«Vogliamo vivere da donne libere»: storie di iraniane contro il regime

3 Ott
Kimia Ghorbani

Kimia Ghorbani, giornalista, cantante e musicista, racconta a “La Voce” la sua storia di oppositrice della Repubblica Islamica: «mi hanno arrestato quattro volte e frustrato perché suonavo per strada. Ma andiamo avanti senza paura»

di Andrea Musacci

Durante il sit-in a sostegno delle donne iraniane svoltosi lo scorso 28 settembre sul Listone a Ferrara, ho avuto modo di conoscere Kimia Ghorbani, giornalista, musicista e cantante 38enne originaria di Teheran. Kimia collabora con “Farda English – Radio Free Europe / Radio Liberty” e “Iran International tv”, tv indipendente con sede a Londra con cui si è collegata in diretta durante il sit-in in piazza Trento e Trieste, prima di cantare in persiano una versione di “Bella ciao” che parla del diritto di tutti a “pane, lavoro e libertà”.

Musiche proibite

Arrivata in Italia nel 2013, Kimia, dopo un periodo a Bologna, da 4 anni vive a Ferrara col marito Samuele e le loro due figlie, di 4 e 6 anni. Dall’Iran è uscita con un visto per motivi di studio, dopo aver frequentato la scuola di italiano a Teheran. «Amo l’Italia da quand’ero bambina, da quando in tv guardavo il cartone animato “Libro del cuore”. E poi mi sono innamorata della musica di Ennio Morricone». Proprio la musica è la ragione della sua vita: «a Teheran ho fatto il Conservatorio, e dal 2009 al 2013 sono stata musicista di strada, suonavo la melodica e il daf (un tipo di tamburo, ndr). Penso di essere stata la prima donna musicista di strada nel mio Paese. Per questo, alcuni uomini musulmani mi disturbavano, mi urlavano dietro, a volte mi sputavano addosso. Per loro, vedere una donna cantare e suonare per strada era come vedere una prostituta. Altre persone, invece, ci ascoltavano e ballavano». Kimia è stata arrestata e trattenuta alcuni giorni in prigione per ben tre volte, dove è stata anche frustrata: 70-80 frustrate, «la maggior parte, perlomeno – mi dice – controllate. Per non infierire, facevano mettere un libro sotto l’ascella di chi colpiva, in modo che non gli venisse la tentazione di dare forza…».

Ma la prima volta che Kimia è stata arrestata aveva 16 anni: «scrissi un articolo in difesa degli scrittori uccisi dal regime quell’anno, ne stampai alcune copie e lo distribuii ai miei compagni a scuola. Un insegnante chiamò la polizia, che mi arrestò appena tornata a casa: mi bendarono e portarono via, nell’indifferenza dei vicini. In macchina i poliziotti mi minacciarono: “ti stupriamo e poi ti ammazziamo”, mi dissero. Ebbi molta paura. Dopo questo arresto, mi hanno impedito di concludere gli studi. Mi sono dovuta diplomare alle scuole serali». Successivamente ha lavorato in una libreria della capitale.

La questione del velo

Mentre suonava per strada, Kimia indossava sempre il velo, anche se non le piaceva. «Ora, col senno di poi, dico che è stato un errore indossarlo. Dicevamo: “è un aspetto secondario, l’importante è lottare per la democrazia, per la difesa delle scrittrici arrestate…”. I giovani di oggi, invece, sono diversi, anche più coraggiosi di noi». A scuola le bambine sono obbligate a portare il velo nero fin dall’età di 7 anni, in modo che lasci scoperto solo l’ovale del viso. Per strada, invece, almeno la scelta del colore del velo è libera. 

 «Chiedevo ad altre donne di unirsi a noi musicisti, ma avevano paura. Ho sofferto tanto di depressione, mi sentivo soffocare, non mi sentivo libera: per questo ho deciso di lasciare il Paese. Negli ultimi anni, invece, è più facile vedere donne suonare per strada». Kimia ha trovato un riscatto in Italia anche esibendosi nel 2016 nel noto talent RAI “The Voice of Italy”.

La prigionia del padre

«Mia madre era un insegnante, mio padre operaio, entrambi iscritti al partito comunista, sempre stato partito clandestino (il partito del Tudeh, ndr)». Kimia aveva 4 anni quando arrestarono suo padre. Era il 1988, anno in cui il regime guidato dall’ayatollah Khomeini, imprigionò oltre 5mila iscritti a quel partito. «Quel giorno tornata a casa vidi mio padre già bendato per essere portato via. Aveva la maglietta sporca di sangue. In casa avevano messo tutto sottosopra, strappato anche i cuscini per trovare volantini o libri proibiti. A me e a mia sorella, nostro padre disse: “sono miei amici, è solo un gioco, non preoccupatevi. Poi andremo in montagna”». Lo tennero in carcere per 1 anno: «per tutto il tempo non sapemmo niente di lui, non potevamo vederlo. Eravamo sicure l’avessero impiccato come han fatto con tanti altri oppositori. Dopo 1 anno ci hanno permesso di portargli i vestiti e l’hanno fatto uscire. Ma i suoi amici, per paura, smisero di rivolgergli la parola». 

Uno Stato terrorista

Kimia riesce a rimanere ancora in contatto con alcuni suoi familiari in Iran, facendo molta attenzione a ciò che dice. Per comunicare con loro usa la VPN (Virtual Private Network), un sistema difficilmente rintracciabile. Le chiedo, quindi, di spiegarmi meglio qual è la situazione nel suo Paese: «la grave crisi economica in Iran è perlopiù colpa del regime, e poi, in minima parte, delle sanzioni americane. In ogni caso, il regime islamico invece di aiutare la popolazione finanzia gruppi terroristici in Medio Oriente, come Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano, coi soldi che perlopiù ricava dalla vendita di gas e petrolio». Lo scorso 20 settembre – se n’è parlato poco sui media – l’Ucraina ha tagliato i rapporti diplomatici con l’Iran perché fornisce droni anche al regime di Putin. 

«Voglio che sia chiaro – conclude Kimia – che noi iraniani non stiamo lottando solo per la nostra libertà, ma per libertà del mondo intero. Il regime iraniano è un pericolo per tutti, un tumore: per lo sviluppo del nucleare, per il finanziamento di gruppi terroristici anche in Europa e altre parti del mondo, per il caos che provoca in Medio Oriente».

