Bonifiche, «il tempo che sembrava chiuso oggi si riapre»

15 Apr

Foto: http://www.ilgiornaledelpo.it

Con l’innalzamento del mare torneranno necessarie nel Delta del Po? A Ferrara un convegno sulla storia di questo pezzo di lotta tra l’uomo e la natura

Interrogare il passato in un’epoca, come la nostra, può sembrare, a volte un’operazione di mero esercizio teorico per pochi. Ma nell’era del cambiamento climatico e della previsione che la costa adriatica fra qualche decennio torni sotto il livello del mare, studiare le bonifiche degli ultimi secoli è lavoro urgente e da condividere.

Da questa riflessione è nata la decisione del CNR-ISMed (Istituto di Studi Sul Mediterraneo – presente anche a UniFe) di organizzare un pomeriggio di riflessione pubblica sul tema “La bonifica come parentesi? Storie di aree umide e prosciugamenti (secoli XVII-XX)”.

Un pomeriggio introdotto e chiuso dalle letture di alcuni brani e dichiarazioni – sempre acute – di Giorgio Bassani sul tema, a cura di Marco Manfredi.

«Un’indagine storica – ha introdotto l’organizzatore dell’evento, Michele Nani (CNR-ISMed) – può aiutare a capire che quello che sta accadendo nel nostro territorio non è fatalismo e a cercare alternative». Una delle immagini-simbolo del nostro presente è «quella dell’allagamento dei nostri Lidi a causa dell’innalzamento del mare: entro un secolo l’acqua tornerà da dove è stata espulsa fino a 60 anni fa», appunto attraverso le bonifiche. «Chiediamoci, quindi, se la bonifica è una parentesi o tornerà ad essere la regola» per i nostri territori. Insomma, ha concluso Nani, «il tempo che sembrava chiuso oggi si riapre».

È spettato a Giulia Becevello, studiosa dell’Università di Padova, la prima delle due relazioni dedicate al Delta del Po. Un intervento, il suo, che si è concentrato sulla bonifica veneziana, in quello che oggi è il Delta del Po veneto, nei secoli dl XVII al XVIII. «I veneziani – ha spiegato – introdussero la cosiddetta “Civiltà delle ca’ ”», attraverso «periodiche confische di estese possessioni di terre, poi vendute all’asta e comprate dai patrizi veneziani». Da qui, le prime regolazioni idrogeologiche con gli interventi di bonifica che modificano il territorio, ad esempio col taglio di Porto Viro. Si tratta della «veneziazzione del Delta»: valli e paludi tramite la bonifica sono trasformate in pianure coltivate, in campi e terreni da adibire a risaie, a coltivazioni di frumento, a filari di viti da maritare a gelsi o salici. E vengono, appunto, costruite le “ca’ ”, vale a dire le case padronali vicino alle acque, con attigui oratori, fornaci, mulini, osterie, servizi, umili casoni di paglia. Insomma, embrioni di piccoli insediamenti: Contarina, Ca’ Tiepolo, ad esempio, poi inglobati in località come Porto Viro, Porto Tolle, Taglio di Po. La bonifica rappresenta quindi «un’attività di civilizzazione, parte della storica lotta tra l’uomo e l’ambiente naturale».

Sempre per rimanere nelle nostre zone, un salto nel tempo è stato poi compiuto da Stefano Piastra, studioso dell’Università di Bologna, che si è concentrato sulla Riforma agraria degli anni 1950-1970 circa. Si tratta – ha detto – «dell’ultima opera bonificatrice in Italia», compiuta «soprattutto attraverso drenaggi meccanici e non tramite espropri», con «oltre 25mila ettari di valli salmastre bonificate». È stata «la definitiva transizione nel nostro Paese di un territorio dall’acqua alla terra». Una grande opera collettiva finanziata dal Piano Marshall, progettata e portata avanti dal governo nazionale a guida DC assieme agli enti locali, in particolare all’Ente per la Colonizzazione del Delta Padano, con sede a Bologna. Una riforma all’inizio accompagnata dalla «visione cristiano-sociale» – si pensi ad esempio alla visita di don Primo Mazzolari nel ‘51 – ma che ha avuto come una delle sue finalità quella di «portare consenso alla DC nella “rossa” Emilia-Romagna». Un lavoro propagandistico anche simil-fascista (la “battaglia del grano”, la “battaglia contro le acque”) portato avanti con vari mezzi di comunicazione: dalla stampa alla pubblicazione di alcuni libretti ad hoc, dai documentari ai cartoni animati per bambini proiettati nelle piazze. E anche attraverso l’uso di note leggende del territorio come nel caso de “Il ragno d’oro”, che – non a caso – fu anche il nome di un cortometraggio e di un racconto del ferrarese Renato Sitti – studioso, giornalista e poeta – uscito come prima versione nel ’53 su “La nuova scintilla”, giornale del PCI ferrarese. Un’operazione, quest’ultima, che i comunisti locali tentarono per appropriarsi della Riforma agraria come grande opera collettiva dei lavoratori.

Poche e isolate le critiche alla riforma, provenienti non da partiti ma da giornalisti e intellettuali come Indro Montanelli e Mario Ortolani o, solo più tardi, da “Italia Nostra”.

LE BONIFICHE NELL’AGRO PONTINO

Gli altri due interventi si sono, invece, concentrati sulla zona laziale dell’Agro Pontino. Roberta Biasillo (Università di Utrecht) ha innanzitutto chiarito come per bonifica si intenda «un’azione che va in controtendenza rispetto all’equilibrio eco-sistemico, azione limitata nel tempo e nello spazio». Concetto diverso è, quindi, quello di «bonifica integrale», cioè un’azione continua e costante, una trasformazione perenne quando al contrario «la storia di un territorio dev’essere anche conservazione di un determinato equilibrio». Nella bonifica dell’Agro Pontino compiuta dal regime fascista – ha proseguito – «vi era ben poco di scientifico, ci fu poco dibattito e quindi non può essere considerata una vera opera di modernizzazione».

