Tag Archives: Ferrara

«Vogliamo vivere da donne libere»: storie di iraniane contro il regime

3 Ott
Kimia Ghorbani

Kimia Ghorbani, giornalista, cantante e musicista, racconta a “La Voce” la sua storia di oppositrice della Repubblica Islamica: «mi hanno arrestato quattro volte e frustrato perché suonavo per strada. Ma andiamo avanti senza paura»

di Andrea Musacci

Durante il sit-in a sostegno delle donne iraniane svoltosi lo scorso 28 settembre sul Listone a Ferrara, ho avuto modo di conoscere Kimia Ghorbani, giornalista, musicista e cantante 38enne originaria di Teheran. Kimia collabora con “Farda English – Radio Free Europe / Radio Liberty” e “Iran International tv”, tv indipendente con sede a Londra con cui si è collegata in diretta durante il sit-in in piazza Trento e Trieste, prima di cantare in persiano una versione di “Bella ciao” che parla del diritto di tutti a “pane, lavoro e libertà”.

Musiche proibite

Arrivata in Italia nel 2013, Kimia, dopo un periodo a Bologna, da 4 anni vive a Ferrara col marito Samuele e le loro due figlie, di 4 e 6 anni. Dall’Iran è uscita con un visto per motivi di studio, dopo aver frequentato la scuola di italiano a Teheran. «Amo l’Italia da quand’ero bambina, da quando in tv guardavo il cartone animato “Libro del cuore”. E poi mi sono innamorata della musica di Ennio Morricone». Proprio la musica è la ragione della sua vita: «a Teheran ho fatto il Conservatorio, e dal 2009 al 2013 sono stata musicista di strada, suonavo la melodica e il daf (un tipo di tamburo, ndr). Penso di essere stata la prima donna musicista di strada nel mio Paese. Per questo, alcuni uomini musulmani mi disturbavano, mi urlavano dietro, a volte mi sputavano addosso. Per loro, vedere una donna cantare e suonare per strada era come vedere una prostituta. Altre persone, invece, ci ascoltavano e ballavano». Kimia è stata arrestata e trattenuta alcuni giorni in prigione per ben tre volte, dove è stata anche frustrata: 70-80 frustrate, «la maggior parte, perlomeno – mi dice – controllate. Per non infierire, facevano mettere un libro sotto l’ascella di chi colpiva, in modo che non gli venisse la tentazione di dare forza…».

Ma la prima volta che Kimia è stata arrestata aveva 16 anni: «scrissi un articolo in difesa degli scrittori uccisi dal regime quell’anno, ne stampai alcune copie e lo distribuii ai miei compagni a scuola. Un insegnante chiamò la polizia, che mi arrestò appena tornata a casa: mi bendarono e portarono via, nell’indifferenza dei vicini. In macchina i poliziotti mi minacciarono: “ti stupriamo e poi ti ammazziamo”, mi dissero. Ebbi molta paura. Dopo questo arresto, mi hanno impedito di concludere gli studi. Mi sono dovuta diplomare alle scuole serali». Successivamente ha lavorato in una libreria della capitale.

La questione del velo

Mentre suonava per strada, Kimia indossava sempre il velo, anche se non le piaceva. «Ora, col senno di poi, dico che è stato un errore indossarlo. Dicevamo: “è un aspetto secondario, l’importante è lottare per la democrazia, per la difesa delle scrittrici arrestate…”. I giovani di oggi, invece, sono diversi, anche più coraggiosi di noi». A scuola le bambine sono obbligate a portare il velo nero fin dall’età di 7 anni, in modo che lasci scoperto solo l’ovale del viso. Per strada, invece, almeno la scelta del colore del velo è libera. 

 «Chiedevo ad altre donne di unirsi a noi musicisti, ma avevano paura. Ho sofferto tanto di depressione, mi sentivo soffocare, non mi sentivo libera: per questo ho deciso di lasciare il Paese. Negli ultimi anni, invece, è più facile vedere donne suonare per strada». Kimia ha trovato un riscatto in Italia anche esibendosi nel 2016 nel noto talent RAI “The Voice of Italy”.

La prigionia del padre

«Mia madre era un insegnante, mio padre operaio, entrambi iscritti al partito comunista, sempre stato partito clandestino (il partito del Tudeh, ndr)». Kimia aveva 4 anni quando arrestarono suo padre. Era il 1988, anno in cui il regime guidato dall’ayatollah Khomeini, imprigionò oltre 5mila iscritti a quel partito. «Quel giorno tornata a casa vidi mio padre già bendato per essere portato via. Aveva la maglietta sporca di sangue. In casa avevano messo tutto sottosopra, strappato anche i cuscini per trovare volantini o libri proibiti. A me e a mia sorella, nostro padre disse: “sono miei amici, è solo un gioco, non preoccupatevi. Poi andremo in montagna”». Lo tennero in carcere per 1 anno: «per tutto il tempo non sapemmo niente di lui, non potevamo vederlo. Eravamo sicure l’avessero impiccato come han fatto con tanti altri oppositori. Dopo 1 anno ci hanno permesso di portargli i vestiti e l’hanno fatto uscire. Ma i suoi amici, per paura, smisero di rivolgergli la parola». 

Uno Stato terrorista

Kimia riesce a rimanere ancora in contatto con alcuni suoi familiari in Iran, facendo molta attenzione a ciò che dice. Per comunicare con loro usa la VPN (Virtual Private Network), un sistema difficilmente rintracciabile. Le chiedo, quindi, di spiegarmi meglio qual è la situazione nel suo Paese: «la grave crisi economica in Iran è perlopiù colpa del regime, e poi, in minima parte, delle sanzioni americane. In ogni caso, il regime islamico invece di aiutare la popolazione finanzia gruppi terroristici in Medio Oriente, come Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano, coi soldi che perlopiù ricava dalla vendita di gas e petrolio». Lo scorso 20 settembre – se n’è parlato poco sui media – l’Ucraina ha tagliato i rapporti diplomatici con l’Iran perché fornisce droni anche al regime di Putin. 

«Voglio che sia chiaro – conclude Kimia – che noi iraniani non stiamo lottando solo per la nostra libertà, ma per libertà del mondo intero. Il regime iraniano è un pericolo per tutti, un tumore: per lo sviluppo del nucleare, per il finanziamento di gruppi terroristici anche in Europa e altre parti del mondo, per il caos che provoca in Medio Oriente».

Iran, Afghanistan e Ferrara

Proprio nei giorni in cui redigo questo servizio dedicato al movimento di protesta in Iran, due notizie giungono dall’Afghanistan, a rafforzare l’importanza di ciò che avviene nel Paese da oltre 40 anni soggiogato dal regime islamico.

Sit-in di solidarietà alle donne iraniane (Ferrara – foto Francesca Brancaleoni)

A Kabul il 29 settembre un gruppo di coraggiose donne afghane ha manifestato con slogan e cartelli  davanti all’ambasciata iraniana a sostegno delle proteste in Iran. Le forze talebane sono intervenute duramente, sparando mitragliate in aria, spingendo e minacciando percosse per disperdere la manifestazione. L’altra notizia riguarda l’ennesimo terribile attentato nella capitale afghana: lo scorso 30 settembre all’interno del Centro formativo Kaaj, nel distretto di Dasht-e-Barchi, a Kabul ovest, un attentatore, munito di cintura esplosiva è entrato nell’istituto uccidendo la guardia all’entrata e dirigendosi in una classe dove avrebbe fatto detonare l’ordigno. 30 i morti e più di 40 feriti, tutti tra i 18 e i 25 anni. Ben 18 ragazze sono decedute.

