Memorie di una vita nel nuovo libro di Roberto Marchetti

23 Giu

“Ti ricordi quando?” è la nuova pubblicazione di Marchetti, tra i ricordi del bondenese e l’Argentina

Un lungo diario, redatto perlopiù negli ultimi anni, ma che affonda nell’intera esistenza. Dopo “Ti racconto di noi…” (Este Edition, 2018), Roberto Marchetti prosegue il proprio lavoro introspettivo fondato sulla memoria e sulla sua relazione col presente nel nuovo libro “Ti ricordi quando?” (Este Edition, 2022, con prefazione di Giuseppe Muscardini), che uscirà a breve.
Marchetti, classe ’54, sposato con Beatriz Norma Ferrari, di origini argentine, fondatore dell’Associazione badanti “Nadiya”, per oltre 20 anni è stato impiegato e dirigente dell’Eridania e per alcuni anni impiegato a livello amministrativi in alcuni Uffici della nostra Arcidiocesi, prima di dar vita, nel 2013, alla ditta Adamant Bionrg.
Mai moralista e mai autoindulgente, fra ironia (tanta) e malinconia (dosata ma non meno acuta), Marchetti riesce sempre a mantenere quell’occhio arguto e saggio di chi non costruisce sovrastrutture da applicare alla realtà né pretende, quest’ultima, di “oggettivarla” dall’alto della propria esperienza concreta. «Ineluttabilità degli eventi » e «positività della vita» si contendono lo spazio dei ricordi, ma è quest’ultima ad aver la meglio, nella consapevolezza – pur non del tutto razionale – che la vita val la pena di essere vissuta perché in essa vi si ritrova un nucleo di bellezza e di verità.
Tra diari di viaggio – come quelli nella miseria e negli splendori dell’Argentina – e racconti familiari più intimisti, in ognuno si ritrova quella vita vissuta, ancora con intensità, nella carne e nell’anima.
C’è innanzitutto il «rimpianto» della Bondeno della giovinezza, di quella provincia fatta anche di noie e meschinità, ma di cui, forse complice anche il tempo che passa e smussa le asperità, rimangono il cortile parrocchiale «strapieno di biciclette », i «don Guerrino», i bar, gli scherzi con gli amici, quel Cristo in legno portato a Pasqua su un carro agricolo.
Nessuna ipocrisia, nessun intento di raccontare un fatato “piccolo mondo antico” ma il prezioso dono che la memoria, a volte, ci fa: quello di riuscire a setacciare nel proprio passato, mantenendo ciò che abbiamo amato e ciò che ci ha permesso di diventare quel che siamo, senza rimuovere tutto il resto, ma conservandolo, al di là del rancore, in uno spazio periferico.
Un universo, dunque, quello dell’infanzia e della giovinezza, con i suoi – a volte grandi – limiti, ma che nella sua anima più vera – soprattutto familiare, parrocchiale, amicale – ha permesso anche all’autore di formarsi una concezione del mondo da una parte molto legata alla propria terra, dall’altra aperta verso culture e fedi differenti, sempre con una fame di conoscenza, con una curiosità spassionata e mai retorica che, appunto, può avere solo chi ha amato un luogo, solo chi non dimentica le proprie radici.
Vi è un desiderio forte, dunque, nelle pagine di Marchetti: quello di conservare, prima che il tempo glielo impedisca, quei volti, quegli episodi, quegli oggetti che negli anni più spensierati hanno costruito la sua identità. E così, spazio al primo bacio, al venticello estivo nel pioppeto e a molto altro. Sempre con un marchio ormai unico: quello del cuore dell’autore, più consapevole di sé, del tempo che scorre e dell’importanza, quindi, di tenere vivo un rapporto fra generazioni, di tramandare esperienze, di lasciare tracce. Nel suo caso, un vero e proprio rapporto educativo – fatto d’amore – con il proprio nipotino, cercando di coltivare in lui uno sguardo sempre libero e desideroso di bellezza.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 giugno 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Quel “niente” dei film di Antonioni così pieno di senso

13 Giu
L’avventura (1960)

Al PAC di Ferrara fino al 10 luglio la mostra “La città del silenzio”. Opere di 62 artisti ispirate al regista ferrarese. Un’occasione per ripensare all’essenza della sua poetica al di là di facili banalizzazioni

Quel regista che filmava “il niente”, autore di capolavori che spiazzavano – coi loro silenzi, coi loro vuoti, con quegli spazi morti – le abitudini e le mode di critici e spettatori. 

Questo e molto altro è stato Michelangelo Antonioni, al di là di etichette, di facili e strumentali piegature della sua poetica a icona pop. L’Amministrazione Comunale di Ferrara insieme a Ferrara Arte ha deciso di omaggiarlo in occasione dei 110 anni dalla sua nascita con una mostra collettiva di artiste e artisti ferraresi (oltre 60) – “La città del silenzio. Artisti ferraresi per Antonioni” -, che fino al 10 luglio espongono le loro opere al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara, che prossimamente verrà convertito proprio in Spazio Antonioni. La mostra in un certo senso può essere vista anche come continuo ideale di “Pittori fantastici nella valle del Po” (nel 2020 al PAC) e di “Il sogno di Ferrara” di Mantovani (in mostra al Castello): una sorta di Trilogia del silenzio, per richiamare quella del “silenzio di Dio” di Ingmar Bergman (morto lo stesso giorno di Antonioni, il 30 luglio 2007).

Il legame di Antonioni con le arti è stato indagato, lo ricordiamo, 9 anni fa con la mostra “Lo sguardo di Michelangelo Antonioni e le arti”, esposto da marzo a giugno 2013 a Palazzo dei Diamanti. Per quanto riguarda la pittura citiamo, a mo’ di esempio, i richiami nei suoi film a opere di Rothko e Schifano (per Zabriskie Point, ’70), a quelle di De Chirico e Sironi (nella Trilogia dell’incomunicabilità: L’avventura, La notte, L’eclisse, rispettivamente del ’60, ’61 e ’62). Senza dimenticare le “Montagne incantate” da lui stesso realizzate.

In una lettera a Rothko, Antonioni scrive: «Io e lei facciamo lo stesso mestiere: lei dipinge e io filmo il niente». Lo squallore, la noia, la tristezza della mediocrità degli ambienti e dei paesaggi – urbani e naturali – col regista “diventano” immagine poetica. A lui riesce quel che solo un vero artista può fare: cambiare lo sguardo di chi ammira le sue opere. E quegli occhi nuovi permettono, quindi, di godere, anche nella quotidianità, dei particolari più insignificanti. Di amare – pur nello struggimento e nella malinconia – oggetti, luoghi e ambienti che altrimenti non vedremmo più, incapaci di coglierne l’anima, tediati dalla loro pesante normalità. È questo il servizio che ci fa un artista come Antonioni. Come scrive Enrica Fico nel catalogo: «cercava la luce per ogni inquadratura. Si faceva incantare dal paesaggio, anche da un orribile balconcino grigio sotto la pioggia, pur di creare il contesto esatto, vero per la sua storia».

