«Liberi da bavagli e catene, ricostruiamo la Patria»: il documento antifascista inedito dell’autunno 1943

10 Mag
Gruppo di giovani cattolici ferraresi, anni ’40 (Franceschini è il primo a sx seduto. Al centro don Carlo Borgatti e sotto don Quaranta, mentre Max Tassinari è due persone a destra di don Carlo) (foto Flavia Franceschini)

Il documento sul Fronte Giovanile Cristiano che abbiamo ritrovato a Ferrara fra le carte di Bruno Paparella fu scritto a macchina da Giorgio Franceschini, futuro deputato, in pieno terrore repubblichino: prevede la nascita della DC e della democrazia

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 maggio 2021

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di Andrea Musacci
Un documento inedito, riemerso fra le antiche carte di Bruno Paparella, fondamentale per capire la sua personalità e quella dell’altro principale ideatore, Giorgio Franceschini – di cui il 15 maggio ricorre il centenario dalla nascita -, oltre allo spirito che animava l’antifascismo cattolico ferrarese, soprattutto fra quei giovani che contribuiranno nel CLN alla Liberazione e poi alla costruzione della Democrazia Cristiana a livello locale e nazionale.Il documento ritrovato, scritto a macchina (di cui accenna Lydia Paparella, sorella di Bruno, nel suo articolo sulla “Voce” del 30 aprile scorso), reca nella prima pagina la scritta “Fronte Giovanile Cristiano” e l’indicazione “Ferrara, autunno 1943”. I nomi di Carlo Bassi, Max Tassinari e Giorgio Franceschini campeggiano su questo frontespizio. Si tratta della bozza di un progetto clandestino – mai concretizzatosi – di tipo educativo e socio-culturale, rivolto ai giovani cattolici ferraresi, mosso da grande idealità, volto a un impegno integrale. Un testo emozionante, scritto da poco più che 20enni, dopo due decenni di fascismo e nel buio della guerra e dei primi mesi della RSI, rischiando la vita e con uno slancio spirituale, culturale e politico impressionante, coniugato a un enorme desiderio di ricerca e dibattito troppo a lungo represso.

Per 20 anni i giovani furono, infatti, inquadrati prima nell’Opera Nazionale Balilla e poi nel GIL (Gioventù Italiana Littorio) con uno spirito militaresco. In una lettera del 10 settembre 1943 Alcide De Gasperi esprime a Sergio Paronetto i propri timori circa il fatto che il fascismo fosse ormai «una mentalità congenita alla generazione più giovane». Questo dimostra ancora di più l’eccezionalità di questo coraggioso documento ferrarese che “smentisce” le parole di De Gasperi.“Premessa”, “Programma” e “Punti fondamentali” sono le tre parti in cui è diviso il testo, composto da sei fogli ramati dal tempo, nell’ultimo dei quali sono indicati i diversi nomi dei promotori e dei primi possibili aderenti. Fra questi, scritti a mano, oltre ai tre indicati nel primo foglio, ipotizziamo i nomi di Antonio Periotti, Cesare Menini, Giorgio Motta, Gianni Vitali (poi cancellato, forse perché ai tempi troppo giovane), Paolo Rovigatti.

«In questo documento – spiega a “La Voce” Flavia Franceschini, figlia di Giorgio (l’altro è Dario, attuale Ministro della Cultura) -, riconosco sia la calligrafia sia la macchina da scrivere di mio papà: non ho alcun dubbio in merito». Lydia e Francesco Paparella (quest’ultimo nipote di Bruno) ci confermano che la calligrafia non è di Bruno. Inoltre, «nella nostra grande vecchia casa in corso Giovecca, nella soffitta (che chiamavamo ”granaio”) – continua Flavia -, mio padre da ragazzo aveva adibito una camera a circolo culturale, dove si riunivano gli amici. Su una trave del sottotetto ci sono ancora scritte con il nome di un circolo da lui creato. Di sicuro – aggiunge – era una passione di mio padre organizzare circoli di questo tipo».


Il documento. «Una nuova fraternità di spiriti»
«Dinnanzi al presente grave e doloroso stato in cui si trova la nazione italiana, dinnanzi al disorientamento, al dolore e ai sacrifici e alla sempre crescente incredulità del nostro popolo verso i grandi ideali. Dinnanzi allo stato di abiezione di gran parte della gioventù italiana divenuta incapace di rettamente sentire, pensare ed agire per il disordine fallimentare, spirituale e morale di tante famiglie, per l’incapacità e l’indegnità dei suoi educatori, per la mancanza di libertà d’azione e di pensiero a chi poteva più degnamente e saggiamente condurla, per l’errata impostazione educativa del passato, noi – giovani di Ferrara – dichiariamo il nostro bisogno di unirci in una nuova stretta sincera fraternità di spiriti». Così esordisce il testo. «Proviamo a metterci nei panni di quei giovani», ragiona con noi Francesco Paparella. «È vietato ogni dissenso nei confronti del regime, figuriamoci pensare di costituire un movimento politico democratico!» E invece loro, pur con le dovute cautele, lo progettano. «Erano mesi molto bui per l’Italia, quelli della repressione più violenta. Ebrei, oppositori, sospettati venivano incarcerati, condannati e barbaramente uccisi o deportati. Basti pensare, a mo’ di esempio, agli eccidi del Castello, della Certosa, del Doro e della Macchinina». Più avanti il testo continua: «Riconoscendo la nostra ignoranza in campo teologico e dommatico, ma animati da un immenso desiderio di affidarci alla verità del Cristo e della sua Chiesa (…) ci professiamo cristiani cattolici e diamo il nome di cristiano al FRONTE GIOVANILE che costituiamo».
«Il “Fronte” – è scritto poi nel documento – è soprattutto unione spirituale di giovani che (…) sentono il desiderio e la necessità di prepararsi spiritualmente e culturalmente per potersi formare una chiara coscienza cristiana, per dare oggi e ancora più domani un valido aiuto al movimento cattolico, secondo le possibilità apostoliche loro, intellettuali e sociali, con il pensiero e con l’azione. Il “Fronte” nel suo attuale momento iniziale, più che organizzazione è movimento, tendenza, corrente giovanile». Movimento che intende «raccogliere adesioni di giovani di qualsiasi categoria sociale, desiderosi di accostarsi maggiormente al Cristianesimo per il bene proprio, della Chiesa e della Patria, coll’impegno di differenziarsi nettamente da tutti i cristiani e italiani attuali “all’acqua di rose”, insensibili, infrolliti, o falsi bacchettoni e (parola aggiunta a mano non comprensibile, ndr)». L’unione, viene poi specificato, «è al di fuori di ogni organizzazione, lontana da ogni costituzione gerarchica» e fondato sulla fraternità: tutti i giovani aderenti «si conoscono tra di loro, si amano fortemente e fraternamente senza distinzioni di età o di classe, si aiutano vicendevolmente; tengono il contatto tra loro, se lontani, si interessano reciprocamente del lavoro che svolgono, si sacrificano fino all’ultimo per i bisogni del singolo o della collettività. Perciò l’appartenenza al Fronte è anzitutto un patto di amicizia e di solidarietà da mantenere e difendere con un giuramento».

Ma questa unione «è in funzione di una preparazione e di un lavoro sociale» – poiché «ogni azione sociale non compiuta nello spirito della eccelsa virtù della carità non rimanga sterile» – e politico: «Se il F.G.C. si limitasse a costituire l’unità dei giovani e a svolgere benefiche opere sociali, senza avere un’influenza politica, non avrebbe ragione di esistere e si potrebbe identificare con altre istituzioni, quale quella dell’Azione Cattolica (…). Se l’Azione Cattolica non può fare della politica perché altri sono i suoi intendimenti, è necessario (…) e non meno importante e indispensabile una netta e ferma posizione dei cattolici nella vita politica perché, oltre a non tollerare che vengano misconosciuti e negati fondamentali principi cristiani in campo morale e giuridico, in campo interno e internazionale, debbono agire affinché la ricostruzione della Patria e del mondo avvenga realmente e su basi Cristiane». È evidente come il documento getti le basi per la futura Resistenza e alternativa al nazifascismo. Il finale, coraggioso se si pensa che viene scritto nel clima di repressione totale della RSI, è commovente: «I giovani sanno che la sistemazione cristiana del mondo è necessaria e possibile: che esiste un piano di sistemazione economica sociale e politica ispirato al Vangelo di Cristo e agli insegnamenti della sua Chiesa: non possono perciò né negarlo né abbandonarlo: lo raccolgano, lo amino, lo meditino, combattano e soffrano per esso con l’ardore della giovinezza. Di questa giovinezza che, denarcotizzata, libera da bavagli e catene, purificata dalle cattive tendenze e dagli odi cui fu educata, sollevata da angosce e terrori, deve essere restituita finalmente al culto degli alti ideali dell’amore universale e della Patria».

