, lo straordinario progresso in materia di armamenti e tecnologia che ha caratterizzato le forze armate di molti paesi»: «le città diventano un’arma straordinaria che le milizie irregolari possono usare a proprio vantaggio». Ad esempio, la presa di Falluja nel 2004 è arrivata solo dopo un mese di combattimenti con, da una parte, via terra e aria l’imponente esercito USA (che registrò la perdita di ben 107 propri soldati) e dall’altra parte 2-3mila ribelli islamisti con armi ben più artigianali. La guerra contemporanea, quindi, non è per nulla «chirurgica» ma fatta di massicci bombardamenti, di scontri a fuoco, e dell’utilizzo di mezzi fisici quali bulldozer – si vedano in particolare le azioni militari dell’esercito israeliano. Riguardo a quest’ultimo e all’annichilimento genocida di Gaza, l’autore cita il concetto di «disabilizzazione spaziale»: «distruggendo e impedendo la ricostruzione di ospedali, scuole, attività economiche, abitazioni, infrastrutture idriche, elettriche e fognarie, l’esercito israeliano produce un corpo urbano disabilitante, ossia che rende estremamente complicata, faticosa e travagliata la vita quotidiana dell’intera popolazione».

DETERRENZA?

Ma la vera partita si gioca sul piano mediatico: «Per avviare una campagna militare – magari lunga, sanguinosa e costosa – è infatti necessario convincere i cittadini, i soldati e gli intellettuali, così come le forze politiche, economiche e sociali di un paese, che quello che si sta per fare è materialmente indispensabile e moralmente ineccepibile». Infatti, «mai si è dichiarato di entrare in guerra per meri interessi economici, strategici o territoriali, per quanto questi siano spesso alla radice dei conflitti». E lo stesso “stato di tensione” è abitato dalla lenta e perenne costruzione di un’atmosfera da stato di guerra. «La guerra postmoderna è caratterizzata dalla centralità della deterrenza: per le principali potenze del pianeta, il piano ordinario del conflitto si sposta – con alcune significative eccezioni – dall’uso materiale della violenza a una zona grigia, sospesa tra pace e guerra, in cui conta soprattutto la possibilità (dichiarata e dimostrata attraverso parate militari, test, annunci e azioni dimostrative) di annichilire il nemico».

TECNOLIBERISMO BELLICO

Da qui, lo sviluppo continuo delle tecnologie militari come dimostrazione di forza (ad es., droni, aerei spia, software sofisticati, robot – compresi gli “insetti-robot”): la cosiddetta revolution in military affairs (RMA – rivoluzione in ambito militare) «è caratterizzata dall’intersezione tra il linguaggio della scienza, che garantisce legittimità alle azioni belliche (le operazioni militari ipertecnologiche sarebbero oggettive, precise e insindacabili) e quello delle aziende private, che ne assicura l’efficienza (gli attacchi sarebbero basati solo su un calcolo razionale dei costi e dei benefici, rispondendo a logiche puramente tecniche e completamente depoliticizzate)». 

Insomma, qualcosa che assomiglia sempre più a «un’azione imprenditoriale di capitalismo ad alto rischio, in cui contano innovazione, tempismo ed efficienza». Non a caso, sempre più «alle truppe regolari si affiancano frequentemente contractor privati». In un contesto di sicurezza urbana non militare si può dire lo stesso per la gestione dell’ordine pubblico per medi o grandi eventi, anche a Ferrara, dove vigilantes privati la fan sempre più da padroni.

MILITARIZZARE IL QUOTIDIANO

Vicino al concetto di urbicidio vi sono anche le azioni terroristiche decisamente meno tecnologicamente “evolute”, come sono quelle jihadiste: anche qui, infatti, «il bersaglio è l’urbanità, ossia le forme di vita che prendono corpo in città, con la differenza che alla devastazione sistematica dell’urbicidio il terrorismo sostituisce azioni mirate volte a comunicare la possibilità della distruzione e della morte su vasta scala». Proprio 25 anni fa, dagli attentati jihadisti negli USA, i poteri diedero vita a leggi straordinarie come il Patrioct act, veri e propri attacchi ai diritti fondamentali. Conseguenza di ciò, anche in Europa e nel nostro Paese, è stata – ed è – la «banal warfare», la «militarizzazione della vita urbana» (in realtà iniziata prima: si veda il G8 di Genova del 2001), «ossia l’estensione di ideali, pratiche, tecnologie e immaginari militari agli spazi della quotidianità nelle nostre città: piazze, stazioni, arterie di traffico, zone pedonali, musei e aeroporti. Tutti questi luoghi sono visti come potenzialmente insicuri e intrinsecamente problematici». Un vero e proprio «stato permanente di guerra potenziale», uno «stato d’eccezione»: si vedano anche le pattuglie di militari nelle città (l’Operazione Strade Sicure fu avviata nel 2008 e nessun governo l’ha mai interrotta), comprese Ferrara dove vi sono camionette in diversi punti e – almeno per ora – ci è risparmiata la presenza di blindati “Puma” come avviene ad esempio a Roma e Milano. «Questa scelta estetica – spiega l’autore – rivela invece perfettamente la funzione dei soldati schierati in ambito urbano: non quella di affrontare un pericolo imminente, bensì quella di creare un’atmosfera di controllo e sicurezza», di «rendere psicologicamente e visivamente presente la guerra», anche attraverso la cd. «architettura difensiva» (blocchi di cemento armato, robuste strutture metalliche) e le armi non letali in dotazione alle forze dell’ordine. Tutte scelte che rendono sempre più labile il confine tra guerra e normale attività di polizia.

“DECORO” E LEGALITÀ SOSPESA

Stiamo dunque assistendo a «un’interruzione legale della legalità»: si pensi al recente “Decreto sicurezza” del Governo Meloni e al cosiddetto “DASPO urbano” del decreto Minniti-Orlando (governo Gentiloni, ma anticipato dal Governo Renzi). Da qui, l’involuzione diretta sempre più sul virtuale, verso una vera e propria «società del controllo» contraddistinta «da una miriade di sistemi di sorveglianza e raccolta dati indipendenti», per finalità disciplinari o commerciali. Nell’era del neoliberismo che distrugge ogni tutela e diritto nella sfera socio-economica, la propaganda si concentra sulla sicurezza intesa come difesa (presunta) dell’incolumità fisica dall’attacco di un nemico “esterno”, che sia un terrorista o un migrante, un antagonista o un mendicante. Gli stessi sindaci che riscuotono più successo sono quello identificati come “sceriffi” e le giunte comunali considerate più avanzate sono quelle capaci di vendere la propria città come un brand, da trasformare (con l’ipocrisia della “rigenerazione urbana”) per venderla a imprese, speculatori, turisti e affaristi di ogni sorta, che si tratti degli edifici, dei grandi eventi, di enti o di spazi pubblici. In nome del «decoro urbano», lo spazio pubblico viene «sanificato, depurato da elementi umani e materiali ritenuti estranei o perturbanti, in un processo di omologazione ai bisogni e alle preferenze di un parte specifica della popolazione», quella con una capacità di spesa superiore alla media.

Al contrario – conclude l’autore – esiste la possibilità di costruire una «geopolitica di pace positiva», rendendo di nuovo le nostre città non luoghi di guerra e mercificati, ma di libertà, partecipazione ed emancipazione.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° maggio 2026

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(Foto: Stazione Centrale di Milano)

Città, luogo di dominio o di condivisione?

22 Apr

SPAZIOCIDIO. Il terzo dei quattro incontri del ciclo a Ferrara: dalla polis greca alle utopie concrete di Capitini e Dolci, passando per la nascita delle moderne metropoli

di Andrea Musacci

La città come luogo di conflitti sani e di distruzione, di mercificazione e di condivisione. È su queste contraddizioni che lo scorso 17 aprile in Biblioteca Ariostea a Ferrara si è riflettuto per il terzo dei quattro incontri del ciclo “Spaziocidio: dalla Palestina alla metropoli globale”. 

Sul tema “Urbanistica di pace o di guerra? Elusività e limiti della disciplina” sono intervenuti Francesca Leder (urbanista, Università di Ferrara) e Alfredo Morelli (Laboratorio per la Pace, Università di Ferrara). Mentre la breve conclusione è spettata a Chiara Tarabotti (Rete per la Pace Ferrara), è stato Henry Gallamini, anch’egli della Rete per la Pace, a introdurre gli interventi dei relatori. «La città – ha detto Gallamini – non è solo qualcosa di fisico ma è fatta di relazioni». George Simmel in “La metropoli e la vita dello spirito” rifletteva su come la metropoli moderna sia prevalentemente «spazio di produzione e scambio di merci». E di persone: infatti, conseguenza di ciò è che «ognuno diventa un consumatore». Ma la metropoli è da sempre anche «luogo di libertà, di emancipazione e di pacificazione», quest’ultima intesa come «gestione democratica e razionale del conflitto».

A ciò si oppone la città come «spazio per la guerra», guerra che colpisce non tanto gli edifici e le infrastrutture ma appunto «l’urbanità», cioè la vita, le relazioni. E, embrione della guerra, è il modello «securitario» di città, nel quale la sicurezza non riguarda «la tutela dei diritti fondamentali» della persona e della collettività, ma colpisce soprattutto coloro che sono «marginalizzati».

