Grattacielo Ferrara: solidarietà o barbarie

10 Feb

Cosa ci insegna la questione del Grattacielo? Viviamo giorni che segneranno la storia di Ferrara. Se nel bene o nel male, dipenderà da ognuno di noi

di Andrea Musacci

A Ferrara questo inizio 2026 verrà ricordato come quello in cui oltre 500 persone – fra cui 367 stranieri, 60 bambini, 40 anziani e alcuni malati – han vissuto a lungo nell’ansia di non sapere se potranno tornare nei loro appartamenti o dovranno trovarsi una nuova sistemazione in una città che con l’“invasione” negli ultimi anni degli studenti fuori sede ha visto andare alle stelle i prezzi degli affitti.

L’ultimatum per lo sgombero fissato dal Comune al 5 febbraio è stato rimandato ma rimane l’enorme emergenza sociale e abitativa, di cui si sta facendo carico la rete solidale composta da singoli e associazioni. Fra questi la Caritas, che con la sua Unità di Strada si è da subito attivata e ha creato punti di ascolto per gli sfollati, prima nei locali di Viale K adibiti all’accoglienza in Mura di Porta Po, poi nella Biblioteca Popolare Giardino: dal 5, però, anch’essa è stata fatta evacuare dal Comune (Biblioteca che fino a quel giorno ha ospitato anche il doposcuola di Viale K, che in Mura di Porta Po ha lasciato spazio agli sfollati). L’Unità di Strada per una sera ha trovato “casa” in uno dei bar del Grattacielo, poi gli sfollati li ha accolti e ascoltati all’aperto, sul marciapiede antistante. Quel che ci racconta Silvia Imbesi di Caritas è un quadro inimmaginabile fino a un mese fa: «In queste settimane abbiamo parlato con quasi 200 persone», ci spiega. «Fra queste, una parte è accolta da parenti e amici per periodi molto brevi, un altro gruppo, alcune decine di persone, han deciso di tornare nei loro Paesi di origine, soprattutto in Africa o in Pakistan. Comprese famiglie con bambini, anziani e malati». Gli altri rischiano di ritrovarsi a dormire in rifugi di fortuna per strada. Alcune donne con minori, ASP li ha messi in albergo separati dal padre, si spera per il meno tempo possibile.

Nei giorni scorsi abbiamo parlato anche con Raffaele Rinaldi di Viale K, fin da subito impegnata nell’accoglienza di chi non ha più una casa: «i 40 sfollati che ospitiamo sono di 12 nazionalità diverse, perlopiù maliani, gambiani e senegalesi. Sette di loro sono proprietari del loro appartamento. Lavorano tutti, molti di loro all’Interporto di Bologna». E la cena gliela distribuiscono i giovani scout di Agesci. «Due uomini, uno con due figli e l’altro con tre, si sono rivolti a me perché dovranno lasciare l’appartamento e non sanno dove andare, nemmeno lo Sportello Sociale Unico Integrato (SSUI, ndr) li aiuta; ha detto loro: “noi non abbiamo soluzioni”». Il SSUI – presente dentro San Rocco in c.so Giovecca, nei giorni scorsi ha registrato le richieste di diversi sfollati, ma da diverse segnalazioni di testimoni diretti, molte famiglie sono state respinte malamente, sia da loro sia da ACER. In 9 casi su 10, inoltre, le banche non vogliono sospendere i mutui, e le assicurazioni non ne vogliono sapere di aiutare queste persone.

Il 3 febbraio, un sit in ha accompagnato l’incontro di alcuni sfollati e volontarie/i col Prefetto, il quale ha convocato per il giorno dopo un Tavolo con Comune, Regione, ACER, Ausl, banche, Questore, Arcidiocesi (nella persona di don Michele Zecchin, Vicario episcopale), sindacati, associazioni di categoria e di volontariato. Lapidario il commento dell’Assessora Cristina Coletti (lo ricordiamo, con deleghe per le Politiche sociali, abitative e per la famiglia): «Come Amministrazione comunale non comprendiamo quale sia l’oggetto del “tavolo” convocato e quali siano gli “interventi di supporto socio-economico” richiesti» e «non risulta chiaro nemmeno il riferimento ai “nuclei familiari sfollati” richiamati nella convocazione (…). Parlare di “sfollati” ora appare inappropriato». Eppure, alcune persone hanno difficoltà a curarsi, altre non hanno un frigo per conservare le medicine, e chi è ammalato ha subito un ulteriore shock psico-fisico. C’è chi ha la madre molto anziana, chi fa il pendolare ogni giorno per andare a lavorare a Bologna, chi – padre di 4 figli (di cui 2 gemelline neonate) – lì se l’era appena comprato l’appartamento. Per non parlare del trauma degli anziani, o dei bambini che da un giorno all’altro han dovuto lasciare giochi e amici. O di quel padre di famiglia che lavorava come badante ma ora è disoccupato e con la moglie che aspetta un bambino. 

Il futuro è incerto: a fine mese il TAR valuterà il ricorso contro l’ordinanza comunale ma ogni giorno bisogna considerare l’emergenzialità della situazione per chi ha mutui o paga l’affitto, per le bollette, la continuità di residenza per i rinnovi dei permessi di soggiorno, i ricongiungimenti familiari e le diverse tutele socio-lavorative, la domiciliazione della posta. Oltre alla ricerca di un tetto, naturalmente.

La rete solidale a Ferrara è forte e unita. Si tratta, ora, di mantenere alta l’attenzione: il Comitato Grattacielo nato in queste settimane ha organizzato per il 10 febbraio alle 18 un sit in sotto il Grattacielo, un dibattito pubblico il 18 febbraio alle 18.30 in Sala ex Refettorio (via Boccaleone), e organizzerà in città una manifestazione regionale. «La nostra casa non si tocca!», ha urlato con dignità una donna con accento dell’est Europa, durante il sit in del 3 davanti alla Prefettura. Un grido che speriamo non resti ancora inascoltato da chi amministra la città. Ma che di sicuro è raccolto da tante volontarie e volontari protagonisti di un gesto collettivo di umanità che, mentre aiuta concretamente chi ha bisogno, ricorda a tutti cosa significa “bene comune”.

E ora che ci avviciniamo alla Quaresima rileggiamo le parole di Isaia: per il Signore il vero digiuno significa «dividere il pane con chi ha fame, aprire la casa ai poveri senza tetto, dare un vestito a chi non ne ha, non abbandonare il proprio simile» (Is 58, 7).

