Che carnevale! Martedì grasso al “Betlem”

22 Feb

di Andrea Musacci

In quella che verrà ricordata come l’epoca delle mascherine quale strumento per proteggere naso e bocca dal virus, il desiderio di ribaltarne la finalità, replicandola di pochi centimetri sul volto, non viene meno. È così che lo scorso 16 febbraio, Martedì grasso, chi ha potuto – conservando quella sana dose di goliardia -, ha esorcizzato paure e patemi festeggiando il carnevale.Una festa di questo tipo – inaspettata solo per chi non conosce l’ambiente – si è svolta anche nella Casa di riposo per anziani “Betlem”. Certo, una festa “anomala” rispetto agli anni passati, senza parenti e familiari, senza orchestra, e divisa in due momenti per altrettanti gruppi, uno mattutino nel Reparto infermeria al primo piano, l’altro pomeridiano nel Nucleo protetto al piano rialzato. Ma intatto è rimasto lo spirito festaiolo degli ospiti della struttura, ancor più smaniosi di concedersi qualche ora di spensieratezza visto anche, un anno fa, l’annullamento all’ultimo minuto per l’incombere imminente del lockdown nazionale.Come ci racconta l’educatrice Gloria Grandi, è dal 2004 che il Martedì grasso al Betlem è sinonimo di festa mascherata. Valzer e lisci romagnoli dallo stereo hanno inondato i saloni, dando a molti degli ospiti la tanto attesa scusa per perdersi in balli e canti, vestiti con abiti realizzati negli anni scorsi durante i laboratori interni, o altri – maschere comprese – acquistati grazie all’ADO o donati dai parenti. Il tutto – particolare per nulla secondario – condito (è il caso di dire) dal tipico immancabile fritto di Carnevale realizzato dalla cucina della struttura. Il rischio di “rovinare” i fantasiosi trucchi realizzati da alcuni degli stessi ospiti con l’aiuto della parrucchiera della struttura e degli addetti alla portineria non ha, dunque, fatto venir meno il sacrosanto desiderio di gustarsi crostoli, lupini e tagliatelle fritte.«È la festa più bella dell’anno», commenta Gloria Grandi. Una gioia, sempre più rara di questi tempi, resa possibile anche dagli esiti negativi dei tamponi rapidi effettuati dagli anziani ospiti il giorno precedente. E allora, su la mascherina, e pure la maschera…che la festa abbia inizio!

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 febbraio 2021

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Intervista al Rettore di Unife Zauli: “Lezioni in presenza invariate, ma più appelli d’esame e altre aule studio”

16 Feb

Lunedì 15 febbraio è iniziato il secondo semestre: quali le novità per Unife? Le risposte del Rettore e il parere di alcune associazioni studentesche

di Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 febbraio 2021

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Rettore Zauli, l’ultimo Dpcm del Governo dà la possibilità di aumentare il numero delle lezioni in presenza fino al 50%: qual è la scelta dell’Ateneo ferrarese?
«L’Università di Ferrara ha voluto prospettare in maniera chiara alle studentesse, agli studenti e alle loro famiglie quali sarebbero state le modalità didattiche per l’intero anno accademico (a.a., ndr) già con l’avvio del primo semestre. La nostra scelta si è basata su elementi precisi che ancora oggi possono essere considerati validi e attuali: l’incertezza sull’evoluzione della situazione epidemiologica, la situazione economica del Paese e gli esiti di due consultazioni sulla nostra popolazione studentesca per indagare le preferenze circa le modalità di didattica a distanza. Alla luce di queste considerazioni, abbiamo deciso di offrire una modalità di didattica “mista” per tutto l’a. a. 2020/2021, con il duplice obiettivo di garantire a tutti la continuità della formazione e tutelare al massimo la sicurezza degli studenti, delle loro famiglie e del personale. Il modello adottato nel primo semestre ha dato risultati molto positivi in termini di progressione degli studi da parte degli studenti. Inoltre, quello del 50% è un valore che avevamo preso in considerazione già all’inizio dell’a.a. in corso ma che, nel caso di Unife, in termini di capienza delle aule non garantisce il necessario distanziamento tra studenti.
Dovendo purtroppo constatare che la situazione pandemica desta ancora forti preoccupazioni, crediamo non vi siano i presupposti per abbandonare il modello affinato nel corso del primo semestre. Il grande senso di responsabilità e il senso del dovere che sentiamo nei confronti della nostra comunità ci impone cautela. Attendiamo tutti il momento di vedere le nostre aule e le nostre strutture di nuovo popolate. Tuttavia in futuro la didattica mista potrà rivelarsi un’opportunità per migliorare la didattica e garantire il diritto allo studio, ad esempio, anche a studenti con difficoltà e/o studenti lavoratori».


L’Ateneo sta valutando la possibilità – come paventato dal Ministro Manfredi – di una proroga fino all’estate 2021 delle lezioni e delle sessioni di esame del secondo semestre?
«Le lezioni restano fruibili per l’intero a. a.: una volta registrate, sono a loro disposizione a lungo, non solo per pochi giorni come accade in altre realtà. Riguardo all’estensione del periodo di esami, abbiamo aggiunto appelli straordinari in primavera e in estate, agosto incluso. Anche questa strategia, dati alla mano, ha consentito un avanzamento importante dal punto di vista delle carriere dei ragazzi».


Per i prossimi mesi, nel caso di un miglioramento dei contagi da Covid-19, è prevista la riapertura di un numero maggiore di sale studio dell’Ateneo, e magari un ampliamento dei loro orari di apertura?
«Siamo consapevoli della necessità di mantenerle aperte, ma poniamo la massima attenzione alla sicurezza: rendiamo e renderemo accessibili solo gli spazi in cui sia possibile garantire le condizioni necessarie per la prevenzione del Covid-19. Massima attenzione alla possibilità di ricambiare l’aria e alla disponibilità di vigilanza che accerti comportamenti corretti da parte degli utenti. Ai nostri spazi si aggiungono poi le aule studio e/o le iniziative in collaborazione con le associazioni studentesche. Coscienti dell’importanza degli spazi studio sia per la socializzazione sia per il reciproco supporto, compatibilmente con l’andamento dell’epidemia, opereremo per identificare nuovi spazi, eventualmente sfruttando progressivamente anche aule che possano risultare adatte».

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“L’Università vive perché noi ci siamo”: la voce delle Associazioni studentesche

Sul tema delle lezioni in presenza e delle sale studio abbiamo interpellato anche le associazioni studentesche di Unife. Due di loro hanno scelto di risponderci.
«La modalità mista lezioni in presenza e on line rappresenta una risposta equilibrata rispetto alla situazione, le lezioni videoregistrate non possono però considerarsi esaustive», commenta Student Office. «Crediamo fermamente nell’importanza di un ritorno in presenza. Per questo, per quanto l’emergenza e la capienza delle aule lo consentano, auspichiamo che la possibilità di partecipare ai focus group, laboratori e ai tutorati possano essere in presenza per tutti gli anni di corso. C’è bisogno di un tentativo che possa permetterci di tornare, senza rimandare». Inoltre, «pensiamo sia fondamentale incrementare le esercitazioni pratiche e laboratoriali di diversi corsi di laurea, tra cui Medicina, Architettura e Design». Riguardo alla riapertura degli spazi per lo studio, «Student Office in collaborazione con Unife ha organizzato qualche settimana fa delle giornate di studio presso il Dipartimento di Matematica. Ci siamo resi conto di come ciascuno di noi avesse bisogno di non trovarsi da solo ad affrontare la sessione ma di qualcuno con cui poterne condividere la fatica, di una compagnia. L’Università vive perché noi studenti ci siamo, non dimentichiamolo».
Azione Universitaria, invece, commenta: «abbiamo deciso di fare alcuni sondaggi tra gli studenti», ci spiega Edoardo Luigi Manfra. «Quasi il 50% vorrebbe la metà delle lezioni in presenza e le altre on line, mentre l’altro 50% preferirebbe tutta la didattica on line. Siamo coscienti che la vita universitaria si viva meglio in presenza ma in determinate condizioni come queste è impossibile. C’è anche da dire che molti studenti hanno disdetto i contratti di affitto per gli appartamenti, essendoci quasi solo lezioni a distanza: rimetterle in presenza non significherebbe farli ritornare a Ferrara. E poi ha sbagliato l’ultimo Governo Conte a lasciare troppa libertà di scelta ai singoli Atenei: è stato uno scarico di responsabilità. Bene anche l’idea dell’Ateneo delle sessioni straordinarie degli esami: spostarle avrebbe significato lo slittamento delle lauree e quindi per molti studenti il pagamento di una rata in più. Pensiamo – conclude – di proporre la creazione di un Tavolo di lavoro tra le varie associazioni studentesche e l’Ateneo per cercare soluzioni».

Quei ferraresi in Texas: Camp Hereford durante la seconda guerra mondiale

16 Feb

Si intitola “Hereford. Prigionieri italiani non cooperatori in Texas” il nuovo libro dello storico Flavio Giovanni Conti. La cronaca agrodolce del biennio ’43 al ’45 che segnò il futuro di diversi ferraresi, tra cui Gaetano Tumiati, Ervardo Fioravanti e Giovanni Rizzoni

Ufficiali prigionieri a Hereford. Gaetano Tumiati è il sesto in piedi da sx. Seduti da sx: il terzo è Giuseppe Berto, il quinto Fioravanti (foto Floretta Ravaglioli e Anna Rizzon)

di Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 febbraio 2021

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Un dolce che riproduce il Castello di Ferrara e un serpente divorato dopo averlo cotto nella brillantina per capelli.
Sono solo due aneddoti riguardanti i ferraresi fatti prigionieri dagli Americani durante la seconda guerra mondiale e detenuti a Camp Hereford in Texas. Un capitolo agrodolce della storia del Novecento, che segnerà nel bene e nel male la vita di tanti italiani, divenuti poi celebri intellettuali, docenti, artisti, giornalisti, imprenditori e politici.
Ne parla lo storico Flavio Giovanni Conti nella sua ultima fatica, “Hereford. Prigionieri italiani non cooperatori in Texas” (Il Mulino, gennaio 2021). Negli anni Ottanta Conti fu il primo a realizzare studi scientifici prima sui prigionieri di guerra italiani, poi nello specifico su quelli negli Stati Uniti. Quest’ultimo libro si basa principalmente su fonti d’archivio italiane, statunitensi e vaticane, oltre che su memorie e testimonianze orali e scritte dedicate a questo luogo nel tempo erroneamente etichettato come “campo fascista”. L’ingiusto marchio fu affibbiato nel ’48, anno di uscita del libro del ferrarese Roberto Mieville intitolato “Fascists’ Criminal Camp”, il primo dedicato a Camp Hereford.
Sono stati circa 1milione e 200mila i militari italiani prigionieri durante la seconda guerra mondiale, di cui metà catturati dai tedeschi e l’altra metà dagli Alleati. Di questi circa 560mila, ben 51mila furono inviati negli Stati Uniti, la maggior parte dei quali fu trasferita dopo la resa italiana del maggio ’43 in Africa settentrionale, su suggerimento del generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo. Nell’ottobre del ’43 gli Alleati avviarono un programma di cooperazione in base al quale i prigionieri italiani che si fossero offerti volontari per svolgere determinati lavori, avrebbero ricevuto in cambio alcuni miglioramenti nel trattamento. I prigionieri che non aderirono alla cooperazione furono separati dagli altri e internati soprattutto nel campo di Hereford (oltre 3mila), nelle Hawaii e in alcuni campi dello Utah.
Sei furono i ferraresi detenuti a Camp Hereford: Gaetano Tumiati, Luigi Deserti, Ervardo Fioravanti, Roberto Mieville, Giovanni Rizzoni (detto Gioriz) e Lorenzo Rolli. Nonostante alcuni periodi di razionamento dei viveri e alcuni soprusi, la vita nel campo era più che dignitosa, seppur segnata dall’angoscia per la situazione nel nostro Paese e la nostalgia dei propri cari. Così Deserti descrive gli edifici dove vivevano: «Baracche di materiale tipo faesite con tetti incatramati e il pavimento interno in legno, ognuna d’esse divisa in cinque spazi, a loro volta divisi in due box ciascuno con due letti a reti metalliche con materasso e lenzuola. Nell’ingresso vi era una stufa e quattro armadietti».

