Progetto, elevazione o liberazione: cos’è davvero il sogno?

17 Set

Il 15 settembre anche a Ferrara il tema è stato al centro della Giornata europea della cultura ebraica

giacobbe riberaI sogni, si sa, sono per loro natura sfuggevoli, “materia” inafferrabile sui quali è possibile disquisire all’infinito. Anche per questo, una cultura come quella ebraica, che fa dell’interpretazione un suo carattere sostanziale, trova nel mondo onirico e nei suoi innumerevoli richiami, terreno fertilissimo sul quale lavorare. L’annuale Giornata Europea della Cultura Ebraica, giunta alla XX edizione, in programma domenica 15 settembre, era proprio dedicata a “Sogni. Una scala verso il cielo”. A Ferrara, sono state organizzate due iniziative. La prima, svoltasi nella mattinata nel Tempio italiano, organizzata dalla Comunità ebraica di Ferrara al secondo piano della sede storica di via Mazzini, 95, ha visto diversi relatori alternarsi sulla traccia della Giornata. In serata, invece, è stata la Sala Estense di piazza Municipale a ospitare il concerto “Shemà – Sogni con anima e corpo”, organizzato dal MEIS, con le poesie in musica di Primo Levi, incentrato sui sogni di libertà e liberazione dopo il trauma della Shoah. Protagonisti di quest’ultimo evento, la cantante Shulamit Ottolenghi, il compositore e trombettista Frank London e il pianista e produttore Shai Bachar, pianista e produttore, introdotti da Simonetta Della Seta, Direttrice del MEIS . Quattro le relazioni della mattinata, presentata e moderata dal vice Presidente della Comunità Ebraica di Ferrara, Massimo A. Torrefranca: “Sogni nella Torà” del Rav Luciano Meir Caro, Rabbino capo della Comunità ebraica di Ferrara; “Il sogno sionista di Theodor Herzl a Ferrara”, Simonetta Della Seta, Direttore del MEIS; “La scala di Giacobbe: un oratorio incompiuto di Arnold Schönberg”, Massimo A. Torrefranca; “La Torà sogna? / Sognare la Torà?”, prof. Gavriel Levi. Da un sogno concreto e possibile ha preso le mosse il Presidente della Comunità Ebraica ferrarese, Fortunato Arbib, nel suo saluto iniziale: “che i lavori nell’edificio che ci ospita finiscano presto e che quindi questa sede torni a essere viva, accogliente, luogo di ritrovo e di socialità”. Ricordiamo, infatti, che il complesso di via Mazzini 95, che ospita tre sinagoghe, gli uffici della Comunità e il Museo ebraico, è chiuso per restauri a causa degli effetti del sisma del 2012.

Sogno, comunicazione di Dio o espressione dell’uomo?

Il Rav Caro nel suo intervento ha spiegato come il sogno nella tradizione ebraica è “lo strumento usato da Dio, in maniera enigmatica, per comunicare all’uomo la propria volontà in forma di avvertimento, o come indicazione pratica, o ancora per avvertirlo su ciò che avverrà. Nella Bibbia, però, sono presenti anche interpretazioni critiche nei confronti del sogno, in quanto il sognatore sarebbe il mago, l’indovino, lo stregone”. Sempre nella Torà il sogno “è anche espressione dei desideri più profondi della persona”, quindi non di Dio, oppure sinonimo di “apertura”, e “segno, anche se molto parziale, di profezia. Altre interpretazioni molto importanti del sogno presenti nella tradizione ebraica, lo indicano come “anticipazione della morte o come discesa nelle profondità divine, o, ancora, come albero della vita”. Un’ultima esegesi, ha concluso Rav Caro, descrive la vita narrata in Genesi come “mondo dei sogni, imprecisio, mentre quello successivo, normativo, dopo la rivelazione di Dio a Mosè sul Monte Sinai e la consegna dei Dieci Comandamenti e della Torà, è quello davvero reale, dove l’uomo inizierà a vivere nella consapevolezza delle proprie responsabilità nei confronti di Dio e delle altre persone”.

L’utopia concreta (e ferrarese) di Theodor Herzl

“Se il sogno è ciò che dà possibilità di cambiamento”, ha spiegato invece Della Seta, proprio da un “sogno” è stato incitato Theodor “Beniamino” Herzl (1860-1904) (prima foto in basso), giornalista, scrittore e avvocato ungherese naturalizzato austriaco, padre del sionismo e dello Stato Israele, da lui, appunto, preconizzato e progettato nella sua celebre opera “Lo Stato ebraico” (1896). “Dobbiamo vivere come uomini liberi nella nostra terra”, scriveva. Fondamentali per la sua decisione furono i progrom di cui erano vittime gli ebrei nell’est Europa (l’antisemitismo violento), e, in Francia, l’affaire Dreyfus, caso di antisemitismo sottile, intellettuale, ma non meno grave. Un sogno, il suo, che passa anche da Ferrara. Nel 1904 Herzl, infatti, viene in Italia per tentare di avere un colloquio diplomatico sia col re Vittorio Emanuele III sia con papa Pio X, al fine di convincerli della bontà del suo progetto. Due incontri assolutamente fondamentali, resi possibili dall’intermediazione dell’avvocato ferrarese Felice Ravenna (1869-1937), figlio di Leone, residente in via Voltapaletto. Nei suoi diari parla dell’“amico Ravenna” e dei suoi famigliari, persone dai “cuori molto caldi”. Herzl e Ravenna si scambiarono ben 17 lettere tra il 1902 e il 1904. Mentre il re esprime positività nei confronti del sionismo, il pontefice è netto nella sua contrarietà al progetto di uno Stato ebraico: “gli ebrei – era il suo pensiero – non hanno riconosciuto nostro Signore”, quindi “non possiamo riconoscere lo Stato ebraico”. Non poche critiche i sionisti ricevettero anche da giornalisti e politici italiani, nonostante in quel periodo, ad esempio, 18 erano i parlamentari ebrei nel nostro Paese, fra cui Giacobbe Isacco Malvano, meglio noto come Giacomo Malvano (1841-1922), che fu in contatto con Herzl.

Musica, una scala che eleva a Dio

Della figura e dell’opera di Arnold F. W. Schönberg (1874-1951), compositore ebreo austriaco naturalizzato statunitense, uno dei teorici del metodo dodecafonico, ha parlato, invece, Torrefranca. Convertito nel 1908 al protestantesimo per profonda convinzione (non per opportunismo, come invece era uso fare), e tornato all’ebraismo nel 1933, iniziò a comporre l’oratorio “La scala di Giacobbe” negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale. Come nel racconto biblico, l’oratorio rappresenta una sorta di “elevazione spirituale verso Dio”, anche se fondamentale è la figura dell’Arcangelo Gabriele.

