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Caritas, spiritualità del fare concreto

25 Mar

In Cattedrale la testimonianza dell’operatrice Maria Teresa Stampi: «il mio servizio con chi soffre»

Carità quotidiana, fatta di piccoli, quasi impalpabili gesti e di più grandi progetti. Accoglienza di vite che hanno sfiorato la morte, che hanno conosciuto i molteplici nomi della sofferenza.

Questo ha cercato di raccontare lo scorso 18 marzo nella Cattedrale di Ferrara Maria Stampi, Operatrice della nostra Caritas diocesana, per il secondo dei quattro incontri di catechesi pensati dalla nostra Arcidiocesi per il periodo quaresimale e in relazione all’Anno Santo che stiamo vivendo.

Mentre lo scorso 11 marzo Caterina Brina e Piera Murador della Comunità Papa Giovanni XXIII hanno testimoniato sul tema “Alleanza delle generazioni per guardare al futuro” (Spes non confundit, 9 e 13), Stampi è intervenuta su “Carità, volti e storie: i testimoni” (Snc, 13); gli ultimi due appuntamenti sono in programma martedì 25 marzo con mons. Gian Carlo Perego che rifletterà su “Non possiamo distogliere lo sguardo dai poveri” (Snc 15) e martedì 1° aprile con la Pastorale Giovanile diocesana che testimonierà su “Non possiamo deluderli” (Snc, 12). Inoltre, mercoledì 9 aprile dalle 20.45 alle 22.30 avrà luogo in Cattedrale la seconda delle due serate (la prima è stata il 12 marzo) con Adorazione Eucaristica all’altare della Madonna delle Grazie e possibilità di confessarsi. Il 12, l’accoglienza dei fedeli è stata gestita da volontari della parrocchia cittadina dell’Immacolata, mentre quella del 9 aprile sarà gestita da parrocchiani di S. Agostino.

GOCCE DI GRAZIA

Maria Teresa Stampi è da 6 anni Operatrice della nostra Caritas diocesana: dopo la laurea in Psicologia a Padova, nel 2017-2018 ha svolto qui il Servizio civile, ma un’esperienza in Caritas l’aveva già avuta con lo stage svolto da studentessa del Liceo Ariosto. «In questi anni – ha raccontato in Duomo – ho avuto modo di ascoltare molte storie». Stampi è attiva principalmente a Casa Betania, la sede su via Borgovado che dal 2014 accoglie donne con minori e donne sole richiedenti asilo, oltre a profughi, donne vittime di violenza e a volte studenti in difficoltà (che ricambiano facendo volontariato nei servizi Caritas). Oltre a questa Casa, altre donne e minori sono accolti in 9 appartamenti che Caritas gestisce in comodato d’uso gratuito.

In Cattedrale, Maria Teresa ha raccontato la storia di Marie, 33 anni ivoriana, che ha vissuto una vera e propria odissea per arrivare fino a Ferrara, dov’è accolta dalla Caritas. «Mi commuovo ogni volta che ne parlo perché nella sua storia, come nelle altre, vedo i loro volti. Noi operatori accompagniamo queste persone per le faccende quotidiane più importanti, come il recarsi in ospedale, negli uffici pubblici. Ricordo, fra loro, ad esempio due ragazze appena arrivate nella nostra città: nonostante fosse inverno, erano vestite solamente con sandali, tuta e una coperta addosso. E per prima cosa mi han chiesto dove fosse una chiesa, perché volevano ringraziare il Signore per essere sopravvissute durante il viaggio. Per queste donne – com’è naturale – all’inizio è difficile fidarsi di noi, ma poi la fiducia pian piano cresce, sboccia».

Attualmente la nostra Caritas diocesana gestisce 140 posti in accoglienza (sempre in aumento) e «se non c’è più posto, in qualche modo lo creiamo», ha aggiunto Stampi. Quasi la metà di questi 140 posti sono occupati da minori, perlopiù bambini. «E fra le donne che accogliamo,  vi sono sempre almeno 4 donne incinte». Inoltre, «sono 10 le nazionalità delle persone che attualmente ospitiamo: ciò significa che, nel rispetto reciproco e nella cura dell’altro, è possibile convivere pur provenendo da angoli opposti del mondo. Almeno 1-2 volte al giorno – ha proseguito Stampi – c’è qualcuno che involontariamente mi ricorda la spiritualità che c’è dietro il nostro lavoro: sono piccole gocce di grazia presenti in ogni nostro incontro quotidiano». Ma la carità per sua natura non può fermarsi solo ai sorrisi, ma «è fatta di concretezza, di azioni, di ascolto. Tutte cose che possiamo fare ovunque».

E nella nostra sede di via Brasavola «il primo contatto spesso non avviene grazie al Centro di Ascolto ma attraverso la mensa e soprattutto attraverso le parrocchie, che vedono, aiutano, accolgono chi ha bisogno, e per questo sono la vera anima della comunità. Anche perché – ha concluso Stampi – queste persone spesso hanno bisogno non solo economico ma anche morale e spirituale».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 marzo 2025

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Case famiglia, sprazzi di grazia dalla condivisione

22 Mar

Caterina Brina e Piera Murador (Apg23) gestiscono due Case Famiglia fuori Ferrara: ecco le loro toccanti storie

La carità prima si vive e sperimenta, poi si racconta; infine, si studia. È questa la convinzione che ha mosso la nostra Arcidiocesi nella scelta dei relatori per le catechesi nella Cattedrale di Ferrara sul tema “Giubileo e Carità”, iniziate l’11 marzo con due donne della Comunità Papa Giovanni XXIII sul tema “Alleanza delle generazioni per guardare al futuro” (Spes non confundit, 9 e 13). Questi gli altri appuntamenti: martedì 18 marzo la Caritas diocesana interverrà su “Carità, volti e storie: i testimoni” (Snc, 13); martedì 25 marzo mons. Gian Carlo Perego rifletterà su “Non possiamo distogliere lo sguardo dai poveri” (Snc 15); martedì 1° aprile la Pastorale Giovanile diocesana testimonierà su “Non possiamo deluderli” (Snc, 12). Inoltre, mercoledì 12 marzo ha avuto luogo la prima delle due serate in Duomo (la seconda sarà mercoledì 9 aprile dalle 20.45 alle 22.30), con Adorazione Eucaristica all’altare della Madonna delle Grazie e possibilità di confessarsi. Il 12, l’accoglienza dei fedeli è stata gestita da volontari della parrocchia cittadina dell’Immacolata, mentre quella del 9 aprile sarà gestita da parrocchiani di S. Agostino.

CASE FAMIGLIA, LUOGHI DI INCONTRO

Da tanti anni col marito Stefano gestisce una Casa Famiglia a Pescara vicino Francolino. È stata Caterina Brina la prima a raccontare in Cattedrale l’11 marzo la propria esperienza. «Accogliamo, come sempre, piccoli, ragazzi, adulti», ha detto. «Ora, fra gli altri, ospitiamo due ragazzi con disabilità importanti. Non è facile, ma l’essere genitore ti aiuta a cogliere ciò che gli altri non vedono: l’amore di una famiglia permette di vedere nell’altro quel bene e quella speranza dentro la persona, che nessun altro vede. Come adulti – ha proseguito Brina -, abbiamo la responsabilità di credere nelle nuove generazioni, vittime spesso di questo mondo frenetico. La speranza non si insegna ma si vive». La stessa che Caterina e suo marito han dato a una ragazza da loro accolta e aiutata convincendola così a non abortire.

