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Le strade della discordia: Cispadana e Ferrara-Mare diventeranno autostrade?

20 Gen

Opere più che mai necessarie per l’economia del nostro territorio o inutili sperperi di denaro pubblico? Maledizioni per l’ambiente o soluzioni sostenibili, anzi auspicabili? Abbiamo incontrato Marcella Zappaterra, consigliere regionale uscente, e sostenitrice dei progetti di trasformazione in autostrade della Cispadana e della Ferrara mare, ed alcuni esponenti di soggetti da sempre su posizioni contrarie: Legambiente, WWF e Coordinamento “NO autostrada”, per confrontare le rispettive opinioni su entrambi i progetti. per il primo, quello sulla Cispadana, si è in attesa dell’analisi costi-benefici, per il secondo, sulla Ferrara mare, siamo ancora alla fase preliminare

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A cura di Andrea Musacci

Il 2020 dovrebbe essere l’anno di inizio dei lavori per trasformare la Cispadana in autostrada. E il 2024 quello in cui questa infrastruttura da Reggiolo al casello Ferrara sud dovrebbe diventare realtà. Il condizionale, in questo caso, è più che mai d’obbligo.

Paletti temporali si possono fissare in modo certo solo per periodi passati. L’unica cosa sicura, dunque, finora, è che sono passati ben 34 anni da quando la Regione Emilia-Romagna ha approvato il primo Piano per la costruzione della strada Cispadana a scorrimento veloce. E ne sono trascorsi 14 da quando la stessa Regione ha deciso di trasformare questa strada appunto in autostrada. Anni di ritardi, polemiche, contrasti, sfottò e proclami. Dècadi attraversate da diversi, e spesso nemmeno brevi, periodi di silenzio, di attese snervanti, interpretate sempre in modo differente: con note di pessimismo, da parte di chi sostiene il progetto, di speranza in un nulla di fatto per chi invece da sempre lo combatte.

Lo scorso 25 novembre il Governatore Bonaccini e l’assessore Donini hanno presentato quello che dovrebbe essere il progetto definitivo di questa grande opera: esultano i tanti sostenitori (il PD e tutto l’arco del centro-destra), protestano gli oppositori (partiti di sinistra, M5S, comitati, associazioni ambientaliste), divisi, quest’ultimi, al proprio interno fra chi crede che sia davvero la volta “buona”, e chi, invece, legge nella promessa di uno studio costi-benefici da realizzare, un’“ammissione” della possibile insostenibilità economica e ambientale del progetto.

Un’altra “certezza” è che nei prossimi anni anche la Ferrara-mare sarà trasformata in autostrada: siamo ancora al progetto preliminare ma di questa idea si parla dal 2009 (e, ai tempi, come spesa si prevedevano oltre 600 milioni di euro), per unirla ad ovest all’A13 Bologna-Padova e ad est alla futura autostrada Orte-Mestre, oltre, naturalmente, alla stessa Cispadana.

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Breve storia della Cispadana

L’idea di un ”asse viario cispadano” alternativo alla via Emilia e alla strada statale 468 di Correggio, nasce nel 1960. Quasi 30 anni dopo, nell’86, la Regione approva il primo Piano Regionale Integrato dei Trasporti (PRIT), che individua il primo progetto dell’infrastruttura, inizialmente come strada extraurbana secondaria (a unica carreggiata con una corsia per senso di marcia). A partire dagli anni ‘90 vengono realizzate dall’ANAS le prime opere, fra cui la strada provinciale 70 da Ferrara a San Carlo (oggi nel Comune di Terre del Reno). Solo nel 2004 viene inaugurato il primo tratto di 3,7 km da San Carlo a Sant’Agostino – quindi sempre nella nostra provincia -, costato 18 milioni di euro, e tre anni dopo viene inaugurato il secondo lotto di 5,5 km fino a Poggio Renatico, costato oltre 20 milioni e realizzato dall’amministrazione provinciale di Ferrara. Successivamente, è stata completata la porzione ferrarese (la SP70) fino al casello di Ferrara sud. Sul versante occidentale, l’asse viario cispadano è stato invece realizzato solo in alcuni tratti.

La svolta avviene nel 2006 quando l’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna approva il programma delle autostrade regionali, decidendo di modificare la tipologia dell’infrastruttura da strada a scorrimento veloce gratuita ad autostrada regionale a pedaggio. La modalità di realizzazione viene individuata con lo strumento della finanza di progetto (project financing), vale a dire una partecipazione finanziaria regionale massima di 350 milioni di euro, e una concessione di 49 anni e 6 mesi. A gennaio 2010 viene aggiudicata la concessione al promotore ATI-Autobrennero (poi diventata Autostrada Regionale Cispadana – ARC S.p.A., presieduta da Graziano Pattuzzi, ex presidente della Provincia di Modena ed ex sindaco di Sassuolo).

Dopo il decreto di compatibilità ambientale del 2017, lo scorso novembre il presidente uscente Stefano Bonaccini, insieme all’assessore regionale ai trasporti Raffaele Donini, ha presentato il progetto, annunciando uno stanziamento di ulteriori 100 milioni di euro da parte della Regione (arrivando così a un totale di 279 milioni), e la ricapitalizzazione della società ARC spa con altri 100 milioni di euro da parte della società Autobrennero (che, però, ancora non sa se avrà rinnovata la concessione per l’A22). Il costo presunto dell’opera è di circa 1 miliardo e 320 milioni di euro, in continuo aumento dal 2010. Dopo l’approvazione da parte della Giunta Regionale e l’avvio della conferenza di servizi con gli enti territoriali, entro fine anno o al massimo a inizio 2021, dovrebbero aprire i cantieri. La durata dei lavori è stimata in 44 mesi.

La Cispadana dovrebbe diventare un’autostrada extraurbana a due corsie, a gestione regionale, di circa 67 km, che collegherà i caselli di Reggiolo-Rolo sull’A22-AutoBrennero (Modena-Brennero) e quello di Ferrara sud sull’A13 Bologna-Padova. Nell’autostrada saranno presenti quattro caselli autostradali (San Possidonio-Concordia sulla Secchia-Mirandola, San Felice sul Panaro-Finale Emilia, Cento, Poggio Renatico), due aree di servizio (a Mirandola e Poggio Renatico), oltre a sette viadotti, altrettanti sottovia di interconnessione, 31 sottovia e 25 cavalcavia.

“Sarà un risparmio per tutti e a tutela dell’ambiente. Anche la Ferrara-mare sicuramente diventerà autostrada”

zapp4Marcella Zappaterra, ferrarese, è consigliere regionale uscente di maggioranza, in quota PD (nonché ex presidente della Provincia), e forte sostenitrice del progetto dell’autostrada Cispadana. L’abbiamo incontrata per farci spiegare gli ipotizzati vantaggi di questo progetto.

Zappaterra, al posto dell’autostrada non sarebbe sufficiente completare la strada a scorrimento veloce, o al massimo trasformarla in superstrada? Quali sarebbero i vantaggi dell’autostrada rispetto a queste due alternative?

Una strada a scorrimento veloce o una superstrada si possono realizzare esclusivamente con fondi pubblici, ma non ci sono. Poi si porrebbe il tema delle risorse per la manutenzione. Se pensiamo a quelle destinate alla Ferrara-mare, alla Statale 16, alla Statale Romea e più in generale alla rete viaria statale, viene spontaneo preoccuparsi. L’autostrada è l’unica soluzione perché, a fronte di un impegno di spesa di 180 milioni di euro della Regione Emilia-Romagna, ci sono privati disponibili ad investire oltre un miliardo, ovviamente prevedendo l’introduzione di pedaggi.

Riguardo all’impatto ambientale, sarà sufficiente piantare alberi a posteriori?

Certamente no. In generale il progetto comporta diversi interventi di mitigazione dell’impatto ambientale (61 km di piste ciclabili, 514.700 mq di interventi di carattere naturalistico, 756.600 mq di interventi di inserimento paesaggistico, 158.600 mq di boschi e arbusti filtro, 12 km di siepi e filari e 20 mila mq di parco intercomunale). Ma dal punto di vista ambientale c’è un altro dato da evidenziare: -4% di polveri sottili e -13% di ossidi di azoto dovuti alla riduzione del traffico nei centri abitati e all’aumento della velocità di scorrimento dei mezzi.

In generale, non è ‘antiquato’ investire così tanto sul trasporto su gomma? Non sarebbe meglio investire sul trasporto su rotaia?

