E all’alba, ecco la nostra rinascita: “Passio Christi” al Teatro Comunale

6 Apr
Vito Lopriore – (C) Marco Caselli Nirmal

L’opera di Michele Placido con la “Passione” di Mario Luzi presentata il Venerdì Santo: i tormenti della condizione umana e la Liberazione in Cristo

di Andrea Musacci

L’affanno di chi ha paura, il rantolo dell’angoscia, di chi è solo e senza luce. Di chi, disarmato, vive la lontananza, l’apparente insanabilità dello smarrimento. Dove ogni dire e udire è vano, ogni sguardo è nemico, dove il male ha le sembianze dell’irreparabile.
Oltre 20 anni fa il poeta Mario Luzi, invitato da Giovanni Paolo II a scrivere i testi per la Via Crucis al Colosseo, seppe, come pochi, dare parola a questo tremendo umanissimo non comprendere. Per questo, la scelta di alcuni di quei versi per lo spettacolo “Passio Christi”, non può non commuovere. Il progetto tra cinema e teatro andato in onda la sera di Venerdì Santo sul canale You Tube del Teatro Comunale di Ferrara (e disponibile fino al 12 aprile), è stato ideato dal Presidente dell’“Abbado” Michele Placido su testi, oltre che di Luzi, di Dario Fo e Franca Rame (“Maria alla croce”), coi Salmi recitati da Moni Ovadia e lo Stabat Mater interpretato in dialetto trentino da Daniela Scarlatti. In scena, anche lo stesso Placido, Sara Alzetta e Vito Lopriore nei panni del Cristo. Fra i luoghi della nostra città scelti, la chiesa di San Giuliano e il Cimitero ebraico. Magistrale il Coro dell’Accademia dello Spirito Santo diretto da Francesco Pinamonti.

La stanchezza, dicevamo, quel respiro affannoso che «inciampava nei denti» (1). E, insieme, la violenza della derisione, lo scherno impietoso che anticipa la brutalità sulla carne. «Dubito talora – prega al Padre il Cristo di Luzi – / che questa sofferenza non ti arrivi / poi subito di questo mi ravvedo / perché so la tua misericordia». Ma la notte è buia, i minuti non scorrono ma incombono: «Io dal fondo del tempo ti dico: la tristezza / del tempo è forte nell’uomo, invincibile». E quegli anfratti sono, nella “Passio” di Placido, le budella nascoste del teatro ferrarese, dove gli umori e i tormenti urlano per affiorare, per rivivere in questa stagione di non-presenza, di chiusura e lontananze. E questa mancanza, questa privazione il regista sceglie di mostrarla, per renderle giustizia. È il “retroscena” col suo travaglio a un tempo manuale e intellettuale, del legno e del pensiero, in una zona ambigua dove finzione e realtà sovrapponendosi sanno di incertezza.

Negli interstizi dietro, sopra e oltre la scena, dunque, al di là dell’apparire – vero o falso che sia – il dialogo è con Dio, sempre, è la confidenza del Figlio col Padre, è la preghiera che si apre all’eterno. Dai sottofondi, la vertigine: «quanto è lontana da te l’angoscia che mi opprime»; e ancora Luzi: «Anche la morte pare eterna, è duro convincerli, gli umani, / che non ci sono due eternità contrarie, / il tutto è compreso in una sola e tu sei in ogni parte / anche dove pare che tu manchi». Anche in quell’ossatura di legno e polvere, dove una debole luce filtra, sul palco dell’umano dimenarsi dove le tuniche, come detto, possono essere inganno o domanda perpetua, lì, nel fastidio e nel dubbio, «Tu entri» «e lo disbrogli / pure così lontano come sei nella tua eternità / da questi nodi delle esistenze temporali».

E nei viluppi entra anche il femminile, portando cura e visione, rivelandosi nel viso contratto di Maria, sulle labbra il lamento, ancora l’affanno della via che porta alla croce. Lungo la strada – di nuovo – la scelta, fino al sepolcro, è di affiancare, coi loro corpi, alcuni morti ammazzati del nostro tempo: da Pier Paolo Pasolini a Stefano Cucchi, da George Floyd ai bambini vittime delle guerre. Volti morti o sofferenti privi di luce, come nel tremendo silenzio del sabato. Ma Lui «non è qui», e allora perché Lo cerchiamo tra ciò che non può essere all’altezza di tutto il nostro dolore? Perché, invece, nello smarrimento non tentare di riconoscerLo mentre ci accompagna, quando nel buio ci affianca? Perché anche lungo la via che Tu hai tracciato, che Tu sei, è «difficile tenersi». Ma «Tu solo» davvero sai il Mistero. 

«Ora sì, o Redentore», «invochiamo il tuo soccorso, tu, guida e presidio, non ce lo negare».  Ora e sempre, ora e ogni giorno. Adesso possiamo chiederglieLo, sappiamo di poterglieLo chiedere perché crediamo nella Sua Resurrezione, perché – sempre tentati dal non sperare – ancora una volta speriamo. Nell’affanno, «con amore ti chiediamo amore». Un amore che libera, che fa uscire, un amore «infinitamente più grande».

