Grattacielo, ferita aperta: denunce e speculazioni, ma cultura e solidarietà resistono

10 Giu

LE TORRI DI FERRARA. Non si ferma né la battaglia legale portata avanti dal Comitato dei condomini né l’impegno della rete solidale per gli sfollati. E la Biblioteca Popolare Giardino resiste nel “vuoto”

di Andrea Musacci

Oltre un mese fa alcuni condomini e proprietari del Grattacielo di Ferrara hanno iniziato una battaglia legale contro l’amministratore condominiale: l’ipotesi è che non siano stati eseguiti numerosi lavori antincendio in spazi comuni nonostante i soldi versati dai condomini. Ma è proprio un incendio, quello della notte tra il 10 e 11 gennaio scorsi, ad aver convinto la Giunta comunale a sgomberare in poche settimane le torri con un atto di imperio.

Circa 800 persone – tra residenti e non – costrette da un giorno all’altro a cercare faticosamente di rifarsi una vita. Una ferita indelebile che riguarda lavoratrici e lavoratori, famiglie con bambini e anziani nel giro di poche settimane costrette a cambiare città se non Paese, a trovare alloggi di fortuna, a spendere altri soldi di affitto oltre a quelli investiti per comprare casa nelle torri. Ma a inizio maggio la rabbia e la frustrazione di molti ha preso la forma di una battaglia legale (con l’aiuto dell’avvocato Riccardo Venturi) portata avanti da un proprietario del Grattacielo, Daniele Pachera, che insieme a un condomino, Filippo Calafato, ha dato vita al “Comitato dei Condomini per la Trasparenza del Grattacielo” (ne abbiamo parlato sulla “Voce” del 15 e del 22 maggio). Lo scorso 9 maggio Pachera al Comando Provinciale della Guardia di Finanza ha depositato una denuncia-querela riguardante la gestione economica e finanziaria del Condominio Grattacielo. L’iniziativa «mira a fare chiarezza su un debito dichiarato di oltre 2 milioni di euro e sulla gestione di circa 1,3 milioni già versati dai condomini per lavori antincendio (oltre a 500mila euro non ancora versati) che, a quanto risulta dai rilievi tecnici dei Vigili del Fuoco, non sono stati eseguiti nelle parti comuni. Esiste invece il sospetto che una parte consistente di lavori effettuati all’interno di singoli appartamenti privati siano stati impropriamente addebitati al bilancio condominiale, gonfiando il debito comune a danno dei condomini adempienti». 

IL DEBITO VENNE GONFIATO?

Dopo questa prima denuncia-querela, i rappresentanti del Comitato Condomini sono riusciti a consultare alcuni documenti nello Studio dell’amministratore condominiale Francesco Donazzi. «Nel corso di questa ispezione – spiegano dal Comitato -, l’amministratore ha consegnato due versioni contrastanti della situazione debitoria: un prospetto basato sui bilanci approvati che indica un debito di 1,4milioni euro; e un prospetto definito “effettivo” che indica invece un debito di 660mila euro». Debito che potrebbe essere addirittura inferiore a questa cifra. Serve, però, consultare altri documenti: ma «l’amministratore non ha consegnato i registri storici durante l’ispezione. Dove sono finiti i soldi versati dai condomini se il debito reale sembra essere di molto inferiore rispetto a quello dichiarato?».

In attesa del primo tavolo tecnico dalla chiusura delle torri, in programma lunedì 8 giugno, il Comitato ha chiesto «di autorizzare esplicitamente l’accesso ai tecnici delle utenze (per bloccare le fatturazioni), ai periti privati e alle ditte specializzate in sanificazione. Abbiamo preteso che venga garantito ai residenti il recupero dei propri beni personali senza l’obbligo di costose vigilanze private, confermando che è sufficiente l’accompagnamento di personale con attestato antincendio».

SPECULAZIONI, SILENZI E SOLIDARIETÀ

Nel frattempo, c’è chi cerca di speculare sulla disperazione dei condomini: «il Consiglio di Condominio – spiega Pachera – ha diffuso un piano strategico che prevede la costituzione di una società veicolo (SPV “Grattacielo Ferrara S.r.l.”) per acquisire immobili “distressed” e gestire in via esecutiva i crediti deteriorati. Ma come si può minacciare di pignorare la casa di una famiglia se il debito non è certo? Non permetteremo che si utilizzino cifre non verificate per sottrarre le proprietà a chi sta già subendo il dramma dello sgombero».

E il Comitato interpella direttamente anche il Sindaco Alan Fabbri: «L’intervento del Comune è ormai urgente su più fronti. Dai conti forniti dall’amministratore, il Comune, essendo condomino per circa 50 millesimi, risulterebbe debitore di circa 10mila euro. Ma se le spese reali sono gonfiate del doppio, si sta chiedendo all’Ente pubblico di versare denaro dei contribuenti in eccedenza». Infine, «il timore più grande» dei condomini è che «lo stallo amministrativo possa compromettere la raccolta delle prove». Di qui il rinnovato appello «alla Procura della Repubblica di Ferrara affinché intervenga con la massima celerità», aggiunge il Comitato. Comitato che annuncia una nuova iniziativa di supporto e assistenza diretta: «aiuteremo i condomini sfollati a richiedere formalmente la proroga e la sospensione delle rate di mutui e prestiti e forniremo appoggio a chiunque venga raggiunto da procedimenti esecutivi promossi dal condominio». 

