“Comunità e riscoperta del volto: da qui dobbiamo ripartire”

19 Ott

In vista dei nuovi corsi di aggiornamento, abbiamo incontrato mons. Vittorio Serafini, Direttore Ufficio IRC, per riflettere su com’è cambiato il ruolo degli insegnanti di religione nella scuola in tempo di covid. E per capire quali forme di resilienza adottare

di Andrea Musacci


“Il coraggio di andare oltre l’umano” è il titolo scelto quest’anno dall’Ufficio diocesano per l’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) per i corsi di aggiornamento 2020/2021 rivolti agli insegnanti di religione di ogni ordine e grado scolastico.
Abbiamo incontrato il Direttore dell’Ufficio diocesano IRC mons. Vittorio Serafini, per rivolgergli alcune domande sui temi scelti per i corsi.
Abbiamo incontrato il Direttore dell’Ufficio diocesano IRC mons. Vittorio Serafini, per rivolgergli alcune domande sui temi scelti per i corsi.


In un periodo così complicato – anche nella scuola – come quello che stiamo vivendo, quale può essere il valore aggiunto degli insegnanti di religione?
Il periodo del covid-19 non è un tempo complicato, ma complicatissimo. Da sempre si sottolinea che le finalità dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane sono quelle di agevolare la ricerca di risposte di senso ai perché della vita. Il dramma mondiale del coronavirus esige delle risposte sia sul piano delle paure, sia sul piano della responsabilità nei comportamenti. L’insegnante di religione può offrire tanto di fronte alle contraddizioni del momento presente e di fronte alle incertezze che riguardano il futuro. Teniamo anche presente che nella nostra Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio i ragazzi e i giovani che si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica sono circa l’80%.


Lei è in contatto con diversi di questi insegnanti: in questo primo mese di scuola in presenza dopo il lockdown, qual è l’umore prevalente? Quali situazioni si trovano ad affrontare?
Al termine dell’anno scolastico 2019-2020, dopo il periodo del lockdown, a seguito delle lezioni non in presenza, le lamentele sono state tante e forti. Molti insegnanti si sfogavano dicendo di essere stati costretti a lavorare il doppio, a ricorrere ad una tecnologia sulla quale non erano preparati, ad avere delle risposte inferiori da parte degli alunni rispetto alle lezioni in presenza. Con i primi mesi dell’anno scolastico 2020-2021 i disagi sono stati trasferiti sul piano dell’organizzazione generale degli istituti e delle singole classi: distanziamento nelle aule e nelle parti comuni, obbligo di indossare le mascherine, controllo di tutti gli spostamenti di entrata ed uscita. Una cosa comunque è certa: la scuola è per vocazione “in presenza”. Ogni altra soluzione è solo un’agevolazione ed un rimedio.


Venendo al corso d’aggiornamento: fra i temi che verranno trattati, mi soffermerei su quello del trauma e dell’educazione alla resilienza. Ci spiega come verrà declinato?
Il nostro Arcivescovo aveva suggerito di redigere un piano triennale dove prendere in esame tutte le principali religioni monoteiste. Avevamo pensato in questo primo anno lo studio della religione ebraica. Poi con la consulta ci abbiamo ripensato. Il coronavirus è stato un dramma per tutti e quindi anche per gli studenti e gli insegnanti che si sono trovati improvvisamente davanti ad un trauma che ha sconvolto il loro modo di vivere. Attraverso il corso di aggiornamento vorremmo far riflettere sul fatto che dobbiamo continuare a sentirci comunità. Con il lockdown infatti siamo andati contro il paradigma che ci si salva se si sta insieme, se si fa gruppo, se si sta uniti. Ora per diversi mesi si è predicato che solo stando lontani ed isolati possiamo sconfiggere il covid-19. È la prima volta che questo avviene in modo così esplicito e globale nella storia dell’uomo. Sono stati impediti, infatti, tutti i gesti che per cultura abbiamo sempre compiuto: darsi la mano, abbracciarsi, entrare in contatto fisico. Come risolvere il problema? Sarà fondamentale dare importanza agli sguardi, curare l’espressività del volto, esprimere gioia o dolore attraverso la luce degli occhi. Che cosa intendiamo per resilienza della quale vorremmo parlare? È la capacità di resistere agli eventi negativi, di superare le avversità in modo attivo e creativo. La persona resiliente è quella che trasforma uno svantaggio in un vantaggio.


Un altro tema, che verrà affrontato nei corsi, sarà quello delle religioni in tempo di covid. Mi ha colpito questa frase scelta per presentarlo: “L’epilogo più grigio sarebbe quello di lasciare cadere nell’irrilevanza l’esperienza vissuta”. Lei pensa che si stia correndo questo rischio, che nella società manchi un po’ una riflessione sul senso profondo di quello che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo?
L’esperienza dolorosa del coronavirus è stata vissuta dagli uomini di ogni religione. Tutti si sono organizzati nel continuare a pregare a distanza, sentendosi ancora comunità. I cristiani sono ricorsi a funzioni religiose con dirette via internet, con bollettini parrocchiali online o con conferenze video di sacerdoti e religiosi. Anche il suono delle campane ha aiutato a sentirsi uniti nella prova. So che molti buddisti hanno intensificato e rafforzato quegli esercizi della mente che aiutano a mantenersi tranquilli. In televisione si sono visti gli induisti pregare e meditare davanti ai loro piccoli templi domestici con le statue delle loro divinità. I musulmani, nella sofferenza per il fatto che la comunità non poteva riunirsi assieme per pregare, si sono rifugiati nella preghiera domestica e nello studio del Corano con i propri familiari. Insomma per tutti c’è stata la grande occasione per riscoprire i valori più autentici. Non è cosa da poco se in tanti hanno cominciato a discernere tra ciò che è superfluo e ciò che è indispensabile. Voglio credere che sia aumentata la compassione per chi soffre e che tanti abbiano recuperato l’importanza delle relazioni umane. Se il coronavirus non ha insegnato tutto questo, allora è stato un avvenimento traumatico e doloroso ma che …non ha educato a nulla.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 ottobre 2020

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Mons. Andrea Turazzi, gradito ritorno nella sua Ferrara

12 Ott
Foto Musacci

Il 9 ottobre Messa e presentazione del nuovo libro nella chiesa della Sacra Famiglia

