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Triplicati i poveri che chiedono aiuto a Viale K

11 Mag

Raffaele Rinaldi: “mensa, distribuzione pacchi viveri e dormitorio sempre attivi. Ma le istituzioni devono aiutarci”

viale k 3A due mesi dall’inizio dell’emergenza, la situazione di molti nuclei famigliari col passare del tempo si aggrava. Ad attutire, almeno in parte, questa “caduta” nelle vite di tante persone è la rete di solidarietà delle associazioni, di cui fa parte anche “Viale K”. “Da circa 20 sono diventate quasi 60 le persone che quotidianamente vengono a mangiare alla nostra mensa” alla Rivana, ci spiega il Direttore Raffaele Rinaldi, e lo stesso vale per la consegna dei pacchi viveri il venerdì pomeriggio. Questi nuovi assistiti sono perlopiù “persone che si mantenevano con qualche lavoretto, o la cui azienda dove lavoravano ha chiuso. Sono italiani e stranieri che hanno visto il Reddito di cittadinanza dimezzarsi – prosegue Rinaldi – o quelli che sono stati esclusi dai ‘buoni spesa’ del Comune di Ferrara” (a fine aprile dichiarati “discriminatori” dal Tribunale di Ferrara, ndr). L’Associazione, però, inizia ad accusare la fatica del periodo: nonostante l’innesto di quattro nuovi volontari e le donazioni di imprese e privati, il forte aumento di assistiti richiederebbe un numero maggiore di forze e più risorse dalle istituzioni. “Viale K – si rammarica Rinaldi – è stata esclusa dalle recenti risorse assegnate dall’Amministrazione Comunale”. Il riferimento è ai 15mila euro destinati lo scorso 5 maggio al Terzo settore (nello specifico, 8mila sono andati al Centro di Solidarietà-Carità, 5 mila alla nostra Caritas e 2mila al Mantello di Ferrara).

raffaele rinaldiAltro capitolo dolente è quello riguardante il Dormitorio ”Villa Albertina” in zona Mizzana: “la struttura ospita una ventina di persone, limite massimo – ci spiega ancora Rinaldi -, costrette anch’esse dalle limitazioni a stare chiuse, con tutte le conseguenze dal punto di vista psicologico per soggetti che spesso hanno problemi di dipendenze”. Nelle ultime settimane, 5 posti che si sono liberati, sono stati occupati da altrettanti “senza tetto”. E a proposito di persone che faticano o faticheranno a trovare una dimora, Viale K si è vista rifiutare, sempre dal Comune di Ferrara, un progetto per accogliere alcuni detenuti che, in questo periodo di emergenza, usufruiranno degli arresti domiciliari. “Alcune di queste persone se non trovano un alloggio, verranno comunque a chiederci aiuto”. Spostando la riflessione più in generale, Rinaldi riflette con noi su come quest’emergenza “stia facendo venir fuori le reali difficoltà della società, quindi chi sono i veri fragili”. Ciò che si può fare, grazie al contributo di ognuno – “è di tornare alla normalità, ma non quella malata di prima, che escludeva gli ultimi. Dovremmo, invece – conclude – ripensare l’intero welfare”. Esiste, anche a Ferrara, una fondamentale rete dal basso di associazioni di volontariato, “ma manca una vera politica sociale: non possono essere quasi solo le associazioni a reggere soprattutto in periodi come questo. Anche nella nostra città, il Comune faccia tesoro di questo patrimonio e lo porti a sistema, cercando fondi regionali e nazionali per sostenerlo”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it .

“Genitori in cammino”, da 25 anni insieme nel dolore e nella speranza

11 Mag

Il gruppo annualmente è in contatto con un migliaio di persone che hanno perduto prematuramente un figlio