«Provo il bisogno di esprimere la realtà in termini che non siano affatto realistici», disse Antonioni in un’intervista, a ulteriore dimostrazione di come certo “realismo” in realtà uccida la realtà, banalizzandola. Alain Robbe-Grillet disse: nei film di Antonioni «le immagini non nascondono nulla. Ciò che vediamo è estremamente limpido, eppure il significato dell’immagine è sempre problematico e lo diventa ancora di più man mano che la storia prosegue». Citando Roland Barthes, la poetica di Antonioni privilegia il punctum dell’immagine – cioè quell’indefinibile che coinvolge e turba chi la guarda -, al suo studium – il mero campo di informazioni che l’immagine stessa ci dà. 

In alcuni film del regista, disse qualche critico riferendosi in particolare alla Trilogia, «non succede nulla». Giudizi molto superficiali di chi – esperto o meno, poco importa – si aspetta da un’opera d’arte, o letteraria, solo qualche brivido, qualche sensazione, qualche stimolo fugace che non faccia scivolare nella noia. Cioè, detto altrimenti, che non faccia né sentire né pensare alla propria condizione. Come se fosse mero intrattenimento. 

È invece sopravvalutata – nel cinema come nella letteratura – la trama, il “significato” potremmo anche dire, mentre si dimentica, non ci si accorge quanto i significanti, la cosiddetta “forma” siano essenziali. La forma è contenuto. Annoiarsi, quindi, è segno della nostra incapacità di contemplare, rimanere in silenzio, attendere, indugiare. Bisogna, invece, reimparare a “prendere tempo” e a perdersi nella densità e nella magia dell’immagine artistica. Ne L’avventura, ad esempio, non vi è soluzione del mistero, non c’è consolazione. Ci si “perde” – ed è una grazia – nelle viscere emotive dei personaggi, nei loro dedali esistenziali e psicologici.

L’assenza o la rarità – di parole, di suoni, di azione – non è vuoto, ma presenza non immediatamente percepibile, luogo del possibile. Il cinema di Antonioni ci abitua a vedere il pieno in ciò che ci sembra vuoto, a immergerci, a sentire il più possibile la vita, a ricordarci di fare attenzione ad essa, senza sommergerla di immagini e rumori.

Ancora Barthes scrisse: «Guardare più a lungo del richiesto […] disturba gli ordini stabiliti, quali che siano, nella misura in cui, di solito, il tempo stesso dello sguardo è controllato dalla società». È inquietante pensare alla nostra attualità in cui generazioni crescono coi tempi brevissimi, quindi vuoti (davvero), delle notizie sullo smartphone, delle immagini su Instagram, dei video su Snapchat o TikTok. 

Reimpariamo, invece a indugiare, ad assaporare i vuoti e i silenzi, a contemplare la bellezza. Ci ritroveremo forse più inquieti, meno “soddisfatti”, ma di sicuro più pieni di senso e di verità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 giugno 2022

https://www.lavocediferrara.it/

E all’improvviso l’inferno: lo spezzonamento di San Martino

13 Giu
Tre aerei Sterling in azione

È il 19 aprile 1945, la piccola frazione alle porte di Ferrara viene invasa da una pioggia di bombe alleate. Saranno 71 le vittime e molti i feriti. La ricerca di Gianna Andrian e le testimonianze di alcuni superstiti

di Andrea Musacci 

In un tranquillo pomeriggio del 1945 anche a San Martino, alle porte di Ferrara, le persone aspettano di poter riassaporare la bellezza di una vita in pace. È il 19 aprile, un giovedì di primavera, l’aria è leggera. 

All’improvviso, intorno alle 16, in lontananza si ode il rumore di aerei, sembrano provenire da nord. La paura attraversa la mente delle persone impegnate nelle normali attività quotidiane, e dei bambini distratti nei loro giochi. Ma più forte della paura è la curiosità per quegli aerei che, si pensa, siano di passaggio, diretti chissà dove. In molti escono dalle case. È un attimo, e lo stupore si trasforma in terrore. Diciotto aerei facenti parte di tre formazioni alleate, sganciano 2364 bombe in pochi secondi. Bombe a frammentazione, che esplodendo in aria liberano “spezzoni”, schegge metalliche, da qui il termine “spezzonamento” per indicare questo tipo particolare, e ancor più micidiale, di bombardamento. Un sistema a quei tempi sperimentale. 

Gli Alleati probabilmente sospettavano che nella piccola frazione poco fuori Ferrara, tra via Chiesa, via Buttifredo e via Penavara, si fosse installato un comando tedesco. Si conteranno 71 vittime, tutte o quasi civili, e un numero indefinito di feriti e mutilati, persone che attendevano quella Liberazione che avrebbe attraversato la nostra città appena 5 giorni dopo, il 24 aprile. 

A raccontare a “La Voce” questa orribile e ben poco indagata vicenda della guerra nel nostro territorio, è Gianna Andrian, appassionata di storia e cultura locale del ferrarese e del rodigino, lei stessa originaria della provincia di Rovigo ma da diversi anni residente a San Martino, nonché membro dei “Caschi blu della cultura”.

«Mi sono sempre chiesta perché questa terribile vicenda non fosse mai stata approfondita a livello storico, allora due anni fa ho iniziato alcune ricerche». Chi entra nella chiesa del piccolo paese, vi può trovare due lapidi con i nomi delle 71 vittime (lapidi messe dopo richiesta di Fratta e Vezzani, due superstiti ancora viventi), alcune delle quali seppellite nel locale cimitero (insieme ad altri caduti nello spezzonamento del 10 giugno 1944, che provocò 191 morti fra il paese e la zona sud / sud-est della città), e i cui nomi sono impressi su una lapide comune. «Questo fa supporre, ma non possiamo per ora esserne certi, che parte dei morti non fossero di qua, e magari alcuni di loro erano soldati tedeschi». Una piccola via del paese è stata intitolata al ricordo di quella tragedia, via XIX aprile 1945, e in quella data viene celebrata una Messa in ricordo delle vittime.

La ricerca storica iniziata da Andrian dà ben pochi frutti: oltre alle lapidi e alla tomba, alcune informazioni in un libro trovato in Biblioteca Ariostea. Nessun documento nemmeno nell’archivio parrocchiale o in quello diocesano. Nulla nemmeno sul “Corriere padano” – fondato da Italo Balbo, poi diretto da Nello Quilici -, che cessa le pubblicazioni proprio in quei giorni, con l’arrivo a Ferrara delle truppe anglo-americane.

