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«Ho preferito non accordarmi con l’anima contemporanea»: le memorie inedite di G. B. Crema

3 Mag
Giovanni Battista Crema, 1957

Le inedite “Memorie” dell’artista sono pubblicate nel catalogo della mostra esposta nel Castello Estense. Scritte negli ultimi anni di vita, le pagine trasudano sconforto riguardo alla volgare e violenta modernità. Ma Ferrara, col suo incanto, lo confortava nel dolore

di Andrea Musacci

Che con la vecchiaia si acquisti (quasi sempre) saggezza e ponderatezza, si sa, per certi versi è fisiologico. Che le ombre della morte diventino più dense e ampie è un’altra inevitabile certezza. Ma che il rifugio estremo del cuore e della coscienza nel proprio passato diventi fortino, questo può dipendere da fattori psicologici ed esistenziali non del tutto sondabili. Nel caso di Giovanni Battista Crema, pittore ferrarese di fama nazionale, morto nel 1964, un documento autobiografico inedito ci permette perlomeno di indagare e di riflettere sulla sua torsione solitaria e pessimista, incline alla fuga dal presente verso il tempo trascorso.

“Memorie inutili di un sopravvissuto” è il titolo di questo testamento scritto dall’artista tra il 1953 e il 1960, e che ora i suoi nipoti Annalisa, Giovanni Andrea e Silvia Crema hanno permesso di pubblicare nel catalogo della mostra inaugurata il 1° maggio nel Castello Estense di Ferrara. “Giovanni Battista Crema. Oltre il divisionismo” – questo il titolo dell’esposizione visitabile fino al 29 agosto – è organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e Gallerie Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, e curata da Manuel Carrera e Lucio Scardino. Le opere provenienti da collezioni civiche (quella di Ferrara ospita 22 dipinti e diverse opere su carta) e private mostrano bene il percorso di Crema dal socialismo degli anni giovanili  all’unione di realismo e simbolismo della maturità.

La modernità fa crollare le certezze

Nato a Ferrara il 13 aprile 1883 nel Palazzo Crema in via Cairoli, figlio di una famiglia benestante, a 14 anni inizia a prendere lezioni di disegno e pittura presso Angelo Longanesi-Cattani, per poi trasferirsi due anni dopo a Napoli per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Nel 1903 – dopo un periodo a Bologna – Crema si trasferisce a Roma insieme alla madre rimasta vedova e si unisce al movimento artistico dei giovani capitolini, fra cui Balla, Boccioni e Severini. Qui emerge un suo realismo “moralista” e un divisionismo sentimentale. 

Le sue “Memorie” iniziano proprio nel segno del lutto e della distruzione nella “città eterna”. Nei primi anni ’50 i figli hanno fatto costruire la nuova casa sul terreno di quella precedente, demolita dopo averli ospitati per 40 anni: «Mi sembrava che insieme a quelle pietre (…) – scrive – crollasse la ragione stessa di vivere ancora». L’immagine della casa che crolla è l’immagine del crollo delle certezze, dei muri che definivano un’epoca, una cultura. La modernità, Crema, la sente arrivare nei primi del ‘900, il «secolo più onestamente rivoluzionario»: un tempo – scrive ancora – rappresentato «dall’invadenza della burocrazia e dalla catalogazione dell’individuo», posto «continuamente sotto il controllo dello Stato», sia in quello delle democrazie occidentali, sia nelle dittature nazista, fascista e sovietica. 

«La smania morbosa di velocità» è un altro tratto che a suo parere contraddistingue il moderno, «verso una completa superficialità». Altro che progresso, sembra dirci, il nuovo, in realtà, è dominato da quegli «istinti ancestrali di tempi primitivi».

«Il mondo all’improvviso sembrò malato di innovazione a tutti i costi»

«Con la facilità che i moderni mezzi di diffusione consentono, si possono lanciare, e si lanciano indiscriminatamente, tutte le idee più assurdamente inconsistenti o più diabolicamente tendenziose». Crema la chiama la «demoniaca propaganda del nuovo per il nuovo ad ogni costo», una sorta di «collettivismo intellettuale» nemico della «mente libera e capace di indagine», che è «bene supremo, un immenso dono di Dio», necessario per riconoscere e difendere, pur nella sempre necessaria originalità, «quel patrimonio di sapere e di spiritualità». 

La critica al futurismo e al fascismo è conseguente: del regime Crema condanna la «violenza brutale e sanguinosa», il capovolgere «la cultura incoraggiando tutti quegli estremismi» fondati «sulla ingenua illusione del capo», creatori dell’«Arte Fascista, ad onore e gloria del dittatore». 

E a proposito dell’arte, la critica va anche ad ogni avanguardia e astrattismo: «Ho sempre creduto (…), e credo – scrive –, che (…) la rappresentazione debba avere tutti i requisiti della verosimiglianza», «correttezza» ed «eleganza» a favore dell’«economia armonica dell’opera». Il rifiuto di “adattarsi”, per moda o convenienza, per compiacere e far carriera «come continuamente ho fatto, significava accettare il boicottaggio e l’isolamento».

Ma la violenza del potere moderno si esplica anche nella guerra. Durante il primo conflitto mondiale, arruolato nella fanteria, Crema subisce gravi ferite e rimane invalido. Durante il secondo, viene arruolato dal Ministero in Marina per  documentare la vita militare. «Ogni nuovo ritrovato della scienza di questa terribile, calamitosa, barbarica meraviglia – sono ancora sue parole –, è immediatamente sfruttato in applicazioni belliche, sicché, lo sforzo di cervelli superiori, anziché al bene degli uomini è orientato esclusivamente a creare i più orrendi mezzi di distruzione». 

Pur con una certa dose di elitarismo e di complottismo («sorge spontaneo il dubbio che vi sia alla base una qualche forza oscura e potente», scrive), il suo umanesimo si pone dunque a difesa della «dignità umana e dell’individualismo inesauribile», della prevalenza dello «spirito intimo della civiltà individuale» sulle pur «preziose conquiste» tecnologiche. Da qui, la vicinanza alle lotte del mondo del lavoro e la difesa romantica, estrema, dei secoli passati.

La «vecchia e silenziosa casa natale»

Ferrara, col suo «romanticismo decadente, un po’ manierato», «simile al sogno inverosimile di un poeta», incarna per Crema quel passato fatto di gloria e di magia. L’artista tornerà più volte nella città natia per esporre – ad esempio nel ’20 in Arcivescovado e nel ’25 in Castello -, ma il pensiero, in queste “Memorie” degli ultimi anni, torna all’infanzia. A fine ‘800, ricorda, «la vita scorreva tranquilla», Ferrara «forse era un po’ monotona» ma nella «vecchia e silenziosa casa natale» Crema vede il luogo dei sentimenti più veri. Il passato rivive, nel profondo disagio del presente, come claustro immacolato, grembo dove il tempo sapeva cullare con parvenza di placida immobilità.

