Mons. Giulio Zerbini figura attenta e sensibile

13 Set

Nel ventennale del ritorno alla Casa del Padre di mons. Giulio Zerbini (1925-2001), un incontro pubblico e un volume ricordano il sacerdote ferrarese

Mons. Giulio Zerbini

“Nella scia di un prete del secolo scorso” è il nome dell’appuntamento pubblico in programma in Biblioteca Ariostea il prossimo 23 settembre. Interverranno Alberto Andreoli, mons. Massimo Manservigi, don Enrico Peverada e don Andrea Zerbini. Quest’ultimo ha curato l’ultimo Quaderno del CEDOC dedicato al sacerdote

Riguardo al primo, si intitola “Nella scia di un prete del secolo scorso: mons. Giulio Zerbini (1925-2001)” l’appuntamento in programma giovedì 23 settembre alle ore 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara (via delle Scienze, 17). Interverranno Alberto Andreoli (Docente e ricercatore storico), mons. Massimo Manservigi (Vicario generale Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio), don Enrico Peverada (Presidente del Centro Italiano di Studi Pomposiani) e don Andrea Zerbini (Presidente dell’Unità Pastorale Borgovado e nipote di mons. Giulio Zerbini).

Andreoli – promotore dell’evento e curatore nel 2002 de “I Buoni studi. Miscellanea in memoria di Mons. Giulio Zerbini”, 27° volume di “Analecta Pomposiana” – farà un breve intervento concentrandosi sugli interessi culturali ferraresi di mons. Zerbini. Gli abbiamo chiesto cos’ha rappresentato per lui il rapporto col sacerdote: «non sarei la persona che sono, non avrei percorso l’itinerario che ho percorso negli ultimi 50 anni, se non lo avessi incontrato. È stato un precettore e un amico. Da qui, il mio personale e forte interessamento affinché la sua figura sia ricordata. Una personalità, prosegue Andreoli, «molto importante non solo per me ma per tantissime persone, dentro e fuori la Chiesa. La vis polemica che emergeva nei suoi articoli su “La Voce” – conclude -, nel tempo è diventata la capacità di porsi come interlocutore attento agli equilibri e alle sensibilità dell’intera cittadinanza, imponendosi come figura sensibile ed esperta per credenti e non». Mentre mons. Manservigi e don Peverada proporranno un ricordo personale, don Andrea Zerbini presenterà la raccolta di scritti di suo zio, pubblicata un mese fa come ultimo quaderno del CEDOC SFR (Centro Documentazione Santa Francesca Romana). Il volume si intitola “Affectus Communionis, un servizio alla comunione ecclesiale”, ed è a cura di Dario Micheletti e dello stesso don Andrea Zerbini. È possibile leggerlo e scaricarlo gratuitamente a questo link: http://santafrancesca.altervista.org/materiali/quad45.pdf Il testo, oltre a un’articolata introduzione di don Zerbini (di cui qui sotto pubblichiamo un estratto), ai testi e agli interventi dello zio (molti dei quali usciti su “La Voce”), contiene anche alcuni ricordi scritti negli anni da Carlo Pagnoni, don Franco Patruno e Gian Pietro Zerbini. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 settembre 2021

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11 settembre 2001: cos’è rimasto vent’anni dopo?

6 Set

Il crollo delle Twin Towers, l’attacco al Pentagono, l’aereo dei passeggeri eroi. Meditazioni su un colpevole oblio

di Andrea Musacci

L’11 settembre di 20 anni fa non è successo niente. Cerco nelle librerie della città e su internet eventuali recenti pubblicazioni sul tema. Nulla. Evidentemente non è accaduto niente, o ciò che è accaduto non era così rilevante da dedicarvi, nel ventennale, pubblicazioni, riflessioni, approfondimenti. Forse, il prossimo 11 settembre, o nei giorni immediatamente prima, sarà trasmesso un qualche speciale in TV, qualche articolo uscirà su riviste e quotidiani. Vi saranno giusto due parole fugaci, il 12 settembre già vecchie, già fuori luogo.E perlopiù saranno legate alla – non meno tragica e importante – questione afghana, quindi all’attualità. A ciò che è “fresco” (in realtà anch’esso già consumato, quindi nuovamente poco o per nulla interessante per i più). Due decadi sono un’eternità per una società come la nostra, la società di Snapchat, il social network dove messaggi, foto e brevi video vengono cancellati automaticamente al termine della visualizzazione da parte del destinatario. 


1. Il trauma dell’11 settembre è stato rimosso.
Nell’epoca del comfort, bisogna rimuovere il terrore di essere spazzati via da un momento all’altro, di bruciare vivi su una torre alta oltre 400 metri, di essere obbligati a gettarsi nel vuoto da altezze vertiginose. Nulla deve più turbarci. Gli stessi ciclici attacchi terroristici nelle città occidentali quasi non fanno più notizia (basti pensare al recente attentato islamista in un supermercato di Auckland, in Nuova Zelanda). 


2. La violenza non ha più parole per essere detta. Quella violenza inattesa, cieca e furiosa degli attentatori islamisti dell’11 settembre, quella collera cosciente e diretta non sappiamo più nominarla con coraggio. È scomparsa. In un’epoca «post-narrativa» qual è la nostra – come la definisce il filosofo Byung-Chul Han -, più in generale la violenza è bandita dal nostro immaginario, dai nostri discorsi, o al massimo relegata all’ambito psichico, medico, giudiziario. E con essa il dolore, la morte. Insomma, il limite.