Gianna Andrian

Allora Andrian decide di cercare alcuni superstiti ancora viventi e rimasti a vivere a San Martino. Il primo è Bruno Fratta, che all’epoca aveva 4 anni, e da dieci anni è presidente dell’Associazione mutilati e invalidi di guerra, sezione di Ferrara. Grazie a lui, successivamente, riuscirà a trovare altri quattro testimoni di quel terribile pomeriggio. In seguito si confronterà con diverse associazioni, fra cui “Aerei perduti del Polesine”, fondata da Luca Milan, Enzo Lanconelli, Andrea Raccagni ed Elena Zauli delle Pietre. Proprio quest’ultima, storica di professione, è riuscita a recuperare, in un archivio militare degli Alleati, il rapporto del comando alleato con i dettagli sullo spezzonamento di San Martino. 

Ma il lavoro di Andrian non si ferma: in programma c’è anche una pubblicazione. Un atto dovuto, per far conoscere a quante più persone possibili ciò che è accaduto quel maledetto 19 aprile di 77 anni fa, e ricordare quelle persone che, senza sapere nemmeno perché, trovarono una morte ingiusta.

Cinque racconti inediti di alcuni superstiti dell’attacco alleato

Bruno Fratta, classe ’41, una benda nera ancora gli copre l’occhio sinistro. Quel giorno ha perso il papà Giuseppe, 35 anni, lo zio materno Amedeo Castaldini, 36 anni, e il cugino Alfonso, 20 anni.

Bruno vide cadere davanti ai suoi occhi l’amico Gino Vitali ferito mortalmente. «La mia mano era stretta in quella di mia mamma e in quell’intreccio di dita, il suo pollice destro verrà colpito da una scheggia e amputato. Un’altra scheggia le entrò in un occhio togliendole la vista». Anche Bruno venne colpito e ferito gravemente all’occhio sinistro. Sia lui sia sua madre, negli anni, dovettero subire interventi per rimuovere schegge rimaste nei loro corpi.

Gianfranco Pasquali, classe 1931, racconta: «mi trovavo con gli amici nel cortile in prossimità dell’imbocco del rifugio, quando ho visto arrivare gli aerei che si sono divisi in cielo. Poi ricordo gli impressionanti fischi degli “spezzoni” che cadevano. Mi tuffai letteralmente all’interno del rifugio dove già erano entrate due ragazze. Un amico uscì dal rifugio sotto lo spezzonamento. Voleva correre in casa per vedere se i suoi familiari erano in salvo, ma rimase ferito. La mamma del mio amico, sulla porta d’ingresso, era riversa a terra, colpita mortalmente dalle schegge. Mia madre, alle sue spalle, dritta in piedi, viva per miracolo. Il corpo di quell’altra madre aveva fatto da scudo alla mia salvandole la vita». Ricorda che nella casa d’angolo tra via Penavara e via Chiesa c’era un “Comando di Tedeschi”. «Quattro o cinque di loro erano morti subito, altri ruzzolavano ancora giù dalla scala esterna perché feriti dalle schegge».

Grandilia Vezzani e suo fratello Edgardo “Marco” raccontano: «nel cortile di Venturoli, dove in quel momento si trovava nostro padre Nino, si scatenò una visione infernale: una tempesta di schegge metalliche che non lasciava scampo, e atterrava ogni essere vivente. I due amici vennero colpiti contemporaneamente. Venturoli morì all’istante mentre nostro padre venne ferito gravemente. Morì poche ore dopo». 

Sergio Govoni all’epoca aveva 8 anni. Quel giorno, all’arrivo degli aerei, scappa, insieme ad altri, nel rifugio costruito dalle famiglie del suo stesso cortile. Con lui, nel rifugio, riuscì ad entrare anche la sorella Graziella di 7 anni. La sorella Triestina, 17 annui, e il padre Giuseppe si affacciarono sulla soglia di casa per la curiosità. Fu un attimo, questione di qualche secondo, neanche il tempo per capire e padre e figlia erano già riversi a terra falciati dalle schegge delle bombe. A poche centinaia di metri fu ferito mortalmente anche il fratello Benito.

Tazio Lambertini, classe ’36, abitava in una casa colonica nella grande Azienda Agricola detta “Cuniola”, proprietà del famoso Casato dei Canossa, forse base di un comando tedesco in ritirata, o di un ospedale da campo, e quindi probabile obiettivo di quell’incursione aerea. Ma quella villa e le case coloniche non furono nemmeno sfiorate dal bombardamento. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 giugno 2022

https://www.lavocediferrara.it/

L’educazione tra imprevisto e speranza

13 Giu

È da poco uscito il nuovo volume di Lucia Vantini, presidente del Coordinamento Teologhe Italiane, con un contributo introduttivo della biblista ferrarese Silvia Zanconato

È possibile educare al desiderio, per sua natura libero e soggettivo? E qual è il “giusto equilibrio” tra spregiudicatezza e imprevisto e, dall’altra, bisogno di una stella polare che orienti?

Sono alcune domande sorte spontaneamente in chi scrive leggendo l’ultimo interessante testo di Lucia Vantini, “Educazione” (In Dialogo, 2022, collana “Agape”). L’autrice, presidente del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI), nonché docente di teologia e antropologia, affronta in maniera empatica e non superficiale il delicato tema dell’educazione, non riducendolo a facili, o freddi, suggerimenti manualistici.

Nel fare ciò, si fa “aiutare” dalla collega Silvia Zanconato, biblista e docente ferrarese (insegna religione al Liceo Ariosto e alla Scuola di teologia diocesana “Laura Vincenzi”). 

Quella donna che educò il Maestro

Quest’ultima, infatti, nel contributo introduttivo presente nel volume, analizza una vicenda particolare di “educazione”, quella dell’incontro di Gesù con la donna greca, di origine siro-fenicia, nella regione di Tiro e di Sidone (Mc 7,24-31). Dalla supplica di lei di scacciare il demonio dalla figlia, inizia un breve ma spiazzante botta e risposta fra i due: «”Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Ma essa replicò: “Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli”. Allora le disse: “Per questa tua parola va’, il demonio è uscito da tua figlia”».

Parole dure, incomprensibili e apparentemente senza giustificazione, quelle di Gesù, nemmeno ipotizzando, come prova a fare Zanconato, che la donna, per le sue origini, fosse una “privilegiata”, abitante in una zona di potere e di forti ingiustizie. Anche considerando questo aspetto, scrive la stessa biblista, «il disagio per la veemenza di una tale reazione non si dissolve completamente». In ogni caso, è innegabile come siano «le abilità retoriche della donna e la sua prontezza di linguaggio al centro, non l’autorità di Gesù. Ed è lei, la siro-fenicia, l’unica persona ad avere la meglio su Gesù in una disputa, l’unica in tutta la tradizione sinottica». Una donna capace di trasformare il “gettare il pane” che sembra riferito a cani famelici, in un’immagine domestica di «cagnolini sotto la tavola».

