Tag Archives: Religione

“Usciamo dalla crisi ancora più uniti”: parla l’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego

26 Giu

L’insegnamento della quarantena, povertà e lavoro, paritarie e universitari: ecco le prossime sfide della nostra Chiesa

perego 3 copia

a cura di Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 giugno 2020

 

Pandemia e risposta della Chiesa

Mons. Perego, veniamo da mesi difficili, spesso di isolamento, angoscia e incertezza. Secondo lei questo periodo ha permesso di riscoprire l’importanza delle relazioni, della prossimità soprattutto ai più deboli, del non dimenticarsi degli altri? Oppure ha non solo distanziato fisicamente tra loro le persone ma le ha allontanate a livello relazionale, le ha alienate e rese più impaurite e diffidenti?

Certamente questo tempo di Covid è stato un tempo in cui abbiamo riscoperto il valore delle relazioni e la povertà dell’autoreferenzialità e dell’individualismo. Al tempo stesso abbiamo scoperto i nostri limiti, in questa era scientifica e tecnologica che ci ha abituati a sentirci i padroni del mondo e a dimenticare i limiti della nostra creaturalità. Come anche abbiamo scoperto i limiti di un modello politico ed economico globale fondato sull’economia e sul profitto e poco attento ai mondi della fragilità e della salute, della gratuità e del volontariato, che abbiamo scoperto fondamentali in tempo di Covid.

La Chiesa universale ha saputo essere sorella e compagna di viaggio delle donne e degli uomini in questo periodo emergenziale? È riuscita, davanti a quei cortei di carri militari con le bare nelle nostre città, a dire una parola di speranza, di vicinanza nel dolore, nel timore e nella morte, una parola che potesse emergere nel frastuono mediatico?

La Chiesa è nel mondo, condivide le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce della gente, soprattutto dei più poveri (cfr. G. S. 1) e lo ha fatto anche in questo tempo, condividendo le stesse paure e le stesse ansie delle persone e delle famiglie. Ogni sacerdote è rimasto accanto alla sua gente, soprattutto agli anziani e alle persone sole, anche utilizzando le nuove tecnologie comunicative (telefonate, messaggi, incontri in streaming…). Come ha potuto ha offerto conforto, ha continuato a pregare e celebrare anche in una chiesa vuota. La Caritas diocesana e le Caritas parrocchiali non hanno mai cessato di dare i loro aiuti, anzi sono raddoppiate in Italia e anche a Ferrara le persone e le famiglie in difficoltà che sono state aiutate. Il mondo associativo e del volontariato cattolico ha inventato forme di vicinanza e di supporto: per la spesa – come ad esempio gli scout -, per le pulizie, per l’accompagnamento… Come Chiesa Diocesana abbiamo cercato di riflettere insieme, di pregare insieme; le mie lettere mensili avevano lo scopo di accompagnare la riflessione e la preghiera comune, per non perdere l’orientamento dentro la confusione causata dal rincorrersi delle notizie e dal prevalere della paura.

Che Chiesa locale ha visto in questo periodo di emergenza forzata, sia nella risposta del nostro popolo alla sofferenza del dover rinunciare all’Eucarestia (e a tutti i momenti comunitari) sia nella volontà di trovare, o meglio sviluppare, forme alternative di comunione, di essere Chiesa?

La fantasia della carità e della condivisione, la voglia di comunità, ha portato a inventarsi – nelle nostre parrocchie – nuove forme di preghiera comunitaria, momenti di ascolto della Parola, celebrazioni eucaristiche in streaming. I giovani spesso sono stati i protagonisti di queste alternative di comunione, nate in tempo di isolamento e di sofferta privazione della catechesi e della celebrazione eucaristica. Tutto questo non è avvenuto a scapito della realtà, ma proprio per non farci perdere il desiderio della realtà e della necessità dell’incontro e delle celebrazioni comunitarie.

Leggi l’intervista integrale sul sito de “la Voce”: https://www.lavocediferrara.it/post/usciamo-dalla-crisi-ancora-pi%C3%B9-uniti-parla-l-arcivescovo-mons-gian-carlo-perego

Missionaria e sperimentale, ecco come sarà l’Azione Cattolica: intervista al neo Presidente Martucci

26 Giu

Insegnante di religione, 42 anni, Nicola Martucci prende il posto di Chiara Ferraresi: “L’emergenza ci ha fatto capire che dobbiamo crescere nel settore della carità e del volontariato. Punteremo molto sulla formazione, aiuteremo lo sviluppo delle Unità Pastorali e cercheremo di far nascere o rifondare il Movimento Studenti, la FUCI e il Movimento Lavoratori”

di Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 giugno 2020

Nicola Martucci

Martucci, qual è la sua formazione ecclesiale?

Al 100% parrocchiale. Ho avuto la fortuna di crescere in una comunità radicata in un territorio difficile, che dalla sua fondazione ha dovuto e voluto essere una porzione del popolo di Dio caratterizzata dal modello ecclesiale narrato dal Concilio Vaticano II. Ho vissuto Lumen Gentium, Sacrosanctum Concilium, Gaudium et Spes e Dei Verbum fin da ragazzo prima di studiarle sui documenti. Questo senza dubbio ha dato al mio percorso di fede un orientamento preciso, nel quale sono radicato e che cerco di rendere bussola a tutt’oggi. A questo l’Azione Cattolica ha aggiunto consapevolezza e irrobustito il cammino formativo, l’esperienza fondamentale della democraticità, di uno stile che va oltre l’appartenenza parrocchiale e soprattutto la dimensione diocesana dell’essere Chiesa, aprendo le porte e abbattendo l’idea di orticelli e fazioni inutili e dannose. Il percorso di studi in Scienze religiose ha fatto crescere ancora di più nei miei interessi la teologia, l’attenzione alla dimensione culturale della fede, l’amore per la Sacra Scrittura.