Al contrario, per Francesca Leder, «fine dell’urbanistica dovrebbe essere quello di costruire orizzonti nuovi, migliorando le condizioni di vita delle persone». Già nel 1944 – in pieno conflitto mondiale – l’arch. Giorgio Rigotti pubblicava il volume “Urbanistica di guerra? No…Urbanistica di pace”; ma la questione della città come luogo di conflitto positivo già si pone fin dagli albori dei moderni agglomerati urbani, nel XIX secolo, in quegli anni nei quali la città diviene «teatro della lotta di classe o di gruppi diversi». Gruppi che  hanno come scopo principale quello del «dominio dello spazio» (quindi la sua organizzazione e gestione): per le classi subalterne, questo significava (e significa) «difendere quel poco che hanno».

Nel tempo, però, la città moderna di viene sempre più «problema sanitario, politico-sociale ed economico».Da qui, l’architettura e l’urbanistica diventano veri e propri «strumenti politici».

Due casi paradigmatici di questo discorso sono le città di Parigi e di Barcellona. Nella capitale francese – descritta anche in Angelus novus di Walter Benjamin, il progetto di Haussmann fra il 1852 e il 1869 punta a «calmare le rivolte e le inquietudini urbane attraverso una ridefinizione urbanistica sostanzialmente militare», per «neutralizzare il conflitto urbano». «Pratiche belliche – funzionali all’eventuale ingresso dell’esercito – furono, infatti, la ridefinizione delle sezioni stradali, l’apertura delle piazze, il ripensamento degli edifici nella loro altezza, l’intervallare spazi pieni a spazi vuoti». E, non meno importante, «il trasferimento forzato del proletariato nei sobborghi», anticipazione delle banlieue. Nasce così la Parigi «città-merce, dominata dalla speculazione del grande capitale finanziario», con «l’alienazione di parte della popolazione all’esterno». Anche in contrasto a questa idea di città, nascerà nel 1871 l’alternativa utopica della Comune.

Caso diverso, invece, quello di Barcellona, col progetto di una nuova città ideato da Ildefonso Cerdà, il cui piano regolatore, a differenza di quello di Haussmann, «non prevedeva nessuna forma violenta di trasformazione», ma cercò di «favorire la socialità, diminuendo le differenze sociali».

Da qui la convinzione, riferita al presente, che l’urbanistica «possa tornare ad avere un ruolo positivamente politico, non meramente tecnico».

Il salto nel Novecento l’ha poi compiuto Alfredo Morelli, mettendo in relazione tra loro il pensiero di due protagonisti del movimento nonviolento italiano, Aldo Capitini e Danilo Dolci, col pensiero greco antico. Riprendendo alcune riflessioni dello dell’urbanista statunitense Lewis Mumford espresse in Storia dell’utopia (1922),Morelli ha spiegato come la storia delle città sia un continuo conflitto fra le «utopie di fuga» – che creano «un ambiente fittizio, un idolo che sostituisca il mondo esterno» – e le «utopie di ricostruzione», con l’intento di assicurare «un sollievo futuro». 

Riprendendo opere di Omero ed Esiodo, il relatore ha riflettuto sulla possibilità di «costruire – o tornare a – un’armonia, un equilibrio dell’uomo con la natura, in cui l’uomo possa essere risparmiato dalle sue fatiche». Un’idea – o illusione – sempre presente, fondata sulla convinzione che «la téchne possa avvicinare l’uomo a una condizione edenica».

In questo percorso, è importante innanzitutto ricordare come nell’antica Grecia fosse fortissima «la concezione dello spazio urbano come spazio politico», quindi del possibile e auspicabile «buon governo». Un ideale utopico, quindi «un’idea a cui tendere» è quindi quest’ultima, «minacciata non tanto dalla guerra esterna quanto dalla stasis (guerra civile) interna, dal dissidio al proprio interno, dalla dialettica socio-economica». Una dialettica, un conflitto necessari per la vitalità democratica delle città. 

Il legame col pensiero utopico nonviolento è dunque interessante, e pone questa conflittualità appunto oltre la tentazione della violenza e della sopraffazione: per Capitini, «l’azione politica deve realizzare l’omnicrazia, il potere di tutti, partendo – attraverso l’azione nonviolenta – dal basso, dalle periferie, dalle piccole comunità, creando tra loro reti orizzontali». Insomma, prendendo sempre le mosse da «unità territoriali basate su piccoli numeri», luoghi dove vivere ed esplicare «la comunanza, la vicinanza, la storia». A tal proposito, scrive Capitini in un testo raccolto postumo, nel ’69, nel volume Il potere di tutti: «la prova della propria maturazione per l’omnicrazia si ha quando ci si entusiasma al pensiero di portare il proprio lavoro in uno dei tanti modesti paesi, piccole città e borgate, dove pare che non ci sia nulla di vivo. Talvolta sono cittadine o borghi molto belli, per la posizione, per qualche torre o castello o chiesa antica e piazza». E la téchne dev’essere «funzionale a queste piccole comunità e alle piccole imprese».

Un discorso simile lo aveva sviluppato Danilo Dolci quando contrapponeva il «potere diffuso» – quindi la politica – al «dominio inteso come azione di controllo e di sfruttamento». Da qui, l’idea di utopia come «processo di perenne tensione, di continua analisi e trasformazione del conflitto attraverso l’azione nonviolenta». Puntando a un modello di «città-territorio» composto da «piccole comunità», col «centro che rimane luogo di incontro, di condivisione».

Oggi – si è giustamente domandato alla fine Morelli -, nelle nostre società avanzate, un modello così è ancora possibile? Urge sempre più una riflessione al riguardo.


L’ultimo appuntamento di “Spaziocidio” è in programma il 4 maggio alle 17.30 a Libraccio con la presentazione del libro di Francesco Chiodelli “Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana”.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 aprile 2026

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(Foto Indo – Pexels)

Le città luogo privilegiato per la guerra: da Dresda a Gaza, la morte delle leggi e dell’umanità

2 Apr
Foto Jaber Jehad Badwan – Wikipedia (urly.it/31f9ss)

SPAZIOCIDIO. Il 23 marzo il secondo incontro del ciclo organizzato da Rete Pace e Laboratorio Pace – UniFe. Relatori, Gianfranco Franz e Alessandra Annoni: «le ecatombi urbane di ieri e di oggi, contro ogni norma di diritto internazionale»

di Andrea Musacci

Siamo abituati a immaginare la città come spazio di incontro, spazio vitale, di flussi di persone e merci. Ma in molte parti del mondo è ancora oggi spazio da conquistare, da saccheggiare, da distruggere.

Su questo lo scorso 23 marzo in Biblioteca Ariostea a Ferrara hanno riflettuto Gianfranco Franz (pianificatore, Università di Ferrara) e Alessandra Annoni (giurista, Dipartimento di Giurisprudenza di UniFe). L’incontro “La città nella storia: da nicchia ecologica dell’umanità a vittima di conflitti” è il secondo del ciclo dal titolo “Spaziocidio: dalla Palestina alla metropoli globale”, ed è stato introdotto da due dei curatori dello stesso, Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara) e Alfredo Morelli (Laboratorio per la Pace, UniFe).

Il concetto di città come «nicchia ecologica dell’umanità» è una definizione coniata dall’urbanista Francesco Indovina nel 1999. Per «nicchia ecologica» si intende «una porzione di ecosistema dove alcune specie convivono e si sviluppano», ha spiegato Franz. Per Indovina, la città da alcune decine di migliaia di anni è luogo dove si concentrano alcune delle relazioni dell’homo sapiens: il potere, la ricchezza, la conoscenza, l’innovazione tecnologica, gli scambi. «E ciò oggi è ancora più forte, dato il continuo aumento di residenti – a livello mondiale – nelle città». Franz ha poi citato il libro Spaziocidio dell’architetto israeliano Eyal Weizman (riedito nel 2022) e Jane Jacobs, antropologa e attivista USA morta nel 2006, che negli anni Sessanta denunciò le trasformazioni immobiliari a New York. In particolare, studiò l’uso delle infrastrutture come «strumento di separazione classista e razzista all’interno delle città», il cosiddetto zoning. «E oggi anche Israele sta usando l’urbanistica per separare, segregare, allontanare i palestinesi», ha commentato il relatore.