Piera Murador invece gestisce la Casa Famiglia “Betlemme” a Malborghetto di Boara: col marito accoglie un ragazzo con disabilità cognitiva, una donna vittima di violenza, un giovane immigrato dal Bangladesh, un piccolo. E poi c’è la madre di Piera, 90 anni, «che riesce a insegnare anche con poche parole. L’ho accolta – ha spiegato Murador – anche per la riconoscenza nei suoi confronti, per come mi ha cresciuto ed educato, a maggior ragione da sola, essendo stata lasciata fin da subito da mio padre. Questa dell’accoglienza di mia madre è un’esperienza per me impegnativa ma che mi fa crescere tanto interiormente e che mi permette di rallentare, di decentrarmi, di uscire da me stessa. E che mi aiuta a sviluppare la virtù della pazienza (presente anche in lei), che porta a quella della speranza». Ma in mezzo alle fatiche vi sono «tanti momenti di grazia: come quando il ragazzo bengalese ogni giorno fa e porta a mia madre una spremuta; o mio figlio disabile che la aiuta a camminare col suo deambulatore». E questa accoglienza non può non avere una ricaduta sociale: «in una società funzionale e funzionante, è una quotidiana testimonianza di rifiuto della “cultura dello scarto”».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 marzo 2025

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(Foto: Piera Murador e Caterina Brina)

Caritas, ecco gli aiuti in provincia

20 Mar

Da Bondeno a Comacchio, sono oltre 600 le famiglie aiutate con alimenti e altro

di Andrea Musacci

Nello scorso numero della “Voce” (v. pag. 4 del 14 marzo) abbiamo chiesto a diverse Caritas parrocchiali nel Comune di Ferrara di spiegarci in che modo aiutano anche con un sostegno economico diretto, famiglie e singoli a rischio indebitamento. Questa settimana siamo usciti dalla città e abbiamo interpellato altre Caritas e associazioni.

Proprio a Bondeno, Graziano Orlandi è uno dei volontari del Centro di Ascolto parrocchiale: «ogni lunedì distribuiamo i beni alimentari alle famiglie bisognose». Il cibo arriva dal Banco Alimentare e da due supermercati della zona, che lo donano. «In passato davamo anche aiuti economici diretti, ora non più, a causa delle disponibilità limitate che abbiamo». La Caritas assiste ben 210 famiglie, per un totale di oltre 600 persone. «Già in questi mesi – ci spiega Orlandi -, abbiamo avuto un aumento di 3 famigli, e prima del Covid gli assistiti erano 450».

Cinzia Fortini è invece una delle volontarie della Caritas interparrocchiale dell’UP di Vigarano. «Attualmente seguiamo una 40ina di famiglie, e a volte anche in situazioni di emergenza, ad esempio famiglie con figli alle quali vengono sospese le forniture. In altri casi abbiamo anticipato il pagamento della bolletta che poi ci è stato restituito in tutto o in parte, in piccole rate». 

Da Voghiera Leonardo Vignali ci parla dell’impegno dell’Associazione “Mons. Artemio Crepaldi”, che oltre alla Materna e al doposcuola, da anni è anche il riferimento per il Banco Alimentare. «Diamo cibo a 19 famiglie, per un totale di 32 assistiti, di cui 25 stranieri, con ISEE sotto i 10140 euro. Il ritiro degli alimentari avviene una volta al mese e in caso di necessità siamo noi a consegnarlo a casa. Negli ultimi anni vi è stato un aumento di famiglie che ci vengono a chiedere aiuto. Quelle straniere – conclude – sono giovani, spesso con figli piccoli, mentre gli italiani sono anziani».

Sono invece 80 le famiglie con bimbi piccoli fino ai 6 anni di età assistiti a Copparo dal CAV – Centro di Aiuto alla Vita. «Il nostro CAV – ci spiega Carlo Forlani – nasce a fine anni ‘80 per volontà dell’allora parroco don Dario Falchetti, aiutando donne con difficoltà economiche che intendevano abortire. «Oggi ci riforniamo una volta al mese al Magazzino di via Trenti a Ferrara», sede del Centro Solidarietà Carità (Banco Alimentare), e non solo, per cibo, pannolini, seggiolini, abbigliamento. «Continuano ad aumentare – prosegue Forlani – le famiglie che ci chiedono aiuto – una decina in più in pochi anni -, ma diminuiscono gli aiuti» (v. anche pag. 14 per l’aiuto alle famiglie dei lavoratori Berco)

Paola Arvieri ci spiega invece come a Tresigallo la Caritas «raccoglie beni alimentari in chiesa e presso un supermercato, oltre al cibo che mensilmente arriva dal Fondo sociale europeo». Sono 49 le famiglie assistite, per un totale di 125 persone (delle quali circa il 40% straniere). «Con il Consiglio Pastorale – prosegue – si parlerà a breve di istituire un fondo Caritas per eventuali aiuti in denaro per pagamento utenze».

Mentre don Marco Polmonari ci spiega come i Centri Caritas siano due nel suo territorio – Codigoro e Pontelangorino -, Roberto Alberti ci racconta di come a Mesola siano una 40ina le famiglie aiutate dalla Caritas parrocchiale, per un totale di 150 persone, 85% delle quali straniere. A Pomposa invece – ci spiega Giuliano Tomasi – sono attive le associazioni “Il Mantello” e “Buonincontro”:”Il Mantello” dona beni alimentari  (57 le famiglie aiutate, di cui 28 italiane, per un totale di 175 persone assistite) e orienta al lavoro tramite colloqui motivazionali per la ricerca dell’impiego. 

Infine, Umberto Carli ci spiega il servizio del Punto di Ascolto Caritas Duomo-Rosario di Comacchio: «aperto il mercoledì pomeriggio, riceve le persone che hanno difficoltà nel pagare qualche fattura energetica, e in concerto con i Servizi Sociali, anche situazioni non direttamente legate alle utenze, quali, sanitarie, alimentari, trasporti, ecc. Oltre all’apertura del Punto di Ascolto, siamo presenti in tutti i mercati rionali con un banco dove è possibile, previo contatto telefonico, avere aiuti per vestiario, arredamento e supporto sociale». Inoltre, «per le persone anziane e con disabilità viene effettuata la consegna di beni alimentari. Nel 2024 – conclude – 82 famiglie si sono presentate, per un totale di circa 260 interventi economici, oltre a decine di aiuti per mobili ed elettrodomestici, alcuni aiuti per centri estivi, piccoli traslochi. Per il 2025 in collaborazione con la Caritas Diocesana Ferrara Comacchio saranno implementati nuovi servizi e attività».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 marzo 2025

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“Mi fido di noi”, parte la campagna in Diocesi: obiettivo 27mila euro

15 Mar

Attraverso la Caritas Diocesana, si chiede di donare per un fondo di microcredito in aiuto a famiglie o persone a rischio usura. Il punto di ascolto sarà in via Arginone