Ritrovare le proprie radici, riscoprirsi a casa, in senso affettivo e spirituale.
È quello che ha rivissuto, seppur per poche ore, mons. Andrea Turazzi, da sette anni Vescovo di San Marino-Montefeltro, ma sempre rimasto legato alla nostra terra, lui originario del bondenese ma vissuto per quasi tutta la vita a Ferrara. E proprio qui, nella chiesa della Sacra Famiglia dove ha trascorso come parroco gli ultimi otto anni prima di essere ordinato Vescovo, lo scorso 9 ottobre, Solennità della Madonna delle Grazie, ha presentato il suo nuovo libro “Alle prime luci dell’alba”.
L’incontro è stato preceduto dalla S. Messa da lui presieduta e celebrata insieme al Vicario Generale mons. Massimo Manservigi, al parroco don Marco Bezzi, a don Michele Zecchin, don Luca Piccoli, don Joseph Sagahutu e Thiago Camponogara, ordinato sacerdote il giorno successivo. Le radici, dicevamo. Nella sua breve omelia mons. Turazzi ha preso le mosse dalla questione: quando nasce la Chiesa?
Nasce dalle parole di Maria all’angelo, «Eccomi, sono la serva del Signore» (Lc 1,38). «La Chiesa – ha commentato il Vescovo – nasce ogni volta che diciamo il nostro “sì” alla volontà del Signore». Ma per accettare la Sua volontà è fondamentale riscoprire «l’essenza della fede», come ha spiegato lui stesso nella successiva presentazione, svoltasi sempre in chiesa, sollecitato dalle domande di mons. Manservigi e alla presenza anche dell’Arcivescovo mons. Perego. Tra aneddoti – anche divertenti – e riflessioni teologiche, mons. Turazzi ha quindi accennato all’ossatura del suo saggio, imperniato sul Battesimo, la preghiera, la Riconciliazione – che significa il «godere della Misericordia di Dio» – e la devozione mariana. I pilastri della casa della nostra fede, insomma, con al centro, sempre, la Pasqua del Signore.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 ottobre 2020

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Luoghi liberati dietro il Duomo: piazzetta aperta e antica Sacrestia restaurata

5 Ott

Nuovi spazi agibili nell’area della Cattedrale di Ferrara:
il 3 ottobre è stata riaperta p.zzetta S. Giovanni Paolo II e inaugurata una mostra permanente di fotografie del Duomo. Presentata anche l’antica Sacrestia restaurata. Prossimamente, mostra coi busti degli Apostoli di Alfonso Lombardi

Parziali ma significativi passi in avanti, anche a livello simbolico, sono stati realizzati nel restauro dei luoghi annessi alla Cattedrale. La mattina di sabato 3 ottobre si è svolta la riapertura ufficiale dell’antica Sacrestia e della piazzetta San Giovanni Paolo II a ridosso del campanile: è stata tolta la recinzione che fino ad ora, per motivi di sicurezza, impediva l’accesso alla piazzetta e al cortile dell’abside e quindi lo sbocco in via Canonica. È stato mons. Ivano Casaroli, Presidente del Capitolo della Cattedrale, a presentare i lavori realizzati e ad anticipare come prossimamente avrà luogo una mostra coi busti dei quattro Apostoli realizzati dal ferrarase Alfonso Lombardi (nato intorno al 1497): le opere sono recentemente tornati al Capitolo della Cattedrale dopo essere stati in prestito al Polo Museale di Bologna, città dove Lombardi visse e fu molto attivo.


Mostra fotografica
La base del campanile ospita una galleria di grandi fotografie in bianco e nero – una quarantina – per tenere viva la memoria dell’interno della Cattedrale e ricordare i bombardamenti, in particolare quello del 28 gennaio 1944 che colpì la città causando la morte di 202 persone, almeno 12 delle quali rifugiatesi nel campanile, oltre ai danni ingenti subiti dall’abside. Allora venne colpita l’allora sede del Capitolo e l’antica Sacrestia venne in seguito abbandonata. In mostra, sia gli esterni dell’edificio sia gli interni, con le navate e tutti gli altari (centrale e laterali), l’abside e il coro ligneo, oltre ad alcune miniature del XV secolo dei Libri Corali conservati nel Museo della Cattedrale.
Oltre alla collaborazione con Dinamica Media e Digital Neon, è stato Giovanni Lamborghini, Archivista del Capitolo della Cattedrale, a compiere l’opera di ricerca e selezione delle fotografie dall’Archivio e dalla collezione dell’avv. Andrea Lodi, alcune realizzate negli anni ’70, ma la maggior parte scattate appunto negli anni ’40. Proprio quest’ultimo corposo gruppo fu realizzato dallo Studio “Vecchi e Graziani” di Giuseppe Vecchi e Ada Graziani. Lo Studio iniziò l’attività nel secondo decennio del ’900 in via Camposabbionario 11 per poi trasferirsi in via XX Settembre 131 e diventare nei decenni successivi uno dei più quotati in città. Giorgio Franceschini, assieme a don Giulio Zerbini, don Giuseppe Baraldi e don Alberto Dioli, per incarico dell’allora vescovo mons. Ruggero Bovelli documentò con estrema precisione lo scenario della Ferrara devastata dai bombardamenti: attraverso l’occhio fotografico di Vecchi, Franceschini e i sacerdoti del Seminario realizzarono un reportage intitolato “Bufere sul Ferrarese”, che fu mostrato anche a mons. Montini – futuro Paolo VI -, allora sostituto della Segreteria di Stato di Pio XII. Don Giulio Zerbini sul nostro Settimanale il 6 aprile 1969 nell’articolo “Compagni di messa del papa” scrisse: «All’indomani della fine del conflitto, l’arcivescovo di Ferrara mons. Ruggero Bovelli chiese ad un giovane studente: “…Sei appassionato di fotografia… preparami una documentazione sui danni arrecati dalla guerra alle chiese e alle opere ecclesiastiche…Roma vuol conoscere la reale situazione…”. Alla fine di dicembre 1945, grazie all’intensa collaborazione di Giuseppe Baraldi, Giulio Zerbini e Alberto Dioli, il lavoro era completato». Il volume “Bufere sul Ferrarese” fu stampato dalla Tipografia Artigiana di Ferrara nel 1981 con disegno in copertina di don Franco Patruno.


