Se la guerra e la paura invadono le nostre città

29 Apr

Si intitola “Città in guerra” il nuovo libro di Francesco Chiodelli che viene presentato il 4 maggio a Ferrara. Tra conflitti armati e crescente militarizzazione del quotidiano, viviamo sempre più in uno stato d’eccezione permanente. Tra leggi, propaganda e nuove abitudini, come cambiano le nostre vite

di Andrea Musacci

L’invasione russa dell’Ucraina, iniziata oltre 4 anni fa, ha portato nel dibattito pubblico l’idea che la guerra stia tornando nel cuore dell’Europa, come non accadeva – si dice – dalla seconda guerra mondiale. Un’affermazione, questa, verasolo in parte. La guerra alle porte dell’Europa, infatti, non ha fatto che accentuare dinamiche già presenti da anni, se non da decenni. Di questo parla il libro “Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana” di Francesco Chiodelli (Bollati Boringhieri ed., gennaio 2026). Il libro viene presentato lunedì 4 maggio alle ore 17.30 nella libreria Libraccio di Ferrara (piazza Trento e Trieste): per l’occasione interverrà l’autore (che è geografo economico e politico dell’Università di Torino) e vi sarà l’introduzione e moderazione di Chiara Tarabotti e Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara) e Alfredo Morelli (Laboratorio per la Pace – UniFe). Si tratta del quarto e ultimo incontro del ciclo “Spaziocidio”.

CITTÀ COME GIUNGLE

Con la crescente crisi degli Stati a causa della globalizzazione, molti studiosi hanno iniziato a parlare di «geopolitica urbana», visto il ruolo crescente delle città e il loro crescere sempre più anche di dimensioni e di popolazione. È la cosiddetta «urbanizzazione del pianeta», scrive Chiodelli nel libro. Secondo l’ONU, oggi ca. 5 miliardi di persone a livello mondiale vivono in un’area urbana: negli anni ’50 del secolo scorso erano 750 milioni, nel 2050 saranno 6,7 miliardi. Dal punto vista militare, si tratta di «giungle di cemento, ingovernabili e turbolente, intricate e difficilmente conoscibili, cupe e selvaggi». 

URBICIDIO

Per questo la guerra entra sempre più nelle città, e con ciò «mutano anche i suoi effetti nefasti, che si materializzano in una distruzione tanto radicale del corpo urbano da poter parlare, in alcuni casi, di urbicidio». Certo, da Gerico a Cartagine, la guerra nelle città vi è sempre stata: ma oggi «i conflitti urbani non sono più solo un tassello tra tanti altri (scontri in campo aperto, battaglie navali, combattimenti sulle montagne) del puzzle bellico. Sono invece la forma principale che la guerra assume nella contemporaneità», in un contesto in cui, almeno formalmente, esiste un diritto internazionale e gli eserciti si riducono sempre più di dimensioni. Insomma, da qualche decennio, «si combatte sempre più dentro le città». I primi esempi sono l’assedio di Sarajevo (aprile ‘92-febbraio ‘96) nella guerra in Bosnia ed Erzegovina, l’operazione militare USA a Mogadiscio nel ’93 e la battaglia di Groznyj in Cecenia nel ’94-’95. Ben prima, a Dresda (nella seconda guerra mondiale), poi ad Aleppo e in Ucraina.

A proposito dell’assedio di Sarajevo a opera prima delle forze dell’Armata jugoslava e poi dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, obiettivo delle bombe e dei cecchini fu la città stessa: «il corpo urbano venne infatti martoriato intenzionalmente in quanto rappresentava il simbolo e la condizione di possibilità dell’eterogeneità, del multiculturalismo e della convivenza tra gruppi etnici diversi». Quindi, urbicidio significa «la distruzione intenzionale di edifici non per ciò che essi rappresentano individualmente, ma in quanto sono condizione di possibilità di un’esistenza eterogenea tipica della vita in città».

SABBIE MOBILI URBANE

Visto dal lato di chi viene attaccato, «portare il combattimento dentro il tessuto urbano permette di controbilanciare, almeno in parte, lo straordinario progresso in materia di armamenti e tecnologia che ha caratterizzato le forze armate di molti paesi»: «le città diventano un’arma straordinaria che le milizie irregolari possono usare a proprio vantaggio». Ad esempio, la presa di Falluja nel 2004 è arrivata solo dopo un mese di combattimenti con, da una parte, via terra e aria l’imponente esercito USA (che registrò la perdita di ben 107 propri soldati) e dall’altra parte 2-3mila ribelli islamisti con armi ben più artigianali. La guerra contemporanea, quindi, non è per nulla «chirurgica» ma fatta di massicci bombardamenti, di scontri a fuoco, e dell’utilizzo di mezzi fisici quali bulldozer – si vedano in particolare le azioni militari dell’esercito israeliano. Riguardo a quest’ultimo e all’annichilimento genocida di Gaza, l’autore cita il concetto di «disabilizzazione spaziale»: «distruggendo e impedendo la ricostruzione di ospedali, scuole, attività economiche, abitazioni, infrastrutture idriche, elettriche e fognarie, l’esercito israeliano produce un corpo urbano disabilitante, ossia che rende estremamente complicata, faticosa e travagliata la vita quotidiana dell’intera popolazione».

DETERRENZA?