A cura di Andrea Musacci

Riscoprire la vocazione a essere comunità, una comunità di persone che aiuta i fratelli e le sorelle in difficoltà. Parte da questo principio, “Mi fido di noi”, progetto di microcredito sociale a favore di quanti hanno difficoltà ad accedere ai consueti canali di prestito. Nella nostra Chiesa locale, il progetto è stato scelto dalla Caritas Diocesana fra i sei proposti da Caritas italiana nell’Anno giubilare (v. in fondo)

«“Mi fido di noi” si propone – spiega Caritas Italiana – di restituire speranza e dignità attraverso l’accompagnamento e il coinvolgimento della comunità ecclesiale». È prevista la creazione di un fondo, alimentato grazie al contributo della CEI, della Caritas Italiana, delle Chiese locali e al sostegno di fondazioni, associazioni, imprese e cittadini, anche attraverso attività di crowdfunding

Nella nostra Diocesi verrà costituito un fondo con l’obiettivo di raccogliere 27mila euro (0,10 centesimi a persona, moltiplicato per il numero dei residenti nel territorio della nostra Chiesa locale). La nostra Caritas diocesana avrà a disposizione il doppio, 54mila euro (gli altri 27mila li metterà Caritas italiana), «una risorsa aggiuntiva molto importante per aiutare famiglie o singoli indebitati che rischiano o di cadere vittima dell’usura o comunque di accettare finanziamenti con tassi molto alti», spiega il Direttore di Caritas Diocesana Paolo Falaguasta. In Italia si stima di raccogliere 30 milioni di euro (com’era a 30 miliardi di lire l’obiettivo del Giubileo di 25 anni fa). Il fondo sarà quindi depositato a Banca Etica – presente anche nel territorio ferrarese con un Gruppo di Iniziativa Territoriale (www.bancaetica.it/git/git-ferrara/) – e la nostra Caritas farà riferimento (come Nord Italia) alla Fondazione antiusura “San Bernardino” onlus di Milano.

«Il prestito – spiega ancora Falaguasta – sarà dai 1000 agli 8mila euro per ogni situazione che si presenta» (singolo o nucleo familiare). L’ufficio/punto di ascolto dove le persone interessate potranno rivolgersi sarà nel Centro San Giacomo in via Arginone 161 a Ferrara, negli ex locali parrocchiali, all’interno di quel “Nuovo Complesso della Carità” (così possiamo chiamarlo) che vede da tempo un Guardaroba sociale e a breve (entro fine mese) l’apertura del Centro diurno. Nell’ufficio saranno presenti operatori, volontari e volontarie che accoglieranno le persone che vorranno richiedere un prestito. «Credo – prosegue Falaguasta – che la richiesta sarà altissima, viste le tante persone che normalmente si rivolgono regolarmente al nostro Centro di Ascolto in via Brasavola per chiederci aiuto con piccoli prestiti o per il pagamento delle utenze o dell’affitto, e per altre spese quotidiane». Senza considerare il sempre maggior numero di famiglie a rischio povertà. «Cerchiamo quindi volontari e volontarie che abbiano la capacità di ascolto e di valutazione dei singoli problemi: Caritas italiana organizzerà per loro un corso di formazione. Abbiamo già alcuni volontari che si sono resi disponibili e speriamo se ne aggiungano molti altri».

«Importante in questo progetto è anche l’aspetto educativo, cioè dell’accompagnamento nell’uso equilibrato del denaro», ci spiega invece il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, che della Caritas Diocesana è Presidente. «“Mi fido di noi” – aggiunge – non si limiterà al Giubileo ma continuerà nei prossimi anni».

I 6 PROGETTI DI CARITAS

Per l’anno giubilare, Caritas italiana propone alle Chiese locali  l’adesione a 6 possibili progetti. Oltre a “Mi fido di noi”, vi è “Liberi di scegliere”, per minori e donne che decidono di sottrarsi a condizionamenti e violenze in organizzazioni criminali; “Microprogetti in Italia” contro povertà alimentare ed educativa dei minori; “Corridoi umanitari, universitari e lavorativi” per i profughi; “Microprogetti di sviluppo” per creazione e sviluppo di solidarietà nel mondo; “Vince chi smette. Consapevoli contro l’azzardo”, per promuovere prevenzione e azioni di contrasto.

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«In aumento le richieste di aiuto per pagare le bollette»: le Caritas parrocchiali cittadine ci raccontano la situazione e come si attivano 

Abbiamo chiesto ad alcune Caritas parrocchiali di Ferrara, se si trovano a che fare con persone o famiglie che chiedono loro aiuti in denaro per il pagamento di bollette, utenze o altre spese. 

Patrizia Di Mella è volontaria dello Sportello di ascolto di S. Maria in Vado (UP Borgovado): «proprio questo mese – ci spiega – abbiamo chiesto ai nostri parrocchiani anche donazioni in denaro, per aiutare 7-8 famiglie – straniere ma non solo – che si trovano con bollette esorbitanti. Sempre più famiglie in difficoltà si rivolgono a noi: diamo loro una quota della cifra da pagare; e diverse famiglie non ci chiedono aiuto perché si vergognano, ma ne avrebbero forte necessità…».

Anche a San Benedetto è presente un Centro di ascolto e dal 2013 è stato istituito il fondo “Il buon samaritano” per l’acquisto di alimenti, vestiti e per il pagamento delle bollette. «Di solito – ci spiega Giancarlo Paganini – paghiamo la metà della bolletta della persona o famiglia bisognosa, e a volte capita che l’altra metà o parte ce la diano a rate». Sì, perché il metodo dei volontari è di provvedere materialmente al pagamento, senza consegnare soldi a chi bisogno. Anche a Sambe sono una decina le famiglie (italiane o straniere), o gli anziani soli, che chiedono aiuto economico, e sono in aumento. «Non riusciamo ad aiutarle tutte ma in questo periodo quaresimale le offerte domenicale, le piccole offerte dei bimbi del catechismo e l’offerta specifica la seconda domenica del mese le doneremo integralmente al progetto “Mi fido di noi”». Anche alla Sacra Famiglia – ci spiegano – «paghiamo la metà delle bollette a famiglie in difficoltà: il Centro di ascolto le segnala al parroco che provvede alla bisogna».

Maria Enrica Ferretti è una volontaria del Centro di ascolto di Santo Spirito: «aiutiamo alcune famiglie con il pagamento di una quota delle bollette, ma spesso – forse per vergogna – alcune di loro si rivolgono non a noi ma al parroco». Al Centro si rivolgono «soprattutto italiani, alcuni giovani stranieri e molti anziani, che spesso vogliono solo fare due chiacchiere perché soli. E ultimamente abbiamo notato non un aumento di queste famiglie ma che quelle che ci chiedono aiuto, lo fanno più spesso».

Un discorso simile lo fa la Caritas di Pontelagoscuro: «chi ha questo tipo di bisogno, non si rivolge a noi ma al parroco. In ogni caso, sappiamo che sono tante le famiglie con questa necessità».