Antica Sacrestia ora agibile
Quattro mesi fa (v. “la Voce” del 12 giugno) avevamo presentato in anteprima la rinnovata Sacrestia dei canonici a ridosso del campanile della Cattedrale. La mattina di sabato 3 ottobre è stata ufficialmente presentata alla cittadinanza dopo il restauro, iniziato nell’autunno del 2017, reso possibile dalla collaborazione tra il Capitolo della Cattedrale e il Comune di Ferrara. L’inaugurazione avrebbe dovuto svolgersi tra marzo e aprile scorsi ma il Coronavirus ha bloccato tutto. A far da Cicerone è stato Giovanni Lamborghini, Archivista del Capitolo e dell’Archivio storico diocesano. Presenti tra gli altri il nostro Arcivescovo mons. Perego, l’Assessore Marco Gulinelli, oltre a Francesca Sbardellati e Chiara Montanari, rispettivamente ingegnere e architetto resposnsabili dei lavori. Un’Ave Maria ha chiuso l’inaugurazione.
Sopra l’altare si possono ammirare tre pregevoli opere d’arte (a destra): Una grande “Deposizione di Cristo” realizzata da Domenico Mona nel 1557, e portato dalla Cattedrale una volta aperta la Sacrestia, come anche l’affresco raffigurante il volto della Madonna, in origine dipinto a muro da artista ignoto. Infine, l’ottocentesco “Orazione di Cristo nell’orto” di Girolamo Scutellari.
L’antica Sacrestia settecentesca ha subìto interventi di riparazione dei danni post sisma e miglioramento sismico. Fondamentali anche i complessi lavori sugli imponenti armadi e sull’altare, per questo edificio per decenni usato come deposito.
I lavori, che hanno visto l’ex Amministratore del Capitolo della Cattedrale mons. Marino Vincenzi come primo promotore, sono stati progettati e diretti dall’arch. Maria Chiara Montanari, col cantiere guidato dal geom. Daniele Chiereghin della IBF Emilia di Ferrara, la supervisione tecnica dello studio “Struttura” srl e la sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio. Gli interventi strutturali sull’edificio sono stati eseguiti con i finanziamenti del MUDE (i contributi post sisma 2012, gestiti dal Comune di Ferrara), quasi 200mila euro spesi per consolidamento delle fondazioni, cuci/scuci delle murature, consolidamento, con iniezioni, dei muri, della volta, della parte strutturale della copertura, e per l’inserimento di un sistema di catene a due livelli.
Tutti gli altri lavori sono stati, invece, finanziati dal Capitolo della Cattedrale, per un’ulteriore spesa di poco inferiore rispetto a quella del MUDE.
L’ambiente sarà probabilmente utilizzato per lo svolgimento di incontri, ma è ancora tutto da decidere e di certo l’incertezza di questo periodo non aiuta.


Restauro del campanile
Per quanto riguarda i lavori sul Campanile – come ci spiega don Stefano Zanella dell’Ufficio Tecnico diocesano – il Comune di Ferrara, Stazione Appaltante, «sta approntando la gara per la progettazione. Sono un po’ in ritardo rispetto alla tabella di marcia causa emergenza Covid. Entro la fine del 2020 dovrebbero essere assegnati i lavori e la speranza è che entro un anno si possa avere l’autorizzazione per iniziarli concretamente».

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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Un modo diverso di vivere la comunione cristiana

5 Ott
Foto di Sergio Isler

La preghiera ecumenica svoltasi il 1° ottobre: nella campagna entro le Mura è stata l’Associazione Nuova “TerraViva” a ospitare l’incontro che ha visto riunite le diverse comunità cristiane del nostro territorio. Il coro moldavo ha accompagnato la preghiera

di Andrea Musacci
Foto di Sergio Isler

In un ambiente raccolto – un piccolo nido di legno protetto da una corona di alberi e piante – lo scorso 1° ottobre una cinquantina di persone si sono ritrovate, nella prima penombra della sera, per la preghiera ecumenica del Tempo del Creato.
Grazie alla felice intuizione dei nostri Uffici diocesani per l’ecumenismo e per la Salvaguardia del Creato, quest’anno, infatti, l’appuntamento di preghiera e meditazione con le diverse comunità cristiane si è svolto all’interno dell’area gestita dall’Associazione “Nuova TerraViva” di Ferrara. Attraverso un dedalo di strade asfaltate prima – da via delle Erbe -, di sentieri poi, proveniendo da piazza Ariostea in pochi minuti ci si ritrova nel pieno della campagna dentro le Mura, quella vasta area nel cuore di Ferrara nata dall’utopia di Biagio Rossetti. Dopo il saluto di Marcello Panzanini, alla Guida dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, è intervenuta Patrizia Spedo (foto a fianco), Presidente dell’Associazione ospitante che da 35 anni gestisce 4 ettari di verde, al cui interno l’area “Orti condivisi” è coltivata da soci e cittadini col metodo biologico, biodinamico e sinergico, e che vede anche la presenza di un allevamento di api e animali (capre, pecore, galline), un frutteto didattico e alcuni patriarchi/frutti antichi. Un esempio virtuoso di cura della natura e di una sua valorizzazione anche in senso pedagogico, viste le numerose attività ludiche e laboratoriali rivolte a bambini, ragazzi e persone con disagio.
Il momento di preghiera tra fratelli e sorelle cristiane è stato accompagnato da due magnifici canti (uno sulle Beatitudini, l’altro sul Gloria) eseguiti dal coro della comunità Ortodossa moldava “Uniti sub tricolor” (Uniti sotto il tricolore) – la bandiera della Moldavia -, coro composto da quindici donne e tre uomini, fra cui la guida padre Oleg Vascautan (foto in basso), il quale ha anche proposto una meditazione a partire dal passo del Libro dei Proverbi scelto per l’occasione (Pr 8,22-32). Passo, questo, che per padre Vascautan richiama a più riprese – in modo in parte misterioso – sia l’inizio di Genesi, sia alcuni passi del Vangelo secondo Giovanni. Una profonda riflessione sulla creazione e sull’essere umano come prima creatura – dunque “privilegiata” e con una maggiore responsabilità – all’interno del disegno di Dio “architetto”, creatura che conosce il proprio Creatore anche attraverso le Sue opere. E che è chiamato a sviluppare la sapienza, ciò che lo rende simile a Lui. La preghiera è stata guidata da padre Vascautan, padre Vasile Jora (comunità Ortodossa rumena), padre Igor Onufrienko (Chiesa ortodossa russa), Luciano Sardi (Chiesa Evangelica Battista) e dal nostro Arcivescovo.
Nella sua meditazione mons. Perego ha preso le mosse da quell’invito del Signore ai discepoli, “Non preoccupatevi”. Un invito a «non preoccuparsi di mettere al primo posto le cose materiali, ma di non perdere la relazione filiale con il Signore, il Dio Creatore di tutte le cose, Padre nostro. Infatti, Dio, Creatore di tutte le cose – che vede crescere ogni cosa, veste l’erba del campo – Creatore dell’uomo e della donna, Padre, potrebbe abbandonare chi si affida a Lui, chi cerca di realizzare il suo Regno, il suo disegno di salvezza? È questa domanda che deve guidare la nostra fede e lo stile della nostra vita». «La costruzione del Regno di Dio, regno di giustizia e di pace – ha proseguito -, non può essere indipendente dall’impegno per salvaguardare il creato, “il giardino” in cui il Signore ha posto l’uomo, la donna e tutte le creature. Da qui la necessità di riconoscere e leggere “Il Vangelo della creazione”, come una narrazione che accompagni l’educazione e la vita cristiana».
L’incontro in questo piccolo e refrigerante lembo di Creato si è concluso con un momento conviviale – grazie al rinfresco preparato dall’Associazione -, degno suggello di una comunione cristiana che prosegue nel suo complesso ma vivo sviluppo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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Una nuova casa per la comunità ortodossa rumena