Agente di trasformazione, strumento contro la “dimenticanza”

Gavriel Levi  ha, invece, riflettuto su come il sogno notturno “condensa desideri e censure verso gli stessi, quindi i conflitti profondi della persona”, e come dunque sia “un continuo racconto di se stessi, sempre aggiornato dalle spinte dell’esistenza”. Inoltre, “come la Torà scritta è quasi insignificante senza la cosiddetta Torà orale, cioè senza le interpretazioni, così il sogno coincide con la sua interpretazione, quindi anche con chi lo interpreta”. Levi ha poi analizzato i sogni nella vita del patriarca Giuseppe, figlio di Giacobbe, nipote di Isacco, bisnipote di Abramo: due sogni è Giuseppe a farli (quello dei covoni, e quello del sole, della luna e delle stelle). Negli altri casi, invece, Giuseppe è interprete di sogni altrui: prima quelli del coppiere e del panettiere coi quali divide la prigionia in Egitto, poi del faraone stesso. Questa sequenza, per Levi, dimostra bene il passaggio di Giuseppe “dal pensare se stesso all’interagire con gli altri e dunque, ancora più in grande, all’intero Egitto”, e, aspetto importante, “preannuncia l’esilio e la schiavitù del popolo d’Israele, conditio sine qua non per diventare popolo. Per essere ebrei, insomma, bisogna passare per la schiavitù, per la perdita di legami”. In conclusione, questo significa che, “qualunque avvenimento tragico possa accadere, la vita fiorirà”, ha spiegato il relatore. Fondamentale è, perciò, il sogno, che “ci evita la dimenticanza, ci permette di ricordare le cose nuove, ci mette in crisi, dicendoci qualcosa di importante su noi stessi. Sta a noi, dunque, usarlo come agente di trasformazione, di liberazione”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 20 settembre 2019

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“Quella volta che la maestra mi chiese: ma voi ebrei non avete la coda?”: Cesare Finzi si racconta

9 Set

La testimonianza del ferrarese, scampato nel ’43 alla deportazione, il 4 settembre a Ferrara in un incontro organizzato da CDEC, MEIS e ISCO

cesare finziDa una vita normale, scandita dalle ore a scuola, trascorse nel caldo nido della comunità, con i propri famigliari, nel negozio del padre, fino a venire a conoscenza, dal giornale, di essere diversi, dunque degni di esclusione dal consorzio umano. E di conseguenza dover sopportare derisione, odio, l’essere considerati simili a bestie, degni di un disprezzo del quale non provar vergogna. Cesare Finzi, nato nel 1930 a Ferrara, cardiologo in pensione, faentino d’adozione, ha vissuto tutto questo, e da anni è impegnato a raccontare la sua testimonianza di vita soprattutto ai più giovani (testimonianza lasciata anche in un libro, “Il giorno che cambiò la mia vita”). Ma la commozione, il dolore traspaiono intatti dalla voce e dagli occhi.

L’ultima occasione è stata nel pomeriggio del 4 settembre scorso, quando nella Sala Estense di Ferrara si è svolto l’incontro “Pratiche formative sulla Shoah e sui diritti umani”, conferenza aperta a tutti ma pensata soprattutto per i docenti. La conferenza era parte del secondo seminario residenziale in programma in quei giorni a Ferrara, pensato per offrire a un gruppo di docenti delle scuole secondarie di secondo grado da tutta Italia gli strumenti per l’educazione alla cittadinanza attiva e il Giorno della Memoria. L’evento, introdotto e moderato dal vicepresidente della Comunità ebraica di Ferrara, Massimo Acanfora Torrefranca, è stato organizzato da The Olga Lengyel Institute for Holocaust Studies and Human Rights – TOLI e la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea – CDEC, in collaborazione con il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS e con l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara – ISCO . “Sono nato e cresciuto in una famiglia ebraica, mio padre Enzo era ferrarese, mia madre mantovana. Una famiglia nella quale l’ebraismo era vissuto con una certa liberalità, pur essendo legata alle proprie radici. A quei tempi a Ferrara – ricorda Finzi – vi erano 4 sinagoghe, circa 700 ebrei (ancora nel ’37, mentre nel ’43 saranno la metà, e di questi, oltre 100 saranno deportati), di cui una parte rivestiva ruoli di rilievo nella pubblica amministrazione” – basti pensare ad esempio al direttore di CARIFE, del Consorzio agrario, al Podestà Ravenna, ai presidi dei Licei Scientifico e Classico. “Mio padre aveva ereditato da suo padre la profumeria in via Mazzini, la prima nella nostra città (dove oggi c’è ancora una profumeria, “Limoni”, ndr), che un tempo era anche e soprattutto una cartoleria e tabaccheria”. Enzo era uno dei tanti ebrei fieramente patriottici, riconoscenti all’Italia unita di aver loro concesso diritti e libertà. “Nel ’15 mio padre scappò di casa pur di arruolarsi nell’esercito” durante la Grande Guerra. “A Ferrara fu tra i primi a prendere la tessera del Partito fascista, un giorno la ritrovai, era la numero 12”, convinto di agire da patriota, “ma nel ’23, dopo l’omicidio di don Minzoni, scelse di uscire dal Partito”.

“Fino all’anno scolastico 1937-’38 frequentai la scuola ebraica di via Vignatagliata”, ha proseguito. “Per sostenere l’esame di accesso al 4° anno delle Elementari (una volta funzionava così) andai dunque in una scuola pubblica. Ma il 3 settembre 1938, tornando a casa, aprii il quotidiano e lessi: ‘Insegnanti e studenti ebrei esclusi dalle scuole governative e pareggiate’. Capii il concetto ma non il perché. Mio padre rimase frastornato. Ricordo ancora quando, nel giugno ’40, sentii il celebre discorso di Mussolini (“Vincere! E vinceremo!”): ne rimasi sconvolto”. Nella scuola di via Vignatagliata, fra gli insegnanti Finzi ebbe Giorgio e Matilde Bassani, Primo Lampronti (campione di boxe) e Riccardo Veneziani. “Nel ’43 andai a presentarmi alla scuola media di via Borgo dei Leoni, per sostenere gli esami conclusivi. Insieme a me vi era Nello Rietti, che morirà il 13 marzo ’45 nel campo di Buchenwald. Quel giorno a scuola vennero chiamati tutti i bambini presenti, ma non noi due. Chiedemmo allora spiegazioni al Preside: i nostri nomi erano in fondo ai fogli, nell’ultima pagina. Una volta fatti entrare nell’aula, ci isolarono dagli altri, i quali, una volta saputo che eravamo ebrei, iniziarono a ridere, a fischiarci, a sbeffeggiarci. Era ‘normale’, dopo 5 anni che sentivano e leggevano che gli ebrei non erano del tutto umani, considerati più simili a bestie”. Ma l’assurdità dell’ideologia antiebraica aveva intaccato anche l’umanità degli adulti, anche di persone laureate: “all’improvviso una giovane insegnante dice a me e Nello: ‘tanto non attaccherete la malattia’. ‘Quale malattia?’, chiesi. ‘Come, voi ebrei non avete la coda?’, rispose serafica, credendo davvero in quel che diceva”.