Luca Santangelo (AISO/Casa dell’Architettura di Latina) si è invece soffermato soprattutto sulla città di Latina, nata nel 1932 col nome di Littoria, criticando l’idea – portata avanti ancora oggi ad esempio dalla locale sezione di Fratelli d’Italia – della bonifica pontina come «l’unico orizzonte, l’unico elemento fondativo di Latina». Per i fascisti del ventennio, addirittura «il luogo nel quale nascerà una nuova razza». Una narrazione mitizzante sostenuta nel secondo dopoguerra anche dai partiti allora al potere, a partire da quello repubblicano e dalla DC. Riflessione, questa, proseguita in uno degli interventi dal pubblico, quello dello scrittore Wu Ming 1 (Roberto Bui), che ha spiegato come le bonifiche e lo stesso periodo colonialista fascista siano stati, nel secondo dopoguerra, in parte “strumentalizzati” dalla propaganda del PCI per esaltare il lavoro dei proletari.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 aprile 2026

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Il grattacielo di Ferrara: una storia paradigmatica

15 Apr

di Alfredo Alietti e Andrea Musacci

Il grattacielo, l’altra città di Ferrara, è divenuto nel corso degli anni una sorta di luogo impuro, distante per quanto visibile dalla sua alterigia verticale. Inaugurato nel maggio del 1958 nell’area in prossimità della stazione ferroviaria, sulla base del progetto realizzato dagli architetti romani Luigi Pellegrin e Sergio dalle Fratte, il grattacielo fin da subito ha coagulato intorno a sé resistenze e rifiuti, come mostrano le parole forti utilizzate da Giorgio Bassani in consiglio comunale: «Ogni volta che scendo dal treno alla stazione e vedo il famigerato grattacielo, non saprei dire se più brutto o più stupido, letteralmente mi si stringe il cuore».

Leggi l’articolo intero sul sito di “Volere la luna”.

Telestense, premio in attesa di rinascere

14 Apr

Il Premio Stampa 2026 consegnato a giornalisti, tecnici e operatori della storica tv locale. A Casa Cini la cerimonia con gli studenti del Dosso Dossi

di Andrea Musacci

Momento di omaggio, requiem o sprone per una rinascita? L’importante incontro pubblico svoltosi la mattina dell’11 aprile a Casa Cini, Ferrara, ha oscillato fra questi tre diversi atteggiamenti. Protagonista della mattinata organizzata da Ordine Giornalisti e Fondazione Giornalisti dell’Emilia-Romagna in collaborazione con l’Associazione Stampa Ferrara e l’Associazione Stampa Emilia-Romagna, è stata la storica emittente tv Telestense (nata 50 anni fa), che da un mese – con la liquidazione giudiziale nei confronti della società Rei, proprietaria della tv – non esiste più. E proprio ai giornalisti, tecnici e operatori di Telestense, l’Assocazione Stampa Ferrara ha deciso di assegnare il Premio Stampa 2026 (l’anno scorso assegnato alla Caritas Diocesana). Un progetto, quello del Premio, che quest’anno ha visto anche il coinvolgimento degli studenti della 5 J (Indirizzo Arti Figurative) del Liceo Artistico Dosso Dossi, guidati dal prof. Raffaele Vitto. 19 fra studentesse e studenti, infatti, hanno presentato un’opera artistica da loro realizzata, e dedicata al mondo del giornalismo, e una è stata selezionata come dono ai vincitori e alle vincitrici del Premio Stampa 2026. L’opera vincitrice è stata “Acta” di Sofia Toschi.

Due le Menzioni speciali: all’opera “Segni del passato” di Martina Dalla Ca e a “Intrecci di inchiostro” di Emma Marcacci.

Presenti alla cerimonia di consegna diverse autorità, fra cui il nostro arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, il prefetto di Ferrara Massimo Marchesiello, il consigliere regionale Paolo Calvano, gli assessori comunali Fornasini e Vita Finzi Zalman. Il nostro vescovo ha spiegato come «perdere le immagini di una tv locale significa perdere i volti, i corpi e le storie di tante persone». La tv locale, infatti – ha proseguito -, «fa sentire vicini anche i lontani e avvicina il territorio a chi è andato a vivere altrove. A Ferrara e provincia – sono ancora sue parole – ci stiamo abituando a troppi fallimenti», ad esempio Carife e Spal. «Spero che le istituzioni riescano a dare nuova vita a questa tv locale». Insomma, si spera sia stato – come ha detto Silvia Giatti, ex giornalista di Telestense – «non un triste amarcord» ma un importante momento di riflessione condivisa in vista di una futura rinascita.

IL SEMINARIO SU TV E AI

La cerimonia di consegna è stata preceduta dal seminario sul tema “Dalla libertà d’antenna all’intelligenza artificiale: cinquant’anni di informazione TV tra pluralismo, trasformazioni professionali e tecnologiche, nuovi aspetti deontologici”. L’incontro, moderato da Alberto Lazzarini (Vicepresidente Ordine dei Giornalisti Emilia-Romagna e nostro collaboratore) ha visto il saluto introduttivo di Antonella Vicenzi (giornalista, Presidente Asfe-Associazione Stampa Ferrara) e gli interventi di Massimo Lualdi (giornalista e avvocato, Direttore di Newslinet.com), Elena De Vincenzo (giornalista Rai – TG1) e Matteo Naccari (giornalista, Segretario Aggiunto Fnsi Nazionale).

Lualdi ha preso le mosse dalla sentenza 202/1976 della Corte Costituzionale che sanciva l’illegittimità del monopolio RAI su scala locale e il conseguente proliferare di tv locali. Un proliferare rientrato un decennio dopo, con lo spegnersi di tante cosiddette “emittenti libere” e l’affermazione di reti nazionali più strutturate. Altro spartiacque sarà quello a fine anni ’90 con l’esplodere dell’editoria on line e poi dell’on demand. E oggi, la rivoluzione dell’Intelligenza artificiale, «un facilitatore straordinario – ha detto il relatore – ma anche uno strumento che richiede estrema cautela, per l’alto rischio della perdita di controllo». Ma «le regole sono ancora scarse, ad esempio per quanto riguarda il diritto all’autore», anche in riferimento al pericolo della clonazione della voce. A tal proposito, Lualdi è uno dei fondatori della neonata Società Italiana per la Tutela della Voce. Inoltre, oggi con strumenti come Gemini l’Intelligenza artificiale «compie un’opera di intermediazione tra giornalista e lettore», col rischio di trasformare il primo in mero «influencer» e di far svanire l’originalità della sua scrittura, e l’autorevolezza che solo un professionista può portare al mondo della comunicazione.