5 Ott

Da un mese celebra nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano in via Carlo Mayr a Ferrara

Quante volte passando di giorno o di sera abbiamo visto quell’edificio con la facciata a pietra vista al civico 44 di via Carlo Mayr, in pieno centro a Ferrara, chiuso e ancora più degradato dai rifiuti abbandonati dai vicini locali.
Un destino ancora più triste per quella che in passato, se pur per pochi decenni dopo la nascita, nel XVIII secolo, era stata un edifico religioso, la chiesa dei SS. Cosma e Damiano, consacrata nel 1738. Un edificio di rara bellezza che ora è tornato a vivere, diventando la casa della comunità ortodossa rumena di Ferrara, la Parrocchia di “San Nicodemo di Tismana” guidata dal 2009 da padre Vasile Jora. Una comunità nata nel 2006 sotto il Patriarcato di Bucarest e assegnata alla Metropolia Ortodossa Romena dell’Europa Occidentale e Meridionale con sede a Parigi.
Un gruppo molto consistente quello ferrarese, che raccoglie solo in città 2500 persone, e altre 6mila nel resto della provincia. Una comunità fin’ora nomade, dato che dopo diversi anni nella chiesa di Santa Chiara in corso Giovecca, da maggio ad agosto scorso ha celebrato nella chiesa di Santa Francesca Romana e che invece ora può dire di avere una propria chiesa. Un edificio di proprietà del Comune di Ferrara, venduto a fine 2015 alla comunità rumena, tre anni dopo quel sisma che aveva danneggiato la struttura, rendendola persino inadatta a rimanere deposito di giornali e riviste della Biblioteca comunale Ariostea.
Trecentodieci anni dopo l’inizio della sua costruzione sul progetto di Francesco Mazzarelli, realizzato dagli architetti Francesco e Angelo Santini, e dopo quasi 90 anni dalla sua sconsacrazione (avvenuta nel 1933), lo scorso 6 settembre, una domenica, una comunità cristiana è tornata a celebrare fra le quattro mura nuovamente consacrate: tanta l’emozione dei fedeli presenti, finalmente liberi di dire di aver trovato una loro casa.
Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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Errare alla ricerca della bellezza: il Festival “Riaperture”

28 Set

Il 4 ottobre si conclude il festival “Riaperture” con mostre fotografiche in luoghi abbandonati della città. Quest’anno c’è anche Ai Weiwei. Frasson (Comune di Ferrara) su S. Paolo: “A ottobre 2022 riapre la chiesa, fra un mese il chiostro piccolo e il Refettorio”. Palazzo Zanardi sarà trasformato in residenziale, ancora ignoto il futuro della Caserma di via Cisterna del Follo

di Andrea Musacci


«E dove sono condotti, tutte le volte, dalla notte dell’esodo che si rinnova un anno dopo l’altro? In un luogo che non è un luogo, dove non è possibile risiedere».
(Maurice Blanchot, “La conversazione infinita”)


In epoca di chiusure e riaperture a intermittenza a causa dell’emergenza sanitaria in corso, il nome di questo Festival, giunto alla IV^ edizione, suona più che mai azzeccato.
Inizialmente in programma tra fine marzo e aprile, ma rimandato per il lockdown, il “Riaperture PhotoFestival Ferrara 2020” è in programma in due fine settimana, il 25, 26, 27 settembre e il 2, 3 e 4 ottobre con mostre, workshop, letture portfolio, incontri e molto altro. La rassegna ideata da un gruppo di giovani fotografe/i ferraresi guidato da Giacomo Brini ogni anno ha il duplice pregio di porre i riflettori su edifici della nostra città da tempo chiusi e, all’interno degli stessi, di ospitare personali di fotografe/i da tutto il mondo. Sempre attraverso un filo rosso tematico: quest’anno il tema scelto è “Errante”, termine dal duplice significato. Da una parte, infatti, il rimandare a un movimento senza meta precisa, predefinibile, dall’altra, l’atto dello sbagliare. Due accezioni tra loro legate, che ben raccontano la condizione umana fragile, sempre incerta nel trovare sicurezze definitive e dunque inevitabilmente propensa all’errore, allo scacco. Di certo, i progetti fotografici raccontano e propongono questo desiderio, pur frustrante, dell’essere raminghi come segno di libertà, pur nella mancanza e nell’autoinganno. Purché ci si liberi dalle proprie anchilosi e dalle proprie prigioni, e mai ci si dimentichi, ogni volta, di “riaprirsi” all’altro da noi.