La nostra Regione crede fermamente nel potenziamento della rete ferroviaria e gli investimenti effettuati in questi anni hanno raddoppiato il trasporto merci su rotaia. Tuttavia, gomma e ferro sono complementari (anche nei Paesi dove il trasporto su rotaia è all’avanguardia, come in Svizzera o in Germania, le autostrade ci sono e sono utilizzatissime). E poi dove si realizza una ferrovia servono comunque strade di collegamento e infrastrutture che consentano le necessarie interconnessioni. Nel caso specifico si tratta di realizzare infrastrutture di base attualmente inesistenti. Ci sono territori altamente industrializzati ma senza vie di collegamento adeguate, realtà come le nostre che hanno pagato un prezzo altissimo dall’isolamento. Con la Cispadana si potranno agevolmente raggiungere aree che non sono servite e che non potrebbero esserlo dalla ferrovia per motivi sia geografici sia di sostenibilità economica. Senza contare che la soluzione verrebbe rinviata di altri 30 anni!

Non pensa che in molti, per evitare il pedaggio, potranno scegliere altre strade non a pagamento, più vicine ai centri urbani, aumentando così il traffico nei piccoli centri (penso ad esempio alla via Modena tra Ferrara e S. Agostino) e anche l’inquinamento a ridosso degli stessi?

Potrebbe succedere nel caso di piccole percorrenze, non credo in quelle più lunghe. Da Ferrara all’interconnessione con la Brennero serviranno circa 40 minuti, la metà del tempo che occorre ora, con una riduzione stimata del 35% dei costi tra carburante e pedaggio. Da automobilista abituata a fare molti chilometri nella nostra provincia e nel resto della Regione ho pochi dubbi sulla scelta.

Riguardo invece alla Ferrara-mare: è ancora in piedi l’idea di trasformarla in autostrada? Se sì, quali sono i tempi? E quali sarebbero gli eventuali vantaggi rispetto allo stato attuale?

Sì, l’idea è assolutamente attuale ed è confermata dal Piano Regionale Integrato dei Trasporti 2025 approvato lo scorso ottobre. Va però chiarito che le competenze sono statali e di ANAS quindi immagino un iter più tortuoso e tempi certamente più lunghi. Resto convinta che sarebbe la soluzione ottimale per garantire la manutenzione e soprattutto maggior sicurezza. Il soccorso in caso di incidenti in superstrada senza la corsia d’emergenza è sempre molto difficile.

Infine, il Coordinamento “NO Cispadana”, in generale sul progetto autostrada Cispadana, lamenta anche lo scarso coinvolgimento dei cittadini dei Comuni interessati. Cosa risponde?

Rispetto le loro opinioni, ma sono ormai decenni che discutiamo della definizione del tracciato. Sono stati centinaia gli incontri che hanno visto il coinvolgimento di cittadini, referenti istituzionali, associazioni e tecnici. In questi anni sono stati più rari, ma solo perché in attesa della VIA non c’erano novità delle quali discutere. Dopo l’ottemperanza alle prescrizioni di VIA, il progetto verrà ripubblicato e anche il confronto si riaprirà.

“Progetti sempre più costosi e inquinanti, potenziamo quelli già esistenti e le alternative alla gomma”

nocis3Chi da sempre è in prima fila nella battaglia contro il progetto autostrada Cispadana è Silvano Tagliavini, residente a Novi di Modena, portavoce del Coordinamento cispadano “NO autostrada”, che riunisce cittadini, comitati, associazioni e partiti che protestano contro l’opera: “per attirare gli investitori, si sono sottovalutati i costi e sopravvalutati gli introiti dai pedaggi. La nostra proposta – spiega a “la Voce” – è di completare i tratti mancanti della Cispadana come strada a scorrimento veloce, quindi né come autostrada né come superstrada, sia per i costi inferiori – per la Regione e per i cittadini -, sia per il minor impatto ambientale, e perché darebbe comunque lavoro a molte persone”. Insomma, si tratterebbe di riprendere il progetto interprovinciale del 2004. Progetto che, tra l’altro, 16 anni fa prevedeva un costo di 85 milioni di euro. Mica bruscolini, si dirà. Certo. “Oggi, però – ed è così quasi dal 2010, ci spiega Tagliavini -, rifacendo la valutazione, il costo stimato è di 1 miliardo e 320 milioni di euro, dei quali 279 milioni a carico della Regione (179 iniziali e 100 aggiunti lo scorso aprile), che dovrebbe sostenere anche la spesa di ulteriori 400 milioni di euro per le opere complementari (raccordi, strade di collegamento ecc.). Insomma, a carico della Regione ci sarebbero circa 700 milioni, mentre per il completamento ne basterebbero ‘solo’ 200”. Sempre rimanendo sul discorso dei finanziamenti, Tagliavini riflette anche sul fatto che il concessionario ARC (Autostrada regionale Cispadana spa) al proprio interno ha il 51% di Autobrennero spa, che però vive un momento di incertezza, legata al dubbio sul rinnovo della concessione dell’autostrada A22.

Riguardo, invece, all’ambito tecnico-ambientale, “l’autostrada consumerebbe più suolo rispetto alla strada a scorrimento veloce: ad esempio, in caso di inondazione, fenomeno purtroppo sempre più ricorrente, l’alto livello del manto stradale farebbe da diga, oltre all’effetto di barriera che rovinerebbe visivamente il paesaggio”. Inoltre, secondo Tagliavini, c’è anche un aspetto, non meno importante dei precedenti, per così dire “politico”: “nel 2002 la Commissione Europea iniziò a ragionare sul fatto che, per essere concorrenziali fosse sempre più importante abbattere i costi delle merci, e per fare ciò indicò il trasporto marittimo e ferroviario come preferibile a quello su gomma, per nulla concorrenziale. Allora perché – si domanda il portavoce del Coordinamento – nel 2020 propongono ancora un progetto del genere?”. La sua risposta è chiara: “perché abbiamo una classe dirigente, sia nel centro-sinistra sia nel centro-destra, interamente legata a un certo sistema economico, con scambio reciproco di favori. Come Coordinamento sosteniamo l’importanza di potenziare fortemente l’intermodalità gomma/ferro, anche pensando ai collegamenti verso il resto del Continente: a ovest di Reggiolo – conclude – la Regione vuole potenziare il tratto viario esistente, Parma-Suzzara-Poggiorusco, e allora perché non farlo anche verso est?”.

Massimo Montanari, invece, è rappresentante del WWF dell’Alto ferrarese: “siamo contrari al progetto, soprattutto per l’impatto del consumo del suolo: centinaia di ettari verranno distrutti, senza parlare dell’inquinamento atmosferico che provocherà. Hanno parlato – prosegue – di una mitigazione con decine di ettari di alberi da piantare, operazione che si fa sempre a posteriori, e che, tra l’altro, non è nemmeno certa. Senza poi considerare le altre opere da eseguire, di collegamento con Comuni e località ai lati della futura autostrada, che non rientrano nel conto economico e che graveranno ulteriormente a livello ambientale”. Scetticismo anche sull’analisi costi-benefici, un mero “passaggio burocratico”.

Riguardo alla trasformazione in autostrada della Ferrara-mare, per Montanari “indurrà molti a spostarsi su strade provinciali, intasandole e aumentando l’inquinamento sui vicini centri abitati”. C’è poi da considerare – ed è un aspetto assolutamente decisivo – se le banche confermeranno l’erogazione di finanziamenti, poiché magari prevedono che vi sarà un calo di accessi di veicoli, e dunque non sufficienti entrate dai pedaggi per recuperare i soldi investiti”.

