Nuovo Santuario mariano, festa a Ferrara

28 Nov

Sacra Famiglia: il 29 novembre la Messa con mons. Perego e mons. Turazzi per il Cuore Immacolato di Maria e i 70 anni della parrocchia. La storia della comunità, la cronaca del tempo e i restauri eseguiti

di Andrea Musacci

Era nel destino della Sacra Famiglia di diventare Santuario del Cuore Immacolato di Maria. La speranza – poi frustrata – nacque già alla nascita, 70 anni fa, ma poi, per motivi burocratici e finanziari non se ne fece più niente. Ora il grande momento è arrivato: il 29 novembre è avvenuta l’erezione ufficiale della chiesa di via Bologna a Santuario mariano (rimane, però, la parrocchia), con la S. Messa presieduta da mons. Gian Carlo Perego e dall’ex parroco (dal 2005 al 2014) mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro. Prima dell’inizio della liturgia, è stato benedetto il quadro a olio “Maria col Bambino Gesù e i Santi Margherita, Girolamo e Petronio” e letto il decreto di erezione a Santuario.

La sera del 4 maggio ’49 mons. Bovelli benedisse e pose la prima pietra della chiesa, che   fu dedicata  il 29 novembre 1952 dall’allora Vescovo assieme al parroco mons. Adriano Benvenuti, dopo poco più di un anno di lavori. Si ipotizza che venne scelta quella data in quanto primo giorno della Novena dell’Immacolata. Mons. Benvenuti era, infatti, particolarmente devoto alla Madonna di Fatima. Quest’ultimo divenne ufficialmente parroco della Sacra Famiglia nel ’56 (vi rimase fino al ’70), ma fino a quell’anno aveva guidato la vicina S. Luca. Le cronache del tempo (“Il resto del Carlino” del 30 novembre ’52) raccontano: «Alla cerimonia della consacrazione erano presenti molti fedeli e i bambini delle scuole elementari del rione Mosti. I riti, in mancanza ancora delle campane, sono stati trasmessi con altoparlanti a Borgo San Luca, Argine Ducale e dintorni. Tutta via Bologna per l’occasione era addobbata di festoni e di bandiere tricolori». Da alcuni documenti presenti nel nostro Archivio diocesano, si evince come la nuova chiesa di via Bologna fu progettata, costruita ed inaugurata come Santuario del Cuore Immacolato di Maria «a ricordo dell’Anno Mariano» (celebrato dal maggio 1948 al maggio 1949 in preparazione al centenario della proclamazione della Madonna delle Grazie a patrona della città e della Diocesi, atto compiuto da Pio IX nel 1849) e rimase tale fino al 1956 quando per vari motivi non si poté costruire una specifica chiesa per il “nuovo” beneficio parrocchiale della S. Famiglia.

«Nel 2020 – racconta il parroco don Marco Bezzi – mons. Perego era venuto qui alla Sacra Famiglia a celebrare a porte chiuse nel periodo del lockdown. A fine Messa siamo saliti sulla loggetta nell’abside dove si trova l’effigie del Cuore Immacolato di Maria (foto) e, leggendo la preghiera di consacrazione della Diocesi, ha definito la chiesa “Santuario”. Una volta usciti, gli ho fatto notare che la nostra non era Santuario, e lui mi ha risposto: “se non lo è, lo diventerà”. È stato di parola».

Per la duplice, storica, occasione, la parrocchia ha commissionato e portato a termine alcuni importanti lavori: la ridoratura del tabernacolo del presbiterio, che aveva perso lo smalto; il restauro e la tinteggiatura del campanile con la sostituzione della sfera di calcestruzzo sulla cuspide con una di polistirolo alta densità rivestita di resina al quarzo e tinteggiata, e la posa di una croce e di una banderuola col Cuore Immacolato di Maria. La vecchia sfera verrà posta in un angolo del piazzale.

Inoltre, è stato restaurato il sopracitato quadro, uno sposalizio mistico di Santa Margherita, con la Madonna che gli porge Gesù Bambino, copia realizzata a inizio del XVII secolo forse dal ferrarese Francesco Naselli, di un’opera su tavola del Parmigianino del 1529 conservata nella Pinacoteca Nazionale di Bologna. «A breve – ci spiega don Bezzi – commissioneremo una ricerca storica adeguata per l’attribuzione e la datazione». L’opera – donata a suo tempo da un parrocchiano, l’ing. Masotti – è esposta nel lato sud della chiesa. Il suo restauro, come di quello dell’immagine del Cuore Immacolato di Maria nell’abside, è stato realizzato da Natascha Poli con il contributo degli “Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi”, in particolare del parrocchiano Maurizio Villani. 

A proposito dell’immagine mariana nell’abside, di cui è stata restaurata anche la suggestiva cornice e ripulito il diadema, si tratta di un’opera donata da due coniugi molto facoltosi residenti in zona (forse Boldrini), fatta benedire da papa Pio XII nel ’52 e posta nella chiesa di via Bologna il giorno della dedicazione. Il sopracitato articolo del “Carlino” riporta: «Un lungo corteo di automobili si recherà a Gallo per ricevere l’immagine della Madonna del Sacro Cuore proveniente da Roma, dove è stata benedetta dal Santo Padre. L’immagine sarà portata in processione fino alla nuova chiesa». Un dipinto molto simile, inoltre, è conservato nella cappelletta della parrocchia, realizzato da un artista anonimo. Per l’occasione, l’immagine nell’abside splenderà di nuova luce grazie anche al nuovo impianto di illuminazione.

Il 29 novembre è stata anche inaugurata la mostra “Ti racconto i 70 anni della Sacra Famiglia”, esposta nella Cappella Revedin e affidata a un gruppo di giovanissimi della parrocchia che hanno selezionato una 40ina di foto fra le oltre 200 conservate nell’archivio parrocchiale per essere esposte insieme a un video nel quale scorrono altre immagini prestate per l’occasione da diversi parrocchiani. Una proposta espositiva, questa, per ripercorrere la storia della comunità e della chiesa, con anche immagini del vecchio presbiterio prima della riforma liturgica, della scuola materna e dei diversi parroci che si sono succeduti. La mostra è aperta nelle domeniche prima di Natale o su richiesta (segreteria parrocchia: tel. 0532 767748 – mail: segreteria@sacrafamiglia.fe.it).