Chiesa ed ex monastero di San Paolo
Era il gennaio del 2018 quando in una conferenza stampa il duo Tagliani-Modonesi, rispettivamente ex Sindaco e Assessore ai Lavori Pubblici, annunciarono, alla presenza anche dell’Arcivescovo, l’avvio dei cantieri riguardanti il complesso di San Paolo, la cui chiesa è inagibile dal 2006. Il terremoto del 2012 aveva portato anche al crollo di due pinnacoli in pietra oltre a sofferenze localizzate su architravi e timpani in corrispondenza degli ingressi e all’aggravamento della situazione statica con lesioni diffuse, sia sulle volte sia sugli apparecchi murari.
Proprio riguardo alla chiesa, a distanza di quasi tre anni, Natascia Frasson, Dirigente del Servizio Beni Monumentali del Comune di Ferrara (Stazione appaltante dei lavori), spiega a “la Voce”: «il progetto esecutivo è in Regione da marzo 2020 per l’approvazione. La Commissione congiunta si riunirà il 30 settembre per deliberare, speriamo in modo definitivo. Ipotizzo quindi – prosegue Frasson – di poter approvare il progetto entro il mese di ottobre e quindi pubblicare la gara per l’affidamento lavori entro la fine dell’anno». L’inizio dei lavori è di conseguenza ipotizzabile «per fine aprile / inizio maggio 2021, e la durata del cantiere è prevista di circa 550 giorni». A ottobre 2022, quindi, la comunità ferrarese potrà tornare dentro una delle chiese più amate della città.
A proposito, invece, dei chiostri e degli ambienti dell’ex Monastero, lo scorso novembre si sono conclusi i lavori sul primo chiostro, che ha per l’occasione ospitato la mostra fotografica “Sulla soglia. Visioni in chiaroscuro di Ferrara”, a cura della stessa Associazione “Riaperture”, della Fondazione Ferrara Arte, dell’artista Andrea Forlani e in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura. Lo scorso 22 giugno, invece, sono ripartiti i lavori – dopo la sospensione causa Covid-19 e la redazione di perizia di variante – sul secondo chiostro (il minore dei due) e sull’ex Refettorio, prima di risistemare il cortile dei carri. «I lavori – ci spiega Frasson – termineranno a novembre 2020. Il piano terra del secondo chiostro continuerà a ospitare le associazioni già presenti – Fotoclub e Contrada di San Paolo – mentre l’ex Refettorio diventerà Sala polivalente. Il piano primo continuerà a ospitare alcuni uffici comunali e la Sala della Musica. Il cortile dei carri di via Capo delle volte – conclude Frasson – in questa fase verrà completato solo con una distesa di ghiaia, demandando invece la riqualificazione complessiva dello spazio alle prossime annualità in base alle disponibilità finanziarie del Comune».


Caserma e Cavallerizza “Pozzuolo del Friuli” e Palazzo Zanardi
L’ex Caserma e la Cavallerizza “Pozzuolo del Friuli” tra via Cisterna del Follo e via Scandiana, sono, insieme a Palazzo Zanardi, di proprietà di Cassa e Depositi Prestiti (CDP), spa controllata dal Ministero dell’economia e delle finanze e, in minor parte, da diverse fondazioni bancarie. Riguardo ai primi due edifici – protagonisti dell’edizione 2019 di “Riaperture” – CDP, da noi interpellata, ci spiega come «siamo ancora alle prime fasi della valorizzazione urbanistica, e non riusciamo ancora a parlare della loro futura trasformazione». Palazzo Zanardi, costruito nel XVI secolo e acquistato dal Comune di Ferrara nel 1972, si trova invece in via de’ Romei, ed era di proprietà proprio della famiglia ferrarese che dà il nome alla via. Edificio di 1639 metri quadri, fu la storica sede dell’Assessorato alla Cultura e nel 2015 il Comune di Ferrara lo vendette a CDP, che ci spiega: «l’asset è in vendita e si presta a essere trasformato in residenziale, ma non ci sono attività urbanistiche in essere, né ad oggi prevediamo di intraprenderle».


Factory Grisù
L’immobile dell’ex caserma dei Vigili del fuoco (dal ’30 al 2004), nell’agosto 2012 è stato concesso dalla Provincia di Ferrara in comodato d’uso gratuito all’Associazione no profit “Grisù” che l’ha gestito fino al febbraio 2016, dando avvio al recupero degli spazi e alla selezione delle prime imprese che si sono insediate al suo interno. Il Consorzio Factory Grisù si è costituito a Ferrara nel febbraio 2016 con lo scopo di partecipare alla gara indetta dal Comune di Ferrara per la nuova gestione della factory creativa, ed è oggi il gestore dell’immobile fino al 2023.


Chiesa di San Giuliano
Il piccolo edificio in piazza della Repubblica, a ridosso del Castello, venne edificata nel 1405 dal camerlengo Galeotto degli Avogadri (o Avogari). Nel 1796 cessò la sua attività sacra e rimase chiusa per diversi anni. Per evitarne la demolizione, Don Pietro dalla Fabbra, la acquistò e donò alla città. Dopo diversi anni di successioni ereditarie, tornò proprietà dell’Arcidiocesi. Dopo i tanti restauri negli ultimi due secoli, e inaccessibile dal terremoto del 2012, oggi San Giuliano è sottoposta a diversi restauri post-sisma in fase di conclusione.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 02 ottobre 2020

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Se il secondo Novecento passa per una piccola macelleria

28 Set

“La bottega di Corso Giovecca. Memorie della Ferrara che fu” è il romanzo d’esordio di Francesca Tani. La storia di una famiglia e dell’Italia dopo il boom economico, sullo sfondo di una Ferrara in bilico fra tradizione e modernità