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 febbraio 2026

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«In Iran il regime ci massacra ma non molliamo»

5 Feb
Sit in per l’Iran a Ferrara del 17 gennaio 2026

INTERVISTA ESCLUSIVA. Da Karaj, Azad scrive alla Voce: «siamo sotto shock, aiutateci»

di Andrea Musacci

«Il nostro popolo vuole rovesciare il potere degli ayatollah, ma abbiamo bisogno di aiuto». Proprio ora che si è abbassata – e di molto – l’attenzione sulle proteste in Iran, come “Voce” siamo riusciti a raccogliere la testimonianza di un uomo, Azad (nome di fantasia), ingegnere edile che vive nella città di Karaj, 40 km a nord-ovest di Teheran. Com’è noto, da diverse settimane il regime ha quasi azzerato l’accesso a internet. Ma, appena possibile, e per pochi minuti, il contatto con amici e parenti all’estero è possibile. 

Per questo, a fare da intermediario tra noi e Azad è Leily Fazeli, iraniana anch’essa originaria di Karaj, residente a Ferrara dal 2012, parrucchiera di professione, sposata e con una figlia. In Iran vivono i genitori, i fratelli e i nipoti di Leily. Anche loro nelle scorse settimane sono scesi in piazza per protestare contro la crisi economica e la mancanza di libertà. In un’occasione, la cognata di Leily è stata colpita da un proiettile sparato dalla polizia: per fortuna, era a salve. Ma la paura e il dolore ci sono, e sono forti. La stessa paura e angoscia di Leily, che – ci spiega – scrive quotidianamente ai suoi amici e familiari in Iran, ma loro – quando va bene – riescono a risponderle solo dopo giorni, e per pochi minuti, tramite WhatsApp, Telegram o a volte Instagram.

Di seguito, le risposte alle nostre domande che Azad lo scorso 28 gennaio è riuscito a scrivere a Leily.

Azad, qual è la sua situazione economica? La crisi sta colpendo i lavoratori e le famiglie?

«Dal punto di vista economico, mi considero in una fascia medio-bassa. Le crisi economiche hanno inflitto danni profondi e irreparabili al tessuto della società, colpendo in modo particolare e durissimo la classe operaia».

Cosa ne pensa delle lotte nel suo Paese per la conquista delle libertà civili? Dall’inizio dell’ultima ondata di proteste, sono aumentate le restrizioni e la repressione?

«Sotto il regime della Repubblica Islamica, le restrizioni e la repressione sono sempre esistite. Tuttavia, nel tempo sono aumentate progressivamente e, dall’inizio delle ultime proteste popolari, questo controllo è cresciuto in modo incredibile e brutale».

Com’è la situazione nella sua città? Le manifestazioni e gli scioperi contro il regime continuano?

«Attualmente, a causa del terrore generato dalla sanguinosa repressione e dall’uccisione di un gran numero di cittadini da parte delle forze militari (sia ufficiali che non), e a causa delle minacce rivolte alle famiglie delle vittime e alla popolazione, non ci sono le condizioni per nuove proteste o scioperi. Il clima generale in città è di forte shock e profonda frustrazione».

Ha partecipato personalmente a queste manifestazioni?

«Sì, ho partecipato attivamente alle manifestazioni di piazza».

E ha amici, parenti o familiari che sono stati arrestati o uccisi dal regime?

«Tra i miei amici più stretti ci sono persone che si trovano attualmente in stato di detenzione. Inoltre, molti conoscenti sono stati uccisi dalle forze repressive durante queste proteste».

Qual è la sua previsione: queste proteste aiuteranno a far cadere il regime?

«L’ampiezza e il volume delle recenti proteste metteranno il regime di fronte a una crisi di legittimità senza precedenti. La partecipazione di milioni di cittadini e i loro slogan dimostrano chiaramente che il popolo vuole il rovesciamento del potere degli ayatollah. Tuttavia, la risposta violenta, irrazionale e sanguinaria del regime ha dimostrato che non hanno alcuno scrupolo a uccidere i cittadini, indipendentemente dal loro numero».

Quali speranze ha per il futuro, se ne ha?

«Data la spietatezza del regime, l’unica speranza rimasta oggi per i cittadini iraniani che protestano è l’intervento delle organizzazioni internazionali e un confronto deciso (anche militare) contro questo governo crudele e sanguinario».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 febbraio 2026

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Dio e le parole per dirLo, tra fede e teologia

4 Feb

La teologa Cristina Simonelli è intervenuta a Casa Cini: «come a Nicea, mai interrompere il cammino e il confronto condiviso, anche nei contrasti»

Il fatto che la teologia sia davvero padroneggiata solo da coloro che vi dedicano la vita, non esime ogni cristiano dal proseguire (o riprendere) quel cammino di riflessione e di ricerca condivisa, per sempre meglio comprendere l’essenza della fede nel Cristo Risorto. Questo è, in sintesi, il messaggio che lo scorso 29 gennaio la teologa Cristina Simonelli ha voluto lasciare a Casa Cini nella sua lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. “Esprimere l’incarnazione (Gv 1, 14)” il titolo del suo intervento, dedicato alConcilio di Nicea del 325, che rappresentò un «cambiamento d’epoca» in quanto primo Concilio ecumenico grazie all’imperatore Costantino.

Simonelli, fiorentina d’origine, docente di storia della Chiesa antica e di teologia presso lo Studio Teologico “San Zeno” di Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale di Milano, è socia del Coordinamento delle Teologhe Italiane (CTI), di cui è stata Presidente dal 2013 al 2017. Interessante nota biografica: dal 1976 al 2012 ha vissuto in un accampamento Rom, prima in Toscana, poi a Verona.

Il Concilio di Nicea affrontò innanzitutto questioni dottrinali,  in particolare il credo che professa Gesù Cristo come Figlio di Dio, «consustanziale al Padre». Formula, questa, che può essere compresa solo alla luce dell’accesa disputa nel cristianesimo in quel tempo. Fu soprattutto il teologo alessandrino Ario a difendere un rigido monoteismo conforme al pensiero filosofico di quel periodo, secondo il quale Cristo non può essere “Figlio di Dio” in senso proprio, ma solo un essere intermedio che Dio usa nel relazionarsi all’essere umano. Il credo cristologico di Nicea rappresenta una tappa importante, ma non definitiva, sulla via verso il grande credo di Nicea-Costantinopoli del 381, in quanto menzionò solo in termini generali la fede nello Spirito («e nello Spirito Santo»), e quindi il dogma della Divina Trinità. «È perciò importante – ha detto Simonelli – passare dall’evento al processo. Ci si interrogò – ha proseguito – su questioni per noi scontate ma che non lo erano per nulla a quei tempi, come ad esempio se GesùCristo fosse Kyrios, Signore, sull’essenza», l'”equilibrio” tra unità e trinità di Dio. E  sul plurale («Noi crediamo»), divenuto poi singolare («Io credo»).