La resurrezione è, nella “Passio”, proprio un’uscita, una fuga, una lode, ancora e sempre, una perenne preghiera sulle labbra, in canto o in prosa, nel giubilo o nel dolore. Si ricongiunge il cammino, ritorna su quei passi iniziali, gli stessi ma incredibilmente diversi: nell’esordio della “Passio” vi era, infatti, Placido pellegrino inquieto fra le vie del centro di Ferrara. Un sobbalzo nel petto, poi gli spari improvvisi come un lampo di luce, e invece era notte, una lunga notte, quella dei corpi riversi ai piedi del Castello, quella tremenda notte nel novembre del ’43. Ma non dormono, no, sono morti, giacciono ma rivivranno. E allora «di mattino, quando era ancora buio» (2), in un’alba grigia e vuota, è l’ora della Liberazione, della Rinascita, è il tempo della pienezza, anche per noi, per chi, come gli apostoli, non aveva «ancora compreso» (3). 


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(dove non indicato, le citazioni sono tratte da “La Passione. Via Crucis al Colosseo” di Mario Luzi, 1999)


(1) F. Guccini, “Venezia”.

(2) Gv 20, 1.

(3) Gv 20, 9.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 aprile 2021

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Pane e coraggio: padre Luca Morigi e il desiderio di vita dei profughi a Lesbo

29 Mar

Il racconto alla Veglia missionaria diocesana del 24 marzo


«Ho fatto esperienza dell’immenso dolore che vivono, e che anche noi europei in parte permettiamo. Ma ho visto anche la fede che hanno in Dio e la speranza che Lui darà loro la possibilità di una vita nuova». Padre Luca Morigi, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII, per alcuni mesi, fino allo scorso Natale, ha vissuto nei due campi per profughi sull’isola di Lesbo. Questa terribile esperienza l’ha raccontata lo scorso 24 marzo in occasione della Veglia missionaria diocesana, collegandosi con la chiesa ferrarese di Sant’Agostino.

«Il sogno di Dio – ha esordito – è quello dell’umanità come grande famiglia che vive sulla terra intesa come casa comune». E invece esistono inferni come quelli sull’isola di Lesbo per i migranti. Persone che «perdono le proprie case, i propri beni, la libertà, rischiando la vita per un’esistenza dignitosa». Attraverso alcune fotografie scattate clandestinamente nei campi di Moira, prima, e Kara Tepe, dopo, Morigi ha raccontato l’orrore che queste persone vivono dentro le circa mille tende lì accampate. Dopo l’enorme incendio dell’8 settembre scorso nel campo di Moira, le autorità greche allestirono, infatti, campi temporanei a Kara Tepe, per accogliere 8mila degli oltre 12mila migranti rimasti senza riparo. Un popolo di disperati.

Pane, farina, patate: in una foto un padre cucina una semplice cena per i figli (foto in alto). Ha lasciato tutto alle spalle per dar loro la salvezza. «Ma ha voluto comunque condividere la cena con noi – ha raccontato Morigi -, qualcosa di cui noi occidentali spesso non siamo più capaci. Questo popolo, quindi, era lì per curare le mie, le nostre ferite dell’anima, non solo io per aiutare loro. È la nostra Europa che sta perdendo la propria umanità e i propri riferimenti, nascondendosi dietro le proprie paure e sicurezze». Nel campo di Lesbo vive, dunque, un grande popolo tenuto prigioniero, «espressione del corpo di Cristo umiliato e che espia i peccati del mondo. Nel suo dolore sta sanando anche le ferite di un’Europa malata» di egoismo e cinismo. Un continente circondato – più o meno simbolicamente – dal filo spinato, proprio come, realmente, lo è il campo di Kara Tepe. La polizia lo sorveglia continuamente dall’esterno perché l’idea di fondo è che «questi migranti siano potenziali criminali». Un campo costruito, non a caso, sulla riva del mare, in una zona militare, il cui terreno ospita ancora bombe inesplose. 

In questo inferno non esistono docce, non c’è acqua calda né energia elettrica, non esiste la scuola, ma uno straccio di educazione avviene solo informalmente grazie ad alcuni ragazzi che insegnano ai bambini. «Sono veri e propri campi di prigionia», resi ancor più tali approfittando del lockdown per la pandemia. Ma qui le malattie sono ancor più elementari, legate alla scarsa igiene. E poi ci sono quelle psicologiche, diffusissime, con bambini che tentano il suicidio gettandosi dalla scogliera o donne incinte che si buttano nel fuoco pur di non partorire lì. Un abisso dove stupri, omicidi, traffico di organi, violenze sui bambini, sono all’ordine del giorno. Dove domina l’abuso di alcool e il traffico di droga, senza nessuna legge e senza chi possa farla rispettare. «Qualche giorno fa – racconta Morigi – mi ha chiamato un uomo che vive nel campo: “questo è un inferno!”, urlava. Poi ha aggiunto che lui e la moglie cercheranno di fuggire nascondendosi in un camion». Ma sarà molto difficile, il rischio è la morte. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 aprile 2021

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La Croce e il sorriso: cosa ci insegna Laura Vincenzi

29 Mar

Il 26 marzo presentati on line il brano e il video a lei dedicati

Laura Vincenzi

La Croce e il sorriso, due termini che stanno “assurdamente” insieme nel Mistero pasquale. E Laura Vincenzi, la cui causa di beatificazione vede ora partire la tappa diocesana, ha incarnato a pieno questo Mistero. In diretta sul canale You Tube dell’AC diocesana, lo scorso 26 marzo è stata ufficialmente presentata la canzone “Laura canta insieme a noi” composta da Patrizio Fergnani, inno ufficiale che accompagnerà quest’importante periodo del processo di beatificazione. Percorso che a breve vedrà anche l’apertura del sito web www.lauravincenzi.org.