Dall’altra parte, per Franz, «nella storia grazie alla città abbiamo raggiunto determinati livelli di civilizzazione, di libertà, occasioni di lavoro, di emancipazione e di incontro per masse di persone». Ma la città è anche «il luogo privilegiato per scatenare le guerre». Si pensi alle bombe israeliane sul Libano, e al «tentativo di Israele di controllare il fiume Litani» per appropriarsi dell’acqua, come del gas metano nel mare: il governo israeliano sta infatti considerando di terminare l’accordo con il Libano sul confine marittimo, come dichiarato dal Ministro Eli Cohen. Accordo che fu stipulato, con la mediazione USA, da Libano e Israele, e col quale si decise che il giacimento di gas di Karish sarebbe andato a Israele e quello di Qana al Libano. Franz ha poi citato altri casi di guerre nelle città, da quella ad Aleppo, in Siria, nel 2015, nella guerra scatenata nel 2011 dall’allora presidente Obama e dalla Segretaria di Stato Hillary Clinton, «che armarono l’ISIS provocando la reazione dell’altro potere criminale, quello di Assad». Vi è poi la guerra in Libia, o in Afghanistan dal ‘79. E i 38mila attacchi aerei compiuti dalla NATO (senza mandato ONU) nel 1999 sulla Repubblica Federale di Jugoslavia, inclusa la capitale Belgrado, attacchi durati 78 giorni e avvallati anche dall’allora Governo D’Alema, che vedeva l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel doppio ruolo di Vicepresidente del Consiglio e Ministro della Difesa. Senza considerare «anche l’uso di proiettili all’uranio impoverito». Proseguendo, Franz ha citato la prima guerra nel Golfo, dal ’92 al ‘96 l’assedio di Sarajevo e andando più indietro nel tempo i massicci bombardamenti “occidentali” su Dresda, Berlino, Leningrado e Stalingrado. E le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki (la prima all’uranio, la seconda al plutonio): «bombe gettate anche come sperimentazioni, per testarne gli effetti». Due casi evidenti di «fine della città come “nicchia ecologica”»: due casi di «ecatombi urbane».

«Esistono comunque norme che regolamentano la guerra urbana, anche se in molti casi non vengono applicate», ha spiegato Annoni. A partire dal Regolamento dell’Aja del 1907, contro il bombardamento di città non difese e contro il saccheggio; e la IV Convenzione di Ginevra del 1949, che riguarda anche la protezione dei civili in territori occupati, cioè di persone non attive militarmente nel conflitto armato. E oltre a queste norme, «esiste un non codificato “diritto delle genti”, cioè principi di umanità fondamentali a protezione dei civili, dei beni civili, dei beni culturali, dei beni di culto, degli ospedali e di edifici ritenuti indispensabili per la sopravvivenza delle popolazioni». Un problema a parte è quello riguardante il tema dei cosiddetti “scudi umani” – involontari o volontari -, «anche se nella guerra urbana è spesso difficile distinguere i primi dai secondi». Le norme internazionali condannano anche gli attacchi indiscriminati e i bombardamenti a tappeto, e tutelano il principio di proporzionalità, per evitare o limitare i “danni collaterali”. Esiste poi il principio di precauzione e quello di umanità. Ma la realtà è che la guerra per sua natura è quasi sempre cieca, perché antitetica, ad ogni norma morale più o meno codificata.

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Se la turistificazione rende le città un brand

La gentrificazione di ieri e di oggi è stata al centro di un Seminario di Peace Studies, il Dottorato Nazionale in Studi per la Pace, svoltosi in modalità mista lo scorso 25 marzo e che ha visto come relatore Franz, pianificatore di UniFe. Franz ha riflettuto su “Le città fra dinamiche sociali e di mercato. Il confronto fra un classico degli studi urbani e l’opera di ‘un debuttante’ ” e l’incontro è stato moderato da Giuseppe Scandurra (docente di Antropologia a UniFe). I due libri citati nel titolo sono Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane di Jane Jacobs e Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano (L.A.D., 2025) di Antonio Di Siena.

Jane Jacobs è stata un’antropologa e sociologa urbana, trasferitasi dalla Pennsylvania ai bassifondi – slum – di New York, in particolare a Greenwich Village. Siamo negli anni ’60 e gli USA vivono un momento di crescita economica. Contrapposto a Jacobs c’è Robert Moses, urbanista e pianificatore urbano, «incarnazione del capitalismo modernista – ha spiegato Franz -, che capì la centralità dell’automobile nello sviluppo statunitense e ideò quindi ampie arterie di comunicazione, vere e proprie autostrade dentro New York. Per questo progettò di demolire alcuni quartieri popolari, nei quali abitavano neri, italiani, proletari e piccolo borghesi. Un vero e proprio sistema di pulizia urbanistica, un’opera di zoning, cioè di segregazione urbanistica e quindi di creazione di ghetti etnici». Ma Jacobs si mise a capo degli abitanti di questi quartieri popolari, facendo nascere i primi organismi di partecipazione. Nel ’68 lei e i residenti riescono a vincere questa battaglia contro Moses e il suo progetto di sventramento e sopraelevazione. Ma non potranno vincere la guerra, con l’avanzare della gentrificazione/plastificazione dei loro quartieri, divenuti, soprattutto il Greenwich Village, luoghi turistici. «Un destino ben diverso da quello immaginato da Jacobs».

Dai danni del sistema capitalistico negli States a quelli nell’antica Europa, con l’analisi del libro di Di Siena: siamo in Grecia, Paese vittima delle politiche di austerità europee, un Paese distrutto, dopo la crisi di 15 anni fa, con «le privatizzazioni, la destrutturazione del mondo del lavoro, la morte dello stato sociale». E, effetto di tutto ciò, a livello urbanistico con un processo di gentrificazione/turistificazione che «ha permesso di requisire molti appartamenti – con gli ufficiali giudiziari chiamati dalle banche – poi venduti in aste digitali e spesso comprati da acquirenti/fondi esteri», con l’obiettivo di lucrarci trasformandoli in alloggi turistici. Pur nelle diversità, il parallelo con la New York dopo le lotte di Jacobs, è importante. Di Siena nel libro analizza infatti questi fenomeni di turistificazione di Atene, di altre località greche e del Sud Italia, raccontando gli sfratti nella capitale greco e introducendo il concetto di “Stato-merce”: «il turismo viene visto come volàno distorcente di un’intera economia e lo Stato diviene debolissimo, inesistente». Per questo, allo Stato è chiesto «di diventare un brand, di trasformare le città in merce, del tutto a servizio dei turisti e ignorando i bisogni reali di chi le abita». Abitanti che, di conseguenza, «sempre più arretrano e in alcuni casi vengono anche espulsi». Le città – ha chiosato Scandurra – «diventano location di eventi culturali, e il patrimonio (anche Unesco) spesso diviene spazio di natura commerciale e mediatico». Inevitabile pensare al centro di Ferrara e all’intera città sempre più ridotta a marchio da vendere ai turisti e agli investitori esterni, da ultimo con l’occupazione del Listone per il mega palco di Mediaset. E riguardo alle espulsioni degli abitanti, il pensiero non può non andare al Grattacielo, “ghetto” sacrificato sull’altare del profitto.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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«La guerra è fatta solo di vittime»: racconti dal mondo in conflitto

31 Mar

“Testimoni di guerra: operatori sanitari e giornalisti, bersagli sul fronte” il titolo del seminario svoltosi a Ferrara lo scorso 28 marzo

L’orrore della guerra, di ogni guerra, anche oggi, è stato il tema del seminario svoltosi la mattina dello scorso 28 marzo nella Sala ex Refettorio di San Paolo a Ferrara. Il Seminario dal titolo “Testimoni di guerra: operatori sanitari e giornalisti, bersagli sul fronte” è stato organizzato da Ordine Giornalisti e Fondazione Giornalisti Emilia-Romagna insieme a Ufficio Stampa del Comune di Ferrara, Assostampa FE e “Sanitari per Gaza – Ferrara”. Tanti i presenti. Dopo il saluto di Antonella Vicenzi di Assostampa Ferrara, ha introdotto il moderatore della mattinata Alessandro Zangara, giornalista, capo Ufficio Stampa Comune di Ferrara: «oggi – ha detto – nel mondo vi sono 55 fronti globali di varia intensità». Sono 541 i giornalisti uccisi dal 2020 al 2026 su fronti di guerra; e sono numeri in continuo aumento, con 124 giornalisti uccisi nel 2024 e 127 nel 2025. Attualmente sono stimati fra i 500 e i 700 i giornalisti detenuti nel mondo. Sono invece oltre 850mila i civili uccisi nelle guerre dal 2020 al 2026 e 3283 gli operatori sanitari uccisi sui fronti nello stesso periodo, anche in questo caso in aumento (900 nel 2024 e 1100 nel 2025).

Nello Scavo è da tempo giornalista inviato per Avvenire in Ucraina, da pochi giorni invece a Beirut in Libano, da dove nella notte ha registrato un video intervento per l’incontro di Ferrara. «In questi anni – ha detto Scavo – il mestiere di giornalista è molto cambiato, ci sono nuove sfide, derivanti soprattutto dal fatto che i giornalisti sui fronti di guerra rischiano la vita nonostante siano tutelati dal diritto internazionale». Così è anche a Gaza, «dove Israele ci impedisce di accedere, dove da mesi continua a spacciare fake news, e dove le informazioni che ci arrivano, ci arrivano dai palestinesi, molti dei quali sono oppositori di Hamas e da Hamas perseguitati: di alcuni di loro, infatti, non si sa più nulla, sono spariti». In Ucraina, invece, «soprattutto nel lato russo troviamo difficoltà ad accedere, e soprattutto dopo aver denunciato il rapimento di molti bambini ucraini da parte dei russi». A proposito di mistificazione, «il governo russo ha, ad esempio, provato a negare le fosse comuni a Bucha». E la scritta “press” stampata sul giubbotto antiproiettili indossato dai giornalisti ormai lì e in altri teatri di guerra «è diventato un bersaglio». Ma – ha aggiunto Scavo – «a volte siamo bersagli anche nei Paesi democratici»: in Italia, per esempio, «a volte certi giornali pubblicano intercettazioni che riguardano giornalisti, o vi sono indagini e denunce a loro carico, per screditarli, intimorirli, o per intimorire le loro fonti. Questi atteggiamenti rappresentano un attentato alla democrazia».

