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U.P. Borgovado, il cammino è sempre più comunitario (e missionario)

9 Set

Il 6, 7 e 8 settembre si è svolta la Tre giorni di riflessione dell’Unità Pastorale che unisce S. Maria in Vado, S. Francesca Romana, S. Gregorio Magno e la Madonnina. Un ottimo modo per festeggiare il primo anno di vita

a cura di Andrea Musacci

_6968La costruzione di un’Unità Pastorale è un cammino lento e lungo, non scevro da fatiche e frustrazioni. Lo sanno bene gli oltre 50 parrocchiani che il 6, 7 e 8 settembre si sono riuniti nei tre monasteri presenti dentro il territorio dell’Unità Pastorale Borgovado (della quale sono instancabili promotori), per la Tre giorni di inizio anno. Il primo compleanno della prima UP di Ferrara e dell’Arcidiocesi è stato festeggiato nel modo migliore: spendendo buona parte del fine settimana a pregare e discernere insieme sul presente e il futuro di una comunità tutta da inventare. Dopo gli incontri di venerdì 6 (dalle Carmelitane) e di sabato 7 (dalle Benedettine) – di cui parliamo nel box e nell’articolo qui a fianco -, nel pomeriggio di domenica 8 il Monastero del Corpus Domini di via Campofranco ha ospitato il momento unitario dell’Assemblea (per la sintesi dei gruppi di discussione), preceduto dall’ora media e al termine del quale si è condiviso la Messa per la festa di S. Gregorio Magno. La scarsità di giovani, e – autocritica ricorrente – la mancanza di proposte per loro (oltre che per le giovani famiglie, in particolare quelle in difficoltà) è stato uno dei temi maggiormente dibattuti. I giovani, però, si è riflettuto “vanno innanzitutto incontrati e ascoltati nei luoghi che abitualmente frequentano, anche al di fuori dell’UP e confrontandoci con quei loro coetanei che già hanno esperienza di organizzazione di iniziative”. Pensando invece ai più piccoli, è emersa l’importanza di superare gradualmente le rigide appartenenze parrocchiali all’interno dell’UP, facendoli sentire a casa anche nelle altre “vecchie” comunità di Borgovado. Fra le proposte – nate dalla volontà comune di creare momenti informali di dialogo, conoscenza e fraternità – quella del pranzo domenicale mensile in cui ritrovarsi come comunità dell’Unità Pastorale, della Messa comunitaria o della recita insieme, in date stabilite, dei vespri; o, ancora, di organizzare cineforum, sia ad hoc per i giovani sia per tutti, o incontri con testimoni di impegno civile e di fede, ad esempio sul tema della mafia, della droga o dell’ecologia. Condivisa anche l’idea che una fascia d’età “trascurata” sia quella dei 40enni-50enni, persone spesso da tempo lontane dalla comunità ecclesiale, ma delle quali si può, anzi si deve tentare di intercettare il bisogno spirituale e di relazioni autentiche. Ciò che è emerso, e che si nota frequentando questa comunità, è di come nell’arco di questo primo anno di vita, tanti nuovi legami siano nati e tanti altri si siano rinsaldati o approfonditi. E ancora, come alcuni parrocchiani che un anno fa si erano allontanati, in quanto contrari al cambio di sacerdoti, siano ritornati. Anche questi sono da considerarsi in un certo senso “lontani”, e quindi nuovamente da coinvolgere. Un lavoro, questo verso i “lontani”, e in generale quello di una comunità ecclesiale, che richiede, come dicevamo, costanza e pazienza, non formule preimpostate da applicare su un “corpo” già definito. I fedeli di Borgovado ne sono consapevoli, convinti che ciò che più conta non è un’ottima organizzazione ma “l’amore reciproco, l’ascolto, il chiedere al Signore di cambiarci il cuore”. Per evitare di cambiare tutto per non cambiare nulla.

