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Se la guerra e la paura invadono le nostre città

29 Apr

Si intitola “Città in guerra” il nuovo libro di Francesco Chiodelli che viene presentato il 4 maggio a Ferrara. Tra conflitti armati e crescente militarizzazione del quotidiano, viviamo sempre più in uno stato d’eccezione permanente. Tra leggi, propaganda e nuove abitudini, come cambiano le nostre vite

di Andrea Musacci

L’invasione russa dell’Ucraina, iniziata oltre 4 anni fa, ha portato nel dibattito pubblico l’idea che la guerra stia tornando nel cuore dell’Europa, come non accadeva – si dice – dalla seconda guerra mondiale. Un’affermazione, questa, verasolo in parte. La guerra alle porte dell’Europa, infatti, non ha fatto che accentuare dinamiche già presenti da anni, se non da decenni. Di questo parla il libro “Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana” di Francesco Chiodelli (Bollati Boringhieri ed., gennaio 2026). Il libro viene presentato lunedì 4 maggio alle ore 17.30 nella libreria Libraccio di Ferrara (piazza Trento e Trieste): per l’occasione interverrà l’autore (che è geografo economico e politico dell’Università di Torino) e vi sarà l’introduzione e moderazione di Chiara Tarabotti, Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara) e Giuseppe Scandurra (UniFe). Si tratta del quarto e ultimo incontro del ciclo “Spaziocidio”.

CITTÀ COME GIUNGLE

Con la crescente crisi degli Stati a causa della globalizzazione, molti studiosi hanno iniziato a parlare di «geopolitica urbana», visto il ruolo crescente delle città e il loro crescere sempre più anche di dimensioni e di popolazione. È la cosiddetta «urbanizzazione del pianeta», scrive Chiodelli nel libro. Secondo l’ONU, oggi ca. 5 miliardi di persone a livello mondiale vivono in un’area urbana: negli anni ’50 del secolo scorso erano 750 milioni, nel 2050 saranno 6,7 miliardi. Dal punto vista militare, si tratta di «giungle di cemento, ingovernabili e turbolente, intricate e difficilmente conoscibili, cupe e selvaggi». 

URBICIDIO

Per questo la guerra entra sempre più nelle città, e con ciò «mutano anche i suoi effetti nefasti, che si materializzano in una distruzione tanto radicale del corpo urbano da poter parlare, in alcuni casi, di urbicidio». Certo, da Gerico a Cartagine, la guerra nelle città vi è sempre stata: ma oggi «i conflitti urbani non sono più solo un tassello tra tanti altri (scontri in campo aperto, battaglie navali, combattimenti sulle montagne) del puzzle bellico. Sono invece la forma principale che la guerra assume nella contemporaneità», in un contesto in cui, almeno formalmente, esiste un diritto internazionale e gli eserciti si riducono sempre più di dimensioni. Insomma, da qualche decennio, «si combatte sempre più dentro le città». I primi esempi sono l’assedio di Sarajevo (aprile ‘92-febbraio ‘96) nella guerra in Bosnia ed Erzegovina, l’operazione militare USA a Mogadiscio nel ’93 e la battaglia di Groznyj in Cecenia nel ’94-’95. Ben prima, a Dresda (nella seconda guerra mondiale), poi ad Aleppo e in Ucraina.

A proposito dell’assedio di Sarajevo a opera prima delle forze dell’Armata jugoslava e poi dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, obiettivo delle bombe e dei cecchini fu la città stessa: «il corpo urbano venne infatti martoriato intenzionalmente in quanto rappresentava il simbolo e la condizione di possibilità dell’eterogeneità, del multiculturalismo e della convivenza tra gruppi etnici diversi». Quindi, urbicidio significa «la distruzione intenzionale di edifici non per ciò che essi rappresentano individualmente, ma in quanto sono condizione di possibilità di un’esistenza eterogenea tipica della vita in città».

SABBIE MOBILI URBANE

Visto dal lato di chi viene attaccato, «portare il combattimento dentro il tessuto urbano permette di controbilanciare, almeno in parte, lo straordinario progresso in materia di armamenti e tecnologia che ha caratterizzato le forze armate di molti paesi»: «le città diventano un’arma straordinaria che le milizie irregolari possono usare a proprio vantaggio». Ad esempio, la presa di Falluja nel 2004 è arrivata solo dopo un mese di combattimenti con, da una parte, via terra e aria l’imponente esercito USA (che registrò la perdita di ben 107 propri soldati) e dall’altra parte 2-3mila ribelli islamisti con armi ben più artigianali. La guerra contemporanea, quindi, non è per nulla «chirurgica» ma fatta di massicci bombardamenti, di scontri a fuoco, e dell’utilizzo di mezzi fisici quali bulldozer – si vedano in particolare le azioni militari dell’esercito israeliano. Riguardo a quest’ultimo e all’annichilimento genocida di Gaza, l’autore cita il concetto di «disabilizzazione spaziale»: «distruggendo e impedendo la ricostruzione di ospedali, scuole, attività economiche, abitazioni, infrastrutture idriche, elettriche e fognarie, l’esercito israeliano produce un corpo urbano disabilitante, ossia che rende estremamente complicata, faticosa e travagliata la vita quotidiana dell’intera popolazione».

DETERRENZA?

Ma la vera partita si gioca sul piano mediatico: «Per avviare una campagna militare – magari lunga, sanguinosa e costosa – è infatti necessario convincere i cittadini, i soldati e gli intellettuali, così come le forze politiche, economiche e sociali di un paese, che quello che si sta per fare è materialmente indispensabile e moralmente ineccepibile». Infatti, «mai si è dichiarato di entrare in guerra per meri interessi economici, strategici o territoriali, per quanto questi siano spesso alla radice dei conflitti». E lo stesso “stato di tensione” è abitato dalla lenta e perenne costruzione di un’atmosfera da stato di guerra. «La guerra postmoderna è caratterizzata dalla centralità della deterrenza: per le principali potenze del pianeta, il piano ordinario del conflitto si sposta – con alcune significative eccezioni – dall’uso materiale della violenza a una zona grigia, sospesa tra pace e guerra, in cui conta soprattutto la possibilità (dichiarata e dimostrata attraverso parate militari, test, annunci e azioni dimostrative) di annichilire il nemico».

TECNOLIBERISMO BELLICO

Da qui, lo sviluppo continuo delle tecnologie militari come dimostrazione di forza (ad es., droni, aerei spia, software sofisticati, robot – compresi gli “insetti-robot”): la cosiddetta revolution in military affairs (RMA – rivoluzione in ambito militare) «è caratterizzata dall’intersezione tra il linguaggio della scienza, che garantisce legittimità alle azioni belliche (le operazioni militari ipertecnologiche sarebbero oggettive, precise e insindacabili) e quello delle aziende private, che ne assicura l’efficienza (gli attacchi sarebbero basati solo su un calcolo razionale dei costi e dei benefici, rispondendo a logiche puramente tecniche e completamente depoliticizzate)». 