di Andrea Musacci

Pellegrinaggio Sesto al ReghenaUn migliaio di genitori che hanno vissuto il dramma della perdita prematura di un figlio. È questo il numero di persone che annualmente, in modi diversi, più o meno indirettamente, vengono contattate dal gruppo diocesano dei “Genitori in cammino”. Gruppo che nel 2020 compie i 25 anni di vita. “Inizialmente, dopo l’avvenimento – ci spiega Ugo Marchesini, portavoce dei “Genitori in cammino” -, si è costituito un piccolo nucleo spontaneo, fino ad allora sconosciuto, con un colpo di telefono, per condividere il dolore. Nel febbraio ‘95 alcuni di noi hanno partecipato al primo ritiro spirituale nella Comunità Monastica di Bose (VC), dove abbiamo ricevuto una ‘sferzata’ positiva da Enzo Bianchi. Dopo un lungo percorso, ci siamo rivolti all’allora Arcivescovo Mons. Carlo Caffarra. I genitori colpiti dalla perdita di un figlio sono stati avvicinati dopo aver organizzato, in collaborazione con i parroci, sante Messe in suffragio in diverse Parrocchie della Diocesi. In seguito è stato un passaparola. Il vero cammino di fede è nato, quasi casualmente – prosegue -, dopo aver riflettuto sul fatto che l’accaduto non poteva essere imputato all’uomo, ma dovevamo rivolgerci un po’ più in Alto, così sono iniziati i nostri incontri di fede con la lettura, l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio, in particolare con il commento del Vangelo secondo Giovanni”. Il gruppo dei “Genitori in cammino”, che ha mons. Mario Dalla Costa come Assistente spirituale, da sempre si ritrova nel Seminario di via G. Fabbri a Ferrara, seguendo anche i seminaristi nel loro percorso, anche se, riflette, “la loro scarsità è la realtà che manca di più, pensando in particolare alle coppie che si avvicinano per la prima volta”. Chiediamo a Marchesini con quale frequenza si incontravano in Seminario prima dell’attuale emergenza. “Fino al 31 gennaio ogni quindici giorni con un gruppo ristretto per l’ascolto e il commento della Sacra Scrittura di un brano commentato da don Michele Zecchin. L’ultimo sabato di ogni mese, invece, con un gruppo più consistente ci si trovava per l’ascolto di una riflessione su un tema spirituale trattato dal Rettore Mons. Valenti o da un sacerdote invitato appositamente, incontro che si chiudeva con la celebrazione della santa Messa”. In questi due mesi di lockdown, “la vicinanza – ci spiega ancora – è continuata con contatti telefonici e con messaggi individuali soprattutto con le persone rimaste sole, e tramite la creazione di un gruppo WhatsApp”. Domenica 10 maggio il nostro Arcivescovo Mons. Gian Carlo Perego ha presieduto la S. Messa annuale per il Gruppo “Genitori in cammino” dalla Basilica di San Francesco a Ferrara. Per l’occasione, la Messa è stata trasmessa in diretta streaming dal sito diocesano (https://arcidiocesiferraracomacchio.org/).

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it .

Una città per bici e pedoni: proposte per l’emergenza (e non solo)

4 Mag

“MUF – Mobilità Urbana Ferrara” è il nome del progetto lanciato sui social da otto cittadini, che, entro due settimane, presenteranno al Comune diverse proposte: meno spazio per carreggiate e parcheggi, ripristino ZTL, piste ciclabili e doppi sensi per biciclette, parcheggi scambio auto-bici, e molto altro…Immaginando una città diversa per l’oggi e il domani

a cura di Andrea Musacci

muf3In questi ultimi due mesi ognuno ha potuto sperimentare direttamente cosa può significare – pur nell’eccezionalità – vivere in un ambiente urbano con meno traffico su ruota. Ferrara città delle biciclette? Bene, allora cogliamo l’occasione di questa fase emergenziale per riprogettare le nostre strade a misura di chi decide di muoversi a piedi o in bicicletta, incentivando il più possibile forme alternative di spostamento. E’ quello che hanno pensato in molti, fra cui otto persone accomunate dall’interesse per la mobilità sostenibile e il benessere urbano. Grazie ai social, si sono incontrati (a distanza…) e hanno dato vita al progetto “M U F // Mobilità Urbana Ferrara”. Abbiamo rivolto loro alcune domande (rispettando la richiesta di essere identificati come gruppo e non come singoli).

Com’è nata l’idea di questo progetto?

Il gruppo di lavoro “MUF – Mobilità Urbana Ferrara” è nato da un post sui social network che ha attirato l’interesse di alcune persone preoccupate per la modalità degli spostamenti di noi cittadini nella Fase 2 dell’emergenza sanitaria. Nell’arco di qualche giorno ci siamo riuniti virtualmente, abbiamo creato la pagina Facebook e Instagram “M U F // Mobilità Urbana Ferrara” e organizzato un’assemblea aperta con un picco di 50 partecipanti. Nel Manifesto pubblicato su Facebook sono riportate una serie di proposte per implementare l’efficienza degli spostamenti urbani. Abbiamo chiesto agli interessati di focalizzarsi sui problemi di questa fase di emergenza e su possibili soluzioni da attuare in tempi brevissimi.

Chi sono gli ideatori?

