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“In ogni momento potevi contare su di lui”: esequie e ricordi di don De Ponti

11 Nov

I funerali del sacerdote: il 6 novembre S. Benedetto gremita per l’addio al salesiano. Tanti i ricordi

vlcsnap-2017-07-02-18h57m25s589Entrando nella chiesa di San Benedetto capiterà a molti di buttare l’occhio al secondo confessionale sul lato destro. Lì, per tanti anni, don Gianalfredo Deponti confessava chiunque lo desiderasse. Il giorno delle sue esequie è vuoto e spento, l’unico a essere acceso è quello dal lato opposto, occupato da don Giuseppe. Ma non inganni quest’immagine di assenza e di silenzio: “Donde” era, è e rimarrà sempre presente in quel luogo, col suo calore a scaldare i cuori delle tante persone che ha amato e dalle quali tanto è stato amato. Intere generazioni, nei suoi lunghi 56 anni di permanenza nella comunità ferrarese, che hanno riconosciuto in lui non solo un pezzo fondamentale della storia salesiana nella nostra città, ma soprattutto una guida, un fratello, un amico. Nonostante il giorno e l’orario lavorativi, la chiesa di San Benedetto era colma mercoledì 6 novembre per i suoi funerali: persone non solo di San Benedetto, tanti i confratelli, fra cui l’ex parroco don Luigi Spada e don Enrico Castoldi, vicario ispettoriale dei Salesiani emiliano-lombardi, le Piccole Suore degli Anziani Abbandonati del Barco e le Suore della Carità dell’Istituto San Vincenzo. Sulla bara ai piedi dell’altare, la sua stola, una sciarpa della contrada di San Benedetto e un cartello realizzato dai nipoti con una foto e una scritta, “ciao zio!”. Una cinquantina i presbiteri presenti per la celebrazione presieduta dal nostro Arcivescovo, e, in prima fila, Angelo, uno dei quattro fratelli di don Gianalfredo, che era il primo (gli altri sono Ambrogio, Virginio, Filippo, tutti scomparsi). Dodici i nipoti (di cui sette vivono a Ferrara, gli altri tra la provincia di Como e di Bergamo), e svariati i pronipoti. Uno dei nipoti ha assistito lo zio anche l’ultima notte, culmine di un anno lungo e tormentato, l’ultimo della sua esistenza terrena, costellato da tanti ricoveri in ospedale, ma anche dall’affetto dei famigliari, dei confratelli, della sua comunità. Per dare l’idea di quanto “Donde” fosse amato da tutti, segnaliamo come fossero presenti anche “Eugenio”, signore di origini africane che in molti conoscono perché staziona spesso davanti al Caffè del Corso di via Bersaglieri, angolo corso Giovecca, e persone come Roberto, che, ci spiega, da oltre trent’anni non frequenta la parrocchia, ma qui è cresciuto grazie anche a persone come “Donde”. Dopo il saluto di don Paolo Salmi (“don Gianalfredo ci stimola a fare della nostra vita un grande dono”) e quello di mons. Perego (“la sua vita ha profumato di resurrezione: questa resurrezione è il dono che oggi il Signore fa a lui”), nell’omelia lo stesso parroco ha raccontato: “quando all’una di notte di Ognissanti ti ho visto nel letto”, da poco spirato, “ho avuto un flsahback di quando aprivo la porta della tua camera dove riposavi e sbirciavo per vedere se dormivi tranquillamente. Eri stato tu stesso a dirmi: ‘ogni tanto passa a guardarmi…’: in entrambe le occasioni avevi il viso sereno. L’amore di Dio – ha proseguito – ti ha raccolto e ti depositerà nel posto che ti spetta: di questi posti, ce ne sono per ognuno di noi. Anche se fragili, infatti, Dio ci chiama. Anche tu, Donde, eri fragile, avevi i tuoi difetti, avevi un bel caratterino: non molto tempo fa ti dissi scherzando: ‘fai il furbo…ti stiamo un po’ viziando eh…’, e tu col tuo sorriso un po’ furbetto mi risposi: ‘me lo hanno già detto…’. Don Deponti – sono ancora parole di don Salmi – aveva cercato di farsi ‘tutto a tutti, per poterne salvare in qualche modo alcuni’ (1 Cor 9, 22)”. Tanti i