Lorenzo Rolli, rugbista sfortunato
Sottotenente nato a Ferrara il 20 aprile 1916, convinto fascista, a Ferrara ”porta” il rugby, che egli stesso gioca e per il quale organizza un club. Lavora all’INPS ma muore giovane, nel 1958, di infarto.

Luigi Deserti, il repubblichino divenuto imprenditore
Fu lui a raccontare il sopracitato aneddoto del dolce lungo un metro e mezzo di lato – realizzato dal prigioniero Gaetano Giusberti -, che riproduceva il Castello di Ferrara, con il cortile pieno di bignè alla crema. Nel campo è tra i pochi insieme a Tumiati a dichiararsi aderenti alla Repubblica Sociale Italiana. Nel 1950 fonda la D&C, importante società di distribuzione di prodotti alimentari di qualità. Presidente dell’Industry Cooperative Programme della FAO dal ’74 al ’76, dal ’78 all’82 è anche presidente dell’Istituto per il commercio con l’estero (ICE). Nel ’60 crea l’“Oltremare”, società specializzata nella realizzazione di impianti per la lavorazione degli anacardi, che ha costruito 15 stabilimenti in Africa e uno in America Latina. Dal ’64 al ’70 è Consigliere comunale a Bologna per il Partito Liberale Italiano. Tra le onorificenze ricevute, quella dalla regina Elisabetta di Ufficiale dell’impero britannico.

Ervardo Fioravanti, artista instancabile
Nato a Calto (RO) nel 1912, giunge nel campo alla fine di giugno del ’43 con altri prigionieri catturati a Pantelleria. Si ritrova in baracca con, tra gli altri, Tumiati, Alberto Burri, Giuseppe Berto (che in questo periodo scrive il suo romanzo d’esordio, “Il cielo è rosso”), lo scrittore e magistrato Dante Troisi. Artista comunista, a Camp Hereford fa parte del gruppo dei “collettivisti”. Nell’agosto ’45 nel campo partecipa a una collettiva di arte figurativa con 14 opere, di cui sette acquerelli, due illustrazioni per racconti, tre disegni a penna, due oli. In un’altra occasione realizza la scenografia di un dramma di Troisi, “Sperando la vita”. Con quest’ultimo dirige anche una delle riviste del campo, “Argomenti”. Collabora anche con “Olimpia”, periodico sportivo, con i quaderni d’arte “Chiaroscuri” e con altre riviste artistico-culturali. Insegna nel corso di arte e durante la prigionia realizza diversi disegni, perlopiù caricaturali, sulla vita dei prigionieri a Hereford.
I primi mesi dopo il rimpatrio non sono per nulla facili. Lui stesso scrive nell’agosto ’46 all’amico Renzo Barazzoni: «Io non faccio (…) che sentire nostalgia della prigionia». Nel ‘50 è tra i fondatori del circolo artistico-culturale “Il Filò”. In seguito insegnerà all’Istituto d’arte Dosso Dossi di cui divenne Direttore nel ’60. È morto a Ferrara nel ’96.


Roberto Mieville, «baffetti neri e movenze angolose»
Caldo, fame e bastonate: è cupo il racconto di Mieville dalla cattura alla detenzione. È invece Tumiati, con poche pennellate, a raffigurare così il compagno di prigionia: «segnato dai baffetti neri, quegli occhi a spillo, quelle movenze angolose, tutte a scatti». Secondo il racconto di Aurelio Manzoni, nel campo si aggrega al gruppo dei “collettivisti”. Al rientro in patria chiede l’iscrizione al PSIUP di Ferrara, ma la sua domanda viene respinta perché era stato uno dei responsabili dell’incendio della Sinagoga di Ferrara, e, come ricorda Manzoni, «allora…passò al MSI». Di questo partito diviene deputato dal ’48 al ’55, anno in cui muore in un incidente stradale.

Giovanni Rizzoni (Gioriz), che convinse Burri a dipingere
Nato a Bondeno il 15 aprile 1911, tenente e architetto, ha una fidanzata di nome Italia. A lei e ai famigliari scrive numerose lettere dal campo rassicurandogli sulla vita più che dignitosa e anzi mostrando continua preoccupazione per il conflitto nel nostro Paese. In una lettera a Italia del 3 luglio 1944 scrive: «Alla sera spesso faccio lentamente il giro del campo quando la visione del reticolato è resa meno urtante dalla luce del tramonto e i riflettori non sono ancora accesi, come se ti seguissi da lontano, come se tu mi potessi apparire di là dove fisso, ma non vedo». Partecipa anche lui alla mostra di arte figurativa dell’agosto 1945 con sei sue opere. Dirige una delle rivista del campo, “Il Poviere” (da POW, Prisoner Of War) e collabora con altre. Insieme a Fioravanti e ad altri insegna nel corso di arte ed è tra i primi a incoraggiare Alberto Burri a iniziare a dipingere. Nel ’46, tornato dall’America, si sposa con Italia e l’anno successivo si laurea in Architettura a Roma. In seguito svolge l’attività sia come libero professionista sia sotto l’INAM. Solo nel ’69 riprende a dipingere e a disegnare. Muore a Roma il 23 ottobre 1972.

Gaetano Tumiati: il serpente mangiato e le tante attività
Nato il 6 maggio 1918 a Ferrara, si arrende nel maggio ’43 mentre si trova a Enfidaville, in Tunisia. La nave Santa Rosa porta lui e altri il 5 luglio ’43 in America. Racconta dei maltrattamenti compiuti dai soldati americani. Così descrive il paesaggio all’arrivo del treno: «Non c’erano paesi, non c’erano città, si vedeva solo questa immensa prateria […] come quelle che si vedono nei film western, girati da John Ford, sterminate, senza nessun segno di abitazione. Si vedevano soltanto in distanza, a quattro o cinque chilometri, delle luci molto chiare come se fosse una raffineria, o come se fosse un aeroporto […] e arrivammo al campo perché quelle erano le luci del campo». Calciatore appassionato, collaboratore di “Argomenti” e altre riviste, pur avendo all’inizio aderito alla RSI, nel campo partecipa alle riunioni dei “collettivisti”, ma in seguito viene espulso dal gruppo con l’accusa di “revisionismo”. È lui a raccontare, in seguito al calo delle razioni nella primavera/estate del ’45, del serpente mangiato insieme ad Alberto Burri dopo averlo cotto nella brillantina per capelli. Nel gennaio ’44 riceve la prima lettera, delle sorelle Roseda e Caterina alloggiate a Viserba, vicino Rimini, dove con la famiglia si sono recate per due settimane per sfuggire al caldo di Ferrara. È da una lettera di uno zio che viene a conoscenza della morte del fratello partigiano Francesco, detto Francino, fucilato dai fascisti a Cantiano (PU). Quella del campo è in ogni caso un’esperienza indimenticabile: «Quei due anni e mezzo di prigionia», scrive, «non dico che li rimpiango perché, ahimè, furono molto duri […] però sono stati sicuramente i più formativi della mia vita e hanno contribuito, più di ogni altra esperienza, più della guerra, più della educazione…anzi l’educazione fascista ha nuociuto […] più di qualsiasi educazione, anche quella invece onestissima familiare, di mio padre che era un rigoroso professore risorgimentale». Tornato in Italia, rimane in contatto con ex compagni di prigionia tra cui Mieville, Berto e Manzoni, diventa giornalista, prima per il “Corriere del Po”, poi per “L’Avanti”, “La Stampa”, “Panorama”, è direttore della “Illustrazione Italiana”, inviato in URSS negli anni di Stalin e nella Cina di Mao. Come scrittore ha vinto il Premio Campiello nel ’76 con “Il busto di gesso”. Le sue memorie le ha raccolte nella pubblicazione dell’85 “Prigionieri nel Texas”.

Case popolari, “Criteri illegittimi, il Comune li modifichi”: intervista all’avv. Alberto Guariso (ASGI)

8 Feb

Case popolari a Ferrara. La recente Sentenza della Corte Costituzionale dichiara illegittimi il criterio dell’impossidenza di immobili all’estero per gli stranieri e quello della residenzialità storica. Cadono quindi i due pilastri della narrazione fondata sul “prima i nostri”

di Andrea Musacci
È dello scorso 2 febbraio l’annuncio da parte del Sindaco di Ferrara Alan Fabbri e dell’Assessora alle politiche sociali Cristina Coletti della delibera di Giunta (numero GC-2021-19 del 26 gennaio) che modifica il criterio dell’impossidenza in merito all’assegnazione degli alloggi di residenza popolare, eliminando l’obbligo per il richiedente di fornire adeguata documentazione per provare di non possedere immobili nel proprio Stato di origine o in qualunque altro Stato.
Ricordiamo che lo scorso 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria (la 32ª) di assegnazione delle case popolari, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento, elaborato lo scorso marzo dalla Giunta ferrarese, che per la prima volta nella storia della città pone la residenzialità storica dei richiedenti e l’assenza di proprietà immobiliare nel territorio nazionale o all’estero come elementi decisivi nell’assegnazione. Le prime 157 posizioni della graduatoria di assegnazione delle case popolari risultano, di conseguenza, assegnate ai cosiddetti residenti “storici”.
La delibera comunale annunciata il 2 febbraio – che vale per la 32ª e per la 33ª graduatoria -, arriva in seguito alla Sentenza n. 9/2021 della Corte Costituzionale (Udienza del 12 gennaio depositata il 29 gennaio 2021) che, accogliendo il ricorso del Governo contro la Regione Abruzzo (del gennaio 2020), ha dichiarato incostituzionale l’obbligo – posto a carico dei soli cittadini extra UE, quindi del tutto simile a quello presente nel sopracitato Regolamento del Comune di Ferrara di marzo 2020 – di presentare documenti che attestino l’assenza di proprietà immobiliari nei Paesi di origine e in quelli di provenienza. Così recita la Sentenza: la norma in questione «è impugnata in quanto determinerebbe “una disparità di trattamento tra cittadini italiani/comunitari e cittadini non comunitari, poiché viene richiesta solo a questi ultimi la produzione di documentazione ulteriore per l’accesso agli alloggi di edilizia residenziale pubblica”».
Non solo. La stessa Sentenza dichiara illegittima anche la sopravvalutazione della durata della residenza in un Comune: «il peso esorbitante assegnato al dato del radicamento territoriale nel più generale punteggio per l’assegnazione degli alloggi, il carattere marginale del dato medesimo in relazione alle finalità del servizio di cui si tratta, e la stessa debolezza dell’indice della residenza protratta quale dimostrazione della prospettiva di stabilità, concorrono a determinare l’illegittimità costituzionale della previsione in esame, in quanto fonte di discriminazione di tutti coloro che – siano essi cittadini italiani, cittadini di altri Stati UE o cittadini extracomunitari – risiedono in Abruzzo da meno di dieci anni rispetto ai residenti da almeno dieci anni». Queste norme, quindi, «determinerebbero “un aggravio procedimentale che rappresenta una discriminazione diretta, essendo trattati diversamente soggetti nelle medesime condizioni di partenza e aspiranti alla stessa prestazione sociale agevolata”». Sempre il 2 febbraio il Gruppo consigliare del PD, in seguito alla Sentenza, ha presentato un’interpellanza sulla modifica dei criteri in questione. Pochi giorni dopo, identica richiesta è stata avanzata dalle associazioni degli inquilini Sunia CGIL, Sicet CISL e Uniat UIL.
Vengono dunque sconfessati due dei pilastri portanti della narrazione della Giunta guidata da Alan Fabbri sulla ragionevolezza del nuovo Regolamento fondato sul principio “Prima gli italiani” (o meglio: “Prima i ferraresi”).