SAN BARTOLO “CHIUDE” IL 30 GIUGNO

In attesa di nuovi risvolti legali – si spera positivi per i condomini -, sono ancora tanti i singoli e le famiglie appesi alla speranza di poter tornare nelle proprie case. Fra questi, 46 persone ospitate nei locali dell’ex San Bartolo (alla periferia della città) gestiti dalla nostra Caritas (con l’aiuto degli scout AGESCI e di molti volontari e volontarie) ma di proprietà dell’AUSL, che ha concesso questa parte dell’edificio agli sfollati fino al 30 giugno. Ma queste persone non sono sole: lo scorso 24 maggio, festa di Pentecoste, è stato organizzato un grande pranzo proprio nel chiostro di San Bartolo. «Abbiamo invitato – spiegano gli organizzatori dell’Unità di strada Caritas -, oltre agli ospiti della struttura e molti altri ex abitanti delle torri, tanti volontari che in questi mesi hanno lavorato instancabilmente per l’emergenza grattacielo, e altri amici che ci hanno supportato. Ai ragazzi di San Bartolo, alle famiglie che continuiamo a seguire, e a tutti gli altri amici che abitavano le torri volevamo offrire una giornata senza pensieri e l’incontro con una parte di Ferrara generosa e solidale, che non li dimentica e continua a cercare delle soluzioni aiutarli a lasciarsi alle spalle questo difficile momento della loro vita».

Diverse persone accolte a San Bartolo hanno già trovato una sistemazione alternativa, ma molti sono ancora alla ricerca di un posto letto o un appartamento in affitto per una sistemazione a lungo termine. A Ferrara o altrove, chissà. E non si sa nemmeno con quale peso economico. Queste, sono tutte persone in possesso di regolari permessi di soggiorno, contratti di lavoro. 

Per questo, l’Unità di strada Caritas rinnova l’appello a chi ha un appartamento sfitto: «se avete modo di aiutarci a trovare qualcosa, contattateci. Caritas è disponibile ad accompagnare e mediare, garantendo serietà e supporto». Questi i contatti: cell. 388-9706494, mail info@caritasfe.it

BIBLIOTECA POPOLARE GIARDINO, PRESIDIO DEMOCRATICO

E a proposito di presidi solidali, a maggio ha compiuto 7 anni di vita la Biblioteca Popolare Giardino (BPG), che ha la propria sede proprio al Grattacielo, nel corpo aggiunto. Il progetto di questa odv nasce nel 2019 grazie all’azione di un gruppo di cittadine/i che decidono di impegnarsi nel Quartiere GAD per promuovere pratiche di integrazione e coesione sociale. La Biblioteca in questi anni è stata un punto di riferimento fondamentale per tante famiglie delle torri e non solo, per tanti bambine/i e ragazze/i, ma anche per l’intera città, grazie – ad esempio – alle tante presentazioni di libri, agli incontri di lettura e al language cafè. Il suo patrimonio librario comprende un settore narrativa, un settore infanzia con uno spazio appositamente dedicato e un settore multilinguismo, oltre a diversi giochi da tavolo. La Biblioteca opera all’interno della rete delle biblioteche comunali che fanno parte del Polo Bibliotecario Ferrarese (PoloUFe).

Venendo agli ultimi mesi, lo scorso 5 febbraio il Comune ha costretto la Biblioteca alla chiusura. Biblioteca che fino a quel giorno aveva ospitato il punto di ascolto dell’Unità di strada Caritas per gli sfollati e il doposcuola di Viale K (che in via Mura di Porta Po aveva lasciato spazio ad alcuni degli sfollati). Ma lo scorso 9 aprile la Biblioteca ha deciso in maniera autonoma di riaprire

«L’emergenza era finita – ci spiega Arianna Chendi, responsabile della biblioteca – ed è stato appurato che il corpo aggiunto non rientra nelle due ordinanze». Fra i progetti di questi mesi, “Semi di volontariato”, a cura del CSV Terre estensi e della Biblioteca Popolare Giardino con alcune classi della Scuola Boiardo; i ragazzi/e hanno anche visitato la biblioteca e sono state anche coinvolte le mamme straniere del progetto della Papa Giovanni XXIII “Madri a scuola”. E ancora: il Book club “Maestre 2”, la gara di puzzle, l’incontro dedicato alle mobilità Erasmus+ KA121 – 2025, organizzate da “Equilibri – per leggere” di Modena. Le prossime settimane ci sarà un ciclo di presentazione di libri di poesie, una festa per i bambini e laboratori estivi. E «abbiamo comperato tanti altri libri nuovi». C’è una prospettiva, quindi, nonostante il calo degli utenti in seguito agli sgomberi. «Da noi vengono alcune famiglie nigeriane e pakistane, ragazzini che abitano nei pochi appartamenti considerati abitabili, quelli del corpo aggiunto. E poi viene una signora che abitava nelle torri, grande lettrice e nostra affezionata. Ora abita in via Modena ma continua a frequentare la nostra biblioteca».

Nelle torri sono rimasti aperti il bar e i negozi, ma i grandi edifici vuoti danno un senso di degrado, meno senso di sicurezza a chi ancora frequenta la zona. Alcuni dormono nell’androne del Grattacielo. Miseria provocata dalle scelte di chi amministra la città, miseria che si aggiunge al dramma degli sfollati: «gli sfollati – riflette con noi Chendi – per entrare a prendere i loro vestiti estivi devono spendere 30 euro per 45 minuti, oppure sono costretti a ricomprarseli». Le associazioni di volontariato sono già attive per aiutarli, ma rimane un’ingiustizia dentro la più grande ingiustizia. Infine, l’appello: «Stiamo valutando, non senza difficoltà – conclude Chendi -, la possibilità di trasferirci pur rimanendo sempre in zona. Speriamo in un benefattore che ha un ambiente che non vuole lasciare vuoto». 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026

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Vasco Rossi e le vere aperture di una città: una riflessione dopo i concerti

9 Giu

Le tante chiusure di una città che sempre più si fa abbagliare dall’illusione di guadagni facili, che non esistono. E che in cambio di questa illusione, sacrifica spazi comuni, luoghi protetti e il vivere civile

di Andrea Musacci

Ferrara città aperta: alla musica, ai turisti. Questa, la narrazione dominante nell’ultimo anno. Lo stesso si disse in occasione del concerto di Springsteen, e lo si ripete come un mantra per ogni grande concerto. L’idea che sempre più ci facciamo, al contrario, è quella di una città chiusa. Chiusa da parte di chi la amministra, nei confronti dei cittadini (residenti nelle aree interessate e non) che 5-6 mesi l’anno protestano per i forti disagi che vivono in termini di mobilità, inquinamento acustico, tutela e rispetto per gli spazi pubblici. Chiusura – che diventa dileggio, violenza verbale, insulto – di una parte di ferraresi nei confronti di chi dice no allo scempio della città. 