«La città sembrava sonnecchiare, pigra, nella luce violacea delle sue nebbie autunnali – scrive ancora Crema –, per risvegliarsi, lenta, quando il tardo sole di primavera aveva disciolte le nevi abbondanti…». L’artista ricorda ad esempio quando «passavamo, verso sera, sotto la Cattedrale e guardavamo accendersi, nel pulviscolo bluastro della nebbia, i due lumi votivi che, all’Ave Maria di ogni giorno che tramonta, la pietà di qualcuno, morto da secoli, fa ardere ancora in onore della Santa Vergine». E ancora, «la grande piazza, sul fianco della Chiesa Madre», «i ponti levatori della turrita dimora ducale», la «casa di Marfisa la bionda». «Un ambiente di fiaba ariostesca», dunque, abitato da fantasmi e dalle favole della nonna, «materiate di poesia». Ma al tempo stesso, la città nella quale inizia a vedere le «prime modeste lampadine elettriche» che squarciano delicatamente quella «nebbia trasparente», che diventerà, più avanti, «nebbia pesante» di inquietudini foriere di guerra, di violenza e di lutti. Lutti che colpiranno diverse volte Crema, che perderà precocemente la moglie (nel ’46) e il figlio (nel ‘57).

Questa violenta cupezza mai lo abbandonerà, tanto che nelle “Memorie” sembra vincere il disincanto: «la felice canzone che trillava nel cuore giovinetto si è tramutata in un disperato singhiozzo (…). Ora non ci attende più nulla». Ma l’ultimissima parola è donata alla speranza: «In fondo al cuore – conclude – rimane sempre viva, come una lampada votiva, una piccola luce che è la perenne tradizione della stirpe».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 maggio 2021

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Preti ferraresi vittime della guerra e dell’odio: il nuovo libro

3 Mag
Don Perin, don Mantovani, don Missiroli

Sono 7 i sacerdoti ferraresi, o attivi nella nostra provincia, deceduti durante la Seconda Guerra Mondiale. Il libro «O tutti o nessuno!» di Alberto Leoni li ricorda insieme agli altri 116 preti o religiosi dell’Emilia-Romagna


C’è don Luciano, morto dissanguato mentre prestava soccorso ai feriti nell’ospedale di Portomaggiore. C’è don Santo, dilaniato da una mina mentre cercava di recuperare il corpo di un soldato tedesco. O don Primo, morto sotto le bombe abbracciato a sua madre.Sono solo alcuni dei 7 preti ferraresi, o attivi nella nostra provincia, parte dei 123 sacerdoti e religiosi morti ammazzati in Emilia Romagna nella Seconda guerra mondiale, raccontati da Alberto Leoni nel libro «O tutti o nessuno!» (Edizioni Ares, 2021). La ricerca ha inizio da don Alberto Benedettini, morto nel 2015, ex parroco di una piccolissima località della provincia di Forlì-Cesena, Pieve di Rivoschio, dove stabilì il suo quartier generale l’8ª brigata “Garibaldi”, una delle prime formazioni partigiane nata nell’ottobre 1943. In una piccola chiesa di questa località sono esposti i ritratti dei 123 sacerdoti: 14 cappellani militari per cause di servizio, 45 deceduti sotto i bombardamenti, 8 assassinati dai fascisti, 29 dai nazisti, 27 da partigiani “in odium fidei” o per odio politico. Fu proprio don Benedettini a raccogliere foto e testimonianze e a volergli dedicare questo luogo. «O tutti o nessuno!», che dà titolo al libro, è il grido di don Elia Comini a chi gli offriva la salvezza poche ore prima della sua uccisione da parte delle SS a Pioppe di Salvaro, vicino Marzabotto, dove perì insieme a un altro sacerdote e a 44 civili.


I morti di Ferrara e provincia


Don Pietro Rizzo

Era giunto come parroco a Jolanda di Savoia nel ‘33. «Don Pietro aveva fatto molto per la sua gente e veniva visto dai fascisti come un oppositore al regime e alla guerra: in altre parole un nemico, per quanto la sua resistenza fosse totalmente disarmata», scrive Leoni. Fu prelevato nel marzo ’44 da giovani della Guardia Nazionale Repubblicana insieme ad altri cinque ostaggi. Lungo il Po, in località La Macchinina, don Rizzo fu giustiziato insieme ad altri tre ostaggi, mentre due riuscirono a fuggire. Don Rizzo, dopo essere stato colpito la prima volta, morente, «riuscì a dire ai suoi uccisori: “Io non sono ancora finito” e fu ucciso da un’ultima raffica». 


Don Mario Boschetti 

Il 28 gennaio 1944 Ferrara fu nuovamente bombardata dagli Alleati, dopo l’attacco del 29 dicembre 1943 che provocò 312 morti. Questa volta fu bombardato il centro città e i morti furono 202, centinaia i feriti. Don Boschetti era cappellano militare all’aeroporto di Ferrara, «e la sua predicazione ai seminaristi era improntata a una forte avversione nei confronti del nazifascismo. Il 28 gennaio fu sorpreso dal bombardamento e corse verso un rifugio, ma venne travolto dal crollo di un edificio nei pressi della cattedrale. Il suo corpo fu ritrovato solo un mese dopo».

Don Aggeo Montanari 

Era nato a Sant’Agostino ferrarese il 22 maggio 1876 e ordinato sacerdote nel 1902. Divenne parroco di Ponzano (BO) nel 1924 e vi rimase fino alla morte avvenuta il 17 aprile 1945. «Don Aggeo si era ritirato nella base del campanile con una ventina tra parenti e parrocchiani – è scritto nel libro – ma, preoccupato per l’ostensorio che racchiudeva il Santissimo e che aveva portato con sé, chiese a un suo parrocchiano di spostarlo più in alto sul campanile. Proprio in quel momento una bomba si abbatté ai piedi della torre e lo spostamento d’aria massacrò tutti i presenti, facendo crollare il campanile. Incredibilmente l’uomo con l’ostensorio, che precipitò a terra tra le macerie, si salvò».


Don Primo Mantovani 

Parroco a Maiero, sotto Portomaggiore, «nonostante i numerosi bombardamenti non abbandonò mai la parrocchia, che il 20 aprile [1945] venne distrutta. Il suo corpo fu ritrovato sotto le macerie abbracciato a quello della sua mamma».


Don Luciano Missiroli 

Era assistente della gioventù dell’Azione cattolica di Argenta e il 20 aprile 1945 si prodigò in mezzo ai combattimenti per portare soccorso ai feriti dell’ospedale di Portomaggiore. «Mentre si trovava vicino alla cappella dell’ospedale, una scheggia gli troncò un braccio. Portato all’ospedale di Ferrara, morì dissanguato».

Don Santo Perin

Servo di Dio, 27enne di origini vicentine, coadiutore del parroco di Bando di Argenta, dove si era trasferito coi familiari. Tra il 10 e il 18 aprile 1945 l’assalto alleato mieté vittime tra i civili e anche don Perin aiutò a scavare la fossa per seppellire i 40 morti. Si spendeva anche per i profughi, i feriti e i tedeschi. Il 25 aprile gli venne segnalato che il corpo di un soldato tedesco era insepolto in un campo minato lungo l’argine. Chiese allora ad alcuni giovani del posto di aiutarlo «e questi lo seguirono anche se si trattava del corpo di un nemico». «Don Santo e uno dei giovani, Stefano Filippi, saltarono su una mina. Stefano morì immediatamente, mentre il sacerdote ci mise molto più tempo. Altri volontari riuscirono a soccorrerlo e lo trovarono che pregava a mani giunte. Morì il giorno dopo, 26 aprile». Il 3 ottobre 2020 a Portomaggiore è stata inaugurata un’area verde intitolata a don Perin, don Missiroli e don Mantovani.