Una “carovana solidale” portatrice di speranza

1Ha riflettuto sugli stili di vita cristiana dentro la comunione missionaria il diacono Marcello Musacchi, invitato dall’UP Borgovado a intervenire nel pomeriggio di sabato 7 settembre nel Monastero di Sant’Antonio in Polesine. Dopo l’ora media e prima che i gruppi di discussione dei laici si riunissero, Musacchi ha relazionato sul tema del nuovo anno pastorale, in attesa della Lettera dell’Arcivescovo. “Per tanto tempo nella Chiesa – sono parole di Musacchi – si è pensato che prima bisognava costruire la ‘cittadella’ della parrocchia, quindi fare comunione, per poi proporre la missione”. Col tempo si è compreso come invece l’atteggiamento giusto sia l’esatto contrario: “prima dobbiamo trascendere i nostri egoismi e le nostre abitudini (fare missione, ndr), per poi camminare insieme, creando comunione. La dimensione popolare non si struttura dalla delimitazione dei confini, ma dal vivere le stesse esperienze, nel comune discernimento e alla luce della Parola”. “La missione, infatti – ha proseguito -, è costitutiva dell’essere Chiesa, non è un angolino della pastorale. Non si tratta quindi di fare manutenzione ma di esplorare un nuovo stile di vita, un nuovo modo di essere, partendo dalle situazioni particolari per cercare in ognuna di mettere la Parola. Bisogna superare ogni forma di proselitismo e di autoreferenzialità e mettersi con le persone, nella loro singolarità, sulla loro strada, come Gesù con i discepoli di Emmaus”. Senza dimenticare che la missione ha anche un altro versante, oltre a quello dell’ad gentes: quello dell’intra gentes, cioè “l’attenzione anche all’interno delle nostre comunità”. Tutto ciò deve quindi farci riflettere su “quali sono le nostre vocazioni” e se riusciamo a convertirci, di continuo, “ripensando l’importanza del nostro sacramento del battesimo. Se i laici sono corresponsabili dell’evangelizzazione, allora tutto ciò che vivono diventa elemento di evangelizzazione. Anche in questa UP servono laici sostenuti davvero dalla grazia di Dio, ognuno con la propria vocazione, portatori di misericordia e di speranza, dove speranza non c’è”. In conclusione, dunque, “l’Unità Pastorale non significa spostare semplicemente i paletti dei confini, ma avere diverse risorse da usare per la missione, attraverso la quale la Chiesa si ricostituisce” in modo dinamico. Riprendendo un’espressione di Evangelii Gaudium 87, “l’UP dev’essere una ‘carovana solidale’ ”.

Il “Pantheon” di Borgovado

Nel pomeriggio del 6 settembre, il primo appuntamento della Tre giorni dell’UP Borgovado ha visto nel Monastero delle Carmelitane la recita dei Vespri e, a seguire, la presentazione da parte dei presenti di alcuni testimoni o figure considerate profetiche. Diverse le personalità proposte, credenti e non credenti, di periodi storici differenti: sante come S. Giovanna Antida Thouret e S. Teresa d’Avila, figure cristiane come padre Leopoldo Mandic, Chiara Lubich, don Tonino Bello, Card. Carlo M. Martini, o laiche come Giorgio Ambrosoli, Etty Hillesum, o due sindacalisti, Cesare Govoni e Pippo Morelli. Ma anche persone che hanno vissuto, nel loro piccolo, la santità nella nostra Diocesi: mons. Elios G. Mori, don Alessandro Denti, don Guglielmo Perelli, oppure persone della propria famiglia, e una parrocchiana di S. Francesca Romana, Gloria, prematuramente scomparsa un anno fa.

Prima della Tre giorni…: la sera del 4 settembre a S. Maria in Vado musica e parole per il pittore Carlo Bononi

Nel 1855, il celebre storico Jacob Burckhardt, dopo essere entrato a Santa Maria in Vado, scrisse nel suo “Cicerone”: “dobbiamo ammettere che siamo di fronte a una delle menti più illuminate del suo tempo”. Si riferiva a Carlo Bononi, pittore ferrarese morto il 3 settembre del 1632, sepolto il giorno dopo a Santa Maria in Vado. E il 4 settembre scorso, per celebrare l’anniversario, la ricollocazione del suo tondo “L’Incoronazione della Vergine” del Bononi, la sua meritata fama, e inaugurare la nuova illuminazione realizzata da Dattero Luce e altri artigiani, la Parrocchia e il CIAS hanno organizzato una serata di musica e parole. Dopo gli interventi all’interno del Santuario, nel chiostro si è tenuto il concerto per pianoforte e violoncello di due musicisti ferraresi, Giacomo e Matteo Cardelli, attivi soprattutto all’estero. Dopo tre mesi e mezzo, quindi, dalla ricollocazione sul soffitto del tondo realizzato dal Bononi intorno al 1617, circa 150 persone si sono ritrovate nella chiesa di via Borgovado. Dopo la presentazione da parte del Rettore del Santuario don Fabio Ruffini, è intervenuto brevemente l’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego per porre l’accento sulla “bellissima collaborazione tra pubblico e privato nel restauro dell’opera, e sul desiderio comune che le nostre chiese chiuse o parzialmente riaperte possano ritrovare la loro bellezza”. È poi toccato al Direttore del CIAS di Unife, Sante Mazzacane, prendere la parola per spiegare come il progetto di restauro sia stato compiuto “all’insegna dell’autorganizzazione e dell’interdisciplinarietà”. Infine, dopo l’intervento di Donatella Ferrari, della Dattero Luce, ha relazionato Giovanni Sassu, curatore della mostra a Palazzo dei Diamanti, “Carlo Bononi. L’ultimo sognatore dell’Officina ferrarese”, esposta tra fine 2017 e inizio 2018. “Prima del restauro dell’opera – ha spiegato -, eravamo costretti a usare torce militari per illuminare le decorazioni all’interno del Santuario”, data la scarsa luminosità dell’ambiente. Sassu ha dunque analizzato, a livello storico e artistico, il cammino di Bononi, capace, grazie al suo genio, “di realizzare una svolta artistica che stava iniziando, quella del Barocco”. Un artista rivalutato solo negli ultimi anni, dimenticato anche dopo la sua morte, è stato Bononi. Morte che, per quanto riguarda le cause è ancora avvolta nel mistero, come parte della sua vita. “Stiamo ancora cercando il suo diario – è la speranza di Sassu, che condividiamo -, speriamo di ritrovarlo”. Riuscirebbe a illuminare molti periodi e zone oscure della sua vita.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 settembre 2019