Sulla questione abbiamo rivolto alcune domande ad Alberto Guariso, avvocato del Servizio antidiscriminazione di ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, in prima linea in questa battaglia.
L’Amministrazione comunale di Ferrara ha dichiarato di aver sospeso temporaneamente il criterio dell’impossidenza per l’assegnazione degli alloggi Erp: una scelta condivisibile?
«La delibera di dicembre dichiara che “cambia strada” perche l’emergenza COVID impedisce la mobilità e dunque impedisce di procurarsi i documenti: un’ottima scelta. Ma poi viene il pasticcio: dice che “assume per analogia” i criteri previsti per il reddito di cittadinanza per il quale un DM del 2019 ha stabilito che solo 18 Paesi nel mondo possono fornire i documenti che attestano i redditi e i patrimoni all’estero (per gli altri non esiste una autorità che li possa fornire). Secondo il Comune, quindi, per queste 18 nazionalità l’emergenza Covid non vale e chi appartiene ad esse dovrebbe andare in giro per il mondo alla ricerca dei documenti. Ovviamente la cosa è assurda: se il motivo è il COVID, l’obbligo dei documenti dovrebbe essere cancellato per tutti. In pratica ciò non avrà grande rilevanza – poiché le 18 nazionalità sono numericamente poco rilevanti -, ma va comunque cambiato».

In ogni caso il Sindaco Alan Fabbri ha dichiarato che questa scelta non modificherà la graduatoria dell’ultima assegnazione. È così?
«No, non è vero. La graduatoria aveva mantenuto iscritti “con riserva” gli stranieri che non avevano presentato i documenti ma prevedeva che i documenti andassero presentati al momento dell’assegnazione della casa. Se non li avessero presentati, sarebbero stati “scavalcati” e non avrebbero ottenuto l’alloggio. Ora che non li devono presentare possono invece ottenerlo. La graduatoria dunque non cambia formalmente ma sostanzialmente sì».


Secondo lei sarebbe auspicabile che l’Amministrazione comunale rivedesse il requisito della dimostrazione dell’impossidenza non solo in modo temporaneo ma definitivo?
«Non solo sarebbe opportuno, ma ora è obbligatorio. C’erano già pronunce in tal senso, e ora a maggior ragione dopo la Sentenza 9/2021 della Corte Costituzionale con la quale ha dichiarato incostituzionale la norma della Regione Abruzzo, identica a quella del Bando di Ferrara. A questo punto tutti i Comuni d’Italia sono obbligati a modificare i propri bandi tenendo conto dei principi stabiliti dalla Corte Costituzionale: è un fatto nuovo che abbiamo segnalato al Comune con la lettera inviata al primo cittadino lo scorso 3 febbraio».

Riguardo all’altro punto dichiarato illegittimo dalla Corte, possiamo essere ottimisti sul fatto che l’Amministrazione arrivi anche a modificare il criterio di assegnazione del punteggio attinente la residenzialità storica, riducendolo?
«La stessa sentenza 9/2021 ha dichiarato incostituzionale la legge abruzzese nella parte in cui attribuiva un punto all’anno fino a un massimo di 6 punti per residenza nel Comune. La Corte ha detto che non si possono utilizzare criteri che siano estranei alla considerazione del bisogno: e la residenza non c’entra col bisogno. È la fine del criterio “Prima i nostri”. Si consideri anche che il criterio di Ferrara è molto peggio di quello abruzzese perché assegna 0,5 punti l’anno senza un tetto: quindi chiunque sia nato a Ferrara e ivi sia rimasto arriva a 20 punti (se ha 40 anni) o di più, mentre per i bisogni più gravi (povertà, disabilità ecc.) vengono riconosciuti solo 5 o 6 punti. Anche questo criterio, dunque, dopo la sentenza 9/2021, deve essere modificato».


Come ASGI le vostre azioni legali le porterete comunque avanti? Ci potete aggiornare?
«Si tratterebbe di un’azione collettiva contro la discriminazione. ASGI è, infatti, un’associazione legittimata ad agire in giudizio e a rappresentare dunque gli interessi di tutti gli stranieri in quanto è iscritta nell’elenco presso il Ministero previsto dall’art. 5 del d.lgs. 215/2003. Non ci sono termini per ricorrere quindi potremmo farlo anche a breve».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 febbraio 2021

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“È il mercato delle donne e dei bambini”: parla Marina Terragni, femminista

1 Feb

Lotta contro l’utero in affitto: una battaglia non solo della Chiesa. Intervista a Marina Terragni. Focus sulla rete femminista contro la maternità surrogata: è del 2015 l’Appello internazionale “Stop Surrogacy Now” firmato da oltre 100 persone e 16 organizzazioni per la difesa dei diritti delle donne. In Italia esiste la Rete “RUA – Resistenza all’Utero in Affitto”

A cura di Andrea Musacci
Il 27 gennaio si è svolta l’udienza pubblica della Corte Costituzionale sulla costituzionalità o meno del divieto, in base all’attuale diritto italiano, di riconoscere le sentenze straniere che attestano il legame di filiazione tra un minore nato all’estero con le modalità della Gestazione per Altri. Tutto è partito dal caso di un bimbo nato in Canada da “madre surrogata”, figlio biologico di uno solo dei due uomini sposati tra loro, e riconosciuti in Canada come suoi genitori.
In attesa degli sviluppi della vicenda e del deposito della sentenza della Corte, ci siamo confrontati con Marina Terragni (foto), femminista, scrittrice e giornalista milanese esperta di differenziazione sessuale, mercificazione dei corpi, e quindi anche dell’orribile pratica della “surrogazione di maternità”.
Le chiediamo innanzitutto a che punto è la discussione nel nostro Paese. «Gran parte del femminismo in Italia, anche tra le transfemministe – ad esempio il collettivo “Non una di meno” -, in realtà non si è mai pronunciato a favore dell’utero in affitto: è certa narrazione dominante a dire che è una battaglia portata avanti solo da un gruppetto di femministe critiche. In Italia è il movimento LGBT a difendere l’utero in affitto insieme alla quasi totalità della sinistra politica». Rarissime sono le eccezioni, dal Segretario PD Zingaretti, «che però non ha mai fatto gesti conseguenti», ad Aurelio Mancuso, cattolico ex Presidente nazionale Arcigay, da Stefano Fassina (Deputato di Liberi e Uguali), all’attivista omosessuale Giovanni Dall’Orto. Segnaliamo anche il comunicato di 9 deputate/i del PD uscito lo scorso novembre: «Condividiamo l’appello del Forum delle famiglie e di Scienza & Vita, affinché siano prese tutte le opportune iniziative per oscurare i siti che pubblicizzano la maternità surrogata», recita all’inizio. «Magari anche nel mondo LGBT in molti sono contrari ma, come spesso accade, vince la logica di lobby», prosegue Terragni. Attualmente nel nostro Parlamento due sono le proposte di legge, tra loro simili, che sanciscono la punibilità del reato di maternità surrogata anche se compiuto da un italiano all’estero: una a prima firma Giorgia Meloni (FdI), l’altra Mara Carfagna (Forza Italia), da settembre in Commissione Giustizia della Camera per la discussione. In Spagna, però, ad esempio la situazione è diversa: nel programma di governo siglato un anno fa dal Partito Socialista del Primo Ministro Pedro Sánchez e da Unidas Podemos (la Sinistra radicale) vi è la netta condanna delle «pance in affitto» («los vientres de alquiler»). «Le pance in affitto – si legge nell’accordo – minano i diritti delle donne, soprattutto di quelle più vulnerabili, mercificando i loro corpi e le loro funzioni riproduttive. E per questo, agiremo di fronte alle agenzie che offrono questa pratica sapendo che è vietato nel nostro paese».
Da noi, in ogni caso, rimane ancora un dibattito di nicchia. «Sì – commenta Terragni -, perché riguarda pochi omosessuali e una parte più ampia di eterosessuali, ma di fatto un numero limitato di persone. E poi soprattutto perché è un mondo che in molti hanno interesse a tenere nascosto. Per la maggior parte delle coppie etero che vi ricorrono non è come per le coppie omosessuali che hanno anche il desiderio di rivendicare pubblicamente il loro “diritto” ad avere un figlio». E che se ne parli poco dipende anche dal fatto, purtroppo, che riguarda donne povere che abitano in Paesi lontani. Occhio non vede cuore non duole? «Certo, se le gestanti fossero italiane ci sarebbe più interesse, già è raro conoscere coppie omosessuali che ne hanno usufruito, anche perché essendo una pratica molto costosa riguarda ceti medio-alti…». Un’alternativa, è l’opinione di Marina Terragni, sta nell’istituto dell’adozione: «il senso di maternità o paternità, naturalmente, ce l’hanno anche le persone omosessuali, quindi pur con tutte le necessarie tutele e i criteri di severità che sempre debbono esserci quando si parla di adozione, permetterei l’adozione anche alle coppie omosessuali. Penso che due donne o due uomini possano crescere benissimo un bambino».
In ogni caso, se è possibile un’alleanza tra credenti e non credenti sulla lotta contro l’utero in affitto, le chiediamo su quali basi antropologiche può poggiare. «Noi femministe siamo donne che lottano contro il dominio di un sesso sull’altro, quindi non vedo nulla di strano sul fatto che su temi come questo ci sia una lotta comune tra noi e il mondo cattolico».
Anche su altre questioni, la incalziamo, come la lotta contro la prostituzione o contro l’identità gender, forte è l’alleanza tra il femminismo e i cattolici: «il Covid – ragiona – ci ha messo di fronte alla necessità di un cambio di civiltà». È ancora più evidente, cioè, come «l’alternativa sia oggi più che mai fra transumanesimo e un umanesimo che ha una radice femminile, non nel senso di un dominio delle donne, ma che si ispiri alle poche antiche civiltà matriarcali di cui è rimasta traccia». Civiltà in cui la maternità era al centro, come la nostra. «La relazione madre-figlio, una relazione di cura, amore e responsabilità dovrebbe essere dunque la base per una convivenza umana più giusta». Oggi invece il transumanesimo «spinge fino all’estremo la cancellazione dei corpi e della differenza sessuale, quindi innanzitutto della femminilità e della maternità. La ricostruzione dell’umano dovrebbe, invece, partire da uno sguardo trasformativo», non riduzionista, omologante o distruttivo.
Femminismo italiano e Chiesa cattolica, quindi, per Terragni è normale si trovino alleati sulla difesa del corpo, che è inevitabilmente corpo sessuato. «Spesso, però, – prosegue con rammarico – i cattolici non vogliono ammettere le gravi responsabilità maschili, non vogliono riconoscere e analizzare il dominio maschile. Sarebbe fondamentale che lo facessero», ma spesso oggi, anche fuori dalla Chiesa, «siamo in una fratria di maschi prepotenti che non si assumono nemmeno le proprie responsabilità».
Una civiltà a radice femminile, invece, sarebbe in netto contrasto con «l’idea fittizia dell’individuo isolato», perché «noi nasciamo in relazione». L’utero in affitto è un tema paradigmatico appunto perché «tocca le radici dell’umano: la gestante rimane inevitabilmente legata al bambino che porta in grembo. L’epigenetica ha dimostrato che in quei 9 mesi avviene tra madre e figlio uno scambio continuo di informazioni e umori». La madre “genetica” è fondamentale perché contribuisce col proprio ovulo, ma mai quanto la madre “epigenetica”, gestazionale. «Insomma, bisogna dirlo con chiarezza: l’utero in affitto porta al mercato dei bambini e alla schiavitù delle donne. Il denaro c’è sempre, basti solo pensare al business tra cliniche, studi legali, alberghi… Non esiste la GPA “solidale”, è parte del mercato internazionale della carne umana». Un mercato enorme, dietro solo a quello delle armi e della droga, ma che punta ormai dritto al secondo posto.