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 dicembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Santo Spirito saluta i frati: addio ai francescani dopo 122 anni

28 Nov

Sabato 26 novembre la Messa di saluto. Accolto il nuovo parroco don Francesco Viali: «molta preghiera e niente chiacchiericcio»

Dopo 122 anni si conclude la presenza francescana a Santo Spirito e, nello specifico, dopo 12, quella dei Frati dell’Immacolata, due dei quali destinati al Santuario di Maria in Aula Regia a Comacchio.

Un momento storico per la parrocchia di zona Montebello, che domenica 27 novembre ha visto il nuovo parroco don Francesco Viali celebrare la prima S. Messa con la comunità affidatagli.

La sera precedente, la S. Messa d’addio ai Frati (il parroco padre Massimiliano Degasperi, fra Filippo M. Casamassima  e padre Felice M. Nori) e di “benvenuto” alla nuova guida, Messa presieduta dal nostro Arcivescovo e celebrata, oltre che col parroco uscente e quello entrante, con rappresentanti del Vicariato e della città. Presenti molte persone, fra cui i tre gruppi Scout parrocchiani e le Suore della Carità. 

All’Aula Regia di Comacchio andranno padre Degasperi e padre Nori, mentre fra Casamassima è destinato al santuario di Campocavallo vicino a Osimo (AN).I due, nel Santuario comacchiese troveranno padre Ave Maria Lozzer e fra Juan Maria, che dunque restano, mentre padre Stefano M. Miotto è stato trasferito al convento francescano di Trieste. P. Miotto era all’Aula Regia dal 2016, mentre dal 2013 al 2016  è stato a S. Spirito.

«Emotivamente oggi è un giorno molto toccante», ha detto Vinicio Bighi a nome del Consiglio Pastorale.«Siamo grati alla Provvidenza per averci dato subito un nuovo pastore e assicuriamo che la tradizione francescana nella nostra comunità rimarrà più viva che mai. In questi anni insieme a voi – ha proseguito rivolto ai Frati – abbiamo imparato il coraggio e la fiducia in Dio, il saper seminare bene e l’affidarci a Lui per il raccolto. Voi francescani avete sempre provato a seminare, in un modo convinto, fedele e coerente». E rivolto a don Viali: «ti abbiamo già accolto nei nostri cuori e nelle nostre preghiere.Per noi sarai padre, maestro e fratello, vogliamo condividere con te ogni gioia e ogni fatica».

Il secondo saluto, a fine Messa, l’ha rivolto padre Immacolato Acquali, primo Francescano dell’Immacolata parroco di S.Spirito, dal 2010 al 2013, e da maggio scorso Ministro Generale  dell’intero Istituto dei Frati dell’Immacolata: «sono stati 12 anni bellissimi, carichi di esperienze, con una ventina di Frati che si sono succeduti. Grazie a tutti: in questi anni ci siamo confermati a vicenda nella fede. Il raccolto fatto, ora lo mettiamo nelle mani di Dio, con l’intercessione dell’Immacolata.Alei affidiamo tutti i volti incontrati qui. Non dimentichiamo il cuore della nostra fede: tutto è per il nostro bene». Oltre a padre Acquali era presente anche il Vicario Generale dell’Istituto P. Massimiliano M. Zangheratti.

«Mi auguro che cammineremo insieme, alla luce del Signore», ha detto un emozionato don Viali, “accompagnato” da un pezzo della sua ormai ex UP: don Ruffini, don Bovina e diversi parrocchiani. In questo periodo di passaggio di consegne, ha proseguito, «mi ha molto edificato lo stile che ognuno ha tenuto:molta preghiera e niente chiacchiericcio». Il ringraziamento del neo parroco è poi andato al Beato Alberto Marvelli, “manovale della carità”: «ognuno di noi dev’essere un manovale della carità: in parrocchia, in città, nella Diocesi».

La serata di festa si è conclusa con un lauto rinfresco offerto dai parrocchiani nel campetto retrostante la chiesa. Campetto che, da alcune settimane, è stato abbellito con numerosi murales (religiosi e non), realizzati dall’artista Stefania Frigo, di Negrar di Valpolicella, nel veronese.

Le parole del Vescovo

«La chiesa è la casa della preghiera»,  ha detto mons. Perego nell’omelia. «Al tempo stesso, il monte e il tempio invitano a seguire uno stile nuovo di vita, uno stile di pace e di dialogo: “non impareranno più l’arte della guerra”». «Il dialogo e la pace sono beni di cui sentiamo l’importanza anche noi oggi – ha proseguito -, in un mondo dove la guerra ritorna, anche alle porte dell’Europa, la violenza entra in famiglia e nei luoghi quotidiani di vita. La Chiesa, casa di Dio, è il luogo dove s’impara la pace, si costruisce la pace, si dona la pace, s’incontra il Dio della pace». 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 dicembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Pino Cosentino)

A Kiev insieme a Gandhi per progetti di pace

28 Nov

Mao Valpiana è intervenuto il 22 novembre a Casa Cini per raccontare le Carovane della pace

Al centro di Kiev, nel giardino botanico “Oasi della pace” svetta una statua del Mahatma Gandhi. Due mesi fa ai suoi piedi si sono ritrovati i pacifisti ucraini e quelli italiani per la Giornata mondiale della nonviolenza. È, questa, l’immagine simbolo di quello che i Movimenti nonviolenti stanno cercando di costruire al di là degli attori del conflitto russo-ucraino.

Ne ha parlato lo scorso 22 novembre a Casa Cini a Ferrara Mao Valpiana, Presidente del Movimento Nonviolento in Italia, invitato dal Collettivo 25 settembre e dal Movimento Nonviolento ferrarese in collaborazione con la Rete Pace di Ferrara, per l’incontro moderato da Elena Buccoliero (foto).

La tappa di Kiev è stata una delle due tappe della quarta, e finora ultima, Carovana della Pace (organizzate dalla rete “Stop the war now”) nel Paese vittima dell’invasione russa, Carovana partita il 26 settembre e ritornata il 3 ottobre scorso, con sei mezzi tra camper e pulmini dello stesso Movimento Nonviolento e di “Un ponte per”.