Giorgio Franceschini nel 1943 (foto Flavia Franceschini)

Prima del Fronte Giovanile Cristiano: Juniorismo, scuole di apostolato e autorganizzazione educativa
Come raccontò lo stesso Franceschini (nel libro di Giovanni Fallani intitolato “Per Bruno Paparella: testimonianze di amici”, 1987), Paparella nel ’40 – ai tempi presidente della GIAC (Gioventù italiana di Azione cattolica) e un anno dopo averlo conosciuto – lo nominò delegato diocesano degli Juniores di AC. “Juniorismo” era il nome di un ciclostilato, uscito in tre numeri, che a inizio ’41 fu redatto e stampato dallo stesso Franceschini insieme a Carlo Bassi, Max Tassinari e altri: «era – scrisse Francheschini –, in fondo, l’espressione dell’intenzione di provare una via ancor più originale e persuasiva per l’apostolato giovanile, con nessun intendimento politico (non erano quelli né i tempi né gli uomini, né gli ambienti per comprendere l’incalzare dei tempi nuovi). (…) Si salpava verso lidi imprevedibili, ma di cui si immaginava l’esistenza: un modo nuovo di concepire la vita, la gioventù, l’amore reciproco, ben diverso da quello che i tempi e il fascismo insegnavano ai giovani». Ma «l’arcivescovado e la curia, prese dal timore di “grane” di provenienza fascista, che forse avevano cominciato a manifestare osservazioni e critiche, intervennero perché la pubblicazione cessasse». Una capacità di visione, dunque, che sembrerà poi tornare nello spirito del Fronte Giovanile Cristiano (FGC).

Anche in due lettere rispettivamente del febbraio e dell’aprile ’43, che Bruno Paparella invia da Ferrara a Franceschini, in quel periodo a Lucca per il servizio militare, torna il tema di un nuovo gruppo giovanile cattolico. Il tema è quello delle organizzazioni delle forze giovanili dentro l’AC: Paparella parla dell’istituzione delle scuole di apostolato che, «svolgendo le sue lezioni tutti i lunedì, dà luogo a interessanti conversazioni sui più vari problemi (…). C’è tanto bisogno di fare del bene nelle nostre sezioni, anche magari facendole vivere rivolte alla parte positiva ed attiva del nostro cristianesimo, alle opere di carità…». Anche qui, uno spirito molto simile al mai realizzato FGC.

Proseguendo, in un’intervista rimasta inedita che tra fine 2005 e inizio 2006 Monica Campagnoli dell’Istituto Sturzo di Bologna rivolge a Giorgio Franceschini, quest’ultimo, parlando di quel periodo, ricorda: «qui a Ferrara non c’era la possibilità di trovare dei punti di riferimento intesi come persone la cui azione poteva costituire un esempio: mentre i leader nazionali, De Gasperi, don Sturzo, ci sembravano così lontani qua in provincia. De Gasperi ancora nel luglio del 1943, in pieno periodo badogliano, sembrava un personaggio strano e misterioso. Prendemmo davvero coscienza delle idee di De Gasperi a partire dal ’45. Per questo motivo, quelli che dopo la formazione del partito divennero democristiani, prima della nascita della DC, qui a Ferrara, erano un gruppo di cattolici legati anche da un comune sentimento antifascista. (…) Rispetto alla questione della formazione, direi che qui a Ferrara, “ci siamo fatti un po’ da noi in casa” (…). Buone letture e amicizie, se dicessi delle altre cose sarebbero tutte invenzioni». Parole che in un certo senso confermano quel sano spontaneismo, quell’autodeterminazione così evidente nel documento del FGC.

Bruno Paparella nel’ 41 con alcuni famigliari (foto Francesco Paparella)


Dopo il Fronte Giovanile Cristiano: staffette partigiane, Comitato di Liberazione Nazionale e Democrazia Cristiana ferrarese
Ben 297 sono le incursioni aeree sulla città di Ferrara dal 1943 al 1945, con una trentina di bombardamenti a tappeto che provocano la morte di almeno 1070 vittime ufficiali. Il 40% delle abitazioni viene distrutto o danneggiato.

In questo clima, la famiglia Franceschini ai primi del ’44 sfolla a Ostellato, e Giorgio spesso si reca in bicicletta a Masi Torello per incontrare Luciano Comastri, giovane proveniente dall’AC, «membro del movimento clandestino DC», sfollato proprio a Masi Torello, come raccontò lo stesso Franceschini a “la Voce” nel 1985. Nello stesso articolo spiega come lui e Comastri riuscirono a portare a diversi cittadini, preti e non, – sfruttando il proprio servizio di “postini-ciclisti” del Corriere Padano – copie del messaggio radiofonico di papa Pio XII del Natale ’44, in cui il Pontefice parla della democrazia che verrà: «In una schiera sempre crescente di nobili spiriti sorge un pensiero – sono sue parole -, una volontà sempre più chiara e ferma: fare di questa guerra mondiale, di questo universale sconvolgimento, il punto da cui prenda le mosse un’era novella per il rinnovamento profondo, la riordinazione totale del mondo. (…) [I popoli] Edotti da un’amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini. In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?».

Sempre nel ‘44 Franceschini fonda, insieme ad alcuni amici dell’AC ferrarese, il primo nucleo clandestino della locale Democrazia Cristiana, anticipato – possiamo dire – dal Fronte Giovanile Cristiano. Nella primavera del 1945 Franceschini, insieme ad altri giovani cattolici, rappresenta la DC nel Comitato provinciale (clandestino) di Liberazione Nazionale, conseguendo poi il brevetto di patriota. Da elenchi di catalogazioni da lui stesso redatti, risultano anche un “Volantino clandestino diffuso dai giovani D.C. qualche giorno prima della Liberazione” e un “Programma clandestino dei Giovani D.C. ferraresi”. Purtroppo, però, non sono ancora stati ritrovati.

Nella citata intervista che rilasciò nel 2005-2006 a Monica Campagnoli, Franceschini parla anche della successiva nascita della DC ferrarese, nata dal «gruppo dei vecchi popolari, per la verità non molto numeroso», e dal «gruppo dei giovani che avevo raccolto io», e da un gruppo che chiama gli «incerti», provenienti dal mondo fascista o da quello borghese. «La Democrazia Cristiana – spiega ancora nell’intervista inedita – fece la sua comparsa qui a Ferrara solo nel 1945 (…), nacque solo pochi mesi prima della liberazione grazie all’azione di un gruppo di giovani di cui mi “vanto” di essere stato un po’ il leader. Entrammo prima nei Comitati di liberazione e poi proseguimmo la nostra attività nella DC (…)». Quei giovani si ritrovarono il 26 aprile 1945 in una sala del palazzo arcivescovile per la prima riunione della DC ferrarese. Era presente anche un gruppo degli “anziani”. Tra i giovani vi erano Carlo Bassi, Giorgio Franceschini, Cesare Menini, Gian Maria Bonsetti, mentre tra gli “anziani” l’avv. Dotti, l’avv. Gorini, l’avv. Lodi, l’avv. Devoto, Giovanni Vincenti.

La prima assemblea della DC ferrarese si tenne, invece, nei locali di via Adelardi 9/a, presso i quali per alcuni mesi prese sede il Partito, sino al trasferimento nella Borsa di commercio. Da tale assemblea uscì un Comitato provvisorio con il compito di organizzare il 1° Congresso provinciale, che si tenne il 28 settembre dello stesso anno. Ad esito di questo Congresso l’avv. Lucci venne eletto Segretario provinciale, per poi lasciare il posto ad Adalberto Galante.Il resto è storia della nostra città e dell’intera nazione, ma possiamo dire che idee, passioni e progetti di questa vicenda durata oltre 40 anni germinarono anche, clandestinamente, in quel sottotetto di corso Giovecca, sognando quel Fronte Giovanile Cristiano che mai nacque ma che diventò ben presto parte delle fondamenta per la rinascita di un intero popolo all’insegna, anche, dello spirito cristiano.


(Grazie a Francesco Paparella e Flavia Franceschini per le foto e le informazioni)

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«Ho preferito non accordarmi con l’anima contemporanea»: le memorie inedite di G. B. Crema

3 Mag
Giovanni Battista Crema, 1957

Le inedite “Memorie” dell’artista sono pubblicate nel catalogo della mostra esposta nel Castello Estense. Scritte negli ultimi anni di vita, le pagine trasudano sconforto riguardo alla volgare e violenta modernità. Ma Ferrara, col suo incanto, lo confortava nel dolore

di Andrea Musacci

Che con la vecchiaia si acquisti (quasi sempre) saggezza e ponderatezza, si sa, per certi versi è fisiologico. Che le ombre della morte diventino più dense e ampie è un’altra inevitabile certezza. Ma che il rifugio estremo del cuore e della coscienza nel proprio passato diventi fortino, questo può dipendere da fattori psicologici ed esistenziali non del tutto sondabili. Nel caso di Giovanni Battista Crema, pittore ferrarese di fama nazionale, morto nel 1964, un documento autobiografico inedito ci permette perlomeno di indagare e di riflettere sulla sua torsione solitaria e pessimista, incline alla fuga dal presente verso il tempo trascorso.

“Memorie inutili di un sopravvissuto” è il titolo di questo testamento scritto dall’artista tra il 1953 e il 1960, e che ora i suoi nipoti Annalisa, Giovanni Andrea e Silvia Crema hanno permesso di pubblicare nel catalogo della mostra inaugurata il 1° maggio nel Castello Estense di Ferrara. “Giovanni Battista Crema. Oltre il divisionismo” – questo il titolo dell’esposizione visitabile fino al 29 agosto – è organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e Gallerie Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, e curata da Manuel Carrera e Lucio Scardino. Le opere provenienti da collezioni civiche (quella di Ferrara ospita 22 dipinti e diverse opere su carta) e private mostrano bene il percorso di Crema dal socialismo degli anni giovanili  all’unione di realismo e simbolismo della maturità.