“Le donne non sono contenitori di prole. Difendiamo il legame materno”

Soprattutto negli ultimi dieci anni il NO all’utero in affitto ha assunto sempre più una forma collettiva e concreta a livello internazionale.
Le prime crepe nel mondo femminista le ha provocate nel 2015 l’Appello “Stop Surrogacy Now”, che riunisce 16 organizzazioni e oltre 100 singoli firmatari da 18 Paesi, tra cui USA, India, Nigeria, Bangladesh, Australia, vari Stati europei, Canada e Pakistan. Fra i primi firmatari vi sono la femminista francese Sylviane Agacinski, l’ateo Michel Onfray, Farida Akhter (attivista per i diritti delle donne nel Bangladesh), la femminista radicale inglese Julie Bindel. “Stop Surrogacy Now” chiede la cessazione totale della pratica della GPA, al fine di proteggere le donne e i bambini di tutto il mondo, e di porre fine alle azioni che cerchino di legittimare e normalizzare il traffico di bambini. «Noi siamo convinti che non vi sia differenza tra la pratica commerciale della gestazione per altri e la vendita o l’acquisto dei bambini», recita un passo dell’Appello. «Anche se non c’è scambio di denaro (la cosiddetta gestazione non remunerata o “altruistica”), ogni pratica che espone le donne e i bambini a tali rischi deve essere vietata. Nessuno ha diritto a un bambino: né eterosessuali, né omosessuali e neppure chi ha scelto di rimanere single».
Sempre nel 2015 esce un Appello italiano contro l’utero in affitto: «Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore», recita il testo. «Oggi, per la prima volta nella storia, la maternità incontra la libertà. Si può scegliere di essere o non essere madri. La maternità, scelta e non subìta, apre a un’idea più ricca della libertà e della stessa umanità: il percorso di vita che una donna e il suo futuro bambino compiono insieme è un’avventura umana straordinaria. I bambini non sono cose da vendere o da “donare”. Se vengono programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce e che comunque è la loro, i bambini diventano merce». Tra i primi firmatari, intellettuali della sinistra come Giuseppe Vacca e Peppino Caldarola, la scrittrice Dacia Maraini, Grazia Francescato (Verdi), Mariapia Garavaglia e Livia Turco (PD), le suore orsoline di Casa Rut (Caserta), l’associazione “Slaves no more” di Anna Pozzi, Aurelio Mancuso (già presidente di Arcigay), Cristina Gramolini (presidente di ArciLesbica), Gi.U.Li.A (Rete nazionale delle giornaliste unite libere autonome), Vittoria Doretti (Codice Rosa), Claudio Magris, Nadia Zicoschi (giornalista RAI).
Due anni dopo nasce la Rete “RUA – Resistenza all’Utero in Affitto”, che raccoglie i diversi gruppi sostenitori dell’Appello: «Le donne non sono macchine da riproduzione», recita l’atto fondativo. «Difendiamo l’autodeterminazione delle donne mantenendo l’attuale situazione in cui la madre legale è colei che partorisce, cioè colei che ha avuto l’esperienza della gravidanza (…). Esigiamo il rispetto del diritto umano dei neonati alla continuità della propria vita familiare e il rispetto delle donne, che non devono essere trattate come contenitori di prole altrui (…). Non c’è un diritto alla genitorialità sociale» ma esiste «invece un diritto, universale, a crescere (a partire dalla gravidanza accettata dalla futura madre), nascere ed esistere nelle condizioni migliori (“sufficientemente buone”) avendo garantito anche il legame materno». Sempre nel 2017, a marzo, la Sala Regina della Camera dei deputati ospita un importante appuntamento: il convegno internazionale “Maternità al bivio: dalla libera scelta alla surrogata. Una sfida mondiale“ organizzato dal collettivo “Se non ora quando – Libere”.
Nell’aprile del 2019 nasce la Coalizione internazionale contro la maternità surrogata: il mese dopo a Roma si tiene un incontro con i promotori dell’Appello italiano e, fra gli altri, Marie Josèphe De Villers, promotrice del movimento transnazionale. «Nel concetto di maternità surrogata – è scritto nel testo di presentazione – il ruolo della donna madre è ridotto, e forse questa è l’intenzione globale e nascosta, a qualcosa d’inesistente, a un semplice strumento meccanico di procreazione, mentre sappiamo quanto per ogni essere umano sia fondamentale l’origine della sua vita». Nel giugno 2019, invece, presso la sede romana della Federazione Nazionale della Stampa Italiana si riuniscono i promotori dell’Appello per un’importante conferenza stampa: presenti rappresentanti di “In Radice”, “Se non ora quando – Libere”, Udi, ArciLesbica Nazionale, RUA, RadFem Italia, Rete Gay contro l’utero in affitto, “Se non ora quando – Genova”, oltre a Marco Tarquinio, Direttore di “Avvenire” (foto qui sopra).
Arriviamo così allo scorso maggio: sul sito della Biotexcom, un’agenzia per la maternità surrogata in Ucraina, un video mostra le immagini di una grande nursery improvvisata nella hall dell’Hotel Venezia a Kiev. Vi sono 46 neonati e neonate messe al mondo da gestanti a pagamento su commissione di cittadini di molti Paesi del mondo, tra cui l’Italia, e abbandonate/i lì, in quanto a causa dell’emergenza sanitaria i genitori committenti non possono recarsi a “ritirarli”. Passerà diverso tempo prima che tutti i genitori “acquirenti” riescano ad arrivare a Kiev dai neonati abbandonati senza madre né tutele.
La battaglia delle donne e degli uomini a difesa della dignità della persona continua, in Italia e nel mondo.


Arcilesbica e UDI: critiche

«Le condizioni del contratto obbligano le donne che affittano l’utero a rinunciare alla propria autodeterminazione (…). Per funzionare, il business delle bambine e dei bambini su commissione deve cancellare il principio fondamentale e fino ad ora universale del mater semper certa est, secondo cui la madre legale è la donna che ha partorito. Questo svela che la maternità surrogata non è una pratica né tanto meno una tecnica medica (…), ma è un nuovo istituto giuridico di forte impronta patriarcale che esercita un controllo sulle donne»
(Arcilesbica Nazionale, Documento Congressuale 2017).
«Il desiderio di maternità e di genitorialità di coppie etero e omosessuali rischiano oggi di essere assoggettati ai criteri della potenza tecnologica e del rendimento produttivo, trasformando donne in contenitori economicamente definibili, figlie e figli in oggetti di investimento, senza alcuna coscienza del limite»
(UDI nazionale, “Piattaforma per una contrattazione di genere”, 2017).

Un esempio di sito: Gestlife

“Gestlife” è uno dei più noti studi di consulenza legale (con sede in Spagna) per dare supporto agli aspiranti genitori “acquirenti” e metterli in contatto con le strutture che operano nei Paesi dove la maternità surrogata è legale. Sul sito http://www.surrogacyitaly.com la pubblicizzazione del commercio dei corpi delle donne e dei bambini è proposta senza scrupoli: «i costi di una maternità surrogata variano a seconda della gestante (…). Quando pagate meglio di chiunque altro una gestante, ottenete la migliore gestante. Quando si vuole pagare meno, le migliori gestanti andranno ad altri genitori, e quelle che le cliniche serie hanno rifiutato perché non soddisfacevano i requisiti medici o psicologici, finiscono per accettare cifre inferiori, perché nessun altro le accetta».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 febbraio 2021

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Trasformare il dolore in dono: nuovo libro con la Via Crucis di Franco Morelli

1 Feb

“Di ciò che ci hai donato”: il libro con la Via Crucis di Franco Morelli e le meditazioni di don Saverio Finotti

di Andrea Musacci

La morte e la sua attesa come luogo di memoria e orizzonte eterno di salvezza. La morte dell’umile, del misero come estrema e sublime immagine del dono totale.
È un dialogo tra arte e parola quello contenuto nel volume appena edito “Di ciò che ci hai donato. Via Crucis per l’uomo comune” (Graphe.it, 2021, 88 p., ill.), che raccoglie le riflessioni di don Saverio Finotti, sacerdote della nostra Diocesi in servizio a Roma, e le illustrazioni di Franco Morelli, figura unica di artista, scomparso nel 2004.
Un volume ulteriormente arricchito dalla prefazione di mons. Vincenzo Paglia e da un testo di Gianni Cerioli, indimenticato critico d’arte scomparso lo scorso 22 maggio a 77 anni. Cerioli che nel 2014 presso la Sala espositiva del Liceo “Dosso Dossi” di Ferrara aveva curato la mostra con i disegni della Via Crucis di Morelli e nello stesso luogo nel 2017 la retrospettiva “Franco Morelli e il libro della Genesi”, con opere realizzate nel 1987, 1989 e 1993. E proprio Cerioli nel testo del volume appena uscito rifletteva: l’arte di chi, come Morelli, è scomparso e «l’azione della morte all’interno dell’arte delle immagini» ridonano alle cose del quotidiano «quel mistero che era stato smarrito». Il consueto e il divino quindi si annodano tra loro, richiamandosi a vicenda nei disegni e nelle meditazioni di Morelli e Finotti.
Protagonista – possiamo dire – della Via Crucis e della storia della salvezza «è l’uomo comune che, coinvolto nel suo dolore, vive veramente la passione del Signore; dinnanzi a questo comune dramma non è la fede che rivendica autorevolezza, ma la comunione umana», scrive il sacerdote.
Nelle stesse illustrazioni di Morelli, quindi, Gesù è il povero e l’anziano, è l’operaio e il viandante, il malato e il derelitto. È la figura dalle braccia forti e dallo sguardo ora fiero ora chino. È colui il cui corpo – disegno dopo disegno, man mano che si avvicina il Golgota, un’amena stanza d’ospedale -, si piega sempre di più, il cui passo si fa incerto fino all’ultima, estrema elevazione nella croce (in Morelli è distensione nel letto dell’agonia, il corpo avvolto da un impalpabile sudario come il “Cristo velato” di Sanmartino).
È una figura di operaio, forse edile, sospeso fra dignità del lavoro e solitaria miseria. Una figura che forse omaggiava quella del padre, morto proprio mentre lavorava. Ma non si pensi a un’opera riduzionista: il Cristo di Morelli e le parole di Finotti sono tratto e nota della condizione umana, concreta e quotidiana ma mai epidermica, non contingente ma essenziale: «La caduta, ogni caduta – scrive Finotti in una delle meditazioni -, è uno dei momenti in cui l’uomo è più indifeso ed esposto (…); ma forse, proprio per questo, la terra è uno dei luoghi e momenti in cui si è autenticamente solo uomini». L’uomo caduto, nella sua «totale impotenza», è l’uomo piegato non, come in Rodin, dalla gravità del pensiero ma dal peccato che pare vittorioso, che oblia persino il bene compiuto, che Dio, solo Dio può contare e salvare a pieno.
Ma quanto importante sarebbe, nell’ordinario delle nostre vite, non dimenticare ciò che Dio non dimentica? Così vi medita Finotti: il bene «riflette la speranza, quale attesa di consolazione, e la fede, come unica soluzione di senso». Non dimenticare il bene, non perdersi lungo la “via crucis” che porta alla salvezza, significa, dunque, non perdere per strada la speranza, non far svanire la fede, non ignorare la pietà negli occhi dell’altro, né il suo dolore. Significa non dimenticare il cammino – non scritto – del nostro cercare. Non dimenticare di donarsi.

Vita e aneddoti su Franco Morelli

Franco Morelli, nato a Ferrara nel 1925, frequenta per un solo anno l’Istituto d’arte Dosso Dossi. Ragioni di forza maggiore (la morte del padre prima e del nonno poi) lasciano lui e il fratello minore senza aiuti finanziari e i due ragazzi debbono trovarsi un lavoro per mantenersi. Nel 1945, nei mesi successivi alla Liberazione, dà vita a Ferrara a un Circolo Artisti Dilettanti che poi l’anno successivo apre una sezione anche a Cento. Solo nel 1951 presenta la sua prima personale di pittura. Negli anni ‘50 si mette in contrasto con il sistema delle arti dominanti a Ferrara e alla fine del decennio decide di non esporre più, relegandosi in un isolamento volontario. Nel suo studio continua con fervore a dedicarsi alla pittura e soprattutto all’illustrazione, creando oli, tempere e tavole disegnate con la penna biro, rimaste nascoste fino alla morte avvenuta nel 2004. Dopo la sua scomparsa, infatti, la vedova Anna Luisa Bianchi (deceduta il 23 marzo 2020) trova le sue opere in un armadio a muro: su sollecitazione di don Franco Patruno, e poi di Cerioli, la sua opera comincia a essere conosciuta, e l’intera collezione viene donata alla Galleria d’Arte Moderna Bonzagni di Cento. Solo i pezzi della serie sulla “Divina Commedia”, su cui l’artista lavorò per un trentennio, sono 1.048, su un totale di più di 2mila. Come ci raccontò Marina Accardi, amica di famiglia, nonostante il morbo di Parkinson che lo afflisse negli ultimi anni, Morelli continuò a disegnare: l’ultima sua opera rappresenta una mano di Cristo col chiodo della crocifissione. «La voleva stracciare, perché la considerava imperfetta a causa della malattia, ma riuscii a conservarla».
«Migliaia e migliaia sono le creature mie alle quali ho dato segno e forma – scrisse Franco Morelli – e che mi sorreggono nei tanti momenti di tristezza e che, solo a volte, riescono perfino a farmi capire che non sono nato solo per morire, ma che ho avuto vita per dedicarmi esclusivamente a loro».