Sebastiano Caputo è invece il fondatore di Magog, collaboratore de Il Giornale e Dissipatio, e inviato su vari fronti di guerra fra cui Siria, Iran, Russia, Etiopia. In collegamento da Roma ha spiegato la sua esperienza in Siria nel 2021, quando c’era lo Stato Islamico e poi in Afghanistan col ritorno dei talebani. Caputo ha poi analizzato l’esplodere di Instagram come «medium comunicativo che privilegia l’immagine», e le conseguenze di ciò: «gli stessi giornalisti sul campo diventano influencer» o questi «vengono usati come uniche o maggiori fonti dai giornali, anche per il fatto che con la crisi delle vendite gli editori sono tentati di tagliare gli inviati di campo», più “costosi” rispetto agli altri giornalisti. 

A seguire, sono intervenute Enrica Sanna e Alessandra Lazzari della Croce Rossa di Bologna hanno invece riflettuto sul concetto di Diritto Internazionale Umanitario, diverso rispetto al Diritto Internazionale in quanto quest’ultimo regolamenta la comunità internazionale mentre il primo limita i mezzi e i metodi di guerra, imponendo regole alla condotta bellica, proteggendo quindi i civili, il personale sanitario e i soldati feriti o prigionieri. Poi, Silvia Bortolazzi (Sanitari per Gaza – Ferrara) ha introdotto le testimonianze di Ettore Mazzanti, referente Medici Senza Frontiere Emilia-Romagna e di Francesca Di Vece, medico, referente Emergency Ferrara. Mazzanti ha citato alcune guerre terribili come quelle in Sudan, Sud Sudan e Haiti, «Paesi con crisi umanitarie gravissime ma di cui i media principali non parlano», per poi riflettere sulla impossibilità, in molti casi, di poter denunciare tutti i soprusi: «anche noi di MSF non possiamo dire tutto», non per vigliaccheria ma «per impedire che gli Stati responsabili ci caccino impedendoci di svolgere il nostro servizio». È un «compromesso purtroppo necessario, che siamo costretti, ad esempio, a fare anche a Gaza». Di Vece ha poi ricordato che «non esiste una “guerra umanitaria”» perché «l’unica realtà delle guerre sono le vittime» e che «la vera sfida oggi è di raccontare tutti i conflitti, non solo alcuni». Poi, alcuni dati: a Gaza 1 kg di farina ha avuto un aumento di prezzo del 1216% e il 90% degli abitanti è sfollato: «non sono quindi rispettati il diritto al cibo e alla casa». In Ucraina milioni di persone non hanno l’energia elettrica, in Sudan 12 milioni di persone han dovuto lasciare la propria abitazione, e in Afghanistan ci sono 14milioni di mine antiuomo che mettono a rischio la vita di 4milioni di persone. Ma nel mondo le spese militari sono in aumento, 2400 miliardi di dollari, contro i “soli” 224 miliardi spesi per la cooperazione.

Ha preso poi la parola Riccardo Corradini, chirurgo all’ospedale Santa Chiara di Trento, nel 2019 il primo studente occidentale a svolgere l’Erasmus in una università di Gaza, la Islamic University of Gaza. Citando dati OMS del febbraio scorso, a Gaza sono 18 gli ospedali deliberatamente distrutti dall’esercito israeliano, più altri colpiti. Ad essere attaccata, quindi, «è la stessa possibilità di essere curati»: è una delle forme delle cosiddette “morti indirette” (secondo The Lancet, a Gaza nell’ordine di 600mila). Gaza dove «si è sdoganata la possibilità di sterminare operatori sanitari, medici e giornalisti» e dove sono 18500 i pazienti critici (di cui 4mila bambini) che non riescono a ricevere cure adeguate. Per non parlare della «distruzione di scuole e università, delle oltre 320mila case danneggiate, e del milione di persone che ancora oggi vivono nelle tende, con danni respiratori permanenti e la “condanna a morte” conseguente dei più fragili, cioè bambini e anziani». Corradini ha poi raccontato della sua esperienza lo scorso settembre nell’equipaggio della nave Coscience per portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, compresi gli assorbenti per 1 milione di donne, «che da 2 anni non ne possono avere. Noi dell’equipaggio – ha poi denunciato – abbiamo subìto violenze fisiche e psicologiche in carcere dai militari israeliani: se hanno fatto ciò a noi occidentali, non oso immaginare cosa fanno ai palestinesi…». Infine, ha chiarito: «la marina israeliana non aveva nessun diritto di impedirci l’accesso perché non ha il potere di controllo nel mare davanti Gaza e inoltre eravamo operatori sanitari e quindi non avrebbero potuto bloccarci e arrestarci».

Un’altra dura denuncia è poi arrivata da Angelo Stefanini, medico volontario del PCRF – Palestine Children’s Relief Fund, già direttore OMS per i Territori Palestinesi Occupati: «l’occupazione e l’apartheid di Israele – ha detto – sono la causa della povertà e della crisi umanitaria a Gaza e questa occupazione è legittimata da tutti gli Stati che non fanno pressione su Israele affinché cambi atteggiamento e gli forniscono aiuti e assistenza». Stefanini ha poi criticato il cosiddetto “umanitarismo”, cioè il pensare che l’assistenza umanitaria possa sostituire la critica e la trasformazione politica: «l’umanitarismo considera le persone solo come vittime e non come profughi o oppressi» e «non permette fondi per progetti di sviluppo a lungo termine». Lo stesso blocco di Gaza dal 2007 da parte di Israele è un vero e proprio «assedio umanitario».

L’ultimo intervento è stato quello di Bahia Hakiki, neurologa e docente all’Università di Firenze, co-fondatrice dei “Sanitari per Gaza”: «la tortura a Gaza – che è sempre più sistemica e normalizzata – viene in particolare documentata dal 2024, e nel 2025 vi sono state 13 pubblicazioni sul tema, fra cui il report redatto da Francesca Albanese», Relatrice dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi. Inoltre, «spesso medici e operatori israeliani sono complici» di questo sistema di tortura, sistema che è «perlopiù a danno di detenuti e sempre più a danno di minori». Tortura che può essere fisica e/o psicologica e che da ottobre 2023 a oggi ha visto «la morte di una 90ina di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, coi corpi che spesso non vengono nemmeno restituiti alle famiglie o con detenuti che vengono liberati in condizioni psichiche gravi e senza avvisare i loro familiari». Fra le conseguenze della tortura, infatti, vi è «l’impoverimento dei circuiti cerebrali della persona». Questo sistema – ha concluso – «serve quindi a reprimere, da parte del colonialismo israeliano, ogni forma di dissenso e per affermare la propria supremazia». È una forma di «necropolitica, un sistema di morte, un tentativo di distruzione dell’umanità».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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Acqua bene comune per il “diritto alla vita”: se la guerra oggi è idrica

24 Mar

Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, è intervenuto a un incontro pubblico a Ferrara: «entro il 2050, 5 miliardi di persone potrebbero vivere in aree con scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno». La possibile guerra tra Egitto ed Etiopia

di Andrea Musacci

«L’acqua è il bene supremo, come scrisse Papa Francesco è diritto alla vita: difendiamolo». Così si è espresso padre Alex Zanotelli, intervenuto lo scorso 16 marzo, da remoto, in un incontro svoltosi nell’Ateneo di Ferrara (foto). Nella sede di via Adelardi si è infatti svolta l’iniziativa pubblica sul tema “Acqua. Un bene comune e i conflitti mondiali”, organizzata da Forum Ferrara Partecipata, Laboratorio per la Pace Ferrara – UniFe e Rete Pace Ferrara, e guidata da Alfredo Mario Morelli, coordinatore Laboratorio per la Pace, e con l’intervento di Gianfranco Franz, docente UniFe di politiche per la sostenibilità e lo sviluppo locale. «Oscurato – han spiegato gli organizzatori – è il fatto che la guerra e il controllo delle materie prime riguarda anche quelle naturali, in primis l’acqua. La logica dell’accapparramento e della privatizzazione dell’acqua è fonte di conflitti, che, nel contesto odierno, possono alimentare altrettante guerre. Basta pensare al Medio Oriente e, in specifico, alla situazione di Gaza, dove il genocidio in corso perpetrato dal governo israeliano passa anche attraverso il fatto di togliere l’acqua alla popolazione palestinese. Ma molte altre aree del mondo sono interessate alle guerre dell’acqua: dal bacino del Nilo, che genera forti tensioni tra Egitto, Sudan e Etiopia, al bacino dell’Indo, interessato al conflitto tra India e Pakistan, a molte parti dell’Africa, dal Sahel al bacino dello Zambesi, fino ad arrivare al fiume Colorado, che è oggetto di contesa tra gli Stati Uniti e il Messico».

