Le città luogo privilegiato per la guerra: da Dresda a Gaza, la morte delle leggi e dell’umanità

2 Apr
Foto Jaber Jehad Badwan – Wikipedia (urly.it/31f9ss)

SPAZIOCIDIO. Il 23 marzo il secondo incontro del ciclo organizzato da Rete Pace e Laboratorio Pace – UniFe. Relatori, Gianfranco Franz e Alessandra Annoni: «le ecatombi urbane di ieri e di oggi, contro ogni norma di diritto internazionale»

di Andrea Musacci

Siamo abituati a immaginare la città come spazio di incontro, spazio vitale, di flussi di persone e merci. Ma in molte parti del mondo è ancora oggi spazio da conquistare, da saccheggiare, da distruggere.

Su questo lo scorso 23 marzo in Biblioteca Ariostea a Ferrara hanno riflettuto Gianfranco Franz (pianificatore, Università di Ferrara) e Alessandra Annoni (giurista, Dipartimento di Giurisprudenza di UniFe). L’incontro “La città nella storia: da nicchia ecologica dell’umanità a vittima di conflitti” è il secondo del ciclo dal titolo “Spaziocidio: dalla Palestina alla metropoli globale”, ed è stato introdotto da due dei curatori dello stesso, Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara) e Alfredo Morelli (Laboratorio per la Pace, UniFe).

Il concetto di città come «nicchia ecologica dell’umanità» è una definizione coniata dall’urbanista Francesco Indovina nel 1999. Per «nicchia ecologica» si intende «una porzione di ecosistema dove alcune specie convivono e si sviluppano», ha spiegato Franz. Per Indovina, la città da alcune decine di migliaia di anni è luogo dove si concentrano alcune delle relazioni dell’homo sapiens: il potere, la ricchezza, la conoscenza, l’innovazione tecnologica, gli scambi. «E ciò oggi è ancora più forte, dato il continuo aumento di residenti – a livello mondiale – nelle città». Franz ha poi citato il libro Spaziocidio dell’architetto israeliano Eyal Weizman (riedito nel 2022) e Jane Jacobs, antropologa e attivista USA morta nel 2006, che negli anni Sessanta denunciò le trasformazioni immobiliari a New York. In particolare, studiò l’uso delle infrastrutture come «strumento di separazione classista e razzista all’interno delle città», il cosiddetto zoning. «E oggi anche Israele sta usando l’urbanistica per separare, segregare, allontanare i palestinesi», ha commentato il relatore.

Dall’altra parte, per Franz, «nella storia grazie alla città abbiamo raggiunto determinati livelli di civilizzazione, di libertà, occasioni di lavoro, di emancipazione e di incontro per masse di persone». Ma la città è anche «il luogo privilegiato per scatenare le guerre». Si pensi alle bombe israeliane sul Libano, e al «tentativo di Israele di controllare il fiume Litani» per appropriarsi dell’acqua, come del gas metano nel mare: il governo israeliano sta infatti considerando di terminare l’accordo con il Libano sul confine marittimo, come dichiarato dal Ministro Eli Cohen. Accordo che fu stipulato, con la mediazione USA, da Libano e Israele, e col quale si decise che il giacimento di gas di Karish sarebbe andato a Israele e quello di Qana al Libano. Franz ha poi citato altri casi di guerre nelle città, da quella ad Aleppo, in Siria, nel 2015, nella guerra scatenata nel 2011 dall’allora presidente Obama e dalla Segretaria di Stato Hillary Clinton, «che armarono l’ISIS provocando la reazione dell’altro potere criminale, quello di Assad». Vi è poi la guerra in Libia, o in Afghanistan dal ‘79. E i 38mila attacchi aerei compiuti dalla NATO (senza mandato ONU) nel 1999 sulla Repubblica Federale di Jugoslavia, inclusa la capitale Belgrado, attacchi durati 78 giorni e avvallati anche dall’allora Governo D’Alema, che vedeva l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel doppio ruolo di Vicepresidente del Consiglio e Ministro della Difesa. Senza considerare «anche l’uso di proiettili all’uranio impoverito». Proseguendo, Franz ha citato la prima guerra nel Golfo, dal ’92 al ‘96 l’assedio di Sarajevo e andando più indietro nel tempo i massicci bombardamenti “occidentali” su Dresda, Berlino, Leningrado e Stalingrado. E le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki (la prima all’uranio, la seconda al plutonio): «bombe gettate anche come sperimentazioni, per testarne gli effetti». Due casi evidenti di «fine della città come “nicchia ecologica”»: due casi di «ecatombi urbane».

«Esistono comunque norme che regolamentano la guerra urbana, anche se in molti casi non vengono applicate», ha spiegato Annoni. A partire dal Regolamento dell’Aja del 1907, contro il bombardamento di città non difese e contro il saccheggio; e la IV Convenzione di Ginevra del 1949, che riguarda anche la protezione dei civili in territori occupati, cioè di persone non attive militarmente nel conflitto armato. E oltre a queste norme, «esiste un non codificato “diritto delle genti”, cioè principi di umanità fondamentali a protezione dei civili, dei beni civili, dei beni culturali, dei beni di culto, degli ospedali e di edifici ritenuti indispensabili per la sopravvivenza delle popolazioni». Un problema a parte è quello riguardante il tema dei cosiddetti “scudi umani” – involontari o volontari -, «anche se nella guerra urbana è spesso difficile distinguere i primi dai secondi». Le norme internazionali condannano anche gli attacchi indiscriminati e i bombardamenti a tappeto, e tutelano il principio di proporzionalità, per evitare o limitare i “danni collaterali”. Esiste poi il principio di precauzione e quello di umanità. Ma la realtà è che la guerra per sua natura è quasi sempre cieca, perché antitetica, ad ogni norma morale più o meno codificata.

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Se la turistificazione rende le città un brand

La gentrificazione di ieri e di oggi è stata al centro di un Seminario di Peace Studies, il Dottorato Nazionale in Studi per la Pace, svoltosi in modalità mista lo scorso 25 marzo e che ha visto come relatore Franz, pianificatore di UniFe. Franz ha riflettuto su “Le città fra dinamiche sociali e di mercato. Il confronto fra un classico degli studi urbani e l’opera di ‘un debuttante’ ” e l’incontro è stato moderato da Giuseppe Scandurra (docente di Antropologia a UniFe). I due libri citati nel titolo sono Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane di Jane Jacobs e Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano (L.A.D., 2025) di Antonio Di Siena.