Dalla Caritas della parrocchia dell’Immacolata ci spiegano: «una richiesta permanente di aiuto per le bollette con avvenuti distacchi dell’erogazione ci perviene da 4 famiglie. A queste si aggiungono richieste occasionali. L’importo delle bollette è sempre elevato e la richiesta per le stesse riguarda anche le rate di bollette scadute non pagate». 

Celeste Mangherini è alla guida della Caritas dell’UP Sant’Agostino-Corpus Domini: «ogni 4 mesi – ci spiega – le famiglie o persone in difficoltà con il pagamento di utenze o affitto possono chiederci un aiuto. Lo diamo a chi ha un ISEE sotto i 6mila euro e agli stessi interessati chiediamo un contributo al pagamento di almeno 1/3 del totale. Ogni anno, per questo tipo di sostegno economico, come Caritas abbiamo un fondo di 5-6mila euro (calat o negli anni) e aiutiamo 3-4 famiglie al mese. Negli ultimi anni – prosegue – c’è stato un aumento non solo delle famiglie richiedenti ma anche delle stesse cifre richieste. A noi si rivolgono perlopiù stranieri».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 marzo 2025

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«Nessun anonimo fra i poveri»

12 Mar

Giornata diocesana povertà: in cammino assieme e la storia di Annalena Tonelli

«Solo l’amore fa respirare, crescere, fiorire»: questa frase di Annalena Tonelli, missionaria uccisa in Somalia nel 2003, è l’immagine migliore per raccontare la Giornata diocesana dedicata alle diverse forme di povertà dello scorso 9 marzo.

Circa 150 i presenti totali alle diverse tappe del pomeriggio comunitario: nella sede della Caritas diocesana in via Brasavola a Ferrara, alcuni operatori e volontarie hanno accolto ilVescovo e i presenti per un primo momento di preghiera. A seguire, cammino potenziale dietro una semplice croce di legno della Basilica di Santa Maria in Vado, essa stessa immagine di povertà, di umiltà. Poi, l’arrivo nella Basilica stessa per la liturgia penitenziale comunitaria e infine nel Monastero del Corpus Domini per lo spettacolo-testimonianza “Quell’incontro”della Compagnia forlivese teatrale “Quelli della via”, dedicato proprio ad Annalena Tonelli (all’interno dell’Ottavario di S. Caterina Vegri).

A S.M. in Vado è stato donAndrea Zerbini, Presidente dell’UP Borgovado, a leggere la traccia per l’esame di coscienza scritto dagli Uffici pastorali diocesani assieme ai responsabili dei Vicariati cittadini.

ANNALENA, «VERITÀ SCOMODA»

È il 5 ottobre 2023 quando, al rientro dopo la visita serale agli ammalati, Annalena Tonbelli viene uccisa da due sicari con un colpo alla nuca. Aveva 60 anni. Nel tardo pomeriggio del 9 marzo era strapieno il coro della chiesa del Monastero del Corpus Domini per lo spettacolo a lei dedicato, con una decina di ragazze e ragazzi della Compagnia “Quelli della via” e Andrea Saletti, nipote di Annalena Tonelli. Suor Paola Bentini delle Clarisse ha raccontato:«ho conosciuto personalmente Annalena, e quindi mi comuovo a ricordarla. Ci insegna l’importanza di imparare a sperare e di insegnare a sperare». Mons.Perego ha poi ricordato di averla conosciuta nel 2002 in Caritas italiana: «ricordo una donna che ti faceva sempre riflettere, provocando profondamente la tua fede a essere autentica».

Letture, testimonianze, aneddoti e riflessioni si sono alternate a danze, musiche, canti africani e coreografie semplici e festose.

«La sua vita – ha detto il nipote Andrea – è un mistero e come tutti i misteri appartiene a Dio». È a 19 anni che scopre gli ultimi degli ultimi, quei «brandelli di un’umanità ferita», come li chiamava. È scesa nella terza classe dell’umanità, di fianco a coloro che nessuno voleva». Dopo l’esperienza nel brefotrofio di Forlì, a 27 anni parte per il Kenya dove fin da subito è al fianco di bimbi ciechi, sordi o dei cosiddetti bambini-ragno. «Diventa loro madre», fa nascere la “Fraternità della gioia” e apre scuole e ospedali. «Non voglio che esistano anonimi fra i poveri», diceva. «Annalena riusciva a vedere il fiore che saresti potuto diventare», è la testimonianza di una keniota da lei salvata all’età di 6 anni.E poi sarà in Somalia, con lo stesso spirito, e al fianco anche dei malati di tubercolosi: «da soli non fioriranno mai, hanno bisogno che qualcuno li aiuti», diceva dei suoi poveri. «Prima di lei, nessuno sapeva il mio nome», testimoniò un altro bambino da lei salvato. Ma in Somalia iniziano anche le accuse da parte dei potenti, le minacce.Emanuele Capobianco, allora giovane medico Unicef, raccontò: «era libera nella propria radicalità» , «una verità scomoda», «elegante come un airone e forte come l’acciaio».

Queste le altre Giornate giubilari inDiocesi: 12 aprile coi giovani nella Concattedrale di Comacchio; 7 giugno nella chiesa di Tresigallo  Veglia diocesana di Pentecoste; 14 settembre nella chiesa di Gavello Giornata dedicata agli anziani.

(Foto Roberto Fordiani)

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Lasciarci andare al Mistero, oltre le nostre logiche: Chiara Scardicchio al Corpus Domini

Dopo gli incontri del 1° marzo – “Dio non dorme”, con Joy Ezekiel e sr Rita Giaretta – e del 2 marzo – con l’arpista Chiara Conato e le letture di Luigi Dal Cin -, la sera del 7 è stata Chiara Scardicchio, nota pedagogista e autrice, la protagonista del nuovo incontro nel Monastero delle Clarisse. Nel calendario degli incontri dell’Ottavario di Santa Caterina Vegri (che ha visto anche lo spettacolo su Annalena Tonelli il 9, v. art. sopra), Scardicchio – partendo dal suo  libro “La ferita che cura. Il dolore e la sua collaterale bellezza” (ed. AnimaMundi) – ha meditato  sull’eterna domanda di Giobbe – di ogni persona («Perché il dolore?»). «Il giorno in cui sono caduta nell’abisso – ha detto Scardicchio – cercavo di resistere, di combattere, cercavo una logica». Questo perché «siamo abituati a immaginare Dio come l’appagatore dei nostri desideri, a nostra immagine e somiglianza». Ma «il Signore ci invita a lasciare, a lasciar andare, a non possedere, a contemplare, cioè a non giudicare – l’atto più difficile da compiere»; quindi, «a fare spazio al Suo avvento, che tutto scompiglia».

Ciò, per arrivare alla consapevolezza che anche «il buio è necessario alla luce» e infatti «è dall’abisso» – dagli inferi – «che Dio risorge». Il dolore «o ci atterrisce o ci rivoluziona: le nostre morti quotidiane sono ricapitolazioni, scuotono il nostro ordine», mentre quest’ultimo «non muove, non crea. È dallo scorticamento che nasce una vita più nuova». «La custodia di Nostro Signore – ha poi concluso – è il sacro, il Mistero, ciò che non si può possedere né consumare». Né lamento né cinismo, quindi, ma abbandono a questo Mistero che sempre ci oltrepassa, insegnandoci quel limite che ci è necessario per essere davvero umani.