Leggi l’intervista integrale sul sito de “la Voce”: https://www.lavocediferrara.it/post/missionaria-e-sperimentale-ecco-come-sar%C3%A0-l-azione-cattolica-intervista-al-neo-presidente-martucci

“Continuità e progetti per i giovani”: Spagnoletto nuovo Direttore MEIS

16 Giu

Interviste a cura di Andrea Musacci

Cambio al vertice del Museo nazionale ebraismo italiano e Shoah di Ferrara: “siamo un centro propulsore di dialogo fra fedi e lavoriamo per un’integrazione vera”

Rabbino capo della Comunità ebraica di Firenze, membro del Comitato scientifico del MEIS, una Laurea rabbinica presso il Collegio Rabbinico di Roma, un diploma di Sofer (lo scriba rituale e restauratore di testi ebraici) dell’Istituto Zemach Zedeq di Gerusalemme, e uno in Biblioteconomia della Scuola di Biblioteconomia Vaticana. E ancora: docente al Collegio Rabbinico Italiano e per l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, nonché collaboratore del Comune di Roma nell’ambito educativo e membro del comitato scientifico del Museo Ebraico di Roma.

Sono solo alcune delle voci del curriculum di Amedeo Spagnoletto, romano, 52 anni, nuovo Direttore del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah al posto di Simonetta Della Seta.

Spagnoletto, un avvicendamento nel segno della continuità, verrebbe da dire, essendo lei già membro del Comitato scientifico. Pensa che i prossimi 4 anni possano comunque segnare un rinnovamento?

Certamente l’esperienza fatta nel comitato scientifico mi ha dato modo di conoscere la splendida “macchina” MEIS che funziona grazie alla sinergia di uno staff affiatato e efficiente, ma è stata anche una palestra di dibattito e confronto ad altissimo livello, considerate le figure del mondo accademico e della cultura che lo componevano. Da questo punto di vista è stato un privilegio farne parte. La continuità sarà quindi in linea con il rigore scientifico delle iniziative e con l’intensità di attività che ha contraddistinto il quadriennio della direzione di Simonetta a cui va tutto il mio plauso e la riconoscenza per avermi lasciato un’istituzione in salute e ben organizzata. Per parlare di rinnovamento ho bisogno di prendere concretamente coscienza nei dettagli di ciò che è stato fatto. Non ho maturato convincimenti che mi spingono per ora a dare segni di discontinuità col passato.

Quali progetti ci sono in programma?

Il periodo pandemico ci impone molta cautela. Ma questo non deve essere un freno rispetto all’organizzazione di importanti iniziative. Stiamo lavorando su un progetto didattico ben articolato da offrire alle scuole di tutto il Centro-Nord e da attivare fin dall’inizio dell’anno scolastico. Sono convinto che il MEIS, proprio perché propone l’esperienza bimillenaria ebraica in Italia, sia il luogo più appropriato per raccontare a un Paese confuso che la via di un’integrazione responsabile e che non sacrifichi le identità è praticabile.

Sulla Festa del Libro ebraico: per l’edizione 2020 penserete a un ritorno alla Festa “vecchio stile”, su più giorni e con più iniziative non letterarie?

Una cosa è certa: all’interno della kermesse il largo pubblico deve trovare un motivo per partecipare, quindi presentazioni di libri sì, ma non solo. L’ambizione sarà quella di toccare i tasti più giusti per avvicinare i giovani.

Può aggiornarci sui lavori nella sede del MEIS?

Credo che per rispondere a questa domanda avrò bisogno di tempo per prendere coscienza con lo stato dell’arte.

Che frutti potrà dare nei prossimi anni un rapporto con la nostra comunità cattolica?

Il MEIS deve anche essere un centro propulsore di dialogo con tutti i credi presenti sul territorio. Fra i punti del suo statuto c’è quello di promuovere i valori di pace e fratellanza fra i popoli e l’incontro fra culture e religioni diverse. Credo che tutto questo debba avvenire sempre in stretta armonia con la Comunità ebraica di Ferrara ed i suoi autorevoli rappresentanti verso cui il MEIS rivolge rispetto e considerazione.

Della Seta: “In molti a Ferrara non credevano nella nascita del museo, ma poi c’è stato entusiasmo”

Simonetta Della Seta 2

foto Francesca Brancaleoni

Dopo 4 anni, alla scadenza naturale del mandato, Simonetta Della Seta lascia l’incarico di Direttore a Spagnoletto. Un quadriennio decisivo per il futuro del MEIS. Le abbiamo rivolto alcune domande per capire cos’ha rappresentato per lei.

Della Seta, ora che lascia il MEIS possiamo fare un bilancio: che museo eredita il suo successore?

Il nuovo Direttore trova un museo avviato e funzionante, riconosciuto in Italia e all’estero. Una macchina oleata, che ovviamente bisogna tenere in movimento e far conoscere sempre di più al grande pubblico. Le sfide non sono certo finite, ma il MEIS esiste, è guidato da un gruppo di lavoro professionale e coeso, ed è considerato un luogo rilevante e di interesse, non solo per i turisti, ma anche per le scuole di tutta la penisola. Con la nuova grande mostra storica che verrà inaugurata nel 2021 – e che è completamente pronta – dedicata al periodo dei ghetti e poi alla loro apertura (1516-1914), il MEIS offrirà al visitatore un percorso completo che va dall’epoca romana alla fine della seconda guerra mondiale. Inoltre parlerà di un tema molto attuale: come resistere nei ghetti e come uscirne liberi. Un messaggio universale che viene proprio dalla cultura ebraica. Quando sono arrivata a Ferrara, il museo era ancora un cantiere e a lavorare con me c’erano solo due persone. Ora il MEIS è sulla mappa della città, ma anche dei grandi musei nazionali e di quelli mondiali. È stato inaugurato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e visitato da tantissime personalità, nazionali ed internazionali della cultura. Tra queste: la senatrice a vita Liliana Segre, l’architetto Dani Karavan, lo storico dell’arte Salvatore Settis, l’ebraista Giulio Busi, gli scrittori israeliani A.B. Yehoshua e David Grossman, il regista Amos Gitai. Ne sono fiera.

Come fu, secondo lei, 4 anni fa l’accoglienza di Ferrara al progetto del MEIS?