Otto persone con l’interesse comune per la mobilità sostenibile e il benessere urbano, tra cui alcuni membri di FIAB Ferrara e altre associazioni cittadine, ciclisti urbani e sportivi, residenti a Ferrara.

A chi è aperto?

A tutti i cittadini di Ferrara interessati al tema della mobilità nella Fase 2 dell’emergenza sanitaria. Si può prendere parte alla creazione di un piano di mobilità d’emergenza, ciascuno contribuendo con la propria esperienza personale e le proprie competenze.

Quante e quali proposte avete fino ad ora per Ferrara e dintorni?

Prima dell’assemblea del 30 aprile abbiamo condiviso un modulo dove chiedevamo di rilevare le principali minacce per la mobilità a partire dal prossimo 4 maggio e le proposte per un uso dello spazio in sicurezza. Abbiamo quindi individuato 4 macro-aree di lavoro: 1. Soluzioni infrastrutturali emergenziali / Urbanistica tattica nel centro urbano: pensiamo ad esempio ad azioni temporanee di restringimento di carreggiate, eliminazione di file di parcheggi, con segnaletica stradale orizzontale (coni, striscie) o cartelli, ripristino immediato della zona ZTL e zone 30km/h in tutto l’entro mura, doppio senso per le biciclette nel centro storico, stalli sicuri per le biciclette; 2. Mobilità frazioni – centro urbano: si potrebbe identificare una rete di aree da usare come parcheggi scambiatori temporanei in cui chi arriva possa lasciare l’auto e trovare biciclette a flusso libero per entrare nel centro urbano; 3. Campagna di sensibilizzazione per la mobilità sostenibile emergenziale: utile per fornire una rete di rivenditori, riparatori o coinvolgere le imprese per lavoratori che decidono di muoversi in bicicletta, spingere all’acquisto di sistemi di sicurezza personali, pensare a campagne di comunicazione per presentare le modalità più efficaci di spostamento; 4. Incentivi per la mobilità sostenibile: sviluppare un meccanismo locale di incentivi economici per l’acquisto di mezzi alternativi all’auto privata (biciclette, biciclette pedalata assistita, monopattini elettrici, ecc.) o per migliorare l’efficienza della propria bicicletta; 5. Integrazione con progetti già in atto: le azioni proposte in questa fase di transizione devono essere viste come proposte che danno una risposta concreta e misurabile ad un problema specifico. Ovviamente esistono altri strumenti e altre esperienze orientate allo sviluppo e alla gestione della mobilità sostenibile nel Comune di Ferrara: il PUMS – Piano Urbano Mobilità Sostenibile, Progetto Metrominuto e Bicipolitana (tempi di percorrenza in minuti a piedi e bici), Metropoli di Paesaggio per lo sviluppo di un sistema di mobilità integrata in tutto il territorio provinciale, Pedibus nelle scuole, Viaggia Play&Go (app per incentivare spostamenti sostenibili), FIAB – offerta formativa nelle scuole, Ciclisti Illuminati, e tutte le altre realtà che condividono la stessa visione.

Quando pensate di proporle all’Amministrazione comunale?

Ci siamo dati tempi molto ristretti per presentarle. Speriamo al massimo entro un paio di settimane di mettere a punto la proposta, con il supporto dei nuovi aderenti.

A quali modelli di mobilità vi ispirate?

Nell’ambito del progetto ci siamo ispirati alla lettera inviata dalle innumerevoli associazioni ambientaliste al Governo, “Urgente – Proposte di mobilità sostenibile urbana intra e post emergenza COVID-19” e al documento contenente le linee guida per la creazione di una rete di mobilità d’emergenza sul sito Bikeitalia.it. Altri esempi felici a cui guardare in Italia sono Milano, in cui hanno già cominciato la tracciatura di alcuni dei 35km di percorsi ciclabili, si è parlato di restringimento dello spazio dedicato alle auto a San Lazzaro di Savena e di incentivi sull’acquisto di mezzi sostenibili e attuazione anticipata del PUMS a Bologna. Anche in Europa gli esempi si sprecano: abbiamo apprezzato la sindaca di Barcellona per l’ampliamento di ZTL e zone pedonali, la realizzazione di un piano di collegamento delle direttrici della città, l’ampliamento dei marciapiedi, la campagna di sensibilizzazione a partire dai piccoli centri.

È un progetto che riguarda anche il post emergenza?

È un progetto strettamente correlato alla fase 2. Poi continueremo a supportare i progetti più a lungo termine in corso o già realizzati, sperando che nel tempo migliorino anche la qualità degli spostamenti e in generale l’educazione a uno stile di vita sostenibile.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it .

