Afghanistan, dove «essere donna oggi è una colpa»

6 Mar

Cristiana Cella a Ferrara: «donne senza diritti. Le grandi potenze fanno affari coi talebani»

Rimarranno nella storia le immagini disperate degli afghani che nell’agosto 2021 non riuscendo a scappare consegnavano ai marines in fuga dal loro Paese i bambini, anche molto piccoli, per metterli in salvo dall’orrore che stava tornando.I talebani, infatti, dopo 20 anni avevano riconquistato il potere. È partita da questo la cruda ma necessaria riflessione di Cristiana Cella, giornalista e scrittrice che lo scorso 25 febbraio nella libreria Libraccio di Ferrara ha presentato il suo ultimo libro, “Attraversare la notte. Racconti di donne dall’Afghanistan dei talebani” (ed. Altraeconomia), intervistata da Giorgia Pizzirani di Emergency. Racconti raccolti negli anni da confidenze, sfoghi delle stesse donne afghane (che nel Paese sono 21 milioni).

Cella segue le vicende afghane dal 1980, quando entrò clandestinamente a Kabul per documentare la resistenza contro l’invasione russa. Ha vissuto tra i combattenti laici e democratici sulle montagne del Paktia e dal 2009 fa parte dell’Associazione CISDA (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane), che dal 1999 promuove progetti di solidarietà a favore delle donne afghane. CISDA è in contatto con RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), organizzazione femminile afghana indipendente – ora clandestina -, attiva dagli anni ’80.

La mancanza di ogni diritto e libertà, soprattutto per le donne ma non solo, in Afghanistan oggi si accompagna a una tremenda crisi economica  che affama più di 14 milioni di persone, con quasi la metà della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Inoltre, secondo il recente report del l’ONU, Analytical Support and Sanctions Monitoring Team, diverse formazioni jihadiste internazionali (fra cui al-Qaeda) restano attive sul territorio.

Cella ha iniziato con l’elencare i diviete imposti oggi alle donne in Afghanistan; ne citiamo solo alcuni: lavorare, studiare, pregare in pubblico, uscire senza un familiare stretto, incontrare altre donne in pubblico, vestirsi liberamente, truccarsi, ascoltare o suonare musica, fare sport, andare in bici. Insomma, la donna «non può vivere», ha detto Cella. «La polizia morale può arrestare una donna se ha l’hijab messo male. È diventata una forma di assedio, il Governo fa solo controllo ormai, non governance, entra nelle vite delle donne, nei loro corpi e nelle loro menti in maniera perfida. La colpa è stata femminilizzata: essere donna oggi in Afghanistan è una colpa». Intorno alla donna – ha proseguito Cella – c’è «una totale oscurità».Per ogni minima infrazione, può essere sbattuta in carcere, e spesso non uscirne viva. E «le prigioni talebane sono qualcosa di inimmaginabile in quanto a violenze, privazioni e condizioni igieniche.E quando la donna conclude la sua detenzione, viene isolata dalla famiglia, perché essere stata in carcere è una vergogna». Non è un caso, quindi, «se fra le donne sono in forte aumento i suicidi, soprattutto fra le adolescenti e le ragazze», che «faticano a trovare un motivo per vivere»: tante donne soffrono di depressione, «e spesso fanno uso di mix di droghe sintetiche micidiali. Le madri si sentono impotenti, non possono dar loro un futuro». Recentemente, a gennaio 2026, i talebani hanno promulgato il nuovo Codice penale, il Criminal Procedures Code for Courts, che ad esempio all’articolo 9 – ha proseguito Cella – «divide la società in caste: in alto ci sono i ricchi e i religiosi, gli imam; poi la classe media; e in fondo la maggior parte della popolazione, coloro che non hanno niente, veri e propri schiavi».

In tutto questo orrore, c’è un minuscolo spiraglio di luce: «alcune donne resistono, esiste una resistenza sotterranea», grazie soprattutto alla sopracitata RAWA, «che aiuta le donne anche a livello medico-sanitario», perché da una parte una donna non può essere visitata svestita o curata da un medico uomo, dall’altra le donne non possono più svolgere il servizio come mediche o ostetriche. «Se un uomo fa male ad un animale – un gallo, un cammello – si fa 5 mesi di carcere, se invece fa male a una donna, 15 giorni. Anche perché la donna non potendosi far vedere da un medico non può mostrare i segni delle violenze subite».

E RAWA ha anche «scuole segrete», luoghi «dove la speranza può fiorire.Alcune donne mi han detto: “vivo solo perché esistono luoghi come questo”.Anche se vivono con la costante paura di essere scoperte». Ad esempio, ha raccontato Cella, una scuola segreta si trova nelle grotte del Bamiyan – dove vive gente poverissima -, zona nella quale nel 2001 le due enormi statue del Buddha del 6° secolo furono distrutte dai talebani. Nelle scuole «viene anche insegnato alle donne a cucire, almeno per tenersi impegnate in casa».

I talebani, quindi, «hanno distrutto la vera cultura afghana, l’arte, le tradizioni», come il Nowruz, il capodanno afghano che molti «festeggiano di nascosto. Ciò che mi commuove davvero è la loro forza, il loro desiderio di vivere.Le donne afghane hanno tanto coraggio e fantasia. A volte fanno piccoli flash mob di nascosto, filmandosi e diffondendoli via web».

Cella ha poi analizzato le enormi e criminali responsabilità delle medie e grandi potenze del mondo: dall’Accordo di Doha del 2020, alla Conferenza di Doha del 2023 e a quella dell’estate del 2024, con l’indifferenza complice di Cina, India, Russia, Iran, USA, e in generale di tutti i Paesi dell’ONU. «Perché nessuno dei governi ha detto nulla?», si chiede Cella. Responsabilità che Paesi come gli Stati Uniti si portano dietro dagli anni ’80, quando finanziarono i talebani in chiave anti-URSS. D’altra parte, «soprattutto Cina, Russia e USA anche recentemente han fatto affari coi talebani». Gli afghani «come altri popoli – curdi, palestinesi, vari popoli africani – sono considerati sacrificabili».

Insomma, «l’Afghanistan è una galera a cielo aperto, è impensabile che le donne debbano affogare in un buio così». Ma c’è chi cerca di tener aperti piccoli spiragli di luce.

