“Studenti disabili, sempre più interventi in presenza. Per la Didattica a Distanza abbiamo fatto il possibile”: intervista all’Assessora Kusiak

25 Mag

“Il Servizio domiciliare, tra casa e cooperative, ha riguardato 30 studenti disabili. Abbiamo anche aperto il Parco della Vita. E la Didattica a Distanza non potrà mai sostituire la scuola”

a cura di Andrea Musacci

OLYMPUS DIGITAL CAMERASiamo in una fase di passaggio, e per questo, sotto diversi aspetti, ancora più complicata da organizzare, da vivere e definire. Il discorso vale anche per il mondo dell’istruzione e in particolare per la didattica riguardante gli studenti con disabilità. Abbiamo rivolto alcune domande a Dorota Kusiak, Assessora alla Pubblica Istruzione e Formazione del Comune di Ferrara, per capire le misure messe in atto e quelle in programma.

Assessora Kusiak, nell’emergenza com’è cambiata la didattica per gli alunni con disabilità?

È stata implementata la Didattica a Distanza per garantire ai bambini e ai ragazzi la continuità e per portare a termine il programma scolastico senza rientrare più in aula. I valori che fanno parte del nostro agire quotidiano come il semplice stare insieme, improvvisamente non erano più possibili. La socialità, però, è uno degli elementi fondamentali del fare la scuola. La Didattica a Distanza non potrà mai corrispondere a tutti i bisogni dei nostri giovani perché la scuola non è un semplice apprendimento di nozioni e concetti, ma rappresenta una vera e propria palestra di vita per le nuove generazioni dove i ragazzi imparano ad affrontare le difficoltà, costruiscono relazioni e legami con i propri coetanei e i professori, condividono la quotidianità, le emozioni, le scoperte e crescono ed imparano insieme.

Ausili, sussidi, dispositivi per gli studenti sono stati forniti dalle scuole?

Le scuole ferraresi hanno fatto lo sforzo di dare agli alunni in difficoltà ad uso gratuito praticamente tutta la strumentazione informatica che possedevano. E per questo va un grande riconoscimento a tutti i presidi, i docenti e gli educatori che sono sempre rimasti vicini ai loro alunni mantenendo vivo il legame che li unisce e supportandoli nelle difficoltà legate all’emergenza. A questo si aggiungono azioni coordinate dall’Istituzione Scolastica, attraverso l’U.O. Integrazione e in collaborazione con il consorzio Factory Grisù, che ha coinvolto aziende private ed associazioni di volontariato nella raccolta e nella donazione di diversi computer a favore dei ragazzi privi di strumentazione adeguata per la didattica a distanza. Le nostre azioni ovviamente non si sono esaurite e stiamo portando avanti altri progetti, sostenuti dalla Regione e dal Ministero dell’istruzione, volti al superamento del digital divide attraverso uno stretto raccordo con gli istituti scolastici e con l’obiettivo di garantire le stesse opportunità di studio a tutti i bambini e ragazzi indipendentemente dalle condizioni di vita, familiari, sociali ed economiche.

Gli studenti con disabilità sono in contatto anche con gli altri docenti? Se sì, come e con quale frequenza?

Il contatto con i docenti e i referenti degli istituti scolastici per l’integrazione scolastica non solo non si è mai interrotto ma, anzi, si è intensificato per analizzare al meglio i nuovi bisogni dei ragazzi con disabilità e studiare modi e soluzioni per dare continuità ai loro percorsi. Gli educatori insieme ai docenti statali hanno elaborato proposte creative e innovative per i ragazzi, hanno lavorato ai progetti ad hoc per passare gradualmente dalla didattica a distanza agli interventi in presenza, anche in previsione dell’apertura dei servizi estivi.

A inizio aprile lei aveva dichiarato che sarebbe stato ampliato il Servizio Domiciliare per i minori disabili: cosa ci può dire al riguardo?

Grazie all’estensione del Servizio domiciliare sono stati coinvolti circa una trentina di ragazzi in percorsi avviati nella maggioranza dei casi presso le strutture messe a disposizione dalla cooperativa che gestisce il servizio e in alcuni casi presso il domicilio, sempre nel rispetto delle prescrizioni e con l’adozione di specifici protocolli operativi.

Vi è stata dunque la possibilità di didattica in presenza personalizzata per gli studenti con disabilità?