Sembra, insomma, prosegue Zanconato, «che sia il Maestro a imparare una lezione», a cambiare idea, da questa «insospettabile maestra». «Abituato ad avere la meglio, diversamente da altre occasioni, Gesù esce sconfitto da uno confronto verbale, colpito dalla logica della donna a tal punto da modificare la sua posizione».

Gesù, quindi, viene “educato” dall’imprevisto, da questa visita inattesa che «lo porta altrove, lo estrae imprimendo alla sua strategia missionaria una nuova missione». «Dopo questo incontro Gesù – scrive ancora Zanconato – sembra ritrovare nuova sicurezza, come se questa donna, che “da fuori” lo ha raggiunto forzando la sua chiusura, gli abbia fatto dono di un orizzonte ampio, cogliendo forse più acutamente il potenziale del regno che Gesù proclamava».

Quel desiderio che spalanca la vita

Quell’altrove mai del tutto definibile, quei nuovi orizzonti che l’altro ci spalanca, sono ciò che rende possibile una vera “educazione”. Non si tratta, per Vantini, tanto di un atteggiamento maieutico, che dovrebbe “tirar fuori” (come suggerirebbe l’etimologia) una vocazione, un’identità, qualcosa di prestabilito, di già deciso. Al centro, invece, vi sono sempre la libertà e l’imprevisto, la creatività generatrice. Educare, scrive l’autrice, «non sopporta alcuna rigidità ma esige comunque fermezza», e questa si gioca «soprattutto nell’accettazione di involontari sconfinamenti in territori sconosciuti e incerti, senza tuttavia mai smarrire l’ostinazione per la fioritura della vita». 

Gli «sconfinamenti liberi» di cui parla Vantini sembrano ancora più “incoscienti” nell’epoca del crollo di tante certezze e di tante sicurezze. Ma l’ansia e il disorientamento che possono nascere, pur non dovendo mai mancare una bussola, possono essere affrontati con la solidarietà, cioè col riconoscimento, «l’interpretazione» e la «narrazione» delle fragilità di ognuno, a partire dalle proprie. Lavoro di consapevolezza, questo, che passa inevitabilmente dal corpo, luogo dove «si incontrano la necessità e la libertà del soggetto, in una tensione che domanda di riconoscere e obbedire al dato biologico e alla sua espressività. Ma anche di interpretarlo e di personalizzarlo. L’attuale rimozione dei corpi non aiuta a fare questo lavoro simbolico».

Ma ciò che spalanca il soggetto è il desiderio dell’Altro, «quel varco che mantiene gli esseri umani aperti e ancorati al mondo, e che consente loro di coinvolgersi personalmente in ciò che accade». Desiderio che, per Vantini, «è sempre epifanico: rivela chi siamo perché rivela ciò che ci sta a cuore». Ma perché il desiderio non si riduca a piccole e misere soddisfazioni, non sia «degradato» ma profondo e complesso, bisogna che l’educazione «punti alla dimensione spirituale», cercando una tensione positiva fra il bisogno di radicamento e quello di fecondità. Solo da questi due elementi può nascere una speranza fondata. Speranza che – com’è inevitabile – recherà quei tratti “assurdi” di chi pretende di creare disordine rispetto al già noto, al già detto. Un’impudenza da non reprimere, generatrice, come nel caso della donna greca che incontra Gesù, di sviluppi inattesi.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 giugno 2022

https://www.lavocediferrara.it/

L’amore inquieto nei versi di Filippo Reggiani

6 Giu
Filippo Reggiani

“De culpabili amore” è il libro di esordio del giovane poeta mirandolese. I tormenti di un cuore che anela a Dio

di Andrea Musacci

A volte, forse, la giovane età può far vedere ben poco sfumati i confini dei sentimenti, e dunque percepirne solo l’incandescenza o la cupezza. E così è bene che sia, e di questa istintività spirituale va conservata memoria in età adulta.

A ricordarcelo è Filippo Reggiani, giovane poeta classe 2000, che in questi mesi sta presentando il suo libro d’esordio, “De culpabili amore” (edizioni Kimerik, marzo 2022, pp. 84).

Un bagno negli abissi e negli splendori della classicità, che rivive nei versi di questo giovane nato a Mirandola, dove ha frequentato il Liceo Classico “Giovanni Pico”, lui originario di San Martino Spino ma che da alcuni anni vive a Ferrara dove a breve si laureerà in Lettere, arti e archeologia. Catechista e animatore della sua parrocchia, da ottobre a febbraio scorso ha svolto il tirocinio nell’Archivio storico della nostra Arcidiocesi.

Nonostante non abbia conosciuto il “secolo breve”, Reggiani ha già partecipato a diversi concorsi letterari, fra cui il “Premio Dante” indetto dall’Accademia dei Bronzi nel 2021, ricevendo la targa di merito, e il Premio “Habere artem” della Casa editrice Aletti. “De culpabili amore” l’ha presentato al recente Salone del Libro di Torino e il 10 giugno ne parlerà a Mirandola, nel Giardino ex Cassa di Risparmio, con inizio alle ore 21. Il libro è acquistabile sui principali store on line e su ordinazione nelle librerie di Ferrara.

Non male, insomma, per questo ragazzo che scrive poesie da circa 6 anni ma che fino a pochi mesi fa non aveva reso partecipe quasi nessuno della sua creatività. Un animo coraggioso, insomma, che non teme di mettersi a nudo, a maggior ragione in un’epoca come la nostra dove “poesia” – ahimè – è sempre più sinonimo di sdolcinatezza, di vuote e banali parole. Fa bene all’anima, invece, leggere “De culpabili amore”, dove fin da subito è chiara non solo la profondità dell’animo di chi scrive ma anche la sua conoscenza dello stile. 

Una poesia, la sua, che è catarsi, liberazione e purificazione dal male. Una poesia essenziale perché inebriata della sostanza dei sentimenti, degli aneliti fondamentali dell’umano, ma per nulla scarna, anzi ricca nelle immagini e nella musicalità. Sonetti, ottave, quartine libere per esprimere l’ambivalenza dell’amore, croce e delizia, via che conduce al bene e strapiombo per la perdizione. Sentimento fratello del tormento, che scatena emozioni ma anche affanni, l’amore è fatto anche di gioie ben poco durature, di ebbrezze e dolorose rinunce. Versi, quelli di Reggiani, battezzati dunque nelle acque agitate dell’esistenza, nel dolore e nelle mancanze, nella sete di vita vera.

È dunque l’amore il protagonista, tanto quello piccolo e meschino, quanto  quello immenso che libera. Il «disio è volubile come il vento, / d’ogni passion si riempie e mai sei grato», scrive Reggiani, «continua voglia e insaziabile brama». Il peccato «è adornar stanza che sempre resta vuota». «Eppur quel viso non riesco a dimenticare», perché in ogni volto vi è un segno dell’Eterno, una promessa di Bene. «Non la beltade, ma l’alma miro, / e mente affligge come il legno il tarlo. / Se quest’è il voler di Dio, allor, sol sospiro», sono ancora versi del mirandolese, e la preghiera è continua, non viene mai meno quel filo che lega il corpo al Cielo, la terra all’Infinito: Padre, «cura la lascivia, dà al cor nobiltà», «il peccar m’ancora qui, alla vita, / Vivo per lei che del viver è la ferita».