Irene Beltrami

«Se “Nulla è per caso” – ha riflettuto Nicola Martucci, Presidente AC diocesana – , allora la presenza del Signore rende ogni momento buono per la nostra conversione». Laura ci insegna questo nelle dimensioni dell’«interiorità, della responsabilità, della fraternità e dell’ecclesialità». «La mia esperienza con Laura è stata un inizio di percezione di Dio, di Colui che pienamente ama il mondo», è stata invece la testimonianza del fidanzato di Laura, Guido Boffi.Dopo gli interventi di Cristina Cinti, Referente per il processo diocesano, e Patrizio Fergnani, hanno preso la parola Irene Beltrami, voce solista nel brano, corista e catechista della parrocchia di Malborghetto, e Matteo Turrini, autore del video. Un prodotto artistico, quello di Turrini, di alta qualità, disponibile insieme al video della serata sul canale You Tube dell’AC di Ferrara-Comacchio.AC che ha visto anche l’intervento dell’Assistente diocesano don Michele Zecchin, il quale ha ben riassunto l’impatto che le parole di Laura nelle sue lettere possono avere: la sua reazione davanti a così tanto dolore vissuto può sembrare davvero «assurda, scandalosa, su questo non c’è dubbio». Ma la sua testimonianza, il suo cammino di vita è davvero, «profondamente pasquale». Una figura, dunque, che molto può aiutare anche in questa Settimana Santa.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 aprile 2021

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Sanità e imprese: i tentacoli delle mafie nella pandemia

22 Mar

Intervista a Donato La Muscatella (Coordinamento “Libera” di Ferrara)

Mafie e Covid: qual è lo stato di salute delle mafie nella pandemia?

«“Mafie e Covid: fatti l’uno per l’altro”, come scrive don Luigi Ciotti nel rapporto “La tempesta perfetta”, curato da Libera e da Lavialibera e uscito nel novembre 2020: una fotografia inquietante del grado dell’infezione mafiosa ai tempi del Covid. Un’enorme e complessa emergenza, all’interno della già tragica emergenza della pandemia: dai rischi nel settore sanitario, all’usura, al riciclaggio, alla nuova frontiera dei crimini informatici. L’aumento consistente e repentino della richiesta di servizi di cura, solo per fare un esempio, ha determinato una maggiore difficoltà di accesso alle strutture coinvolte e ciò, in alcuni territori, ha costituito il presupposto per la nascita (o il consolidamento) di fenomeni di racket prima meno diffusi (onoranze funebri o ambulanze private, ad esempio). Una volta di più, le mafie hanno intercettato il cambiamento in corso, per poter consolidare il proprio potere e incrementare le proprie ricchezze».


Le mafie approfittano anche della crisi socio-economica…

«La crisi economica ha sottratto e continuerà a sottrarre liquidità alle imprese, che non di rado sono state avvicinate da organizzazioni criminali che si offrivano di sopperire a tali difficoltà. Si tratta, per loro, di un meccanismo già collaudato: si comincia dal finanziare l’azienda in crisi, per poi, man mano, acquisirne le quote di proprietà e, alla fine, impadronirsene completamente, selezionando fornitori e dipendenti in base alle relazioni di potere dell’associazione criminale e, naturalmente, calpestando i diritti di tutti i soggetti coinvolti. Sempre ne “La tempesta perfetta” c’è un sondaggio affidato da Libera a Demos sul legame fra pandemia e società organizzata: oltre il 70% dei cittadini intervistati ritiene che, spinta dall’emergenza Covid, la corruzione in Italia si stia diffondendo ancora di più. Bisogna intervenire qui e recuperare credibilità nei confronti dei cittadini se si vuole evitare che il malcontento si trasformi in qualcosa di peggio».


Venendo al nostro territorio, come proseguirà l’impegno di Libera?

«Continueremo a incontrare ragazzi e ragazze delle scuole di Ferrara e provincia, speriamo anche in presenza. Nelle scorse settimane ne abbiamo incontrati oltre cento ed è da tempo una delle attività nelle quali, come Coordinamento, siamo più impegnati, in collaborazione con tanti docenti che tutti i giorni si dedicano alla formazione degli studenti e, anche in questo periodo così difficile, ci hanno chiesto di collaborare».