De Vincenzo ha poi riflettuto sull’importanza delle tv locali e della stampa locale per raccontare la vita delle persone e dei territori. E lo ha fatto soprattutto attraverso una testimonianza personale, essendo lei originaria di Conselice, nel ravennate, e quindi in occasione dell’alluvione in Romagna nella primavera del 2023 trovatsia nel doppio “ruolo” di cronista e di volontaria, in quanto lì vivono ancora suoi familiari, amici e conoscenti.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 aprile 2026

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Foto in alto: il gruppo di ex giornalisti, operatori e tecnici di Telestense con alcuni organizzatori (Foto Stefania Andreotti). 

Sotto: le tre studentesse premiate (Foto Simona Rondina).

Domicidio nelle città autoritarie: il caso del Grattacielo di Ferrara

11 Apr

Articolo di Alfredo Alietti (Sociologo), Andrea Musacci (Giornalista), Romeo Farinella (Professore ordinario di Progettazione urbanistica)

Si chiama “domicidio” ed è una pratica sempre più diffusa, in zone di conflitto armato ma anche nelle nostre città: è la distruzione sistematica delle abitazioni, la scomparsa dello spazio di vita raffigurato dalla casa, dalla domesticità. È la concretizzazione di precise politiche di esclusione in seguito a episodi traumatici come eventi naturali o conflitti; ma è anche l’esito, e forse l’obiettivo, di sfratti e sgomberi legati a una visione esclusiva e autoritaria degli spazi urbani e determinati da una morosità incolpevole. Vittime ne sono sempre più larghe fasce di famiglie in condizioni di vulnerabilità.  

Quanto sta accadendo a Ferrara dall’inizio di questo anno attorno al Grattacielo ne è la più evidente rappresentazione. I fatti, innanzitutto. 

Leggi l’articolo intero sul sito di “Libertà e Giustizia”.

«Parte del Ferrarese sotto il mare? Scenario possibile. Le cause sono la crisi climatica e l’urbanizzazione»

4 Apr

Alessandro Bondesan (Consorzio di Bonifica) è intervenuto a Ferrara

In controtendenza rispetto agli ultimi millenni, da un po’ di tempo il Mar Adriatico non sta arretrando nei confronti delle coste, ma viceversa si sta mangiando pezzi del nostro territorio. Da Grado a Cesenatico, entro il 2050 tutta la costa potrà andare sott’acqua. È l’allarme che ancora una volta viene lanciato da un esperto in un incontro pubblico. Lo scorso 25 marzo, infatti, la Sala dell’Arengo del Municipio di Ferrara ha ospitato l’iniziativa sul tema “Evoluzione climatica, ambientale ed antropica nel territorio ferrarese”, che ha visto come relatore Alessandro Bondesan, Ingegnere Civile Responsabile del Settore Sistema Informativo Geografico del Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara. L’iniziativa è stata organizzata da Caschi Blu della Cultura e A.N.F.I. (Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia).

Il nostro territorio in località Le Contane è il punto più basso in Italia, 4,75 metri sotto il livello del mare. Ma i cambiamenti climatici porteranno conseguenze gravi che già iniziamo a vedere. Tra il 1981 e il 2010 la temperatura media annua è infatti cresciuta di 1,1°, a causa del gas serra. Prima, per salire di 1,7° ci aveva messo un secolo. E quest’innalzamento delle temperature sta portando e porterà sempre più all’innalzamento del livello del mare. «Nel Ferrarese, ma non solo, viviamo quindi sempre più nel cosiddetto “Clima di alta energia”». Cosa significa, lo sappiamo bene: oltre a eventi estremamente eccezionali come l’alluvione del maggio 2023, «viviamo estati torridi, alternarsi di siccità e di allagamenti, venti molto forti, pochi episodi piovosi ma di intensità altissima e con grandine». Per non parlare del diffondersi della zanzara tigre che sta soppiantando quella “tradizionale”, del dominio del granchio blu e del diffondersi del cosiddetto “cavolo del Nilo” (o “lattuga d’acqua”). «Aumentano, quindi, i rischi idrogeologici e idraulici, abbiamo meno acqua disponibile, e aumenta il consumo di energia», ha proseguito Bondesan. 

Lo scenario futuro immaginato dal relatore è questo: «nell’ipotesi di noncuranza di dighe e canali, nel 2100 Portomaggiore tornerebbe a essere un porto e Porto Garibaldi sarebbe raggiungibile solo in barca». Bondesan ha però voluto concludere il proprio intervento con alcune proposte urgenti e comunque di buon senso, valide per l’intero territorio nazionale. Innanzitutto, «limitare il consumo di suolo», contenere quindi l’urbanizzazione: nel Ferrarese dal 1972 al 2024 le aree urbanizzate sono aumentate del 42%. Un aumento ingiustificato visto il calo della popolazione dell’11%. E in Regione i dati dell’urbanizzazione sono ancora superiori, soprattutto nel modenese, a Rimini e Bologna. «Bisognerebbe, poi, permettere le estrazioni di gas metano solo oltre le 9 miglia dalle coste». E ancora: «ridurre gli sprechi di acqua dolce, migliorare il ricircolo delle acque di irrigazione, riutilizzare l’acqua di scolo dei depuratori urbani, migliorare l’efficienza delle tubazioni, aumentare le vasche di accumulo, tutelare i maceri». Infine, «potenziare gli impianti idrovori, tutelare la biodiversità, approfondire e allargare i canali di bonifica e aumentare gli aiuti statali».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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(Foto: Image Hunter – pexels.com)

Le città luogo privilegiato per la guerra: da Dresda a Gaza, la morte delle leggi e dell’umanità

2 Apr
Foto Jaber Jehad Badwan – Wikipedia (urly.it/31f9ss)

SPAZIOCIDIO. Il 23 marzo il secondo incontro del ciclo organizzato da Rete Pace e Laboratorio Pace – UniFe. Relatori, Gianfranco Franz e Alessandra Annoni: «le ecatombi urbane di ieri e di oggi, contro ogni norma di diritto internazionale»

di Andrea Musacci

Siamo abituati a immaginare la città come spazio di incontro, spazio vitale, di flussi di persone e merci. Ma in molte parti del mondo è ancora oggi spazio da conquistare, da saccheggiare, da distruggere.