ricordi che emergono: i suoi tanti viaggi a Lourdes – 49, per la precisione – con l’Unitalsi (presente in massa), “viaggi nei quali non smetteva di confessare nemmeno in treno”. E poi le cartoline che mandava ai parrocchiani dalla località francese, o le chiamate dalla montagna, dall’amata Frassenè, “solo per sapere come stai…”, o per gli auguri di compleanno – “se li segnava tutti”, ci ricorda Sandro, un parrocchiano. “Aveva fatto esperienza dell’amore di Dio e voleva comunicarlo a chiunque”, ha proseguito il parroco. “E ci ha insegnato anche la preghiera: aveva sempre il rosario fra le dita, legato al polso, o disperso – ma sempre ritrovato… – fra le lenzuola del suo letto. Ti dico ‘arrivederci’, ma tu ci diresti ‘ciao!’”. Nella parte conclusiva della celebrazione il parroco ha letto il messaggio fatto recapitare dal Vescovo di San Marino, il ferrarese mons. Andrea Turazzi: “carissimo don Gianalfredo, ho tanti motivi di gratitudine nei tuoi confronti. Don Deponti era salesiano al 100% e al 100% presbitero della Chiesa di Ferrara-Comacchio. Di lui mi colpì soprattutto il suo linguaggio nuovo, il suo stile. Prima di lasciare Ferrara, un giorno guardavamo insieme i ragazzi giocare nell’oratorio: ricordo che in lui non vi era mai un sospiro o una nostalgia, ma sempre la stessa passione per la gioventù”. A seguire, i saluti di tre nipoti, Chiara (“Grazie Signore per averci donato zio Donde. Ricordo la sua pazienza e la sua capacità di leggere i cuori, la sua disponibilità e la sua capacità di saper sdrammatizzare”), Giovanni e Stefano. Chiara ci ha consegnato anche questo ricordo: “ ‘Signore aiutami a essere come Tu vuoi che io sia’: quando andavo da lui mi diceva di rivolgere a Dio questa preghiera, di guardare a Lui come un padre misericordioso che mi guida e mi aiuta sempre a scegliere la via giusta. E lo zio DonDe l’aveva fatta, la volontà di Dio: come fratello, come sacerdote, come insegnante, come zio. Uno zio importante DonDe, c’è sempre qualcuno che sa chi è, che lo conosce. Una volta una persona mi chiese: ‘com’è avere uno zio sacerdote?’, io risposi: ‘normale’, ma non è vero: è speciale, è super avere uno zio come DonDe! Sapere che in ogni momento potevi contare su di lui, che sicuramente ‘non’ avrebbe pregato per te! Così diceva scherzando: ‘oggi nella messa non ho pregato per te’. E io so che anche oggi da lassù, con il suo sorriso lui continua a ‘non’ pregare per noi”. Daniela Bonfieni, amministratrice della parrocchia, ha preso a sua volta il microfono: “Ciao Donde, o monello, come ogni tanto ti definivi. Grazie di tutto per quello che hai fatto per la mia famiglia da quasi 50 anni, da quel giorno di marzo che sei entrato nella nostra vita per la perdita dei nostri papà [il padre di don Gianalfredo e quello della signora Daniela – ci spiega – sono morti lo stesso giorno del marzo 1970, ndr]. Grazie per essere stato il papà che a me e a Dario è mancato fin da piccoli e per essere stato il nonno di Sara, come ogni tanto ti chiamava. Sono certa che continuerai la tua missione da lassù, sempre discretamente vicino. Ci mancherai tanto, per le nostre chiacchierate, per le tue sgridate, per le tue telefonate…per tutto. Ciao Donde”. Anche un’altra parrocchiana, Carmela Rotola, ha scelto di rivolgere un saluto: “è stato per me e per tanti un riferimento, un ottimo consigliere”. Alla fine, un canto di gioia, suggello di questo “evento pasquale”: il canto dedicato a don Bosco “Padre, maestro ed amico”, oltre a “Gabriel’s Oboe” del maestro Morricone, seguiti da un commosso applauso. Don Deponti è stato tumulato alla Certosa, in un loculo a parte: per essere sepolto nella cappella dei salesiani dovrà attendere l’anno prossimo, quando verranno riesumate le salme di due confratelli.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2019