Ma la memoria della vera Promessa non viene meno, rimane fiamma viva senza dolore. «Vacilla mente ma salda è la Fede», è un altro verso del libro. «Cura Padre il mio cor, fallo ancor vivace, / stanco son di soffrir, il Tuo aiuto bramo», l’invocazione spontanea. «La mia lascivia porto al Tuo altare, / sì che le membra tornino leggiadre», sazie di quel Pane celeste che è nutrimento e riposo. 

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 giugno 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Essere stampatori nella Ferrara del Settecento

6 Giu
Ranieri Varese

L’ultima fatica di Ranieri Varese si intitola “Materiali per lo studio della produzione a stampa nella Ferrara del XVIII secolo”. Un primo tentativo di colmare una lacuna nella nostra storia locale 

Una dimensione per nulla irrilevante della vita e dello sviluppo della città di Ferrara viene indagato da Ranieri Varese, che esce – lui storico dell’arte – in parte dall’ambito al quale ha dedicato innumerevoli pubblicazioni tra monografie, saggi, articoli e curatele. L’ultima fatica dell’accademico ferrarese si intitola “Materiali per lo studio della produzione a stampa nella Ferrara del XVIII secolo” (Edizioni Pendragon, 2022, con postfazione di Maria Gioia Tavoni) e ha il merito di iniziare a colmare una lacuna riguardante un periodo così importante per la nostra storia locale. 

L’attività di stampa a Ferrara nel Settecento è un argomento ben poco trattato, per il quale è stato difficile reperire fonti approfondite (lavoro non agevolato dalla chiusura dell’Archivio di Stato cittadino: a fine XIX secolo troviamo un testo di Girolamo Baruffaldi sul tema, nei due secoli successivi rispettivamente i contributi di Luigi Napoleone Cittadella e Giuseppe Agnelli. 

Il contesto storico

Dal 1598 il Ducato di Ferrara passa sotto il diretto governo pontificio, divenendo Legazione di Ferrara. La Diocesi di Ferrara, retta da un Cardinale, nel 1725 si è definitivamente affrancata dalla dipendenza ravennate e nel 1735 diventa sede arcivescovile. Oltre alle Arti dei mestieri, in città vi è una storica Università, che nel 1771 viene sottratta al controllo del Maestrato e resa dipendente direttamente da Roma. Tanto la Legazione quanto il Maestrato dei Savi, l’organo politico di amministrazione pubblica, per la propria attività si avvalevano di uno “stampatore camerale”, mentre la Diocesi di un “impressore episcopale”.

Un servizio alla città

«Il bisogno della lettura, dell’aggiornamento e della partecipazione al dibattito delle idee e alla cosa pubblica favoriscono la presenza di librerie», spiega Varese nel testo. «A queste a volte si affianca, spesso coincide, l’azione di stampa e la promozione di edizioni». Nel contesto ferrarese era impossibile distinguere tra stampatore ed editore, dato che in tutti i casi di cui si ha notizia le due figure coincidevano nella stessa persona. 

Nella migliore delle ipotesi, come si può immaginare, solo un terzo della popolazione – la borghesia delle professioni, l’aristocrazia e gli ecclesiastici – possono usufruire di tutto ciò. La lettura è potere: significa comprendere gli atti pubblici, essere a conoscenza di eventi e situazioni, partecipare agli eventi cittadini, esprimere opinioni. Per questo, vi è la necessità di editori: molte sono in questo periodo le imprese che si occupano di raccogliere e stampare testi, prima fra tutte la tipografia di Bernardino Pomatelli, “impressore episcopale”, e dei suoi eredi, con oltre 500 titoli a partire dal 1687 e per oltre un secolo, fino all’occupazione di Ferrara da parte delle truppe francesi. Poi, per citare altri tipografi, Bernardino e Giuseppe Barbieri, Giglio Bolzoni, Tommaso Fornari e Giuseppe Rinaldi. Si stimano in almeno 2mila i titoli pubblicati a Ferrara nel corso del XVIII secolo, soprattutto di interesse locale. Un aspetto della nostra storia locale che merita ulteriori approfondimenti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 giugno 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Quei giorni non attesi di paura e solidarietà 

1 Giu
Cattedrale di Ferrara

A 10 anni dall’evento sismico che sconvolse la nostra terra, abbiamo intervistato don Stefano Zanella per fare il punto sulla ricostruzione, ricordare quei giorni e ripercorrere questi anni

Don Zanella, a 10 anni dal terremoto che colpì anche il nostro territorio diocesano, a che punto è la ricostruzione degli edifici di culto? 

«Siamo oltre la metà. Siamo riusciti in questi anni ad appaltare e concludere 31 interventi per un costo complessivo di 12.153.580,61 euro e per questo mi sento in dovere di ringraziare i progettisti, i parroci che molte volte hanno contribuito con raccolte di fondi privati a rendere ancora più belle le nostre chiese. Non posso dimenticare mons. Marcellino Vincenzi per la chiesa di Bondeno o don Raffaele Benini che ha contribuito ai restauri delle superfici pittoriche della chiesa di Vigarano Pieve e la comunità parrocchiale di Santo Spirito per aver realizzato il nuovo impianto di illuminazione della chiesa. Oltre a questo, un ringraziamento va fatto a chi non ha mai smesso di credere nella ricostruzione. In questi 10 anni l’Ufficio che dirigo ha dovuto aggiornarsi circa il Codice degli Appalti che è stato modificato tre volte. Ha dovuto poi conformarsi all’avvicendarsi dei Soprintendenti per i Beni Culturali e al cambio di dirigenti all’allora Direzione Regionale (attualmente Segretariato Regionale Mibact): questi avvicendamenti mi hanno fatto incontrare valide professionalità a servizio del nostro territorio. Il ringraziamento più accorato però va all’Agenzia per la Ricostruzione della Regione Emilia-Romagna, che continua ad aiutare tutte le Diocesi nel lavoro di recupero post sisma». 

Quali chiese riapriranno a breve o comunque nei prossimi mesi?

«Sono 11 i cantieri in corso e credo che tra le prime chiese che potremo tornare a rivedere, ci saranno quella di Denore e quella di Santa Bianca. Non posso non sottolineare le difficoltà del momento attuale per il reperimento delle materie prime e l’aumento spropositato dei prezzi che hanno rallentato alcuni cantieri, oltre però a situazioni in cui la burocrazia sta svolgendo egregiamente il suo compito». 