La Divina Commedia di Franco Morelli: ecco tre inediti

Tre disegni a bic nera su carta datati 1992 raffiguranti altrettanti momenti della Divina Commedia, sono il regalo che circa 10 anni fa la vedova di Morelli, Anna Luisa Bianchi, fece a Gianfranco Tumiati e al figlio Giorgio. Quest’ultimo ha ereditato la guida della filiale Fideuram in viale Cavour a Ferrara dopo la morte del padre lo scorso dicembre. I tre disegni sono su una delle pareti dell’ufficio di Tumiati: «la signora Bianchi ce li donò chiedendoci che venissero esposti. Così abbiamo sempre fatto».
Fanno parte delle opere che l’artista non voleva venissero catalogate, ritrovate solo dopo la sua morte.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 febbraio 2021

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“La fede di Biden è credibile perché vissuta”

26 Gen

Intervista a Massimo Faggioli (politologo) dopo l’insediamento di Joe Biden, secondo presidente cattolico negli USA: “ci sarà riconciliazione nazionale se verrà meno una concezione nostalgica ed estremista della religione”. Purtroppo negli Stati Uniti di oggi “gli allineamenti all’interno del campo conservatore da un lato e progressista dall’altro sono molto più forti che le comuni radici tra cattolici”. Vicinanza e possibili future distanze fra il neo presidente e il papato di Francesco

di Andrea Musacci
«Molti secoli fa sant’Agostino – il santo della mia Chiesa – scrisse che un popolo era una moltitudine definita da ciò che ama. Definita dagli oggetti comuni del loro amore».
La citazione tratta da “De civitate Dei” (19, 24) è stata pronunciata dal neo Presidente degli Stati Uniti d’America Joseph R. Biden durante il discorso d’insediamento lo scorso 20 gennaio a Washington. 78 anni compiuti lo scorso novembre, secondo presidente cattolico dopo John Fitzgerald Kennedy (1961-1963), e quarto cattolico a candidarsi – gli altri due sono Al Smith nel 1928 e John Kerry nel 2004, anch’essi democratici -, Biden nasce e cresce in una famiglia cattolica da madre di origini irlandesi.
Chi da anni si occupa di politica e vita ecclesiale, e dei rapporti fra le due sfere, al di là dell’Oceano è Massimo Faggioli, storico e teologo nato a Codigoro 50 anni fa, residente a Ferrara dal 1978 al 2008, anno in cui si è trasferito negli USA, dove è Ordinario nel dipartimento di Theology and Religious Studies alla Villanova University in Pennsylvania.
In Italia per Scholé-Morcelliana è appena uscita la traduzione della sua ultima fatica col titolo “Joe Biden e il cattolicesimo negli Stati Uniti” (negli States, “Joe Biden and Catholicism in the United States”).
Gli abbiamo rivolto alcune domande sui temi centrali della sua pubblicazione.


Prof. Faggioli, gli USA vivono una situazione fortemente drammatica, in cui i frutti delle “culture wars” nelle ultime settimane sono degenerate in un vero e proprio assalto al cuore della democrazia. Riuscirà Biden nel suo tentativo di riconciliazione nazionale?
«Il momento storico della presidenza di Biden comprende una Chiesa cattolica in cui coesistono precariamente identità politiche e religiose diverse e contraddittorie. Il tentativo di riconciliazione nazionale dipenderà molto anche dalla reazione di quel vasto mondo religioso delle chiese americane che negli ultimi anni hanno appoggiato Trump fino alla fine. Questa è anche una crisi religiosa, nel senso che idee estremiste in materia di religione e di rapporti tra chiesa e stato sono uscite dalle frange e sono entrate nell’alveo delle idee socialmente accettabili. Questo è un problema anche per il cattolicesimo dove la nostalgia per la chiesa preconciliare è diventata una nostalgia per il medioevo».


Biden secondo presidente cattolico negli USA: che cattolico è? E come il cattolico Biden incarna, interpreta la propria appartenenza religiosa nell’azione politica?
«La fede di Biden non è intellettuale ma non è anti-intellettuale; è una fede popolare con sfumature di cultura pop, più Lady Gaga e Bruce Springsteen che Jacques Maritain e Thomas Merton. Sebbene la sua vita sia stata segnata da lutti gravi, non è un cattolico funereo; ma la sua esperienza di perdita di membri della famiglia più giovani di lui (moglie e figlia appena nata nel 1972; il figlio Beau nel 2015) gli dà una sensibilità speciale nell’offrire conforto e empatia con le persone in lutto. Biden ha fatto della sua fede una parte centrale della campagna, punteggiando i suoi discorsi con riferimenti alla fede cattolica, citando l’enciclica di Papa Francesco Fratelli Tutti e la preghiera di San Francesco. La presidenza Biden suscita non solo aspettative politiche ma anche in certo modo religiose. La fede di Biden è credibile perché è più vissuta di quanto proclamata. Questo lo rende culturalmente compatibile con molti americani che potrebbero essere più conservatori ma non necessariamente di destra. Biden viene da una cultura politica simile per certi versi a quella Democrazia Cristiana italiana subito dopo la seconda guerra mondiale: progressista sulle questioni economiche e di giustizia sociale, conservatore su quelle di morale sociale (famiglia e matrimonio). La maggiore differenza coi democristiani è una visione dell’America ancora al centro del mondo (anche se in modo molto diverso dal nazionalismo di Trump) e, durante gli anni come vicepresidente di Obama, uno spostamento a favore del matrimonio omosessuale. È un cattolico tradizionale (ma non tradizionalista) nel suo stile di devozione e religiosità: messa tutte le domeniche e feste comandate, rosario, “un cattolico alla Giovanni XXIII” come Biden stesso si è definito. Al contrario di tutti i predecessori che si sono candidati alla presidenza e del suo predecessore cattolico alla Casa Bianca, JFK, non ha mai nascosto né tenuto privato il proprio cattolicesimo. Ha vinto anche per questo».


Sembra difficile negli USA parlare di “cattolicesimo” al singolare. Una spaccatura, come ben spiega nel libro, acuitasi dagli anni Ottanta del secolo scorso, e ancora fortissima nel mondo cattolico. Biden saprà, nel suo ruolo, ricucire alcune delle fratture interne al mondo cattolico statunitense?
«La presidenza Biden potrà contare su alleati molto diversi dai leader cattolici che hanno sostenuto Trump, compresi vescovi e cardinali vicini a Francesco (come il nuovo cardinale di Washington, Wilton Gregory); la rete dei gesuiti da James Martin a Papa Francesco, col loro sistema dei media e le università; le suore coinvolte nel lavoro sociale come la suora anti pena di morte Helen Prejean. In generale, gli interlocutori cattolici di Biden saranno meno clericali e meno bianchi, un gruppo che riflette maggiormente il volto della chiesa americana di oggi dal punto di vista delle diversità culturali ed etniche. I segnali giunti dopo l’elezione non sono incoraggianti nel senso che i vescovi hanno mandato segnali ostili che danno l’idea di una conferenza episcopale che sente già nostalgia per Trump e per le promesse di protezione che aveva fatto in difesa dal secolarismo, l’agenda LGBT etc. Si tratta di un cattolicesimo molto diviso ideologicamente tra i due partiti, ma anche dal punto di vista delle identità etniche. Gli allineamenti all’interno del campo conservatore da un lato e progressista dall’altro sono molto più forti che le comuni radici tra cattolici o tra protestanti o tra ebrei. Per fare un esempio, si vede benissimo questo dal dialogo ecumenico in Nord America: sulle questioni sociali e morali gli interlocutori preferiti dai vescovi cattolici oggi sono i musulmani».


Su alcuni ambiti possiamo ipotizzare come si muoverà l’Amministrazione Biden? E sarà così “scontato” il riavvicinamento tra l’Amministrazione USA e il Vaticano, o ci potranno essere alcune difficoltà, ad esempio sui rapporti, come scrive nel libro, con alcuni Paesi come Cina e Russia?
«Posso dire che Biden non è stato il primo cattolico a candidarsi o ad essere eletto alla presidenza, ma è il primo a farlo elevandosi al di sopra delle profonde divisioni all’interno della Chiesa cattolica americana nella quale l’appello alle questioni etiche e morali da parte repubblicana è diventato un puro esercizio retorico.
Ci sono due diverse visioni in gioco, con Donald Trump da una parte e Papa Francesco e Joe Biden dall’altra, ma le somiglianze tra gli ultimi due non dovrebbero essere scambiate per visioni identiche. Ci sarà una certa convergenza sulle questioni ambientali, su immigrazione e rifugiati, su un approccio multilaterale alle questioni internazionali (come Iran e le due Coree). Su altre questioni – Cina, Russia, Medio Oriente, e specialmente sull’America Latina – col tempo emergerà una differenza di visioni di lungo periodo».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 gennaio 2021

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(foto Vatican News)

“Il covid? Colpa degli ebrei” L’antisemitismo nell’epoca della pandemia

18 Gen

Indagine nella quotidianità dell’odio contro gli ebrei, fra web, tv e carta stampata. Dal Brasile all’Iran, dalla Turchia agli USA, suprematismo bianco, antisionismo di sinistra e islam si intrecciano in una spirale di disprezzo e violenza tanto arcaica quanto contemporanea. A rimetterci sono sempre loro, colpevoli di tutto. Anche di esistere

di Andrea Musacci

In un libro scritto nel 2018, Deborah E. Lipstadt, storica della Shoah, riflette: «Al cuore di tutte le teorie del complotto c’è l’idea di una congrega segreta di potenti, un’élite demoniaca che controlla elementi cruciali di una determinata società. I teorici del complotto si affidano a un ragionamento tortuoso: proprio il fatto che non si possa identificare con precisione i cospiratori “prova” l’esistenza del complotto» (“Antisemitismo. Una storia di oggi e di domani”, Luiss University Press, gennaio 2020).
Il libro non poteva certo immaginare l’arrivo del Coronavirus, ma in quella citazione l’autrice intuisce cosa la pandemia avrebbe portato nell’odio millenario contro gli ebrei in quanto tali. Quale occasione migliore, infatti, per folle sparse in ogni angolo del globo per marchiare ancora una volta gli ebrei come responsabili e approfittatori della nuova “peste”.