Leggi qui l’articolo intero.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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Guerra Israele-Palestina, il card. Pizzaballa: «Contro la logica dell’odio puntiamo sui “risorti”»

7 Giu

In un mare di odio e diffidenza crescenti, non mancano tra ebrei, cristiani e musulmani i “ponti di pace”. Il Patriarca di Gerusalemme in collegamento col Santuario del Poggetto ha analizzato la drammatica situazione. Tra miseria, rabbia e speranza

di Andrea Musacci

Unire e riunire le persone, le comunità, i popoli. Cuori e collettivi dilaniati dal dolore, attraversati dall’odio e dal rancore. Ed essere ponte di pace, fonte di perdono senza tralasciare la giustizia, chiamando il male e i responsabili col loro nome. È questo il complicatissimo lavoro che spetta ogni giorno ai cristiani, in particolare a quelli in Terra Santa, che hanno nel card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme, una loro guida salda e autorevole.

Nel pomeriggio dello scorso 27 maggio, Pizzaballa si è collegato on line col Santuario del Poggetto, invitato dal Rettore (e suo amico: si veda la “Voce” del 9 maggio 2025) don Giuseppe Cervesi a parlare proprio della situazione in Terra Santa. All’incontro ha partecipato, ed è intervenuto, anche don Vasyl Verbitskyy, guida ferrarese dei fedeli cattolici ucraini di rito bizantino (v. a pag. 9).

ISRAELE DIVISO E IN CRISI ECONOMICA

«Israele è da sempre una società molto composita, vivace a livello culturale e dinamica», ha spiegato il card. Pizzaballa. In essa risiedono «cittadini provenienti da varie parti del mondo». Oggi, però, la differenza principale al suo interno «è tra ebrei religiosi ed ebrei non religiosi, anche se non è sempre facile fare questa distinzione». Da una parte vi è «il mondo nazionalsionista, che sta dando l’impronta all’attuale Governo», dall’altra «quello più liberale e secolare. Due idee di ebraismo e di Stato diverse»: una divisione, questa, che «dopo il 7 ottobre si è accentuata». Come detto, al Governo vi è una «destra sionista con caratteri religiosi, che vuole un Paese con una chiara identità ebraico-religiosa», e che su Gaza pensa che bisogna «continuare la guerra a tutti i costi, con l’obiettivo di distruggere Hamas, liberare la Striscia dai palestinesi e fare in modo che il 7 ottobre non si ripeta più». Mentre l’altra parte, quella “liberale”, «vuole riportare a casa tutti gli ostaggi e finire la guerra. Due sfumature tra loro abbastanza diverse», e con «ulteriori sfumature ognuna al proprio interno». Venendo all’economia, il card. Pizzaballa ha spiegato come «parte della forza lavoro è stata richiamata alle armi dopo il 7 ottobre e ciò ha avuto conseguenze enormi sulle famiglie, sul mondo dell’impresa e del lavoro. Di quest’ultimo aspetto se ne parla poco», ma «edilizia e turismo sono fermi, e impatti si hanno anche sull’hi tech». Inoltre, prima del 7 ottobre «tanti palestinesi della Cisgiordania andavano a lavorare in Israele, e ora molto meno», anche perché il 7 ottobre «ha fatto perdere in tanti israeliani liberali la fiducia nei palestinesi». 

LA SITUAZIONE A GAZA

«Il sud della Striscia è stato livellato dai bombardamenti israeliani e anche il centronord è stato distrutto nelle sue infrastrutture ed edifici pubblici»: così il card. Pizzaballa ha sintetizzato la situazione a Gaza. «Gran parte della popolazione non ha cibo, luce, acqua né assistenza, oltre il 90% della popolazione è sfollata. I bombardamenti sono continui, gran parte della Striscia oggi è occupata dalle forze israeliane. Le scuole sono usate come rifugio e molte famiglie vivono nelle tende all’aperto». Venendo alla possibile efficacia della guerra, il cardinale ha spiegato che «Hamas come struttura militare è stata sì in gran parte decimata ma Hamas è di più, è un movimento e un’ideologia e quindi le linee arretrate son diventate quelle avanzate. Questa guerra ha causato un bacino di odio enorme negli abitanti di Gaza, e quindi tanti nuovi potenziali militanti per Hamas». Inoltre, «la maggior parte degli ostaggi è morta» ed «è molto difficile prevedere la fine della guerra».

I CRISTIANI A GAZA E CISGIORDANIA

«Sono 500 i cristiani rimasti a Gaza, cattolici e ortodossi, tutti asserragliati in parrocchia», con 6 religiosi della Famiglia religiosa del Verbo Incarnato (tre sacerdoti e tre suore), oltre a 4 Missionarie della Carità (l’ordine di Madre Teresa di Calcutta). La comunità comprende anche «una struttura per disabili gravi, in gran parte musulmani». 

«Per tenere occupati i bambini – ha proseguito Pizzaballa – facciamo qualche attività in oratorio a a scuola. Abbiamo riserve di cibo, ma stanno finendo: entro 2 settimane dobbiamo trovare una soluzione. Ad oggi nessuno può entrare al nord della Striscia». Inoltre, nella struttura «c’è un’unica cucina per tutti, con un forno a legna», legna che «prendiamo dalle case distrutte. Si cucina 1-2 volte alla settimana. Da mesi non vediamo frutta e verdura». Nonostante tutto, una nota positiva: delle 500 persone cristiane lì residenti, 100 sono bambini, 3 dei quali nati dopo il 7 ottobre 2023: insomma, «la vita nasce ancora».

Per quanto riguarda, invece, la Cisgiordania, «abbiamo una 30ina di parrocchie: i preti mi chiamano continuamente dicendo che alcuni coloni israeliani sono sempre più aggressivi, saccheggiando sempre più i contadini palestinesi: non sappiamo cosa fare, a chi chiedere giustizia, l’Autorità Nazionale Palestinese è debole e quella israeliana non interviene. Lì la situazione è disastrosa: non ci sono più pellegrini dall’estero e non è più possibile andare a lavorare in Israele». Come comunità cattolica – prosegue – stiamo cercando di inventarci piccoli lavoretti per aiutare la popolazione».

7 OTTOBRE 2023: EFFETTI DURATURI

Il card. Pizzaballa ha poi tenuto a ricordare come la guerra in corso sia solo l’ultima di un ben più storico conflitto israelo-palestinese. «Viviamo uno dei momenti più difficili qui», ha aggiunto. «Il 7 ottobre ha segnato in maniera profonda la vita di Israele: c’è un pre e un post 7 ottobre, non si tornerà più a come si era prima di quell’orribile strage che ha prodotto circa 1200 vittime, con 250 persone prese in ostaggio. Uno shock tremendo per Israele, nato per dare una casa agli ebrei, e una casa che fosse sicura». E, aspetto di cui si parla poco, «la maggior parte delle persone uccise o sequestrate quel 7 ottobre erano di sinistra, pacifiste, che quindi si son sentite tradite dai palestinesi». Per quanto riguarda quest’ultimi, «alcuni di loro giudicano il 7 ottobre una necessità, altri una strage causata dalle ingiustizie che vivono fin dal 1948. Prima del 7 ottobre – ha proseguito il Patriarca -, per molti di loro la questione palestinese era dimenticata, ed era iniziata una normalizzazione fra i Paesi arabi e Israele». Per Hamas e il resto dell’estremismo palestinese era quindi «fondamentale fermare questo processo di normalizzazione e riportare l’attenzione sulla questione palestinese».

Il 7 ottobre ha dunque «creato un solco profondo tra israeliani e palestinesi: l’odio e il disprezzo sono enormi, la sfiducia reciproca segna in maniera profonda, ma spero almeno non sia irreversibile, anche se sicuramente ci sarà per molto tempo». Ciò è evidente soprattutto «nel linguaggio, nelle espressioni di disumanizzazione dell’altro, anche nei media». E anche il dialogo interreligioso non va molto bene: «molti ebrei pensano che i cristiani non abbiano condannato abbastanza il 7 ottobre», mentre i palestinesi «si sentono additati come conniventi» dei terroristi di quella strage. Per il card. Pizzaballa «è anche difficile capire le conseguenze politiche» di questa situazione, com’è difficile «negoziare se non si hanno obiettivi precisi: tutto ciò crea una forte sensazione di sospensione e incertezza».

QUALI POSSIBILI VIE D’USCITA?

Un’analisi realistica, dunque, quella di Pizzaballa. Di quel realismo che un cristiano non può non avere, unita alla Speranza nelle persone: «oggi parlare di fiducia, di futuro sembra – a molti – parlare di aria fritta. Dare concretezza a questa verità di fede e di vita non è per nulla semplice». Com’è difficile «essere una voce libera, capace di dire la verità senza diventare parte del conflitto: non posso e non voglio essere né la voce dei palestinesi né degli israeliani, ma solo della Chiesa». Chiesa che «deve diventare la voce dell’intera comunità e del suo dolore», affinché «non cada nella facile tentazione dell’odio e della violenza», ma «impari ad ascoltare il dolore dell’altro». Dire la verità vuol dire sia essere «voce di condanna» sia «aprire orizzonti: nessuno ha il monopolio del dolore». 