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La storia di un antico volume del ‘500 ritrovato, tra Agnadello, Vienna e Ferrara

11 Nov

Nel 2008 in Austria mons. Perego trova un antico volume sulla Battaglia di Agnadello (1509): il Comune cremonese lo acquista. Verrà poi tradotto in italiano ed edito. Furono 18mila i morti in quella battaglia, “grazie” alle micidiali bombarde vendute ai francesi dal Ducato di Ferrara

libro-proloco-800x370Potrebbe essere l’inizio di un giallo storico, ambientato tra la penombra di una biblioteca antiquaria di Vienna e la nebbia della pianura cremonese, con protagonista un prelato italiano e un antico testo del XVI secolo. A differenza di un thriller, però, non vi sono stati trafugamenti o vendite clandestine. E’ la storia del diario franco, o incunabolo (un volume stampato con caratteri mobili) sulla Battaglia di Agnadello, tra gli eserciti francese e veneziano, del 14 maggio 1509, ritrovato nel 2008 dal nostro Arcivescovo mons. Perego in una biblioteca di Vienna. Si tratta di un testo originale scritto in tedesco antico – e in caratteri gotici – stampato a Norimberga e probabilmente tradotto da un testo francese smarrito. Volume che dieci anni fa è diventato parte del patrimonio del piccolo comune, dove mons. Perego è cresciuto prima di entrare nel Seminario di Cremona. Nel suo breve testo introduttivo, il nostro Arcivescovo spiega: “segnalai il ritrovamento al presidente della Cassa Rurale dott. Giorgio Merigo, invitando a considerare con il Consiglio la possibilità di acquistare e donare il prezioso documento al Comune di Agnadello, in occasione dell’approssimarsi del 500° anniversario della Battaglia (2009)”. Così è avvenuto, e il testo è stato successivamente anche tradotto in italiano: “Agnadello e la sua battaglia. Il diario franco-tedesco”, si intitola il volume a cura di Pierina Bolzoni, edito grazie a Pro Loco Agnadello, Comune di Agnadello e BCC Caravaggio Adda e Cremasco, e presentato lo scorso 5 novembre alla presenza dello stesso Arcivescovo ad Agnadello, presso la sala Don Tabaglio della banca BCC. Come ci spiega lo stesso mons. Perego, nel quinto anno delle scuole superiori vinse un concorso nazionale con una ricerca storica dedicata proprio alla Battaglia del 1509. Ma in questa vicenda, la nostra città è legata anche per un altro aspetto, meno nobile: nell’incunabolo, il cronista parla di 17-18mila morti, un numero altissimo per l’epoca (anche maggiore rispetto a quello indicato da altri cronisti): il motivo risiede nell’utilizzo di nuove micidiali armi da fuoco, le bombarde, vendute ai francesi dal Ducato di Ferrara guidato da Alfonso I d’Este.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2019

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Responsabilità e volto dell’altro: il pensiero di Emmanuel Levinas

11 Nov

L’8 novembre l’intervento di Giuliano Sansonetti dedicato al filosofo lituano-francese, a cavallo fra profezia ebraica e filosofia greca, fra infinito e totalità

levinasTotalità o infinito? Uno spazio chiuso, (pre) definito dell’essere o un’apertura sempre possibile tra volti, nella loro irriducibile differenza? L’ambivalenza su cui da sempre si fonda il pensiero occidentale è stata centrale nella ricerca di Emmanuel Levinas (Kaunas, Lituania 12 gennaio 1905 – Parigi, 25 dicembre 1995) (foto al centro), filosofo ebreo su cui l’8 novembre ha relazionato Giuliano Sansonetti. L’occasione era, nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara, l’ultimo appuntamento del ciclo di incontri dedicato ai “Maestri”, a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea (ISCO). Sansonetti ha dedicato la prima parte del proprio intervento a Remo Bodei, scomparso il giorno prima, che a Ferrara era intervenuto nel gennaio 2016 invitato proprio dal Gramsci e dall’ISCO, nello stesso luogo, sul tema della democrazia, introdotto, come in questo caso, da Piero Stefani. Tornando a Levinas, Sansonetti ha spiegato come egli ritenesse fondamentale “trovare un punto di incontro tra l’eredità ebraica e il pensiero greco, le due tradizioni fondamentali dell’Occidente, quindi in un certo senso tra profezia e filosofia”. A tal proposito, riferendosi a Monsieur Chouchani (foto in alto a dx), ricordò come egli rese impossibile, per sempre, “un approccio dogmatico e fideistico al Talmud”, convincendosi dunque che “non esisteva uno spartiacque tra pensiero teologico e filosofico”. Ma le basi – o parte di esse – del pensiero occidentale, sono, per Levinas, la causa profonda di una concezione filosofica, quindi anche politica, dogmatica e illiberale: “Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo” è il titolo di un suo saggio uscito nel 1934 sulla rivista “Esprit”, edito e tradotto in Italia grazie a Giorgio Agamben. Qui Levinas analizza il pensiero filosofico classico occidentale: il nazismo, secondo il filosofo, “non è qualcosa di accidentale nella storia e nella cultura tedesca, ma le sue radici sono interne alla storia dell’Occidente”. Sua caratteristica precipua è “l’incatenamento dello spirito al corpo”, all’elemento meramente biologico, un “risveglio di sentimenti elementari”, viscerali, violenti. La causa profonda di ciò, ha proseguito Sansonetti, risiede nel fatto che per Levinas “la filosofia occidentale sia una filosofia del neutro, dell’essere, quindi di una dimensione spersonalizzante, in cui ciò che ha valore è appunto l’essere indistinto e non l’ente”, il singolo, la persona con la sua individualità. Secondo Levinas questo porta a una deresponsabilizzazione del soggetto, mentre “ognuno di noi può essere responsabile solo nei confronti dell’altro”, rappresentato simbolicamente dal “volto”. “L’etica, quindi, e non la metafisica, dev’essere considerata la filosofia prima”: la seconda, infatti, nella tradizione greca, è intesa come “pensiero della totalità, del perfettamente definibile”, a cui Levinas contrappone “l’infinito, dato appunto dal volto, concetto assente nel pensiero greco” (“Totalità e infinito” è il titolo della sua opera più celebre, edita nel 1961). “Dal concetto di totalità – sono ancora parole di Sansonetti -, nascono quindi i totalitarismi, vale a dire società organiche dove tutto è definibile, ordinabile e controllabile, società chiuse”. Il rapporto etico autentico, al contrario, in Levinas, “è il rapporto faccia a faccia”, un rapporto tra volti: “prima ancora della conoscenza dell’altro, è necessario un rapporto con lo stesso, col suo volto, per evitare che l’altro diventi una proiezione di noi stessi”, e non, come invece è, una diversità irriducibile, verso la quale è necessario innanzitutto e soprattutto “l’ascolto (l’ebraismo, non a caso, si fonda sull’ascolto della Parola di Dio), e quindi il rispondere”. Infine, il volto, per Levinas, è nella sua essenza, “sguardo”: solo dallo sguardo, che identifica ogni volto, ogni persona, “può nascere il linguaggio, quindi il discorso e la responsabilità”, che, appunto, è sempre nei confronti di un altro.