Gli ebrei untori: dai territori palestinesi agli USA (passando per la Germania)
La storia non è certo nuova a complotti di questo tipo: negli anni della peste nera in Europa (1347-1351) le accuse contro gli ebrei di essere gli untori causarono pogrom che portarono alla distruzione di 200 comunità ebraiche in tutta Europa. Gli ebrei vennero accusati di avvelenare pozzi e fontane, così da permettere la diffusione della “morte nera”. Qualche secolo più tardi, solo per fare qualche esempio, nel 1719 a Udine un proclama reiterava il divieto del 1556: agli ebrei, accusati dell’introduzione della peste in città, fu proibito di abitarvi e di condurre attività di prestito, pena sanzioni pecuniarie e il sequestro dei beni, compresi i depositi presso il Monte di pietà. Le cronache del 1556 riferiscono che il contagio fu introdotto a Udine da masserizie infette trasportate da ebrei della città che si erano recati a Capodistria. Questi deliri furono riproposti dalla propaganda nazista nel 1941 quando si diffuse la voce che gli ebrei polacchi fossero colpevoli della diffusione del tifo.
Ma veniamo ai giorni nostri. Sull’edizione italiana di “Pars Today”, sito di notizie di proprietà del feroce regime iraniano, un articolo del 12 marzo 2020 accusa Israele di usare il virus per uccidere i prigionieri palestinesi: «Israele ha inviato un medico malato tra i prigionieri palestinesi della prigione di Ashkelon in modo da contagiarli tutti con il coronavirus», spiega il delirante articolo. «Dopo il contagio dei prigionieri palestinesi con il coronavirus, le autorità carcerarie israeliane si sono rifiutate di fornire qualsiasi tipo di assistenza medica lasciando morire i carcerati». Naturalmente tutto falso: il medico seppe solo dopo la visita di essere positivo al Coronavirus e nessuno mai provò che avesse contagiato altre persone.
Carlos Latuff è un fumettista brasiliano osannato nell’area della sinistra antisionista. Nel 2006 ha partecipato (vincendo il secondo premio) all’International Holocaust Cartoon Contest, concorso negazionista promosso per la prima volta nel 2014 dal quotidiano iraniano Hamshahri. L’estate scorsa ha realizzato una vignetta in cui si vede un soldato israeliano che, dopo aver demolito un presunto “Covid-19 testing centre” a Hebron in Cisgiordania, sorride vittorioso all’ormai noto simbolo del Coronavirus con sembianze umane. Alcuni funzionari del ministero della Salute dell’Autorità Palestinese hanno dichiarato al Jerusalem Post di non essere a conoscenza dei piani per costruire un “Covid-19 testing centre” a Hebron. Si è poi scoperto, infatti, che l’edificio costruito illegalmente sarebbe dovuto diventare la sede di una concessionaria di auto.
Spostandoci in Europa, ad Amburgo in Germania, il 7 aprile nei vagoni della metropolitana sono stati scoperti alcuni adesivi rappresentanti la stella di David che i nazisti applicarono agli indumenti degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. L’adesivo ha al centro il simbolo che indica “rischio biologico” e due scritte – “infetto” e “Coronavirus” -, per porre in relazione gli ebrei con la diffusione del Covid-19.
Un altro esempio, fra i tanti, della teoria degli “ebrei untori” lo peschiamo negli USA: il 12 marzo l’ex-capo del Ku Klux Klan David Duke ha twittato l’ipotesi che Donald Trump fosse rimasto contagiato, incolpando di ciò Israele e «l’elite sionista globale». I gruppi di estrema destra statunitensi, servendosi di social e altri siti web, affermano regolarmente che il loro Paese è governato da quello che definiscono ZOG (Zionist Occupied Government, “Governo d’occupazione sionista”), un gruppo internazionale di ricchi ebrei che ha come obiettivo un unico governo mondiale guidato da loro.


«Un complotto giudaico mondiale»
Gli ebrei come eterni “burattinai” che controllano le redini del mondo, cospirando di continuo a tal fine, è uno dei tropi più diffusi nella storia.
Negli ultimi mesi gli esempi si sprecano. Lo scorso 6 marzo in Turchia Fatih Erbakan, leader della formazione islamista Nuovo Partito del Benessere (Yeniden Refah Partisi) in un intervento pubblico ha affermato: «Anche se non ne abbiamo la prova certa, questo virus serve gli interessi del sionismo, che sono quelli di diminuire il numero degli esseri umani e di impedire che cresca. Il sionismo è il batterio vecchio di cinquemila anni che ha causato la sofferenza di tanta gente». Sempre in Turchia, l’ex colonnello dell’esercito, Coskun Basbug, sul canale televisivo A-Haber, di proprietà della famiglia del presidente Erdogan, ha sostenuto che gli ebrei avrebbero inventato e diffuso il Coronavirus «per modellare il mondo a loro piacimento e neutralizzare il resto della popolazione».
Sempre a marzo in Iran vari organi di stampa hanno rilanciato l’intervista rilasciata dal complottista americano James Fetzer, professore di filosofia in pensione dell’Università del Minnesota, alla catena televisiva iraniana in lingua inglese Press TV, di proprietà della Irib, la TV di Stato: «credo che quello a cui stiamo assistendo, sotto il mantello della pretesa epidemia di coronavirus, è un attacco con armi batteriologiche contro l’Iran da parte di elementi sionisti che sfruttano la situazione».
Anche in questo caso il nostro Continente si dimostra tutt’altro libero da certe nefandezze. Il report di un ente di consulenza indipendente del governo britannico ha studiato 28 popolari forum NO VAX sui social media: «molti di questi post – è scritto nel report – suggeriscono che gli ebrei abbiano creato il coronavirus e che stiano tramando dietro le quinte per destabilizzare banche e Paesi attraverso la diffusione del virus».
In Spagna il 14 marzo sul sito di estrema sinistra “Kaosenlared”, vicino agli indipendentisti baschi, è uscito un articolo secondo il quale «il coronavirus è uno strumento per la Terza Guerra Mondiale rilasciato dall’imperialismo yankee sionista. L’elite anglosassone capitalista e sionista, nemica di tutta l’umanità, ha compiuto un ulteriore passo nella sua offensiva criminale e genocida».
Nella vicina Francia, Alain Mondino, capogruppo del partito RN (successore del Front National) nel comune di Villepinte vicino Parigi, ha postato sul social network russo VK un video secondo cui il virus è stato creato dagli ebrei «per imporre la loro supremazia».

Le tesi antisemite sul vaccino anti Covid
In queste settimane grande diffusione su ogni media ha avuto la notizia – poi rivelatasi una fake news – secondo cui Israele stia negando ai palestinesi la distribuzione del vaccino anti Covid-19. Una forma aggiornata, insomma, dell’“ebreo untore” che ora, al contrario, non contagerebbe il resto del mondo ma impedirebbe agli altri di curarsi. Sul Jerusalem Post, a inizio gennaio è stato il giornalista arabo israeliano Khaled Abu Toameh a ristabilire la verità dei fatti: «i palestinesi non si chiedono che Israele venda loro, o acquisti per loro, il vaccino da qualsiasi paese. I palestinesi affermano che riceveranno presto quasi quattro milioni di vaccini di fabbricazione russa. L’Autorità Palestinese dice che, con l’aiuto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è riuscita ad assicurarsi il vaccino da altre fonti». L’Autorità Palestinese, infatti, come altri Paesi mediorientali vicini, a febbraio inizierà a ricevere dosi di vaccini Sputnik V e AstraZeneca. Inoltre, gli Accordi di Oslo del ’93 tra israeliani e palestinesi stabiliscono che l’Autorità Palestinese è responsabile dell’assistenza sanitaria per i palestinesi in Giudea, Samaria e striscia di Gaza, comprese le vaccinazioni. Da allora l’Autorità Palestinese tutela gelosamente questa sua prerogativa.
Come scrive Uri Pilichowski sul Times of Israel del 4 gennaio scorso, «gli accusatori di Israele (…) esigono che Israele dia massima autonomia ai palestinesi e allo stesso tempo pretendono che Israele garantisca ai palestinesi tutto ciò che garantisce ai propri cittadini. È un’argomentazione che ignora i fatti. I fatti sono che i palestinesi hanno voluto l’autonomia anche per quanto riguarda l’assistenza sanitaria della propria gente».
II 16 marzo scorso un profilo Twitter legato alla statunitense “Nation Of Islam”, il gruppo islamico afroamericano suprematista e antisemita di cui fece parte Malcolm X, ha insinuato che il virus sia stato creato da Israele come arma biologica. Diversi mesi dopo, il 27 dicembre, Ishmael Muhammad, Assistente nazionale del leader della “Nation of Islam” Louis Farrakhan, ha messo in guardia i neri contro i vaccini per il Covid-19 durante una recente serie di conferenze intitolate “American Wicked Plan” (“Il piano perverso dell’America”). Citando Farrakhan, Muhammad ha detto: «Negli anni Sessanta (…) Elijah Mohammed (che guidò la “Nation of Islam” prima di Farrakhan, ndr) consigliò ai suoi seguaci di non assumere il vaccino per la polio». Farrakhan – ha aggiunto Muhammad – aveva scoperto che esistono due tipi di vaccini per l’influenza, uno che contiene il mercurio e altri additivi e un altro, privo di queste sostanze, «per gli ebrei e per coloro che sono al corrente degli additivi chimici presenti in questi vaccini».
Sempre a marzo 2020 un anonimo lettore ha recapitato al quotidiano “Libero” un messaggio dove spiegava che il coronavirus è stato diffuso dal Mossad, i servizi segreti israeliani, in modo che gli israeliani stessi potessero poi produrre «un vaccino che, essendo ebrei, venderanno al miglior offerente».

«Gli ebrei? Non sono cittadini»: pensieri dall’Italia di oggi
A breve ricorrerà il Giorno della Memoria per commemorare le vittime dell’Olocausto. Furono 6.806 gli ebrei italiani deportati nei campi di sterminio nazisti, dai quali ne sono ritornati soltanto 837. Sono stati 322, invece, gli ebrei italiani arrestati e uccisi nel nostro Paese tra il 1943 e il 1945. Dei 6.806 sopracitati, 1.023 furono le vittime del rastrellamento del ghetto di Roma, deportate direttamente al campo di sterminio di Auschwitz. Soltanto 16 di loro sopravvissero.
Il 21 febbraio del 2020 Sergio Mattarella si è recato alla Sinagoga di Roma per incontrare la Comunità ebraica della capitale, la più antica di Europa, che ancora oggi conta 13mila membri, oltre un terzo di quelli in tutta Italia. Sempre Deborah E. Lipstadt nel sopracitato libro spiega come «l’antisemitismo non è semplicemente l’odio per qualcosa di “straniero”, ma l’odio per un male perpetuo che agisce nel mondo. Gli ebrei non sono un nemico, ma il nemico per eccellenza».
Come darle torto. Passato e presente si fondono in un unico turbine di disprezzo e violenza. “Dalla vostra parte” è un gruppo Facebook di “discussione politica” (si fa per dire) seguito da 33.400 persone. Alcuni dei 120 commenti di risposta al post sulla visita di Mattarella alla Sinagoga romana recitano così: «Per Mattarella [gli ebrei] sono i veri romani. Contenti loro…», scrive ad esempio Massimo L. . «A Mattarella interessano tutti tranne noi italiani», è il pensiero di Manuela C. .
Persone normali che, nel 2020, un secolo dopo le squadracce fasciste, credono, esternandolo senza problemi, che gli ebrei non siano cittadini italiani, e che quindi non abbiano gli stessi diritti degli altri.
Ancora un esempio del “quotidiano” e diffuso odio antisemita. Novembre 2019: nello stesso gruppo Facebook, sotto un post denigratorio nei confronti di Liliana Segre, rivolgendosi a lei, Leonardo R. commenta: «Purtroppo 80 anni fa qualcuno non ha fatto bene il suo mestiere, è per questo che la finanza mondiale, della quale la tua gente è a capo, sta strangolando il mondo».
Continue dimostrazioni di come purtroppo storia e presente siano uniti in un’unica terribile ossessione antiebraica.
Buon Giorno della Memoria, allora. Ce n’è davvero bisogno.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 gennaio 2021

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I residenti “storici” da sempre tutelati. Ecco i numeri: solo 1 alloggio su 10 a extra UE

18 Gen

Case popolari a Ferrara. Con le nuove regole ci rimettono le giovani famiglie bisognose (italiane e straniere)

di Andrea Musacci

Poco più di 1 cittadino extra UE su 10 è titolare di un alloggio ACER di Edilizia Popolare a Ferrara e provincia, e il numero dei nuovi assegnatari stranieri è in costante calo da anni.
Sono alcuni dei dati che emergono dal Bilancio di Sostenibilità 2018-2019 di ACER Ferrara e che abbiamo raccolto e analizzato, dai quali si desume anche, ad esempio, che a fronte di 746 domande raccolte per le case popolari solo nell’ultima assegnazione nel Comune di Ferrara, sono appena 80 gli alloggi già disponibili e, nella migliore delle ipotesi, appena altri 130 si libereranno entro il prossimo giugno.
Una realtà, dunque, ben diversa da certa narrazione diffusa ormai da anni, e in particolare nelle ultime settimane con le ultime assegnazioni di alloggi ERP nel Comune capoluogo di provincia. Una visione ideologica che, falsamente, denuncia percentuali molto elevate di alloggi popolari occupati da stranieri nel Comune di Ferrara, a scapito di indigenti famiglie autoctone.
Ricordiamo che lo scorso 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria di assegnazione delle case popolari nel Comune di Ferrara, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento, elaborato lo scorso marzo dalla Giunta guidata da Alan Fabbri, che per la prima volta nella storia della città pone la residenzialità storica dei richiedenti come elemento decisivo nell’assegnazione. Le prime 157 posizioni della graduatoria di assegnazione delle case popolari risultano, di conseguenza, occupate da famiglie italiane, sulle 259 domande finora accolte in via definitiva e su un totale di 746 raccolte.