GRATTACIELO USURPATO

Ma chiuso, da gennaio scorso è il Grattacielo, che si erge come simbolo di un’enorme ingiustizia, torri come dita puntate al cielo a implorare giustizia. Aperti, invece, il 5-6 giugno nel parco Coletta antistante il gigante vuoto, erano i quattro “food truck” (i camioncini per il magna&bevi) e il “Birrabus 30”, «il più grande beer truck d’Europa, dotato di 300 spine simultanee e di una capacità di 1.800 litri», recitava compiaciuto un comunicato dell’ufficio stampa della Giunta comunale. E sempre lì, aperto era il bar “Mai guai”, purtroppo però con musica a volume altissimo fin dalla mattina del 5, tanto non c’è nessuno da disturbare lì dentro, e c’è da trasformare il parco in attrazione per turisti, gente di passaggio. I bambini e le mamme del Grattacielo, non ci sono più nel parco: al loro posto per due giorni (ma perché non renderli monumenti perpetui della città mordi&fuggi?) bagni chimici multicolori fluo, fin davanti la cancellata che divide le torri dal parco. 

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026

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Mito fondativo USA ieri e oggi, tra fede, libertà e rivoluzione

5 Giu

L’anima degli Stati Uniti d’America nella conferenza di Tiziano Bonazzi in Biblioteca Ariostea

“Eredità e attualità della Dichiarazione d’Indipendenza” è il nome della conferenza tenutasi lo scorso 29 maggio nella Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara e organizzata dall’Istituto Gramsci con ISCO Ferrara.

Relatore è stato Tiziano Bonazzi (prof. Emerito Unibo), con introduzione di Piero Stefani (Istituto Gramsci Ferrara) e l’intervento finale di Massimo Faggioli (Trinity College Dublino).

Proprio quest’anno ricorre il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, testo che ha inciso profondamente sulla storia politica e culturale contemporanea.

«La Dichiarazione d’indipendenza – ha riflettuto Bonazzi – ha un linguaggio fluido, semplice, accessibile a tutti e tratta temi che ci sembrano normali. E fin da subito ebbe una risonanza mondiale». Un testo comunque particolare, se letto ai giorni nostri, col «perseguimento della felicità» come fine e il «diritto alla rivoluzione contro il potere giusto» come uno dei principi base. Un testo «deista» nonostante la radicale professione di fede dei coloni fondatori, e la convinzione secondo cui «nessuna chiesa può diventare chiesa di Stato, per non violare la libertà di coscienza» dei singoli. Nonostante ciò, la Dichiarazione d’Indipendenza «venne interpretata da molti pastori  come testo cristiano» e gli USA come «il secondo Israele». Così come «libertà e uguaglianza da alcuni furono interpretati non in senso universalistico», ma per i soli «pari», quindi non per i neri.

In ogni caso, la Dichiarazione è divenuta «mito fondativo politico», quindi «strumento che serve a dare senso a una comunità, il suo senso di esistere, per durare nel tempo». Dodici anni  dopo verrà ratificata la Costituzione federale, con «la divisione dei poteri insieme al principio federalistico, che rende meno pericoloso il governo centrale». Bonazzi ha poi riflettuto sulla cosiddetta Living Constitution (Costituzione vivente) di inizio Novecento, l’idea, cioè, che la Costituzione, pur non modificandosi formalmente, abbia di per sé un dinamismo necessario, una progressività per  meglio interpretare le trasformazioni nel corso del tempo. Approccio che, negli anni “caldi” della Guerra fredda fu poi bollato come «comunista» e in cui iniziò sempre più a emergere «un’idea restrittiva della rivoluzione americana». «Democrazia, libertà dell’individuo e libertà d’impresa diventano i tre pilastri del modello statunitense, con l’esclusione quindi dei diritti sociali e di alcune minoranze, come quella dei neri». E a questi tre principi, Eisenhower (presidente dal ’52 al ’61) vi aggiunse «la fede religiosa». Approccio, questo, di tipo conservatore  che portò alla triade «Dio-Patria-Famiglia», «limite all’individuo». Solo negli anni ’60 i diritti delle minoranze – afro, donne (anche se minoranza non sono), omosessuali, nativi – iniziano a essere difesi e inizia a imporsi il concetto di «persona».

Oggi – ha proseguito Bonazzi – col movimento MAGA (Make America Great Again) – «che è sbagliato considerare composto solo da persone ignoranti e appartenenti al ceto medio basso» – vi è una reazione a questo periodo “progressista”, e si guarda con angoscia al calo demografico dei cosiddetti “bianchi” e al sempre dominio della «cultura bianca». Alla base di ciò «vi è un inespresso razzismo», con «un’idea immobile della società». Ma quella degli USA è «una società complessa e variegata – ha proseguito il relatore anche interpellato dai presenti – quindi non vedo il rischio di una trasformazione antropologica. Certamente, però, il pendolo che nella storia USAoscilla sempre tra progressismo e conservatorismo, rischia per la prima volta di fermarsi a favore del secondo.Sarebbe la fine degli Stati Uniti d’America».

E a tal proposito, Faggioli – che ha ricordato d’esser stato allievo di Bonazzi all’Ateneo di Bologna – ha brevemente riflettuto sull’attuale crisi degli USA, del suo mondo conservatore e del «rapporto politica-teologia: assistiamo a un collasso totale del rapporto tra illuminismo e religione», ha aggiunto. Sempre su questo aspetto,Stefani ha invece riflettuto sulle analogie tra USAe Israele, in particolare citando l’inserimento, nel 2018, da parte del governo israele del “diritto religioso” come diritto fondamentale, definendo ufficialmente lo stato come «la casa nazionale del popolo ebraico». 