Addio a Renzo Melotti, amante dell’arte e filantropo

4 Mag

È deceduto il 15 aprile a Cona. Sua la collezione d’arte all’Ospedale (prima al vecchio Sant’Anna) e il presepe in Duomo. In passato la sua Galleria ha ospitato mostre di Ligabue, Picasso e Mirò. Aiutò anche l’arte nel post sisma

di Andrea Musacci

Melotti nella sua casa insieme a una scultura di Attardi

Uomo dolce e risoluto, dotato di una tempra decisa e concreta ma sempre sostenuta da un animo gentile, appassionato, da una posa attenta e mai corriva. La notte tra il 15 e il 16 aprile è deceduto (non per coronavirus) all’Ospedale di Cona Renzo Melotti, 86 anni, noto gallerista e collezionista d’arte di Ferrara. Le esequie si sono svolte in forma riservata alla Certosa. Sua la volontà che, nell’eventualità, si aspettasse la fine di aprile per diffondere la notizia della sua dipartita. Lascia tre figli, Antonella, Alessandra e Diego.

Una passione, quella per l’ambito artistico, in lui sempre strettamente allacciata a un profondo desiderio di aiutare la propria comunità, in particolare in quello che rappresenta uno dei luoghi privilegiati della fragilità: l’ospedale. Proprio in questo periodo di pandemia, in un silenzio estremo, quasi senza voler distogliere l’attenzione dai drammi legati al coronavirus, in una delle strutture del nostro territorio più legate all’emergenza sanitaria, ci ha lasciato dunque una grande figura di mecenate, forse una delle ultime incarnazioni nel nostro territorio. Ognuno ricorda i tanti dipinti che adornavano i corridoi del vecchio Sant’Anna in corso Giovecca e ora gli asettici spazi del nuovo Arcispedale di Cona. Opere che ora, qui, ci si augura rimarranno molto a lungo, a memoria di colui che ha intuito come la bellezza sia non un orpello ma una componente fondante le nostre vite, anche e soprattutto nei luoghi e nei momenti più delicati.

Nato ad Ambrogio di Copparo il 5 agosto 1933, da piccolo ha vissuto alcuni anni a Fiume, per poi tornare in paese e trasferirsi successivamente a Ferrara. Già dirigente commerciale della multinazionale “Star”, dove iniziò a lavorare negli anni ‘50, fin da giovanissimo si è interessato di arte figurativa. Grazie all’amicizia con il critico Mario De Micheli, entra in contatto con artisti come Levi e Manzù, e nel ’76 lascia il suo incarico dirigenziale. Nel ’78 dà avvio alla sua attività galleristica con una grande mostra di Ligabue nel suo “Studio d’arte Melotti”, rimasto attivo fino al 2003, quando l’ha ceduto ai fratelli Remigio e Rossano Surian. Nei 25 anni della sua gestione, la Galleria ha ospitato, fra gli altri, personali di Remo Pasetti, Tono Zancanaro, Renato Guttuso, Robert Caroll, Giorgio De Chirico, Linsday Kemp, Achille Funi, Pablo Picasso, Joan Mirò, Giò Pomodoro e Severo Pozzati. Nel 1984 Melotti dà vita anche al progetto editoriale legato al suo Studio, con la collana monografica “I grandi pittori a Ferrara”, che arriverà a contare 10 titoli. Negli anni ’90 nasce la “Fondazione Renzo Melotti”, che, grazie al coinvolgimento dei “Dieci artisti” per Ferrara, permette la creazione di un fondo di solidarietà per la nascita nel ‘92 del Reparto di Endoscopia pediatrica, a lui intitolato, al S. Anna. Proprio qui nel dicembre ’95 viene inaugurata la Galleria da lui donata, il “Lascito della quadreria d’arte contemporanea Renzo Melotti”, poi ampliata fino al 2002. Nello stesso anno finanzia il Fondo per la Ricerca in Chirurgia Pediatrica, dal 2000 al 2007 le borse di studio in Chirurgia Pediatrica Urologica, oltre a diverse missioni chirurgiche nel mondo.