Iran, Afghanistan e Ferrara

Proprio nei giorni in cui redigo questo servizio dedicato al movimento di protesta in Iran, due notizie giungono dall’Afghanistan, a rafforzare l’importanza di ciò che avviene nel Paese da oltre 40 anni soggiogato dal regime islamico.

Sit-in di solidarietà alle donne iraniane (Ferrara – foto Francesca Brancaleoni)

A Kabul il 29 settembre un gruppo di coraggiose donne afghane ha manifestato con slogan e cartelli  davanti all’ambasciata iraniana a sostegno delle proteste in Iran. Le forze talebane sono intervenute duramente, sparando mitragliate in aria, spingendo e minacciando percosse per disperdere la manifestazione. L’altra notizia riguarda l’ennesimo terribile attentato nella capitale afghana: lo scorso 30 settembre all’interno del Centro formativo Kaaj, nel distretto di Dasht-e-Barchi, a Kabul ovest, un attentatore, munito di cintura esplosiva è entrato nell’istituto uccidendo la guardia all’entrata e dirigendosi in una classe dove avrebbe fatto detonare l’ordigno. 30 i morti e più di 40 feriti, tutti tra i 18 e i 25 anni. Ben 18 ragazze sono decedute.

Due episodi drammatici che raccontano del desiderio di libertà e autonomia di tante donne in Afghanistan e in tutti quei paesi dove regimi islamici, o comunque dittatoriali, fondano parte del loro potere oppressivo sul controllo dei corpi e delle menti delle donne.

Donne – perlopiù giovani – che da settimane scendono in piazza a Teheran e in tante altre città iraniane per manifestare contro l’obbligo dello hijab, in particolare dopo l’omicidio da parte della polizia della giovane curdo-iraniana Mahsa Amini. Secondo la ong Iran Human Rights almeno 92 persone sono state uccise durante la repressione delle proteste. Ma sempre più forte è il sostegno in molti altri Paesi, con manifestazioni in varie capitali europee, e in Italia in tante città.

Come detto, anche a Ferrara lo scorso 28 settembre si è svolto un sit-in di protesta e solidarietà che ha visto la partecipazione di oltre 100 persone, di cui una buona parte iraniane (quasi tutte giovani) e molti italiani.

Durante il sit-in i presenti hanno intonato un canto di protesta, “Yare dabestanie man” di Fereydoon Foroughi, un invito a scendere in piazza e a lottare insieme. Una donna, Leily, ha raccontato: «ho lasciato l’Iran perché non volevo che mia figlia crescesse senza libertà». Ora lei, il marito Amir e la  figlia vivono a Ferrara.

A margine della manifestazione, ho chiesto ad alcune iraniane di raccontarci la loro storia. Una di queste, N. M. – ci chiede di scrivere solo le iniziali del suo nome – vive a Ferrara da 5 anni dov’è iscritta al corso di Lingue e letterature moderne dell’Università. «Quand’ero bambina sono scappata dall’Iran e ho vissuto nel Tagikistan. Fino a quando avevo 15 anni tornavo ogni tanto in Iran, e lì mi mettevo lo hijab, perché avevo paura. In Italia ho imparato di quanto è bello essere liberi, ma ora dai miei coetanei in Iran sto imparando che lì è ancora più bello lottare per la libertà. Vogliamo rovesciare il regime. Se anche stavolta non ci riusciremo, dovremmo mettere in eterno hashtag sui social per i tanti giovani che verranno ancora imprigionati e uccisi. Non lo vogliamo».

Arezoo Tahmoaresi, invece, ha 28 anni, è originaria di Karaj, e vive a Ferrara, dove attualmente lavora al McDonald di piazza Trento e Trieste. È arrivata in Italia con la madre e le due sorelle, e da un anno è sposata, ma suo marito vive a Vienna. «Da dieci giorni – prosegue – non sento mio padre, nessuno in Iran, perché hanno bloccato l’accesso a internet».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 ottobre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Solo la Chiesa salva dai mali moderni: i taccuini di Bruno Paparella

3 Ott

Il libro sul dirigente di Azione Cattolica: incontro l’8 ottobre a Casa Cini

di Andrea Musacci

La lucidità di un uomo capace di cogliere anche l’essenza negativa della modernità ma senza tentazioni di fuga per rifugiarsi in facili spiritualismi.

Leggendo gli appunti dai taccuini di Bruno Paparella emerge, tra l’altro, questo aspetto di un intellettuale cattolico coraggioso nel dire, e cercare sempre, la verità. Appunti che sono contenuti nel libro “Un cristiano senza aggettivi. Bruno Paparella, testimonianze di amici” appena edito dalla nostra Arcidiocesi (Ufficio Comunicazioni sociali) nella collana “Con occhi nuovi – Profili”.

Tanto abbiamo scritto sulla “Voce” a proposito dell’intensa e appassionata vita di Paparella, classe 1922, giovane educatore dell’Azione Cattolica nella parrocchia ferrarese di San Paolo, poi antifascista e partigiano, quindi dirigente dell’Azione Cattolica, prima diocesana poi nazionale, fino alla morte che lo ha colto nel ’77.

Sulla modernità

Una personalità la cui unicità emerge in maniera ancora più dirompente proprio nei suoi scritti più privati, nei quali  è chiaro lo sguardo di un uomo che ha attraversato il cuore – turbolento e affascinante – del Novecento. Dell’Occidente che si avvia verso il benessere economico, Paparella è capace di cogliere sottotraccia gli aspetti più degradanti. «Le civiltà degne di questo nome – scriveva il 6 novembre 1963 -, assecondando la natura, avevano (…) reso pregevole e gradita anche la vecchiaia dell’uomo che l’inciviltà moderna – tesa solo alla giovinezza ed al successo – considera il male peggiore». Quel mito della giovinezza è l’illusione di una visione del reale ristretta, schiacciata sul presente, senza ampiezza né profondità. «Per raggelare di colpo l’entusiasmo della gente per un’idea, una moda od una qualsiasi opera od attività, basta dire: “È superata!” (…)», scrive nel dicembre ’76. «Il modo di ragionare contemporaneo ha, infatti, sostituito le categorie “bene o male”, “giusto o ingiusto” ecc., con “nuovo o vecchio”, “moderno o antico”, ecc.». Il nuovismo, dunque, regna. Il passato va abolito, anche quello recente perde subito di senso spazzato via dal continuo bisogno di stimoli sempre differenti. 

