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«La guerra, epidemia alimentata dalle élite» 

21 Mar

Francesco Vignarca (Rete Pace e Disarmo) e Simone Siliani (Finanza Etica) sono intervenuti a Ferrara: «i grandi fondi investono sempre più nell’industria bellica. Costruiamo alternative concrete di pace»

di Andrea Musacci

“Si vis pacem, para bellum” (“Se vuoi la pace, prepara la guerra”) recita un’antica locuzione latina, citata – fra gli altri – anche dalla Presidente del Consiglio Meloni lo scorso giugno in Senato. “Se vuoi la pace, prepara la pace” è invece il ribaltamento non solo lessicale ma antropologico operato da padre Ernesto Balducci che così intitolò 40 anni fa i Convegni sul tema. E questo è il nome dato al partecipato incontro (oltre 50 i presenti) svoltosi lo scorso 11 marzo nella sede della CGIL Ferrara in piazza Verdi. Per l’occasione, Patrizio Fergnani (Movimento Nonviolento di Ferrara) ha introdotto e moderato gli interventi di Francesco Vignarca (Coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace Disarmo) e Simone Siliani (Direttore della Fondazione Finanza Etica). Prima dell’iniziativa in CGIL, Vignarca aveva incontrato anche quattro classi del Liceo “Roiti” di Ferrara.

Siliani ha esordito proprio ricordando come quei Convegni con padre Balducci l’abbiano segnato nel profondo: «Ma oggi – ha detto – l’Europa è il fulcro del riarmo globale». Riarmo che è anche «culturale e geostrategico», col «ritorno – come per gli USA con l’Iran – della teoria della cosiddetta “guerra preventiva”». Siliani ha poi citato il “Rapporto sulla competitività” presentato da Mario Draghi nel 2024 (dopo richiesta da parte della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen). Draghi, in un passaggio scrive: «L’industria della difesa necessita di investimenti massicci per recuperare il ritardo. Come riferimento, se tutti gli Stati membri dell’UE che sono membri della NATO e che non hanno ancora raggiunto l’obiettivo del 2% lo facessero nel 2024, la spesa per la difesa aumenterebbe di 60 miliardi di euro. Sono inoltre necessari ulteriori investimenti per ripristinare le capacità perse a causa di decenni di investimenti insufficienti e per ricostituire le scorte esaurite, comprese quelle donate per sostenere la difesa dell’Ucraina contro l’aggressione russa». E Draghi suggerì di attingere per le spese in armi anche nei risparmi privati, compresi i fondi sostenibili. Detto, fatto: da quando la Commissione europea ha chiarito che investire nella difesa rientra nei parametri di sostenibilità promossi dalla Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR – Regolamento europeo sugli investimenti sostenibili), l’esposizione dei fondi di investimento Esg, o “verdi”, al settore delle armi è cresciuta del 21%.

«Più che di riarmo io parlerei di “continu-armo” – ha detto Vignarca -, nel senso che le spese militari globali è dal 2001 che aumentano, e in questi 25 anni sono addirittura raddoppiate. E anche nell’ambito bellico – sempre più dominante – a comandare non sono nemmeno tanto più gli Stati nazionali, ma le élite transnazionali, in particolare i grandi fondi di investimento che sempre più puntano sul settore militare: «le principali aziende della difesa sono controllate in larga parte da mega fondi di investimento globali (BlackRock, Vanguard, Kkr…) che dominano i settori strategici dell’economia mondiale e rimangono in piedi anche grazie alla bolla creata dall’aumento costante di spesa militare», scriveva Vignarca sul Manifesto lo scorso 14 agosto. «Senza questo flusso garantito i loro profitti e la loro stessa centralità nei mercati globali verrebbero messi in discussione, perché il modello di business si fonda sulla costanza di rendimenti azionari legati a una spesa pubblica (come quella militare) che non subirà mai tagli improvvisi in contesti di “insicurezza permanente”. Il risultato è un circolo vizioso che si autoalimenta: le tensioni geopolitiche spingono i governi ad aumentare le spese militari, questi flussi di denaro rafforzano i bilanci delle industrie belliche aumentandone il valore azionario, gli azionisti di riferimento – che così hanno aumentato il proprio portafoglio – hanno grande interesse a consolidarne l’andamento finanziario per cui ogni passo verso la pace viene vissuto come una minaccia economica». Insomma, solo pochi ci guadagnano, e tanto, e i soldi vengono tolti al welfare, alla tutela dell’ambiente, al diritto alla casa, al lavoro. Senza pensare al cosiddetto riarmo nucleare, che riguarda tanti grandi Paesi, e non solo (si pensi a quelli baltici).