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“Il male esiste, è dentro di noi”: “Il signor Diavolo” di Pupi Avati

2 Set

Comacchio, cuore dell’Emilia profonda, luogo arcano e terribile, protagonista dell’ultima pellicola del regista, da lui presentata il 28 agosto a Ferrara. Una sconvolgente riflessione sul male, tra infanzia, fede e superstizione

a cura di Andrea Musacci

carloIl cinema italiano dimostra di avere ancora registi coraggiosi, capaci di saper proporre, in maniera originale, tematiche forse da molti considerate desuete, ma che appartengono alla cultura e al senso comune di intere popolazioni. Uno di questi artisti sempre più rari è Pupi Avati, bolognese d’origine ma legatissimo al nostro territorio, da lui immortalato in varie pellicole, fra cui “La casa dalle finestre che ridono”. Una fascinazione per la quiete arcaica e desolata della campagna del basso ferrarese, mai sopita, tanto da convincerlo ad ambientarci la sua ultima fatica, “Il signor Diavolo”, da lui stesso presentata in anteprima il 22 agosto a Comacchio (dove il film è stato girato) e sei giorni dopo, il 28, al Cinema Apollo di Ferrara. La pellicola, ambientata nell’autunno del 1952, racconta delle indagini sull’omicidio di un adolescente, Emilio (foto in basso), giovane deforme, incarnazione del maligno per alcuni, vittima di feroce superstizione, per altri. L’assassino è il 14enne Carlo (foto in alto), amico di Paolino, quest’ultimo morto in circostanze misteriose legate, pensano in molti, proprio alla presenza di Emilio. Tra profanazioni, riti e gesta sempre ambiguamente a cavallo tra fede cristiana e credenze popolari, la vicenda si dipana tra i confini offuscati del bene e del male.

Pupi_Avati_2La serata ferrarese, capace di richiamare circa 500 persone, si è svolta nella Sala 1 del Cinema di piazza Carbone, alla presenza, fra gli altri, dell’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e del Vicario Generale mons. Massimo Manservigi, oltre che dell’Assessore alla Cultura Marco Gulinelli, che ha fatto un breve saluto iniziale. “In passato ho diretto diversi film ‘consolatori’ su vita, famiglia, amicizia, ma questo non è così”, ha esordito Avati prima della proiezione. Richiamando una scena del film, ha spiegato come assomigli “a quei momenti della giornata in cui i bambini, dopo aver giocato, e magari bisticciato, nel pomeriggio in cortile, all’imbrunire sentono di dover ‘fare la pace’. Perché il buio fa paura, a tutti”. “Un film, questo – ha proseguito -, che mi ha permesso di tornare in questo ‘non luogo’, che è anche un ‘non tempo, una terra meravigliosa che va da Ferrara verso nord, fino al Po, dove la modernità non ha ancora avvilito il territorio, rimasto padrone”. Dove, di conseguenza, “dominano gli archetipi primordiali, come la paura”, rappresentata, in un flashback del film, da un bambino chiuso per punizione dal padre al buio in un armadio. Scena che rimanda anche al finale stesso. Ma è il male il protagonista della pellicola: “l’ho visto, tanto, e l’ho vissuto dentro di me – ha confessato Avati -, l’ho commesso e lo continuo a commettere, ad esempio nel godere degli insuccessi dei colleghi. Ma esiste anche un male superiore, più grave: il male per il male”, quello gratuito, “e spesso chi lo compie è anche più apprezzato a livello pubblico”. Dopo la proiezione, il regista ha raccontato alcuni aneddoti sui due giovani protagonisti, Filippo Franchini, che interpreta Carlo, e Lorenzo Salvatori, nel ruolo di Emilio. Il primo, “lo scelsi a Rovigo, fra 70 ragazzini presentatisi al provino: fin da subito, spiegando il film, sembrava capire tutto, guardandomi dava la sensazione che comprendesse meglio di me le cose di cui parlavo. Mi colpì molto questo suo sguardo perturbante”. Infine, Avati ha accennato alla possibilità di un seguito del “Signor Diavolo” – visto anche il finale volutamente aperto – se non addirittura a una vera e propria “sagra del male”.