Insomma, qualcosa che assomiglia sempre più a «un’azione imprenditoriale di capitalismo ad alto rischio, in cui contano innovazione, tempismo ed efficienza». Non a caso, sempre più «alle truppe regolari si affiancano frequentemente contractor privati». In un contesto di sicurezza urbana non militare si può dire lo stesso per la gestione dell’ordine pubblico per medi o grandi eventi, anche a Ferrara, dove vigilantes privati la fan sempre più da padroni.

MILITARIZZARE IL QUOTIDIANO

Vicino al concetto di urbicidio vi sono anche le azioni terroristiche decisamente meno tecnologicamente “evolute”, come sono quelle jihadiste: anche qui, infatti, «il bersaglio è l’urbanità, ossia le forme di vita che prendono corpo in città, con la differenza che alla devastazione sistematica dell’urbicidio il terrorismo sostituisce azioni mirate volte a comunicare la possibilità della distruzione e della morte su vasta scala». Proprio 25 anni fa, dagli attentati jihadisti negli USA, i poteri diedero vita a leggi straordinarie come il Patrioct act, veri e propri attacchi ai diritti fondamentali. Conseguenza di ciò, anche in Europa e nel nostro Paese, è stata – ed è – la «banal warfare», la «militarizzazione della vita urbana» (in realtà iniziata prima: si veda il G8 di Genova del 2001), «ossia l’estensione di ideali, pratiche, tecnologie e immaginari militari agli spazi della quotidianità nelle nostre città: piazze, stazioni, arterie di traffico, zone pedonali, musei e aeroporti. Tutti questi luoghi sono visti come potenzialmente insicuri e intrinsecamente problematici». Un vero e proprio «stato permanente di guerra potenziale», uno «stato d’eccezione»: si vedano anche le pattuglie di militari nelle città (l’Operazione Strade Sicure fu avviata nel 2008 e nessun governo l’ha mai interrotta), comprese Ferrara dove vi sono camionette in diversi punti e – almeno per ora – ci è risparmiata la presenza di blindati “Puma” come avviene ad esempio a Roma e Milano. «Questa scelta estetica – spiega l’autore – rivela invece perfettamente la funzione dei soldati schierati in ambito urbano: non quella di affrontare un pericolo imminente, bensì quella di creare un’atmosfera di controllo e sicurezza», di «rendere psicologicamente e visivamente presente la guerra», anche attraverso la cd. «architettura difensiva» (blocchi di cemento armato, robuste strutture metalliche) e le armi non letali in dotazione alle forze dell’ordine. Tutte scelte che rendono sempre più labile il confine tra guerra e normale attività di polizia.

“DECORO” E LEGALITÀ SOSPESA

Stiamo dunque assistendo a «un’interruzione legale della legalità»: si pensi al recente “Decreto sicurezza” del Governo Meloni e al cosiddetto “DASPO urbano” del decreto Minniti-Orlando (governo Gentiloni, ma anticipato dal Governo Renzi). Da qui, l’involuzione diretta sempre più sul virtuale, verso una vera e propria «società del controllo» contraddistinta «da una miriade di sistemi di sorveglianza e raccolta dati indipendenti», per finalità disciplinari o commerciali. Nell’era del neoliberismo che distrugge ogni tutela e diritto nella sfera socio-economica, la propaganda si concentra sulla sicurezza intesa come difesa (presunta) dell’incolumità fisica dall’attacco di un nemico “esterno”, che sia un terrorista o un migrante, un antagonista o un mendicante. Gli stessi sindaci che riscuotono più successo sono quello identificati come “sceriffi” e le giunte comunali considerate più avanzate sono quelle capaci di vendere la propria città come un brand, da trasformare (con l’ipocrisia della “rigenerazione urbana”) per venderla a imprese, speculatori, turisti e affaristi di ogni sorta, che si tratti degli edifici, dei grandi eventi, di enti o di spazi pubblici. In nome del «decoro urbano», lo spazio pubblico viene «sanificato, depurato da elementi umani e materiali ritenuti estranei o perturbanti, in un processo di omologazione ai bisogni e alle preferenze di un parte specifica della popolazione», quella con una capacità di spesa superiore alla media.

Al contrario – conclude l’autore – esiste la possibilità di costruire una «geopolitica di pace positiva», rendendo di nuovo le nostre città non luoghi di guerra e mercificati, ma di libertà, partecipazione ed emancipazione.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° maggio 2026

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(Foto: Stazione Centrale di Milano)

Città, luogo di dominio o di condivisione?

22 Apr

SPAZIOCIDIO. Il terzo dei quattro incontri del ciclo a Ferrara: dalla polis greca alle utopie concrete di Capitini e Dolci, passando per la nascita delle moderne metropoli

di Andrea Musacci

La città come luogo di conflitti sani e di distruzione, di mercificazione e di condivisione. È su queste contraddizioni che lo scorso 17 aprile in Biblioteca Ariostea a Ferrara si è riflettuto per il terzo dei quattro incontri del ciclo “Spaziocidio: dalla Palestina alla metropoli globale”. 

Sul tema “Urbanistica di pace o di guerra? Elusività e limiti della disciplina” sono intervenuti Francesca Leder (urbanista, Università di Ferrara) e Alfredo Morelli (Laboratorio per la Pace, Università di Ferrara). Mentre la breve conclusione è spettata a Chiara Tarabotti (Rete per la Pace Ferrara), è stato Henry Gallamini, anch’egli della Rete per la Pace, a introdurre gli interventi dei relatori. «La città – ha detto Gallamini – non è solo qualcosa di fisico ma è fatta di relazioni». George Simmel in “La metropoli e la vita dello spirito” rifletteva su come la metropoli moderna sia prevalentemente «spazio di produzione e scambio di merci». E di persone: infatti, conseguenza di ciò è che «ognuno diventa un consumatore». Ma la metropoli è da sempre anche «luogo di libertà, di emancipazione e di pacificazione», quest’ultima intesa come «gestione democratica e razionale del conflitto».

A ciò si oppone la città come «spazio per la guerra», guerra che colpisce non tanto gli edifici e le infrastrutture ma appunto «l’urbanità», cioè la vita, le relazioni. E, embrione della guerra, è il modello «securitario» di città, nel quale la sicurezza non riguarda «la tutela dei diritti fondamentali» della persona e della collettività, ma colpisce soprattutto coloro che sono «marginalizzati».

Al contrario, per Francesca Leder, «fine dell’urbanistica dovrebbe essere quello di costruire orizzonti nuovi, migliorando le condizioni di vita delle persone». Già nel 1944 – in pieno conflitto mondiale – l’arch. Giorgio Rigotti pubblicava il volume “Urbanistica di guerra? No…Urbanistica di pace”; ma la questione della città come luogo di conflitto positivo già si pone fin dagli albori dei moderni agglomerati urbani, nel XIX secolo, in quegli anni nei quali la città diviene «teatro della lotta di classe o di gruppi diversi». Gruppi che  hanno come scopo principale quello del «dominio dello spazio» (quindi la sua organizzazione e gestione): per le classi subalterne, questo significava (e significa) «difendere quel poco che hanno».