Due episodi drammatici che raccontano del desiderio di libertà e autonomia di tante donne in Afghanistan e in tutti quei paesi dove regimi islamici, o comunque dittatoriali, fondano parte del loro potere oppressivo sul controllo dei corpi e delle menti delle donne.

Donne – perlopiù giovani – che da settimane scendono in piazza a Teheran e in tante altre città iraniane per manifestare contro l’obbligo dello hijab, in particolare dopo l’omicidio da parte della polizia della giovane curdo-iraniana Mahsa Amini. Secondo la ong Iran Human Rights almeno 92 persone sono state uccise durante la repressione delle proteste. Ma sempre più forte è il sostegno in molti altri Paesi, con manifestazioni in varie capitali europee, e in Italia in tante città.

Come detto, anche a Ferrara lo scorso 28 settembre si è svolto un sit-in di protesta e solidarietà che ha visto la partecipazione di oltre 100 persone, di cui una buona parte iraniane (quasi tutte giovani) e molti italiani.

Durante il sit-in i presenti hanno intonato un canto di protesta, “Yare dabestanie man” di Fereydoon Foroughi, un invito a scendere in piazza e a lottare insieme. Una donna, Leily, ha raccontato: «ho lasciato l’Iran perché non volevo che mia figlia crescesse senza libertà». Ora lei, il marito Amir e la  figlia vivono a Ferrara.

A margine della manifestazione, ho chiesto ad alcune iraniane di raccontarci la loro storia. Una di queste, N. M. – ci chiede di scrivere solo le iniziali del suo nome – vive a Ferrara da 5 anni dov’è iscritta al corso di Lingue e letterature moderne dell’Università. «Quand’ero bambina sono scappata dall’Iran e ho vissuto nel Tagikistan. Fino a quando avevo 15 anni tornavo ogni tanto in Iran, e lì mi mettevo lo hijab, perché avevo paura. In Italia ho imparato di quanto è bello essere liberi, ma ora dai miei coetanei in Iran sto imparando che lì è ancora più bello lottare per la libertà. Vogliamo rovesciare il regime. Se anche stavolta non ci riusciremo, dovremmo mettere in eterno hashtag sui social per i tanti giovani che verranno ancora imprigionati e uccisi. Non lo vogliamo».

Arezoo Tahmoaresi, invece, ha 28 anni, è originaria di Karaj, e vive a Ferrara, dove attualmente lavora al McDonald di piazza Trento e Trieste. È arrivata in Italia con la madre e le due sorelle, e da un anno è sposata, ma suo marito vive a Vienna. «Da dieci giorni – prosegue – non sento mio padre, nessuno in Iran, perché hanno bloccato l’accesso a internet».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 ottobre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Solo la Chiesa salva dai mali moderni: i taccuini di Bruno Paparella

3 Ott

Il libro sul dirigente di Azione Cattolica: incontro l’8 ottobre a Casa Cini

di Andrea Musacci

La lucidità di un uomo capace di cogliere anche l’essenza negativa della modernità ma senza tentazioni di fuga per rifugiarsi in facili spiritualismi.

Leggendo gli appunti dai taccuini di Bruno Paparella emerge, tra l’altro, questo aspetto di un intellettuale cattolico coraggioso nel dire, e cercare sempre, la verità. Appunti che sono contenuti nel libro “Un cristiano senza aggettivi. Bruno Paparella, testimonianze di amici” appena edito dalla nostra Arcidiocesi (Ufficio Comunicazioni sociali) nella collana “Con occhi nuovi – Profili”.

Tanto abbiamo scritto sulla “Voce” a proposito dell’intensa e appassionata vita di Paparella, classe 1922, giovane educatore dell’Azione Cattolica nella parrocchia ferrarese di San Paolo, poi antifascista e partigiano, quindi dirigente dell’Azione Cattolica, prima diocesana poi nazionale, fino alla morte che lo ha colto nel ’77.

Sulla modernità

Una personalità la cui unicità emerge in maniera ancora più dirompente proprio nei suoi scritti più privati, nei quali  è chiaro lo sguardo di un uomo che ha attraversato il cuore – turbolento e affascinante – del Novecento. Dell’Occidente che si avvia verso il benessere economico, Paparella è capace di cogliere sottotraccia gli aspetti più degradanti. «Le civiltà degne di questo nome – scriveva il 6 novembre 1963 -, assecondando la natura, avevano (…) reso pregevole e gradita anche la vecchiaia dell’uomo che l’inciviltà moderna – tesa solo alla giovinezza ed al successo – considera il male peggiore». Quel mito della giovinezza è l’illusione di una visione del reale ristretta, schiacciata sul presente, senza ampiezza né profondità. «Per raggelare di colpo l’entusiasmo della gente per un’idea, una moda od una qualsiasi opera od attività, basta dire: “È superata!” (…)», scrive nel dicembre ’76. «Il modo di ragionare contemporaneo ha, infatti, sostituito le categorie “bene o male”, “giusto o ingiusto” ecc., con “nuovo o vecchio”, “moderno o antico”, ecc.». Il nuovismo, dunque, regna. Il passato va abolito, anche quello recente perde subito di senso spazzato via dal continuo bisogno di stimoli sempre differenti. 

Paparella temeva che questo spezzarsi del legame con le proprie radici potesse avvenire anche per l’AC e la Chiesa. «La separazione (di un popolo, di un’associazione) dalla propria storia, con la recisione di quel legame vivente con l’opera di ieri che sola può dar senso all’opera di oggi e indirizzare un avvenire che abbia significato, porta a conseguenze gravissime», scrive nell’agosto ‘74. «Un paese idealmente separato dal proprio passato, è infatti, un paese in crisi di identità e dunque potenzialmente disponibile, senza valori».

È un Paese che subisce quel processo che non va «verso la pienezza, ma verso il nichilismo», come scriveva Augusto Del Noce (L’idea di modernità, 1982). Nichilismo logica conseguenza di quel razionalismo assoluto che nega la possibilità del soprannaturale e quindi di verità sovrastoriche. 

«Quanto “terrenismo” – scrive nel febbraio ’65 Paparella – c’è anche oggi negli ideali messianici di tanti “innovatori” del mondo». E riferito all’ACI, dieci anni dopo rifletterà: da un apostolato universale «che aveva come radici e fine il piano di Dio per la salvezza di tutti gli uomini, si è via via passati a problemi sempre più interni, prima della Chiesa ed infine, quasi esclusivamente della stessa associazione». Una regressione dalla quale metterà in guardia fino all’ultimo, come anche ammonirà riguardo al rischio di riduzionismo sociologico ed economicistico della fede cristiana (si pensi a ciò che oggi Papa Francesco dice sul rischio che la Chiesa si trasformi in una ong).

Tutto ciò ha ricadute gravi sullo sguardo della Chiesa sulle persone: ciò che l’ateismo spaccia per libertà e per umanesimo, in realtà è una mortificazione dell’uomo. «L’uomo non vive di solo pane – scrive nel febbraio ’65 – e (…) dando oggi ai poveri la loro bistecca, ma non curandoci dei loro godimenti spirituali ed intellettuali, noi li consideriamo “bestie” oggi, o siamo diventati noi stessi più “bestie” di ieri». 