Abbiamo ampliato gradualmente l’impegno degli educatori di sostegno che operano nelle scuole di ogni ordine e grado chiedendo loro di elaborare progetti specifici per i bambini e i ragazzi con l’obiettivo di passare dalla Didattica a Distanza a degli interventi in presenza. Con l’allentamento delle misure adottate dal Governo, si stanno aprendo nuove possibilità di intervento in presenza per i ragazzi con disabilità. Il Comune di Ferrara ha sostenuto il progetto promosso dal Comitato Area Disabili insieme all’Anffas che ha previsto l’apertura del Parco della Vita per accogliervi le persone con disabilità accompagnate dai loro familiari, per offrire loro un’opportunità di sollievo e di svago in questo difficile momento di chiusura delle scuole e dei servizi socio-assistenziali. Con le dovute precauzioni, stiamo inoltre progettando le attività per implementare sempre più gli interventi in presenza, anche in previsione dell’apertura dei campi estivi, predisponendo gli spazi delle scuole e nel pieno rispetto delle prescrizioni di sicurezza ed adottando specifici protocolli operativi ed organizzativi che tutelano la salute degli operatori, dei ragazzi e le loro famiglie.

Cosa si prevede, invece, in vista dell’inizio del prossimo anno scolastico?

Non conosciamo ancora eventuali modifiche organizzative per il nuovo anno. Ma in ogni caso l’attenzione dell’amministrazione è massima, cureremo tutti i dettagli del complesso impianto di integrazione scolastica per gli alunni con disabilità e lavoreremo intensamente con i soggetti gestori con i quali collaboriamo da anni.

Gianni Cerioli, la sua scomparsa lascia un grande vuoto nella cultura ferrarese

25 Mag

cerioli 3La notte tra il 22 e 23 maggio scorsi è deceduto a 77 anni l’ex preside della De Pisis, critico e curatore d’arte instancabile. Lo scorso autunno la collaborazione con la nostra Arcidiocesi per la III edizione della Biennale “don Patruno” per giovani artisti

di Andrea Musacci

La notizia della sua scomparsa ha lasciato allibiti e costernati amici, colleghi ed ex allievi. In poche settimane, dopo Renzo Melotti, se ne va un altro grande del mondo artistico ferrarese: Gianni Cerioli, 77 anni, è venuto a mancare per un infarto nella sua abitazione di Coronella la notte tra il 22 e il 23 maggio scorso. Curatore e critico d’arte, autore, indimenticato preside della scuola media “De Pisis” di viale Krasnodar, lascia la moglie Antonia e il figlio Tito Manlio. Tra i tantissimi incarichi, tra le molteplici collaborazioni in ambito artistico-culturale, alcune delle quali portava ancora avanti, ricordiamo quelle nell’Unicef provinciale, con la Fondazione Caricento, di cui era membro nel Comitato di Indirizzo, e per cui coordinava il Premio letterario riservato proprio all’infanzia. Ma collaborava anche con il Vergani, l’Istituto di Storia Contemporanea, il Museo Magi 900 di Pieve di Cento, con varie gallerie artistiche cittadine – fra cui il Carbone e, fino alla chiusura, Cloister -, oppure Al Tréb dal tridèl, solo per citarne alcuni. Lo scorso ottobre Cerioli aveva curato l’esposizione della III edizione della Biennale per giovani artisti dedicata a don Franco Patruno, ospitata dall’Istituto di Cultura “Casa G. Cini” di Ferrara.

cerioli artisti 2La mostra, inaugurata il 10 ottobre ed esposta fino al 25 dello stesso mese, è stata sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cento, in collaborazione con il Comune di Cento e con il patrocinio della nostra Arcidiocesi. Mostra che poi, da metà dicembre a metà gennaio scorso, è stata ospitata al Magi 900. Ricordiamo alcune delle parole che Cerioli pronunciò durante il vernissage della mostra: “sono contento di essere riuscito a far tornare don Franco qui a Casa Cini. Questa Biennale è stata pensata da anni per essere ospitata in questo luogo, che sta tornando sempre più ad accogliere attività culturali e artistiche”. Grande è stata la passione che aveva messo anche in questo progetto: il suo pensiero era costantemente rivolto ai giovani artisti, nella volontà di farli emergere. E sempre vivo era il suo ricordo dell’amico e collega don Patruno. Forte era il suo desiderio di portare, anche quest’anno, la Biennale a Casa Cini e di organizzare insieme altre proposte in questo luogo da lui amato. Non ne ha avuto il tempo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it 

Mostra di Banksy a Ferrara. Ma l’artista non l’ha autorizzata

25 Mag

banksySul sito del celebre writer inglese, la mostra di riproduzioni di sue opere annunciata da Sgarbi per fine maggio a Palazzo dei Diamanti, compare tra quelle dichiarate “fake”, “false” dall’artista