Infine, una notizia: dopo un anno al  Trinity College di Dublino, a luglio Faggioli tornerà ad insegnare alla Villanova University negli USA.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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(Foto: Chris F – Pexels)

Tanti soldi pubblici, danni ambientali e zone rosse: Ferrara “occupata” per Vasco Rossi

5 Giu

MEGACONCERTI. Il 5 e 6 giugno la città di Ferrara sarà letteralmente invasa da 120mila persone in occasione dei concerti di Vasco Rossi. Ma al di là delle luci, a rimetterci sono le casse comunali, la vita e il benessere di cittadine e cittadini, le risorse naturalistiche e la dignità della città

di Andrea Musacci

Chiunque viva Ferrara nel tempo libero, può dire che la nostra è tutt’altro che una città morta: che ci si concentri sull’ambito culturale in senso ampio, su quello artistico – in tutte le sue espressioni – o più ludico, sportivo e naturalistico, innumerevoli sono le iniziative quotidiane. Al contrario, una certa narrazione ideologica dominante negli ultimi anni, vuole convincerci che senza i grandi concerti Ferrara sarebbe un luogo morto. È anche grazie a questa nenia (ben manovrata da chi amministra la città) che da anni si giustificano grandi eventi musicali con un impatto devastante a livello naturalistico (nel caso soprattutto del Parco Urbano), della tutela del centro storico UNESCO (si vedano piazza Ariostea e piazza Trento e Trieste) e in generale sulla vita delle persone che a Ferrara ci abitano. Se sommiamo i concerti di marzo, quelli imminenti di Vasco, il Ferrara Summer Festival e il Buskers Festival privatizzato (con i rispettivi tempi preparatori e di smontaggio), circa 5 mesi in un anno vedono la nostra città invasa e occupata da manifestazioni espressioni della logica dominante di estrattivismo urbano che avvantaggia pochissimi – già benestanti – commercianti e i grandi investitori esterni.

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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(Foto Federico Vecchiatini)

Assoluto e (im)perfezione: l’arte di Fatigati a Ferrara

4 Giu

Si intitola “Geometrie dell’Assoluto” la mostra personale dell’artista Domenico Fatigati in parete fino al 28 giugno all’Hotel Annunziata (piazza della Repubblica, Ferrara). L’esposizione – visitabile tutti i giorni a ingresso libero e curata da Alberto Squarcia (Archeo900) -, presenta una selezione di opere nelle quali l’artista campano impiega materiali diversi, fra cui legno, forex, plexiglass.

La sua è ricerca della perfezione, non perfezionismo. «E invece no», mi ha detto lui stesso: «mi considero un perfezionista, non potrei che essere così…». In ogni caso, questa sua felice ossessione per la perfezione, per il rigore assoluto, forse negli anni l’ha in parte perduta. Come a dire che l’aspetto razionale-geometrico dell’essere artista non può annientarne la creatività, che è di per sé imperfezione, fragilità, movimento. L’inutilità dell’arte – per dirla in altri termini – non pretende la meccanica applicazione di regole rigide, di gesti millimetrici. Così, negli anni, nelle opere di Fatigati l’aspetto materico, dunque tridimensionale, emerge con sempre maggiore forza; e questo, già di per sé, è elemento meno dominabile, a differenza del disegno lineare e delle sue leggi.

Dice bene Squarcia nel catalogo della mostra ferrarese: nelle opere in parete «la simmetria non è mai statica, ma vibra di una tensione sotterranea». Tensione che anima questi campi schematici, composti dalla ripetizione di un’intuizione ripetuta x (ics) volte ma come se lo fosse all’infinito. Come se l’opera, quindi, non fosse che la rappresentazione esemplificata della struttura dell’Essere. Ma l’artista, con le sue mani di uomo, non può che realizzare l’opera quasi perfetta; e noi, con i nostri poveri occhi carnali non possiamo che ammirarla proprio lì, a un passo dalla impeccabilità che è solo di Dio. Pensiero, questo, che invece di darci un’infinita sisifea frustrazione, dovrebbe confortarci: al di qua dell’Assoluto vi è un’illimitata sequenza senza regole prefissate, uno spazio da disegnare, e da abitare. Ognuno con la propria – a volte impercettibile – imperfezione.

CHI È DOMENICO FATIGATI

Domenico Fatigati, architetto di formazione, per tanti anni docente alle superiori, è originario di Acerra (Napoli), dove vive, e a Ferrara ha già esposto nel 2017 al Liceo Dosso Dossi, nel 2019 all’Alkimia smart rooms e nel 2023 alla Galleria del Carbone.

Per la precisione, ha insegnato Geometria Descrittiva in alcuni Istituti d’Arte e Licei Artistici. Nel 1989 è stato fondatore dell’Istituto d’Arte di Acerra, ricoprendo il ruolo di Responsabile. Nel 2011 è stato cofondatore del gruppo nazionale “Astractura” e nel 2015 cofondatore del gruppo nazionale “Linearismo Cromatico”.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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«E se così non fosse?»: il mistero della vita nel libro di Muscardini

3 Giu

Si intitola “La parte visibile” la nuova raccolta di racconti di Giuseppe Muscardini. Un viaggio nella storia e nel cuore dell’uomo

di Andrea Musacci

«E se così non fosse?». Se dietro il pesante velo del reale riuscissimo a intravvedere una luce, uno sprazzo del mistero della vita? È da poco uscito “La parte visibile”, raccolta di 23 racconti di Giuseppe Muscardini (Edizioni Montag, 2026). Muscardini è stato Responsabile della Biblioteca dei Musei d’Arte Antica di Ferrara e ha all’attivo cinque romanzi e diversi saggi in ambito storico-letterario. La domanda iniziale la pronuncia uno dei personaggi di questi suoi affascinanti racconti. La pronuncia con cinismo ma possiamo farla nostra e usarla nel viaggio attraverso i secoli, pagina dopo pagina.