Spesso ricorre anche l’associazione tra relativismo e solitudine. Siamo nel ’69, la tensione tra comunità e individuo si fa sempre più forte. Paparella scrive: «Fin tanto che c’è una Chiesa, od un partito, o una nazione, che dicono che questo è bene e questo è male, che dicono che il male va combattuto (…), l’uomo comune si sente confortato – unito ad una comunità che soffre con lui e che resiste con lui (…). In questa nostra Italia e persino nella nostra Chiesa (…) – scrive sempre nel ’69 – male e bene, giusto e ingiusto, vero e falso sono la stessa cosa. E l’uomo comune rimane veramente solo (…), senza nessuno che gli dia più speranza». Parole dure, certo, ma di un figlio della Chiesa che la ama e che non dimenticherà mai la sua missione di salvezza per ogni donna e ogni uomo.

«Le sole parole che ci possono salvare»

Nell’ottobre del ’65 scrive: «Pare impossibile (…) che nel nostro mondo (e nella nostra vita quotidiana) ci sia d’ora in poi – e per sempre in questa vita – un’assenza, un buco vuoto che nessuno al mondo può più riempire. Lo “spirito” di una persona è veramente qualcosa di unico e di insostituibile e non si può – in questi casi – non pensare ad un altro mondo, dove tutte queste lacune drammatiche possano colmarsi e ci si possa sentire nuovamente “completi” (Ecco, ora ci siamo tutti, ora possiamo davvero cominciare a giocare, spensieratamente)». Dolci parole di fede che seguono, sempre, a parole di denuncia. «È strano come questa nostra civiltà impazzita ci spinga ogni giorno – dicendo di voler farci più felici – verso l’infelicità», scrive nell’aprile ‘66. «La Rivelazione dicendoci di amare gli altri, di dimenticare noi stessi (…) ci dà la ricetta della nostra felicità (…). E lo strano è che nessuno sembra accorgersene, nessuno pensa a dirlo, e quelli stessi che dovrebbero dirlo per “missione”, temono di apparire ridicoli o superati se annunciano le sole parole che ci possono salvare».

Commovente è la visione che scrive il 3 ottobre ’64, per dare l’immagine di ciò che, anche nella società moderna, possa e debba rappresentare la Chiesa: «Questa sera, a Ferrara, nel buio umido delle strade che la circondano, la chiesa di S. Girolamo sembrava un porto caldo di luce e consolazione, illuminata ed addobbata per la festa di S. Teresa del Bambino Gesù (…). E pensavo che una Chiesa così bella, calda, consolatrice, unico punto di riferimento e di appoggio nel buio nel mondo, bisognava pur guardarla».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 ottobre 2022

UIL Ferrara, un volume per  non perdere la memoria

26 Set

“Ritratto di un sindacato” è il nome dell’album fotografico appena edito. Storia e simboli di una comunità che si rinnova

È in un bar del centro di Ferrara, nel gennaio del 1950, che inizia la lunga storia della UIL Ferrara. In questa realtà fatta di tante lotte e vertenze si inserisce il volume, appena edito, intitolato Ritratto di un sindacato.  Album fotografico della UIL di Ferrara (2009-2022) (Edizioni Guardamagna), curato da Roberto Roda e Massimo Zanirato con la collaborazione di Emiliano Rinaldi. Volume che si pone come primo passaggio per un riordino archivistico dei documenti, in particolare dei materiali fotografici, del sindacato ferrarese. Le immagini, infatti, in buona parte provengono dagli archivi di Roda (etnografo e fotografo ferrarese), di Massimo  Zanirato, Segretario generale UIL Ferrara, e della Camera Sindacale Territoriale.

La pubblicazione è stata presentata la mattina di mercoledì 21 settembre durante il 18° congresso provinciale della UIL, tenutosi all’Hotel Lucrezia Borgia di Ferrara. Congresso che ha decretato lo scioglimento della UIL Ferrara e la sua confluenza nella UIL-Emilia, che unirà le diverse UIL regionali.

Una vicenda collettiva, quella della UIL, nata nell’alveo del sindacalismo riformista, fin da subito legato – pur nella sua autonomia – alla cosiddetta “sinistra laica” (Partito Socialdemocratico, Partito Socialista e Partito Repubblicano), e che ha come sua figura di riferimento Bruno Buozzi, sindacalista e politico socialista originario di Pontelagoscuro, ucciso dai nazisti nel 1944 a Roma, in quello che è chiamato l’Eccidio de La Storta.

Stare fra la gente, ascoltarla, guardarsi negli occhi, tanto nelle assemblee quanto nei picchetti o nei cortei: questa è l’anima di un sindacato, pur nell’epoca dei social, della comunicazione virtuale, e, almeno negli ultimi due anni, del distanziamento sociale. Su questo riflette il Segretario Zanirato, ed è lo spirito che pervade l’intera pubblicazione. Un lavoro corale di una comunità che ha scelto di mettere un punto fermo in una svolta importante della propria storia, consapevole dell’importanza di non dimenticare l’identità – per quanto continuamente bisognosa d’essere rinnovata (ma non stravolta) -, dunque le proprie radici e i propri valori fondativi. E, al tempo stesso, di ringraziare i veri protagonisti delle vicende che l’hanno contraddistinta: le tante lavoratrici e lavoratori, i tanti delegati e dirigenti che ancora oggi, in una fase storica di profonda crisi della rappresentanza – sindacale e non solo -, spendono la propria vita al servizio di una società più libera e giusta, partendo dal mondo del lavoro.

Risulta dunque di particolare importanza la presenza nel volume, oltre alle tante ed emozionanti fotografie, di testi esplicativi delle forme di partecipazione del sindacato: le assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori, gli attivi dei delegati, i direttivi o consigli. Ma non solo: i tanti dibattiti, convegni e tavole rotonde per diffondere la cultura del lavoro, gli scioperi e le manifestazioni, non solo per il lavoro, ma ad esempio per la pace e contro le mafie. E, infine ma non meno importante, l’attenzione dei curatori anche per l’aspetto formale-comunicativo. Perché la storia di una comunità, per essere vissuta, trasmessa e rievocata, non può mai prescindere da un linguaggio condiviso e da un solido universo simbolico e rituale.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 settembre 2022

Zanzara, nuovo spazio a Ferrara per l’arte contemporanea

20 Set

In via del Podestà si parte con le mostre di David Grigoryan ed Elisa Leonini

Un nuovo progetto artistico sta per nascere nel cuore di Ferrara: si tratta di “Zanzara arte contemporanea”, galleria ideata da Giulia Giliberti e Sara Ricci, che verrà presentata venerdì 23 settembre. Il luogo – via del Podestà, 11-11/A e le ex scuderie al 14/A – ha già conosciuto, alcuni anni fa, un tentativo simile: la Fabula Fine Art aperta da Giorgio Cattani nel 2016.

L’obiettivo delle due curatrici – con un’esperienza alle spalle anche come coordinatrici di festival d’arte pubblica, a eventi e mostre del settore, nella comunicazione di mostre ed eventi culturali – è di sviluppare mostre e progetti con artisti nazionali e internazionali, riavvicinando e riconnettendo l’arte contemporanea al tessuto urbano e sociale della città. Un programma ambizioso. Il nome dice già di questo legame col nostro territorio, ma soprattutto richiama una definizione dell’artista Joseph Beuys: «l’arte è una zanzara dalla mille ali». Mentre lo spazio al civico 11-11/A è un “cubo bianco” che ospiterà principalmente mostre pittoriche e fotografiche, quello al civico 14/A è uno spazio meno convenzionale, che porta le tracce del suo passato, una sfida per le curatrici e per gli artisti invitati a confrontarsi con la sua natura, pensato per progetti installativi, performativi, per eventi e proiezioni.