Volti, simboli e richiami del demoniaco: un’analisi del film

emilio“C’è una forza che abita la nostra anima. Opposta al desiderio di bene. La nostra cultura dominante dimentica queste battaglie dell’anima, tende a dimenticare che abbiamo un’anima”: così scriveva un mese fa il poeta Davide Rondoni sul Carlino nazionale, all’indomani del duplice omicidio volontario di due giovani nel bergamasco, in seguito a una “banale” lite dentro una discoteca. Un rammarico, quello per l’abbandono del discorso sul maligno, condiviso da Pupi Avati, che non ha perso occasione, nemmeno nel suo intervento all’Apollo di Ferrara del 28 agosto, di lamentare come la stessa Chiesa “non parli più del diavolo”. In ogni caso, la visione tradizionalistica del cineasta bolognese, nella sua ultima pellicola l’ha portato a un ritorno al passato, a quella fase pre-consumistica (e in parte pre-moderna) in un angolo di Occidente non ancora del tutto contaminato dal progresso, dove quindi, a suo dire, è ancora possibile riscoprire tanto il sacro quanto il “profano” nella sua veste demoniaca. Sacro e demoniaco che, quindi, per Avati, possono essere riconosciuti solo in una società antica, in spazi a-temporali, in quel tempo incantato, sospeso, che si vuol credere incorrotto, mitico, anche se così non è. Oggi, invece, sembra dire il regista, il conflitto tra Bene e Male non ha più corpi, parole per essere espresso. L’agone fondamentale è stato dimenticato.

Alla ricerca del Bene e del Male

La ricerca da parte di Furio Momenté – funzionario ministeriale incaricato delle indagini sull’omicidio di Emilio, dentro gli intrecci del potere democristiano del secondo dopoguerra – sembra rappresentare la ricerca di una verità non solo procedurale, e non strumentale, ma ben più profonda, appunto sul Bene, sul Male e sul loro conflitto. Il suo (il nostro?) bisogno di affondare nelle viscere del reale – sembra dirci Avati – viene seppellito nei sotterranei di una chiesa vuota, dove nessuno può e potrà sentirne le grida, quel monito a non disperderci nelle frivolezze della mondanità, ma a temere il male/il Male, e a non cercare piccoli beni, ma ad anelare al Bene, sempre.

Davide contro Golia…

Nella pellicola, l’esile Carlo uccide il rude e corposo Emilio con una pietra lanciata da una fionda, colpendolo in un occhio. La sequenza richiama la lotta biblica fra il giovane Davide e il filisteo Golia, raccontata nel libro di Samuele: «Appena il Filisteo si mosse avvicinandosi incontro a Davide, questi corse prontamente al luogo del combattimento incontro al Filisteo. Davide cacciò la mano nella bisaccia, ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo in fronte. La pietra s’infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra. Così Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo con la fionda e con la pietra e lo colpì e uccise, benché Davide non avesse spada. Davide fece un salto e fu sopra il Filisteo, prese la sua spada, la sguainò e lo uccise, poi con quella gli tagliò la testa» (1 Samuele 17,48-51).

Emilio, verro demoniaco o vittima del mondo?

Nonostante le apparenze, raffinata nella sua consapevolezza è la persistente, e crescente, ambiguità su quali figure (Emilio, Carlo, le suore, i sacerdoti…) il Male abiti davvero nella vicenda raccontata ne “Il signor Diavolo”. Nella prima parte del film, è Emilio a essere presentato come incarnazione del maligno: a dimostrarlo sarebbero, oltre la sua ferocia gratuita, la stessa conformazione fisica, malformata e ferina. I denti enormi, i peli spessi e duri lo mostrano, infatti, agli occhi dei compaesani come mezzo uomo e mezzo maiale, nato – pensano in molti – dall’unione carnale fra una donna e un verro. Non a caso, il maiale è tradizionalmente simbolo di lussuria e ingordigia, e dagli stessi ebrei e musulmani considerato animale impuro. Nel Vangelo, due sono i passi nei quali il maiale è richiamato come simbolo di degradazione: il primo, in Matteo: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi» (Mt 7,6 ). Sbranamento, forse non casualmente citato dal regista nel modo in cui Emilio uccide – o si insinua che abbia ucciso – la neonata sorellastra. L’altro passo è parte della parabola del figliol prodigo, prima del ritorno al padre/Padre: «quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava» (Lc 15, 14-16). Il maiale è, infine, simbolo positivo se associato a sant’Antonio Abate, in quanto il suo grasso era usato dai suoi discepoli per curare l’ergotismo detto “il male di s. Antonio” o “fuoco di s. Antonio” (herpes zoster).