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La guerra contro le donne afghane e le storie di 21 rifugiate

A Ferrara il libro “Donne. Resistenza. Libertà” di Angela Iantosca

Ventuno milioni sono le donne in Afghanistan. Ventuno l’anno che segna il ritorno dei talebani al potere.E ventuno le donne raccontate dalla scrittrice e giornalista Angela Iantosca nel suo ultimo libro, “Donne. Resistenza. Libertà.Storie di ventuno afghane in lotta per la vita” (Ed. Paoline), presentato il 27 febbraio a Ferrara, nella Sala della Musica di via Boccaleone. L’evento organizzato dal Comune di Ferrara (Assessorato alle Pari Opportunità), con la partecipazione delle Paoline, in collaborazione con ACLI provinciali di Ferrara, in occasione dell’80° Anniversario del Diritto di voto alle Donne, e per celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale per i Diritti delle Donne, ha visto l’autrice intervistata da Donatella Ferri.

La definisce una sorta di «guerra civile contro le donne, che si inventano strategie di sopravvivenza», Iantosca, quella in Afghanistan. Un lavoro, quello dell’autrice, che inizia quando viene a conoscenza dell’ONG Nove -Caring Humans, che opera proprio nel Paese asiatico. «Un giorno, sentendo parlare pubblicamente una madre costituente, sento le stesse parole usate dalle donne afghane oggi. È stata quindi questa ONG ad aiutarmi a trovare queste donne rifugiate in Italia, altri Paesi europei o in Pakistan». Di queste – dice – «i grandi media – escluso “Avvenire” – non ne parlano più». Ma loro «hanno una consapevolezza dei loro diritti, una linfa vitale che noi abbiamo perso. Ciò dimostra come spesso i migranti e i rifugiati possano ridarci questa consapevolezza. Ma  anche in Italia spesso la società civile non sa accoglierle: loro stesse mi hanno raccontato dello sguardo pieno di pregiudizi di molti nei loro confronti».

Delle 21 donne (tutte di etnia azara) raccontate nel libro, 19 han lasciato l’Afghanistan in quell’agosto del 2021 che ha segnato il ritorno al potere dei talebani.Le altre due invece erano già all’estero: una fa la cantante a Londra, l’altra è una scrittrice che ha aperto un salone di bellezza a Modena, ed è stata vittima di violenza da parte dell’ex marito. Le altre sono artiste, giornaliste, politiche, studentesse, insegnanti, ostetriche, speaker radiofoniche. Tutte prima del 2021 bene o male avevano una vita sociale, legami familiari e amicali. «Ora molte di loro sono costrette come rifugiate a fare lavori diversi: OSS, donne delle pulizie, bariste, benzinaie». Sono tutte istruite, c’è anche una giovane, Fatima, 18 anni, «la prima guida turistica in Afghanistan, che faceva la pastorella e quando aveva 8 anni per volontà del padre non poteva più andare a scuola: così, all’aperto mentre lavorava seguiva di nascosto una scuola per uomini e scriveva sulla sabbia perché non aveva quaderno e penna». C’è Waheeda, 21 anni, che viveva a Kabul con madre, fratello e sorella. Con quest’ultima è arrivata in Italia incinta di 4 mesi, il padre di suo figlio rimasto in Iran. «Quando il bimbo è nato, il padre di Waheeda ha smesso di parlarle, ma lei può insegnare la libertà a molte donne, mi ha ricordato un’altra ragazza madre, madre costitutente, Teresa Mattei, che  Togliatti voleva far abortire». Limitazioni e pregiudizi «che in parte mi han ricordato quelli raccontatimi da alcune calabresi della Locride». E ancora: Sediqa, ostetrica, col marito gestiva una scuola di 1000 studenti ma non andava in bici. «Ora in Italia se l’è comprata e mi ha promesso che la userà». O Nesa, che in Italia «ha impiegato 3 anni per riuscire a togliersi il velo». E Khrisma, che mi ha detto: «ora mi vedo coi miei occhi, non con quelli degli altri».

Andrea Musacci

Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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«Noi curiamo le loro ferite, loro curano le nostre anime»

6 Mar

Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir: «i corpi dei migranti, torturati e ingombranti»

Nella Piazza del Mondo di Trieste, un gruppo di donne ricama su un enorme lenzuolo i nomi dei migranti morti durante i viaggi per sfuggire alla violenza, in cerca di una vita migliore.È il lenzuolo della memoria “Madri di frontiera”. Un “velo pietoso” che non nasconde il dolore ma lo mostra, e ne mostra le cause. È il dolore dei migranti che a migliaia arrivano o transitano a Trieste, provenienti perlopiù da Afghanistan, Pakistan, Siria, Iraq Iran e Bangladesh.

Lo scorso 1° marzo nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara sono intervenuti i coniugi Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, fondatori dell’Associazione “Linea d’ombra” che a Trieste soccorre queste persone in arrivo dalla rotta balcanica. I due sono stati intervistati da Massimo Cipolla, avvocato già consulente legale, tra gli altri, del Centro Servizi Integrati per l’Immigrazione dei Comuni della provincia di Ferrara. Un centinaio i presenti all’incontro.

«Sono, i nostri, a livello globale, tempi atroci, fatti di guerre e genocidi», ha esordito Franchi. Le domande “Chi sei Tu?Che sono io?” del ciclo di incontri per l’Ottavario «mi portano a domandarmi “Chi siamo noi”». L’io-tu, quindi, come embrione del noi. «I migranti a Trieste – nei loro Paesi vittime del colonialismo e della crisi ecologica – mi hanno in qualche modo aiutato a rispondere». Trieste, dove da anni incontriamo «migranti ai limiti della sopravvivenza, più volte abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza: e allora abbiamo compreso che non potevamo non fare nulla. Curiamo le loro ferite e diamo loro da mangiare: ecco cosa facciamo. Ma il nostro intento è anche politico, inteso come qualcosa che modifica la polis.Non accettiamo – ha proseguito – questo mondo di indifferenza prima e di violenza poi. Aiutiamo queste persone affinché possano essere libere di andare dove vogliono, contro il potere degli Stati e dell’Unione Europea che li bloccano o li uccidono coi loro dispositivi di controllo e di morte». È il potere istituzionale di un Occidente dominato «dall’indifferenza, dall’individualismo e dalla competizione/guerra, che fa dell’altro un nemico. Cerchiamo, invece, di creare  forme comunitarie di vita:è questo il “comunismo della cura” che dà il titolo a un mio libro», dove comunismo, appunto, è sinonimo «di cura e di relazioni necessarie affinché ci sia la vita». Insomma, «è solo la comunità a poter salvare la vita».