Nel tempo, però, la città moderna di viene sempre più «problema sanitario, politico-sociale ed economico».Da qui, l’architettura e l’urbanistica diventano veri e propri «strumenti politici».

Due casi paradigmatici di questo discorso sono le città di Parigi e di Barcellona. Nella capitale francese – descritta anche in Angelus novus di Walter Benjamin, il progetto di Haussmann fra il 1852 e il 1869 punta a «calmare le rivolte e le inquietudini urbane attraverso una ridefinizione urbanistica sostanzialmente militare», per «neutralizzare il conflitto urbano». «Pratiche belliche – funzionali all’eventuale ingresso dell’esercito – furono, infatti, la ridefinizione delle sezioni stradali, l’apertura delle piazze, il ripensamento degli edifici nella loro altezza, l’intervallare spazi pieni a spazi vuoti». E, non meno importante, «il trasferimento forzato del proletariato nei sobborghi», anticipazione delle banlieue. Nasce così la Parigi «città-merce, dominata dalla speculazione del grande capitale finanziario», con «l’alienazione di parte della popolazione all’esterno». Anche in contrasto a questa idea di città, nascerà nel 1871 l’alternativa utopica della Comune.

Caso diverso, invece, quello di Barcellona, col progetto di una nuova città ideato da Ildefonso Cerdà, il cui piano regolatore, a differenza di quello di Haussmann, «non prevedeva nessuna forma violenta di trasformazione», ma cercò di «favorire la socialità, diminuendo le differenze sociali».

Da qui la convinzione, riferita al presente, che l’urbanistica «possa tornare ad avere un ruolo positivamente politico, non meramente tecnico».

Il salto nel Novecento l’ha poi compiuto Alfredo Morelli, mettendo in relazione tra loro il pensiero di due protagonisti del movimento nonviolento italiano, Aldo Capitini e Danilo Dolci, col pensiero greco antico. Riprendendo alcune riflessioni dello dell’urbanista statunitense Lewis Mumford espresse in Storia dell’utopia (1922),Morelli ha spiegato come la storia delle città sia un continuo conflitto fra le «utopie di fuga» – che creano «un ambiente fittizio, un idolo che sostituisca il mondo esterno» – e le «utopie di ricostruzione», con l’intento di assicurare «un sollievo futuro». 

Riprendendo opere di Omero ed Esiodo, il relatore ha riflettuto sulla possibilità di «costruire – o tornare a – un’armonia, un equilibrio dell’uomo con la natura, in cui l’uomo possa essere risparmiato dalle sue fatiche». Un’idea – o illusione – sempre presente, fondata sulla convinzione che «la téchne possa avvicinare l’uomo a una condizione edenica».

In questo percorso, è importante innanzitutto ricordare come nell’antica Grecia fosse fortissima «la concezione dello spazio urbano come spazio politico», quindi del possibile e auspicabile «buon governo». Un ideale utopico, quindi «un’idea a cui tendere» è quindi quest’ultima, «minacciata non tanto dalla guerra esterna quanto dalla stasis (guerra civile) interna, dal dissidio al proprio interno, dalla dialettica socio-economica». Una dialettica, un conflitto necessari per la vitalità democratica delle città. 

Il legame col pensiero utopico nonviolento è dunque interessante, e pone questa conflittualità appunto oltre la tentazione della violenza e della sopraffazione: per Capitini, «l’azione politica deve realizzare l’omnicrazia, il potere di tutti, partendo – attraverso l’azione nonviolenta – dal basso, dalle periferie, dalle piccole comunità, creando tra loro reti orizzontali». Insomma, prendendo sempre le mosse da «unità territoriali basate su piccoli numeri», luoghi dove vivere ed esplicare «la comunanza, la vicinanza, la storia». A tal proposito, scrive Capitini in un testo raccolto postumo, nel ’69, nel volume Il potere di tutti: «la prova della propria maturazione per l’omnicrazia si ha quando ci si entusiasma al pensiero di portare il proprio lavoro in uno dei tanti modesti paesi, piccole città e borgate, dove pare che non ci sia nulla di vivo. Talvolta sono cittadine o borghi molto belli, per la posizione, per qualche torre o castello o chiesa antica e piazza». E la téchne dev’essere «funzionale a queste piccole comunità e alle piccole imprese».

Un discorso simile lo aveva sviluppato Danilo Dolci quando contrapponeva il «potere diffuso» – quindi la politica – al «dominio inteso come azione di controllo e di sfruttamento». Da qui, l’idea di utopia come «processo di perenne tensione, di continua analisi e trasformazione del conflitto attraverso l’azione nonviolenta». Puntando a un modello di «città-territorio» composto da «piccole comunità», col «centro che rimane luogo di incontro, di condivisione».

Oggi – si è giustamente domandato alla fine Morelli -, nelle nostre società avanzate, un modello così è ancora possibile? Urge sempre più una riflessione al riguardo.


L’ultimo appuntamento di “Spaziocidio” è in programma il 4 maggio alle 17.30 a Libraccio con la presentazione del libro di Francesco Chiodelli “Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana”.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 aprile 2026

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(Foto Indo – Pexels)

Domicidio nelle città autoritarie: il caso del Grattacielo di Ferrara

11 Apr

Articolo di Alfredo Alietti (Sociologo), Andrea Musacci (Giornalista), Romeo Farinella (Professore ordinario di Progettazione urbanistica)

Si chiama “domicidio” ed è una pratica sempre più diffusa, in zone di conflitto armato ma anche nelle nostre città: è la distruzione sistematica delle abitazioni, la scomparsa dello spazio di vita raffigurato dalla casa, dalla domesticità. È la concretizzazione di precise politiche di esclusione in seguito a episodi traumatici come eventi naturali o conflitti; ma è anche l’esito, e forse l’obiettivo, di sfratti e sgomberi legati a una visione esclusiva e autoritaria degli spazi urbani e determinati da una morosità incolpevole. Vittime ne sono sempre più larghe fasce di famiglie in condizioni di vulnerabilità.  

Quanto sta accadendo a Ferrara dall’inizio di questo anno attorno al Grattacielo ne è la più evidente rappresentazione. I fatti, innanzitutto. 

Leggi l’articolo intero sul sito di “Libertà e Giustizia”.

Le città luogo privilegiato per la guerra: da Dresda a Gaza, la morte delle leggi e dell’umanità

2 Apr
Foto Jaber Jehad Badwan – Wikipedia (urly.it/31f9ss)

SPAZIOCIDIO. Il 23 marzo il secondo incontro del ciclo organizzato da Rete Pace e Laboratorio Pace – UniFe. Relatori, Gianfranco Franz e Alessandra Annoni: «le ecatombi urbane di ieri e di oggi, contro ogni norma di diritto internazionale»

di Andrea Musacci

Siamo abituati a immaginare la città come spazio di incontro, spazio vitale, di flussi di persone e merci. Ma in molte parti del mondo è ancora oggi spazio da conquistare, da saccheggiare, da distruggere.