3. Il perturbante. In tedesco heimlich è ciò che è familiare ma “tenuto nascosto”, rimosso. Al contrario, unheimlich è lo svelamento del rimosso, il perturbante, il traumatico, ciò che disturba. Gli attentatori dell’11 settembre 2001, pur non residenti negli USA, da diversi mesi vi soggiornavano, nascosti, “camuffati” nelle loro reali intenzioni. La loro emersione, l’affiorare del loro desiderio di morte ha rotto, in maniera inaudita e incontrollabile, la stabilità delle nostre esistenze.


4. Far diventare famigliare ciò che non lo è. Nel romanzo di Don DeLillo, L’uomo che cade (Falling Man), il piccolo Justin – figlio dei due protagonisti – e due suoi amici di giochi chiamano “Bill Lawton” colui che hanno sentito nominare ai telegiornali come “Bin Laden”. La pronuncia simile ha fatto mal intendere ai bambini il nome del terrorista, oppure si tratta di un inconscio bisogno di riportare alla normalità, traslando in un rassicurante inglese, l’estraneo e incomprensibile nome arabo? 


5. Nel regno dell’immagine, del mediatico, del virtuale, il corpo tornò centrale. Tanto quello distruttore quanto quello inerme da distruggere (insieme alla maestosa impotenza della torre, luogo fisico sfacciato nella propria grandezza) si riprese la scena. Quasi a dire che vi è qualcosa che resiste al dominio del digitale, dell’istantaneo, del rimovibile. 


6. Il dolore e la passione sono sempre di carne e sangue, prossime. Hanno odore e consistenza, pregnanza, e sono possibili, quindi sempre a noi vicine. E per questo ricercano condivisione, apertura, comunità. Così è stato, l’11 settembre 2001 e nei mesi successivi, sotto quella nube di distruzione, in quella valle di macerie, sangue e strazio. E condiviso non può non essere un discorso sulle profondità del nostro essere umani, del male che ci abita e di che speranza poter vivere.


7. Il Covid-19, per molti aspetti, è opposto alla violenza jihadista. È subdolo nella sua invisibilità, silenzioso, lento e potenzialmente infinito nella propagazione. Si diffonde, non si concentra. Strazia il corpo dall’interno. La guerra che ci invita a fare è falsa, al massimo metaforica, impossibile. Non è, come i truci stragisti di 20 anni fa, un nemico reale, non ha corpo né nome. Allora, nel 2001, l’aria della metropoli fu attraversata da quegli aerei mortiferi. Ora, nella pandemia ormai quasi endemica, l’aria è campo intangibile per il propagarsi del virus. Allora, vivevamo la paura concreta del potenziale terrorista, in aeroporto e non solo. Ora, la fobia che ogni persona a noi fisicamente prossima, possa essere vettore di male, di contagio.


8. “Nulla sarà più come prima”. Tante volte lo si è ripetuto dopo l’11 settembre. Facciamo in modo che sia così, con consapevolezza e conseguente ricerca, sofferta ma inevitabile, su come porsi davanti al dolore inevitabile. La pandemia, di nuovo, ci mette di fronte al limite e al deperimento. Siamo di nuovo disarmati, non tanto di fronte al virus in sé, ma all’imprevisto negativo che trova la nostra società fiacca, sazia e pur vuota, insensibile a tutto ciò che è trascendenza del dato e del materiale.


9. Facciamo che non sia più così. Che non si dimentichi la matrice di quel male – lucida e fanatica nella sua falsa religiosità -, che non si rimuova, ancora, la grande domanda sul vivere e sul morire. Sul mistero insondabile, ineliminabile. Sull’Inatteso e su come ci troverà.

Pubblicato su “La Voce di Ferrrara-Comacchio” del 10 settembre 2021

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Buskers festival “in gabbia”

30 Ago

(Foto Francesca Brancaleoni)


Costretta dentro Parco Massari la bella rassegna musicale svoltasi dal 25 al 29 agosto. Una riflessione

Ristretto e isolato. No: più intimo, sicuro e confortevole. Ha diviso molto i ferraresi la nuova versione “limitata” del Buskers Festival 2021.

Dal 25 al 29 agosto, la rassegna celebre in tutto il mondo si è svolta per la prima – e speriamo ultima – volta nel Parco Massari di corso Porta Mare. L’anno scorso, invece, venne scelta la formula dei tre concerti a sera per ognuno dei cinque luoghi del centro selezionati (giardino di palazzo dei Diamanti, cortile di palazzo Crema, chiostro di San Paolo, cortile del Castello Estense, palazzo Roverella). Costo del biglietto, 12 euro (l’anno scorso 10). Rilevante la partecipazione di ferraresi e non, com’è nella tradizione di questo festival negli anni sempre più amato anche oltre le Mura estensi.

Ma l’emergenza sanitaria ancora in corso ha sfibrato e stravolto rapporti, creato lontananze. E così, anche per il festival della città di Ferrara, l’anomalia è evidente, l’innaturalità del luogo palese e da non tacere. La rassegna, suo malgrado, assomigliava nei giorni scorsi a un animale, per sua natura selvatico, costretto in gabbia. Suo mondo, invece, è la città, la nostra città, non un – pur suggestivo e accogliente – parco pubblico. Relegato nella quarantena del grande cuore verde, incubo di ogni nomade, il festival si è ritrovato obbligato fra le definite e strette mura di Parco Massari.