E, appunto, sulla sostanza del Figlio di Dio, «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre», dove “sostanza” è da intendersi come «livello di essere»; come dire, «Cristo non è inferiore a Dio Padre». Un esempio, questo, di risposta agli «anatematismi», cioè a quelle formulazioni con le quali si condannavano eretici e scismatici. Il più importante dei quali è, appunto, quello secondo cui «il Figlio è di diversa ipostasi del Padre», intendendo “ipostasi” la “sostanza” e non la “persona”. Ma per Simonelli il Concilio di Nicea «per rispondere ad Ario mise in primo piano l’unità di Dio, non riuscendo però a trovare le parole adatte per dire che quell’unità è relazione fra le Persone divine, è distinzione nell’unità, è comunione intesa come pluralità riconciliata e aperta». Insomma, Nicea rappresenta una tappa fondamentale di quel «lungo percorso per dire Dio». Non a caso, uno degli ultimi libri di Simonelli si intitola “Cercare Dio? Nicea. Un anniversario audace”, uscito nel 2025, ed. Centro Ambrosiano, collana “Dire Dio”. Chi invece di un «percorso condiviso, fatto anche di contrasti», cerca la «parola perfetta, totale, definitiva», rimarrà deluso, rischierà la “depressione”. La bellezza della sfida sta proprio in questo: nel «cercare le parole giuste» per dialogare e discutere con l’altro (senza considerare le non meno importanti differenze linguistiche e quindi di traduzione…), «mai dimenticando che Dio è più grande di ogni parola, perché se fosse una definizione», qualcosa di definibile, di limitabile, «non sarebbe Dio ma un idolo». Anche oggi, quindi, «la riflessione teologica può e deve andare avanti, nella pace». «Intelligo ut credam», “capisco per credere” (e viceversa), diceva S.Agostino.

La consapevolezza che la nostra libertà e la bellezza dell’essere umani sta in questa ricerca è – secondo il parere di chi scrive – ambivalente: da una parte ci dona un’inesauribile inquietudine, una santa inquietudine, quella che appunto ci richiama sempre il nostro intimo desiderio di ricerca e di comunione, di ricerca dell’altro e diDio, di comunione con l’altro e con Dio; dall’altra parte, può darci quella tranquillità di chi è libero dall’ossessione di dover raggiungere una perfezione che appartiene solo a Dio. Né tutto (la totalità) né nulla («non si può dire nulla di Dio!»), dunque, ma quell’infinito che sta nel mezzo fra questi due termini irreali. Un infinito fatto delle nostre parole, «piccole, deboli e imperfette» ma divine.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 febbraio 2026

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Fucilati dopo il rifiuto di combattere: quei soldati vittime del loro esercito nella Grande Guerra

3 Feb
Sergio Golinelli e Franco Corleone

Franco Corleone a Ferrara per parlare delle oltre mille vittime italiane durante la prima guerra mondiale: fra queste, i quattro alpini giustiziati a Cercivento nel ’16 e il ferrarese Giuseppe Bui. Manca ancora una legge nazionale per riabilitarle 

di Andrea Musacci

In dialetto friulano si chiamano i fusilâts di Çurçuvint, i fucilati di Cercivento (Udine): quattro soldati giustiziati (foto grande) nel cimitero del paese il 1° luglio 1916 con l’accusa di rivolta in presenza del nemico (art. 114 del Codice penale militare) e ammutinamento. Il caporale Basilio Matiz, il caporal maggiore Silvio Gaetano Ortis (di rispettivamente 22 e 25 anni, entrambi di Timau, Paluzza – UD), Angelo Massaro (22 anni, di Maniago – PN) e Giovan Battista Coradazzi (23 anni, di Forni di Sopra – UD) sono quattro degli oltre mille militi fucilati nel nostro Paese durante la Grande Guerra, dopo processi farsa, con accuse non provate ed esecuzioni immediate. La loro riabilitazione procede ancora molto lentamente: leggi regionali ad hoc sono state approvate prima dal Friuli (nel 2021) e poi (settembre 2025) in Veneto. Manca ancora una legge nazionale. 

Per questo obiettivo da una vita si batte Franco Corleone, ex Deputato, Senatore, Parlamentare Europeo e Sottosegretario alla Giustizia, e oggi Presidente onorario de “La Società della Ragione” ed esponente dei Verdi. Corleone è intervenuto a Ferrara nel pomeriggio dello scorso 27 gennaio nell’incontro “Le contraddizioni della Grande Guerra tra retorica e tragedia: per la riabilitazione storica dei militari italiani giustiziati per ‘codardia’ ”, svoltosi nella Sala Ex Refettorio di via Boccaleone e organizzato da Rete Pace di Ferrara in collaborazione con “Civica Anselmo”.

«Lo stesso Presidente Mattarella – ha spiegato Corleone – ha espresso parole importanti sulla riabilitazione di questi fucilati: parole, le sue, durissime e inequivocabili. In un Paese democratico episodi come questi non possono essere dimenticati o omessi, ma fan parte della memoria storica. Nemmeno per il centenario della prima guerra mondiale si è parlato di questi plotoni». La prima pubblicazione in Italia sul tema si intitola proprio “Plotone d’esecuzione. I processi della prima guerra mondiale”, a cura di Enzo Forcella e Alberto Monticone, uscito per Laterza nel 1968.

Fra i soldati sul fronte, molti di loro – ha proseguito Corleone – erano «meridionali, mandati in Friuli Venezia Giulia, Veneto e Lombardia, senza sapere nemmeno dov’erano destinati», catapultati «in un mondo completamente diverso, in una realtà difficile da sopportare». Tante persone del popolo, quindi, mandate al macello, e di fianco a loro «minoranze di nazionalisti che pensavano alla guerra come “igiene del mondo”», oltre a «borghesi democratici, mazziniani che appoggiarono l’ingresso dell’Italia» nel conflitto mondiale. Fra quest’ultimi, Corleone ha citato Aldo Rosselli, fratello di Carlo e Nello, aggregato al reggimento Messina, di stanza a Tolmezzo in Carnia: nella notte fra il 26 e il 27 marzo 1916 muore in un combattimento sul Pal Piccolo, sempre in Carnia, e viene sepolto nel cimitero di Timau. Nell’ottobre 1916 gli venne riconosciuta la medaglia d’argento al valor militare. «Non dobbiamo contrapporre – ha aggiunto – ma cercare di tenere assieme la storia dei disertori uccisi e quella degli “interventisti democratici” come Rosselli». Un altro esempio presentato è quello dello scrittore e critico letterario Renato Serra, caduto in combattimento sul Podgora nel luglio 1915, ricordato da Gramsci nell’articolo “La luce che si è spenta”. Un’altra storia citata dal relatore è quella di Claudio Graziani, forse un nome di fantasia, raccontato da Silvio Villa nel libro “Claudio Graziani. Un episodio di guerra”, volume curato dallo stesso Corleone. «Il giovane ardito torinese – ha spiegato – fu capitano pluridecorato ma si rifiutò di partecipare a un attacco “suicida” e per questo venne fucilato».