O SANGUE O MUMMIA?

Si inizia nel 225 a.C., l’odio tra celti e romani è «piacere della ferocia» e brama di vendetta. Si conclude con l’ecatombe senza sangue versato del covid. In principio, il protagonista, un celto, dice di vivere «dissanguato completamente in ogni mia volontà di rinascere»; la conclusione corre il rischio dell’astratto ottimismo. La vita è un brivido di potenza, è pieno dominio di sé o pieno dominio sugli altri. Ma il fluire delle pagine porta con sé un affievolirsi tanto della crudeltà quanto del racconto al solo presente; col passare dei secoli, sempre più si fa strada la memoria, sempre più la storia che si fa è anche quella disseppellita e analizzata. La storia “mummificata”, da vivisezionare freddamente, corpo morto oggettificato.

MISTERO: FEMMINILE E MEMORIA

E quindi, «l’occulto era tale perché ancora non esisteva una spiegazione naturale». Ma il titolo stesso di questo libro ci dà un’indicazione, richiamando – per contrasto – l’antitesi, l’invisibile. «E se così non fosse?», appunto: si può fare esperienza vera abbandonando le lenti opache della razionalità, per percepire la vita come mistero, cioè come qualcosa di inafferrabile coi soli occhi di carne. C’è il femminile, in queste pagine, che del mistero è grembo: «La carne insolente che continua a gridare», certo, e il gioco di sguardi fra i vetri di un treno. Emblema del non possedibile, del mistero appunto, è la donna. E c’è un’altra porta verso il mistero, oltre l’algida analisi storica e l’atroce desiderio di distruzione: quella della memoria viva. Memoria nella suggestiva atmosfera di una casa in altri tempi abitata («Ho desiderato un ambiente già vissuto, che emanasse l’afflato dei vecchi inquilini»), o nel martirio di Palach, che prima di diventare reliquia trasforma la storia nel profondo.

NESSUN MANUALE

La ricerca e la lotta – tipiche dell’umano – non aprono quindi al passato, ma al presente e al futuro. Siamo noi che costruiamo quel che sarà storia, storia viva, non cimelio, non antica colonna da salotto. E così, anche un cimitero può essere progetto e creatività: «nessun codice o manuale» «registrerà» l’impronunciabile che è nel cuore dell’uomo. 

«E se così non fosse?»: il «gioire della vita», le parole non dette, gli sguardi rubati, i minuscoli bagliori, le calde prossimità: qui, in questo fluire ci siamo noi, «con le nostre vette e i nostri abissi», bisognosi di accogliere e di pronunciare perdòno, non di essere tra coloro che si pèrdono.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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Sarajevo, tutto l’orrore e tutta la speranza del mondo

30 Mag

«Irina aveva 1 anno quando fu uccisa da un cecchino»: a Santo Spirito in tante e tanti per la serata dedicata al ricordo dell’assedio negli anni ’90 e del “safari umano” su cui ancora si indaga. Ecco le testimonianze di quell’orrore e il grido di pace di chi c’era

Uomini che volevano sperimentare l’orrido piacere di sentirsi padroni della vita e della morte di innocenti, e rimandendo anonimi e impuniti. Ma c’è chi ora vuole portare alla luce questi delitti. Sulla “Voce” dell’8 e del 15 maggio scorsi vi abbiamo parlato dei “cecchini per gioco” nella Sarajevo assediata dal 1992 al ’96. 

Il Cinema Teatro Santo Spirito di Ferrara ha compiuto la scelta coraggiosa di dedicare una serata a questo macabro pezzo della storia contemporanea, e l’ha fatto la sera dello scorso 22 maggio, con la proiezione del documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanic, uscito nel 2022. 

Il documentario inizia con alcuni uomini che, durante l’assedio di Sarajevo, raccolgono su un ponte i corpi di un ragazzo e di una ragazza, colpiti a morte da un cecchino. Corpi che vengono posti nel baule di una macchina e portati in ospedale. Il loro sangue è colato sull’asfalto. Nel filmato, poi, la testimonianza di un uomo dal volto coperto, uno sloveno, ex ufficiale dell’esercito jugoslavo, poi assunto da un’importante agenzia investigativa USA. «Un giorno – racconta – vidi tre uomini stranieri, non vedevano l’ora di entrare in azione». Parla di statunitensi, canadesi, russi. «Si spostavano fra diverse postazioni, per sparare. Uno si sdraiò e ricevette un fucile: una persona venne colpita. La cosa mi inorridì molto».Questi stranieri «ricoprivano posizioni elevate, erano protette, uno di loro parlava un inglese fluente». Forse scelsero di fare questo safari umano «perché nella loro vita si annoiavano». L’uomo racconta anche di un bambino colpito a morte mentre passeggiava con la madre, «mano nella mano». Erano tutti «cacciatori esperti» questi stranieri, ma «generalmente colpivano al torace, perché alla testa era più difficile» a distanza.

Poi il documentario segue con la testimonianza di un uomo e una donna, marito e moglie, che raccontano di come nell’ottobre ’93, fossero in giro per una passeggiata nelle strade di Sarajevo con Irina, la loro figlia di 1 anno e 4 giorni. «Erano giorni tranquilli, non si sentivano spari», dice la donna. Ma all’improvviso, dal nulla, Irina viene colpita da un proiettile. Il proiettile di un cecchino. «E nel ’94 – racconta ancora – rimango incinta nuovamente, di un maschio, che però al 9° mese di gravidanza muore.Il medico mi spiegò che aveva assorbito il mio stato mentale».Lo stato mentale di una persona fortemente traumatizzata.