«Ogni cosa è buona mentre lascia le mani del Creatore delle cose; ogni cosa degenera nelle mani dell’uomo» (da “Emilio”, J. J. Rousseau, 1762)

La stessa etimologia del nome “Emilio” suggerisce alcune riflessioni. Un primo significato, immediato, è quello che richiama l’ “abitante dell’Emilia”, per cui il personaggio del film incarnerebbe perfettamente lo spirito perturbante e cupo delle nostre zone. Sempre a livello etimologico, Emilio (aemulus) significa “il rivale”, “il competitore”, “l’emulo”, quindi “l’Avversario”, l“’Antagonista”, “il Nemico”, tutti significati dell’ebraico sāṭān. Il nome richiama anche la celebre opera “Emilio” di J. J. Rousseau, nella quale il filosofo svizzero assume la vita di Emilio come modello pedagogico per dimostrare come l’educazione a contatto con la natura preservi il giovane da alcuni pericoli e corruzioni della civiltà. Nel film del regista bolognese, perciò, Emilio è l’esatto opposto del “buon selvaggio” (se ci concediamo una semplificazione del pensiero rousseauiano). Oppure, seguendo la versione della madre del giovane, era naturalmente buono, ma ha perso il senno a causa degli elettroshock subiti da bambino nel volerlo curare dall’epilessia. Sarebbe dunque la civiltà, e la sua scienza “moderna”, come suggerisce la frase sopracitata dell’opera di Rousseau, ad averlo deformato e corrotto. Seguendo questa versione, Emilio ne “Il signor Diavolo” è dunque il diverso, il debole, vittima del male incarnata non in una singola persona, ma nel “peccato” delle persone accecate, chi dalle supersitizioni pseudo religiose, chi, specularmente, dalla superbia di certo scientismo.

«Il concavo cielo sfavilla» (da “X agosto”, Giovanni Pascoli, 1896)

Ricordi dell’infanzia fanno riaffiorare alla mente “X agosto”, poesia di Giovanni Pascoli. È Carlo stesso a leggerla, durante i compiti scolastici pomeridiani, dopo l’uccisione del verro e prima della morte del padre. Scelta per nulla casuale del regista, vien da pensare: la poesia, infatti, è dedicata dal Pascoli al padre ucciso da due sicari, in circostanze che richiamano fortemente la morte misteriosa del padre di Carlo, in particolare in questi versi: «Anche un uomo tornava al suo nido: / l’uccisero: disse: Perdono; / e restò negli aperti occhi un grido / portava due bambole in dono… / Ora là, nella casa romita,/ lo aspettano, aspettano in vano: / egli immobile, attonito, addita / le bambole al cielo lontano». Così, invece, si conclude, la poesia di Pascoli: «E tu, Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale, / oh! d’un pianto di stelle lo inondi / quest’atomo opaco del Male!». Una nota di speranza presente anche nella pellicola di Avati, ma che fatica a mostrarsi: non emergono, infatti, nel film, figure luminose, volti santi, ma tutto sembra inghiottito da una penombra soffocante, ogni cosa si dissolve in queste valli che paiono sconfinate, dove Dio non sembra abitare.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 settembre 2019

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Vivere nel dolore degli altri ascoltandone le voci

2 Set

Si può comunicare l’Alzheimer? L’ASP di Ferrara ha ospitato il progetto “Dieback*/Fioriture” dell’artista riminese Isabella Bordoni, che ha abitato per due settimane nella Casa Residenza di via Ripagrande: “tanta la tenerezza e l’empatia provate nel vivere con i malati. Rendendo pubbliche le loro voci spero di aver fatto emergere nei visitatori una commozione profonda”

alzheimerStorie di vita, sofferenze passate e presenti, paure senza volto, solitudini sommerse nel silenzio. Fantasmi della mente che nidificano corpi ed esistenze rischiando di inghiottirle, disancorandole dalla realtà.

Sono oltre 600mila nel nostro Paese i malati di Alzheimer, persone impossibilitate a tenere il filo dei propri giorni, per il graduale logoramento della memoria, soprattutto e innanzitutto di quella a breve termine. Esistenze quasi mai prese in considerazione, se non nella nicchia privata, satura di scoramento e solitudine, nella quale spesso i famigliari sono costretti a vivere.

Isabella Bordoni, artista visiva e sonora riminese, che nella sua trentennale attività ha spesso affrontato i temi dell’ “abitare”, si è a lungo interrogata se e come sia possibile comunicare la sfuggente sofferenza di questi malati. Per questo ha deciso di vivere, giorno e notte, nelle prime due settimane di giugno 2018, a contatto con quelli ospitati nella Casa Residenza del Nucleo Speciale Temporaneo Demenza dell’ASP in via Ripagrande a Ferrara, periodo nel quale ha registrato suoni, voci, rumori. Da qui è nato il progetto denominato “Dieback*/Fioriture. Archivio sonoro delle voci, per ricucire il rapporto tra linguaggio, demenza e poesia”, voluto e promosso da ASP – Centro Servizi alla Persona di Ferrara, con il patrocinio del Comune. Nel settembre 2018 si è svolta la prima parte, attraverso varie iniziative (alle quali hanno partecipato una 60ina di persone), fra cui un’installazione sonora per restituire alla comunità questo “Archivio di Voci e Suoni”. Nella settimana del Buskers Festival, per la precisione dal 24 agosto al 1° settembre scorsi, è stato allestito invece il secondo percorso sonoro (foto in basso di Greta Fuzzi), nel giardino interno della sede ASP di via Ripagrande, attraverso la possibilità di ascoltare con le cuffie, tramite due tablet, le voci dei malati e degli OSS che li assistono.