C’è un “prima 20 12” e un “dopo 2012”. Nel “dopo”, come sono cambiate, grazie ai lavori, visivamente le chiese e le nostre parrocchie? E com’è cambiato il volto stesso delle nostre comunità, come senso di appartenenza, nel legame coi luoghi della propria fede, con la propria storia…

«Se mi avessero fatto questa domanda 10 anni fa, credo che ingenuamente avrei risposto che alcune realtà pastorali si sarebbero unite per trovare un senso di comunità al di là del campanile. Ahimè avrei sbagliato previsione, anche perché ogni nostra realtà pastorale è radicata nella tradizione di veder aperta la propria chiesa. Le percentuali della frequenza nelle nostre parrocchie è molto bassa, in riferimento alla percentuale dei battezzati, ma per fortuna la Chiesa ha ancora una forza che va al di là della frequenza. Sapere che la tua parrocchia è aperta e continua ad essere un luogo dove fermarti, accendere una candela o fare una visita per ritrovare pace e serenità nella frenesia della quotidianità, è ciò che rende necessario riaprire al più presto tutte le nostre chiese, anche quelle nei luoghi più isolati. Il dopo sisma, dal punto di vista architettonico, ha visto il recupero – e in alcuni casi la scoperta – di preesistenze cancellate da restauri operati nel tempo. Penso all’emozione quando sono stati riportati alla luce gli affreschi risalenti al primo impianto della chiesa di Baura oppure alle scoperte archeologiche a Denore. Ciò che però ha stupito tutti gli studiosi, è il ritrovamento dei capitelli policromi all’interno dei pilastri settecenteschi, perfettamente conservati, nella Cattedrale di Ferrara. Questo lavoro di ricostruzione favorirà la ricerca e la possibilità di riscrivere pezzi di storia della città».

Cattedrale: a che punto sono i lavori? Ci sono novità? 

«Lo scorso 10 dicembre sono stati completati gli interventi di consolidamento degli 8 pilastri principali. Attualmente il lavoro si sta concentrando da una parte sull’indagine archeologica delle fondazioni appartenenti all’antica Basilica, dall’altra sul restauro di due pilastri, grazie al contributo significativo della Fondazione Magnoni-Trotti e Lascito Niccolini, che stanno sostenendo la spesa per una cifra pari a 160.000,00. I tempi per la riapertura delle Basilica al culto senza ponteggi, sono legati al reperimento dei fondi per il restauro di tutti i restanti pilastri anche se ci si augura di poter rientrare in Cattedrale entro la fine del 2022 anche solo per visite turistiche e per recuperare la devozione alla Madonna delle Grazie, nonostante il cantiere». 

In tre parole, come descriverebbe in questi 10 anni l’impegno della Chiesa di Ferrara-Comacchio  per la ricostruzione? 

«Credo che le parole si possono ridurre ad una: grazie! La pazienza delle comunità parrocchiali, l’impegno dei parroci nel cercare di mantenere viva la partecipazione, la generosità nel mettersi in dialogo con l’Ufficio di Curia, aiutano a non soffermarmi solo sulla fatica del lavoro svolto e del lavoro che ci sarà ancora da fare…».

Cosa ricorda in particolare di quel 20 e 29 maggio 2012?

«La notte del 20 maggio vivevo in via Montebello 8, avevo 34 anni e lavoravo per l’allora Ufficio Beni Culturali come vice direttore. Ho avvertito le scosse come se la casa si stesse contorcendo su se stessa e la paura è stata tanta. All’alba quindi ho inforcato la bicicletta e mi sono messo a girare per la città. Sono andato subito a visitare i tre monasteri di clausura per chiedere personalmente se fossero avvenuti crolli e sincerarmi della situazione delle nostre sorelle claustrali. Alle 7.00 ero già in Cattedrale con l’Arcivescovo e ho proposto la chiusura della Basilica in attesa di verifiche sulla staticità dell’edificio. Sul sagrato, l’allora Arcivescovo mons. Paolo Rabitti ha ricevuto la telefonata del Prefetto, che stava coordinando i lavori con la Protezione Civile e i Vigili del Fuoco. Il Vescovo ha detto: “Le passo al telefono il responsabile per la ricostruzione dell’Arcidiocesi, così vi scambiate i contatti”. Credo che questa sia stata la nomina più rapida nella storia clericale ferrarese.  Mi sono sentito investito di una enorme responsabilità. Non sempre sono riuscito a gestirla al meglio, ma ho trovato validi collaboratori come l’ing. Nicola Gambetti e l’ing. Beatrice Malucelli, che si sono messi a servizio dell’Ufficio per la ricostruzione. Durante la prima settimana sono andato a visitare tutte le chiese che secondo i racconti dei parroci avevano avuto danni tali da non dover chiudere. Ho scoperto che al di là della burocrazia, ciò che rende prezioso il lavoro nei momenti di emergenza sono le persone. Il funzionario della Soprintendenza locale si è reso da subito disponibile a compiere i sopralluoghi con me e così, insieme, abbiamo rilasciato tutti i nulla osta o il diniego all’apertura dell’edificio di culto. 

Il 29 maggio, giorno della seconda grande scossa, mi trovavo in auto a Bologna, dove mi ero recato per la prima riunione di coordinamento delle Diocesi coinvolte nel sisma presso la Direzione Regionale dei Beni Culturali. Ero al telefono con un parroco quando improvvisamente l’auto ha iniziato a tremare e lui è scappato nella piazza del paese. Mi ci è voluta più di un’ora per riprendere l’autostrada e tornare a Ferrara e ricominciare daccapo i sopralluoghi nelle chiese, che avevamo dichiarato precedentemente agibili. 

Tutto il resto è ormai diventato quotidianità di lavoro e di relazioni sacerdotali e con i progettisti».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 maggio 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Il pessimismo si combatte amando: storia di una famiglia fuggita dall’Ucraina

19 Mag
Leopoli

Zhanna vive a Ferrara. Parte della sua famiglia l’ha raggiunta, lasciando la propria terra

«Il 24 febbraio mi arriva un messaggio di mia madre sul cellulare: “è cominciata la guerra”. Nient’altro. Quella frase ha diviso la mia vita in due, un prima e un dopo. In questo dopo, ogni secondo, ogni pensiero è totalmente diverso rispetto a prima, la mia anima è diversa. Quasi non riesco a pensare ad altro». Ha un carattere forte Zhanna – a Ferrara per tutti “Gianna” -, dice di essere per natura ottimista. Ma ora non lo è più. In Italia da 20 anni, prima in Calabria, poi a Roma, infine dal 2010 a Pontelagoscuro, vive col marito Serhiy e un figlio, Danilo, di 4 anni, mentre un altro, Dmytro, ha 30 anni, è sposato e neopapà e vive a Ferrara.