All’inizio le prime Carovane della pace avevano soprattutto uno scopo umanitario oltre a quello di portare in salvo persone fragili, donne e bambini in Italia (oltre 1000 grazie alle Carovane stesse). L’ultima “missione”, invece, «ne aveva anche uno più strettamente politico: quello, cioè, di rafforzare relazioni e organizzare progetti comuni assieme agli obiettori russi e a quelli ucraini, facendo anche da cerniera fra i due gruppi», ha spiegato Valpiana. Fra i progetti, quello di aprire un corso di studi sulla pace a Cernivci assieme a 200 universitari ucraini e a RuniPace, la rete italiana degli Atenei per la pace. Dopo Cernivci, la Carovana si è spostata a Kiev in treno, passando per Leopoli. Qui i nostri connazionali hanno incontrato l’Ambasciata italiana, la Nunziatura Apostolica di Kiev e altre realtà associative, fra cui appunto il Movimento degli obiettori. E a proposito di obiettori, Valpiana ha raccontato la storia di Ruslan Kotsaba, giornalista e presidente del Movimento pacifista ucraino, obiettore denunciato per “alto tradimento”, che per questo rischia 15 anni di carcere. Ma la sua lotta, almeno per ora, ha deciso di proseguirla fuori dall’Ucraina. Molto attivi, seppur minoritari, anche gli obiettori russi che aiutano chi vuole rinunciare alle armi a non cadere nelle trappole o a non essere vittime dei soprusi di chi dovrebbe garantire il minimo diritto all’obiezione di coscienza. E da Ghandi, dal quale è partito, Valpiana è arrivato al maestro italiano della nonviolenza, Aldo Capitini, la cui “Teoria della nonviolenza” è stata tradotta e distribuita in Ucraina proprio grazie al Movimento Nonviolento italiano.

Il Vescovo: legame fra guerra e migrazioni

«Costruire relazioni di pace, porre al centro il dialogo: questo è il tema centrale. Da questo è partito il nostro Arcivescovo nel suo intervento, nel quale ha anche ricordato, nei suoi viaggi, in passato, in Ucraina, «quei 20enni arruolati che andavano a morire nel Donbass, alcuni anche il primo giorno sul fronte».

Mons. Perego ha affrontato il tema della protezione umanitaria per chi fugge dalla guerra, dalla miseria, dalla non vivibilità del proprio ambiente. Protezione, ha denunciato, «spesso non utilizzata, nonostante i 34 conflitti nel mondo ufficialmente riconosciuti, altrettanti non riconosciuti, e i 50 milioni di migranti nel mondo nel 2021 per crisi ambientali». Anche riguardo ai rifugiati ucraini in questi primi 9 mesi di conflitto (1600 solo a Ferrara e provincia), mons. Perego ha fatto notare come l’accoglienza sia stata resa possibile «grazie alle Caritas, alle parrocchie, all’associazionismo, alle famiglie, ma non grazie allo Stato e ai Comuni, che non hanno messo a disposizione nemmeno un appartamento». Un tema importante, che intreccia guerra, migrazioni e accoglienza, mostrando così ancora una volta, come la pace si costruisca sempre dal basso, sempre negli intrecci quotidiani, ogni volta dai gesti concreti intessuti nel dialogo e nell’ospitalità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 dicembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Pino Cosentino)

Lo squadrista Italo Balbo: una mostra per indagare le origini del Fascismo

21 Nov

Nel centenario della Marcia su Roma, una mostra del Centro Studi del Museo del Risorgimento e della Resistenza raccoglie a Ferrara documenti e testimonianze della violenza nei primi anni ’20 nel nostro territorio. Il ruolo decisivo del gerarca

Una mostra esposta nel Centro Studi del Museo del Risorgimento e della Resistenza (MRR), a Porta Paola, arricchisce ulteriormente il dibattito nel centenario della Marcia su Roma.

“Lo squadrismo raccontato dai fascisti. Il diario di Italo Balbo e altre fonti” – questo il titolo dell’esposizione a Ferrara, a cura di Antonella Guarnieri in collaborazione con l’ANPI provinciale – cerca di inquadrare storicamente, attraverso documenti dell’epoca e successive ricerche, il ruolo di Italo Balbo nello squadrismo padano, di cui fu uno dei maggiori artefici assieme a Dino Grandi, Roberto Farinacci e pochi altri.

Ricordiamo che una volta conclusi i lavori di ristrutturazione, la sede del MRR sarà nella Casa della Patria Pico Cavalieri, in Corso Giovecca 165. Il Centro Studi del Museo è a Porta Paola dal settembre 2020, mentre la sua storica sede è stata in Corso Ercole I d’Este 19, dove dovrà nascere il nuovo bookshop di Palazzo Diamanti.

«Al Fascismo, sin dagli inizi, incombeva il destino della conquista integrale e rivoluzionaria del potere»

Nel suo “Diario 1922” – pubblicato dalla Mondadori il 6 ottobre 1932, poco prima del decennale della Marcia su Roma – Italo Balbo, è scritto in mostra, «manifestava con evidenza la volontà di strizzare l’occhio a quella parte del fascismo che era stata fondamentale per il raggiungimento del potere ed era stata poi collocata in pensione da Mussolini». 

Nell’introduzione al “Diario” Balbo stesso scrive: «A chi mi chiedeva quale fosse il segreto di una organizzazione volontaria così perfetta, rispondevo…esaltazione della violenza come il metodo più rapido e definitivo per raggiungere il fine rivoluzionario». E più avanti parla della «certezza che al Fascismo, sin dagli inizi, incombeva il destino della conquista integrale e rivoluzionaria del potere. Integrale: cioè senza compromessi, e su tutto il fronte della vita pubblica italiana; rivoluzionaria: cioè un atto violento, insurrezionale che segnasse un netto distacco, anzi un abisso, tra il passato e il futuro». Due anni fa – lo ricordiamo – a Ferrara riesplose una polemica legata alla presunta legittimazione di Balbo, dopo la dichiarazione di Vittorio Sgarbi di voler allestire una mostra a lui dedicata – soprattutto come aviatore – a Palazzo Barbantini-Koch in Corso Giovecca, sede della direzione territoriale della BPER Banca. La polemica coinvolse soprattutto – da una posizione critica – Anna Quarzi, Presidente dell’Isco locale.

Dalle lotte sindacali alla violenza squadrista

Lo sviluppo dei sindacati che organizzarono la vasta massa di lavoratori – circa 71mila -, l’allargamento del suffragio e le conseguenti vittorie socialiste nelle elezioni del 1919-1920 preoccuparono gli agrari che temevano di perdere il loro potere indiscusso sui lavoratori. Per migliorare le condizioni di lavoro dei braccianti e togliere egemonia agli agrari, le leghe rosse «con le buone o le cattive, reclutarono anche elementi recalcitranti», viene spiegato nell’esposizione. «L’uso della violenza da parte dei socialisti, in alcuni casi fu evidente, ma non deve essere esagerato come fu invece abitudine della propaganda padronale. Le armi più usate furono il boicottaggio, l’isolamento dei crumiri, raramente la violenza fisica». Fu invece «organizzato, programmato, costante, militarizzato» l’uso della violenza da parte dello squadrismo fascista.