Un approccio difficile, indiretto, che denota dunque coraggio da parte dell’artista, e che, a nostro parere, “obbliga” il visitatore a prendersi del tempo per ascoltare, per concentrarsi pazientemente su dialoghi, esternazioni, suoni vivi. Insomma, una maniera per approcciarsi non distrattamente ma con cura a queste persone sofferenti, ascoltandole, venendo a conoscenza delle loro storie, penetrando quei muri che spesso sembrano – o per colpe nostre, diventano – invalicabili. Così da lasciar fiorire, come recita il nome del progetto, corpi nascosti nella città, parole seppellite negli antri della mente, dell’anima, dietro quel deperimento, quella marcescenza (questo significa l’altra parola del titolo, “dieback”) così sorda e inarrestabile.

A “la Voce” Bordoni spiega come “mostrando la dimensione ‘poetica’ che vi è nella vita, dunque anche nella malattia, ho provato a ‘stanare’ in chiunque si approcci a quelle voci una commozione profonda. Non ho avuto esperienze dirette di famigliari con l’Alzheimer – prosegue –, ma l’idea è nata nel tempo, in me è aumentata la sensibilità nei confronti delle questioni legate agli anziani e alla malattia. Questo spazio altro della demenza l’ho trovato estremamente interessante, anche se di solito molto ignorato, perché se è vero che tutte le malattie fanno paura, questa forse ne fa di più”. In un’artista, l’empatia sfocia inevitabilmente nella ricerca di mezzi espressivi creativi e originali: “esplorare questo mondo attraverso una chiave artistica mi sembrava un impegno che ero in grado di prendermi”, sono ancora parole della Bordoni. La malattia, dunque, può essere approcciata e comunicata, “senza dover essere eroi. Prima di vivere nella Casa – ci spiega ancora – mi sono preparata molto, immaginando come potesse essere”. La paura non mancava, “ci ho lavorato un anno. Ma una volta dentro non era affatto difficile, gli ostacoli previsti non li ho trovati, ma ho provato solo tanta empatia nei confronti di queste persone malate, e scoperto spazi in realtà meno inabitabili di quel che si può pensare. Alla fine, per me – ci confessa – è stato difficile andare via, perché in luoghi come questo riconosci profondamente qualcosa di te”. Che cosa ha riconosciuto?, le chiediamo. “Semplicemente che il corso umano prevede anche questa resa del controllo sulla vita, cioè che con il corpo e la mente non si controlla più il proprio destino”, anche se spesso è facile dimenticarsene. Una casa di cura come quella abitata dalla Bordoni, “contiene un potenziale così alto di umanità, per cui mi interessava starci dentro”, cercando di comprenderne anche “il rapporto delle persone con l’architettura, con gli spazi, come cioè si possa vivere comunitariamente in uno spazio chiuso come quello”. E a proposito di spazi, l’artista di notte riposava in un letto allestito in una grande stanza, isolata da un semplice pannello, normalmente adibita per la cosiddetta “Terapia della bambola”, importante alternativa farmacologica, nata per risvegliare nei malati le reazioni e promuovere il contatto, oltre che utilizzata per i bambini.

A proposito di infanzia, e riprendendo uno dei tre concetti fondamentali del progetto – quello della parola, del linguaggio -, Bordoni ci spiega come nella casa di cura “c’è molto dell’infanzia”, in quanto il linguaggio, se all’inizio della vita non è ancora appreso, in casi come questi, nella fase conclusiva, è dimenticato: “una balbuzie comune vi è – prosegue – tra infanzia e vecchiaia, e ciò mi pare, in un certo senso, sinonimo di ‘saggezza’, in quanto cadono certe strutture predeterminate dell’interpretazione, facendo così riaffiorare l’essenza delle cose, facendo tornare essenziali affetti elementari, non costruiti”, non codificati.

Un’indagine, quella messa in atto quindi da Isabella Bordoni, estremamente realistica, minuziosa, sfociata in una sorta di “catalogazione” di voci e suoni spontanei; indagine che però – caso rarissimo – non ha i tratti della fredda analisi laboratoriale ma fa dell’ascolto il suo punto di forza. Significa farsi prossimi all’altro – innanzitutto a chi più soffre – ascoltandone patemi e ricordi, assaporandone asprezze e dolcezze, senza intenti giudicanti, ma anzi dando voce a queste persone, restituendo loro soggettività, dando nome e carne ai loro dolori, ai loro rimpianti, ai tarli di una vita. Scrive lei stessa in uno dei pannelli del progetto: “VITA è la parola alla quale non sottrarsi, qui. Stanare tra le pieghe della malattia e del dolore, la vita che spinge e preme e che chiede, nel morire delle proprie forme, la possibilità di fiorire in altre”. Una proposta di verità che non possiamo non fare nostra.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 settembre 2019

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La natura materna in mostra

17 Giu

Fino al 30 giugno nella Galleria del Carbone è visitabile la mostra “Fili di speranza” di Federica Tartari