Don Raffaele Bortolini

Ordinato nel 1905, fu per 13 anni cappellano a Pieve di Cento, poi parroco a Dosso dal 1919, in provincia di Ferrara, ma della diocesi di Bologna. Fu ucciso la sera del 20 giugno 1945, all’età di 62 anni. La sua morte è passata alla storia come un omicidio da parte di mano comunista. Don Bortolini era uscito dalla canonica per avere la conferma di una corriera da prendere all’indomani. Erano circa le 22,30. Due individui, che vestivano in “cachi”, venendo dalla parte delle vecchie scuole elementari, cominciarono ad ordinare bruscamente il coprifuoco, e costrinsero il sacerdote a seguirli. Molti lo hanno udito ripetere: «Perché mi perseguitate sempre? Io non ho fatto nulla di male!». All’altezza del sagrato il prete, intuendo certo che la sua sorte era segnata, si liberò dalle strette dell’individuo che lo teneva; ma, fatti pochi passi, venne raggiunto da colpi di pistola. La vittima stramazzò a terra. L’assassino scaricò allora anche il mitra, quindi col suo compare si diede a precipitosa fuga verso l’argine del fiume Reno. Le autorità constatarono il decesso con otto o nove proiettili. Ma secondo lo storico Paolo Gioachin, in un articolo pubblicato sul nostro Settimanale il 12 febbraio scorso, il movente potrebbe essere diverso: «da quanto emerge dalle carte rinvenute nell’archivio della Prefettura di Ferrara risulta che il parroco fosse di fama antifascista e tutt’altro che sostenitore del Regime», scrive Gioachin. «Alcuni delatori testimoniarono una frase sentita pronunciare nel 1941 da don Bortolini: “l’Italia e la Germania sono inesorabilmente condannate ad un completo sanguinoso sfacelo finale con distruzione morale politica ed economica delle due nazioni e che Mussolini ed Hitler sono i due più grandi criminali che la storia abbia mai potuto registrare in ogni tempo e che la fine del pazzoide Mussolini è segnata col suo suicidio in piena sollevazione italiana”, tanto che i Carabinieri nel 1944 lo definirono in un rapporto “di dubbia fede politica in quanto ritenuto di idee contrarie al Regime e capace di svolgere larvatamente attività contraria alla guerra”. Rimane possibile – prosegue Gioachin – che sia stato ucciso da fanatici fomentati da un certo clima anticlericale. D’altronde è possibile anche che i motivi di questa brutale uccisione siano da imputare ad altro rispetto alla matrice ideologica».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 maggio 2021

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«Il lavoro è il motore della società»: la voce dei sindacati verso il 1° maggio

26 Apr

La parola ai Sindacati confederali: dignità, persona e comunità sono i termini più ricorrenti. Abbiamo interpellato i tre Segretari provinciali per ragionare sui fronti aperti, sul senso del 1° maggio e sul ruolo del sindacato

a cura di Andrea Musacci
“L’Italia Si Cura con il lavoro” è il tema scelto a livello nazionale da CGIL, CISL e UIL per il 1° maggio di quest’anno. Per l’occasione ci siamo rivolti ai Segretari ferraresi delle tre sigle per fare il punto sulla situazione nel nostro territorio e ragionare su che senso ha una Festa come quella del 1° maggio in un’epoca dove il lavoro è spesso precario, sommerso e “disperso”.
Agricoltura, sanità, scuola, chimica sono solo alcune delle categorie storicamente tutelate ma nelle quali l’azione sindacale è sempre necessaria. E poi ci sono i nuovi fronti, come quello dei riders e del cosiddetto smart working.Insomma, dove il lavoro manca o è sfruttato o precario, è la democrazia stessa a venir meno o a essere indebolita. Con conseguenze nella vita di tutti.


Cristiano Zagatti (CGIL): «anche nel ferrarese tanti lavoratori non sono tutelati. Diamo voce a loro, agli sfruttati e ai precari di ogni categoria»

«La ricchezza prodotta concentrata in sempre meno “tasche”, il profitto come unico fine, lo sfruttamento della forza lavoro, la violenta e sleale competizione tra aziende contrapposta alla cooperazione e al rispetto della legalità, la politica dello scarto applicata alla persona sono alcune scelte politiche nate ben prima della pandemia». Una lucida analisi sul perché è importante il 1° maggio e il sindacato ce la propone Cristiano Zagatti, Segretario Generale CGIL Ferrara.
Lo schema dell’attuale sistema economico «è sempre quello: rendere meno tutelate le persone per sfruttarle e metterle in contrapposizione tra loro. Quando riusciremo a comprendere che non è un problema solo degli ultimi, allora potremo sperare in qualche miglioramento per tutte/i». In questi anni, «come CGIL abbiamo difeso il valore dei Contratti Collettivi Nazionali, con la contrattazione nelle aziende organizzate, sottoscritto importanti contratti provinciali sottoscritti, oltre al patronato e alla tutela fiscale, ma non è sufficiente». Infatti, per Zagatti, «la maggior parte del lavoro in provincia di Ferrara è fuori dalle grande aziende e dalla tutela sindacale. Decisamente meno efficace, quindi, è stata la nostra azione di contrasto al processo di frammentazione del mondo del lavoro e alla tutela di chi l’ha subito». A chi parla, quindi, nel 2021 la Festa del 1° maggio? «Questo 1° Maggio deve dar voce al lavoro a rischio, maltrattato, sfruttato, precario, insicuro e perso. Non sarà l’egemonia del capitale economico e finanziario ad offrire ai più nuova ricchezza. La Festa ha senso per far rientrare di nuovo il lavoro al centro della percezione e dell’immaginario collettivo. Il lavoro come motore della società e non solo visto come produttore di ricchezza. Il lavoro di chi non può fermarsi per garantire prodotti, servizi, cura ed assistenza primari e, allo stesso tempo, il lavoro di chi è obbligato ad attendere o a rallentare e oggi è disperato».


Bruna Barberis (CISL): «costruiamo insieme una società solidale dove nessuno resti indietro»

«Siamo in una fase storica in cui c’è bisogno di costruire un modello di società responsabile, coesa e solidale. Una società oltre confine, dove nessuno resta indietro e dove il lavoro da sempre è emblema di dignità, realizzazione, crescita per la persona e per la comunità». Così riflette a “La Voce” Bruna Barberis, Segretaria Generale CISL Ferrara.«A livello locale – prosegue -, la CISL assieme a CGIL, UIL e alle Federazioni di categoria, affronta tutti i temi che coinvolgono la centralità della persona. Il confronto, spesso difficile e a volte impedito dalla non volontà di riconoscere il ruolo delle Organizzazioni Sindacali, rimane comunque lo strumento principe della nostra azione». «La pandemia ha messo in evidenza i limiti strutturali dell’economia della nostra provincia. Abbiamo davanti a noi una straordinaria occasione legata alle risorse economiche previste dal PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza, ndr), ma solo se sapremo cogliere l’opportunità per costruire un progetto condiviso che affronta i temi della salute, delle donne, dei giovani, degli anziani, se sapremo indirizzare l’economia e il tessuto produttivo nel rispetto della sicurezza, della legalità e dell’ambiente, se agiremo come una sola intelligenza collettiva». Per questo, «la CISL, assieme a CGIL e UIL – conclude -, è impegnata a dare il proprio contributo alla discussione iniziata al Tavolo provinciale dell’Economia e del Lavoro, confronto che abbiamo subito richiesto come Organizzazioni Sindacali».