Su questo lo scorso 23 marzo in Biblioteca Ariostea a Ferrara hanno riflettuto Gianfranco Franz (pianificatore, Università di Ferrara) e Alessandra Annoni (giurista, Dipartimento di Giurisprudenza di UniFe). L’incontro “La città nella storia: da nicchia ecologica dell’umanità a vittima di conflitti” è il secondo del ciclo dal titolo “Spaziocidio: dalla Palestina alla metropoli globale”, ed è stato introdotto da due dei curatori dello stesso, Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara) e Alfredo Morelli (Laboratorio per la Pace, UniFe).

Il concetto di città come «nicchia ecologica dell’umanità» è una definizione coniata dall’urbanista Francesco Indovina nel 1999. Per «nicchia ecologica» si intende «una porzione di ecosistema dove alcune specie convivono e si sviluppano», ha spiegato Franz. Per Indovina, la città da alcune decine di migliaia di anni è luogo dove si concentrano alcune delle relazioni dell’homo sapiens: il potere, la ricchezza, la conoscenza, l’innovazione tecnologica, gli scambi. «E ciò oggi è ancora più forte, dato il continuo aumento di residenti – a livello mondiale – nelle città». Franz ha poi citato il libro Spaziocidio dell’architetto israeliano Eyal Weizman (riedito nel 2022) e Jane Jacobs, antropologa e attivista USA morta nel 2006, che negli anni Sessanta denunciò le trasformazioni immobiliari a New York. In particolare, studiò l’uso delle infrastrutture come «strumento di separazione classista e razzista all’interno delle città», il cosiddetto zoning. «E oggi anche Israele sta usando l’urbanistica per separare, segregare, allontanare i palestinesi», ha commentato il relatore.

Dall’altra parte, per Franz, «nella storia grazie alla città abbiamo raggiunto determinati livelli di civilizzazione, di libertà, occasioni di lavoro, di emancipazione e di incontro per masse di persone». Ma la città è anche «il luogo privilegiato per scatenare le guerre». Si pensi alle bombe israeliane sul Libano, e al «tentativo di Israele di controllare il fiume Litani» per appropriarsi dell’acqua, come del gas metano nel mare: il governo israeliano sta infatti considerando di terminare l’accordo con il Libano sul confine marittimo, come dichiarato dal Ministro Eli Cohen. Accordo che fu stipulato, con la mediazione USA, da Libano e Israele, e col quale si decise che il giacimento di gas di Karish sarebbe andato a Israele e quello di Qana al Libano. Franz ha poi citato altri casi di guerre nelle città, da quella ad Aleppo, in Siria, nel 2015, nella guerra scatenata nel 2011 dall’allora presidente Obama e dalla Segretaria di Stato Hillary Clinton, «che armarono l’ISIS provocando la reazione dell’altro potere criminale, quello di Assad». Vi è poi la guerra in Libia, o in Afghanistan dal ‘79. E i 38mila attacchi aerei compiuti dalla NATO (senza mandato ONU) nel 1999 sulla Repubblica Federale di Jugoslavia, inclusa la capitale Belgrado, attacchi durati 78 giorni e avvallati anche dall’allora Governo D’Alema, che vedeva l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel doppio ruolo di Vicepresidente del Consiglio e Ministro della Difesa. Senza considerare «anche l’uso di proiettili all’uranio impoverito». Proseguendo, Franz ha citato la prima guerra nel Golfo, dal ’92 al ‘96 l’assedio di Sarajevo e andando più indietro nel tempo i massicci bombardamenti “occidentali” su Dresda, Berlino, Leningrado e Stalingrado. E le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki (la prima all’uranio, la seconda al plutonio): «bombe gettate anche come sperimentazioni, per testarne gli effetti». Due casi evidenti di «fine della città come “nicchia ecologica”»: due casi di «ecatombi urbane».

«Esistono comunque norme che regolamentano la guerra urbana, anche se in molti casi non vengono applicate», ha spiegato Annoni. A partire dal Regolamento dell’Aja del 1907, contro il bombardamento di città non difese e contro il saccheggio; e la IV Convenzione di Ginevra del 1949, che riguarda anche la protezione dei civili in territori occupati, cioè di persone non attive militarmente nel conflitto armato. E oltre a queste norme, «esiste un non codificato “diritto delle genti”, cioè principi di umanità fondamentali a protezione dei civili, dei beni civili, dei beni culturali, dei beni di culto, degli ospedali e di edifici ritenuti indispensabili per la sopravvivenza delle popolazioni». Un problema a parte è quello riguardante il tema dei cosiddetti “scudi umani” – involontari o volontari -, «anche se nella guerra urbana è spesso difficile distinguere i primi dai secondi». Le norme internazionali condannano anche gli attacchi indiscriminati e i bombardamenti a tappeto, e tutelano il principio di proporzionalità, per evitare o limitare i “danni collaterali”. Esiste poi il principio di precauzione e quello di umanità. Ma la realtà è che la guerra per sua natura è quasi sempre cieca, perché antitetica, ad ogni norma morale più o meno codificata.