Poi nel luglio ’43 cadde il regime, ma le leggi razziali, anche con Badoglio, rimasero in vigore, e furono riprese dalla Repubblica Sociale Italiana: “per questo è corretto chiamarle non solo ‘leggi fasciste’ ma ‘leggi italiane’ ”. La notte dell’8 settembre dello stesso anno, subito dopo la firma dell’armistizio, il cugino 17enne di Cesare, Alberto, residente con la famiglia a Bolzano, esce a festeggiare. Viene riconosciuto, arrestato col padre, Renzo Carpi, portati nel carcere di Bolzano. Furono i primi ebrei italiani presi dai fascisti e consegnati ai tedeschi. La zia di Cesare, Lucia Rimini e la cugina Germana, di 16 anni, non vollero scappare. Furono presi con gli altri ebrei dell’Alto Adige la notte fra il 15 e 16 settembre. L’intera famiglia venne di fatto riunita nel campo di concentramento di Reichenau, e lì rimase fino al febbraio del ’44 quando vennero caricati su uno dei treni della morte. Solo di un’altra cuginetta, Olimpia, 3 anni e mezzo, era noto il destino: fu uccisa il giorno stesso dell’arrivo ad Auschwitz, il 7 marzo ’44, gasata e bruciata. “Grazie a un altro mio parente, lo zio Renato – ha proseguito il racconto Finzi -, io e i miei famigliari di Ferrara ci salvammo, perché scappò e venne da noi per avvisarci. La notte fra il 13 e il 14 novembre del ’43 io, lui e mio padre con una fune ci calammo dalla finestra nel cortile del vicino per scappare da fascisti e carabinieri che erano venuti a prenderci. Andammo a Gabicce – dove una persona riuscì a farci avere documenti falsi, privi del timbro di appartenenza alla razza ebraica – poi Mondaino, e poi sulle colline di Montefiore Conca. Una volta finita la guerra, sono tornato a scuola, al terzo anno del Liceo Scientifico: i miei nuovi compagni mi hanno accettato come se fossi sempre stato loro amico: è anche grazie a questo che sono riuscito ad arrivare fino ad oggi”. E’ questo il ricordo più intenso – che ancora lo fa commuovere, spezzandogli la voce –, insieme a quello della cuginetta: “ogni mattina, da 75 anni, appena mi sveglio penso alla piccola Olimpia e ai miei cari che non ci sono più”.

Antisemitismo ieri e oggi

Dopo la proiezione di un video sulla storia dell’ebraismo italiano (normalmente proiettato al MEIS), il 4 settembre nella Sala Estense hanno preso la parola Simonetta Della Seta, Direttore del MEIS, la quale ha posto l’attenzione sull’importanza di ripercorrere tutta la storia dell’antisemitismo, le cui radici sono molto lontane, e Anna Quarzi, Presidente dell’ISCO (Istituto di Storia Contemporanea) di Ferrara. Quest’ultima ha ripercorso la storia degli insediamenti ebraici in Emilia-Romagna: i primi si registrano fra l’XI e il XX secolo d. C. fra Ravenna e Rimini, ma è nel XIV secolo che l’immigrazione ebraica aumenta nella nostra Regione, dal sud Italia e dal centro-nord Europa. Anche a Ferrara, per secoli gli ebrei hanno vissuto pacificamente, in particolare furono ben accolti nel periodo di Ercole I° d’Este. I ghetti a Ferrara come in altre città emiliano-romagnole (in tutto 32 località) verranno creati successivamente, sotto lo Stato Pontificio (a Ferrara, nel 1627). Proseguendo, durante i moti risorgimentali e poi con l’unità d’Italia molti ebrei furono in prima linea, sentendosi a pieno titolo italiani, cittadini, partecipando anche in massa al primo conflitto mondiale. Fino ad arrivare, appunto, all’antisemitismo di Stato, già anticipato da una campagna d’odio e, nella nostra città, nel ’37, da una schedatura degli ebrei residenti, anticipazione, grazie all’“intraprendenza” dei funzionari locali, delle leggi razziali (o, meglio, razziste). Dopo l’intervento di Cesare Finzi e prima delle relazioni di cinque docenti formati da TOLI – Fondazione CDEC – ISCO, ha preso la parola la professoressa di Pedagogia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Milena Santerini, che ha affrontato il tema specifico dei discorsi d’odio oggi, in particolare sul web. Antisemitismo, antigitanismo, maschilismo, islamofobia, odio contro i migranti, razzismo, sono forme d’intolleranza tra loro correlate, e vanno quindi combattute insieme: “non è vero che la scelta di un capro espiatorio mette ‘al sicuro’ altre categorie. Vale invece la logica dei vasi comunicanti, per cui l’odio si riverbera su ogni categoria considerata ‘altra’, ‘diversa’ ”, ‘inferiore’, attraverso parole e discorsi d’odio che, la storia ce lo insegna (ma spesso, come si dice, non ha allievi…), preparano le azioni. È importante dunque prevenire, non solo reprimere legalmente e legare i discorsi d’odio del passato a quelli del presente.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 settembre 2019

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U.P. Borgovado, il cammino è sempre più comunitario (e missionario)