Andrea Musacci

Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 marzo 2025

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(Foto Alessandro Berselli)

«Ho rivisto la luce e ho capito che Dio era sempre stato con me»

7 Mar

La storia di Joy Ezekiel, 31enne nigeriana, salvata dall’inferno della prostituzione. La sua testimonianza dalle Clarisse a Ferrara assieme a suor Rita Giaretta

«Ero diventata una merce, gli uomini mi compravano dopo avermi chiesto “quanto costi?”. Poi, grazie a suor Rita, sono rinata, ho rivisto la luce e ho capito che Dio era sempre stato con me».

Un centinaio di persone lo scorso 1° marzo nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara ha assistito commosso alla testimonianza di Joy Ezekiel, giovane nigeriana salvata da suor Rita Giaretta e dalla sua comunità dall’inferno della prostituzione. È stato l’incontro di apertura dell’Ottavario di santa Caterina Vegri, nel quale è intervenuta anche suor Giaretta e ha moderato Piera Murador (ComunitàPapa Giovanni XXIII).

JOY: DALL’INFERNO A QUELL’ABBRACCIO CHE LIBERA

«Portare la mia testimonianza in giro per l’Italia è un gesto missionario, per dare speranza a più persone possibili!, ha  raccontato Joy, sempre col sorriso e con un’energia coinvolgente.

«Non voglio essere compatita ma dire “ce l’ho fatta io, puoi farcela anche tu, ci si può sempre rialzare”. Ero arrivata a un punto della mia vita che ero molto arrabbiata con Dio, perché era troppa la sofferenza che avevo vissuto. Ma dopo 1 anno di torture e violenze subite, ho conosciuto suor Rita che mi ha permesso di aprire la finestra e di vedere una vita nuova». Ora Joy ha 31 anni, ma nel 2016 ha lasciato il suo Paese, la Nigeria, «perché ingannata dalla mia famiglia e dalla pastora di una Chiesa nigeriana, amica di famiglia. Mi aveva proposto di venire in Italia per lavorare come badante. Non potevo rifiutare l’offerta, mi avrebbero isolata in tutto il villaggio dove vivevo». Inizia l’inferno del viaggio e «capisco che è tutto un inganno: arrivo prima in Niger poi in Libia, poi attraverso il mare in Italia. Prima della Libia attraverso con altri il deserto, dove la sabbia cade come pioggia e ti entra in bocca a causa del vento.E dove le persone a volte venivano buttate giù dalle auto e lasciate morire lì da sole.Intorno a me non vedevo via d’uscita. La notte era fredda, non avevamo cibo e bevevamo solo acqua salata. Non ero più nulla. Non potevo nemmeno lamentarmi altrimenti mi avrebbero uccisa». Poi l’arrivo nel lager di Tripoli, dove «non c’era nulla», solo disperazione e grida, migliaia di persone rinchiuse, donne e uomini insieme:«a volte, di notte, si sentivano le grida di donne che venivano stuprate, e non potevi fare nulla per difenderle. Sono stata 4 mesi lì dentro. Si è affezionata a me, e io a lei, una ragazzina di 13 anni, Grace.Un giorno, noi due e altre 8 donne siamo state rapite da 7 arabi, legate e stuprate tutta la notte. Sentivo le urla di Grace, pensavo a lei, non a me». Grace che poi è morta fra le sue braccia, il suo corpo non ha retto le violenze. Le sue ultime parole a Joy sono state: «Prega per me». «Mi sono chiesta: “Perché lei e non io?”. Non so nemmeno dov’è stata seppellita. E così sul gommone, una madre aveva il suo bimbo di appena 2 giorni, e anche lui non ha resistito, è morto in mare e sua madre sollevandolo al cielo gridava: “Dio, dove sei?Salvaci!”». Poi l’arrivo a Bari, l’incontro con la madre della pastora del villaggio nigeriano. Che la porta a Castel Volturno e le dice: «mi devi ripagare il debito di 35mila euro per il tuo viaggio». Da lì un altro inferno, ancora peggiore: «le violenze che ho subito in Libia quella notte le ho subite tante notti a Castel Volturno.Ero diventata una merce, solo una merce.Gli uomini, tanti uomini, ogni notte si fermavano e mi chiedevano “quanto costi?”. Un giorno scoprii anche di essere rimasta incinta di uno di loro ma chi mi sfruttava mi obbligò ad abortire. Ero solo una bambola, e il bancomat di quella madame che mi sfruttava. Al secondo tentativo di fuga, sono riuscita nel mio intento e la polizia mi ha poi portato a “Casa Rut” a Caserta. Ero spaventata ma suor Rita mi si è avvicinata e mi ha abbracciato. Finalmente, una persona mi ha abbracciato non per avere sesso ma per aiutarmi. Mi ha fatto il segno della croce sulla fronte e mi ha detto “benvenuta!”». Poi il primo pasto nella nuova casa – «il brodo», ricorda ancora – «ed ero incredula: di notte, nessuno mi svegliava per andare sulla strada! Dio non dorme, era sempre stato lì con me. Dio non è né lento néveloce: è sempre in orario».

Dio – ha proseguito Joy – ha trasformato la mia sofferenza in gioia, e io sono tornata a utilizzare il mio nome, dato che quando mi facevano prostituire mi obbligavano a chiamarmi Jessica. Ogni dolore, anche piccolo, è una porta», sono state ancora sue parole: «qualcuno da fuori può bussare per voler entrare ed aiutarti».

Joy ha poi raccontato la sua nuova vita nella luce:una volta salvata, «volevo farmi suora, ma suor Rita mi ha detto “aspetta e fai il tuo percorso, poi capirai a cosa sei chiamata dal Signore”. Ho fatto la terza media, poi un tirocinio nella cooperativa “New Hope” fondata da suor Rita, lavorando in una sartoria tecnica. Poi nel 2022 mi son trasferita a Roma con lei, vivendo nella “Casa Magnificat” (sempre da lei fondata, ndr), ho preso un primo diploma come mediatrice culturale, lavorato in una rete antitratta, ho fatto 1 anno di Servizio Civile nel Comune di Roma, poi mi sono diplomata come OSS e fatto un tirocinio in ospedale. Ora lavoro, tramite una cooperativa e con un contratto a tempo indeterminato, a domicilio nell’assistenza di persone anziani o disabili. E lo scorso autunno mi sono sposato in chiesa con Andrea, che ho conosciuto grazie a un ascensore rotto…».

SUOR RITA: «IMPARIAMO AD AMARE PER DIFENDERE L’UMANO»

Joy e tante come lei «sono giovani donne derubate della loro dignità. Il male schiaccia queste persone, e c’è chi lo provoca.Per questo, dobbiamo alzare la voce. I cristiani, che dovrebbero incarnare il Vangelo, non devono tacere ma recuperare il coraggio di una voce forte a difesa della dignità infinita delle persone». Così suor Rita Giaretta nel suo appassionato intervento al Corpus Domini di Ferrara.