Ma il centro di Ferrara non ha angoli, non conosce spigoli, men che meno durante “i Buskers”, inafferrabile e tarantolato vortice che prima di ogni regola rompe le geometrie, ignorando vincoli e percorsi, creando una visionaria e mai del tutto mappabile “città dei musicisti di strada”, un dedalo di slarghi e viuzze. Una rottura del quotidiano che a tutto invitava fuorché alla ripetitività, alla linearità degli spostamenti, a scansioni troppo rigide.

Con un anticipo di qualche mese, all’anno che verrà chiediamo, quindi, di restituire ai Buskers la loro città, e a quest’ultima il piacevole frastuono di quell’anima selvatica.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 settembre 2021

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Circolo Laudato si’ di Ferrara-Comacchio, a breve la nascita

30 Ago
(Foto Pino Cosentino)

Un progetto dal basso: le fondatrici sono sei laiche


“Pensare globale, agire locale” è un celebre slogan degli ultimi anni che ben spiega come l’interconnessione tipica del nostro tempo renda le problematiche comuni e ognuno di noi responsabile per la loro soluzione.

È questa visione a ispirare le animatrici del nascente Circolo Laudato si’ di Ferrara-Comacchio, parte del Movimento Laudato si’ (ex Movimento Cattolico Mondiale per il Clima, nato prima della stessa enciclica di papa Francesco) e che sarà presentato ufficialmente il 3 ottobre nel Monastero Corpus Domini a Ferrara durante i Vespri per il Transito di San Francesco.

Un piccolo tassello di un grande mosaico in continua costruzione dal basso, e che vede i laici in prima linea. Così è anche nel nostro territorio: Giovanna Foddis, Chiara Ferraresi, Alessandra Guerrini, Cecilia Cinti, Arianna Cantoni e Cecilia Gessi sono le fondatrici del Circolo locale nato per sensibilizzare quante più persone dentro la Chiesa sui temi ecologici, sempre in un’ottica ecumenica e interreligiosa e in dialogo con i gruppi ambientalisti già attivi sul territorio.

Un ruolo, quello di animatore/animatrice, aperto a chiunque sia interessato e che prevede la possibilità di partecipare, periodicamente, ad alcuni corsi di formazione. Dopo la Settimana Laudato si’ dello scorso maggio (nella foto, l’incontro alla Stazione Foce del 23), negli ultimi mesi il Circolo ha collaborato all’organizzazione dei primi appuntamenti del Tempo del Creato, in programma il 4 e il 9 settembre, oltre alla Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato prevista per il 26 del mese.

Preghiera, riflessione e azione sono i tre pilastri su cui le animatrici intendono costruire questa piccola “casa”, anzi “tenda”, simbolo del Tempo del Creato, e che meglio rappresenta la sobrietà e la volontà di porsi in cammino nella piena ospitalità, proprio come la biblica tenda di Abramo. E una tenda sarà fisicamente presente nei tre incontri sopracitati, con al proprio interno alcuni pannelli espositivi e la possibilità di firmare la petizione del Movimento Laudato si’ (https://thecatholicpetition.org/it/home-it/).

Il nascente Circolo Laudato si’ di Ferrara-Comacchio ha anche un gruppo WhatsApp al quale già partecipano una 50ina di persone e al quale ci si può iscrivere dal seguente link: https://chat.whatsapp.com/CfbvAjTofHh78MOntOdf3R

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 settembre 2021

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Artisti ferraresi a Norimberga: patto tra Carbone e “Der Kreis”

5 Lug

Il gemellaggio artistico nato nel 2009 ha portato a numerose collaborazioni. Il messaggio del ministro Franceschini: “scambio importante dopo lungo stop”

Pubblicato su “La Nuova Ferrara” il 4 luglio 2021

Padre Enzo Bianchi a Vigarano Mainarda: incontro, comunità e identità

21 Giu

Intervento la sera del 18 giugno: «ascoltiamo per imparare dall’altro»

Vivere un’empatia piena, un’apertura all’altro e al tempo stesso mantenere un’identità chiara. È su questo difficile equilibrio che ognuno di noi, continuamente, gioca la propria sfida con se stesso e la propria comunità. 

Su questo tema la sera del 18 giugno ha riflettuto padre Enzo Bianchi, teologo e scrittore, fondatore della Comunità di Bose di cui è stato priore fino al 2017. Nella chiesa provvisoria di Vigarano Mainarda, invitato dall’Azione Cattolica interparrocchiale e alla presenza anche di mons. Gian Carlo Perego, p. Bianchi ha innanzitutto riflettuto su come «il vivere insieme sia un progetto di vita, un cammino per territori sconosciuti, qualcosa che va sempre verificato: la vera via di umanizzazione attende il contributo di ciascuno». La comunità, quindi, «è il contrario di ciò che è proprietà, appartenenza individuale. È la condivisione del dono, del dovere, della responsabilità, è scambio e reciproca edificazione».

