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Essere fecondi, non produttori di morte

16 Nov

Teresa Bartolomei e Silvano Petrosino hanno riflettuto sul tema “Terra nostra? La casa dell’umano e l’ecocidio imminente”. L’incontro si è svolto on line il 12 novembre in occasione di Book City Milano: “passiamo da un’etica del successo a una della cura” per realizzare davvero l’abitare come “convivenza e accoglienza”

L’essere umano è chiamato a «coltivare e custodire» il pianeta dove abita, ma al tempo stesso è responsabile di gravi atti di ecocidio.
Su questa contraddizione, che chiama in causa la teologia e l’antropologia, giovedì 12 novembre hanno discusso Teresa Bartolomei, teologa dell’Università Cattolica di Lisbona, autrice del libro ”Dove abita la luce?” e Silvano Petrosino (in grande nell’immagine con Bartolomei e Monda), docente di Antropologia filosofica dell’Università Cattolica e autore del libro “Dove abita l’infinito: trascendenza, potere e giustizia?”. L’incontro è stato organizzato on line su You Tube, in occasione di Book City Milano, dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e dalla Casa editrice “Vita e Pensiero”. “Terra nostra? La casa dell’umano e l’ecocidio imminente” è il titolo assegnato al dibattito introdotto da Antonella Sciarrone Alibrandi, prorettore dell’Università Cattolica e moderato da Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano.
Per “ecocidio” – neologismo nato negli anni ’70 dopo la guerra in Vietnam – si indica la distruzione diffusa, grave e duratura dell’ecosistema a opera dell’uomo, tale da dover essere giudicata a livello internazionale. L’uomo con la sua tecnologia, quindi, ha spiegato Bartolomei, può diventare «una potenza di morte e non di vita». È stato papa Francesco con l’enciclica Laudato si’ a chiamare l’ecocidio peccato. Riguardo al Giudizio universale raccontato nella Bibbia, la relatrice ha spiegato come con esso «Dio salvi l’uomo dagli effetti gravi del male compiuto da quest’ultimo, effetti che rompono l’equilibrio universale e il patto tra Dio e uomo». Come credenti e donne e uomini di buone volontà «abbiamo questa grande responsabilità e speranza» e dunque «dobbiamo trovare insieme soluzioni condivise in modo che prevalga l’etica della cura e non della performance e dell’oggettivizzazione del creato». Come cristiani, «scopriamo chi siamo solo riportando alla luce il fatto che siamo a immagine e somiglianza di Dio. Diversamente, diventiamo produttori di morte».
È partito da Genesi 2, 15 invece Petrosino, in particolare dai verbi «coltivare» e «custodire», a suo dire esplicativi del vero senso dell’abitare: «abitare non vuol dire necessariamente dominare, possedere o distruggere ma è possibile, per l’uomo, che significhi coltivare». Detto questo, per Petrosino, richiamando Lacan, anche «il possesso e la distruzione rimandano per l’uomo alla sua ricerca di un’identità»: «il distruggere è una pulsione negativa ma comunque creazionistica». Il problema del creato rimanda quindi sempre inevitabilmente al problema del soggetto, dell’essere umano. Ma anche nella Bibbia dal giardino di Genesi si arriva poi sempre «alla città, cioè – ha proseguito il relatore – al miracolo possibile della convivenza e dell’accoglienza fra gli uomini». L’abitare è dunque «incontrare qualcuno che dica “ti voglio bene”». La terra, ha quindi concluso, «è nostra, perché siamo attori, non subiamo la vita, siamo chiamati a coltivare», ma al tempo stesso «non è nostra perché siamo in affitto, non ne siamo i proprietari» e allo stesso modo «non possediamo la verità intesa come certezza assoluta»: saper accettare questo significa «essere in pace con se stessi. Riscopriamo invece la verità come fecondità».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 novembre 2020

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Uno sguardo profondo sulla rivoluzione in atto: il libro “Riflessioni per tempi incerti”

16 Nov

“Riflessioni per tempi incerti” è il volume corale con riflessioni sulla pandemia edito da Festina Lente. Tra gli altri, ospita contributi del card. Josè Tolentino De Mendonca, di Chiara Giaccardi, Pietro Gibellini, Emilio Isgrò, Mauro Magatti, Alberto Maggi, Alessandra Smerilli e Franco Arminio