A una domanda precisa di don Cervesi sul Santo Padre, il card. Pizzaballa ha poi risposto spiegando come «ora non ci sono le condizioni perché venga in Terra Santa», ma «prima o poi verrà». Diplomazia e dialogo sono ciò che serve, ma «i Paesi arabi mi sembrano più impegnati a pensare a cosa ci sarà dopo la guerra piuttosto che a pensare a come farla finire». Insomma, per ora «non si vede una via d’uscita: ci vorrebbe una leadership religiosa e una politica, ora assenti», e ci vorrebbe «un perdono che non dimentichi la giustizia, che quindi a livello collettivo chiami il male e le responsabilità coi loro nomi».

Per Pizzaballa è dunque necessario «costruire una solida narrazione alternativa, basata sulle Scritture e sulla storia, e che considera l’altro» e le sue ragioni. In questo, i cristiani «possono rivestire un ruolo molto importante, proprio perché sono “deboli”, cioè non sono una potenza. Ci sono tanti esempi, anche in questo contesto, di persone che sanno amare, che rifiutano la logica dell’odio; e non vi sono solo tra i cristiani, ma anche tra gli ebrei e i musulmani. Io li chiamo i “risorti”».

***


Ebrei, musulmani, cristiani: i numeri

In Israele sono ca. 7,5 milioni gli ebrei, 1,5 milioni gli arabi musulmani e 130mila gli arabi cristiani. E 100mila i lavoratori stranieri: tra le vittime del 7 ottobre, vi erano, infatti, anche indonesiani e filippini. Sono invece ca. 5 milioni i palestinesi, di cui 2 milioni a Gaza. Infine, a Gerusalemme vi sono 6-700mila ebrei, 300mila musulmani e 10mila cristiani.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 giugno 2025

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«Guardare con gli occhi di Dio»: padre Puccini dal Libano a Ferrara

6 Nov

Scuola, mensa e centro sanitario per aiutare i poveri a 15 km dalle bombe: il racconto del missionario nella nostra città

L’indimenticato Fabrizio De Andrè nella sua canzone “Khorakhanè (A forza di essere vento)”, dedicato al popolo Rom, parlava dell’importanza di «raccogliere in bocca il punto di vista di Dio». La necessità, dunque, di uno sguardo altro, alto, difficilissimo da assumere ma decisivo per non soccombere al male.Ed è questo che ha provato anche a trasmettere padre Damiano Puccini, missionario a Damour in Libano, dove ha fondato e dirige l’Associazione “Oui Pour La Vie – OPV “. Padre Puccini è intervenuto la sera del 30 ottobre scorso – alla fine quindi, del Mese missionario – nella chiesa diS. Maria della Consolazione, invitato da don Francesco Viali, parroco di Santo Spirito (la Consolazione fa parte della stessa Zona pastorale) e in collaborazione con la vicina parrocchia del Perpetuo Soccorso, guidata da don Roberto Solera e dal vicario don Nicola Gottardi.

CONVIVERE OLTRE I CONFLITTI

Giovanni Paolo II nel 1989 nel suo Messaggio al Libano, lo definì «un esempio di coesistenza pacifica dei suoi cittadini, sia cristiani che musulmani, sul fondamento dell’eguaglianza dei diritti e del rispetto dei principi di una convivenza democratica». E ancora, riguardo invece allo specifico della posizione di grave conflitto come quello che continua a perpetuarsi in Medio Oriente, padre Puccini ha più volte citato il Patriarca di Gerusalemme, card. Pizzaballa, e la sua premura nel sottolineare più volte come «il cristiano non si schiera con l’una o l’altra parte», non per pavidità o indifferenza ma perché «se lo facesse si metterebbe automaticamente contro qualcun altro».

«Dobbiamo imparare ad ascoltare la sofferenza», ha proseguito padre Puccini sempr56e citando il card.Pizzaballa. «Un bambino che muore è sempre una cosa ingiusta, al di là della sua nazionalità. Questo è il primo grande insegnamento, da non dimenticare mai», concetto espresso dal Patriarca anche nell’intervento in diretta dalle Clarisse di Ferrara lo scorso 1° marzo. 

Come cristiani, quindi, «dobbiamo stare nel mezzo e comprendere che per Israele il pogrom del 7 ottobre 2023 è il loro 11 settembre negli USA; dall’altra parte, quella palestinese, la nakba, il grande esodo è una ferita sempre aperta. Purtroppo, israeliani e palestinesi non riescono a intendersi nemmeno sul dolore». Per padre Puccini è dunque compito non solo dei cristiani ma «dell’Occidente non schierarsi con una parte o l’altra: l’Occidente, anzi, dovrebbe reinsegnarci a stare assieme». 

Il Libano, come detto in apertura citando San Giovanni Paolo II, può essere «un modello positivo: basti pensare al suo Parlamento, alle sue alte cariche dello Stato e ruoli nella pubblica amministrazione, assegnati equamente a cristiani, sciiti e sunniti».

FRATELLI E SORELLE NELLA SOFFERENZA E NELLA GIOIA

La missione di padre Damiano – come accennato – si trova a Damour, a metà strada tra Beirut e Sidone; una città a maggioranza cristiana e tristemente famosa per una strage nel ’76 causata dal  Movimento Nazionale Libanese con la collaborazione dell’OLP. «Qui – a 15 km dai bombardamenti – siamo l’ultima comunità cristiana rimasta», ha proseguito il missionario.«Ma la maggior parte dei media parla solo dei conflitti in corso, mentre vi sono anche tante relazioni positive, un equilibrio, una convivenza tra cristiani maroniti (che sono cattolici, ndr), ortodossi, drusi, musulmani sciiti e sunniti. Ogni morto ammazzato, fosse anche un capo di Hezbollah, è una ferita nel cuore di ogni libanese». Bisogna dunque «guardare sempre le cose col cuore, cioè con gli occhi di Dio. Noi cristiani, quindi, preghiamo il Signore che ci aiuti a non rispondere mai alla violenza con la violenza». Si tratta, quindi, per padre Damiano, oltre che di stare in mezzo, anche «di stare al di sopra» delle faide. «La nostra missione di “Oui Pour La Vie” ha realizzato a Damour una scuola, una cucina, un centro sanitario e una casa per malati di AIDS nella periferia di Beirut».Servizi più che mai necessari, soprattutto dall’inizio – 5 anni fa – della gravissima crisi economica nel Paese.

«Scopo ultimo della nostra missione – che continua ancora ora, nonostante tutto – è di far sentire che Dio c’è. Oltre a bimbi libanesi, ne ospitiamo anche di siriani e palestinesi e cerchiamo di usare con loro – e di insegnare loro – parole di amore, non di aggressione: così, cerchiamo di mostrare che Dio non li abbandona. Non è scontato – ha proseguito padre Damiano – che palestinesi e siriani, ora siano accomunati a noi come vittime, che soffrano assieme a noi: a volte, infatti, in alcuni libanesi vi è ancora la tentazione di vendicarsi dei torti passati». Ma in un mondo di forti contrapposizioni, «dobbiamo cercare di guardare come Gesù guarda ognuno dei suoi figli dalla Croce». La fede è questo, «vivere i rapporti col cuore, senza rabbia, col cuore di Gesù, quindi col sorriso.Siamo un’unica famiglia, tutti figli Suoi, fratelli e sorelle.Solo Gesù può farci sentire davvero così».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2024

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Terra d’Israele, terra nostra, stuprata da chi vuole distruggerla

10 Ott

700 morti, 2500 feriti, 150 rapiti: sono i terribili dati dell’attacco senza precedenti del fondamentalismo islamico a Israele. Lo scenario, le storie delle vittime, alcune riflessioni

di Andrea Musacci

Lo scorso 1° settembre in Israele si sono riaperte le scuole. In totale, circa 2,5 milioni gli studenti rientrati in classe. Cosa c’entra, direte voi, con quello che sta succedendo?  C’entra perché ad essere stata violentata e rapita dai terroristi di Hamas e della Jihad Islamica è la realtà quotidiana di uno Stato che dal 1948 cerca di vivere in pace, di progredire e di tutelare ogni libertà e diritto personale e collettivo, come avviene in qualsiasi comunità democratica e costituzionale.

E invece l’inferno si è scatenato nella terra di Davide e Salomone: le vittime dei raid di Hamas, comprese le 260 del terribile massacro del rave party israeliano (il Nova Music Festival) alla frontiera con Gaza per celebrare la festa di Sukkot, mentre scriviamo (lunedì 9) sono arrivate ad oltre 700. Dei circa 2.500 feriti, molti sono gravi. E all’appello mancano ancora in centinaia, molti dei quali rapiti (si pensa 750) e portati nel gorgo di Gaza e spartiti, come merce, tra Hamas, Jihad islamica e Brigate dei Martiri di Al-Aqsa. Tel Aviv e Gerusalemme appaiano città fantasma, con la popolazione barricata in casa. Sull’altro versante, quello di Gaza, i morti sotto gli attacchi necessari dell’aviazione israeliana sono arrivati ad oltre 436 tra civili e miliziani, con 2.270 feriti. Prima di qualsiasi azione di terra, l’esercito israeliano deve infatti liquidare le sacche di resistenza al confine con la Striscia, dove sono ancora in corso scontri tra miliziani di Hamas e soldati. A inizio settimana una colonna di tank israeliani è diretta verso Gaza: secondo il Washington Post gli USA si attendono un’ampia operazione via terra contro Hamas a Gaza entro questo mercoledì. E ancora sei località nel sud di Israele vicino alla frontiera sono teatro di combattimenti con i miliziani di Hamas, ha dichiarato Daniel Hagari, portavoce delle Forze di difesa israeliane, nominando le località di Beeri, Kfar Aza, Nirim e Alumim. «I miliziani – ha aggiunto – hanno varcato la linea di confine non solo la sera dell’attacco ma anche negli ultimi due giorni». 