La guerra, insomma, in ultima analisi è «l’ideologia secondo cui si possono sacrificare vite umane a un “valore” più alto». Ed è «un’epidemia ideale, politica, culturale e pratica: da quando si è diffusa l’idea che la pace si difende armandosi, le guerre sono aumentate di numero». Guerra che è sempre «un punto di non ritorno», in quanto distrugge vite, luoghi, edifici, storie e relazioni.

Altro che “utopisti”: «i veri realisti siamo noi pacifisti», ha proseguito Vignarca. E la pace è un processo «continuativo e creativo», citando il sociologo norvegese Johan Galtung. Dobbiamo cioè «sempre difenderla e costruirla, e sempre più adattarla ai tempi in cui viviamo». Sempre vuol dire che la pace va costruita «ogni giorno», per un pacifismo «che non sia solo di cuore ma anche di testa e che alle analisi e alle critiche accompagni sempre anche proposte concrete alternative». Insomma, come ha detto Fergnani, «la pace non è solo disarmata e disarmante ma anche pratica e praticabile».

Ed è questo l’impegno quotidiano della Rete Italiana Pace e Disarmo, nata nel 2020 dall’unificazione della Rete della Pace (fondata nel 2014) con la Rete Italiana Disarmo (fondata nel 2004), a cui fin da subito si sono aggiunte numerose associazioni, organizzazioni, sindacati, movimenti della società civile italiana, molti di ispirazione cattolica. Un «mosaico della pace», come diceva don Tonino Bello, che «non annulla le differenze ma anzi le valorizza nella costruzione collettiva e politica del comune obiettivo, unendo globale e locale». Insomma, esiste sempre «un’alternativa, un’utopia concreta». Come il costruire «istituzioni di pace»: a tal proposito, questo lunedì (16 marzo) la Rete Italiana Pace Disarmo ha rilanciato la Campagna “Un’altra difesa è possibile” per la costituzione di un Dipartimento che indirizzi il contributo alla difesa civile, valorizzando il Servizio civile, i Corpi civili di pace, la Protezione civile e un Istituto di ricerca su Pace e Disarmo. E ancora: a UniFe una studiosa sta svolgendo – tramite la Rete Università per la Pace (RUNI PACE) – un Dottorato d’Interesse Nazionale (DIN) in Peace Studies, con una tesi sul rapporto tra giochi on line di guerra e sistema bellico. Dottorato, il suo, sovvenzionato in parte da Finanza Etica. E poi ci sono gli obiettivi, che possono riguardare anche il nostro territorio: nelle Diocesi, il dar vita a “Scuole di pace e non violenza”, e a Ferrara intitolare due ponti a Daniele Lugli e Pietro Pinna, protagonisti del movimento pacifista.


Spese militari: i numeri

Secondo i nuovi dati pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute, il volume globale dei trasferimenti internazionali di armi è cresciuto del 9,2% tra il 2016–2020 e il 2021–2025. Al centro di questa escalation c’è l’Europa, con importazioni di armi cresciute del 210% — più che triplicate — che la portano per la prima volta dagli anni ‘60 a essere la prima regione mondiale per acquisizioni militari, con il 33% del totale globale. Inoltre, i 29 Paesi europei NATO hanno incrementato le proprie importazioni del 143%. E il 48% di tutte le armi importate dagli Stati europei proviene dagli USA. Infine, l’export italiano di armamenti è aumentato del 157% tra il 2016–2020 e il 2021–2025, portando l’Italia dal 10° al 6° posto nella classifica mondiale dei fornitori di armi, con una quota del 5,1% del totale globale. L’Italia è oggi il sesto Paese al mondo per vendita di armi, davanti a Israele Regno Unito, Corea del Sud e Spagna.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2026

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(Foto Unsplash)