«Indietro non torneremo o, meglio, ci torneremo poco e male. Ci sarà un po’ di inerzia, un po’ di riluttanza, ma il passaggio è avvenuto». Le parole sono di Luciano Floridi, docente di filosofia, e fanno parte dell’importante volume corale appena pubblicato dalla ferrarese Festina Lente Edizioni di Marco Mari.
“Riflessioni per tempi incerti” è il titolo del libro che raccoglie gli interventi di 11 personalità, frutto di una serie di video-conferenze organizzate da marzo a ottobre scorsi dalla Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura con sede a Brescia.
Sono scrittori, poeti, biblisti, artisti, economisti e sociologi: Luigi Alici, Franco Arminio, Carlo Bellavite Pellegrini, Luciano Floridi, Chiara Giaccardi, Pietro Gibellini, Emilio Isgrò, Mauro Magatti, Alberto Maggi, Alessandra Smerilli e il card. Josè Tolentino De Mendonca.
«Anche in situazioni di estrema difficoltà, in cui il dialogo interpersonale è fortemente compromesso, crediamo resti vivo l’insegnamento socratico di chiedersi qual è il senso di ogni cosa che facciamo, del rapporto tra il proprio agire e la propria “città”, ovvero del vivere insieme agli altri», scrive nell’Introduzione del testo Filippo Perrini, Presidente della Cooperativa bresciana.
Ed è quello che, da angolature differenti, provano a fare tutte le persone coinvolte, per riflettere, in periodi diversi, dell’emergenza che stiamo vivendo, su cosa ci insegna questa pandemia a livello spirituale, sociale, economico e relazionale.
«È un tempo purificatorio», riflette il card. Tolentino De Mendonca. «L’immagine prometeica che noi abbiamo – l’immagine di una onnipotenza che la nostra società vende come propria auto rappresentazione – è completamente fallita». Dobbiamo quindi, prosegue, costruire «processi di coscienza su noi stessi» e «processi di conoscenza di Dio». Sui processi riflettono ad esempio anche i coniugi e sociologi Giaccardi e Magatti. È la prima dei due a scrivere: «quello che ci aspetta è un guardare avanti, un mettere in movimento dei processi».
E lo sguardo di ognuno dei contributi è radicalmente proiettato nell’avvenire: «non vedo più una Chiesa che va avanti organizzando grandi eventi», è il pensiero di Smerilli. «Forse abbiamo capito che dobbiamo lavorare per processi, innescare processi, e, passo dopo passo, arrivare alle persone e portare la buona notizia».
Ma la profondità orizzontale, verso l’altro e verso il futuro, non può non accompagnarsi alla profondità interiore, dentro di sé e a fondo nel pur tragico presente, che ci costringe a gettarci alle spalle ipocrisie e scorciatoie. «Non è vero che la fragilità è uno stato accidentale e transitorio (…). La fragilità è una condizione costitutiva delle creature e del creato», scrive ad esempio Alici, ed è Maggi a riflettere sul senso cristiano del morire e sulla rimozione della morte nella società moderna e in particolare in quella contemporanea. Una rimozione terribile, che ci interroga sull’importanza di riscoprire una verticalità nelle nostre esistenze: «la poesia è una sorta di sentinella del sacro», riflette il poeta Arminio. «Noi abbiamo bisogno di intensità. Abbiamo bisogno di lavoro, ovviamente, di regole. Questo lo sappiamo. Però, abbiamo anche bisogno di intensità, di sacro, di senso. Direi pure che abbiamo bisogno di Dio».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 novembre 2020

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Quando l’anelito della fede si fa parola poetica