La resistenza nonviolenta a quei tempi non rientrava fra le possibili scelte di questi poveri uomini. Così – ha spiegato ancora Corleone – «spesso i soldati si giocavano la carta dell’insubordinazione, unica arma che allora avevano: si ferivano, si tagliavano un dito, facevano atti di autolesionismo. E a volte venivano processati anche per questo. Chi sopravvisse tornò spesso a casa con traumi, molti di loro finirono in manicomio: venivano chiamati “scemi di guerra”». 

Venendo poi a un’analisi storica più ampia, Corleone ha spiegato come «la tentazione di una svolta autoritaria – poi concretizzatasi col fascismo – ci fu già con Cadorna, convinto di essere il nuovo capo supremo». Fascismo che «da una parte disse che la Grande guerra fu una “vittoria mutilata” ma poi quando salì al potere abbandonò questa retorica ed esaltò “l’Italia di Vittorio Veneto”. Il massacro di tante vite umane, quindi, col fascismo viene dimenticato e in più si ha una cattiva gestione della pace. E cosa simile accadde con la seconda guerra mondiale». 

Nei saluti introduttivi all’incontro (il primo è stato di Leonardo Fiorentini, Civica Anselmo), Sergio Golinelli (Rete Pace) ha riflettuto su come «la Grande guerra richiama molto la corsa al riarmo a cui assistiamo oggi». Ragionamento ripreso poi da Corleone: l’operazione di memoria dei fucilati della Grande Guerra «va fatta, a maggior ragione in questo nostro tempo di guerra, di conflitti disumani, con tecnologie avanzate come i droni. Mi chiedo: in queste guerre di oggi che ruolo può avere la nonviolenza e l’obiezione di coscienza? A Minneapolis come in Iran, come si può agire la nonviolenza? Forse bisogna reinventarla, la nonviolenza, bisogna essere diversi dal potere della forza, dalla violenza del potere».

Un messaggio che ci portiamo a casa e su cui riflettere, sempre.

***

STORIE DAL FERRARESE. Bui, disertore di Migliarino, fucilato alla schiena. E il pacifista Matteotti in difesa dei compagni

Nel suo intervento, Corleone ha dedicato due episodi al territorio ferrarese: il primo riguarda la vicenda di Giuseppe Bui, contadino analfabeta nato a Migliarino nel 1891 e morto in guerra nel 1916 a a Pri Fabrisu (vicino a Oslavia, Gorizia), fucilato alla schiena dopo la condanna del Tribunale di guerra del 6° Corpo d’armata per «diserzione in presenza del nemico». «Il suo nome – ha spiegato Corleone – è uscito da ricerche condotte dalla Consulta scientifica che sta lavorando sul Friuli Venezia Giulia e il Veneto».  

L’altra storia accennata da Corleone e legata al Ferrarese inizia nel gennaio del 1921, a Livorno, dov’è in corso il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano, Congresso che sancirà la scissione comunista e la nascita del PCd’I. Lì è presente anche Giacomo Matteotti, che – pur iscritto a parlare – non interverrà mai: lo raggiunge, infatti, la notizia che a Ferrara sono stati arrestati il sindaco socialista Temistocle Bogianckino e il segretario della Camera del Lavoro Gaetano Gilardini, sia per i fatti del Castello Estense del dicembre precedente – con numerosi morti lasciati sul terreno dopo l’assalto al Comune da parte delle squadre fasciste – sia per impedire loro di raggiungere Livorno. I fascisti assaltano anche la locale Camera del Lavoro e quindi Matteotti decide di precipitarsi a Ferrara, dove arriverà il 18 gennaio, assumendo subito la direzione della Camera del Lavoro. Ma i fascisti lo aspettano: viene aggredito, gli sputano addosso, viene malmenato davanti alle forze dell’ordine impassibili (per ordini ricevuti dall’alto). Matteotti fu anche uno dei socialisti non interventisti: «Se avessimo raccolto l’insegnamento sull’Europa di personalità come Matteotti, Rosselli e Spinelli, forse avremmo un’UE, un’Europa diversa, non tutta tesa al riarmo», ha concluso Corleone.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 febbraio 2026

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Esperienza possibile: ecco la vera mistica

28 Gen

A Ferrara presentato il libro “La scala mistica”: riflessioni

Molti quando sentono pronunciare il termine “mistico” pensano a qualcosa di distante, fumoso, per pochi eletti. Ma sbagliano: l’incontro col Signore è un’esperienza intima che ognuno può vivere.Certo, non qualcosa di immediato, ma di sicuro di possibile. Di questo e altro si è discusso nel pomeriggio dello scorso 19 gennaio nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara in occasione della presentazione del libro “La scala mistica. Intelligenza e amore nella mistica d’Occidente dalle origini al Medioevo”, secondo di un dittico e curato da Giovanni Giambalvo Dal Ben, con prefazione di Antonella Lumini (ed. Le Lettere, 2024). Una 40ina i presenti che hanno ascoltato le voci dei due relatori, introdotti e moderati da Marcello Girone Daloli, ideatore del ciclo “Incontri con la Spiritualità applicata”.

Giambalvo Dal Ben è medico e oblato della Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, mentre Lumini è una scrittrice ed eremita urbana in Firenze, dove da oltre quarant’anni porta avanti un’esperienza di vita ispirata alla pustinia (“deserto” in lingua russa). 