Un altro uomo, un bosniaco sulla 50ina, costretto su una sedia a rotelle, racconta di quand’era 20enne, soldato e studente universitario. Il 3 marzo del ’95 era contento ed essendo una giornata primaverile uscì per fare una passeggiata, «il cielo era bello». Un cecchino lo colpì, condannandolo a non poter più camminare. «Siamo stati tutti uccisi dalla guerra, stiamo tutti lentamente morendo per queste ferite», dice. E non parla delle ferite fisiche.

Viene poi intervistato Edin Subašic, ex agente dei servizi segreti dell’esercito bosniaco, testimone molto importante, che riporta ciò che un soldato serbo di 20 anni fatto prigioniero dai bosniaci allora raccontò loro: «ci parlò di cinque stranieri, di cui 3 italiani – uno milanese -, diretti nel ’93 a Pale (cittadina a 17 km da Sarajevo, ndr) e con attrezzatura da caccia di lusso». Uomini arrivati anche «con auto di lusso, che dissero che pagavano per poter essere cecchini». Ed erano «scortati dalle forze speciali serbe».Allora «informammo SISMI e SISDE ma l’unica cosa che ci dissero, dopo mesi, e che tutto era stato bloccato e che non si sarebbero più ripetute queste azioni». Non fu così.

«Dio, se potessi vivere solo un altro giorno, per vedere il sole spuntare sulla Bosnia…», canta un gruppo di ragazzini bosniaci nel finale, seduti nei loro banchi di scuola. Un agrodolce canto di speranza. 

Quella che si è cercata di trasmettere a inizio e a fine serata a S.Spirito. In apertura, infatti, vi è stato il collegamento video con Andrea Baudino e Giuseppe Modica, autori e narratori del podcast “Blokada. Sarajevo, la civiltà sotto assedio”, prodotto da Bottega Errante Edizioni. «Fino a qualche anno fa sembrava incredibile – han detto – che in Europa ci fosse stata una guerra devastante come quella nei Balcani. Eppure, nel 2022 questo incubo si è ripetuto in Ucraina». Riguardo all’assedio di Sarajevo, gli abitanti di questa città «dalla sera alla mattina si son dovuti abituare a schivare i proiettili dei cecchini, a dover trovare acqua e a non trovare beni alimentari primari nei supermercati». Ma prima del ’92 Sarajevo era «una città multietnica e multireligiosa, aperta e inclusiva, e che veniva da decenni di florido sviluppo, come tutta la Jugoslavia». Gli abitanti di Sarajevo però trovarono il  modo di «resistere: sono stati oltre 2mila gli eventi culturali negli anni dell’assedio». E riguardo a Gabriele Moreno Locatelli – ucciso da un cecchino sul ponte Vrbanja a Sarajevo il 3 ottobre 1993 e a cui era dedicata la serata -, i due autori lo hanno definito «un faro, la concretizzazione del pacifismo concreto langeriano».

Dopo la proiezione del documentario è stata proiettata la videointervista realizzata da Alberto Mion del Cinema Santo Spirito (e organizzatore della serata) a don Renato Sacco, prete della diocesi di Novara, ex coordinatore nazionale di Pax Christi e testimone diretto di uno degli episodi più straordinari di quegli anni: la Marcia dei 500. Marcia a cui parteciparono, fra gli altri, anche don Tonino Bello, don Albino Bizzotto dei “Beati i costruttori di pace”, Eugenio Melandri e mons. Luigi Bettazzi. «Non avevamo altra possibilità che l’indignazione», ha detto don Sacco. «L’ultimo giorno a Sarajevo abbiamo visitato una chiesa cattolica, una ortodossa, una moschea e la sinagoga», segni della Sarajevo di pace. «La guerra non è un destino ineluttabile, si possono scegliere strade di pace», ha aggiunto. «Gli eserciti di domani saranno questi uomini disarmati», disse don Bello in quell’occasione. «Si trattava – ha ripreso don Sacco – di un tentativo di dar carne al sogno del profeta Isaia»: «essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro e le loro lance in falci» (Is 2,4). «Venivamo considerati dei matti, come oggi matti vengono considerati gli uomini e le donne della Global Sumud Flotilla» dirette a Gaza, «nonviolenti come noi. È incredibile che venga criticata la Flotilla e non chi produce e vende armi… Non abituiamoci alla guerra!», il suo grido finale, più che mai urgente.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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(Foto tratta dal doc. “Sarajevo Safari”)

Competizione e culto dell’eccellenza: se la scuola pubblica diventa un’azienda

29 Mag

Presentato il libro “Contro la scuola neoliberale”: l’INVALSI è un sistema di valutazione nazionale fortemente astratto e strumentale che pone in competizione tra loro scuole, studenti e territori

La scuola è stata «ridotta a un’azienda», «governata in senso privatistico», il capitalismo è «entrato totalmente nelle nostre classi», stravolgendo il modo di pensare e di parlare di molti. È questa la dura accusa che lo scorso 20 maggio nella libreria Libraccio di Ferrara ha lanciato Rossella Latempa, docente e e una delle autrici del libro collettaneo “Contro la scuola neoliberale”, libro presentato con Antonio Ferrucci e Silvia Giordano in un incontro organizzato in collaborazione con Usb Scuola. Il volume nasce dall’esperienza di “Consigli di classe”, collettivo culturale composto da docenti della scuola e dell’università di cui fanno parte le autrici e gli autori (insegnanti, ricercatori, studiosi) dei saggi qui raccolti.