Banksy, artista dall’identità ignota, arriva a Ferrara. O meglio arrivano riproduzioni di alcune sue opere. Ma senza il suo consenso. Quella che sembrerebbe una situazione surreale, è realtà. Il Comune di Ferrara, insieme agli organizzatori Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea in collaborazione con Associazione Culturale MetaMorfosi, hanno ufficializzato che Palazzo Diamanti dal 30 maggio al 27 settembre 2020 ospiterà, come ha dichiarato il Direttore di “Ferrara Arte” Vittorio Sgarbi, “la prima mostra italiana dedicata a un autore così noto ad aprire” dopo la chiusura per l’emergenza (corsivo nostro, ndr). Mostra dal titolo “Un artista chiamato Banksy”, che già riporta, sulla locandina ufficiale, il timbro con la scritta “Unauthorized” (“Non autorizzata” dall’autore). Il writer inglese, originario di Bristol, considerato uno dei maggiori esponenti della Street Art, è noto per le sue corrosive incursioni in alcuni musei e sui muri di grandi città. Ma non è nuovo anche per partecipare, sempre indirettamente e nell’anonimato, a dispute con musei che ospitano mostre con sue opere. Due anni fa sul suo profilo Instagram dichiarò: “Non faccio pagare per vedere la mia arte, ma non penso di essere la persona giusta per lamentarsi se qualcuno pubblica qualcosa senza permesso”. Sul suo sito web (https://www.banksy.co.uk/shows.asp) compare una lista di esposizioni col suo nome da lui dichiarate “fake”, “false”. Questo il testo che accompagna la lista: “Il pubblico dovrebbe essere consapevole del fatto che c’è stata una recente ondata di mostre su Banksy, nessuna delle quali è consensuale. Sono state tutte organizzate senza che l’artista ne fosse a conoscenza o senza che fosse stato coinvolto. Vi preghiamo quindi di approcciarvi a queste mostre di conseguenza”. Fra queste, da un po’ di tempo il writer ha inserito anche quella di Ferrara. In attesa che la polemica monti anche nella nostra città, ricordiamo un caso simile col MUDEC (Museo delle Culture) di Milano. Gli organizzatori della mostra “Banksy. A visual protest”, in programma da novembre 2018 ad aprile 2019 – anch’essa nella “black list” sul suo sito -, furono citati in giudizio dalla Pest Control, società che detiene il diritto di agire per conto dell’artista, per utilizzo non autorizzato del nome, riferendosi in particolare al merchandising legato all’esposizione. Il Museo meneghino si difese affermando: “non sono presenti lavori sottratti illegittimamente da spazi pubblici, ma solo opere di collezionisti privati di provenienza certificata”. Sulla questione si pronunciò il giudice del Tribunale di Milano, che diede ragione alla Pest Control per quanto concerne l’utilizzo del nome dell’artista sui gadget, venduti nel bookshop del museo, che furono quindi immediatamente ritirati. In tribunale è stato portato anche il catalogo della mostra, a causa delle riproduzioni fotografiche delle opere presenti su di esso, ma in questo caso la questione è più complessa, in quanto non sarebbe possibile dimostrare che, insieme al diritto di proprietà, sia stato ceduto anche quello di riproduzione.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it 

“Negli USA da sempre alcune vite sono considerate sacrificabili. Per questo la pandemia ha fatto meno impressione”: parla Massimo Faggioli

18 Mag

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a cura di Andrea Musacci

Razzismo, diseguaglianze sociali, costose assicurazioni sanitarie, forte crisi occupazionale (gli ultimi dati parlano in questo periodo di circa 30 milioni di posti di lavoro persi). E una Chiesa purtroppo ancora divisa. Drammi all’interno del grande, inarrestabile dramma della pandemia da Coronavirus che ormai da tempo registra gli Stati Uniti come il paese col più alto numero di contagiati e morti al mondo. Ne abbiamo parlato con Massimo Faggioli, storico e teologo nato a Codigoro 49 anni fa, residente a Ferrara dal 1978 al 2008, anno in cui si è trasferito negli USA, dove è docente ordinario nel dipartimento di Theology and Religious Studies alla Villanova University (Philadelphia).

Partendo in generale dalla situazione negli Stati Uniti, dove si contano quasi 90mila decessi e oltre 1.500.000 contagiati per il COVID, che giudizio dà dell’operato del Presidente Trump nell’affrontare questo dramma?

La presidenza Trump è una tragedia nella tragedia, ovviamente. Ma c’è anche la crisi del sistema-paese con uno scontro tra livello federale e livello degli stati, e il crollo della capacità della politica di prendere decisioni politiche e di politica industriale capaci di fronteggiare l’emergenza. Gli Stati Uniti sono arrivati impreparati, insieme a molti altri paesi occidentali. Ma ci sono differenze importanti rispetto a questi altri paesi. Una prima differenza è che negli USA c’è ancora la tendenza a considerarsi il paese migliore del mondo – che è una cosa che ovviamente non è più vera, specialmente dal punto divista del sistema sanitario e dell’aspettativa di vita. Questa tendenza rende incapaci di imparare dagli altri. Una seconda differenza è che negli USA la pandemia colpisce come le altre malattie colpiscono negli USA: in maniera radicalmente diversa a seconda delle etnie e razze, perché alla stratificazione etnica del paese corrisponde ancora – e sempre di più – una stratificazione economico-sociale con gli afroamericani e i latinos in fondo alla scala. Quelli in fondo alla scala socio-economica muoiono prima e più facilmente, in tempi normali come anche in questa emergenza. Una terza differenza è che in America si è abituati a sentire notizie di morti che si potevano evitare (dovuti a mancanze del sistema sanitario, ma anche le sparatorie nelle scuole). Da questo punto di vista, qui in America la pandemia ha fatto meno effetto rispetto ad altri paesi perché da sempre alcune vite vengono viste come meno importanti e quindi sacrificabili sull’altare della politica e dell’economia. Su questo alcuni vescovi, ma non tutti, hanno parlato in modo chiaro.