Quando arrivai, in molti credevano che il MEIS non sarebbe mai nato. Erano trascorsi oltre 10 anni dalla legge istitutiva. Nel momento in cui però la città ha vissuto con noi il grande sforzo per aprire il Museo e la sua presenza vitale e coinvolgente, abbiamo ricevuto delle risposte commoventi, molto apprezzamento e tanto sostegno. Il MEIS dà anche lavoro a moti ferraresi, e questo è il modo migliore per farlo sentire un luogo del territorio.

La comunità ferrarese in questi 4 anni è stata collaborativa, riconoscendolo come parte della propria identità?

La città ha accolto il museo con curiosità ed entusiasmo. Sono stati creati rapporti intensi con tutte le realtà cittadine: dal Teatro Abbado all’Università, dal Conservatorio all’Ariostea, dalla Camera di Commercio ai più importanti circoli culturali della città. Il Comune è stato la prima istituzione a sostenere fortemente il progetto MEIS, offrendoci spazi nella città, facilitando in ogni modo le nostre attività e aiutando anche finanziariamente. Per noi è fondamentale che i ferraresi sentano il Museo come un loro luogo. Anche se il MEIS è un museo nazionale, è importante che la città lo consideri una sua perla e una vera opportunità per la diffusione della cultura e per l’attrazione del turismo.

Non solo in rapporto al MEIS, che città lascia, “aperta” e consapevole della propria identità sfaccettata? E una città più capace di fare i conti con la propria storia?

Ferrara è una città per alcuni versi conservatrice, ma anche accogliente e attratta dalle altre culture. Inoltre, tra le tante anime che l’hanno stratificata, quella ebraica è sempre presente; fa parte della sua storia e della sua cultura, e tutti ne sono consapevoli. Credo che Ferrara abbia cominciato da tempo a fare i conti con la propria storia, ma mi piacerebbe che al MEIS parlassero un giorno i figli di coloro che hanno subito la Shoah, con i figli di coloro che li mandarono a morire. C’è sofferenza in entrambi e solo tirando fuori anche la seconda – riconoscere con dolore che siamo anche i figli del male – il conto con la storia sarà completo.

E l’Italia rispetto a 4 anni fa è una nazione più aperta, rispetto all’ebraismo e alle altre minoranze? La spaventa il riemergere di certo antisemitismo?

L’antisemitismo è un fenomeno che esiste da secoli e sul cui sradicamento combattiamo ancora ogni giorno. Purtroppo alla sua base c’è l’ignoranza. Quando si conosce l’ebraismo, è assai più facile prevenire il pregiudizio. Per questo è così importante che il governo italiano abbia voluto un Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah. Il MEIS ha una funzione cruciale nella società di oggi, anche per arginare il razzismo diffondendo conoscenza. Questa è la sfida: non demoralizzarci in momenti in cui riaffiora il sentimento negativo, ma studiare, approfondire e creare conoscenza affinché esso non abbia più base. Chi visita il MEIS sa anche che uno dei nostri obiettivi è valorizzare la convivenza, lo scambio, l’incontro. Per noi è importante che il MEIS sia una casa pronta ad accogliere chiunque non si senta accettato per come è. Il nostro museo è uno specchio che riflette la bellezza impagabile della diversità che ci rende unici.

Qual è stato il rapporto con la nostra comunità cattolica?

Un rapporto strettissimo. Sono appena stata (una settimana fa, ndr) a salutare il Vescovo Perego che ha seguito con molta attenzione lo sviluppo del MEIS. Abbiamo anche organizzato diversi eventi di dialogo ebraico-cristiano e in generale inter-religioso. Abbiamo avuto anche un ottimo rapporto con l’Ente Palio che come è noto ha radici nelle contrade e nelle parrocchie. Uno scambio sempre positivo e molto autentico.

Qual è stata la sua più grande soddisfazione in questo quadriennio?

La più grande soddisfazione l’ho avuta l’ultimo giorno trascorso al museo: ho letto negli occhi dei miei collaboratori e di tutti coloro che vi lavorano la passione e l’amore per il MEIS, nonché la voglia di farlo crescere sempre di più.

E quale la sua più grande amarezza?

Non ho amarezze. Sono stati anni molto faticosi ma bellissimi. Anni in cui ho anche potuto imparare tantissimo.

Avrà qualche rimpianto…

Non ho nemmeno rimpianti perché so che il MEIS ha un futuro davanti a sé e sono fiduciosa di aver costruito un luogo che farà del bene alla nostra società.

Riguardo al suo nuovo incarico al Dipartimento Europa dello Yad Vashem, quali sono le sfide che la aspettano?

Lo Yad Vashem è un punto di riferimento mondiale quando si tratta di raccontare, documentare, testimoniare la tragedia della Shoah e trasmetterla alle nuove generazioni. A Gerusalemme mi occuperò soprattutto di formazione. La sfida sarà quella di mettere al centro non la morte, ma la forza della vita, la resilienza anche di fronte a situazioni estreme come la persecuzione e la deportazione. Sono persuasa che luoghi come lo Yad Vashem e come il MEIS servano a diffondere una cultura del bene. Sono questi valori, ebraici ma anche universali, che possono aiutarci ad arginare l’antagonismo, la mancanza di solidarietà e l’odio.

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2020

http://www.lavocediferrara.it

 

Antica sacrestia del Duomo, rinnovata bellezza

8 Giu

L’ambiente fra il campanile e l’abside della Cattedrale di Ferrara sarà presto riaperto

