Piazza Ariostea e portico occupati dai concerti

18 Giu

Il 13 giugno è iniziato il Ferrara Summer Festival: ecco tutte le “invasioni” irregolari dei due luoghi storici e tutelati. E il parcheggio sopra i resti archeologici

Il Ferrara Summer Festival è partito: sabato 13 giugno alle ore 19 via con la musica per la serata che ha avuto il suo culmine col concerto della rock band “A perfect circle”. Il giorno successivo, pomeriggio e sera metal a partire dalle ore 15. Con buona pace – si fa per dire – di residenti del quartiere e della città intera che sotto i propri occhi stanno assistendo a un’indifferenza nei riguardi delle leggi, del rispetto dei luoghi tutelati e degli spazi collettivi.

IL PORTICO USATO COME SALOTTO

Facciamo il punto. Una volta che il Comune ha consegnato – pur in ritardo – le richieste di autorizzazione per l’uso della piazza, lo scorso 9 giugno la Soprintendenza ha scritto in merito all’utilizzo del porticato di Palazzo Rondinelli, di proprietà delle Suore della Carità. Ricordiamo che da agosto 2027 l’Istituto paritario “San Vincenzo” (con nido, infanzia, primaria e secondaria di primo grado) si trasferirà in Borgo Punta, per un nuovo complesso assieme alla Sant’Antonio. Questa e la S. Vincenzo sono gestite dalla Cooperativa Mondo Piccolo. 

Nella lettera al Comune, la Soprintendente Eugenia Valacchi «autorizza l’occupazione di suolo del sottoportico di palazzo Rondinelli» solo nei termini «di 22 tavoli con panche che dovranno essere montati e smontati ad ogni spettacolo e collocati in deposito in area non visibile dalla pubblica via e non fruibile dal pubblico; nessuna struttura dovrà essere agganciata/appoggiata alle strutture del palazzo; ogni altra struttura ad oggi installata dovrà essere tempestivamente smontata entro 3 gg dalla ricezione della presente, in caso contrario dovrà essere adottata ogni misura di nostra competenza per il rispetto di tale prescrizione».

Era stato il Comune di Ferrara in una lettera del 25 maggio scorso alla Soprintendenza a proporre «la definizione di un corridoio pedonale protetto sulla strada via Cortile, in aderenza al colonnato, per soddisfare la percorrenza, e conferma la necessità d’uso dell’intero portico per attività di “hospitality con tavoli”, allegando un dettaglio di mappa che illustra il posizionamento di 22 tavoli con panche, dichiarandone l’uso esclusivamente durante i singoli eventi». Ma in una lettera al Comune del 21 maggio scorso, la Soprintendenza fu molto più categorica: «Tenuto conto dell’ampio e prolungato periodo di occupazione e rilevato, nella scorsa edizione del 2025, lo scarso decoro connesso all’uso del portico di palazzo Rondinelli sottratto alla pubblica fruizione per troppo tempo, non si concede l’uso del sottoportico di palazzo Rondinelliper alcuna funzione connessa all’evento, esso dovrà rimanere spazio pubblico per tutta la durata della concessione e nessuna barriera protettiva di perimetrazione dovrà essere addossata o collegata agli elementi del portico stesso, mantenendo una distanza minima di sicurezza di 1 metro dal ciglio esterno delle tre facciate su strada».

Ma il 4 giugno in un sopralluogo il funzionario arch. Keoma Ambrogio aveva «constatato che oltre la metà del portico di palazzo Rondinelli risulta completamente chiusa alla fruizione pubblica con pannelli in legno o mdf alti oltre 250 cm agganciati alle colonne del portico con fasce di nylon (per controventamento) con due porte di accesso agli estremi corti con scritto “divieto di accesso ai non autorizzati”; oltre alla presenza al di sotto del portico di un gazebo di circa 3×3 m di larghezza, si nota il posizionamento di fili con lampadine che ornano lo spazio intercluso e che risultano tese alle catene del portico; non avendo la possibilità di osservare l’interno si presuppone che siano allestiti arredi per il catering; si è infine rilevato che il portico è altresì occupato da merce in fase di spostamento». Nei giorni successivi, il portico sarà occupato integralmente dal backstage/hospitality.

Sempre nella stessa lettera al Comune del 9 giugno, la Soprintendenza aggiunge di aver «messo in campo ogni possibile misura di piena collaborazione nel concedere l’uso nonostante la manifestazione fosse ormai programmata ben prima della richiesta di concessione avanzata in prima battuta erroneamente dall’associazione e successivamente riproposta dal Comune».

ANCORA PIÙ SPAZIO PUBBLICO OCCUPATO

E nella stessa missiva, la Soprintendente segnala altre importanti irregolarità nell’area concerto: la torretta di regia che passa «da 240 mc a ben 1325 mc» (metri cubi); «vengono proposte, oltre le due torri delay (per il controllo della diffusione dei suoni, ndr) già concesse, 2 nuove torri Europoint (per il sostegno delle apparecchiature, ndr) da 40×40 H6.5m con relativa zavorra in cls (calcestruzzo, ndr) armato alla base, un’area che normalmente viene poi resa libera alla fruizione nei giorni di non uso e che così risulta ulteriormente occupata; il palco viene dichiarato uguale a quanto concesso e uguale all’edizione 2025, ma dalla planimetria si evince che sono aggiunte 2 file di moduli sul retro; l’area bar ad ovest dell’obelisco nella concessione ha 6 gazebo, mentre nell’integrazione ne presenta 10 di pari entità, quindi con un aumento di 4 gazebo, in un’area che normalmente viene poi resa libera alla fruizione nei giorni di non uso e che così risulta ulteriormente occupata; sul perimetro est dell’invaso vengono proposti 2 production truck ovvero dei camion di quasi 20 metri; 14 monoblocco 6×2,4m e un monoblocco area doccia in area retropalco vengono proposti in vari angoli verdi nella zona est della piazza, al di sopra dell’invaso con definizioni quali “produzione locale”, “produzioni varie”, “MC2”; altri 2/3 volumi di nuova proposta sono attestati di fianco all’area “Cella frigo” lungo via Cortile di fronte al portico di palazzo Rondinelli; per l’area del sottoportico di palazzo Rondinelli, il cui uso è stato negato dalla prescrizione della ns nota n. 8046/2026 sopra citata, si cambia dalla destinazione d’uso “camerini – ufficio” a destinazione d’uso “catering prod. Locale – catering artisti + MC2” confermando l’interdizione dell’intero portico alla fruizione pubblica». Insomma, una piazza che non dovrebbe essere occupata viene occupata…ancora di più.

PARCHEGGI FOLLI

Un altro aspetto è nella sopracitata lettera che la Soprintendenza invia al Comune di Ferrara il 21 maggio; in essa scrive: «rilevata la nuova richiesta, rispetto all’edizione 2025, di utilizzo dell’area verde di proprietà della provincia di Ferrara collocata tra le vie Leopardi e Orlando furioso (a ridosso delle Mura, vicino al liceo Roiti, ndr), premesso che la richiesta dovrebbe pervenire a nome del titolare dell’area, ovvero la provincia di Ferrara, o dal Comune in possesso di delega formale, tenuto conto altresì che l’area sorge al di sopra dei resti archeologici della villa di Belvedere e che tale area e che un uso a parcheggio, ancorché temporaneo, risulterebbe un precedente grave nella tutela del sitosul quale negli anni questo Ufficio si è speso, in collaborazione con Codesta Amministrazione, per attività di ricerca archeologica, non si concede l’uso a parcheggio dell’area suddetta». Ma i posti auto in questo parcheggio il Comune li aveva disposti alla prenotazione on line (su “Park for fun”) almeno dallo scorso aprile. 

E come parcheggio è stata usata domenica 14 giugno – ancora una volta – l’area nel cimitero della Certosa.