Su questo lo scorso 23 marzo in Biblioteca Ariostea a Ferrara hanno riflettuto Gianfranco Franz (pianificatore, Università di Ferrara) e Alessandra Annoni (giurista, Dipartimento di Giurisprudenza di UniFe). L’incontro “La città nella storia: da nicchia ecologica dell’umanità a vittima di conflitti” è il secondo del ciclo dal titolo “Spaziocidio: dalla Palestina alla metropoli globale”, ed è stato introdotto da due dei curatori dello stesso, Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara) e Alfredo Morelli (Laboratorio per la Pace, UniFe).

Il concetto di città come «nicchia ecologica dell’umanità» è una definizione coniata dall’urbanista Francesco Indovina nel 1999. Per «nicchia ecologica» si intende «una porzione di ecosistema dove alcune specie convivono e si sviluppano», ha spiegato Franz. Per Indovina, la città da alcune decine di migliaia di anni è luogo dove si concentrano alcune delle relazioni dell’homo sapiens: il potere, la ricchezza, la conoscenza, l’innovazione tecnologica, gli scambi. «E ciò oggi è ancora più forte, dato il continuo aumento di residenti – a livello mondiale – nelle città». Franz ha poi citato il libro Spaziocidio dell’architetto israeliano Eyal Weizman (riedito nel 2022) e Jane Jacobs, antropologa e attivista USA morta nel 2006, che negli anni Sessanta denunciò le trasformazioni immobiliari a New York. In particolare, studiò l’uso delle infrastrutture come «strumento di separazione classista e razzista all’interno delle città», il cosiddetto zoning. «E oggi anche Israele sta usando l’urbanistica per separare, segregare, allontanare i palestinesi», ha commentato il relatore.

Dall’altra parte, per Franz, «nella storia grazie alla città abbiamo raggiunto determinati livelli di civilizzazione, di libertà, occasioni di lavoro, di emancipazione e di incontro per masse di persone». Ma la città è anche «il luogo privilegiato per scatenare le guerre». Si pensi alle bombe israeliane sul Libano, e al «tentativo di Israele di controllare il fiume Litani» per appropriarsi dell’acqua, come del gas metano nel mare: il governo israeliano sta infatti considerando di terminare l’accordo con il Libano sul confine marittimo, come dichiarato dal Ministro Eli Cohen. Accordo che fu stipulato, con la mediazione USA, da Libano e Israele, e col quale si decise che il giacimento di gas di Karish sarebbe andato a Israele e quello di Qana al Libano. Franz ha poi citato altri casi di guerre nelle città, da quella ad Aleppo, in Siria, nel 2015, nella guerra scatenata nel 2011 dall’allora presidente Obama e dalla Segretaria di Stato Hillary Clinton, «che armarono l’ISIS provocando la reazione dell’altro potere criminale, quello di Assad». Vi è poi la guerra in Libia, o in Afghanistan dal ‘79. E i 38mila attacchi aerei compiuti dalla NATO (senza mandato ONU) nel 1999 sulla Repubblica Federale di Jugoslavia, inclusa la capitale Belgrado, attacchi durati 78 giorni e avvallati anche dall’allora Governo D’Alema, che vedeva l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel doppio ruolo di Vicepresidente del Consiglio e Ministro della Difesa. Senza considerare «anche l’uso di proiettili all’uranio impoverito». Proseguendo, Franz ha citato la prima guerra nel Golfo, dal ’92 al ‘96 l’assedio di Sarajevo e andando più indietro nel tempo i massicci bombardamenti “occidentali” su Dresda, Berlino, Leningrado e Stalingrado. E le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki (la prima all’uranio, la seconda al plutonio): «bombe gettate anche come sperimentazioni, per testarne gli effetti». Due casi evidenti di «fine della città come “nicchia ecologica”»: due casi di «ecatombi urbane».

«Esistono comunque norme che regolamentano la guerra urbana, anche se in molti casi non vengono applicate», ha spiegato Annoni. A partire dal Regolamento dell’Aja del 1907, contro il bombardamento di città non difese e contro il saccheggio; e la IV Convenzione di Ginevra del 1949, che riguarda anche la protezione dei civili in territori occupati, cioè di persone non attive militarmente nel conflitto armato. E oltre a queste norme, «esiste un non codificato “diritto delle genti”, cioè principi di umanità fondamentali a protezione dei civili, dei beni civili, dei beni culturali, dei beni di culto, degli ospedali e di edifici ritenuti indispensabili per la sopravvivenza delle popolazioni». Un problema a parte è quello riguardante il tema dei cosiddetti “scudi umani” – involontari o volontari -, «anche se nella guerra urbana è spesso difficile distinguere i primi dai secondi». Le norme internazionali condannano anche gli attacchi indiscriminati e i bombardamenti a tappeto, e tutelano il principio di proporzionalità, per evitare o limitare i “danni collaterali”. Esiste poi il principio di precauzione e quello di umanità. Ma la realtà è che la guerra per sua natura è quasi sempre cieca, perché antitetica, ad ogni norma morale più o meno codificata.

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Se la turistificazione rende le città un brand

La gentrificazione di ieri e di oggi è stata al centro di un Seminario di Peace Studies, il Dottorato Nazionale in Studi per la Pace, svoltosi in modalità mista lo scorso 25 marzo e che ha visto come relatore Franz, pianificatore di UniFe. Franz ha riflettuto su “Le città fra dinamiche sociali e di mercato. Il confronto fra un classico degli studi urbani e l’opera di ‘un debuttante’ ” e l’incontro è stato moderato da Giuseppe Scandurra (docente di Antropologia a UniFe). I due libri citati nel titolo sono Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane di Jane Jacobs e Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano (L.A.D., 2025) di Antonio Di Siena.

Jane Jacobs è stata un’antropologa e sociologa urbana, trasferitasi dalla Pennsylvania ai bassifondi – slum – di New York, in particolare a Greenwich Village. Siamo negli anni ’60 e gli USA vivono un momento di crescita economica. Contrapposto a Jacobs c’è Robert Moses, urbanista e pianificatore urbano, «incarnazione del capitalismo modernista – ha spiegato Franz -, che capì la centralità dell’automobile nello sviluppo statunitense e ideò quindi ampie arterie di comunicazione, vere e proprie autostrade dentro New York. Per questo progettò di demolire alcuni quartieri popolari, nei quali abitavano neri, italiani, proletari e piccolo borghesi. Un vero e proprio sistema di pulizia urbanistica, un’opera di zoning, cioè di segregazione urbanistica e quindi di creazione di ghetti etnici». Ma Jacobs si mise a capo degli abitanti di questi quartieri popolari, facendo nascere i primi organismi di partecipazione. Nel ’68 lei e i residenti riescono a vincere questa battaglia contro Moses e il suo progetto di sventramento e sopraelevazione. Ma non potranno vincere la guerra, con l’avanzare della gentrificazione/plastificazione dei loro quartieri, divenuti, soprattutto il Greenwich Village, luoghi turistici. «Un destino ben diverso da quello immaginato da Jacobs».