«I migranti – ha esordito poi Fornasir – coi loro sguardi ci insegnano a vedere noi stessi, il nostro trauma». Loro, «sporchi di fango, con l’odore di marcio e le piaghe nei piedi». Loro che, però, «spesso arrivano sorridenti e mi chiedono “Come stai?”». Insomma, «sono loro a curare noi. A volte mi dicono “sono salvo ma non sono vivo”»: si sentono morti dentro per tutta la violenza che han subito e alla quale hanno assistito. Come quel migrante che, alla frontiera tra Grecia e Turchia, ha visto un poliziotto uccidere un bimbo piccolo in braccio alla mamma con un colpo di pistola in testa e gettarlo nel fiume solo perché il suo pianto lo disturbava. «Ho visto i segni sui corpi di alcune persone migranti delle torture subite: io mi chino su di loro per curare le loro ferite», e «come posa di sovvertimento della posizione di potere che normalmente noi bianchi abbiamo nei confronti degli altri popoli. “Dio mio, perché mi è stato fatto tutto questo?” è il grido che spesso leggo negli occhi di queste persone» che arrivano a Trieste. Tra loro, «sempre più minori: arrivano di sera o di notte, e la mattina dopo prendono il primo treno diretto verso il nord Europa» e così proseguono il loro game, gioco (così lo chiamano), fatto di tappe, di livelli. Una sfida, però, molto, troppo reale. Molti migranti dormono nel silos, vecchio edificio abbandonato vicino alla Stazione dei treni. «Corpi ingombranti», da “sfrattare”, come quelli degli abitanti del nostro Grattacielo. Il potere, si diceva.Che è anche quello che amministra Trieste in questi anni e che contro questi migranti «ha chiuso i bagni pubblici e i sottopassi, messo reticolati, fatto sgomberi di massa». Ma alcuni anche giovani, lì sono morti per il freddo e le violenze subìte.

“Linea d’ombra” è una presenza di carità e non è solo un gruppo di triestini che ogni giorno li soccorre, ma una rete nazionale fatta anche da tanti “Fornelli resistenti”, gruppi che dalle varie città cucina e poi porta il cibo a Trieste (sono oltre 55 in tutta Italia).Un “Fornello resistente” esiste anche a Ferrara e per l’occasione l’ha brevemente presentato Gaetano Zanghirati. Sono gruppi che portano anche beni alimentari confezionati oltre che vestiti, scarpe e coperte. Diversi, sono, anche nella nostra città, i mercatini di autofinanziamento che ciclicamente tornano durante l’anno. Il prossimo viaggio di ferraresi è l’11 e 12 marzo, guidato da Domenico Bedin.

Andrea Musacci

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GLI ALTRI INCONTRI DELL’OTTAVARIO AL CORPUS DOMINI

Il secondo appuntamento, venerdì 6 marzo alle 20.45, avrà come destinatari privilegiati i giovani, offrendo loro la possibilità di “incontrare” Francesco in modo esperienziale, proprio a partire dalla sua domanda “Chi sei Tu? Che sono io?”. Claudia Baldassari (teologa e psico-drammatista) attraverso la metodologia dello psicodramma (parola composta da psyché, anima e drama, azione) accompagnerà i partecipanti a sperimentare in gruppo l’incontro con questo personaggio storico.

Sabato 7 marzo alle 16 sarà fr. Pietro Maranesi (cappuccino e teologo) ad intrattenere con la sua competenza e amicizia appassionata per il Poverello. Ci aiuterà ad individuare i cardini dell’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi e a riconoscere come il suo desiderio e la sua esperienza di Dio, pur portati fino alla dimensione più estrema possibile ad un uomo, possano essere alla portata anche di ciascuno di noi, di quanti intendano vivere da discepoli. 

Infine, domenica 8 alle ore 16 avremo modo di sostare in ascolto di “Francesco e l’infinitamente piccolo”, una lettura teatrale con Miriam Gotti (voce e canto) e Vittorio Mazzocchi (pianoforte) con testi tratti dall’omonimo libro di Christian Bobin. Sarà un viaggio poetico attraverso i sentieri luminosi dell’anima di Francesco d’Assisi. Non segue l’ordine cronologico della vita di Francesco, ma indugia su alcuni momenti cruciali, illuminandoli con la sua prosa poetica. “Francesco e l’Infinitamente Piccolo” diventa un invito a riflettere, a interrogarci sul senso della nostra esistenza, sul nostro posto nel mondo e sul nostro legame con il Tu di Dio. La vera felicità, ci ricorda l’autore, non risiede nei beni materiali, ma nell’amore, nella gioia e nella semplicità. 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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La cura come gratuità, non relazione di potere 

5 Mar

Suor Linda Pocher è intervenuta a Casa Cini: «Gesù modello di cura  che supera i generi. Ripensare il ruolo delle donne nella Chiesa»

Lo scorso 26 febbraio Casa Cini, Ferrara, ha ospitato la nuova lezione della Scuola diocesana di teologia per laici, lezione sul tema “Liberare la comunicazione dal potere”.Relatrice è stata suor Linda Pocher, Figlia di Maria Ausiliatrice, laureata in filosofia, dottoressa in teologia dogmatica, socia dell’Associazione Teologica Italiana e co-autrice, fra l’altro, del libro “Smaschilizzare la Chiesa? Confronto critico sui Principi di H.U. Von Balthasar”, scritto con Lucia Vantini e Luca Castiglioni.

Papa Francesco ha parlato del «linguaggio nuovo della cura», legata in particolare alla maternità.Ma sono tre le obiezioni/domande di sr Pocher a questa concezione: in che senso la cura è un «linguaggio nuovo»? Secondo: «è sbagliato idealizzare la maternità». Terzo: «in ogni relazione educativa, soprattutto in quella materna, si nasconde una relazione di potere». Nel riflettere su questi tre punti, la relatrice ha innanzitutto spiegato come la cura sia «lo stile di Gesù: Egli si è preso cura delle persone e ha lasciato che altre persone si prendessero cura di lui». Nell’ultima cena, istituzione dell’Eucarestia, «lo stesso Suo nutrire è un gesto di cura», in esso Gesù offre il proprio corpo e sangue «come fa una madre: la gravidanza è infatti l’unico caso in cui un essere umano si nutre a livello biologico del corpo di un altro», della madre appunto.E ciò Gesù «chiede  anche ai suoi discepolo di farlo». Così, «comportandosi come una madre, Gesù rompe la distinzione fra i generi» e per questo dopo San Paolo potrà dire: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Galati 3,28). Ogni persona – maschio o femmina – è chiamato a «comunicare attraverso il linguaggio della cura, a maturare questa dimensione. Dimensione che è diventata anche etica, «etica della cura», solo nel XX secolo, quando alle donne è stato permesso di iniziare a proporlo in ambito scientifico/accademico. La cura, poi, è un linguaggio nuovo perché «il Vangelo è sempre nuovo», Gesù è sempre una novità, una lieta notizia. La stessa parola, quindi, «non è strumento di potere se lascia spazio all’altro, all’ascolto dell’altro: per prendermi cura di un’altra persona devo mettermi innanzitutto in suo ascolto». Il Regno di Dio «si manifesta quando le persone sono guarite e quindi diventano capaci di amare sé e gli altri».

