De Nittis indaga la modernità, tra nebbie antiche e nuovi sfarzi

9 Dic

Fino ad aprile Palazzo dei Diamanti ospita la personale del pittore barlettano divenuto celebre a Parigi

di Andrea Musacci

Giuseppe De Nittis, Westminster, 1878Un viaggio agli albori della modernità, tra paesaggi incontaminati e maestose metropoli europee. A compierlo, in pochi decenni, è stato il pittore barlettano Giuseppe De Nittis (Barletta, 25 febbraio 1846 – Saint-Germain-en-Laye, 21 agosto 1884), “ospite” a Palazzo dei Diamanti a Ferrara fino al prossimo aprile. Si tratta dell’ultimo progetto espositivo prima dell’avvio del cantiere che riqualificherà le sale espositive e il giardino interno, e che obbligherà alla chiusura fino al 2021 o ’22. Un motivo in più per godersi questi capolavori, inaugurati il 1° dicembre nella mostra dal titolo “De Nittis e la rivoluzione dello sguardo”, organizzata in collaborazione con il Comune di Barletta, e a cura di Maria Luisa Pacelli, Barbara Guidi (conservatrici delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara) e Hélène Pinet (già responsabile delle collezioni di fotografia e del servizio di ricerca del Musée Rodin di Parigi). Un’interessante esposizione che mette bene in risalto la capacità dell’artista di indagare la nascita di un’epoca, lo sviluppo delle moderne città: anche per questo, le curatrici hanno scelto di porre l’accento sulla correlazione tra le opere di De Nittis – davvero innovative – e la tecnica fotografica.

Attraverso un raffinato e lirico realismo, l’esposizione di Diamanti inizia con paesaggi deserti, sfocati e malinconici, dove la nebbia li rende come cristallizzati, eterni, atemporali. La modernità incombe, però, inesorabile, e sarà lo stesso De Nittis a cercarla e raggiungerla: nel 1867 si traferisce a Parigi (mirabile l’opera “La traversata degli Appennini – Ricordo”) dove due anni dopo sposerà Léontine Lucile Gruvelle. La capitale francese, come quella inglese, sono rappresentate perlopiù in tele dove a dominare sono cieli piovosi, brumosi, grigi, d’argento e di fumo. Paesaggi anche campestri, immersi in una foschia perlacea, diafana – solo a tratti e timidamente rosacea o color ruggine. Fumo e nebbia, dunque, “fog&smog”, ad addormentare l’atmosfera urbana, diluendo edifici e persone, invadendone fin le figure, donne e uomini “distratti” – come in “Westminster” (1878) -, apparentemente incapaci di ammirare quella luce rossa fioca del tramonto, che in lontananza cerca di emergere come in una visione. “Formicolante città – cantava Baudelaire in “I sette vecchi” -, città piena di sogni, ove lo spettro in pieno giorno adesca il passante! […Città dove] ingigantite dalla nebbia le case avevan l’aria d’argini fiancheggianti un fiume gonfio”.

Giuseppe De Nittis, Il salotto della principessa Mathilde, 1883Proseguendo nel percorso insieme a De Nittis, man mano i paesaggi, urbani e non, si fanno, da una parte, sempre più rappresentativi del moderno – nelle architetture, negli abiti -, dall’altra, più nitidi e solari, segni forse dell’incontenibile ottimismo del progresso. In una Parigi non più nebbiosa, ma pur sempre umida e soverchiata di nuvole, o in una soleggiata Londra, è come se la moderna architettura urbana volesse imporsi allo sguardo, uscendo dalla foschia del passato, dell’antico, lasciandosi alle spalle quella romantica nostalgia che confonde, ottunde, quasi acceca, per presentarsi in tutta la sua sfacciata e disincantata novità, fatta di pesante perfezione. I cantieri, in alcune opere, sono segno di questa continua costruzione, di un erigere strutture su strutture, simbolo concretissimo della nascita e dello sviluppo della città moderna, lanciata verso il XX secolo: uno sguardo sulla sua ossatura – le impalcature -, sul suo germinare dall’acciaio e dal vetro. Ma quasi fosse una reazione, una fuga (o un semplice vezzo?), sempre dalla fine degli anni ’60 si nota in alcune opere del pittore barlettano un richiamo a certo naturalismo giapponese, etereo e sognante: i paesaggi, più o meno nevosi, con le loro montagne e laghi, e anche alcuni paesaggi urbani, sembrano voler smorzare la freddezza dell’urbanità di fine secolo, la sua industrializzazione, dando anche maggior risalto alla figura umana, con primi piani femminili. Volti e corpi di donne che sono centrali nella fase successiva, dalla seconda metà degli anni ’70, quella degli interni, raffinati ambienti artificiali (a parte le ricche composizioni floreali), fin sensuali, caldi in una penombra misteriosa, intorpidita e quasi sonnolenta. Sono donne dalle pelli biancastre, o meglio, perlacee, decisamente meno vestite rispetto ai gelidi dipinti di esterni, con eleganti abiti e corpetti alla moda, ciprie e ventagli, lussuose collane e graziosi bracciali.

Sfarzo che forse raggiunge il suo apice nelle opere ambientate negli ippodromi: dopo gli angusti e intimi spazi interni, un ritorno all’aperto, in ambienti ariosi ma dove la natura, sempre più domata, è rappresentata dai cavalli di razza in gara. L’equino, simbolo di glorie antiche è, nelle opere di De Nittis, trasformato in orpello, posto sullo sfondo di questa grande sceneggiata della modernità, in questa rappresentazione teatralizzata dove a interessare è l’eleganza e il compiacimento nello sfoggio dei propri ingombranti cappelli, dei propri abiti alla moda. Così, l’ultima parte dell’esposizione è dedicata alle realizzazioni “en plein air”, dove tutto si fa massimamente lucente e spensierato, ormai lontano dalle nebbie delle città polverose e indaffarate: ora a dominare sono i dolci pastelli luminosi e vivaci, quei colori “virginali” – oro, bianco e celeste – che pare quasi di vedere anche nel “bianco e nero” dei due commoventi filmati dei fratelli Lumière, del 1895 e del 1900: in uno, un padre imbocca il figlioletto neonato sotto lo sguardo amorevole della madre, nell’altro, una bimba seduta gioca con un gatto. Lo sguardo della tecnica, d’ora in poi, invaderà sempre più il reale: De Nittis l’aveva compreso, riuscendo a interpretarlo con originale sensibilità, dote tipica dello sguardo “rivoluzionario” dell’artista.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 dicembre 2019

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Sud, continua il grande esodo

2 Dic

Negli ultimi anni sono quasi 20mila gli insegnanti emigrati dal Sud al Nord Italia per poter lavorare: ne abbiamo incontrati alcuni impiegati nelle scuole di Ferrara, per farci raccontare come vivono questa situazione. Inoltre, in vista delle festività natalizie, nuova denuncia per l’aumento ingiustificato dei prezzi dei treni

esodoQuel che da un lato è un indubbio reciproco arricchimento, ormai perlopiù pacifico e consolidato, dall’altro rappresenta una sofferenza per tante persone, per chi deve partire e per chi rimane, lasciando spesso a centinaia di chilometri di distanza, mogli, mariti, figli, genitori e amici. E’ l’ormai crescente spopolamento che interessa diverse aree del nostro Meridione, in direzione Nord Italia, semplicemente per lavoro. Abbiamo scelto di parlarne raccogliendo un po’ di dati e alcune testimonianze di una categoria specifica, quella delle insegnanti “costrette” dal Sud a venire nella nostra provincia per poter lavorare nel mondo della scuola.