Massimo Zanirato (UIL): «siamo dove c’è un sopruso. Dai riders al Petrolchimico: ecco i fronti»

«I compiti della UIL – ragiona con noi Massimo Zanirato, Segretario Generale UIL Ferrara – sono tanti e si concentrano in particolare dove viene meno un diritto, dove c’è un sopruso, un’ingiustizia o una discriminazione (come nel caso dei migranti). I tempi sono cambiati ma la necessità di rivendicare nuovi diritti è attualissima: penso al diritto di disconnettersi per il lavoratore in smart working o il diritto alle ferie e alla malattia dei riders».  Tanti i fronti aperti: «a livello nazionale cito ad esempio la campagna “Zero morti sul lavoro” a tutela delle troppe vittime e sul mantenimento del blocco dei licenziamenti e degli ammortizzatori sociali per tutto il periodo pandemico». Nel ferrarese, invece, «le nostre categorie hanno fatto intese per il distanziamento sociale nei luoghi di lavoro, per la Cassa integrazione per il Covid, fornito assistenza nei licenziamenti individuali. Ci siamo occupati di vertenze aziendali come ad esempio Berco, ma anche di tutelare i lavoratori agricoli discontinui che nella nostra provincia sono tanti. La categoria dei chimici, poi, è impegnata nella vertenza che vede il Petrolchimico rischiare il proprio futuro a causa della chiusura del cracking di Porto Marghera che alimenta le produzioni ferraresi. Bisogna evitare – conclude – che i tempi della giusta conversione “green” del Petrochimico veneziano penalizzi le nostre produzioni tradizionali mettendo a repentaglio non solo i 1600 dipendenti del Petrolchimico estense, ma anche le diverse migliaia di addetti delle imprese della logistica, dei servizi e delle manutenzioni che al Petrolchimico lavorano e delle aziende della trasformazione della plastica delle nostra regione».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 aprile 2021

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E all’alba, ecco la nostra rinascita: “Passio Christi” al Teatro Comunale

6 Apr
Vito Lopriore – (C) Marco Caselli Nirmal

L’opera di Michele Placido con la “Passione” di Mario Luzi presentata il Venerdì Santo: i tormenti della condizione umana e la Liberazione in Cristo

di Andrea Musacci

L’affanno di chi ha paura, il rantolo dell’angoscia, di chi è solo e senza luce. Di chi, disarmato, vive la lontananza, l’apparente insanabilità dello smarrimento. Dove ogni dire e udire è vano, ogni sguardo è nemico, dove il male ha le sembianze dell’irreparabile.
Oltre 20 anni fa il poeta Mario Luzi, invitato da Giovanni Paolo II a scrivere i testi per la Via Crucis al Colosseo, seppe, come pochi, dare parola a questo tremendo umanissimo non comprendere. Per questo, la scelta di alcuni di quei versi per lo spettacolo “Passio Christi”, non può non commuovere. Il progetto tra cinema e teatro andato in onda la sera di Venerdì Santo sul canale You Tube del Teatro Comunale di Ferrara (e disponibile fino al 12 aprile), è stato ideato dal Presidente dell’“Abbado” Michele Placido su testi, oltre che di Luzi, di Dario Fo e Franca Rame (“Maria alla croce”), coi Salmi recitati da Moni Ovadia e lo Stabat Mater interpretato in dialetto trentino da Daniela Scarlatti. In scena, anche lo stesso Placido, Sara Alzetta e Vito Lopriore nei panni del Cristo. Fra i luoghi della nostra città scelti, la chiesa di San Giuliano e il Cimitero ebraico. Magistrale il Coro dell’Accademia dello Spirito Santo diretto da Francesco Pinamonti.

La stanchezza, dicevamo, quel respiro affannoso che «inciampava nei denti» (1). E, insieme, la violenza della derisione, lo scherno impietoso che anticipa la brutalità sulla carne. «Dubito talora – prega al Padre il Cristo di Luzi – / che questa sofferenza non ti arrivi / poi subito di questo mi ravvedo / perché so la tua misericordia». Ma la notte è buia, i minuti non scorrono ma incombono: «Io dal fondo del tempo ti dico: la tristezza / del tempo è forte nell’uomo, invincibile». E quegli anfratti sono, nella “Passio” di Placido, le budella nascoste del teatro ferrarese, dove gli umori e i tormenti urlano per affiorare, per rivivere in questa stagione di non-presenza, di chiusura e lontananze. E questa mancanza, questa privazione il regista sceglie di mostrarla, per renderle giustizia. È il “retroscena” col suo travaglio a un tempo manuale e intellettuale, del legno e del pensiero, in una zona ambigua dove finzione e realtà sovrapponendosi sanno di incertezza.

Negli interstizi dietro, sopra e oltre la scena, dunque, al di là dell’apparire – vero o falso che sia – il dialogo è con Dio, sempre, è la confidenza del Figlio col Padre, è la preghiera che si apre all’eterno. Dai sottofondi, la vertigine: «quanto è lontana da te l’angoscia che mi opprime»; e ancora Luzi: «Anche la morte pare eterna, è duro convincerli, gli umani, / che non ci sono due eternità contrarie, / il tutto è compreso in una sola e tu sei in ogni parte / anche dove pare che tu manchi». Anche in quell’ossatura di legno e polvere, dove una debole luce filtra, sul palco dell’umano dimenarsi dove le tuniche, come detto, possono essere inganno o domanda perpetua, lì, nel fastidio e nel dubbio, «Tu entri» «e lo disbrogli / pure così lontano come sei nella tua eternità / da questi nodi delle esistenze temporali».

E nei viluppi entra anche il femminile, portando cura e visione, rivelandosi nel viso contratto di Maria, sulle labbra il lamento, ancora l’affanno della via che porta alla croce. Lungo la strada – di nuovo – la scelta, fino al sepolcro, è di affiancare, coi loro corpi, alcuni morti ammazzati del nostro tempo: da Pier Paolo Pasolini a Stefano Cucchi, da George Floyd ai bambini vittime delle guerre. Volti morti o sofferenti privi di luce, come nel tremendo silenzio del sabato. Ma Lui «non è qui», e allora perché Lo cerchiamo tra ciò che non può essere all’altezza di tutto il nostro dolore? Perché, invece, nello smarrimento non tentare di riconoscerLo mentre ci accompagna, quando nel buio ci affianca? Perché anche lungo la via che Tu hai tracciato, che Tu sei, è «difficile tenersi». Ma «Tu solo» davvero sai il Mistero. 

«Ora sì, o Redentore», «invochiamo il tuo soccorso, tu, guida e presidio, non ce lo negare».  Ora e sempre, ora e ogni giorno. Adesso possiamo chiederglieLo, sappiamo di poterglieLo chiedere perché crediamo nella Sua Resurrezione, perché – sempre tentati dal non sperare – ancora una volta speriamo. Nell’affanno, «con amore ti chiediamo amore». Un amore che libera, che fa uscire, un amore «infinitamente più grande».

La resurrezione è, nella “Passio”, proprio un’uscita, una fuga, una lode, ancora e sempre, una perenne preghiera sulle labbra, in canto o in prosa, nel giubilo o nel dolore. Si ricongiunge il cammino, ritorna su quei passi iniziali, gli stessi ma incredibilmente diversi: nell’esordio della “Passio” vi era, infatti, Placido pellegrino inquieto fra le vie del centro di Ferrara. Un sobbalzo nel petto, poi gli spari improvvisi come un lampo di luce, e invece era notte, una lunga notte, quella dei corpi riversi ai piedi del Castello, quella tremenda notte nel novembre del ’43. Ma non dormono, no, sono morti, giacciono ma rivivranno. E allora «di mattino, quando era ancora buio» (2), in un’alba grigia e vuota, è l’ora della Liberazione, della Rinascita, è il tempo della pienezza, anche per noi, per chi, come gli apostoli, non aveva «ancora compreso» (3). 