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“Fili di Speranza” è il titolo della prima personale di Federica Tartari, inaugurata alla Galleria del Carbone di Ferrara il 15 giugno scorso. Visitabile fino al prossimo 30 giugno, la mostra raccoglie dodici opere in terracotta smaltata o raku di medie e piccole dimensioni dell’artista ceramista (architetto di professione). Scrive lei stessa a riguardo: “le mie figure femminili nascono dalla terra, dalla natura, dallo spirito materno racchiuso in ogni donna; loro accolgono, nutrono, guidano, accompagnano, invocano con totale abnegazione e gratuità l’umanità delusa e la natura offesa. Rappresentano per me la necessità di trovare, anche nelle situazioni più difficili e buie, un margine di speranza, un’ancora di salvezza e una spalla su cui poter piangere”. La natura, di cui l’umanità stessa è parte, è dunque, nelle opere di Tartari, sostegno e relazione, incanto primordiale: la sua è un’ecologia pura, intesa nel senso profondo del termine come discorso estetico sulla comune “casa”, su quel nido dov’è possibile l’incontro, la costruzione di un legame, la generazione e la ricerca “insieme” – come scrive Lucia Boni nel testo di presentazione – del “senso di una verità sulla vita”. La mostra – accompagnata da un testo di presentazione di Lucia Boni, e con anche un omaggio a S. Giorgio e il drago – ha il patrocinio del Comune di Ferrara ed è visitabile nei seguenti orari: dal mercoledì al venerdì dalle ore 17 alle 20; sabato e festivi dalle 11 alle 12.30 e dalle 17 alle 20; lunedì e martedì chiuso.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 giugno 2019

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Quella fragile e carnale umanità nelle opere di Marcello Darbo

10 Giu

La nuova personale dell’artista ferrarese, dal titolo “Fragile. Maneggiare con cura”, inaugura venerdì 14 giugno alle ore 18 nel suo studio in via Vittoria a Ferrara

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa nuova personale di Marcello Darbo dal titolo “Fragile. Maneggiare con cura” – che inaugura venerdì 14 giugno alle ore 18 nello studio dell’artista (via Vittoria, 22/b) – raccoglie una quindicina di opere su cartone, sfruttando in alcuni casi i diversi lati del supporto per dar vita a veri e propri “polittici”. Darbo torna a esporre dopo “Carne italiana” dell’estate 2017 e “Rifugi di Umanità”, esposta nel 2016 nella Casa d’arte “Il vicolo” a Bondeno. Una gestualità, quella di Darbo, spesso rapida, decisa, un tocco quasi impetuoso, espressione di una forte tensione interiore, di chi non intende disperdere l’energia ma cerca di concentrarla, così da far emergere l’essenziale. Da questa grazia che innerva la mano dell’artista, di rendere con poche pennellate corpi umani disadorni ma mai impersonali, emerge una moltitudine che solo a uno sguardo superficiale può apparire seriale. Al contrario, l’invito è ad abbandonarsi all’incedere di queste figure – spesso nette nella propria virilità o femminilità, e perlopiù monocrome –, a questa costellazione carnale, per notare, di ognuna, l’ineliminabile alterità. Solo così, forse, si può in qualche modo far emergere l’essenza della condizione umana, senza fronzoli o inganni, ma ammirandone la natura caduca, al tempo stesso cruda e sobria. In questo risiede il fascino di questa esposizione: coinvolgere l’osservatore perché si appassioni a questi corpi fragili, ai loro movimenti e alle loro forme, lasciando che l’immaginazione e l’inconscio aggiungano storia, dinamicità, densità e bellezza. Simili a primitivi ammiratori di incisioni rupestri, proviamo dunque a farci prossimi a questi segni con occhi vergini, a denudarci di inutili sovrastrutture mentali per coglierne a pieno l’armonia, la voluttà, la commovente fragilità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 14 giugno 2019

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La natura trasfigurata nelle opere di Daniele Cestari

10 Giu

img_20190604_180245.jpgPaesaggi spettrali, incantati, composizioni di macchie dove una luce flebile, malata, spegne i contorni. Di estremo interesse l’ultima mostra personale del pittore Daniele Cestari, visitabile a Ferrara nella Sala Mediolanum in via Saraceno, 18/24 fino al 21 giugno. “Altri paesaggi” è il titolo del progetto espositivo dove atmosfere rarefatte convivono, come scrive il curatore Lucio Scardino nel catalogo, con strati di “fogli lacerati, spartiti musicali, registri contabili, frontespizi di vecchi libri, appunti manoscritti con bella calligrafia”. In parete è possibile ammirare ambienti naturali onirici, come evaporanti, che sembrano perdere la propria consistenza per divenire rappresentazione di un’inquietudine recondita. O le montagne, che ricordano quelle “incantate” di Michelangelo Antonioni nella propria metafisicità. Un’intuizione riuscita, dunque, quella di Cestari, capace di donare un’aura malinconica alle opere. Una malinconia, però, essa stessa indefinita, non mirata a un oggetto particolare, fonte di una vaga nostalgia, che avvolge in un senso di tedio e spaesamento profondi, difficilmente vincibili. Infine, un terzo “blocco” di tele – oltre a quello delle pianure e delle montagne – è rappresentato da alcuni monumenti della città di Ferrara (omaggiata anche con un’opera dedicata a San Giorgio e il drago): porte e portoni antichi, simboli arcani, inviti misteriosi ad accedere non in un luogo ma in una dimensione altra.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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La viva tensione in quei corpi che paiono nulla

