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Con l’innalzamento del mare torneranno necessarie nel Delta del Po? A Ferrara un convegno sulla storia di questo pezzo di lotta tra l’uomo e la natura
Interrogare il passato in un’epoca, come la nostra, può sembrare, a volte un’operazione di mero esercizio teorico per pochi. Ma nell’era del cambiamento climatico e della previsione che la costa adriatica fra qualche decennio torni sotto il livello del mare, studiare le bonifiche degli ultimi secoli è lavoro urgente e da condividere.
Da questa riflessione è nata la decisione del CNR-ISMed (Istituto di Studi Sul Mediterraneo – presente anche a UniFe) di organizzare un pomeriggio di riflessione pubblica sul tema “La bonifica come parentesi? Storie di aree umide e prosciugamenti (secoli XVII-XX)”.
Un pomeriggio introdotto e chiuso dalle letture di alcuni brani e dichiarazioni – sempre acute – di Giorgio Bassani sul tema, a cura di Marco Manfredi.
«Un’indagine storica – ha introdotto l’organizzatore dell’evento, Michele Nani (CNR-ISMed) – può aiutare a capire che quello che sta accadendo nel nostro territorio non è fatalismo e a cercare alternative». Una delle immagini-simbolo del nostro presente è «quella dell’allagamento dei nostri Lidi a causa dell’innalzamento del mare: entro un secolo l’acqua tornerà da dove è stata espulsa fino a 60 anni fa», appunto attraverso le bonifiche. «Chiediamoci, quindi, se la bonifica è una parentesi o tornerà ad essere la regola» per i nostri territori. Insomma, ha concluso Nani, «il tempo che sembrava chiuso oggi si riapre».
È spettato a Giulia Becevello, studiosa dell’Università di Padova, la prima delle due relazioni dedicate al Delta del Po. Un intervento, il suo, che si è concentrato sulla bonifica veneziana, in quello che oggi è il Delta del Po veneto, nei secoli dl XVII al XVIII. «I veneziani – ha spiegato – introdussero la cosiddetta “Civiltà delle ca’ ”», attraverso «periodiche confische di estese possessioni di terre, poi vendute all’asta e comprate dai patrizi veneziani». Da qui, le prime regolazioni idrogeologiche con gli interventi di bonifica che modificano il territorio, ad esempio col taglio di Porto Viro. Si tratta della «veneziazzione del Delta»: valli e paludi tramite la bonifica sono trasformate in pianure coltivate, in campi e terreni da adibire a risaie, a coltivazioni di frumento, a filari di viti da maritare a gelsi o salici. E vengono, appunto, costruite le “ca’ ”, vale a dire le case padronali vicino alle acque, con attigui oratori, fornaci, mulini, osterie, servizi, umili casoni di paglia. Insomma, embrioni di piccoli insediamenti: Contarina, Ca’ Tiepolo, ad esempio, poi inglobati in località come Porto Viro, Porto Tolle, Taglio di Po. La bonifica rappresenta quindi «un’attività di civilizzazione, parte della storica lotta tra l’uomo e l’ambiente naturale».
Sempre per rimanere nelle nostre zone, un salto nel tempo è stato poi compiuto da Stefano Piastra, studioso dell’Università di Bologna, che si è concentrato sulla Riforma agraria degli anni 1950-1970 circa. Si tratta – ha detto – «dell’ultima opera bonificatrice in Italia», compiuta «soprattutto attraverso drenaggi meccanici e non tramite espropri», con «oltre 25mila ettari di valli salmastre bonificate». È stata «la definitiva transizione nel nostro Paese di un territorio dall’acqua alla terra». Una grande opera collettiva finanziata dal Piano Marshall, progettata e portata avanti dal governo nazionale a guida DC assieme agli enti locali, in particolare all’Ente per la Colonizzazione del Delta Padano, con sede a Bologna. Una riforma all’inizio accompagnata dalla «visione cristiano-sociale» – si pensi ad esempio alla visita di don Primo Mazzolari nel ‘51 – ma che ha avuto come una delle sue finalità quella di «portare consenso alla DC nella “rossa” Emilia-Romagna». Un lavoro propagandistico anche simil-fascista (la “battaglia del grano”, la “battaglia contro le acque”) portato avanti con vari mezzi di comunicazione: dalla stampa alla pubblicazione di alcuni libretti ad hoc, dai documentari ai cartoni animati per bambini proiettati nelle piazze. E anche attraverso l’uso di note leggende del territorio come nel caso de “Il ragno d’oro”, che – non a caso – fu anche il nome di un cortometraggio e di un racconto del ferrarese Renato Sitti – studioso, giornalista e poeta – uscito come prima versione nel ’53 su “La nuova scintilla”, giornale del PCI ferrarese. Un’operazione, quest’ultima, che i comunisti locali tentarono per appropriarsi della Riforma agraria come grande opera collettiva dei lavoratori.
Poche e isolate le critiche alla riforma, provenienti non da partiti ma da giornalisti e intellettuali come Indro Montanelli e Mario Ortolani o, solo più tardi, da “Italia Nostra”.
LE BONIFICHE NELL’AGRO PONTINO
Gli altri due interventi si sono, invece, concentrati sulla zona laziale dell’Agro Pontino. Roberta Biasillo (Università di Utrecht) ha innanzitutto chiarito come per bonifica si intenda «un’azione che va in controtendenza rispetto all’equilibrio eco-sistemico, azione limitata nel tempo e nello spazio». Concetto diverso è, quindi, quello di «bonifica integrale», cioè un’azione continua e costante, una trasformazione perenne quando al contrario «la storia di un territorio dev’essere anche conservazione di un determinato equilibrio». Nella bonifica dell’Agro Pontino compiuta dal regime fascista – ha proseguito – «vi era ben poco di scientifico, ci fu poco dibattito e quindi non può essere considerata una vera opera di modernizzazione».
Luca Santangelo (AISO/Casa dell’Architettura di Latina) si è invece soffermato soprattutto sulla città di Latina, nata nel 1932 col nome di Littoria, criticando l’idea – portata avanti ancora oggi ad esempio dalla locale sezione di Fratelli d’Italia – della bonifica pontina come «l’unico orizzonte, l’unico elemento fondativo di Latina». Per i fascisti del ventennio, addirittura «il luogo nel quale nascerà una nuova razza». Una narrazione mitizzante sostenuta nel secondo dopoguerra anche dai partiti allora al potere, a partire da quello repubblicano e dalla DC. Riflessione, questa, proseguita in uno degli interventi dal pubblico, quello dello scrittore Wu Ming 1 (Roberto Bui), che ha spiegato come le bonifiche e lo stesso periodo colonialista fascista siano stati, nel secondo dopoguerra, in parte “strumentalizzati” dalla propaganda del PCI per esaltare il lavoro dei proletari.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 aprile 2026
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