Ma relazioni nate come cura possono facilmente trasformarsi in «relazioni di potere in quanto asimmetriche: si pensi alla relazione madre-figlio, o con un superiore/una superiora in un ordine religioso o in Seminario». Qui possono nascere anche «forme di abuso». Per questo, sr Pocher ha citato la filosofa Luigina Mortari, la quale mette in guardia dall’assolutizzazione/idealizzazione di una relazione di cura:«il rischio è di non riuscire più a interpretare correttamente la realtà». Per Mortari la relazione più a rischio è quella madre-figlio, la seconda quella tra infermiere e malato (sì asimmetrica ma non di sangue), mentre quella di amicizia se vissuta autenticamente è la migliore, «la più libera e gratuita». Tutto ciò, senza dimenticarci che «dobbiamo innanzitutto prenderci cura di noi stessi, poi dell’ambiente in cui viviamo e quindi degli altri». Invertire l’ordine è nocivo per sé e per gli altri.

Infine, sollecitata da una domanda proveniente dal pubblico, suor Pocher ha riflettuto sulla questione del diaconato e del sacerdozio femminile: «nella società di oggi – ha detto la relatrice – non esistono più ambiti di azione solo maschili o solo femminili». Inoltre, «non è vero che nella storia della Chiesa non siano mai esistite donne ordinate, anche se queste diaconesse erano solo al servizio di donne» (ma appunto, erano altre epoche); è poi vero che gli apostoli erano tutti maschi ma «questi non c’entrano col sacerdozio perché i primi presbiteri o vescovi ordinati risalgono al III secolo»;  e ricordiamo che «dalle lettere di Paolo emergono alcune donne alla guida di comunità cristiane». Contro l’ordinazione diaconale o sacerdotale femminile, vi è poi l’obiezione che Cristo era un maschio «ma tutti – uomini e donne – siamo stati creati a immagine del Figlio e rappresentare Cristo non significa essere uguali a lui in aspetti come quello legato al genere». Sr Pocher ha poi citato l’art. 60 del Documento finale del Sinodo dei Vescovi (ottobre 2024), dove fra l’altro è scritto: «In forza del Battesimo, uomini e donne godono di pari dignità nel Popolo di Dio. Eppure, le donne continuano a trovare ostacoli nell’ottenere un riconoscimento più pieno dei loro carismi, della loro vocazione e del loro posto nei diversi ambiti della vita della Chiesa (…). Non ci sono ragioni che impediscano alle donne di assumere ruoli di guida nella Chiesa: non si potrà fermare quello che viene dallo Spirito Santo. Anche la questione dell’accesso delle donne al ministero diaconale resta aperta e occorre proseguire il discernimento a riguardo (…)». Parole su cui riflettere.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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La bellezza del «quasi niente» contro il subdolo veleno del male

4 Mar


Don Luigi Verdi a Ferrara: «guardare gli altri con gli stessi occhi di Dio, vivere la meraviglia»

Il male è «un fungo», è «un veleno«, si diffonde facilmente. Ma non serve lamentarsi: bisogna costruire «un’alternativa» con la propria vita.

Ha incantato gli oltre 100 presenti, don Luigi Verdi, fondatore della Fraternità di Romena vicino Arezzo. La sera dello scorso 25 febbraio è intervenuto nella chiesa del Gesù, a Ferrara (via Borgo dei Leoni), invitato dal parroco don Giacomo Falco Brini. A metà giornata aveva incontrato anche un gruppo di detenuti all’interno della Casa Circondariale di via Arginone. Teologo e scrittore per il quotidiano Avvenire, don Verdi nella chiesa del Gesù ha riflettuto sul tema “Le umili meraviglie”, alternando alle sue meditazioni clip video suggestive, con musiche e immagini.

«Oggi siamo tutti muti nel dolore – ha detto -, tutti più soli, non ci sentiamo a casa», se per casa intendiamo «quel luogo dove c’è qualcuno che mi guarda davvero, di cui posso fidarmi». Siamo tutti «avvelenati dal veleno dell’antico serpente, che ci rende disumani. I soldi, oggi, contano più delle persone, il demonio non è all’inferno ma da tutte le parti». Ma è importante capire che «il male non ha profondità, è stupido, è banale, si diffonde ovunque, come un fungo». Male che non va evitato ma «attraversato», come va attraversato «il tempo che viviamo». La domanda fondamentale che ognuno deve porsi è: «voglio andare verso la vita o verso la morte?». La meditazione di don Verdi è sincera, senza retorica: «nella storia le religioni han fatto tanti danni, han diviso popoli, le persone tra loro e nel loro cuore. Io invece amo la parola “spirituale”, parola universale, che fa respirare».

Don Primo Mazzolari nel 1937 scriveva: «A un mondo che muore di fame, di miseria, di pesantezza, di odio, che gli egoismi più feroci divorano, le parole non bastano. Occorre che qualcuno esca e pianti la tenda dell’amore accanto a quella dell’odio». Da qui è proseguita la riflessione del sacerdote. Dall’invito ad abbandonare il lamento sterile, a non parlare solo del male che c’è ma a «far crescere il grano, l’amore», salvare «ciò che inferno non è» (Calvino), «avere compassione per chi sbaglia: è facile abbracciare il corpo della vittima, di chi soffre, dobbiamo invece abbracciare il corpo del traditore, di chi fa il male». Bisogna, quindi, creare «un’alternativa al male, qualcosa di diverso». «Oltre ciò che è giusto e sbagliato, c’è un luogo. Ci incontreremo là», ha scritto Jalal al-Din Rumi, teologo e poeta musulmano persiano del XIII secolo. È una delle scritte poste all’ingresso della pieve di Romena. «Nel mondo può non cambiare nulla, ma può cambiare il mio sguardo, quindi posso non vedere solo il male, ma mettermi in cammino.Ogni mattina – ha proseguito don Verdi – rivolgo due preghiere a Dio: di rimanere piccolo, cioè umile, e di avere gli occhi di Dio». Cioè di «vedere come Dio guarda ognuno di noi, quel Dio che ci aspetta, sempre. Noi siamo eredi sia di Caino sia di Abele: il primo ha ucciso la parte più bella di sé, il secondo ci insegna che si può vivere anche nella semplicità, nella concretezza: se vuoi davvero capire la vita, toccala, entraci dentro, fai qualcosa». La meraviglia, dunque, è «il guardare e riguardare sempre con ostinazione, e con umiltà, cioè ponendosi all’altezza della terra», con concretezza, appunto.