9 Set

Il 6, 7 e 8 settembre si è svolta la Tre giorni di riflessione dell’Unità Pastorale che unisce S. Maria in Vado, S. Francesca Romana, S. Gregorio Magno e la Madonnina. Un ottimo modo per festeggiare il primo anno di vita

a cura di Andrea Musacci

_6968La costruzione di un’Unità Pastorale è un cammino lento e lungo, non scevro da fatiche e frustrazioni. Lo sanno bene gli oltre 50 parrocchiani che il 6, 7 e 8 settembre si sono riuniti nei tre monasteri presenti dentro il territorio dell’Unità Pastorale Borgovado (della quale sono instancabili promotori), per la Tre giorni di inizio anno. Il primo compleanno della prima UP di Ferrara e dell’Arcidiocesi è stato festeggiato nel modo migliore: spendendo buona parte del fine settimana a pregare e discernere insieme sul presente e il futuro di una comunità tutta da inventare. Dopo gli incontri di venerdì 6 (dalle Carmelitane) e di sabato 7 (dalle Benedettine) – di cui parliamo nel box e nell’articolo qui a fianco -, nel pomeriggio di domenica 8 il Monastero del Corpus Domini di via Campofranco ha ospitato il momento unitario dell’Assemblea (per la sintesi dei gruppi di discussione), preceduto dall’ora media e al termine del quale si è condiviso la Messa per la festa di S. Gregorio Magno. La scarsità di giovani, e – autocritica ricorrente – la mancanza di proposte per loro (oltre che per le giovani famiglie, in particolare quelle in difficoltà) è stato uno dei temi maggiormente dibattuti. I giovani, però, si è riflettuto “vanno innanzitutto incontrati e ascoltati nei luoghi che abitualmente frequentano, anche al di fuori dell’UP e confrontandoci con quei loro coetanei che già hanno esperienza di organizzazione di iniziative”. Pensando invece ai più piccoli, è emersa l’importanza di superare gradualmente le rigide appartenenze parrocchiali all’interno dell’UP, facendoli sentire a casa anche nelle altre “vecchie” comunità di Borgovado. Fra le proposte – nate dalla volontà comune di creare momenti informali di dialogo, conoscenza e fraternità – quella del pranzo domenicale mensile in cui ritrovarsi come comunità dell’Unità Pastorale, della Messa comunitaria o della recita insieme, in date stabilite, dei vespri; o, ancora, di organizzare cineforum, sia ad hoc per i giovani sia per tutti, o incontri con testimoni di impegno civile e di fede, ad esempio sul tema della mafia, della droga o dell’ecologia. Condivisa anche l’idea che una fascia d’età “trascurata” sia quella dei 40enni-50enni, persone spesso da tempo lontane dalla comunità ecclesiale, ma delle quali si può, anzi si deve tentare di intercettare il bisogno spirituale e di relazioni autentiche. Ciò che è emerso, e che si nota frequentando questa comunità, è di come nell’arco di questo primo anno di vita, tanti nuovi legami siano nati e tanti altri si siano rinsaldati o approfonditi. E ancora, come alcuni parrocchiani che un anno fa si erano allontanati, in quanto contrari al cambio di sacerdoti, siano ritornati. Anche questi sono da considerarsi in un certo senso “lontani”, e quindi nuovamente da coinvolgere. Un lavoro, questo verso i “lontani”, e in generale quello di una comunità ecclesiale, che richiede, come dicevamo, costanza e pazienza, non formule preimpostate da applicare su un “corpo” già definito. I fedeli di Borgovado ne sono consapevoli, convinti che ciò che più conta non è un’ottima organizzazione ma “l’amore reciproco, l’ascolto, il chiedere al Signore di cambiarci il cuore”. Per evitare di cambiare tutto per non cambiare nulla.

Una “carovana solidale” portatrice di speranza

1Ha riflettuto sugli stili di vita cristiana dentro la comunione missionaria il diacono Marcello Musacchi, invitato dall’UP Borgovado a intervenire nel pomeriggio di sabato 7 settembre nel Monastero di Sant’Antonio in Polesine. Dopo l’ora media e prima che i gruppi di discussione dei laici si riunissero, Musacchi ha relazionato sul tema del nuovo anno pastorale, in attesa della Lettera dell’Arcivescovo. “Per tanto tempo nella Chiesa – sono parole di Musacchi – si è pensato che prima bisognava costruire la ‘cittadella’ della parrocchia, quindi fare comunione, per poi proporre la missione”. Col tempo si è compreso come invece l’atteggiamento giusto sia l’esatto contrario: “prima dobbiamo trascendere i nostri egoismi e le nostre abitudini (fare missione, ndr), per poi camminare insieme, creando comunione. La dimensione popolare non si struttura dalla delimitazione dei confini, ma dal vivere le stesse esperienze, nel comune discernimento e alla luce della Parola”. “La missione, infatti – ha proseguito -, è costitutiva dell’essere Chiesa, non è un angolino della pastorale. Non si tratta quindi di fare manutenzione ma di esplorare un nuovo stile di vita, un nuovo modo di essere, partendo dalle situazioni particolari per cercare in ognuna di mettere la Parola. Bisogna superare ogni forma di proselitismo e di autoreferenzialità e mettersi con le persone, nella loro singolarità, sulla loro strada, come Gesù con i discepoli di Emmaus”. Senza dimenticare che la missione ha anche un altro versante, oltre a quello dell’ad gentes: quello dell’intra gentes, cioè “l’attenzione anche all’interno delle nostre comunità”. Tutto ciò deve quindi farci riflettere su “quali sono le nostre vocazioni” e se riusciamo a convertirci, di continuo, “ripensando l’importanza del nostro sacramento del battesimo. Se i laici sono corresponsabili dell’evangelizzazione, allora tutto ciò che vivono diventa elemento di evangelizzazione. Anche in questa UP servono laici sostenuti davvero dalla grazia di Dio, ognuno con la propria vocazione, portatori di misericordia e di speranza, dove speranza non c’è”. In conclusione, dunque, “l’Unità Pastorale non significa spostare semplicemente i paletti dei confini, ma avere diverse risorse da usare per la missione, attraverso la quale la Chiesa si ricostituisce” in modo dinamico. Riprendendo un’espressione di Evangelii Gaudium 87, “l’UP dev’essere una ‘carovana solidale’ ”.

Il “Pantheon” di Borgovado

Nel pomeriggio del 6 settembre, il primo appuntamento della Tre giorni dell’UP Borgovado ha visto nel Monastero delle Carmelitane la recita dei Vespri e, a seguire, la presentazione da parte dei presenti di alcuni testimoni o figure considerate profetiche. Diverse le personalità proposte, credenti e non credenti, di periodi storici differenti: sante come S. Giovanna Antida Thouret e S. Teresa d’Avila, figure cristiane come padre Leopoldo Mandic, Chiara Lubich, don Tonino Bello, Card. Carlo M. Martini, o laiche come Giorgio Ambrosoli, Etty Hillesum, o due sindacalisti, Cesare Govoni e Pippo Morelli. Ma anche persone che hanno vissuto, nel loro piccolo, la santità nella nostra Diocesi: mons. Elios G. Mori, don Alessandro Denti, don Guglielmo Perelli, oppure persone della propria famiglia, e una parrocchiana di S. Francesca Romana, Gloria, prematuramente scomparsa un anno fa.