Per p. Bianchi i membri di ogni comunità sono tali se si sentono «bisognosi dell’altro, mancanti, “aperti a”, in un movimento che immette in un circolo di gratuità, uniti non da ciò che hanno ma da un debito che ciascuno vive verso gli altri». In questa dinamica ciò che più importa è non tanto il pur fondamentale aiuto materiale, ma «la nostra presenza, il dono totale di sè». Il contrario della presenza è «l’estraneità, che “uccide” l’altro», di cui, citando  Dostoevskij, «io sono sempre responsabile» e il cui volto, rifletteva Levinas, è sempre da ricercare. Il vero “prossimo” è «a chi mi faccio vicino» fisicamente, pur nella paura, «comprensibile ad esempio nel caso dei migranti, paura che non va derisa». Ciò – per p. Bianchi – non significa «dover abdicare alla propria identità ma nemmeno indurirla, perché l’identità è dinamica, è qualcosa che di continuo si arricchisce». Nessuna autocolpevolizzazione, quindi, «è importante avere un’identità chiara, ma che non sia contro gli altri». Perché ognuno – spesso lo dimentichiamo – condivide con gli altri «la condizione umana, mortale». Per cui «la vita va vissuta come un viaggio di compagni di carovana, di fratelli e sorelle: solo il camminare insieme può dare senso alla vita, solo l’amore può lottare contro la morte».

Spesso – ha sferzato fratel Bianchi – «la nostra carità è presbite: amiamo chi è lontano ma non chi abbiamo vicino», mentre abbiamo in Gesù un esempio concreto, l’esempio della vicinanza della carità, anche col tatto. Lo stesso Papa Francesco continuamente lo dimostra, anche quando «ha incontrato un gruppo di persone trans: quanti cristiani farebbe lo stesso? Il nostro mondo cristiano è stato, ed è, spesso bigotto». Ma «il Vangelo e l’uso della ragione sono i due strumenti per valutare tutto, anche la religione», come molto ha riflettuto e scritto papa Benedetto XVI, che «non venne capito: pensiamo solo alla polemica legata al suo discorso a Ratisbona. Però è vero – ha proseguito p. Bianchi – che Gesù è stato nonviolento, Maometto invece ha fatto delle guerre. La religione cristiana poi, però, si è macchiata nei secoli di violenze e soprusi». Infine, una parola sul vero dialogo, «non qualcosa di passivo ma atto creativo, qualcosa che, sempre sull’esempio di Gesù, dobbiamo reimparare a fare nell’ascolto e nella capacità di domandare».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 giugno 2021

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Cara vecchia Ferrara: un territorio sempre più anziano e spopolato

21 Giu


La ricerca Neodemos per la Cisl: aumentano gli stranieri, calano i giovani e le persone in età lavorativa

Calo demografico, invecchiamento della popolazione, debole ricambio generazionale: è ciò che emerge dalla recente ricerca intitolata “La situazione demografica dell’Emilia-Romagna e le proiezioni al 2050”, realizzata dall’associazione Neodemos per conto di Cisl e Fnp Cisl (Federazione nazionale pensionati) Emilia-Romagna. Un quadro alquanto fosco che sicuramente deve far riflettere sul futuro dell’intero nostro territorio provinciale.


Calo demografico nonostante gli stranieri

«La provincia di Ferrara – è scritto nel documento presentato lo scorso 20 maggio – ha perso quasi circa diecimila residenti negli ultimi cinque anni». Un calo di «oltre il 2,5%, un dato certamente non trascurabile». Se si considera che la popolazione straniera è «in deciso e costante aumento dal 2012» – hanno preso la residenza più di 8600 persone -, «se ne deduce una netta diminuzione della popolazione di nazionalità italiana calata di almeno sedicimila unità. Quindi, da un lato si può ipotizzare che in questa provincia nel medio-lungo termine si potrà assistere ad un aumento delle nascite grazie al contributo delle donne straniere, portatrici di un tasso di fecondità superiore agli standard italiani, dall’altro lato è plausibile un ulteriore calo della popolazione soprattutto nelle fasce di età più centrali e in età lavorativa».«Gli effetti del calo demografico e dell’invecchiamento della popolazione – prosegue il testo – risultano particolarmente accentuate nelle aree interne» della Regione. In particolare, «nel Basso Ferrarese si prevede un calo numerico di quasi tutta la popolazione under 75, accentuando le dinamiche in atto nel resto della provincia di Ferrara».


Sempre meno giovani

A livello regionale i valori dell’indice di vecchiaia previsti nei prossimi decenni «mostrano una chiara tendenza al rialzo almeno fino al 2040» e «si nota una evoluzione particolarmente accentuata nelle province di Ferrara e Ravenna». Il ferrarese «mostra rispettivamente valori che già oggi superano quota 250, vale a dire che ci sono cinque persone over 65 per ogni due ragazzi under 14». Gli over 65 rappresentano il 28,5% del totale. Nella nostra provincia «la presenza di giovani, in proporzione a quella di persone anziane, è già calata in questi ultimi anni e la tendenza non sembra destinata a invertirsi neanche in un orizzonte di futuro breve».Al contrario della nostra, la vicina provincia di Modena – che in generale ha prospettive migliori -, «vedrà un più accentuato aumento della popolazione anziana ma, al contempo, registrerà anche un aumento del numero di giovani». Inoltre, la ricerca spiega come «il deciso processo di invecchiamento che caratterizza la provincia di Ferrara, porterà a un verosimile aumento del numero di persone vedove».Dati negativi per il ferrarese anche per quanto riguarda la speranza di vita – «sebbene segue il trend regionale in aumento, mantiene ancora oggi valori inferiori di circa 1 anno» rispetto alle altre province – e del tasso di fecondità: «la situazione della provincia di Ferrara resta critica, con valori che già da 5 anni rasentano la soglia del 1,2». Altre provincie sono sopra l’1,3-1,4.