I dati

E’ a partire dagli anni ’90 che il fenomeno delle migrazioni dal Sud al Nord Italia sembra riprendere intensità dopo i grandi flussi degli anni ’50 e ’60 (dove i picchi furono tra il ’55 e il ’63 e tra il ’68 e il ’70). Gianfranco Viesti, economista all’Università di Bari, ha individuato il 1999 come l’anno della svolta, quando 160.000 persone si sono trasferite dal Mezzogiorno al Centro-Nord, mentre sono state circa 84.000 quelle che hanno compiuto il percorso inverso, con un saldo negativo dunque di oltre 75.000 unità. Dati poi confermati in modo costante negli anni successivi. Le regioni più colpite da questo “esodo” dei giorni nostri sono la Calabria, la Campania e la Basilicata. Una delle caratteristiche di questa nuova emigrazione è la forte componente giovanile. Dal Rapporto SVIMEZ 2019 su “L’economia e la società del Mezzogiorno”, emerge come le persone che sono emigrate dal Mezzogiorno sono state oltre 2 milioni nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017, di cui 132.187 nel solo 2017. Di queste ultime, 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33,0% laureati, pari a 21.970). “La ripresa dei flussi migratori rappresenta la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”, è scritto nel Rapporto. “Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali”. Leggendo i dati ISTAT sul 2017, sono le regioni del Centro-nord a registrare negli ultimi venti anni flussi netti sempre positivi provenienti dal Mezzogiorno: in particolare, l’Emilia-Romagna ha accumulato fino al 2017 un guadagno netto di popolazione di oltre 311 mila unità. Ancor più drammatici – emerge ancora dall’analisi della SVIMEZ – sono i dati che riguardano l’edilizia scolastica. A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%. Con punte del 7,5% in Sicilia e del 6,3% in Molise.

Insegnanti con la valigia

Nel libro “In cattedra con la valigia. Gli insegnanti tra stabilizzazione e mobilità. Rapporto 2017 sulle migrazioni in Italia” (Donzelli editore, 2017), a cura di Michele Colucci e Stefano Gallo, viene spiegato come negli ultimi anni sono quasi 20mila gli insegnanti precari che si sono spostati da Sud a Nord, con una prevalenza della componente femminile, e con migrazioni di lungo raggio. Nella sola provincia di Salerno – per citare un dato emblematico e aggiornato a quest’anno – ci sono ben 7.360 docenti titolari o precari in servizio in Regioni del nord come Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Piemonte o Veneto.

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Col cuore sempre a casa

Nella nostra provincia nell’anno scolastico 2019/2020 per la scuola ci sono 3.434 posti comuni e 476 di sostegno. Sei insegnanti di origini meridionali residenti a Ferrara facenti parte di questo “esercito”, hanno deciso di raccontarsi a “la Voce”: sono cinque donne e un uomo, quasi tutti laureati, attualmente impiegati al CPIA (Il Centro per l’Istruzione degli Adulti), all’IPSIA di Ferrara e nella scuola primaria paritaria San Vincenzo. Insegnano italiano, matematica, religione, sostegno, sono equamente divisi tra di ruolo e precari. Hanno contratti che vanno dalle 18 alle 20 ore settimanali. Si sono trasferiti al Nord Italia prevalentemente negli ultimi anni, ma qualcuno già dal 2001, provenendo dalle province di Foggia, Taranto, Palermo e Agrigento. In quasi tutti i casi, il primo incarico in una scuola del nord è stato anche il primo in assoluto. Nei loro paesi d’origine hanno lasciato affetti, famiglia e amici. Una di loro si sfoga: “negli anni il distacco è diventato sempre più duro, così come la consapevolezza che se ci fossero state le possibilità lavorative anche dalle mie parti, probabilmente sarei già tornata al Sud, dove la vita scorre diversamente. Ma, di questi tempi, l’importante è tenersi stretto un lavoro ovunque e qualunque sia”. A casa riescono a tornare, nel migliore dei casi ogni 20 giorni, nel peggiore 1 volta all’anno, con tutte le sfumature intermedie. “Con gli anni per mia scelta sono rimasta a Ferrara – ci spiega un’altra insegnante -, ma le mie radici sono in Puglia. Le festività scolastiche per me significano tornare nel posto che considero ‘casa mia’ anche dopo piu di 20 anni, perché il legame con le proprie radici resta forte”.

Un salasso per tornare

Anche in vista delle imminenti feste natalizie, abbiamo domandato loro la spesa media che normalmente devono affrontare per tornare dai propri cari: si va dai costi più alti – in aereo nei periodi festivi circa 400 euro, in pullman 200, verso la Sicilia – a prezzi più contenuti ma comunque rilevanti, vista anche la frequenza media: 100-200 euro ogni volta. Nelle scorse settimane, Federconsumatori ha presentato un report sui salassi che i pendolari devono subire per poter tornare – che siano studenti o lavoratori – a casa durante le festività natalizie: “Il viaggio in treno da Roma a Reggio Calabria il 23 dicembre – ha denunciato – costa il 144% in più rispetto al costo applicato l’8 novembre”. Il biglietto Alta velocità di Trenitalia passa da circa 44 euro a 112 euro, con, tra l’altro, pochissimo guadagno di tempo. Secondo il report, per la tratta Roma-Bari (Alta velocità) il biglietto andata passa da 39,90 euro (weekend 8-10 novembre 2019) a 61,00 euro (Natale 23-12-2019 / 07-01-2020) quello del ritorno costa 61,00 euro invece di 52,90 euro; Firenze-Reggio Calabria (Alta velocità) passa da 105,80 euro a 136,00 euro, stesso prezzo per il ritorno (invece di 99,80 euro). Firenze-Bari (Alta velocità) passa da 80,80 euro a 111,00 euro, come per il ritorno (contro 87,80 euro). Considerando studenti e lavoratori che vivono a Bologna, per loro scendere a Bari costa 123,00 euro invece di 65,90, e lo stesso salire nel periodo natalizio costa come scendere (invece di 69,90 euro). Non solo, dunque, spesso “costretti” a trasferirsi al Nord per lavorare o per studiare – vista anche la rilevante emorragia di docenti e studenti universitari dal Meridione al Nord -, ma pure penalizzati – e non poco – nelle spese di viaggio, senza dimenticare i costi alti degli affitti. Tutte difficoltà che non rendono certo facile la vita di queste persone, vera struttura portante di tante nostre scuole. Concludiamo con le toccanti parole di un’altra insegnante che ha scelto, pur nell’anonimato, di confrontarsi con noi: “Sono trascorsi tanti anni e l’essere lontana dalla mia famiglia, dalla mia terra, dai miei affetti più cari non è semplice. Se oggi mi trovo a vivere a Ferrara, a lavorare come insegnante e ad avere incontrato nel mio cammino realtà e persone – ognuna delle quali mi ha arricchito la vita – è grazie all’opportunità della mia famiglia, dei miei genitori che mi hanno sempre appoggiata e sostenuta in tutte le mie scelte. Nonostante la nostra distanza e la mia mancanza sono sempre nei miei pensieri e nel mio cuore”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 dicembre 2019

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Insegnamento religione cattolica: servizio o ingerenza?