Infine, una parola su Livatino…

«È stato un magistrato attento, aperto, impegnato e riservato, che ha fatto parlare di sé per le proprie capacità nell’investigare il fenomeno mafioso in un periodo nel quale tante dinamiche non erano così conosciute. Una figura significativa per tante ragioni, tra cui la sua coerenza nella fede e la sua visione della vita che distingue l’essere “credenti” dall’essere “credibili”. Un monito che mette in guardia da chi partecipa alle manifestazioni pubbliche facendo sfoggio della propria presunta convinzione religiosa per poi tradirne i valori fondanti nella quotidianità e da chi assiste alle commemorazioni senza dar seguito al messaggio che ci hanno lasciato le vittime. Una sollecitazione autorevole ad accompagnare sempre l’impegno alla memoria, come Libera sostiene da ormai ventisei anni».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 marzo 2021

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Rosario Livatino, il racconto del cugino Salvatore

22 Mar
Rosario Livatino

Le parole di Salvatore Insenga, cugino del giudice ucciso dalla mafia nel ’90, pronunciate nell’incontro on line organizzato il 20 marzo dal Coordinamento ferrarese di Libera

di Andrea Musacci


«Non amo l’espressione “anti-mafia”, preferisco si parli di “pro-giustizia”: è uno degli insegnamenti di mio cugino Rosario». È questa una delle riflessioni che Salvatore Insenga, cugino del giudice Rosario Livatino, ha portato la mattina del 20 marzo scorso nell’incontro organizzato dal Coordinamento ferrarese di Libera in occasione della 26ª Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, che cade ogni anno il 21 marzo.Nato a Canicattì il 3 ottobre 1952, Rosario Livatino fin da giovanissimo si impegna nell’Azione Cattolica. Dopo la laurea e il concorso in magistratura, dal 1979 al 1989 entra nel Tribunale di Agrigento come sostituto procuratore, portando avanti inchieste delicate e complesse sulle organizzazioni criminali mafiose della zona ma anche su diversi episodi di corruzione dove erano coinvolti esponenti di spicco della politica locale. Per quelle sue inchieste entra nel mirino delle organizzazioni criminali della Stidda di Canicattì e Palma di Montechiaro che assoldano quattro sicari per ucciderlo. La mattina 21 settembre 1990 Livatino era al volante della sua Ford Fiesta per andare a lavorare in tribunale percorrendo la vecchia statale 640 che collegava Agrigento a Caltanissetta quando i sicari fanno fuoco e lo uccidono. Livatino sarà proclamato Beato il 9 maggio ad Agrigento. L’annuncio è stato dato lo scorso febbraio. La data non è casuale: rappresenta, infatti, l’anniversario della visita nella città dei templi di san Giovanni Paolo II, il Pontefice che per primo definì Livatino «martire della fede» in quel famoso anatema lanciato contro la mafia proprio ad Agrigento nel 1993. «Coraggioso servitore dello Stato, della giustizia e del bene comune. Testimone di speranza e di vita contro sistemi di potere, di violenza e di morte», furono invece le parole scelte da don Luigi Ciotti per descrivere Rosario Livatino. 

Salvatore Insenga

Tornando all’evento del 20 marzo scorso, Dopo l’introduzione da parte di Isabella Masina (coordinatrice provinciale di “Avviso Pubblico”), i saluti delle autorità e l’intervento di Donato La Muscatella (referente del Coordinamento locale di Libera), ha preso la parola Insenga. Un intervento che non poteva non partire dalla famiglia di Rosario: «i suoi genitori – ha raccontato – è come se fossero morti il giorno della morte del figlio. Mia zia (la madre di Livatino, ndr) dopo qualche anno si ammalò e poi morì. Mio zio ci ha lasciati 11 anni fa, con gli occhi lucidi di lacrime fino all’ultimo, perchè Rosario non poteva essere al suo capezzale».«Rosario – ha proseguito – era un uomo delle istituzioni, ma anche un figlio, un cugino, un amico, un compagno di vita eccezionalmente capace di darti una visione della vita diversa, perché aveva la capacità di leggere e interpretare il mondo in maniera molto particolare. Ad esempio, è da lui che ho appreso come non sia corretto parlare di “anti-mafia” ma è più corretto parlare di “pro-giustizia”». La mafia, infatti, «è la negazione di ogni possibile cultura intesa come cura e coltivazione di qualcosa. La mafia è solo morte». Impegnarsi per la giustizia, invece, vuol dire essere credibili come uomini, nel proprio lavoro e nella propria fede per chi è credente». La citazione è della frase più celebre pronunciata da Livatino: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili».Ma il senso della giustizia emergeva anche nelle piccole cose: «Rosario – ha proseguito Insenga – era preparatissimo in latino e in greco, ma a scuola non permise mai ai suoi compagni di copiare da lui: non era cattiveria, e non era solo per un senso di giustizia, ma anche perché chi copia non impara. Preferiva aiutare i compagni a studiare durante l’intervallo. La giustizia per lui, insomma, significava davvero essere credibili», aiutare positivamente gli altri, senza inganni. Livatino, naturalmente, era anche un credente: «il suo servizio di giudice lo interpretava anche anche alla luce della fede». Fede che «inseriva il suo servizio in una visione più completa, totale: per lui non basta confrontarsi con le leggi dello Stato, ma è necessario anche, e soprattutto, cercare di comprendere il senso profondo della giustizia in quanto tale. Giustizia che alberga in quella parte di noi che è la coscienza». Infine, una precisazione importante. Quella di “giudice ragazzino” è un’espressione coniata otto mesi dopo l’omicidio Livatino dall’allora Presidente Cossiga. Un’espressione molto infelice. «La trovo offensivo», ha commentato Insenga. «Rosario era un “ragazzino” solo per la sua purezza di cuore, e maturo e consapevole come l’uomo maturo che era».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 marzo 2021

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Stanchi e sospesi, la Pasqua ci liberi da ogni retorica

16 Mar

(Pubblicato anche su Agensir:
https://www.agensir.it/italia/2021/03/17/stanchi-e-sospesi-la-pasqua-ci-liberi-da-ogni-retorica/)

Un anno fa riflettevamo sulla sospensione causata dall’esplodere della pandemia. Un’interruzione vertiginosa di tempi, attività e incontri percorsa da una tensione perlopiù positiva, come se lo spiazzamento prodotto dall’evento inatteso, pur nel dramma, rafforzasse legami, rinsaldasse comunità.