di Andrea Musacci

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa graduale rinascita della Cattedrale di Ferrara a breve conoscerà un’ulteriore importante tappa: nei prossimi mesi, infatti, l’antica sacrestia settecentesca a fianco del campanile tornerà al suo antico splendore. Dopo la ripartenza dei lavori all’interno del Duomo, sono quasi giunti a conclusione quelli di riparazione dei danni post sisma e miglioramento sismico della porzione di edificio affacciante da un lato su Piazza Trento e Trieste, dall’altro sulla zona absidale. Una volta ultimati, l’ampio ambiente sarà probabilmente utilizzato per la celebrazione di Messe feriali. Ma è ancora tutto da decidere. Fondamentali e doverosi, in ogni caso, sono stati i lunghi e complessi lavori non solo strutturali ma sugli imponenti armadi e sull’altare, che ridonano luce a un pezzo irrinunciabile della storia della nostra Chiesa locale. Nel terribile secondo bombardamento del 28 gennaio 1944, che colpì la città causando la morte di 202 persone, almeno 12 delle quali rifugiatesi nel campanile, oltre ai danni ingenti subiti dall’abside, venne colpita l’allora sede del Capitolo e l’antica sacrestia venne in seguito abbandonata. Da allora, fu sempre e solo usata come magazzino e ripostiglio. La lunga attesa è stata di recente ulteriormente prolungata per il rinvio dell’inaugurazione prevista tra marzo e aprile scorsi causa lockdown. I lavori di restauro, che hanno visto l’ex Amministratore del Capitolo della Cattedrale mons. Marino Vincenzi come primo promotore, sono stati progettati e diretti dall’arch. Maria Chiara Montanari, col cantiere diretto dal geom. Daniele Chiereghin della IBF Emilia di Ferrara, la supervisione tecnica dello studio “Struttura” srl e la sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio. I lavori strutturali sull’edificio sono stati eseguiti con i finanziamenti del MUDE (i contributi post sisma 2012, gestiti dal Comune di Ferrara), quasi 200mila euro spesi per consolidamento delle fondazioni, cuci/scuci delle murature, consolidamento, con iniezioni, dei muri, della volta, della parte strutturale della copertura, e per l’inserimento di un sistema di catene a due livelli. Tutti gli altri lavori sono stati, invece, finanziati dal Capitolo della Cattedrale, per un’ulteriore spesa di poco inferiore rispetto a quella del MUDE.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAQueste le operazioni svolte: restauro e pulizia del lampadario con aggiunta dell’argano a motore per calarlo in occasione delle necessarie operazioni di pulizia; restauro e pulizia dell’altare e degli apparati decorativi; rifacimento dell’intero impianto di illuminazione, con utilizzo di luci al led, e dell’impianto dell’acqua; nuovo impianto di sorveglianza (anche video) e nuovo impianto di riscaldamento a pavimento; rifacimento del pavimento stesso, restauro delle due porte (la prima, d’accesso e la seconda nella parete di fronte) e delle quattro finestre (due delle quali, una da un lato e una dall’altro, con comando elettrico); tinteggiatura interna (delle pareti e del soffitto) ed esterna con ripresa dei colori originali; infine, rifacimento del manto di copertura. Riguardo ai maestosi armadi in noce, in passato nella parte superiore ospitavano grandi candelabri, croci, paramenti, ostensori e reliquiari di grandi dimensioni, mentre gli scomparti più piccoli nella parte inferiore, soprattutto paramenti. Il loro restauro è avvenuto grazie alla CBM di Asolo, ditta trevigiana specializzata proprio nei restauri di mobili per le chiese. A inizio lavori, nell’autunno del 2017, gli addetti della CBM hanno interamente smontato gli armadi per portarli nei propri laboratori, dove è stata eseguita anche una prova di montaggio prima del ricollocamento lo scorso febbraio. Fra le operazioni, oltre alla finitura a cera e al trattamento antitarlo, sono state rifatte alcune serrature, cerniere, chiavi e maniglie in bronzo, e ridipinti gli interni. Infine, un’altra buona notizia per “riconsegnare” pur parzialmente gli ambienti esterni dell’area del Duomo: a breve è prevista la riapertura, pur con un percorso obbligato, dell’accesso della p.zzetta San Giovanni Paolo II da piazza Trento e Trieste.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2020

http://www.lavocediferrara.it

Duomo, riparte il cantiere interno

8 Giu

Don Zanella (Ufficio Tecnico diocesano): “non sappiamo ancora quando riaprirà”. In autunno i lavori nel Palazzo Arcivescovile

a cura di Andrea Musacci

F 2 - crocifisso rotot nel sisma 2012È ufficiale: l’8 giugno, dopo quasi un anno di sospensione, ripartono i lavori all’interno della Cattedrale di Ferrara. In questo periodo di emergenza legato al Coronavirus, tutti i cantieri hanno dovuto fermarsi. Solo un mese fa, dal 27 aprile, e molto gradualmente, sono stati un po’ alla volta riaperti. Ora tocca anche ai lunghi e complessi lavori riguardanti il nostro Duomo, chiuso al pubblico, lo ricordiamo, da marzo 2019. È una notizia tanto attesa e che non può che ridare speranza. L’incertezza del periodo non può però che riguardare anche le prossime tappe degli interventi. In ogni caso, come ci spiega don Stefano Zanella, Direttore dell’Ufficio Tecnico Amministrativo diocesano, “gli Uffici della Regione Emilia-Romagna e della Soprintendenza hanno continuato a lavorare autorizzando così il progetto presentato dall’Arcidiocesi e che riguarda i primi due pilastri della Cattedrale”. Gli interventi consistono nella “spicconatura, bendaggio e pulitura dei due soggetti ad oggi indagati e nel rafforzamento – tramite barre filettate iniettate all’interno – del pilastro che è stato identificato come pilota. Si proseguirà anche con l’indagine nei restanti di questi elementi architettonici per perfezionare questo tipo di lavoro su ogni parte dell’edificio. Indagando sui primi due pilastri – sono ancora parole di don Zanella -, agli antipodi della Cattedrale uno rispetto all’altro, si è potuto valutare un comportamento differente e proprio per questo si è adattato l’intervento unitario alle due specificità”. Dalla prima indagine era infatti emerso come i pilastri vennero costruiti attorno alle antiche colonne medievali (foto in basso a destra). Pilastri che, però, essendo tutti differenti fra di loro, richiedono di essere analizzati singolarmente. Per questo motivo, “i lavori che verranno successivamente realizzati sono conservativi e di rafforzamento locale per riuscire a restituire alla mole della basilica la solidità necessaria per poterla riaprire al culto. “Non siamo ancora in grado di stabilire date certe per la ripresa della normale vita liturgica e delle visite all’interno del massimo tempio cittadino – prosegue -, ma come accaduto già all’inizio di questo lungo percorso di recupero, continuiamo a cercare soluzioni fattibili e di sicurezza per venire incontro alle esigenze di tutti: sacerdoti, fedeli e turisti. Ringraziamo oggi – come otto anni fa – la competenza e l’attenzione da parte dei tecnici dell’Agenzia per la Ricostruzione e il Servizio Geologico, Sismico e dei Suoli della Regione Emilia-Romagna. Non manchiamo di sottolineare anche la presenza competente e collaborativa dei tecnici della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Bologna oltre che del Segretariato Regionale per i Beni Culturali”. In questi giorni ricorre il doloroso anniversario del sisma che nel 2012 colpì anche le nostre terre. “Da quei fatidici 20 e 29 maggio di otto anni fa – riflette don Zanella -, anche se con rammarico non sempre siamo stati in grado di restare al passo con i tempi burocratici, comunque come Ufficio Tecnico Amministrativo siamo riusciti a seguire le procedure di gare d’appalto e rendicontazione richieste dalla legislazione vigente”. Riguardo ai lavori sul campanile della Cattedrale, “richiamati” dall’impalcatura ancora presente sui vari lati, essendo, come per la facciata del Duomo, Stazione appaltante il Comune di Ferrara, la tempistica è differente. Per quanto riguarda, invece, gli interventi all’interno del Palazzo Arcivescovile, ci spiega don Zanella, “si sta completando la gara d’appalto. Molto probabilmente i lavori inizieranno il prossimo autunno”. Il pensiero, infine, va anche ai tanti altri progetti in Diocesi: “c’è ancora molto da realizzare, penso ad esempio alle parrocchie di Porotto o di Vigarano Mainarda che sono ferme in fase di progettazione e di autorizzazione. L’Ufficio Tecnico Amministrativo diocesano con impegno, perseveranza e professionalità, continua a sollecitare i tecnici incaricati ed i funzionari affinché quanto prima si possano vedere realizzati i cantieri e i lavori per restituire anche questa preziosa parte di patrimonio ecclesiastico alla comunità”.