Dai danni del sistema capitalistico negli States a quelli nell’antica Europa, con l’analisi del libro di Di Siena: siamo in Grecia, Paese vittima delle politiche di austerità europee, un Paese distrutto, dopo la crisi di 15 anni fa, con «le privatizzazioni, la destrutturazione del mondo del lavoro, la morte dello stato sociale». E, effetto di tutto ciò, a livello urbanistico con un processo di gentrificazione/turistificazione che «ha permesso di requisire molti appartamenti – con gli ufficiali giudiziari chiamati dalle banche – poi venduti in aste digitali e spesso comprati da acquirenti/fondi esteri», con l’obiettivo di lucrarci trasformandoli in alloggi turistici. Pur nelle diversità, il parallelo con la New York dopo le lotte di Jacobs, è importante. Di Siena nel libro analizza infatti questi fenomeni di turistificazione di Atene, di altre località greche e del Sud Italia, raccontando gli sfratti nella capitale greco e introducendo il concetto di “Stato-merce”: «il turismo viene visto come volàno distorcente di un’intera economia e lo Stato diviene debolissimo, inesistente». Per questo, allo Stato è chiesto «di diventare un brand, di trasformare le città in merce, del tutto a servizio dei turisti e ignorando i bisogni reali di chi le abita». Abitanti che, di conseguenza, «sempre più arretrano e in alcuni casi vengono anche espulsi». Le città – ha chiosato Scandurra – «diventano location di eventi culturali, e il patrimonio (anche Unesco) spesso diviene spazio di natura commerciale e mediatico». Inevitabile pensare al centro di Ferrara e all’intera città sempre più ridotta a marchio da vendere ai turisti e agli investitori esterni, da ultimo con l’occupazione del Listone per il mega palco di Mediaset. E riguardo alle espulsioni degli abitanti, il pensiero non può non andare al Grattacielo, “ghetto” sacrificato sull’altare del profitto.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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Dietro le luci dello show sul Listone: disagi, proteste, paure ed esclusioni

27 Mar

Tra il primo e il secondo dei fine settimana nei quali il centro storico di Ferrara è svenduto a Mediaset per il suo doppio spettacolo “Battiti Live Spring” e “Super Karaoke”, vi diamo alcuni sprazzi di ciò che questo scempio sta portando. Nei giorni feriali, piazza Duomo è diventata parcheggio per alcuni furgoncini dello staff di Radio 105 (che continua a stazionare lì) e in seguito di cassonetti per la raccolta differenziata; sulla stessa piazza, una piccola area è stata recintata e usata come deposito. La Cattedrale ha dovuto modificare gli orari di alcune Messe, la Curia chiudere il venerdì pomeriggio e la giornata di sabato (come alcuni negozi). La Libreria Libraccio si trova davanti un tir rumoroso in quanto usato come generatore elettrico e il suo porticato nelle giornate dei concerti è stato chiuso fin dal pomeriggio. Venerdì 20, un tir che trasporta liquidi infiammabili attraversa via Mazzini e il passaggio di fianco al palco sul Listone. E dallo stesso, sono stati tolti tutti i lampioni (a parte uno) e ci chiediamo che danni possa subire non solo la Cattedrale ma anche il suo Museo.

Ancora: il Comitato Ferrarese Area Disabili ha denunciato: «quella che dovrebbe essere una festa della musica si sta trasformando in un esempio di esclusione a causa di una progettazione carente e di una gestione dell’informazione approssimativa». Inoltre, i non pochi turisti presenti (anche per le Giornate del FAI), sono straniti e si lamentano di come non riescano a godersi la città che han deciso di visitare. Italia Nostra, FAI e altre associazioni hanno denunciato: «Ciò che sta avvenendo in questi giorni nel centro monumentale di Ferrara supera ogni limite di tollerabilità per chi ha a cuore la storia, la bellezza, lo spessore culturale della nostra città». Ma il Sindaco Fabbri sul suo profilo Facebook ufficiale si preoccupa di scrivere: «sono già disponibili i gadget TIM, partner della manifestazione». Buon Karaoke.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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Emergenza abitativa studentesca: Ferrara preda di logiche speculative

20 Mar

L’analisi in un Seminario UniFe-CNR: prezzi sempre più alti, ricchezza per pochi

di Andrea Musacci

Ferrara, ma non solo, è una città sempre meno attenta al diritto allo studio e sempre più privatizzata a scapito del diritto alla casa. È ciò che emerso dall’incontro dal titolo “Vivere e studiare a Ferrara”, Seminario a cura di CNR e Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Ferrara svoltosi l’11 marzo nella Biblioteca comunale di Casa Niccolini. Il Seminario è parte delle iniziative del progetto di public engagement (2025) focalizzato sulla sperimentazione di un’Università “fuori le mura” che si ponga a servizio della città e delle sue componenti più fragili. «La risposta di Ferrara nei confronti del suo Ateneo è debole, questo si sta deterritorializzando: andrebbe invece concretizzato il progetto di città-campus», ha detto Alfredo Alietti, docente di Sociologia Urbana di UniFe e moderatore dell’incontro. Tania Toffanin (CNR-ISMed), ha invece posto l’accento sulle sempre crescenti «logiche speculative che indeboliscono il diritto allo studio: le università italiane stanno sempre più diventando grandi aziende».

«Negli ultimi 3-4 anni vi sono state ca. 400 unità immobiliari in più usate per affitti brevi», ha invece analizzato Maurizio Ravani di Sunia CGIL Ferrara. Si tratta di «potenziali appartamenti tolti a famiglie e lavoratori». Ferrara – ha proseguito – «per essere una città piccola ha un numero alto, a livello nazionale, di redditi da investimento in fabbricati: insomma, siamo sempre più una città parassitaria», che con la rendita immobiliare fa arricchire pochi, senza creare lavoro. Senza considerare le «14mila case vuote» nel territorio estense. Per Ravani «ci vorrebbe una regolamentazione del mercato degli affitti, soprattutto di quelli brevi», perché «stiamo assistendo a un rialzo insostenibile degli stessi, che droga il mercato immobiliare: 470 euro al mese è il prezzo medio nel canone concordato, ancora più alto in quello a canone libero».

Insomma, oggi «trovare casa a Ferrara a prezzo accessibile è molto difficile, in alcuni casi impossibile». E «le residenze pubbliche sono insufficienti», con la conseguenza che «sempre più giovani e famiglie lasciano la città o rimangono ma accettando situazioni abitative pessime; da noi – ha raccontato Ravani – vengono studenti che ci mostrano le foto dei posti dove vivono: a volte sono garage o buchi con una finestrina piccola, soprattutto in zona via Oroboni». Via, questa, negli anni sempre più abitata da stranieri «e ora anche da studenti».