La scala, dunque, come simbolo mistico, quindi, ha riflettuto Giambalvo – «di unione fra terra e cielo, in entrambe le direzioni: per l’uomo affinché raggiunga Dio, per Dio che scende verso l’uomo». «Un’ascesi» possibile per ognuno, «un viaggio di purificazione e al tempo stesso di conoscenza nella gioia». Una «ricerca del distacco e dell’intima vicinanza tipiche della fede, tra sentimento e ragione». E, questo presentato, «un libro con una pluralità di voci», cristiane, di altre religioni o filosofie, perché «non esiste un’unica via per arrivare al divino». I due «montanti» della scala della mistica «sono Platone e il Vangelo secondo Giovanni»: filosofia antica e fede cristiana, quindi, come pilastri di questa costruzione, per poi arrivare a Plotino, Origene, Gregorio di Nissa, Pseudo Dionigi, Cassiano, Basilio e Giovanni Climaco con la sua di scala mistica, Giovanni Scoto Eriugena, e molti altri. Senza dimenticare la scala nel sogno di Giacobbe (Genesi 28, 10-17), e il Cristo che sale la scala della Croce nell’affresco presente nel coro del Monastero ferrarese di S.Antonio in Polesine. 

La mistica unisce quindi fede e ragione, filosofia e Sacra Scrittura e parte – ha poi preso la parola Lumini – con Platone e la sua concezione della meta della persona come un «ritorno all’origine, al divino, all’Assoluto»;un Dio «totalmente indeterminato che annienta l’individuale». Al contrario, nella Bibbia Dio è «creatore» e quindi «strettamente connesso con le sue creature», fino al cristianesimo in cui il divino si incarna nell’umano.

La mistica – ha proseguito Lumini -, nella sua origine va intesa come «una forma intima di teologia, che chiede silenzio, introspezione, il partire da sé, dunque un’esperienza profondamente connaturata all’umano, di incontro col divino». Non può dunque non essere una «mistica esperienziale», cioè «vissuta», non un mero lavoro intellettuale.Ed è quindi «una possibilità per ognuno, non riservata a pochi eletti». È «un’esperienza diretta, uno stile di vita», è qualcosa di «sperimentabile», è «lo stare in ascolto del desiderio profondo che ci abita: il desiderio del Vero e del Bello, in un cammino di trasformazione». Per questo, lo stesso Vangelo giovanneo è dominato da una «mistica dell’amore», in esso tutto gira «intorno alla dinamica trinitaria, che è una dinamica di amore, alla quale siamo  chiamati a conformarci, ascoltando la Parola e custodendola». Mistica dell’amore che è dunque anche una «mistica dell’ascolto e della visione» (credere per vedere e vedere per credere), l’«osservare e ascoltare il Verbo che non conosciamo ma che ci prende, ci tiene». «Attenzione e ascolto» quindi sono decisivi, per arrivare poi alla «contemplazione» e alla «preghiera pura». Quella cristiana è, perciò, una «mistica incarnata», dove non vi è (come in Platone) distacco dalla materia ma «un processo di deificazione che richiede quiete, silenzio, purificazione del cuore, spoliazione e desiderio di abbandono». Insomma – ha aggiunto Giambalvo – «tutto ciò che rende possibile l’intervento della Grazia».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 gennaio 2026

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Caserma ex Pozzuolo, nessuno spiraglio

23 Gen

Forum Ferrara Partecipata: «cittadini non coinvolti e nessun impegno pubblico previsto»

A Ferrara si torna a parlare del futuro, sempre ignoto, della Caserma ex Pozzuolo del Friuli di via Cisterna del Follo (e dell’attigua ex Cavallerizza). L’enorme struttura (40mila metri quadri tra interni ed esterni)è chiusa dal 1992 e nel 2012 l’Agenzia del Demanio la vende al gruppo Cassa Depositi e Prestiti, che a sua volta nel 2021 la cede a ArCo Lavori per farla diventare un campus universitario, all’interno del noto e tanto discusso Progetto Fe.Ris del Comune di Ferrara (progetto bocciato 3 anni fa).

Lo scorso 13 gennaio, durante la 3^ Commissione Consiliare di urbanistica, l’Assessore Stefano Vita Finzi Zalman e il vicesindaco Alessandro Balboni, insieme con il docente di UniFe che presiede il Consorzio “Futuro in ricerca” Donato Vincenzi, hanno illustrato la “Relazione finale sulle proposte di utilizzo degli spazi presenti nella Caserma Pozzuolo del Friuli”. Un rapporto che restituisce i risultati del processo “partecipato” relativamente alle proposte di utilizzo degli spazi di via Cisterna del Follo.

A proporci un’analisi critica – sul metodo e sul contenuto – è il Forum Ferrara Partecipata, luogo di democrazia partecipativa e propositiva riguardante la cita della città.

«I cittadini – spiegano dal Forum – non sono stati coinvolti in questo percorso. Quello che il direttore del Consorzio Futuro in Ricerca (CFR) ha presentato in Commissione è la Relazione elaborata dalla prof.ssa Rosa Tamborrino del Politecnico di Torino a cui il CFR, su mandato della Giunta comunale, aveva affidato l’incarico. In altre parole, ha presentato i risultati di un’indagine preliminare svolta dalla Tamborrino in cui sono raccolte valutazioni, visioni e valori dei portatori di interesse (stakeholder) che sono stati individuati al fine di definire un “quadro di orientamento sugli sviluppi possibili o non ammissibili della Caserma”». Lei stessa «aveva confermato di essere stata incaricata dal CFR solamente per esprimere un parere tecnico come urbanista che prevedeva la sola consultazione iniziale dei portatori di interesse». La relazione, quindi, «consiste nell’illustrazione dei risultati di due workshop. Uno – con allegato il questionario compilato a “cura dell’Università” – è del marzo 2024. Il documento allegato non fornisce alcuna indicazione sugli autori (quali i dipartimenti e docenti coinvolti). L’altro, del maggio 2024, è stato realizzato con le associazioni culturali, sociali e ambientali della città. Delle 23 associazioni invitate se ne sono presentate 7. Di queste, 3 associazioni (Arci, Italia Nostra, Forum Ferrara Partecipata) hanno poi lasciato l‘incontro. L’abbandono – proseguono dal Forum – è dipeso dal fatto che il direttore del CFR ha risposto ai partecipanti che quello sarebbe stato l’unico incontro». Eda quell’incontro, uscì anche, poco dopo, il presidente dell’Accademia delle scienze; rimasero dunque fino alla fine di quell’unico appuntamento i tre rappresentanti, rispettivamente, di Amici della biblioteca Ariostea, Wunderkammer e Riaperture. «Si è trattato, dunque, di una mera consultazione di pochissimi portatori di interesse e non di un percorso partecipato, che, secondo le regole ormai codificate della democrazia partecipativa, prevede una serie articolata di passaggi successivi», con diversi «incontri pubblici, formativi e informativi, dei cittadini con esperti, il loro coinvolgimento diretto in seminari e laboratori di confronto, per giungere alla formulazione di proposte». Nulla di ciò è avvenuto per l’ex caserma.