La galleria inizia la propria avventura con due mostre visitabili dal 27 settembre (il 23 inaugurazione ad invito) al 30 dicembre: si tratta di “Odessa Sole mio” di David Grigoryan, mostra fotografica dedicata alla città ucraina, raccontata attraverso gli scatti del fotoreporter georgiano classe ’87, che negli anni ha catturato scene di vita vissuta per le strade della sua città, prima e durante la guerra tuttora in corso. Il percorso comprende una selezione di 23 fotografie che Grigoryan ha scattato in circa 10 anni e un video realizzato in questi giorni a Odessa.

L’altra esposizione è “Anomaliae” di Elisa Leonini, artista ferrarese classe ’80 (nonché titolare della cattedra di Discipline Plastiche e Scultoree presso il Liceo Artistico Dosso Dossi di Ferrara), la quale, partendo da ingrandimenti di frammenti di dischi in vinile e bachelite, realizzati al microscopio elettronico presso il Centro di Microscopia Elettronica dell’Università degli Studi di Ferrara, realizza immagini, suoni e sculture che mutano in paesaggi e territori sconosciuti.

Le mostre sono visitabili il martedì e mercoledì dalle ore 10 alle 12 e il giovedì e venerdì dalle ore 11 alle 18. Nell’ambito del Festival di “Internazionale”, venerdì 30 settembre alle ore 15 è in programma una visita guidata alla mostra “Odessa Sole mio” con le curatrici del progetto Giulia Giliberti e Sara Ricci, e l’introduzione di Michele Esposito, corrispondente ANSA, in Ucraina a marzo scorso e collegamento diretto tra l’artista e la galleria d’arte. Ingresso libero fino a esaurimento posti. Consigliata la prenotazione inviando una mail a info@zanzaraartecontemporanea.it

Andrea Musacci

Articolo pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 settembre 2022

Ucraini, «una parrocchia nuova, fatta di aiuto e speranza»

30 Ago

Intervista a padre Vasyl Verbitskyy, guida della locale comunità cattolica di rito bizantino: «in sei mesi la nostra parrocchia ha accolto tanti profughi ucraini. Molti di questi sperano di tornare presto nella loro patria.Altri, invece, rimarranno qui»

A cura di Andrea Musacci


Padre Verbitskyy, in questi sei mesi come la guerra ha mutato la vita della vostra parrocchia?
«Sono stati tanti i cambiamenti. In alcuni giorni, in determinati periodi, la nostra chiesa di via Cosmè Tura a Ferrara era strapiena, con ucraini che venivano da diverse parti della provincia, e tanti ferraresi che ci raggiungevano per esprimere la loro vicinanza. Negli ultimi tempi ho notato come le persone scappate dall’Ucraina negli ultimi sei mesi siano ormai un terzo delle persone che frequentano la nostra parrocchia».

In particolare, quanti sono i bambini e gli adolescenti che seguite come parrocchia?
«Proprio in questi giorni abbiamo un campo estivo nel quartiere Barco, con 46 bambini iscritti, 30 dei quali arrivati come profughi. Da marzo, però, cioè da quando abbiamo organizzato i corsi di italiano e il catechismo, il nostro doposcuola era frequentato da ben 70 bambini, tutti profughi».

I bimbi e i ragazzi profughi come stanno vivendo questa loro nuova vita?
«Partecipano alla vita della parrocchia, ai momenti di preghiera, erano presenti alla Via crucis cittadina, alcuni di loro fanno i chierichetti, anche coloro che in Ucraina non frequentavano la chiesa o la frequentavano poco. Insieme agli altri stanno costruendo dei bei rapporti di amicizia e possono dar vita a un futuro migliore».

Più nel dettaglio, in questi mesi come si è svolta la vita della vostra comunità di S. Maria dei Servi?
«Possiamo dividere in modo netto l’attività della parrocchia in due periodi: fino al 24 febbraio [primo giorno dell’invasione russa in Ucraina, ndr] e dopo il 24 febbraio. Lo scorso 22 febbraio insieme a un gruppo di parrocchiani abbiamo svolto le prove per una rappresentazione teatrale dedicata alla parabola del figliol prodigo, spettacolo che avevamo programmato per domenica 27 febbraio. Ma la guerra ha stravolto tutti i nostri piani: le feste tradizionali nono sono state realizzate e a metà marzo abbiamo aperto il doposcuola con i profughi in arrivo dal nostro Paese. Oltre ai 70 tra bambini e adolescenti di cui ho accennato prima, abbiamo organizzato anche un corso di italiano a cui han partecipato 30 donne, oltre a una 20ina di volontari impegnati come insegnanti, tra italiani e ucraini. In parrocchia abbiamo anche decorato i rami di ulivo per la Domenica delle Palme, e poi, per la Pasqua abbiamo dipinto le uova. Senza dimenticare la festa per il Lunedì dell’Angelo, la festa della Mamma, il campo estivo per i bambini e le loro mamme a Lido delle Nazioni con 47 partecipanti e il Pellegrinaggio al Santuario del Sacro Monte di Varallo. Il culmine è stata la festa della Prima Comunione, un evento molto importante per ognuno di noi. A tal proposito ricordo una bambina arrivata qui con la madre dopo lo scoppio della guerra, col papà rimasto in Ucraina a combattere. È stata davvero una festa della speranza e della gioia».

Capitolo raccolta aiuti: quanto materiale avete raccolto e dov’è stato spedito?
«In sei mesi da Ferrara sono partiti 11 tir e 50 furgoncini, abbiamo acquistato e donato alla Caritas ucraina un’ambulanza e altre due auto. Il materiale spedito – fra cui molti farmaci – è sempre stato recapitato alle Caritas delle diverse Diocesi: Sambir-Drogobych, Ternopil, Charkiv, Odessa, Mykolaiv, Lutsk».

Quali programmi avete per settembre e i prosasimi mesi in parrocchia?
«Il 4 settembre alle ore 14.30 celebreremo la Divina Liturgia nella Basilica di Santa Maria in vado, appuntamento che gli anni scorsi era fissato in giugno. Per il mio sogno di un oratorio per i bambini ucraini, abbiamo già ricevuto dalla Diocesi – grazie all’Arcivescovo mons. Perego – la possibilità di usare l’ex-asilo nel quartiere Barco (Scuola dell’infanzia Pio XII, ndr), dov’è in corso il campo estivo. In parrocchia continuiamo a fare i corsi per gli adulti, oltre alla raccolta dei farmaci, di prodotti per l’igiene personale e di alimenti a lunga conservazione. Speriamo di riuscire a continuare la nostra attività con i bambini, non solo quelli arrivati dopo il 24 febbraio ma anche con quelli già residenti in città e in provincia».

In questi sei mesi ha avuto modo di sentire da suoi parrocchiani – profughi e non – dubbi di fede a causa della guerra?
«In questo periodo ho cercato di stare vicino a ogni persona arrivata qui o già presente. Ognuno vive la fede in maniera particolare. Certamente, alcune persone hanno avuto dubbi forti a causa della grave situazione in Ucraina, ma vedo come l’accoglienza, la vicinanza e la preghiera diano loro speranza. Addirittura, alcuni dei profughi arrivati in questi mesi, ora sono diventati loro stessi volontari».