È da poco uscito il romanzo d’esordio della giovane ferrarese Francesca Tani, “La bottega di Corso Giovecca. Memorie della Ferrara che fu” (Este ed., 2020), presentato lo scorso 16 settembre nella Biblioteca Comunale Ariostea.
Fin dalle primissime righe il lettore è calato nell’umida e plumbea atmosfera che tanto caratterizza la nostra città nei mesi invernali. Il protagonista, Tiziano, come ogni mattina si sta recando nella macelleria che gestisce in Corso Giovecca, civico 160, all’angolo con via Ugo Bassi. Ma è una circostanza diversa quella che si appresta a vivere, un momento di rottura pur nell’apparente routine: è, infatti, l’ultimo giorno di vita di quest’attività. Come ci spiega la stessa autrice, il negozio è realmente esistito: era la Macelleria Tani. «I personaggi sono legati alla storia della mia famiglia. I miei nonni sono stati i primi proprietari del negozio. Ho sempre desiderato scrivere un libro – ci racconta – e, visti i numerosi racconti di mio padre, che tanto amava l’attività che aveva ereditato, ho deciso di realizzarlo».
I momenti di passaggio – che sono sempre di trasformazione – tolgono il percorso compiuto fino a quel momento dal momentaneo oblio per riacquistare consistenza, in un certo senso attualità: laddove si segna una fine, a riaffiorare sono pure l’inizio e le tappe più vivide che hanno reso tale una determinata storia.
Il racconto prende avvio oltre 60 anni fa, nel 1954, dall’“esodo” del protagonista, allora bambino, con la famiglia dalle campagne copparesi per cercare fortuna nella “grande” Ferrara. Da questo momento ciò che dà corpo alle vicende narrate è dunque una serie di mutamenti, di movimenti: dalla campagna alla città, da uno stile di vita all’altro, dall’infanzia alla maturità. Per l’intera società italiana è l’approdo, ai tempi ancora embrionale, a una società più consumista e secolarizzata. È la modernità che irrompe anche nella provincia: in particolare il suo sviluppo è scandito da film, canzoni, automobili, capi d’abbigliamento e programmi televisivi, ma anche dalle battaglie civili e sociali come quelle sul divorzio e sul delitto d’onore, dal Sessantotto e dall’avvento dell’università di massa.
Si susseguono dicotomie se non veri e propri conflitti, soprattutto fra tradizione e modernità e fra la piccola-medio borghesia – con un passato rurale – e l’alta borghesia: in entrambi i casi, i primi termini sono rappresentati dal protagonista Tiziano, i secondi dalla ragazza amata, Vittoria, personaggio di fantasia, incarnazione di quella borghesia progressista, portatrice in quegli anni di un pensiero critico rispetto alla vecchia Italia retrograda e bigotta, ma già destinata a prenderne il posto al potere e a diventarne essa stessa falsa coscienza, elemento di conservazione.
Chiediamo a Francesca Tani se in lei, in qualche modo, vince l’amore per la tradizione nella sua accezione positiva o il naturale desiderio di emancipazione: «Mi sento un po’ Tiziano e un po’ Vittoria, come me laureata in giurisprudenza e sensibile alla questione femminile: rappresenta un po’ il mio ideale. Ma sono anche legata alla famiglia e alle sue tradizioni. E di sicuro rispetto a Vittoria sono più timida».
Il suo libro rappresenta il racconto non solo della seconda metà del Novecento italiano ma dell’anima di Ferrara attraverso i luoghi (in particolare la zona Quacchio-via Pomposa fino all’ex Sant’Anna), i prodotti culinari tipici che maggiormente ne connotano l’identità e alcune delle famiglie più note (Bassani, Franceschini, Chiappini, Cristofori). Pur rimanendo le vicende personali e famigliari al centro della narrazione, a tratti pare che i termini si capovolgano e che l’intento dell’autrice sia di raccontare, attraverso le vicissitudini private, la ferraresità e le mutazioni avvenute nella seconda metà del secolo scorso. Una scelta, quest’ultima, che se da una parte spezza il ritmo narrativo, rischiando di “distrarre” il lettore, dall’altra arricchisce il libro ancorandolo fortemente nello spazio e nel tempo.
Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 02 ottobre 2020

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“Dobbiamo essere speranza in un mondo malato”: intervista a mons. Turazzi

28 Set

Intervista a mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro. Venerdì 9 ottobre sarà a Ferrara per presentare il suo ultimo libro

di Andrea Musacci
In vista del suo atteso ritorno a Ferrara il 9 ottobre per presentare il suo ultimo libro “Alle prime luci dell’alba”, abbiamo rivolto alcune domande al Vescovo di S. Marino-Montefeltro.


Mons. Turazzi, non siamo ancora usciti da un periodo difficile e imprevisto legato all’emergenza da Coronavirus: perché ha scelto di pubblicare un libro così pervaso da un’atmosfera di letizia?
Il titolo del libro è un’allusione abbastanza esplicita alla Pasqua di risurrezione, centro della fede cristiana. In questi anni – a partire da Evangelii gaudium – l’annuncio della risurrezione è stato il motivo ricorrente delle indicazioni pastorali per la vita e la missione delle comunità e dei singoli. In quelle “prime luci dell’alba” ci fu un gran movimento attorno al sepolcro vuoto: le donne, i discepoli, gli apostoli, arrivano, partono, corrono ad annunciare che “Lui è vivo”. Nei racconti delle apparizioni l’invito del Risorto si fa perentorio ed esplicito: “Andate in tutto il mondo”. Inizia il tempo della missione sempre necessaria, ma, in questi giorni difficili, indispensabile: farsi speranza in un mondo ferito e malato! Questo il messaggio centrale.


Battesimo, preghiera, Riconciliazione, devozione mariana: il suo è un tentativo di aiutare i credenti a riscoprire i “fondamentali”?
“Fondamentale” è e resta la Pasqua del Signore. Il libro, pur non parlando espressamente del Covid-19 (è stato scritto prima della pandemia), è provvidenziale per il tempo che stiamo vivendo: offre adeguati antidoti per proteggerci dal contagio del supervirus dell’egoismo; virus che si trasmette a partire dall’idea che “la vita migliora se migliora per me”. Ecco allora quattro antidoti (le quattro parti del libro). Il primo è la fede nel Vangelo di Dio che ha “volto di padre e cuore di madre”. Il Dio della grazia, di un amore che non si merita ma si accoglie. Esperienza racchiusa e vissuta col Battesimo. Altro antidoto è il rapporto con il Dio Padre-Abbà: la preghiera. Non sono disdicevoli alla preghiera neppure i “perché?” che hanno attraversato in questo tempo i momenti di intimità col Padre. Allora, entrando nella preghiera di Gesù, si supera l’impulso istintivo che porta a ripetere quasi solo “io”, “io voglio”, “io ho bisogno”, per approdare ad una preghiera distesa sull’orizzonte del “noi”. Altro antivirus è la Confessione/conversione, che permette di aggredire il morbo asfissiante della non-fraternità: dall’accoglienza del perdono al superamento dei sensi di colpa e all’offerta del perdono ai fratelli. Infine, lo sguardo a Maria di Nazaret, la Madre del Signore, donna con i piedi ben piantati per terra e, nel contempo, al centro del mistero cristiano. A lei si è ricorso e si ricorre per cercare l’intercessione nel momento della prova.