3 Giu

Si intitola “La materia in sottrazione” l’importante personale dell’artista bolognese Adriano Avanzolini, esposta nella Galleria del Carbone di Ferrara fino al prossimo 9 giugno

dsc00014Il combattimento interiore della persona, ridotta a cosa fra le cose, eppur viva nella connaturata vocazione alla ricerca e a un approdo di senso. E’ denso di significati di smisurata profondità, il quarantennale percorso artistico di Adriano Avanzolini, artista bolognese classe ’45 la cui ultima personale, dal titolo “La materia in sottrazione”, una sorta di mini antologica, è ospitata fino al prossimo 9 giugno negli spazi della Galleria del Carbone di Ferrara. Nell’esposizione – a cura di Sandro Malossini e con presentazione in catalogo di Pasquale Fameli – sono presenti un ciclo di sculture in terracotta e lavori su carta e tela ad acrilico di grande dimensione. “E’ una pittura – spiega lo stesso artista nel testo in catalogo – dove il nero domina spesso, a spatolate larghe, come una ricerca di chiarezza che corrisponde al desiderio di sintesi e misura. Sperimento le infinite possibilità degli in-croci, dell’unione di espressioni artistiche vicine che accentuano la trasparenza in una meditazione espressiva silenziosa, sulla soglia che divide l’inizio dalla fine, dove tutto, insieme, esalta il discorso artistico”. In molte opere – soprattutto degli anni ’70, e alcune più recenti – spiega ancora Avanzolini, “rendo manifesto il luogo dove l’uomo esprime se stesso, mentre aspira ad una realtà superiore o si annichilisce. Passioni umane, torbidi mescolii, si fondono con elementi domestici inconsapevoli a fare un tutt’uno di simbolo e immagine concreta, teatrale”. Una quotidianità, come la definisce il critico Fameli, “squallida e insignificante”. Con il “Teatro del quotidiano” (1974), prosegue Fameli, “l’artista inscena e orchestra infatti i gesti di un’umanità oggettualizzata, ridotta a simulacro di se stessa, logorata dall’incrocio tra conflitti privati e collettivi. […] La collocazione di figure anonime e malinconiche in ambientazioni scarne, fatte di vecchie sedie in legno, poltroncine sdrucite, brande e tavolacci, assume nella ricerca di Avanzolini una più spiccata valenza metafisica”. I corpi fortemente sessuati, le pose e i gesti scabrosi riempiono la “scena”. Questa sorta di “cupio dissolvi” che sembra pervadere i residui di volontà di questi corpi relittuali agisce dentro una tensione che pare irrisolvibile, così da acquistare pienezza anche se mutilati, sensualità nella propria immobilità, soggettività nella paralisi. Sono attori, seppur di un palcoscenico assurdamente muto. Proprio questi “scarti” di vita, dove sembrano indicare una nullificazione, richiamano invece scintille di passioni forse non del tutto sopite, scampoli di tensioni soffocate, fossilizzate e scomposte, eppure magmaticamente vive. Come scrive lo stesso Avanzolini, “forme di vuota apparenza sono utili a prefigurare uno stato d’animo che, compenetrato nelle tenebre terrene, conduce chi guarda verso più alte aspirazioni. Lo spettatore è parte dell’opera, superandola, e tale pensiero non contribuisce a rendere più vivibile la vita”. Negli anni ’80 questa de-composizione raggiungerà una radicalità quasi estrema, la quale, pur non arrivando all’informalità, minimalizzerà comunque forme e linee, fino a svuotarle, per riempirle di nuova luce ed energia. Queste forme povere ed esangui riacquisteranno anima in alcune opere degli anni ’90 e 2000, dove simboli religiosi – anche cristiani, come la croce o il vincastro – e mitici o arcaici, faranno la loro comparsa. “Le croci – scrive ancora l’artista -, dove i vuoti prevalgono, definiscono lo spazio della scultura, la mia scultura, alla fine del millennio. Ho spogliato l’involucro carnale, accontentandomi della semplice trama che non arma il cemento, ma lo spazio. […] E’ stata emendata la scultura da ogni sensualità, ridotta all’osso. Ciò che avvicina è la vocazione al senso”. La mostra, che ha il patrocinio del Comune di Ferrara, sarà visitabile fino al 9 giugno con i seguenti orari: dal mercoledì al venerdì dalle ore 17 alle ore 20; sabato e festivi dalle ore 11 alle 12.30 e dalle 17 alle 20; lunedì e martedì chiuso.

 

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

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