9 Nov

Il libro di Giovanna Massari edito da Faust edizioni

“I canti dell’esistenza” è il titolo del libro di esordio di Giovanna Massari, bondenese d’origine, classe ’57 residente a Ferrara. Edito per Faust Edizioni (Collana Arbolè, 58 p., prefazione dello storico Paolo Sturla Avogadri), il volume di brevi testi poetici uscito a giugno è espressione della forte sensibilità per la dimensione spirituale di questa ex dirigente d’esercizio alle Poste Centrali di Ferrara.
Senza infingimenti Massari lascia spazio al dolore, spesso usando la ricorrente immagine delle lacrime. La sua è una lucida disamina del vivere umano, a tratti anche cruda: «non siamo altro che poveri pezzi di carne», scrive. L’orrore del «mai più», «lo stillicidio inesorabile del tempo» pervadono le pagine, il senso della corruzione di ogni cosa creata le innerva, ma senza dominarle. L’ultima parola è ben altra, la vita – l’autrice sembra esserne pienamente cosciente – può conoscere l’«amore misericordioso di Dio», «la luce della vita eterna». Per questo l’invito a se stessa e a ogni lettore è «risplendi alla luce di Cristo!».
A luglio l’autrice ha inviato una copia del libro al Santo Padre. La risposta è arrivata il 10 settembre: «Sua Santità desidera manifestarLe cordiale gratitudine per il dono e per i sentimenti di filiale venerazione che hanno suggerito il premuroso gesto e, mentre assicura il Suo ricordo nella preghiera, invoca la materna intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparte la Benedizione Apostolica».
Una grande emozione che suggella la soddisfazione di veder pubblicati brani che dicono di una vita dedita alla fede, di un’interiorità capace tanto di profondo raccoglimento quanto di viva espressione delle più intime meditazioni.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 novembre 2020

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“Comunità e riscoperta del volto: da qui dobbiamo ripartire”

19 Ott

In vista dei nuovi corsi di aggiornamento, abbiamo incontrato mons. Vittorio Serafini, Direttore Ufficio IRC, per riflettere su com’è cambiato il ruolo degli insegnanti di religione nella scuola in tempo di covid. E per capire quali forme di resilienza adottare

di Andrea Musacci


“Il coraggio di andare oltre l’umano” è il titolo scelto quest’anno dall’Ufficio diocesano per l’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) per i corsi di aggiornamento 2020/2021 rivolti agli insegnanti di religione di ogni ordine e grado scolastico.
Abbiamo incontrato il Direttore dell’Ufficio diocesano IRC mons. Vittorio Serafini, per rivolgergli alcune domande sui temi scelti per i corsi.
Abbiamo incontrato il Direttore dell’Ufficio diocesano IRC mons. Vittorio Serafini, per rivolgergli alcune domande sui temi scelti per i corsi.


In un periodo così complicato – anche nella scuola – come quello che stiamo vivendo, quale può essere il valore aggiunto degli insegnanti di religione?
Il periodo del covid-19 non è un tempo complicato, ma complicatissimo. Da sempre si sottolinea che le finalità dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane sono quelle di agevolare la ricerca di risposte di senso ai perché della vita. Il dramma mondiale del coronavirus esige delle risposte sia sul piano delle paure, sia sul piano della responsabilità nei comportamenti. L’insegnante di religione può offrire tanto di fronte alle contraddizioni del momento presente e di fronte alle incertezze che riguardano il futuro. Teniamo anche presente che nella nostra Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio i ragazzi e i giovani che si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica sono circa l’80%.


Lei è in contatto con diversi di questi insegnanti: in questo primo mese di scuola in presenza dopo il lockdown, qual è l’umore prevalente? Quali situazioni si trovano ad affrontare?
Al termine dell’anno scolastico 2019-2020, dopo il periodo del lockdown, a seguito delle lezioni non in presenza, le lamentele sono state tante e forti. Molti insegnanti si sfogavano dicendo di essere stati costretti a lavorare il doppio, a ricorrere ad una tecnologia sulla quale non erano preparati, ad avere delle risposte inferiori da parte degli alunni rispetto alle lezioni in presenza. Con i primi mesi dell’anno scolastico 2020-2021 i disagi sono stati trasferiti sul piano dell’organizzazione generale degli istituti e delle singole classi: distanziamento nelle aule e nelle parti comuni, obbligo di indossare le mascherine, controllo di tutti gli spostamenti di entrata ed uscita. Una cosa comunque è certa: la scuola è per vocazione “in presenza”. Ogni altra soluzione è solo un’agevolazione ed un rimedio.