Anche Legambiente è da sempre contraria al progetto dell’autostrada Cispadana. Stefano Martini, responsabile trasportistica di Legambiente Comacchio ci spiega come “la maggior parte delle persone – almeno questa è la nostra l’impressione – è critica verso il progetto. Nessuno vuole una strada a pagamento, senza pensare al problema ambientale e al discorso sulla probabile riduzione delle uscite dell’autostrada”, con maggiore scomodità, rispetto ad adesso, per raggiungere le piccole località. Un’altra questione di cui ci parla Martini è quella relativa alla manutenzione: “ANAS attualmente non sembra ancora in grado di gestire le opere a proprio carico, è vero, ma la soluzione non è certo quella di darla ai privati. Per noi, in generale, bisognerebbe spostare il traffico sulle autostrade già esistenti e potenziare il porto di Ravenna”.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 gennaio 2020

http://lavoce.epaper.digital/it/publicazioni/133-la-voce/riviste

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Carbone, da 20 anni molto più di una Galleria

13 Gen

In via del Carbone a Ferrara a inizio del 2000 nasceva lo spazio artistico-culturale diretto, sempre con “coraggio” e “continuità”, da Paolo Volta e Lucia Boni: li abbiamo incontrati per farci raccontare gli esordi e per riflettere sul senso del Carbone in questi anni ’20 appena iniziati: “cerchiamo di proporre pensieri e sguardi differenti e di dare spazio ai giovani”

artisti dic 2019A cura di Andrea Musacci

Da una storia d’amore sbocciata circa 50 anni fa è nata e continua a vivere una delle roccaforti dell’arte e della cultura estensi, un punto di riferimento per chi pensa che la creatività e il pensiero possano vivere soprattutto e innanzitutto nella relazione concreta e diretta fra le persone.
Parliamo della Galleria del Carbone, fondata e diretta dai coniugi Paolo Volta e Lucia Boni, e che proprio in questo periodo festeggia i suoi primi 20 anni di vita, trascorsi nella sede di via del Carbone 18, di fronte alla Chiesa di San Giacomo, ora sala 4 del Cinema Apollo. Ma gli albori del progetto risalgono al ’97, quando nasce l’ “Accademia d’Arte – Città di Ferrara”, fondata da nove persone: oltre a Volta e Boni, Isabella Guidi, Gianni Vallieri, Paola Braglia Scarpa, Rita Confortini, Tiziana Davì, Giuliana Magri e Giacomo Savioli. La Galleria – un vero e proprio spazio culturale a 360° – ha ospitato centinaia di eventi, soprattutto mostre (nell’ordine di una al mese) ma anche esibizioni musicali, presentazioni letterarie, letture dal vivo e altro ancora. Attualmente, fino al 26 gennaio, ospita la mini-collettiva “La camminata come opera d’arte” di quattro artiste – Chiara Bettella, Elisabetta Marchetti, Cristina Squarzoni e Beatrice Vaccari – allieve dell’atelier di Ketty Tagliatti.
Tante le personalità intervenute dal 2000 al Carbone, fra cui Franco Farina, Vittorio Sgarbi, Roberto Roda, Carlo Bassi, Giorgio Chiappini, Daniele Lugli (il Carbone è anche “sede” del Movimento Nonviolento di Ferrara), Marco Bertozzi, Franco Basile, o critici come Gianni Cerioli, Lucio Scardino, Michele Govoni, Maria Livia Brunelli, Massimo Marchetti, musicisti come Emmanuela Susca e Roberto Manuzzi.
Come dicevamo, tutto inizia 50 anni fa, quando nel ’69 Paolo e Lucia, dopo aver frequentato il Dosso Dossi, si iscrivono lo stesso giorno all’Accademia di Belle Arti di Bologna (Paolo a pittura, Lucia a scultura). Nel ’72 si fidanzano e nel ’76 si sposano. Li abbiamo incontrati per farci raccontare questo pezzo ventennale della storia di Ferrara.

Nel 2000 in che momento delle vostre vite nasce questo progetto?
Io, Paolo, lavoravo già nel mio studio Techno srl, di progettazione architettonica, dove ancora lavoro.
Io, Lucia, invece, lavoravo nel Laboratorio delle Arti del Comune di Ferrara, e da alcuni anni sono in pensione.

Perché, insieme ad altri, avete sentito il bisogno di aprire uno spazio come il Carbone?
Dar vita alla Galleria ci ha permesso un maggior contatto con gli artisti, di avere con loro scambi diretti e molto fertili. La Galleria è nata anche grazie all’opportunità “fortuita” di poter avere in affitto quella che è ancora la sede qui in via del Carbone. Purtroppo, però, non tutti i soci fondatori dell’Accademia accettarono di farla nascere, all’inizio ci fu una “diaspora”, ma noi due, insieme ad altri, andammo avanti con coraggio.

Vent’anni fa la città come rispose a questa vostra proposta? E in questi anni com’è cambiato il vostro rapporto con Ferrara?
Diciamo che coraggiosa fu anche la partecipazione degli artisti, fin da subito, e ci fu interesse da parte dei giornali locali e dei critici d’arte. Mettemmo in atto una capillare distribuzione degli inviti e facemmo fin da subito un’intensa pubblicità alle mostre e alle nostre attività: un lavoro per tutta la città, distribuendo a mano i volantini. Negli anni l’interesse è rimasto ma al tempo stesso è sopravvenuta anche una certa abitudinarietà e una certa fatica. Ma andiamo avanti, e sempre – ci teniamo a dirlo – senza pressioni esterne di alcun tipo. Fino alla morte di don Franco Patruno, per esempio, avevamo con lui un rapporto amicale e di collaborazione, una comune visione artistico-culturale, non, come qualcuno insinuava, di “dipendenza” dalle sue scelte. Avevamo, ad esempio, buoni rapporti anche con Franco Farina o con l’ex Assessore all’Istruzione Mantovani. L’Amministrazione Comunale ci ha sempre sostenuto con il patrocinio gratuito, cioè non finanziandoci mai (a parte in un’occasione).

Nella Ferrara del 2020 che senso ha uno spazio come il Carbone?
In quest’ vent’anni, è vero, sono cambiate tante cose, soprattutto negli ultimi tempi. Negli anni diverse gallerie hanno aperto e chiuso, per motivi differenti: siamo contenti di rappresentare per i nostri soci – della prima ora e non – e per Ferrara, una continuità. Abbiamo sempre difeso, e continueremo a farlo, il principio della gratuità delle iniziative che proponiamo e della loro varietà, anche perché non vogliamo che la nostra associazione e la Galleria siano una nicchia per soli intenditori, ma, anche oggi, un luogo di divulgazione di pensieri e sguardi differenti e non superficiali.

Il Carbone ha voluto dare e dà spazio anche ad artisti giovani ed emergenti e a nuove forme artistiche…
Esatto. Sono cambiate le tecnologie e la stessa divulgazione spesso non passa attraverso un dialogo reale con gli oggetti (le opere d’arte) e con le persone (gli artisti). Noi, invece, vorremmo conservare anche il sapere su come viene realizzato un lavoro artistico, da dove origina e dove vuole portare.
Riguardo alla scelta degli artisti che ospitiamo, innanzitutto vorremmo sottolineare come al Carbone non espongono solo nostri soci, né solo artisti ferraresi o storici. Il nostro spazio non si connota nemmeno come quello di uno specifico movimento artistico. Sono tanti i giovani che hanno esposto ed espongono qui – e alcuni di loro hanno proprio esordito -, come Luca Zarattini, Andrea Mario Bert, Lorenzo Romani, Luca Serio. Inoltre, fin da subito abbiamo avuto legami con l’Accademia di Belle Arti di Bologna, per progetti con gli insegnanti, gli studenti o i neo laureati, ospitandoli ad esempio per stage.
Vogliamo anche ricordare le tante mostre da noi curate ma ospitate in altri spazi: quella sulla poesia visiva a Porto Viro, le collaborazioni col Liceo Dosso Dossi e altre scuole, le attività alla Biblioteca Bassani e con altre biblioteche, a Ca’ Cornera, Porto Tolle, Arquà Polesine. Oppure, gli scambi artistici con “Der Kreis” (“Il Cerchio”) di Norimberga, con Monaco, con la Galleria Koller di Budapest, con Odessa o Austin nel Texas.

In questo ventennio qual è stato il vostro più grande dispiacere?
Forse non sempre la città è stata attenta alle nostre proposte artistiche e culturali, e negli ultimi tempi notiamo una minore attenzione da parte della stampa locale.
I dispiaceri più grandi però ci sono venuti dalle morti premature di non pochi artisti nostri amici e soci.