Paparella temeva che questo spezzarsi del legame con le proprie radici potesse avvenire anche per l’AC e la Chiesa. «La separazione (di un popolo, di un’associazione) dalla propria storia, con la recisione di quel legame vivente con l’opera di ieri che sola può dar senso all’opera di oggi e indirizzare un avvenire che abbia significato, porta a conseguenze gravissime», scrive nell’agosto ‘74. «Un paese idealmente separato dal proprio passato, è infatti, un paese in crisi di identità e dunque potenzialmente disponibile, senza valori».

È un Paese che subisce quel processo che non va «verso la pienezza, ma verso il nichilismo», come scriveva Augusto Del Noce (L’idea di modernità, 1982). Nichilismo logica conseguenza di quel razionalismo assoluto che nega la possibilità del soprannaturale e quindi di verità sovrastoriche. 

«Quanto “terrenismo” – scrive nel febbraio ’65 Paparella – c’è anche oggi negli ideali messianici di tanti “innovatori” del mondo». E riferito all’ACI, dieci anni dopo rifletterà: da un apostolato universale «che aveva come radici e fine il piano di Dio per la salvezza di tutti gli uomini, si è via via passati a problemi sempre più interni, prima della Chiesa ed infine, quasi esclusivamente della stessa associazione». Una regressione dalla quale metterà in guardia fino all’ultimo, come anche ammonirà riguardo al rischio di riduzionismo sociologico ed economicistico della fede cristiana (si pensi a ciò che oggi Papa Francesco dice sul rischio che la Chiesa si trasformi in una ong).

Tutto ciò ha ricadute gravi sullo sguardo della Chiesa sulle persone: ciò che l’ateismo spaccia per libertà e per umanesimo, in realtà è una mortificazione dell’uomo. «L’uomo non vive di solo pane – scrive nel febbraio ’65 – e (…) dando oggi ai poveri la loro bistecca, ma non curandoci dei loro godimenti spirituali ed intellettuali, noi li consideriamo “bestie” oggi, o siamo diventati noi stessi più “bestie” di ieri». 

Spesso ricorre anche l’associazione tra relativismo e solitudine. Siamo nel ’69, la tensione tra comunità e individuo si fa sempre più forte. Paparella scrive: «Fin tanto che c’è una Chiesa, od un partito, o una nazione, che dicono che questo è bene e questo è male, che dicono che il male va combattuto (…), l’uomo comune si sente confortato – unito ad una comunità che soffre con lui e che resiste con lui (…). In questa nostra Italia e persino nella nostra Chiesa (…) – scrive sempre nel ’69 – male e bene, giusto e ingiusto, vero e falso sono la stessa cosa. E l’uomo comune rimane veramente solo (…), senza nessuno che gli dia più speranza». Parole dure, certo, ma di un figlio della Chiesa che la ama e che non dimenticherà mai la sua missione di salvezza per ogni donna e ogni uomo.

«Le sole parole che ci possono salvare»

Nell’ottobre del ’65 scrive: «Pare impossibile (…) che nel nostro mondo (e nella nostra vita quotidiana) ci sia d’ora in poi – e per sempre in questa vita – un’assenza, un buco vuoto che nessuno al mondo può più riempire. Lo “spirito” di una persona è veramente qualcosa di unico e di insostituibile e non si può – in questi casi – non pensare ad un altro mondo, dove tutte queste lacune drammatiche possano colmarsi e ci si possa sentire nuovamente “completi” (Ecco, ora ci siamo tutti, ora possiamo davvero cominciare a giocare, spensieratamente)». Dolci parole di fede che seguono, sempre, a parole di denuncia. «È strano come questa nostra civiltà impazzita ci spinga ogni giorno – dicendo di voler farci più felici – verso l’infelicità», scrive nell’aprile ‘66. «La Rivelazione dicendoci di amare gli altri, di dimenticare noi stessi (…) ci dà la ricetta della nostra felicità (…). E lo strano è che nessuno sembra accorgersene, nessuno pensa a dirlo, e quelli stessi che dovrebbero dirlo per “missione”, temono di apparire ridicoli o superati se annunciano le sole parole che ci possono salvare».

Commovente è la visione che scrive il 3 ottobre ’64, per dare l’immagine di ciò che, anche nella società moderna, possa e debba rappresentare la Chiesa: «Questa sera, a Ferrara, nel buio umido delle strade che la circondano, la chiesa di S. Girolamo sembrava un porto caldo di luce e consolazione, illuminata ed addobbata per la festa di S. Teresa del Bambino Gesù (…). E pensavo che una Chiesa così bella, calda, consolatrice, unico punto di riferimento e di appoggio nel buio nel mondo, bisognava pur guardarla».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 ottobre 2022

Corpo e parola, intreccio di contraddizioni: il film “The Grand Bolero”

26 Set

“The Grand Bolero” di Gabriele Fabbro ha vinto il recente Ferrara Film Festival. Desiderio e violenza nel rapporto tra due donne

di Andrea Musacci

«Ogni cosa e ogni luogo appaiono nella loro veste più vera, ti toccano in qualche modo più da vicino – così come sono: splendore e miseria» 

(Giorgio Agamben, “Quando la casa brucia”) 

Le mani e la bocca. L’eterno contrasto tra l’energia corporale e la forza delle parole. Due forme di relazione che possono tramutarsi in violenza e sopraffazione. Temi ancestrali ma che col diffondersi della pandemia da Covid-19 hanno assunto un significato maggiore: le mani coperte dai guanti o dal gel, la bocca coperta dalla mascherina. La difficoltà o impossibilità di toccare l’altro.

Su questo si gioca la drammatica vicenda narrata nel film “The Grand Bolero”, diretto da Gabriele Fabbro e premiato al recente Ferrara Film Festival con il premio per la miglior attrice (Lidia Vitale) e per la miglior opera d’autore. Film proiettato lo scorso fine settimana al Cinema San Benedetto e che prossimamente arriverà all’UCI Cinemas. Ambientato per gli esterni nel Santuario della Madonna della Pace alla Rocchetta (provincia di Lecco) e per gli interni nella cappella dell’ospedale di Lodi, il film racconta di una restauratrice d’organi, Roxanne (Lidia Vitale), donna di mezza età che, nonostante il lockdown del 2020, decide di proseguire il proprio lavoro, vivendo nella chiesa abbandonata, custodita solo da un sacrestano, Paolo. Ma irromperà una giovane, Lucia (Ludovica Mancini), appena cacciata, assieme al fratello, di casa dal padre, e invitata proprio da Paolo a far da assistente alla dura e cinica Roxanne. Il rifiuto ostile di quest’ultima nei confronti della giovane si tramuterà in attrazione morbosa.