Venendo al corso d’aggiornamento: fra i temi che verranno trattati, mi soffermerei su quello del trauma e dell’educazione alla resilienza. Ci spiega come verrà declinato?
Il nostro Arcivescovo aveva suggerito di redigere un piano triennale dove prendere in esame tutte le principali religioni monoteiste. Avevamo pensato in questo primo anno lo studio della religione ebraica. Poi con la consulta ci abbiamo ripensato. Il coronavirus è stato un dramma per tutti e quindi anche per gli studenti e gli insegnanti che si sono trovati improvvisamente davanti ad un trauma che ha sconvolto il loro modo di vivere. Attraverso il corso di aggiornamento vorremmo far riflettere sul fatto che dobbiamo continuare a sentirci comunità. Con il lockdown infatti siamo andati contro il paradigma che ci si salva se si sta insieme, se si fa gruppo, se si sta uniti. Ora per diversi mesi si è predicato che solo stando lontani ed isolati possiamo sconfiggere il covid-19. È la prima volta che questo avviene in modo così esplicito e globale nella storia dell’uomo. Sono stati impediti, infatti, tutti i gesti che per cultura abbiamo sempre compiuto: darsi la mano, abbracciarsi, entrare in contatto fisico. Come risolvere il problema? Sarà fondamentale dare importanza agli sguardi, curare l’espressività del volto, esprimere gioia o dolore attraverso la luce degli occhi. Che cosa intendiamo per resilienza della quale vorremmo parlare? È la capacità di resistere agli eventi negativi, di superare le avversità in modo attivo e creativo. La persona resiliente è quella che trasforma uno svantaggio in un vantaggio.


Un altro tema, che verrà affrontato nei corsi, sarà quello delle religioni in tempo di covid. Mi ha colpito questa frase scelta per presentarlo: “L’epilogo più grigio sarebbe quello di lasciare cadere nell’irrilevanza l’esperienza vissuta”. Lei pensa che si stia correndo questo rischio, che nella società manchi un po’ una riflessione sul senso profondo di quello che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo?
L’esperienza dolorosa del coronavirus è stata vissuta dagli uomini di ogni religione. Tutti si sono organizzati nel continuare a pregare a distanza, sentendosi ancora comunità. I cristiani sono ricorsi a funzioni religiose con dirette via internet, con bollettini parrocchiali online o con conferenze video di sacerdoti e religiosi. Anche il suono delle campane ha aiutato a sentirsi uniti nella prova. So che molti buddisti hanno intensificato e rafforzato quegli esercizi della mente che aiutano a mantenersi tranquilli. In televisione si sono visti gli induisti pregare e meditare davanti ai loro piccoli templi domestici con le statue delle loro divinità. I musulmani, nella sofferenza per il fatto che la comunità non poteva riunirsi assieme per pregare, si sono rifugiati nella preghiera domestica e nello studio del Corano con i propri familiari. Insomma per tutti c’è stata la grande occasione per riscoprire i valori più autentici. Non è cosa da poco se in tanti hanno cominciato a discernere tra ciò che è superfluo e ciò che è indispensabile. Voglio credere che sia aumentata la compassione per chi soffre e che tanti abbiano recuperato l’importanza delle relazioni umane. Se il coronavirus non ha insegnato tutto questo, allora è stato un avvenimento traumatico e doloroso ma che …non ha educato a nulla.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 ottobre 2020

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Mons. Andrea Turazzi, gradito ritorno nella sua Ferrara

12 Ott
Foto Musacci

Il 9 ottobre Messa e presentazione del nuovo libro nella chiesa della Sacra Famiglia

Ritrovare le proprie radici, riscoprirsi a casa, in senso affettivo e spirituale.
È quello che ha rivissuto, seppur per poche ore, mons. Andrea Turazzi, da sette anni Vescovo di San Marino-Montefeltro, ma sempre rimasto legato alla nostra terra, lui originario del bondenese ma vissuto per quasi tutta la vita a Ferrara. E proprio qui, nella chiesa della Sacra Famiglia dove ha trascorso come parroco gli ultimi otto anni prima di essere ordinato Vescovo, lo scorso 9 ottobre, Solennità della Madonna delle Grazie, ha presentato il suo nuovo libro “Alle prime luci dell’alba”.
L’incontro è stato preceduto dalla S. Messa da lui presieduta e celebrata insieme al Vicario Generale mons. Massimo Manservigi, al parroco don Marco Bezzi, a don Michele Zecchin, don Luca Piccoli, don Joseph Sagahutu e Thiago Camponogara, ordinato sacerdote il giorno successivo. Le radici, dicevamo. Nella sua breve omelia mons. Turazzi ha preso le mosse dalla questione: quando nasce la Chiesa?
Nasce dalle parole di Maria all’angelo, «Eccomi, sono la serva del Signore» (Lc 1,38). «La Chiesa – ha commentato il Vescovo – nasce ogni volta che diciamo il nostro “sì” alla volontà del Signore». Ma per accettare la Sua volontà è fondamentale riscoprire «l’essenza della fede», come ha spiegato lui stesso nella successiva presentazione, svoltasi sempre in chiesa, sollecitato dalle domande di mons. Manservigi e alla presenza anche dell’Arcivescovo mons. Perego. Tra aneddoti – anche divertenti – e riflessioni teologiche, mons. Turazzi ha quindi accennato all’ossatura del suo saggio, imperniato sul Battesimo, la preghiera, la Riconciliazione – che significa il «godere della Misericordia di Dio» – e la devozione mariana. I pilastri della casa della nostra fede, insomma, con al centro, sempre, la Pasqua del Signore.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 ottobre 2020