Jane Jacobs è stata un’antropologa e sociologa urbana, trasferitasi dalla Pennsylvania ai bassifondi – slum – di New York, in particolare a Greenwich Village. Siamo negli anni ’60 e gli USA vivono un momento di crescita economica. Contrapposto a Jacobs c’è Robert Moses, urbanista e pianificatore urbano, «incarnazione del capitalismo modernista – ha spiegato Franz -, che capì la centralità dell’automobile nello sviluppo statunitense e ideò quindi ampie arterie di comunicazione, vere e proprie autostrade dentro New York. Per questo progettò di demolire alcuni quartieri popolari, nei quali abitavano neri, italiani, proletari e piccolo borghesi. Un vero e proprio sistema di pulizia urbanistica, un’opera di zoning, cioè di segregazione urbanistica e quindi di creazione di ghetti etnici». Ma Jacobs si mise a capo degli abitanti di questi quartieri popolari, facendo nascere i primi organismi di partecipazione. Nel ’68 lei e i residenti riescono a vincere questa battaglia contro Moses e il suo progetto di sventramento e sopraelevazione. Ma non potranno vincere la guerra, con l’avanzare della gentrificazione/plastificazione dei loro quartieri, divenuti, soprattutto il Greenwich Village, luoghi turistici. «Un destino ben diverso da quello immaginato da Jacobs».

Dai danni del sistema capitalistico negli States a quelli nell’antica Europa, con l’analisi del libro di Di Siena: siamo in Grecia, Paese vittima delle politiche di austerità europee, un Paese distrutto, dopo la crisi di 15 anni fa, con «le privatizzazioni, la destrutturazione del mondo del lavoro, la morte dello stato sociale». E, effetto di tutto ciò, a livello urbanistico con un processo di gentrificazione/turistificazione che «ha permesso di requisire molti appartamenti – con gli ufficiali giudiziari chiamati dalle banche – poi venduti in aste digitali e spesso comprati da acquirenti/fondi esteri», con l’obiettivo di lucrarci trasformandoli in alloggi turistici. Pur nelle diversità, il parallelo con la New York dopo le lotte di Jacobs, è importante. Di Siena nel libro analizza infatti questi fenomeni di turistificazione di Atene, di altre località greche e del Sud Italia, raccontando gli sfratti nella capitale greco e introducendo il concetto di “Stato-merce”: «il turismo viene visto come volàno distorcente di un’intera economia e lo Stato diviene debolissimo, inesistente». Per questo, allo Stato è chiesto «di diventare un brand, di trasformare le città in merce, del tutto a servizio dei turisti e ignorando i bisogni reali di chi le abita». Abitanti che, di conseguenza, «sempre più arretrano e in alcuni casi vengono anche espulsi». Le città – ha chiosato Scandurra – «diventano location di eventi culturali, e il patrimonio (anche Unesco) spesso diviene spazio di natura commerciale e mediatico». Inevitabile pensare al centro di Ferrara e all’intera città sempre più ridotta a marchio da vendere ai turisti e agli investitori esterni, da ultimo con l’occupazione del Listone per il mega palco di Mediaset. E riguardo alle espulsioni degli abitanti, il pensiero non può non andare al Grattacielo, “ghetto” sacrificato sull’altare del profitto.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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«La guerra è fatta solo di vittime»: racconti dal mondo in conflitto

31 Mar

“Testimoni di guerra: operatori sanitari e giornalisti, bersagli sul fronte” il titolo del seminario svoltosi a Ferrara lo scorso 28 marzo

L’orrore della guerra, di ogni guerra, anche oggi, è stato il tema del seminario svoltosi la mattina dello scorso 28 marzo nella Sala ex Refettorio di San Paolo a Ferrara. Il Seminario dal titolo “Testimoni di guerra: operatori sanitari e giornalisti, bersagli sul fronte” è stato organizzato da Ordine Giornalisti e Fondazione Giornalisti Emilia-Romagna insieme a Ufficio Stampa del Comune di Ferrara, Assostampa FE e “Sanitari per Gaza – Ferrara”. Tanti i presenti. Dopo il saluto di Antonella Vicenzi di Assostampa Ferrara, ha introdotto il moderatore della mattinata Alessandro Zangara, giornalista, capo Ufficio Stampa Comune di Ferrara: «oggi – ha detto – nel mondo vi sono 55 fronti globali di varia intensità». Sono 541 i giornalisti uccisi dal 2020 al 2026 su fronti di guerra; e sono numeri in continuo aumento, con 124 giornalisti uccisi nel 2024 e 127 nel 2025. Attualmente sono stimati fra i 500 e i 700 i giornalisti detenuti nel mondo. Sono invece oltre 850mila i civili uccisi nelle guerre dal 2020 al 2026 e 3283 gli operatori sanitari uccisi sui fronti nello stesso periodo, anche in questo caso in aumento (900 nel 2024 e 1100 nel 2025).

Nello Scavo è da tempo giornalista inviato per Avvenire in Ucraina, da pochi giorni invece a Beirut in Libano, da dove nella notte ha registrato un video intervento per l’incontro di Ferrara. «In questi anni – ha detto Scavo – il mestiere di giornalista è molto cambiato, ci sono nuove sfide, derivanti soprattutto dal fatto che i giornalisti sui fronti di guerra rischiano la vita nonostante siano tutelati dal diritto internazionale». Così è anche a Gaza, «dove Israele ci impedisce di accedere, dove da mesi continua a spacciare fake news, e dove le informazioni che ci arrivano, ci arrivano dai palestinesi, molti dei quali sono oppositori di Hamas e da Hamas perseguitati: di alcuni di loro, infatti, non si sa più nulla, sono spariti». In Ucraina, invece, «soprattutto nel lato russo troviamo difficoltà ad accedere, e soprattutto dopo aver denunciato il rapimento di molti bambini ucraini da parte dei russi». A proposito di mistificazione, «il governo russo ha, ad esempio, provato a negare le fosse comuni a Bucha». E la scritta “press” stampata sul giubbotto antiproiettili indossato dai giornalisti ormai lì e in altri teatri di guerra «è diventato un bersaglio». Ma – ha aggiunto Scavo – «a volte siamo bersagli anche nei Paesi democratici»: in Italia, per esempio, «a volte certi giornali pubblicano intercettazioni che riguardano giornalisti, o vi sono indagini e denunce a loro carico, per screditarli, intimorirli, o per intimorire le loro fonti. Questi atteggiamenti rappresentano un attentato alla democrazia».

Sebastiano Caputo è invece il fondatore di Magog, collaboratore de Il Giornale e Dissipatio, e inviato su vari fronti di guerra fra cui Siria, Iran, Russia, Etiopia. In collegamento da Roma ha spiegato la sua esperienza in Siria nel 2021, quando c’era lo Stato Islamico e poi in Afghanistan col ritorno dei talebani. Caputo ha poi analizzato l’esplodere di Instagram come «medium comunicativo che privilegia l’immagine», e le conseguenze di ciò: «gli stessi giornalisti sul campo diventano influencer» o questi «vengono usati come uniche o maggiori fonti dai giornali, anche per il fatto che con la crisi delle vendite gli editori sono tentati di tagliare gli inviati di campo», più “costosi” rispetto agli altri giornalisti. 