Per Ravani, quindi, Ferrara è sempre più una «città dell’università e non una città universitaria». Una città «non inclusiva», ma dominata dalla «gentrificazione e dalla turistificazione», nemici del diritto alla casa e del diritto alla città.

A Ferrara hanno dedicato la propria analisi anche Alex Della Monica e Giovanni Zemolini, laureandi di UniFe, che hanno svolto un’indagine fra gli studenti e le studentesse del nostro Ateneo, ricerca legata al corso di Sociologia Urbana del prof. Alietti. Fra i problemi emersi, la carenza di alloggi e i loro prezzi in aumento, gli affitti in nero, le molestie da parte di alcuni proprietari, il razzismo di alcuni di essi verso stranieri e meridionali; le aule studio non aperte in orario serale; i parcheggi spesso scomodi se gratuiti, o cari se vicino alla Facoltà; la scarsità di mense studentesche.

LA SITUAZIONE A PADOVA

Su Padova invece si è focalizzato Michelangelo Savino (UniPd): nei decenni in Italia – ha riflettuto -, le università sono gradualmente cresciute, acquistando anche sempre più strutture. «Oggi questo fenomeno, però, dopo la fase di “riassorbimento” riguarda solo le città universitarie vere e proprie». Nel tempo cresce sempre più il legame degli Atenei col territorio, soprattutto con le aziende dello stesso: sempre più, quindi, le università portano a termine «accordi affaristici» con le imprese, diventando così «questuanti», cioè “obbligate” a trovare finanziamenti per la ricerca. Ma ciò ha «serie conseguenze sull’autonomia degli Atenei». Altro aspetto analizzato da Savino è stato quello della «crescente internazionalizzazione delle città e delle università, che porta a un aumento del turismo e della cosiddetta “congressistica”». Anche qui, però, le conseguenze non sono da poco, e le subiscono gli studenti fuori sede che vedono aumentare gi affitti degli alloggi. Sulla questione abitativa studentesca, il relatore ha analizzato in particolare la città di Padova ma ciò che emerge vale in maniera molto simile per Ferrara e per le altre città universitarie: «l’aumento imponente degli iscritti alle Facoltà non è stato ancora assorbito dal tessuto cittadino, e porta l’Università a divenire la seconda azienda cittadina (dopo quella ospedaliera)». 

Permane, però, il problema dei posti letto – per studenti e lavoratori – e questa domanda «è più che altro accolta dalle strutture religiose, che però sempre più son costrette a vendere a causa del calo delle vocazioni religiose o per scelte dall’alto» (anche se l’ospitalità delle parrocchie a Padova è un «fenomeno insorgente»). «Aumentano, quindi, sempre più le strutture private profit», con conseguente aumento delle rette per gli alloggi. Spesso, quindi, studenti e lavoratori sono costretti a dividere un appartamento, con i problemi però che ne conseguono, ad esempio negli orari.

IL CASO DI BOLOGNA

Della situazione di Bologna ha invece parlato Alessandro Bozzetti (UniBo): «Bologna da luogo di residenza diviene sempre più luogo di consumo» (soprattutto per turisti e fuori sede) «e di investimento finanziario» (stesso doppio destino a cui sembra destinata Ferrara). «Aumentano, così, i prezzi immobiliari e gli affitti brevi (soprattutto con Airbnb), e quindi i residenti trovano sempre meno alloggi disponibili». 

A fronte della «studentificazione», anche a Bologna «scarseggiano le residenze studentesche (pubbliche o private, anche se quest’ultime sono in crescita, con prezzi molto alti)», mentre quasi la metà (il 48,1%) degli alloggi è dato da posti letti. L’analisi dei prezzi è impietosa: «il costo medio di una camera singola è di 543 euro, quello di un posto letto di 420 (e sono in aumento)».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2026

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Listone, quale rispetto per la sicurezza e il decoro? (quelli veri)

18 Mar

SPIAZZATI. Le piazze Duomo e Trento e Trieste invase dallo show Mediaset

Il 20-22 marzo “Battiti Live Spring” e il compleanno di Radio 105. Il 26-27 – pochi giorni dopo -, il “Super Karaoke”. Due grandi (come dimensioni) eventi nazionali che richiameranno migliaia di persone ogni sera, senza contare gli ascolti tv sulle reti Mediaset. Sì, perché il tutto è organizzato dal gruppo che oltre ai vari canali televisivi ha al proprio interno anche RadioMediaset, società per azioni italiana che oltre a Radio 105 comprende R101, Virgin Radio, Radio Monte Carlo, Radio Subasio e Radionorba. Luogo scelto, piazza Trento e Trieste. 

La mattina di venerdì 13 marzo è presto quando le signore che gestiscono i negozi sotto il porticato della Cattedrale si accingono a iniziare la loro giornata lavorativa. Ad attenderle, una sorpresa: l’accesso pedonale si blocca al recinto del cantiere del campanile. Recinto che si bacia con quello – ben più ingombrante e molto meno utile – che delimita l’area dei suddetti mega eventi. «Non siamo state nemmeno avvisate…», mi dicono. Una delle esercenti aggiunge sconsolata: «la mia dipendente la manderò in ferie e noi chiuderemo per un po’ di giorni…». Unico a salvarsi, l’ingresso laterale del Duomo. I negozi sono accessibili, certo, ma in tanti, a piedi o in bici provenendo da piazza Duomo si bloccano quando quasi sbattono il naso contro la recinzione. Nessuno sapeva niente e non vi sono cartelli – o addetti o vigili – che avvisano del passaggio a fondo chiuso. Il baraccone rimarrà fino a inizio aprile, senza considerare le operazioni di smontaggio e che nei cinque giorni di spettacoli l’area transennata sarà ben maggiore rispetto all’attuale.

È venerdì mattina, ma la normale vita fatta del mercato, della gente che si incontra, dell’attesa del meritato riposo settimanale, è stravolta da un via vai di furgoni e di tir. Sì, tir, che transitano da corso Martiri fino al Listone. E una decina sono le auto comodamente parcheggiate su p.zza Trento e Trieste, di fronte al palco. Qualcuno si chiede perché il mercato settimanale – secondo le dichiarazioni dell’Assessora Travagli – “disturberebbe” i diversi cantieri in centro, mentre un mediamostro (un mostro mediatico) come questo, no. Dicevamo dei camion: alcuni bilici (o autoarticolati) che per raggiungere quello che sarà il backstage (tra il palco e Palazzo San Crispino) passano nell’esile spazio rimasto tra il palco e il lato dell’ex chiesa di san Romano. C’è solo un “gorilla” della Securfox a fermare i pedoni increduli e a far passare l’enorme mezzo.