Oggi i suoi parrocchiani sono più pessimisti o più speranzosi sull’esito della guerra e sulla possibilità di tornare in patria?
«Alcuni di loro si sentono ormai integrati qui, mentre altri sono già rientrati in Ucraina – in zone sicure – oppure vorrebbero rientrare a breve. In ogni caso, ognuno di loro nutre ancora la speranza che la guerra possa finire presto e quindi di poter tornare nella propria casa».

Articolo pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 settembre 2022

Memorie di una vita nel nuovo libro di Roberto Marchetti

23 Giu

“Ti ricordi quando?” è la nuova pubblicazione di Marchetti, tra i ricordi del bondenese e l’Argentina

Un lungo diario, redatto perlopiù negli ultimi anni, ma che affonda nell’intera esistenza. Dopo “Ti racconto di noi…” (Este Edition, 2018), Roberto Marchetti prosegue il proprio lavoro introspettivo fondato sulla memoria e sulla sua relazione col presente nel nuovo libro “Ti ricordi quando?” (Este Edition, 2022, con prefazione di Giuseppe Muscardini), che uscirà a breve.
Marchetti, classe ’54, sposato con Beatriz Norma Ferrari, di origini argentine, fondatore dell’Associazione badanti “Nadiya”, per oltre 20 anni è stato impiegato e dirigente dell’Eridania e per alcuni anni impiegato a livello amministrativi in alcuni Uffici della nostra Arcidiocesi, prima di dar vita, nel 2013, alla ditta Adamant Bionrg.
Mai moralista e mai autoindulgente, fra ironia (tanta) e malinconia (dosata ma non meno acuta), Marchetti riesce sempre a mantenere quell’occhio arguto e saggio di chi non costruisce sovrastrutture da applicare alla realtà né pretende, quest’ultima, di “oggettivarla” dall’alto della propria esperienza concreta. «Ineluttabilità degli eventi » e «positività della vita» si contendono lo spazio dei ricordi, ma è quest’ultima ad aver la meglio, nella consapevolezza – pur non del tutto razionale – che la vita val la pena di essere vissuta perché in essa vi si ritrova un nucleo di bellezza e di verità.
Tra diari di viaggio – come quelli nella miseria e negli splendori dell’Argentina – e racconti familiari più intimisti, in ognuno si ritrova quella vita vissuta, ancora con intensità, nella carne e nell’anima.
C’è innanzitutto il «rimpianto» della Bondeno della giovinezza, di quella provincia fatta anche di noie e meschinità, ma di cui, forse complice anche il tempo che passa e smussa le asperità, rimangono il cortile parrocchiale «strapieno di biciclette », i «don Guerrino», i bar, gli scherzi con gli amici, quel Cristo in legno portato a Pasqua su un carro agricolo.
Nessuna ipocrisia, nessun intento di raccontare un fatato “piccolo mondo antico” ma il prezioso dono che la memoria, a volte, ci fa: quello di riuscire a setacciare nel proprio passato, mantenendo ciò che abbiamo amato e ciò che ci ha permesso di diventare quel che siamo, senza rimuovere tutto il resto, ma conservandolo, al di là del rancore, in uno spazio periferico.
Un universo, dunque, quello dell’infanzia e della giovinezza, con i suoi – a volte grandi – limiti, ma che nella sua anima più vera – soprattutto familiare, parrocchiale, amicale – ha permesso anche all’autore di formarsi una concezione del mondo da una parte molto legata alla propria terra, dall’altra aperta verso culture e fedi differenti, sempre con una fame di conoscenza, con una curiosità spassionata e mai retorica che, appunto, può avere solo chi ha amato un luogo, solo chi non dimentica le proprie radici.
Vi è un desiderio forte, dunque, nelle pagine di Marchetti: quello di conservare, prima che il tempo glielo impedisca, quei volti, quegli episodi, quegli oggetti che negli anni più spensierati hanno costruito la sua identità. E così, spazio al primo bacio, al venticello estivo nel pioppeto e a molto altro. Sempre con un marchio ormai unico: quello del cuore dell’autore, più consapevole di sé, del tempo che scorre e dell’importanza, quindi, di tenere vivo un rapporto fra generazioni, di tramandare esperienze, di lasciare tracce. Nel suo caso, un vero e proprio rapporto educativo – fatto d’amore – con il proprio nipotino, cercando di coltivare in lui uno sguardo sempre libero e desideroso di bellezza.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 giugno 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Quel “niente” dei film di Antonioni così pieno di senso

13 Giu
L’avventura (1960)

Al PAC di Ferrara fino al 10 luglio la mostra “La città del silenzio”. Opere di 62 artisti ispirate al regista ferrarese. Un’occasione per ripensare all’essenza della sua poetica al di là di facili banalizzazioni

Quel regista che filmava “il niente”, autore di capolavori che spiazzavano – coi loro silenzi, coi loro vuoti, con quegli spazi morti – le abitudini e le mode di critici e spettatori. 

Questo e molto altro è stato Michelangelo Antonioni, al di là di etichette, di facili e strumentali piegature della sua poetica a icona pop. L’Amministrazione Comunale di Ferrara insieme a Ferrara Arte ha deciso di omaggiarlo in occasione dei 110 anni dalla sua nascita con una mostra collettiva di artiste e artisti ferraresi (oltre 60) – “La città del silenzio. Artisti ferraresi per Antonioni” -, che fino al 10 luglio espongono le loro opere al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara, che prossimamente verrà convertito proprio in Spazio Antonioni. La mostra in un certo senso può essere vista anche come continuo ideale di “Pittori fantastici nella valle del Po” (nel 2020 al PAC) e di “Il sogno di Ferrara” di Mantovani (in mostra al Castello): una sorta di Trilogia del silenzio, per richiamare quella del “silenzio di Dio” di Ingmar Bergman (morto lo stesso giorno di Antonioni, il 30 luglio 2007).

Il legame di Antonioni con le arti è stato indagato, lo ricordiamo, 9 anni fa con la mostra “Lo sguardo di Michelangelo Antonioni e le arti”, esposto da marzo a giugno 2013 a Palazzo dei Diamanti. Per quanto riguarda la pittura citiamo, a mo’ di esempio, i richiami nei suoi film a opere di Rothko e Schifano (per Zabriskie Point, ’70), a quelle di De Chirico e Sironi (nella Trilogia dell’incomunicabilità: L’avventura, La notte, L’eclisse, rispettivamente del ’60, ’61 e ’62). Senza dimenticare le “Montagne incantate” da lui stesso realizzate.

In una lettera a Rothko, Antonioni scrive: «Io e lei facciamo lo stesso mestiere: lei dipinge e io filmo il niente». Lo squallore, la noia, la tristezza della mediocrità degli ambienti e dei paesaggi – urbani e naturali – col regista “diventano” immagine poetica. A lui riesce quel che solo un vero artista può fare: cambiare lo sguardo di chi ammira le sue opere. E quegli occhi nuovi permettono, quindi, di godere, anche nella quotidianità, dei particolari più insignificanti. Di amare – pur nello struggimento e nella malinconia – oggetti, luoghi e ambienti che altrimenti non vedremmo più, incapaci di coglierne l’anima, tediati dalla loro pesante normalità. È questo il servizio che ci fa un artista come Antonioni. Come scrive Enrica Fico nel catalogo: «cercava la luce per ogni inquadratura. Si faceva incantare dal paesaggio, anche da un orribile balconcino grigio sotto la pioggia, pur di creare il contesto esatto, vero per la sua storia».