A seguire, sono intervenute Enrica Sanna e Alessandra Lazzari della Croce Rossa di Bologna hanno invece riflettuto sul concetto di Diritto Internazionale Umanitario, diverso rispetto al Diritto Internazionale in quanto quest’ultimo regolamenta la comunità internazionale mentre il primo limita i mezzi e i metodi di guerra, imponendo regole alla condotta bellica, proteggendo quindi i civili, il personale sanitario e i soldati feriti o prigionieri. Poi, Silvia Bortolazzi (Sanitari per Gaza – Ferrara) ha introdotto le testimonianze di Ettore Mazzanti, referente Medici Senza Frontiere Emilia-Romagna e di Francesca Di Vece, medico, referente Emergency Ferrara. Mazzanti ha citato alcune guerre terribili come quelle in Sudan, Sud Sudan e Haiti, «Paesi con crisi umanitarie gravissime ma di cui i media principali non parlano», per poi riflettere sulla impossibilità, in molti casi, di poter denunciare tutti i soprusi: «anche noi di MSF non possiamo dire tutto», non per vigliaccheria ma «per impedire che gli Stati responsabili ci caccino impedendoci di svolgere il nostro servizio». È un «compromesso purtroppo necessario, che siamo costretti, ad esempio, a fare anche a Gaza». Di Vece ha poi ricordato che «non esiste una “guerra umanitaria”» perché «l’unica realtà delle guerre sono le vittime» e che «la vera sfida oggi è di raccontare tutti i conflitti, non solo alcuni». Poi, alcuni dati: a Gaza 1 kg di farina ha avuto un aumento di prezzo del 1216% e il 90% degli abitanti è sfollato: «non sono quindi rispettati il diritto al cibo e alla casa». In Ucraina milioni di persone non hanno l’energia elettrica, in Sudan 12 milioni di persone han dovuto lasciare la propria abitazione, e in Afghanistan ci sono 14milioni di mine antiuomo che mettono a rischio la vita di 4milioni di persone. Ma nel mondo le spese militari sono in aumento, 2400 miliardi di dollari, contro i “soli” 224 miliardi spesi per la cooperazione.

Ha preso poi la parola Riccardo Corradini, chirurgo all’ospedale Santa Chiara di Trento, nel 2019 il primo studente occidentale a svolgere l’Erasmus in una università di Gaza, la Islamic University of Gaza. Citando dati OMS del febbraio scorso, a Gaza sono 18 gli ospedali deliberatamente distrutti dall’esercito israeliano, più altri colpiti. Ad essere attaccata, quindi, «è la stessa possibilità di essere curati»: è una delle forme delle cosiddette “morti indirette” (secondo The Lancet, a Gaza nell’ordine di 600mila). Gaza dove «si è sdoganata la possibilità di sterminare operatori sanitari, medici e giornalisti» e dove sono 18500 i pazienti critici (di cui 4mila bambini) che non riescono a ricevere cure adeguate. Per non parlare della «distruzione di scuole e università, delle oltre 320mila case danneggiate, e del milione di persone che ancora oggi vivono nelle tende, con danni respiratori permanenti e la “condanna a morte” conseguente dei più fragili, cioè bambini e anziani». Corradini ha poi raccontato della sua esperienza lo scorso settembre nell’equipaggio della nave Coscience per portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, compresi gli assorbenti per 1 milione di donne, «che da 2 anni non ne possono avere. Noi dell’equipaggio – ha poi denunciato – abbiamo subìto violenze fisiche e psicologiche in carcere dai militari israeliani: se hanno fatto ciò a noi occidentali, non oso immaginare cosa fanno ai palestinesi…». Infine, ha chiarito: «la marina israeliana non aveva nessun diritto di impedirci l’accesso perché non ha il potere di controllo nel mare davanti Gaza e inoltre eravamo operatori sanitari e quindi non avrebbero potuto bloccarci e arrestarci».

Un’altra dura denuncia è poi arrivata da Angelo Stefanini, medico volontario del PCRF – Palestine Children’s Relief Fund, già direttore OMS per i Territori Palestinesi Occupati: «l’occupazione e l’apartheid di Israele – ha detto – sono la causa della povertà e della crisi umanitaria a Gaza e questa occupazione è legittimata da tutti gli Stati che non fanno pressione su Israele affinché cambi atteggiamento e gli forniscono aiuti e assistenza». Stefanini ha poi criticato il cosiddetto “umanitarismo”, cioè il pensare che l’assistenza umanitaria possa sostituire la critica e la trasformazione politica: «l’umanitarismo considera le persone solo come vittime e non come profughi o oppressi» e «non permette fondi per progetti di sviluppo a lungo termine». Lo stesso blocco di Gaza dal 2007 da parte di Israele è un vero e proprio «assedio umanitario».

L’ultimo intervento è stato quello di Bahia Hakiki, neurologa e docente all’Università di Firenze, co-fondatrice dei “Sanitari per Gaza”: «la tortura a Gaza – che è sempre più sistemica e normalizzata – viene in particolare documentata dal 2024, e nel 2025 vi sono state 13 pubblicazioni sul tema, fra cui il report redatto da Francesca Albanese», Relatrice dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi. Inoltre, «spesso medici e operatori israeliani sono complici» di questo sistema di tortura, sistema che è «perlopiù a danno di detenuti e sempre più a danno di minori». Tortura che può essere fisica e/o psicologica e che da ottobre 2023 a oggi ha visto «la morte di una 90ina di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, coi corpi che spesso non vengono nemmeno restituiti alle famiglie o con detenuti che vengono liberati in condizioni psichiche gravi e senza avvisare i loro familiari». Fra le conseguenze della tortura, infatti, vi è «l’impoverimento dei circuiti cerebrali della persona». Questo sistema – ha concluso – «serve quindi a reprimere, da parte del colonialismo israeliano, ogni forma di dissenso e per affermare la propria supremazia». È una forma di «necropolitica, un sistema di morte, un tentativo di distruzione dell’umanità».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2026

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Dietro le luci dello show sul Listone: disagi, proteste, paure ed esclusioni

27 Mar

Tra il primo e il secondo dei fine settimana nei quali il centro storico di Ferrara è svenduto a Mediaset per il suo doppio spettacolo “Battiti Live Spring” e “Super Karaoke”, vi diamo alcuni sprazzi di ciò che questo scempio sta portando. Nei giorni feriali, piazza Duomo è diventata parcheggio per alcuni furgoncini dello staff di Radio 105 (che continua a stazionare lì) e in seguito di cassonetti per la raccolta differenziata; sulla stessa piazza, una piccola area è stata recintata e usata come deposito. La Cattedrale ha dovuto modificare gli orari di alcune Messe, la Curia chiudere il venerdì pomeriggio e la giornata di sabato (come alcuni negozi). La Libreria Libraccio si trova davanti un tir rumoroso in quanto usato come generatore elettrico e il suo porticato nelle giornate dei concerti è stato chiuso fin dal pomeriggio. Venerdì 20, un tir che trasporta liquidi infiammabili attraversa via Mazzini e il passaggio di fianco al palco sul Listone. E dallo stesso, sono stati tolti tutti i lampioni (a parte uno) e ci chiediamo che danni possa subire non solo la Cattedrale ma anche il suo Museo.