IMG_5787

Cronistoria dei “tormentati” lavori sui pilastri

È ormai passato un anno e mezzo da quando è stata aggiudicata la gara d’appalto (vinta dallo Studio Leonardo s.r.l. di Bologna) e sono iniziati i lavori sugli otto pilastri del Duomo ferrarese. Tra novembre e dicembre 2018, interrotte le operazioni sulla facciata, partì il cantiere interno all’edificio, che rimase aperto al pubblico fino al marzo successivo. Si è iniziato dal cosiddetto “pilone prova”, che, come toccherà agli altri, ha subito un intervento invasivo, una “svestizione” totale da intonaco, affreschi, fregi e statue, per riuscire a vedere e a rafforzare il pilastro originario, com’era cioè nella costruzione o almeno nell’ultimo secolo e mezzo. I lavori sono durati alcuni mesi e a fine luglio scorso è stato presentato il progetto – poi approvato – per il restauro alla Commissione congiunta, con i risultati sui primi pilastri. Ricordiamo anche come lo scorso ottobre, dopo tre anni e mezzo, buona parte dell’impalcatura della facciata (ad eccezione del protiro) venne rimossa insieme al telone artistico realizzato da Lorenzo Cutùli, non sapendo quando potranno essere ripresi i lavori. Infine, lo scorso dicembre un’altra speranza, pur con tutte le cautele del caso, era stata data da don Zanella nel corso della conferenza stampa di fine anno: quella di poter riaprire (in alcuni giorni, in alcuni orari) nei primi mesi del 2020 la parte del transetto dell’Altare della Madonna delle Grazie. Il lockdown ha tolto ogni dubbio.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2020

http://www.lavocediferrara.it

“Genitori in cammino”, da 25 anni insieme nel dolore e nella speranza

11 Mag

Il gruppo annualmente è in contatto con un migliaio di persone che hanno perduto prematuramente un figlio

di Andrea Musacci

Pellegrinaggio Sesto al ReghenaUn migliaio di genitori che hanno vissuto il dramma della perdita prematura di un figlio. È questo il numero di persone che annualmente, in modi diversi, più o meno indirettamente, vengono contattate dal gruppo diocesano dei “Genitori in cammino”. Gruppo che nel 2020 compie i 25 anni di vita. “Inizialmente, dopo l’avvenimento – ci spiega Ugo Marchesini, portavoce dei “Genitori in cammino” -, si è costituito un piccolo nucleo spontaneo, fino ad allora sconosciuto, con un colpo di telefono, per condividere il dolore. Nel febbraio ‘95 alcuni di noi hanno partecipato al primo ritiro spirituale nella Comunità Monastica di Bose (VC), dove abbiamo ricevuto una ‘sferzata’ positiva da Enzo Bianchi. Dopo un lungo percorso, ci siamo rivolti all’allora Arcivescovo Mons. Carlo Caffarra. I genitori colpiti dalla perdita di un figlio sono stati avvicinati dopo aver organizzato, in collaborazione con i parroci, sante Messe in suffragio in diverse Parrocchie della Diocesi. In seguito è stato un passaparola. Il vero cammino di fede è nato, quasi casualmente – prosegue -, dopo aver riflettuto sul fatto che l’accaduto non poteva essere imputato all’uomo, ma dovevamo rivolgerci un po’ più in Alto, così sono iniziati i nostri incontri di fede con la lettura, l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio, in particolare con il commento del Vangelo secondo Giovanni”. Il gruppo dei “Genitori in cammino”, che ha mons. Mario Dalla Costa come Assistente spirituale, da sempre si ritrova nel Seminario di via G. Fabbri a Ferrara, seguendo anche i seminaristi nel loro percorso, anche se, riflette, “la loro scarsità è la realtà che manca di più, pensando in particolare alle coppie che si avvicinano per la prima volta”. Chiediamo a Marchesini con quale frequenza si incontravano in Seminario prima dell’attuale emergenza. “Fino al 31 gennaio ogni quindici giorni con un gruppo ristretto per l’ascolto e il commento della Sacra Scrittura di un brano commentato da don Michele Zecchin. L’ultimo sabato di ogni mese, invece, con un gruppo più consistente ci si trovava per l’ascolto di una riflessione su un tema spirituale trattato dal Rettore Mons. Valenti o da un sacerdote invitato appositamente, incontro che si chiudeva con la celebrazione della santa Messa”. In questi due mesi di lockdown, “la vicinanza – ci spiega ancora – è continuata con contatti telefonici e con messaggi individuali soprattutto con le persone rimaste sole, e tramite la creazione di un gruppo WhatsApp”. Domenica 10 maggio il nostro Arcivescovo Mons. Gian Carlo Perego ha presieduto la S. Messa annuale per il Gruppo “Genitori in cammino” dalla Basilica di San Francesco a Ferrara. Per l’occasione, la Messa è stata trasmessa in diretta streaming dal sito diocesano (https://arcidiocesiferraracomacchio.org/).