Dall’indifferenza alla rivelazione

Pur nel momento più difficile della pandemia, quello iniziale, la paura di Roxanne del contatto deriva da altro, da una sua incapacità profonda di esprimere sé stessa, di lasciarsi “toccare”. Una mancanza – si capirà – legata a un rapporto difficile con la madre, e che la porta a esagerare l’aspetto verbale, fatto di toni duri e urlati. Ma lei, indifferente alle restrizioni sanitarie, oltre a non indossare la mascherina, impedirà inizialmente alla giovane ogni contatto: con lei, nemmeno nella gioia per un organo che rivive, e con i suoi amati strumenti musicali. «Non toccare il mio organo!», si sente rimproverare più volte Lucia. 

Solo dopo che quest’ultima le avrà dimostrato di poterle essere d’aiuto, l’atteggiamento della donna cambierà. Le mani di Lucia saranno strumento potenziato di comunicazione, di desiderio. Desiderio che si scatenerà in Roxanne, prorompente, cieco. Proprio mentre Lucia suona l’organo, si rivela definitivamente alla donna: quest’ultima la ammira turbata e rapita, ma non vuole mostrarlo. Allora, per la prima volta, per nascondersi indossa la mascherina, quasi a voler celare il proprio desiderio, l’affiorare dell’emozione e del turbamento sul suo volto.

Ma il rivelarsi anche fisico della passione, ben presto si tramuterà in rabbia e violenza.

Il corpo vince

La lotta finale tra le due è, infatti, un intreccio inestricabile di amore e sopraffazione, attrazione e repulsione. Tutto, in quegli istanti, è detto dal corpo – dalla mimica facciale, dalle mani, dall’intera corporeità. Portate all’estremo, forza e dolcezza sembrano annullarsi a vicenda. Ma non è così: come scrive Luce Irigaray (“Elogio del toccare”), e lo possiamo applicare tanto per Roxanne quanto per Lucia, ognuno di noi resta diviso «tra Dioniso e Apollo (…), tra una divinità fedele alla propria naturale energia, ma che non sa come incarnarla e oscilla tra una sua mancanza e un suo eccesso, e un’altra divinità che preferisce confinarsi in un’apparente bellezza, all’interno di una forma ideale», in questo caso musicale. Nel film le parole sono perlopiù rade e fredde. Quelle sincere non possono essere udite dallo spettatore, sono come silenziate dalla distanza, forse a significare la loro mancanza di positività. È il corpo ad avere la meglio. 

Ma nel film emerge anche un altro senso.

Nessuna illusione

Non c’è posto, in questa chiesa sconsacrata ma ugualmente carica di sacralità, mistero e bellezza, per la vita medicalizzata. Lì le passioni sono quelle di sempre: amore, gelosia, violenza, desiderio dell’altro. La carne e il sangue riprendono, dunque, il sopravvento sulla razionalità, sulla volontà di dominare tutto – corpi, spazi, parole. L’unica distanza davvero reale, nel film, è tra mondi diversi, l’estraneo è quello che irrompe e stravolge, senza bisogno di parole, nella solitudine melanconica e sovraterrena di una chiesa abbandonata.

Nel film non si può illudere, e autoilludersi, che “andrà tutto bene”. Ognuno dei protagonisti è solo, e rimarrà solo: solo con i propri mostri, col proprio passato, solo nella lotta tanto contro i propri impulsi quanto contro il desiderio di Altro. Il toccare fisicamente l’altro, pur avvenendo, si rivelerà, dunque, un atto “impossibile”: Roxanne non uscirà forse mai del tutto dallo schema del possesso, e la stessa Lucia rimarrà sola. Sola ma più libera e consapevole.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 settembre 2022

UIL Ferrara, un volume per  non perdere la memoria

26 Set

“Ritratto di un sindacato” è il nome dell’album fotografico appena edito. Storia e simboli di una comunità che si rinnova

È in un bar del centro di Ferrara, nel gennaio del 1950, che inizia la lunga storia della UIL Ferrara. In questa realtà fatta di tante lotte e vertenze si inserisce il volume, appena edito, intitolato Ritratto di un sindacato.  Album fotografico della UIL di Ferrara (2009-2022) (Edizioni Guardamagna), curato da Roberto Roda e Massimo Zanirato con la collaborazione di Emiliano Rinaldi. Volume che si pone come primo passaggio per un riordino archivistico dei documenti, in particolare dei materiali fotografici, del sindacato ferrarese. Le immagini, infatti, in buona parte provengono dagli archivi di Roda (etnografo e fotografo ferrarese), di Massimo  Zanirato, Segretario generale UIL Ferrara, e della Camera Sindacale Territoriale.

La pubblicazione è stata presentata la mattina di mercoledì 21 settembre durante il 18° congresso provinciale della UIL, tenutosi all’Hotel Lucrezia Borgia di Ferrara. Congresso che ha decretato lo scioglimento della UIL Ferrara e la sua confluenza nella UIL-Emilia, che unirà le diverse UIL regionali.

Una vicenda collettiva, quella della UIL, nata nell’alveo del sindacalismo riformista, fin da subito legato – pur nella sua autonomia – alla cosiddetta “sinistra laica” (Partito Socialdemocratico, Partito Socialista e Partito Repubblicano), e che ha come sua figura di riferimento Bruno Buozzi, sindacalista e politico socialista originario di Pontelagoscuro, ucciso dai nazisti nel 1944 a Roma, in quello che è chiamato l’Eccidio de La Storta.