«A forza di silenzio, però, il mondo sta marcendo. Il Vangelo è sovversivo, rovescia le nostre logiche. Oggi, invece, c’è la tendenza a mercificare tutto, l’altro è solo mezzo per il mio interesse e il mio godimento», ha proseguito. Joy è «segno di speranza. Joy – ha poi detto rivolgendosi alla ragazza -, fai in modo che le nostre vite non restino come prima! Lei ci chiede l’autenticità di essere cristiani. Decidiamo, quindi, da che parte stare, scegliamo di stare dalla parte di chi ha bisogno, della dignità, dalla parte del Vangelo».

Ognuno «nel cuore di Dio è pensato come una meraviglia», ha proseguito suor Rita. «Non si tratta tanto di “fare” ma soprattutto e innanzitutto di voler bene, di amare, per far risorgere, per dare una vita nuova» alle ragazze come Joy. “Non ho mai ricevuto il bacio della buonanotte”, mi ha detto una volta una giovane accolta dopo esser stata costretta a prostituirsi. Facciamo dunque una resistenza per difendere ciò che è umano. Niente pietismo o assistenzialismo ma far sentire queste persone speciali, far fiorire quel fiore che è dentro il loro cuore».

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Gli altri incontri
Il 2 marzo dalle Clarisse, per l’Ottavario, vi è stato un momento di ascolto dal titolo“Aria di speranza, per Arpa – Chiara Conato – e narrazioni – Luigi dal Cin – parole private dette in pubblico”. Venerdì 7 marzo, ore 21, invece, la pedagogista Chiara Scardicchio coinvolgerà in un percorso molto particolare. Il punto di partenza sarà uno dei suoi ultimi libri, “La ferita che cura”, il dolore e la sua collaterale bellezza. Non sarà una conferenza, ma un momento di contemplazione, un esperimento che ha assunto la forma di piccolo teatro di narrazione. Amore, dolore e bellezza è ciò che ha segnato anche l’esperienza di Annalena Tonelli, che di ferite ne ha curate tante e con un’unica ferita – una pallottola nel capo – ha sigillato la sua testimonianza tutta spesa per i poveri. Sulla sua vita domenica 9 marzo, ore 17.30, la compagnia teatrale “Quelli della via” di Forlì proporrà uno spettacolo-testimonianza.

(Foto Roberto Targa)

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 marzo 2025

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Don Benzi e quel senso di condivisione che significa «appartenerci a vicenda»

21 Feb

Nel 2025 si festeggia il centenario dalla nascita di don Oreste Benzi, fondatore dell’Associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII”. A Ferrara l’incontro con le testimonianze di un sacerdote e di due coniugi suoi amici e collaboratori: «ha fatto entrare la luce nel buio della mia vita», «con lui mi sentivo di essere arrivato a casa»

di Andrea Musacci

Aprendo le proprie braccia, apriva vie. Irradiando luce, illuminava occhi e cuore delle persone che incontrava.Questo era don Oreste Benzi, sacerdote riminese fondatore dell’Associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII” (Apg23), di cui nel 2025 ricorre il centenario della nascita.

Anche la nostra Arcidiocesi ha inteso ricordarlo con una serata di testimonianze che rendesse l’idea di come la sua creatura sia ancora viva nelle tante persone che in Italia e non solo portano avanti la sua missione: far incontrare Cristo nella gioia, come realtà viva di liberazione per ognuno.

Lo scorso 12 febbraio è stato il salone del Complesso parrocchiale di san Giacomo Apostolo all’Arginone (Ferrara) a ospitare l’incontro sul tema “Don Oreste Benzi, innamorato di Dio e dell’uomo”. Relatori sono stati don Mario Zacchini e i coniugi Stefano Gasparini e Flora Amaduzzi, testimoni delle origini della Comunità Papa Giovanni XXII. La mattina dopo, in Seminario a Ferrara, incontro con gli stessi relatori ad hoc per il clero diocesano.

SOLO NEL DONO E IN GESÙ SI È FELICI

A San Giacomo, dopo l’introduzione da parte di don Michele Zecchin (Vicario Episcopale per la Carità Pastorale) e Piera Murador (Papa Giovanni XXIII di Ferrara – nella foto piccola con i tre relatori) ha preso la parola don Zacchini:«donBenzi – ha detto – sapeva aprire vie, dare spiegazioni profonde ai giovani. All’inizio degli anni ’90 sono partito in missione per la Tanzania dove, grazie anche a don Benzi, sono riuscito ad aprire una casa-famiglia per gli orfani, data l’alta mortalità fra i giovani genitori. Nel ’98, invece, in Italia è iniziata l’accoglienza nella mia parrocchia di donne obbligate a prostituirsi. Con don Benzi spesso andavamo a incontrarle per strada», ha proseguito ricordando uno dei tratti più noti del sacerdote riminese. «Era una persona molto affidabile», che credeva nel fondamento della Papa Giovanni XXIII:«conformare la propria vita a Gesù, povero, servo, sofferente, che espia le colpe del mondo», diceva lui stesso, «ma permettendoci di vivere ciò nella gioia e nella pace».

DonBenzi credeva che la vita «vada vissuta e donata a Gesù e agli altri: solo in questo modo si può essere davvero felici». Solo nel dono, nella preghiera e nell’Eucarestia. Niente di spettacolare, dunque, ma «l’adesione al Vangelo nella normalità e semplicità del quotidiano: questa è la concretezza del cristianesimo». Uno sguardo sulla realtà di chi non la subisce ma la stravolge: ad esempio, ha proseguito don Zacchini, «sapete che vi erano coppie di coniugi che nelle loro case-famiglia dell’Apg23 ospitavano bimbi con l’AIDS e li facevano vivere a fianco dei loro bambini naturali?

«SI LASCIAVA MANGIARE DAGLI ALTRI»

Stefano ha scelto di anticipare il proprio intervento con un video nel quale donBenzi racconta come in 2^ Elementare, dopo aver sentito da una sua insegnante parlare della figura del sacerdote, tornò a casa e disse alla madre: «mamma, io mi faccio prete!». DonBenzi che come un pioniere aveva «sempre nuove frontiere da scoprire», e come uno scienziato «non aveva mai perso la capacità di stupirsi». DonBenzi che «si lasciava mangiare dagli altri e a sua volta – ha poi aggiunto don Mario – sentiva sempre il bisogno di nutrirsi di Gesù Eucarestia». E che era sempre in ritardo «perché non diceva di “no” a nessuno e a volte dava appuntamento alle persone anche di notte, se magari doveva prendere un aereo molto presto…».

La sua intuizione della casa-famiglia (le prime, nate nel ’73) – ha proseguito Gasparini – nasceva dall’idea che «la famiglia per sua natura è qualcosa di composito, che vive nella complementarietà e nella quale, quindi, si crea una sinfonia». Aspetti spesso ignorati o rifiutati dal resto della società. Per don Benzi, il povero è «colui che non conta niente, che non ha nessuna importanza per il mondo, che è come se non esistesse, che non è stimato». Il ricco, invece, «è colui che detiene il potere ma è l’uomo più isolato del mondo, perché è da solo con le cose che ha».