Rispetto, invece, ai “contenuti” del progetto («destinazione d’uso collettivo e pubblico, restituzione ai cittadini di un pezzo di città, spazio multifunzionale per usi culturali, sociali e formativi, funzioni legate a studio, ricerca, convegnistica, tutela degli spazi aperti e del rapporto tra pieni e vuoti, importanza della partecipazione attiva della comunità, trasparenza e sostenibilità ambientale»), il Forum esprime una «sostanziale condivisione», dato che la ricerca «conferma concetti, visioni e proposte già espresse in precedenti incontri pubblici organizzati dal nostro Forum e nella pubblicazione in cui lo stesso ha raccolto idee, valutazioni e proposte espresse direttamente dai cittadini in un incontro pubblico organizzato il 14 marzo 2023».

«L’importante – spiega ancora il Forum – è che si riprenda a lavorare per una reale riqualificazione dell’area, coinvolgendo i cittadini, le associazioni e le forze sociali della città. Con trasparenza e collaborazione. Così come era stato dichiarato. Non è solo una questione di rispetto degli impegni. Il percorso portato avanti dal Forum in questi tre anni, si è avvalso della collaborazione della cattedra di Progettazione urbanistica del Dipartimento di Architettura, con il coinvolgimento di numerose laureande del laboratorio di urbanistica», mentre «non ci risulta il coinvolgimento dei docenti di progettazione urbanistica nel workshop con UniFe del marzo 2024. Proprio per questo, ci preoccupa che il Vicesindaco Balboni abbia affermato che “non ci sono i presupposti ora per un processo partecipativo perché non c’è una proposta da commentare, non c’è una dimensione progettuale né economica su cui lavorare”».

«Il vicesindaco ha ribadito l’impossibilità per il Comune ad impegnarsi per un riutilizzo pubblico a carico del bilancio comunale. Noi pensiamo, invece, che l’Amministrazione comunale dovrebbe attivarsi per coordinare l’impegno di più soggetti pubblici, a cominciare da Regione, Università, Cassa Deposito e Prestiti oltre al Comune, per individuare un progetto e un piano di fattibilità che veda garantito il prevalente uso pubblico della struttura. Ferrara potrebbe diventare un laboratorio pubblico sulla rigenerazione urbana nelle città storiche, ma bisognerebbe cambiare strada».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 gennaio 2026

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A Ferrara il grido per un Iran libero

21 Gen

Due i sit in organizzati davanti al Duomo lo scorso 17 gennaio. Le testimonianze dei giovani iraniani nella nostra città: «alcuni nostri amici sono morti»

Piazze divise, purtroppo, a Ferrara, in sostegno delle proteste del popolo iraniano contro il regime che lo opprime da quasi mezzo secolo.

Nella tarda mattinata dello scorso 17 gennaio davanti alla Cattedrale si è svolto un sit in organizzato dalla Rete per la Pace di Ferrara. Una 50ina i presenti.Diverse persone (tutte italiane) si sono alternate al microfono per denunciare tanto la brutale repressione del regime contro il suo popolo quanto le mire neocolonialiste degli Stati Uniti e non solo.Miriam Cariani nel proprio intervento ha inoltre letto l’articolo-denuncia scritto da Ghazal Afshar (pubblicato su today.it), attivista e creator iraniana, membro dei Giovani Iraniani in Italia.

Il secondo sit in è stato invece organizzato dal gruppo “Pluralismo e dissenso” assieme all’associazione di Rovigo “Le mille e una notte” e si è svolto nel pomeriggio dello stesso giorno. Per l’occasione hanno portato la loro testimonianza innanzitutto due donne iraniane, Leily Fazeli  e Maryam Amir Farshi (quest’ultima fondatrice dell’associazione “Le mille e una notte”).

Leily, parrucchiera, ha raccontato di come ha deciso di iniziare a parlare pubblicamente della sofferenza del suo popolo nel 2022, quando nacque il movimento “Donna, Vita, Libertà”. «Appena due giorni fa – ha aggiunto commossa – sono riuscita a parlare con mia madre che è in Iran; mi ha detto: “questa sarà l’ultima volta che dovremmo lottare…vinceremo, e vinceremo anche col vostro aiuto. Dite a tutti cosa sta accadendo qui”.  Ringrazio anche la Rete per la Pace per il loro sostegno al nostro popolo, ogni voce è preziosa».

Ha poi preso la parola Maryam: «ora lo posso dire: “sono un attivista”. La caduta del regime porterà maggiore stabilità a tutto il mondo, anche all’Europa.Spero che i pasdaran vengano inseriti a livello internazionale nella lista dei terroristi e che siano bloccati i finanziamenti da Russia e Cina al regime iraniano». Sono poi seguite altre testimonianze di ragazze e ragazzi iraniani residenti a Ferrara o dintorni, come quella di un giovane che ha raccontato: «a 16 anni sono scappato, a piedi, dal mio Paese. Alcuni miei amici sono morti per colpa del regime, e la mia generazione non riesce davvero a crescere sotto quell’oppressione». Un altro ragazzo ha invece raccontato di essere stato «imprigionato e torturato nel 2009 in Iran, per alcuni mesi, in quanto dissidente».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 gennaio 2026

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Grattacielo Ferrara, la rete solidale salva gli sfollati ma restano aperte alcune questioni

21 Gen

Mentre chiudiamo quest’edizione della Voce, le famiglie sfollate (55 persone) dalla Torre B del Grattacielo di Ferrara hanno da poco trascorso la loro prima notte in alcune aule messe disposizione in maniera emergenziale dall’Associazione Viale K. Siamo in via Mura di Porta Po, poco distante dai due giganti al centro da giorni di una querelle anche politica. Altre 13 persone (5 famiglie, con 6 minori) sono state collocate in strutture grazie ad ASP e Comune.

Tutto ha avuto inizio (si fa per dire…) una settimana prima, la notte tra il 10 e l’11 gennaio: erano circa le 3 del mattino quando si è sviluppato un incendio alla base della Torre B, con le fiamme che sarebbero partite da un quadro elettrico e si sarebbero propagate ad alcuni locali commerciali attigui, sprigionando un denso fumo che ha reso necessario l’intervento immediato dei soccorsi. 84 gli appartamenti interessati, circa 200 le persone evacuate, delle quali una ventina intossicate e quindi portate al Pronto soccorso. Solo una parte degli sfollati ha potuto trovare accoglienza da amici e parenti mentre una 70ina di loro sono stati accolti al Palapalestre di via Tumiati, non distante dal Grattacielo. Chiusa la Torre B, mentre la A e la C saranno forse anch’esse oggetto di provvedimenti. Ricordiamo anche che dal portale Open Data del Comune di Ferrara, a fine 2024 (ultimi dati disponibili) risulta come nelle Torri A e B del Grattacielo risiedano 488 persone, di cui 56 under10, 40 over 65, 277 famiglie. Sono 367 gli stranieri, 299 i maschi e 189 le femmine. Ora si attendono gli sviluppi degli accertamenti nelle tre torri del Grattacielo e di capire come e dove gli sfollati potranno trovare una sistemazione dignitosa. 