Anche nel post sisma del 2012, Melotti è in prima linea, promuovendo l’iniziativa “L’arte per l’arte – collezione Renzo Melotti per l’Emilia”, un’esposizione di 109 opere di 76 artisti poi messe all’asta per finanziare i restauri dei capolavori emiliani danneggiati. Passano due anni, e iniziano le prime diatribe con la direzione dell’Ospedale cittadino: Melotti chiede la revoca della donazione per inadempienza contrattuale, non avendo l’Azienda spostato le sue opere nella nuova sede di Cona (aperta nel 2012). L’anno successivo, il 2015, il magnifico presepe napoletano di proprietà di Melotti, stile Settecento, con 86 statuine tra personaggi e animali, dopo 15 anni all’ingresso della struttura di corso Giovecca, deve trovare una nuova collocazione. Sarà una grande occasione per la nostra Arcidiocesi, che deciderà di installarlo permanentemente nella Cattedrale di Ferrara. Il giorno dell’Epifania del 2016, a conclusione della S. Messa serale, l’Arcivescovo benedice il presepe presentandolo ai tanti fedeli radunatisi. Ad aprile dello stesso anno, il 23, festa di San Giorgio, dopo la S. Messa nella Basilica fuori le Mura, lo stesso Arcivescovo consegna a Melotti il prestigioso titolo di “massaro” della Cattedrale di Ferrara. In ottobre, acuitisi i contrasti con la Direzione del Sant’Anna, Melotti dona le sue 157 opere all’Ulss 18 di Rovigo (due anni dopo diventate 169), esponendole, con grande inaugurazione pubblica, all’Ospedale Santa Maria della Misericordia. Nei corridoi della struttura rodigina si possono ammirare, tra le altre, opere di Annigoni, Aymone, Cattabriga, Brindisi, Fioravanti, Fiume, Mastroianni, Orsatti, Sughi, Vespignani e Zarattini. L’anno dopo, la città di Rovigo gli conferisce anche la cittadinanza onoraria. Nei mesi successivi Melotti dona un migliaio di copie del catalogo “Arte e scienza 4 in ospedale. Renzo Melotti per Rovigo”, curato insieme a Mons. Massimo Manservigi, a 500 ospedali italiani (i primi tre e il quinto volume di “Arte e scienza in ospedale” riguardano il Sant’Anna di Ferrara-Cona).

part. di un'opera all'ex s.anna

Chi scrive, in quel periodo ebbe l’onore di essere ospitato nella sua dimora ferrarese: “le opere d’arte – furono alcune delle sue parole – hanno anche un’importanza culturale e terapeutica. Ho cercato di migliorare un ambiente per sua natura triste, ma anche gioioso, per le nascite e le rinascite che ospita”. In quella piacevole mattinata, ricordò con affetto alcune figure a lui particolarmente care, come Maccari, De Micheli, Giò Pomodoro. Di quest’ultimo del quale fu amico per circa 20 anni, mi disse: “le sue uniche mostre personali, tre, le fece nel mio Studio d’arte. Ci siamo conosciuti, abbracciati, abbiamo litigato, ma siamo sempre rimasti uniti, anche se lontani fisicamente”. Nel 2018 inizia il riavvicinamento con l’Azienda Ospedaliero-Universitaria ferrarese, grazie a una prima donazione di 68 opere di 53 artisti contemporanei alla struttura di Cona: nel mese di marzo viene inaugurata la quadreria della Fondazione Renzo Melotti negli spazi dell’Arcispedale. Un momento importante per l’intera città, che metterà fine ad anni di polemiche e cause legali tra Melotti e l’ASL.

Ma Melotti rimase sempre legato al suo paese natìo. Copparo ospita parte della sua Collezione (e il Comune nel ’99 gli ha dato la cittadinanza onoraria): nella Galleria Civica d’Arte Contemporanea ex Carceri “Alda Costa” vi sono permanentemente esposte 110 opere del Novecento (sia di artisti locali sia internazionali) donate dal mecenate, instancabile appassionato della bellezza e della propria terra.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it . Nel nuovo numero è possibile trovare anche un ricordo personale di Melotti scritto dagli amici Alberto e Mirella Golinelli.

(foto Andrea Musacci)

Non vergogniamoci della nostra paura

23 Mar

“Ci accorgeremo, un giorno, quando vedremo la fecondità di tutte queste cose mediocri, dal punto di vista dell’eternità, quanto eravamo imbecilli a rifiutarle ad ogni costo e a desiderare che la vita si svolgesse nella sua piccola tranquilla felicità”.

(E. Mounier, “Lettere sul dolore”)

di Andrea Musacci

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Giovedì scorso sono state diffuse alcune immagini di un lungo macabro corteo di mezzi militari davanti al Cimitero monumentale di Bergamo, poi diretto fuori città. Trasportavano i resti di molte persone decedute a causa del coronavirus, che nemmeno hanno potuto trovare riposo nella proprio terra. Ho provato angoscia, il sentir venir meno la terra sotto i piedi. Ho percepito in maniera acuta la mia, la nostra condizione di mortali. Era un corteo senza lacrime, senza rito funebre, né parole per ricordare, solo quelle sommesse, disperate e segregate nelle case dei famigliari, degli amici.