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Se la turistificazione rende le città un brand

La gentrificazione di ieri e di oggi è stata al centro di un Seminario di Peace Studies, il Dottorato Nazionale in Studi per la Pace, svoltosi in modalità mista lo scorso 25 marzo e che ha visto come relatore Franz, pianificatore di UniFe. Franz ha riflettuto su “Le città fra dinamiche sociali e di mercato. Il confronto fra un classico degli studi urbani e l’opera di ‘un debuttante’ ” e l’incontro è stato moderato da Giuseppe Scandurra (docente di Antropologia a UniFe). I due libri citati nel titolo sono Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane di Jane Jacobs e Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano (L.A.D., 2025) di Antonio Di Siena.

Jane Jacobs è stata un’antropologa e sociologa urbana, trasferitasi dalla Pennsylvania ai bassifondi – slum – di New York, in particolare a Greenwich Village. Siamo negli anni ’60 e gli USA vivono un momento di crescita economica. Contrapposto a Jacobs c’è Robert Moses, urbanista e pianificatore urbano, «incarnazione del capitalismo modernista – ha spiegato Franz -, che capì la centralità dell’automobile nello sviluppo statunitense e ideò quindi ampie arterie di comunicazione, vere e proprie autostrade dentro New York. Per questo progettò di demolire alcuni quartieri popolari, nei quali abitavano neri, italiani, proletari e piccolo borghesi. Un vero e proprio sistema di pulizia urbanistica, un’opera di zoning, cioè di segregazione urbanistica e quindi di creazione di ghetti etnici». Ma Jacobs si mise a capo degli abitanti di questi quartieri popolari, facendo nascere i primi organismi di partecipazione. Nel ’68 lei e i residenti riescono a vincere questa battaglia contro Moses e il suo progetto di sventramento e sopraelevazione. Ma non potranno vincere la guerra, con l’avanzare della gentrificazione/plastificazione dei loro quartieri, divenuti, soprattutto il Greenwich Village, luoghi turistici. «Un destino ben diverso da quello immaginato da Jacobs».

Dai danni del sistema capitalistico negli States a quelli nell’antica Europa, con l’analisi del libro di Di Siena: siamo in Grecia, Paese vittima delle politiche di austerità europee, un Paese distrutto, dopo la crisi di 15 anni fa, con «le privatizzazioni, la destrutturazione del mondo del lavoro, la morte dello stato sociale». E, effetto di tutto ciò, a livello urbanistico con un processo di gentrificazione/turistificazione che «ha permesso di requisire molti appartamenti – con gli ufficiali giudiziari chiamati dalle banche – poi venduti in aste digitali e spesso comprati da acquirenti/fondi esteri», con l’obiettivo di lucrarci trasformandoli in alloggi turistici. Pur nelle diversità, il parallelo con la New York dopo le lotte di Jacobs, è importante. Di Siena nel libro analizza infatti questi fenomeni di turistificazione di Atene, di altre località greche e del Sud Italia, raccontando gli sfratti nella capitale greco e introducendo il concetto di “Stato-merce”: «il turismo viene visto come volàno distorcente di un’intera economia e lo Stato diviene debolissimo, inesistente». Per questo, allo Stato è chiesto «di diventare un brand, di trasformare le città in merce, del tutto a servizio dei turisti e ignorando i bisogni reali di chi le abita». Abitanti che, di conseguenza, «sempre più arretrano e in alcuni casi vengono anche espulsi». Le città – ha chiosato Scandurra – «diventano location di eventi culturali, e il patrimonio (anche Unesco) spesso diviene spazio di natura commerciale e mediatico». Inevitabile pensare al centro di Ferrara e all’intera città sempre più ridotta a marchio da vendere ai turisti e agli investitori esterni, da ultimo con l’occupazione del Listone per il mega palco di Mediaset. E riguardo alle espulsioni degli abitanti, il pensiero non può non andare al Grattacielo, “ghetto” sacrificato sull’altare del profitto.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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«La guerra è fatta solo di vittime»: racconti dal mondo in conflitto

31 Mar

“Testimoni di guerra: operatori sanitari e giornalisti, bersagli sul fronte” il titolo del seminario svoltosi a Ferrara lo scorso 28 marzo

L’orrore della guerra, di ogni guerra, anche oggi, è stato il tema del seminario svoltosi la mattina dello scorso 28 marzo nella Sala ex Refettorio di San Paolo a Ferrara. Il Seminario dal titolo “Testimoni di guerra: operatori sanitari e giornalisti, bersagli sul fronte” è stato organizzato da Ordine Giornalisti e Fondazione Giornalisti Emilia-Romagna insieme a Ufficio Stampa del Comune di Ferrara, Assostampa FE e “Sanitari per Gaza – Ferrara”. Tanti i presenti. Dopo il saluto di Antonella Vicenzi di Assostampa Ferrara, ha introdotto il moderatore della mattinata Alessandro Zangara, giornalista, capo Ufficio Stampa Comune di Ferrara: «oggi – ha detto – nel mondo vi sono 55 fronti globali di varia intensità». Sono 541 i giornalisti uccisi dal 2020 al 2026 su fronti di guerra; e sono numeri in continuo aumento, con 124 giornalisti uccisi nel 2024 e 127 nel 2025. Attualmente sono stimati fra i 500 e i 700 i giornalisti detenuti nel mondo. Sono invece oltre 850mila i civili uccisi nelle guerre dal 2020 al 2026 e 3283 gli operatori sanitari uccisi sui fronti nello stesso periodo, anche in questo caso in aumento (900 nel 2024 e 1100 nel 2025).