Conseguenze del Covid

Per quanto riguarda la pandemia, «a livello regionale – è spiegato nella ricerca – i territori più colpiti da questo fenomeno sono stati il piacentino che ha fatto registrare un aumento del 62,8% rispetto alla media dei cinque anni precedenti, il parmense con un aumento del 53,3% e il riminese con un incremento del 24,5%. Al contrario, la provincia di Ferrara è stata meno coinvolta dall’emergenza, almeno dal punto di vista dei decessi». Questo elemento positivo «sembrerebbe scontrarsi con una realtà in cui la percentuale di persone anziane è piuttosto elevata rispetto al totale». «Potrebbe essere probabile che tali valori siano dovuti alla minore densità della popolazione nel territorio ferrarese, un aspetto che ha così indirettamente favorito il distanziamento fisico e di conseguenza del numero di contagi».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 giugno 2021

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Quando la SPAL era di Caltanissetta

14 Giu

Calcio. Nel campionato regionale siciliano 1944/1945, seconda classificata è la “SPAL Caltanissetta”, composta da militari. È il Colonnello Chiapponi, di origini ferraresi e grande tifoso della squadra estense, a scegliere questo nome per la compagine nissena mentre in Sicilia era a capo del 16° Reggimento Artiglieria della Divisione Sabauda. Una vicenda insolita, tra luci e ombre


di Andrea Musacci

L’amore intramontabile per la SPAL, un ferrarese se lo porta con sé ovunque il destino lo conduca. È molto più di una fede calcistica, qualcosa da dichiarare e difendere in ogni modo. Più di due anni fa vi avevamo raccontato la storia inedita della squadra della SPAL fondata da ferraresi esuli a Buenos Aires nei primi anni ’50 (v. “La Voce” del 5 ottobre 2018). Ora vi raccontiamo la vicenda della “SPAL Caltanissetta”, squadra di calcio che nella stagione 1944/1945 arrivò seconda, dietro il Palermo, nel campionato calcistico siciliano. Una squadra formata da militari provenienti dalla Sardegna e da diverse zone del Nord Italia, facenti parte del 16° Reggimento Artiglieria della Divisione Sabaudia. Reggimento guidato dal Colonnello Chiapponi, ferrarese doc che, per omaggiare la squadra della sua città, aveva pensato bene di assegnare lo stesso nome alla compagine di Caltanissetta, prima chiamata Unione Sportiva Nissena, successivamente Nissa Sport Club e dal 1999 Nissa Football Club (attualmente milita in Eccellenza, in passato è arrivata fino alla Serie C). Chiapponi inizialmente chiamò la squadra “Divisione Sabauda SPAL”, per poi privarla della denominazione militare lasciando solo “SPAL”. Il presidente era il Rag. Pasquale Sedita, l’allenatore il giocatore più anziano, Servetto. 

Dopo due stagioni in Serie C – nel 1941/’42 e nel 1942/’43 – , anche l’U. S. Nissena è fermata per un anno dalle sospensioni delle competizioni a causa della guerra, che riprenderanno solo nel dicembre ’44. Ed è in questo periodo, nella Sicilia occupata, che al ferrarese Chiapponi viene l’originale idea di esportare, seppur solo per una stagione, il marchio SPAL fin nell’isola. La SPAL – racconta Giovanni Di Salvo nel libro “Il pallone al fronte. Gli anni di guerra in Sicilia raccontati attraverso lo sport” (Bradipolibri ed., 2020), – era una «macchina da reti e dalla difesa impenetrabile, che aveva destato un’ottima impressione in tutto l’arco del campionato». Ma com’era nata questa “SPAL Caltanissetta”?

«Nell’estate del 1943 – è scritto ancora nel volume -, per disposizione dello stato maggiore italiano, vennero trasferiti in Sardegna tutti i militari di origine sarda allo scopo di arginare e respingere l’eventuale sbarco alleato che si temeva potesse avvenire in quell’isola. Così le Divisioni Sabauda, Calabria e Nembo, che lì stanziavano, furono imbottite di soldati sardi. Dopo l’armistizio, la Divisione Sabauda, nel novembre 1943, fu trasferita in Sicilia con ordini di sicurezza interna». Nel campionato siciliano del 1944-1945, il girone D vedeva le seguenti squadre: U. S. Virtus et Robur Catania, S. S.Etna Catania, U. S. Megara 1908 di Augusta, A. S. Siracusa, U. S. Notinese di Noto, e, appunto, SPAL Caltanissetta. La rosa della SPAL Caltanissetta era formata sicuramente dai seguenti giocatori-militari: Alessandrini, Costanzo, Cirlì, Galli, Menegatti, Pala, Bozzar, Giorda, Badas, Servetto, Atzeni, Anichini, Fossi, Speranelli e Brainich. Alcuni di loro avevano giocato in società professioniste.

Le prime due classificate di ogni girone accedevano ai gironi di semifinale, mentre la finalissima del campionato consisteva in un quadrangolare tra le prime due classificate dei gironi di semifinali. Nel girone D, accedono alle semifinali (in programma dal marzo ’45) la SPAL Caltanissetta (al primo posto) e l’A. S. Siracusa (seconda). Entrambe finiscono nel girone B di semifinale. La finale col quadrangolare viene giocata da queste 4 squadre: Palermo, Alcamo, Siracusa e SPAL Caltanissetta. Il 1° luglio 1945, nella terza e ultima giornata del girone di ritorno del quadrangolare finale, allo stadio “Michele Marrone” di Palermo (che poi cambiò il nome in “La Favorita” e “Renzo Barbera”) si gioca la sfida decisiva tra i padroni di casa e la SPAL Caltanissetta: finirà 2-0 per il Palermo a tavolino per squalifica. Alcuni episodi, infatti, getteranno un’ombra oscura su questa esperienza. Soprattutto una in particolare, la “Strage del pane”.