Ancora: il Comitato Ferrarese Area Disabili ha denunciato: «quella che dovrebbe essere una festa della musica si sta trasformando in un esempio di esclusione a causa di una progettazione carente e di una gestione dell’informazione approssimativa». Inoltre, i non pochi turisti presenti (anche per le Giornate del FAI), sono straniti e si lamentano di come non riescano a godersi la città che han deciso di visitare. Italia Nostra, FAI e altre associazioni hanno denunciato: «Ciò che sta avvenendo in questi giorni nel centro monumentale di Ferrara supera ogni limite di tollerabilità per chi ha a cuore la storia, la bellezza, lo spessore culturale della nostra città». Ma il Sindaco Fabbri sul suo profilo Facebook ufficiale si preoccupa di scrivere: «sono già disponibili i gadget TIM, partner della manifestazione». Buon Karaoke.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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«Ripubblicizzare il servizio idrico a Ferrara e provincia»

26 Mar

A fine 2027 scadono le concessioni del servizio idrico in provincia di Ferrara. La proposta del Forum Ferrara Partecipata: «un’unica azienda pubblica provinciale»

di Andrea Musacci

Togliere la gestione dell’acqua, bene primario, alla privatizzazione e al mercato: è questo l’obiettivo della nuova campagna pubblica del Forum Ferrara Partecipata, che si pone come obiettivo quello della ripubblicizzazione del servizio idrico a Ferrara e provincia. La mattina del 22 marzo – Giornata Mondiale dell’Acqua – in via Mazzini, ang. via Vignatagliata, il Forum era presente con un banchetto informativo e per l’inizio della raccolta firme. Raccolta firme presentata in un incontro con la stampa lo scorso 19 marzo, al quale sono intervenuti Corrado Oddi, Roberto Piccioli e Marino Pedroni (foto). 

L’urgenza c’è, anche se non parrebbe: a fine 2027 scadono le concessioni del servizio idrico in provincia di Ferrara (oltre a Bologna, Modena e Parma), con 11 Comuni del Basso Ferrarese dove opera CADF (a totale capitale pubblico), mentre nel Comune di Ferrara e in altri 9 dell’Alto Ferrarese il servizio è gestita da Hera, spa multiutility mista pubblico-privato, quindi quotata in Borsa; tradotto: «più attenta a utili e dividendi che al servizio per i cittadini», dicono dal Forum. Manca un anno e mezzo alla scadenza ufficiale, ma «la decisione verrà sicuramente presa nei prossimi mesi». La prima proposta del Forum è di «un’unica azienda pubblica» in tutta la nostra provincia, composta da CADF e ACOSEA Impianti srl – anch’essa a totale capitale pubblico -, che ha la gestione amministrativa e finanziaria delle reti idriche, degli impianti e di altre dotazioni. Alternativa a ciò, potrebbe essere quella di mantenere CADF nel Basso Ferrarese, e nel Comune di Ferrara e nell’Alto Ferrara sostituire Hera con ACOSEA Impianti.

«I Sindaci del Basso Ferrarese stanno già interloquendo con la Regione per mantenere la gestione pubblica del servizio, e noi con le forze politiche», spiega Oddi. Il Forum dimostra poi – dati alla mano – come la gestione pubblica sia anche più efficiente rispetto a quella privata: «nel 2025, per una famiglia composta da 3 persone, una bolletta con CADF è di media di 480 euro, mentre con Hera di 545». Inoltre, «CADF investe di più rispetto a Hera, soprattutto per ridurre il più possibile le perdite della rete idrica (174 euro per abitante all’anno di investimenti, contro i 75 di Hera)». E «le perdite idriche sono di 5,71 m3 / km / giorno, contro gli 8,72 di Hera. Perdite che paghiamo noi con le nostre bollette».

Tutto ciò per non dimenticare un principio fondamentale: l’acqua (e il servizio che la rende disponibile) è il bene comune per eccellenza e quindi il suo accesso un diritto umano fondamentale. Un bene di tutti e non risorsa per i profitti di qualcuno. «Oggi oltre 2 miliardi di persone al mondo non accedono all’acqua potabile necessaria», sono ancora parole di Oddi. Inoltre, «l’acqua è una risorsa sempre più scarsa a causa dei cambiamenti climatici, cambiamenti che non vengono sufficientemente contrastati, con la conseguenza dell’alternarsi di fenomeni siccitosi a quelli alluvionali, oltre allo scioglimento dei ghiacciai e all’innalzamento del livello del mare». E nel Ferrarese ultimamente si è molto parlato dell’erosione della costa e degli effetti nei nostri lidi. Nei prossimi 5 anni, a livello globale, «verrà superato il limite critico dell’innalzamento di temperatura di 1,5° fissato nel 2015 dalla Conferenza di Parigi». Oddi ha poi ricordato il referendum del 12 e 13 giugno 2011, in cui 26 milioni di italiane/i decisero che «sull’acqua non si sarebbe potuto più fare profitto». Un referendum in molti casi tradito, ma che a Ferrara e provincia vide la partecipazione di 65mila elettori, con ben il 94,3% di “Sì” a favore dell’acqua pubblica. «Nel 2011, in occasione del dibattito per il referendum – aggiunge Piccioli -, ci dicevano che la privatizzazione del servizio idrico avrebbe risolto il problema delle perdite idriche: non solo non è andata così, ma oggi – con metà del servizio sul territorio nazionale privatizzato -, queste sono addirittura aumentate dal 30% di 15 anni fa a oltre il 40% di oggi». Inoltre, nel nostro Paese «esistono esempi importanti di servizi idrici pubblici, fra cui i Comuni di Milano, Torino, Napoli e il servizio pugliese».

Pedroni ci tiene poi a ribadire come «l’acqua per sua natura non possa essere considerata una merce ma debba essere gestita dalla comunità, in maniera partecipata»: rimane un trauma la notizia che ci raggiunse, il 7 dicembre 2020, della finanziarizzazione integrale dell’acqua con il lancio alla Borsa di Chicago (la CME – Chicago Mercantile Exchange, la principale Borsa del mondo in questo settore) del primo “future” (contratto) sull’acqua/merce. L’acqua, dunque, «è diventata vettore di potere, mentre è un bene comune e in quanto tale va preservato per le future generazioni, secondo il principio di solidarietà».

Infine, guardando al futuro prossimo, il Forum sta lavorando a un incontro pubblico ad aprile sul tema acqua pubblica, coinvolgerà le scuole del territorio in alcuni momenti formativi e organizzerà altri banchetti per la raccolta delle firme.

Per ulteriori informazioni: mail forumferrarapartecipata@gmail.com

Sito: https://ferrarapartecipata.it/

Facebook: Forum Ferrara Partecipata.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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¡Horripilante! 30 (+1) creature orribili del quotidiano

25 Mar

I mostri contemporanei nel nuovo libro di Marcello Carrà e Andrea Musacci. Presentazione venerdì 27 marzo alle ore 18 nella Libreria “La Pazienza” di Ferrara

[Leggi qui la recensione su Periscopio]

Chi l’ha detto che i mostri appartengono solo alla mitologia o al regno del fantastico?

Partendo da questa convinzione, nasce il libro ¡Horripilante! 30 (+1) creature orribili del quotidiano, con illustrazioni di Marcello Carrà e testi di Andrea Musacci.