Resta, però, il problema di quei “giganti” di cemento armato, simbolo di una Ferrara che non esiste più, che forse non è mai esistita. Ci chiediamo se sia possibile immaginare un’area diversa, senza queste strutture che nulla hanno a che fare con l’architettura e l’urbanistica di Ferrara, e con la dignità e la sicurezza delle persone (avremo modo di parlarne in maniera più approfondita nei prossimi numeri). E ci chiediamo: se non ci fossero state Viale K e una rete solidale importante composta da singole persone e associazioni (Cittadini del mondo, soprattutto), che fine avrebbero fatto quelle persone? Domande lecite su questioni decisive per definire cosa significa davvero vivere in una comunità che faccia del mutuo aiuto e della sicurezza i suoi pilastri.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 gennaio 2026

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«Il male è molto subdolo: solo dalla Luce possono nascere frutti buoni» 

14 Gen

PADRE RAFFAELE TALMELLI e DON LUIGI EPICOCO sono intervenuti lo scorso 7 gennaio nel Cinema San Benedetto di Ferrara per presentare i libri Il Regno e Il Male del religioso e psichiatra di origini ferraresi: «il bene è imprevedibile, come nelle storie della beata Maria Bolognesi e di suor Cenerentola». Tantissimi i presenti

«Fare chiarezza» negli ambiti impervi del misticismo, del soprannaturale, del demoniaco, per guarire davvero le persone ed evitare che anche cattolici cadano nelle tentazioni della superstizione. È questo uno degli intenti che ha mosso padre Raffaele Talmelli, religioso originario del Ferrarese, nello scrivere e pubblicare i libri Il Regno e Il Male (ed. San Paolo), usciti lo scorso anno.

Padre Talmelli ha presentato i due volumi – tra loro legati – la sera dello scorso 7 gennaio nel Teatro-Cinema San Benedetto di Ferrara assieme a un ospite d’eccezione,  don Luigi Maria Epicoco, noto teologo, scrittore e divulgatore, al suo primo intervento pubblico nella nostra Diocesi.

«Ciò che ci distingue come cristiani non è sapere che il male esiste ma il legarlo alla luce»: così ha aperto il proprio intervento don Epicoco. «Nonostante il male sia più seduttivo del bene – ha proseguito -, la Pasqua cambia per sempre il nostro sguardo, a partire da quella luce che il Bambino Gesù ha portato nella storia. Se fissiamo troppo il buio, ci riempiamo di buio; nel Vangelo, invece, vediamo come sia possibile la conversione, cioè il guardare dalla giusta prospettiva, da ciò che Cristo ci ha insegnato». Il Vangelo è quindi «un esercizio di luce, un collirio contro la tentazione di leggere la realtà in maniera “magica”». Cristo ci aiuta «a entrare nella profondità della realtà, non è un mago e non è solo un esorcista, ma il Figlio di Dio». Ai suoi discepoli, il bene si mostrerà in una «maniera scandalosa, nel Dio crocifisso che muore solo» (dopo esser stato acclamato dalle folle, il cui clamore sempre rifugge), «non nella teatralità ma nella lotta contro la mentalità di questo mondo, che è la mentalità del demonio».

«I due libri di padre Talmelli – che sicuramente apriranno un bel dibattito all’interno della Chiesa, ha proseguito don Epicoco – sono attraversati proprio da questa luce, da questo sguardo, per non rimanere delusi, perché le cose di questo mondo – se diventano idoli – sempre ci deludono e ci rendono schiavi»: il male è sempre «distrattivo», mentre il bene ci fa «stare sull’essenziale», su Cristo, unico che ci fa sperimentare la vera libertà», la libertà della guarigione, contro – ad esempio – «l’incapacità di costruire relazioni con gli altri, o il vivere in luoghi di morte, in piaceri che non portano da nessuna parte, se non nel vuoto» esistenziale. Il vero peccato – ha quindi aggiunto – «non sta tanto nello sbagliare, che è inevitabile e si può correggere, ma sta nell’amare il male», nel rinunciare deliberatamente alla vera libertà e alla vera felicità. Felicità che sta «nell’accogliere la Croce come dono pieno di sé, luogo dell’Amore».

Padre Talmelli ha esordito accennando al suo legame con la «grande mistica» Maria Bolognesi, nata nel 1924 a Bosaro (RO), morta nel 1980 a Rovigo, e beatificata nel 2013 da papa Francesco. Padre Talmelli, che è stato postulatore della sua causa di beatificazione, ha raccontato: «la conobbi che ero adolescente ma solo dopo la sua morte compresi la grandezza di questa piccola donna di servizio, una donna molto semplice; ma uno dei segni del suo misticismo era che dopo un po’ che la si frequentava si aveva nei suoi confronti una sorta di timore reverenziale…».

Venendo ai due libri, padre Talmelli ha spiegato il suo cruccio di «fare un po’ di chiarezza» sui temi del misticismo e del demoniaco, «distinguendo tra verità e falsità»: sorella di quest’ultima è quella «teatralità» citata in precedenza da don Epicoco, nemica del «rapporto intimo col Signore». Mentre una delle prove della verità, e della santità – come in Maria Bolognesi – è la «forza di vivere le prove che il demonio ci tende». Spesso – ha proseguito – travisamenti e superstizioni vi sono «anche tra i cattolici, dimenticando che il Signore ha già vinto il male, e che la Sua è una vittoria in divenire. Accogliere e – se si riesce – amare la Croce come luogo di Amore: solo questo ci tiene lontani dal male. Non si tratta – sono ancora parole di p. Talmelli – di aspirare ad avere doni eccezionali ma cercare di santificarsi nella vita ordinaria». Il male è subdolo, furbo, manipolatore: è questa la sua forza. «Il mio ministero di esorcista serve anche per liberare le persone dalla paura: nel Vangelo, Gesù per ben 35 volte ci invita a non avere paura. Dobbiamo temere il maligno nel suo tentarci nelle nostre debolezze quotidiane (odi, rancori) più che con episodi straordinari, mentre la fede ci insegna ad amare di più, fino ad arrivare a fare del bene anche ai nostri nemici».