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it .

Quel tocco che libera: su GMG, “Quarantesima” e tatto

30 Mar

FOTO PRIMA gmg6

di Andrea Musacci

Nelle nostre società sempre più immerse in infinite reti virtuali, spesso si riflette su come si sia stia andando perdendo il senso del tatto. O, comunque, come questo sia sempre più impoverito nella riduzione all’uso che se ne fa in relazione ai dispositivi digitali (tablet, smartphone, senza considerare il mouse del pc). In particolare in questo periodo di “segregazione” collettiva, tanti sono già gli allarmi sull’abuso ancora maggiore che i più giovani – ma non solo – possono fare del virtuale. Questa domenica si celebra l’annuale Giornata Mondiale della Gioventù. Nel suo Messaggio per la Giornata, Papa Francesco a un certo punto scrive: “Oggi spesso c’è ‘connessione’ ma non comunicazione. L’uso dei dispositivi elettronici, se non è equilibrato, può farci restare sempre incollati a uno schermo. Con questo messaggio vorrei anche lanciare, insieme a voi giovani, la sfida di una svolta culturale, a partire da questo ‘Alzati!’ di Gesù (cfr. Lc 7,14, ndr). In una cultura che vuole i giovani isolati e ripiegati su mondi virtuali, facciamo circolare questa parola di Gesù: ‘Alzati!’. È un invito ad aprirsi a una realtà che va ben oltre il virtuale”.

Partendo da questo invito del Santo Padre abbiamo interpellato i giovani della nostra Arcidiocesi, ponendo loro quattro domande/tracce di riflessione. In ognuna – come vedrete in queste pagine (leggi su http://www.lavocediferrara.it) – partendo da un brano del Messaggio, abbiamo proposto loro alcuni spunti per meditare sul proprio percorso di fede inteso come cammino comunitario, sguardo e gesto concreto sugli altri e sulla personale esperienza di Dio. Ma quell’invito del Pontefice ad alzarsi e ad aprirsi alla realtà dell’Altro è inscindibile da un contatto, dalla messa in gioco diretta della propria corporeità. Gesù lo fa in maniera sconvolgente: la sua missione “consiste nel realizzare, attraverso il tatto, il dono che Dio già fece con la Torah”, scrive Hadjadj in “Mistica della carne”. “Egli impone le mani sui malati, si lascia toccare dall’emorroissa, preme la bocca sugli occhi del cieco, sputa in bocca al sordo-muto”. Si pensi anche a quando “toccò la bara” del figlio della vedova di Nain prima di farlo risorgere (Lc 7,14, cfr. sopra).

“È il tocco di Gesù, il Vivente, che comunica la vita”, scrive il Papa nel Messaggio per la GMG 2020. “Un tocco che infonde lo Spirito Santo nel corpo morto del ragazzo e riaccende le sue funzioni vitali. Quel tocco penetra nella realtà di sconforto e disperazione. È il tocco del Divino, che passa anche attraverso l’autentico amore umano e apre spazi impensabili di libertà, dignità, speranza, vita nuova e piena”. In questa “quarantesima” fatta di lontananze e solitudini, reinventiamo, o riscopriamo, nuovi modi di “toccare” l’altro, di “essere-prossimo”: di venire in contatto col cuore delle persone vicine o lontane, per aiutarle a non cadere, o, una volta cadute, a rialzarsi.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 aprile 2020

https://www.lavocediferrara.it/

http://lavoce.epaper.digital/it/news

E se riscoprissimo la parola e la dimora? Una riflessione tra Quaresima e quarantena

9 Mar

di Andrea Musacci

The-Division-Bell-1994In queste settimane di emergenza per il coronavirus abbiamo avuto modo di constatare come la “quarantena” derivata da cause sanitarie abbia coinciso con la Quaresima in vista della Pasqua. Quaranta giorni (simbolici o non) nei quali l’isolamento più o meno coatto rispetto a specifici luoghi del consorzio umano si è sovrapposto al periodo di preghiera e raccoglimento. E nel quale – sempre in un’irreale atmosfera buñueliana – gli inutili assalti ai supermercati per riempire quanto più possibile i nostri “granai” hanno coinciso col periodo per antonomasia dedicato al digiuno. Quaresima e quarantena richiamano due modi di intendere il rapporto col tempo e lo spazio tra loro correlati: da una parte, l’insostituibile calore della dimora, del perimetro familiare, del proprio universo valoriale – non soggetto alle mode e alle opinioni -, della casa come luogo d’identità; dall’altra, il calore della parola poetica (in senso lato), la bellezza del dialogo inteso come ricerca, comune e sofferta, di una verità da abitare. Due dimensioni purtroppo sempre meno di moda, nell’epoca delle violenze verbali sempre più diffuse sui social, spesso pseudo luoghi di verà “socialità”.

Chi si ferma è perduto!

Nell’ultimo saggio di un giovane filosofo francese, François-Xavier Bellamy, dal titolo “Dimora” (Itaca, 2019 – che avrebbe dovuto presentare a Ferrara il 27 febbraio), modernità e contemporaneità sono criticate in quanto epoche del culto del movimento fine a se stesso, quindi di ciò che più è antitetico all’idea di “casa” e di bellezza della parola. Una deriva, questa, che pare inarrestabile, dove prudenza e discernimento sono viste come inutili resistenze al dominio della dromocrazia, di cui parlava già Paul Virilio nel 1977. Pare di sentire, ancora oggi, infatti, pur in forme diverse, le grida di oltre un secolo fa dei futuristi: “La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno” (…). Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente” (“Manifesto del Futurismo”, F. Marinetti, 1909).