2 Dic

Confronto tra cattolici, evangelici e laici il 29 novembre sul pluralismo nella scuola pubblica

crocifisso-aula“Il cattolicesimo è una radice della nostra cultura, ma non l’unica: affidiamo allora l’insegnamento delle religioni a un non-cattolico…”. “La nostra idoneità, però, è sinonimo di affidabilità: l’IRC è scelto anche da non credenti o musulmani”. Sono alcuni stralci dell’interessante dibattito sul tema dell’educazione religiosa nella scuola pubblica organizzato dall’Associazione Evangelica CERBI di Ferrara lo scorso 29 novembre nella Biblioteca Ariostea di Ferrara. “Credere e non credere: libertà e pluralismo nella scuola”, il titolo dell’iniziativa, la seconda e ultima del breve ciclo dopo quello del 21 novembre sulla famiglia. Il primo intervento è stato di Lidia Goldoni (Presidente del Comitato Insegnanti Evangelici Italiani – CIEI), che ha citato gli articoli 7 e 8 della nostra Costituzione, dove sono affrontati i rapporti tra Stato e Chiesa Cattolica e il tema dell’uguaglianza delle altre religioni davanti alla legge. “Quest’ultime – ha detto – sono poste in posizione di svantaggio rispetto a quella cattolica”. Ingiustizia ancor maggiore oggi, “con l’aumento di credenze e visioni, religiose e non. Lo Stato dovrebbe invece fungere da arbitro imparziale, difendendo il pluralismo, non finanziando l’ora di religione cattolica, e ponendola almeno fuori dall’orario curricolare, rendendola così davvero facoltativa. Invece – ha proseguito – si ‘appalta’ alla scuola pubblica la formazione delle nuove generazioni, compito che spetterebbe innanzitutto alla famiglia”. Tornando all’ora di religione cattolica, la relatrice ha proposto tre spunti di riflessione. Il primo: “è vero che Italia e Europa hanno radici cristiane, e che l’arte e la cultura sono intrise di cattolicesimo. Ma quest’anima cristiana e cattolica si apprende già studiando le altre materie” (storia, geografia, storia dell’arte, letteratura ecc.). Secondo: ”il cattolicesimo è una radice della nostra cultura, ma non l’unica: lo sono, ad esempio, la classicità greca e quella latina, o il giudaismo, la cultura araba, le altre confessioni cristiane”. Terzo: “perché non pensare a un non-cattolico che possa insegnare le religioni?”. Paolo Gioachin (Insegnante di Religione Cattolica) ha invece citato l’accordo del 1985 tra Stato e Chiesa che modifica il Concordato, in particolare l’articolo 9, comma 2, dov’è scritto che lo Stato “continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche”, garantendo però “il diritto di scegliere” o no questo insegnamento. In questo modo,“si rispettano pluralismo e laicità”, dando vita a quella scuola “aperta a tutti” di cui parla l’art. 34 della Costituzione. Inoltre, ancora per Gioachin, “l’IRC risponde a un servizio per gli alunni, per lo sviluppo della persona umana: la religione va conosciuta, anche oggi. Riconosco – ha poi aggiunto -, che non sempre esistono attività alternative per chi non sceglie l’ora di religione cattolica”. Tre le riflessioni finali di Gioachin: “se è vero che l’IRC sembra la ‘lunga mano’ della Chiesa nella scuola pubblica, quindi un’ingerenza, dall’altra la richiesta di ‘idoneità’ degli insegnanti è garanzia di affidabilità”. Seconda: “l’IRC è un ’gancio’ tra dentro e fuori la realtà scolastica”, e comunque “non è frequentata solo da cattolici” ma anche da non credenti o appartenenti ad altre religioni. Infine: “è possibile ragionare insieme su come ampliare/riformare l’IRC, in vista dei mutamenti demografici della società, soprattutto in termini di pluralismo religioso?”. L’ultimo intervento è spettato a Mauro Presini (insegnante elementare): “è stato un insopportabile gesto di propaganda – ha esordito -, una strumentalizzazione, il fatto che la Giunta di Ferrara abbia comprato crocifissi da mettere nelle scuole. E non è sufficiente la risposta ’si è sempre fatto così’, perché una scelta può essere sbagliata, e quindi va modificata, e perché la scuola e la società sono molto cambiate negli ultimi decenni. Credo sia molto importante – sono ancora sue parole – che nella scuola si parli di religioni, ma sapendo che esistono diverse spiritualità”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 dicembre 2019

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Violenza di genere, un dramma che riguarda anche la Chiesa?

25 Nov

Una riflessione in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: i dati nazionali, la volontà di dominio del maschio, il ruolo e le colpe della Chiesa, buone pratiche e vie percorribili nella comunità ecclesiale

di Andrea Musacci

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ abbastanza recente, del 2013, la legge n. 119 che, per la prima volta nel nostro ordinamento, fa riferimento esplicito alla “violenza basata sul genere”, quella, cioè, sulla donna in quanto tale. Solo a ridosso del nuovo millennio, nel 1996, a livello legislativo i reati di violenza sessuale non sono più definiti “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”, ma contro la persona. Non stupisca dunque se anche quest’anno, in particolare in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (in programma il 25 novembre) siano state tante, anche nella nostra provincia, le iniziative di sensibilizzazione sul tema. Gli stessi dati, presentati la scorsa settimana dalla Polizia di Stato nel report nazionale “Questo non è amore”, dimostrano non solo come il problema esista e abbia una sua specificità rispetto ad altre forme di violenze, ma anche come sia un fenomeno, rimanendo nel nostro Paese, in continuo aumento. In Italia i femminicidi passano, infatti, dal 37% sul totale delle vittime di sesso femminile del 2018, al 49% nel periodo gennaio-agosto 2019. Il 67% di queste vittime è straniero. In aumento anche le donne vittime di violenza, che passano dal 68% del 2016 al 71% del 2019. A colpire è anche un altro dato che emerge dal report: nell’82% dei casi, chi fa violenza su una donna è il marito, il compagno, un familiare o conoscente. Il luogo domestico, quella sfera privata che sempre dovrebbe essere sinonimo di libertà e luogo degli affetti, spesso purtroppo si trasforma in spazio di assoggettamento, “regno protetto” dove si scatenano dinamiche ambivalenti di cura e manipolazione.