Ispirato, alla lontana, all’Historia monstrorum (1642) di Ulisse Aldrovandi, ¡Horripilante! è un piccolo inventario di mostri contemporanei, 30 (+1) esemplari delle centinaia che affollano le nostre realtà quotidiane. Ciascuno di noi, per qualche minuto ogni giorno, si trasforma, volontariamente o no, in una (o più) di queste creature spaventose.

Gli autori si sono chiesti: mostri si nasce o mostri si diventa? Si nasce, verrebbe da dire. Ognuno ha in sé caratteri più o meno marcati che lo distinguono dagli altri. Ma mostri al tempo stesso si diventa: si perde una certa naturalezza, una genuinità. Ci si addobba di idee, suppellettili, manie, vizi e lazzi. Per questo motivo, Carrà e Musacci hanno voluto fare un libro ironico, corrosivo ma non moralistico.

Fra i mostri dell’orrida galleria, i lettori avranno – ad esempio – modo di conoscere Il 100% identitario, L’influencer totale, Il monopattinense, Il sushi-dipendente, Lo speculatore finanziario…

Il libro viene presentato venerdì 27 marzo alle ore 18 nella Libreria “La Pazienza” di Ferrara (via de’ Romei, 38). Per l’occasione gli autori saranno intervistati dalla giornalista Stefania Andreotti.

Il libro sarà acquistabile il giorno della presentazione e successivamente nella Libreria “La Pazienza” e nella Libreria “Libraccio” in piazza Trento e Trieste a Ferrara.

GLI AUTORI

Marcello Carrà (1976), è disegnatore e pittore con all’attivo diverse mostre personali. Lo scorso dicembre ha pubblicato il suo libro Incubus (ed. La Nave di Teseo).

Andrea Musacci (1983), giornalista e scrittore, lavora per La Voce di Ferrara-Comacchio e collabora con varie testate, fra cui Avvenire, Periscopio e Filo Mag.

Benevolenza come azione concreta contro odio e conflitto

25 Mar

Il libro “Vogliamoci bene (oltre la tecnica)” presentato a Casa Cini

Lo scorso 20 marzo Casa “G. Cini” a Ferrara ha ospitato la presentazione dell’importante libro dal titolo “Vogliamoci bene (oltre la tecnica), Saggi sulla benevolenza nelle relazioni sociali”, recentemente pubblicato dall’editrice San Paolo. La presentazione ha visto gli interventi di due ospiti della nostra Diocesi: Roberto de Tilla, Presidente del Forum di Cultura cristiana, curatore del volume che raccoglie diversi interventi; e Gian Guido Folloni, già Senatore e Ministro della Repubblica, nonché giornalista e direttore di “Avvenire” dal 1983 al 1999. 

L’incontro è stato introdotto e moderato da don Augusto Chendi, Direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale della Salute e autore di un contributo presente nel libro. Libro che – secondo don Chendi -«è un caleidoscopio di vissuti e riflessioni in vari ambiti», fra cui la politica, la sanità, lo sport e il volontariato. La benevolenza – ha aggiunto – «è antitetica alla potenza, che non conosce che sé stessa» e all’espressione di quest’ultima, la tecnica. «Non dobbiamo, quindi, smarrire le parole per continuare a sperare»: questo libro può «aiutare a innescare la fatica del pensare e aprire orizzonti di speranza». 

«La benevolenza non è fatta di smancerie o di “politicamente corretto” ma di gesti concreti», ha esordito poi de Tilla. È importante, però, innanzitutto «cambiare le lenti con le quale si guarda il mondo, la realtà». Un’immagine è stata quindi utilizzata dal relatore, quella della donna in gravidanza: «all'”allarme” per un corpo estraneo che cresce al suo interno, lei risponde con amore, con accoglienza, con benevolenza». Come dire: «senza gli altri, senza la relazione, non esistiamo». Relazione che – se autentica – «tende quindi alla benevolenza, che di per sé non può essere né enfatica né astratta».

Folloni ha, invece, cercato di riflettere sul binomio benevolenza-politica, termini che «tra loro non dovrebbero essere inconciliabili». Folloni ha quindi avviato la riflessione partendo dal proprio vissuto personale, dal padre partigiano antifascista, e quindi dalla propria formazione nell’ambito del cattolicesimo democratico -CISL, mondo cooperativo, DC e soprattutto AC.Azione Cattolica, ha spiegato, «che per me ha rappresentato la possibilità di un agire nel mondo da cattolici, un abito di cui non potersi spogliare». Una praxis con al centro «la convinzione che la persona viene prima di ogni convenienza personale. I miei punti di riferimento – ha proseguitoFolloni – sono quindi stati Maritain, Guardini e Rosmini, per andare oltre l’antitesi allora dominante tra liberalismo e socialismo». L’analisi dell’oggi è impietosa: «la politica è spesso conflitto e prevaricazione, e ciò viene alimentato da una cattiva informazione, col conseguente diffondersi dell’individualismo», del rancore e della spettacolarizzazione della violenza e del dolore. Andrebbe invece ripresa l’idea di Rosmini di “benevolenza sociale”, pensando cioè che «il bene degli altri non dev’essere mai vassallo delle mie convenienze personali».

E a proposito di Rosmini, a fine incontro è intervenuto il nostro Arcivescovo mons.Perego il quale ha citato la sua opera “Storia dell’amore cavata dalle divine scritture”, uscita nel 1822, in cui l’autore contrapponendosi «all’illuminismo senza cuore» ripercorre il tema della fraternità da Caino al buon samaritano, cioè «la storia dell’amore di Dio per le donne e gli uomini. La benevolenza – ha aggiunto – fa parte dell’abito cristiano», e «va sempre ricostruita perché siamo sempre segnati dal peccato che ci allontana dall’altro mostrandocelo come nemico». Nell’altro, invece, «posso sempre riconoscere del bene e quindi donargli del bene. Oggi si pensa che la tecnologia sia tutto, invece è il cuore» a essere il centro della vita (si veda la “Dilexit nos”). «L’amore di Dio è all’origine della storia, è la struttura antropologica dell’esistenza, della realtà», e quindi non può non diventare anche «giustizia, politica, volontà di trasformazione delle strutture sociali inique e di costruzione nelle città di luoghi di socialità e di condivisione».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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Luce nelle periferie: al via il progetto “Chiesa casa di tutti”

24 Mar

Il 21 marzo il primo incontro all’Addolorata con 40 presenti: diverse le provenienze e le sensibilità emerse

«Il Signore sceglie le periferie per iniziare», per portare la sua luce. Chi ricorda le «periferie esistenziali» di Papa Francesco?Bene, questa espressione non era un’invenzione di Bergoglio, ma la concretezza di GesùCristo, il suo stile nella vita terrena. Periferie che sono dentro le nostre città, dentro le nostre case, dentro di noi. Ma spesso – per indifferenza o per orgoglio -non le vediamo o le neghiamo. Da qui parte l’iniziativa diocesana intitolata “Chiesa casa di tutti”, promossa dagli Uffici diocesani catechistico e per la pastorale familiare assieme al neonato gruppo “Famiglie in cammino – Ferrara”.