Prima della Tre giorni…: la sera del 4 settembre a S. Maria in Vado musica e parole per il pittore Carlo Bononi

Nel 1855, il celebre storico Jacob Burckhardt, dopo essere entrato a Santa Maria in Vado, scrisse nel suo “Cicerone”: “dobbiamo ammettere che siamo di fronte a una delle menti più illuminate del suo tempo”. Si riferiva a Carlo Bononi, pittore ferrarese morto il 3 settembre del 1632, sepolto il giorno dopo a Santa Maria in Vado. E il 4 settembre scorso, per celebrare l’anniversario, la ricollocazione del suo tondo “L’Incoronazione della Vergine” del Bononi, la sua meritata fama, e inaugurare la nuova illuminazione realizzata da Dattero Luce e altri artigiani, la Parrocchia e il CIAS hanno organizzato una serata di musica e parole. Dopo gli interventi all’interno del Santuario, nel chiostro si è tenuto il concerto per pianoforte e violoncello di due musicisti ferraresi, Giacomo e Matteo Cardelli, attivi soprattutto all’estero. Dopo tre mesi e mezzo, quindi, dalla ricollocazione sul soffitto del tondo realizzato dal Bononi intorno al 1617, circa 150 persone si sono ritrovate nella chiesa di via Borgovado. Dopo la presentazione da parte del Rettore del Santuario don Fabio Ruffini, è intervenuto brevemente l’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego per porre l’accento sulla “bellissima collaborazione tra pubblico e privato nel restauro dell’opera, e sul desiderio comune che le nostre chiese chiuse o parzialmente riaperte possano ritrovare la loro bellezza”. È poi toccato al Direttore del CIAS di Unife, Sante Mazzacane, prendere la parola per spiegare come il progetto di restauro sia stato compiuto “all’insegna dell’autorganizzazione e dell’interdisciplinarietà”. Infine, dopo l’intervento di Donatella Ferrari, della Dattero Luce, ha relazionato Giovanni Sassu, curatore della mostra a Palazzo dei Diamanti, “Carlo Bononi. L’ultimo sognatore dell’Officina ferrarese”, esposta tra fine 2017 e inizio 2018. “Prima del restauro dell’opera – ha spiegato -, eravamo costretti a usare torce militari per illuminare le decorazioni all’interno del Santuario”, data la scarsa luminosità dell’ambiente. Sassu ha dunque analizzato, a livello storico e artistico, il cammino di Bononi, capace, grazie al suo genio, “di realizzare una svolta artistica che stava iniziando, quella del Barocco”. Un artista rivalutato solo negli ultimi anni, dimenticato anche dopo la sua morte, è stato Bononi. Morte che, per quanto riguarda le cause è ancora avvolta nel mistero, come parte della sua vita. “Stiamo ancora cercando il suo diario – è la speranza di Sassu, che condividiamo -, speriamo di ritrovarlo”. Riuscirebbe a illuminare molti periodi e zone oscure della sua vita.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 settembre 2019

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“Il male esiste, è dentro di noi”: “Il signor Diavolo” di Pupi Avati

2 Set

Comacchio, cuore dell’Emilia profonda, luogo arcano e terribile, protagonista dell’ultima pellicola del regista, da lui presentata il 28 agosto a Ferrara. Una sconvolgente riflessione sul male, tra infanzia, fede e superstizione

a cura di Andrea Musacci

carloIl cinema italiano dimostra di avere ancora registi coraggiosi, capaci di saper proporre, in maniera originale, tematiche forse da molti considerate desuete, ma che appartengono alla cultura e al senso comune di intere popolazioni. Uno di questi artisti sempre più rari è Pupi Avati, bolognese d’origine ma legatissimo al nostro territorio, da lui immortalato in varie pellicole, fra cui “La casa dalle finestre che ridono”. Una fascinazione per la quiete arcaica e desolata della campagna del basso ferrarese, mai sopita, tanto da convincerlo ad ambientarci la sua ultima fatica, “Il signor Diavolo”, da lui stesso presentata in anteprima il 22 agosto a Comacchio (dove il film è stato girato) e sei giorni dopo, il 28, al Cinema Apollo di Ferrara. La pellicola, ambientata nell’autunno del 1952, racconta delle indagini sull’omicidio di un adolescente, Emilio (foto in basso), giovane deforme, incarnazione del maligno per alcuni, vittima di feroce superstizione, per altri. L’assassino è il 14enne Carlo (foto in alto), amico di Paolino, quest’ultimo morto in circostanze misteriose legate, pensano in molti, proprio alla presenza di Emilio. Tra profanazioni, riti e gesta sempre ambiguamente a cavallo tra fede cristiana e credenze popolari, la vicenda si dipana tra i confini offuscati del bene e del male.

Pupi_Avati_2La serata ferrarese, capace di richiamare circa 500 persone, si è svolta nella Sala 1 del Cinema di piazza Carbone, alla presenza, fra gli altri, dell’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e del Vicario Generale mons. Massimo Manservigi, oltre che dell’Assessore alla Cultura Marco Gulinelli, che ha fatto un breve saluto iniziale. “In passato ho diretto diversi film ‘consolatori’ su vita, famiglia, amicizia, ma questo non è così”, ha esordito Avati prima della proiezione. Richiamando una scena del film, ha spiegato come assomigli “a quei momenti della giornata in cui i bambini, dopo aver giocato, e magari bisticciato, nel pomeriggio in cortile, all’imbrunire sentono di dover ‘fare la pace’. Perché il buio fa paura, a tutti”. “Un film, questo – ha proseguito -, che mi ha permesso di tornare in questo ‘non luogo’, che è anche un ‘non tempo, una terra meravigliosa che va da Ferrara verso nord, fino al Po, dove la modernità non ha ancora avvilito il territorio, rimasto padrone”. Dove, di conseguenza, “dominano gli archetipi primordiali, come la paura”, rappresentata, in un flashback del film, da un bambino chiuso per punizione dal padre al buio in un armadio. Scena che rimanda anche al finale stesso. Ma è il male il protagonista della pellicola: “l’ho visto, tanto, e l’ho vissuto dentro di me – ha confessato Avati -, l’ho commesso e lo continuo a commettere, ad esempio nel godere degli insuccessi dei colleghi. Ma esiste anche un male superiore, più grave: il male per il male”, quello gratuito, “e spesso chi lo compie è anche più apprezzato a livello pubblico”. Dopo la proiezione, il regista ha raccontato alcuni aneddoti sui due giovani protagonisti, Filippo Franchini, che interpreta Carlo, e Lorenzo Salvatori, nel ruolo di Emilio. Il primo, “lo scelsi a Rovigo, fra 70 ragazzini presentatisi al provino: fin da subito, spiegando il film, sembrava capire tutto, guardandomi dava la sensazione che comprendesse meglio di me le cose di cui parlavo. Mi colpì molto questo suo sguardo perturbante”. Infine, Avati ha accennato alla possibilità di un seguito del “Signor Diavolo” – visto anche il finale volutamente aperto – se non addirittura a una vera e propria “sagra del male”.