A proposito di ingombri su quattro ruote, è sabato mattina, e il transito di bici e passanti è ancora maggiore: proprio davanti a San Crispino, vicino all’angolo con via Mazzini, ricompare la camionetta dell’Esercito, con due solerti militari appostati proprio all’incrocio. 

Sono diverse le domande che ci poniamo: quale sarà l’impatto acustico di queste iniziative sugli antichi edifici, in particolare il Duomo e il campanile in fase di ristrutturazione? Come questa occupazione della piazza influirà sui lavori su quest’ultimo? E vista la molto ridotta distanza fra la struttura del palco e il Duomo, cosa può accadere in caso di intemperie?

Un’ultima chicca è il camion che dalla scorsa settimana staziona davanti all’ingresso principale della Cattedrale: serve a trasmettere in diretta – dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 18 – il programma “Music & Cars” di Radio 105. L’ennesima pietra tombale sulla decenza e sul rispetto non solo per la storia e la bellezza del centro, ma per la vita che lo affolla. E che è cosa ben diversa da un’astronave che nulla ha a che fare con Ferrara.

Andrea Musacci 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2026

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«Dopo tanti sacrifici, ora ci han cacciato da casa: siamo disperati»: continua il dramma degli sfollati del Grattacielo

12 Mar

GRATTACIELO di FERRARA. All’imponente manifestazione del 7 marzo abbiamo incontrato alcune persone sgomberate: Ansar e Amina, genitori di quattro figli; Faith, Josh, le loro tre bimbe e il nonno adottivo. E altri le cui vite sono ancora sospese

di Andrea Musacci

Un migliaio di persone il pomeriggio dello scorso 7 marzo ha invaso le strade di Ferrara per manifestare la propria solidarietà alle circa 800 persone sfollate dal Grattacielo negli ultimi due mesi. Un fiume pacifico, festoso e indignato, intergenerazionale, multietnico e popolare. Per l’occasione abbiamo nuovamente parlato con alcuni degli ormai ex residenti delle torri per farci raccontare il loro dramma e come stanno cercando di rifarsi una vita. 

Quando incontriamo una famiglia originaria del Bangladesh, il corteo sta per partire da Largo Poledrelli direzione piazza Municipale. Ansar Mia Md e la moglie Amina Begum Mst sono proprietari di un appartamento al sesto piano della torre A. Hanno due bimbe rispettivamente di 10 e 12 anni, una frequentante la Tasso, l’altra la Poledrelli.E davanti a loro ci sono due carrozzine, con i piccoli gemelli nati appena 3 mesi fa (prima foto in basso). Ora abitano in via Modena, ma il 13 marzo dovranno lasciare l’appartamento per il quale han pagato 300 euro di affitto. In via Modena in questi mesi oltre a loro vivono altre 10 famiglie sfollate, con 20 bambini. Un piccolo quartiere multietnico, una mini riproduzione di convivenza di quella costruita a fatica negli anni al Grattacielo.Ma che ora rischia nuovamente di essere interrotta. Ansar lavora come aiuto cuoco al ristorante pizzeria “Al Cristallo” di via Bologna, mentre Amina ci racconta di come frequenta il progetto di integrazione “Madri a scuola” coordinato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, supportato dalla Fondazione Migrantes e appoggiato dalla nostra Arcidiocesi con la collaborazione della parrocchia dell’Addolorata di Ferrara.

A fine manifestazione, invece, abbiamo modo di parlare con Venicio Fachin, originario della Carnia, per una vita residente a Udine dove lavorava come elettricista.Nel 2020 ha comprato un appartamento al Grattacielo di Ferrara vicino a quello di Faith Akinade, nigeriana di origine, sua figlia adottiva, e alle sue nipotine adottiveDelia (4 anni), Eliore (21 mesi) e Abigal (7 mesi). Faith col compagno Josh, infatti, aveva anche lei acquistato un appartamento al secondo piano della torre A, invogliata dai prezzi bassi. «Ma nessuno – ci spiega Venicio – ci aveva avvertito delle forti problematiche esistenti.E la precedente amministratrice condominiale ha sottovalutato i debiti importanti di alcuni proprietari». Venicio, dicevamo, per una vita ha fatto l’elettricista: «secondo me l’11 gennaio il problema riguarda un cavo di alimentazione dell’ENEL, in bachelite, che è un materiale che non può andare a fuoco ma solo in combustione. E infatti è uscito solo del fumo.Quella notte, infatti, dal tipo di puzza avevo capito subito cos’era successo».

Ora Venicio e la famiglia di Faith vivono in una casa a Salvatonica, nel bondenese, nella quale han ricavato due appartamenti. «Ma per entrambi gli appartamenti al Grattacielo – ci spiega l’uomo – avevamo speso 80 mila euro, senza aprire mutui.E io per lo stress di questi mesi ho perso 6 kg.Sono sicuro che prima o poi verrà qualcuno che vorrà comprarci gli appartamenti alle torri sfruttando la nostra disperazione». E la speranza è che, almeno, ora non debbano continuare a pagare le spese condominiali: «ho cercato più volte di prendere appuntamento con l’amministratore condominiale per sospendere queste spese, ma non mi risponde».

Nel frattempo, Faith rischia fortemente di perdere il proprio lavoro come OSS a Bologna, perché non sa come gestire la situazione, con tre bimbe piccole, e così lontani da Ferrara: «ho sempre lavorato – ci racconta quasi in lacrime -, prima come donna delle pulizie, poi ho fatto un corso da OSS e in seguito un tirocinio.Dal 2013 lavoro come OSS, ho lavorato in varie strutture prima di essere assunta a tempo indeterminato nella sede di Bologna. Ho fatto tanti sacrifici per acquistare l’appartamento del Grattacielo, e tanto è stato lo stress per farci all’interno i lavori necessari: in quel periodo ero incinta della mia primogenita, che per il mio stress è nata prematura…». Ora sta bene, ma con le sorelle vive un nuovo dramma:lei e la secondogenita hanno smesso di andare all’asilo, non potendo così rincontrare le proprie amichette e stare con loro. Josh, invece, fa il magazziniere ad Altedo: «si sveglia alle 2 di notte, con la bici elettrica che si è comprato apposta raggiunge la fermata dell’autobus per andare al luogo di lavoro dov’è in turno dalle 6 alle 14.E alle 16 torna a casa». Dopo 12 ore dalla sveglia.

Disagi, angosce immeritate. E con le speculazioni di alcuni: «a Ferrara diverse agenzie immobiliari – ci spiega Venicio – hanno alzato i prezzi degli affitti dopo gli sgomberi. «So anche di un giovane lavoratore che per esempio ha deciso di trasferirsi a Bologna, dove lavora, ma dove paga 400 euro per stare in una camera…».