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(dove non indicato, le citazioni sono tratte da “La Passione. Via Crucis al Colosseo” di Mario Luzi, 1999)


(1) F. Guccini, “Venezia”.

(2) Gv 20, 1.

(3) Gv 20, 9.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 aprile 2021

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Pane e coraggio: padre Luca Morigi e il desiderio di vita dei profughi a Lesbo

29 Mar

Il racconto alla Veglia missionaria diocesana del 24 marzo


«Ho fatto esperienza dell’immenso dolore che vivono, e che anche noi europei in parte permettiamo. Ma ho visto anche la fede che hanno in Dio e la speranza che Lui darà loro la possibilità di una vita nuova». Padre Luca Morigi, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII, per alcuni mesi, fino allo scorso Natale, ha vissuto nei due campi per profughi sull’isola di Lesbo. Questa terribile esperienza l’ha raccontata lo scorso 24 marzo in occasione della Veglia missionaria diocesana, collegandosi con la chiesa ferrarese di Sant’Agostino.

«Il sogno di Dio – ha esordito – è quello dell’umanità come grande famiglia che vive sulla terra intesa come casa comune». E invece esistono inferni come quelli sull’isola di Lesbo per i migranti. Persone che «perdono le proprie case, i propri beni, la libertà, rischiando la vita per un’esistenza dignitosa». Attraverso alcune fotografie scattate clandestinamente nei campi di Moira, prima, e Kara Tepe, dopo, Morigi ha raccontato l’orrore che queste persone vivono dentro le circa mille tende lì accampate. Dopo l’enorme incendio dell’8 settembre scorso nel campo di Moira, le autorità greche allestirono, infatti, campi temporanei a Kara Tepe, per accogliere 8mila degli oltre 12mila migranti rimasti senza riparo. Un popolo di disperati.

Pane, farina, patate: in una foto un padre cucina una semplice cena per i figli (foto in alto). Ha lasciato tutto alle spalle per dar loro la salvezza. «Ma ha voluto comunque condividere la cena con noi – ha raccontato Morigi -, qualcosa di cui noi occidentali spesso non siamo più capaci. Questo popolo, quindi, era lì per curare le mie, le nostre ferite dell’anima, non solo io per aiutare loro. È la nostra Europa che sta perdendo la propria umanità e i propri riferimenti, nascondendosi dietro le proprie paure e sicurezze». Nel campo di Lesbo vive, dunque, un grande popolo tenuto prigioniero, «espressione del corpo di Cristo umiliato e che espia i peccati del mondo. Nel suo dolore sta sanando anche le ferite di un’Europa malata» di egoismo e cinismo. Un continente circondato – più o meno simbolicamente – dal filo spinato, proprio come, realmente, lo è il campo di Kara Tepe. La polizia lo sorveglia continuamente dall’esterno perché l’idea di fondo è che «questi migranti siano potenziali criminali». Un campo costruito, non a caso, sulla riva del mare, in una zona militare, il cui terreno ospita ancora bombe inesplose. 

In questo inferno non esistono docce, non c’è acqua calda né energia elettrica, non esiste la scuola, ma uno straccio di educazione avviene solo informalmente grazie ad alcuni ragazzi che insegnano ai bambini. «Sono veri e propri campi di prigionia», resi ancor più tali approfittando del lockdown per la pandemia. Ma qui le malattie sono ancor più elementari, legate alla scarsa igiene. E poi ci sono quelle psicologiche, diffusissime, con bambini che tentano il suicidio gettandosi dalla scogliera o donne incinte che si buttano nel fuoco pur di non partorire lì. Un abisso dove stupri, omicidi, traffico di organi, violenze sui bambini, sono all’ordine del giorno. Dove domina l’abuso di alcool e il traffico di droga, senza nessuna legge e senza chi possa farla rispettare. «Qualche giorno fa – racconta Morigi – mi ha chiamato un uomo che vive nel campo: “questo è un inferno!”, urlava. Poi ha aggiunto che lui e la moglie cercheranno di fuggire nascondendosi in un camion». Ma sarà molto difficile, il rischio è la morte. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 aprile 2021

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La Croce e il sorriso: cosa ci insegna Laura Vincenzi

29 Mar

Il 26 marzo presentati on line il brano e il video a lei dedicati

Laura Vincenzi

La Croce e il sorriso, due termini che stanno “assurdamente” insieme nel Mistero pasquale. E Laura Vincenzi, la cui causa di beatificazione vede ora partire la tappa diocesana, ha incarnato a pieno questo Mistero. In diretta sul canale You Tube dell’AC diocesana, lo scorso 26 marzo è stata ufficialmente presentata la canzone “Laura canta insieme a noi” composta da Patrizio Fergnani, inno ufficiale che accompagnerà quest’importante periodo del processo di beatificazione. Percorso che a breve vedrà anche l’apertura del sito web www.lauravincenzi.org.

Irene Beltrami

«Se “Nulla è per caso” – ha riflettuto Nicola Martucci, Presidente AC diocesana – , allora la presenza del Signore rende ogni momento buono per la nostra conversione». Laura ci insegna questo nelle dimensioni dell’«interiorità, della responsabilità, della fraternità e dell’ecclesialità». «La mia esperienza con Laura è stata un inizio di percezione di Dio, di Colui che pienamente ama il mondo», è stata invece la testimonianza del fidanzato di Laura, Guido Boffi.Dopo gli interventi di Cristina Cinti, Referente per il processo diocesano, e Patrizio Fergnani, hanno preso la parola Irene Beltrami, voce solista nel brano, corista e catechista della parrocchia di Malborghetto, e Matteo Turrini, autore del video. Un prodotto artistico, quello di Turrini, di alta qualità, disponibile insieme al video della serata sul canale You Tube dell’AC di Ferrara-Comacchio.AC che ha visto anche l’intervento dell’Assistente diocesano don Michele Zecchin, il quale ha ben riassunto l’impatto che le parole di Laura nelle sue lettere possono avere: la sua reazione davanti a così tanto dolore vissuto può sembrare davvero «assurda, scandalosa, su questo non c’è dubbio». Ma la sua testimonianza, il suo cammino di vita è davvero, «profondamente pasquale». Una figura, dunque, che molto può aiutare anche in questa Settimana Santa.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 aprile 2021

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Sanità e imprese: i tentacoli delle mafie nella pandemia

22 Mar

Intervista a Donato La Muscatella (Coordinamento “Libera” di Ferrara)

Mafie e Covid: qual è lo stato di salute delle mafie nella pandemia?

«“Mafie e Covid: fatti l’uno per l’altro”, come scrive don Luigi Ciotti nel rapporto “La tempesta perfetta”, curato da Libera e da Lavialibera e uscito nel novembre 2020: una fotografia inquietante del grado dell’infezione mafiosa ai tempi del Covid. Un’enorme e complessa emergenza, all’interno della già tragica emergenza della pandemia: dai rischi nel settore sanitario, all’usura, al riciclaggio, alla nuova frontiera dei crimini informatici. L’aumento consistente e repentino della richiesta di servizi di cura, solo per fare un esempio, ha determinato una maggiore difficoltà di accesso alle strutture coinvolte e ciò, in alcuni territori, ha costituito il presupposto per la nascita (o il consolidamento) di fenomeni di racket prima meno diffusi (onoranze funebri o ambulanze private, ad esempio). Una volta di più, le mafie hanno intercettato il cambiamento in corso, per poter consolidare il proprio potere e incrementare le proprie ricchezze».