Volti, simboli e richiami del demoniaco: un’analisi del film

emilio“C’è una forza che abita la nostra anima. Opposta al desiderio di bene. La nostra cultura dominante dimentica queste battaglie dell’anima, tende a dimenticare che abbiamo un’anima”: così scriveva un mese fa il poeta Davide Rondoni sul Carlino nazionale, all’indomani del duplice omicidio volontario di due giovani nel bergamasco, in seguito a una “banale” lite dentro una discoteca. Un rammarico, quello per l’abbandono del discorso sul maligno, condiviso da Pupi Avati, che non ha perso occasione, nemmeno nel suo intervento all’Apollo di Ferrara del 28 agosto, di lamentare come la stessa Chiesa “non parli più del diavolo”. In ogni caso, la visione tradizionalistica del cineasta bolognese, nella sua ultima pellicola l’ha portato a un ritorno al passato, a quella fase pre-consumistica (e in parte pre-moderna) in un angolo di Occidente non ancora del tutto contaminato dal progresso, dove quindi, a suo dire, è ancora possibile riscoprire tanto il sacro quanto il “profano” nella sua veste demoniaca. Sacro e demoniaco che, quindi, per Avati, possono essere riconosciuti solo in una società antica, in spazi a-temporali, in quel tempo incantato, sospeso, che si vuol credere incorrotto, mitico, anche se così non è. Oggi, invece, sembra dire il regista, il conflitto tra Bene e Male non ha più corpi, parole per essere espresso. L’agone fondamentale è stato dimenticato.

Alla ricerca del Bene e del Male

La ricerca da parte di Furio Momenté – funzionario ministeriale incaricato delle indagini sull’omicidio di Emilio, dentro gli intrecci del potere democristiano del secondo dopoguerra – sembra rappresentare la ricerca di una verità non solo procedurale, e non strumentale, ma ben più profonda, appunto sul Bene, sul Male e sul loro conflitto. Il suo (il nostro?) bisogno di affondare nelle viscere del reale – sembra dirci Avati – viene seppellito nei sotterranei di una chiesa vuota, dove nessuno può e potrà sentirne le grida, quel monito a non disperderci nelle frivolezze della mondanità, ma a temere il male/il Male, e a non cercare piccoli beni, ma ad anelare al Bene, sempre.

Davide contro Golia…

Nella pellicola, l’esile Carlo uccide il rude e corposo Emilio con una pietra lanciata da una fionda, colpendolo in un occhio. La sequenza richiama la lotta biblica fra il giovane Davide e il filisteo Golia, raccontata nel libro di Samuele: «Appena il Filisteo si mosse avvicinandosi incontro a Davide, questi corse prontamente al luogo del combattimento incontro al Filisteo. Davide cacciò la mano nella bisaccia, ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo in fronte. La pietra s’infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra. Così Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo con la fionda e con la pietra e lo colpì e uccise, benché Davide non avesse spada. Davide fece un salto e fu sopra il Filisteo, prese la sua spada, la sguainò e lo uccise, poi con quella gli tagliò la testa» (1 Samuele 17,48-51).

Emilio, verro demoniaco o vittima del mondo?

Nonostante le apparenze, raffinata nella sua consapevolezza è la persistente, e crescente, ambiguità su quali figure (Emilio, Carlo, le suore, i sacerdoti…) il Male abiti davvero nella vicenda raccontata ne “Il signor Diavolo”. Nella prima parte del film, è Emilio a essere presentato come incarnazione del maligno: a dimostrarlo sarebbero, oltre la sua ferocia gratuita, la stessa conformazione fisica, malformata e ferina. I denti enormi, i peli spessi e duri lo mostrano, infatti, agli occhi dei compaesani come mezzo uomo e mezzo maiale, nato – pensano in molti – dall’unione carnale fra una donna e un verro. Non a caso, il maiale è tradizionalmente simbolo di lussuria e ingordigia, e dagli stessi ebrei e musulmani considerato animale impuro. Nel Vangelo, due sono i passi nei quali il maiale è richiamato come simbolo di degradazione: il primo, in Matteo: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi» (Mt 7,6 ). Sbranamento, forse non casualmente citato dal regista nel modo in cui Emilio uccide – o si insinua che abbia ucciso – la neonata sorellastra. L’altro passo è parte della parabola del figliol prodigo, prima del ritorno al padre/Padre: «quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava» (Lc 15, 14-16). Il maiale è, infine, simbolo positivo se associato a sant’Antonio Abate, in quanto il suo grasso era usato dai suoi discepoli per curare l’ergotismo detto “il male di s. Antonio” o “fuoco di s. Antonio” (herpes zoster).