Nello Scavo è da tempo giornalista inviato per Avvenire in Ucraina, da pochi giorni invece a Beirut in Libano, da dove nella notte ha registrato un video intervento per l’incontro di Ferrara. «In questi anni – ha detto Scavo – il mestiere di giornalista è molto cambiato, ci sono nuove sfide, derivanti soprattutto dal fatto che i giornalisti sui fronti di guerra rischiano la vita nonostante siano tutelati dal diritto internazionale». Così è anche a Gaza, «dove Israele ci impedisce di accedere, dove da mesi continua a spacciare fake news, e dove le informazioni che ci arrivano, ci arrivano dai palestinesi, molti dei quali sono oppositori di Hamas e da Hamas perseguitati: di alcuni di loro, infatti, non si sa più nulla, sono spariti». In Ucraina, invece, «soprattutto nel lato russo troviamo difficoltà ad accedere, e soprattutto dopo aver denunciato il rapimento di molti bambini ucraini da parte dei russi». A proposito di mistificazione, «il governo russo ha, ad esempio, provato a negare le fosse comuni a Bucha». E la scritta “press” stampata sul giubbotto antiproiettili indossato dai giornalisti ormai lì e in altri teatri di guerra «è diventato un bersaglio». Ma – ha aggiunto Scavo – «a volte siamo bersagli anche nei Paesi democratici»: in Italia, per esempio, «a volte certi giornali pubblicano intercettazioni che riguardano giornalisti, o vi sono indagini e denunce a loro carico, per screditarli, intimorirli, o per intimorire le loro fonti. Questi atteggiamenti rappresentano un attentato alla democrazia».

Sebastiano Caputo è invece il fondatore di Magog, collaboratore de Il Giornale e Dissipatio, e inviato su vari fronti di guerra fra cui Siria, Iran, Russia, Etiopia. In collegamento da Roma ha spiegato la sua esperienza in Siria nel 2021, quando c’era lo Stato Islamico e poi in Afghanistan col ritorno dei talebani. Caputo ha poi analizzato l’esplodere di Instagram come «medium comunicativo che privilegia l’immagine», e le conseguenze di ciò: «gli stessi giornalisti sul campo diventano influencer» o questi «vengono usati come uniche o maggiori fonti dai giornali, anche per il fatto che con la crisi delle vendite gli editori sono tentati di tagliare gli inviati di campo», più “costosi” rispetto agli altri giornalisti. 

A seguire, sono intervenute Enrica Sanna e Alessandra Lazzari della Croce Rossa di Bologna hanno invece riflettuto sul concetto di Diritto Internazionale Umanitario, diverso rispetto al Diritto Internazionale in quanto quest’ultimo regolamenta la comunità internazionale mentre il primo limita i mezzi e i metodi di guerra, imponendo regole alla condotta bellica, proteggendo quindi i civili, il personale sanitario e i soldati feriti o prigionieri. Poi, Silvia Bortolazzi (Sanitari per Gaza – Ferrara) ha introdotto le testimonianze di Ettore Mazzanti, referente Medici Senza Frontiere Emilia-Romagna e di Francesca Di Vece, medico, referente Emergency Ferrara. Mazzanti ha citato alcune guerre terribili come quelle in Sudan, Sud Sudan e Haiti, «Paesi con crisi umanitarie gravissime ma di cui i media principali non parlano», per poi riflettere sulla impossibilità, in molti casi, di poter denunciare tutti i soprusi: «anche noi di MSF non possiamo dire tutto», non per vigliaccheria ma «per impedire che gli Stati responsabili ci caccino impedendoci di svolgere il nostro servizio». È un «compromesso purtroppo necessario, che siamo costretti, ad esempio, a fare anche a Gaza». Di Vece ha poi ricordato che «non esiste una “guerra umanitaria”» perché «l’unica realtà delle guerre sono le vittime» e che «la vera sfida oggi è di raccontare tutti i conflitti, non solo alcuni». Poi, alcuni dati: a Gaza 1 kg di farina ha avuto un aumento di prezzo del 1216% e il 90% degli abitanti è sfollato: «non sono quindi rispettati il diritto al cibo e alla casa». In Ucraina milioni di persone non hanno l’energia elettrica, in Sudan 12 milioni di persone han dovuto lasciare la propria abitazione, e in Afghanistan ci sono 14milioni di mine antiuomo che mettono a rischio la vita di 4milioni di persone. Ma nel mondo le spese militari sono in aumento, 2400 miliardi di dollari, contro i “soli” 224 miliardi spesi per la cooperazione.

Ha preso poi la parola Riccardo Corradini, chirurgo all’ospedale Santa Chiara di Trento, nel 2019 il primo studente occidentale a svolgere l’Erasmus in una università di Gaza, la Islamic University of Gaza. Citando dati OMS del febbraio scorso, a Gaza sono 18 gli ospedali deliberatamente distrutti dall’esercito israeliano, più altri colpiti. Ad essere attaccata, quindi, «è la stessa possibilità di essere curati»: è una delle forme delle cosiddette “morti indirette” (secondo The Lancet, a Gaza nell’ordine di 600mila). Gaza dove «si è sdoganata la possibilità di sterminare operatori sanitari, medici e giornalisti» e dove sono 18500 i pazienti critici (di cui 4mila bambini) che non riescono a ricevere cure adeguate. Per non parlare della «distruzione di scuole e università, delle oltre 320mila case danneggiate, e del milione di persone che ancora oggi vivono nelle tende, con danni respiratori permanenti e la “condanna a morte” conseguente dei più fragili, cioè bambini e anziani». Corradini ha poi raccontato della sua esperienza lo scorso settembre nell’equipaggio della nave Coscience per portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, compresi gli assorbenti per 1 milione di donne, «che da 2 anni non ne possono avere. Noi dell’equipaggio – ha poi denunciato – abbiamo subìto violenze fisiche e psicologiche in carcere dai militari israeliani: se hanno fatto ciò a noi occidentali, non oso immaginare cosa fanno ai palestinesi…». Infine, ha chiarito: «la marina israeliana non aveva nessun diritto di impedirci l’accesso perché non ha il potere di controllo nel mare davanti Gaza e inoltre eravamo operatori sanitari e quindi non avrebbero potuto bloccarci e arrestarci».

Un’altra dura denuncia è poi arrivata da Angelo Stefanini, medico volontario del PCRF – Palestine Children’s Relief Fund, già direttore OMS per i Territori Palestinesi Occupati: «l’occupazione e l’apartheid di Israele – ha detto – sono la causa della povertà e della crisi umanitaria a Gaza e questa occupazione è legittimata da tutti gli Stati che non fanno pressione su Israele affinché cambi atteggiamento e gli forniscono aiuti e assistenza». Stefanini ha poi criticato il cosiddetto “umanitarismo”, cioè il pensare che l’assistenza umanitaria possa sostituire la critica e la trasformazione politica: «l’umanitarismo considera le persone solo come vittime e non come profughi o oppressi» e «non permette fondi per progetti di sviluppo a lungo termine». Lo stesso blocco di Gaza dal 2007 da parte di Israele è un vero e proprio «assedio umanitario».