Vi è anche il problema di un sistema sanitario complessivo non adatto a situazioni come l’attuale?

Il sistema sanitario privato è ottimo, ma solo per chi se lo può permettere grazie a costose assicurazioni sanitarie. La riforma sanitaria di Obama ha migliorato la situazione ma non l’ha cambiata in modo strutturale. Uno dei paradossi della situazione attuale è che la pandemia ha sospeso le procedure non urgenti, che sono quelle che fanno reddito nel sistema sanitario privato. Il risultato è che nel bel mezzo della pandemia un numero spropositato di personale medico e paramedico ha perso il lavoro negli Stati Uniti.

In genere, i cittadini come hanno reagito e come stanno reagendo?

In America c’è un culto della libertà che è diventato una cultura libertaria, per cui tutto quello che le autorità impongono come limite alla mia libertà (specialmente libertà economica e di impresa) diventa totalitarismo o comunismo. Le immagini più scioccanti sono state quelle di bande armate (legalmente) che hanno occupato parlamenti locali chiedendo di sospendere le misure anti-pandemia. Sono minoranze estremiste, ma purtroppo sono sostenute da gran parte del partito repubblicano e anche dal presidente Trump. Questa cosa in Italia non c’è stata.

La Chiesa, invece, come si organizza nel sostegno e nell’aiuto alle drammatiche conseguenze sociali, economiche e psicologiche che si hanno e si avranno?

C’è un grande sforzo di venire incontro ai bisogni straordinari generati dalla crisi. Ma c’è anche un ostacolo diverso rispetto all’Italia e all’Europa, dove molte chiese sono “chiese di stato” e quindi ricevono aiuti dallo stato. Qui in America ogni chiesa deve sopravvivere sul mercato delle religioni con le donazioni dei membri, e quindi le capacità di aiutare sono molto diverse a seconda delle chiese. La crisi economica significherà per alcune parrocchie cattoliche come anche per altre chiese un crollo delle donazioni e quindi renderà impossibile la loro sopravvivenza.

“La realtà è che non ci sono abbastanza risorse per curare tutti, anche nella prima economia del mondo. Non abbiamo abbastanza ventilatori e non abbiamo sufficienti posti letto in terapia intensiva e questo ha costretto e costringerà gli operatori sanitari a scegliere”. L’analisi è di Charlie Camosy, professore associato di bioetica all’università di Fordham. Che dimensioni sembra avere questo fenomeno? E come sta rispondendo la Chiesa?

La chiesa ha reagito in ordine sparso perché per un certo numero di cattolici l’istinto politico è quello di proteggere il presidente Trump e il partito repubblicano in quanto partito anti-abortista. Il problema è che quella cultura politicamente anti-abortista non significa necessariamente una cultura a favore della vita. Una serie di prese di posizione di cattolici repubblicani pro-Trump hanno criticato gli eccessi di prudenza e hanno spinto per una riapertura di tutte le attività. La voce della chiesa cattolica statunitense è divisa anche nell’emergenza pandemia: ci sono cattolici che hanno abbracciato una posizione scettica rispetto alla scienza – una posizione più vicina a quella di certe chiese fondamentaliste.

Qual è la sua impressione riguardo a come il popolo cattolico ha reagito e sta reagendo all’impossibilità a partecipare alle celebrazioni? E come la questione è affrontata a livello di dibattito teologico?

Quello che manca è una certa creatività pastorale: ci si limita a messa e rosario online. Qui in parrocchia speriamo di poter fare di più, come per esempio la catechesi per bambini e la lectio divina per giovani e adulti. Ma tutto si è focalizzato sulla messa, come in una equazione tra liturgia e messa, come se non ci potesse essere liturgia senza messa. In Italia, in confronto, c’è stato un dibattito e contributi di pensiero e pubblicazioni molto più interessanti rispetto agli USA.

Spostiamoci ora nello specifico della comunità dove vive, quella di Philadelphia: qual è la situazione del contagio, e quella socio-economica in questo periodo? La Chiesa locale come si è organizzata per venire incontro ai bisogni materiali e spirituali?