«Ogni cosa è buona mentre lascia le mani del Creatore delle cose; ogni cosa degenera nelle mani dell’uomo» (da “Emilio”, J. J. Rousseau, 1762)

La stessa etimologia del nome “Emilio” suggerisce alcune riflessioni. Un primo significato, immediato, è quello che richiama l’ “abitante dell’Emilia”, per cui il personaggio del film incarnerebbe perfettamente lo spirito perturbante e cupo delle nostre zone. Sempre a livello etimologico, Emilio (aemulus) significa “il rivale”, “il competitore”, “l’emulo”, quindi “l’Avversario”, l“’Antagonista”, “il Nemico”, tutti significati dell’ebraico sāṭān. Il nome richiama anche la celebre opera “Emilio” di J. J. Rousseau, nella quale il filosofo svizzero assume la vita di Emilio come modello pedagogico per dimostrare come l’educazione a contatto con la natura preservi il giovane da alcuni pericoli e corruzioni della civiltà. Nel film del regista bolognese, perciò, Emilio è l’esatto opposto del “buon selvaggio” (se ci concediamo una semplificazione del pensiero rousseauiano). Oppure, seguendo la versione della madre del giovane, era naturalmente buono, ma ha perso il senno a causa degli elettroshock subiti da bambino nel volerlo curare dall’epilessia. Sarebbe dunque la civiltà, e la sua scienza “moderna”, come suggerisce la frase sopracitata dell’opera di Rousseau, ad averlo deformato e corrotto. Seguendo questa versione, Emilio ne “Il signor Diavolo” è dunque il diverso, il debole, vittima del male incarnata non in una singola persona, ma nel “peccato” delle persone accecate, chi dalle supersitizioni pseudo religiose, chi, specularmente, dalla superbia di certo scientismo.

«Il concavo cielo sfavilla» (da “X agosto”, Giovanni Pascoli, 1896)

Ricordi dell’infanzia fanno riaffiorare alla mente “X agosto”, poesia di Giovanni Pascoli. È Carlo stesso a leggerla, durante i compiti scolastici pomeridiani, dopo l’uccisione del verro e prima della morte del padre. Scelta per nulla casuale del regista, vien da pensare: la poesia, infatti, è dedicata dal Pascoli al padre ucciso da due sicari, in circostanze che richiamano fortemente la morte misteriosa del padre di Carlo, in particolare in questi versi: «Anche un uomo tornava al suo nido: / l’uccisero: disse: Perdono; / e restò negli aperti occhi un grido / portava due bambole in dono… / Ora là, nella casa romita,/ lo aspettano, aspettano in vano: / egli immobile, attonito, addita / le bambole al cielo lontano». Così, invece, si conclude, la poesia di Pascoli: «E tu, Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale, / oh! d’un pianto di stelle lo inondi / quest’atomo opaco del Male!». Una nota di speranza presente anche nella pellicola di Avati, ma che fatica a mostrarsi: non emergono, infatti, nel film, figure luminose, volti santi, ma tutto sembra inghiottito da una penombra soffocante, ogni cosa si dissolve in queste valli che paiono sconfinate, dove Dio non sembra abitare.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 settembre 2019

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Vivere nel dolore degli altri ascoltandone le voci

2 Set

Si può comunicare l’Alzheimer? L’ASP di Ferrara ha ospitato il progetto “Dieback*/Fioriture” dell’artista riminese Isabella Bordoni, che ha abitato per due settimane nella Casa Residenza di via Ripagrande: “tanta la tenerezza e l’empatia provate nel vivere con i malati. Rendendo pubbliche le loro voci spero di aver fatto emergere nei visitatori una commozione profonda”

alzheimerStorie di vita, sofferenze passate e presenti, paure senza volto, solitudini sommerse nel silenzio. Fantasmi della mente che nidificano corpi ed esistenze rischiando di inghiottirle, disancorandole dalla realtà.

Sono oltre 600mila nel nostro Paese i malati di Alzheimer, persone impossibilitate a tenere il filo dei propri giorni, per il graduale logoramento della memoria, soprattutto e innanzitutto di quella a breve termine. Esistenze quasi mai prese in considerazione, se non nella nicchia privata, satura di scoramento e solitudine, nella quale spesso i famigliari sono costretti a vivere.

Isabella Bordoni, artista visiva e sonora riminese, che nella sua trentennale attività ha spesso affrontato i temi dell’ “abitare”, si è a lungo interrogata se e come sia possibile comunicare la sfuggente sofferenza di questi malati. Per questo ha deciso di vivere, giorno e notte, nelle prime due settimane di giugno 2018, a contatto con quelli ospitati nella Casa Residenza del Nucleo Speciale Temporaneo Demenza dell’ASP in via Ripagrande a Ferrara, periodo nel quale ha registrato suoni, voci, rumori. Da qui è nato il progetto denominato “Dieback*/Fioriture. Archivio sonoro delle voci, per ricucire il rapporto tra linguaggio, demenza e poesia”, voluto e promosso da ASP – Centro Servizi alla Persona di Ferrara, con il patrocinio del Comune. Nel settembre 2018 si è svolta la prima parte, attraverso varie iniziative (alle quali hanno partecipato una 60ina di persone), fra cui un’installazione sonora per restituire alla comunità questo “Archivio di Voci e Suoni”. Nella settimana del Buskers Festival, per la precisione dal 24 agosto al 1° settembre scorsi, è stato allestito invece il secondo percorso sonoro (foto in basso di Greta Fuzzi), nel giardino interno della sede ASP di via Ripagrande, attraverso la possibilità di ascoltare con le cuffie, tramite due tablet, le voci dei malati e degli OSS che li assistono.

Un approccio difficile, indiretto, che denota dunque coraggio da parte dell’artista, e che, a nostro parere, “obbliga” il visitatore a prendersi del tempo per ascoltare, per concentrarsi pazientemente su dialoghi, esternazioni, suoni vivi. Insomma, una maniera per approcciarsi non distrattamente ma con cura a queste persone sofferenti, ascoltandole, venendo a conoscenza delle loro storie, penetrando quei muri che spesso sembrano – o per colpe nostre, diventano – invalicabili. Così da lasciar fiorire, come recita il nome del progetto, corpi nascosti nella città, parole seppellite negli antri della mente, dell’anima, dietro quel deperimento, quella marcescenza (questo significa l’altra parola del titolo, “dieback”) così sorda e inarrestabile.