Che la visione neoliberale (o neoliberista) abbia invaso anche la formazione, per Latempa lo si evince guardando come l’OCSE ha rappresentato l’istruzione: «una scalata individuale dello studente verso la vetta del successo personale». Un’immagine molto emblematica. A cambiare – come sempre accade – è stato innanzitutto il linguaggio: un «linguaggio economico» che ci porta a parlare di «economia dell’educazione», di «capitale umano» e dei docenti come «commessi del capitale umano», mentre a decidere sono i cosiddetti “esperti”. Le trasformazioni della scuola in senso neoliberale – una vera e propria «fase regressiva» – vanno avanti da anni, a partire da metà anni ’90, «e spesso in maniera strisciante, non organica». Ed è stato un processo «del tutto trasversale alle forze politiche» – centro-destra e centro-sinistra. “Riforme”, queste, compiute «nel segno della modernizzazione e dell’innovazione, strumentalizzando parole d’ordine della fase progressiva della scuola», attuando un vero e proprio «rovesciamento delle parole», del loro senso profondo. Il caso dell’azienda Leonardo è molto interessante sotto questo punto di vista. Leonardo – prima azienda europea nella produzione di armi – continua a proporre la sua trappola chiamata “Officina Leonardo”, vale a dire percorsi di inserimento lavorativo per neodiplomati in Campania: ciò, per Latempa rappresenta «l’approdo di un lungo percorso che in tanti han sottovalutato o ignorato, e di cui Valditara è solo l’ultimo tassello in ordine temporale».

L’autrice ha poi scelto l’INVALSI come fulcro di questo processo di aziendalizzazione della scuola. L’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione) è l’ente pubblico che valuta la presunta qualità della scuola italiana e con INVALSI si indicano anche i test – fortemente standardizzati – che gli studenti della nostra penisola sono obbligati a svolgere. Ma è più di un test, è «il cuore della scuola neoliberale», che «pone tra loro in competizione studenti, scuole e territori», «descrivendo lo studente in termini di efficacia ed efficienza», per formare «capitale umano in vista del suo inserimento nel mercato». Insomma, si tratta di uno strumento che «risponde a un modello matematico di profilazione dello studente, con un “centro” – “l’eccellenza” – fino ad arrivare ai “margini”». Un modello che ricorda quello del Six Sigma, usato per la prima volta negli anni ’80 del secolo scorso da Motorola per l’efficientamento nella gestione aziendale. È la rappresentazione perfetta dell’idea neoliberista secondo cui «non esiste nulla di non misurabile». 

Il sistema INVALSI è stato presentato nel 2008 – quando Ministra dell’Istruzione era Maria Stella Gelmini (ex Forza Italia ed ex Azione) – da tre economisti: Giorgio Vittadini, Daniele Checchi e Andrea Ichino, i primi due dell’Università di Milano, l’ultimo dell’Ateneo bolognese. Ricordiamo che Vittadini è tra i fondatori della Compagnia delle Opere di CL. INVALSI crea un vero e proprio profilo digitale» dello studente, un profilo personale molto dettagliato, invasivo potremmo dire. Aspetto che «l’Intelligenza artificiale potrà solo peggiorare». E lo studente «non potrà mai venire a conoscenza di come si è svolta una valutazione che lo riguarda». Per cui, la certificazione INVALSI è a tutti gli effetti un «diploma parallelo» a quello classico, «che illude molti genitori che il futuro lavorativo» dei propri figli possa dipendere da questa astratta misurazione. Misurazione fatta – tra l’altro – con soldi pubblici che potrebbero essere spesi in altri modi, ad esempio per stabilizzare i tanti precari della scuola e per aumentare gli stipendi dei docenti.

«Contro questa scuola del capitalismo serve un’alleanza tra studenti, insegnanti e genitori», ha aggiunto Latempa. Un auspicio, per una rivoluzione culturale profonda.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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(Foto: Masi – Pexels)

Una Chiesa «dinamica» fatta di tanti volti e storie

27 Mag

Presentato a Casa Cini il libro di Gian Pietro Zerbini sui primi 40 anni dell’unione tra Ferrara e Comacchio: tanti i ricordi agrodolci, sempre guardando al futuro

Aneddoti, racconti scherzosi e ricordi commoventi: è stato un incontro ricco di emozioni quello svoltosi lo scorso 21 maggio a Casa Cini in occasione della presentazione del nuovo libro di Gian Pietro Zerbini “La Chiesa di Ferrara-Comacchio nei suoi primi quarant’anni 1986-2026”. Tante, infatti, sono le emozioni vissute dalle nostre comunità in questi 40 anni, raccolte da Zerbini in 35 anni di lavoro  a “La Nuova Ferrara”, e ora una loro selezione presente in questo volume edito da CEDOC SFR (Centro documentazione della parrocchia di Santa Francesca Romana) come Quaderno n. 57. La prefazione è affidata a don Andrea Zerbini, direttore del CEDOC.

Dopo l’introduzione del nostro Direttore mons. Massimo Manservigi, è intervenuto il  vescovo mons. Gian Carlo Perego, il quale ha sottolineato come la nostra Chiesa locale nel 1989 e a inizio anni ’90 fosse, anche allora, «una Chiesa che guardava al futuro», con «le prime riflessioni sulle unità pastorali e un rapporto nuovo tra Chiesa e società»: la Chiesa, infatti, «non è una realtà statica ma dinamica, che si rapporta di continuo con la Storia e in questo rapporto sempre si ripensa». Fra gli eventi di quel periodo non affrontati su “La Nuova Ferrara” ma molto importanti per la neonata Diocesi, mons. Perego ha ricordato la nascita deiConsigli pastorale e presbiterali diocesani, la ristrutturazione della Curia, la divisione in vicariati, la nascita dell’ISSR, la Lettera del Vescovo Maverna Desiderio desideravi del 1994 (nome poi ripreso da papa Francesco come Lettera apostolica nel 2022), l’arrivo dei Ricostruttori nella preghiera a Pomposa, l’unione delle AC di Ferrara e Comacchio.

Zerbini  – che ha invitato anche il Prefetto Marchesiello per un breve saluto introduttivo – ha poi ricordato gli esordi a “La Nuova Ferrara”, il fatto che conoscesse, allora, metà dei sacerdoti diocesani, «quindi ero favorito…», e al fatto che avesse tre famigliari sacerdoti (don Andrea Zerbini, mons. Giulio Zerbini e donAntonio Bentivoglio), aspetto, questo, invece «non sempre facile da gestire». In ogni caso, quello di seguire l’Arcidiocesi «è sempre stato un compito interessante», ha aggiunto. «I temi principali di oggi sono gli stessi di allora: i poveri, i migranti, le missioni. E il Vangelo dev’essere sempre la nostra guida, la nostra bussola».