Dodici mesi dopo, questa sospensione è diventata la cifra delle nostre vite. E nel divenire anima del nostro tempo, si è come svuotata di elettricità, lasciando un’irrequietezza sfiduciata e stanca.

Le varie ondate, oltre ad abbandonare questi detriti, hanno lacerato certi veli di ipocrisia, dimostrando come nemmeno una pandemia globale possa, in automatico, attuare una trasformazione antropologica, senza l’impegno dei singoli e delle collettività.

Sempre in bilico fra due estremi infantili – la rimozione della realtà e la paura paralizzante -, in un mondo che si voleva senza confini, ci siamo ritrovati confinati fra le nostre quattro mura, più spauriti e frustrati nelle frontiere invisibili che ci siamo abituati a disegnare mentalmente intorno a noi. E forse, in tanti casi, anche più schiavi del sospetto e della recriminazione (altro che unità!), intontiti nella ragnatela della Rete nostra unica evasione.

Ma chissà, forse lentamente i nostri corpi li abbiamo addestrati anche a lasciarsi abbandonare, al nascondimento, ci siamo educati a una rinnovata austerità di movimenti e parole. 

Di certo c’è il bisogno non di inutili – e spesso vanitosi – ascetismi ma di donne e uomini capaci di una visione nuova e profonda, possibile solo nel dialogo aperto, dove inquietudine e speranza possano reciprocamente vivificarsi. C’è la necessità di non trasformare la valorizzazione della competenza medica (quindi tecno-scientifica) in oblio del pensiero religioso, dello sguardo poetico sulla realtà, dell’autentico agire e pensare politico (fatto di comunità e concretezza, vicinanza e lungimiranza).

C’è l’urgenza di mettere in gioco la nostra creatività e la nostra umanità, senza puerili ottimismi o pessimismi di maniera. C’è, ancora una volta, un cammino che si fa camminando. Certo, guardando lontano, ma senza più retorica. 

Siamo, dunque, ancora sospesi dentro questa pandemia che con le sue ondate porta via vite e affetti. Ma ormai prossimi alla Pasqua, la speranza è che nel dramma ci si possa riavvicinare al Mistero del Cristo Risorto. È l’unica strada sgombra da facili soluzioni.

Andrea Musacci

Editoriale pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 marzo 2021

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La poesia: evocazione dell’indicibile e perenne “principiare”

8 Mar
Charles Baudelaire

Una riflessione di Angelo Andreotti, poeta e Dirigente Servizio Biblioteche e Archivi, in un incontro organizzato da ISCO e Istituto Gramsci

Si può parlare di un’essenza e di una specificità della poesia? Su questo lo scorso 4 marzo ha riflettuto Angelo Andreotti, dirigente del Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara, in un incontro trasmesso in streaming e organizzato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara all’interno del ciclo di appuntamenti “I colori della conoscenza”. L’incontro intitolato “Le parole del sentire” è stato introdotto da Daniela Cappagli.«Il libro in sé è silenzioso, solo aprendolo portiamo in vita la poesia che lo abita, facnedo rivivere ogni volta quelle lettere taciturne», è il pensiero di Andreotti. «La poesia attende nel nostro rumore». Rumore rappresentato da tutto l’insieme di «sentimenti ed emozioni» che viviamo. In un libro di poesia cos’abbiamo davanti a noi di preciso? «Con la poesia – ha proseguito – non avviene una vera e propria comunicazione, né possiamo definirla un oggetto. Si tratta, invece, di un corpo tendenzialmente “vivens”, vivente», nel senso che rappresenta «un tendere verso la vita e un farsi». E ospitandola interiormente, la poesia subisce a sua volta cambiamenti, e li subisce anche «nel corso della nostra vita, cambiando noi, cioè il soggetto: le stesse parole a distanza di tempo possono muovere emozioni diverse o possono smettere di muoverle». Perciò la poesia «è sempre un principiare», in essa «c’è sempre qualcosa di nuovo».Come disse anche il poeta Andrea Zanzotto, la poesia non è un oggetto, dunque, dove per oggetto si intende tutto ciò di diverso dal soggetto. La poesia, quindi, «non è qualcosa di diverso da me, vive anzi della mia soggettività, nella mia interiorità. Leggendo una poesia, in realtà non conosciamo la poesia stessa, ma il nostro mondo interiore, noi stessi: la nostra interiorità viene portata a galla e smossa».La poesia, di conseguenza, «ci chiede di essere vissuta, ci chiede la nostra vita. Per questo noi sentiamo la poesia, non tanto il tema specifico dei singoli versi che stiamo leggendo. «La poesia chiede partecipazione, condivisione. Il linguaggio poetico nasconde, e nascondendo rivela e chiede a noi un comprendere, un accogliere». Un nascondersi essenziale, ineliminabile che, dall’altra parte però si accompagna a una particolare forma di «esattezza, di precisione data dalle cadenze, dai ritrmi, dalle segrete corrispondenze». Caratteri, questi, essenziali per comprenderne il senso, «pur limitati, poveri, ma necessari affinché l’indicibile – ciò che la parola non può dire – possa almeno essere suggerito, evocato».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 marzo 2021