LA CRITICA DEL 2022

Infine, ricordiamo come nel maggio 2022, in risposta all’Associazione Butterfly, la Soprintendenza (allora presieduta da Alessandra Quarto), diede un giudizio netto sul progetto di concerti di quel tipo in p.zza Ariostea; ecco alcuni stralci: «appare evidente che l’utilizzo, per finalità di tipo “privato”, di uno spazio urbano connotato da una valenza identitaria tanto marcata (…) può essere ritenuto ammissibile solo a condizione che esso non snaturi, per modalità di esercizio e per finalità perseguite, la valenza culturale della grande piazza/giardino rinascimentale». «Ed invece, nella presente fattispecie, è da rilevare che l’utilizzo “privato” che viene ipotizzato per la concessione in uso di Piazza Ariostea non si raccorda in alcun modo con la valenza del luogo come testimonianza dell’identità e della storia cittadina». (…) nulla è pensato e dislocato in modo tale da consentire agli spettatori di avere un qualsiasi rapporto con il luogo che non sia di mera fruizione utilitaristica e strumentale dello stesso: una anonima “location scelta solo in funzione della spazialità che offre per facilitare l’afflusso e la permanenza degli spettatori. Anche l’elemento centrale della piazza, la colonna sormontata dalla statua di Ariosto, è totalmente negletta». Intervenne poi il Ministero della Cultura (allora guidato da Dario Franceschini) che mise a tacere la Soprintendenza. Da allora, la piazza e il portico sono diventati terra di saccheggio.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026

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Non solo scuola: il progetto per mamme straniere all’Addolorata

18 Giu

Il progetto “MADRI A SCUOLA” ideato dalla Papa Giovanni XXIII con l’aiuto di Migrantes, diocesi e parrocchia:oltre 30 mamme da Paesi diversi studiano l’italiano mentre i bimbi giocano nell’aula a fianco. Ma non solo: imparano i servizi digitali, studiano per la patente, imparano ad andare in bici.E vengono aiutate per cibo, vestiti e passeggini. Ecco il racconto delle volontarie e di alcune madri

di Andrea Musacci

Siamo a Ferrara, in zona GAD. Questo quartiere, ormai da molti anni divenuto simbolo – per una certa narrazione – solo di degrado e delinquenza, nasconde tesori inimmaginabili. Storie che crescono nell’amicizia, relazioni che germogliano e contaminano cuori, vite, che attecchiscono nel quotidiano. 

Una rete solidale che vede anche la parrocchia dell’Addolorata, proprio di fianco allo stadio, al centro di un progetto speciale: “Madri a scuola”. Progetto nato nel 2023 per favorire l’integrazione di donne immigrate scarsamente scolarizzate con figli in età prescolare (0-6 anni). Un desiderio di alcune donne italiane che si è concretizzato grazie al coordinamento della Comunità Papa Giovanni XXIII, col contributo finanziario della Fondazione Migrantes e l’appoggio della nostra Arcidiocesi e della parrocchia stessa (guidata da don Paolo Semenza, dal diacono Marco Cortesi e dalla moglie Alessia Pritoni, coppia che vive in parrocchia assieme ai suoi sette figli). Lo scopo, appunto, è di dare una risposta concreta al bisogno di competenze linguistiche di base in italiano, di informatica e di relazioni sociali per madri straniere e contemporaneamente di accudimento educativo dei loro piccoli. Due mattine alla settimana, oltre 30 mamme straniere da settembre a giugno si trovano nei locali della parrocchia. Un grande aiuto per loro, che devono farsi carico dei figli non inseriti nei nidi o nelle scuole dell’infanzia.

Fabrizia Bovi – della parrocchia cittadina di Sant’Agostino – è una delle promotrici del progetto assieme a Piera Murador (Comunità Papa Giovanni XXIII). «In passato, per 15 anni – ci spiega Fabrizia – sono stata insegnante di sostegno a scuola e ho lavorato al Centro Bambini e Famiglie “Elefante blu”. Nel 2022 abbiamo capito che molte donne non potevano “permettersi” di imparare l’italiano perché madri di figli piccoli. Le ultime tra le ultime, insomma. Abbiamo stilato un piccolo progetto, trovato la disponibilità della sede qui all’Addolorata, oltre al sostegno della Migrantes e della diocesi. E con l’aiuto di tante persone, che han donato giochi, quaderni, penne, mentre altri oggetti li abbiamo acquistati».

E poi arrivano le prime mamme straniere e tante altre raggiunte col passaparola o tramite il Centro Donna Giustizia, Caritas, l’ASP. Così, dal 2023 a oggi le madri studentesse sono raddoppiate. E ogni anno c’è molto ricambio. Ad essere aumentate sono anche le volontarie (quasi tutte donne, pochi gli uomini, per aiuti tecnici) che si sono offerte per fare le insegnanti o le educatrici per i bambini: donne provenienti dalla parrocchia, dal CPIA, dal CSV, o studentesse, ex insegnanti in pensione. Al piano superiore della parrocchia sono quattro le aule a disposizione delle lezioni, due per le mamme e due per i loro bambini. Nelle prime, sono presenti anche due Lim (le lavagne interattive multimediali) e l’insegnamento dell’italiano comprende un livello base e uno avanzato.

E poi vi è la collaborazione col Dipartimento di Informatica dell’Università di Ferrara che ha donato 9 postazioni computer, collocate in un’aula al pian terreno. Così, l’anno scorso si è svolto anche un corso di alfabetizzazione digitale (corso base di informatica), mentre nell’anno scolastico appena concluso le donne sono state aiutate anche nello studio per avere la patente per l’auto. Un altro aspetto fondamentale per la loro autonomia. Inoltre, un volontario dell’Emporio solidale “Il Mantello” le aiuta per alcune operazioni digitali, come ad esempio la procedura per avere lo SPID o il Fascicolo Sanitario Elettronico. E le volontarie le aiutano per l’iscrizione dei bambini all’asilo o a scuola. «Cerco anche di capire – aggiunge Fabrizia – se qualche bambino ha bisogno di un aiuto particolare a livello relazionale e dell’apprendimento». Si realizzano anche laboratori e incontri di “alfabetizzazione sociale” su tematiche specifiche con volontarie/i esperti nell’area sociosanitaria, dell’educazione finanziaria (con esperti di Banca Etica e dell’Emporio solidale “Il Mantello”), della cittadinanza e della legalità, per la conoscenza del territorio ferrarese e della sua storia attraverso visite a musei, partecipazione a spettacoli teatrali e film. Vi è poi il “Language cafè”, momento di ristoro in cui sorseggiando bevande tipiche si cerca di conversare in italiano. Fondamentale è l’avvio alla comprensione della lingua italiana e alla produzione verbale anche per i piccoli, attraverso canzoni, filastrocche, piccole narrazioni e un primo incontro con il libro avviato in collaborazione con la Biblioteca Ragazzi. Ma il progetto non è solo educativo: «nel tempo, siamo diventati anche un centro di ascolto – ci spiegano le volontarie -, raccogliamo i bisogni, le necessità di queste donne, e diamo loro anche qualche aiuto alimentare, vestiti e passeggini, o le accompagniamo al Centro per l’impiego».

Piera Murador è, come accennato, l’ideatrice del progetto insieme a Fabrizia Bovi, ed ex docente al CPIA: «abbiamo fatto anche una convenzione con una classe quinta del Liceo Carducci per l’alternanza scuola-lavoro, venti fra studenti e studentesse», ci spiega. «E grazie al progetto “Semi di volontariato” assieme al CSV Terre Estensi, siamo andati in alcune classi della scuola Boiardo per presentare il nostro progetto, e una loro classe prima è venuta qui nelle nostre aule». Infine, a settembre prenderà il via un corso per insegnare alle mamme straniere ad andare in bicicletta, corso reso possibile grazie a una convenzione con FIAB, mentre le bici verranno regalate dalle volontarie della scuola.