Un pannello cita anche l’opinione dello storico Emilio Gentile, allievo di De Felice, che su “Repubblica” del 27 ottobre 2012 scrive: «non c’è alcun rapporto diretto tra la violenza del massimalismo socialista e la violenza fascista. Quando in Italia si afferma lo squadrismo, il pericolo bolscevico non esiste più (…). Finché dura il cosiddetto “biennio rosso” il fascismo è un fenomeno marginale. Esso cominciò ad affermarsi quando il socialismo entra in crisi. E poi non c’è proporzione tra violenza rossa e violenza nera: i socialisti non hanno mai assaltato le case della borghesia né i circoli degli altri partiti; i fascisti applicano alla politica le pratiche da guerra civile».

«La verità – scrive invece Gaetano Salvemini nel suo “Le origini del fascismo. Lezioni di Harvard” – è che sia da una parte sia dall’altra vi furono aggressori e aggrediti, assassini e vittime, imboscate ed assalti su terreno aperto, atti di coraggio e di tradimento; ma i fascisti, sostenuti economicamente da industriali, proprietari terreni e commercianti, e politicamente da polizia, magistratura e autorità militari, godettero di una forza schiacciante».

Alcuni tragici episodi nel Ferrarese

La strage di Palazzo d’Accursio, avvenuta il 21 novembre 1920 a Bologna, fu scatenata da un nutrito gruppo di squadristi fascisti che attaccò la folla riunitasi in occasione dell’insediamento della nuova giunta comunale presieduta dal socialista massimalista Enio Gnudi. Fu un episodio decisivo, con conseguenze anche per il nostro territorio.

Gli scontri, la cui dinamica non è mai stata interamente chiarita, portarono alla morte di dieci sostenitori socialisti e del consigliere comunale liberale Giulio Giordani, oltre che al ferimento di circa sessanta persone.

Un mese dopo, il 18 dicembre, l’avvocato socialista Adelmo Niccolai, appena uscito dal Palazzo di Giustizia di Ferara, dove aveva difeso alcuni organizzati, fu bastonato a sangue da un gruppo di fascisti, e alzarono le mani anche sulla madre accorsa in strada sentendo le urla del figlio.

Due giorni dopo, il 20, i fascisti ferraresi scesero in piazza contro le amministrazioni socialiste che guidavano il Comune e la Provincia. Negli scontri vennero uccisi i fascisti Franco Gozzi, Natalino Magnani, Giorgio Pagnoni e Giuseppe Salani, e i socialisti Giovanni Mirella e Giuseppe Galassi (morto il 22 febbraio ’21 per le ferite riportate). La sera del 30 dicembre dello stesso anno gli squadristi aggredirono l’assessore comunale ing. Girolamo Savonuzzi, poi costretto a scrivere una lettera di dimissioni dalla carica.

La mostra mette in risalto anche il ruolo dell’allora Prefetto Samuele Pugliese (incarico che ebbra dal 1° febbraio ‘21 al 31 agosto dello stesso anno), la cui azione nel caso Savonuzzi «fu così poco incisiva che venne pesantemente redarguito dal Direttore generale della Pubblica Sicurezza on. Vigliani». In mostra si parla anche del «coinvolgimento in più di un’occasione delle forze dell’ordine che spesso affiancarono, sostennero e facilitarono l’azione squadrista». Emblematiche le devastazioni fasciste il pomeriggio e la notte del 15 aprile 1921 delle Case del popolo di Burana, Lezzine, Pilastri e Gavello, nel bondenese, attacchi anticipati un’ora prima dalle perquisizioni da parte dei carabinieri nelle case dei lavoratori dei paesi alla ricerca di armi non trovate.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 novembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto: Italo Balbo – in piedi al centro, coi baffi -, insieme ad altri squadristi a Venezia nel 1921, dopo alcuni assalti compiuti)

Chi era Italo Balbo

Italo Balbo (Quartesana, 6 giugno 1896 – Tobruch, 28 giugno 1940) è stato un politico, generale e aviatore italiano.

Iscritto al Partito Nazionale Fascista dal 1920, fu uno dei quadrumviri della marcia su Roma, diventando in seguito comandante generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, quindi nel 1925 sottosegretario all’economia nazionale e poi alla Regia Aeronautica. Nel 1929 assunse l’incarico di Ministro dell’aeronautica. Fu insignito del grado di Maresciallo dell’aria. 

Considerato un potenziale rivale politico di Benito Mussolini a causa della grande popolarità raggiunta, Balbo fu nominato nel 1934 governatore della Libia. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale organizzò voli di guerra per catturare alcuni veicoli del Regno Unito, e proprio durante il ritorno da uno di questi voli, il 28 giugno 1940, fu abbattuto per errore dalla contraerea italiana sopra Tobruch.

Tanti soldi, zero diritti: Qatar, l’abisso oscuro dietro i Mondiali di calcio

21 Nov

Discriminazioni contro donne, lavoratori, altre religioni. Ingenti finanziamenti per “comprare” pezzi importanti d’Italia e ai terroristi islamisti

Diritti umani, finanziamento a gruppi terroristici, affari con l’Occidente: i campionati del mondo di calcio hanno acceso i riflettori sui molti lati oscuri del Qatar, emirato del Vicino Oriente ricco di petrolio ma povero di democrazia. Un piccolo Paese (1,8 milioni di abitanti) segnato da grandi disuguaglianze.

Lavoro, donne, religioni: diritti inesistenti

Dall’indagine svolta da Amnesty International si evince innaanzitutto come le autorità del Qatar utilizzano leggi repressive nei confronti di chi critica le istituzioni, c’è poco spazio per l’informazione indipendente, la libertà di stampa è limitata da crescenti vincoli imposti agli organi d’informazione.

I lavoratori migranti non possono formare sindacati né aderirvi e, insieme ai cittadini locali, rischiano ripercussioni se vogliono esercitare il diritto alla libertà di manifestazione. Ad oggi i lavoratori migranti costituiscono oltre il 90% della forza-lavoro del Qatar. Senza di loro, i Mondiali non si sarebbero svolti. Nonostante i tentativi in corso di riformare il sistema del lavoro, mancato o ritardato versamento dei salari, condizioni di lavoro insicure, diniego dei giorni di riposo, ostacoli alla ricerca di un nuovo lavoro e accesso limitato alla giustizia restano una costante nella vita di migliaia di lavoratori. La morte di migliaia di essi non è mai stata indagata. Cifre ufficiali (da un’inchiesta del Guardian) parlano di 6500 operai deceduti solamente durante i lavori per i Mondiali, ma il numero potrebbe essere più alto. Erano persone provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka.