Ma la vera partita si gioca sul piano mediatico: «Per avviare una campagna militare – magari lunga, sanguinosa e costosa – è infatti necessario convincere i cittadini, i soldati e gli intellettuali, così come le forze politiche, economiche e sociali di un paese, che quello che si sta per fare è materialmente indispensabile e moralmente ineccepibile». Infatti, «mai si è dichiarato di entrare in guerra per meri interessi economici, strategici o territoriali, per quanto questi siano spesso alla radice dei conflitti». E lo stesso “stato di tensione” è abitato dalla lenta e perenne costruzione di un’atmosfera da stato di guerra. «La guerra postmoderna è caratterizzata dalla centralità della deterrenza: per le principali potenze del pianeta, il piano ordinario del conflitto si sposta – con alcune significative eccezioni – dall’uso materiale della violenza a una zona grigia, sospesa tra pace e guerra, in cui conta soprattutto la possibilità (dichiarata e dimostrata attraverso parate militari, test, annunci e azioni dimostrative) di annichilire il nemico».

TECNOLIBERISMO BELLICO

Da qui, lo sviluppo continuo delle tecnologie militari come dimostrazione di forza (ad es., droni, aerei spia, software sofisticati, robot – compresi gli “insetti-robot”): la cosiddetta revolution in military affairs (RMA – rivoluzione in ambito militare) «è caratterizzata dall’intersezione tra il linguaggio della scienza, che garantisce legittimità alle azioni belliche (le operazioni militari ipertecnologiche sarebbero oggettive, precise e insindacabili) e quello delle aziende private, che ne assicura l’efficienza (gli attacchi sarebbero basati solo su un calcolo razionale dei costi e dei benefici, rispondendo a logiche puramente tecniche e completamente depoliticizzate)». 

Insomma, qualcosa che assomiglia sempre più a «un’azione imprenditoriale di capitalismo ad alto rischio, in cui contano innovazione, tempismo ed efficienza». Non a caso, sempre più «alle truppe regolari si affiancano frequentemente contractor privati». In un contesto di sicurezza urbana non militare si può dire lo stesso per la gestione dell’ordine pubblico per medi o grandi eventi, anche a Ferrara, dove vigilantes privati la fan sempre più da padroni.

MILITARIZZARE IL QUOTIDIANO

Vicino al concetto di urbicidio vi sono anche le azioni terroristiche decisamente meno tecnologicamente “evolute”, come sono quelle jihadiste: anche qui, infatti, «il bersaglio è l’urbanità, ossia le forme di vita che prendono corpo in città, con la differenza che alla devastazione sistematica dell’urbicidio il terrorismo sostituisce azioni mirate volte a comunicare la possibilità della distruzione e della morte su vasta scala». Proprio 25 anni fa, dagli attentati jihadisti negli USA, i poteri diedero vita a leggi straordinarie come il Patrioct act, veri e propri attacchi ai diritti fondamentali. Conseguenza di ciò, anche in Europa e nel nostro Paese, è stata – ed è – la «banal warfare», la «militarizzazione della vita urbana» (in realtà iniziata prima: si veda il G8 di Genova del 2001), «ossia l’estensione di ideali, pratiche, tecnologie e immaginari militari agli spazi della quotidianità nelle nostre città: piazze, stazioni, arterie di traffico, zone pedonali, musei e aeroporti. Tutti questi luoghi sono visti come potenzialmente insicuri e intrinsecamente problematici». Un vero e proprio «stato permanente di guerra potenziale», uno «stato d’eccezione»: si vedano anche le pattuglie di militari nelle città (l’Operazione Strade Sicure fu avviata nel 2008 e nessun governo l’ha mai interrotta), comprese Ferrara dove vi sono camionette in diversi punti e – almeno per ora – ci è risparmiata la presenza di blindati “Puma” come avviene ad esempio a Roma e Milano. «Questa scelta estetica – spiega l’autore – rivela invece perfettamente la funzione dei soldati schierati in ambito urbano: non quella di affrontare un pericolo imminente, bensì quella di creare un’atmosfera di controllo e sicurezza», di «rendere psicologicamente e visivamente presente la guerra», anche attraverso la cd. «architettura difensiva» (blocchi di cemento armato, robuste strutture metalliche) e le armi non letali in dotazione alle forze dell’ordine. Tutte scelte che rendono sempre più labile il confine tra guerra e normale attività di polizia.

“DECORO” E LEGALITÀ SOSPESA

Stiamo dunque assistendo a «un’interruzione legale della legalità»: si pensi al recente “Decreto sicurezza” del Governo Meloni e al cosiddetto “DASPO urbano” del decreto Minniti-Orlando (governo Gentiloni, ma anticipato dal Governo Renzi). Da qui, l’involuzione diretta sempre più sul virtuale, verso una vera e propria «società del controllo» contraddistinta «da una miriade di sistemi di sorveglianza e raccolta dati indipendenti», per finalità disciplinari o commerciali. Nell’era del neoliberismo che distrugge ogni tutela e diritto nella sfera socio-economica, la propaganda si concentra sulla sicurezza intesa come difesa (presunta) dell’incolumità fisica dall’attacco di un nemico “esterno”, che sia un terrorista o un migrante, un antagonista o un mendicante. Gli stessi sindaci che riscuotono più successo sono quello identificati come “sceriffi” e le giunte comunali considerate più avanzate sono quelle capaci di vendere la propria città come un brand, da trasformare (con l’ipocrisia della “rigenerazione urbana”) per venderla a imprese, speculatori, turisti e affaristi di ogni sorta, che si tratti degli edifici, dei grandi eventi, di enti o di spazi pubblici. In nome del «decoro urbano», lo spazio pubblico viene «sanificato, depurato da elementi umani e materiali ritenuti estranei o perturbanti, in un processo di omologazione ai bisogni e alle preferenze di un parte specifica della popolazione», quella con una capacità di spesa superiore alla media.

Al contrario – conclude l’autore – esiste la possibilità di costruire una «geopolitica di pace positiva», rendendo di nuovo le nostre città non luoghi di guerra e mercificati, ma di libertà, partecipazione ed emancipazione.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° maggio 2026

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(Foto: Stazione Centrale di Milano)

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