Lo “spallino” che raccontò la verità sulla “Strage del pane”

La Divisione Sabauda del Regio Esercito fu protagonista della triste vicenda della “Strage del pane” (o “Strage di Via Maqueda”), avvenuta nella zona di via Maqueda a Palermo il 19 ottobre 1944. Fu una delle prime stragi documentate durante la campagna d’Italia, un episodio che aumentò il consenso della popolazione nei confronti del separatismo siciliano e accelerò la nascita dell’EVIS – Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia.

I militari appartenenti al 139º Reggimento fanteria “Bari” (provenienti dalla 47ª Divisione fanteria ”Bari” e dal 30 settembre 1944 utilizzati per costituire la IV Brigata Sicurezza Interna) che si trovavano davanti a Palazzo Comitini (allora sede della prefettura e oggi della provincia), spararono ad altezza uomo e lanciarono due bombe a mano contro una folla di civili che protestavano per la mancanza di cibo e lavoro e la mancata ricostruzione dei palazzi distrutti. Il bilancio dell’eccidio fu di almeno 24 morti e ben 158 feriti, tra cui due donne e alcuni minori. Furono deferiti al tribunale militare un sottotenente, tre sottufficiali e 21 soldati, ma nel 1947 la sentenza derubricò le accuse a «eccesso colposo di legittima difesa». Il generale Giuseppe Castellano (l’uomo che l’8 settembre del 1943 aveva firmato l’armistizio di Cassibile) era il comandante della divisione Sabauda, da cui dipendevano i militari del 139° Reggimento Fanteria, responsabili della Strage del Pane. Una famigerata circolare di quegli anni consentiva ai militari di sparare ad altezza d’uomo, in presenza di adunate sediziose. Per troppo tempo, il generale Castellano e i Governi dell’epoca accreditarono la versione ufficiale, secondo la quale i militari della 139 fanteria sarebbero stati “aggrediti dai separatisti” e nessuno avrebbe ordinato di sparare. Dopo 50 anni, la verità venne a galla e la versione ufficiale fu totalmente smentita. «Leggendo i tabellini delle partite – spiega ancora Di Salvo nel libro – risulta tra i suoi giocatori anche un difensore che fa di cognome Pala e pertanto potrebbe trattarsi di Giovanni Pala, uno dei militari appartenenti al Reggimento coinvolto nella feroce repressione della “Strage del pane”, che grazie a una intervista rilasciata nel 1995 portò alla luce la verità sull’intera vicenda». Nel 1995, infatti, il sardo Giovanni Pala affidò alle colonne del quotidiano “l’Unità” una clamorosa confessione per un vero scoop: «In Via Maqueda non era in corso alcun assalto», disse. «Eppure, quando la nostra colonna raggiunse alle spalle la folla, il tenente diede l’ordine di scendere dai mezzi e di caricare i fucili. Tutto accadde in pochi istanti; i soldati che erano in testa al convoglio cominciarono a sparare ad altezza d’uomo e a scagliare bombe. Fu il terrore, una scena bestiale».


La SPAL squalificata perde il campionato siciliano

Ma veniamo a episodi meno tragici, pur negativi per la SPAL sicula. «La SPAL – racconta Di Salvo – era una compagine forte e spigolosa in tutti i sensi. L’amichevole del 3 settembre 1944, giocatasi a Palermo, era stata sospesa al decimo della ripresa per il ritiro degli ospiti. (…) L’importanza della posta in palio non fece che accentuare i precedenti dissapori tra rosanero e nisseni. Dunque la SPAL, a sorpresa, decide di non presentarsi. Il Palermo, che fino alla sera precedente aveva accettato di aumentare la quota in denaro spettante agli spallini pur di far svolgere l’incontro» fa distribuire sugli spalti un volantino dove spiega l’«ignobile ricatto dei dirigenti della SPAL». «Questa proposta, evidentemente, non era stata sufficiente per accontentare i nisseni che pretendevano di far giocare Brainich (squalificato a vita dalla FIGC) e Malinverni, che aveva disputato il campionato come tesserato della Diana (squadra di Paternò, ndr). Il Comitato siculo, quindi, delibera la vittoria per 2-0 dei rosanero e, oltre a comminare multe a carico della SPAL, sospende dall’attività la società di Caltanissetta, diffidando le altre società dal partecipare a gare con essa e proponendo alla FIGC la radiazione dai ruoli federali». L’8 luglio il Palermo viene premiato come vincitore del Campionato siciliano.