«Provo il bisogno di esprimere la realtà in termini che non siano affatto realistici», disse Antonioni in un’intervista, a ulteriore dimostrazione di come certo “realismo” in realtà uccida la realtà, banalizzandola. Alain Robbe-Grillet disse: nei film di Antonioni «le immagini non nascondono nulla. Ciò che vediamo è estremamente limpido, eppure il significato dell’immagine è sempre problematico e lo diventa ancora di più man mano che la storia prosegue». Citando Roland Barthes, la poetica di Antonioni privilegia il punctum dell’immagine – cioè quell’indefinibile che coinvolge e turba chi la guarda -, al suo studium – il mero campo di informazioni che l’immagine stessa ci dà. 

In alcuni film del regista, disse qualche critico riferendosi in particolare alla Trilogia, «non succede nulla». Giudizi molto superficiali di chi – esperto o meno, poco importa – si aspetta da un’opera d’arte, o letteraria, solo qualche brivido, qualche sensazione, qualche stimolo fugace che non faccia scivolare nella noia. Cioè, detto altrimenti, che non faccia né sentire né pensare alla propria condizione. Come se fosse mero intrattenimento. 

È invece sopravvalutata – nel cinema come nella letteratura – la trama, il “significato” potremmo anche dire, mentre si dimentica, non ci si accorge quanto i significanti, la cosiddetta “forma” siano essenziali. La forma è contenuto. Annoiarsi, quindi, è segno della nostra incapacità di contemplare, rimanere in silenzio, attendere, indugiare. Bisogna, invece, reimparare a “prendere tempo” e a perdersi nella densità e nella magia dell’immagine artistica. Ne L’avventura, ad esempio, non vi è soluzione del mistero, non c’è consolazione. Ci si “perde” – ed è una grazia – nelle viscere emotive dei personaggi, nei loro dedali esistenziali e psicologici.

L’assenza o la rarità – di parole, di suoni, di azione – non è vuoto, ma presenza non immediatamente percepibile, luogo del possibile. Il cinema di Antonioni ci abitua a vedere il pieno in ciò che ci sembra vuoto, a immergerci, a sentire il più possibile la vita, a ricordarci di fare attenzione ad essa, senza sommergerla di immagini e rumori.

Ancora Barthes scrisse: «Guardare più a lungo del richiesto […] disturba gli ordini stabiliti, quali che siano, nella misura in cui, di solito, il tempo stesso dello sguardo è controllato dalla società». È inquietante pensare alla nostra attualità in cui generazioni crescono coi tempi brevissimi, quindi vuoti (davvero), delle notizie sullo smartphone, delle immagini su Instagram, dei video su Snapchat o TikTok. 

Reimpariamo, invece a indugiare, ad assaporare i vuoti e i silenzi, a contemplare la bellezza. Ci ritroveremo forse più inquieti, meno “soddisfatti”, ma di sicuro più pieni di senso e di verità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 giugno 2022

https://www.lavocediferrara.it/

E all’improvviso l’inferno: lo spezzonamento di San Martino

13 Giu
Tre aerei Sterling in azione

È il 19 aprile 1945, la piccola frazione alle porte di Ferrara viene invasa da una pioggia di bombe alleate. Saranno 71 le vittime e molti i feriti. La ricerca di Gianna Andrian e le testimonianze di alcuni superstiti

di Andrea Musacci 

In un tranquillo pomeriggio del 1945 anche a San Martino, alle porte di Ferrara, le persone aspettano di poter riassaporare la bellezza di una vita in pace. È il 19 aprile, un giovedì di primavera, l’aria è leggera. 

All’improvviso, intorno alle 16, in lontananza si ode il rumore di aerei, sembrano provenire da nord. La paura attraversa la mente delle persone impegnate nelle normali attività quotidiane, e dei bambini distratti nei loro giochi. Ma più forte della paura è la curiosità per quegli aerei che, si pensa, siano di passaggio, diretti chissà dove. In molti escono dalle case. È un attimo, e lo stupore si trasforma in terrore. Diciotto aerei facenti parte di tre formazioni alleate, sganciano 2364 bombe in pochi secondi. Bombe a frammentazione, che esplodendo in aria liberano “spezzoni”, schegge metalliche, da qui il termine “spezzonamento” per indicare questo tipo particolare, e ancor più micidiale, di bombardamento. Un sistema a quei tempi sperimentale. 

Gli Alleati probabilmente sospettavano che nella piccola frazione poco fuori Ferrara, tra via Chiesa, via Buttifredo e via Penavara, si fosse installato un comando tedesco. Si conteranno 71 vittime, tutte o quasi civili, e un numero indefinito di feriti e mutilati, persone che attendevano quella Liberazione che avrebbe attraversato la nostra città appena 5 giorni dopo, il 24 aprile. 

A raccontare a “La Voce” questa orribile e ben poco indagata vicenda della guerra nel nostro territorio, è Gianna Andrian, appassionata di storia e cultura locale del ferrarese e del rodigino, lei stessa originaria della provincia di Rovigo ma da diversi anni residente a San Martino, nonché membro dei “Caschi blu della cultura”.

«Mi sono sempre chiesta perché questa terribile vicenda non fosse mai stata approfondita a livello storico, allora due anni fa ho iniziato alcune ricerche». Chi entra nella chiesa del piccolo paese, vi può trovare due lapidi con i nomi delle 71 vittime (lapidi messe dopo richiesta di Fratta e Vezzani, due superstiti ancora viventi), alcune delle quali seppellite nel locale cimitero (insieme ad altri caduti nello spezzonamento del 10 giugno 1944, che provocò 191 morti fra il paese e la zona sud / sud-est della città), e i cui nomi sono impressi su una lapide comune. «Questo fa supporre, ma non possiamo per ora esserne certi, che parte dei morti non fossero di qua, e magari alcuni di loro erano soldati tedeschi». Una piccola via del paese è stata intitolata al ricordo di quella tragedia, via XIX aprile 1945, e in quella data viene celebrata una Messa in ricordo delle vittime.

La ricerca storica iniziata da Andrian dà ben pochi frutti: oltre alle lapidi e alla tomba, alcune informazioni in un libro trovato in Biblioteca Ariostea. Nessun documento nemmeno nell’archivio parrocchiale o in quello diocesano. Nulla nemmeno sul “Corriere padano” – fondato da Italo Balbo, poi diretto da Nello Quilici -, che cessa le pubblicazioni proprio in quei giorni, con l’arrivo a Ferrara delle truppe anglo-americane.

Gianna Andrian

Allora Andrian decide di cercare alcuni superstiti ancora viventi e rimasti a vivere a San Martino. Il primo è Bruno Fratta, che all’epoca aveva 4 anni, e da dieci anni è presidente dell’Associazione mutilati e invalidi di guerra, sezione di Ferrara. Grazie a lui, successivamente, riuscirà a trovare altri quattro testimoni di quel terribile pomeriggio. In seguito si confronterà con diverse associazioni, fra cui “Aerei perduti del Polesine”, fondata da Luca Milan, Enzo Lanconelli, Andrea Raccagni ed Elena Zauli delle Pietre. Proprio quest’ultima, storica di professione, è riuscita a recuperare, in un archivio militare degli Alleati, il rapporto del comando alleato con i dettagli sullo spezzonamento di San Martino. 

Ma il lavoro di Andrian non si ferma: in programma c’è anche una pubblicazione. Un atto dovuto, per far conoscere a quante più persone possibili ciò che è accaduto quel maledetto 19 aprile di 77 anni fa, e ricordare quelle persone che, senza sapere nemmeno perché, trovarono una morte ingiusta.