«”Io non posso credere alla morte, sarà solo un momento, ma non l’ultimo”: questo è ciò che una volta mi disse un mio amico contadino, che non era credente, e stava per morire». La vita non può finire nel nulla, «c’è sempre un nuovo inizio», dopo l’inverno viene sempre la primavera. Ed è così anche per il terribile mondo nel quale viviamo: «è come un parto, doloroso certo, ma dopo ci sarà qualcos’altro, una nuova alba. Buttiamo quindi via la malinconia», quel sentimento col quale «pretendiamo tutto e non sappiamo più dire “grazie”». E invece coltiviamo «la nostalgia, cioè il dolore del ritorno, il dolore che si vive finché non torna qualcosa di buono, il ridesiderare ciò che abbiamo perduto». È il «quasi niente», il «scegliere di vivere con poco, e a quel poco dare il massimo di senso. Un pezzo di pane e un angelo accanto – cioè una persona cara che mi vuole bene -: se abbiamo questo, non ci manca nulla». Facciamo, quindi, come «i veri profeti», che vanno «in direzione ostinata e contraria», «amiamo: la vita è troppo breve per essere egoisti».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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(Foto Pexels – Pixabay)

«Il governo autoritario delle città espelle chi considera sacrificabile»

4 Mar

SPAZIOCIDIO. Romeo Farinella e Alfredo Alietti sono intervenuti il 26 febbraio a Ferrara: «dalla Palestina alle nostre città, il neoliberismo “sfratta” gli ultimi in nome del profitto. Viviamo già in uno stato di eccezione». E «lo sgombero del Grattacielo è parte di questo discorso»

di Andrea Musacci

Esistono ormai, anche nelle città come Ferrara, fasce di popolazione considerate «sacrificabili» dal potere, gruppi di persone private del diritto fondamentale della casa. È questa l’analisi proposta lo scorso 26 febbraio in Biblioteca Ariostea da due studiosi, l’urbanista di UniFe Romeo Farinella e il sociologo urbano dello stesso Ateneo Alfredo Alietti. L’occasione è stato il primo incontro del ciclo intitolato “Spaziocidio. Dalla Palestina alla Metropoli Globale”, a cura della Rete per la Pace Ferrara, con l’adesione del Laboratorio per la Pace dell’Università di Ferrara. Un centinaio i presenti per l’incontro introdotto da Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara).

FARINELLA: DAL COLONIALISMO ISRAELIANO ALLA TERRAFORMAZIONE

Il concetto di “spaziocidio” viene sviluppato dall’israeliano Eyal Weizman, teorico dell’architettura, nel suo libro “Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele” e nella seconda edizione aggiornata dal titolo “Spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo”. Farinella ha quindi spiegato come è Sari Hanagi, sociologo palestinese, ad aver coniato il termine. «Israele – che come Stato e Governo va sempre distinta dalla più ampia e variegata cultura ebraica – dopo la seconda intifada (2000-2005) ha iniziato a prendere di mira i palestinesi e la loro terra», ha detto il relatore. Fino al presente: lo scorso dicembre l’Autorità fondiaria israeliana ha pubblicato un bando per 3401 unità abitative nell’area E1, a est di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata, per ampliare l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim e a creare una continuità territoriale con Gerusalemme Est occupata. Ciò dividerebbe in due la Cisgiordania. Ma il deserto «è da sempre considerato dai beduini come territorio relazionale governato in modo comunitario, senza nessuna volontà di appropriazione», com’è invece quella di Israele.

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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«Eucarestia e solidarietà insieme: per una teologia della comunione»

28 Feb

A Casa Cini l’intervento di Panaghiotis Yfantis, teologo ortodosso greco: «Dio chiama un popolo, per farci corpo di Cristo». La «sinodalità» della Chiesa degli apostoli come modello

L’Eucarestia è una cosa seria, è comunione, e interpella cuore e coscienza di ogni cristiano. La divisione tra fratelli e sorelle in Cristo, dunque, è uno scandalo, un «peccato grave». Non ha usato giri di parole Panaghiotis Yfantis, teologo ortodosso greco, intervenuto a Casa Cini, Ferrara, lo scorso 16 febbraio per la nuova lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. “Il dialogo tra Cattolici e Ortodossi”, il tema trattato, un momento autentico di condivisione e di amicizia cristiana. Yfantis, classe ’66, è laico, sposato e ha tre figli. Insegna Patrologia e Letteratura Agiografica e diverse altre materie presso la Facoltà Teologica di Tessalonica.

«La persona esiste nell’apertura, nel dono e nella relazione libera», ha esordito il teologo presentato da Marcello Panzanini, Direttore dell’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso. L’episodio del battesimo di Gesù è emblematico di ciò in quanto «Gesù non parla ma è il Padre a presentarlo e lo Spirito Santo si posa su Gesù: ogni persona, quindi, non presenta sé stessa ma fa presente l’altro, indica l’altro». Non a caso, «“perdonare” in greco significa “condividere con l’altro lo spazio”». Ciò non è facile, ma nostro fine «è di diventare come il nostro Creatore, è la nostra “deificazione”», che «non è un dato stabile, non è realtà statica ma un fine, e quindi presuppone la nostra volontà e la nostra libertà». È «un dono sempre da rinnovare, e lo possiamo rinnovare nella Chiesa intesa come comunione». Chiesa – ha proseguito – «è soprattutto il vivere in modo cristico, in modo spirituale, vivere l’eschaton, gustare l’eschaton, è una caparra dell’eschaton all’interno della storia». Di conseguenza, «l’ecclesiologia nell’ortodossia non è intesa come «istituzione giuridica o sistema amministrativo ma è innanzitutto evento di comunione, Dio con l’uomo. Se non esiste o se viene trascurato questo evento, allora la comunione è falsa, è un’illusione». La Chiesa nasce a Pentecoste – non a caso – quando i discepoli sono insieme: la prima forma della Chiesa è un raduno con lo Spirito». Quando si parla di Chiesa «si parla di popolo, Dio chiama un popolo»: prima di tutto «la Chiesa è riconciliazione con Dio, l’uomo non è più estraneo ma figlio, l’uomo entra per grazia nella dimensione relazionale trinitaria». E in secondo luogo, nella Chiesa, la comunione è «riconciliazione con l’altro: non si può essere in comunione con Dio e restare chiusi davanti al fratello, frazione del pane e condivisione dei beni» sono la stessa cosa. «Eucarestia e solidarietà non sono distinti, ma due aspetti dello stesso mistero». E in terzo luogo, «la comunione ecclesiale è apertura universale: la salvezza non è individualistica, Cristo ha abbandonato la Sua beatitudine divina per essere in mezzo a noi, ha scelto la creaturalità per salvarla, per rendere la creatura eterna».