Padre Talmelli ha deciso di concludere la serata raccontando la storia di suor Cenerentola (fu lei a chiedere di essere chiamata così), una donna stravagante da lui conosciuta e seguita fino alla morte, divenuta eremita in maniera carambolesca, donna dal carattere non facile ma con una fede forte e consapevole. Sul letto di morte, in ospedale, disse a padre Talmelli: «Dio sceglie anche le sceme come me…», aggiungendo: «ho camminato tutta la vita sui vetri rotti ma non mi sono mai voltata, ho sempre tenuto lo sguardo sul Signore». Insomma, «la santità non ha limiti»: come il male spesso si nasconde dietro volti miti, parole dolci e opere lodevoli, così il bene si nasconde dietro caratteri inquieti e scontrosi come quello di suor Cenerentola. «I frutti buoni vanno visti e colti, al di là dei limiti della persona, oltre i suoi peccati», ha concluso padre Talmelli.

Andrea Musacci

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I RELATORI

Padre Raffaele Talmelli è nato a Ferrara nel 1959. Religioso nella Diocesi di Siena dal 1987 (Diocesi di cui è esorcista), svolge la libera professione come Psichiatra. È anche Consultore della Congregazione per la dottrina della fede e Superiore generale dei Servi del Paraclito. Per le Edizioni San Paolo ha pubblicato nel ’24 anche Bruciate i miei diari. La vera storia della beata Maria Bolognesi.

Don Luigi Maria Epicoco, classe ’80, pugliese di nascita e abruzzese di adozione, sacerdote dell’Arcidiocesi de L’Aquila, è docente di filosofia alla Pontificia Università Lateranense, all’ISSR Fides et Ratio di L’Aquila, alla Pontificia Accademia Alfonsiana e alla Pontificia Facoltà Teologica Teresianum di Roma. Dal 2021 è Assistente ecclesiastico del Dicastero per la Comunicazione ed editorialista de L’Osservatore Romano. Ha al suo attivo molti testi: gli ultimi, usciti nel 2025, sono Gesù veramente e La vite. Nel 2024, invece, ha pubblicato Il Padre nostro.

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I VOLUMI

Il Regno. Riconoscere e discernere i fenomeni mistici e soprannaturali è il titolo del primo dei due volumi del dittico uscito lo scorso luglio per la Collana “Parole per lo spirito”, di 352 pagg. e un costo di euro 28. Il libro ha l’introduzione del card.Matteo Zuppi, Presidente CEI.

Il Male. Discernere e reagire all’azione demoniacaè invece il titolo del secondo dei due volumi del dittico, uscito lo scorso autunno per la Collana “Parole per lo spirito”, di 296 pagg. e un costo di euro 22. 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 gennaio 2026

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(La foto è di Francesca Brancaleoni)

Il “Giudizio” del Bastianino richiama un cervello umano

23 Dic

In Duomo l’ipotesi di Pasquale De Bonis e l’analisi di Marialucia Menegatti


Cristo come “cuore intelligente”, Intelligenza suprema, unica capace del giudizio più puro, del più sublime discernimento. È questa l’essenza dell’ipotesi proposta da Pasquale De Bonis, neurochirurgo all’Arcispedale Sant’Anna di Cona. Ipotesi legata al Giudizio universale del Bastianino nell’abside della Cattedrale di Ferrara e che ha illustrato, nella Cattedrale stessa, lo scorso 16 dicembre in occasione del terzo dei quattro incontri sui Novissimi pensati per l’Avvento. Dopo l’avvio il 2 dicembre con “Ancorati alla vita eterna”, relatore mons. Massimo Manservigi, e il 9 con la relazione di mons. Adriano Pinardi (“Inferno Purgatorio e Paradiso: il protiro della Cattedrale e i Novissimi in Dante Alighieri”), il 23 dicembre il nostro Arcivescovo mons.Gian Carlo Perego interverrà su “La nuova nascita. I Novissimi oggi”. “Apocalisse nella Cattedrale: il Giudizio del Bastianino tra arte e scienza” è stato invece il tema della doppia relazione della storica dell’arte Marialucia Menegatti e di De Bonis. Tutti gli incontri si tengono alle ore 18.30 e sono preceduti dalla Messa delle 18.

Il Giudizio di Bastianino è – secondo Menegatti – un’opera che nasce «per essere vista più volte, meditata nel tempo».Il suo significato più profondo è legato alla «rivelazione», allo «svelamento della realtà ultima». Oltre al «decoro», l’intento dell’autore era di «educare», di «muovere il cuore dei fedeli», la loro «conversione», non tanto l’apprezzare lo stile formale. Gli stessi colori usati, infatti, «non sono trionfali ma terrosi, annebbiati» e riflettono l’intento di mettere in risalto «l’uomo e la sua responsabilità», «l’istante in cui prende consapevolezza della propria colpa».

«Il 24 aprile 2016 mi trovavo in fila qui in Cattedrale in attesa di ricevere l’Eucarestia quando, alzando lo sguardo, nel Giudizio nell’abside ho intravisto la sezione di un cervello visto lateralmente…». Da questo aneddoto ha preso le mosse De Bonis per spiegare come nell’affresco del Bastianino si nota il tronco, il nervo ottico, l’ipofisi e quello che ai suoi tempi si pensava fosse un “ventriloco”, un “muscolo pensante”, all’altezza del Cristo. Già Galeno di Pergamo (130-201 d.C.) pensava che il cervello fosse un muscolo, ma speciale, in quanto «ospitava la Spirito divino»; ma il Vescovo Nemesio (IV-V sec. d.C.) dirà che «l’anima non può essere localizzata».In ogni caso,«Bastianino sapeva che nel ventricolo centrale vi erano le funzioni razionali, era la sede del pensiero, dell’intelletto, cioè di ciò che ci rende immagine di Dio». Insomma, il luogo divino, quello dove situa il Cristo. De Bonis ha poi confrontato quest’opera con la Creazione di Adamo (1511) di Michelangelo e la Trasfigurazione di Cristo (1520) di Gerard David e ha spiegato come «nel periodo del Bastianino, vi era un vero e proprio “umanesimo medico”, con dissezioni nelle aule anatomiche presenti anche a Ferrara,  coi pittori chiamati a rappresentarle». Infine, ha portato un’ulteriore prova della sua tesi analizzando l’etimologia del latino iudicium e del greco krisis, nel quale si richiama – come il Cristo nel Giudizio – «una separazione del bene e del male, dei buoni e dei cattivi».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 dicembre 2025

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