In questi giorni rileggevo alcune pagine di un libro del filosofo francese Fabrice Hadjadj, “Farcela con la morte. Anti-metodo per vivere” (Cittadella ed., 2009). A un certo punto Hadjadj scrive: “Che cosa c’è di più desolante di questo costante tranquillizzare? (…) E’ un’alienazione radicale in cui ci si sforza di costituire una vita di cui la morte sarebbe un evento esteriore, e non ciò che sin da ora abbiamo dinanzi e richiama l’essenziale”. Queste parole mi hanno fatto riflettere – seppur nella straordinarietà (dei nostri tempi, nelle nostre terre) di quelle immagini sopracitate –, su come esse ci richiamino alla sostanza delle cose. E questo ci fa paura. Una paura – a maggior ragione in questo periodo di emergenza legato alla pandemia – di qualcosa di ignoto e di inafferrabile. Anche se, a ben pensarci, la morte stessa pare qualcosa di assolutamente netto ma al tempo stesso di sfuggevole, la mancanza estrema. Qualcosa, appunto, definibile come l’Inafferrabile. Quell’“alienazione radicale” di cui parla Hadjadj insieme alla morte ci fa dunque rimuovere anche la paura legata ad essa, rendendoci sempre più incapaci di nominare la nostra debolezza, la nostra fragilità. Ci nascondiamo dietro a ragionamenti (pseudo)sociologici, a statistiche, a “leggerezze” di comodo (pur umanamente comprensibili).

E’ normale avere paura: essa non va intesa solo in senso negativo, è sintomo che si ama qualcosa, che qualcosa ci sta a cuore, e non la si vuole perdere. Di sicuro, le paure peggiori sono quelle vissute nella solitudine. In fondo siamo tutti come bambini, bisognosi di un appoggio, di una carezza, di un rifugio. La nuova solitudine collettiva ce lo fa tornare a mente in maniera dolorosa ma sincera. Domandiamoci: questa paura se rimossa non rischia di diventare soffocante e disperata, e quindi di generare ancor più solitudine e diffidenza? E, invece, se pronunciata con parole non menzognere, non può trovare il suo senso perlomeno nella ricerca del senso stesso? Insomma, questa paura avrà i suoi testimoni, i suoi padri e le sue madri spirituali, i suoi Maestri, filosofi, scrittori, donne e uomini che sappiano, un domani, trasfigurarla in nuova umanità? Avremo poeti che daranno un nome nuovo alla nostra paura, rimostrandocela, così, autenticamente umana, segno della nostra più profonda mancanza?

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2020

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Che questa lunga attesa possa essere feconda

16 Mar

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di Andrea Musacci

Notte tra il 9 e il 10 marzo, l’ultima prima dell’entrata in vigore dello “stato d’eccezione” su tutto il territorio nazionale per fronteggiare l’emergenza causata dalla diffusione del Covid-19. Notte in bianco, di tensione e di attesa, come se la mente e il corpo volessero iniziare ad abituarsi a un tempo dilazionato, a un limbo nel quale galleggiare. O meglio, a prepararsi a vivere ore, giorni e settimane non in apnea ma come tempi da riconquistare agli affetti, alla memoria, alla pazienza.

Anche in quelle ore è maturata la decisione di continuare le nostre pubblicazioni e di dedicare, nei prossimi numeri (previsioni più precise non le azzardiamo), ampi spazi a racconti, riflessioni, testimonianze dalle vostre case (o dai vostri luoghi di lavoro, per chi, ancora può e deve recarcisi) su questo tempo più che mai incerto e assurdo.

In questo numero vogliamo dare avvio a una polifonia di “voci”, a un grande racconto collettivo di questo periodo che – inevitabilmente, nel bene e nel male – rimarrà nella storia, anche in quella, piccola, della nostra Arcidiocesi. Raccontare: quindi interrogarsi su come cambiano le nostre relazioni, il rapporto dei nostri corpi con gli spazi, con i corpi e le libertà degli altri. Se a vincere sarà il “bene”, quel che di positivo c’è nella realtà, oppure la frustrazione, l’impotenza. Se le conseguenze delle nostre “dipendenze” – dal lavoro, da determinati riti sociali, dagli spostamenti – si mostreranno nella loro acutezza. Sarà, in ogni caso, un periodo di cernita tra l’essenziale e il superfluo, di dis-cernimento. Ad esempio, che conseguenze sta avendo, e avrà, l’impossibilità dei contatti fisici più elementari, spontanei? L’affetto e l’amore vietati se non tra le mura domestiche? Come ne usciremo? Si può azzardare una qualche, pur lieve, forma di “mutazione antropologica”? Tanto il ricordo quanto la promessa di un “dopo” non del tutto immaginabile, riacquisteranno una propria potenza? Cosa rimpiangeremo e cosa no, sia del periodo pre-emergenziale sia di questa quarantena?