Noi viviamo nei sobborghi di Philadelphia in cui quasi tutti sono bianchi o asiatici, e la malattia ha colpito in modo marginale. Ma abbiamo avuto un certo numero di casi anche nella nostra comunità parrocchiale. La situazione è ben diversa in città, con molti più casi, ma anche nella vicina comunità residenziale dei gesuiti alla St. Joseph’s University, a quattro chilometri da qui, dove sono morti sei padri gesuiti. La chiesa locale si è attrezzata bene. La nostra parrocchia ha creato una task force (di cui faccio parte) per immaginare la riapertura: tra chiesa, cimitero e scuola (dai 3 ai 14 anni, la scuola che frequentano i nostri figli), la parrocchia ha quasi cento impiegati.

Lei e la sua famiglia – in particolare i bambini – come state vivendo questo periodo?

I bambini (che hanno 8 e 5 anni, ndr) intuiscono che è molto improbabile la nostra venuta in Italia questa estate. È la cosa più dolorosa per noi perché è l’appuntamento a cui guardano e di cui parlano nel resto dell’anno. Ci stiamo attrezzando per fare scuola di italiano a casa, dopo che avranno finito la loro scuola online – che per me e mia moglie è la cosa più complicata e stancante di tutte in questo periodo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it 

Fragilità da quarantena: conseguenze psicologiche del lockdown e problemi di riadattamento

18 Mag

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Inchiesta sui risultati dalle varie forme di supporto dell’ASL a operatori sanitari, giovani, famiglie e persone con dipendenze patologiche nei primi due mesi dell’emergenza Coronavirus

a cura di Andrea Musacci

A distanza di due mesi dall’inizio dell’emergenza da Coronavirus, col conseguente lockdown e la quasi totale limitazione delle attività cosiddette “in presenza”, quali sono le prime analisi a livello psicologico che si possono tentare nel nostro territorio? E quali ipotesi si possono iniziare a fare – per le prossime settimane e i prossimi mesi, in vista di un sempre maggiore ritorno alla “normalità” – riguardo alle difficoltà di determinate persone a “riadattarsi” o a superare fragilità emerse o acutizzatesi in quarantena? Partendo da queste domande fondamentali, abbiamo rivolto alcuni quesiti specifici ai diversi referenti delle Aree del Dipartimento Salute Mentale e dello “Spazio Giovani” dell’AUSL di Ferrara. I dati e le analisi raccolte si riferiscono indicativamente al periodo compreso tra il 16 marzo e il 9 maggio scorsi e riguardano precisi ambiti di utenza: in questa prima fase dell’emergenza, infatti, ogni Area ha predisposto, quasi sempre a distanza, forme differenti di sostegno psicologico.

Sostegno psicologico per gli Operatori Sanitari

Protagonisti della “Fase 1” dell’emergenza (e, in parte, anche della “Fase 2”) sono gli Operatori Sanitari. Nonostante la nostra provincia continui a registrare un numero di deceduti e di contagiati inferiore rispetto al resto della Regione (al 16 maggio, sono 978 i positivi e 155 i deceduti ferraresi), per limitare il disagio e lo stress di medici, infermieri e OSS direttamente coinvolti nell’emergenza, il servizio di Psicologia Clinica Territoriale Adulti dell’Azienda USL (afferente all’Area psichiatria adulti del Dipartimento Salute Mentale) ha organizzato una forma di “sostegno psicologico online”. Sono stati 25 gli Operatori che hanno contattato il servizio, di cui oltre il 90% di sesso femminile. La metà dei contatti si è risolta con la prima telefonata di consultazione (della durata di circa 30-40 minuti e l’acquisizione di informazioni utili). La restante metà, invece, ha richiesto interventi successivi (contenimento emozionale, individuazione di strategie di fronteggiamento del problema, psicoeducazione per affrontare la situazione). Le situazioni che hanno richiesto più attenzione si riferiscono a Operatori che sono entrati in uno stato d’ansia quando è stato comunicato loro che sarebbero andati in un reparto COVID: il timore di non essere adeguati al nuovo compito ha inizialmente prevalso. In particolare, si è registrato un numero consistente, fra i 25 in questione, con il timore di essere contagiati e di portare il contagio in famiglia ai propri cari. In alcune situazioni l’ansia si è trasformata in un vero e proprio panico con blocco psicomotorio. Altre chiamate sono poi rappresentative di un carico emotivo eccessivo determinato dalla situazione, con l’ansia come stato d’animo prevalente. Dal servizio ci riferiscono anche della possibilità che da qui a qualche mese ci possa essere in alcuni operatori sanitari più direttamente coinvolti nell’emergenza un effetto di rimbalzo, cioè “un disturbo post traumatico da effetto di ritorno”. Uno scenario, più in generale, caratteristico di tutte le situazioni eccezionali e portatrici di uno stress fuori dalla norma.