Negli alloggi ACER 9 su 10 sono italiani: smontata la bufala sulla metà degli alloggi agli stranieri
Luglio 2020: la 31^ graduatoria per l’assegnazione degli alloggi ERP, stilata dall’ultima Amministrazione Tagliani, «ha previsto l’assegnazione a cittadini stranieri del 52% degli alloggi e del 48% agli italiani, e considerato che i residenti stranieri sono mediamente il 10% della popolazione è evidente come sia iniquo il trattamento riservato a chi vive qui da sempre». La citazione fra virgolette è del Sindaco Alan Fabbri. Una vera e propria fake news ripresa dal primo cittadino per giustificare, nei giorni dell’apertura del nuovo bando ACER, le modifiche al Regolamento per il calcolo dei punteggi per le assegnazioni degli alloggi ERP.
Leggendo il Bilancio di sostenibilità 2018-2019 di ACER Ferrara, infatti, i dati mostrano come il peso degli stranieri tra i nuovi assegnatari stesse anzi diminuendo, passando dal 39,57% di assegnazioni nel 2017 (il 29,41% considerando i soli cittadini extra UE) al 30,56% nel 2018 (il 27,77% considerando i soli extra UE) e al 32,62% nel 2019 (il 26, 74% di soli extra UE).
Le percentuali degli stranieri si abbassano ulteriormente se si vanno a vedere i numeri dei titolari e degli occupanti totali degli alloggi ERP di ACER: nel 2019 i nuclei assegnatari composti da stranieri sul totale dei nuclei assegnatari è poco meno del 13%, e al 23% se consideriamo il numero dei componenti dei nuclei (quest’ultimo dato dipende dal fatto che i nuclei stranieri sono tendenzialmente più numerosi di quelli italiani). Nel 2019, infatti, gli stranieri titolari di alloggi ERP sono 702 su 5.487 alloggi locati totali, pari al 12,79% (11,24% se si considerano i soli extra UE), in calo persino rispetto al 2018 quando erano di più, 791, ma su più alloggi locati (5.627), per una percentuale del 14,05% (12,44% se si considerano i soli extra UE). Nel 2015 la percentuale era del 12%, nel 2016 del 13%, idem per il 2017.
Numeri ben lontani da quel 52% tanto sbandierato.

Età e reddito: per nulla discriminati i ferraresi “storici”
Analizzando poi i dati sull’età degli degli occupanti gli alloggi ACER, e perfezionandoli con dati da statistiche interne forniteci da SUNIA CGIL Ferrara, vediamo come gli assegnatari over 60 attualmente superano il 65% e sono quasi tutti di nazionalità italiana, mentre i nuclei di utenza straniera sono in gran parte giovani e con bambini/ragazzi tra i 0 e 18 anni d’età.
Per quanto riguarda invece il reddito degli utenti ACER, il 42% ha la pensione, il 21% è lavoratore dipendente, l’11% nessun reddito, il 10% misti, i restanti si dividono abbastanza equamente tra pensione + lavoro dipendente (7%), lavoratori autonomi (5%), redditi non presentati o non richiesti (4%). Nel solo Comune di Ferrara, i dati sono quasi identici.

Dove sono gli alloggi da assegnare a chi ne ha diritto? Appena 80 gli alloggi già disponibili
Il patrimonio ACER Ferrara consta attualmente di 6.917 alloggi, di cui 6.691 di ERP (Edilizia Residenziale Popolare), 137 non ERP e 89 di ERS (Edilizia Residenziale Sociale). Tutti i 6.691 alloggi di ERP sono di proprietà dei Comuni della provincia e gestiti da parte di ACER. Più della metà degli alloggi ha una metratura tra i 45 e i 75 mq.

Case da assegnare
Al 31 dicembre 2019 (data di rilevazione per l’Osservatorio Regionale) gli alloggi ERP vuoti in attesa di manutenzione in tutta la provincia erano 877, di cui 489 a Ferrara e 388 in provincia. Sui 877 alloggi totali vuoti, 134 sono piccoli (meno di 45 mq), 423 medi (tra i 45 e i 70 mq) e 320 grandi (oltre 70 mq). Sempre sui 877 alloggi ERP vuoti, 152 (80 a Ferrara e 72 in provincia) sono a costo medio, da manutenére con il programma straordinario regionale approvato dalla Regione l’estate scorsa. Una parte di questi alloggi necessitano di consistenti investimenti per essere recuperati.
Altri 100-130 alloggi, invece (situati soprattutto a Ferrara) richiedono piccoli e medi interventi e quindi potrebbero essere assegnati nuovamente e in tempi abbastanza brevi, vale a dire in 3-5 mesi, al massimo entro giugno 2021. Se così sarà (ma si dovrà valutare in base ai finanziamenti regionali e comunali), questi 100-130 saranno disponibili per i nuovi assegnatari insieme agli 80 già disponibili. Si andranno così a coprire, nella migliore delle ipotesi, 210 richieste di alloggio, insufficienti a fronte delle 746 domande raccolte e delle 259 finora accolte (473 sono quelle accolte con riserva e 14 quelle rigettate).

Confronto Assessora Coletti – parti sociali: tutto rimandato
Si sarebbe dovuto svolgere nella giornata di venerdì 15 gennaio l’atteso incontro tra Cristina Coletti, Assessora alle Politiche abitative del Comune di Ferrara e i sindacati degli inquilini SUNIA CGIL, SICET CISL e UNIAT UIL, con i rispettivi rappresentanti Maurizio Ravani, Eva Paganini e Paola Poggipollini. Nell’incontro, come anticipatoci dagli stessi, i sindacati avrebbero chiesto alla Coletti i dati precisi delle assegnazioni dell’ultima graduatoria (la 32^) per gli alloggi ERP. Purtroppo, però, all’ultimo l’incontro è stato rimandato a venerdì 22 gennaio, a causa dell’imprevisto e improrogabile impegno dell’Assessora Coletti, chiamata in Regione a Bologna in rappresentanza del Comune di Ferrara in sostituzione del Sindaco Alan Fabbri, dal Presidente Stefano Bonaccini per discutere della riapertura delle Scuole superiori.
Lo scorso 9 dicembre l’Assessora Coletti e i sindacati SUNIA, SICET e UNIAT hanno sottoscritto il protocollo per la creazione di un Tavolo di confronto dedicato al tema delle politiche abitative denominato “Tavolo di Contrasto al Disagio Abitativo”. La speranza è che, almeno per il futuro prossimo, vengano ascoltate anche le voci e le proposte delle organizzazioni sindacali: «per quanto riguarda le modifiche al Regolamento per le assegnazioni degli alloggi ERP – ci spiega Ravani di SUNIA – siamo stati ascoltati ma nulla di quello che avevamo chiesto è stato minimamente accolto. Chiediamo ancora che vi sia maggiore equilibrio nei criteri per il calcolo dei punteggi per le graduatorie, cioè che la storicità in graduatoria e soprattutto la residenzialità storica abbiano meno peso, a vantaggio invece del reale bisogno delle persone e delle famiglie».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 gennaio 2021

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“La città di domani sia equa ed accogliente”

11 Gen

Le ultime assegnazioni delle case popolari nel Comune di Ferrara: col nuovo Regolamento che privilegia la “residenzialità storica”, il pregiudizio identitario va a scapito dell’aiuto a chi ha bisogno. A essere penalizzate sono le famiglie straniere, le giovani coppie e chi proviene da un altro Comune.
259 le domande finora accolte in maniera definitiva, ma gli alloggi ACER disponibili sono 80, meno di un terzo

“Prima gli italiani”. L’infausto slogan purtroppo anche a Ferrara è realtà concreta.
Lunedì 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria di assegnazione delle case popolari, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento, elaborato lo scorso marzo dalla Giunta guidata dal leghista Alan Fabbri, che per la prima volta nella storia della città pone la residenzialità storica dei richiedenti come elemento decisivo nell’assegnazione. Le prime 157 posizioni della graduatoria di assegnazione delle case popolari risultano, di conseguenza, occupate da famiglie italiane, sulle 259 domande finora accolte in via definitiva e su un totale di 746 raccolte. «Grazie all’introduzione della residenzialità storica – ha dichiarato il primo cittadino – abbiamo ristabilito un’equità sociale». Sono circa 80 gli alloggi – tra città e frazioni – dedicati alle assegnazioni della 32° graduatoria che quest’anno verranno recuperati da ACER utilizzando il finanziamento regionale straordinario del 2020 (800mila euro). Meno di un terzo, quindi, delle domande finora accolte.
Il nuovo Regolamento discriminatorio è stato adottato dal Consiglio Comunale estense lo scorso marzo. Dando seguito al Documento Unico di Programmazione 2020-2024, il testo pone la residenzialità storica e l’assenza di proprietà immobiliare nel territorio nazionale o all’estero come criteri primari, mantenendo la condizione di punteggio relativa alla storicità della domanda in graduatoria.
Netta e tempestiva è stata la nota diramata dall’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio: «la speranza è che nessuna famiglia che ne aveva diritto sia stata esclusa per ragioni di razza e nazionalità», sono le parole del Vescovo Mons. Gian Carlo Perego. «Se fosse così il nuovo bando non aiuta a costruire la città di domani che non potrà che vedere convivere persone di diversa provenienza, con nuove risorse ed esperienze di cui ha bisogno il futuro di una città diversamente destinata a morire più che ad attrarre nuove persone e famiglie».
In un comunicato successivo Mons. Perego ha aggiunto: «la “residenza storica”, come principio dirimente, non può essere in grado – da sola – di tutelare il diritto ad avere una casa e un alloggio, come si è già pronunciata la Corte Costituzionale». «Lo stesso vale anche per altre condizioni – come ad esempio non avere un alloggio in patria (il bando intende forse una capanna..?) – che oltre ad essere impossibili da dimostrare, sarebbero deleterie sia per tutelare i nostri emigranti all’estero che per garantire il diritto di ritornare nel proprio Paese. In ordine all’approvazione di questo bando forse sarebbe stato utile dialogare con tutte le parti sociali».
Sindacati e associazioni: “giovani e stranieri penalizzati”
«Al di là dei proclami, di equità sociale non vi è traccia», è il commento a “La Voce” di Maurizio Ravani di Sunia CGIL Ferrara. «La situazione di bisogno non è l’elemento primario, come dovrebbe essere, per l’assegnazione degli alloggi». Il nuovo Regolamento discrimina non solo coloro non ancora in possesso della cittadinanza italiana «ma penalizza fortemente anche i giovani», in particolare le giovani coppie, «con un forte spostamento delle assegnazioni a favore delle famiglie anziane». «Condividiamo assolutamente le parole di Mons. Perego», conclude Ravani.
«L’Amministrazione comunale dimostra poca lungimiranza rispetto all’esigenza di un Comune come il nostro, a forte presenza di popolazione anziana, di favorire l’insediamento di nuove famiglie e soprattutto di nuove famiglie con figli per garantire il ricambio generazionale e quindi il suo sviluppo economico e sociale», ci spiega Paola Poggipollini di UNIAT UIL Ferrara. «La richiesta alle famiglie extracomunitarie della produzione, in fase di assegnazione, del certificato di impossidenza di alloggi nei paesi di origine, dove non esiste il catasto, è per loro punitivo e discriminatorio, sia perché non sono in grado di produrlo sia in quanto analoga documentazione non viene richiesta agli italiani (ad esempio gli italiani che dopo anni rientrano dall’estero). È rimasto inascoltato il nostro richiamo alle numerose sentenze che in altri casi hanno sanzionato analoghe decisioni adottate dai Comuni».
Dal mondo dell’associazionismo arriva la voce di “Cittadini del mondo”: «il criterio della residenza non tiene conto dei bisogni familiari e delle forme di povertà accertate», a maggior ragione a causa dell’emergenza Covid, e anche per il fatto che il Regolamento punisce «chi ha morosità pregresse con l’Amministrazione», come appunto famiglie in difficoltà. Infine, per l’Associazione è ingiusto che «solo i cittadini stranieri debbano dimostrare con documenti autenticati di non possedere immobili nel Paese di provenienza, regola che, invece, non vale per gli italiani».
Il precedente: il caso dei buoni spesa
La Giunta a maggioranza leghista non è nuova a scelte di questo tipo: nei mesi scorsi due sentenze del Tribunale cittadino avevano definito «una condotta discriminatoria» la delibera del Comune di Ferrara che fissava come criteri per ottenere i buoni spesa per le persone in difficoltà nell’emergenza Covid, il requisito del permesso di soggiorno per gli stranieri extra Ue e una priorità a favore dei cittadini italiani.