In “Amoris Laetitia”, il Papa scrive giustamente: “benché sia legittimo e giusto che si respingano vecchie forme di famiglia “tradizionale” caratterizzate dall’autoritarismo e anche dalla violenza, questo non dovrebbe portare al disprezzo del matrimonio bensì alla riscoperta del suo vero senso e al suo rinnovamento” (AL 53). È un meccanismo micidiale – che, più in generale, trascende i rapporti fra i generi e l’ambito domestico – quello nel quale la donna invece che vittima si sente responsabile, iniziando ad autocolpevolizzarsi, con ripercussioni psicologiche spesso devastanti: è il meccanismo tipico del potere, che introietta, in chi vuole dominare, la coscienza della propria subalternità, privando la persona di valore e soggettività. Chi “detta legge” – chi è in un’accezione negativa, “sovrano”, “signore” – decide anche chi è dignitoso e chi no, chi è rispettabile e chi no, chi deve giustificarsi e chi no, chi debba vergognarsi e chi no. Nel 2013, negli Stati Uniti, due donne – Jen Brockman e Mary A. Wyandt-Hiebert – idearono la mostra “What Were You Wearing’”, “Com’eri vestita?” (poi presentata anche in Italia), esponendo gli abiti che le donne vittime indossavano al momento della violenza: indumenti d’ogni tipo, a dimostrazione – per sfatare un luogo comune diffuso – che in nessun modo l’abbigliamento di una donna possa giustificare o incentivare un uomo ad abusare di lei.

Ma che la violenza di genere sia una forma di potere, un meccanismo di soggezione tanto esplicito quanto subdolo, lo si nota anche da certo linguaggio, usato spesso dal carnefice, a cui spesso, purtroppo, alcuni giornalisti fanno da megafono; e, tante volte, si tratta di un linguaggio introiettato dalle stesse vittime o da altre donne. Espressioni del tipo “omicidio passionale” o “l’ha uccisa perché la amava troppo” trasformano implicitamente il colpevole in “vittima” della sua stessa passione, quindi di altro da sé, e, in molti casi, la vittima in responsabile (si veda ad esempio la testimonianza di Lucia Panigalli a pag. 11). Per quanto riguarda il nostro territorio, oltre al fondamentale e decennale lavoro di formazione, prevenzione, sostegno e accoglienza svolto dall’UDI e dal Centro Donna Giustizia, lo scorso gennaio è nato “Dire basta”, un gruppo di “Auto-Mutuo-Aiuto” (A.M.A.) per donne che vivono o hanno vissuto situazioni di violenza fisica e psicologica (ne avevamo parlato nell’edizione del 7 giugno scorso). Un progetto mai visto prima nel ferrarese, per la sua modalità “dal basso” – senza esperti – e ancora poco diffuso in Italia.

A Ferrara, lo scorso aprile, invece, anche se un po’ in sordina, in Municipio è stato presentato il libro “Non solo reato, anche peccato: religioni e violenza sulle donne”, un volume a più voci – uomini e donne, cristiani di ogni confessioni, ebrei, musulmani, atei – curato dalla teologa Paola Cavallari. Il libro si inserisce in un progetto più ampio, prima ecumenico poi interreligioso, nato in ambienti cattolici e riformati, avviato dall’appello “Contro la violenza sulle donne. Un appello alle chiese cristiane in Italia” del 2015, e proseguito dal 2016 al 2018 con tre tavole rotonde interreligiose a Bologna sul tema della connessione tra religioni e violenze contro le donne, e l’anno scorso con la nascita dell’Osservatorio Interreligioso contro la violenza sulle donne. Nell’appello del 2015 vi è scritto: “Questa violenza interroga anche le Chiese e pone un problema alla coscienza cristiana: la violenza contro le donne è un’offesa ad ogni persona che noi riconosciamo creata a immagine e somiglianza di Dio, un gesto contro Dio stesso e il suo amore per ogni essere umano”. Si tratta dunque di una giusta sollecitazione, rivolta a laici e presbiteri, a non banalizzare né sottovalutare il tema della violenza di genere e, più in generale, il tema del rapporto fra i generi nella società e all’interno della stessa Chiesa, a tutti i livelli. Papa Francesco in un passaggio di “Christus Vivit” riflette: “Una Chiesa eccessivamente timorosa e strutturata può essere costantemente critica nei confronti di tutti i discorsi sulla difesa dei diritti delle donne ed evidenziare costantemente i rischi e i possibili errori di tali rivendicazioni. Viceversa, una Chiesa viva può reagire prestando attenzione alle legittime rivendicazioni delle donne che chiedono maggiore giustizia e uguaglianza. Può ricordare la storia e riconoscere una lunga trama di autoritarismo da parte degli uomini, di sottomissione, di varie forme di schiavitù, di abusi e di violenza maschilista” (C. V., 42).

Tanti sono i passi fatti nella Chiesa in questo cammino di “conversione”: basti pensare alle diffusissime esperienze, spesso nel silenzio, in tutto il mondo di aiuto e accompagnamento di donne sole o abusate, o al dibattito, anche in vista del recente Sinodo per l’Amazzonia, sulla necessità di una maggiore presenza femminile nei luoghi decisionali, o sull’accesso delle donne ai ministeri (lettorato, accolitato, diaconato). Solo per citare alcuni esempi e limitandoci all’Italia, esiste un mensile di donne dell’“Osservatore Romano”, “Donne Chiesa Mondo”, e un gruppo, piccolo ma combattivo, denominato “Donne per la Chiesa”. Molto altro, però, può e dev’essere fatto, e quel che di buono c’è – in termini di riflessione teologica, storica, anche autocritica, di sostegno concreto alle donne in qualsiasi situazione di violenza, abuso, sopruso e sottomissione, dentro e fuori la Chiesa – dev’essere maggiormente pubblicizzato e incentivato, senza inutili timidezze. Iniziamo a riflettere se sempre è, ed è stata, corretta la nostra immagine di Dio (o non, a volte, strumentale a forme di assoggettamento e violenza, anche di genere) e se, contemporaneamente, non dovremmo considerare come compito di ognuno – donne e uomini insieme – il ragionare sulle nostre concezioni del “maschile” e del “femminile”: solo un discernimento e un’azione davvero sinodali possono portare, nella comunità ecclesiale, ad affrontare nel migliore dei modi anche la piaga della violenza di genere.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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Speciale violenza sulle donne: ruolo della Chiesa, storia di Lucia Panigalli e dati di Ferrara

25 Nov

a cura di Andrea Musacci

violencia-domestica-840x472Violenza sulle donne, la parola a don Alessio Grossi del Consultorio “InConTra”: prevenzione, formazione e sostegno. A breve aprirà lo Sportello per la tutela dei soggetti vulnerabili, fra cui donne e minori vittime di abusi o violenze

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Anche la nostra Arcidiocesi si interroga su come affrontare questa piaga che, come si vede dai dati nazionali e locali (nella pagina a fianco), è tutt’altro che irrilevante e quindi necessita di un’azione preventiva anche da parte delle comunità ecclesiali. Ne abbiamo parlato con don Alessio Grossi, alla guida del Consultorio familiare diocesano “InConTra”, aperto lo scorso giugno.