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Luoghi liberati dietro il Duomo: piazzetta aperta e antica Sacrestia restaurata

5 Ott

Nuovi spazi agibili nell’area della Cattedrale di Ferrara:
il 3 ottobre è stata riaperta p.zzetta S. Giovanni Paolo II e inaugurata una mostra permanente di fotografie del Duomo. Presentata anche l’antica Sacrestia restaurata. Prossimamente, mostra coi busti degli Apostoli di Alfonso Lombardi

Parziali ma significativi passi in avanti, anche a livello simbolico, sono stati realizzati nel restauro dei luoghi annessi alla Cattedrale. La mattina di sabato 3 ottobre si è svolta la riapertura ufficiale dell’antica Sacrestia e della piazzetta San Giovanni Paolo II a ridosso del campanile: è stata tolta la recinzione che fino ad ora, per motivi di sicurezza, impediva l’accesso alla piazzetta e al cortile dell’abside e quindi lo sbocco in via Canonica. È stato mons. Ivano Casaroli, Presidente del Capitolo della Cattedrale, a presentare i lavori realizzati e ad anticipare come prossimamente avrà luogo una mostra coi busti dei quattro Apostoli realizzati dal ferrarase Alfonso Lombardi (nato intorno al 1497): le opere sono recentemente tornati al Capitolo della Cattedrale dopo essere stati in prestito al Polo Museale di Bologna, città dove Lombardi visse e fu molto attivo.


Mostra fotografica
La base del campanile ospita una galleria di grandi fotografie in bianco e nero – una quarantina – per tenere viva la memoria dell’interno della Cattedrale e ricordare i bombardamenti, in particolare quello del 28 gennaio 1944 che colpì la città causando la morte di 202 persone, almeno 12 delle quali rifugiatesi nel campanile, oltre ai danni ingenti subiti dall’abside. Allora venne colpita l’allora sede del Capitolo e l’antica Sacrestia venne in seguito abbandonata. In mostra, sia gli esterni dell’edificio sia gli interni, con le navate e tutti gli altari (centrale e laterali), l’abside e il coro ligneo, oltre ad alcune miniature del XV secolo dei Libri Corali conservati nel Museo della Cattedrale.
Oltre alla collaborazione con Dinamica Media e Digital Neon, è stato Giovanni Lamborghini, Archivista del Capitolo della Cattedrale, a compiere l’opera di ricerca e selezione delle fotografie dall’Archivio e dalla collezione dell’avv. Andrea Lodi, alcune realizzate negli anni ’70, ma la maggior parte scattate appunto negli anni ’40. Proprio quest’ultimo corposo gruppo fu realizzato dallo Studio “Vecchi e Graziani” di Giuseppe Vecchi e Ada Graziani. Lo Studio iniziò l’attività nel secondo decennio del ’900 in via Camposabbionario 11 per poi trasferirsi in via XX Settembre 131 e diventare nei decenni successivi uno dei più quotati in città. Giorgio Franceschini, assieme a don Giulio Zerbini, don Giuseppe Baraldi e don Alberto Dioli, per incarico dell’allora vescovo mons. Ruggero Bovelli documentò con estrema precisione lo scenario della Ferrara devastata dai bombardamenti: attraverso l’occhio fotografico di Vecchi, Franceschini e i sacerdoti del Seminario realizzarono un reportage intitolato “Bufere sul Ferrarese”, che fu mostrato anche a mons. Montini – futuro Paolo VI -, allora sostituto della Segreteria di Stato di Pio XII. Don Giulio Zerbini sul nostro Settimanale il 6 aprile 1969 nell’articolo “Compagni di messa del papa” scrisse: «All’indomani della fine del conflitto, l’arcivescovo di Ferrara mons. Ruggero Bovelli chiese ad un giovane studente: “…Sei appassionato di fotografia… preparami una documentazione sui danni arrecati dalla guerra alle chiese e alle opere ecclesiastiche…Roma vuol conoscere la reale situazione…”. Alla fine di dicembre 1945, grazie all’intensa collaborazione di Giuseppe Baraldi, Giulio Zerbini e Alberto Dioli, il lavoro era completato». Il volume “Bufere sul Ferrarese” fu stampato dalla Tipografia Artigiana di Ferrara nel 1981 con disegno in copertina di don Franco Patruno.