Una di queste è Ilaria Pasti: «ho iniziato nel febbraio 2025 e insegno italiano», ci racconta. «In passato sono stata insegnante alla primaria Tumiati, IC Perlasca. Sono in pensione da settembre 2024. Queste donne hanno un grande entusiasmo, una grande energia, uno spirito vitale che le permette non solo di padroneggiare sempre meglio la nostra lingua, ma anche di crearsi sempre nuove amicizie: sono molto unite fra di loro. È un’esperienza davvero molto bella, questa, sono persone ricche di qualità. E sorridono sempre, questo aspetto mi ha colpito molto. Queste ragazze si confidano con me e con le altre insegnanti, si sono aperte sempre di più, nel tempo».

Incontro poi una di loro, Loveline, ragazza nigeriana, lì con la sua bimba, Chiagoziem, di quasi 4 anni. «Sono arrivata in Italia 7 anni fa – mi racconta – ho raggiunto mio marito che era qui da 10 anni. Ho studiato due anni al CPIA, poi sono venuta qui, ho iniziato lo scorso settembre. Mi trovo bene, le insegnanti sono brave e sono nate alcune amicizie con altre ragazze nigeriane. L’anno prossimo tornerò in questa scuola: ora mi sento molto più italiana».

Poi conosco Linda, anche lei nigeriana, e la sua bimba Confidence. Linda ha conosciuto Loveline proprio qui, in questa scuola. In Italia dal 2014, mi dice di essere molto contenta di aver fatto questa esperienza all’Addolorata. Infine, si avvicina Prisca, presente con la sua bimba Chiara. Ha una storia difficile alle spalle, Prisca, ma qui sta rinascendo. Un nome italiano, quello della piccola, perché lo scorso novembre la mamma l’ha fatta battezzare proprio qui nella chiesa dell’Addolorata, dove ogni domenica si reca per partecipare alla Messa. E Chiara l’ha scelto perché è il nome della prima persona che l’ha affiancata e aiutata in questa scuola. Prisca è una delle tre nigeriane cattoliche mentre le altre sono cristiane evangeliche, e molte sono le “alunne” islamiche. Altre donne vengono da Gambia, Sierra Leone, Bangladesh, Marocco, Ucraina, Pakistan, Senegal, Camerun, Costa d’Avorio, Albania…

Qui, in questa realtà ecclesiale, in un quartiere considerato da molti “malfamato” han trovato un’altra famiglia, un gruppo di amiche che offre un servizio fondamentale per la loro integrazione e indipendenza, per non sentirsi più a disagio nella relazione con gli “indigeni”, per strada, negli uffici, nei negozi, nei colloqui con gli insegnanti dei loro piccoli, nei colloqui di lavoro che devono affrontare. La pace si costruisce anche così.

Contatti: cell.: 349 197 2819 (Piera Murador) – mail: madriascuola@gmail.com

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026

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“Sequela Christi” per liberarsi dalle illusioni del mondo

17 Giu

“Attualità dell’Imitazione di Cristo” è il nome del saggio di Francesco Roat presentato a Ferrara: «lasciare spazio al mistero»

La “sequela Christi”, la sua radicalità e le sue apparenti contraddizioni sono al centro del libro “Attualità dell’Imitazione di Cristo” di Francesco Roat (saggista ed ex insegnante trentino), presentato lo scorso 8 giugno in Biblioteca Ariostea a Ferrara. Iniziativa che rientra nel ciclo “Incontri con la Spiritualità applicata” curato da Marcello Girone Daloli, che ha introdotto l’autore e vi ha dialogato. Considerato uno dei testi fondamentali della tradizione cristiana, non solo medievale, di autore ignoto, Imitazione di Cristo (IdC) è un testo oggi quasi dimenticato. 

«Il mio saggio è un invito, anche ai non credenti, ad andare a fondo al mistero di Gesù», ha detto Roat. «Più che di “imitazione” preferisco parlare di “sequela Christi”». Nel volume «non vi è nessun rifiuto del mondo, ma l’invito a mettere da parte tutto ciò che del mondo risulta effimero, illusorio». In ultima analisi – ha aggiunto -, ogni persona desidera colmare il vuoto che ha dentro di sé, quella mancanza fondamentale. E Cristo è proprio la luce che illumina le tenebre: IdC invita quindi a seguire Gesù, per una trasformazione concreta, non solo a parole, astratta, devozionale».

Al centro di IdC vi è il tema dell’umiltà, cioè «il rendersi conto di non essere il centro del mondo, di non essere davvero sapienti». È quindi «un invito a liberarsi sempre più dal proprio ego, a sentirsi piccoli, a lasciar andare, ad abbandonare, a non dare troppa importanza alle cose. Ogni forma di attaccamento – infatti – è un ostacolo». Insomma, è «il contrario dell’ambizione sociale», così diffusa nella nostra era dei social e dei selfie. Un «distacco dal mondo» da non intendere come «passività, apatia, disinteresse» ma rendendosi conto di ciò che è veramente significativo: «la trasformazione interiore. Non siamo solo corpo e psiche ma anche spirito»; ma per sentire che siamo anche spirito «dobbiamo fare silenzio dentro di noi». Da qui, «l’amore come apertura agli altri, dopo aver messo da parte il proprio ego». «E ciò – ha interloquito Girone Daloli – significa anche cercare sempre nell’altro ciò che c’è di buono e di bello». E «non attaccarsi alle parole e ai concetti: la mappa non è il territorio», ha ripreso Roat, citando anche 2 Cor 3 («la lettera uccide, lo Spirito dà vita»).

Fare silenzio e aprirsi porta anche a «non negare il dolore né a ipertrofizzarlo, ma ad attraversarlo» e a «fuggire – invece – il rumore, il tumulto del mondo, evitare il chiacchiericcio mentale e quello sonoro, le parole vane: càlati nel silenzio, ascolta». «Lasciare spazio al mistero, parola così andata in disuso con la filosofia materialista», ha detto Girone Daloli. «È, questa, l’ascesi», ha ripreso ancora Roat: «la cura di sé quotidiana, il silenzio, il non pretendere più nulla. Tutto ciò favorisce la crescita interiore, il contatto col divino, col mistero». «Prendere su di sé ognuno la propria croce, non come sofferenza, non come dolorismo, ma come dono, come ciò che ci porta nel regno di Dio», ha commentato Girone Daloli. «Sì, prendere la croce non è masochismo», ha risposto Roat; «anche se, certo, il cristianesimo ha preso in passato certe derive doloristiche…». Questa, invece, è la “sequela Christi”: «mettere in atto ciò che Cristo ha fatto, non chiacchiere. E avere fede in Lui».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026

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Unità di Strada Caritas, aperto il punto di ascolto

17 Giu

In viale Po 4 già accolte 30 persone. Ecco cosa fanno i volontari e alcune storie (anche legate al Grattacielo)

Siamo in viale Po, 4, arteria di Ferrara sempre molto trafficata. Da un lato, le torri vuote del Grattacielo; dietro, le sedi di Cittadini del Mondo, Il mantello e Viale K. Ma qui, al civico 4, ha aperto un nuovo punto di ascolto per gli ultimi: l’Ufficio dell’Unità di Strada della nostra Caritas Diocesana. Lo scorso 12 giugno l’Ufficio è stato ufficialmente inaugurato, con anche un mercatino solidale per raccogliere un po’ di soldi utili per aiutare chi ha bisogno.

L’ufficio è aperto al pubblico ogni venerdì dalle 18 alle 20, oppure su appuntamento, sia per chi ha bisogno di aiuto sia per chi si offre come volontario. Questi i contatti (solo messaggio WhatsApp): cell. 347-8940187 (Silvia) o 392-5028893 (Carola). O lasciando un messaggio in segreteria allo 0532-476181.