Don Grossi, come Diocesi qual è la risposta al problema? Come Consultorio “InConTra” in generale abbiamo la vocazione anche alla tutela e alla prevenzione della violenza, compresa quella sulle donne, pur non avendo ancora un iter specifico. In futuro organizzeremo anche un percorso formativo sul tema, centrato soprattutto sulla prevenzione.

Come avverrebbe concretamente l’aiuto? Se dovesse venire fuori in un colloquio individuale il caso di una donna che ha subito violenza o abuso dal marito, compagno o fidanzato, coinvolgeremmo immediatamente i consulenti familiari (psicologi, psicoterapeuti, mediatori familiari), e poi, eventualmente, ci rivolgeremmo alle forze dell’ordine per la denuncia. Spesso, in casi come questo, nel colloquio l’abuso o la violenza subita viene detta dalla vittima tra le righe, non è esplicita, e spesso si tratta anche di violenza psicologica.

I dati dimostrano come la stragrande maggioranza di queste violenze avvengano in famiglia o comunque in rapporti di coppia. Come si spiega?

La famiglia può essere anche un luogo infernale: a volte si crea un doppio legame, un’ambivalenza nel rapporto tra partner, o tra padre e figlia, ad esempio. Insomma, chi mi fa del male al tempo stesso è colui da cui dipendo affettivamente e/o economicamente, affettivamente. Si crea quindi un rapporto di dipendenza, la relazione di coppia può trasformarsi in una relazione di possesso, fatta di controlli, limitazioni, offese e pretese da parte del maschio, fino appunto alla violenza.

Quale risposta si può dare a livello formativo? E’ importante prendersi cura delle relazioni nelle famiglie, nelle coppie, tra i fidanzati, e nei giovani in generale. L’aspetto formativo è fondamentale, soprattutto a partire dalle famiglie: riguarda innanzitutto l’imparare ad ascoltare, a parlare correttamente, a relazionarsi, a prendersi cura dell’altra persona, all’amore e al rispetto. C’è dunque bisogno di un’attenzione maggiore all’affettività, anche perché spesso nei giovani e nei giovanissimi notiamo un modo di relazionarsi consumistico, ’usa e getta’, con un vero e proprio scollamento tra azione, sentimento e significato.

In che senso? L’immagine diffusa o scambiata tramite i social è slegata dai sentimenti che il giovane può provare, come se non fosse reale. Questo può diventare fonte di violenza.

La scorsa primavera Papa Francesco ha reso pubblico la Lettera Apostolica in forma di “Motu Proprio” “Sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili”. Un discorso che riguarda anche le donne vittime di violenza? Certamente: anche nella nostra Arcidiocesi a breve verrà ufficialmente aperto l’Ufficio tutela minori e persone vulnerabili, che il Papa vuole in tutte le diocesi. Ne riparleremo meglio a dicembre. Anche in questo caso, comunque, al centro ci sarà la prevenzione, l’informazione, la formazione e la cura della donna, dei minori e degli altri soggetti deboli, con anche uno Sportello apposito al quale rivolgersi.

Infine, la Chiesa, secondo lei, deve in qualche modo ridefinire il ruolo della donna? Sì, anche se questo lavoro procede lentamente. Ad esempio, ultimamente si parla dello sfruttamento in alcuni Diocesi delle suore da parte di parroci o vescovi, e comunque delle donne in generale, laddove relegate a meri lavori manuali. Sarebbe molto importante anche ripensare la lettura teologica della figura della donna, per valorizzare maggiormente l’identità femminile.


La storia di Lucia Panigalli,  sopravvissuta a un femminicidio, intervenuta il 22 novembre a Ferrara

OLYMPUS DIGITAL CAMERA“Sono sotto scorta dei Carabinieri, forse l’unica in Italia ad averla per un caso come il mio. Questo perché il mio ‘aguzzino’, seppur ritenuto socialmente pericoloso, è stato messo in libertà vigilata per ‘buona condotta’ in carcere”. Lei è Lucia Panigalli, 63 anni, sopravvissuta a un femminicidio a Vigarano Mainarda nel maggio 2010, e lui è Mauro Fabbri, per 18 mesi suo compagno, che tentò di ucciderla prima con diverse coltellate, poi con calci sul volto e sulla testa. Fu il figlio di lei a salvarla. Ma Fabbri, dal 29 luglio scorso, è in libertà vigilata, costringendo così la donna a vivere non solo con le conseguenze del trauma (tra cui recentemente, l’amnesia globale transitoria) ma anche con la paura di rincontrarlo e che lui le faccia ancora del male (nonostante la lettera “rassicurante” inviatale lo scorso ottobre). Per il tentato femminicidio, il giudice condannò Fabbri a 8 anni e mezzo di carcere, pena poi ridotta per “buona condotta” dell’uomo, il quale in carcere tentò, dopo pochi mesi, di commissionare l’omicidio della donna (in cambio di soldi e mezzi) ad un sicario bulgaro, Radev Stanyo Dobrev, che lo denunciò (ma l’uomo, 48 anni, è oggi a processo per tentato omicidio in concorso, aggravato dalla premeditazione). Secondo l’art. 115 del Codice Penale, però, Fabbri non è da ritenere ulteriormente colpevole, poiché “le intenzioni” – così è scritto – non sono perseguibili. La Panigalli ha raccontato la propria storia la mattina del 22 novembre nella Sala Consiliare del Municipio di Ferrara per un seminario organizzato in occasione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” del 25 novembre. Dopo la seconda sentenza, ha spiegato, “per due settimane mi sono chiusa in casa a piangere per la rabbia e lo sconforto. Lo Stato – denuncia – con la sua assurda sentenza mi ‘costringe’ a farmi uccidere”. Ricordiamo che sollevò – giustamente – molte polemiche anche l’intervista “accusatoria” che le rivolse Bruno Vespa lo scorso settembre a “Porta a porta”. “Per me – ha spiegato ancora a Ferrara la donna – non esiste futuro finché la situazione rimarrà questa. Faccio tutto quel che faccio per dovere civile e per dare un senso a una vicenda che un senso non ha. La nostra relazione – ha spiegato – non era durata tanto per due adulti, c’eravamo lasciati di comune accordo, non avevamo figli né proprietà da dividerci. Sono contenta di fare testimonianza, ma per me ogni volta è dura riaprire questo pentolone di dolore e di schifezze e rimangiarlo: io ormai sono questa cosa, non riesco a non pensarci. Gli unici momenti in cui non ci penso sono quelle due ore quando vado a ballare. A volte mi vien da dire – ha detto con sconforto – che comunque mi sento la responsabilità di non aver riconosciuto il malessere di quell’uomo – perché un uomo che fa quello che ha fatto non sta bene. Dobbiamo però continuare ad amare gli uomini se lo meritano, e da madri educarli e dar loro il buon esempio. Ma a voi donne, soprattutto giovani, dico: state attente, non ritenetevi mai al sicuro”. Ma non finisce qui: “ci sono anche le frasi orribili che mi son sentita rivolgere, del tipo ‘cos’hai fatto per farlo arrabbiare così tanto?’ ”. E poi c’è un’altra calunnia, specifica, che Mauro Fabbri disse fin da subito. E che ora, denuncia la Panigalli, “sono venuta a sapere che alcuni, nei bar, pubblicamente, ripetono, come chiacchiera: che lui avrebbe tentato di uccidermi perché non gli avrei restituito dei soldi che mi aveva prestato. Ma non è assolutamente vero, non ho ricevuto in prestito da lui nemmeno una lira. Ci mancherebbe, sono una donna ‘orgogliosa’, faccio fin fatica a farmi offrire un caffè da un uomo. E, in ogni caso, questo avrebbe giustificato un femminicidio?”. Infine, spiega, “andrebbero modificate le norme su come viene concessa in tanti casi la libertà anticipata, i termini della ‘buona condotta’, ci vorrebbe maggior comunicazione tra uffici giudiziari e tribunale di sorveglianza, e bisognerebbe comunicare alle vittime se il loro ‘aguzzino’ è uscito in anticipo ed è in libertà vigilata: io l’ho saputo solo per vie traverse”.