La modernità fa crollare le certezze

Nato a Ferrara il 13 aprile 1883 nel Palazzo Crema in via Cairoli, figlio di una famiglia benestante, a 14 anni inizia a prendere lezioni di disegno e pittura presso Angelo Longanesi-Cattani, per poi trasferirsi due anni dopo a Napoli per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Nel 1903 – dopo un periodo a Bologna – Crema si trasferisce a Roma insieme alla madre rimasta vedova e si unisce al movimento artistico dei giovani capitolini, fra cui Balla, Boccioni e Severini. Qui emerge un suo realismo “moralista” e un divisionismo sentimentale. 

Le sue “Memorie” iniziano proprio nel segno del lutto e della distruzione nella “città eterna”. Nei primi anni ’50 i figli hanno fatto costruire la nuova casa sul terreno di quella precedente, demolita dopo averli ospitati per 40 anni: «Mi sembrava che insieme a quelle pietre (…) – scrive – crollasse la ragione stessa di vivere ancora». L’immagine della casa che crolla è l’immagine del crollo delle certezze, dei muri che definivano un’epoca, una cultura. La modernità, Crema, la sente arrivare nei primi del ‘900, il «secolo più onestamente rivoluzionario»: un tempo – scrive ancora – rappresentato «dall’invadenza della burocrazia e dalla catalogazione dell’individuo», posto «continuamente sotto il controllo dello Stato», sia in quello delle democrazie occidentali, sia nelle dittature nazista, fascista e sovietica. 

«La smania morbosa di velocità» è un altro tratto che a suo parere contraddistingue il moderno, «verso una completa superficialità». Altro che progresso, sembra dirci, il nuovo, in realtà, è dominato da quegli «istinti ancestrali di tempi primitivi».

«Il mondo all’improvviso sembrò malato di innovazione a tutti i costi»

«Con la facilità che i moderni mezzi di diffusione consentono, si possono lanciare, e si lanciano indiscriminatamente, tutte le idee più assurdamente inconsistenti o più diabolicamente tendenziose». Crema la chiama la «demoniaca propaganda del nuovo per il nuovo ad ogni costo», una sorta di «collettivismo intellettuale» nemico della «mente libera e capace di indagine», che è «bene supremo, un immenso dono di Dio», necessario per riconoscere e difendere, pur nella sempre necessaria originalità, «quel patrimonio di sapere e di spiritualità». 

La critica al futurismo e al fascismo è conseguente: del regime Crema condanna la «violenza brutale e sanguinosa», il capovolgere «la cultura incoraggiando tutti quegli estremismi» fondati «sulla ingenua illusione del capo», creatori dell’«Arte Fascista, ad onore e gloria del dittatore». 

E a proposito dell’arte, la critica va anche ad ogni avanguardia e astrattismo: «Ho sempre creduto (…), e credo – scrive –, che (…) la rappresentazione debba avere tutti i requisiti della verosimiglianza», «correttezza» ed «eleganza» a favore dell’«economia armonica dell’opera». Il rifiuto di “adattarsi”, per moda o convenienza, per compiacere e far carriera «come continuamente ho fatto, significava accettare il boicottaggio e l’isolamento».

Ma la violenza del potere moderno si esplica anche nella guerra. Durante il primo conflitto mondiale, arruolato nella fanteria, Crema subisce gravi ferite e rimane invalido. Durante il secondo, viene arruolato dal Ministero in Marina per  documentare la vita militare. «Ogni nuovo ritrovato della scienza di questa terribile, calamitosa, barbarica meraviglia – sono ancora sue parole –, è immediatamente sfruttato in applicazioni belliche, sicché, lo sforzo di cervelli superiori, anziché al bene degli uomini è orientato esclusivamente a creare i più orrendi mezzi di distruzione». 

Pur con una certa dose di elitarismo e di complottismo («sorge spontaneo il dubbio che vi sia alla base una qualche forza oscura e potente», scrive), il suo umanesimo si pone dunque a difesa della «dignità umana e dell’individualismo inesauribile», della prevalenza dello «spirito intimo della civiltà individuale» sulle pur «preziose conquiste» tecnologiche. Da qui, la vicinanza alle lotte del mondo del lavoro e la difesa romantica, estrema, dei secoli passati.

La «vecchia e silenziosa casa natale»

Ferrara, col suo «romanticismo decadente, un po’ manierato», «simile al sogno inverosimile di un poeta», incarna per Crema quel passato fatto di gloria e di magia. L’artista tornerà più volte nella città natia per esporre – ad esempio nel ’20 in Arcivescovado e nel ’25 in Castello -, ma il pensiero, in queste “Memorie” degli ultimi anni, torna all’infanzia. A fine ‘800, ricorda, «la vita scorreva tranquilla», Ferrara «forse era un po’ monotona» ma nella «vecchia e silenziosa casa natale» Crema vede il luogo dei sentimenti più veri. Il passato rivive, nel profondo disagio del presente, come claustro immacolato, grembo dove il tempo sapeva cullare con parvenza di placida immobilità.

«La città sembrava sonnecchiare, pigra, nella luce violacea delle sue nebbie autunnali – scrive ancora Crema –, per risvegliarsi, lenta, quando il tardo sole di primavera aveva disciolte le nevi abbondanti…». L’artista ricorda ad esempio quando «passavamo, verso sera, sotto la Cattedrale e guardavamo accendersi, nel pulviscolo bluastro della nebbia, i due lumi votivi che, all’Ave Maria di ogni giorno che tramonta, la pietà di qualcuno, morto da secoli, fa ardere ancora in onore della Santa Vergine». E ancora, «la grande piazza, sul fianco della Chiesa Madre», «i ponti levatori della turrita dimora ducale», la «casa di Marfisa la bionda». «Un ambiente di fiaba ariostesca», dunque, abitato da fantasmi e dalle favole della nonna, «materiate di poesia». Ma al tempo stesso, la città nella quale inizia a vedere le «prime modeste lampadine elettriche» che squarciano delicatamente quella «nebbia trasparente», che diventerà, più avanti, «nebbia pesante» di inquietudini foriere di guerra, di violenza e di lutti. Lutti che colpiranno diverse volte Crema, che perderà precocemente la moglie (nel ’46) e il figlio (nel ‘57).

Questa violenta cupezza mai lo abbandonerà, tanto che nelle “Memorie” sembra vincere il disincanto: «la felice canzone che trillava nel cuore giovinetto si è tramutata in un disperato singhiozzo (…). Ora non ci attende più nulla». Ma l’ultimissima parola è donata alla speranza: «In fondo al cuore – conclude – rimane sempre viva, come una lampada votiva, una piccola luce che è la perenne tradizione della stirpe».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 maggio 2021

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Il gioco e la visione. Quando tutto sembra ciò che non è: il libro con le sculture di Farina

3 Mag
foto di Simone Sabbioni

“C’è una fiaba in ogni cosa” è il nome del volume appena uscito (curato da Emiliano Rinaldi e Roberto Roda) con gli scatti di sei fotografi in cui protagoniste sono le sculture di Elisabetta Farina