L’ultimo intervento è stato quello di Bahia Hakiki, neurologa e docente all’Università di Firenze, co-fondatrice dei “Sanitari per Gaza”: «la tortura a Gaza – che è sempre più sistemica e normalizzata – viene in particolare documentata dal 2024, e nel 2025 vi sono state 13 pubblicazioni sul tema, fra cui il report redatto da Francesca Albanese», Relatrice dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi. Inoltre, «spesso medici e operatori israeliani sono complici» di questo sistema di tortura, sistema che è «perlopiù a danno di detenuti e sempre più a danno di minori». Tortura che può essere fisica e/o psicologica e che da ottobre 2023 a oggi ha visto «la morte di una 90ina di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, coi corpi che spesso non vengono nemmeno restituiti alle famiglie o con detenuti che vengono liberati in condizioni psichiche gravi e senza avvisare i loro familiari». Fra le conseguenze della tortura, infatti, vi è «l’impoverimento dei circuiti cerebrali della persona». Questo sistema – ha concluso – «serve quindi a reprimere, da parte del colonialismo israeliano, ogni forma di dissenso e per affermare la propria supremazia». È una forma di «necropolitica, un sistema di morte, un tentativo di distruzione dell’umanità».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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Dietro le luci dello show sul Listone: disagi, proteste, paure ed esclusioni

27 Mar

Tra il primo e il secondo dei fine settimana nei quali il centro storico di Ferrara è svenduto a Mediaset per il suo doppio spettacolo “Battiti Live Spring” e “Super Karaoke”, vi diamo alcuni sprazzi di ciò che questo scempio sta portando. Nei giorni feriali, piazza Duomo è diventata parcheggio per alcuni furgoncini dello staff di Radio 105 (che continua a stazionare lì) e in seguito di cassonetti per la raccolta differenziata; sulla stessa piazza, una piccola area è stata recintata e usata come deposito. La Cattedrale ha dovuto modificare gli orari di alcune Messe, la Curia chiudere il venerdì pomeriggio e la giornata di sabato (come alcuni negozi). La Libreria Libraccio si trova davanti un tir rumoroso in quanto usato come generatore elettrico e il suo porticato nelle giornate dei concerti è stato chiuso fin dal pomeriggio. Venerdì 20, un tir che trasporta liquidi infiammabili attraversa via Mazzini e il passaggio di fianco al palco sul Listone. E dallo stesso, sono stati tolti tutti i lampioni (a parte uno) e ci chiediamo che danni possa subire non solo la Cattedrale ma anche il suo Museo.

Ancora: il Comitato Ferrarese Area Disabili ha denunciato: «quella che dovrebbe essere una festa della musica si sta trasformando in un esempio di esclusione a causa di una progettazione carente e di una gestione dell’informazione approssimativa». Inoltre, i non pochi turisti presenti (anche per le Giornate del FAI), sono straniti e si lamentano di come non riescano a godersi la città che han deciso di visitare. Italia Nostra, FAI e altre associazioni hanno denunciato: «Ciò che sta avvenendo in questi giorni nel centro monumentale di Ferrara supera ogni limite di tollerabilità per chi ha a cuore la storia, la bellezza, lo spessore culturale della nostra città». Ma il Sindaco Fabbri sul suo profilo Facebook ufficiale si preoccupa di scrivere: «sono già disponibili i gadget TIM, partner della manifestazione». Buon Karaoke.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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«Ripubblicizzare il servizio idrico a Ferrara e provincia»

26 Mar

A fine 2027 scadono le concessioni del servizio idrico in provincia di Ferrara. La proposta del Forum Ferrara Partecipata: «un’unica azienda pubblica provinciale»

di Andrea Musacci

Togliere la gestione dell’acqua, bene primario, alla privatizzazione e al mercato: è questo l’obiettivo della nuova campagna pubblica del Forum Ferrara Partecipata, che si pone come obiettivo quello della ripubblicizzazione del servizio idrico a Ferrara e provincia. La mattina del 22 marzo – Giornata Mondiale dell’Acqua – in via Mazzini, ang. via Vignatagliata, il Forum era presente con un banchetto informativo e per l’inizio della raccolta firme. Raccolta firme presentata in un incontro con la stampa lo scorso 19 marzo, al quale sono intervenuti Corrado Oddi, Roberto Piccioli e Marino Pedroni (foto). 

L’urgenza c’è, anche se non parrebbe: a fine 2027 scadono le concessioni del servizio idrico in provincia di Ferrara (oltre a Bologna, Modena e Parma), con 11 Comuni del Basso Ferrarese dove opera CADF (a totale capitale pubblico), mentre nel Comune di Ferrara e in altri 9 dell’Alto Ferrarese il servizio è gestita da Hera, spa multiutility mista pubblico-privato, quindi quotata in Borsa; tradotto: «più attenta a utili e dividendi che al servizio per i cittadini», dicono dal Forum. Manca un anno e mezzo alla scadenza ufficiale, ma «la decisione verrà sicuramente presa nei prossimi mesi». La prima proposta del Forum è di «un’unica azienda pubblica» in tutta la nostra provincia, composta da CADF e ACOSEA Impianti srl – anch’essa a totale capitale pubblico -, che ha la gestione amministrativa e finanziaria delle reti idriche, degli impianti e di altre dotazioni. Alternativa a ciò, potrebbe essere quella di mantenere CADF nel Basso Ferrarese, e nel Comune di Ferrara e nell’Alto Ferrara sostituire Hera con ACOSEA Impianti.