I dati a Ferrara: nel 2019 già 255 le donne accolte dal Centro Donna Giustizia. In aumento le giovani fra i 18 e 30 anni che si rivolgono anche in emergenza

Nel seminario svoltosi in Municipio a Ferrara il 22 novembre, nel quale è intervenuta anche Lucia Panigalli, Paola Castagnotto del Centro Donna Giustizia (CDG) di Ferrara ha presentato i dati del CDG sul 2018 e sui primi dieci mesi del 2019. L’anno scorso, nel progetto “Uscire dalla Violenza” (che vede accoglienza, ospitalità delle donne vittime, oltre a informazione, formazione e progetti di autonomia e recupero sociale e lavorativo delle stesse), sono state accolte 290 donne (di cui 194 italiane, 197 mamme). Di queste, 81 sono state inviate alla consulenza legale e 85 a quella psicologica. I colloqui dell’operatrice sono stati 906 e 1039 i contatti telefonici. Nei primi dieci mesi del 2019, invece, sono 255 le donne accolte, di cui 164 italiane, 132 occupate e solo 90 con reddito autonomo. Tornando al 2018, il progetto “Oltre la Strada” (che sviluppa programmi di protezione e integrazione sociale per donne vittime di tratta e sfruttamento sessuale o grave sfruttamento lavorativo) ha attivato percorsi di protezione sociale per 32 persone (di cui 31 donne; sono 34 nel 2019). Il progetto “Luna Blu” (l’unità di strada) ha realizzato 48 uscite di contatto (sono 40 nei primi dieci mesi del 2019) e 12 di mappatura in orario notturno per un totale di 60. In strada è stata monitorata una presenza media di 31 presenze (38 nel 2019). “Come ci ha raccontato una volta una donna trans – ha spiegato la Castagnotto – una prostituta è considerata, da molti, solo come tale, e non donna, non madre, non persona”. Nel 2019 si è notato come sempre più si rivolgano al CDG, anche per chiedere protezione in emergenza, giovani donne di età compresa fra i 18 e i 30 anni, considerando che normalmente la maggior parte delle vittime ha un’età compresa fra i 30-39 e i 50-59 anni. Delle 255 donne finora accolte quest’anno (considerando che una donna può subire più tipi di violenza), 239 han subito violenza psicologica, 174 fisica, 162 economica, 49 stalking e 53 sessuale. Riguardo agli autori, 85 sono coniugi, 46 conviventi, 16 amanti/fidanzati, 62 sono ex, 59 famigliari, 7 sconosciuti. Interessanti al riguardo anche i dati forniti da Michele Poli del Centro d’Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM) di Ferrara (che ha denunciato anche il bullismo, la pornografia e la prostituzione come forme di violenza e dominio dell’uomo sulla donna): dal 1° novembre 2018 al 31 ottobre 2019, sono 43 gli uomini che hanno contattato il CAM, 44 quelli che hanno partecipato a percorsi (di cui 22 nuovi utenti), 19 le donne che l’hanno contattato invece per informazioni sulla violenza subita. In totale, 218 sono stati i contatti via telefono o mail, 150 i colloqui individuali e 79 gli incontri di gruppo settimanali svolti. In carcere, si sono tenuti 3 colloqui individuali utili all’attivazione di percorsi. Nei primi 5 anni e mezzo al CAM si sono rivolti circa 200 uomini maltrattanti. Dei 22 nuovi utenti, 14 si sono rivolti spontaneamente, 10 hanno un’età fra i 36 e i 45 anni, altrettanti hanno ancora una relazione con la donna vittima, 17 sono italiani, 10 sono partner, e in 11 casi si ha anche violenza subita e/o assistita dai figli. Infine, in 7 casi l’uomo aveva già usato violenza in precedenti relazioni. Nel seminario in Municipio – oltre a Cecilia Tassinari (FIDAP), Paola Peruffo (che ha moderato gli interventi), consigliera comunale e presidente della Commissione Pari Opportunità, l’Assessora Dorota Kusiak e, nel finale, il Sindaco – è intervenuta anche Stefania Guglielmi dell’UDI-Unione Donne in Italia: “la violenza degli uomini sulle donne – ha riflettuto – si combatte con le leggi ma soprattutto con la cultura, e nelle scuole. Il problema della violenza di genere fa parte purtroppo della nostra tradizione culturale. Non dimentichiamo che le donne in Italia possono votare solo dal 1946, nel 1981 è stato abrogato l’ ‘onore’ come giustificazione dell’omicidio della moglie da parte del marito e nel 1996 la violenza sessuale da reato contro la morale pubblica è diventato reato contro la persona. Ma ancora oggi in alcune sentenze vengono date attenuanti per casi come questi e a volte le donne nascondono ancora le violenze che subiscono”. Ricordiamo che – dati ISTAT – in Italia sono 42mila le donne seguite in 281 Centri antiviolenza e Case di rifugio. A fronte di ciò, ha denunciato ancora la Castagnotto, “al giorno, per donna, nel 2017 sono stati stanziati 76 centesimi di euro…”. Infine, alcune studentesse della 3° G del Liceo Sociale G. Carducci di Ferrara (foto in alto) hanno presentato (insieme all’insegnante Lorenza Cenacchi) il cortometraggio da loro realizzato, dal titolo “Giocarcela fino alla fine” ispirato al libro “A mano disarmata” di Federica Angeli, giornalista sotto scorta per le sue inchieste sulla mafia romana. Il cortometraggio ha ottenuto la seconda posizione al “Premio Estense Scuola 2019”, consentendo la partecipazione alla finalissima del concorso “Talent#Antimafia”, indetto dall’Associazione Antimafia “NOI” e presieduta dalla stessa Angeli. Nella mattinata sullo Scalone del Municipio (foto a pag. 10) e all’interno fino alla sala del seminario, sono state poste delle “Scarpette rosse”, a cura dell’UDI. Infine, successo nazionale per alcune/i ragazze/i dell’Istituto Copernico-Carpeggiani di Ferrara, che, col progetto “The New Poets”, hanno realizzato una canzone rap, con video, sul tema, “Non è normale che sia normale”, con anche un intento benefico.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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Famiglia: quanti e quali modelli?

