
SUOR MARZIA CESCHIA. Un momento di preghiera e di riflessione condivisa il 15 febbraio dalle Clarisse: «senza i poveri non possiamo capire il Vangelo»
Gesù Cristo è una continua provocazione alle nostre certezze, alle nostre superbie, alle nostre pigrizie. Abbatte gli idoli che ci illudono di essere ricchi e sazi, padroni. Cristo è, invece, l’immagine piena della povertà che ci ricorda l’essenziale, che ci ricentra, affinché non ci perdiamo.
Su questo, attraverso San Francesco d’Assisi, si è riflettuto nel tardo pomeriggio dello scorso 15 febbraio nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara. Nel contesto delle celebrazioni per l’8° centenario del transito di San Francesco, il Circolo Laudato si’, il MASCI e le Clarisse del Monastero hanno organzizato un incontro di preghiera e riflessione , “Sulla via di Francesco. Il canto della povertà: un respiro di libertà”.
L’incontro iniziato coi Vespri, ha visto poi l’intervento di suor Marzia Ceschia, docente di teologia spirituale presso la Facoltà Teologica del Triveneto di Padova, che ha proposto una riflessione davanti a una 50ina di persone.
«La proposta di S. Francesco è molto attuale, ci provoca ancora con forza oggi», ha esordito. In lui, la povertà ha «un significato ampio, soprattutto spirituale: non si tratta tanto di avere o no qualcosa, ma di pretendere di essere proprietari di qualcosa, anche nei legami con gli altri». Essere proprietari «crea e divide chi ha da chi non ha», dando potere al primo e non al secondo. Per S.Francesco, quindi, la povertà è «necessaria per depotenziare i giochi di potere», è «una sfida al potere».
In Marco 10,43 Gesù ci propone un principio particolarmente impegnativo: «(…) non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore». La povertà è quindi innanzitutto una «questione di cuore, che si radica nel cuore», è «il nostro modo di valutare le cose e le persone», e il metodo che usiamo per valutare le cose purtroppo spesso «è lo stesso di quello che usiamo per valutare le persone». Ma i poveri «ci provocano, disturbano le nostre ricchezze, le nostre certezze, la nostra tranquillità». La vera povertà, dunque, non è tanto rinunciare a qualcosa di materiale ma «il passare dall’appropriarsi all’essere liberi». Liberi per ricevere e per donare, ricordandoci che «nessuno è sufficiente a sé stesso, nessuno è il perno della propria vita». La vera sfida sta dunque nel «passare dalla logica della conquista alla logica del dono, dalla logica del merito a quella della gratuità». Non vivere a misura del proprio io, del proprio egoismo, ma «abbandonare l’illusione di potersi conquistare uno spazio ruotando attorno a sé stessi, per poi ritrovarsi da soli». La povertà è quindi necessaria per «accogliere davvero la vita, per non vivere solo frammenti ma la vita in tutta la sua grandezza». È quindi povero «chi sa perdere», ed è povero «chi sa perdere obbedendo». La prima obbedienza è «quella alla vita, cioè ascoltare profondamente l’altro: è questo il vero sacrificio». Ciò che ognuno deve sacrificare è, ad esempio, «il desiderio di diventare proprietari di un ruolo, che ci fa sentire potenti e autosufficienti». L’icona contro ciò è quella della lavanda dei piedi, immagine «dell’abbassarsi e del servire. Devo chiedermi: perché voglio o pretendo questo ruolo?».
Un altro sentimento che ci allontana dalla povertà, quindi dalla vera libertà è, secondo sr Marzia, oltre all’ira, «l’invidia», che per S. Francesco è una «bestemmia», in quanto desiderio di appropriarsi del bene e dell’altro e quindi «giudicare Dio nel Suo distribuire i beni secondo la Sua volontà».
Liberiamoci, quindi, «dalle nostre autocentrature, dalle nostre autoreferenzialità», diventiamo «poveri di spirito», partiamo non dal nostro sé ma dalla «gratitudine», cioè «dal non dare nulla per scontato, essendo grati nel ricevere gratuitamente e nel saper donare. La persona povera è, dunque, «quella autenticamente umana», e sta in questa gratuità la sua «superiorità» nel creato; superiorità non di potere ma di «responsabilità», un ruolo «da vivere con gioia perché libero e liberante». Nulla, insomma, che faccia pensare alla “miseria”. «La libertà di chi vede tracce di Dio nel creato, di chi non si lascia turbare, di chi non lavora per avere potere, di chi sa vivere la vera semplicità, cioè un modo umile di guardare il mondo senza pensare di essere noi il parametro di tutto, è la capacità di guardare gli altri con spirito di accoglienza, senza pretendere, senza ansia, superficialità o aggressività».
La povertà, quindi, «ci cura dai nostri egoismi, dalle nostre autocentrature», quindi occuparci dei poveri è «fare penitenza, scegliere la persona e la sua storia come priorità, consolare e soccorrere la fragilità dell’altro». Nulla che si possa fare «a distanza», ma «concreta condivisione», in quel «realismo» che ci fa accettare la persona così com’è.
Per tutti questi motivi, i poveri sono i «destinatari privilegiati del Vangelo, non possiamo prescindere da loro per capire il Vangelo».Dobbiamo dunque «imparare da loro, da loro farci curare, per capire la sacralità dell’altro e del creato». La povertà – ha concluso suor Marzia – «ci dona quindi la capacità di poter vedere la vera bellezza».
L’incontro si è concluso con un momento di condivisione durante il quale diversi presenti sono intervenuti per riflettere sui temi trattati durante la meditazione. Fra le provocazioni raccolte, sono emerse l’importanza del discernimento nel scegliere l’essenziale, di accettare le proprie fragilità, di perdere il superfluo, di abbandonare un’ottica utilitaristica, del riscoprire un’idea di limite, di non perdere lo sguardo sull’altro e di non dimenticarci che la nostra vita non la possediamo mai del tutto.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 febbraio 2026
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