La casa come compimento di sé

“Comprendere” qualcosa, senza lasciarsi travolgere da quel “movimento aggressivo”, richiama il “contenere in sé”, l’abbraccio. Rimanda, quindi, inevitabilmente, alla casa, simbolo concreto di solidità, di consistenza e di permanenza, il contrario dell’“alloggio”. “Abbiamo bisogno di una dimora – sono parole di Bellamy nel libro sopracitato -, di un luogo dove ci possiamo ritrovare, un luogo che diventi familiare, un punto fisso, un riferimento intorno al quale il mondo intero si organizzi. La casa è il centro costruito dalla libertà, da una memoria, da un’esperienza e intorno al quale si organizza la consapevolezza dell’universo intero”. Trasmettere ed ereditare un universo affettivo e valoriale è ciò che di più essenziale una persona può raggiungere nella propria vita. Obiettivo difficile se i territori dove viviamo sono sempre più invasi da quello che l’antropologo Marc Augé quasi trent’anni fa in un suo celebre libro definiva “nonluoghi”, qualcosa per definizione dove non può formarsi identità, quindi né relazioni reciproche né una storia comune Torna alla mente un romanzo di Milan Kunder, “L’identità”, nel quale il tormentato rapporto tra due coniugi, Jean-Marc e Chantal, si gioca in buona parte sull’incapacità di lei di definirsi: all’inizio, cercando lo sguardo degli estranei (“gli uomini non si voltano più a guardarmi”, corsivo mio, ndr); nel finale, nell’alcova matrimoniale, dove Chantal da (non) osservata diventa osservatrice, ma di Jean-Marc (“non staccherò più gli occhi da te” – corsivo mio, ndr). Questo, però, solo dopo aver compiuto un lungo, faticoso e coinvolgente peregrinare, che la farà diventare una persona diversa e ri-comprendere davvero come lo sguardo del marito su di lei sia quello che maggiormente può aiutarla a definirsi: lo sguardo che può farla sentire a casa.

La Parola da riscoprire e abitare

“Ricordo con profonda commozione il tempo in cui camminavo con la folla / verso la casa di Dio, / tra i canti di gioia e di lode / d’una moltitudine in festa” (Salmo 42)

E allora la comprensione di sé e dell’altro-da-sé dovrebbe trovare, oggi, terreni più fertili dove potersi sviluppare – in modo libero, non predeterminato, creativo e non dato – ma il più possibile pieno. Una dromomania violenta tipica dei nostri tempi – come accennavamo all’inizio – è quella riguardante la comunicazione, sempre più fagocitante e spersonalizzante: “in un mondo invaso dall’onnipresenza del digitale e dalla liquefazione della parola – scrive Bellamy sempre in “Dimora” -, mi sembra che la massima emergenza politica sia quella della risurrezione del linguaggio”. Riaffiorano alla mente parole di Heidegger: “nel pensiero l’essere perviene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora” (“Lettera sull’umanismo”, 1946). “Più lento, più profondo, più dolce”, suggeriva invece Alexander Langer come nuovo modo di abitare non solo le nostre case, ma il nostro mondo, compreso quello comunicativo. La parola – poetica, letteraria o della preghiera – evoca il mistero, lo invoca, richiama la bellezza, facendola ogni volta riaffiorare dall’oblio sempre incombente. Il dominio della tecnica moderna, diceva già nel ’63 Augusto Del Noce, porta, invece, “alla perdita della nozione tradizionale di otium; (…) abolisce il tempo sacro; (…) sostituisce la preoccupazione del fare a quella di essere” (“Appunti sull’irreligione occidentale”). Andrebbe quindi – a rischio di passare per folli – ridimensionata questa bulimia comunicativa, questa invasione di informazioni e immagini; e andrebbe, invece, rivalutata la ricerca personale e collettiva, lo studio, il discernimento, la contemplazione immersiva nel bello. Dovremmo tentare di far rifiorire il linguaggio come espressione dell’anima e dei suoi abissi, e il dialogo e l’ascolto della parola (scritta e non) come luogo reale d’accoglienza dell’altro: in questo, infatti, potremmo scorgere quel punto d’incontro fra il bisogno mai sopito di una dimora nella quale trovare pace e identità, e quel desiderio di mettersi in cammino per cercare, mai sazi, l’altro e noi stessi (come nel sopracitato romanzo di Kundera), ben diverso da certo errare evanescente ed eteroindotto. Seguiamo quindi, in questa Quaresima, l’invito del Papa a riscoprire l’importanza del Vangelo: “Quanto più ci lasceremo coinvolgere dalla sua Parola, tanto più riusciremo a sperimentare la sua misericordia gratuita per noi” (Messaggio per la Quaresima 2020, 2). Coinvolgimento che può diventare parte irrinunciabile del nostro cammino di comprensione, un cammino continuo e incerto che compiamo coscienti di essere diretti verso la “casa del Padre” (Gv 14, 2).

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2020

https://www.lavocediferrara.it/

http://lavoce.epaper.digital/it/news

 

L’amore ai tempi del coronavirus

24 Feb

coronavirus

“Sospensione” è uno dei termini chiave di queste giornate surreali nelle quali buona parte delle nostre normali, frenetiche attività è interrotta, annullata o rinviata. Sospesa, appunto, in attesa.

Una situazione emergenziale che mette, ancora una volta, a nudo la nostra condizione umana, di esseri esposti alla malattia e alla morte, ma che noi, nelle nostre piccole “superbie” di uomini moderni ci convinciamo a non considerare possibile. Oppure, che ci illudiamo di poter sempre prevenire ed evitare. Qualcosa, che al massimo, avremmo potuto seguire a distanza, nascendo e perlopiù colpendo popolazioni – come quelle della Cina – distanti da noi oltre 7mila km.

Eppure questa condizione di “inaspettata” – assurdamente “inaspettata” – riscoperta della nostra fragilità, e di conseguente sospensione, ci spiazza, facendo riemergere ombre irrazionali dentro di noi che ugualmente pensavamo di non possedere, che non potessero appartenere a un mondo come il nostro fondato sul calcolo e il controllo.