Incontriamo anche Makrem, tunisino, di cui vi abbiamo già raccontato nelle scorse settimane.Con la moglie Noura vive a Ferrara dal 2007, anno in cui hanno acquistato un appartamento nelle torri. Hanno 4 figlie: la più piccola ha 2 anni, le altre hanno 12, 14 e 15 anni (vanno rispettivamente al Tasso, al Carducci e al Bachelet). Ora vivono in via Modena dove, però, sono costretti a pagare 700 euro al mese per il loro appartamento. «La mia bambina che frequenta la Tasso – ci racconta Makrem – ha scritto un tema per raccontare il dramma che sta vivendo. Verrà pubblicato sul sito della scuola. Soffre molto per questa situazione ma almeno così si è sfogata un po’». Amara Sacko guineiano di 27 anni, viveva invece nella torre B. A distanza di due mesi, è ancora ospite di un suo amico a Pontelagoscuro, perché non riesce a trovare null’altro. Lavora all’Interoporto di Bologna: prima ci andava in treno, ora è costretto a usare l’auto.E rincontriamo anche Imad, giordano di 65 anni, sposato con un’ucraina. Entrambi hanno il reddito di inclusione, e pur essendo proprietari del loro appartamento al Grattacielo, ora sono costretti a pagare 300 euro al mese per un altro appartamento che comunque fra 30 giorni dovranno lasciare.

Infine, rincontriamo anche George Shahzad, ragazzo pakistano, che fino a poco fa ha vissuto nella residenza di S. Bartolo: i servizi sociali l’hanno separato dalla moglie incinta di 8 mesi e con un bimbo di 11 mesi, che han vissuto un mese in un appartamento in via Boccacanale di S.Stefano. «Ora – ci spiega – viviamo a casa di una famiglia ferrarese che ci ha ospitato perché i servizi sociali non rispondevano, non ci aiutavano, nemmeno per il nostro bimbo che è malato».

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026 – Abbònati qui!)

(Foto Musacci)

“Spiazzati”: il centro di Ferrara ancora ostaggio del dominio dell’intrattenimento

10 Mar

Per un mese piazza Trento e Trieste a Ferrara sarà blindata per lo spettacolo nazionale di Radio 105. Barriere e camionette dell’Esercito occupano il cuore della nostra città

di Andrea Musacci

Spiazzati. Pedoni e ciclisti circumnavigano il Listone di Ferrara senza capirne il perché o fingendo indifferenza. La verità è che – ancora una volta – residenti e passanti, turisti, studenti e lavoratori sono stati espulsi dalla loro piazza. Per un mese. Costretti a passare nel poco spazio tra gli edifici e le barriere che da inizio marzo recintano quella che il 21, 22, 23, 26 e 27 del mese sarà l’area dedicata esclusivamente alla rassegna canora nazionale di Radio 105 (vi saranno 5mila persone ogni sera). Un incubo che ritorna: per alcuni anni, infatti, il Ferrara Summer Festival ha occupato per oltre un mese il cuore cittadino.

Fino a Pasqua, quindi, lo spazio libero diventerà ridottissimo, soffocante soprattutto nel lato Duomo, col solo porticato come passaggio. Ancora peggiore la strettoia obbligata causa area cantiere per i lavori al campanile. Dentro il recinto, alcuni vigilanti privati della solita Securfox presidiano la piazza svuotata di corpi, di incontri, di parole, di bancarelle e musicisti di strada. Insomma, svuotata di vita. Sono lì h24. Domenica mattina, anche due carabinieri piantonano il recinto lato piazza Duomo. Il Listone è invece già riempito degli scheletri che andranno a comporre il baraccone, l’ennesimo, per ridurre parte del centro storico Unesco a vetrina glitterata. Alcuni bagni chimici color verde pisello dentro il recinto sono il candito indigesto di questa torta servita ma non richiesta, che non abbellisce, non arricchisce, non accoglie. Ancora una volta, la bellezza dell’antica piazza è ridotta a mera scenografia per uno spettacolo mediatico senz’anima. A presidiare la cornice rosicchiata del Listone, la solita camionetta militare in pieno stile “confine israelo-libanese”. 

Panem et circenses? No, bellum et circenses. Il pane non è assicurato, anzi: la turistificazione galoppante rende sempre meno economico anche un normale spuntino in un bar. Ciò che non manca è l’immaginario bellico: «Generale, c’è un rischio concreto che l’Italia o Poggio Renatico vengano colpite dall’Iran?». «No, non al momento», ha risposto lo scorso 6 marzo al Carlino Ferrara Claudio Gabellini, ex comandante del COA – Comando Operazioni Aerospaziali vicino Ferrara. «Non al momento». Intanto balliamo. E la Prefettura nel suo comunicato stampa riguardante l’evento di Radio 105 ha spiegato: il «passaggio al livello di allerta superiore» (causa terza guerra nel Golfo) «prevede l’impiego di dotazioni tecniche avanzate per il personale». Non si specifica quali.

Insomma, nella primissima periferia urbana gli ultimi e i penultimi vengono sfrattati dalle loro case al Grattacielo, dal loro quartiere, dalle loro relazioni, dalle loro vite. In centro, invece, si dà spazio all’ennesimo show, e ci si abitua alle camionette militari. 

Ancora una volta, siamo tutti spiazzati.

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 marzo 2026 – Abbònati qui!)

(Foto Musacci)

Factory Grisù, quale futuro?

7 Mar

Non un addio, nemmeno un arrivederci, ma una provocazione salutare e costruttiva.

Lo scorso 28 febbraio la Sala Convitto del Consorzio Factory Grisù di Ferrara ha ospitato la mattinata di riflessione dal titolo “Ciao ciao Grisù”. Il 28 febbraio 2027, infatti, segnerà il termine della convenzione per la gestione dell’ex Caserma dei Vigili del Fuoco, immobile di proprietà della Provincia di Ferrara da parte del Consorzio Factory Grisù.

Uno dei momenti di discussione è stata la tavola Rotonda con Marcella Zappaterra (Regione E.-R.), Luciano Gallo (Consulente ANCI), ‍Alfredo Alietti (sociologo urbano UniFe), Tommaso Tropeano (UniMI) e Romeo Farinella (urbanista UniFe).

«All’Amministrazione pubblica manca un progetto di città che connetta soggetti diversi e ciò provoca frammentazione sociale», ha detto Alietti, mentre Farinella ha riflettuto sul concetto di “innovazione sociale” da intendere come «caleidoscopio di diversità che devono trovare sintesi e valori condivisi». Tutte definizioni rappresentate in questi 13 anni dalla Factory Grisù. Per Gallo, Grisù rappresenta un vero e proprio «distretto di economia sociale», mentre Zappaterra ha rivendicato la validità del progetto e ha auspicato un ampliamento delle imprese, enti e associazioni coinvolte nello stesso. Tropeano ha invece riflettuto sull’importanza dell’«intenzionalità politica nell’uso dei fondi pubblici come quelli del PNRR, spesso usati non per la collettività». Farinella ha infine ragionato sulla possibilità per UniFe di usare spazi di Grisù come luoghi serali di studio e ricerca condivisi. 

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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