Oggetti e alimenti quotidiani perdono la propria “utilità” e divengono opere d’arte, dando vita a intrecci e sovrapposizioni fra forme artistiche diverse.Si intitola “C’è una fiaba in ogni cosa. Le allegre sculture di Elisabetta Farina” il volume da poco uscito per Editoriale Sometti e curato da Emiliano Rinaldi, fotografo, grafico e curatore, e Roberto Roda, fino al 2018 attivo nel Centro Etnografico ferrarese. Il libro raccoglie i risultati di un workshop fotografico promosso dal Fotoclub Ferrara in sinergia con l’Osservatorio Nazionale sulla fotografia e svoltosi tra il 2018 e il 2019. Protagoniste degli scatti sono le creazioni dell’artista Elisabetta Farina – ferrarese ma residente a Doha, in Qatar –, a metà tra scultura e design, diventate il soggetto di brevi sequenze fotografiche concettuali tra gioco, fiaba e sogno. Il gruppo di fotografi del Fotoclub è composto da Maurizio Bottazzi, Enrico Chiti, Francesco Marconi, Simone Sabbioni, Luca Zampini e Nedo Zanolini. La mostra, tra fine 2019 e inizio 2020 è stata esposta prima al Centro Culturale “Mercato” di Argenta, poi nella libreria-galleria “La Pazienza” gestita da Valentina Lapierre in via de’ Romei a Ferrara. E ora questa pubblicazione, che chiude un percorso di didattica fotografica iniziato nel 2012 con “Ai margini della realtà” dedicato a Blow Up di Antonioni, e proseguito prima nel 2014 con “Giallo, noir e perturbante” (con richiami kubrickiani), poi nel 2016 con “Incatenare Angelica. Chi la salverà?” per i 500 anni dell’Orlando Furioso.Tre sono le parti in cui si divide il progetto artistico. La prima, ambientata nel ristorante “381 Storie da gustare” in piazzetta Corelli a Ferrara, vede pin-up “della porta accanto” giocare con alcune opere della Farina, giganteschi dolci di tessuto, morbidi e opulenti. L’inganno è palese, anzi incentivato: l’ordinarietà del cibo è stravolta, svelando l’intento del “gioco”: nella loro materia, nelle loro dimensioni, le cose appaiono ciò che non sono, rimandando a un puro divertissement estetico. Sono opere d’arte, dunque “inutili”, inutilizzabili, non consumabili. Sono protagoniste di un rito diverso da quello della sacralità culinaria, ma che anzi nella loro leggera irriverenza richiamano l’infanzia. La malizia la aggiungono le modelle, ammalianti ma genuine nella loro stucchevolezza. Il gigantismo dolciario, nella sua surrealtà, sembra un omaggio (o uno sberleffo?) all’inutile, al chiassoso, all’abbagliante universo del consumismo. Con la differenza che nel consumo tutto ha un prezzo, non c’è la gratuità del gioco artistico nella sua purezza, l’abbaglio non confonde per mostrare l’essenza delle cose, ma è vero accecamento.E a proposito di luci e bagliori, nello show room sulle colline di Rimini allestito dall’azienda RiminiRock, specializzata nella produzione di “rocce artificiali” (ad esempio per scenografie di stabilimenti termali), sono ambientate alcune delle fotografie della seconda parte. Le lampade artistiche della Farina prendono il posto, con le loro forme rigidamente definite, dei “cuscini” alimentari di prima. Le luci ora si fanno più soffuse, l’oscuro pervade e avvolge le figure, l’imprevedibile prende il posto dello sfacciato. La stessa allure si fa evanescente, la lampada assopisce, cattura brani dell’anima per una ritualità differente, meno patinata e più esoterica, dove l’eros è più carnale e arcaico.“Gli abitanti dell’Isola di Plastica raccontano la loro storia” è, infine, il nome della terza parte del progetto, anch’esso ambientato fra le finte rocce di RiminiRock. Di nuovo le lampade sono protagoniste di una visionaria fiaba ambientata – con ironia –  nelle oceaniche “Isole di Plastica”, un mondo dove qualsiasi cosa è composta da questo materiale. Degna conclusione, insomma, di un progetto artistico dove l’artificialità la fa da padrone, ora con ironia ora con lieve sensualità: in ogni immagine, tutto è falsificato, ingannevole. Nulla è ciò che sembra. O forse, nulla è ciò che ci si aspetta che sia, e questa non prevedibilità, questa non funzionalità, forse, in fondo, è proprio ciò che permette tanto il gioco quanto il rito, tanto il sogno quanto la visione.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 maggio 2021

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Preti ferraresi vittime della guerra e dell’odio: il nuovo libro

3 Mag
Don Perin, don Mantovani, don Missiroli

Sono 7 i sacerdoti ferraresi, o attivi nella nostra provincia, deceduti durante la Seconda Guerra Mondiale. Il libro «O tutti o nessuno!» di Alberto Leoni li ricorda insieme agli altri 116 preti o religiosi dell’Emilia-Romagna


C’è don Luciano, morto dissanguato mentre prestava soccorso ai feriti nell’ospedale di Portomaggiore. C’è don Santo, dilaniato da una mina mentre cercava di recuperare il corpo di un soldato tedesco. O don Primo, morto sotto le bombe abbracciato a sua madre.Sono solo alcuni dei 7 preti ferraresi, o attivi nella nostra provincia, parte dei 123 sacerdoti e religiosi morti ammazzati in Emilia Romagna nella Seconda guerra mondiale, raccontati da Alberto Leoni nel libro «O tutti o nessuno!» (Edizioni Ares, 2021). La ricerca ha inizio da don Alberto Benedettini, morto nel 2015, ex parroco di una piccolissima località della provincia di Forlì-Cesena, Pieve di Rivoschio, dove stabilì il suo quartier generale l’8ª brigata “Garibaldi”, una delle prime formazioni partigiane nata nell’ottobre 1943. In una piccola chiesa di questa località sono esposti i ritratti dei 123 sacerdoti: 14 cappellani militari per cause di servizio, 45 deceduti sotto i bombardamenti, 8 assassinati dai fascisti, 29 dai nazisti, 27 da partigiani “in odium fidei” o per odio politico. Fu proprio don Benedettini a raccogliere foto e testimonianze e a volergli dedicare questo luogo. «O tutti o nessuno!», che dà titolo al libro, è il grido di don Elia Comini a chi gli offriva la salvezza poche ore prima della sua uccisione da parte delle SS a Pioppe di Salvaro, vicino Marzabotto, dove perì insieme a un altro sacerdote e a 44 civili.


I morti di Ferrara e provincia


Don Pietro Rizzo

Era giunto come parroco a Jolanda di Savoia nel ‘33. «Don Pietro aveva fatto molto per la sua gente e veniva visto dai fascisti come un oppositore al regime e alla guerra: in altre parole un nemico, per quanto la sua resistenza fosse totalmente disarmata», scrive Leoni. Fu prelevato nel marzo ’44 da giovani della Guardia Nazionale Repubblicana insieme ad altri cinque ostaggi. Lungo il Po, in località La Macchinina, don Rizzo fu giustiziato insieme ad altri tre ostaggi, mentre due riuscirono a fuggire. Don Rizzo, dopo essere stato colpito la prima volta, morente, «riuscì a dire ai suoi uccisori: “Io non sono ancora finito” e fu ucciso da un’ultima raffica». 


Don Mario Boschetti 

Il 28 gennaio 1944 Ferrara fu nuovamente bombardata dagli Alleati, dopo l’attacco del 29 dicembre 1943 che provocò 312 morti. Questa volta fu bombardato il centro città e i morti furono 202, centinaia i feriti. Don Boschetti era cappellano militare all’aeroporto di Ferrara, «e la sua predicazione ai seminaristi era improntata a una forte avversione nei confronti del nazifascismo. Il 28 gennaio fu sorpreso dal bombardamento e corse verso un rifugio, ma venne travolto dal crollo di un edificio nei pressi della cattedrale. Il suo corpo fu ritrovato solo un mese dopo».

Don Aggeo Montanari 

Era nato a Sant’Agostino ferrarese il 22 maggio 1876 e ordinato sacerdote nel 1902. Divenne parroco di Ponzano (BO) nel 1924 e vi rimase fino alla morte avvenuta il 17 aprile 1945. «Don Aggeo si era ritirato nella base del campanile con una ventina tra parenti e parrocchiani – è scritto nel libro – ma, preoccupato per l’ostensorio che racchiudeva il Santissimo e che aveva portato con sé, chiese a un suo parrocchiano di spostarlo più in alto sul campanile. Proprio in quel momento una bomba si abbatté ai piedi della torre e lo spostamento d’aria massacrò tutti i presenti, facendo crollare il campanile. Incredibilmente l’uomo con l’ostensorio, che precipitò a terra tra le macerie, si salvò».


Don Primo Mantovani 

Parroco a Maiero, sotto Portomaggiore, «nonostante i numerosi bombardamenti non abbandonò mai la parrocchia, che il 20 aprile [1945] venne distrutta. Il suo corpo fu ritrovato sotto le macerie abbracciato a quello della sua mamma».


Don Luciano Missiroli 

Era assistente della gioventù dell’Azione cattolica di Argenta e il 20 aprile 1945 si prodigò in mezzo ai combattimenti per portare soccorso ai feriti dell’ospedale di Portomaggiore. «Mentre si trovava vicino alla cappella dell’ospedale, una scheggia gli troncò un braccio. Portato all’ospedale di Ferrara, morì dissanguato».

Don Santo Perin

Servo di Dio, 27enne di origini vicentine, coadiutore del parroco di Bando di Argenta, dove si era trasferito coi familiari. Tra il 10 e il 18 aprile 1945 l’assalto alleato mieté vittime tra i civili e anche don Perin aiutò a scavare la fossa per seppellire i 40 morti. Si spendeva anche per i profughi, i feriti e i tedeschi. Il 25 aprile gli venne segnalato che il corpo di un soldato tedesco era insepolto in un campo minato lungo l’argine. Chiese allora ad alcuni giovani del posto di aiutarlo «e questi lo seguirono anche se si trattava del corpo di un nemico». «Don Santo e uno dei giovani, Stefano Filippi, saltarono su una mina. Stefano morì immediatamente, mentre il sacerdote ci mise molto più tempo. Altri volontari riuscirono a soccorrerlo e lo trovarono che pregava a mani giunte. Morì il giorno dopo, 26 aprile». Il 3 ottobre 2020 a Portomaggiore è stata inaugurata un’area verde intitolata a don Perin, don Missiroli e don Mantovani.


