«Chiesi a mio zio Michelangelo di fare il postino»

11 Lug

A dieci anni dalla morte di Antonioni la nipote Elisabetta scava nei ricordi

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Michelangelo Antonioni

«L’ultima volta che ho incontrato mio zio Michelangelo è stato a Roma nel febbraio 2007, pochi mesi prima della sua morte. A me e mio marito regalò un suo catalogo d’arte, la cui dedica all’interno, lo ricordo ancora, scrisse con un pennarello color oro». Si conclude così il racconto che Elisabetta Antonioni ci regala del suo rapporto affettuoso col grande regista. Siamo in prossimità del decennale della morte avvenuta il 30 luglio 2007. Non è certo la prima volta che Elisabetta – Presidente dell’Associazione “Michelangelo Antonioni”, senza fini di lucro – si presta a rendere pubblici frammenti di vita di Michelangelo, ma ogni volta, in modo spontaneo, ne sgorgano di nuovi, con immutata nostalgia per quello zio la cui celebrità non lo ha reso “scomodo” nella vita della nipote, ma, al contrario, è continuo motivo d’orgoglio. Sì, perché ad Elisabetta interessa raccontare «dell’Antonioni uomo più che dell’Antonioni regista, di cui persone più titolate di me continuano a scrivere».
«L’idea dell’Associazione – ci spiega – è nata per il bisogno di conservare la sua memoria. Finché era in vita ho scelto di rimanere in disparte, e lui stesso non voleva che noi famigliari entrassimo nel mondo del cinema. Anche ora voglio che al centro ci sia lui, non io». Un amore spassionato, quasi filiale, la lega a Michelangelo. «Conservo ancora la sua racchetta da tennis marca SAIL degli anni ‘30, il tagliacarte, il piatto regalatoci per le sue nozze con Letizia Balboni. E poi ho le lettere che inviava a me o ai suoi genitori. Sua mamma morì poco prima che io nascessi, quindi leggerle è per me anche un modo per riscoprire i miei nonni». Già, i nonni, Elisabetta Roncagli e Ismaele Antonioni, rimasti sempre nel cuore di Michelangelo. «Pochi anni prima di morire, nel 2004, quando dovemmo sistemare la tomba di famiglia, ricordo quanto ci tenesse a essere sepolto accanto ai genitori alla Certosa». Non meno profondo era il legame col fratello Carlo Alberto, padre di Elisabetta, morto nel ‘99: «provava affetto e ammirazione per Michelangelo – ci spiega –, non fu mai invidioso, anzi si rattristava con lui. Ricordo il giorno dell’ictus di Michelangelo (nel dicembre 1985, ndr), quella telefonata drammatica tra loro due: mio zio iniziò a balbettare, e non capivamo perché».
Due personalità simili sono quelle di Elisabetta e Michelangelo Antonioni: riservate, fin schive, ma ironiche e capaci di grande affetto e gratitudine. «Ci volevamo molto bene – prosegue Elisabetta – ma non eravamo tipi da “smancerie”, a parte quella volta negli anni ’60, in cui in una lettera mi scrisse: “sai che ti voglio bene…e se non lo sai te lo dico…”. Mi stupì molto perché non esplicitava mai le sue emozioni. Ricordo anche quando lo invitai al mio matrimonio. Mi rispose: “non credo al matrimonio, vengo solo perché è il tuo”».
Come spesso accade, pescare nei ricordi dell’infanzia significa attingere a memorie ancor più cariche di significato. «Da bambina gli dicevo: “non fare il regista, non ci sei mai! Non potresti fare il postino, così ti posso avere sempre qui?”. Insomma, “detestavo” il suo lavoro perché lo allontanava da me. Ma lui mi rispondeva: “È la mia vocazione, non potrei fare altro”».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara l’11 luglio 2017

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