Supporto psicologico nella popolazione in generale

Se la solitudine è stata una delle cifre di questo periodo, soprattutto in negativo nei termini di isolamento, le soluzioni per affrontare questo aspetto non potevano mancare. Per questo, il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL ferrarese ha attivato una collaborazione con la “Società Ferrarese di Psicologia” dal 16 marzo fino al 9 maggio e con l’associazione “Progetto San Giorgio” dal 14 aprile per garantire supporto a distanza a chi in questa fase poteva particolarmente soffrire il venir meno di relazioni e contatti diretti con famigliari, amici, colleghi o con la schiera di persone che normalmente si incontrano nella quotidianità. 90 i primi contatti totali, perlopiù ripetutisi fino a tre volte, avvenuti via telefono, mail o social (Facebook) a cui sono seguite sia telefonate sia videochiamate a seconda delle possibilità tecniche dell’utente e delle sue competenze. “La richiesta più frequente – ci spiegano dal servizio – è sicuramente la paura del contagio con lo sviluppo a volte di paure irrazionali o manifestazioni ipocondriache. Una buona parte delle reazioni ansiose o depressive si sono manifestate in persone che avevano qualche forma di fragilità emotiva. Per una piccola parte dei contatti – proseguono nell’analisi – si può immaginare una difficoltà di ripresa nella seconda fase. Sono quelle persone che hanno sviluppato reazioni depressive e che faticano a staccarsi dal supporto psicologico dopo il numero di chiamate concordato con lo psicoterapeuta”. La “Società Ferrarese di Psicologia”, che sta portando a conclusione i casi in essere, ha attivato una consulenza comprendente tre colloqui della durata di un’ora ognuno, con la possibilità di replicare il ciclo. “Ad oggi 54 utenti ci hanno contattato – ci spiegano – grazie soprattutto alla promozione effettuata attraverso i social network, e abbiamo svolto oltre 200 consulenze con una media di 4 colloqui a persona”. Le 38 donne e i 16 uomini – dai 27 agli 80 anni, e di ogni estrazione sociale – che si sono rivolti al servizio hanno evidenziato “sintomi di natura ansiogena (attacchi di panico, paura per il futuro, paura della contaminazione), un senso di solitudine rispetto al fenomeno del distanziamento sociale, l’elaborazione del lutto traumatico da COVID e sintomi depressivi”. Attraverso colloqui di carattere psicoeducativo (telefonici o via Skype), la “Società Ferrarese di Psicologia” ha “cercato di sostenere una rielaborazione emotiva e di stimolare una ‘pensabilità’ resiliente. Abbiamo offerto un contatto con una modalità di caring (‘prendersi cura’), per accompagnare le persone a dare un senso a ciò che stavano vivendo”. “La maggioranza delle richieste di supporto – ci spiegano invece dal “Progetto San Giorgio” – sono state avanzate da donne, di età e stato civile differenti. Molte di queste hanno chiamato da 1 a 3/4 volte. La solitudine, i ritmi rallentati, il silenzio hanno dato voce alle paure, ai demoni, al mal di vivere di tante persone. Alcune sono operatori sanitari operanti prevalentemente negli ospedali di Cento e Argenta; alcune di loro a casa infettati in quarantena, o familiari degli stessi”. “I casi di Covid positivo, in quarantena – proseguono – hanno sviluppato disturbi d’ansia con frequenti attacchi di panico, difficoltà nella regolarità dei pasti, dimagrimento importante e disturbi del ritmo sonno-veglia”. Riguardo, invece, alle donne in generale rivoltesi al servizio, “molte hanno evidenziato un bisogno di ascolto e di supporto esasperato dalla quarantena, alcune in condizioni di solitudine esistenziale, con a carico un familiare invalido o malato, altre sposate ma non considerate nella loro ansia e paura dai mariti o dai figli; altre ancora, sfiancate dall’abbattimento dei confini tra ruolo di madre, moglie e donna che lavora”.

Supporto psicologico per persone con dipendenze patologiche

Il Servizio per la Prevenzione e cura delle Dipendenze Patologiche (Ser.D) del Dipartimento di Salute Mentale nel periodo di lockdown ha attivato un nuovo servizio per aiutare le persone con dipendenze patologiche, pur mantenendo, a differenza degli altri Supporti (tornati attivi non solo a distanza da lunedì 18 maggio, in forma contingentata e controllata), il servizio in presenza. “In questi ultimi due mesi – ci spiegano – il Ser.D ha registrato un notevole aumento delle telefonate di pazienti, per la necessità di quella presenza fondamentale che gli aiutasse a non crollare del tutto. Sono inoltre aumentate le visite a domicilio, in particolare per i pazienti le cui condizioni fisiche, compromesse da anni di uso di sostanze, non erano compatibili con gli spostamenti, e per non esporli al rischio di contagio”. Infine, l’isolamento forzato ha “paradossalmente” abbattuto il ricorso al gioco d’azzardo, per l’impossibilità di recarsi in bar o tabaccherie. Il problema si ripresenta ora che questi esercizi sono riaperti”.