Il Rav Chouchani: chi era costui?

Nell’incontro dell’8 novembre in Biblioteca Ariostea, Piero Stefani ha brevemente relazionato su uno dei maestri di Levinas, il rabbino e filosofo Monsieur Chouchani, o Shushani (9 gennaio 1895 – Montevideo, 26 gennaio 1968), personaggio la cui vita è in buona parte avvolta in aura di leggenda, a partire dal nome, forse di fantasia. Non avendo nemmeno mai pubblicato, le scarse notizie su di lui si hanno grazie ai suoi allievi, i più importanti dei quali sono lo stesso Levinas ed Elie Wiesel: fatto, questo, che nella storia ha dei precedenti alquanto celebri – Gesù di Nazareth e Socrate su tutti -, ma che è alquanto inusuale nell’Occidente del Novecento. Una leggenda, la sua, probabilmente mischiata a elementi di realtà, e nella quale rientra anche il fatto che avesse una memoria assolutamente straordinaria, tanto da permettergli di imparare l’intero Talmud. “La possibilità di conservare e tramandare la tradizione ebraica dopo la Shoah – secondo Stefani -, il riuscire a far parlare questo patrimonio antico nella modernità, ha sicuramente aiutato il nascere della leggenda” intorno alla sua persona.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2019

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Con gli ultimi per le strade del Brasile

4 Nov

Fino al 29 novembre a Ferrara l’annuale Mercatino della Fantasia organizzato da don Sibani per finanziare progetti solidali nel Paese dell’America Latina: quest’anno in mostra le storie e le voci dei “senzatetto”, i “moradores de rua”. Abbiamo anche incontrato i quattro giovani missionari brasiliani che rimarranno fino a dicembre nella nostra Diocesi

sibani e ragazzi 2“Dio mi ha liberato dalla prigione”, spiega Eli, 39 anni, alcolista, che una sera, appena ha visto un sacerdote venire da lei e dagli altri “invisibili”, gli ultimi degli ultimi nelle città brasiliane, per aiutarli, pur non conoscendolo, gli è corso incontro e lo ha abbracciato. Quel sacerdote è don Roberto Sibani, che da 25 anni a Parauapebas, nello Stato brasiliano del Parà, porta avanti il progetto del “Cammino di fraternità”, in aiuto alle diverse realtà di povertà e di sofferenza estreme. L’estate scorsa ha trascorso i consueti due mesi nel Parà, fra giugno e agosto. Anche quest’anno, per finanziare alcuni progetti specifici, dallo scorso 31 ottobre fino al prossimo 29 novembre organizza il Mercatino della Fantasia nel Mercato coperto di via Boccacanale di S. Stefano a Ferrara (entrata da via del Mercato, 7, sotto il porticato), dedicato in particolare ai “moradores de rua”, letteralmente “coloro che vivono per strada”, i “senzatetto”.