STORIE DI VITE RAPITE

«Una voce si ode da Rama,

lamento e pianto amaro:

Rachele piange i suoi figli,

rifiuta d’essere consolata perché non sono più».

Dice il Signore:

«Trattieni la voce dal pianto,

i tuoi occhi dal versare lacrime,

perché c’è un compenso per le tue pene;

essi torneranno dal paese nemico» 

(Geremia 31, 15)

Tanti i video, le foto, i racconti di giovani, bambini, anziani, famiglie intere sterminate dalla furia islamista di tagliagole senza scrupoli, sostenuti in ogni modo (non solo economicamente) dall’Iran e dalla libanese Hezbollah, oltre che da parte dell’universo islamico a livello globale e da una fetta dell’opinione pubblica occidentale.

C’è la storia di Yoni Asher che ha denunciato l’irruzione di Hamas sabato sera mentre sua moglie, insieme alle due figlie Aviv e Raz, di 3 e 5 anni, erano in casa della suocera, nel Kibbutz Nir Oz. Grazie al servizio di geolocalizzazione del telefono della donna, Yoni è riuscito a rintracciare lo smartphone a Khan Younis, città a sud di Gaza, avendo così conferma della condizione della donna. Tra le denunce relative ai tanti rapiti dal rave sopracitato, tenutosi al Kibbutz Reim, vicino al confine con Gaza, c’è quella relativa a Noa Argamani, 25enne apparsa in un filmato in cui viene portata via su una moto dai miliziani di Hamas durante l’evento. La si vede mentre implora per la sua vita: «Non uccidermi! No, no, no», grida spaventata; a due passi il suo fidanzato tenuto stretto da due terroristi. Dalla medesima festa risulta disperso anche un cittadino britannico di 26 anni, Jake Marlowe, mentre il suo connazionale, il londinese Nathanel Young, 20 anni, è stato ucciso mentre, militare, era addetto alla sicurezza del rave. 

C’è poi una giovane israelo-tedesca, Shani Louk, la cui madre ha chiesto la liberazione in un disperato video apparso sui social. E proprio un orribile video ha fatto conoscere la sua vicenda: un gruppo di sudici criminali di Hamas tengono il suo corpo sotto le gambe nel retro di un pick up. La giovane è distesa a faccia in giù, incosciente, seminuda, le gambe orribilmente spezzate. Un uomo la tiene per i capelli, come una bestia appena cacciata, un giovane le sputa addosso. Tutti urlano “Allah Akbar”.

Poi c’è la storia di un’intera famiglia, le cui sorti sono apparse in un video condiviso dalla giornalista di Ynetnews Emily Schrader, composta da marito, moglie e due bambini che si vede seduta a terra in casa, tenuta in ostaggio dai miliziani palestinesi. La figlia più grande è stata uccisa nell’irruzione di Hamas. «Volevo che vivesse, c’è la possibilità che torni?», ha domandato il fratellino piccolo alla mamma. E c’è Yaffa Adar, 85 anni, fondatrice di un kibbutz, ribattezzata la “nonna della coperta rosa” perché in un video la vediamo così mentre palestinesi la portano via su un veicolo dopo averla rapita. Ma il suo sguardo è quello del suo popolo: fermo, fiero, dignitoso.

In un altro video, un bimbo israeliano rapito (di nemmeno 10 anni) viene messo in mezzo a tre suoi coetanei palestinesi che lo bullizzano, spingendolo, prendendolo in giro, agitandogli un bastone vicino al viso. Un bullismo infantile frutto di una cultura radicalmente antisemita: secondo un rapporto commissionato dall’Unione Europea nel 2019, i libri di testo dell’Autorità Palestinese incoraggiano la violenza contro gli israeliani, il popolo ebraico e includono messaggi antisemiti.

NAZISTI ISLAMICI, NON “VITTIME DEL SIONISMO”

«Le violenze degli islamisti si sono esercitate essenzialmente contro i civili», scrive lo storico Claudio Vercelli su http://www.mosaico-cem.it, sito della Comunità ebraica milanese. «Non i militari (…) e neanche i “sionisti” o gli “israeliani” (…), bensì contro gli “ebrei”. Nella dottrina di Hamas, e nelle liturgie di comportamento che ne derivano, sono infatti questi ultimi ad essere odiati. Pochi giri di parole, al riguardo. Israele, di per sé, è inteso solo come un recente prodotto “ebraico” e non in quanto altro», prosegue. «Pertanto, quel che conta, è estirpare la “cattiva pianta” dell’ebraismo come tale. Soprattutto da Dar-al-Islam, la terra benedetta in quanto integralmente musulmana. Poiché da tutto ciò non potrà quindi derivare altro che non sia un’armonia universale, altrimenti inquinata – ed interrotta – dalla persistente presenza dei “giudei”. In tutta sincerità, è assai difficile non pensare che una tale impostazione mentale, prima ancora che ideologica, sia molto lontana da quella terrificante esperienza che, in Europa, e non solo, abbiamo conosciuto con il nome di “nazismo” (…). Non di meno, tuttavia, non esimiamoci dal bisogno di trovare un qualche precedente. Pertanto, il terrorismo islamista, in quanto movimento anche di massa, trova parte delle sue ispirazioni nel lascito, al medesimo tempo catacombale, demoniaco nonché messianico, del nazionalsocialismo. (…) Se le premesse sono queste – sono ancora parole di Vercelli -, Hamas non esercita una “resistenza palestinese all’occupante sionista” (così come altrimenti recita ad uso e consumo del pubblico non musulmano) bensì un Jihad, apertamente dichiarato nei confronti del resto del mondo: ovvero, un atto di purificazione, non troppo diverso, nella logica degli attuali protagonisti, da quello che animava coloro che intendevano, tra la fine degli anni Trenta e la prima metà degli anni Quaranta, mettere mano definitiva alla «soluzione della questione ebraica».

«DIFENDERE ISRAELE È DIFENDERE OGNI DEMOCRAZIA»

«Ribadiamo con forza il diritto dello Stato di Israele di difendere il proprio territorio – definito sulla base di storici accordi internazionali e di pace – e la legittimazione ad attivarsi a tutti i livelli per sradicare questa minaccia che riguarda tutta la regione mediorientale e le democrazie di tutto il mondo». Così Noemi Di Segni, presidente UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) in un comunicato uscito l’8 ottobre. «I palestinesi hanno ricevuto tutta la Striscia di Gaza, così come altri territori, nella speranza che possano divenire luoghi di crescita e sviluppo per vivere a fianco al popolo di Israele ma a quanto vediamo accade esattamente il contrario: i leader palestinesi invece di coltivare frutti di pace per le future generazioni seminano odio e generano terrore con il sostegno di molti Paesi non solo arabi», prosegue Di Segni. «Questo è il risultato di chi mette fin dalla nascita un fucile in mano ai propri neonati anziché nutrirli di valori e amore per la vita propria e altrui. Di chi trasforma moschee, scuole, e aree residenziali in arsenali e centro di comando dell’odio. L’Ucei – sono ancora parole di Di Segni – chiede con forza che si sostenga il diritto di Israele ad esistere e a difendersi, arginando ogni tentativo di distorsione così tante volte subito anche nelle sedi europee e internazionali più rappresentative e dinanzi a qualsiasi foro internazionale. Non si tratta solo di un attacco terroristico, non è solo guerra sferrata contro inermi civili sotto migliaia di missili e fatti anche ostaggio, è un attacco alla civiltà».

Dalla Germania alla Francia e dagli Stati Uniti all’Italia, intanto, la polizia intensifica la protezione delle istituzioni ebraiche e israeliane. Il timore, oltre alla possibilità che il conflitto possa trasferirsi oltre i confini israeliani, è che possa scatenare una nuova ondata di antisemitismo a livello globale. Nel frattempo, gruppi filo-palestinesi negli Stati Uniti esultano e applaudono l’attacco terroristico di Hamas, pianificando manifestazioni di sostegno. In Germania, a Berlino-Neukölln, simpatizzanti di Hamas hanno distribuito baklava sulla Sonnenallee per festeggiare l’attacco a Israele. Sostegno, sui social, anche da simpatizzanti italiani.

«L’attacco contro Israele e la reazione che ne sta seguendo, con un’escalation inimmaginabile, destano dolore e grande preoccupazione. Esprimiamo vicinanza e solidarietà a tutti coloro che, ancora una volta, soffrono a causa della violenza e vivono nel terrore e nell’angoscia». Lo scrive in una nota la Presidenza della CEI, che chiede «il pronto rilascio degli ostaggi» e si appella «alla comunità internazionale perché compia ogni sforzo per placare gli animi e avviare finalmente un percorso di stabilità per l’intera regione, nel rispetto dei diritti umani fondamentali».