Zerbini ha poi raccontato alcuni aneddoti che hanno reso l’incontro profondo e al tempo stesso leggero. Come quello riguardante la notizia della visita di papa Giovanni Paolo II a Ferrara-Comacchio, con un’impiegata delle Poste che ricevendo le copie della “Voce” da spedire scopre lo scoop sull’arrivo del pontefice, notizia che quindi comunica subito a una sua conoscenza della “Gazzetta di Ferrara”, mentre la Diocesi voleva dare lo scoop al nostro Settimanale diocesano. O, sempre in quell’occasione, lo «scherzo» che il card.Tonini fece aggiungendo la tappa argentana con la visita del papa alla tomba di don Minzoni – presente anche il presidente della Repubblica -, o la benedizione della prima pietra di quello che diventerà l’Arcispedale di Cona. Un altro aneddoto riguarda mons. Perego: «l’ho intervistato nel Seminario di Cremona prima della Messa solenne di ordinazione episcopale» nel maggio ’17. «E in quell’occasione gli ho consegnato la figurina di Gabriele Cantagallo, portiere della SPAL negli anni ’60, figurina datami dallo stesso Cantagallo come dono a mons. Perego dopo aver saputo che la cercava perché quand’era bambino era l’unica mancante per completare il suo album dei calciatori Panini». E ancora, un gesto di umanità in una situazione di estremo dolore: nel ’19, la vicinanza di mons. Perego alla madre di Adriano Bianco, giovane morto a Ferrara poche ore dopo la laurea. Oltre al ricordo dei singoli vescovi di questi quattro decenni, Zerbini ha omaggiato don Patruno, «prete capace di far ponti tra mondi diversi», oltre a don Samuele Gardinale, padre Silvio Turazzi e mons. Giulio Zerbini. 

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Per il prezzo della copia cartacea, contattare il Cedoc.

Il libro si può scaricare in pdf qui: http://santafrancesca.altervista.org/materiali/quad57.pdf

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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«Ognuno è guardato, amato, scelto e benedetto da Gesù»

26 Mag

“Chiesa casa di tutti”: il 23 maggio il secondo incontro nella parrocchia dell’Addolorata

Lo scorso 23 maggio nella parrocchia dell’Addolorata di Ferrara è in programma il secondo dei quattro incontri dell’iniziativa diocesana “Chiesa casa di tutti”, promossa dagli Uffici diocesani catechistico e per la pastorale familiare assieme al gruppo “Famiglie in cammino – Ferrara”. Il 23 la meditazione è stata  su Mt 4,18 – 5, 16 ed è stata proposta da Paolo e Chiara Mantovani (foto), una delle coppie di coniugi promotrici delle “Famiglie in cammino – Ferrara”, genitori cristiani di persone LGBTQ. Una trentina i partecipanti a questo secondo incontro (gli altri due saranno a settembre e a ottobre).

«Quella delle “Famiglie in cammino” – ha raccontato la coppia – è un’esperienza che per qualche anno abbiamo vissuto nella Diocesi di Bologna. Un interessante percorso di aiuto e di ascolto della Parola, che per noi è stato molto importante. La nostra vita nella Chiesa – hanno proseguito i due – è stata, fra l’altro, nell’Agesci e in alcune esperienze di spiritualità ignaziana, sia nella Diocesi di Bologna che a Ferrara, con gli EVO».

I due hanno poi proposto un commento delle letture del Vangelo scelte, la chiamata dei primi discepoli e le beatitudini: «importante è il seguire Gesù – han detto – ma ciò è un’iniziativa che parte da Lui, non da chi è chiamato». Chiamati che non rispondono con le parole, «ma con i gesti, con la vita». In questa storia «c’è anche la storia di ognuno di noi, chiamati allo stesso modo nella propria particolare situazione». Tante volte, invece, «pensiamo di essere lontani da Dio o di giudicare altri come lontani da Dio». Al contrario, «ognuno di noi è guardato, amato, scelto e benedetto da Gesù, e ciò innesta nella nostra vita dei cambiamenti».

Inoltre, «i primi chiamati da Gesù sono tra loro fratelli di sangue, ma ciò a cui sono invitati – come lo siamo noi – è di andare oltre questo specifico legame, verso una fratellanza più grande».

Strettamente connessa a questa scelta da parte di Gesù, vi sono le beatitudini, grazie alle quali pienamente comprendiamo come «Dio sceglie come alleato qualcuno a cui manca il fiato, che è afflitto, fragile, limitato». Al contrario, «se ci illudiamo di non avere limiti, tendiamo a voler occupare tutto e quindi non possiamo incontrare né l’altro né Dio». Ma Dio – che per sua natura è senza confini – s«i è fatto confine per poterci incontrare». Così, le beatitudini «sono ferite che diventano feritoie». Il progetto di Dio è più «profondo e delicato» di quel che spesso possiamo pensare: «il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato della persona ma sul suo dolore e sul suo bisogno». Gesù, quindi, «non mi chiede di essere diverso da come sono». Ciò che Dio ci offre è qualcosa di «liberante», ma «non è facile accettare questa proposta, perché Dio parte dalle mie fragilità e quindi innanzitutto è queste che devo saper accettare, senza chiudermi nelle mie paure e nei miei pregiudizi».

Il pomeriggio si è concluso – come il primo – con la divisione dei presenti in gruppi per  condividere le riflessioni maturate in un momento di raccoglimento personale. Il momento finale di condivisione è stato il suggello di un altro pomeriggio all’insegna dell’apertura all’altro, della ricerca di sé nell’incontro col prossimo.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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