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“Luca desiderava solo fare del bene”: intervista a suor Delia, missionaria in Congo

1 Mar

Intervista a suor Delia Guadagnini dopo l’attentato in Congo in cui hanno perso la vita Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo: “era un amico sempre disponibile, ci sentivamo spesso”

di Andrea Musacci

«L’uccisione del nostro ambasciatore Luca, del suo carabiniere guardia del corpo Vittorio e dell’autista Mustapha, ci rattrista moltissimo. Luca era una persona amabile. Ci aveva appena incontrati a Bukavu sabato scorso. Si interessava di ciascuno di noi, ci è stato molto vicino durante e dopo l’alluvione qui a Uvira. Potevamo chiamarlo al telefono come si chiama uno di famiglia. Preghiamo per lui, per chi è morto con lui, per le loro famiglie, per i loro uccisori. Pregate per noi e il nostro popolo. Che possiamo tener duro in questi tempi difficili. Un forte abbraccio pieno di sofferenza, aspettando un’alba nuova».
Chi ci scrive è suor Delia Guadagnini delle Saveriane di Maria, dal 1989 in missione a Uvira come coordinatrice delle scuole della diocesi. Una città, quella di Uvira, vicina al luogo dove lunedì scorso è avvenuta la sparatoria nella quale hanno perso la vita l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere della sua scorta Vittorio Iacovacci e il loro autista congolese Mustapha Milambo. I tre sono stati uccisi nel villaggio di Kibumba, nella regione del Nord Kivu, per la precisione lungo la strada che da Goma, capoluogo del Nord Kivu, sale verso Rutshuru, passando appunto vicino Kibumba e addentrandosi nel parco nazionale del Virunga.
Le abbiamo rivolto alcune domande sul suo rapporto di collaborazione e amicizia con Luca Attanasio.
Due giorni prima, infatti, il sabato, l’Ambasciatore era stato nella vicina località di Bukavu, per poi il giorno dopo recarsi a Goma dove ha cenato al ristorante italiano “Mediterraneo” con i suoi connazionali, soprattutto missionari saveriani e volontari.


Suor Delia, in che occasione aveva conosciuto Attanasio?
«Il nostro caro Ambasciatore l’ho conosciuto due anni fa quando dovevo rinnovare il mio Passaporto Italiano. Mi chiedevo se dovessi andare in Italia o recarmi a Kinshasa… Poco dopo, siamo state informate dal nostro Consolato a Kinshasa che l’Ambasciatore sarebbe venuto a Bukavu, non lontano da Uvira, e sarebbe stato accompagnato dalla signora Rita che lavorava all’Ambasciata, che si sarebbe resa disponibile a facilitare le pratiche a chi avesse avuto bisogno di rinnovare il passaporto senza andare a Kinshasa. La Provvidenza è arrivata!
In quella occasione abbiamo passato una serata insieme dai Missionari Saveriani a Bukavu dove ha alloggiato due giorni.
A dire il vero il mio primo incontro con lui è stato lì, in uno scantinato dei saveriani. Era in tuta da ginnastica e stava rovistando in un deposito di oggetti africani, statue, maschere, che gli stessi saveriani avevano accatastato lì, dopo aver scelto i pezzi migliori per il Museo che si trova all’entrata della loro casa. Lì ci siamo salutati per la prima volta, abbracciati come fratello e sorella. Subito mi ha fatto sentire a mio agio in quella stanza polverosa, chiedendo di me, delle mie sorelle, di quel che facciamo, delle difficoltà che incontriamo… Mi ha promesso che un giorno o l’altro sarebbe arrivato a Uvira. Lo aspettavamo questa volta ma mi aveva detto al telefono che la sua missione questa volta era piuttosto verso Goma. Non ha comunque rinunciato, anche a costi di una certa fatica, di fare “un salto” a Bukavu per incontrarci lo scorso fine settimana».

Suor Delia Guadagnini


Purtroppo l’ultimo della sua vita…Che persona era Attanasio? Come lo descriverebbe?
«Luca era una persona buona, attenta, amabile, aperta all’altro, desiderosa di fare del bene, di promuovere il bene. Amava il nostro Paese, la Repubblica Democratica del Congo. Penso che in ufficio all’Ambasciata, ci stesse poco. Uomo di relazione, capace di stare coi grandi e coi piccoli, sorridente, affettuoso, pieno di iniziative. Molto colto e altrettanto umile. Attento ai dettagli».


In che modo aiutava la vostra comunità?
«Quando nell’aprile dell’anno scorso, la furia delle acque si è abbattuta su Uvira, Luca mi ha telefonato più volte. Voleva accertarsi che stessimo bene, che avessimo trovato un luogo dove rifugiarci. Chiedeva dove era scappata la popolazione, chi ci stava dando una mano. La sua voce ci ha espresso vicinanza e affetto. Tutte le volte che mi chiamava al telefono, concludeva con queste parole: “Sr. Delia, non si faccia riguardo a chiamarmi, mi dica se avete bisogno di qualcosa, siamo qui per voi!”. Questo era il suo motto: “Siamo qui per voi!”».