La Comunità Ebraica di Ferrara ha aperto il Tempio di via Mazzini la sera del 9 ottobre ai cittadini ebrei e ferraresi per pregare insieme per la pace, per la solidarietà al popolo di Israele e per la salvezza degli ostaggi.

Pubblicato sulla “Voce” del 13 ottobre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Guerra, pace e dignità: riflessioni a margine di un incontro sulla Pacem in terris

27 Set

Conferenza del Gramsci nel 60° dell’enciclica: ecco alcune criticità

Un importante momento di dialogo fra credenti e non credenti è stato rappresentato dalla conferenza “L’enciclica Pacem in terris e il laboratorio fiorentino” svoltasi lo scorso 22 settembre in Biblioteca Ariostea a Ferrara. Organizzata dall’Istituto Gramsci Ferrara all’interno del ciclo “Anatomia della pace”, è stata pensata in collaborazione con Isco Ferrara, CGIL Ferrara, Biblioteca Ariostea, Runipace e con il patrocinio di UniFe e Comune di Ferrara.

Ricorre quest’anno il 60° anniversario della pubblicazione dell’enciclica di San Giovanni XXIII, ultimo suo testo prima del ritorno alla Casa del Padre.

Nella relazione introduttiva, Alessandra Mambelli ha ripercorso brevemente le vicende di Pax Christi a Ferrara e i 30 anni di Convegni di “Teologia della pace” organizzati dallo stesso movimento, interrottisi nel 2019 (nella speranza che possano riprendere quanto prima). L’intervento principale è stato quello di Fiorenzo Baratelli (Istituto Gramsci Ferrara), il quale ha anche ricordato alcune figure del cattolicesimo fiorentino di quegli anni – Giorgio La Pira, padre Ernesto Balducci, Mario Gozzini e Gian Paolo Meucci.

TERRA E CIELO

«La Pacem in terris – ha riflettuto Baratelli – parla di un mondo da costruire, cercando di leggere i segni dei tempi e guardando lontano, con una sconvolgente attualità profetica». Cinque, secondo il relatore, gli ambiti “rivoluzionari” del testo. Il primo: il trattare «della terra, della carne, della storia», e non dell’aldilà. Concetto opinabile, questo, se riguarda una fede, come quella cristiana, nella quale da una parte l’Incarnazione è centrale – con tutto ciò che ne consegue – e, dall’altra parte, altrettanto imprescindibile è la consapevolezza che la pace che dobbiamo costruire qui e ora è sì una necessaria preparazione del Regno ma non sarà mai la Pace piena della Comunione con Dio. La stessa Pacem in Terris inizia così: «La Pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio». E nella parte finale (n. 90), Giovanni XXIII spiega come la costruzione della pace sulla terra è «impresa tanto nobile e alta, che le forze umane (…) non possono da sole portare a effetto», ma «è necessario l’aiuto dall’alto».

QUALE DIGNITÀ?

Secondo: il concetto di “dignità” che «lega tra loro pace e giustizia, pace e libertà».Concetto, per la Pacem in Terris centrale, ma che andrebbe letto in questi termini (n. 5): se «si considera la dignità della persona umana alla luce della rivelazione divina, allora essa apparirà incomparabilmente più grande» (corsivo nostro). Terzo: l’indicare nei «rapporti di dominio l’ostacolo principale alla realizzazione della pace e alla valorizzazione della dignità».E ancora: i cosiddetti «segni dei tempi», e l’importanza di «abbattere i muri distinguendo tra ideologie e movimenti reali». 

GUERRA GIUSTA/LEGITTIMA DIFESA

Da qui, le parole chiare dell’enciclica sul disarmo e sul «superamento – secondo Baratelli – del concetto di guerra giusta». Ma nella Gaudium et spes (n. 79), Costituzione fondamentaledel Concilio Vaticano II, è scritto: «Fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa». Ed è utile anche ricordare come nello stesso Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2309 si parli delle «strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente: che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; che ci siano fondate condizioni di successo; che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare».

Venendo all’attualità, lo stesso Papa Francesco nel Messaggio in occasione del Convegno sulla Pacem in terris organizzato dall’Accademia delle Scienze Sociali, scrive: «La preoccupazione per le implicazioni morali della guerra nucleare non deve far passare in secondo piano i problemi etici sempre più urgenti sollevati dall’uso nella guerra contemporanea delle cosiddette “armi convenzionali”, che dovrebbero essere utilizzate soltanto a scopo difensivo e non dirette ad obiettivi civili».

Spunti utili per proseguire anche la riflessione sulla guerra d’invasione russa in Ucraina, cercando di non dimenticare chi è l’invasore e chi l’invaso, e come il primo rifiuti da oltre un anno e mezzo ogni accordo che non leda ulteriormente la dignità e la libertà del secondo.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 29 settembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

A Kiev insieme a Gandhi per progetti di pace

28 Nov

Mao Valpiana è intervenuto il 22 novembre a Casa Cini per raccontare le Carovane della pace

Al centro di Kiev, nel giardino botanico “Oasi della pace” svetta una statua del Mahatma Gandhi. Due mesi fa ai suoi piedi si sono ritrovati i pacifisti ucraini e quelli italiani per la Giornata mondiale della nonviolenza. È, questa, l’immagine simbolo di quello che i Movimenti nonviolenti stanno cercando di costruire al di là degli attori del conflitto russo-ucraino.

Ne ha parlato lo scorso 22 novembre a Casa Cini a Ferrara Mao Valpiana, Presidente del Movimento Nonviolento in Italia, invitato dal Collettivo 25 settembre e dal Movimento Nonviolento ferrarese in collaborazione con la Rete Pace di Ferrara, per l’incontro moderato da Elena Buccoliero (foto).

La tappa di Kiev è stata una delle due tappe della quarta, e finora ultima, Carovana della Pace (organizzate dalla rete “Stop the war now”) nel Paese vittima dell’invasione russa, Carovana partita il 26 settembre e ritornata il 3 ottobre scorso, con sei mezzi tra camper e pulmini dello stesso Movimento Nonviolento e di “Un ponte per”.

All’inizio le prime Carovane della pace avevano soprattutto uno scopo umanitario oltre a quello di portare in salvo persone fragili, donne e bambini in Italia (oltre 1000 grazie alle Carovane stesse). L’ultima “missione”, invece, «ne aveva anche uno più strettamente politico: quello, cioè, di rafforzare relazioni e organizzare progetti comuni assieme agli obiettori russi e a quelli ucraini, facendo anche da cerniera fra i due gruppi», ha spiegato Valpiana. Fra i progetti, quello di aprire un corso di studi sulla pace a Cernivci assieme a 200 universitari ucraini e a RuniPace, la rete italiana degli Atenei per la pace. Dopo Cernivci, la Carovana si è spostata a Kiev in treno, passando per Leopoli. Qui i nostri connazionali hanno incontrato l’Ambasciata italiana, la Nunziatura Apostolica di Kiev e altre realtà associative, fra cui appunto il Movimento degli obiettori. E a proposito di obiettori, Valpiana ha raccontato la storia di Ruslan Kotsaba, giornalista e presidente del Movimento pacifista ucraino, obiettore denunciato per “alto tradimento”, che per questo rischia 15 anni di carcere. Ma la sua lotta, almeno per ora, ha deciso di proseguirla fuori dall’Ucraina. Molto attivi, seppur minoritari, anche gli obiettori russi che aiutano chi vuole rinunciare alle armi a non cadere nelle trappole o a non essere vittime dei soprusi di chi dovrebbe garantire il minimo diritto all’obiezione di coscienza. E da Ghandi, dal quale è partito, Valpiana è arrivato al maestro italiano della nonviolenza, Aldo Capitini, la cui “Teoria della nonviolenza” è stata tradotta e distribuita in Ucraina proprio grazie al Movimento Nonviolento italiano.

Il Vescovo: legame fra guerra e migrazioni

«Costruire relazioni di pace, porre al centro il dialogo: questo è il tema centrale. Da questo è partito il nostro Arcivescovo nel suo intervento, nel quale ha anche ricordato, nei suoi viaggi, in passato, in Ucraina, «quei 20enni arruolati che andavano a morire nel Donbass, alcuni anche il primo giorno sul fronte».

Mons. Perego ha affrontato il tema della protezione umanitaria per chi fugge dalla guerra, dalla miseria, dalla non vivibilità del proprio ambiente. Protezione, ha denunciato, «spesso non utilizzata, nonostante i 34 conflitti nel mondo ufficialmente riconosciuti, altrettanti non riconosciuti, e i 50 milioni di migranti nel mondo nel 2021 per crisi ambientali». Anche riguardo ai rifugiati ucraini in questi primi 9 mesi di conflitto (1600 solo a Ferrara e provincia), mons. Perego ha fatto notare come l’accoglienza sia stata resa possibile «grazie alle Caritas, alle parrocchie, all’associazionismo, alle famiglie, ma non grazie allo Stato e ai Comuni, che non hanno messo a disposizione nemmeno un appartamento». Un tema importante, che intreccia guerra, migrazioni e accoglienza, mostrando così ancora una volta, come la pace si costruisca sempre dal basso, sempre negli intrecci quotidiani, ogni volta dai gesti concreti intessuti nel dialogo e nell’ospitalità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 dicembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Pino Cosentino)