Cinque racconti inediti di alcuni superstiti dell’attacco alleato

Bruno Fratta, classe ’41, una benda nera ancora gli copre l’occhio sinistro. Quel giorno ha perso il papà Giuseppe, 35 anni, lo zio materno Amedeo Castaldini, 36 anni, e il cugino Alfonso, 20 anni.

Bruno vide cadere davanti ai suoi occhi l’amico Gino Vitali ferito mortalmente. «La mia mano era stretta in quella di mia mamma e in quell’intreccio di dita, il suo pollice destro verrà colpito da una scheggia e amputato. Un’altra scheggia le entrò in un occhio togliendole la vista». Anche Bruno venne colpito e ferito gravemente all’occhio sinistro. Sia lui sia sua madre, negli anni, dovettero subire interventi per rimuovere schegge rimaste nei loro corpi.

Gianfranco Pasquali, classe 1931, racconta: «mi trovavo con gli amici nel cortile in prossimità dell’imbocco del rifugio, quando ho visto arrivare gli aerei che si sono divisi in cielo. Poi ricordo gli impressionanti fischi degli “spezzoni” che cadevano. Mi tuffai letteralmente all’interno del rifugio dove già erano entrate due ragazze. Un amico uscì dal rifugio sotto lo spezzonamento. Voleva correre in casa per vedere se i suoi familiari erano in salvo, ma rimase ferito. La mamma del mio amico, sulla porta d’ingresso, era riversa a terra, colpita mortalmente dalle schegge. Mia madre, alle sue spalle, dritta in piedi, viva per miracolo. Il corpo di quell’altra madre aveva fatto da scudo alla mia salvandole la vita». Ricorda che nella casa d’angolo tra via Penavara e via Chiesa c’era un “Comando di Tedeschi”. «Quattro o cinque di loro erano morti subito, altri ruzzolavano ancora giù dalla scala esterna perché feriti dalle schegge».

Grandilia Vezzani e suo fratello Edgardo “Marco” raccontano: «nel cortile di Venturoli, dove in quel momento si trovava nostro padre Nino, si scatenò una visione infernale: una tempesta di schegge metalliche che non lasciava scampo, e atterrava ogni essere vivente. I due amici vennero colpiti contemporaneamente. Venturoli morì all’istante mentre nostro padre venne ferito gravemente. Morì poche ore dopo». 

Sergio Govoni all’epoca aveva 8 anni. Quel giorno, all’arrivo degli aerei, scappa, insieme ad altri, nel rifugio costruito dalle famiglie del suo stesso cortile. Con lui, nel rifugio, riuscì ad entrare anche la sorella Graziella di 7 anni. La sorella Triestina, 17 annui, e il padre Giuseppe si affacciarono sulla soglia di casa per la curiosità. Fu un attimo, questione di qualche secondo, neanche il tempo per capire e padre e figlia erano già riversi a terra falciati dalle schegge delle bombe. A poche centinaia di metri fu ferito mortalmente anche il fratello Benito.

Tazio Lambertini, classe ’36, abitava in una casa colonica nella grande Azienda Agricola detta “Cuniola”, proprietà del famoso Casato dei Canossa, forse base di un comando tedesco in ritirata, o di un ospedale da campo, e quindi probabile obiettivo di quell’incursione aerea. Ma quella villa e le case coloniche non furono nemmeno sfiorate dal bombardamento. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 giugno 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Essere stampatori nella Ferrara del Settecento

6 Giu
Ranieri Varese

L’ultima fatica di Ranieri Varese si intitola “Materiali per lo studio della produzione a stampa nella Ferrara del XVIII secolo”. Un primo tentativo di colmare una lacuna nella nostra storia locale 

Una dimensione per nulla irrilevante della vita e dello sviluppo della città di Ferrara viene indagato da Ranieri Varese, che esce – lui storico dell’arte – in parte dall’ambito al quale ha dedicato innumerevoli pubblicazioni tra monografie, saggi, articoli e curatele. L’ultima fatica dell’accademico ferrarese si intitola “Materiali per lo studio della produzione a stampa nella Ferrara del XVIII secolo” (Edizioni Pendragon, 2022, con postfazione di Maria Gioia Tavoni) e ha il merito di iniziare a colmare una lacuna riguardante un periodo così importante per la nostra storia locale. 

L’attività di stampa a Ferrara nel Settecento è un argomento ben poco trattato, per il quale è stato difficile reperire fonti approfondite (lavoro non agevolato dalla chiusura dell’Archivio di Stato cittadino: a fine XIX secolo troviamo un testo di Girolamo Baruffaldi sul tema, nei due secoli successivi rispettivamente i contributi di Luigi Napoleone Cittadella e Giuseppe Agnelli. 

Il contesto storico

Dal 1598 il Ducato di Ferrara passa sotto il diretto governo pontificio, divenendo Legazione di Ferrara. La Diocesi di Ferrara, retta da un Cardinale, nel 1725 si è definitivamente affrancata dalla dipendenza ravennate e nel 1735 diventa sede arcivescovile. Oltre alle Arti dei mestieri, in città vi è una storica Università, che nel 1771 viene sottratta al controllo del Maestrato e resa dipendente direttamente da Roma. Tanto la Legazione quanto il Maestrato dei Savi, l’organo politico di amministrazione pubblica, per la propria attività si avvalevano di uno “stampatore camerale”, mentre la Diocesi di un “impressore episcopale”.

Un servizio alla città

«Il bisogno della lettura, dell’aggiornamento e della partecipazione al dibattito delle idee e alla cosa pubblica favoriscono la presenza di librerie», spiega Varese nel testo. «A queste a volte si affianca, spesso coincide, l’azione di stampa e la promozione di edizioni». Nel contesto ferrarese era impossibile distinguere tra stampatore ed editore, dato che in tutti i casi di cui si ha notizia le due figure coincidevano nella stessa persona. 

Nella migliore delle ipotesi, come si può immaginare, solo un terzo della popolazione – la borghesia delle professioni, l’aristocrazia e gli ecclesiastici – possono usufruire di tutto ciò. La lettura è potere: significa comprendere gli atti pubblici, essere a conoscenza di eventi e situazioni, partecipare agli eventi cittadini, esprimere opinioni. Per questo, vi è la necessità di editori: molte sono in questo periodo le imprese che si occupano di raccogliere e stampare testi, prima fra tutte la tipografia di Bernardino Pomatelli, “impressore episcopale”, e dei suoi eredi, con oltre 500 titoli a partire dal 1687 e per oltre un secolo, fino all’occupazione di Ferrara da parte delle truppe francesi. Poi, per citare altri tipografi, Bernardino e Giuseppe Barbieri, Giglio Bolzoni, Tommaso Fornari e Giuseppe Rinaldi. Si stimano in almeno 2mila i titoli pubblicati a Ferrara nel corso del XVIII secolo, soprattutto di interesse locale. Un aspetto della nostra storia locale che merita ulteriori approfondimenti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 giugno 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Oksana e i demoni vivi della guerra

19 Mag
La città di Kharkiv

È arrivata nella nostra città con la figlia Tatiana. Hanno raggiunto l’altro figlio Roman, promessa del basket

La mattina del 24 febbraio Oksana, che vive al decimo piano di un condominio di 15 alla periferia di Kharkiv, si è svegliata molto presto: deve finire un lavoro, lei impiegata in un’azienda farmaceutica. Mentre si prepara il caffè, dalla finestra vede una luce lontana nel cielo. «Ho sentito un forte rumore di esplosioni. Era terribile». All’inizio non capisce, ma presto comprenderà: la Russia ha iniziato a bombardare il suo Paese. Dopo 10 minuti sul web arrivano le prime notizie. Chiama il fratello che abita a Kiev. È l’inizio di un incubo che dura ancora. 