A due passi, in v.le Po, 8, sempre Caritas ha un altro spazio dove porta avanti il progetto “Crescere Insieme”, che aiuta mamme e bambini migranti. Sopra, appartamenti (sempre di Caritas) proprio per mamme e bimbi stranieri.

L’Unità di Strada Caritas nasce nel Natale 2024 dal gesto spontaneo di due giovani che incontrano una persona senza dimora e iniziano a offrirle ascolto e un pasto caldo. Altri, attraverso social e passaparola, si offrono poi come volontari. Dall’anno scorso, sono 10 le coordinatrici, oltre a una 30ina di volontarie/i attivi nelle uscite, nella raccolta di beni e nell’organizzazione di iniziative solidali, tra cui mercatini.

Nel tempo, l’iniziativa  si struttura e allarga, collaborando con altre realtà del territorio. Nel 2025, l’Unità di Strada ha accompagnato 52 persone, il 90% delle quali senza fissa dimora, il 42% italiani, il 50% con problematiche legate all’alcol, il 37% da sostanze stupefacenti, il 65% con precedenti penali.

Accanto alle attività di prima necessità – distribuzione di cibo, bevande calde, coperte e indumenti – il servizio ha via via sviluppato forme di accompagnamento più strutturate, di uscita dalle dipendenze, di cura per problemi di salute, di supporto legale, di ricerca del lavoro, di aiuto burocratico.

Ora, questa sede può diventare un ulteriore punto di riferimento per queste e altre persone.Anzi, lo è già: «siamo aperti da due mesi», ci spiega una delle coordinatrici, Silvia Imbesi. «Le persone le aiutiamo nella ricerca dell’alloggio, nel rinnovo della domanda all’ACER, per il programma “Sfitto Zero” di Comune e ACER, per problemi legati all’anagrafe o al permesso di soggiorno». Sono oltre 30 le persone che si sono rivolte a questo ufficio in appena due mesi. Per strada, i volontari escono ogni sera, turnandosi; il calendario lo aggiornano ogni lunedì sulla loro chat di gruppo. E su Facebook esiste un gruppo pubblico, “Unità di Strada Caritas (Ferrara)” dove regolarmente i volontari raccontano le loro uscite serali nelle quali incontrano i senza tetto.

Storie vere, come quella di «una signora africana che abita a Copparo – ci racconta Imbesi -, senza marito e con due bimbi piccoli, seguita dai servizi sociali ma che si è rivolta a noi perché sentiva l’urgenza di fare alcune analisi mediche. Lei è impiegata part time nelle pulizie all’Ospedale di Cona e si è rivolta anche al Centro donna Giustizia».

Oppure c’è chi abitava al vicino Grattacielo  (v. anche qui) e da lì è stato ingiustamente cacciato, come un padre del Burkina Faso e suo figlio  16enne, quest’ultimo in Italia dallo scorso settembre. «Per mesi han dormito su un materasso per terra ospiti di un amico. Noi li abbiamo aiutati a trovare una nuova sistemazione, e il ragazzo l’abbiamo inserito in una squadra di basket, aiutato per alcune cure mediche, e il padre aiutato per la domanda ACER e per la disoccupazione». Altri sfollati del Grattacielo – prosegue Imbesi – dopo gli sgomberi han dormito per strada, in macchina, in subaffitto da amici. In casi gravi, abbiamo, anche recentemente, contattato il Pronto Intervento Speciale e i servizi sociali».Insomma, «spesso siamo “costretti” a sostituire le istituzioni».

E a proposito di Grattacielo, dai primi giorni dell’emergenza è attiva una rete di solidarietà composta da 20 associazioni, gruppi ed enti del Terzo Settore, 160 persone tra volontari e cittadini che hanno garantito accoglienza, 6mila pasti, ascolto e supporto alle persone coinvolte. Una rete  sempre più fondamentale.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026

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Grattacielo, la casa è ancora un miraggio: le storie degli sfollati

16 Giu

LE TORRI DI FERRARA. Vengono dal Mali, dal Pakistan e dalla Cina gli sfollati che abbiamo incontrato per farci raccontare le loro storie: sono lavoratori, alcuni di loro proprietari di un appartamento al Grattacielo e padri di famiglia. Han vissuto ospiti di amici e conoscenti, tanti sono ancora in b&b. Chiedono solo verità e giustizia. Nei prossimi giorni prevista una manifestazione di protesta

di Andrea Musacci

Una comunità dispersa, ma non del tutto, quella del Grattacielo di Ferrara.Persone sfiancate dall’attesa, la depressione che colpisce sempre più. Ma il desiderio di giustizia non ancora del tutto vinto. Lo scorso 14 giugno la sede di “Cittadini del mondo” in viale Mura di Porta Po ha ospitato un’assemblea organizzata dal Comitato Torri; presenti una dozzina di sfollati – di cui quattro proprietari – e alcune volontarie/i del Comitato e di “Cittadini del mondo”.

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Sulla soglia ultima della vita: cura o indifferenza?

15 Giu

A breve, la Regione Emilia-Romagna avrà una sua legge sul suicidio medicalmente assistito. Torna, dunque, l’urgenza di porre nel dibattito pubblico alcuni elementi di riflessione che non perdano di vista alcune coordinate fondamentali: la condivisione con la persona, l’amore e la prossimità, le domande ultime su Dio e l’esistenza

di Andrea Musacci

Forse troppo poco si sta dibattendo a livello pubblico sulla proposta di legge della nostra regione dedicata al suicidio medicalmente assistito. Seguendo la scelta della Toscana, infatti, anche l’Emilia-Romagna avrà la sua legge sul fine vita, presumibilmente entro l’estate. La maggioranza in Regione – formata da Pd, Avs, M5s e Civici con de Pascale – ha stilato un testo che di fatto traduce in legge la determina dirigenziale che nel 2024 – presidente Stefano Bonaccini – fu fatta per aggirare il voto in Aula che non avrebbe ottenuto la maggioranza per la contrarietà manifestata da alcuni cattolici del Pd. Al di là dei contenuti della proposta di legge, crediamo che ogni discussione – e a maggior ragione ogni scelta legislativa – sul tema debba essere accompagnata da alcune riflessioni che vanno oltre il livello medico e giuridico, perché ne sono il fondamento.

Chi ogni giorno agisce all’insegna della cura, soprattutto delle fragilità (che sia la cura dei migranti, dei bambini, dei diversamente abili, degli anziani, ecc.) non può smettere di interrogarsi su quale sia il senso e il limite della cura stessa. In coscienza, cioè, non può mai smettere di interrogarsi se determinate parole e posizioni nel dibattito pubblico, e determinate scelte legislative che ne conseguono, possono andare in direzione contraria a questo principio fondamentale della cura.

DOLORE E COMUNIONE

Innanzitutto, partiamo dal dolore. Il dolore può insegnare: ciò significa che bisogna desiderarlo? Assolutamente no. Il dolorismo non appartiene all’autentica visione cristiana, che è anelito alla comunione con Dio, quindi alla piena beatitudine. Dall’altra parte, Cristo ci insegna una relazione vera con la realtà (in ultima analisi, con Lui stesso), non l’alienazione: il dolore – spirituale, mentale, fisico – è inevitabile. Autoeducarsi, quindi, a soffrire è fondamentale. Saper affrontare il dolore è decisivo: potrebbe aiutare a meglio comprendere il valore della gratuità, della grazia, del perdono, della misericordia. È la logica della Croce, dono supremo e più radicale. Abituarsi, quindi, anche quando si è in uno stato fisico e spirituale positivo e sano, a non concentrarsi troppo sul proprio ego, a desiderare la condivisione con gli altri, a lenire il loro dolore. A farsi prossimi, così da non dimenticare il gusto pieno della comunione.

DESIDERIO DEL NULLA E DESIDERIO D’AMORE

Ora ci poniamo un’altra domanda: cosa differenzia il suicidio in una clinica svizzera da quello di un uomo che, ad esempio, si getta dall’ultimo piano di un palazzo? La sua sofferenza negli ultimi istanti, si dirà. Su questo non c’è dubbio. Ma, ci permettiamo di aggiungere, forse vi è anche un po’ di ipocrisia e poca umanità fra chi elogia il primo metodo e rinnega il secondo: la morte, infatti, sembrano pensare, va sempre più nascosta, resa privata e, soprattutto, l’angoscia e il dolore che portano a un gesto estremo van considerati sempre più “fatto privato”. Fatto intimo, che appartiene solo alla coscienza della persona, alla sua libertà “assoluta”. Ma così, pian piano, su questo piano inclinato, si arriverà a non dover fermare nessun aspirante suicida; e si arriverà a negare anche ogni dibattito filosofico, antropologico e religioso sulla morte e sul morire, e dunque sulla vita e sul suo senso. È anche questo che, implicitamente, è in pericolo con la retorica dell’“autodeterminazione totale” e del ridurre la morte a un mero fatto medico e giuridico. Verrà a mancare quello sguardo di pietà piena che a chi è sul crinale dice “farò di tutto affinché tu viva, e viva sentendoti amato”. 

E questa di chi non vuole dare la morte è anche una forma di nonviolenza, di rifiuto dell’atto omicida e di scelta consapevole della cura e dell’amore.

QUALE LIBERAZIONE?

Per chi non ha fede nella vita eterna, la morte significa annichilimento, caduta nell’abisso, salvo la memoria della persona defunta. Ma ci chiediamo: che “liberazione” c’è nell’annichilimento totale? Liberarsi dal dolore (spesso da un dolore davvero insopportabile) vuol dire curare il dolore, prendendosi cura della persona. Superarlo con l’amore, anzi nell’amore. La “liberazione” presuppone sempre il raggiungimento di una condizione migliore rispetto alla precedente. Lo stesso fermarsi in tempo per evitare l’accanimento terapeutico è un lasciar morire che sempre porterà in sé – anche per una persona credente – il dramma del distacco, dell’affacciarsi in maniera ancora più radicale sull’abisso del mistero; su questo piano ultimo, in questo punto dove le domande fondamentali si fanno crude, radicali, al punto da non poterle ignorare. Le parole della Gaudium et spes sono illuminanti nella loro chiarezza: 

«In faccia alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine.

L’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva.

Ma l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona.

Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte» (GS 18).

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026

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(Foto: Pexels)

Tutto il mondo è casa nostra: nasce una nuova associazione

13 Giu

“Abitare il mondo” è il nome della nuova realtà tra ambito locale e internazionale

Non solo architettura: a Ferrara è nata un’associazione che si occupa del grande tema dell’abitare «sotto il punto di vista sociale, etnico, culturale e antropologico». “Abitare il mondo” – così si chiama – è un APS fondata da Romeo Farinella (urbanista UniFe), che ne è presidente, Diego Carrara (ex Direttore ACER) e Alfredo Alietti (sociologo UniFe).

Ad oggi, sono una 40ina gli iscritti (non solo di Ferrara), numero destinato a crescere. Lo scorso 5 giugno a Grisù, Farinella, Carrara e Caterina Rondina (dottoranda di Urbanistica a UniFe) hanno presentato il nuovo progetto, uno «spazio di riflessione non solo locale, ma nazionale e internazionale sui temi del territorio, della città, dei diritti e delle pratiche di democrazia». Un tentativo di far dialogare e collaborare l’Ateneo ferrarese, il mondo dell’associazionismo, quello della cultura e la cittadinanza tutta, «che a Ferrara è già molto attiva», ha detto Farinella. Insomma, un “Laboratorio di esperienze”: così (e non “festival”) i promotori han deciso di chiamare il ciclo di incontri in programma da questa settimana e che proseguiranno da settembre a dicembre prossimi. Con, ogni anno, un’iniziativa internazionale: quella di quest’anno è appunto in programma il 9 giugno alle ore 17.30 nel cortile di Factory Grisù a Ferrara con l’incontro dal titolo “Vienna. Governare la città dei diritti umani”. Per l’occasione, introduce Romeo Farinella, partecipa Shams Asadi (Human Rights Commissioner e direttrice dell’Human Rights Office della città di Vienna) e ci sono gli interventi di Alessandra Marin (Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Prevenzione, UniFe), Caterina Brancaleoni (Dirigente Regione Emilia-Romagna), Richard Lee Peragine (Dipartimento di Architettura, UniFe), Orsetta Giolo (Dipartimento di Giurisprudenza, UniFe). Seguirà un dibattito e sono previsti interventi di rappresentanti delle associazioni della città. L’incontro è organizzato in collaborazione con l’Università di Ferrara, ANPI Ferrara, ARCI Ferrara, Cittadini Del Mondo, Forum Ferrara Partecipata, Rete per la Pace. «Vienna – ha spiegato Farinella – ha deliberato di essere “città dei diritti umani”, scelta che attraversa tutte le sue decisioni politiche. Nell’epoca della crisi economica e dell’aumento delle disuguaglianze, il tema dei diritti umani è sempre più centrale». Gli altri incontri saranno invece sui temi “Giustizia climatica e giustizia sociale”, “La città autoritaria” e “La ricerca audiovisuale sulla città dei diritti” (proiezioni in collaborazione con ARCI Ferrara, di cui “Abitare il mondo” fa parte).

«”Abitare il mondo” – ha poi detto Carrara – è un laboratorio, un luogo dove si confrontano pratiche nazionali e internazionali, per poi dar vita a pratiche da attuare anche a Ferrara e provincia. Il nostro obiettivo è di coinvolgere anche la Regione Emilia-Romagna, in particolare sul tema del diritto alla casa, per proposte a livello regionale».

Infine, è intervenuto anche Loredano Ferrari, Presidente della coop. Il Castello, cooperativa di abitazione a “proprietà indivisibile” fondata nel 1971 a Ferrara (con, oggi, 740 assegnatari e 1080 soci). «A Ferrara, e non solo – ha detto – sono sempre più forti i conflitti e le crisi sul tema dell’abitare, legati al tema della solitudine di tante persone, come i recenti casi di cronaca nera locali ci dimostrano». Il recente piano casa regionale – ha aggiunto – «è purtroppo vuoto di strumenti e opportunità per farlo camminare».

Contatti: abitareilmondo@gmail.com

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026

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Cittadini del mondo: modello per una Ferrara di pace e multietnica

12 Giu

«SIAMO QUI PER RIMANERE». Il racconto della realtà nata nel 1993 per far sentire meno soli i tanti stranieri nella nostra città. Integrazione, condivisione e mutuo aiuto le parole d’ordine. Nei disegni dei bambini/e, il desiderio di sentirsi a casa. Le voci delle volontarie/i dalla sede di via Mura di Porta Po: «il futuro ha anche i volti di queste persone»

di Andrea Musacci

Quando arrivo in via Mura di Porta Po, nello spiazzo antistante la sede di “Cittadini del Mondo” (nello stesso stabile dove sono presenti anche alcuni locali di Viale K, l’Emporio solidale “Il mantello” e alcuni appartamenti), a una lunga corda sono appesi diversi pannelli con disegni e vignette realizzate da bambine e bambini. Titolo di questa speciale esposizione, “Siamo qui per restare: la mia città, il mio quartiere”. È il tardo pomeriggio del 3 giugno, ed è un giorno speciale per “Cittadini del Mondo”: oggi si conclude l’anno scolastico 2025-2026 della scuola di italiano per stranieri, con la consegna dei diplomi.

Daria Giordani (volontaria della Papa Giovanni XXIII) e Lucia Forini lavorano come insegnanti alla Primaria Matteotti; ci spiegano: «le nostre classi 4^ B e 5^ B hanno partecipato a un laboratorio organizzato da “Occhio ai media”», progetto nato nel 2010 da “Cittadini del Mondo” per analizzare articoli sulla stampa locale, nazionale e internazionale e segnalare quelli che mirano a denigrare e discriminare le minoranze etniche. E Livia Bonfà, insegnante alla Primaria Poledrelli, ci spiega come la 5^ A della sua scuola «ha risposto all’invito di “Cittadini del mondo”». Così, diverse bambine e bambini di queste due scuole cittadine hanno cercato di raccontare il quartiere GAD e Ferrara come luoghi ospitali. Come la loro casa. «Mi sono diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bologna e sto concludendo la Laurea Magistrale», ci spiega invece Laura Fioresi, giovane artista e docente “in erba” che ha aiutato le bambine e i bambini a realizzare i disegni. «Con bimbi provenienti da Paesi diversi – ci spiega Robert Elliot (“Occhio ai media”) – abbiamo cercato di comunicare un messaggio semplice» ma non scontato oggi: «questa è la futura generazione, è già qui, sono loro, questi bambini di etnie diverse», che assieme ai bimbi italiani rappresentano l’avvenire del nostro Paese. Bambine e bambini che vivono nei nostri condomini, frequentano le nostre scuole, giocano nei nostri parchi (tanto ricorrenti nei disegni esposti) e «sono qui per rimanere, contro ogni orribile teoria della remigrazione». Piccoli che – prosegue Elliott – «han partecipato a questo progetto con allegria, vivacità, passione. E il prossimo anno lo ripeteremo». L’ispirazione «ci è venuta dalla mostra Year 3 del regista britannico Steve McQueen», che prima dell’epidemia covid ha realizzato una grande installazione fotografica con le foto di tutte le bambine e i bambini delle classi terze elementari di Londra.

Carola Peverati è un’altra volontaria di “Cittadini del mondo” ed è l’instancabile «preside» della scuola di italiano per stranieri: «nonostante lo sfratto del Comune del 31 ottobre scorso dalla nostra storica sede di via Kennedy, abbiamo fin da subito ripreso le nostre attività in questa nuova sede, compresa la scuola».

Scuola che da settembre scorso è stata frequentata da 265 allieve/i provenienti da 43 Paesi, in maggioranza Tunisia (42), Pakistan (34), Marocco (29), Bangladesh (26), Camerun (20), Nigeria (19), Ucraina (11). E così via, per un “viaggio” in giro per il mondo toccando, fra i tanti Paesi, anche Brasile, Cina, Somalia, Tailandia, Venezuela, Etiopia, Palestina (e Germania…).

Le lezioni si sono svolte dal lunedì al venerdì dalle ore 17 alle 18.30, orari da dopolavoro. Un insegnante al giorno, una decina in tutto oltre ad alcuni supplenti. «I primissimi anni – ci spiega Peverati – avevamo un solo insegnante, ma da una dozzina di anni riusciamo a fare lezione 5 giorni alla settimana». E nell’anno scolastico 2024-2025 le allieve/i erano 210. Una realtà multietnica in continua crescita, quindi, con sempre nuovi arrivi, compreso un gruppo di sfollati dal vicino Grattacielo. E sono giovani, l’età media è di 25 anni e la maggior parte di loro hanno tra i 20 e i 35 anni di età. E un terzo sono donne, anche questo un dato in forte crescita. «Questa è la loro casa», prosegue Peverati, e «purtroppo non sempre riusciamo a fare lezione con due insegnanti alla volta, che faciliterebbe il loro servizio».

Un’altra insegnante volontaria è Marta Delmonte che ci spiega come a settembre la scuola ripartirà: «i nostri allievi e allieve sono quasi tutti lavoratori e lavoratrici e quasi tutti hanno figli». Sergio Golinelli è un altro insegnante di questa scuola speciale. Docente in pensione di italiano e storia all’ITIS di Ferrara, mi parla della «grande umanità che questi studenti e studentesse mi trasmettono. Questa scuola li aiuta molto a integrarsi e tra loro nascono anche amicizie e forme di aiuto reciproco. Consiglio a tutti di fare questa esperienza da insegnante».

«Si è creata una bella comunità», mi spiega Adam Atik, punto di riferimento di “Cittadini del mondo”. «Non è tanto il luogo ma sono le persone a fare questa associazione». Atik ricorda poi il timore un anno fa di vedere spostata la propria sede fuori città, a Chiesuol del Fosso: «abbiamo rischiato di perdere questo fiume di persone che rappresentano una grande ricchezza culturale e umana. Sono persone che crescono in questo contesto, si aiutano reciprocamente e col passaparola invitano altre persone».

Una forma di mutuo aiuto che in “Cittadini del mondo” comprende anche una parte di tutela contro gli abusi da parte delle forze dell’ordine: si tratta del Progetto Yaya sulla profilazione etnica o razziale in Italia, realizzato dal Coordinamento per Yaya, da “Occhio ai media” e “Cittadini del mondo” in collaborazione con l’Università Goldsmiths di Londra. Sul sito https://progettoyaya.org/ si possono trovare numerose testimonianze di persone straniere di Ferrara e altre parti d’Italia. Realizzata anche una guida legale, che proprio in questi giorni viene aggiornata. 

Il Coordinamento per Yaya nasce cinque anni fa ed è dedicato a Yaya Yafa, giovane guineano di 22 anni residente a Ferrara, che il 21 ottobre 2021 ha perso la vita in un terribile incidente al suo terzo giorno di lavoro all’Interporto di Bologna. 

Infine, segnaliamo che Progetto Yaya e Università Goldsmiths di Londra assieme all’Università di Bologna e a Liminal organizzano per l’11 giugno alle ore 18 l’incontro pubblico dal titolo “Profilazione razziale/profilazione razzista: l’esperienza italiana”. L’incontro si svolgerà nella Biblioteca Amilcar Cabral in via San Mamolo, 24, Bologna. Un’altra tappa importante di questa ormai trentennale associazione, che ha superato crisi, generazioni, cambi di Giunta e di sede. Ma che non intende fermarsi, anzi.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026

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Beni comuni, ecco le reti dal basso per salvarli

11 Giu

Il 6 giugno a Ferrara la tappa della Carovana regionale di RECA e AMAS con i movimenti di lotta

Si può dire democratica una comunità che ha il potere (diffuso) di governare innanzitutto i beni fondamentali del proprio territorio, valorizzando il sapere pratico e la partecipazione di tutte/i. A partire da questo riflette, denuncia e propone la RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna), che insieme ad AMAS (Assemblea dei Movimenti Ambientalisti e Sociali dell’Emilia-Romagna) ha organizzato in questi mesi la Carovana regionale “Diritti e rovesci”, che si concluderà con il convegno regionale a Bologna il 13-14 giugno. L’ultima tappa è stata a Ferrara (parco Pareschi in c.so Giovecca) lo scorso 6 giugno, tappa coordinata dal Forum Ferrara Partecipata. La mattinata di confronto e discussione è stata moderata da Marino Pedroni e ha visto interventi di attiviste/i (soprattutto donne) di vari gruppi e movimenti del nostro territorio. Aspetto importante, questo: «spesso, infatti – ha detto Pedroni – è mancata una prospettiva globale sulle battaglie».

A proposito di ciò, Viviana Manganaro, coordinatrice RECA, ha illustrato la nascita della Rete regionale nel 2019, all’inizio del secondo mandato a Bonaccini e della lettera inviatagli da oltre 50 associazioni «su tutte le politiche sbagliate dei suoi primi 4 anni. Siamo stati, per questo, definiti la “spina verde” inRegione e abbiamo anche dato vita a un “Patto per il clima e il lavoro”, contropoposta rispetto a quello della Regione». Regione che «cerca sempre di metterci in un angolo ma abbiamo presentato anche quattro proposte di iniziativa popolare sui beni comuni». Ma ambiente vuole dire anche diritti delle persone, quindi sociali, ed è per questo che poi è nata anche AMAS.

Sull’aspetto più strettamente ambientale è quindi intervenuta Sandra Travagli (Comitato residenti Villanova), che ha spiegato come «nel 2013 in regione ci fossero 52 impianti biogas da combustione». Tanti, troppi: «nacquero quindi diversi comitati di protesta, ma nel 2018 la riconversione portò a un raddoppiamento della loro potenza e  alla nascita di 12 impianti biometano, fra cui quello di Villanova, il più grande in regione». Ma «il biometano non dev’essere considerato un’energia rinnovabile». Progetti, questi, inoltre fatti «senza un’adeguata informazione e senza il coinvolgimento di cittadine/i», ma anzi con la «sottomissione ai fondi finanziari di investimento» che han portato a «lo spolpamento dei territori».

L’acqua è un altro campo di battaglia a livello globale, vista anche la sua scarsità a causa della crisi climatica: Corrado Oddi ha presentato la campagna provinciale per la ripubblicizzazione del servizio idrico (v. la “Voce” del 27 marzo scorso): a fine 2027, infatti, scadono le concessioni del servizio idrico in provincia di Ferrara, con 11 Comuni del Basso Ferrarese dove opera CADF (a totale capitale pubblico), mentre nel Comune di Ferrara e in altri 9 dell’Alto Ferrarese il servizio è gestita da Hera.

A proposito di servizi pubblici, Romeo Farinella (urbanista UniFe, v. sotto) ha poi trattato il tema della mobilità sostenibile: «non regge più – ha detto – il modello secondo cui si costruiscono sempre più strade nei nostri territori. Bisogna, invece, ridurre l’uso delle auto e incentivare il sistema di trasporto pubblico.A Ferrara – Città delle biciclette – manca una vera rete ciclabile, idem in provincia. E serve ragionare sul creare “zone 30” e aumentare le ztl». La cura dei luoghi è tutela della vita: l’urbanistica, quindi, non può non essere “femminista”: su questo ha riflettuto Alessandra Guidorzi (“Ferrara, le donne e la città – Forum Ferrara partecipata”), che ha illustrato il progetto di una città delle donne, per le donne, e per tutti. Indagine svoltasi soprattutto nei quartieri Krasnodar e GAD. «Contro città dominate dal modello neoliberista e patriarcale – ha detto – bisogna attivare percorsi di transizione ecologica, con più luoghi di incontro, sottraendo gli spazi pubblici agli usi privati».

Luoghi come la sede di Cittadini del mondo (ne parliamo a pag. 11), di cui ha parlato Carola Peverati, che si è concentrata sulla demonizzazione dei migranti nella nostra città, «mentre invece andrebbero aiutati anche con servizi pubblici più efficienti». Altro luogo di incontro di realtà diverse è la Rete per la pace, di cui ha invece parlato Barbara Diolaiti («non c’è pace senza giustizia e lotta contro il neoliberismo, la guerra e il controllo delle risorse naturali»), mentre del Centro sociale “La Resistenza” (ancora senza sede) ha parlato Francesco Ganzaroli («sempre più forte è la repressione contro i movimenti sociali, anche a Ferrara»). Luoghi sociali e luoghi naturali, come quelli violentati dai grandi eventi: si pensi al Parco Urbano nel caso dei concerti di Vasco Rossi: da qui è partito Domenico Giuseppe Lipani, presidente di Italia Nostra – Ferrara: «il consumo estrattivo dello spazio pubblico porta danni al patrimonio pubblico, che invece è spazio e strumento di democrazia», ha riflettuto. «Cerchiamo, invece, di dar vita a una città-parco, dove il verde è spazio vissuto collettivamente». Gli ultimi interventi sono stati di Ilaria Pasti (Koesione22, quartiere Krasnodar), Silvano Tagliavini (Coordinamento cispadano NO autostrada), Claudia Zamorani (Comitato piazza Ariostea contro i megaconcerti in questo luogo tutelato), Laura Felletti Spadazzi (Plastic Free) e Andrea Firrincieli, che ha parlato della “Camminata per Samanta Zironi” che si tiene il 10 giugno al Barco, e del progetto “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace” (v. pag. 9).

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026

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Grattacielo, ferita aperta: denunce e speculazioni, ma cultura e solidarietà resistono

10 Giu

LE TORRI DI FERRARA. Non si ferma né la battaglia legale portata avanti dal Comitato dei condomini né l’impegno della rete solidale per gli sfollati. E la Biblioteca Popolare Giardino resiste nel “vuoto”

di Andrea Musacci

Oltre un mese fa alcuni condomini e proprietari del Grattacielo di Ferrara hanno iniziato una battaglia legale contro l’amministratore condominiale: l’ipotesi è che non siano stati eseguiti numerosi lavori antincendio in spazi comuni nonostante i soldi versati dai condomini. Ma è proprio un incendio, quello della notte tra il 10 e 11 gennaio scorsi, ad aver convinto la Giunta comunale a sgomberare in poche settimane le torri con un atto di imperio.

Circa 800 persone – tra residenti e non – costrette da un giorno all’altro a cercare faticosamente di rifarsi una vita. Una ferita indelebile che riguarda lavoratrici e lavoratori, famiglie con bambini e anziani nel giro di poche settimane costrette a cambiare città se non Paese, a trovare alloggi di fortuna, a spendere altri soldi di affitto oltre a quelli investiti per comprare casa nelle torri. Ma a inizio maggio la rabbia e la frustrazione di molti ha preso la forma di una battaglia legale (con l’aiuto dell’avvocato Riccardo Venturi) portata avanti da un proprietario del Grattacielo, Daniele Pachera, che insieme a un condomino, Filippo Calafato, ha dato vita al “Comitato dei Condomini per la Trasparenza del Grattacielo” (ne abbiamo parlato sulla “Voce” del 15 e del 22 maggio). Lo scorso 9 maggio Pachera al Comando Provinciale della Guardia di Finanza ha depositato una denuncia-querela riguardante la gestione economica e finanziaria del Condominio Grattacielo. L’iniziativa «mira a fare chiarezza su un debito dichiarato di oltre 2 milioni di euro e sulla gestione di circa 1,3 milioni già versati dai condomini per lavori antincendio (oltre a 500mila euro non ancora versati) che, a quanto risulta dai rilievi tecnici dei Vigili del Fuoco, non sono stati eseguiti nelle parti comuni. Esiste invece il sospetto che una parte consistente di lavori effettuati all’interno di singoli appartamenti privati siano stati impropriamente addebitati al bilancio condominiale, gonfiando il debito comune a danno dei condomini adempienti». 

IL DEBITO VENNE GONFIATO?

Dopo questa prima denuncia-querela, i rappresentanti del Comitato Condomini sono riusciti a consultare alcuni documenti nello Studio dell’amministratore condominiale Francesco Donazzi. «Nel corso di questa ispezione – spiegano dal Comitato -, l’amministratore ha consegnato due versioni contrastanti della situazione debitoria: un prospetto basato sui bilanci approvati che indica un debito di 1,4milioni euro; e un prospetto definito “effettivo” che indica invece un debito di 660mila euro». Debito che potrebbe essere addirittura inferiore a questa cifra. Serve, però, consultare altri documenti: ma «l’amministratore non ha consegnato i registri storici durante l’ispezione. Dove sono finiti i soldi versati dai condomini se il debito reale sembra essere di molto inferiore rispetto a quello dichiarato?».

In attesa del primo tavolo tecnico dalla chiusura delle torri, in programma lunedì 8 giugno, il Comitato ha chiesto «di autorizzare esplicitamente l’accesso ai tecnici delle utenze (per bloccare le fatturazioni), ai periti privati e alle ditte specializzate in sanificazione. Abbiamo preteso che venga garantito ai residenti il recupero dei propri beni personali senza l’obbligo di costose vigilanze private, confermando che è sufficiente l’accompagnamento di personale con attestato antincendio».

SPECULAZIONI, SILENZI E SOLIDARIETÀ

Nel frattempo, c’è chi cerca di speculare sulla disperazione dei condomini: «il Consiglio di Condominio – spiega Pachera – ha diffuso un piano strategico che prevede la costituzione di una società veicolo (SPV “Grattacielo Ferrara S.r.l.”) per acquisire immobili “distressed” e gestire in via esecutiva i crediti deteriorati. Ma come si può minacciare di pignorare la casa di una famiglia se il debito non è certo? Non permetteremo che si utilizzino cifre non verificate per sottrarre le proprietà a chi sta già subendo il dramma dello sgombero».

E il Comitato interpella direttamente anche il Sindaco Alan Fabbri: «L’intervento del Comune è ormai urgente su più fronti. Dai conti forniti dall’amministratore, il Comune, essendo condomino per circa 50 millesimi, risulterebbe debitore di circa 10mila euro. Ma se le spese reali sono gonfiate del doppio, si sta chiedendo all’Ente pubblico di versare denaro dei contribuenti in eccedenza». Infine, «il timore più grande» dei condomini è che «lo stallo amministrativo possa compromettere la raccolta delle prove». Di qui il rinnovato appello «alla Procura della Repubblica di Ferrara affinché intervenga con la massima celerità», aggiunge il Comitato. Comitato che annuncia una nuova iniziativa di supporto e assistenza diretta: «aiuteremo i condomini sfollati a richiedere formalmente la proroga e la sospensione delle rate di mutui e prestiti e forniremo appoggio a chiunque venga raggiunto da procedimenti esecutivi promossi dal condominio». 

SAN BARTOLO “CHIUDE” IL 30 GIUGNO

In attesa di nuovi risvolti legali – si spera positivi per i condomini -, sono ancora tanti i singoli e le famiglie appesi alla speranza di poter tornare nelle proprie case. Fra questi, 46 persone ospitate nei locali dell’ex San Bartolo (alla periferia della città) gestiti dalla nostra Caritas (con l’aiuto degli scout AGESCI e di molti volontari e volontarie) ma di proprietà dell’AUSL, che ha concesso questa parte dell’edificio agli sfollati fino al 30 giugno. Ma queste persone non sono sole: lo scorso 24 maggio, festa di Pentecoste, è stato organizzato un grande pranzo proprio nel chiostro di San Bartolo. «Abbiamo invitato – spiegano gli organizzatori dell’Unità di strada Caritas -, oltre agli ospiti della struttura e molti altri ex abitanti delle torri, tanti volontari che in questi mesi hanno lavorato instancabilmente per l’emergenza grattacielo, e altri amici che ci hanno supportato. Ai ragazzi di San Bartolo, alle famiglie che continuiamo a seguire, e a tutti gli altri amici che abitavano le torri volevamo offrire una giornata senza pensieri e l’incontro con una parte di Ferrara generosa e solidale, che non li dimentica e continua a cercare delle soluzioni aiutarli a lasciarsi alle spalle questo difficile momento della loro vita».

Diverse persone accolte a San Bartolo hanno già trovato una sistemazione alternativa, ma molti sono ancora alla ricerca di un posto letto o un appartamento in affitto per una sistemazione a lungo termine. A Ferrara o altrove, chissà. E non si sa nemmeno con quale peso economico. Queste, sono tutte persone in possesso di regolari permessi di soggiorno, contratti di lavoro. 

Per questo, l’Unità di strada Caritas rinnova l’appello a chi ha un appartamento sfitto: «se avete modo di aiutarci a trovare qualcosa, contattateci. Caritas è disponibile ad accompagnare e mediare, garantendo serietà e supporto». Questi i contatti: cell. 388-9706494, mail info@caritasfe.it

BIBLIOTECA POPOLARE GIARDINO, PRESIDIO DEMOCRATICO

E a proposito di presidi solidali, a maggio ha compiuto 7 anni di vita la Biblioteca Popolare Giardino (BPG), che ha la propria sede proprio al Grattacielo, nel corpo aggiunto. Il progetto di questa odv nasce nel 2019 grazie all’azione di un gruppo di cittadine/i che decidono di impegnarsi nel Quartiere GAD per promuovere pratiche di integrazione e coesione sociale. La Biblioteca in questi anni è stata un punto di riferimento fondamentale per tante famiglie delle torri e non solo, per tanti bambine/i e ragazze/i, ma anche per l’intera città, grazie – ad esempio – alle tante presentazioni di libri, agli incontri di lettura e al language cafè. Il suo patrimonio librario comprende un settore narrativa, un settore infanzia con uno spazio appositamente dedicato e un settore multilinguismo, oltre a diversi giochi da tavolo. La Biblioteca opera all’interno della rete delle biblioteche comunali che fanno parte del Polo Bibliotecario Ferrarese (PoloUFe).

Venendo agli ultimi mesi, lo scorso 5 febbraio il Comune ha costretto la Biblioteca alla chiusura. Biblioteca che fino a quel giorno aveva ospitato il punto di ascolto dell’Unità di strada Caritas per gli sfollati e il doposcuola di Viale K (che in via Mura di Porta Po aveva lasciato spazio ad alcuni degli sfollati). Ma lo scorso 9 aprile la Biblioteca ha deciso in maniera autonoma di riaprire

«L’emergenza era finita – ci spiega Arianna Chendi, responsabile della biblioteca – ed è stato appurato che il corpo aggiunto non rientra nelle due ordinanze». Fra i progetti di questi mesi, “Semi di volontariato”, a cura del CSV Terre estensi e della Biblioteca Popolare Giardino con alcune classi della Scuola Boiardo; i ragazzi/e hanno anche visitato la biblioteca e sono state anche coinvolte le mamme straniere del progetto della Papa Giovanni XXIII “Madri a scuola”. E ancora: il Book club “Maestre 2”, la gara di puzzle, l’incontro dedicato alle mobilità Erasmus+ KA121 – 2025, organizzate da “Equilibri – per leggere” di Modena. Le prossime settimane ci sarà un ciclo di presentazione di libri di poesie, una festa per i bambini e laboratori estivi. E «abbiamo comperato tanti altri libri nuovi». C’è una prospettiva, quindi, nonostante il calo degli utenti in seguito agli sgomberi. «Da noi vengono alcune famiglie nigeriane e pakistane, ragazzini che abitano nei pochi appartamenti considerati abitabili, quelli del corpo aggiunto. E poi viene una signora che abitava nelle torri, grande lettrice e nostra affezionata. Ora abita in via Modena ma continua a frequentare la nostra biblioteca».

Nelle torri sono rimasti aperti il bar e i negozi, ma i grandi edifici vuoti danno un senso di degrado, meno senso di sicurezza a chi ancora frequenta la zona. Alcuni dormono nell’androne del Grattacielo. Miseria provocata dalle scelte di chi amministra la città, miseria che si aggiunge al dramma degli sfollati: «gli sfollati – riflette con noi Chendi – per entrare a prendere i loro vestiti estivi devono spendere 30 euro per 45 minuti, oppure sono costretti a ricomprarseli». Le associazioni di volontariato sono già attive per aiutarli, ma rimane un’ingiustizia dentro la più grande ingiustizia. Infine, l’appello: «Stiamo valutando, non senza difficoltà – conclude Chendi -, la possibilità di trasferirci pur rimanendo sempre in zona. Speriamo in un benefattore che ha un ambiente che non vuole lasciare vuoto». 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026

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