Sostegno Psicologico alle famiglie con minori

Per offrire un sopporto alle famiglie di minori in difficoltà, gli Psicologi della U.O. di Neuropsichiatria Infanzia Adolescenza del Dipartimento Integrato Salute Mentale Dipendenze Patologiche dell’ASL, si sono resi disponibili alle famiglie con minori attraverso un nuovo servizio di consulenza telefonica. Sono state 22 le chiamate di genitori preoccupati per la difficoltà di gestione dei figli minori in questo periodo di convivenza “forzata”. Si è trattato spesso di interventi di “psicoeducazione” al genitore, nei quali l’aiuto pratico e immediato si è accompagnato a consigli specifici. “Un lavoro psicoeducativo – ci spiegano – è stato effettuato anche su 3 ragazze adolescenti che hanno contattato il servizio, con forme diverse di somatizzazione conseguenti al timore di essere state contagiate, e quindi accompagnate al Pronto Soccorso”. Infine, vi sono state anche chiamate relative a violenza assistita all’interno dell’ambito famigliare, quindi da parte di donne vittime dell’aggressività del coniuge o convivente in presenza dei figli. Casi, questi, in parte dirottati al Centro Donna Giustizia.

Supporto psicologico “Spazio Giovani”

Per tutti i giovani dai 14 ai 24 anni – e relativi adulti di riferimento – è stato rafforzato il Consultorio dello “Spazio Giovani”, con l’apertura di uno spazio di ascolto online. “Abbiamo raccolto 25 richieste tramite telefono o videochiamata – ci spiegano – da studentesse e studenti fra i 17 e i 23 anni. Tutti hanno deciso, successivamente, di proseguire i colloqui. Il bisogno prevalente emerso è stato quello dell’ascolto e della richiesta relazionale, ma sono emersi anche problemi di ansia, tristezza, depressione e disturbi dell’umore. La domanda dei familiari, invece, riguarda soprattutto aspetti di comunicazione coi propri figli”. Anche in questo caso, “per alcuni dei giovani utenti si teme un problema di riadattamento al periodo successivo”. Per questo, in collaborazione con il Tavolo Provinciale Adolescenti, si stanno individuando progetti, strategie e modalità dirette e fruibili per raggiungere il più possibile gli adolescenti, considerato anche il termine dell’attività scolastica. Infine, “i giovani già in carico prima dell’emergenza sono monitorati con colloqui programmati in base al bisogno”.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it 

Banco Alimentare Ferrara, “cento famiglie in più chiedono assistenza”

13 Mag

Leggi l’intervento di Fabrizio Fabrizi, Presidente del “Centro di Solidarietà-Carità” di Ferrara, sul sito de “la Voce di Ferrara-Comacchio”

volontari 2Lavoratori stagionali del mare, piccoli artigiani, donne delle pulizie, colf, badanti, baby-sitter, ma anche giostrai, cassintegrati, donne e uomini che hanno perso il lavoro.

È la nuova – o meglio, sempre più folta – schiera dei cosiddetti “nuovi poveri”, persone che fino a prima dell’inizio dell’emergenza da Coronavirus nelle analisi e nelle statistiche ufficiali rappresentavano una porzione di quella fascia cosiddetta “a rischio povertà”. Ora che la crisi, sempre meno latente, fa sempre più paura, molti di loro sono costretti, per mantenere se stessi e le proprie famiglie a rivolgersi a quegli enti o associazioni benefiche dedite integralmente all’aiuto e alla vicinanza ai più poveri.

Una delle associazioni più importanti nel nostro territorio è il “Centro di Solidarietà-Carità”, che, collaborando col Banco Alimentare di Imola, da oltre 20 anni (a Comacchio da 16) rifornisce costantemente di generi alimentari numerose associazioni/enti caritativi convenzionati (attualmente 72, più della metà delle quali, Caritas parrocchiali), permettendo loro di raggiungere e assistere quasi 11.000 bisognosi nella nostra provincia. Ma il Centro di Solidarietà-Carità assiste anche direttamente diversi nuclei famigliari. Mai, però, tanti come quest’anno: l’anno scorso, dal magazzino presso il MOF di via Trenti, concesso gratuitamente dal Comune di Ferrara, sono transitati e subito distribuiti 755,780 kg di derrate alimentare per un valore commerciale stimato in 1.500.000 euro. Il Centro di Solidarietà-Carità, che nel 2019 assisteva direttamente 180 famiglie per un totale di 462 persone, nelle ultime settimane ha ricevuto richiesta di assistenza da parte di ulteriori 100 famiglie con più di 350 componenti. Quasi il doppio. Per fortuna l’impegno dei tanti volontari si è solo ridotto (per le comprensibili limitazioni), ma l’opera soprattutto di tanti giovani (delle Superiori e universitari) è continuo.