A “la Voce” Bordoni spiega come “mostrando la dimensione ‘poetica’ che vi è nella vita, dunque anche nella malattia, ho provato a ‘stanare’ in chiunque si approcci a quelle voci una commozione profonda. Non ho avuto esperienze dirette di famigliari con l’Alzheimer – prosegue –, ma l’idea è nata nel tempo, in me è aumentata la sensibilità nei confronti delle questioni legate agli anziani e alla malattia. Questo spazio altro della demenza l’ho trovato estremamente interessante, anche se di solito molto ignorato, perché se è vero che tutte le malattie fanno paura, questa forse ne fa di più”. In un’artista, l’empatia sfocia inevitabilmente nella ricerca di mezzi espressivi creativi e originali: “esplorare questo mondo attraverso una chiave artistica mi sembrava un impegno che ero in grado di prendermi”, sono ancora parole della Bordoni. La malattia, dunque, può essere approcciata e comunicata, “senza dover essere eroi. Prima di vivere nella Casa – ci spiega ancora – mi sono preparata molto, immaginando come potesse essere”. La paura non mancava, “ci ho lavorato un anno. Ma una volta dentro non era affatto difficile, gli ostacoli previsti non li ho trovati, ma ho provato solo tanta empatia nei confronti di queste persone malate, e scoperto spazi in realtà meno inabitabili di quel che si può pensare. Alla fine, per me – ci confessa – è stato difficile andare via, perché in luoghi come questo riconosci profondamente qualcosa di te”. Che cosa ha riconosciuto?, le chiediamo. “Semplicemente che il corso umano prevede anche questa resa del controllo sulla vita, cioè che con il corpo e la mente non si controlla più il proprio destino”, anche se spesso è facile dimenticarsene. Una casa di cura come quella abitata dalla Bordoni, “contiene un potenziale così alto di umanità, per cui mi interessava starci dentro”, cercando di comprenderne anche “il rapporto delle persone con l’architettura, con gli spazi, come cioè si possa vivere comunitariamente in uno spazio chiuso come quello”. E a proposito di spazi, l’artista di notte riposava in un letto allestito in una grande stanza, isolata da un semplice pannello, normalmente adibita per la cosiddetta “Terapia della bambola”, importante alternativa farmacologica, nata per risvegliare nei malati le reazioni e promuovere il contatto, oltre che utilizzata per i bambini.

A proposito di infanzia, e riprendendo uno dei tre concetti fondamentali del progetto – quello della parola, del linguaggio -, Bordoni ci spiega come nella casa di cura “c’è molto dell’infanzia”, in quanto il linguaggio, se all’inizio della vita non è ancora appreso, in casi come questi, nella fase conclusiva, è dimenticato: “una balbuzie comune vi è – prosegue – tra infanzia e vecchiaia, e ciò mi pare, in un certo senso, sinonimo di ‘saggezza’, in quanto cadono certe strutture predeterminate dell’interpretazione, facendo così riaffiorare l’essenza delle cose, facendo tornare essenziali affetti elementari, non costruiti”, non codificati.

Un’indagine, quella messa in atto quindi da Isabella Bordoni, estremamente realistica, minuziosa, sfociata in una sorta di “catalogazione” di voci e suoni spontanei; indagine che però – caso rarissimo – non ha i tratti della fredda analisi laboratoriale ma fa dell’ascolto il suo punto di forza. Significa farsi prossimi all’altro – innanzitutto a chi più soffre – ascoltandone patemi e ricordi, assaporandone asprezze e dolcezze, senza intenti giudicanti, ma anzi dando voce a queste persone, restituendo loro soggettività, dando nome e carne ai loro dolori, ai loro rimpianti, ai tarli di una vita. Scrive lei stessa in uno dei pannelli del progetto: “VITA è la parola alla quale non sottrarsi, qui. Stanare tra le pieghe della malattia e del dolore, la vita che spinge e preme e che chiede, nel morire delle proprie forme, la possibilità di fiorire in altre”. Una proposta di verità che non possiamo non fare nostra.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 settembre 2019

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“L’Eucarestia apre, condivide, invia”

24 Giu

Tantissime le persone presenti alla Messa e alla processione del Corpus Domini lo scorso 20 giugno a Ferrara: dopo la liturgia nella chiesa di San Francesco, la processione (passando anche per corso Giovecca) fino al Santuario del Miracolo Eucaristico di S. Maria in Vado

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“La mistica eucaristica apre, condivide, invia”. C’è un passaggio dell’omelia che il nostro Arcivescovo ha pronunciato nella Messa per il Corpus Domini, che più di altre ha il dono di sintetizzare non un auspicio, di non fungere da affermazione retorica ma di essere rappresentazione verbale di ciò che di continuo è e dev’essere la comunità ecclesiale. Uscire da sè per essere comunione, per diventare missione. E questo, nel silenzio gaudioso e orante, è avvenuto giovedì 20 giugno, Festa del Corpus Domini: centinaia di persone, di ogni età, da ogni angolo della nostra Arcidiocesi, seduti insieme, inginocchiati l’uno di fianco all’altro, a camminare in silenzio lungo alcune vie di Ferrara. La Messa è stata celebrata nella chiesa di San Francesco, accompagnata dai canti del “supercoro” formato dal Coro della Cattedrale, di S. Martino di Codigoro, Coro “Alba Chorus Mariae”, Piccoli Cantori di San Francesco, Coro di Comunione e Liberazione (la Fraternità ha anche assicurato il servizio d’ordine), oltre a singoli elementi di altri cori diocesani. Al termine, il via alla processione lungo via Terranuova, c.so Giovecca (chiusa al traffico solo nel senso di marcia del corteo), via Bassi e via Madama. Lungo il percorso, alcune bambine della comunità ucraina di rito bizantino hanno sparso petali di fiori. Infine, l’arrivo nel Santuario di S. Maria in Vado per l’adorazione e la preghiera finali. L’omelia del Vescovo La centralità dell’Eucaristia, ha spiegato mons. Gian Carlo Perego, è “fondata non su un’idea, ma sul corpo, sulla presenza reale di Gesù nella vita della Chiesa e del mondo”. Lo stesso miracolo della moltiplicazione dei pani (nel Vangelo letto), “è il miracolo della condivisione, che sfama tutti, anche in sovrabbondanza, al punto tale che avanzano dodici ceste. Il miracolo della moltiplicazione dei pani è un miracolo eucaristico, che indica come l’Eucaristia è destinata a tutti, ma anche come l’Eucaristia genera la responsabilità della condivisione. Ogni ‘intimismo’ eucaristico tradisce il sacramento dell’Eucaristia”, ha proseguito. “Chiudere l’Eucaristia nello spazio e nel tempo di un rito, non aprirla alla comunione, alla condivisione, alla missione significa trasformare un sacramento in una ‘cosa’ e non in un evento che genera nuove relazioni con Dio e il prossimo, una nuova storia quotidiana. Dopo il ricordo del Venerabile Carlo Acutis (“L’Eucaristia è la mia autostrada per il Cielo”, disse), il Vescovo ha concluso: “tocca a noi accogliere, nella fede, questo dono dell’amore di Dio alla Chiesa e farlo diventare nutrimento, provocazione per uno stile di vita cristiana. Così rendiamo grazie a Dio e solo così la celebrazione è partecipazione della dedizione di Cristo. Qui, ora”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 giugno 2019

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