Le mafie approfittano anche della crisi socio-economica…

«La crisi economica ha sottratto e continuerà a sottrarre liquidità alle imprese, che non di rado sono state avvicinate da organizzazioni criminali che si offrivano di sopperire a tali difficoltà. Si tratta, per loro, di un meccanismo già collaudato: si comincia dal finanziare l’azienda in crisi, per poi, man mano, acquisirne le quote di proprietà e, alla fine, impadronirsene completamente, selezionando fornitori e dipendenti in base alle relazioni di potere dell’associazione criminale e, naturalmente, calpestando i diritti di tutti i soggetti coinvolti. Sempre ne “La tempesta perfetta” c’è un sondaggio affidato da Libera a Demos sul legame fra pandemia e società organizzata: oltre il 70% dei cittadini intervistati ritiene che, spinta dall’emergenza Covid, la corruzione in Italia si stia diffondendo ancora di più. Bisogna intervenire qui e recuperare credibilità nei confronti dei cittadini se si vuole evitare che il malcontento si trasformi in qualcosa di peggio».


Venendo al nostro territorio, come proseguirà l’impegno di Libera?

«Continueremo a incontrare ragazzi e ragazze delle scuole di Ferrara e provincia, speriamo anche in presenza. Nelle scorse settimane ne abbiamo incontrati oltre cento ed è da tempo una delle attività nelle quali, come Coordinamento, siamo più impegnati, in collaborazione con tanti docenti che tutti i giorni si dedicano alla formazione degli studenti e, anche in questo periodo così difficile, ci hanno chiesto di collaborare».


Infine, una parola su Livatino…

«È stato un magistrato attento, aperto, impegnato e riservato, che ha fatto parlare di sé per le proprie capacità nell’investigare il fenomeno mafioso in un periodo nel quale tante dinamiche non erano così conosciute. Una figura significativa per tante ragioni, tra cui la sua coerenza nella fede e la sua visione della vita che distingue l’essere “credenti” dall’essere “credibili”. Un monito che mette in guardia da chi partecipa alle manifestazioni pubbliche facendo sfoggio della propria presunta convinzione religiosa per poi tradirne i valori fondanti nella quotidianità e da chi assiste alle commemorazioni senza dar seguito al messaggio che ci hanno lasciato le vittime. Una sollecitazione autorevole ad accompagnare sempre l’impegno alla memoria, come Libera sostiene da ormai ventisei anni».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 marzo 2021

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Rosario Livatino, il racconto del cugino Salvatore

22 Mar
Rosario Livatino

Le parole di Salvatore Insenga, cugino del giudice ucciso dalla mafia nel ’90, pronunciate nell’incontro on line organizzato il 20 marzo dal Coordinamento ferrarese di Libera

di Andrea Musacci


«Non amo l’espressione “anti-mafia”, preferisco si parli di “pro-giustizia”: è uno degli insegnamenti di mio cugino Rosario». È questa una delle riflessioni che Salvatore Insenga, cugino del giudice Rosario Livatino, ha portato la mattina del 20 marzo scorso nell’incontro organizzato dal Coordinamento ferrarese di Libera in occasione della 26ª Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, che cade ogni anno il 21 marzo.Nato a Canicattì il 3 ottobre 1952, Rosario Livatino fin da giovanissimo si impegna nell’Azione Cattolica. Dopo la laurea e il concorso in magistratura, dal 1979 al 1989 entra nel Tribunale di Agrigento come sostituto procuratore, portando avanti inchieste delicate e complesse sulle organizzazioni criminali mafiose della zona ma anche su diversi episodi di corruzione dove erano coinvolti esponenti di spicco della politica locale. Per quelle sue inchieste entra nel mirino delle organizzazioni criminali della Stidda di Canicattì e Palma di Montechiaro che assoldano quattro sicari per ucciderlo. La mattina 21 settembre 1990 Livatino era al volante della sua Ford Fiesta per andare a lavorare in tribunale percorrendo la vecchia statale 640 che collegava Agrigento a Caltanissetta quando i sicari fanno fuoco e lo uccidono. Livatino sarà proclamato Beato il 9 maggio ad Agrigento. L’annuncio è stato dato lo scorso febbraio. La data non è casuale: rappresenta, infatti, l’anniversario della visita nella città dei templi di san Giovanni Paolo II, il Pontefice che per primo definì Livatino «martire della fede» in quel famoso anatema lanciato contro la mafia proprio ad Agrigento nel 1993. «Coraggioso servitore dello Stato, della giustizia e del bene comune. Testimone di speranza e di vita contro sistemi di potere, di violenza e di morte», furono invece le parole scelte da don Luigi Ciotti per descrivere Rosario Livatino. 

Salvatore Insenga

Tornando all’evento del 20 marzo scorso, Dopo l’introduzione da parte di Isabella Masina (coordinatrice provinciale di “Avviso Pubblico”), i saluti delle autorità e l’intervento di Donato La Muscatella (referente del Coordinamento locale di Libera), ha preso la parola Insenga. Un intervento che non poteva non partire dalla famiglia di Rosario: «i suoi genitori – ha raccontato – è come se fossero morti il giorno della morte del figlio. Mia zia (la madre di Livatino, ndr) dopo qualche anno si ammalò e poi morì. Mio zio ci ha lasciati 11 anni fa, con gli occhi lucidi di lacrime fino all’ultimo, perchè Rosario non poteva essere al suo capezzale».«Rosario – ha proseguito – era un uomo delle istituzioni, ma anche un figlio, un cugino, un amico, un compagno di vita eccezionalmente capace di darti una visione della vita diversa, perché aveva la capacità di leggere e interpretare il mondo in maniera molto particolare. Ad esempio, è da lui che ho appreso come non sia corretto parlare di “anti-mafia” ma è più corretto parlare di “pro-giustizia”». La mafia, infatti, «è la negazione di ogni possibile cultura intesa come cura e coltivazione di qualcosa. La mafia è solo morte». Impegnarsi per la giustizia, invece, vuol dire essere credibili come uomini, nel proprio lavoro e nella propria fede per chi è credente». La citazione è della frase più celebre pronunciata da Livatino: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili».Ma il senso della giustizia emergeva anche nelle piccole cose: «Rosario – ha proseguito Insenga – era preparatissimo in latino e in greco, ma a scuola non permise mai ai suoi compagni di copiare da lui: non era cattiveria, e non era solo per un senso di giustizia, ma anche perché chi copia non impara. Preferiva aiutare i compagni a studiare durante l’intervallo. La giustizia per lui, insomma, significava davvero essere credibili», aiutare positivamente gli altri, senza inganni. Livatino, naturalmente, era anche un credente: «il suo servizio di giudice lo interpretava anche anche alla luce della fede». Fede che «inseriva il suo servizio in una visione più completa, totale: per lui non basta confrontarsi con le leggi dello Stato, ma è necessario anche, e soprattutto, cercare di comprendere il senso profondo della giustizia in quanto tale. Giustizia che alberga in quella parte di noi che è la coscienza». Infine, una precisazione importante. Quella di “giudice ragazzino” è un’espressione coniata otto mesi dopo l’omicidio Livatino dall’allora Presidente Cossiga. Un’espressione molto infelice. «La trovo offensivo», ha commentato Insenga. «Rosario era un “ragazzino” solo per la sua purezza di cuore, e maturo e consapevole come l’uomo maturo che era».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 marzo 2021