“E’ una emergenza, e non solo di cibo, a cui stiamo cercando di rispondere in forza di una presenza già esistente nella nostra Provincia”, ci spiega Fabrizio Fabrizi, Presidente del “Centro di Solidarietà-Carità” di Ferrara. L’emergenza di per sé non è buona, non è augurabile, ma è il frangente in cui il cuore dell’uomo la fa sua, rendendola occasione di un cambiamento”.

banco al 1 copiaCambiamento che in queste settimane è avvenuto anche nel cuore di molte persone: basti pensare a i tifosi della “Curva Ovest” della SPAL, che hanno raccolto e donato 2.500 euro in prodotti al Centro, ma anche alle donazioni pervenute da Rotary Club di Copparo, Dattero Luce Sas, ESA Professional, Gruppo Ferrante, Bauli Spa, Simoni Frutta Srl, Bia Spa, Azienda Agricola Vallier, amici dell’associazione “Giulia”, oltre a singoli cittadini. Infine, a inizio maggio un aiuto è arrivato anche dall’Amministrazione comunale di Ferrara, che ha ripartito 15mila euro fra tre diversi enti del Terzo settore: oltre ai 5 mila alla Caritas diocesana e i 2mila all’emporio “Il Mantello”, ben 8mila sono spettati al Centro di Solidarietà-Carità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” del 13 maggio 2020

 

Triplicati i poveri che chiedono aiuto a Viale K

11 Mag

Raffaele Rinaldi: “mensa, distribuzione pacchi viveri e dormitorio sempre attivi. Ma le istituzioni devono aiutarci”

viale k 3A due mesi dall’inizio dell’emergenza, la situazione di molti nuclei famigliari col passare del tempo si aggrava. Ad attutire, almeno in parte, questa “caduta” nelle vite di tante persone è la rete di solidarietà delle associazioni, di cui fa parte anche “Viale K”. “Da circa 20 sono diventate quasi 60 le persone che quotidianamente vengono a mangiare alla nostra mensa” alla Rivana, ci spiega il Direttore Raffaele Rinaldi, e lo stesso vale per la consegna dei pacchi viveri il venerdì pomeriggio. Questi nuovi assistiti sono perlopiù “persone che si mantenevano con qualche lavoretto, o la cui azienda dove lavoravano ha chiuso. Sono italiani e stranieri che hanno visto il Reddito di cittadinanza dimezzarsi – prosegue Rinaldi – o quelli che sono stati esclusi dai ‘buoni spesa’ del Comune di Ferrara” (a fine aprile dichiarati “discriminatori” dal Tribunale di Ferrara, ndr). L’Associazione, però, inizia ad accusare la fatica del periodo: nonostante l’innesto di quattro nuovi volontari e le donazioni di imprese e privati, il forte aumento di assistiti richiederebbe un numero maggiore di forze e più risorse dalle istituzioni. “Viale K – si rammarica Rinaldi – è stata esclusa dalle recenti risorse assegnate dall’Amministrazione Comunale”. Il riferimento è ai 15mila euro destinati lo scorso 5 maggio al Terzo settore (nello specifico, 8mila sono andati al Centro di Solidarietà-Carità, 5 mila alla nostra Caritas e 2mila al Mantello di Ferrara).

raffaele rinaldiAltro capitolo dolente è quello riguardante il Dormitorio ”Villa Albertina” in zona Mizzana: “la struttura ospita una ventina di persone, limite massimo – ci spiega ancora Rinaldi -, costrette anch’esse dalle limitazioni a stare chiuse, con tutte le conseguenze dal punto di vista psicologico per soggetti che spesso hanno problemi di dipendenze”. Nelle ultime settimane, 5 posti che si sono liberati, sono stati occupati da altrettanti “senza tetto”. E a proposito di persone che faticano o faticheranno a trovare una dimora, Viale K si è vista rifiutare, sempre dal Comune di Ferrara, un progetto per accogliere alcuni detenuti che, in questo periodo di emergenza, usufruiranno degli arresti domiciliari. “Alcune di queste persone se non trovano un alloggio, verranno comunque a chiederci aiuto”. Spostando la riflessione più in generale, Rinaldi riflette con noi su come quest’emergenza “stia facendo venir fuori le reali difficoltà della società, quindi chi sono i veri fragili”. Ciò che si può fare, grazie al contributo di ognuno – “è di tornare alla normalità, ma non quella malata di prima, che escludeva gli ultimi. Dovremmo, invece – conclude – ripensare l’intero welfare”. Esiste, anche a Ferrara, una fondamentale rete dal basso di associazioni di volontariato, “ma manca una vera politica sociale: non possono essere quasi solo le associazioni a reggere soprattutto in periodi come questo. Anche nella nostra città, il Comune faccia tesoro di questo patrimonio e lo porti a sistema, cercando fondi regionali e nazionali per sostenerlo”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it .