Antica Sacrestia ora agibile
Quattro mesi fa (v. “la Voce” del 12 giugno) avevamo presentato in anteprima la rinnovata Sacrestia dei canonici a ridosso del campanile della Cattedrale. La mattina di sabato 3 ottobre è stata ufficialmente presentata alla cittadinanza dopo il restauro, iniziato nell’autunno del 2017, reso possibile dalla collaborazione tra il Capitolo della Cattedrale e il Comune di Ferrara. L’inaugurazione avrebbe dovuto svolgersi tra marzo e aprile scorsi ma il Coronavirus ha bloccato tutto. A far da Cicerone è stato Giovanni Lamborghini, Archivista del Capitolo e dell’Archivio storico diocesano. Presenti tra gli altri il nostro Arcivescovo mons. Perego, l’Assessore Marco Gulinelli, oltre a Francesca Sbardellati e Chiara Montanari, rispettivamente ingegnere e architetto resposnsabili dei lavori. Un’Ave Maria ha chiuso l’inaugurazione.
Sopra l’altare si possono ammirare tre pregevoli opere d’arte (a destra): Una grande “Deposizione di Cristo” realizzata da Domenico Mona nel 1557, e portato dalla Cattedrale una volta aperta la Sacrestia, come anche l’affresco raffigurante il volto della Madonna, in origine dipinto a muro da artista ignoto. Infine, l’ottocentesco “Orazione di Cristo nell’orto” di Girolamo Scutellari.
L’antica Sacrestia settecentesca ha subìto interventi di riparazione dei danni post sisma e miglioramento sismico. Fondamentali anche i complessi lavori sugli imponenti armadi e sull’altare, per questo edificio per decenni usato come deposito.
I lavori, che hanno visto l’ex Amministratore del Capitolo della Cattedrale mons. Marino Vincenzi come primo promotore, sono stati progettati e diretti dall’arch. Maria Chiara Montanari, col cantiere guidato dal geom. Daniele Chiereghin della IBF Emilia di Ferrara, la supervisione tecnica dello studio “Struttura” srl e la sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio. Gli interventi strutturali sull’edificio sono stati eseguiti con i finanziamenti del MUDE (i contributi post sisma 2012, gestiti dal Comune di Ferrara), quasi 200mila euro spesi per consolidamento delle fondazioni, cuci/scuci delle murature, consolidamento, con iniezioni, dei muri, della volta, della parte strutturale della copertura, e per l’inserimento di un sistema di catene a due livelli.
Tutti gli altri lavori sono stati, invece, finanziati dal Capitolo della Cattedrale, per un’ulteriore spesa di poco inferiore rispetto a quella del MUDE.
L’ambiente sarà probabilmente utilizzato per lo svolgimento di incontri, ma è ancora tutto da decidere e di certo l’incertezza di questo periodo non aiuta.


Restauro del campanile
Per quanto riguarda i lavori sul Campanile – come ci spiega don Stefano Zanella dell’Ufficio Tecnico diocesano – il Comune di Ferrara, Stazione Appaltante, «sta approntando la gara per la progettazione. Sono un po’ in ritardo rispetto alla tabella di marcia causa emergenza Covid. Entro la fine del 2020 dovrebbero essere assegnati i lavori e la speranza è che entro un anno si possa avere l’autorizzazione per iniziarli concretamente».