Nell’ultimo decennio vi sono stati anche molti processi iniqui nei quali gli imputati hanno denunciato di essere stati torturati e condannati sulla base di “confessioni” estorte. 

Capitolo religioni: La costituzione del Qatar stabilisce che l’islam è la religione di stato e la sharia è la fonte principale per la legislazione. La conversione dall’islam ad un’altra religione è illegale. Il proselitismo da parte di una religione diversa dall’islam è vietato, e le religioni non musulmane non possono esporre in pubblico simboli religiosi.

Le donne non hanno vita facile: il sistema del tutore maschile (di solito il marito, il padre, un fratello, un nonno o uno zio) prevede che debbano chiedere il permesso per sposarsi, studiare all’estero, lavorare nell’amministrazione pubblica, viaggiare all’estero se hanno meno di 25 anni e accedere ai servizi di salute riproduttiva. L’articolo 296.3 del codice penale, inoltre, criminalizza vari atti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso e prevede il carcere.

Fiumi di soldi per le moschee

Decine di milioni di euro sono stati versati dal Qatar per finanziare in Europa moschee e centri islamici: un’”invasione” finanziaria e dottrinale documentata nel libro “Qatar Papers” (2019) dei giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot. 

Attraverso la ong “Qatar Charity” fiumi di soldi sono arrivati in Francia, Italia, Germania, Svizzera, Gran Bretagna e nei Balcani. La “Qatar Charity” nel mondo ha finanziato 8148 moschee e 490 centri di memorizzazione del Corano, di cui 138 tra moschee e centri islamici nella sola Europa. Negli ultimi anni, la ong avrebbe largamente sponsorizzato progetti legati ai Fratelli musulmani, movimento mondiale fondamentalista fuori legge in diversi Paesi fra cui l’Austria. 

Solo nel 2014 sono arrivati in Europa 72 milioni di euro (per 140 progetti). Negli anni in Italia dalla “Qatar Charity” sono giunti ben 50 milioni di euro per 45 progetti (di cui 10 milioni sarebbero dovuti andare per la grande moschea di Milano, zona Sesto San Giovanni). Yassine Lafram, Presidente dell’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche in Italia), ha ammesso di aver ricevuto la somma di 25 milioni euro dal Qatar «per una trentina di progetti nel quadro di una collaborazione iniziata nel 2013 e andata avanti per un paio di anni». Tuttavia, bisognerebbe fare chiarezza, soprattutto sui restanti 25 milioni di euro che la “Qatar Charity” ha versato nelle sue casse.

Questi soldi sono arrivati ad esempio alle comunità islamiche di Saronno, Bergamo, Brescia, Vicenza, Ravenna, Piacenza, Mirandola e di diverse in Sicilia. Anche il nostro territorio è interessato: nel 2016 il centro culturale islamico di via Traversagno a Ferrara ha ricevuto dal Qatar 100mila euro per la ristrutturazione dello stabile. Nello stesso anno, soldi dal Qatar sono giunti al centro islamico di Argenta.

Inoltre, come rivelato da “The National News” (giornale negli Emirati Arabi Uniti), nel 2020 «gli ultimi resoconti disponibili mostrano che anche [la ong] Islamic Relief ha ricevuto 1,4 milioni di dollari nel 2018 da Qatar Charity». Pochi mesi dopo, il Dipartimento di Stato USA ha condannato Islamic Relief per le ripetute esternazioni e atteggiamenti antisemiti da parte di suoi leader.Senza parlare del suo appoggio – più volte esplicitato – ai Fratelli Musulmani e ad Hamas. 

Finanziamenti al terrorismo

E proprio in Palestina il Qatar è un attore rilevante: dal 2008 offre sostegno economico per la ricostruzione di Gaza e direttamente ad Hamas, classificata da alcuni paesi (ad esempio Stati Uniti e Regno Unito) e potenze regionali (Israele, Egitto, Emirati) come entità terroristica alla luce delle azioni di carattere suicida e degli attacchi missilistici compiuti ai danni di obiettivi stranieri e di civili. Dal 2018 il Qatar fornisce ad Hamas pagamenti mensili in media di 20 milioni di dollari. 

Inoltre, durante lo scoppio della “Primavera araba”, il Qatar si è mostrato favorevole all’istituzione di governi filo-islamisti in Medio Oriente e Nord Africa, come in Egitto e Tunisia, incontrando le ostilità da parte delle petromonarchie tradizionaliste del Golfo, in primis Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, intenzionate a preservare lo status quo nella regione. Infine, si sospetta che il Qatar finanzi o abbia finanziato anche gruppi terroristici quali al-Qaeda, lo Stato Islamico e forze paramilitari filoiraniane.

Italia terra di conquista 

Come documentato su “Panorama” del 13 maggio 2019, sempre più forte è anche l’invasione di capitali qatarioti nel nostro Paese per motivi non di proselitismo: negli ultimi anni, solo per fare alcuni esempi, i fondi sovrani del Paese arabo hanno comprato Valentino Fashion Group, fatto forti investimenti in Costa Smeralda, comprato l’ex Meridiana (compagnia aerea sarda, oggi Air Italy), i grattacieli di Porta Nuova a Milano, l’Excelsior di Roma, l’ospedale Mater Olbia. In cambio, l’Italia ha venduto al Qatar, tramite Fincantieri, sette navi da guerra per 4 miliardi di euro, 24 caccia da combattimento con il consorzio Eurofighter, dato 3 miliardi di euro per l’acquisto di 28 elicotteri. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 novembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Amnesty International)

I fiumi nella bassa Pianura Padana: il libro di Pocaterra

21 Nov

Si intitola “Le strade mutevoli. Appunti per una storia di Ferrara e della bassa Pianura Padana attraverso le vie d’acqua” (400 pagine, Festina Lente Edizioni, euro 24,00) il nuovo libro di Corrado Pocaterra, un saggio che è la sintesi di anni di studi e di ricerche appassionate e che cerca di ricostruire con un taglio divulgativo la storia di Ferrara e della bassa Pianura Padana in relazione al corso dei fiumi presenti sul territorio. «Ricordare il periodo delle “strade mutevoli” è il tentativo di prolungare la persistenza della memoria per aiutare a meritarci quello che abbiamo strappato alla natura», scrive l’autore nel volume.