Stare fra la gente, ascoltarla, guardarsi negli occhi, tanto nelle assemblee quanto nei picchetti o nei cortei: questa è l’anima di un sindacato, pur nell’epoca dei social, della comunicazione virtuale, e, almeno negli ultimi due anni, del distanziamento sociale. Su questo riflette il Segretario Zanirato, ed è lo spirito che pervade l’intera pubblicazione. Un lavoro corale di una comunità che ha scelto di mettere un punto fermo in una svolta importante della propria storia, consapevole dell’importanza di non dimenticare l’identità – per quanto continuamente bisognosa d’essere rinnovata (ma non stravolta) -, dunque le proprie radici e i propri valori fondativi. E, al tempo stesso, di ringraziare i veri protagonisti delle vicende che l’hanno contraddistinta: le tante lavoratrici e lavoratori, i tanti delegati e dirigenti che ancora oggi, in una fase storica di profonda crisi della rappresentanza – sindacale e non solo -, spendono la propria vita al servizio di una società più libera e giusta, partendo dal mondo del lavoro.

Risulta dunque di particolare importanza la presenza nel volume, oltre alle tante ed emozionanti fotografie, di testi esplicativi delle forme di partecipazione del sindacato: le assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori, gli attivi dei delegati, i direttivi o consigli. Ma non solo: i tanti dibattiti, convegni e tavole rotonde per diffondere la cultura del lavoro, gli scioperi e le manifestazioni, non solo per il lavoro, ma ad esempio per la pace e contro le mafie. E, infine ma non meno importante, l’attenzione dei curatori anche per l’aspetto formale-comunicativo. Perché la storia di una comunità, per essere vissuta, trasmessa e rievocata, non può mai prescindere da un linguaggio condiviso e da un solido universo simbolico e rituale.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 settembre 2022

Zanzara, nuovo spazio a Ferrara per l’arte contemporanea

20 Set

In via del Podestà si parte con le mostre di David Grigoryan ed Elisa Leonini

Un nuovo progetto artistico sta per nascere nel cuore di Ferrara: si tratta di “Zanzara arte contemporanea”, galleria ideata da Giulia Giliberti e Sara Ricci, che verrà presentata venerdì 23 settembre. Il luogo – via del Podestà, 11-11/A e le ex scuderie al 14/A – ha già conosciuto, alcuni anni fa, un tentativo simile: la Fabula Fine Art aperta da Giorgio Cattani nel 2016.

L’obiettivo delle due curatrici – con un’esperienza alle spalle anche come coordinatrici di festival d’arte pubblica, a eventi e mostre del settore, nella comunicazione di mostre ed eventi culturali – è di sviluppare mostre e progetti con artisti nazionali e internazionali, riavvicinando e riconnettendo l’arte contemporanea al tessuto urbano e sociale della città. Un programma ambizioso. Il nome dice già di questo legame col nostro territorio, ma soprattutto richiama una definizione dell’artista Joseph Beuys: «l’arte è una zanzara dalla mille ali». Mentre lo spazio al civico 11-11/A è un “cubo bianco” che ospiterà principalmente mostre pittoriche e fotografiche, quello al civico 14/A è uno spazio meno convenzionale, che porta le tracce del suo passato, una sfida per le curatrici e per gli artisti invitati a confrontarsi con la sua natura, pensato per progetti installativi, performativi, per eventi e proiezioni.

La galleria inizia la propria avventura con due mostre visitabili dal 27 settembre (il 23 inaugurazione ad invito) al 30 dicembre: si tratta di “Odessa Sole mio” di David Grigoryan, mostra fotografica dedicata alla città ucraina, raccontata attraverso gli scatti del fotoreporter georgiano classe ’87, che negli anni ha catturato scene di vita vissuta per le strade della sua città, prima e durante la guerra tuttora in corso. Il percorso comprende una selezione di 23 fotografie che Grigoryan ha scattato in circa 10 anni e un video realizzato in questi giorni a Odessa.

L’altra esposizione è “Anomaliae” di Elisa Leonini, artista ferrarese classe ’80 (nonché titolare della cattedra di Discipline Plastiche e Scultoree presso il Liceo Artistico Dosso Dossi di Ferrara), la quale, partendo da ingrandimenti di frammenti di dischi in vinile e bachelite, realizzati al microscopio elettronico presso il Centro di Microscopia Elettronica dell’Università degli Studi di Ferrara, realizza immagini, suoni e sculture che mutano in paesaggi e territori sconosciuti.

Le mostre sono visitabili il martedì e mercoledì dalle ore 10 alle 12 e il giovedì e venerdì dalle ore 11 alle 18. Nell’ambito del Festival di “Internazionale”, venerdì 30 settembre alle ore 15 è in programma una visita guidata alla mostra “Odessa Sole mio” con le curatrici del progetto Giulia Giliberti e Sara Ricci, e l’introduzione di Michele Esposito, corrispondente ANSA, in Ucraina a marzo scorso e collegamento diretto tra l’artista e la galleria d’arte. Ingresso libero fino a esaurimento posti. Consigliata la prenotazione inviando una mail a info@zanzaraartecontemporanea.it

Andrea Musacci

Articolo pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 settembre 2022

Ritrovarsi e riconoscersi: la politica muore senza luoghi “caldi” dove viverla

20 Set

La nobile arte della politica, fatta di passione e concretezza, sempre più “pervertita” dai tweet e dai talk show, e ormai rimpiazzata dalla tecnocrazia. Spunti per non abbandonarci alla corrente dell’antipolitica e del disincanto assoluto

di Andrea Musacci

Forte è la tentazione di abbandonare la battaglia, di farsi travolgere dalla corrente ipermodernista che investe da anni anche il mondo politico, con i suoi dogmi sul primato della comunicazione, sul relativismo estremo di idee e valori, sul dominio dei sondaggi e del marketing.

Ma nella settimana che deciderà la nuova composizione del nostro Parlamento, vale la pena di abbozzare alcuni appunti che vadano oltre la mera “competizione” elettorale (espressione, non a caso, figlia di una società come la nostra fondata sul culto dell’agonismo).