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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Un modo diverso di vivere la comunione cristiana

5 Ott
Foto di Sergio Isler

La preghiera ecumenica svoltasi il 1° ottobre: nella campagna entro le Mura è stata l’Associazione Nuova “TerraViva” a ospitare l’incontro che ha visto riunite le diverse comunità cristiane del nostro territorio. Il coro moldavo ha accompagnato la preghiera

di Andrea Musacci
Foto di Sergio Isler

In un ambiente raccolto – un piccolo nido di legno protetto da una corona di alberi e piante – lo scorso 1° ottobre una cinquantina di persone si sono ritrovate, nella prima penombra della sera, per la preghiera ecumenica del Tempo del Creato.
Grazie alla felice intuizione dei nostri Uffici diocesani per l’ecumenismo e per la Salvaguardia del Creato, quest’anno, infatti, l’appuntamento di preghiera e meditazione con le diverse comunità cristiane si è svolto all’interno dell’area gestita dall’Associazione “Nuova TerraViva” di Ferrara. Attraverso un dedalo di strade asfaltate prima – da via delle Erbe -, di sentieri poi, proveniendo da piazza Ariostea in pochi minuti ci si ritrova nel pieno della campagna dentro le Mura, quella vasta area nel cuore di Ferrara nata dall’utopia di Biagio Rossetti. Dopo il saluto di Marcello Panzanini, alla Guida dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, è intervenuta Patrizia Spedo (foto a fianco), Presidente dell’Associazione ospitante che da 35 anni gestisce 4 ettari di verde, al cui interno l’area “Orti condivisi” è coltivata da soci e cittadini col metodo biologico, biodinamico e sinergico, e che vede anche la presenza di un allevamento di api e animali (capre, pecore, galline), un frutteto didattico e alcuni patriarchi/frutti antichi. Un esempio virtuoso di cura della natura e di una sua valorizzazione anche in senso pedagogico, viste le numerose attività ludiche e laboratoriali rivolte a bambini, ragazzi e persone con disagio.
Il momento di preghiera tra fratelli e sorelle cristiane è stato accompagnato da due magnifici canti (uno sulle Beatitudini, l’altro sul Gloria) eseguiti dal coro della comunità Ortodossa moldava “Uniti sub tricolor” (Uniti sotto il tricolore) – la bandiera della Moldavia -, coro composto da quindici donne e tre uomini, fra cui la guida padre Oleg Vascautan (foto in basso), il quale ha anche proposto una meditazione a partire dal passo del Libro dei Proverbi scelto per l’occasione (Pr 8,22-32). Passo, questo, che per padre Vascautan richiama a più riprese – in modo in parte misterioso – sia l’inizio di Genesi, sia alcuni passi del Vangelo secondo Giovanni. Una profonda riflessione sulla creazione e sull’essere umano come prima creatura – dunque “privilegiata” e con una maggiore responsabilità – all’interno del disegno di Dio “architetto”, creatura che conosce il proprio Creatore anche attraverso le Sue opere. E che è chiamato a sviluppare la sapienza, ciò che lo rende simile a Lui. La preghiera è stata guidata da padre Vascautan, padre Vasile Jora (comunità Ortodossa rumena), padre Igor Onufrienko (Chiesa ortodossa russa), Luciano Sardi (Chiesa Evangelica Battista) e dal nostro Arcivescovo.
Nella sua meditazione mons. Perego ha preso le mosse da quell’invito del Signore ai discepoli, “Non preoccupatevi”. Un invito a «non preoccuparsi di mettere al primo posto le cose materiali, ma di non perdere la relazione filiale con il Signore, il Dio Creatore di tutte le cose, Padre nostro. Infatti, Dio, Creatore di tutte le cose – che vede crescere ogni cosa, veste l’erba del campo – Creatore dell’uomo e della donna, Padre, potrebbe abbandonare chi si affida a Lui, chi cerca di realizzare il suo Regno, il suo disegno di salvezza? È questa domanda che deve guidare la nostra fede e lo stile della nostra vita». «La costruzione del Regno di Dio, regno di giustizia e di pace – ha proseguito -, non può essere indipendente dall’impegno per salvaguardare il creato, “il giardino” in cui il Signore ha posto l’uomo, la donna e tutte le creature. Da qui la necessità di riconoscere e leggere “Il Vangelo della creazione”, come una narrazione che accompagni l’educazione e la vita cristiana».
L’incontro in questo piccolo e refrigerante lembo di Creato si è concluso con un momento conviviale – grazie al rinfresco preparato dall’Associazione -, degno suggello di una comunione cristiana che prosegue nel suo complesso ma vivo sviluppo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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Una nuova casa per la comunità ortodossa rumena