Un finale di stagione inglorioso per la compagine nissena con il nome che rimanda alla nostra città, terra di ricordi e nostalgie del misterioso Colonnello Chiapponi.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 giugno 2021

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Don Emanuele Zappaterra sarà missionario fidei donum

14 Giu

Da novembre vivrà a Victoria (diocesi di Gualeguaychú) in Argentina. Realizza così la vocazione di una vita. Lascia Malborghetto, l’Ufficio Vocazioni e Vita Consacrata. Andrà nella zona delle ferraresi suor Celestina Valieri e suor Irenea Baraldi

di Andrea Musacci

I 25 anni di sacerdozio don Emanuele Zappaterra lì festeggerà compiendo ciò che, da una vita, sente come sua vocazione profonda: quella di diventare sacerdote missionario fidei donum. Il nostro Arcivescovo, infatti, a febbraio ha accettato la sua richiesta di andare a vivere in Argentina, per la precisione a Victoria, provincia di Entre Rios, diocesi di Gualeguaychú, suffraganea dell’arcidiocesi di Paraná, dove si trasferirà a fine novembre. In questa Diocesi troverà le ferraresi suor Celestina Valieri e suor Irenea Baraldi.

Dopo il rientro nel 1997 di don Francesco Forini dalla missione di Kamituga in Congo e di don Carlo Maran da Parauapebas in Brasile, la nostra Diocesi non aveva più avuto missionari diocesiani fidei donum. Maria Giovanna Maran è stata, in questi anni, l’unica fidei donum, ma laica, da Ferrara-Comacchio.

Don Zappaterra dal 2018 è parroco a Malborghetto di Boara e a Boara. È anche Direttore dell’Ufficio per la Pastorale delle Vocazioni e dell’Ufficio per la Vita Consacrata, Canonico del Capitolo della Cattedrale, nonché Assistente spirituale di IBO Italia. Nato a Ferrara il 4 giugno 1971, è stato ordinato sacerdote nella nostra città il 12 ottobre 1996. Vice parroco a S. Maria del Perpetuo Soccorso dal 27 ottobre 1996 all’ottobre 1999, poi vice parroco a Quacchio sino al marzo 2001, fino al 2005 è stato parroco a Coronella e Madonna Boschi. «Già in questo periodo – racconta a “La Voce” – desideravo partire come missionario, ma pensavo soprattutto all’Africa o all’Asia, avendo riferimenti missionari quali padre Matteo Ricci o San Francesco Saverio. E poi era ancora viva la memoria dell’esperienza missionaria di don Alberto Dioli in Congo».

Ma in questo periodo don Emanuele viene chiamato da don Andrea Zerbini, allora alla guida del Centro Missionario Diocesano, grazie al quale viene a sapere che la ferrarese suor Irenea Baraldi, missionaria dal 1982 in Argentina, aveva ricevuto la richiesta dal Vescovo di tornare in Italia, dopo un breve rientro nel nostro Paese, con un sacerdote italiano. Anche grazie a incontri con missionari in Bolivia o alla testimonianza di un’altra ferrarese, Suor Celestina Valieri, dal 1990 missionaria in Argentina, don Emanuele si sente sempre più chiamato dall’America Latina, meta che prima non aveva considerato. Nel 2001 un altro momento importante è la sua celebrazione della prima Messa in Diocesi per la comunità latinoamericana della nostra provincia, che inizierà a seguire pastoralmente, iniziando così anche a imparare lo spagnolo. Dal giugno 2005 al 2 gennaio 2007 è parroco a S. Giovanni Bosco-Raibosola a Comacchio e Assistente dell’Oratorio cittadino Pio XII°. Nel 2006 don Emanuele ha l’opportunità di passare un mese a Laguna Naick Neck in Argentina da suor Baraldi: «dopo due settimane che ero lì – ci racconta – mi sentivo a casa mia. La mia consapevolezza di quale fosse la mia vocazione crebbe ancora».

Dal 2007 è parroco a Masi S. Giacomo-Montesanto, dove prova a coinvolgere alcuni ragazzi per una futura missione. Proprio nel 2007 trascorre un altro mese a Laguna Naick Neck insieme a una ragazza neodiplomata: «ospite di una famiglia che gestiva una pompa di benzina, ho fatto esperienza di come vivono loro, oltre a fare attività con le suore di suor Baraldi e alla pastorale». La stessa suor Baraldi l’anno successivo viene trasferita a Entre Rios, proprio dove don Emanuele andrà a vivere dal prossimo novembre.

Nel 2009 don Piero Tollini muore, lasciando fondi per la carità e le missioni: don Andrea Zerbini, esecutore testamentario, destina una parte proprio alle suore in Argentina per progetti di aiuto ai bambini e ai ragazzi poveri a El Campito (zona di Entre Rios). Don Zappaterra compirà un altro viaggio in Argentina, a El Campito per vedere il progetto realizzato e a Laguna Naick Neck.

Il 15 agosto 2011 diventa parroco di S. Agostino a Ferrara e dal 2012 Direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano, riuscendo a far diventare Maria Giovanna Marian laica fidei donum in Brasile. Dal 2014 al 2018 è Rettore del Seminario Arcivescovile: una volta lasciato l’incarico, inizia a parlare a mons. Perego del suo desiderio di partire missionario. A inizio 2020 don Emanuele fa un’esperienza con IBO in Perù, per poi recarsi anche in Ecuador. A fine 2020 avviene un’accelerazione positiva: da un sacerdote di Gualeguaychú, che aveva ospitato a Malborghetto, viene a sapere del recente cambio del Vescovo, e della volontà del nuovo pastore di conoscerlo. In una videochiamata gli spiega il progetto nella Diocesi in Argentina, che poi esporrà allo stesso mons. Perego, il quale, dopo una profonda riflessione, darà il suo consenso alla partenza di don Emanuele. I primi di settembre don Emanuele lascerà gli incarichi in Diocesi, il 12 settembre partira per Verona dove fino al 16 ottobre fara un periodo di preparazione nella sede della PUM –  Pontificia Unione Missionaria. Dopo il rientro in Diocesi, probabilmente durante la Veglia missionaria di fine ottobre riceverà dal Vescovo il mandato missionario. Un mese dopo, circa il 22-23 novembre, partirà per Victoria, vicino Buenos Aires, nella provincia di Entre Rios, dove si trova anche il Santuario di Nostra Signora di Aránzazu: qui don Emanuele aiuterà i sacerdoti, oltre a svolgere vera e propria opera di evangelizzazione in una terra povera e dove in alcune zone le comunità riescono ad avere la S. Messa pochissime volte l’anno. Oltre a ciò, a don Emanuele è stato anche chiesto di collaborare con l’equipe formativa del Seminario dicoesano di Gualeguaychú.