25 Nov

Tra fede e laicità, un dibattito organizzato dagli Evangelici di Ferrara il 21 novembre scorso

famigliaIl tema della famiglia, con tutto quello che comporta in termini di educazione e genitorialità, è sempre più fonte di contrasti e diversità di vedute che spesso nocciono a tutti. Anche per questo l’Associazione Evangelica Cerbi di Ferrara ha scelto di dedicare il primo di due incontri del mese di novembre a questo ambito. L’iniziativa si è svolta lo scorso 21 novembre nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea. Al tavolo dei relatori, Giacomo Ciccone (Presidente dell’Alleanza Evangelica Italiana), Chiara Mantovani (Scienza&Vita Ferrara) e Paola Bastianoni (psicologa e docente dell’Università degli Studi di Ferrara, da tanti anni impegnata nella tutela, diritti e protezione dei minori). Quel che ne è venuto fuori è un dibattito schietto e ricco di argomentazioni, com’è, d’altra parte, nello stile dei relatori. Anzi, delle relatrici, in quanto sono state in particolare Mantovani e Bastianoni a confrontarsi – e a “scontrarsi” – in modo anche diretto su alcuni aspetti particolarmente controversi e delicati, come quello riguardante il rapporto tra genitorialità e generatività. Nulla comunque che non rientri nella normale dialettica, e che anzi va senz’altro a favore del chiarimento delle rispettive posizioni e del tentativo di incontro e di riconoscimento dell’altro. Dopo la presentazione da parte di Alfonso Sciasci (Associazione Evangelica CERBI di Ferrara), organizzatore delle due iniziative, ha preso la parola Ciccone, proponendo un breve excursus storico della sovranità nella modernità occidentale, e dimostrando, a suo dire, come questa si contraddistingua per una “tendenza assolutista, totalizzante o comunque verticistica, del potere”, e quindi del rapporto tra Stato e corpi intermedi. A questa visione dominante, Ciccone ha contrapposto la teoria del teologo tedesco riformato, morto nel 1638, Johannes Althusius, secondo cui la politica è sostanzialmente “relazione”, è “l’arte del consociare unità già esistenti”, una sorta di “eco-logia” che riguarda dunque non solo il potere sovrano ma anche, e soprattutto, i corpi intermedi, tra cui appunto la famiglia. Da qui – ha spiegato Ciccone – nasce la teoria della “sovranità delle sfere” o della “responsabilità differenziata”, che si distingue anche dal concetto di sussidiarietà di matrice cattolica, la quale conterrebbe “una certa dose”, negativa, “di gerarchizzazione”. La stessa idea di famiglia, nei modelli di pensiero dominanti – religiosi o laici – è anch’essa proposta come “assolutista, mentre noi, pur partendo da un’idea religiosa, siamo convinti si debba arrivare a una concezione ‘laica’ ”. La famiglia, infatti, ha spiegato il relatore, è “il nucleo fondamentale della società, un’entità pre-giuridica e pre-politica, per cui possiede diritti che non debbono essere assegnati da un sovrano superiore, ma semplicemente riconosciuti”. L’articolo 29 della Costituzione italiana (che inizia così: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”) si muove appunto in quest’ottica. Dall’articolo 29 della nostra Carta Costituzionale ha preso le mosse anche Mantovani: “lo sguardo della fede, diverso da quello sociologico – ha esordito -, chiede di vedere cos’è il bene, il bene per tutti, quindi il bene comune”. Per questo ha citato due affermazioni contenute nei lavori preparatori alla Costituzione di altrettanti padri costituenti cattolici, Giuseppe Dossetti e Aldo Moro. Nello specifico, il primo parlava di “diritti primordiali della famiglia”, il secondo la definiva “limite dello Stato”. “Per questo – ha proseguito Mantovani – nelle leggi dev’esserci, anche riguardo alla famiglia e all’educazione, sempre spazio per la coscienza, per la libertà e la responsabilità individuali. La natura sociale tipica dell’uomo chiede, anche oggi, un luogo dove abitare: la famiglia non è perfetta ma rimane comunque il luogo dove possono essere possibili una vita e un’educazione buone”. Ma la libertà individuale – ha incalzato la relatrice – nell’odierna società “spesso vive un rapporto problematico con il pluralismo di idee e la frammentazione culturale”, per cui, ad esempio, “la fede viene da molti considerata come qualcosa di non-razionale, come deficitaria rispetto ad una applicazione corretta della ragione”, e quindi, a suo dire, in un certo senso “discriminata”. “Mi chiedo quindi – ha concluso -: la società di oggi vuole espellere il cristianesimo dal consesso dei sistemi di valori?”. “Il panorama è complesso, non servono semplicismi ma c’è bisogno comunque di orientarsi”, ha spiegato invece Bastianoni. “La complessità non va vista solo come una nemica, e quella riguardante i modelli famigliari è frutto soprattutto delle trasformazioni avvenute dagli anni ‘60-‘70 del secolo scorso. Trasformazioni che – ha proseguito -, hanno portato a forme di convivenza e di generatività che prima non erano possibili. Basti pensare ad esempio alla possibilità (date dall’adozione e dall’inseminazione artificiale) per coppie sterili di poter accedere a un piano generativo e quindi alla genitorialità”. Per questo, oggi “generatività e genitorialità non sono tra loro più sovrapponibili, ma sono distinte, non coincidono necessariamente”. Inoltre, ha spiegato la relatrice, “non sempre vi è la convivenza tra i membri della famiglia, e fede e appartenenza culturale non sempre sono unici nella famiglia”. Da qui, il fatto che “non esiste più un solo modello famigliare, quello ‘nucleare’, in cui tutti questi aspetti coincidevano tra loro, ma appunto una pluralità”. Si pensi ad esempio, ha proseguito, “alla presenza di una badante nell’assistenza di una persona anziana, a una donna, quindi, che non vive coi propri figli e col proprio marito, ma con un’altra famiglia”, o al caso della vedovanza, per cui succede che una donna svolga, per semplificare, “sia le funzioni di cura sia quelle normative/regolative”. Oppure, come succedeva nel periodo delle guerre mondiali, il fatto che “l’uomo di famiglia fosse al fronte e quindi toccava alla donna la totale educazione dei figli. Nessuno – sono ancora parole della Bastianoni – si sente di dire che quest’ultimo caso abbia portato a privazioni psicologiche negli stessi figli”. Un altro caso, perlopiù del presente, ma simile a quest’ultimo, è quello ad esempio di “una donna che vive sola perché non ha mai voluto sposarsi, ma ha generato dei figli: lei può avere le stesse competenze genitoriali della donna rimasta sola nel periodo di guerra. La buona genitorialità – ha proseguito – non coincide necessariamente con la generatività. La prima è la capacità di accudire e quella di regolare, di dare cioè dei limiti: questa la si apprende prima e a prescindere dall’essere generativi – è presente addirittura nei neonati -, e a prescindere dalla fede, dall’orientamento sessuale e dal ceto sociale”. La complessità, insomma, secondo Bastianoni, “spesso ci crea fatica ma è sbagliato stigmatizzare i diversi modelli famigliari, trattandoli come non idonei”, soprattutto per le “ripercussioni negative” che questo stigma “può portare alle persone, soprattutto ai figli, che vivono in queste famiglie: il riconoscimento sociale è per loro fondamentale”. L’appuntamento è a venerdì 29 novembre, stesso luogo e stessa ora, per il secondo e ultimo incontro del breve ciclo, sul tema “Credere e non credere: libertà e pluralismo nella scuola”. A confrontarsi tra loro saranno Nazareno Ulfo (insegnante ed editore), Paolo Gioachin (insegnante di religione cattolica) e Mauro Presini (insegnante e giornalista).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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L’omicidio di Stefano Cucchi, “ultimo fra gli ultimi”: le parole della sorella Ilaria