Lo scorso 21 marzo si è svolto il primo dei quattro incontri che si svolgeranno tutti nella parrocchia della Beata Vergine Addolorata, di Ferrara. Il calendario è così strutturato:

Ricordiamo che i prossimi incontri sono in programma (sempre con inizio alle ore 16) il 23 maggio con la meditazione su Mt 4,18-5, 16 a cura di Paolo e Chiara Mantovani, unadelle coppie di coniugi promotrici del gruppo “Famiglie in cammino – Ferrara”; a seguire, il 26 settembre la biblista Silvia Zanconato rifletterà su Mt 15, 21-28, mentre il 10 ottobre avrà luogo un momento conclusivo, dedicato ad un laboratorio di applicazioni pastorali, condotto da don Alessio Grossi.

Ogni incontro prevede anche un momento conviviale e alle ore 18, per chi lo desidera, la partecipazione alla santa Messa. 

Per partecipare agli incontri si chiede di inviare una mail a vicariopastorale@proton.me

LUCE DOVE C’È OMBRA

Una 40ina i presenti al primo incontro del 21 maro, presentato da Paolo Mantovani e che ha visto la riflessione del Vicario Episcopale per la Carità Pastorale don Michele Zecchin su Mt 4, 12-17. 

«L’inizio della missione e predicazione di Gesù – ha detto don Zecchin –  continua», ora, sempre «dentro di noi», che siamo noi stessi a proseguire nella storia. Gesù che «va tra la gente di periferia (dove molti sono i pagani)», per portare luce dove c’è «ombra di morte». È l’invito alla conversione, invito «rivolto a ogni singola persona», a chiunque, perché «c’è l’urgenza del cuore di Dio che vuole il bene di ognuno, vuole che cambiamo mentalità, sguardo sulle cose, per assumere il Suo punto di vista». 

Nessuna imposizione, ma «un movimento, un dinamismo» del Dio vivente che entra nella storia:«Gesù è qui, anche ora, è nelle mie carni, nella mia testa, nei miei affetti, e con urgenza e delicatezza invita a me, ogni persona a seguirlo».

RIFLESSIONI DAI PRESENTI

Diverse le riflessioni emerse dai quattro gruppi nei quali i presenti si sono divisi dopo la meditazione di don Zecchin e un momento di riflessione personale. «Ci sono dei momenti in cui dobbiamo metterci in gioco. Siamo popolo in cammino che deve affrontare il presente confrontandosi con la Scrittura e Gesù come esempio. Metterci in gioco e portare tutti alla salvezza! In sordina, senza effetti speciali», condivide un presente.

Mettersi in gioco in modo serio significa «conversione del cuore come tema urgente e allo stesso tempo da collocare in una storia ampia. Dobbiamo aprirci davvero a tutti, se davvero vogliamo stare con Gesù», riflette un’altra persona. «Senza farci abbattere dalla quotidianità e dalle brutture che vediamo». La chiave di tutto sta nell’altro, nell’ascolto e nella condivisione: «Gesù stava in mezzo alla gente, stava con tutti: questo è un buon esempio per noi. Stare con tutti quelli che incontriamo sulla nostra strada». Il «bisogno di conversione – quindi – è necessario per abbattere le nostre resistenze e per saperci così confrontare con una realtà molto variegata». Il «grande peccato sta nel pensare di non essere salvati». Ma «i giovani si sentono accolti?»: torna la domanda sempre più urgente nelle nostre comunità. «Quando non c’è conoscenza c’è il pregiudizio, è fondamentale il desiderio di relazione con il prossimo e con Dio», è il pensiero di un altro partecipante. «E io, ho fatto qualcosa per accogliere?».In ogni caso, in molti sentono «il desiderio di conoscere come la Chiesa affronta oggi questi temi di frontiera». «Dio si rende presente a tutti, come luce e ricerca di armonia», è un ulteriore contributo. Ed «è molto importante tenere presente la dinamica dell’economia della salvezza:i tempi che Dio pone in essere per realizzare la nostra salvezza sono particolari, chiedono il senso della profezia, di uno sguardo lungo». In ogni caso, non dimentichiamo mai che «le cose nuove iniziano proprio dove non ce ne accorgiamo». 

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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Acqua bene comune per il “diritto alla vita”: se la guerra oggi è idrica

24 Mar

Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, è intervenuto a un incontro pubblico a Ferrara: «entro il 2050, 5 miliardi di persone potrebbero vivere in aree con scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno». La possibile guerra tra Egitto ed Etiopia

di Andrea Musacci

«L’acqua è il bene supremo, come scrisse Papa Francesco è diritto alla vita: difendiamolo». Così si è espresso padre Alex Zanotelli, intervenuto lo scorso 16 marzo, da remoto, in un incontro svoltosi nell’Ateneo di Ferrara (foto). Nella sede di via Adelardi si è infatti svolta l’iniziativa pubblica sul tema “Acqua. Un bene comune e i conflitti mondiali”, organizzata da Forum Ferrara Partecipata, Laboratorio per la Pace Ferrara – UniFe e Rete Pace Ferrara, e guidata da Alfredo Mario Morelli, coordinatore Laboratorio per la Pace, e con l’intervento di Gianfranco Franz, docente UniFe di politiche per la sostenibilità e lo sviluppo locale. «Oscurato – han spiegato gli organizzatori – è il fatto che la guerra e il controllo delle materie prime riguarda anche quelle naturali, in primis l’acqua. La logica dell’accapparramento e della privatizzazione dell’acqua è fonte di conflitti, che, nel contesto odierno, possono alimentare altrettante guerre. Basta pensare al Medio Oriente e, in specifico, alla situazione di Gaza, dove il genocidio in corso perpetrato dal governo israeliano passa anche attraverso il fatto di togliere l’acqua alla popolazione palestinese. Ma molte altre aree del mondo sono interessate alle guerre dell’acqua: dal bacino del Nilo, che genera forti tensioni tra Egitto, Sudan e Etiopia, al bacino dell’Indo, interessato al conflitto tra India e Pakistan, a molte parti dell’Africa, dal Sahel al bacino dello Zambesi, fino ad arrivare al fiume Colorado, che è oggetto di contesa tra gli Stati Uniti e il Messico».

Leggi qui l’articolo intero.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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«La guerra, epidemia alimentata dalle élite» 

21 Mar

Francesco Vignarca (Rete Pace e Disarmo) e Simone Siliani (Finanza Etica) sono intervenuti a Ferrara: «i grandi fondi investono sempre più nell’industria bellica. Costruiamo alternative concrete di pace»

di Andrea Musacci

“Si vis pacem, para bellum” (“Se vuoi la pace, prepara la guerra”) recita un’antica locuzione latina, citata – fra gli altri – anche dalla Presidente del Consiglio Meloni lo scorso giugno in Senato. “Se vuoi la pace, prepara la pace” è invece il ribaltamento non solo lessicale ma antropologico operato da padre Ernesto Balducci che così intitolò 40 anni fa i Convegni sul tema. E questo è il nome dato al partecipato incontro (oltre 50 i presenti) svoltosi lo scorso 11 marzo nella sede della CGIL Ferrara in piazza Verdi. Per l’occasione, Patrizio Fergnani (Movimento Nonviolento di Ferrara) ha introdotto e moderato gli interventi di Francesco Vignarca (Coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace Disarmo) e Simone Siliani (Direttore della Fondazione Finanza Etica). Prima dell’iniziativa in CGIL, Vignarca aveva incontrato anche quattro classi del Liceo “Roiti” di Ferrara.