Quale invece la vostra gioia più grande?
L’essere riusciti a far nascere e a consolidare rapporti continuativi con tanti artisti e non solo (anche musicisti e scrittori, ad esempio), e l’aver fatto esordire, come detto, giovani artisti validissimi.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 gennaio 2020

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“Un carcere più attivo e aperto”

17 Dic
Il Report dell’Associazione “Antigone” e i dati aggiornati del Ministero sulla Casa Circondariale di Ferrara: al 30 novembre, sono 264 i detenuti. Il problema del lavoro che non c’è. Moltiplicate, però, le attività e in aumento gli studenti. Le parole della Garante dei diritti dei detenuti di Ferrara, Stefania Carnevale: “le loro lamentele riguardano salute, lavoro, affetti e reinserimento”
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Ben 364 detenuti, di cui 143 stranieri (circa il 40% del totale), per una capienza totale di 244 posti, con un tasso di affollamento del 145,5%.
Sono i dati della Casa Circondariale di Ferrara, provenienti dal Ministero della Giustizia e aggiornati al 30 novembre scorso. Rispetto al totale delle persone detenute nelle varie carceri della Regione, sono meno di un decimo, essendo il dato aggiornato arrivato a 3.856 detenuti in Emilia-Romagna. Di questi numeri, in relazione soprattutto alla “qualità” della detenzione, si è discusso il 10 dicembre nella Factory Grisù di Ferrara, per la presentazione del Primo Rapporto sulle condizioni di detenzione in Emilia Romagna realizzato dalla sede regionale dell’Associazione “Antigone”.
lI carcere “Arginone” di Ferrara
Da alcuni anni “Antigone” anche in Emilia Romagna garantisce che ciascun carcere sia visitato almeno una volta all’anno. Così è stato fatto anche per la Casa circondariale ferrarese “Costantino Satta” (aperta nel 1992), visitata lo scorso 25 giugno. Al momento della visita erano 355 i detenuti (350 a inizio 2019), di cui 143 stranieri (circa il 40%, Nigeria, Romania, Marocco, soprattutto). In totale, 7 sono in semilibertà, 24 collaboratori di giustizia, 6 in Alta Sicurezza, 7/8 in osservazione per radicalizzazione livello medio-basso. 185 sono, invece, gli agenti di Polizia penitenziaria presenti, su 212 agenti previsti.
“Si nota subito il cambio di direzione e salutiamo con soddisfazione l’espressa volontà di applicare l’isolamento solo come extrema ratio”, è scritto nella Scheda di Antigone (disponibile su antigone.it). “L’istituto si presenta, come sempre, pulito ed efficiente ma sconta l’eccessiva circuitazione”, che rende “difficile l’offerta trattamentale stante la necessità di tenere separati molti dei detenuti tra loro e nonostante gli sforzi della direzione e dell’equipe trattamentale e l’aumento di attività negli ultimi anni. Diverse le convenzioni per lavori di pubblica utilità e numerosi gli art. 21 sebbene l’offerta di lavoro per datori di lavoro esterni sia invero contenuta a sole due unità. Numerosi i corsi scolastici – è scritto ancora -, tra cui degni di nota l’istituto alberghiero e quello agrario così come la possibilità di iscriversi a corsi universitari. La palestra è pulita e dotata di attrezzi, ma non riesce a soddisfare le numerose richieste dei detenuti”.
“Molte le aree destinate a produzioni orticole – sono ancora parole della Scheda -, destinate prevalentemente all’autoconsumo da parte dei detenuti e/o rivendute al personale al fine di finanziare l’attività medesima”. In generale, “l’istituto si trova in buone condizioni dal punto di vista strutturale, anche a seguito dei lavori di restauro successivi al terremoto che ha colpito la zona nel 2012. Le sezioni visitate non presentavano evidenti problemi di manutenzione, ad eccezione delle docce che sono collocate in locale separato dalla cella ove apparivano evidenti segni di umidità e delle schermature alle finestre”. “L’Area sanitaria è pulita e la palestra efficiente e con attrezzature per vari esercizi, l’area pedagogica è pulita e luminosa, vi sono 6 aule per le lezioni scolastiche (con 50 detenuti coinvolti in corsi, ndr) e una biblioteca con sala lettura (con 800 volumi, usata anche come sala lettura e per presentazioni letterarie, e nella quale è attivo anche il servizio interbibliotecario, ndr). Nelle salette per la socialità vi sono dei lavelli e nelle salette della socialità delle lavatrici. I semiliberi hanno a disposizione un refettorio per consumare i pasti tutti insieme”. Ricordiamo, infatti, che il carcere ferrarese è diviso in diverse sezioni: Sezione dei detenuti comuni, AS2,  “Protetti”, “Collaboratori di giustizia” (Sez. C), Congiunti dei collaboratori di giustizia (Sez. Z), “Nuovi giunti” (della quale una parte è utilizzata anche come repartino di isolamento), oltre alle 5 e 6 per condannati definitivi con pene superiori ai 5 anni.
“L’istituto di Ferrara – prosegue il testo – si caratterizza per l’ampiezza degli spazi esterni: molte le aree verdi che, gestite prevalentemente da una cooperativa (Viale K), sono state destinate alla coltivazione di ortaggi e frutta (Progetto “Galeorto”). L’ampio campo sportivo è frequentato anche da 100 detenuti alla volta”. Fra gli “eventi critici”, “Antigone” segnala: “secondo quanto riferito dalla polizia penitenziaria, i detenuti di origine magrebina comunicano il dissenso attraverso la pratica dell’autolesionismo. Invero, secondo quanto ci viene riferito, spesso l’autolesionismo si sostanzia nella protesta per la mancata somministrazione di psicofarmaci per lo più destinati allo spaccio interno”. Proseguendo, “dal 2010 è attivo il Laboratorio RAEE, volto allo smontaggio e pretrattamento di RAAE R2 (lavatrici, lavastoviglie, forni, ecc.) nell’ambito del quale sono stati assunti due detenuti: uno dal 2012 a tempo indeterminato e l’altro a tempo determinato di 6 mesi a ciclo continuo e scelto a rotazione dalla Coop. “Il Germoglio” di Ferrara”. Inoltre, “nel 2018 è stato aperto il Laboratorio Ricicletta dedito alla riparazione dei telai e delle camere d’aria delle biciclette. Inoltre, “dal 2005 è stata attivata, per la sola distribuzione interna ed in collaborazione con l’Asp di Ferrara, la Rivista periodica “l’Astrolabio”, e, in convenzione con l’Amministrazione comunale di Ferrara, un laboratorio teatrale. Esiste anche la squadra di calcio “Garegol” composta da 50 detenuti di tutte le età e le etnie. Infine, riguardo alla “sorveglianza dinamica”, “mancano le apparecchiature idonee […]. Sono state fatte richieste al Dipartimento”.
Stefania Carnevale, Garante dei Diritti dei detenuti del Comune di Ferrara, nell’incontro del 10 dicembre a Grisù, riguardo al carcere ferrarese ha spiegato come di positivo vi sia “che negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative di socializzazione ed educazione per i detenuti, e la struttura si è aperta molto alla città”. Dall’altra parte, però, “è un carcere dove le persone detenute hanno poche possibilità di lavorare per esterni. Dai miei colloqui coi detenuti di Ferrara emergono principalmente quattro tipi di lamentele”; ha proseguito: “la prima riguarda la salute, soprattutto per le lunghe liste d’attesa e la difficoltà di prenotare visite specialistiche; la seconda, il lavoro, in quanto tutti vorrebbero lavorare, e alcuni lamentano anche la poca trasparenza sui criteri riguardanti eventuali assunzioni; terzo, gli affetti, lamentando principalmente la distanza dalle famiglie; infine, il reinserimento sociale a fine pena, con situazioni anche drammatiche, per la mancanza di una casa dove andare a vivere, di un lavoro, e magari con le proprie famiglie lontane o disgregate”.
“Puntare sulla qualità della detenzione”: il dibattito a Spazio Grisù lo scorso 10 dicembre organizzato da “Spazio della Ragione” e “Antigone”
_5671L’iniziativa del 10 dicembre a Grisù, promossa dalla “Società della Ragione” e da “Antigone”, moderata e presentata da Leonardo Fiorentini, ha visto il saluto di Marcello Marighelli, Garante regionale dei detenuti (ed ex Garante del Comune di Ferrara), che ha sottolineato come “ancora troppo spesso vi è distanza tra il modello di carcere espresso nella nostra Costituzione e nelle leggi, e quello delle realtà concreta”. Ha preso poi la parola Andrea Pugiotto, Ordinario di Diritto Costituzionale dell’Università di Ferrara, che ha posto l’accento sull’importanza, come fa “Antigone”, “del monitoraggio, dell’osservazione, della denuncia, del fornire criteri di giudizio e della conseguente proposta di soluzioni ai problemi”. La detenzione, infatti, “è spesso considerata come qualcosa fuori dal mondo, dalla realtà, quindi anche dalle leggi, ma non è così. E fortunatamente a livello nazionale, europeo e mondiale negli anni è stato riconosciuta, ad esempio, l’importanza della prevenzione della tortura ai danni di persone detenute, con la possibilità quindi di poter svolgere visite – da parte di figure professionali riconosciute -, anche senza preavviso, nei luoghi di detenzione. “Tutto ciò è fondamentale non solo per la tutela della persona detenuta, ma anche per l’apparato di sicurezza – perché, se avvengono abusi, non si possa generalizzare nell’assegnare eventuali responsabilità – e per lo stesso Stato. Il carcere, dunque – ha concluso Pugiotto – è un problema che riguarda ogni cittadino, l’intera comunità”. Infine, hanno preso la parola Alvise Sbraccia, Coordinatore del comitato scientifico di Antigone, e Giulia Fabini, fra le curatrici del rapporto per “Antigone” Emilia Romagna. I due hanno riflettuto sul tema del sovraffollamento delle carceri, e in particolare sulla questione della qualità della detenzione, in particolare riguardo al lavoro, alle cure sanitarie e all’organizzazione degli spazi interni.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2019