I fiumi, e in particolare il Po, nel corso dei secoli sono stati, e continuano a esserlo tuttora, l’elemento determinante e unificatore delle sorti delle genti padane, ed è dunque nei fiumi, vie d’acqua dai percorsi mutevoli ma fortemente condizionanti, che l’autore cerca di individuare la chiave di lettura di molte delle vicende storiche, economiche e sociali proprie di queste terre. «Fino all’invenzione del motore, prima a vapore poi a scoppio – è scritto ancora nel libro -, l’essere umano si è confrontato con un ambiente idraulicamente mutevole, in cui le forze motrici da utilizzare per la propria mobilità e per la propria sicurezza idraulica erano semplicemente le proprie gambe e braccia, gli animali e il vento».

Risorsa idrica ed economica, fonte di sussistenza e di reddito, indispensabile ai lavori di tutti i giorni, necessaria alla difesa, grande via di comunicazione, l’acqua è un elemento in grado di caratterizzare e condizionare fortemente i territori che attraversa e la vita delle genti che in essi vi abitano. «La bassa Pianura Padana – scrive ancora Pocaterra – si è formata con i materiali portati dal Po e da alcuni fiumi appenninici, ma sotto la superficie attualmente pianeggiante c’è un sistema collinare roccioso, la così detta dorsale ferrarese (…), e la presenza di questi rilievi sotterranei ha influito sull’idrografia di superficie».

Studiarne i percorsi, l’evoluzione nel tempo, consente di dare un senso a mestieri, tradizioni, toponimi e di capire la fortuna o il declino di città e paesi.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 novembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Pace è dignità: male minore e legittima difesa nel dibattito sull’Ucraina

14 Nov

A quasi 9 mesi dall’invasione russa in Ucraina, anche in Italia non si placa il dibattito su una risoluzione giusta del conflitto: cosa dice il Catechismo, la nostra Costituzione, le vicende dei partigiani cattolici e il confronto su resa e resistenza

di Andrea Musacci

La guerra è ancora, nel XXI secolo, una drammatica costante dell’umanità. Secondo Caritas italiana vi sono almeno 22 guerre ad alta intensità, 6 in più rispetto al 2020, quando erano 15, a cui si è aggiunta quest’anno quella in Ucraina. Se si considerano anche le crisi croniche e le escalation violente, si arriva a 359 conflitti.

La feroce guerra scatenata dalla Russia di Putin in seguito all’invasione dell’Ucraina, ha finora causato la morte di quasi 8mila civili ucraini (ma potrebbero essere di più, se venissero scoperte altre fosse comuni), di cui 430 bambini, e 11mila feriti, come reso noto alcuni giorni fa dal Difensore civico ucraino, Dmytro Lubinets. Oltre 64mila i soldati russi uccisi, secondo il governo di Zelensky. I bimbi deportati in Russa sono invece 10.570, 14 milioni di persone sono rimaste senza casa, 6,2 milioni di cittadini sono diventati sfollati interni, 11,7 milioni sono rifugiati o hanno ricevuto protezione temporanea al di fuori dell’Ucraina. 

In questo orribile conflitto l’opinione pubblica italiana, come quella europea e mondiale, si trova, fin da febbraio, drammaticamente divisa. Il desiderio di pace si confronta con le ragioni della legittima difesa della dignità, della libertà e dei confini di un popolo martoriato come quello ucraino. Ma vediamo cosa dice la Chiesa al riguardo.

Legittima difesa e vera pace

Nel Catechismo della Chiesa cattolica si legge al n. 2263: «L’amore verso se stessi resta un principio fondamentale della moralità. È quindi legittimo far rispettare il proprio diritto alla vita. Chi difende la propria vita non si rende colpevole di omicidio anche se è costretto a infliggere al suo aggressore un colpo mortale: “Se uno nel difendere la propria vita usa maggior violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita […]”» (San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae) (n. 2264). Ma la legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un dovere: «La difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell’autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità» (n. 2265). Parole chiare, per quanto vadano interpretate a seconda dei casi concreti.

Costituzione e Resistenza

Sul delicato tema della liceità morale e giuridica dell’uso della violenza come risposta a un’aggressione, è utile anche andare a vedere alcuni testi su cui poggia una sana convivenza. Innanzitutto a livello globale. Lo Statuto delle Nazioni Unite (giugno 1945), all’articolo 51 recita così: «Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale». Si parla, quindi, in modo netto, di «diritto naturale di autotutela» collettiva. Lo stesso articolo 11 della Costituzione italiana sottolinea come il nostro Paese «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Ciò che ha fatto la Russia ai danni dell’Ucraina. E, prosegue, «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Fondamentale è anche questo passaggio dove «pace» e «giustizia» vanno di pari passo. Come a ribadire che non vi può essere l’una senza l’altra.

Mi lego alla nostra Costituzione nata dalla Resistenza al nazifascismo per citare alcune riflessioni dello storico Daniele Menozzi riguardanti la difficilissima scelta, da parte dei partigiani cattolici, di usare violenza contro l’invasore. «Il partigiano cattolico – scrive – (…) può uccidere come il soldato, in quanto lo fa senza odio», soprattutto perché, «per amore di Cristo, giunge a rigettare quell’estetica della violenza e del sangue purificatore che caratterizza i nazisti ed è stata pienamente introiettata dai fascisti». Le varie formazioni cattoliche, continua, erano poi convinte che ciò servisse per «difendere la patria, la Chiesa, la comunità di provenienza», e per «preservare le condizioni per la prossima ricostruzione di una società cristiana». (Nonviolenza e legittima difesa, “Il Regno”, settembre 2021).

Ucraina: il dibattito su male minore e male necessario

Né cinici né ingenui: viene da pensare, quindi, che il giusto atteggiamento da avere sia questo. La vita, propria e degli altri, va difesa e tutelata, ma è necessario, sempre, in una situazione critica di conflitto, come ogni giorno, essere “artigiani di pace”. Coltivare la pace, amare i propri nemici, e, facendo questo, già non considerarli più come tali. Al tempo stesso, far crescere dentro di sé quella forza interiore, quell’equilibrio, quella profondità spirituale che ci permetta di riconoscere il male, di non ignorarlo né sottovalutarlo, ma di saperlo combattere con le armi di volta in volta più consone, urgenti e necessarie. 