La Chiesa quindi non è «un club esclusivo» ma come Cristo deve «assumere tutto il mondo per salvarlo, per santificarlo»: la comunione «serve per la riconciliazione con tutta la creazione, nella teologia ortodossa l’uomo è considerato sacerdote del cosmo, per riferire di nuovo la creazione al creatore».

Tutto ciò si compie «soprattutto nel tempo e nel luogo dell’Eucarestia, per noi la Divina Liturgia», non mero rito ma «il popolo di Dio che manifesta ciò che è: nell’Eucarestia non si assiste a qualcosa ma si diventa qualcosa, si diventa il corpo di Cristo, si è cristificati: l’Eucarestia fa la Chiesa, non è la Chiesa che possiede l’Eucarestia come uno dei suoi strumenti». Di conseguenza, «ogni comunità locale presenta la Chiesa nella sua pienezza, rende presente Cristo continuando la Sua incarnazione nella storia» e la forma migliore per fare ciò è quella della «sinodalità, come nella prima Chiesa degli apostoli». Nella storia, però, tante sono state le «divisioni, i conflitti fra Chiese anche in comunione sacramentale e ciò non è un problema ma uno scandalo». Nella liturgia, non dimentichiamo, «prima viene fatto il segno della pace come unità del cuore, e solo dopo si può fare la recita del credo come unità nel dogma». La fede, insomma, «non è ideologia, non è una teoria ma vita, concretezza».

Solo dopo questa riflessione, possiamo parlare autenticamente di ecumenismo: nell’ultima parte della relazione, quindi, Yfantis ha spiegato: «essere ecumenici vuol dire essere cristiani: è peccato grave essere indifferenti davanti alle divisioni fra noi cristiani». La comunione non può dunque essere pensata «solo all’interno dei confini di una confessione cristiana, ma è una ferita». La «teologia della comunione» ci fa comprendere come la vera comunione non sia «uniformità» ma «armonia tra le diversità», così è la stessa Trinità e così dev’essere tra le confessioni cristiane, «pur senza relativizzare le differenze dottrinali», ma cercando «unità e riconciliazione nella Verità». 

Spetta – ha quindi concluso – «a ognuno coltivare innanzitutto sé stesso, per rendere più visibile il ripristino dell’unità: ogni battezzato deve cercare di essere persona nel senso pieno, essere dono e perdono. La comunione inizia nel cuore di ognuno, con la conversione personale».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 febbraio 2026

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Il buio, poi «una gioia di lacrime improvvisa»

26 Feb

Quello che resta, il libro di poesie di Marta Casadei: un dolce grido a Dio sulla morte, sulla vita

«Nella morte ci apriremo a ciò di cui abbiamo vissuto sulla terra».

(Gabriel Marcel)

di Andrea Musacci

Non è fresco di stampa il libro di poesie di Marta Casadei (romagnola di nascita, ferrarese d’adozione), dal titolo Quello che resta (Ed. La Carmelina, con prefazione di Piero Stefani), dedicato alla morte delle persone care, in particolare alla memoria del marito scomparso. Ha due anni di vita ma richiede – per chi ancora non l’ha letto – un’avvertenza: per comprenderlo non è necessario aver perso il proprio amato o la propria amata, ma aver amato. E chi non ha mai avuto la grazia di amare una persona in maniera speciale, l’auspicio è che questo libro apra l’anima preparandola a quella bellezza che rende ancora più cruda la domanda sul perché contenga in grembo il germe della morte.

«TI PREGO, NON ANDARE»

«La vita divorava gli anni» e, invece, più si va avanti più il velo si discosta e con più accecante consapevolezza si comprende che gli anni «divoravano la vita», scrive Casadei. Dopo la perdita del marito – sono sue parole – «sono rimasta sola e sbigottita / con la tua assenza dura, sconsolata». «Tutto qui: / tutto quello che rimane / di una vita sta dentro una valigia»; ma è un mentire, il suo, dettato dalla desolazione: la vita non può stare in una culla, non starà mai in una bara, né in una definizione. Figuriamoci in una valigia.

La mancanza è vuoto, nuda assenza, eremitaggio in una casa che pare sconsacrata, solitudine non desiderata. Il giogo, le spalle lo sentono troppo pesante: «Fino a quando / mi stringerà questa amarezza / questo rimpianto inconsolato e sordo», è la domanda. Rimpianti e rimorsi sono spine nella carne: «non ti ho difeso abbastanza», «non ho creduto abbastanza»; pesano le «consolazioni sperperate». Ma finché, una a una, quelle spine non le si toglie, non ci si potrà aprire all’avvenire, alla lode, alla benedizione. Fino a quel momento, «ancora tutto accade come sempre, / si vegli o dorma, / tutto senza stupore, prevedibile». La realtà diviene inconsistente; anzi, assurda: «cosa ci faccio qui da sola?», che potrebbe essere scritto anche come interrogativo sul senso ultimo dell’esserci (“cosa ci faccio qui?”).

La terra non è lieve – come nel laico augurio a chi se ne va – ma il suo peso «ti copre», a te «che sei inciampato nella morte». E lei rimane sola, «a inaridire», resta «impigliata nella vita», come l’accappatoio in quel gancio, pezzo di feriale memoria. «Ti prego, non andare», scrive Marta: e mi viene, per contrasto, in mente il «Tu non morirai» di Gabriel Marcel.

«VENGA PRESTO LA LUCE»

Poi la luce inizia a filtrare dalle finestre, e ciò non avviene in un momento preciso: «cerco / di ritrovare il senso delle cose / o una ragione / qualunque, nuova». È un primo tentativo, pur nel suo fallimento, di arrivare a una «memoria pacificata».

E qualche pagina dopo: «Voglio farmi un regalo / oggi, una cosa nuova, uscire / dove la vita pulsa nelle strade». Ma il mondo e i suoi abitanti sono ancora senza volto, sfocati, spigoli contro cui sbattere, estranei su terre di nessuno, di certo non di Marta, «sperduta / in un filo di terra straniera». Marta che è ancora non attesa, ancora senza attesa. Attesa che è mancanza, ma protesa con lo sguardo all’avvenire. «Fammi sentire che ci sei», anche se «sei l’altrove»; come a dire: senza l’altro non mi salvo dalla tentazione del nulla. Da qui, «una gioia di lacrime improvvisa», il necessario perdono di sé.