Vite spezzate, vite salvate: a Ferrara storie di bimbi nella Shoah

17 Dic

“Stelle senza un cielo. Bambini nella Shoah” è il nome dell’esposizione aperta al MEIS fino al prossimo 1° marzo, un progetto didattico curato dallo Yad Vashem di Gerusalemme, in collaborazione con il MEIS, l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna e il CDEC. Il 10 dicembre la presentazione pubblica

a cura di Andrea Musacci

gemellineGiovani, spesso giovanissime vite sconvolte, inghiottite dalle tenebre del male, vissute dentro l’orrore. Esistenze a volte distrutte per sempre, altre, invece, salvate.

“Stelle senza un cielo. Bambini nella Shoah” è il nome dell’esposizione aperta al MEIS dall’11 dicembre fino al prossimo 1° marzo, un progetto didattico, pensato quindi soprattutto per le scuole, curato dallo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, in collaborazione con il MEIS, l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna e il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC). Storie di bambine e bambini raccontate attraverso le loro immagini, a volte le loro stesse testimonianze e il racconto storico, una narrazione inevitabilmente commovente fatta di spezzoni di vita quoditiana, segni di storie di famiglie, di un popolo. La mostra è stata inaugurata ufficialmente nel pomeriggio del 10 dicembre scorso, anticipata, la mattina stessa, da una conferenza. Raccogliamo qui alcune vicende di bambine e bambini, le prime due accennate durante la conferenza stessa da Liliana Picciotto del CDE, le altre presenti in mostra.

Dino (classe 1929) ed Esther Molho, di Magenta (MI), che nel ’44, insieme ai genitori, imprenditori, dovettero nascondersi per 13 mesi in una stanza segreta (ideata da loro stessi insieme ad alcuni dipendenti) dello stabilimento di famiglia che produceva minuterie. La stanza era all’interno del magazzino, nascosta alla vista da una pila di casse alte fino al soffitto. Un sistema simile a quello usato dagli amici di Anna Frank.

Massimo Foa, nato l’8 novembre 43, torinese: la madre Elena Recanati è una sopravvissuta al campo di Bergen Belsen, mentre il padre Guido è morto, forse in una marcia della morte: Massimo, prima della deportazione dei genitori, è affidato a Suor Giuseppina De Muro, che lo fa uscire dalla prigione dov’è rinchiusa la madre in mezzo alle lenzuola sporche e viene affidato a una povera vedova di Cuorgnè di nome Tilde (Clotilde) Roda Boggio.

Leone (1930), Mirella (1932) e Davide Pecar (1935): tre fratelli milanesi che, insieme alla madre Ghenia vengono arrestati nel ’43 e portati al carcere di San Vittore, poi deportati ad Auschwitz, dove muoiono.

Franco Cesana, nome di battaglia “Balilla”, figlio di Felice e Ada Basevi, nato il 20 settembre 1931 a Mantova. A 13 anni si arruola nella brigata Scarabelli della seconda divisione Modena Montagna. Partecipa a numerosi scontri con i tedeschi e in uno di questi resta ucciso a Gombola (Polinago-Modena) il 14 settembre 1944.

Yehudit Czengery e Leah Czengery, gemelle rumene, hanno 6 anni nel ’44 quando vengono deportate con la madre Rosi nel campo di Auschwitz Birkenau. Il dottor Mengele le definì “le bellissime gemelle”: furono portate direttamente nel laboratorio riservato ai suoi esperimenti. La madre riuscì di nascosto a procurar loro del cibo. Si salvarono.

Marta Winter, classe 1935, polacca: nel ’43 la madre la affida a un amico di famiglia fuori dal ghetto. Fu poi deportata anche lei in un campo di concentramento ma si salvò.

Stefan Cohn, tedesco, nato nel ‘29: nel giugno ‘43 è deportato con la madre Bertha a Birkenau. Questa viene uccisa, Stefan fatto lavorare nella fabbrica di mattoni. Si salva e nel ’45 realizza 79 disegni raffiguranti la vita nei campi.

Sissel Vogelmann, torinese, nata nel ‘35, torino: il padre Shulim dirigeva la Giuntina editrice. Lei e la madre vennero uccise subito all’arrivo ad Auschwitz nel ’44, dopo esser state deportate dalla Stazione di Milano.

Henryk Orlowski e Kazimierz Orlowski, fratelli polacchi, rispettivamente del ‘31 e del ‘33.

Regina Zimet, classe ’33, nata a Lipsia. Nel ’39 con la famiglia fugge dalla Germania verso Israele, ma in Libia sono arrestati, riportati in Italia nel campo di Ferramonti. Poi rilasciati, sono costretti a vivere in clandestinità. Ma si salvano, e nel ’45 raggiungono Israele.

Sorte simile per Meir Muhlbaum, 1930, tedesco, e la sua famiglia, che nel ’44 riuscirono ad arrivare a Tel Aviv.

Adriana Revere: nasce alla Spezia il 18 dicembre 1934; i genitori Emilia De Benedetti ed Enrico Revere vengono arrestati in Vezzano Ligure per appartenenza alla “razza ebraica” ; la piccola viene catturata insieme ai genitori e inviata con loro al Campo di concentramento di Fossoli. Il 22 febbraio 1944 la famiglia è deportata al Campo di Auschwitz; il padre, trasferito a Flossenburg, è ucciso otto mesi dopo l’arrivo; la piccola e la madre sono uccise il giorno stesso dell’arrivo ad Auschwitz, il 24 febbraio 1944.

Maud Stecklmacher, cecoslovacca, classe ‘29: viene raccontata la sua amicizia con Ruth Weiss, poi proseguita nel ghetto di Terezin. Ma Ruth fu deportata in Polonia e non fece ritorno. Maud andò poi a vivere in Israele.

Marcello Ravenna, nato il 14 ottobre 1929 a Ferrara: figlio di Letizia Rossi e Gino Ravenna, fratello minore di Franca ed Eugenio. Nel ‘38 inizia a frequentare la scuola ebraica di via Vignatagliata. Il 12 febbraio ‘44 con la famiglia è deportato nel campo di Fossoli, insieme ad altre 500 persone, poi deportate ad Auschwitz. Marcello fu tra quelli che non tornò più. Non si ebbero notizie precise sulla sua deportazione e morte.

“Tenere accese più luci possibili”: memoria, didattica e ricerca

della setaLa mattina del 10 dicembre al MEIS, dopo i saluti del Direttore del Museo Simonetta Della Seta, di Alessandro Criserà (Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna), Anna Quarzi (Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara) e Daniela Dana Tedeschi (vicepresidente Associazione “Figli della Shoah”), sono seguiti gli interventi di Liliana Picciotto (CDEC), Marcella Hannà Ravenna (Comunità ebraica di Ferrara), Rita Chiappini (collaboratrice dello Yad Vashem come contatto in Italia), e Cesare Finzi.

“La mostra – ha spiegato Della Seta – è dedicata a bambini che da un certo punto in poi non hanno più avuto un cielo, né luce: per questo, è importante anche oggi accendere più luci possibili. Vedere la Shoah attraverso gli occhi dei bambini che l’hanno vissuta, significa vederla con ancor più lucidità”. Dopo un omaggio a Piero Terracina, morto lo scorso 8 dicembre, uno degli ultimi sopravvissuti italiani ad Auschwitz, Della Seta ha ricordato anche i propri genitori, “anche loro ‘bimbi della Shoah’”. Dopo l’intervento di Criserà, che ha ricordato l’importanza della Legge regionale “Memoria del Novecento”, e l’intervento di Quarzi, ha preso la parola Tedeschi, la quale ha auspicato che la collaborazione tra l’associazione da lei rappresentata (e presieduta dalla Senatrice Liliana Segre) e il MEIS, ora iniziata, possa proseguire negli anni. “La Shoah – è stata la sua riflessione – ha negato tutti i diritti fondamentali dei bambini, compresi quella alla libertà, all’identità, all’educazione”. Ricordiamo che il 10 dicembre era l’anniversario dell’adozione della dichiarazione universale dei diritti umani da parte delle Nazioni Unite, avvenuta nel ’48.