Perché spesso questi quattro “pilastri” non sono più “di moda”, soprattutto fra i giovani? E in cosa la Chiesa – nei sacerdoti, negli educatori – ha sbagliato nel comunicare e testimoniare la propria fede?
Lei pensa davvero che questi “pilastri” non siano più di moda? Certo, il “rientro” è a rischio, la secolarizzazione è davanti agli occhi di tutti, come il calo di presenze e di risorse, ma dobbiamo constatare più consapevolezza, più maturità ed anche più domande, soprattutto da parte dei giovani, segno di una ricerca di autenticità: quando non ci sono domande, anche se scomode, davvero siamo finiti. In Diocesi abbiamo un calendario fittissimo: non c’è mese senza un convegno, non c’è settimana senza un’iniziativa, non c’è giorno senza qualche incontro… In tempo di lockdown il calendario è andato prosciugandosi. Tornava la domanda: “Di che cosa vive la nostra pastorale?”. È stata una sorpresa la riscoperta dell’essenziale, il desiderio di applicarsi alla Parola di Dio, di ritrovare “la Chiesa domestica”, sentire più profondo il desiderio di Eucaristia e di comunità, il ricorso a nuove forme di comunicazione, l’affinarsi del senso di solidarietà… Si sbaglia quando si guarda la realtà con uno spirito di amarezza, dimenticando la forza del Vangelo, quando si resta prigionieri dei programmi e non si “attende” con la fede del seminatore. Il nostro è un deficit di speranza.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 02 ottobre 2020

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Per i tuoi larghi occhi chiari, Marco

21 Set

Il parco di Tamara è stato intitolato a Marco Coletta, giovane morto il 9 settembre 2005 in un incidente stradale. Le parole dei genitori: “credevamo nella giustizia, ma non ci è stata data. E in tanti ci hanno lasciati soli”

di Andrea Musacci
«Credevamo in quella giustizia in cui credeva Marco, ma non abbiamo avuto sostegno. Ora siamo molto stanchi»: è lo sfogo che ci viene consegnato da due genitori, Antonella Finotti e Daniele Coletta.
È da 15 anni che i loro occhi si sono spenti, da quel terribile 9 settembre 2005 in cui l’unico figlio, Marco, perse la vita a 22 anni di notte in un tragico incidente, finendo con la propria auto nel Canale che costeggia via Raffanello a Baura. Tornava da una serata ad Argenta con amici, passando per Ferrara. La mattina del 9 Antonella e Daniele sarebbero dovuti partire in pullman per un viaggio in Abruzzo: lei, infatti, era una delle organizzatrici di questa trasferta per l’Associazione pensionati della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori), per la quale ha lavorato fino al 2015, per poi passare alle ACLI. Ma non partirono mai, troppo assurdo che il loro Marco non li avvisasse del ritardo nel tornare a casa. Il suo corpo è stato ritrovato la mattina del 10, due giorni dopo, da Donato Cornetti.
Quel maledetto tratto di strada venne protetto da guardrail solo nell’aprile 2006: nei successivi 4 anni ha salvato 11 vite – conto tenuto dal papaà di Marco -, e chissà quante altre fino ad oggi. Per questo, Antonella e Daniele hanno deciso di rivolgersi alla giustizia: per chiedere conto all’Ente proprietario della strada, la Provincia, del perché non ci fosse il guardrail a dividere l’asfalto da quel canale profondo 4 metri, del perché il limite di velocità fosse troppo alto e la segnaletica insufficiente. Tutte criticità, tra l’altro, evidenziate nella perizia super partes compiuta nel 2008 dal Consultente tecnico del giudice, l’ing. Rendine. Ma la giustizia, si sa, purtroppo spesso non abita in questo mondo. Appena quattro giorni dopo la tragedia, arriva la richiesta di archiviazione del caso, accolta dal giudice a fine ottobre. Da lì l’inizio della “buona battaglia” giudiziaria dei coniugi Coletta, che però gli porterà ulteriore sofferenza. Quattro le sconfitte subite: nel 2009 la sentenza di primo grado, l’immediato ricorso in Appello e la seconda sentenza del luglio 2010, tre anni dopo la Cassazione che rigetterà la loro richiesta come la Corte europea dei diritti dell’uomo (sono stati i primi in Italia a rivolgersi alla Cedu per un caso di questo genere). Con l’ulteriore sfregio di dover pagare le spese processuali alla controparte. Un’assurdità ancora maggiore se si leggono casi giudiziari simili – citati dal giornalista Nicola Bianchi nel suo libro “La strada di Marco” (Faust edizioni, 2018, ristampato nel 2019) -, ma che hanno avuto esiti opposti a quello riguardante Marco.
Proprio Marco che stava per laurearsi alla Facoltà di Giurispriudenza dell’Ateneo ferrarese in Operatore giudiziario e dei corpi di polizia, perché aveva scelto di porre la giustizia al centro della propria vita. È la mamma Antonella a raccontarcelo: «Marco una volta mi disse: “nel mondo c’è troppo male. Io voglio andare dove c’è il male, per sconfiggerlo almeno un po’…”». Antonella porta sempre al collo il ciondolo d’oro col volto del figlio, quel volto che unisce nello strazio i due coniugi, saldati tra loro da un amore forte, che li tiene in vita nonostante il dolore. Un dolore che negli anni, sono loro stessi a raccontarcelo con amarezza, ha trovato sempre meno persone disposte a lenirlo, dopo il “calvario giudiziario”, un convegno nel 2014 e altre iniziative per sensibilizzare al tema della sicurezza stradale, diversi Memorial, il libro “Sono con voi”, mai pubblicato, curato dalla madre raccogliendo ricordi suoi e degli amici precedentemente pubblicati su due blog.


Un luogo dove ritrovarlo
La mattina dello scorso 9 settembre, però, grazie all’interessamento della Giunta comunale, l’area verde nel centro di Tamara di Copparo è stata intitolata a Marco Coletta. Oltre ai genitori, erano presenti il Sindaco Fabrizio Pagnoni, il presidente del consiglio comunale Alessandro Amà, il parroco don Andrea Tani che ha benedetto il parco, Luigi Ciannilli, ex presidente del Comitato Paglierini, chiuso nel 2015, alcuni amici di Marco e Patrizio Bianchi, ai tempi Rettore dell’Università di Ferrara, colui che nel 2006 consegnò con cerimonia pubblica ai genitori di Marco quella Laurea post mortem che il ragazzo era a un passo dal raggiungere. Un segno molto importante, un punto fisso per non disperdere la sua memoria e ciò che la sua tragedia rappresenta. Ricordiamo che nel 2011 i suoi genitori fecero installare un cippo (laddove prima vi era una croce di legno) nel punto in cui uscì di strada.
La giornata in ricordo del giovane è proseguita con la presentazione del libro di Nicola Bianchi e, nel tardo pomeriggio, nella chiesa di Tamara, con la celebrazione della S. Messa presieduta dal Vicario Generale mons. Massimo Manservigi. Quest’ultimo nell’omelia, partendo dalle Beatitudini lucane (Lc 6, 20-26), ha riflettuto su come ci invitino «a non disperare ma a fare delle nostre sofferenze un punto di forza, perché la preghiera di chi è abbandonato e piange non rimane inascoltata». Il ribaltamento di prospettiva – «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio…» – «non appartiene quindi solo alla fine dei tempi, ma avviene già qui e ora, nella storia».