Dai primi di aprile Oksana vive a Ferrara insieme alla figlia Tatiana, di 11 anni. Sono scappati qui perché l’altro suo figlio, Roman, è a Ferrara da settembre per giocare nell’Under 17 Eccellenza della VIS 2008, società di basket giovanile della nostra città. Appena lo scorso gennaio, Oksana era venuta a trovarlo per alcuni giorni.

«Prima di quel 24 febbraio – ci racconta – non sapevamo quanto fossimo felici in Ucraina. Avevamo problemi, certo, ma dopo lo scoppio della guerra abbiamo capito che non erano veri problemi. La nostra era una vita davvero normale e pensavamo che sarebbe stato così per sempre». 

Anche il marito Yevhen lavora in un’azienda farmaceutica, a loro non manca niente, e nulla fanno mancare ai propri figli. «Il 24 febbraio i russi sono entrati facilmente in Ucraina, nessuno se l’aspettava», non c’è stata una dichiarazione di guerra. Dall’altra parte, però, anche Putin e i suoi uomini non s’aspettavano una resistenza così forte da parte degli ucraini, senza contare che l’esercito di Zelensky era comunque preparato da 8 anni di tensioni fra i due Paesi.

«I primissimi giorni – prosegue – pensavamo che sarebbe finita molto presto, che avrebbero trovato un accordo. Le tv ucraine ci dicevano: “preparate le valigie in caso di emergenza”. Ma tutti pensavamo fosse solo una precauzione». E invece non è stato così. Nei giorni successivi i bombardamenti proseguono, «sentivamo ancora gli aerei passare con un rumore fortissimo, volavano basso. Anche questo non lo dimenticherò mai».

Dove abitano, non ci sono veri e propri rifugi, perciò molta gente si è nascosta negli scantinati dei condomini. «Mia figlia già dai primi giorni ha subito uno stress fortissimo, una grande stanchezza psicologica». I primi giorni di marzo decidono di partire da Kharkiv, in auto, disperati, rischiando la vita, dato che i russi iniziavano a colpire anche i corridoi umanitari. «Prima di partire ci chiedevamo: “cosa prendiamo con noi? Quanto staremo via? Ritroveremo la nostra casa?”. Una valigia a testa e siamo partiti». Impiegano 13 ore per arrivare a Kryvyj Rih, da parenti, che normalmente si raggiunge in 3 ore. Per un mese alloggeranno in una casa prestata da altre persone. Mentre il marito e i genitori sono rimasti lì, lei e la figlia il 30 marzo hanno lasciato il Paese, direzione Ferrara, che raggiungono dopo 4 giorni di viaggio, passando per Romania, Ungheria e Slovenia. «Mio padre purtroppo è morto lo scorso 5 maggio. Non ho avuto nemmeno la possibilità di dargli l’ultimo saluto». Da tempo malato, il covid ha peggiorato le cose, causando una rapida crescita e diffusione di tumori. La storia della sua famiglia è, purtroppo, una storia di fughe a causa del regime russo. Oksana, infatti, è nata e cresciuta in Crimea. I suoi genitori nel 2015, dopo l’annessione della penisola da parte della Russia e in seguito all’isolamento e alle continue molestie che subivano in quanto ucraini, han deciso di lasciare la casa dove hanno vissuto per 40 anni, per raggiungere la figlia, il genero e i nipoti. «Così – ci dice con profonda tristezza Oksana – i miei genitori per la seconda volta sono stati costretti a lasciare la loro casa a causa delle operazioni militari d’occupazione russe in Ucraina».

A Kharkiv, prosegue il racconto, «la metà delle case e dei condomini sono stati bombardati. Una mia collega voleva tornare nel suo appartamento, ma essendo stato il suo condominio colpito ai piani superiori, non può farlo, può crollare tutto. Il mio stesso ufficio è stato distrutto». Oksana è rimasta in contatto con alcuni amici e colleghi della sua città: «le persone che sono rimaste lì, l’hanno scelto o perché non sanno dove andare, o perché non vogliono lasciare la propria casa, o perché non possono in quanto malate, anziane».

Le chiediamo se ha colleghi russi, ci risponde di sì: «alcuni di loro hanno smesso di parlarmi, altri mi hanno detto “ci dispiace molto”, altri ancora dicono che in realtà la loro guerra è contro gli USA». Ma sono gli ucraini a morire. In ogni caso, «ora i russi hanno paura di venire arrestati, quindi hanno interrotto i contatti con noi». Riguardo a cosa pensa del governo del suo Paese, ci risponde: «so che Zelensky non ha molta esperienza politica ma ha scelto di rimanere, non è scappato dall’Ucraina e per questo mi fido molto di lui». 

La sua Ucraina è sempre vicina, forse mai come ora. È – come dicevamo – la loro vita prima di quel maledetto 24 febbraio a essere così lontana. «A molti interessava solo guadagnare più degli altri. Ora siamo tutti nella stessa situazione: se non c’è vita, se i nostri figli non sono al sicuro e se non ci si aiuta gli uni con gli altri, non c’è niente. Tutto il resto non conta più».

Oksana ci tiene molto a ringraziare Filippo Bertelli e Mauro Cavara, rispettivamente Presidente e Direttore generale della VIS 2008, «per il grandissimo aiuto che ci hanno dato e continuano a darci. Hanno fatto tutto per noi», così come l’amministrazione della Scuola San Vincenzo, che accoglie Tatiana per studiare. Ora, lei e sua figlia vivono in un appartamento che i genitori di un compagno di basket di Roman gli ha prestato. «Soprattutto per mia figlia – si sfoga -, è un incubo che sembra non finire. Ma almeno qui ha la possibilità di continuare a giocare a basket», che per lei, come per il fratello (che studia al Carducci) è molto importante. «Ora Tatiana sorride di più, gioca, sta bene con i compagni di scuola». I suoi nuovi compagni, perché quelle e quelli che aveva a Kharkiv sono sparsi per l’Europa, scappati con le famiglie nell’ovest dell’Ucraina, in Polonia, Repubblica Ceca, Germania, Regno Unito…

Il grande aiuto che sta ricevendo dai ferraresi, a un tempo commuove e imbarazza Oksana. «Non mi aspettavo tutto ciò, che così tanti sconosciuti ci aiutassero come fossimo loro amici». Dall’altra parte, ci confessa, «non è stato facile abituarsi a dover chiedere tutto, a prendere in dono anche l’essenziale: prima lavoravamo e guadagnavamo, ci mantenevamo tranquillamente. Ora c’è l’imbarazzo di dover chiedere per ogni cosa». Perché la guerra gli ha tolto tutto, lasciandole quel terrore negli occhi e nella mente: «quando passa un aereo ho ancora il panico». 

Come il presente e il recente passato sono qualcosa di assurdo, di incomprensibile, così il futuro è avvolto nella più grande incertezza. «Vorremmo tornare in Ucraina, ma non so se riusciremo. E in ogni caso, non so se nella stessa città, nella stessa casa». Quella casa dalla quale ha assistito all’inizio di un incubo di cui non vede ancora la fine.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 maggio 2022

https://www.lavocediferrara.it/