Partiamo da un po’ di dati: lo scorso 9 settembre, le ultime previsioni danno l’astensione alle Politiche del 25 settembre tra il 33 e il 41%. Numero che probabilmente sarà più basso ma che in ogni caso dice di un calo continuo della partecipazione elettorale alle elezioni parlamentari: tra il 1944 e il 1969 era del 92,4%, tra il 1970 e il 1992 del 90,4%, tra il 1993 e il 2008 dell’82,9%. Infine, tra il 2009 e il 2021 è arrivata al 74%. Un altro dato, dell’aprile 2021: i primi cinque partiti in Italia insieme a livello nazionale contano circa 700mila iscritti. Sembrano tanti, ma non sono granché: Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano nei momenti di massima partecipazione sommati contavano quasi 4milioni di tesserati. Senza contare gli altri partiti. Ma più che un fatto di numeri, si tratta di qualcosa di molto più profondo, che riguarda la trasformazione antropologica che la società italiana, e in generale l’Occidente, vive da mezzo secolo. Trasformazione che ha sbriciolato i partiti, per loro natura garanzia di una presenza, di una continuità, di un’appartenenza. Tutti concetti inutili nell’universo nichilista del digitale e dell’istantaneo.

Né luoghi né simboli

La società dei consumi – difficile negarlo – ha lentamente eroso un sistema simbolico che rese naturale la nascita di comunità “forti” come i partiti. Pur coi loro rischi e le loro contraddizioni – conformismo interno, ideologismo -, i partiti hanno rappresentato delle vere e proprie case della democrazia, della partecipazione – fisica, diretta (meglio specificarlo) -, del riconoscimento reciproco nella condivisione di una passione, di una storia, di una sorte.

Nei decenni i partiti sono scomparsi perché se da una parte si è diffuso un naturale desiderio di autonoma ricerca di una propria identità, dall’altra gli unici riti e simboli ammessi sono quelli legati al mondo del consumo. Fare politica in una comunità vuol dire, invece, la presenza di sedi fisiche, di riunioni anche lunghe, di confronto, di discussione, di costruzione di progetti. La condivisione di qualcosa che è molto più del mero aspetto amministrativo. Significa riconoscersi sodali sotto un simbolo, con una storia alle spalle a tracciare un solco per il futuro. Non esistono democrazie digitali, diciamolo chiaramente: la democrazia si fa a contatto con gli altri, nella conoscenza diretta, guardandosi negli occhi.

Se – come ci dicono da decenni – non esistono più verità sovrastoriche, come possono esistere storie politiche da costruire, che abbiano un passato e un avvenire? Tutto è ridotto alla miseria del presente che non riesce a vedere oltre sé stesso. Tutto quindi si sfibra, perde consistenza, smarrisce il senso. 

«Quel che resta dopo tante negazioni – scriveva Del Noce – è l’affermazione del totale egocentrismo; totale nel senso che tutto acquisisce significato soltanto in ciò che può diventare strumento per l’affermazione dell’io»1.

La toppa peggio del buco

Annientato quell’universo simbolico in cui si poteva pronunciare un “noi” vero, venuta meno quell’identificazione calda, ben poco è rimasto. Surrogati della vera politica, fautori di un falso riconoscimento: il leaderismo (più che mai marcato), l’assemblearismo digitale, le primarie. Tutte riproduzioni degli stessi meccanismi comunicativi consumistici. Si presentano i candidati come fossero protagonisti di un reality. Ci si reca al seggio delle primarie come a un supermarket. Davanti a una tastiera, l’istinto e la solitudine sono gli unici a vincere. Nulla rimane, se non l’illusoria sensazione di aver compiuto un atto “politico”. Non c’è costanza né presenza, men che meno impegno. Non ci si assume nessuna reale responsabilità nei confronti della propria comunità. L’antipolitica ha dato il colpo di grazia alla politica, non producendo nessuna alternativa reale e aprendo, anzi, praterie alla deformazione della politica in tecnocrazia.

Comunicazione ipertrofica

Se il messaggio politico dev’essere immediato, non può che rimetterci la capacità di linguaggio e di elaborazione delle persone. Non possono più esistere questioni complesse: questa ipertrofia della comunicazione va a scapito del pensiero lungo e profondo. In una società come la nostra, che ormai per luogo comune chiamiamo “complessa”, tendiamo invece a semplificare ogni idea, ogni storia, a banalizzare ogni identità. Il mondo comunicativo contemporaneo finisce per diventare il regno dell’effimero: non si tratta, infatti, di demonizzare l’importanza dell’immagine e della sua cura, ma di denunciare come questa abbia finito per divorare tutto il resto: capacità di andare in profondità, di andare oltre l’immediatezza di un logo.

Ritrovare un’anima e una dimora

Prendersi il tempo per pensare, per discernere insieme, creando collettivamente una storia. Questa è, ancora, l’unica possibilità per uscire dalla delegittimazione di tutto ciò che è politica. Non si tratta di riesumare qualcosa del secondo Novecento, ma nemmeno di demonizzarlo nel suo esser stato tempo di conflitti e confronti autentici, e più che mai legati alle vite delle persone. 

C’è bisogno, quindi, di nuove case politiche, nelle quali libertà, memoria ed esperienza convivano in equilibrio. «Abbiamo bisogno di una dimora – scrive Bellamy -, di un luogo dove ci possiamo ritrovare, un luogo che diventi familiare, un punto fisso, un riferimento intorno al quale il mondo intero si organizzi»2.

Abbandoniamo tweet e talk show: torniamo a una politica con un’anima, una visione, una radice, uno spirito comunitario. Fondato – perché no – su uno spirito sinodale. In questo, ancora una volta, abbiamo tanto da imparare dal cammino della Chiesa.

1 Augusto Del Noce, Modernità, 1982.

2 François-Xavier Bellamy, Dimora, 2018.

Articolo pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 settembre 2022

Lutto e apparizione: la mostra di Maria Chiara Bonora

12 Set

di Andrea Musacci

Non si può «accettare la morte come evento in sé dotato di senso. Non si può. Il pane, la luce, la verità, l’amore sono in sé dotati di senso – la morte dell’uomo no». 

(R. Guardini, “Le cose ultime”)

Colmare una mancanza, dare corpo e senso a un’assenza irrimediabile. È il tentativo compiuto dalla fotografa Maria Chiara Bonora dopo la perdita della madre dieci anni fa. Un distacco non rimarginabile, ma a cui l’artista ha cercato – cerca ancora – di dare forma e profondità. Il frutto di questo lavoro interiore è la mostra di foto dal titolo “Non ho mai smesso di respirare”, inaugurata sabato 10 settembre alla Galleria del Carbone di Ferrara e visitabile fino al 25 di questo mese. Ed è la parte più abissale e misteriosa di lei a chiederglielo: quel mondo dei sogni sempre imprevedibile nei tempi e nel linguaggio, e quell’altro regno, della memoria, non meno imponderabile.