25 Nov

Il 23 novembre nella libreria “Libraccio” di Ferrara sono intervenuti la sorella Ilaria e l’avvocato Anselmo: “metodi mafiosi, ce la fanno pagare anche se abbiamo dimostrato che l’hanno ammazzato”. La storia in un libro

ilaria cucchi 2Una donna “qualsiasi, cortese, misurata” ma capace di una determinazione e di un coraggio fuori dalla norma, dettati dall’amore per il fratello e dal dolore per la sua perdita, nonché dalla rabbia che a causarla sia stato un abuso di potere da parte di forze dello Stato, le quali, in alcuni suoi componenti, hanno tentato in ogni modo di insabbiare tutto, aggiungendo a una sorella e a due anziani genitori, un surplus di dolore gratuito. Appena due settimane fa, la Corte d’Assise di Roma ha condannato a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale due carabinieri – Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro – imputati nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi, il giovane romano trovato morto il 22 ottobre 2009 in una stanza del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove era ricoverato da quattro giorni dopo essere stato arrestato. Francesco Tedesco, che ammise di aver assistito al pestaggio, è stato invece condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere per quella di falso, in quanto accusato di aver manipolato il verbale di arresto. Insieme a lui, per la stessa ragione, è stato condannato a 3 anni e 8 mesi di carcere il maresciallo Roberto Mandolini – che nel 2009 era capo della stazione Appia -, interdetto anche a cinque anni dai pubblici uffici, come Di Bernardo e D’Alessandro, interdetti in perpetuo. Lo scorso 23 novembre il piano superiore della libreria Libraccio di piazza Trento e Trieste a Ferrara era stracolma per la presentazione del libro “Il coraggio e l’amore. Giustizia per Stefano: la nostra battaglia per arrivare alla verità” (Rizzoli) di Fabio Anselmo (avvocato della famiglia Cucchi, e, in passato, anche di quella di Federico Aldrovandi e Denis Bergamini) e Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, quella donna “cortese e misurata” che ha permesso – a caro prezzo – che fosse fatta giustizia per il fratello. “Ho paura, sono molto provata, e lo sono ancora di più i miei genitori”, ha dichiarato a Ferrara: “sono stati dieci anni disumani, devastanti, intollerabili. Non si può chiedere a una famiglia come la nostra di assumersi il ruolo che dovrebbe spettare allo Stato. Mio fratello – ha proseguito – è morto soprattutto di indifferenza e di ‘giustizia’: è stato lasciato morire, ultimo tra gli ultimi. La giustizia l’abbiamo ottenuta per Stefano e per noi ma anche per l’intera collettività e anche per tutti i Carabinieri per bene. Il messaggio quindi che, nonostante tutto, voglio lanciare, è di speranza”. Ancora più amaro l’intervento di Fabio Anselmo: “tanta è stata la rabbia e il senso di impotenza che abbiamo provato”, e “tante le offese ricevute e le menzogne diffuse contro di noi. Quello che è successo alla famiglia Cucchi assomiglia a una specie di ‘messaggio’ mafioso: se ti va male, e non riesci a ottenere giustizia, peggio per te; se ti va bene, ti roviniamo, te la facciamo pagare. E infatti ce la stanno facendo pagare, non veniamo ancora lasciati in pace. E’ come se dicessero a tutti: ‘statevene a casa, lasciate perdere, è meglio per voi’ ”.

cucchi2La serata era iniziata con l’annuncio, da parte del moderatore Marco Zavagli, dell’ennesima minaccia di morte, poche ore prima, rivolta su Facebook a Ilaria Cucchi. “Attorno al suo corpo sfigurato e denigrato, il potere e la fragilità dello stato di diritto hanno compiuto la loro danza macabra”, sono state invece le parole di Andrea Pugiotto, docente di Diritto costituzionale a UniFe. Se, citando anche Weber, base dello Stato moderno è che “l’autorità ha il monopolio della violenza in cambio dell’assicurazione ad ogni suo cittadino dell’incolumità fisica, questo principio fondamentale con l’omicidio Cucchi è venuto meno: la caserma dei Carabinieri, la cella, l’ospedale, il tribunale sono diventati luoghi di sospensione del diritto”, tipico del peggior incubo a tinte kafkiane. “La potenza dello Stato si è trasformata in una prepotenza che si è scagliata contro l’impotenza del cittadino Cucchi”. Infine, ha preso la parola un altro docente di UniFe, il giurista Francesco Morelli: “vittima è Stefano ma lo sono anche la legalità e il diritto nel nostro Paese”. Inoltre, ha spiegato, “la presunzione di innocenza vale per ognuno e quindi vale anche per lui: non è mai stato condannato per spaccio (naturalmente non si è riuscito, avendolo amazzat prima, a portare a termine il processo a suo carico, ndr), quindi si ’presume’ sia innocente anche sotto questo aspetto. Basta, dunque, chiamarlo ‘spacciatore’ ”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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