“Nel fascismo e nel nazismo – sono invece parole di Picciotto – l’educazione era militarizzata, i bimbi venivano cresciuti come soldati obbedienti, non vi era più posto per l’educazione civile e al senso critico”. Nel ripercorrere i tragici passaggi della discriminazione e repressione antiebraica, la relatrice ha posto l’accento sulle conseguenze di tutto ciò per i più piccoli, in termini di “fame, freddo, spavento e terrore, promiscuità, fetore dei vagoni usati per la deportazione”.

Senza dimenticare la frequente separazione dai genitori, la vita clandestina, la falsificazione dei documenti d’identità, il dover dare nome e cognome inventati – non ebrei – per non essere riconosciuti ed evitare quindi l’arresto.

Sorte, questa, toccata anche a Eugenio Ravenna (1920-1977), uno dei cinque ebrei ferraresi sopravvissuti al campo di Auschwitz. La figlia Marcella ha analizzato come le leggi razziste iniziarono concretamente con l’espulsione dalle scuole di studenti e insegnanti ebrei, ricordando, per quanto riguarda la scuola di via Vignatagliata, alunni come Cesare Finzi, Corrado Israel De Benedetti, Giampaolo Minerbi, Donata Ravenna, Franco Schönheit, Maurizia Tedeschi e Gianfranco Rossi; tra i maestri, Giorgio Bassani, Matilde Bassani e Primo Lampronti.

“Da un lato, dalle testimonianze di alcuni studenti – ha spiegato – emerge tristezza, una sensibilità ferita nel sentirsi trattati come diversi, il senso di inferiorità; dall’altra, l’ammirazione per gli insegnanti, il poter stare insieme, i legami molto forti instauratisi, il poter svolgere attività coinvolgenti, come lo spettacolo teatrale diretto da Giorgio Bassani”. Ma dal ‘43 vi saranno gli arresti, le fughe, le deportazioni. La scuola verrà chiusa, Lampronti e i Bassani arrestati.

Ravenna ha ricordato uno per uno i bambini deportati nei campi di sterminio i cui nomi sono impressi sulle lapidi di via Mazzini: bambine e bambini che non hanno fatto ritorno: Marcella Bassani, Bruno Farber, Carlo Lampronti, Camelia Matatia, Roberto Matatia, Amelia Melli, Novella Melli, Marcello Ravenna, Roberto Ravenna, Vittorio Ravenna, Nello Rietti, Walter Rossi (studente alla scuola di via Vignatagliata, non indicato nella lapide perché non ferrarese), Adele Rothstein, Giorgio Rothstein, Wanda Rothstein, Cesarina Saralvo.

Dopo l’intervento di Chiappini, che ha spiegato il fondamentale ruolo informativo e didattico dello Yad Vashem di Gerusalemme, ha portato la sua testimonianza Cesare Finzi, scampato al campo di concentramento, la cui storia abbiamo raccontato nel numero del 13 settembre scorso e accennato – legato alla profumeria di famiglia (presente nella mostra “Ferrara ebraica” ancora visitabile al MEIS) – in quello del 22 novembre scorso.

Finzi nel suo racconto ha mostrato anche una foto della sua classe del ’36, quando aveva 6 anni, e una dell’autodenuncia, in quanto ebrei – ai tempi, obbligatoria – dei genitori: “hanno dovuto autodenunciare se stessi e i propri figli come ebrei, quindi come esseri inferiori”, ha spiegato.

Fra gli aneddoti, “il viso viola di rabbia di Giorgio Bassani quando – già escluso dal Tennis Club Marfisa in quanto ebreo – sentiva il rumore delle palline da tennis nel campo vicino”, o i documenti falsi che lui e i famigliari erano riusciti ad avere una volta fuggiti a Gabicce, nel ’43, dove il cognome era stato trasformato in “Franzi”. Traumi non da poco, per un 13enne, costretto a dover “rinnegare” il proprio nome, dunque la propria più profonda identità.

Il 16 gennaio Furio Colombo a Ferrara

Il 16 gennaio al MEIS è in programma un’intera giornata di incontri:

ore 10: “Dalle carte le vite. Gli archivi raccontano gli effetti delle leggi razziste del 1938”. Progetto nato dal Fondo Egeli della Compagnia di San Paolo, a cura della Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura.

Intervengono: Walter Barberis, Elisabetta Ballaira, Piero Gastaldo.

Ore 16: Inaugurazione della mostra “1938: L’umanità negata”. Lancio del progetto didattico con il MIUR sulle leggi razziali, la Shoah e l’antisemitismo.

Ore 18.30, Ridotto del Teatro Comunale: “20 anni dalla Legge della Memoria: riflessioni per il futuro”, con Furio Colombo, promotore della Legge, in collaborazione con Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2019

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Corpi e luoghi della città: interazioni da ridefinire collettivamente

17 Dic

Del ricchissimo programma del VII Convegno Nazionale di Antropologia Applicata, svoltosi a Ferrara dal 12 al 14 dicembre, abbiamo scelto di raccontare alcuni frammenti: quello – a Casa Cini e in Arcivescovado – sulla relazione tra lo sguardo dei migranti e quello degli “indigeni” nella città che condividono, e quello sulle periferie urbane. Con uno spunto interessante sulla Ferrara di oggi, che Scandurra di UniFe spiega a “la Voce”

brini vescovoLe nostre città spesso si trasformano, o vengono vissute come spazi anonimi, freddi, disegnate non sulle persone e i loro bisogni ma seguendo logiche diverse, divenendo così ambienti dove a dominare sono la diffidenza reciproca e l’individualismo. Uno sguardo diverso sulla città è dunque quello che riesce a immaginarla come luogo vivo, non mero spazio utilizzabile, e dunque costruire un futuro differente, fatto anche di incontri, di interazioni tra diversità. Ferrara, dal 12 al 14 dicembre, ha ospitato per la prima volta il VII Convegno Nazionale di Antropologia Applicata, organizzato dalla Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA), con l’Università degli Studi di Ferrara e l’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia (ANPIA), e il patrocinio del Comune. Un’occasione per uscire dall’autoreferenzialità accademica e spendere le competenze acquisite in ambiti specifici di lavoro (accoglienza, scuola, socio-sanitario e altri). Anche l’Istituto “Casa Cini” ha ospitato alcuni incontri, in particolare il 12 quello dal titolo “Luoghi comuni. Uno sguardo sulla città”, legato alle quattro esposizioni fotografiche – sul tema dell’accoglienza dei migranti – che hanno “invaso” i vari ambienti della sede di via Boccacanale: “Luoghi Comuni” (esposta anche al festival di “Internazionale”), con foto delle attività per l’integrazione realizzate dalla coop. CIDAS nell’ambito dei progetti SPRAR/SIPROIMI (per titolari di protezione Internazionale e per i Minori stranieri non accompagnati) per persone vulnerabili a Ferrara e a Bologna; “A casa loro. Ri-tratti di famiglia”, con foto di Michele Lapini delle famiglie che accolgono i rifugiati nelle loro case, nell’ambito del progetto Vesta; “Futuri Prossimi” (esposta anche al festival di “Riaperture”) che racconta l’idea di passato, presente e futuro delle ragazze e dei ragazzi, tra cui richiedenti asilo e rifugiati, che hanno partecipato al laboratorio organizzato da “Riaperture”, curato da Giacomo Brini; infine, “Bologna d’aMer”, collettiva su Bologna realizzata attraverso gli sguardi di chi giunge da lontano. Maria Luisa Parisi (CIDAS) e Brini hanno illustrato le mostre allo stesso Vescovo mons. Gian Carlo Perego. “E’ un esempio positivo di coesione tra le persone”, ha spiegato Brini, spiegando come “centrale sia il tema del futuro. E’ stato, quello per ‘Riaperture’, un laboratorio umanamente molto importante”. “Il nostro intento – hanno spiegato i rappresentanti di CIDAS – era di incrociare lo sguardo dei migranti col nostro sguardo, il loro sguardo su loro stessi e su noi, sulla città che insieme viviamo. Un altro aspetto importante – hanno proseguito – è stato l’averli aiutati a riappropiarsi delle parole, attraverso la riscoperta di storie e favole tipiche dei loro Paesi d’origine. L’idea è di ricavarne un libro per bambini. Per noi, città e corpi dei migranti sono strettamente intrecciati, preferiamo per questo parlare di ‘interazione’ più che di ‘integrazione’ ”. Mons. Perego, nell’elogiare questi progetti virtuosi di accoglienza diffusa, ha ricordato invece un esempio negativo di accoglienza, quando nel 2014 150 migranti minori furono radunati, appena sbarcati in Italia, tra l’altro senza mediatori culturali, nella scuola “Verdi” di Augusta a Palermo. “Il differenziare volti e storie – ha spiegato – è un passaggio fondamentale, e progetti come i vostri sono molto importanti per valorizzare le capacità di ogni singola persona migrante: loro, infatti, possono rappresentare un vero e proprio tesoro, che sta già trasformando le nostre città, anche per combattere le frequenti falsificazioni: ogni ragazzo ha una storia, una storia che cambia la città. Nella mia lunga esperienza con i migranti – ha concluso -, ho letto circa 15mila testimonianze, e la parola più ricorrente è ‘futuro’. Il loro e il nostro futuro passano quindi anche dall’incontrarci reciprocamente”. Durante l’iniziativa è intervenuto anche Luca Mariotti di CIDASC per spiegare il progetto “Migrantour” svoltosi di recente a Ferrara. Alcuni incontri del Convegno si sono svolti nella Sala del Sinodo del Palazzo Arcivescovile, fra cui quello sul tema “Rifugiati e richiedenti tra spazi urbani e non urbani: processi, dinamiche e modalità di accoglienza in Italia e nel mondo”, per ragionare sul rapporto tra città, urbano/non urbano e forme di vivere migrante dentro e fuori dal sistema di accoglienza. Maria Carolina Vesce, tra gli altri, ha presentato una ricerca-azione sull’accoglienza di persone transessuali e transgender titolari di protezione internazionale a Bologna. “Nello spazio della casa e nei luoghi della città le persone trans esprimono il loro genere ispirandosi a modelli socio-culturali diversi – ha detto Vesce – che l’antropologia può aiutare a comprendere ed esplorare. La sfida sta nel costruire politiche di intervento orientate ai bisogni, che tengano conto delle diverse esperienze di queste persone, dei loro desideri e delle loro aspirazioni”.