«Speranza, fatica e memoria: ecco la mia canzone per Aldro»

13 Dic

FEDERICO ALDROVANDI. A 20 anni dall’uccisione del giovane, Patrizio Fergnani gli ha dedicato il brano Il Coraggio di ieri è la strada di oggi. Lo abbiamo intervistato

di Andrea Musacci

Da alcuni giorni è disponibile su tutte le piattaforme online la canzone Il Coraggio di ieri è la strada di oggi, testo e musica di Patrizio Fergnani e riferita alla storia di Federico Aldrovandi, il ragazzo di 18 anni ucciso il 20 settembre 2025 da quattro agenti di polizia in zona Ippodromo a Ferrara. 

L’immagine di copertina scelta è a cura di Nicola Fergnani: si vede Federico sorridente a tavola durante una festa di compleanno a casa di Patrizio Fergnani il 3 ottobre del 2000.Ai tempi Federico aveva 13 anni.

Abbiamo incontrato Fergnani per farci raccontare la genesi e il senso di questo progetto musicale della memoria.

Patrizio, come e quando è nato in te il desiderio di comporre e quindi cantare questo brano? Possiamo dire sia stata una sorta di “urgenza” sopraggiunta nel tuo cuore?

«Quest’anno sono vent’anni dalla morte di Federico. Mi è capitato di incontrare più volte Lino, suo papà, e confrontarmi con lui su diversi temi partendo dalle nostre esperienze di padri. Ho trovato in lui una forza e una dignità che mi hanno toccato profondamente. Luigi Manconi, alla presentazione delle iniziative previste per ricordare Federico, mi ha emozionato rilanciando il dolore dell’esperienza vissuta come uno stimolo per guardare avanti. 

Ero un po’ scombussolato e ho provato a scrivere qualcosa con la chitarra e il piano: in un paio di giorni ho finito la canzone. Come dici tu è stata una specie di urgenza che ho vissuto pochissime volte». 

Raccontaci se vuoi del tuo legame con Federico e dell’amicizia storica con la sua famiglia.

«Federico è coetaneo e compagno di scuola di mio figlio Andrea: alla Sacra Famiglia sono stato catechista del loro gruppo dalla prima confessione alla cresima. È stato così che ho conosciuto Lino e Patrizia. 

Dopo la morte di Federico li ho seguiti “a distanza”, incapace di accettare fino in fondo la tragedia che li ha coinvolti. È un legame di solidarietà alimentato anche dalla conoscenza di Stefano, il fratello di Federico, amico di mia figlia Irene».

Quando e come hai reso partecipi i suoi famigliari e i suoi amici di questo tuo progetto di una canzone a lui dedicata? E come hanno reagito?

«Ai primi di luglio avevo la versione “grezza” della canzone: ho chiamato Lino e sono andato da lui a fargliela sentire. C’era anche sua mamma: per me è stato un momento molto intenso e loro, commossi, mi hanno incitato a proseguire. Insieme abbiamo scelto il titolo che è l’inizio dell’ultima strofa. 

Successivamente ho inviato la prima registrazione, fatta alla buona con lo smartphone, e il testo a Patrizia, la mamma di Federico: anche lei mi ha incoraggiato. A seguire ho inviato il tutto al gruppo degli amici del Comitato Federico Aldrovandi 2005–2025 che mi hanno inserito nel programma del concerto del 27 settembre. L’esecuzione poi è saltata a causa del fortissimo temporale che si è scatenato proprio nel tempo a nostra disposizione».

Come sempre capita per i tuoi progetti musicali, anche questo brano vede diverse collaborazioni artistiche: ce ne vuoi accennare? 

«Conosco i miei limiti da “chitarrista da parrocchia” e da pianista che ha smesso di studiare nel secolo scorso: per questo sono fortunato ad avere amici a cui posso rivolgermi. Corrado Calessi ha fatto un bellissimo arrangiamento e ha coinvolto musicisti di grande valore a cui si è aggiunta Erika Corradi con la sua bella voce (che supporta la mia che a volte rivela la mia emozione) e ha curato i riempimenti vocali. 