«Quando ormai non ci pensavo più, mi hanno chiamato a partire in missione», conclude don Emanuele emozionato. «Spero che questa esperienza possa rappresentare anche un’importante apertura missionaria per la nostra Arcidiocesi, magari ospitando in Argentina saltuariamente sacerdoti e seminaristi». Della famiglia di don Emanuele rimangono la madre vedova (il padre è deceduto nel 2018), che vive in zona Krasnodar a Ferrara, due sorelle (una vive a Casaglia, l’altra a Quartesana) e cinque nipoti.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 giugno 2021

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Persona, comunità e cura collettiva del creato: al Ferrara Film Corto Festival dibattito sull’ambiente

14 Giu


Il 10 giugno alla Racchetta di Ferrara, mons. Perego è intervenuto in un confronto col Rabbino Caro e con diversi giovani presenti. Emersa l’importanza di agire subito

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Riflessione biblica e politica, proposte concrete per il nostro territorio e sguardo ampio a livello globale. L’incontro svoltosi la mattina del 10 giugno a Palazzo della Racchetta in via Vaspergolo a Ferrara ha tentato, nelle due ore in cui si è svolto, di abbracciare quanto più possibile la maggior parte degli aspetti e dei livelli riguardanti il tema della cura e della salvaguardia del creato. Protagonisti del confronto, il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e il Rabbino Capo della Comunità di Ferrara rav Luciano Meir Caro, moderati da Mattia Bricalli, Direttore del Ferrara Film Corto Festival – all’interno del quale si è svolto l’evento – insieme a Eugenio Squarcia (alias Lucien Moreau).

Il concetto di ecologia integrale è stato al centro dell’intervento di mons. Perego: «non bisogna esasperare l’ambiente a danno della persona, nè viceversa: ambiente e persona vanno sempre insieme. Oggi invece c’è una vera e propria dissociazione tra uomo e creato, l’uomo è diventato padrone e non custode della natura. Il modello neoliberista dominante – ha proseguito – non preserva questo rapporto fondamentale». Basti pensare ai casi dell’Amazzonia, del Congo, o a quello dell’Ilva di Taranto, «dove non si è riusciti a coniugare la difesa del lavoro con quella della salute». Al contrario per mons. Perego è sempre più necessario valorizzare i luoghi della comunità, difendere i beni comuni, naturali e non. «A rischio è la vita di tutti, ognuno è responsabile degli altri, dei propri fratelli e sorelle. Vanno dunque cambiate anche le “strutture di peccato”. Per questo è importante la politica, sono centrali le istituzioni e il ruolo della collettività».

E di conseguenza è fondamentale e urgente ripensare la città, l’urbanizzazione, rivalorizzando anche la campagna – con il suo contatto più pieno, diretto, con l’ambiente naturale, con i suoi ritmi più lenti -, attraverso un sistema di servizi e di luoghi di aggregazione che faciliti una ripopolazione. Tema, quest’ultimo, emerso in uno degli interventi dal pubblico, quello di una ragazza, presente in sala insieme a diversi altri suoi coetanei.«Nessuno è un’isola, ma legato agli altri», ha esordito rav Caro per introdurre il tema della responsabilità: «Dio ha dato all’uomo il compito di completare la Sua opera prendendosi cura della creazione, garantendone la sopravvivenza». «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» è scritto in Genesi 2,15. Per Caro, inoltre, «preservare il creato per le future generazioni significa anche non intervenire sulle leggi di natura per tentare di modificarle», come a volte purtroppo avviene nell’ambito della bioetica. «Siamo all’anno zero, occorre una rivoluzione», ha riflettuto il Rabbino nella parte conclusiva del dibattito. «Non bastano più le parole. Portiamo concretamente nel presente i principi che Dio ci ha dato. Anche le grandi religioni hanno avuto gravi mancanze in questo ambito».

Alla presenza anche di mons. Perego, subito dopo sono intevenuti la cantante Irene Beltrami e il musicista Matteo Tosi per presentare il loro nuovo album “Anima reale” (di cui con loro abbiamo parlato nel numero dello scorso 23 aprile). Beltrami, lo ricordiamo, è anche la voce solista del brano “Laura canta insieme a noi” dedicato a Laura Vincenzi. Lei stessa ha riflettuto sull’importanza della tutela dei beni comuni – tanto naturali quanto culturali e spirituali -, mentre Tosi ha posto l’accento sull’importanza, nella musica come nella cura dell’ambiente, del concetto di armonia: armonia tra uomo e natura, negli ambienti creati dall’uomo, nella natura.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 giugno 2021

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