«I Sindaci del Basso Ferrarese stanno già interloquendo con la Regione per mantenere la gestione pubblica del servizio, e noi con le forze politiche», spiega Oddi. Il Forum dimostra poi – dati alla mano – come la gestione pubblica sia anche più efficiente rispetto a quella privata: «nel 2025, per una famiglia composta da 3 persone, una bolletta con CADF è di media di 480 euro, mentre con Hera di 545». Inoltre, «CADF investe di più rispetto a Hera, soprattutto per ridurre il più possibile le perdite della rete idrica (174 euro per abitante all’anno di investimenti, contro i 75 di Hera)». E «le perdite idriche sono di 5,71 m3 / km / giorno, contro gli 8,72 di Hera. Perdite che paghiamo noi con le nostre bollette».

Tutto ciò per non dimenticare un principio fondamentale: l’acqua (e il servizio che la rende disponibile) è il bene comune per eccellenza e quindi il suo accesso un diritto umano fondamentale. Un bene di tutti e non risorsa per i profitti di qualcuno. «Oggi oltre 2 miliardi di persone al mondo non accedono all’acqua potabile necessaria», sono ancora parole di Oddi. Inoltre, «l’acqua è una risorsa sempre più scarsa a causa dei cambiamenti climatici, cambiamenti che non vengono sufficientemente contrastati, con la conseguenza dell’alternarsi di fenomeni siccitosi a quelli alluvionali, oltre allo scioglimento dei ghiacciai e all’innalzamento del livello del mare». E nel Ferrarese ultimamente si è molto parlato dell’erosione della costa e degli effetti nei nostri lidi. Nei prossimi 5 anni, a livello globale, «verrà superato il limite critico dell’innalzamento di temperatura di 1,5° fissato nel 2015 dalla Conferenza di Parigi». Oddi ha poi ricordato il referendum del 12 e 13 giugno 2011, in cui 26 milioni di italiane/i decisero che «sull’acqua non si sarebbe potuto più fare profitto». Un referendum in molti casi tradito, ma che a Ferrara e provincia vide la partecipazione di 65mila elettori, con ben il 94,3% di “Sì” a favore dell’acqua pubblica. «Nel 2011, in occasione del dibattito per il referendum – aggiunge Piccioli -, ci dicevano che la privatizzazione del servizio idrico avrebbe risolto il problema delle perdite idriche: non solo non è andata così, ma oggi – con metà del servizio sul territorio nazionale privatizzato -, queste sono addirittura aumentate dal 30% di 15 anni fa a oltre il 40% di oggi». Inoltre, nel nostro Paese «esistono esempi importanti di servizi idrici pubblici, fra cui i Comuni di Milano, Torino, Napoli e il servizio pugliese».

Pedroni ci tiene poi a ribadire come «l’acqua per sua natura non possa essere considerata una merce ma debba essere gestita dalla comunità, in maniera partecipata»: rimane un trauma la notizia che ci raggiunse, il 7 dicembre 2020, della finanziarizzazione integrale dell’acqua con il lancio alla Borsa di Chicago (la CME – Chicago Mercantile Exchange, la principale Borsa del mondo in questo settore) del primo “future” (contratto) sull’acqua/merce. L’acqua, dunque, «è diventata vettore di potere, mentre è un bene comune e in quanto tale va preservato per le future generazioni, secondo il principio di solidarietà».

Infine, guardando al futuro prossimo, il Forum sta lavorando a un incontro pubblico ad aprile sul tema acqua pubblica, coinvolgerà le scuole del territorio in alcuni momenti formativi e organizzerà altri banchetti per la raccolta delle firme.

Per ulteriori informazioni: mail forumferrarapartecipata@gmail.com

Sito: https://ferrarapartecipata.it/

Facebook: Forum Ferrara Partecipata.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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¡Horripilante! 30 (+1) creature orribili del quotidiano

25 Mar

I mostri contemporanei nel nuovo libro di Marcello Carrà e Andrea Musacci. Presentazione venerdì 27 marzo alle ore 18 nella Libreria “La Pazienza” di Ferrara

[Leggi qui la recensione su Periscopio]

Chi l’ha detto che i mostri appartengono solo alla mitologia o al regno del fantastico?

Partendo da questa convinzione, nasce il libro ¡Horripilante! 30 (+1) creature orribili del quotidiano, con illustrazioni di Marcello Carrà e testi di Andrea Musacci.

Ispirato, alla lontana, all’Historia monstrorum (1642) di Ulisse Aldrovandi, ¡Horripilante! è un piccolo inventario di mostri contemporanei, 30 (+1) esemplari delle centinaia che affollano le nostre realtà quotidiane. Ciascuno di noi, per qualche minuto ogni giorno, si trasforma, volontariamente o no, in una (o più) di queste creature spaventose.

Gli autori si sono chiesti: mostri si nasce o mostri si diventa? Si nasce, verrebbe da dire. Ognuno ha in sé caratteri più o meno marcati che lo distinguono dagli altri. Ma mostri al tempo stesso si diventa: si perde una certa naturalezza, una genuinità. Ci si addobba di idee, suppellettili, manie, vizi e lazzi. Per questo motivo, Carrà e Musacci hanno voluto fare un libro ironico, corrosivo ma non moralistico.

Fra i mostri dell’orrida galleria, i lettori avranno – ad esempio – modo di conoscere Il 100% identitario, L’influencer totale, Il monopattinense, Il sushi-dipendente, Lo speculatore finanziario…

Il libro viene presentato venerdì 27 marzo alle ore 18 nella Libreria “La Pazienza” di Ferrara (via de’ Romei, 38). Per l’occasione gli autori saranno intervistati dalla giornalista Stefania Andreotti.

Il libro sarà acquistabile il giorno della presentazione e successivamente nella Libreria “La Pazienza” e nella Libreria “Libraccio” in piazza Trento e Trieste a Ferrara.

GLI AUTORI

Marcello Carrà (1976), è disegnatore e pittore con all’attivo diverse mostre personali. Lo scorso dicembre ha pubblicato il suo libro Incubus (ed. La Nave di Teseo).

Andrea Musacci (1983), giornalista e scrittore, lavora per La Voce di Ferrara-Comacchio e collabora con varie testate, fra cui Avvenire, Periscopio e Filo Mag.