Con quale frequenza lei lo incontrava o era in contatto con lui?
«Da quando era Ambasciatore qui in Congo, dal 2017, ci vedevamo una volta all’anno quando veniva a Bukavu per incontrare gli italiani presenti in questa regione, e tra essi, molti missionari. Spesso comunque ci sentivamo al telefono: era come averlo davanti, sorridente, affettuoso, sempre positivo».


Quando è stata l’ultima volta che l’ha incontrato?
«L’ultimo incontro risale all’anno scorso. Allegro, sprizzante, desideroso di conoscere la nostra realtà e di informarci sui vari progetti in cui era impegnato nella nostra Regione. Sempre molto accogliente, sobrio nel vestire e capace di tessere relazioni. Ci ha parlato di sua moglie, delle sue figlie e ci diceva che alla prossima sarebbe venuto anche con loro per far conoscere la nostra realtà. Era accompagnato da due carabinieri che, in un angolo del salone, mentre prendevamo una pizzetta, mi hanno fatto un bell’elogio del nostro Ambasciatore. Con lui stavano molto bene!».


Quando avrebbe dovuto rivederlo o risentirlo?
«Avrei dovuto salire a Bukavu per incontrarlo sabato ma visti i miei molteplici impegni di lavoro, ho rinunciato. Me ne pento…».


Stavate collaborando a qualche progetto in particolare?
«Niente di particolare poiché lui non aveva progetti specifici qui nella zona di Uvira, che peraltro desiderava tanto conoscere…».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 marzo 2021

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“Io e mia moglie due anni fa siamo fuggiti da Rutshuru”: parla Carlo Volpato, volontario in Congo

1 Mar
Carlo Volpato con la moglie Kavira Kannette

Il racconto a “La Voce” di Carlo Volpato, dal ’95 volontario nel villaggio vicino al luogo del triplice omicidio di Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo: “La strada della sparatoria è insicura da almeno 5 anni”, la sua denuncia

Carlo Volpato, 87 anni, dal 1995 (un anno dopo la pensione) è volontario in Congo per l’associazione “Mondo Giusto” di Lecco, che da oltre 50 anni è impegnata in diverse zone del Paese, tra cui il Nord Kivu. Tanti i progetti portati a termine, fra cui centri nutrizionali, centri sanitari di base (fondamentali in un Paese povero e dove la sanità non è gratuita), acquedotti, ponti, sale polivalenti e centrali idroelettriche.
Carlo attualmente è in Italia, nella sua Zelarino vicino Venezia, in attesa del vaccino anti-Covid-19. Una volta vaccinato, l’idea è di tornare a Goma con la moglie congolese Kavira Kannette (i due in foto), originaria proprio di Rutshuru, dove si sono conosciuti e poi sposati nel 2016.
«L’anno scorso ho conosciuto personalmente Luca Attanasio a una cena a Rutshuru», racconta a “La Voce” Volpato. «Essendo io il più anziano tra i volontari, ha voluto che gli raccontassi tutti i nostri progetti. Era molto interessato, abbiamo parlato tutta la sera.
Due anni fa io e mia moglie ci siamo trasferiti dal villaggio di Rutshuru, dove ho vissuto per quasi 25 anni, alla città di Goma perché non ci sentivamo più sicuri. Avevamo anche in cantiere la costruzione di una nuova sorgente, ma non siamo riusciti a portarla a termine. Per non parlare della manutenzione delle altre opere costruite negli anni, non ancora effettuata». In quella zona, infatti, imperversano bande armate organizzate, le quali, per la mancanza dello Stato (e con un esercito debole e mal pagato), in qualche modo lo sostituiscono anche nell’aiuto alla popolazione. O almeno così fanno credere. «È da almeno 5 anni che la strada dove lunedì scorso è avvenuta la sparatoria non è sicura», prosegue Volpato. «Negli anni l’ho percorsa tantissime volte – ogni settimana o quasi – per recarmi da Rutshuru a Goma per l’approvvigionamento del materiale necessario ai nostri lavori: non capisco, quindi, chi in questi giorni ha detto che quella strada solo ultimamente fosse diventata insicura. Mia moglie a Rutshuru ha diversi parenti, una casa, ma anche lei ha molta paura a tornarci, anche perché, avendo sposato un bianco, si sente ancor più in pericolo».
Prima di salutarci, Carlo ci racconta d’aver ricevuto nelle scorse settimane l’invito per la cena con l’ambasciatore Attanasio svoltasi la sera precedente alla sparatoria, nel ristorante italiano “Mediterraneo”. Così recitava: “Cari e gentili Connazionali,
questa domenica 21 febbraio l’Ambasciatore, accompagnato dal Dottor Alfredo Russo, Capo della Cancelleria Consolare, e dal Direttore del World Food Program (PAM) Dottor Rocco Leone, effettueranno una breve missione consolare in Goma. Siete tutti invitati a partecipare al cocktail di saluto (…) presso il Ristorante “Mediterraneo” questa domenica alle ore 18:00 (…). Speriamo di incontrarvi tutti a Goma!
Un caro saluto,
l’Ambasciatore ed il Capo della Cancelleria consolare”.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 marzo 2021

