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Il dramma della parola, tra kerygma e complessità

16 Mag

Scuola di teologia per laici (Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio), ecco di cosa si è parlato nelle ultime due lezioni dell’anno

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La parola umana tra “eccedenza” dell’altro e infinita fecondità

La parola come dramma che distingue l’umano da ciò che umano non è, come ciò che lo rende «divino». Su questo lo scorso 5 maggio ha riflettuto Matteo Bergamaschi nella lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. Tema, “Il dialogo, dimensione costitutiva dell’uomo (Es 3, 13)”. Bergamaschi è docente stabile presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (sezione di Torino) e docente invitato presso la Pontificia Università Salesiana di Torino.

Fra umano e non umano per Bergamaschi c’è una «differenza qualitativa» rappresentata appunto dalla capacità del primo di comunicare attraverso la parola. L’approccio teorico per comprendere questa specificità non è quello della cosiddetta «teoria dell’informazione, che usa un modello matematico per cui l’informazione è misurabile», ma quello centrato sull’esperienza della parola, che mette davvero in luce l’umano». Bergamaschi, citando un libro di Silvano Petrosino – filosofo della comunicazione – dal titolo “L’esperienza della parola”, ha spiegato come l’umano a differenza dei non umani «fa esperienza dell’altro in quanto altro», in quanto qualcosa che «sempre gli sfugge, sempre eccede». L’altro dunque «non è evitabile e non è dominabile, non è riconducibile a quanto so già». Nell’incontro con l’altro «faccio quindi esperienza di non saper bene cosa dire», perché «sperimento che l’altro eccede sempre il mio sapere e il mio potere». Di conseguenza, «siamo sempre chiamati a un lavorìo sul nostro linguaggio, sul nostro modo di esprimerci», su quella «comunicazione impossibile» con l’altro. 

In questo senso, la Bibbia «è grandiosa» perché «associa questa condizione anche a Dio»: quando Egli si deve relazionare all’uomo, infatti, «comprende che ciò non è scontato»: insomma, anche Dio «sperimenta la nostra alterità». Per dirla con Levinas, «sotto il detto, il contenuto veicolato, c’è un dire, un’apertura, l’essere esposti all’alterità dell’altro». E ciò è «un dramma», perché l’apertura in quanto tale «non dà garanzie, contraddicendo quindi ogni «retorica dell’apertura e del dialogo come qualcosa di scontato e immediato». È da qui, da questa intrinseca complessità e «difficoltà nel dirci all’altro, che nascono le arti e la letteratura», cioè che «nasce un’infinita fecondità». Insomma, al di là del giusto limite del linguaggio riconosciuto da Gadamer, di «non poter esistere al di fuori delle lingue storicamente esistenti», ogni comunicazione, ogni opera artistica o letteraria produce «infiniti sensi al di là delle intenzioni del soggetto che comunica»: una volta che comunichiamo, «non siamo più possessori del significato di ciò che comunichiamo». Insomma, «non siamo detentori di una verità, non potendo non dar vita a proficui fraintendimenti». Ciò non è un limite ma anch’essa «una condizione di fecondità».

Fecondità che incontra un solo limite non negativo: quello del «silenzio dell’adorazione», che è un «silenzio dialogico», «la quintessenza della parola, prima e oltre di qualsiasi dire».

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Come annunciare il kerygma? «Serve narrazione e creatività»

Il 7 maggio si è svolta l’ultima lezione dell’anno della Scuola diocesana di teologia per laici, lezione sul tema “Annunciare la salvezza. «Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso» (Rm 10,11)”. Relatrice è stata Annalisa Guida, docente di Nuovo Testamento presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e presidentessa della Rivista “Parole di Vita”.

«Oggi – ha esordito la relatrice – annunciare il Vangelo è difficile perché mancano i presupposti: la cultura cristiana non è più cultura condivisa». La scommessa quindi è particolarmente interessante perché «ci obbliga a ricollocarci in un contesto in cui non siamo più maggioranza», per cui quello che comunichiamo «torna in un certo senso a essere una novità per molti». Può essere quindi, questa, «un’occasione per mettersi in discussione e per capire, ripartendo dalla fonte della nostra fede, come poter comunicare in maniera più creativa». Oggi – per Guida – «Gesù si racconta anche con forme comunicative diverse, ad esempio attraverso una fiction com’è “The Chosen”, interessante perché racconta Cristo attraverso gli sguardi di chi l’ha incontrato». Riscoprire la Parola di Dio significa innanzitutto «riscoprire qualcosa su cui come credenti non sempre riflettiamo abbastanza», cioè che «la dimensione comunicativa non è uno sfizio ma lo specifico del Dio della Rivelazione ebraico-cristiana», un Dio che «crea attraverso la Parola». Ma se la dimensione comunicativa è lo specifico di Dio allora «è anche costitutiva dell’essere umano»: infatti, «anche questo significa essere a immagine e somiglianza di Dio».

Ma come venne raccontato Gesù prima che le comunità cristiane potessero avere a disposizione quello che è il Nuovo Testamento? Nei primissimi decenni, «il kerygma è stato narrato tramite l’oralità, non tramite scritti» e Gesù stesso non ha lasciato nulla di scritto, era «un predicatore itinerante che dell’oralità faceva un tratto distintivo». Inoltre, le lettere di Paolo sono degli anni 50 ca. e il Vangelo più antico, quello di Marco, non è stato scritto prima del 65. Per capire come nei primissimi decenni dopo Cristo è stato annunciato il kerygma, la relatrice ha scelto di analizzare 1 Cor 15, 3-5: «Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io – scrive Paolo -, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture; che apparve a Cefa, poi ai dodici»: questa è «la forma primitiva del kerygma, il cuore dell’annuncio». Annuncio che, ora come allora ha e avrebbe avuto bisogno di domande, di chiarimenti, per capire il perché di questa attrazione inimitabile per la sua persona. Unica fonte che ci riporta i discorsi kerygmatici dei primi discepoli sono gli Atti degli apostoli (At 2, At 10, At 17): «l’elemento ineliminabile di questa predicazione è la resurrezione». In particolare Atti 10, 34-43 (il discorso di Pietro presso Cornelio) può essere anche oggi «il più consono per annunciare il kerygma»: insomma, «la forma biografico-narrativa è la forma più adatta, dando un’identità a ciò che racconta, rendendo presente l’assente».

Andrea Musacci

Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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(Foto Pexels – Grzes Zadykowicz)