Don Raffaele Bortolini

Ordinato nel 1905, fu per 13 anni cappellano a Pieve di Cento, poi parroco a Dosso dal 1919, in provincia di Ferrara, ma della diocesi di Bologna. Fu ucciso la sera del 20 giugno 1945, all’età di 62 anni. La sua morte è passata alla storia come un omicidio da parte di mano comunista. Don Bortolini era uscito dalla canonica per avere la conferma di una corriera da prendere all’indomani. Erano circa le 22,30. Due individui, che vestivano in “cachi”, venendo dalla parte delle vecchie scuole elementari, cominciarono ad ordinare bruscamente il coprifuoco, e costrinsero il sacerdote a seguirli. Molti lo hanno udito ripetere: «Perché mi perseguitate sempre? Io non ho fatto nulla di male!». All’altezza del sagrato il prete, intuendo certo che la sua sorte era segnata, si liberò dalle strette dell’individuo che lo teneva; ma, fatti pochi passi, venne raggiunto da colpi di pistola. La vittima stramazzò a terra. L’assassino scaricò allora anche il mitra, quindi col suo compare si diede a precipitosa fuga verso l’argine del fiume Reno. Le autorità constatarono il decesso con otto o nove proiettili. Ma secondo lo storico Paolo Gioachin, in un articolo pubblicato sul nostro Settimanale il 12 febbraio scorso, il movente potrebbe essere diverso: «da quanto emerge dalle carte rinvenute nell’archivio della Prefettura di Ferrara risulta che il parroco fosse di fama antifascista e tutt’altro che sostenitore del Regime», scrive Gioachin. «Alcuni delatori testimoniarono una frase sentita pronunciare nel 1941 da don Bortolini: “l’Italia e la Germania sono inesorabilmente condannate ad un completo sanguinoso sfacelo finale con distruzione morale politica ed economica delle due nazioni e che Mussolini ed Hitler sono i due più grandi criminali che la storia abbia mai potuto registrare in ogni tempo e che la fine del pazzoide Mussolini è segnata col suo suicidio in piena sollevazione italiana”, tanto che i Carabinieri nel 1944 lo definirono in un rapporto “di dubbia fede politica in quanto ritenuto di idee contrarie al Regime e capace di svolgere larvatamente attività contraria alla guerra”. Rimane possibile – prosegue Gioachin – che sia stato ucciso da fanatici fomentati da un certo clima anticlericale. D’altronde è possibile anche che i motivi di questa brutale uccisione siano da imputare ad altro rispetto alla matrice ideologica».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 maggio 2021

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«Il lavoro è il motore della società»: la voce dei sindacati verso il 1° maggio

26 Apr

La parola ai Sindacati confederali: dignità, persona e comunità sono i termini più ricorrenti. Abbiamo interpellato i tre Segretari provinciali per ragionare sui fronti aperti, sul senso del 1° maggio e sul ruolo del sindacato

a cura di Andrea Musacci
“L’Italia Si Cura con il lavoro” è il tema scelto a livello nazionale da CGIL, CISL e UIL per il 1° maggio di quest’anno. Per l’occasione ci siamo rivolti ai Segretari ferraresi delle tre sigle per fare il punto sulla situazione nel nostro territorio e ragionare su che senso ha una Festa come quella del 1° maggio in un’epoca dove il lavoro è spesso precario, sommerso e “disperso”.
Agricoltura, sanità, scuola, chimica sono solo alcune delle categorie storicamente tutelate ma nelle quali l’azione sindacale è sempre necessaria. E poi ci sono i nuovi fronti, come quello dei riders e del cosiddetto smart working.Insomma, dove il lavoro manca o è sfruttato o precario, è la democrazia stessa a venir meno o a essere indebolita. Con conseguenze nella vita di tutti.


Cristiano Zagatti (CGIL): «anche nel ferrarese tanti lavoratori non sono tutelati. Diamo voce a loro, agli sfruttati e ai precari di ogni categoria»

«La ricchezza prodotta concentrata in sempre meno “tasche”, il profitto come unico fine, lo sfruttamento della forza lavoro, la violenta e sleale competizione tra aziende contrapposta alla cooperazione e al rispetto della legalità, la politica dello scarto applicata alla persona sono alcune scelte politiche nate ben prima della pandemia». Una lucida analisi sul perché è importante il 1° maggio e il sindacato ce la propone Cristiano Zagatti, Segretario Generale CGIL Ferrara.
Lo schema dell’attuale sistema economico «è sempre quello: rendere meno tutelate le persone per sfruttarle e metterle in contrapposizione tra loro. Quando riusciremo a comprendere che non è un problema solo degli ultimi, allora potremo sperare in qualche miglioramento per tutte/i». In questi anni, «come CGIL abbiamo difeso il valore dei Contratti Collettivi Nazionali, con la contrattazione nelle aziende organizzate, sottoscritto importanti contratti provinciali sottoscritti, oltre al patronato e alla tutela fiscale, ma non è sufficiente». Infatti, per Zagatti, «la maggior parte del lavoro in provincia di Ferrara è fuori dalle grande aziende e dalla tutela sindacale. Decisamente meno efficace, quindi, è stata la nostra azione di contrasto al processo di frammentazione del mondo del lavoro e alla tutela di chi l’ha subito». A chi parla, quindi, nel 2021 la Festa del 1° maggio? «Questo 1° Maggio deve dar voce al lavoro a rischio, maltrattato, sfruttato, precario, insicuro e perso. Non sarà l’egemonia del capitale economico e finanziario ad offrire ai più nuova ricchezza. La Festa ha senso per far rientrare di nuovo il lavoro al centro della percezione e dell’immaginario collettivo. Il lavoro come motore della società e non solo visto come produttore di ricchezza. Il lavoro di chi non può fermarsi per garantire prodotti, servizi, cura ed assistenza primari e, allo stesso tempo, il lavoro di chi è obbligato ad attendere o a rallentare e oggi è disperato».


Bruna Barberis (CISL): «costruiamo insieme una società solidale dove nessuno resti indietro»

«Siamo in una fase storica in cui c’è bisogno di costruire un modello di società responsabile, coesa e solidale. Una società oltre confine, dove nessuno resta indietro e dove il lavoro da sempre è emblema di dignità, realizzazione, crescita per la persona e per la comunità». Così riflette a “La Voce” Bruna Barberis, Segretaria Generale CISL Ferrara.«A livello locale – prosegue -, la CISL assieme a CGIL, UIL e alle Federazioni di categoria, affronta tutti i temi che coinvolgono la centralità della persona. Il confronto, spesso difficile e a volte impedito dalla non volontà di riconoscere il ruolo delle Organizzazioni Sindacali, rimane comunque lo strumento principe della nostra azione». «La pandemia ha messo in evidenza i limiti strutturali dell’economia della nostra provincia. Abbiamo davanti a noi una straordinaria occasione legata alle risorse economiche previste dal PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza, ndr), ma solo se sapremo cogliere l’opportunità per costruire un progetto condiviso che affronta i temi della salute, delle donne, dei giovani, degli anziani, se sapremo indirizzare l’economia e il tessuto produttivo nel rispetto della sicurezza, della legalità e dell’ambiente, se agiremo come una sola intelligenza collettiva». Per questo, «la CISL, assieme a CGIL e UIL – conclude -, è impegnata a dare il proprio contributo alla discussione iniziata al Tavolo provinciale dell’Economia e del Lavoro, confronto che abbiamo subito richiesto come Organizzazioni Sindacali».


Massimo Zanirato (UIL): «siamo dove c’è un sopruso. Dai riders al Petrolchimico: ecco i fronti»

«I compiti della UIL – ragiona con noi Massimo Zanirato, Segretario Generale UIL Ferrara – sono tanti e si concentrano in particolare dove viene meno un diritto, dove c’è un sopruso, un’ingiustizia o una discriminazione (come nel caso dei migranti). I tempi sono cambiati ma la necessità di rivendicare nuovi diritti è attualissima: penso al diritto di disconnettersi per il lavoratore in smart working o il diritto alle ferie e alla malattia dei riders».  Tanti i fronti aperti: «a livello nazionale cito ad esempio la campagna “Zero morti sul lavoro” a tutela delle troppe vittime e sul mantenimento del blocco dei licenziamenti e degli ammortizzatori sociali per tutto il periodo pandemico». Nel ferrarese, invece, «le nostre categorie hanno fatto intese per il distanziamento sociale nei luoghi di lavoro, per la Cassa integrazione per il Covid, fornito assistenza nei licenziamenti individuali. Ci siamo occupati di vertenze aziendali come ad esempio Berco, ma anche di tutelare i lavoratori agricoli discontinui che nella nostra provincia sono tanti. La categoria dei chimici, poi, è impegnata nella vertenza che vede il Petrolchimico rischiare il proprio futuro a causa della chiusura del cracking di Porto Marghera che alimenta le produzioni ferraresi. Bisogna evitare – conclude – che i tempi della giusta conversione “green” del Petrochimico veneziano penalizzi le nostre produzioni tradizionali mettendo a repentaglio non solo i 1600 dipendenti del Petrolchimico estense, ma anche le diverse migliaia di addetti delle imprese della logistica, dei servizi e delle manutenzioni che al Petrolchimico lavorano e delle aziende della trasformazione della plastica delle nostra regione».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 aprile 2021

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Quei nostri sogni così tangibili: ecco il nuovo album di Irene Beltrami

19 Apr
Irene Beltrami (foto di Emanuele Morini)

Si intitola “Anima reale” il primo album della giovane cantante di Malborghetto, voce solista nel brano che Patrizio Fergnani ha dedicato a Laura Vincenzi. L’abbiamo incontrata insieme a Matteo Tosi, co-autore, musicista e compositore, per ragionare su cosa significa fare musica oggi

di Andrea Musacci

Razionalità e sogno: un connubio non sempre riuscito, ma in ogni caso inevitabile, insito nella condizione umana, una tensione dalla quale non si può sfuggire.