Questo libro è una lode all’amore che è stato, e che non può non durare in eterno. Una lode all’amore piccino, fatto di minuscoli frammenti, di levità, debolezze, scambi quotidiani di fiato e miserie; insomma, del pane del cuore. E quell’amore nascosto, timido, discreto, geloso solo di sé e della propria pudicità, ora viene esibito in questi versi “impudici”. Ma è una “sfrontatezza”, quella di Marta Casadei, talmente innervata di dolcezza che solo una posa richiede: quella di chi si china per meglio sentirne il sussurro, di chi si siede e tace. Di chi si inginocchia davanti al Mistero che Dio apre.

E allora, «venga presto la luce», vieni Spirito d’amore.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 febbraio 2026

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Capitini, Pinna e Langer: la nonviolenza in una graphic novel

25 Feb
Robin Esto (© Foto Musacci)

Si intitola “L’impatto di un’idea” il volume dell’artista Robin Esto (Margherita Pilati). Il libro è stato presentato a Libraccio Ferrara

“L’impatto di un’idea” è il nome della graphic novel realizzata dalla giovane creativa Robin Esto (Margherita Pilati) e dedicata al Movimento Nonviolento in Italia, in particolare ai suoi “padri” Aldo Capitini, Pietro Pinna e Alexander Langer (di cui il 22 febbraio ricorrevano gli 80 anni dalla nascita). Il volume, edito da People e appena uscito, è stato presentato lo scorso 20 febbraio nella libreria Libraccio di Ferrara.

L’artista – originaria di Trento ma residente a Berlino dove nei prossimi mesi si laureerà – per l’occasione è stata intervistata da Elena Buccoliero del Movimento Nonviolento di Ferrara.

Robin Esto ha spiegato come ha cercato – appunto – di rappresentare «l’impatto rilevante che l’idea e la pratica di queste tre persone abbiano avuto e hanno ancora oggi». Un progetto iniziato nel 2023, proseguito nel 2024 e su cui ha lavorato tutto l’anno scorso. Esplorando l’argomento, l’artista ha scoperto «anche il forte impatto che hanno avuto su di me». Un bell’esempio, soprattutto per una ragazza così giovane.Non a caso, la mattina stessa ha presentato il suo libro a due classi del Liceo “Roiti” della nostra città. «Di loro – ha spiegato – avevo ricordi dai miei genitori, attivisti in questo ambito; per me rappresentavano una dimensione magica ma lontana dal presente.Ma conoscendoli meglio, li ho scoperti sempre più come attuali». Il progetto iniziale «riguardava l’obiezione di coscienza alla leva militare, ma poi ho deciso di concentrarmi su queste tre figure». Per lei – ha spiegato – «è normale sentire vicini a me i personaggi che disegno», e così anche in questo caso mi interessava conoscerli anche a livello personale, intimo.Per questo ho studiato e ricercato molto su di loro, visionando e a volte anche citando frasi da volantini, cartoline, libri, articoli di giornale, lettere, oltre a diverse fotografie».

Obiettivo – sicuramente raggiunto – «mostrare questi pezzi di storia a più persone possibili, anche per recuperare momenti, frammenti che rischiano di essere dimenticati, ma che sono molto importanti». Insomma, ha tentato id raccontare «l’essenziale» e, «pur con delicatezza», lo stesso suicidio di Langer. 

«Penso che per i giovani – ha proseguito poi – sia importante continuare a essere aperti, a leggere, a esplorare storie come queste, che purtroppo nelle scuole non vengono insegnate». La graphic novel «è uno strumento ideale per questo tipo di divulgazione, affinché sia una porta che invogli ad approfondire queste tre figure e tutta la storia della nonviolenza». E a tal proposito, nel libro vengono citate anche due personalità legate a Ferrara, Silvano Balboni e Daniele Lugli.

E fra le interviste realizzate da Robin Esto per la realizzazione del suo volume, quelle a Giuliano Pontara, Elena Buccoliero e all’attuale Presidente del Movimento Nonviolento Mao Valpiana, grazie alle quali è riuscita a raccogliere e a citare aneddoti e piccoli racconti inediti o quasi.

L’incontro di presentazione si è concluso con diversi interventi dalle persone presenti nel pubblico, a dimostrazione dell’interesse che il lavoro della giovane artista sta suscitando e del desiderio – in un’epoca come l’attuale dove forte torna la propaganda bellicista – di tornare a parlare, e a vivere la pace e la nonviolenza, in tutte le sue forme.

Andrea Musacci 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 febbraio 2026

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«Molti aspetti da chiarire, vogliamo risposte e aiuto»: la denuncia degli sfollati del Grattacielo

24 Feb

LE TORRI VUOTE DI FERRARA. Daniele, Imad, George, Amara, Ona e Alessio: gli sfollati del Grattacielo parlano pubblicamente di mancanze e responsabilità. E intanto il caso è arrivato in Parlamento. Inoltre, il racconto di Anna Rossi, ex residente al Grattacielo che ora vive a Lisbona

di Andrea Musacci

Sono giorni di sospensione per gli abitanti del Grattacielo di Ferrara, nonostante la dura accettazione di uno sgombero che han dovuto subire, contro ogni logica di umanità. Una sospensione abitata – oltre che dall’incertezza per il futuro -, dalla tentazione della rassegnazione e dall’altra parte dalla volontà di continuare a lottare per la propria dignità e per difendere un diritto fondamentale. Noi ciponiamo alcune domande: delle responsabilità dell’attuale Sindaco Fabbri e della sua Giunta abbiamo parlato e continueremo a parlare; ma siamo sicuri che il Prefetto e la Regione abbiano fatto tutto ciò che era in loro potere?Senza considerare anche le responsabilità di chi ha amministrato Ferrara prima di Fabbri, sia sul tema Grattacielo sia sulla questione abitativa in città. E continuiamo a chiederci: dove sono finiti buona parte degli sfollati, quelli non aiutati né da Caritas né da Viale K né da ASP? E molti sfollati ora aiutati che fine faranno fra 2 settimane/1 mese/6 mesi?

Il 17 febbraio a Palazzo Madama, sede del Senato, si è svolta una conferenza stampa indetta dalle sen. Ilaria Cucchi (AVS) e Sandra Zampa (Pd) e dalla deputata Stefania Ascari (M5S), che hanno anche presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno Piantedosi e al Ministro della Protezione Civile Musumeci. Nel testo si chiede ai due se «intendano acquisire da Comune e Prefettura una relazione su gestione dell’emergenza, comunicazioni ai residenti, pianificazione e tempistiche tecniche di ripristino dell’agibilità, anche alla luce dell’apertura di accertamenti giudiziari»; «quali misure urgenti si intenda attivare, d’intesa con Comune, Prefettura e Regione Emilia-Romagna, per garantire che nessuna persona sfollata resti priva di una sistemazione sostenibile nel breve e medio periodo». La conferenza stampa si è svolta in collegamento con Ferrara, dove nella sede di via C. Goretti erano presenti anche alcuni sfollati. Il giorno dopo, il 18, è stata la Sala ex Refettorio di via Boccaleone a Ferrara ad ospitare l’assemblea pubblica organizzata da “Cittadini del mondo” con diversi sfollati e, in tutto, 150 presenti (foto). Ricordiamo che il 26 febbraio è in programma l’udienza al TAR per valutare il ricorso contro l’ordinanza comunale di sgombero. E il 7 marzo a Ferrara si svolgerà una manifestazione regionale.