Non si tratta di non credere nel bene e nella pace, ma di non coprire con finta ingenuità o buona fede, una mancanza di senso della realtà, di capacità di comprenderla, pur nella sua radicale complessità. Complessità che ha scatenato, forse come non mai, anche nel nostro Paese, un dibattito acceso con posizioni differenti anche all’interno delle stesse Chiese o aree politiche.

«È essenziale schierarci per la pace», scrive Marco Tarquinio su “Avvenire” del 5 novembre scorso. E «farlo con tutta la possibile capacità di resistenza al fascino dello scontro armato e senza quartiere, condotto sino in fondo con l’orgoglio delle proprie ragioni. Lo dico ancora una volta: le guerre hanno sempre ragioni, ma non hanno ragione. E, come dice il Papa, sono ormai pura atrocità e pura follia. L’unica vittoria possibile è solo far finire il massacro».

Una posizione, questa di Tarquinio, in parte differente rispetto a quella di altri opinionisti, sia laici che cattolici. «Dichiarare che ci si deve arrendere all’aggressore, al male, perché così fa meno male, non corrisponde né alla teoria del “male minore”, né a quella della “nonviolenza”», scrive Gianfranco Brunelli. «Oggi il male minore è aiutare gli ucraini a difendersi; e la nonviolenza è essere presenti come resistenza attiva, ancorché non armata, per aiutarli a sopravvivere. Sono queste le scelte possibili. Il pacifismo che chiede la resa agli aggrediti, che cerca di dare ragioni a Putin per una trattativa indifferente a ogni valore in gioco è un pacifismo finto» (Un’altra “inutile strage”, “Il Regno”, aprile 2022). Sulla stessa lunghezza d’onda, Furio Colombo: «Siamo rapidamente discesi, lungo una scala bene organizzata, dal livello dell’invasione armata di un Paese indifeso a quello della difesa deliberatamente messa in atto perché ci sia più guerra. Ovvio che questa incredibile situazione non è un progetto del pacifismo come valore e come speranza», ma «un trappolone» di chi è rimasto legato al vecchio antiamericanismo (Ucraina-Russia, chi dimentica le vittime, “Repubblica”, 4 giugno 2022).

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 novembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

«La prima cosa che ho capito, tessendo le risposte che ho ricevuto da nord a sud, da est a ovest, da soldati e civili, da attivisti e bambini è che pace, lì [in Ucraina], sia una parola imperfetta (…). Perché, in una guerra di invasione, val la pena ricordarlo a chi scende in piazza, funziona così. Sono gli invasi che vivono nei bunker, scendono in metropolitana con i sacchi a pelo per paura di morire schiacciati dal tetto di casa, solo da un lato del confine si vive con le sirene antiaeree nelle orecchie dal 24 febbraio, è per questo che da un lato del confine non può esserci pace senza giustizia».

(Cari pacifisti, vi scrivo: venite in Ucraina e capirete, Francesca Mannocchi – inviata in Ucraina – “La Stampa”, 5 novembre 2022)

Divorziati e separati, una proposta di condivisione

14 Nov

Da due anni, una volta al mese, nella parrocchia di San Benedetto a Ferrara si svolge un momento di discernimento condiviso a partire dalla Parola di Dio

Un cammino offerto a «persone separate, divorziate, risposate perché possano vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come madre che le accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e le incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo». Con questa citazione da Amoris Laetitia si presenta il progetto dal titolo “Ricalcola il percorso”, portato avanti da un paio d’anni nella parrocchia di San Benedetto a Ferrara.

Una volta al mese, di domenica, con inizio alle ore 18.45 (dopo la S. Messa delle ore 18), persone di varie parrocchie che vivono e hanno vissuto un divorzio o una separazione – e in alcuni casi un nuovo matrimonio -, si ritrovano insieme alla luce del Vangelo.

Non si tratta di un gruppo di mutuo aiuto dove semplicemente poter raccontare la propria storia per trovare sollievo o comprensione (aspetto comunque molto importante), ma anche e soprattutto di un momento di ascolto reciproco e riflessione condivisa su alcuni brani significativi della Parola di Dio perché illuminino la storia e la vita di ognuno, con l’inevitabile carico di sofferenze, incomprensioni e sensi di colpa che si porta. «Crediamo che la Parola di Dio – scrivono gli organizzatori – sappia rispondere ad ogni più intimo grido, possa illuminare di luce nuova ogni situazione, sia balsamo ad ogni dolore, e stimolo ad ogni vera ripartenza. Vivere tutto questo assieme ad altri che hanno condiviso un’esperienza simile alla nostra – proseguono -, rappresenta un grande arricchimento: l’altro può davvero diventare il mezzo attraverso il quale Dio parla anche a me, e la sua riflessione una luce che illumina la mia storia e la mia vita. È quindi un darsi l’opportunità di un cammino di pacificazione interiore guidata dalla Parola, per arrivare a guardare con serenità il passato, e il presente come un dono per il mio cammino futuro. Tutto questo in un clima accogliente di rispetto e amicizia, che si esprime molto bene anche nella cena fraterna alla fine dell’incontro».

Il diacono Sandro Mastellari, collaboratore del Consultorio Familiare diocesano, sposato e padre di un ragazzo e di due ragazze, è uno degli ideatori di questa iniziativa. «Il progetto – ci spiega – è nato oltre due anni fa durante un Consiglio pastorale con l’ex parroco don Luigi Spada, pensando non solo al Gruppo famiglie ma anche a qualcosa rivolto a persone con questo vissuto». Così – ispirandosi a una simile esperienza della Diocesi di Rovigo -, inizia tutto, grazie all’intraprendenza di Mastellari e di altre quattro persone, ancor più coinvolte avendo – a differenza di lui – alle spalle un divorzio o una separazione.

In ogni incontro, a turno, una persona sceglie un passo del Vangelo, lo commenta e poi inizia il confronto. «È importante per queste persone mettersi davanti alla Parola di Dio – prosegue Mastellari -, far emergere i propri vissuti. Parlare con qualcuno che è passato per la stessa strada è liberante, spesso le ferite sono ancora aperte: ho visto persone piangere anche se separate da 20 anni».