È la stessa che vive Irene Beltrami, 21enne promettente cantante di Malborghetto di Boara che a breve pubblicherà il suo primo album da solista, “Anima reale”. Il nome – che è anche quello del singolo che verrà lanciato su You Tube il 24 aprile – richiama appunto quell’ambivalenza fondamentale dell’umano. Ed è su questo che Irene ha sentito il bisogno di esprimersi, dando vita a otto inediti che, insieme al suo brano di debutto “Ti voglio raccontare”, uscito due anni fa, andranno a comporre il nuovo progetto musicale.

A parlarcene è proprio lei insieme a Matteo Tosi, musicista e compositore copparese nonché co-autore dei testi, che con Irene condivide non solo questo percorso artistico, ma molto di più: «ci siamo conosciuti tre anni fa a Copparo durante le prove di “Romeo e Giulietta”. E ci siamo innamorati». Mentre Matteo è entrato fin dalle Medie nel progetto di “Romeo e Giulietta” al De Micheli (nella versione di Giuliano Peparini riadattata da Stefania Capaccioli), Irene vi è arrivata nel 2017 nel ruolo di Lady Capuleti (mentre Matteo interpretava Romeo). Ruolo che le permetterà, l’anno successivo, di qualificarsi alla finale europea del Tour Music Fest – The European Music Contest nella categoria “Musical Perfomer”.

Nel 2019 consegue il diploma di recitazione di I° livello al Centro di Preformazione Attoriale di Ferrara, sotto la direzione di Stefano Muroni e Massimo Malucelli, ma sceglie di cambiare strada: il suo sogno è di comporre e cantare una canzone tutta sua. Dopo un anno di lavoro, nel settembre 2019 nasce “Ti voglio raccontare”, col testo quasi interamente scritto da lei e la parte musicale da Matteo, e col fondamentale aiuto di Alessandra Alberti, insegnante di canto dell’Associazione “Arci Contrarock”di Contrapò.

Nel giugno 2020 Irene partecipa ai provini di “Amici” di Maria De Filippi. Un’esperienza sicuramente utile ma che le aprirà gli occhi su certi «meccanismi “misteriosi”, che non favoriscono l’affermazione di veri artisti emergenti, ma di chi ha magari già un manager e alcune canzoni alle spalle. Il mio provino – mi racconta – è durato appena un quarto d’ora, mentre le tre ore precedenti le ho passate a dover compilare questionari psicologici», per essere inquadrata in un certo “tipo” di cantante spendibile sul mercato. Il provino non è andato bene, Irene è stata rifiutata. Le chiedo se sentirsi dire tanti “no” e non essere selezionati, può essere frustrante. «Certo, lo è», mi risponde, «ma ormai io e Matteo ci siamo abituati, e soprattutto rimaniamo convinti della nostra scelta». Sono rifiuti, quindi, che i due «da problema» hanno «trasformato in opportunità, ogni volta ripartendo da zero». Una ripartenza che ha come luogo fisico la mansarda della casa dove Irene vive con i propri genitori e il fratello, un ambiente riadattato come studio di registrazione. Proprio qui, lei e Matteo lo scorso ottobre hanno concluso il nuovo album, poi inviato a diverse case discografiche, senza però, per ora, ricevere risposte positive.

Complice anche il buon riscontro che il video di “Ti voglio raccontare” ha avuto sul canale You Tube di Irene, con oltre 5mila visualizzazioni, i due vanno avanti. «Ogni artista è in continua evoluzione – riflette Irene –, e così anch’io». Il tema del cammino personale, che richiama quella tensione tra razionalità e sogno di cui parlavamo all’inizio, spiega anche, secondo la cantante, il successo che i suoi brani hanno su persone di ogni età, dagli adolescenti agli anziani: «nel nuovo album e in particolare nel singolo “Anima reale” trattiamo il tema della ricerca interiore durante la vita, dall’infanzia alla vecchiaia», anzi, specifica Matteo, «fino all’accettazione della morte».

Matteo Tosi e Irene Beltrami (foto di Andrea Musacci)
Matteo Tosi e Irene Beltrami (foto di Andrea Musacci)

Una ricerca, dunque, sempre in bilico tra ragione e sentimento, logica e istinto. Il giusto equilibrio fra i due termini è fondamentale, per non scadere in quell’astrattezza che mal si addice all’età adulta, ma nemmeno, dall’altra parte, nel cinismo di chi dimentica le “regole” del desiderio e del sogno: «per noi nella vita è importante vedere in ogni adulto il bambino rimasto, quel bambino che sa sognare». E un pezzo di sogno ora si concretizza: sabato 24 il video creato da Lucien Moreau, Tobias Tran e Mattia Bricalli del singolo di lancio “Anima reale” sarà pubblicato su You Tube. Un video che è anche un omaggio alla nostra terra, essendo stato girato nella Rocchetta Mattei sull’Appennino Bolognese, alla Pietra Bismantova nel reggiano e a Lido di Volano.

La stessa genesi della musica e dei testi di “Anima reale” dice di questo cammino che mai si interrompe, frutto di «appunti o pensieri che vengono a uno o all’altra», mi spiegano. «Li raccogliamo cercando di trasformarli in testi, confrontandoci e ragionando insieme. E poi Matteo prova ad accompagnarci una musica». Musica che, però, tante volte è lo spunto per andare a modificare le stesse parole. Così, ad esempio, il nuovo singolo “Anima reale” nasce non a tavolino ma nella vita di Matteo e Irene, tra consapevolezza e inconscio (torniamo sempre lì…): è l’estate del 2020, momento di relativa tregua dall’emergenza Covid. Matteo in spiaggia si riposa ascoltando con le cuffiette Nek, Diodato, Vasco Rossi, alcuni dei suoi artisti preferiti. Il parto del brano nasce inconsapevolmente lì, sulla sabbia. E prosegue, attraverso vie misteriose e inaspettate, nei giorni e nelle settimane successive, tra melodie e rumori vari, che null’altro sono se non la personale “colonna sonora” dell’esistenza quotidiana di ognuno. Un pout pourri imprevedibile che solo a un certo punto si coagula, prende forma e sostanza grazie all’intervento di chi lo ha vissuto e assorbito.

Una lotta tra veglia e sogno, un gioco un po’ da osservare, un po’ da guidare. Quella stessa danza di sguardi di due innamorati come sono Irene e Matteo, che a fianco alle parole, ben oltre le parole, abitano e creano universi di musica ed emozioni davvero unici.

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Irene&Laura

Irene Beltrami è la voce solista del nuovo brano di Patrizio Fergnani “Laura canta insieme a noi”, dedicato a Laura Vincenzi. «Non conoscevo Patrizio, è stato lui a contattarmi. Nei valori e nei luoghi di Laura, come la parrocchia, ho ritrovato i miei». Un altro luogo le lega: anche Laura, infatti, studiava Lingue all’Ateneo bolognese.

Obiettivo Cina

Irene al Liceo ha studiato inglese, francese e cinese, e lo studio delle ultime due lo prosegue all’università. La speranza è di recuperare il “Progetto Cina” per far conoscere la versione cinese di “Ti voglio raccontare” nel Paese asiatico, grazie anche al video da realizzare con la Scuola “F. Vancini” di Muroni. Il cinese, tra le lingue straniere, è quella che Irene preferisce per il canto.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 aprile 2021

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Non possiamo non credere: è il laico Horkheimer a ricordarcelo

12 Apr
Max Horkheimer

La nostalgia del totalmente Altro: 50 anni fa l’insegnamento del filosofo della Scuola di Francoforte.

L’incubo di una società perfettamente amministrata, dove dominano la noia e la performance. Dove la ricerca di senso è abolita. Un ritratto spietato anche del nostro tempo, nel quale il limite della condizione umana viene rimosso. La profezia di un ebreo marxista che anelava all’Assoluto

di Andrea Musacci

Con il Sessantotto ancora fresco nelle sue speranze e nel suo messianismo secolarizzato, in Germania viene pubblicato il libro “La nostalgia del totalmente Altro”, contenente l’intervista rilasciata da Max Horkheimer a Helmut Gumnior. Horkheimer (1895-1973), filosofo e sociologo di origini ebraiche, tra i più noti esponenti della Scuola di Francoforte, nel ’33 dalla Germania nazista è costretto a emigrare, in quanto marxista, prima a Ginevra poi negli USA. Solo nel ’49 rientra a Francoforte, dove con l’amico Theodor W. Adorno riapre l’Istituto di Ricerca Sociale trasferito in America durante l’esilio.Vent’anni dopo, nel ’70, quell’intervista apre dunque una breccia religiosa in un ambiente accademico e politico laico, seppur di un laicismo critico e per nulla dogmatico. La modernità, nel pieno del suo splendore e delle sue contraddizioni, veniva insomma interrogata da Horkheimer nei suoi assunti sempre più presentati come incontrovertibili.


Nel regno della noia, che posto ha la ricerca di senso?