In una delle foto (immagine sopra), un volto di donna coperto da un velo sembra segnato dalle ingiurie della morte. Volto (della madre, ma della figlia stessa) che è inganno e consolazione, certezza e fantasia. È quindi con l’immagine che l’artista prova a colmare questo enorme silenzio del distacco ultimo. Tenta di ridare, o di riconoscere, realtà a ciò che è velato ai nostri occhi («Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia» – 1Cor 13,12). L’immagine fotografica è di per sé inaspettata epifania: come scrive Agamben, in ogni foto vi è l’esigenza «di cogliere il reale che si sta perdendo per renderlo nuovamente possibile» (“Il Giorno del Giudizio”). Nel caso di Bonora, l’apparizione ha una forza tale da voler diventare resurrezione, pur simbolica. Un tentativo di risposta alla grande domanda sulla morte e sull’eterno e, forse, anche alla supplica, dolce e oscura, della madre.

Articolo pubblicato su “La Voce” del 16 settembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Addio a Gianni Deserri, amato scultore ferrarese

12 Set

Nel pomeriggio di giovedì 8 settembre è deceduto improvvisamente Gianni “John” Deserri, 74 anni, stimato scultore, pittore e docente ferrarese. Un infarto non gli ha lasciato scampo mentre si trovava in vacanza con la famiglia a Cupra Marittima nelle Marche. Ne da notizia il Club “Amici dell’Arte” – Galleria “Il Rivellino” di Ferrara, di cui Deserri era membro del Direttivo (da oltre 20 anni) e ne dirigeva il Laboratorio di Scultura dell’Accademia “San Nicolò”, del quale era docente dal 1987. Deserri lascia la moglie Luisa e il figlio Dario, scrittore residente a Berlino.

Gianni Deserri aveva frequentato a Bologna il Liceo Artistico Statale conseguendo il diploma di maturità artistica, proseguendo poi gli studi all’Accademia, nella sezione Scultura. All’età di 24 anni diventa prima assistente e poi professore del Liceo in cui è stato studente, trasferendosi successivamente all’Istituto Statale d’Arte per oltre trent’anni. Artista poliedrico, nella sua carriera oltre alla scultura si è cimentato anche nella pittura e nel disegno tecnico, fino all’illustrazione. Fra i premi ricevuti, il Premio “Vittorio Sandoni” (Bologna, 2003), il 6º Premio Nazionale “Il Percorso della Memoria” (Ferrara, 2010), il Premio d’arte contemporanea “Il Segno” (Galleria Zamenhof, Milano, 2012) e il Premio Lucio Fontana (Torino, 2012).

Andrea Musacci

Articolo pubblicato su “La Voce” del 16 settembre 2022

Ucraini, «una parrocchia nuova, fatta di aiuto e speranza»

30 Ago

Intervista a padre Vasyl Verbitskyy, guida della locale comunità cattolica di rito bizantino: «in sei mesi la nostra parrocchia ha accolto tanti profughi ucraini. Molti di questi sperano di tornare presto nella loro patria.Altri, invece, rimarranno qui»

A cura di Andrea Musacci


Padre Verbitskyy, in questi sei mesi come la guerra ha mutato la vita della vostra parrocchia?
«Sono stati tanti i cambiamenti. In alcuni giorni, in determinati periodi, la nostra chiesa di via Cosmè Tura a Ferrara era strapiena, con ucraini che venivano da diverse parti della provincia, e tanti ferraresi che ci raggiungevano per esprimere la loro vicinanza. Negli ultimi tempi ho notato come le persone scappate dall’Ucraina negli ultimi sei mesi siano ormai un terzo delle persone che frequentano la nostra parrocchia».

In particolare, quanti sono i bambini e gli adolescenti che seguite come parrocchia?
«Proprio in questi giorni abbiamo un campo estivo nel quartiere Barco, con 46 bambini iscritti, 30 dei quali arrivati come profughi. Da marzo, però, cioè da quando abbiamo organizzato i corsi di italiano e il catechismo, il nostro doposcuola era frequentato da ben 70 bambini, tutti profughi».

I bimbi e i ragazzi profughi come stanno vivendo questa loro nuova vita?
«Partecipano alla vita della parrocchia, ai momenti di preghiera, erano presenti alla Via crucis cittadina, alcuni di loro fanno i chierichetti, anche coloro che in Ucraina non frequentavano la chiesa o la frequentavano poco. Insieme agli altri stanno costruendo dei bei rapporti di amicizia e possono dar vita a un futuro migliore».

Più nel dettaglio, in questi mesi come si è svolta la vita della vostra comunità di S. Maria dei Servi?
«Possiamo dividere in modo netto l’attività della parrocchia in due periodi: fino al 24 febbraio [primo giorno dell’invasione russa in Ucraina, ndr] e dopo il 24 febbraio. Lo scorso 22 febbraio insieme a un gruppo di parrocchiani abbiamo svolto le prove per una rappresentazione teatrale dedicata alla parabola del figliol prodigo, spettacolo che avevamo programmato per domenica 27 febbraio. Ma la guerra ha stravolto tutti i nostri piani: le feste tradizionali nono sono state realizzate e a metà marzo abbiamo aperto il doposcuola con i profughi in arrivo dal nostro Paese. Oltre ai 70 tra bambini e adolescenti di cui ho accennato prima, abbiamo organizzato anche un corso di italiano a cui han partecipato 30 donne, oltre a una 20ina di volontari impegnati come insegnanti, tra italiani e ucraini. In parrocchia abbiamo anche decorato i rami di ulivo per la Domenica delle Palme, e poi, per la Pasqua abbiamo dipinto le uova. Senza dimenticare la festa per il Lunedì dell’Angelo, la festa della Mamma, il campo estivo per i bambini e le loro mamme a Lido delle Nazioni con 47 partecipanti e il Pellegrinaggio al Santuario del Sacro Monte di Varallo. Il culmine è stata la festa della Prima Comunione, un evento molto importante per ognuno di noi. A tal proposito ricordo una bambina arrivata qui con la madre dopo lo scoppio della guerra, col papà rimasto in Ucraina a combattere. È stata davvero una festa della speranza e della gioia».