È molto importante il servizio che questo gruppo svolge, l’unico – finora – di questo tipo nella nostra Arcidiocesi. In questo biennio sono passate non più di una decina di persone, «ma in ogni caso, se diventeranno di più le divideremo in più gruppi, perché è importante che ci sia più intimità e raccoglimento possibili». Molti, purtroppo, sono i matrimoni che finiscono: «le nostre comunità cristiane non allontanano queste persone, ma può capitare che esse non si sentano del tutto accettate, o abbiano vergogna a partecipare alla vita della parrocchia perché, come disse una volta una partecipante, “è l’unico peccato pubblico”», nel senso che se due si separano è chiaro che viene notato prima o poi da tutti. «Nel nostro gruppo ci sono state anche persone molto attive nella loro parrocchia, a volte con matrimoni lunghi alle spalle, in altri casi invece più giovani». Un’altra conseguenza, quindi, è anche la perdita di amicizie e di relazioni: «in questo modo, prosegue Mastellari, facciamo sentire la vicinanza della Chiesa, che, come loro, è sempre in cammino».

Chi è interessato può scrivere una mail a ricalcolailpercorso@gmail.com e verrà ricontattato.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 novembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Pattinatrici ferraresi, dalla pista parrocchiale all’argento mondiale

14 Nov

Quattro juniores premiate a Buenos Aires: si allenano di fianco alla chiesa di Gaibanella

Dalla pista parrocchiale di Gaibanella al tetto del mondo. Hanno conquistato l’argento al World Skate Games 2022 le giovani pattinatrici ferraresi della squadra “Alter Ego”, parte della Pattinatori Estensi guidata da Andrea Cavicchi. Beatrice Azzari, Vittoria Vaccari, Aurora Gherardi e Dafne Borghi – che hanno tra i 16 e i 18 anni d’età – si sono classificate al secondo posto nei Quartetti Junior (all’interno della grande categoria Show) al campionato mondiale svoltosi a Buenos Aires in Argentina. 

Un grande risultato quello raggiunto dalle giovani, che sono state anche le prime pattinatrici ferraresi della loro età a partecipare a un livello internazionale così elevato, e nella specialità “Quartetti” sono la prima squadra in assoluto dell’Emilia-Romagna a partecipare al campionato mondiale.

Guidate dall’allenatrice e coreografa Cinzia Roana (nella foto con le 4 ragazze), 40 anni – campionessa del mondo nel 2015 in Colombia – le quattro di “Alter Ego” sono state premiate sabato 5 novembre a conclusione della sfida alla quale hanno partecipato otto nazioni: Italia, Argentina, Brasile, Colombia, Nuova Zelanda, Paraguay, Spagna e Stati Uniti. Una vittoria sfiorata per le atlete ferraresi, arrivate a pochi punti dalla spagnola Quartemax, vincitrice, e davanti alla Clover, altra squadra iberica e medaglia di bronzo.

Una coreografia spettacolare, Joyà, quella delle “Alter Ego”, ispirata a Le Cirque du Soleil, che ha convinto i giudici di gara.

Le ragazze ferraresi si erano meritate il “pass” per il World Skate Games 2022 conquistando la medaglia d’argento lo scorso 29 maggio a Montichiari al campionato italiano di gruppi spettacolo e sincronizzato – Trofeo small sincro FISR. La trasferta in Argentina, iniziata il 1° novembre e conclusasi il 10, ha visto anche il sostegno economico del Comune di Ferrara, che ha finanziato la trasferta e l’acquisto dei kit di gara, tra cui le divise che portavano anche il logo del Teatro Comunale cittadino.

Gli allenamenti di fianco alla chiesa

Tra le varie sedi dove le giovani si allenano – la principale è il Pattinodromo comunale in via Bianchi a Ferrara – c’è la pista parrocchiale di Gaibanella, proprio di fianco alla chiesa. Essendo la pista non coperta, le ragazze la utilizzano nei mesi primaverili ed estivi, prolungando il periodo a seconda della stagione: l’anno scorso, ad esempio, come ci spiega il Presidente Cavicchi, hanno utilizzato questo spazio messo a disposizione dalla parrocchia guidata da don Graziano Donà, fino a metà novembre.

Le pattinatrici hanno iniziato i loro allenamenti – e alcune esibizioni – qui tre anni fa, quando parroco era ancora don Marino Vincenzi. Il Centro sportivo, dove si svolge anche la fiera e alcune attività ludiche per i bimbi della comunità parrocchiale, è intitolato, insieme al parco circostante, a Carlo Alberto Dolcetto, morto nel 1990 a soli 20 anni in un tragico incidente stradale sulla via Ravenna a Gaibanella, poche ore prima di sposarsi. Un piccolo monumento – fatto costruire dai genitori del giovane – posto nel parco ricorda Dolcetto, con alcuni gabbiani in volo e la scritta “Vola libero e felice”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 novembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

L’inafferrabile consistenza del reale nelle opere di Guarienti

7 Nov

La mostra “La realtà del sogno” esposta nel Castello di Ferrara fino al 22 gennaio. Mistero e malinconia nell’antologica dell’artista 99enne 

di Andrea Musacci

È la realtà che svanisce nell’oblio, oppure è l’oblio che svanisce grazie al (ri)emergere delle figure? 

È questo uno degli interrogativi che suscita l’interessante mostra antologica “La realtà del sogno”, ospitata fino al 22 gennaio nel Castello di Ferrara, e organizzata da Fondazione Ferrara Arte e Servizio Musei d’Arte del Comune.

Carlo Guarienti, artista 99enne in bilico fra surrealismo e metafisica, viene così omaggiato dalla nostra città, la cui stagione autunno-invernale è cornice perfetta per le sue opere dolenti.

Un velo sembra coprire, dunque, lo sguardo dell’uomo moderno, soprattutto dal 1960, con l’opera Ritratto di Faldivia: le certezze razionali svaniscono come spettri, e le fantasticherie e gli incubi dell’artista – di un’epoca? – prendono forma, evocano malinconici paesaggi esistenziali. Una caligine spessa, materica avvolge le figure o le inonda, informandole di sé. Via via, i volti, i corpi si fanno più sfumati, irregolari, angoscianti. Appaiono nel loro sparire. In Guarienti tutto ha, dunque, l’aspetto della malattia, della consunzione. L’occhio – si veda ad esempio le opere Un gioco d’azzardo (1975) o Madame de la crepaudière (idem) – che scruta famelico e osceno lo spettatore, così come il tema del doppio, che a volte ricorre, non fanno che aumentare questo senso di perturbamento.

L’artista sembra, dunque, suggerirci che la realtà è molto più evanescente, contraddittoria e inafferrabile di quanto possiamo pensare. Difficile dire se la nostra vita sia sogno oppure abbia diversa, misteriosa, consistenza.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 novembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio