
Film sul 2 agosto 1980 “A mezzanotte pensami” di Bertazza, dedicato al ferrarese ucciso nell’orrida strage
Fare memoria della «vita normale» di una persona per ricordare l’assurdità delle stragi che per oltre dieci anni insanguinarono l’Italia indebolendo la democrazia nel nostro Paese. È questo l’obiettivo del docufilm “A mezzanotte pensami. La vita ritrovata di Vincenzo Petteni, vittima della strage di Bologna”, del regista Paolo Bertazza, proiettato per la seconda volta – la prima nel Ferrarese – la sera del 14 ottobre nel Centro Sociale Il Quadrifoglio di Pontelagoscuro, alla presenza di circa 150 persone. Un luogo non casuale, dato che Petteni riposa nel vicino cimitero, «in fondo, a sinistra».
La pellicola era già stata proiettata la sera del 2 agosto scorso in piazza Maggiore a Bologna e verrà proiettata nuovamente (a offerta libera) il 6 novembre alle 20,15 nella Sala 1 del Cinema Apollo di Ferrara, con gli interventi di alcuni esperti.
Una strage piena di ombre
La strage del 2 agosto 1980 alla stazione Centrale di Bologna provocò 85 morti e oltre 200 feriti. La matrice fu neofascista e piduista. Cinque i condannati: Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini e Paolo Bellini. I capi della loggia P2 Licio Gelli e Umberto Ortolani finanziarono con ingenti somme gli esecutori materiali e altri organizzatori della strage, fra cui il funzionario del Ministero dell’interno Federico Umberto D’Amato. Insomma, fu una strage politica, voluta da poteri dello Stato, ultimo capitolo della Strategia della tensione, che chiuse definitivamente il ventennio ’60-’70 di lotte sindacali, politiche e civili dando avvio alla restaurazione neoliberista. Il capitale, dunque, riprese totalmente il suo potere attraverso il suo braccio armato neofascista. Le conseguenze di ciò le vediamo ancora oggi, nella sempre più profonda crisi sociale, economica, ecologica e istituzionale.
Una vita normale
«Com’è stato possibile?», si chiede il regista nel film. Spezzare così tante vite, traumatizzare e mutilarne molte altre, seminare terrore nelle vite di milioni di persone.
Fra queste, appunto, Petteni. Vincenzo “Enzo” Petteni nasce il 3 agosto 1946 vicino Malè, in provincia di Trento, da mamma Ester e papà Emilio (che gestivano un cinema). Ha tre sorelle, Giusi, Franca e Giovanna, studia in collegio a Rovereto e fa il militare. Sì trasferisce poi a Pontelagoscuro, dove conosce e sposa sua moglie Katia Mariotti, con la quale va a vivere al secondo piano di una casa in via Padova. A Ferrara apre un’azienda di accessori d’abbigliamento. Vincenzo «amava la vita» e quella zona nord ovest dell’allora “Ferrara bene”, si comprò una Jaguar gialla usata.
Quel maledetto 2 agosto 1980 – vigilia del suo compleanno -, assieme a un amico, Mirco Castellaro, era diretto a Palermo per una breve vacanza sul mare verso la Tunisia. I due, non avendo trovato posto in aereo pensano di prendere il treno. Lo scoppio li coglie in stazione: Mirco muore, Vincenzo rimane gravemente ferito e spira il 16 agosto per le gravi conseguenze. Stampelle e albicocche», Vincenzo chiese alla moglie prima di morire. «Me lo immagino che canta Frank Sinatra da qualche parte…», dice un suo amico nel film: «era una persona davvero speciale». Silvano Paternoster, suo amico trentino afferma che per quella strage ancora «giustizia non è stata fatta», non tutta.
Memoria debole
«Là nella tomba a Ponte dorme quel ragazzo», dice l’amico Francesco Crepaldi nel film parlando di Enzo. Un ragazzo dalla vita normale, con ambizioni, sogni e difetti, come ognuno di noi. Ma la sua è una tomba abbandonata, «senza fiori, senza niente». Come abbandonata è stata la sua memoria, prima di quelle illuminanti parole scambiate un giorno tra Paolo Bertazza e Anna Chiappini, che han dato il via al progetto del film. «Solo per un anno è stata portata una corona di alloro sulla sua tomba, poi più niente», ha denunciato Crepaldi la sera del 14 ottobre.
Come ricordato dev’essere – per motivi opposti – il quinto condannato, Paolo Bellini, «la primula nera», militante neofascista di Avanguardia Nazionale. Iconica è diventata la Golf rossa che utilizzava per i suoi spostamenti assieme alla figlia Silvia, allora bambina, sfruttata come copertura. Silvia che poi decise di assumere il cognome della madre, Bonini, e che testimoniò contro di lui. È stata ed è particolarmente faticosa la ricerca della verità. Ma è una ricerca che modifica non solo la conoscenza, ma le stesse persone che la compiono. Una ricerca fatta di incontri che educano alla delicatezza, al rispetto. Così è stato per il regista e i collaboratori di questo film, come da loro stessi testimoniato.
E gli incontri sono tanti, nella pellicola: il giudice Leonardo Grassi, Paolo Bolognesi (presidente Associazione Familiari Vittime della Strage di Bologna), il magistrato Vito Zincani, la giornalista Antonella Beccaria, la studiosa Cinzia Venturoli, l’avvocato Andrea Speranzoni, il procuratore generale Nicola Proto. E Sonia Zanotti, sopravvissuta alla strage, oltre alla sorella di Petteni, Franca, al figlio (non biologico) Marco Cavallari, e alla moglie Katia. Quando questa inizia a raccontare, i silenzi acquisiscono una densità diversa, i vuoti si percepiscono, anche in quella scatola piena delle lettere di Enzo, che lei mostra.
La scatola della verità, invece, ha ancora degli angoli oscuri. Per Enzo e per tutte le altre vittime, è nostro dovere farvi piena luce.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 ottobre 2026
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