I quattro giovani missionari: Elayne, Rosinha, Thainan e Renato

Ad aiutarlo quest’anno, oltre ad alcuni parrocchiani e parrocchiane di Pilastri e Burana, ci sono quattro giovani missionari brasiliani: due maschi, Thainan Mendonca e Renato Barreto, e due femmine, Elayne Fantin Fracalossi (tre dei suoi nonni sono italiani, di Pordenone e del Trentino) e Rosinha Favalessa (qui in Italia con don Sibani per il secondo anno consecutivo), provenienti dallo Stato Espírito Santo, nella parte sudorientale del Paese. Per la precisione, Rosinha e Elayne provengono dalla città di Linhares, mentre Renato e Thainan da Cachoeiro de Itapemirim. Sono arrivati ospiti di don Sibani lo scorso 11 settembre e rimarranno fino al 10 dicembre. “Per ora abbiamo avuto modo di fare tre giorni di ritiro spirituale ad Assisi e di visitare Padova e Venezia. La nostra quotidianità – ci spiegano – è fatta di animazione della S. Messa, di serate con i ragazzi del catechismo, di attività con i bambini, come la Festa del “ciao” insieme ai giovani di Pilastri – e di incontri coi genitori. Inoltre, portiamo l’Eucarestia a chi non può venire a Messa e visitiamo le famiglie”. Attività, quest’ultima – come del resto le altre – che molto spesso svolgono, come Ministri formati, in Brasile, in quanto, ci spiegano, “spesso i sacerdoti non sono sufficienti per portare sempre l’Eucarestia e la Parola di Dio a tutte le famiglie e le persone che vivono sparse nelle vaste zone del nostro territorio”. Fino a pochi mesi tutti e quattro vivevano in una comunità dove a tempo pieno si dedicavano alla missione in varie zone del Brasile. Poi la comunità è stata chiusa e ora faticano a trovare un lavoro: Elayne, ad esempio, è laureata in psicologia, e, ci spiega, “il mio sogno è di avere anche la cittadinanza italiana e magari di venire a vivere qui in Italia”. Rosinha, invece, è laureata in estetica del corpo e vorrebbe lavorare in questo ambito. Parlando poi del modo di vivere l’appartenenza religiosa nel loro Paese e nel nostro, ci spiegano come “in Brasile è diffusa l’idea che in Italia siate tutti cattolici e praticanti, ma venendo qui abbiamo capito che non è più così, e che lo è sempre meno. In Brasile, invece, è diverso: moltissimi sono anche i giovani e gli adolescenti che svolgono attività nelle parrocchie e nelle comunità, nonostante le chiese evangeliche stiano prendendo sempre più piede, e a volte, purtroppo, somiglino più ad aziende interessate a fare soldi che a comunità ecclesiali”.

La mostra sulle vite “barcollanti” dei “moradores de rua”

Nel Mercatino di Ferrara don Sibani ha scelto di appendere anche, oltre ai pannelli, alcuni oggetti, fra cui un pezzo di cartone e una bottiglia di Cachaca 51, un liquore brasiliano: come reliquie della sofferenza, sono rispettivamente l’alcova e la misera consolazione dei tanti “moradores de rua”, costretti spesso a lavarsi in fiumi e canali putridi, a prostituirsi per pochi spiccioli, a cadere nella trappola dell’alcool e delle droghe (il crack, e la maconha, ovvero la marijuana). Nella copertina della mostra a loro dedicata (di cui è disponibile anche un catalogo), don Sibani ha scelto di metterci il volto di Gabriel, che per anni ha girato a piedi scalzi a Parauapebas, per questo era chiamato “Andarilho”: “una persona innavicinabile – ci spiega -, finché Lima Rodrigues, un giornalista, l’ha aiutato a ritrovare la propria famiglia. Pochi mesi dopo, però, il 2 febbraio scorso, è morto di infarto”. Per poter conoscere e aiutare questi senzatetto, don Sibani ha contattato due gruppi che li aiutano, due “unità di strada”: i “Guardiani dell’amore”, nato un anno fa e guidato da Ana Paula Alves, e il CEMAP (Centro di Missione “Amando il Prossimo”) della pastora evangelica Aldeane “Mel” Nascimento. “La prima sera – ci racconta – Ana Paula mi ha accompagnato da alcuni ‘moradores de rua’: ho conosciuto, cenato e pregato con Fabrini, Natanael e Devid, che erano contentissimi perché per la prima volta un sacerdote cattolico andava da loro”. Poi ha avuto modo di parlare anche con Luiz Felipe, Valdecir, Valerio, Adeilson, Josemar e Antonio Carlos, persone dai 17 ai 55 anni, le cui vite “barcollanti” sono raccontate in prima persona nella mostra e nel catalogo. A tanti di loro don Sibani ha donato anche alcune magliette e cappellini delle passate edizioni di “Ragazzinfesta”, a sua volta regalategli dal Seminario di Ferrara. E poi c’è il CEMAP della pastora Mel che, ci spiega don Sibani, “li ascolta, prepara loro la cena, prega con loro”, spesso trovandoli ubriachi marci davanti all’Ospedale, come nel caso di Riomar, Narco, Josè, Rafael, Leandro, Domingos e di una donna, Eli, di cui abbiamo accennato prima: “la prima volta che l’ho conosciuta, sembrava quasi morta da quant’era ubriaca”, prosegue don Sibani: “appena mi ha visto, mi è venuta incontro e mi ha abbracciato, perché si è sentita accolta. Sono rimasto sconvolto”. Altri “moradores de rua” il sacerdote li ha conosciuti nella comunità “Fazenda da Esperanca”, aperta lo scorso febbraio su una collina fuori Parauapebas, e dove le cure fisiche si accompagnano a quelle spirituali. “Quasi tutte le persone che ho incontrato – ci spiega ancora don Sibani – hanno ancora ben presente la realtà di Dio, che è rimasta, nonostante tutto, nei loro cuori”. Proprio il Mercatino della Fantasia aperto a Ferrara fino al 29 novembre serve a raccogliere finanziamenti per costruire la cucina e il refettorio della “Fazenda da Esperanca”. Qui altri progetti riguardano un piccolo allevamento di galline per le uova e un panificio dove già vengono prodotti biscotti. Il 21 e 22 giugno scorsi, invece, è stato inaugurato il salone di 360 mq denominato “Fest Sole Lua” e presentato il restauro della Casa della Pastorale dei Bambini a Parauapebas, resi possibili con i soldi ricavati dal Mercatino della Fantasia del 2018. Si tratta dell’ultimo delle decine di progetti portati a termine in questo quarto di secolo grazie al ricavato dei Mercatini e della raccolta dell’oro, che prosegue, e che conta già quasi 1300 donatori.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2019