I suoi genitori fino a un mese fa vivevano vicino Leopoli, a Liubeshiv, a 15 km dal confine con la Bielorussia. Cinque ettari di terra e una vita semplice, tranquilla. Poi l’invasione russa. «Essendo vicini al confine – ci racconta Zhanna -, di continuo passavano aerei, e sapevano che ammassati al confine c’erano e ancora ci sono numerose truppe. Mio padre prima di venire qui non era mai uscito dalla città. Mia madre invece qualche volta era venuta in Italia a trovarmi. I primi giorni non riuscivo più a dormire né a mangiare. “Papà, salvatevi, scappate, venite qua…”, continuavo a ripetergli». Alla fine Zhanna li ha convinti. Il 12 marzo sono arrivati a Ferrara. Insieme a loro, la suocera, la cognata e il nipote di Zhanna. Ma il padre ha un solo pensiero: la sua terra. Intesa come patria e come appezzamento di terreno che rappresenta la sua vita, le sue radici, la sua casa. E molto di più.  «“Se nessuno produce il grano, come viviamo? Non solo noi, ma tutta l’Ucraina”. È questo il loro pensiero. L’aver subito una violenza non da poco. E con loro, l’intero Paese. «È una cosa simile a quella di un secolo fa: una carestia indotta dagli invasori. Senza grano, l’Ucraina non sopravviverà», dice Zhanna. «Gli ucraini sanno anche divertirsi, ma prima di tutto sanno lavorare». «Non vedo la fine della guerra, Putin vuole andrà avanti, ha in mente un altro piano, che per ora non sappiamo», prosegue. E riesce a ingannare molti dei suoi concittadini grazie al controllo dell’informazione. «La propaganda della tv russa racconta dell’Ucraina come di un paese povero», rimasto a decenni fa. «E le tante persone che si informano solo attraverso la tv, ci credono».  

La nuova vita della sua famiglia è fatta anche dell’aiuto delle nostre comunità. Una volta al mese si recano nella sede del “Mantello” per i beni essenziali, e una mano gliela dà anche la parrocchia di Pontelagoscuro. Ma Zhanna, nonostante il pessimismo, non riesce a trattenere l’energia che ha dentro di sé, trasformandola in servizio per i propri connazionali fuggiti a Ferrara. «Non credevo ai miei occhi quando vedevo la fila di persone davanti alla chiesa di via Cosmè Tura, pronte a donare. Lì ho capito che i ferraresi non erano freddi, ma solo riservati…». Al Centro “Il Parco” di Ferrara, Zhanna è volontaria: una volta alla settimana intrattiene i bimbi profughi con canti e giochi. E se da alcuni giorni, nello stesso luogo, tre mattine alla settimana c’è una scuola per bimbi in età da prima elementare, è merito suo. Ma non si ferma qui, Zhanna. In attesa dei campi estivi, il 29 maggio, con inizio alle ore 16, al “Parco” ci sarà un grande evento di beneficenza con canti, danze, recite, laboratori e giochi per i più piccoli: lei è tra gli organizzatori e le animatrici. Sempre in prima linea. Solo così riesce a tenere a bada quel pessimismo che non le appartiene.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 maggio 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Oksana e i demoni vivi della guerra

19 Mag
La città di Kharkiv

È arrivata nella nostra città con la figlia Tatiana. Hanno raggiunto l’altro figlio Roman, promessa del basket

La mattina del 24 febbraio Oksana, che vive al decimo piano di un condominio di 15 alla periferia di Kharkiv, si è svegliata molto presto: deve finire un lavoro, lei impiegata in un’azienda farmaceutica. Mentre si prepara il caffè, dalla finestra vede una luce lontana nel cielo. «Ho sentito un forte rumore di esplosioni. Era terribile». All’inizio non capisce, ma presto comprenderà: la Russia ha iniziato a bombardare il suo Paese. Dopo 10 minuti sul web arrivano le prime notizie. Chiama il fratello che abita a Kiev. È l’inizio di un incubo che dura ancora. 

Dai primi di aprile Oksana vive a Ferrara insieme alla figlia Tatiana, di 11 anni. Sono scappati qui perché l’altro suo figlio, Roman, è a Ferrara da settembre per giocare nell’Under 17 Eccellenza della VIS 2008, società di basket giovanile della nostra città. Appena lo scorso gennaio, Oksana era venuta a trovarlo per alcuni giorni.

«Prima di quel 24 febbraio – ci racconta – non sapevamo quanto fossimo felici in Ucraina. Avevamo problemi, certo, ma dopo lo scoppio della guerra abbiamo capito che non erano veri problemi. La nostra era una vita davvero normale e pensavamo che sarebbe stato così per sempre». 

Anche il marito Yevhen lavora in un’azienda farmaceutica, a loro non manca niente, e nulla fanno mancare ai propri figli. «Il 24 febbraio i russi sono entrati facilmente in Ucraina, nessuno se l’aspettava», non c’è stata una dichiarazione di guerra. Dall’altra parte, però, anche Putin e i suoi uomini non s’aspettavano una resistenza così forte da parte degli ucraini, senza contare che l’esercito di Zelensky era comunque preparato da 8 anni di tensioni fra i due Paesi.

«I primissimi giorni – prosegue – pensavamo che sarebbe finita molto presto, che avrebbero trovato un accordo. Le tv ucraine ci dicevano: “preparate le valigie in caso di emergenza”. Ma tutti pensavamo fosse solo una precauzione». E invece non è stato così. Nei giorni successivi i bombardamenti proseguono, «sentivamo ancora gli aerei passare con un rumore fortissimo, volavano basso. Anche questo non lo dimenticherò mai».

Dove abitano, non ci sono veri e propri rifugi, perciò molta gente si è nascosta negli scantinati dei condomini. «Mia figlia già dai primi giorni ha subito uno stress fortissimo, una grande stanchezza psicologica». I primi giorni di marzo decidono di partire da Kharkiv, in auto, disperati, rischiando la vita, dato che i russi iniziavano a colpire anche i corridoi umanitari. «Prima di partire ci chiedevamo: “cosa prendiamo con noi? Quanto staremo via? Ritroveremo la nostra casa?”. Una valigia a testa e siamo partiti». Impiegano 13 ore per arrivare a Kryvyj Rih, da parenti, che normalmente si raggiunge in 3 ore. Per un mese alloggeranno in una casa prestata da altre persone. Mentre il marito e i genitori sono rimasti lì, lei e la figlia il 30 marzo hanno lasciato il Paese, direzione Ferrara, che raggiungono dopo 4 giorni di viaggio, passando per Romania, Ungheria e Slovenia. «Mio padre purtroppo è morto lo scorso 5 maggio. Non ho avuto nemmeno la possibilità di dargli l’ultimo saluto». Da tempo malato, il covid ha peggiorato le cose, causando una rapida crescita e diffusione di tumori. La storia della sua famiglia è, purtroppo, una storia di fughe a causa del regime russo. Oksana, infatti, è nata e cresciuta in Crimea. I suoi genitori nel 2015, dopo l’annessione della penisola da parte della Russia e in seguito all’isolamento e alle continue molestie che subivano in quanto ucraini, han deciso di lasciare la casa dove hanno vissuto per 40 anni, per raggiungere la figlia, il genero e i nipoti. «Così – ci dice con profonda tristezza Oksana – i miei genitori per la seconda volta sono stati costretti a lasciare la loro casa a causa delle operazioni militari d’occupazione russe in Ucraina».