Abbiamo registrato nella taverna-studio di Corrado: per me una sensazione speciale sapendo che al piano di sopra abita il maestro Pierluigi Calessi che tanti lettori della Voce ricorderanno come direttore storico dell’Accademia Corale Vittore Veneziani. Era pronto ad accompagnarmi dal vivo anche un quartetto d’archi ma il temporale di cui sopra lo ha impedito».

In questo tuo brano ci trovo un’ambivalenza: da una parte un senso di sconforto, di disillusione, di crudo realismo nei confronti dell’ingiustizia che spesso sembra dominare questo mondo (la «menzogna», il «marcio», la «miseria» umana, «l’indifferenza»); dall’altra parte una speranza sempre viva (un futuro vivo, una luce che sempre si accende…). In quale tensione stanno i due poli, nel tuo cammino di fede e nella vicenda di Federico?

«La tensione fra questi poli penso sia il nucleo dell’esperienza di molte persone: sicuramente vale per me. Tra lo sconforto e la fiducia ci si muove quotidianamente: penso alla forza con cui Patrizia, Lino e Stefano affrontano ogni giornata da vent’anni a questa parte. Nella canzone ho espresso una possibilità inserendo nel ritornello il salmo 85 (“Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno”): mi sembra uno slancio che non implica necessariamente uno sguardo di fede. 

Subito dopo, però, appare la fatica nella consapevolezza che “la speranza non è consolazione”».

Un’ultima domanda: quattro anni fa hai presentato il tuo brano dedicato a un’altra giovane prematuramente scomparsa, la Serva di Dio Laura Vincenzi. La storia di Laura e quella di Federico – pur diverse – hanno qualcosa in comune?

«Per me sono due canzoni nate entrambe quasi come volessero scriversi da sole e questo mi fa riflettere molto. Poi le loro diverse storie di sofferenza hanno in comune il coinvolgimento successivo di tante persone: Aldro vive con noi e Laura canta insieme a noi testimoniano una presenza importante.

Infine li immagino insieme, nel posto riservato a loro in Paradiso, a scrivere nuove canzoni da mandare qui da noi attraverso qualche persona».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 dicembre 2025

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La Croce e il sorriso: cosa ci insegna Laura Vincenzi

29 Mar

Il 26 marzo presentati on line il brano e il video a lei dedicati

Laura Vincenzi

La Croce e il sorriso, due termini che stanno “assurdamente” insieme nel Mistero pasquale. E Laura Vincenzi, la cui causa di beatificazione vede ora partire la tappa diocesana, ha incarnato a pieno questo Mistero. In diretta sul canale You Tube dell’AC diocesana, lo scorso 26 marzo è stata ufficialmente presentata la canzone “Laura canta insieme a noi” composta da Patrizio Fergnani, inno ufficiale che accompagnerà quest’importante periodo del processo di beatificazione. Percorso che a breve vedrà anche l’apertura del sito web www.lauravincenzi.org.

Irene Beltrami

«Se “Nulla è per caso” – ha riflettuto Nicola Martucci, Presidente AC diocesana – , allora la presenza del Signore rende ogni momento buono per la nostra conversione». Laura ci insegna questo nelle dimensioni dell’«interiorità, della responsabilità, della fraternità e dell’ecclesialità». «La mia esperienza con Laura è stata un inizio di percezione di Dio, di Colui che pienamente ama il mondo», è stata invece la testimonianza del fidanzato di Laura, Guido Boffi.Dopo gli interventi di Cristina Cinti, Referente per il processo diocesano, e Patrizio Fergnani, hanno preso la parola Irene Beltrami, voce solista nel brano, corista e catechista della parrocchia di Malborghetto, e Matteo Turrini, autore del video. Un prodotto artistico, quello di Turrini, di alta qualità, disponibile insieme al video della serata sul canale You Tube dell’AC di Ferrara-Comacchio.AC che ha visto anche l’intervento dell’Assistente diocesano don Michele Zecchin, il quale ha ben riassunto l’impatto che le parole di Laura nelle sue lettere possono avere: la sua reazione davanti a così tanto dolore vissuto può sembrare davvero «assurda, scandalosa, su questo non c’è dubbio». Ma la sua testimonianza, il suo cammino di vita è davvero, «profondamente pasquale». Una figura, dunque, che molto può aiutare anche in questa Settimana Santa.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 aprile 2021

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