Leggi le testimonianze qui.

O il potere o la povertà: quel perdere che ci libera

20 Feb

SUOR MARZIA CESCHIA. Un momento di preghiera e di riflessione condivisa il 15 febbraio dalle Clarisse: «senza i poveri non possiamo capire il Vangelo»

Gesù Cristo è una continua provocazione alle nostre certezze, alle nostre superbie, alle nostre pigrizie. Abbatte gli idoli che ci illudono di essere ricchi e sazi, padroni. Cristo è, invece, l’immagine piena della povertà che ci ricorda l’essenziale, che ci ricentra, affinché non ci perdiamo.

Su questo, attraverso San Francesco d’Assisi, si è riflettuto nel tardo pomeriggio dello scorso 15 febbraio nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara. Nel contesto delle celebrazioni per l’8° centenario del transito di San Francesco, il Circolo Laudato si’, il MASCI e le Clarisse del Monastero hanno organzizato un incontro di preghiera e riflessione , “Sulla via di Francesco. Il canto della povertà: un respiro di libertà”.

L’incontro iniziato coi Vespri, ha visto poi l’intervento di suor Marzia Ceschia, docente di teologia spirituale presso la Facoltà Teologica del Triveneto di Padova, che ha proposto una riflessione davanti a una  50ina di persone.

«La proposta di S. Francesco è molto attuale, ci provoca ancora con forza oggi», ha esordito. In lui, la povertà ha «un significato ampio, soprattutto spirituale: non si tratta tanto di avere o no qualcosa, ma di pretendere di essere proprietari di qualcosa, anche nei legami con gli altri». Essere proprietari «crea e divide chi ha da chi non ha», dando potere al primo e non al secondo. Per S.Francesco, quindi, la povertà è «necessaria per depotenziare i giochi di potere», è «una sfida al potere». 

In Marco 10,43 Gesù ci  propone un principio particolarmente impegnativo: «(…) non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore». La povertà è quindi innanzitutto una «questione di cuore, che si radica nel cuore», è «il nostro modo di valutare le cose e le persone», e il metodo che usiamo per valutare le cose purtroppo spesso «è lo stesso di quello che usiamo per valutare le persone». Ma i poveri «ci provocano, disturbano le nostre ricchezze, le nostre certezze, la nostra tranquillità». La vera povertà, dunque, non è tanto rinunciare a qualcosa di materiale ma «il passare dall’appropriarsi all’essere liberi». Liberi per ricevere e per donare, ricordandoci che «nessuno è sufficiente a sé stesso, nessuno è il perno della propria vita». La vera sfida sta dunque nel «passare dalla logica della  conquista alla logica del dono, dalla logica del merito a quella della gratuità». Non vivere a misura del proprio io, del proprio egoismo, ma «abbandonare l’illusione di potersi conquistare uno spazio ruotando attorno a sé stessi, per poi ritrovarsi da soli». La povertà è quindi necessaria per «accogliere davvero la vita, per non vivere solo frammenti ma la vita in tutta la sua grandezza». È quindi povero «chi sa perdere», ed è povero «chi sa perdere obbedendo». La prima obbedienza è «quella alla vita, cioè ascoltare profondamente l’altro: è questo il vero sacrificio». Ciò che ognuno deve sacrificare è, ad esempio, «il desiderio di diventare proprietari di un ruolo, che ci fa sentire potenti e autosufficienti». L’icona contro ciò è quella della lavanda dei piedi, immagine «dell’abbassarsi e del servire. Devo chiedermi: perché voglio o pretendo questo ruolo?».

Un altro sentimento che ci allontana dalla povertà, quindi dalla vera libertà è, secondo sr Marzia, oltre all’ira, «l’invidia», che per S. Francesco è una «bestemmia», in quanto desiderio di appropriarsi del bene e dell’altro e quindi «giudicare Dio nel Suo distribuire i beni secondo la Sua volontà».

Liberiamoci, quindi, «dalle nostre autocentrature, dalle nostre autoreferenzialità», diventiamo «poveri di spirito», partiamo non dal nostro sé ma dalla «gratitudine», cioè «dal non dare nulla per scontato, essendo grati nel ricevere gratuitamente e nel saper donare. La persona povera è, dunque, «quella autenticamente umana», e sta in questa gratuità la sua «superiorità» nel creato; superiorità non di potere ma di «responsabilità», un ruolo «da vivere con gioia perché libero e liberante». Nulla, insomma, che faccia pensare alla “miseria”. «La libertà di chi vede tracce di Dio nel creato, di chi non si lascia turbare, di chi non lavora per avere potere, di chi sa vivere la vera semplicità, cioè un modo umile di guardare il mondo senza pensare di essere noi il parametro di tutto, è la capacità di guardare gli altri con spirito di accoglienza, senza pretendere, senza ansia, superficialità o aggressività».

La povertà, quindi, «ci cura dai nostri egoismi, dalle nostre autocentrature», quindi occuparci dei poveri è «fare penitenza, scegliere la persona e la sua storia come priorità, consolare e soccorrere la fragilità dell’altro». Nulla che si possa fare «a distanza», ma «concreta condivisione», in quel «realismo» che ci fa accettare la persona così com’è.

Per tutti questi motivi, i poveri sono i «destinatari privilegiati del Vangelo, non possiamo prescindere da loro per capire il Vangelo».Dobbiamo dunque «imparare da loro, da loro farci curare, per capire la sacralità dell’altro e del creato». La povertà – ha concluso suor Marzia – «ci dona quindi la capacità di poter vedere la vera bellezza».

L’incontro si è concluso con un momento di condivisione durante il quale diversi presenti sono intervenuti per riflettere sui temi trattati durante la meditazione. Fra le provocazioni raccolte, sono emerse l’importanza del discernimento nel scegliere l’essenziale, di accettare le proprie fragilità, di perdere il superfluo, di abbandonare un’ottica utilitaristica, del riscoprire un’idea di limite, di non perdere lo sguardo sull’altro e di non dimenticarci che la nostra vita non la possediamo mai del tutto.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 febbraio 2026

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