Invece, diceva ancora don Benzi, «io sono veramente me stesso, nella mia vocazione, nella misura in cui sono comunità». E ancora: «non guardo al limite che ho ma a Colui che mi porta al di fuori di questo limite». «Con donBenzi – ha aggiunto Stefano – mi sentivo d’essere arrivato a casa».Qualcosa di inconcepibile per molti».

Don Benzi era infatti convinto che «i poveri gli dessero la libertà di vivere per Gesù: il suo amore per i piccoli era sconfinato». I piccoli sono coloro che «vivono ai margini della vita sociale» e il principio che lo muoveva era che «la carità è condivisione diretta. Le provocazioni che dava agli altri erano credibili perché lui stesso le viveva».

«Ho conosciuto don Oreste – ha detto invece la moglie Flora – circa 50 anni fa, quando avevo 21 anni ed ero in un periodo della mia vita di grande confusione a livello affettivo e lavorativo. Dentro di me percepivo un grande vuoto». Ma la sua vita cambia quando accetta l’invito del fratello a vivere per 1 mese in una casa-famiglia dell’Apg23 che accoglieva una decina di persone adulte disabili: «all’inizio ero a disagio, ma poi ho visto la grande allegria che dominava in quella casa, la condivisione, la grande gioia di vivere: lì ho incontrato Gesù. È come se Gesù per la prima volta nella mia vita fosse venuto a spalancare le finestre, a far entrare luce e aria fresca nel buio della mia vita». Lo stesso donBenzi «irradiava una luce, un calore che non avevo mai visto in nessuno: era sempre col sorriso, sempre con le braccia aperte pronto ad accogliere chiunque».  

«Per noi dell’Apg23, quindi, la condivisione è un modo d’essere, è oltre il servizio, lo supera e diventa appartenenza: insomma, non vi è più uno che fa un servizio e l’altro che lo riceve ma ci apparteniamo l’un l’altro, è uno scambio reciproco». Una bella descrizione del senso di comunione profonda che contraddistingue il cristiano.

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Minori stranieri non accompagnati, il 1° marzo tavola rotonda e presentazione di un libro sul tema

“Esserci per accogliere.Ascoltare per custodire. L’accoglienza di minori migranti non accompagnati”: questo il titolo dell’importante incontro in programma il prossimo 1° marzo dalle ore 9 alle 12.30 nel Complesso parrocchiale di San Giacomo Apostolo all’Arginone a Ferrara.

Una tavola rotonda con testimoni, esperti e cittadini, moderata da un giornalista e con gli interventi di un giovane MSNA (minore straniero non accompagnato), che porterà la sua testimonianza personale, del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, di Giovanni Fortugno (responsabile Casa dell’Annunziata di Reggio Calabria) e Luca Luccitelli. Fortugno e Luccitelli sono autori del libro, che per l’occasione sarà presentato, “Figli venuti dal mare” (Sempre Editore, 2024).

Di cosa parla il libro

Li classifichiamo con una sigla: MSNA, minori stranieri non accompagnati. Ma ognuno di loro ha un volto e una storia. Fuggono da luoghi dove è impossibile restare. Partono nonostante i pericoli, perché la speranza è più forte della paura. In questo libro sono raccolte le loro storie e quella di chi ha scelto di accoglierli come figli.

Abel è arrivato a 2 anni e mezzo con la nave Diciotti. La mamma è annegata durante la traversata ed è sepolta nel cimitero di Armo, assieme a quelli che non ce l’hanno fatta. Lui, come tanti altri bambini e ragazzi venuti dal mare, è stato accolto nella Casa dell’Annunziata, a Reggio Calabria, e dopo mesi di ricerche è stato ricongiunto con il papà. Altri partono da soli nonostante abbiano 9, 12, 15 anni.

Giovanni Fortugno ha aperto con moglie e figli naturali una casa-famiglia in cui accolgono minori, anche con disabilità: dal 2004 è responsabile della “Casa dell’Annunziata” per minori stranieri non accompagnati.

Luca Luccittelli, sposato, ha 4 figlie, di cui 1 in affido. Ha vissuto in Africa e in zone di conflitto. È giornalista e capo ufficio stampa della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 febbraio 2025

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«Senza solidarietà e comunione la vita della Chiesa viene meno»

11 Feb

L’intervento di Annalisa Guida a Casa Cini per “Sovvenire”: «come cristiani siamo credibili?»

Essere cristiani significa essere «credibili». Ed essere cristiani non si può slegare dall’essere Chiesa, quindi dal fondarsi – nella fede in GesùCristo Nostro Signore – sulla «solidarietà» e sulla «comunione».

Un messaggio, questo, semplice ma che spesso diamo per scontato. Un aiuto a ricordarcelo ce lo ha fornito Annalisa Guida (Docente incaricata di Esegesi del Nuovo Testamento alla Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale e direttrice dell’Associazione Biblica Italiana “Parole di vita”). Guida è intervenuta la sera dello scorso 7 febbraio a Casa Cini, Ferrara, per l’incontro dal titolo “Costruttori di comunità e di comunione. Lo stile coraggioso delle prime comunità cristiane e una buona notizia per l’oggi (Atti 2-5)”.

Leggi l’intero articolo qui.

La speranza è qualcosa di concreto: la Giornata per la Vita

7 Feb

Tante le testimonianze nel Convegno a Casa Cini: la fragilità al centro

La fragilità non solo come occasione di cura ma anche opportunità per nuove relazioni improntate alla speranza. È questa l’essenza della Giornata per la Vita svoltasi lo scorso 2 febbraio in Diocesi, con Convegno e Messa pomeridiane.Il primo, tenutosi a Casa Cini, ha visto la presenza di una 70ina di persone e vari interventi. Innanzitutto quello del nostro Arcivescovo (che poi ha presieduto la Messa in Duomo). La comunità cristiana – ha detto – «non può essere seconda a nessuno nel sostenere la necessità di un’alleanza sociale per la speranza, che sia inclusiva e non ideologica, e lavori per un avvenire segnato dal sorriso di tanti bambini e bambine che vengano a riempire le ormai troppe culle vuote in molte parti del mondo». Largo spazio ha poi dedicato al nostro territorio: «anche a Ferrara le nascite si diradano. Soprattutto l’Area interna del  Basso Ferrarese si caratterizza per un elevato livello di fragilità socio-demografica, a causa dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione che rimane a risiedere. Dal 2014 al 2024 la popolazione della provincia di Ferrara ha continuato inesorabilmente a diminuire», «nonostante l’arrivo in provincia in quegli anni di oltre 12.000 immigrati, senza i quali il calo sarebbe stato di quasi 30.000 abitanti». «Come “rianimare la speranza”?», si è quindi chiesto. «Promuovendo la cultura della vita e la scelta della trasmissione della vita, cioè della maternità e paternità responsabile».