«La storia del moderno è, per molti versi, la storia (…) di questa emersione dell’inconsistenza del mondo, della profanità del mondo che, pur scontando l’assenza e l’imprevedibilità di Dio, è un mondo progettabile, in balìa delle mani dell’uomo. Però è un mondo tragico, non sostenuto da alcunché, i cui rischi sono esplosi in quello che chiamiamo il postmoderno». Così rifletteva Sergio Quinzio in un’intervista rilasciata nel 1991 (1). La lucidità del teologo ligure richiama certe pagine dell’ultimo Horkheimer su quel mondo mirabolante nei suoi progressi ma, appunto, se guardato con disinganno, «non sostenuto da alcunché». Le conseguenze le abbiamo ormai quasi tutte sotto gli occhi, in termini di manipolazione della vita e della verità, di perdita di realismo nella percezione dello stesso dolore e della stessa morte. «L’autentica tragedia è l’assenza del sentimento tragico», scrive magistralmente Giuseppe Genna su “L’Espresso” del 4 aprile scorso riguardo alla perdita della domanda sul limite, di ogni verticalità soprattutto in quest’ultimo periodo di pandemia, dove l’indifferenza sembra vincere, smentendo non solo i corifei dell’“andrà tutto bene”, ma anche i falsi ottimismi sul “ne usciremo (necessariamente) migliori”. Horkheimer mezzo secolo fa, nella sopracitata intervista così parla di questo mondo nel quale siamo sempre più inghiottiti: «l’assenza di senso nel destino dell’individuo, la quale già prima era determinata dall’assenza di ragione, dalla pura naturalità del processo di produzione, nella fase attuale si è tramutata in un segno caratteristico dell’esistenza. Ciascuno è abbandonato al suo cieco caso». Si arriverà, per il filosofo tedesco, alla «liquidazione del soggetto». In un sistema dove viene meno la ricerca di senso e l’inquietudine per le cose ultime, inevitabilmente finisce per dominare la «noia». Fanno venire i brividi queste parole rilette oggi.


Memoria di ciò che ci salva

Nel ’69, in una conversazione con Paul Neuenzeit, docente cattolico all’Università di Würzburg, Horkheimer afferma: «si deve continuamente ricordare che ciò che importa non sono solamente le varie abilità, ma la questione della verità» (corsivo mio). Il riferimento è all’inarrestabile settorializzazione del sapere, alla trasformazione, ormai totalizzante, di ogni scienza e cultura in qualcosa di funzionale al sistema produttivo e amministrativo. E dunque, alla conseguente riduzione delle finalità al mero presente, all’obiettivo pratico e strumentale. All’oblio, quindi, dei “perché” più profondi. Horkheimer arriva a pensare che sia la religione a rappresentare ancora «la coscienza che il mondo è fenomeno, che non è la verità assoluta, la quale solo è la realtà ultima». La religione è la «speranza che, nonostante questa ingiustizia che caratterizza il mondo, non possa avvenire che l’ingiustizia possa essere l’ultima parola». Speranza, anzi meglio, nostalgia, «secondo la quale l’assassino non possa trionfare sulla sua vittima innocente». È interessante come Horkheimer utilizzi questo termine. La nostalgia richiama un desiderio forte, invincibile, che nasce dal profondo, di qualcosa di maggiormente puro, bello rispetto al presente, o addirittura di qualcosa di puro e vero in sé. Di una pienezza. Qualcosa che sembra richiamare l’anamnèsi platonica, quella reminescenza delle idee eterne, fondamenta del mondo fenomenico. La nostalgia è desiderio di un ritorno all’origine, di uno sforzo di ritrovare l’essenza, un luogo, una “casa” che già si è abitata, o che da sempre si abita, anche se inconsapevolmente. Una casa che è regno di giustizia, di piena pace. «Nostalgia di perfetta e consumata giustizia», la chiama Horkheimer. Se c’è nostalgia vuol dire che esiste una tensione viva e, nel finito, ineliminabile, inappagabile. Una fame che provoca anche sofferenza: «La sofferenza dipende dal fatto che Dio e l’uomo sono qualitativamente diversi», scrive Kierkegaard (2). E per Quinzio, nella sopracitata intervista, gli uomini e le donne “aiutano” Dio con «l’invocazione che sale dal fondo della loro sofferenza, dal loro inappagato bisogno di giustizia» (3). Ma è anche – dice ancora Horkeimer portando al limite il dubbio – «paura che Dio non ci sia», quell’ “altro” «che non trovammo mai», per usare i versi di Rilke (4).Per questo, «il riconoscimento di un essere trascendente» come Dio «attinge la sua forza più grande dall’insoddisfazione del destino terreno. Nella religione sono depositati i desideri, le nostalgie, le accuse di innumerevoli generazioni». 


Una cosa sola

Ma la religione, nel suo stesso etimo, è legame tra le persone. Horkheimer, così, ridona un significato diverso al concetto di solidarietà, che è autentica innanzitutto perché nasce «dal fatto che tutti gli uomini devono soffrire, devono morire e che sono esseri finiti». «Siamo una cosa sola», afferma subito dopo con un’espressione dal sapore “eucaristico”. Rileggendo la Lumen Fidei firmata da Papa Francesco, ho ritrovato assonanze, pur su un piano diverso, con queste sofferte riflessioni di Horkheimer: «La domanda sulla verità – scrive il Pontefice – è (…) una questione di memoria, di memoria profonda, perché si rivolge a qualcosa che ci precede e, in questo modo, può riuscire a unirci oltre il nostro “io” piccolo e limitato» (5). Una comunione più sincera perché più fondata, dove le individualità non solo non sono schiacciate ma anzi possono risplendere di luce vera nella comune nostalgia di una «beatitudine infinita».


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(dove non espressamente indicato, le citazioni di Horkheimer sono prese da M. Horkheimer, La nostalgia del totalmente Altro, Queriniana, 2019)


(1) S. Quinzio, La tenerezza di Dio, Castelvecchi, 2013.

(2) S. Kierkegaard, Diario, BUR Rizzoli, 2019.

(3) S. Quinzio, op. cit.

(4) R. M. Rilke, Poesie alla notte, Passigli, 1999.

(5) Papa Francesco, Lumen Fidei, Libreria Editrice Vaticana, 2013.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 aprile 2021

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E all’alba, ecco la nostra rinascita: “Passio Christi” al Teatro Comunale

6 Apr
Vito Lopriore – (C) Marco Caselli Nirmal

L’opera di Michele Placido con la “Passione” di Mario Luzi presentata il Venerdì Santo: i tormenti della condizione umana e la Liberazione in Cristo

di Andrea Musacci

L’affanno di chi ha paura, il rantolo dell’angoscia, di chi è solo e senza luce. Di chi, disarmato, vive la lontananza, l’apparente insanabilità dello smarrimento. Dove ogni dire e udire è vano, ogni sguardo è nemico, dove il male ha le sembianze dell’irreparabile.
Oltre 20 anni fa il poeta Mario Luzi, invitato da Giovanni Paolo II a scrivere i testi per la Via Crucis al Colosseo, seppe, come pochi, dare parola a questo tremendo umanissimo non comprendere. Per questo, la scelta di alcuni di quei versi per lo spettacolo “Passio Christi”, non può non commuovere. Il progetto tra cinema e teatro andato in onda la sera di Venerdì Santo sul canale You Tube del Teatro Comunale di Ferrara (e disponibile fino al 12 aprile), è stato ideato dal Presidente dell’“Abbado” Michele Placido su testi, oltre che di Luzi, di Dario Fo e Franca Rame (“Maria alla croce”), coi Salmi recitati da Moni Ovadia e lo Stabat Mater interpretato in dialetto trentino da Daniela Scarlatti. In scena, anche lo stesso Placido, Sara Alzetta e Vito Lopriore nei panni del Cristo. Fra i luoghi della nostra città scelti, la chiesa di San Giuliano e il Cimitero ebraico. Magistrale il Coro dell’Accademia dello Spirito Santo diretto da Francesco Pinamonti.

La stanchezza, dicevamo, quel respiro affannoso che «inciampava nei denti» (1). E, insieme, la violenza della derisione, lo scherno impietoso che anticipa la brutalità sulla carne. «Dubito talora – prega al Padre il Cristo di Luzi – / che questa sofferenza non ti arrivi / poi subito di questo mi ravvedo / perché so la tua misericordia». Ma la notte è buia, i minuti non scorrono ma incombono: «Io dal fondo del tempo ti dico: la tristezza / del tempo è forte nell’uomo, invincibile». E quegli anfratti sono, nella “Passio” di Placido, le budella nascoste del teatro ferrarese, dove gli umori e i tormenti urlano per affiorare, per rivivere in questa stagione di non-presenza, di chiusura e lontananze. E questa mancanza, questa privazione il regista sceglie di mostrarla, per renderle giustizia. È il “retroscena” col suo travaglio a un tempo manuale e intellettuale, del legno e del pensiero, in una zona ambigua dove finzione e realtà sovrapponendosi sanno di incertezza.