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Don De Ponti è tornato alla Casa del Padre: il ricordo commosso della sua gente

4 Nov

“Donde”, sacerdote salesiano, è spirato la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre scorso. Il 6 novembre, nel pomeriggio, le esequie celebrate dal nostro Arcivescovo nella chiesa di San Benedetto

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Ricordi e pensieri dedicati a don De Ponti, da parte di parrocchiani di San Benedetto, li trovate su “la Voce” dell’8 novembre e li troverete anche sull’edizione del 15 novembre.

Confessore, guida spirituale, sacerdote. Salesiano, da sempre. Don Gianalfredo De Ponti, per molti “Donde”, ha segnato per 56 anni la vita e la spiritualità di un’intera comunità, quella di San Benedetto a Ferrara, quella dei Salesiani e di molte altre persone. Per questo, la notizia della sua scomparsa, avvenuta la notte del 31 ottobre scorso, si è diffusa fin dalle primissime ore del mattino di Ognissanti destando in tanti, di diverse generazioni, una commozione e una gratitudine per nulla scontate. Le esequie sono state celebrate dall’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego nel primo pomeriggio di mercoledì 6 novembre nella chiesa di San Benedetto, mentre il pomeriggio precedente in tanti si sono ritovati per dare l’ultimo saluto, nella chiesa stessa, a questo sacerdote così tanto amato e che così tanto amava la sua gente. Don De Ponti nasce il 24 ottobre 1929 a Treviglio (BG) da Giuseppe De Ponti e Adele Maria Bambina Orrigonida, contadini. Il 24 maggio 1946 fa domanda per diventare salesiano, e il 20 giugno dello stesso anno la madre muore all’improvviso a soli 38 anni. La sua professione religiosa risale al 16 agosto 1947 a Montodine (CR), mentre l’ordinazione sacerdotale avviene dieci anni dopo, il 29 giugno 1957 a Monteortone di Abano Terme (PD). Nel frattempo, si laurea anche in matematica, materia che insegnerà. Nel 1963 arriva, dopo esperienze a Bologna e Milano, come insegnante e catechista, al Collegio San Carlo di Ferrara: per più di 26 anni è stato confessore ordinario in Seminario, oltre che Amministratore e vicario parrocchiale di San Benedetto e assistente spirituale dell’UNITALSI (ben 49 sono i viaggi compiuti a Lourdes). Nel giugno di due anni fa l’avevamo incontrato nel suo studio a San Benedetto in occasione del suo 60° anniversario di sacerdozio. Riguardo alla prematura scomparsa della madre, ci raccontò: “con smarrimento ho rivolto a Dio la domanda: ‘perché?’. Col tempo, dopo un lungo processo di maturazione, la mia domanda è diventata: ‘Dio, cosa vuoi dirmi con ciò?’. Sono arrivato a comprendere come la sua morte mi ha permesso di arricchirmi spiritualmente per la missione a cui Dio mi chiamava, quella di essere sacerdote”. Nello stesso incontro, ripercorrendo alcune delle tappe più importanti della propria esistenza, condivideva con noi alcune riflessioni maturate in tanti anni: “nove mesi prima di diventare sacerdote ho vissuto un periodo di paura e smarrimento. Anche per me, spesso in questi anni, vi sono stati momenti di buio, come Gesù nel Getsemani. Ma tutto è grazia, tutto è dono, Dio è stato ed è sempre fedele, nel senso che non mi ha mai abbandonato. Ciò che importa è da un lato fare esperienza del nostro limite, della nostra miseria, e dall’altra parte fare esperienza della Misericordia di Dio: quest’ultima è sempre più grande della prima”. Rileggiamo queste sue parole come fossero una sorta di testamento. Perché sono parole di carne e sangue, parole di vita. Quella che “Donde” ha donato, ogni giorno, alla gente che amava.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2019

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Una speranza per i giovani, un futuro per Casa Cini: sulla Biennale “don Patruno”

29 Ott

Il 25 ottobre a Casa Cini si è svolto il finissage della mostra della Biennale per artisti under 30 dedicata a don Franco Patruno, che dal 14 dicembre sarà esposta al MAGI 900 di Pieve di Cento

OLYMPUS DIGITAL CAMERASi è conclusa nel tardo pomeriggio del 25 ottobre scorso la prima parte della III edizione della Biennale per giovani artisti dedicata a don Franco Patruno, iniziata il 10 ottobre con l’inaugurazione e che ha visto come tappa intermedia l’incontro del 18 ottobre con un ricordo del sacerdote-artista a cura di Angelo Andreotti. Il finissage dell’esposizione delle opere degli otto creativi – Francesco Bendini, Nicola Bizzarri, Carmela De Falco, Andrea Di Lorenzo, Victor Fotso Nyie, Francesco Levoni, Lilit Tavedosyan e Livia Ugolini – è stata anche l’occasione per presentare il catalogo dell’iniziativa, un libretto, documentativo delle opere e degli apparati, con testi dell’Arcivescovo Perego, di Ada Patrizia Fiorillo e Gianni Cerioli. Quest’ultimo – Presidente della Giuria – ha introdotto il finissage, presentando anche il catalogo stesso, prima di passare la parola al Vicario Generale mons. Massimo Manservigi: “qui a Casa Cini stiamo ripartendo – ha spiegato quest’ultimo -, cercando di strutturare iniziative soprattutto per i giovani. Vorremmo anche che questa sede diventasse la sede naturale della Biennale dedicata a don Patruno”. Inoltre, ha proseguito, “come Arcidiocesi portiamo avanti il progetto del Museo diocesano, che verrà realizzato dopo la ristrutturazione del Palazzo Arcivescovile, e che comprenderà anche una sezione di arte moderna e contemporanea – quindi anche con opere di don Patruno – e, ci piacerebbe, una sezione specifica di giovani artisti”. Dopo il saluto del Direttore di Casa Cini, don Paolo Bovina, ha ripreso la parola Cerioli, il quale ha spiegato come la copertina del catalogo rechi un’opera dello stesso Patruno, “Scrittura-Muro”, un acrilico e gessetti su tela del 1982 facente parte della collezione della Fondazione CariCento, organizzatrice della Biennale. “Viste le tante richieste di giovani artisti da tutta Italia (dal Friuli alla Puglia) di potervi concorrere, dopo la I edizione – sono ancora sue parole – abbiamo scelto di allargare il raggio di provenienza dei partecipanti, passando dalle province dov’è presente CariCento – Ferrara, Bologna, Modena – all’intero territorio nazionale. Infine, uno sguardo al catalogo: è lo stesso Cerioli nel testo introduttivo a spiegare come l’intervento di mons. Perego “in più momenti ha permesso di agevolare un percorso non facile ma necessario per adattare gli ambienti di un monumento storico a spazio espositivo e per riportare don Franco a Casa Cini”. Lo stesso Arcivescovo nel suo contributo spiega come Casa Cini sia “un luogo che respira ancora, anche per le opere conservate – a partire dal grande Cristo – la passione e l’intelligenza artistica di don Franco: arte al servizio della fede, arte al servizio della Liturgia, arte al servizio dell’uomo”. Ricordando il tema di questa terza edizione – “Realismi” -, scrive ancora mons. Perego, le opere degli otto artisti “aiutano a consolidare la realtà, nei suoi volti, nei suoi drammi, nei suoi spazi, fonte e luogo di ispirazione. Come è stato per don Franco, che nelle sue opere ha saputo interpretare fede, cultura sempre strettamente legata alla realtà, anche se trasfigurata”. Nel terzo contributo, la Fiorillo, membro della Giuria, spiega invece come il fatto di scomettere sugli under 30 abbia come obiettivo quello di “interpretare lo spirito di curiosità, di attenzione e di accoglienza con il quale Patruno ha sempre guardato ai giovani e altresì ai fatti della vita”. L’appuntamento è al prossimo 14 dicembre, quando la mostra degli otto artisti di questa III edizione troverà casa presso il Museo MAGI ’900 di Pieve di Cento, e lì vi rimarrà fino al 12 gennaio 2020.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2019

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Memoria e futuro: un’unica apertura

29 Ott

Tante le persone in coda per la terza edizione di “Monumenti Aperti” svoltasi il 26 e 27 ottobre a Ferrara. Abbiamo visitato, accompagnati dagli studenti, l’ex Teatro Verdi e Porta Paola, luoghi da poco “rigenerati”

OLYMPUS DIGITAL CAMERALe Mura intese non come luogo di difesa e separazione, ma come insieme di spazi brulicanti di vita, perno in continua trasformazione attorno al quale far ruotare progetti e memorie. Da questa intuizione, non certo nuova a Ferrara, ha preso spunto la terza edizione dell’iniziativa “Monumenti Aperti” (patrocinata dal Comune di Ferrara, coordinata da Imago Mundi e organizzata da Ferrara Off con Fondazione Ferrara Arte), che anche quest’anno ha richiamato migliaia di persone e ha visto coinvolte oltre mille bambine e bambini come “ciceroni” delle tante visite guidate. Sabato 26 e domenica 27 ottobre era possibile visitare una trentina di luoghi, alcuni dei quali non sempre accessibili. Ne abbiamo scelti due: l’ex Teatro Verdi, ora Laboratorio aperto (uno dei dieci della nostra Regione), da poco restaurato e “rianimato”, e la vicina Porta Paola, sede del Centro di Documentazione delle Mura.

L’ex Teatro Verdi

Inaugurato nel 1857, il teatro è inizialmente concepito come un’arena, uno spazio scoperto che potesse accogliere un teatro popolare o un teatro diurno stabile. Nel 1912 viene ampliato portando la capienza da 1700 a 2000 spettatori, ed intitolato a Giuseppe Verdi, il quale con l’Aida inaugura nuovamente lo spazio nel 1913. Nel tempo poi diventa luogo d’avanspettacolo e infine cinema a luci rosse, fino alla chiusura definitiva nel 1985. Nel gennaio 1999 il teatro viene acquistato dal Comune di Ferrara, che si impegna in un’opera di recupero del complesso da riconvertire in auditorium, ma il progetto non andò in porto. Dopo tanti anni di chiusura, nel 2013 l’edificio è stato temporaneamente e parzialmente riaperto durante il festival “Internazionale a Ferrara”. Un crowdfunding organizzato dalla Coop. Città della Cultura / Cultura della Città (CCCC) consentì allora di mettere in sicurezza l’atrio, la platea centrale e la zona retrostante il palcoscenico non più esistente. Grazie al Fondo Europeo di Sviluppo Regionale 2014-2020 – Asse 6 per le Città attrattive e partecipate, e al lavoro di progettazione degli architetti Elisa Uccellatori, Sergio Fortini e Luca Lanzoni (parte del gruppo originario di CCCC), la rigenerazione è oggi conclusa. Per dieci anni il progetto dell’ex Verdi è affidato a una cordata di imprese che fa capo a Fondazione Giacomo Brodolini, dal 1971 operante a livello europeo, nazionale e locale nel campo delle politiche di sviluppo e del lavoro, affiancata da ETT, MBS e CIDAS, attiva nell’ambito dei servizi alla persona e dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. GIà dal 7 ottobre scorso, inoltre, vi è un punto di facilitazione digitale, con un esperto informatico a disposizione ogni giorno dal lunedì al giovedì dalle 10 alle 13 per qualsiasi richiesta legata alla tecnologia. Negli spazi al piano superiore partiranno, invece, i corsi di “Pane e Internet”, oltre a quelli di grafica e comunicazione digitale. Vi sarà inoltre un bar, aperto anche la sera, una rimessa per le biciclette, officina, deposito ma anche punto di incontro per appassionati di bici, uno spazio di coworking al piano superiore, oltre all’utilizzo dell’enorme spazio scenico per molteplici iniziative, e a un Labspace, con poltrone interattive per la realtà virtuale.

Porta Paola

OLYMPUS DIGITAL CAMERAQui i lavori di recupero e consolidamento post sisma si sono conclusi lo scorso febbraio ad opera del Comune. Un intervento che oltre a riparare i danni del sisma, assieme a precedenti tracce di degrado, ha consentito di riportare l’edificio all’antica funzione di punto di ingresso in città attraverso le mura sud, con la riproposizione del percorso di attraversamento dall’ingresso su via Bologna all’apertura su piazza Travaglio. Il tutto in un disegno di rinnovo complessivo dei locali interni destinati ad accogliere il nuovo Centro di Documentazione delle Mura estensi, progettato da Francesco Ceccarelli.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2019

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