Capitolo raccolta aiuti: quanto materiale avete raccolto e dov’è stato spedito?
«In sei mesi da Ferrara sono partiti 11 tir e 50 furgoncini, abbiamo acquistato e donato alla Caritas ucraina un’ambulanza e altre due auto. Il materiale spedito – fra cui molti farmaci – è sempre stato recapitato alle Caritas delle diverse Diocesi: Sambir-Drogobych, Ternopil, Charkiv, Odessa, Mykolaiv, Lutsk».

Quali programmi avete per settembre e i prosasimi mesi in parrocchia?
«Il 4 settembre alle ore 14.30 celebreremo la Divina Liturgia nella Basilica di Santa Maria in vado, appuntamento che gli anni scorsi era fissato in giugno. Per il mio sogno di un oratorio per i bambini ucraini, abbiamo già ricevuto dalla Diocesi – grazie all’Arcivescovo mons. Perego – la possibilità di usare l’ex-asilo nel quartiere Barco (Scuola dell’infanzia Pio XII, ndr), dov’è in corso il campo estivo. In parrocchia continuiamo a fare i corsi per gli adulti, oltre alla raccolta dei farmaci, di prodotti per l’igiene personale e di alimenti a lunga conservazione. Speriamo di riuscire a continuare la nostra attività con i bambini, non solo quelli arrivati dopo il 24 febbraio ma anche con quelli già residenti in città e in provincia».

In questi sei mesi ha avuto modo di sentire da suoi parrocchiani – profughi e non – dubbi di fede a causa della guerra?
«In questo periodo ho cercato di stare vicino a ogni persona arrivata qui o già presente. Ognuno vive la fede in maniera particolare. Certamente, alcune persone hanno avuto dubbi forti a causa della grave situazione in Ucraina, ma vedo come l’accoglienza, la vicinanza e la preghiera diano loro speranza. Addirittura, alcuni dei profughi arrivati in questi mesi, ora sono diventati loro stessi volontari».

Oggi i suoi parrocchiani sono più pessimisti o più speranzosi sull’esito della guerra e sulla possibilità di tornare in patria?
«Alcuni di loro si sentono ormai integrati qui, mentre altri sono già rientrati in Ucraina – in zone sicure – oppure vorrebbero rientrare a breve. In ogni caso, ognuno di loro nutre ancora la speranza che la guerra possa finire presto e quindi di poter tornare nella propria casa».

Articolo pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 settembre 2022

Memorie di una vita nel nuovo libro di Roberto Marchetti

23 Giu

“Ti ricordi quando?” è la nuova pubblicazione di Marchetti, tra i ricordi del bondenese e l’Argentina

Un lungo diario, redatto perlopiù negli ultimi anni, ma che affonda nell’intera esistenza. Dopo “Ti racconto di noi…” (Este Edition, 2018), Roberto Marchetti prosegue il proprio lavoro introspettivo fondato sulla memoria e sulla sua relazione col presente nel nuovo libro “Ti ricordi quando?” (Este Edition, 2022, con prefazione di Giuseppe Muscardini), che uscirà a breve.
Marchetti, classe ’54, sposato con Beatriz Norma Ferrari, di origini argentine, fondatore dell’Associazione badanti “Nadiya”, per oltre 20 anni è stato impiegato e dirigente dell’Eridania e per alcuni anni impiegato a livello amministrativi in alcuni Uffici della nostra Arcidiocesi, prima di dar vita, nel 2013, alla ditta Adamant Bionrg.
Mai moralista e mai autoindulgente, fra ironia (tanta) e malinconia (dosata ma non meno acuta), Marchetti riesce sempre a mantenere quell’occhio arguto e saggio di chi non costruisce sovrastrutture da applicare alla realtà né pretende, quest’ultima, di “oggettivarla” dall’alto della propria esperienza concreta. «Ineluttabilità degli eventi » e «positività della vita» si contendono lo spazio dei ricordi, ma è quest’ultima ad aver la meglio, nella consapevolezza – pur non del tutto razionale – che la vita val la pena di essere vissuta perché in essa vi si ritrova un nucleo di bellezza e di verità.
Tra diari di viaggio – come quelli nella miseria e negli splendori dell’Argentina – e racconti familiari più intimisti, in ognuno si ritrova quella vita vissuta, ancora con intensità, nella carne e nell’anima.
C’è innanzitutto il «rimpianto» della Bondeno della giovinezza, di quella provincia fatta anche di noie e meschinità, ma di cui, forse complice anche il tempo che passa e smussa le asperità, rimangono il cortile parrocchiale «strapieno di biciclette », i «don Guerrino», i bar, gli scherzi con gli amici, quel Cristo in legno portato a Pasqua su un carro agricolo.
Nessuna ipocrisia, nessun intento di raccontare un fatato “piccolo mondo antico” ma il prezioso dono che la memoria, a volte, ci fa: quello di riuscire a setacciare nel proprio passato, mantenendo ciò che abbiamo amato e ciò che ci ha permesso di diventare quel che siamo, senza rimuovere tutto il resto, ma conservandolo, al di là del rancore, in uno spazio periferico.
Un universo, dunque, quello dell’infanzia e della giovinezza, con i suoi – a volte grandi – limiti, ma che nella sua anima più vera – soprattutto familiare, parrocchiale, amicale – ha permesso anche all’autore di formarsi una concezione del mondo da una parte molto legata alla propria terra, dall’altra aperta verso culture e fedi differenti, sempre con una fame di conoscenza, con una curiosità spassionata e mai retorica che, appunto, può avere solo chi ha amato un luogo, solo chi non dimentica le proprie radici.
Vi è un desiderio forte, dunque, nelle pagine di Marchetti: quello di conservare, prima che il tempo glielo impedisca, quei volti, quegli episodi, quegli oggetti che negli anni più spensierati hanno costruito la sua identità. E così, spazio al primo bacio, al venticello estivo nel pioppeto e a molto altro. Sempre con un marchio ormai unico: quello del cuore dell’autore, più consapevole di sé, del tempo che scorre e dell’importanza, quindi, di tenere vivo un rapporto fra generazioni, di tramandare esperienze, di lasciare tracce. Nel suo caso, un vero e proprio rapporto educativo – fatto d’amore – con il proprio nipotino, cercando di coltivare in lui uno sguardo sempre libero e desideroso di bellezza.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 giugno 2022

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