Una condizione di sospensione, dunque, nuova ma in realtà antica come il mondo, e che porta a un’altra conseguenza: la possibilità di nuovi tempi dilatati di silenzio nelle nostre quotidianità, di maggior decantazione di azioni e pensieri, in una solitudine che trascenda l’“isolamento” obbligatorio ma diventi occasione per una riscoperta di relazioni gratuite, di quiete e meditazione. Una possibilità di iniziare il tempo quaresimale un po’ più liberi dalle usuali “tentazioni” delle nostre frenesie, urgenze e routine.

Nel Vangelo della domenica appena trascorsa (Mt 5, 38-48) abbiamo letto le ben note parole di Gesù: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano… ». In questa irreale atmosfera di suspense, riscopriamo, quindi, da un lato la bellezza della prossimità non casuale, l’amore come attenzione e fiducia nell’altro a noi vicino – non possibile “untore” di cui diffidare ma potenziale “alleato” nella difficoltà che tutti accomuna. Dall’altro, ridiamo un senso non banale all’amore per il “lontano”, così spesso additato, in quanto tale, come “nemico” più o meno potenziale, ma in realtà come noi segnato da una simile – umanissima – angoscia. Ripensiamoci, dunque, fratelli e sorelle in questa quotidianità ancora una volta messa alla prova, in questa sempre nuova attesa, che possa essere non di timore ma di speranza.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 febbraio 2020

e sul Sir: https://www.agensir.it/chiesa/2020/02/28/lamore-ai-tempi-del-coronavirus/

https://www.lavocediferrara.it/

I Gesuati, nuova casa delle universitarie

24 Feb

a cura di Andrea Musacci e Nicola Mantovani

Il problema dell’insufficienza degli alloggi per le iscritte e gli iscritti al nostro Ateneo ha visto anche l’impegno della nostra Arcidiocesi: Il Complesso di via Madama a Ferrara (di proprietà del Seminario) da alcuni mesi accoglie alcune decine di studentesse del nostro Ateneo. Ecco i lavori fatti e quelli da completare nei prossimi mesi

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Un complesso conventuale quattrocentesco, per cinque secoli abitato prima dai Gesuati poi dai Carmelitani Scalzi, da alcuni mesi è diventato un Collegio universitario femminile. Parliamo dell’immobile detto “San Girolamo dei Gesuati” di via Madama 40 a Ferrara, di proprietà del Seminario Arcivescovile, il cui alto e lungo muro di cinta copre buona parte della breve strada a due passi dalla Basilica di S. Maria in Vado. Le antiche celle dei frati, così, sono diventate le camere da letto di una struttura ricettiva più che mai necessaria in una città come Ferrara sempre più alla ricerca di nuovi posti dove poter ospitare i numerosissimi studenti universitari.

Cos’è stato fatto…

“Lo scorso maggio ho preso la decisione di utilizzare a questo scopo l’immobile”, ci spiega don Paolo Valenti, Rettore del Seminario. E’ bastato il passaparola: “prima di ferragosto, le stanze erano già tutte prenotate, il 1° settembre l’edificio era già pronto per accogliere le ragazze”, dopo aver rinfrescato, per le stanze del primo piano, le tinte dei muri e adeguato l’impiantistica alle normative vigenti. Ma il lavoro più importante, sia dal punto di vista delle lavorazioni che economico, si è svolto al piano terra, dove si è dovuto provvedere al rifacimento di tutta l’impiantistica elettrica, di sicurezza e parzialmente anche idraulica, irrimediabilmente compromesse dall’umidità accumulata nei muri precedentemente alle demolizioni e poi dalle demolizioni stesse. Si sono quindi realizzati i nuovi intonaci con materiali idonei, selezionati insieme alla Direzione Lavori e con la consulenza di ditte specializzate. Le ragazze che alloggiano nel complesso di via Madama – alcune decine – sono perlopiù iscritte a Medicina e Biotecnologia e provengono da ogni parte della Penisola – dalla Calabria al Trentino, dalla Puglia al Veneto, solo per citarne alcune. Vivono in stanze singole, alcune al piano terra e la maggior parte al primo piano e hanno a disposizione ampi e ariosi spazi comuni, tutti ristrutturati: all’entrata un ambiente principale con, oltre alla reception, la sala mensa dove poter mangiare e studiare. E ancora, la cucina (arredata per essere autogestita), parte di un chiostro – utilizzato e molto apprezzato come zona studio comune –, una sala televisione, la lavanderia attrezzata con strumentazione a gettone, oltre agli spogliatoi per i dipendenti. Le studentesse possono inoltre usufruire di un parcheggio, di posti per le biciclette e wi-fi e prima colazione gratuiti. E di vivere in una zona tranquilla, centralissima, e vicina alle fermate dei principali mezzi pubblici lungo corso Giovecca. Per qualsiasi necessità possono rivolgersi ai loro due “angeli custodi”, Sergio e Cristina, che si occupano della reception, della pulizia degli spazi comuni e della manutenzione ordinaria.

…e cosa verrà fatto

Ma a un anno dall’ingresso delle prime ragazze, don Valenti conta di finire un’altra tranche di lavori: “per il prossimo 1° settembre – ci spiega – contiamo di terminare gli intonaci in alcune stanze e nel chiostro già parzialmente utilizzato. Nell’ala nord-est (quella su via Savonarola) concluderemo i lavori nell’antico refettorio, per ricavarci una sala conferenze e studio”, facendola così tornare all’uso che aveva prima dei lavori. Una sala stupenda, questa, con al centro del soffitto il monogramma raggiato di Cristo (ideato da S. Bernardino) e, nella parete in fondo, i dipinti di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce. Anche le salette attigue diventeranno aule studio. Entro il 1° settembre, inoltre, sarà aperta una nuova e più ampia sala tv e verranno restaurate altre stanze da letto e il chiostro piccolo, quello confinante con il convento dei padri carmelitani. Da settembre, infine, sarà realizzata una palestra al primo piano, restaurata una scala secondaria e completato il sistema di videosorveglianza. Infine, per il rifacimento degli intonaci del porticato esterno si dovrà attendere ancora un anno.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 febbraio 2020

https://www.lavocediferrara.it/