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Intervista al Rettore di Unife Zauli: “Lezioni in presenza invariate, ma più appelli d’esame e altre aule studio”

16 Feb

Lunedì 15 febbraio è iniziato il secondo semestre: quali le novità per Unife? Le risposte del Rettore e il parere di alcune associazioni studentesche

di Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 febbraio 2021

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Rettore Zauli, l’ultimo Dpcm del Governo dà la possibilità di aumentare il numero delle lezioni in presenza fino al 50%: qual è la scelta dell’Ateneo ferrarese?
«L’Università di Ferrara ha voluto prospettare in maniera chiara alle studentesse, agli studenti e alle loro famiglie quali sarebbero state le modalità didattiche per l’intero anno accademico (a.a., ndr) già con l’avvio del primo semestre. La nostra scelta si è basata su elementi precisi che ancora oggi possono essere considerati validi e attuali: l’incertezza sull’evoluzione della situazione epidemiologica, la situazione economica del Paese e gli esiti di due consultazioni sulla nostra popolazione studentesca per indagare le preferenze circa le modalità di didattica a distanza. Alla luce di queste considerazioni, abbiamo deciso di offrire una modalità di didattica “mista” per tutto l’a. a. 2020/2021, con il duplice obiettivo di garantire a tutti la continuità della formazione e tutelare al massimo la sicurezza degli studenti, delle loro famiglie e del personale. Il modello adottato nel primo semestre ha dato risultati molto positivi in termini di progressione degli studi da parte degli studenti. Inoltre, quello del 50% è un valore che avevamo preso in considerazione già all’inizio dell’a.a. in corso ma che, nel caso di Unife, in termini di capienza delle aule non garantisce il necessario distanziamento tra studenti.
Dovendo purtroppo constatare che la situazione pandemica desta ancora forti preoccupazioni, crediamo non vi siano i presupposti per abbandonare il modello affinato nel corso del primo semestre. Il grande senso di responsabilità e il senso del dovere che sentiamo nei confronti della nostra comunità ci impone cautela. Attendiamo tutti il momento di vedere le nostre aule e le nostre strutture di nuovo popolate. Tuttavia in futuro la didattica mista potrà rivelarsi un’opportunità per migliorare la didattica e garantire il diritto allo studio, ad esempio, anche a studenti con difficoltà e/o studenti lavoratori».


L’Ateneo sta valutando la possibilità – come paventato dal Ministro Manfredi – di una proroga fino all’estate 2021 delle lezioni e delle sessioni di esame del secondo semestre?
«Le lezioni restano fruibili per l’intero a. a.: una volta registrate, sono a loro disposizione a lungo, non solo per pochi giorni come accade in altre realtà. Riguardo all’estensione del periodo di esami, abbiamo aggiunto appelli straordinari in primavera e in estate, agosto incluso. Anche questa strategia, dati alla mano, ha consentito un avanzamento importante dal punto di vista delle carriere dei ragazzi».


Per i prossimi mesi, nel caso di un miglioramento dei contagi da Covid-19, è prevista la riapertura di un numero maggiore di sale studio dell’Ateneo, e magari un ampliamento dei loro orari di apertura?
«Siamo consapevoli della necessità di mantenerle aperte, ma poniamo la massima attenzione alla sicurezza: rendiamo e renderemo accessibili solo gli spazi in cui sia possibile garantire le condizioni necessarie per la prevenzione del Covid-19. Massima attenzione alla possibilità di ricambiare l’aria e alla disponibilità di vigilanza che accerti comportamenti corretti da parte degli utenti. Ai nostri spazi si aggiungono poi le aule studio e/o le iniziative in collaborazione con le associazioni studentesche. Coscienti dell’importanza degli spazi studio sia per la socializzazione sia per il reciproco supporto, compatibilmente con l’andamento dell’epidemia, opereremo per identificare nuovi spazi, eventualmente sfruttando progressivamente anche aule che possano risultare adatte».

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“L’Università vive perché noi ci siamo”: la voce delle Associazioni studentesche

Sul tema delle lezioni in presenza e delle sale studio abbiamo interpellato anche le associazioni studentesche di Unife. Due di loro hanno scelto di risponderci.
«La modalità mista lezioni in presenza e on line rappresenta una risposta equilibrata rispetto alla situazione, le lezioni videoregistrate non possono però considerarsi esaustive», commenta Student Office. «Crediamo fermamente nell’importanza di un ritorno in presenza. Per questo, per quanto l’emergenza e la capienza delle aule lo consentano, auspichiamo che la possibilità di partecipare ai focus group, laboratori e ai tutorati possano essere in presenza per tutti gli anni di corso. C’è bisogno di un tentativo che possa permetterci di tornare, senza rimandare». Inoltre, «pensiamo sia fondamentale incrementare le esercitazioni pratiche e laboratoriali di diversi corsi di laurea, tra cui Medicina, Architettura e Design». Riguardo alla riapertura degli spazi per lo studio, «Student Office in collaborazione con Unife ha organizzato qualche settimana fa delle giornate di studio presso il Dipartimento di Matematica. Ci siamo resi conto di come ciascuno di noi avesse bisogno di non trovarsi da solo ad affrontare la sessione ma di qualcuno con cui poterne condividere la fatica, di una compagnia. L’Università vive perché noi studenti ci siamo, non dimentichiamolo».
Azione Universitaria, invece, commenta: «abbiamo deciso di fare alcuni sondaggi tra gli studenti», ci spiega Edoardo Luigi Manfra. «Quasi il 50% vorrebbe la metà delle lezioni in presenza e le altre on line, mentre l’altro 50% preferirebbe tutta la didattica on line. Siamo coscienti che la vita universitaria si viva meglio in presenza ma in determinate condizioni come queste è impossibile. C’è anche da dire che molti studenti hanno disdetto i contratti di affitto per gli appartamenti, essendoci quasi solo lezioni a distanza: rimetterle in presenza non significherebbe farli ritornare a Ferrara. E poi ha sbagliato l’ultimo Governo Conte a lasciare troppa libertà di scelta ai singoli Atenei: è stato uno scarico di responsabilità. Bene anche l’idea dell’Ateneo delle sessioni straordinarie degli esami: spostarle avrebbe significato lo slittamento delle lauree e quindi per molti studenti il pagamento di una rata in più. Pensiamo – conclude – di proporre la creazione di un Tavolo di lavoro tra le varie associazioni studentesche e l’Ateneo per cercare soluzioni».