Negli interstizi dietro, sopra e oltre la scena, dunque, al di là dell’apparire – vero o falso che sia – il dialogo è con Dio, sempre, è la confidenza del Figlio col Padre, è la preghiera che si apre all’eterno. Dai sottofondi, la vertigine: «quanto è lontana da te l’angoscia che mi opprime»; e ancora Luzi: «Anche la morte pare eterna, è duro convincerli, gli umani, / che non ci sono due eternità contrarie, / il tutto è compreso in una sola e tu sei in ogni parte / anche dove pare che tu manchi». Anche in quell’ossatura di legno e polvere, dove una debole luce filtra, sul palco dell’umano dimenarsi dove le tuniche, come detto, possono essere inganno o domanda perpetua, lì, nel fastidio e nel dubbio, «Tu entri» «e lo disbrogli / pure così lontano come sei nella tua eternità / da questi nodi delle esistenze temporali».

E nei viluppi entra anche il femminile, portando cura e visione, rivelandosi nel viso contratto di Maria, sulle labbra il lamento, ancora l’affanno della via che porta alla croce. Lungo la strada – di nuovo – la scelta, fino al sepolcro, è di affiancare, coi loro corpi, alcuni morti ammazzati del nostro tempo: da Pier Paolo Pasolini a Stefano Cucchi, da George Floyd ai bambini vittime delle guerre. Volti morti o sofferenti privi di luce, come nel tremendo silenzio del sabato. Ma Lui «non è qui», e allora perché Lo cerchiamo tra ciò che non può essere all’altezza di tutto il nostro dolore? Perché, invece, nello smarrimento non tentare di riconoscerLo mentre ci accompagna, quando nel buio ci affianca? Perché anche lungo la via che Tu hai tracciato, che Tu sei, è «difficile tenersi». Ma «Tu solo» davvero sai il Mistero. 

«Ora sì, o Redentore», «invochiamo il tuo soccorso, tu, guida e presidio, non ce lo negare».  Ora e sempre, ora e ogni giorno. Adesso possiamo chiederglieLo, sappiamo di poterglieLo chiedere perché crediamo nella Sua Resurrezione, perché – sempre tentati dal non sperare – ancora una volta speriamo. Nell’affanno, «con amore ti chiediamo amore». Un amore che libera, che fa uscire, un amore «infinitamente più grande».

La resurrezione è, nella “Passio”, proprio un’uscita, una fuga, una lode, ancora e sempre, una perenne preghiera sulle labbra, in canto o in prosa, nel giubilo o nel dolore. Si ricongiunge il cammino, ritorna su quei passi iniziali, gli stessi ma incredibilmente diversi: nell’esordio della “Passio” vi era, infatti, Placido pellegrino inquieto fra le vie del centro di Ferrara. Un sobbalzo nel petto, poi gli spari improvvisi come un lampo di luce, e invece era notte, una lunga notte, quella dei corpi riversi ai piedi del Castello, quella tremenda notte nel novembre del ’43. Ma non dormono, no, sono morti, giacciono ma rivivranno. E allora «di mattino, quando era ancora buio» (2), in un’alba grigia e vuota, è l’ora della Liberazione, della Rinascita, è il tempo della pienezza, anche per noi, per chi, come gli apostoli, non aveva «ancora compreso» (3). 


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(dove non indicato, le citazioni sono tratte da “La Passione. Via Crucis al Colosseo” di Mario Luzi, 1999)


(1) F. Guccini, “Venezia”.

(2) Gv 20, 1.

(3) Gv 20, 9.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 aprile 2021

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Pane e coraggio: padre Luca Morigi e il desiderio di vita dei profughi a Lesbo

29 Mar

Il racconto alla Veglia missionaria diocesana del 24 marzo


«Ho fatto esperienza dell’immenso dolore che vivono, e che anche noi europei in parte permettiamo. Ma ho visto anche la fede che hanno in Dio e la speranza che Lui darà loro la possibilità di una vita nuova». Padre Luca Morigi, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII, per alcuni mesi, fino allo scorso Natale, ha vissuto nei due campi per profughi sull’isola di Lesbo. Questa terribile esperienza l’ha raccontata lo scorso 24 marzo in occasione della Veglia missionaria diocesana, collegandosi con la chiesa ferrarese di Sant’Agostino.

«Il sogno di Dio – ha esordito – è quello dell’umanità come grande famiglia che vive sulla terra intesa come casa comune». E invece esistono inferni come quelli sull’isola di Lesbo per i migranti. Persone che «perdono le proprie case, i propri beni, la libertà, rischiando la vita per un’esistenza dignitosa». Attraverso alcune fotografie scattate clandestinamente nei campi di Moira, prima, e Kara Tepe, dopo, Morigi ha raccontato l’orrore che queste persone vivono dentro le circa mille tende lì accampate. Dopo l’enorme incendio dell’8 settembre scorso nel campo di Moira, le autorità greche allestirono, infatti, campi temporanei a Kara Tepe, per accogliere 8mila degli oltre 12mila migranti rimasti senza riparo. Un popolo di disperati.

Pane, farina, patate: in una foto un padre cucina una semplice cena per i figli (foto in alto). Ha lasciato tutto alle spalle per dar loro la salvezza. «Ma ha voluto comunque condividere la cena con noi – ha raccontato Morigi -, qualcosa di cui noi occidentali spesso non siamo più capaci. Questo popolo, quindi, era lì per curare le mie, le nostre ferite dell’anima, non solo io per aiutare loro. È la nostra Europa che sta perdendo la propria umanità e i propri riferimenti, nascondendosi dietro le proprie paure e sicurezze». Nel campo di Lesbo vive, dunque, un grande popolo tenuto prigioniero, «espressione del corpo di Cristo umiliato e che espia i peccati del mondo. Nel suo dolore sta sanando anche le ferite di un’Europa malata» di egoismo e cinismo. Un continente circondato – più o meno simbolicamente – dal filo spinato, proprio come, realmente, lo è il campo di Kara Tepe. La polizia lo sorveglia continuamente dall’esterno perché l’idea di fondo è che «questi migranti siano potenziali criminali». Un campo costruito, non a caso, sulla riva del mare, in una zona militare, il cui terreno ospita ancora bombe inesplose. 

In questo inferno non esistono docce, non c’è acqua calda né energia elettrica, non esiste la scuola, ma uno straccio di educazione avviene solo informalmente grazie ad alcuni ragazzi che insegnano ai bambini. «Sono veri e propri campi di prigionia», resi ancor più tali approfittando del lockdown per la pandemia. Ma qui le malattie sono ancor più elementari, legate alla scarsa igiene. E poi ci sono quelle psicologiche, diffusissime, con bambini che tentano il suicidio gettandosi dalla scogliera o donne incinte che si buttano nel fuoco pur di non partorire lì. Un abisso dove stupri, omicidi, traffico di organi, violenze sui bambini, sono all’ordine del giorno. Dove domina l’abuso di alcool e il traffico di droga, senza nessuna legge e senza chi possa farla rispettare. «Qualche giorno fa – racconta Morigi – mi ha chiamato un uomo che vive nel campo: “questo è un inferno!”, urlava. Poi ha aggiunto che lui e la moglie cercheranno di fuggire nascondendosi in un camion». Ma sarà molto difficile, il rischio è la morte. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 aprile 2021

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La Croce e il sorriso: cosa ci insegna Laura Vincenzi

29 Mar

Il 26 marzo presentati on line il brano e il video a lei dedicati

Laura Vincenzi

La Croce e il sorriso, due termini che stanno “assurdamente” insieme nel Mistero pasquale. E Laura Vincenzi, la cui causa di beatificazione vede ora partire la tappa diocesana, ha incarnato a pieno questo Mistero. In diretta sul canale You Tube dell’AC diocesana, lo scorso 26 marzo è stata ufficialmente presentata la canzone “Laura canta insieme a noi” composta da Patrizio Fergnani, inno ufficiale che accompagnerà quest’importante periodo del processo di beatificazione. Percorso che a breve vedrà anche l’apertura del sito web www.lauravincenzi.org.

Irene Beltrami

«Se “Nulla è per caso” – ha riflettuto Nicola Martucci, Presidente AC diocesana – , allora la presenza del Signore rende ogni momento buono per la nostra conversione». Laura ci insegna questo nelle dimensioni dell’«interiorità, della responsabilità, della fraternità e dell’ecclesialità». «La mia esperienza con Laura è stata un inizio di percezione di Dio, di Colui che pienamente ama il mondo», è stata invece la testimonianza del fidanzato di Laura, Guido Boffi.Dopo gli interventi di Cristina Cinti, Referente per il processo diocesano, e Patrizio Fergnani, hanno preso la parola Irene Beltrami, voce solista nel brano, corista e catechista della parrocchia di Malborghetto, e Matteo Turrini, autore del video. Un prodotto artistico, quello di Turrini, di alta qualità, disponibile insieme al video della serata sul canale You Tube dell’AC di Ferrara-Comacchio.AC che ha visto anche l’intervento dell’Assistente diocesano don Michele Zecchin, il quale ha ben riassunto l’impatto che le parole di Laura nelle sue lettere possono avere: la sua reazione davanti a così tanto dolore vissuto può sembrare davvero «assurda, scandalosa, su questo non c’è dubbio». Ma la sua testimonianza, il suo cammino di vita è davvero, «profondamente pasquale». Una figura, dunque, che molto può aiutare anche in questa Settimana Santa.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 aprile 2021

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