Cronistoria: dalla Bossi-Fini a oggi (passando per l’era Tagliani)

Prima annunciate, poi attuate, le modifiche al Regolamento per il conteggio utile all’assegnazione degli alloggi popolari risalgono a marzo scorso. Ma le regole precedenti si ispirano anche alla Legge Bossi-Fini.
Legge Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189)
Art. 40, comma 6: «Gli stranieri titolari di carta di soggiorno e gli stranieri regolarmente soggiornanti che siano iscritti nelle liste di collocamento o che esercitino una regolare attività di lavoro subordinato o di lavoro autonomo hanno diritto di accedere, in condizioni di parità con i cittadini italiani, agli alloggi di edilizia residenziale pubblica, ai servizi di intermediazione delle agenzie sociali eventualmente predisposte da ogni Regione o dagli enti locali per agevolare l’accesso alle locazioni abitative e al credito agevolato in materia di edilizia, recupero, acquisto e locazione della prima casa di abitazione».
Delibera n. 154 dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna del 06/06/2018, “Atto unico sull’edilizia residenziale pubblica”, che riprende, tra l’altro, l’art. 40, comma 6 della Legge Bossi-Fini.
L’Amministrazione Tagliani (2014-2019): “importanza alla ‘storicità’ in graduatoria”
La Giunta Tagliani nella scelta delle condizioni di punteggio (che spetta al Consiglio Comunale basandosi sulle misure della Delibera regionale n. 154/2018) inserisce la condizione di punteggio della ”storicità” della domanda in graduatoria che dà valore al periodo di tempo in cui si è rimasti in graduatoria senza avere un’assegnazione dell’alloggio. Come dichiarò l’Assessora Chiara Sapigni, «la residenza da più o meno tempo non esprime alcun bisogno. Al contrario essere in attesa in graduatoria da molti anni viene riconosciuto come un bisogno a cui non si è ancora data risposta». Inoltre, era il ragionamento della Sapigni, «nel Comune di Ferrara, fra i proprietari di casa il 79% è italiano, il 29% straniero. È quindi normale che facciano più richiesta di alloggio pubblico gli stranieri».
Luglio 2019: Fabbri, “cambieremo le regole”
Il neo Sindaco Alan Fabbri, durante la prima seduta di Giunta, si rivolge in particolare all’Assessora ai Servizi Sociali Cristina Coletti e all’Assessora all’Istruzione Dorota Kusiak: «bisogna mettere mano con urgenza ai regolamenti per le assegnazioni degli alloggi Acer e per la graduatoria relativa al servizio di asilo nido», in modo da «equilibrare da un lato gli eccessi che fino ad oggi hanno caratterizzato la fruizione del welfare abitativo favorendo le famiglie immigrate, con percentuali ingiustificate».
Il Documento Unico di Programmazione 2020-2024
Nel DUP, il Documento Unico di Programmazione 2020-2024, la Giunta Fabbri spiega: «Nel 2020 si procederà alla revisione del regolamento ERP (Edilizia Residenziale Popolare, ndr) ed emergenza abitativa introducendo tra i requisiti per l’accesso la residenza anagrafica “storica” nel Comune di Ferrara alla data di pubblicazione del bando e l’assenza di diritti di proprietà immobiliare nel territorio nazionale o all’estero».
Marzo 2020: modifica del Regolamento per l’assegnazione delle case popolari
Il 2 marzo 2020 il Consiglio Comunale adotta il nuovo Regolamento con le mutate condizioni di punteggio: di fatto, il disagio abitativo, il disagio economico, il disagio sociale, la composizione del nucleo e l’anzianità di presenza in graduatoria diventano secondarie rispetto all’anzianità di residenza (la cosiddetta “residenzialità storica”: il punteggio assegna 1/2 punto per ogni anno di residenza, anche non continuativi), e alle condizioni negative, come la pregressa morosità, entrambe di nuova introduzione. Il generico «legame col territorio» diventa più importante del bisogno materiale di persone, famiglie e giovani coppie.
Luglio 2020: esce il nuovo bando
Il 9 luglio esce il nuovo bando relativo all’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica con scadenza il 30 settembre 2020. Le domande raccolte nel periodo di uscita del Bando sono state inserite nel 32° aggiornamento della graduatoria, la prima che dà applicazione ai nuovi criteri di punteggio stabiliti dal regolamento di assegnazione approvato dal Consiglio Comunale il 2 marzo scorso. Le domande presentate dal 1° ottobre 2020 saranno invece inserite nella 33° graduatoria.
Gennaio 2021: definita la nuova graduatoria
Lunedì 4 gennaio è stata definita la nuova graduatoria di assegnazione delle case popolari, la prima formulata in base ai criteri di assegnazione aggiornati dal nuovo Regolamento: le prime 157 posizioni della graduatoria risultano, di conseguenza, occupate da famiglie italiane, sulle 259 domande finora accolte in via definitiva e su un totale di 746 raccolte.

Caritas, un centinaio le persone attualmente accolte

Donne e minori a carico sono divise tra la sede di Casa Betania in via Borgovado e gli 11 gruppi-appartamenti sparsi per la città: “ma se manca il lavoro, l’integrazione è difficile”. Le storie di queste giovani

(foto d’archivio)

L’accoglienza è uno degli ambiti che maggiormente vede impegnata la Caritas diocesana. Un’emergenza continua – possiamo dire – che riguarda prevalentemente donne straniere con minori a carico.
Per quanto riguarda l’accoglienza residenziale, ci spiega l’operatore Michele Luciani, «attualmente accogliamo 98 persone, 86 delle quali seguite in convenzione con i servizi sociali del territorio», vale a dire che il progetto di accoglienza non è emergenziale, ma a medio-lungo termine. Di queste 86, 57 sono donne e 29 minori, di età compresa fra i 0 e i 4 anni: 3 sono nati nel 2016, 4 nel 2017, 8 nel 2018, 10 nel 2019, 4 nel 2020. Oltre alle 86 persone, altre 12 donne sono accolte in accoglienza emergenziale (o prima accoglienza o emergenza abitativa): «sono ad esempio donne in stato avanzato di gravidanza o vittime di violenza domestica, segnalateci dai servizi sociali o dalle forze dell’ordine, in attesa di entrare in strutture protette». Il periodo di accoglienza emergenziale solitamente è di 3+3 mesi, o 6+6 mesi, in ogni caso entro i 12 mesi. Delle donne, le prime 5 sono entrate in accoglienza nel 2015, 26 nel 2016, 17 nel 2017. «Di fatto – commenta Luciani – è difficile uscire dall’ambito dell’accoglienza, e ciò dipende dal lungo iter per la richiesta di protezione internazionale per le richiedenti asilo, ma anche dalla difficoltà di intraprendere un percorso di autonomia una volta riconosciuto il permesso di soggiorno». Questa seconda difficoltà di integrazione dipende soprattutto dall’impervia ricerca di un lavoro regolare e il più possibile stabile. «La maggioranza di queste donne lavora in agricoltura, in nero o quasi, anche se noi cerchiamo di scoraggiare ad accettare lavori senza regolare contratto» e magari trovati tramite mediatori di dubbia fama. Altre, prima della pandemia, svolgevano tirocini nelle cucine di alcuni ristoranti. Tirocini che purtroppo si sono dovuti interrompere.
Delle 98 persone totali, tra donne e minori, gestite dalla Caritas nell’ambito dell’accoglienza, 33 sono ospitate a Casa Betania in via Borgovado (aperta nel 2014, con mini appartamenti e stanze singole o doppie), di cui 25 donne (alcune in emergenza abitativa, altre con progetto di accoglienza ma con una maggiore fragilità che richiede un accompagnamento individuale e strutturato) e 8 minori. Provengono quasi tutte da Paesi africani (la maggior parte dalla Nigeria, le altre da Camerun, Somalia, Togo, Costa d’Avorio, Sierra Leone).
Le altre sono ospitate, invece, in 11 appartamenti a Ferrara, tra il centro e la periferia della città: «le donne accolte in questi appartamenti – prosegue Luciani – a differenza di quelle a Casa Betania hanno un maggiore grado di autonomia e quindi il nostro affiancamento è rivolto al gruppo, non alla singola persone, per creare dinamiche virtuose di convivenza». Si cerca, cioè, di valorizzare dinamiche di aiuto reciproco: «ad esempio, se una mamma frequenta un corso per OSS, lascia i figli a un’altra mamma con cui convive in appartamento, oppure una delle donne capace di muoversi ad esempio nel rinnovo del permesso di soggiorno o della carta d’identità, aiuta le altre nell’espletare le stesse pratiche». Nonostante le inevitabili conflittualità, «tanti sono gli esempi di collaborazione tra le donne in accoglienza, il clima in genere è buono, e le stesse relazioni col tessuto sociale, ad esempio coi vicini di condominio, sono positive: è l’idea dell’accoglienza diffusa». Di queste donne nei gruppi-appartamenti, attualmente la metà sono nigeriane, le altre vengono da Cina, Colombia e 1 da Ferrara. Al di là della pur fondamentale rete di accoglienza dal basso, «rimane il fatto – conclude amaramente Luciani – che la forte precarietà o disoccupazione di queste persone peggiora la sensazione generale già negativa del fenomeno migratorio: agli occhi di molti, purtroppo, queste donne rimangono migranti per tutta la vita. E questo, di certo, è stato favorito dal disinvestimento delle istituzioni pubbliche, responsabili di non finanziare più i percorsi di integrazione».

Ma chi sono queste donne?
«I loro vissuti – ci spiega Stefania Malisardi, un’altra operatrice Caritas -, hanno come denominatore comune la volontà di scappare da situazioni che mettevano a serio rischio la loro vita. Alcune sono scappate dalla guerra civile, dalle bande armate del proprio villaggio o città, altre ancora da matrimoni combinati, altre perché rimanendo nel loro paese di origine rischiavano la propria vita», ad esempio perché professavano una religione diversa da quella di Stato, per il loro orientamento sessuale o l’appartenenza a gruppi etnici perseguitati. Alcune non hanno deciso di lasciare il paese di propria volontà, ma sono state rapite».
Per molte il viaggio è iniziato con una promessa di lavoro in un paese vicino – prosegue Malisardi -, per poi ritrovarsi obbligate a prostituirsi o in lavori come domestiche più simili alla schiavitù. Da qui la volontà di scappare, attraversando prima il deserto in carovane stracolme di persone con il rischio di essere lasciate indietro e condannate a morte certa, di essere sorprese dalle milizie armate, rapite e vendute, fino ad arrivare nell’inferno della Libia e infine al viaggio in mare. Difficilmente parlano delle loro storie, occorrono mesi se non anni per entrare abbastanza in confidenza con loro».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 gennaio 2021

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