
Il ritorno dopo tanto tempo. La depressione, le nozze: il critico intervistato da Cazzullo al Comunale
di Andrea Musacci
Lo sguardo spento, a tratti perso, il viso pallido, il corpo scarno, le gambe sempre incrociate.Ma, imprevisti, pungenti guizzi di vividissima intelligenza. È parso così, lo scorso 1° maggio, Vittorio Sgarbi nel Teatro Comunale di Ferrara, per l’intervista pubblica che ha concesso ad Aldo Cazzullo in occasione della tappa ferrarese della Festa del Corriere della Sera per i 150 anni del quotidiano di via Solferino.
Non un’intervista qualsiasi ma la prima dopo tanto tempo, dopo quella depressione che gli ha spento la luce dagli occhi, succhiato la sua proverbiale energia. Depressione – come ha spiegato a Cazzullo – iniziata da quando – nel febbraio 2024 – è stato costretto a dimettersi dal suo incarico di Sottosegretario alla Cultura nel Governo Meloni in quanto coinvolto in un’inchiesta su un quadro rubato e accusato di svolgere attività non compatibili con l’incarico di governo.
A Ferrara, ha poi aggiunto – la voce bassa e stanca: «mi sono depresso a vedere le politiche del Governo sull’arte», e in particolare «sulla Biennale di Venezia», ha detto. Il 9 maggio, infatti, inizia la celebre Esposizione d’Arte, dalla quale il Ministro Giuli vuole escludere il padiglione russo, col parere però contrario del Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e dell’intera Giuria Internazionale della stessa, dimessasi per protesta. Per Sgarbi, un fatto grave, «mai accaduto», con una scelta, quella del Governo, che mette in pericolo «la possibilità che gli artisti possano esprimersi liberamente». Ciò che per Sgarbi non è una novità è invece il fatto che «il potere tenti di costringere l’arte dentro idee, modelli», mentre «la forza individuale dell’artista dev’essere sempre libera. L’arte di per sé sfugge al controllo del potere, gli artisti attraversano la storia e la rappresentano con le loro immagini».
E a proposito di arte, diverse domande di Cazzullo hanno riguardato opere e artisti, ma al centro vi è sempre stato l’umano con le sue contraddizioni radicali. Così è in “Amor sacro e Amor profano”, opera di Tiziano (1515 ca.), con la nudità legata al sacro in quanto questo «non ha altra grazia che il corpo come creazione divina». La nudità, insomma, come «libertà della propria anima, della condizione umana». E Raffaello, «dio mortale» in quanto «suo scopo era quello di toccare la coscienza di Dio e di ognuno di noi»; o la “Tempesta” di Giorgione (1506-1508 ca.), col femminile rappresentato dalla donna che allatta e dalla forza della natura, la potenza e la fertilità, contrapposte alla «solitudine dell’uomo». E poi, il suo amato Caravaggio, «superiore anche a Guido Reni» in quanto «riconoscibile sempre: in ogni sua opera c’è la sua verità e la sua vita», la sua arte è «concreta, più reale della realtà», mentre in Reni «è idea e astrazione». Insomma, per Sgarbi «l’arte è una dimostrazione dell’esistenza di Dio»: questa «si manifesta con la creazione e le arti – come la letteratura – sono creazione, atti divini».
Le domande hanno poi riguardato la sua Ferrara, che lo ha accolto con calore (anche se il teatro non era pieno):«il segreto di Ferrara è il segreto di Putin», ha detto Sgarbi, vale a dire l’aver avuto «una corte potente col capo che aveva potere di vita e di morte sui propri cittadini». E ancora: «Ferrara aveva un mistero che andava conservato e illustrato: per questo, grazie a De Chirico sono nate le “Muse inquietanti”, cioè un modo di dire la condizione umana e il suo privilegio di vivere in questa città». «Progetti per il futuro?», gli chiede a un certo punto Cazzullo. «Fare molti libri» è la risposta, oltre al prossimo matrimonio a Venezia con la sua amata Sabrina Colle (seduta in prima fila), «dimostrazione, eccesso, di qualcosa che è già chiaro».
Vi è un dipinto, molto noto, “L’urlo” di Munch, che per Sgarbi è «l’emblema della condizione umana, non solo della condizione estrema dell’angoscia ma della condizione quotidiana del dubbio, del tormento, della solitudine, del fare i conti con sé stessi». Alla domanda «hai paura della morte?», Sgarbi risponde «no» e aggiunge, parafrasando Epicuro: «Quando c’è la morte non ci siamo noi, e quando ci siamo noi, non c’è lei». Risposta forse di nascondimento, la sua. Ma ciò che ha toccato in tanti, al Comunale, è stato quel che ha aggiunto dopo: «l’Aldilà me lo immagino con pochi colori, l’inferno, ad esempio, me lo immagino tutto verde. Mentre il Paradiso non ha colori, perché siamo noi i colori del Paradiso». La commozione fra il pubblico è palpabile nell’applauso corale che sgorga spontaneo. E poi ancora un’opera d’arte, sì, sempre l’arte, sua ossessione, fino all’ultimo, chiave ed essenza del reale: per Sgarbi, la “Resurrezione” di Piero della Francesca (1450-1463 ca.) è «l’incarnazione della Trinità e della figura di Cristo», che nel dipinto è «vivo, sveglio», mentre l’umanità è rappresentata «dai quattro soldati addormentati, che non si rendono conto di ciò che accade, come se non li riguardasse. Cristo, invece, è la figura umana piena, vera».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2026
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(Foto di Andrea Musacci)
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