A Kharkiv, prosegue il racconto, «la metà delle case e dei condomini sono stati bombardati. Una mia collega voleva tornare nel suo appartamento, ma essendo stato il suo condominio colpito ai piani superiori, non può farlo, può crollare tutto. Il mio stesso ufficio è stato distrutto». Oksana è rimasta in contatto con alcuni amici e colleghi della sua città: «le persone che sono rimaste lì, l’hanno scelto o perché non sanno dove andare, o perché non vogliono lasciare la propria casa, o perché non possono in quanto malate, anziane».

Le chiediamo se ha colleghi russi, ci risponde di sì: «alcuni di loro hanno smesso di parlarmi, altri mi hanno detto “ci dispiace molto”, altri ancora dicono che in realtà la loro guerra è contro gli USA». Ma sono gli ucraini a morire. In ogni caso, «ora i russi hanno paura di venire arrestati, quindi hanno interrotto i contatti con noi». Riguardo a cosa pensa del governo del suo Paese, ci risponde: «so che Zelensky non ha molta esperienza politica ma ha scelto di rimanere, non è scappato dall’Ucraina e per questo mi fido molto di lui». 

La sua Ucraina è sempre vicina, forse mai come ora. È – come dicevamo – la loro vita prima di quel maledetto 24 febbraio a essere così lontana. «A molti interessava solo guadagnare più degli altri. Ora siamo tutti nella stessa situazione: se non c’è vita, se i nostri figli non sono al sicuro e se non ci si aiuta gli uni con gli altri, non c’è niente. Tutto il resto non conta più».

Oksana ci tiene molto a ringraziare Filippo Bertelli e Mauro Cavara, rispettivamente Presidente e Direttore generale della VIS 2008, «per il grandissimo aiuto che ci hanno dato e continuano a darci. Hanno fatto tutto per noi», così come l’amministrazione della Scuola San Vincenzo, che accoglie Tatiana per studiare. Ora, lei e sua figlia vivono in un appartamento che i genitori di un compagno di basket di Roman gli ha prestato. «Soprattutto per mia figlia – si sfoga -, è un incubo che sembra non finire. Ma almeno qui ha la possibilità di continuare a giocare a basket», che per lei, come per il fratello (che studia al Carducci) è molto importante. «Ora Tatiana sorride di più, gioca, sta bene con i compagni di scuola». I suoi nuovi compagni, perché quelle e quelli che aveva a Kharkiv sono sparsi per l’Europa, scappati con le famiglie nell’ovest dell’Ucraina, in Polonia, Repubblica Ceca, Germania, Regno Unito…

Il grande aiuto che sta ricevendo dai ferraresi, a un tempo commuove e imbarazza Oksana. «Non mi aspettavo tutto ciò, che così tanti sconosciuti ci aiutassero come fossimo loro amici». Dall’altra parte, ci confessa, «non è stato facile abituarsi a dover chiedere tutto, a prendere in dono anche l’essenziale: prima lavoravamo e guadagnavamo, ci mantenevamo tranquillamente. Ora c’è l’imbarazzo di dover chiedere per ogni cosa». Perché la guerra gli ha tolto tutto, lasciandole quel terrore negli occhi e nella mente: «quando passa un aereo ho ancora il panico». 

Come il presente e il recente passato sono qualcosa di assurdo, di incomprensibile, così il futuro è avvolto nella più grande incertezza. «Vorremmo tornare in Ucraina, ma non so se riusciremo. E in ogni caso, non so se nella stessa città, nella stessa casa». Quella casa dalla quale ha assistito all’inizio di un incubo di cui non vede ancora la fine.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 maggio 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Da Kicman in Ucraina a Ferrara: Agnese è sempre in prima fila

12 Mag
Agnese Di Giusto

Casco bianco IBO, ha dovuto lasciare per la guerra. Ma qui prosegue il suo servizio

Da alcune settimane Agnese Di Giusto nei locali della parrocchia di S. Maria deiServi a Ferrara tiene corsi di lingua italiana a un gruppo di bambini ucraini dai 5 agli 11 anni d’età, mentre quando la incontriamo sta tenendo la sua prima lezione settimanale ad alcuni adulti (Qui le loro storie: Fra le lacrime si cerca di rinascere: i racconti di tre donne ucraine).

«I bambini hanno tanta voglia di imparare, sono molto curiosi, fanno molte domande», ci spiega Agnese. E non hanno perso la voglia di giocare. «Con gli adulti, invece, all’inizio ero un po’ preoccupata, perché non volevo, durante la lezione, toccare tasti dolenti che potessero intristirle, come ad esempio nell’insegnar loro a dire se sono sposate, o vedove… Ma sono informazioni importanti, che verranno loro chieste quando dovranno fare i documenti».

Pochi ma intensi mesi a Cernivci

Agnese è volontaria come Casco bianco per IBO e fino a febbraio era inserita come volontaria nel Centro riabilitativo per minori disabili “Campanellino” a Kicman, un paesino vicino a Cernivci, nel sud ovest dell’Ucraina, a poca distanza dal confine rumeno. In quella zona del Paese, IBO collabora anche con l’Associazione “Gente buona di Bukovina”.

Ventotto anni, laureata in educazione professionale, Agnese è originaria di Buja, provincia di Udine, dove, oltre a insegnare yoga, prima di iniziare il Servizio civile ha lavorato come educatrice in un Centro per minori stranieri non accompagnati.

A Ferrara, dove prosegue il suo anno di Servizio civile, si occupa principalmente di aiutare lo staff di IBO a organizzare e coordinare la raccolta di beni di prima necessità da inviare a Cernivci per sostenere la comunità locale nel far fronte al grosso numero di sfollati che stanno arrivando dalle zone più colpite del Paese. E a Cernivici, come ci spiega, mancano molti farmaci comuni ed è quasi introvabile l’insulina, in quanto le farmacie non vengono rifornite.

Inoltre, insieme ad Amos, l’altro volontario rimasto appena poche settimane in Ucraina, fa testimonianza nelle scuole, corsi di lingua italiana ad adulti e ragazzi nella sede dell’ADO, mantiene i contatti con “Campanellino” e con Ivan Sandulovich a Cernivci (Qui il suo racconto: Ivan a Cernivci guida la macchina della solidarietà), e regolarmente si coordinano col CSV di Ferrara.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 maggio 2022

https://www.lavocediferrara.it/