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Fotografia: apparizione divina o spoetizzante? Una mostra al PAC di Ferrara

1 Mar

Fino al 2 maggio l’esposizione su Italo Zannier curata da Vittorio Sgarbi

Apparizione, epifania, anzi “fotofania”. Tutt’altro, insomma, che ancella dell’arte pittorica e scultorea, molto più che mero mezzo riproduttivo. È la fotografia, che con i suoi oltre 180 anni di vita, rimane emblema della contemporaneità e, pur in forme differenti (e non scevre da pericoli), ne connota sempre più lo spirito.
A questa lunga storia – che non sembra conoscere crisi – è dedicata l’esposizione “La fotografia 1839-2020. Il libro illustrato dall’incisione al digitale. Italo Zannier fotografo innocente”, visitabile fino al 2 maggio al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara e organizzata da Comune e Ferrara Arte in collaborazione col MART di Trento e Rovereto. Un progetto espositivo, dunque, che nel ripercorrere le origini e le tappe salienti di quest’arte, omaggia anche uno dei suoi massimi storici nel nostro Paese, Italo Zannier.
Zannier, 89 anni, è, infatti protagonista di entrambe le sezioni della mostra: la prima, al piano terra, con circa 100 preziosi volumi provenienti dalla sua collezione, che permettono di ripercorrere l’evoluzione della fotografia dalle origini ad oggi. I libri sono sfogliati e commentati da lui stesso in un video riprodotto all’interno delle sale. Completano il percorso altre quattro interviste a critici della fotografia e dell’arte, Vittorio Sgarbi, Angelo Maggi, Massimo Donà e Michele Smargiassi, autori anche di interessanti contributi nel catalogo di mostra. La seconda sezione, intitolata “Italo Zannier fotografo innocente”, documenta, invece, la sua attività artistica, del tutto inedita, dal 1952 ad oggi con un centinaio di sue fotografie che spaziano dall’approccio neorealista degli anni Cinquanta alle sperimentazioni più recenti con strumenti digitali. Un primo appunto alle scelte dei curatori riguarda come nelle diverse sale sia predominante – per una mostra che ha come oggetto le immagini – l’accompagnamento e l’approfondimento audio, che diventa quasi pervasivo al pianterreno. Una contraddizione che non aiuta a immedesimarsi nel percorso documentale e in quello artistico, obbligando il visitatore a una sorta di “conferenza” registrata.
In ogni caso, tornando ai contenuti specifici, citiamo alcune delle parole di Sgarbi, Presidente di Ferrara Arte e co-curatore della mostra, contenute nel suo saggio del catalogo legato all’esposizione: «L’umanità si è riprodotta con l’accelerazione con cui le immagini hanno moltiplicato il mondo, consentendo di dominare l’“altrove”. Le ricerche tecniche avanzano di decennio in decennio producendo dagherrotipi, fotoeliografie, zincografie, via via fino alle attuali tecnologiche digitali ed elettroniche che prescindono dalla stampa e che privilegiano la riproduzione “luminosa”, fantasmatica, sopra uno schermo, come nel computer o nei telefoni cellulari. Da qui, pertinentemente, Zannier conia il neologismo “fotofanie”, ossia “apparizioni”, per distinguerle dalle fotografie che necessitano di un supporto cartaceo».
La serialità, l’infinita, stordente, riproducibilità dell’immagine fotografica, resa oggi sempre più possibile, non viene, dunque, connotata da Sgarbi in negativo. Anzi, il non essere più necessariamente vincolati al supporto materiale per la fruizione dell’immagine, rende maggiore questa sua impalpabilità, questo suo assomigliare, come nessun’altra arte, a qualcosa appartenente a un altrove, a un altro mondo, a un’ulteriore dimensione.
Leggiamo a proposito le parole dello stesso Zannier, contenute nello stesso catalogo: la «fotografia non è soltanto un mezzo, ma possiede una sua specifica bellezza! La sua Natura. L’immagine che oggi risulta dopo lo “scatto” dell’otturatore è fatta, come tutta la fotografia, ma qui soprattutto, di LUCE conseguente e finale e basta; una luce definitivamente, sorprendentemente fanica (Fotofania, un mio neologismo!). È un’apparizione, che scompare mediante un altro semplice scatto e si trasforma ancora, se si vuole, in una complessa formula matematica che “non si vede” ed è imprigionata in una schedina. Un’equazione che, volendo, diventa una Foto-grafia quando si provvede a offrirle un supporto, ossia un suo specifico corpo, di carta, cartone o ciò che si vuole, per sentire le vibrazioni della sua superficie, tattile anche, e per chi ha buon naso, il suo profumo.
La cosiddetta Realtà è condivisa oggi velocemente con queste immagini fantasmagoriche, fotofanie, simulacri, sembianze, nelle quali siamo sommersi, senza pace né speranza, se non quella, che io ho, di cogliere, capire – e quindi accettare – la nuova simbologia della realtà, in quella luce pura ed evanescente di questa nuova Realtà». La magia dell’ineffabile sembra, dunque, vincere sulla spoetizzante saturazione derivante dalla moltiplicazione infinita. Una lettura originale questa di Zannier, pur opinabile, che ricorda come sia difficile interpretare un evento finché questo sia ancora “contemporaneo” e non ancora del tutto storicizzabile.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 marzo 2021

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