“La Ferrara contemporanea andrebbe raccontata dal punto di vista antropologico”

Giuseppe Scandurra dell’Università di Ferrara è stato uno dei tre coordinatori del Convegno di Antropologia Applicata svoltosi nella nostra città. “Ferrara – spiega a “la Voce”- ha una lunga tradizione legata alle scienze sociali, ma non è mai stata raccontata, nella sua contemporaneità, dal punto di vista antropologico”. Una mancanza alla quale lo stesso Scandurra, insieme ad altri colleghi, sta già cercando di porre rimedio: “io, ad esempio, sto portando avanti una ricerca sulla Ferrara degli anni ’70-’80 del secolo scorso”. Citiamo alcuni lavori virtuosi svolti sulla Ferrara contemporanea: nel 2017 UniFe, tramite Mimesis, ha edito il volume “Arte contemporanea a Ferrara”, a cura di Ada Patrizia Fiorillo, che, però, ripercorre il Novecento sotto l’ottica artistico-culturale, non etno-antropologica. Alfredo Alietti, sociologo di UniFe, il 12 dicembre scorso, nell’ambito del Convegno, ha anticipato alcune ricerche di un lavoro sul Grattacielo di Ferrara, e la sera stessa Ferrara Off ha ospitato il collettivo Wu Ming 1 per uno spettacolo dedicato al Delta ferrarese. Insomma, qualcosa si muove, senza dimenticare il progetto “Views 2.0. Narrazioni liquide”, la cui seconda edizione è in programma la prossima primavera.

Raccontare le periferie attraverso le voci di chi le vive: il 12 dicembre a Feltrinelli presentato il libro “Quartieri. Un viaggio al centro delle periferie italiane”, tra ricerca etnografica e graphic novel

feltrinelliAmbienti periferici di grandi città, spesso oggetto del racconto mediatico/politico come meri quartieri degradati e abbandonati. Due giovani ricercatori hanno invece deciso di raccontarne cinque (lo Zen di Palermo, San Siro a Milano, Tor Bella Monaca a Roma, Arcella a Padova e Bolognina a Bologna) incontrando direttamente chi ci abita, cercando di cogliere la loro relazione con gli spazi urbani che vivono. Da questo è nato il volume “Quartieri. Un viaggio al centro delle periferie italiane”, presentato il 12 dicembre in occasione del Convegno di Antropologia Applicata nella Libreria Feltrinelli di via Garibaldi a Ferrara. I curatori del volume corale, e autori di uno dei cinque racconti, Adriano Cancellieri (sociologo urbano all’Università IUAV di Venezia) e Giada Peterle (che insegna Geografia all’Ateneo patavino), ne hanno discusso con Roberto Roda, per tanti anni Responsabile del Centro Etnografico del Comune di Ferrara. Dopo un’approfondita analisi di quest’ultimo su vari aspetti del volume, ad esempio sul rapporto tra ricerca etnografica, fotografia e graphic novel, ha preso la parola Peterle, per raccontare il lavoro svolto insieme a Cancellieri ad Arcella. Il capitolo sul quartiere di Padova è nato unendo ricerca sul campo, interviste, ricerche etnografiche, partecipazione attiva a certe trasformazioni, e il racconto di tutto ciò attraverso il testo (Cancellieri) e il fumetto/graphic novel (Peterle). “Lo stile realistico usato – ha spiegato la ricercatrice – è stata una scelta ben precisa, come anche l’idea di inserirci noi stessi come personaggi nei racconti, la cui voce narrante è proprio quella del quartiere coi suoi abitanti. Abbiamo anche scelto il cammino come metodo, svolgendo molte interviste camminando, potendo così meglio incontrare le persone interessate”. “All’Arcella di Padova, dove io abito da anni e Giada ha abitato per diverso tempo – ha spiegato Cancellieri – abbiamo cercato di andare oltre due raffigurazioni speculari ma entrambe errate: quella che lo racconta come un quartiere solo degradato, e quello invece che lo presenta come sempre ricco ed effervescente di iniziative”. Un lavoro lodevole, che sarebbe importante svolgere anche in determinate zone della città di Ferrara.

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2019

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Morto il pittore “Fabbriano”, da Ferrara alla Grande Mela

14 Dic

Ivano Fabbri, 83 anni, era ammalato da tempo. Il ricordo di artisti e amici. Il suo talento scoperto da Oscar Kokoschka, poi le mostre in Italia e all’estero