Siliani ha esordito proprio ricordando come quei Convegni con padre Balducci l’abbiano segnato nel profondo: «Ma oggi – ha detto – l’Europa è il fulcro del riarmo globale». Riarmo che è anche «culturale e geostrategico», col «ritorno – come per gli USA con l’Iran – della teoria della cosiddetta “guerra preventiva”». Siliani ha poi citato il “Rapporto sulla competitività” presentato da Mario Draghi nel 2024 (dopo richiesta da parte della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen). Draghi, in un passaggio scrive: «L’industria della difesa necessita di investimenti massicci per recuperare il ritardo. Come riferimento, se tutti gli Stati membri dell’UE che sono membri della NATO e che non hanno ancora raggiunto l’obiettivo del 2% lo facessero nel 2024, la spesa per la difesa aumenterebbe di 60 miliardi di euro. Sono inoltre necessari ulteriori investimenti per ripristinare le capacità perse a causa di decenni di investimenti insufficienti e per ricostituire le scorte esaurite, comprese quelle donate per sostenere la difesa dell’Ucraina contro l’aggressione russa». E Draghi suggerì di attingere per le spese in armi anche nei risparmi privati, compresi i fondi sostenibili. Detto, fatto: da quando la Commissione europea ha chiarito che investire nella difesa rientra nei parametri di sostenibilità promossi dalla Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR – Regolamento europeo sugli investimenti sostenibili), l’esposizione dei fondi di investimento Esg, o “verdi”, al settore delle armi è cresciuta del 21%.

«Più che di riarmo io parlerei di “continu-armo” – ha detto Vignarca -, nel senso che le spese militari globali è dal 2001 che aumentano, e in questi 25 anni sono addirittura raddoppiate. E anche nell’ambito bellico – sempre più dominante – a comandare non sono nemmeno tanto più gli Stati nazionali, ma le élite transnazionali, in particolare i grandi fondi di investimento che sempre più puntano sul settore militare: «le principali aziende della difesa sono controllate in larga parte da mega fondi di investimento globali (BlackRock, Vanguard, Kkr…) che dominano i settori strategici dell’economia mondiale e rimangono in piedi anche grazie alla bolla creata dall’aumento costante di spesa militare», scriveva Vignarca sul Manifesto lo scorso 14 agosto. «Senza questo flusso garantito i loro profitti e la loro stessa centralità nei mercati globali verrebbero messi in discussione, perché il modello di business si fonda sulla costanza di rendimenti azionari legati a una spesa pubblica (come quella militare) che non subirà mai tagli improvvisi in contesti di “insicurezza permanente”. Il risultato è un circolo vizioso che si autoalimenta: le tensioni geopolitiche spingono i governi ad aumentare le spese militari, questi flussi di denaro rafforzano i bilanci delle industrie belliche aumentandone il valore azionario, gli azionisti di riferimento – che così hanno aumentato il proprio portafoglio – hanno grande interesse a consolidarne l’andamento finanziario per cui ogni passo verso la pace viene vissuto come una minaccia economica». Insomma, solo pochi ci guadagnano, e tanto, e i soldi vengono tolti al welfare, alla tutela dell’ambiente, al diritto alla casa, al lavoro. Senza pensare al cosiddetto riarmo nucleare, che riguarda tanti grandi Paesi, e non solo (si pensi a quelli baltici).

La guerra, insomma, in ultima analisi è «l’ideologia secondo cui si possono sacrificare vite umane a un “valore” più alto». Ed è «un’epidemia ideale, politica, culturale e pratica: da quando si è diffusa l’idea che la pace si difende armandosi, le guerre sono aumentate di numero». Guerra che è sempre «un punto di non ritorno», in quanto distrugge vite, luoghi, edifici, storie e relazioni.

Altro che “utopisti”: «i veri realisti siamo noi pacifisti», ha proseguito Vignarca. E la pace è un processo «continuativo e creativo», citando il sociologo norvegese Johan Galtung. Dobbiamo cioè «sempre difenderla e costruirla, e sempre più adattarla ai tempi in cui viviamo». Sempre vuol dire che la pace va costruita «ogni giorno», per un pacifismo «che non sia solo di cuore ma anche di testa e che alle analisi e alle critiche accompagni sempre anche proposte concrete alternative». Insomma, come ha detto Fergnani, «la pace non è solo disarmata e disarmante ma anche pratica e praticabile».

Ed è questo l’impegno quotidiano della Rete Italiana Pace e Disarmo, nata nel 2020 dall’unificazione della Rete della Pace (fondata nel 2014) con la Rete Italiana Disarmo (fondata nel 2004), a cui fin da subito si sono aggiunte numerose associazioni, organizzazioni, sindacati, movimenti della società civile italiana, molti di ispirazione cattolica. Un «mosaico della pace», come diceva don Tonino Bello, che «non annulla le differenze ma anzi le valorizza nella costruzione collettiva e politica del comune obiettivo, unendo globale e locale». Insomma, esiste sempre «un’alternativa, un’utopia concreta». Come il costruire «istituzioni di pace»: a tal proposito, questo lunedì (16 marzo) la Rete Italiana Pace Disarmo ha rilanciato la Campagna “Un’altra difesa è possibile” per la costituzione di un Dipartimento che indirizzi il contributo alla difesa civile, valorizzando il Servizio civile, i Corpi civili di pace, la Protezione civile e un Istituto di ricerca su Pace e Disarmo. E ancora: a UniFe una studiosa sta svolgendo – tramite la Rete Università per la Pace (RUNI PACE) – un Dottorato d’Interesse Nazionale (DIN) in Peace Studies, con una tesi sul rapporto tra giochi on line di guerra e sistema bellico. Dottorato, il suo, sovvenzionato in parte da Finanza Etica. E poi ci sono gli obiettivi, che possono riguardare anche il nostro territorio: nelle Diocesi, il dar vita a “Scuole di pace e non violenza”, e a Ferrara intitolare due ponti a Daniele Lugli e Pietro Pinna, protagonisti del movimento pacifista.