Case popolari, “Criteri illegittimi, il Comune li modifichi”: intervista all’avv. Alberto Guariso (ASGI)

8 Feb

Case popolari a Ferrara. La recente Sentenza della Corte Costituzionale dichiara illegittimi il criterio dell’impossidenza di immobili all’estero per gli stranieri e quello della residenzialità storica. Cadono quindi i due pilastri della narrazione fondata sul “prima i nostri”

di Andrea Musacci
È dello scorso 2 febbraio l’annuncio da parte del Sindaco di Ferrara Alan Fabbri e dell’Assessora alle politiche sociali Cristina Coletti della delibera di Giunta (numero GC-2021-19 del 26 gennaio) che modifica il criterio dell’impossidenza in merito all’assegnazione degli alloggi di residenza popolare, eliminando l’obbligo per il richiedente di fornire adeguata documentazione per provare di non possedere immobili nel proprio Stato di origine o in qualunque altro Stato.
Ricordiamo che lo scorso 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria (la 32ª) di assegnazione delle case popolari, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento, elaborato lo scorso marzo dalla Giunta ferrarese, che per la prima volta nella storia della città pone la residenzialità storica dei richiedenti e l’assenza di proprietà immobiliare nel territorio nazionale o all’estero come elementi decisivi nell’assegnazione. Le prime 157 posizioni della graduatoria di assegnazione delle case popolari risultano, di conseguenza, assegnate ai cosiddetti residenti “storici”.
La delibera comunale annunciata il 2 febbraio – che vale per la 32ª e per la 33ª graduatoria -, arriva in seguito alla Sentenza n. 9/2021 della Corte Costituzionale (Udienza del 12 gennaio depositata il 29 gennaio 2021) che, accogliendo il ricorso del Governo contro la Regione Abruzzo (del gennaio 2020), ha dichiarato incostituzionale l’obbligo – posto a carico dei soli cittadini extra UE, quindi del tutto simile a quello presente nel sopracitato Regolamento del Comune di Ferrara di marzo 2020 – di presentare documenti che attestino l’assenza di proprietà immobiliari nei Paesi di origine e in quelli di provenienza. Così recita la Sentenza: la norma in questione «è impugnata in quanto determinerebbe “una disparità di trattamento tra cittadini italiani/comunitari e cittadini non comunitari, poiché viene richiesta solo a questi ultimi la produzione di documentazione ulteriore per l’accesso agli alloggi di edilizia residenziale pubblica”».
Non solo. La stessa Sentenza dichiara illegittima anche la sopravvalutazione della durata della residenza in un Comune: «il peso esorbitante assegnato al dato del radicamento territoriale nel più generale punteggio per l’assegnazione degli alloggi, il carattere marginale del dato medesimo in relazione alle finalità del servizio di cui si tratta, e la stessa debolezza dell’indice della residenza protratta quale dimostrazione della prospettiva di stabilità, concorrono a determinare l’illegittimità costituzionale della previsione in esame, in quanto fonte di discriminazione di tutti coloro che – siano essi cittadini italiani, cittadini di altri Stati UE o cittadini extracomunitari – risiedono in Abruzzo da meno di dieci anni rispetto ai residenti da almeno dieci anni». Queste norme, quindi, «determinerebbero “un aggravio procedimentale che rappresenta una discriminazione diretta, essendo trattati diversamente soggetti nelle medesime condizioni di partenza e aspiranti alla stessa prestazione sociale agevolata”». Sempre il 2 febbraio il Gruppo consigliare del PD, in seguito alla Sentenza, ha presentato un’interpellanza sulla modifica dei criteri in questione. Pochi giorni dopo, identica richiesta è stata avanzata dalle associazioni degli inquilini Sunia CGIL, Sicet CISL e Uniat UIL.
Vengono dunque sconfessati due dei pilastri portanti della narrazione della Giunta guidata da Alan Fabbri sulla ragionevolezza del nuovo Regolamento fondato sul principio “Prima gli italiani” (o meglio: “Prima i ferraresi”).


Sulla questione abbiamo rivolto alcune domande ad Alberto Guariso, avvocato del Servizio antidiscriminazione di ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, in prima linea in questa battaglia.
L’Amministrazione comunale di Ferrara ha dichiarato di aver sospeso temporaneamente il criterio dell’impossidenza per l’assegnazione degli alloggi Erp: una scelta condivisibile?
«La delibera di dicembre dichiara che “cambia strada” perche l’emergenza COVID impedisce la mobilità e dunque impedisce di procurarsi i documenti: un’ottima scelta. Ma poi viene il pasticcio: dice che “assume per analogia” i criteri previsti per il reddito di cittadinanza per il quale un DM del 2019 ha stabilito che solo 18 Paesi nel mondo possono fornire i documenti che attestano i redditi e i patrimoni all’estero (per gli altri non esiste una autorità che li possa fornire). Secondo il Comune, quindi, per queste 18 nazionalità l’emergenza Covid non vale e chi appartiene ad esse dovrebbe andare in giro per il mondo alla ricerca dei documenti. Ovviamente la cosa è assurda: se il motivo è il COVID, l’obbligo dei documenti dovrebbe essere cancellato per tutti. In pratica ciò non avrà grande rilevanza – poiché le 18 nazionalità sono numericamente poco rilevanti -, ma va comunque cambiato».

In ogni caso il Sindaco Alan Fabbri ha dichiarato che questa scelta non modificherà la graduatoria dell’ultima assegnazione. È così?
«No, non è vero. La graduatoria aveva mantenuto iscritti “con riserva” gli stranieri che non avevano presentato i documenti ma prevedeva che i documenti andassero presentati al momento dell’assegnazione della casa. Se non li avessero presentati, sarebbero stati “scavalcati” e non avrebbero ottenuto l’alloggio. Ora che non li devono presentare possono invece ottenerlo. La graduatoria dunque non cambia formalmente ma sostanzialmente sì».


Secondo lei sarebbe auspicabile che l’Amministrazione comunale rivedesse il requisito della dimostrazione dell’impossidenza non solo in modo temporaneo ma definitivo?
«Non solo sarebbe opportuno, ma ora è obbligatorio. C’erano già pronunce in tal senso, e ora a maggior ragione dopo la Sentenza 9/2021 della Corte Costituzionale con la quale ha dichiarato incostituzionale la norma della Regione Abruzzo, identica a quella del Bando di Ferrara. A questo punto tutti i Comuni d’Italia sono obbligati a modificare i propri bandi tenendo conto dei principi stabiliti dalla Corte Costituzionale: è un fatto nuovo che abbiamo segnalato al Comune con la lettera inviata al primo cittadino lo scorso 3 febbraio».

Riguardo all’altro punto dichiarato illegittimo dalla Corte, possiamo essere ottimisti sul fatto che l’Amministrazione arrivi anche a modificare il criterio di assegnazione del punteggio attinente la residenzialità storica, riducendolo?
«La stessa sentenza 9/2021 ha dichiarato incostituzionale la legge abruzzese nella parte in cui attribuiva un punto all’anno fino a un massimo di 6 punti per residenza nel Comune. La Corte ha detto che non si possono utilizzare criteri che siano estranei alla considerazione del bisogno: e la residenza non c’entra col bisogno. È la fine del criterio “Prima i nostri”. Si consideri anche che il criterio di Ferrara è molto peggio di quello abruzzese perché assegna 0,5 punti l’anno senza un tetto: quindi chiunque sia nato a Ferrara e ivi sia rimasto arriva a 20 punti (se ha 40 anni) o di più, mentre per i bisogni più gravi (povertà, disabilità ecc.) vengono riconosciuti solo 5 o 6 punti. Anche questo criterio, dunque, dopo la sentenza 9/2021, deve essere modificato».


Come ASGI le vostre azioni legali le porterete comunque avanti? Ci potete aggiornare?
«Si tratterebbe di un’azione collettiva contro la discriminazione. ASGI è, infatti, un’associazione legittimata ad agire in giudizio e a rappresentare dunque gli interessi di tutti gli stranieri in quanto è iscritta nell’elenco presso il Ministero previsto dall’art. 5 del d.lgs. 215/2003. Non ci sono termini per ricorrere quindi potremmo farlo anche a breve».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 febbraio 2021

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