«Voleva essere felice, che fossi felice»
«Ciao bella mamma, buona serata anche a te. Saluta anche papà. Ciao e grazie per avermi trovato la maglietta bianca». Sono le 20.29 dell’8 settembre 2005 quando Marco scrive queste parole in un sms, le ultime alla madre.
Era così Marco, affettuoso e diligente, attento e premuroso. Voleva laurearsi – gli mancava così poco – per entrare nelle Forze dell’Ordine. Marco era “la colla” della sua compagnia, dissero gli amici. Senza di lui il gruppo si è sfaldato. Marco «voleva essere felice, che fossi felice», dice un’altra amica, che tutti lo fossero. Marco amava il ballo e le camicie hawaiane, ma soprattutto amava Maria, di un amore non ricambiato. Marco studiava anche di notte, Marco dalla scrittura indecifrabile e dal parlare schietto ma mai giudicante. Marco era così, e lo era sempre stato: era quel ragazzino che una volta si buttò in strada per salvare un bimbo dall’arrivo di una macchina che correva ad alta velocità.
«Silenzioso e timido, una persona che ispirava subito tanta tenerezza», scrive l’amica Roberta nel libro, ricordando «l’azzurro stupendo dei suoi occhi, grandi e aperti verso il mondo, ma ricchi di una dolcezza infinita». Quegli occhi, scrive il padre Daniele, dopo l’incidente «incapaci di vedere la luce del sole e le bellezze della terra».
Ma lui e Antonella lo sanno che quello sguardo ora li accudisce senza più bisogno di parole: «Se guardo il fondo dei tuoi teneri occhi – canta Victor Heredia in “Ojos de Cielo” – Si cancella il mondo con tutto il suo inferno / Si cancella il mondo e scopro il cielo». Quello stesso cielo che accoglie, a volte, di notte, Antonella, quando insonne esce di casa e guarda la strada, le poche macchine che passano, aspettando Marco, ancora e ancora. «Ma i tuoi larghi occhi / I tuoi larghi occhi chiari / Anche se non verrai / Non li scorderò mai» (F. De Andrè).

I genitori di Marco Coletta (foto Musacci)

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 settembre 2020

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Lo sguardo femminile sul Novecento: quando la fotografia divenne un atto di vera emancipazione

21 Set
Carla Cerati

A Ferrara è possibile visitare la Biennale donna: collettiva di 13 fotografe, da Letizia Battaglia a Francesca Woodman

Quando la donna da corpo e volto guardato e rappresentato dall’uomo diviene, anche nella fotografia, soggetto, sguardo, coscienza e sua espressione libera e piena?
Il discorso sarebbe lungo e di certo è futile cercare datazioni precise, se non legate a eventi simbolici. Ma certo è che nel Novecento, in particolare nel mondo occidentale, la donna prima attraverso il lavoro poi in tutti gli ambiti del consorzio umano, afferma se stessa, con lotte, regressioni ma dando vita a processi che segnano la storia, la stravolgono e dei quali, ancora oggi, ognuno dovrebbe essere riconoscente.
Su questa emancipazione attraverso il mezzo fotografico si concentra la XVIII Biennale Donna dal titolo “Attraversare l’immagine. Donne e fotografia tra gli anni ’50 e gli anni ’80”, in programma nella Palazzina Marfisa d’Este di Ferrara dal 20 settembre al 22 novembre. A cura di Angela Madesani e organizzata dal Comitato Biennale Donna dell’UDI e dal Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara in collaborazione con Ferrara Arte, la collettiva raccoglie immagini di 13 fotografe: Paola Agosti, Diane Arbus, Letizia Battaglia, Giovanna Borgese, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Françoise Demulder, Mari Mahr, Lori Sammartino, Chiara Samugheo, Leena Saraste, Francesca Woodman e Petra Wunderlich.
Donne accomunate dalla convinzione che attraverso la fotografia si potesse cambiare la realtà, che l’arte potesse essere uno strumento di denuncia. D’altronde il primo modo di trasformare il reale è farlo prossimo, osservarlo e viverlo: per questo nelle sale la protagonista è un’umanità vera, cruda, seppur “filtrata” dall’obiettivo, resa nella propria radicale schiettezza in quanto scevra da logiche dominanti. Un’Italia, in particolare, che oggi non ritroviamo più, divorata da quella “mutazione antropologica” profetizzata con angoscia da Del Noce e Pasolini. Un’Italia caotica e fangosa, quella in parete a Marfisa, semplicemente restituita nella sua realtà, non ancora posseduta e rintronata da una concezione spuria dell’immagine.
Lo sguardo delle artiste in mostra – con la delicatezza e la forza di cui il femminile è intriso – è dunque sguardo sul dolore della persona, sulle sue solitudini, uno sguardo di cura che, per parafrasare il titolo della Biennale, “attraverso” l’immagine attraversa corpi, storie, sofferenze e debolezze. Questa Biennale ci ricorda – memento che è più che mai monito – il fascino e la durezza dell’emancipazione, un’emancipazione resa immagine, uno “scatto” di consapevolezza dal mondo antico (dolce e feroce) fino a quello moderno delle lotte operaie. Un secolo, breve ma complesso, come il Novecento, non solo osservato ma vissuto nella carne di donna, attraverso emozioni che sono differenza ma non eccezione a una norma, diversità ma non anomalia da riserva indiana.
Così, l’esistenziale e il sociale, quel privato che poi – a torto o a ragione – inevitabilmente diventò (anche) pubblico, quella sacralità e quel laicismo vengono colti, pur nelle differenze e nelle unicità delle artiste, dei tempi e delle latitudini, e fatti diventare storia e icona. Simbolo, appunto, non solo di ciò che è mostrato, ma anche di chi impugnava la macchina fotografica.
Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 settembre 2020

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