Spese militari: i numeri

Secondo i nuovi dati pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute, il volume globale dei trasferimenti internazionali di armi è cresciuto del 9,2% tra il 2016–2020 e il 2021–2025. Al centro di questa escalation c’è l’Europa, con importazioni di armi cresciute del 210% — più che triplicate — che la portano per la prima volta dagli anni ‘60 a essere la prima regione mondiale per acquisizioni militari, con il 33% del totale globale. Inoltre, i 29 Paesi europei NATO hanno incrementato le proprie importazioni del 143%. E il 48% di tutte le armi importate dagli Stati europei proviene dagli USA. Infine, l’export italiano di armamenti è aumentato del 157% tra il 2016–2020 e il 2021–2025, portando l’Italia dal 10° al 6° posto nella classifica mondiale dei fornitori di armi, con una quota del 5,1% del totale globale. L’Italia è oggi il sesto Paese al mondo per vendita di armi, davanti a Israele Regno Unito, Corea del Sud e Spagna.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2026

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(Foto Unsplash)

Emergenza abitativa studentesca: Ferrara preda di logiche speculative

20 Mar

L’analisi in un Seminario UniFe-CNR: prezzi sempre più alti, ricchezza per pochi

di Andrea Musacci

Ferrara, ma non solo, è una città sempre meno attenta al diritto allo studio e sempre più privatizzata a scapito del diritto alla casa. È ciò che emerso dall’incontro dal titolo “Vivere e studiare a Ferrara”, Seminario a cura di CNR e Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Ferrara svoltosi l’11 marzo nella Biblioteca comunale di Casa Niccolini. Il Seminario è parte delle iniziative del progetto di public engagement (2025) focalizzato sulla sperimentazione di un’Università “fuori le mura” che si ponga a servizio della città e delle sue componenti più fragili. «La risposta di Ferrara nei confronti del suo Ateneo è debole, questo si sta deterritorializzando: andrebbe invece concretizzato il progetto di città-campus», ha detto Alfredo Alietti, docente di Sociologia Urbana di UniFe e moderatore dell’incontro. Tania Toffanin (CNR-ISMed), ha invece posto l’accento sulle sempre crescenti «logiche speculative che indeboliscono il diritto allo studio: le università italiane stanno sempre più diventando grandi aziende».

«Negli ultimi 3-4 anni vi sono state ca. 400 unità immobiliari in più usate per affitti brevi», ha invece analizzato Maurizio Ravani di Sunia CGIL Ferrara. Si tratta di «potenziali appartamenti tolti a famiglie e lavoratori». Ferrara – ha proseguito – «per essere una città piccola ha un numero alto, a livello nazionale, di redditi da investimento in fabbricati: insomma, siamo sempre più una città parassitaria», che con la rendita immobiliare fa arricchire pochi, senza creare lavoro. Senza considerare le «14mila case vuote» nel territorio estense. Per Ravani «ci vorrebbe una regolamentazione del mercato degli affitti, soprattutto di quelli brevi», perché «stiamo assistendo a un rialzo insostenibile degli stessi, che droga il mercato immobiliare: 470 euro al mese è il prezzo medio nel canone concordato, ancora più alto in quello a canone libero».

Insomma, oggi «trovare casa a Ferrara a prezzo accessibile è molto difficile, in alcuni casi impossibile». E «le residenze pubbliche sono insufficienti», con la conseguenza che «sempre più giovani e famiglie lasciano la città o rimangono ma accettando situazioni abitative pessime; da noi – ha raccontato Ravani – vengono studenti che ci mostrano le foto dei posti dove vivono: a volte sono garage o buchi con una finestrina piccola, soprattutto in zona via Oroboni». Via, questa, negli anni sempre più abitata da stranieri «e ora anche da studenti».

Per Ravani, quindi, Ferrara è sempre più una «città dell’università e non una città universitaria». Una città «non inclusiva», ma dominata dalla «gentrificazione e dalla turistificazione», nemici del diritto alla casa e del diritto alla città.

A Ferrara hanno dedicato la propria analisi anche Alex Della Monica e Giovanni Zemolini, laureandi di UniFe, che hanno svolto un’indagine fra gli studenti e le studentesse del nostro Ateneo, ricerca legata al corso di Sociologia Urbana del prof. Alietti. Fra i problemi emersi, la carenza di alloggi e i loro prezzi in aumento, gli affitti in nero, le molestie da parte di alcuni proprietari, il razzismo di alcuni di essi verso stranieri e meridionali; le aule studio non aperte in orario serale; i parcheggi spesso scomodi se gratuiti, o cari se vicino alla Facoltà; la scarsità di mense studentesche.

LA SITUAZIONE A PADOVA

Su Padova invece si è focalizzato Michelangelo Savino (UniPd): nei decenni in Italia – ha riflettuto -, le università sono gradualmente cresciute, acquistando anche sempre più strutture. «Oggi questo fenomeno, però, dopo la fase di “riassorbimento” riguarda solo le città universitarie vere e proprie». Nel tempo cresce sempre più il legame degli Atenei col territorio, soprattutto con le aziende dello stesso: sempre più, quindi, le università portano a termine «accordi affaristici» con le imprese, diventando così «questuanti», cioè “obbligate” a trovare finanziamenti per la ricerca. Ma ciò ha «serie conseguenze sull’autonomia degli Atenei». Altro aspetto analizzato da Savino è stato quello della «crescente internazionalizzazione delle città e delle università, che porta a un aumento del turismo e della cosiddetta “congressistica”». Anche qui, però, le conseguenze non sono da poco, e le subiscono gli studenti fuori sede che vedono aumentare gi affitti degli alloggi. Sulla questione abitativa studentesca, il relatore ha analizzato in particolare la città di Padova ma ciò che emerge vale in maniera molto simile per Ferrara e per le altre città universitarie: «l’aumento imponente degli iscritti alle Facoltà non è stato ancora assorbito dal tessuto cittadino, e porta l’Università a divenire la seconda azienda cittadina (dopo quella ospedaliera)». 

Permane, però, il problema dei posti letto – per studenti e lavoratori – e questa domanda «è più che altro accolta dalle strutture religiose, che però sempre più son costrette a vendere a causa del calo delle vocazioni religiose o per scelte dall’alto» (anche se l’ospitalità delle parrocchie a Padova è un «fenomeno insorgente»). «Aumentano, quindi, sempre più le strutture private profit», con conseguente aumento delle rette per gli alloggi. Spesso, quindi, studenti e lavoratori sono costretti a dividere un appartamento, con i problemi però che ne conseguono, ad esempio negli orari.

IL CASO DI BOLOGNA

Della situazione di Bologna ha invece parlato Alessandro Bozzetti (UniBo): «Bologna da luogo di residenza diviene sempre più luogo di consumo» (soprattutto per turisti e fuori sede) «e di investimento finanziario» (stesso doppio destino a cui sembra destinata Ferrara). «Aumentano, così, i prezzi immobiliari e gli affitti brevi (soprattutto con Airbnb), e quindi i residenti trovano sempre meno alloggi disponibili». 

A fronte della «studentificazione», anche a Bologna «scarseggiano le residenze studentesche (pubbliche o private, anche se quest’ultime sono in crescita, con prezzi molto alti)», mentre quasi la metà (il 48,1%) degli alloggi è dato da posti letti. L’analisi dei prezzi è impietosa: «il costo medio di una camera singola è di 543 euro, quello di un posto letto di 420 (e sono in aumento)».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2026

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