Dopo l’intervento iniziale di Chiara Mantovani del SAV – che ha anche presentato la nuova Presidente SAV Monica Negrini e moderato gli interventi -, ha preso la parola Irma Capolupo, medico neonatologo della Terapia Intensiva del “Bambin Gesù” di Roma: «curiamo vite che in altri posti non avrebbero speranza di vivere», ha detto spiegando il suo impegno a favore dei nati prematuri (25mila ogni anno solo in Italia), che hanno un rischio alto di soffrire, ad esempio, di problematiche respiratorie, infettive, gastrointestinali e di malformazioni genetiche. Insomma, essendo «bambini fragili», il ruolo del neonatologo è molto importante, «anche nel sostenere i genitori», in particolare di bambini con malformazioni genetiche.

Dalle difficoltà alla nascita alle difficoltà ad aprirsi alla vita nascente: di questo ha parlato don Augusto Chendi (Ufficio diocesano Pastorale Salute) commentando il Messaggio CEI per la Giornata. «La speranza come virtù oggi è molto meno considerata», ha detto. «Sempre più coppie decidono di non avere figli e scelgono surrogati affettivi». O, al contrario, ma altrettanto sbagliato, «rivendicano un presunto “diritto alla genitorialità a tutti i costi”, scegliendo quindi a tal fine anche pratiche aberranti». Di fronte a ciò, per don Chendi, «non servono battaglie ideologiche ma un rinnovato umanesimo di speranza».

Speranza che passa anche per l’ascolto e l’accompagnamento delle coppie, come ha spiegato  don Alessio Grossi, Direttore del Consultorio diocesano “InConTra”: «ci occupiamo – ha detto – di accompagnare coppie con problemi relazionali o di genitorialità». La fragilità – ha proseguito – è una dimensione costitutiva della persona perché ci ricorda che non bastiamo a noi stessi, che siamo fatti per la relazione e la cura». Don Grossi ha quindi concluso raccontando la storia di una donna, da lui stesso seguita, che, una volta diventata nonna, ha rivissuto lo shock di quando, adolescente, seppe dalla madre che aveva abortito il suo terzo fratellino.

Una toccante testimonianza, al contrario, di accoglienza della vita è stata quella dei coniugi Marina e Giancarlo, della loro Casa Famiglia della “Papa Giovanni XXIII” e di Mariangela, bimba nata senza i bulbi oculari (e che più volte i medici han tentato di non far nascere) da loro accolta dalla nascita fino alla morte all’età di 5 anni: «non vedeva – han detto – ma ha fatto vedere a noi la luce di Dio», grazie al suo sorriso e al suo amore per chi le stava intorno.

Dall’inizio della vita all’anzianità: suor Gabriella Bandini delle  Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret ha raccontato – in occasione della Giornata per la Vita consacrata – la comunità di consorelle anziane che da 6 anni guida a Ferrara: «ogni giorno in queste mie consorelle scopro un cuore colmo di amore che chiede sempre più di essere donato e accolto.Condivisione, gratuità e gratitudine sono tra noi sempre forti». Infine, Marcello Musacchi (Direttore Ufficio catechistico diocesano) ha spiegato l’iniziativa diocesana di preghiera per la vita.

Per concludere, accenniamo alla storia – consegnata dalla Caritas diocesana – di una donna di 33 anni della Costa d’Avorio, Therese (nome di fantasia), fuggita con la figlia di 2 anni per salvarla dalla mutilazione genitale. Fuga che diventa un inferno attraversando il deserto, facendo la schiava in Libia, subendo stupri e torture, vedendo i compagni di viaggio morire in mare. Ma, infine, l’arrivo a Ferrara e la speranza che lenta, inizia a rinascere.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2025

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La carica dei 130 “sinodali”

29 Gen

La nostra Chiesa riparte dall’incontro: partecipata e proficua Assemblea il 25 gennaio nel Complesso di San Giacomo all’Arginone

Un brusio diffuso, che percorre le sale e nasce e si spegne, ripetutamente, nei corridoi. Qualche sprazzo di ilarità, mentre un altro scorcio tradisce un momento di raccoglimento, gli occhi chiusi, i corpi vicini in un unico Corpo. I silenzi abbondano: non sono né di imbarazzo né di noia, ma di ascolto e attesa reciproca. È questa l’essenza della narrazione che possiamo donarvi del lavoro dei 12 gruppi sinodali diocesani che nel pomeriggio dello scorso 25 gennaio si sono messi al lavoro in contemporanea negli ambienti parrocchiali di San Giacomo Ap. all’Arginone (Ferrara) per la prima “Assemblea sinodale diocesana”, erede della Giornata del Laicato.

130 i presenti divisi nei 12 gruppi, ognuno partito con un’invocazione alloSpirito Santo e con un facilitatore: Cecilia Flammini, Alberto Mion, Augusto Pareschi, Francesca Ferretti, Marcello Musacchi, Chiara Fantinato, Anna Perale, Alberto Natali, Nicola Martucci, Giulio Olivo, Patrizia Trombetta, Giorgio Maghini. Si è trattato di gruppi di conversazione nello Spirito, dove ognuno poteva intervenire liberamente portando il proprio contributo. Da ogni gruppo sono uscite tre proposte fondamentali che saranno poi analizzate dall’équipe sinodale diocesana e dal nostro Arcivescovo (ne parleremo sul prossimo numero)

«Il Sinodo è un cambiamento di visuale sulla Chiesa, il mondo, le persone, ilSignore», ha detto il diacono Giorgio Maghini, uno degli organizzatori, a inizio Assemblea. «Ed è qualcosa non di periodico, ma permanente, nella quale tutti i cristiani – laici e consacrati – assumono la responsabilità di farla vivere, di rinnovarla».

Mons. Gian Carlo Perego dopo aver guidato la preghiera iniziale dell’Ora Media, è rimasto ascoltando tutti gli interventi svoltisi prima dei gruppi. Interventi che hanno visto, dopo Maghini, prendere la parola Patrizia Trombetta (équipe sinodale diocesana) per  raccontare l’esperienza dell’Assemblea sinodale nazionale a Roma dello scorso novembre, alla quale han partecipato 1 migliaio di persone da tutta Italia.«Ci viene chiesto – ha riflettuto Trombetta – una conversione personale e comunitaria, e di essere vigili, affidabili e corresponsabili all’interno delle nostre parrocchie, Unità pastorali e della nostra Chiesa locale».

Cecilia Flammini, anch’essa presente all’Assemblea di Roma dello scorso novembre, ha raccontato la «forte emozione» di quei giorni, la «sensazione di essere parte di una grande famiglia» e la sostanza di una Chiesa «che non ha paura di mescolarsi col mondo», mondo nel quale è viva, «nel quale agisce tenendo viva la speranza». Questa grande famiglia che è la Chiesa «accoglie i doni di ognuno dei propri membri» ma, dall’altra parte, «ancora fatica a considerarsi povera e libera da pesi che la opprimono». 

L’annuncio nello spirito sinodale, dunque – ha proseguito Flammini – significa «prossimità, il sapersi mettere nel punto di vista degli altri, nella libertà e senza l’obiettivo di rafforzare le proprie fila». Il criterio è quello della Pasqua: «una sconfitta, ma vittoriosa». La missione che spetta a ognuno di noi (non solo alle “gerarchie”) «non è finalizzata a una “riconquista” ma all’annuncio nella Grazia di Dio».

Il passo e il tono per riprendere questo discorso, sono stati quelli giusti.

Andrea Musacci 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 gennaio 2025

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