Ciò che abbiamo di fronte è – paradosso totale – l’invisibile, l’ignoto, l’inaspettato. Un impalbabile che ci trasforma in potenziali vettori di male, muta i nostri corpi esposti, ne intensifica la fragilità e la pesantezza: insomma, in un mondo sempre più animato dal virtuale, torna tragicamente al centro il corpo, la carne. E il virtuale diviene virale. Il potere stesso, anche quello “tradizionale”, novecentesco, delle istituzioni riscopre a un tempo la propria virtualità, i propri dispositivi immateriali, e rafforza le proprie appendici repressive (ben poco postmoderne). Da una parte, quindi, i nostri corpi sono minacciati dall’invisibile virale, dall’altra sono controllati e regolamentati da un potere “solido”. Fra i diversi divieti ai quali ci stiamo abituando, uno in particolare penso sia particolarmente straziante: quello dell’“ultimo abbraccio”, l’impossibilità delle esequie. Un risvolto tragico, particolarmente angosciante, che rimanda senza retorica ad altre pandemie. I morti di coronavirus non solo, nelle ultime ore di vita, non hanno potuto avere vicino a sé i propri cari, ma questi non hanno nemmeno potuto dar loro l’estremo saluto. È la solitudine più tremenda, che non avremmo mai voluto raccontare. E la solitudine è una delle cifre di questa “quarantesima”: i dati Istat (al 1° gennaio 2019) dicono che in Italia il numero medio di componenti delle famiglie è passato da 2,7 (media 1997-1998) a 2,3 (media 2017-2018), soprattutto per l’aumento delle famiglie unipersonali che in venti anni sono cresciute di oltre 10 punti: dal 21,5 per cento nel 1997-98 al 33,0 per cento nel 2017-2018, ovvero un terzo del totale delle famiglie. In quanti saranno in grado di sopportare almeno tre settimane di quasi assoluto isolamento?

Ma l’eccezionalità di queste settimane può anche dare un volto nuovo ai piccoli gesti d’attenzione, a inedite forme di socializzazione (basti pensare al fenomeno dei “concerti” collettivi dai balconi delle case) e di comunione a distanza, di riscoperta del silenzio non come dimensione del vuoto ma del profondo. Per continuare con le speranze – che speriamo diventino e stiano già diventando carne viva in questi giorni: forse sperimenteremo una ridefinizione del concetto di “mancanza” (di spazi, incontri e possibilità), una privazione improvvisa e inaspettata che, chissà, può dare nuovo ossigeno a gesti e pensieri abbandonati se non ignoti. Tante sono le buone pratiche che già nascono anche a Ferrara: giovani di alcune parrocchie (come San Giacomo apostolo all’Arginone o gli scout in zona Doro-Barco), che portano la spesa ad alcuni anziani; o, come nell’Unità Pastorale di Borgovado, i volontari del Centro di Ascolto che portano a casa a chi ne ha bisogno i Moduli per l’autocertificazione. E poi le tante iniziative di singole persone o piccoli gruppi nelle parrocchie – e non – che formano una rete invisibile e capillare, ma importantissima, di sussidiarietà più che mai fondamentale. Anche e soprattutto così, con questa mutualità dal basso, si riannodano i fili spezzati della rete sociale. Senza dimenticare, per la liturgia e la preghiera, l’utilizzo da parte di diverse parrocchie delle “nuove” tecnologie – da You Tube ai vari social.