fabbriano 1

In molti, anche fra gli ex amici e colleghi, hanno appreso della sua scomparsa solo nella tarda mattinata. Perché Ivano Fabbri, in arte Fabbriano, classe ‘ 36, era noto, oltre che per la sua bontà, anche per il carattere estremamente riservato. Caratteristica che l’ha accompagnato, possiamo dirlo, fino all’ultimo.
La notizia del suo decesso, a 83 anni, avvenuto la notte scorsa, ha iniziato a diffondersi nelle prime ore di ieri. Fabbri, aggravatosi per una malattia che lo accompagnava da tempo, da alcuni mesi era ricoverato al “Betlem” di Ferrara. Le sue ultime mostre le ha ospitate Ferrara, città che non sempre ha saputo dedicargli lo spazio che meritava: subito dopo due esposizioni a Copparo (Villa Bighi e galleria A. Costa), nell’ottobre 2015 l’ultima personale, e tra febbraio e marzo 2016 una sua opera nella collettiva dedicata a S. Sebastiano, entrambe negli spazi della Banca Mediolanum di via Saraceno.
“E’ a inizio anni ’60 che diventa ‘Fabbriano’…”: a raccontarcelo è un suo amico di lungo corso, Giampietro Macalli, storico restauratore e corniciaio in via Ripagrande. “Dal 1957, quando avevo 15 anni, ho iniziato a lavorare nella bottega con mio padre Carlo. Ivano l’ho conosciuto nei primissimi anni ’60, quando ancora lavorava come operaio alla Montedison”. Dopo poco decide di licenziarsi per lavorare a tempo pieno come pittore. Da qui inizia a firmare col suo nome d’arte.
A fine sessanta, il grande pittore Oscar Kokoschka nota i suoi quadri in una galleria di Monaco di Baviera: decide quindi di segnalarlo, permettendogli così di esporre nel 1970 alla Galerie Eichinger in Maximilianstrasse. Esporrà anche in Spagna, in Austria, a Mosca, a New York (solo per citarne alcune), in importanti gallerie italiane, da Cortina a Matera, e, nel ’74, con una personale al Centro Attività Visive di Palazzo dei Diamanti.
“Ha precorso i tempi”, ci spiega il critico e curatore Lucio Scardino. “Volevo coinvolgerlo nel progetto espositivo collettivo su San Giorgio dei mesi scorsi, ma non sono mai riuscito a contattarlo, perché stava già molto male”. “Una persona squisita, e un artista non sempre compreso nella sua patria, Ferrara”, commenta invece Gianni Cerioli.
Fabbriano era, come detto, noto per il suo carattere schivo. “Ero – ci racconta ancora Macalli – uno dei pochi che poteva andare nel suo studio, una specie di scantinato in via Mentessi, vicino al Boldini. Lo ricorderò sempre come un uomo di una serietà e professionalità infinite”.
Fabbri lascia la moglie, Adriana Mastellari, scultrice. Sarà possibile dargli l’ultimo saluto domenica mattina e lunedì nella camera mortuaria di Cona. Alle 10.30 di lunedì il feretro verrà accompagnato verso la chiesa della Certosa per una breve cerimonia con inizio alle 11.
“Conoscere Fabbriano – scriveva nel 2014 Elena Bertelli, curatrice della mostra copparese all’Alda Costa – ha fatto maturare in me la consapevolezza che certi segreti, in Arte come in Natura, per quanto possano essere indagati, vogliono restare impenetrabili”. E così era Fabbriano, impenetrabile per carattere, ma che ha saputo lasciare in amici e colleghi un ricordo vivo e carnale, lo stesso che emanano le sue opere sempre all’insegna di un originale espressionismo.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 14 dicembre 2019

De Nittis indaga la modernità, tra nebbie antiche e nuovi sfarzi

9 Dic

Fino ad aprile Palazzo dei Diamanti ospita la personale del pittore barlettano divenuto celebre a Parigi

di Andrea Musacci

Giuseppe De Nittis, Westminster, 1878Un viaggio agli albori della modernità, tra paesaggi incontaminati e maestose metropoli europee. A compierlo, in pochi decenni, è stato il pittore barlettano Giuseppe De Nittis (Barletta, 25 febbraio 1846 – Saint-Germain-en-Laye, 21 agosto 1884), “ospite” a Palazzo dei Diamanti a Ferrara fino al prossimo aprile. Si tratta dell’ultimo progetto espositivo prima dell’avvio del cantiere che riqualificherà le sale espositive e il giardino interno, e che obbligherà alla chiusura fino al 2021 o ’22. Un motivo in più per godersi questi capolavori, inaugurati il 1° dicembre nella mostra dal titolo “De Nittis e la rivoluzione dello sguardo”, organizzata in collaborazione con il Comune di Barletta, e a cura di Maria Luisa Pacelli, Barbara Guidi (conservatrici delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara) e Hélène Pinet (già responsabile delle collezioni di fotografia e del servizio di ricerca del Musée Rodin di Parigi). Un’interessante esposizione che mette bene in risalto la capacità dell’artista di indagare la nascita di un’epoca, lo sviluppo delle moderne città: anche per questo, le curatrici hanno scelto di porre l’accento sulla correlazione tra le opere di De Nittis – davvero innovative – e la tecnica fotografica.

Attraverso un raffinato e lirico realismo, l’esposizione di Diamanti inizia con paesaggi deserti, sfocati e malinconici, dove la nebbia li rende come cristallizzati, eterni, atemporali. La modernità incombe, però, inesorabile, e sarà lo stesso De Nittis a cercarla e raggiungerla: nel 1867 si traferisce a Parigi (mirabile l’opera “La traversata degli Appennini – Ricordo”) dove due anni dopo sposerà Léontine Lucile Gruvelle. La capitale francese, come quella inglese, sono rappresentate perlopiù in tele dove a dominare sono cieli piovosi, brumosi, grigi, d’argento e di fumo. Paesaggi anche campestri, immersi in una foschia perlacea, diafana – solo a tratti e timidamente rosacea o color ruggine. Fumo e nebbia, dunque, “fog&smog”, ad addormentare l’atmosfera urbana, diluendo edifici e persone, invadendone fin le figure, donne e uomini “distratti” – come in “Westminster” (1878) -, apparentemente incapaci di ammirare quella luce rossa fioca del tramonto, che in lontananza cerca di emergere come in una visione. “Formicolante città – cantava Baudelaire in “I sette vecchi” -, città piena di sogni, ove lo spettro in pieno giorno adesca il passante! […Città dove] ingigantite dalla nebbia le case avevan l’aria d’argini fiancheggianti un fiume gonfio”.

Giuseppe De Nittis, Il salotto della principessa Mathilde, 1883Proseguendo nel percorso insieme a De Nittis, man mano i paesaggi, urbani e non, si fanno, da una parte, sempre più rappresentativi del moderno – nelle architetture, negli abiti -, dall’altra, più nitidi e solari, segni forse dell’incontenibile ottimismo del progresso. In una Parigi non più nebbiosa, ma pur sempre umida e soverchiata di nuvole, o in una soleggiata Londra, è come se la moderna architettura urbana volesse imporsi allo sguardo, uscendo dalla foschia del passato, dell’antico, lasciandosi alle spalle quella romantica nostalgia che confonde, ottunde, quasi acceca, per presentarsi in tutta la sua sfacciata e disincantata novità, fatta di pesante perfezione. I cantieri, in alcune opere, sono segno di questa continua costruzione, di un erigere strutture su strutture, simbolo concretissimo della nascita e dello sviluppo della città moderna, lanciata verso il XX secolo: uno sguardo sulla sua ossatura – le impalcature -, sul suo germinare dall’acciaio e dal vetro. Ma quasi fosse una reazione, una fuga (o un semplice vezzo?), sempre dalla fine degli anni ’60 si nota in alcune opere del pittore barlettano un richiamo a certo naturalismo giapponese, etereo e sognante: i paesaggi, più o meno nevosi, con le loro montagne e laghi, e anche alcuni paesaggi urbani, sembrano voler smorzare la freddezza dell’urbanità di fine secolo, la sua industrializzazione, dando anche maggior risalto alla figura umana, con primi piani femminili. Volti e corpi di donne che sono centrali nella fase successiva, dalla seconda metà degli anni ’70, quella degli interni, raffinati ambienti artificiali (a parte le ricche composizioni floreali), fin sensuali, caldi in una penombra misteriosa, intorpidita e quasi sonnolenta. Sono donne dalle pelli biancastre, o meglio, perlacee, decisamente meno vestite rispetto ai gelidi dipinti di esterni, con eleganti abiti e corpetti alla moda, ciprie e ventagli, lussuose collane e graziosi bracciali.

Sfarzo che forse raggiunge il suo apice nelle opere ambientate negli ippodromi: dopo gli angusti e intimi spazi interni, un ritorno all’aperto, in ambienti ariosi ma dove la natura, sempre più domata, è rappresentata dai cavalli di razza in gara. L’equino, simbolo di glorie antiche è, nelle opere di De Nittis, trasformato in orpello, posto sullo sfondo di questa grande sceneggiata della modernità, in questa rappresentazione teatralizzata dove a interessare è l’eleganza e il compiacimento nello sfoggio dei propri ingombranti cappelli, dei propri abiti alla moda. Così, l’ultima parte dell’esposizione è dedicata alle realizzazioni “en plein air”, dove tutto si fa massimamente lucente e spensierato, ormai lontano dalle nebbie delle città polverose e indaffarate: ora a dominare sono i dolci pastelli luminosi e vivaci, quei colori “virginali” – oro, bianco e celeste – che pare quasi di vedere anche nel “bianco e nero” dei due commoventi filmati dei fratelli Lumière, del 1895 e del 1900: in uno, un padre imbocca il figlioletto neonato sotto lo sguardo amorevole della madre, nell’altro, una bimba seduta gioca con un gatto. Lo sguardo della tecnica, d’ora in poi, invaderà sempre più il reale: De Nittis l’aveva compreso, riuscendo a interpretarlo con originale sensibilità, dote tipica dello sguardo “rivoluzionario” dell’artista.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 dicembre 2019

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