Tutto ciò è già, qui e ora, un modo nuovo di vivere, una promessa già matura, che cambia il presente. E’ una Presenza reale. Un racconto concreto seppur silenzioso. Qualcosa di davvero molto fecondo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2020

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Cantiere diocesano: tra nuove chiese e antichi edifici da ristrutturare

9 Mar

Il punto sui principali lavori in Diocesi: compie due anni il cantiere del nuovo complesso di via Arginone. Prosegue l’iter sul Duomo di Ferrara, aggiudicati i lavori per l’Arcivescovado. Concluso il cantiere a Cocomaro di Focomorto, diversi invece quelli aperti nel bondenese

IMG-20200306-WA0011Chiesa di Vigarano Pieve, Scuola d’infanzia di Quacchio e complesso dei “Gesuati” di via Madama a Ferrara: nelle ultime settimane vi abbiamo aggiornato su alcuni lavori recentemente conclusi nella nostra Arcidiocesi, o su alcuni interventi appena partiti, come nel caso della chiesa di Santo Spirito a Ferrara (v. “la Voce” del 28 febbraio). In questo numero, invece, insieme a don Stefano Zanella, Responsabile dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo diocesano, facciamo il punto sui principali cantieri ancora in corso. Una parrocchia che da due anni convive con i lavori in corso è quella del complesso di San Giacomo Apostolo all’Arginone (foto) di Ferrara. “La speranza – ci spiega don Zanella – è di riuscire a completarli entro l’estate, in modo che a settembre tutto sia tutto”. Il nuovo complesso – lo ricordiamo – è nato grazie a uno dei “progetti-pilota” della CEI, i concorsi nazionali per la progettazione di nuovi complessi parrocchiali. Nel 2011 la nostra Arcidiocesi è stata scelta per la progettazione di uno di questi in un territorio di espansione della città. Requisiti individuati nella zona sud-ovest di Ferrara. Quello che sta nascendo – e che vi presentiamo anche con foto aggiornate del cantiere – “è un esempio – sono ancora parole di don Zanella – importante di arte e di architettura contemporanee, che daranno nuovo lustro alla nostra Chiesa locale. Voglio ringraziare la Tiziano costruzioni, impresa capofila, la parrocchia e l’asilo antistante per la pazienza e anche per la bellezza che i nostri occhi potranno contemplare”.

Palazzo Arcivescovile e Cattedrale di Ferrara

Riguardo alla lunga e spinosa questione del Duomo cittadino, don Zanella ci spiega come “siano state attuate tutte le richieste da parte della Regione e della Commissione per valutare gli interventi strutturali ai pilastri, e, queste, inviate i primi di marzo al Commissario per la ricostruzione e alla Sopraintendenza: siamo in attesa di una valutazione. Ci auguriamo di iniziare i lavori dentro l’edificio al più presto, segno della riapertura quanto prima del tempio più importante della nostra Diocesi”. Ricordiamo che prima di Natale era stata ventilata l’ipotesi di poter riaprire – con limitazioni di orario e di spazio importanti – la parte del transetto corrispondente all’Altare della Madonna delle Grazie. In generale, la speranza – ma, lo ripetiamo, la tempistica è incerta – è che entro fine 2020 / inizio 2021 dovrebbero iniziare i lavori sul campanile della Cattedrale, e a fine 2021 quelli sulla facciata e sul protiro. Riguardo al vicino Arcivescovado, non sono ancora stati aggiudicati i lavori di ripristino con rafforzamento locale sull’edificio. Il bando di gara ha visto come termine il 7 gennaio scorso. “Sarà un intervento significativo (l’importo è di quasi 2 milioni di euro, ndr) a causa dei danni del sisma del 2012 – riflette don Zanella -, che vedrà per due anni coperta da impalcatura la facciata su corso Martiri della libertà, oltre a lavori significativi al tetto e alle altre facciate”.

Altri cantieri in Diocesi

Nel frattempo si è conclusa la gara per il Convento (ex chiostro) della Basilica di Santa Maria in Vado a Ferrara, per il quale inizieranno a breve i lavori di ripristino con miglioramento sismico. E’ la ditta “AHRCOS” di Bologna ad essersi aggiudicata i lavori, che vedono un importo di quasi 1milione e 700mila euro. Per quanto riguarda invece la chiesa di Mizzana, “siamo in attesa di alcuni riscontri su alcuni aspetti dei lavori che andranno rivisti”, mentre per la chiesa di Burana “i lavori sono ancora in fase di ultimazione: la speranza è di riaprirla a settembre”. Già iniziati i lavori anche nella chiesa parrocchiale della Natività di Maria Vergine e nell’Oratorio di san Domenico a Stellata di Bondeno con la ditta “Cooperativa Edile Artigiana” di Parma. Discorso simile per la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista a Bondeno, dov’è impegnata la ditta “Cooperativa Muratori” di San Felice sul Panaro, e per la non facile ricostruzione della chiesa dell’Assunzione di Maria Santissima di Ponte Rodoni. Infine, conclusi i lavori sulla chiesa di Cocomaro di Focomorto: obbligatorio, però, in questo periodo, il rinvio – a data da destinarsi – della riapertura ufficiale.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 marzo 2020

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