5 Ott

Da un mese celebra nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano in via Carlo Mayr a Ferrara

Quante volte passando di giorno o di sera abbiamo visto quell’edificio con la facciata a pietra vista al civico 44 di via Carlo Mayr, in pieno centro a Ferrara, chiuso e ancora più degradato dai rifiuti abbandonati dai vicini locali.
Un destino ancora più triste per quella che in passato, se pur per pochi decenni dopo la nascita, nel XVIII secolo, era stata un edifico religioso, la chiesa dei SS. Cosma e Damiano, consacrata nel 1738. Un edificio di rara bellezza che ora è tornato a vivere, diventando la casa della comunità ortodossa rumena di Ferrara, la Parrocchia di “San Nicodemo di Tismana” guidata dal 2009 da padre Vasile Jora. Una comunità nata nel 2006 sotto il Patriarcato di Bucarest e assegnata alla Metropolia Ortodossa Romena dell’Europa Occidentale e Meridionale con sede a Parigi.
Un gruppo molto consistente quello ferrarese, che raccoglie solo in città 2500 persone, e altre 6mila nel resto della provincia. Una comunità fin’ora nomade, dato che dopo diversi anni nella chiesa di Santa Chiara in corso Giovecca, da maggio ad agosto scorso ha celebrato nella chiesa di Santa Francesca Romana e che invece ora può dire di avere una propria chiesa. Un edificio di proprietà del Comune di Ferrara, venduto a fine 2015 alla comunità rumena, tre anni dopo quel sisma che aveva danneggiato la struttura, rendendola persino inadatta a rimanere deposito di giornali e riviste della Biblioteca comunale Ariostea.
Trecentodieci anni dopo l’inizio della sua costruzione sul progetto di Francesco Mazzarelli, realizzato dagli architetti Francesco e Angelo Santini, e dopo quasi 90 anni dalla sua sconsacrazione (avvenuta nel 1933), lo scorso 6 settembre, una domenica, una comunità cristiana è tornata a celebrare fra le quattro mura nuovamente consacrate: tanta l’emozione dei fedeli presenti, finalmente liberi di dire di aver trovato una loro casa.
Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 ottobre 2020

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“Dobbiamo essere speranza in un mondo malato”: intervista a mons. Turazzi

28 Set

Intervista a mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro. Venerdì 9 ottobre sarà a Ferrara per presentare il suo ultimo libro

di Andrea Musacci
In vista del suo atteso ritorno a Ferrara il 9 ottobre per presentare il suo ultimo libro “Alle prime luci dell’alba”, abbiamo rivolto alcune domande al Vescovo di S. Marino-Montefeltro.


Mons. Turazzi, non siamo ancora usciti da un periodo difficile e imprevisto legato all’emergenza da Coronavirus: perché ha scelto di pubblicare un libro così pervaso da un’atmosfera di letizia?
Il titolo del libro è un’allusione abbastanza esplicita alla Pasqua di risurrezione, centro della fede cristiana. In questi anni – a partire da Evangelii gaudium – l’annuncio della risurrezione è stato il motivo ricorrente delle indicazioni pastorali per la vita e la missione delle comunità e dei singoli. In quelle “prime luci dell’alba” ci fu un gran movimento attorno al sepolcro vuoto: le donne, i discepoli, gli apostoli, arrivano, partono, corrono ad annunciare che “Lui è vivo”. Nei racconti delle apparizioni l’invito del Risorto si fa perentorio ed esplicito: “Andate in tutto il mondo”. Inizia il tempo della missione sempre necessaria, ma, in questi giorni difficili, indispensabile: farsi speranza in un mondo ferito e malato! Questo il messaggio centrale.


Battesimo, preghiera, Riconciliazione, devozione mariana: il suo è un tentativo di aiutare i credenti a riscoprire i “fondamentali”?
“Fondamentale” è e resta la Pasqua del Signore. Il libro, pur non parlando espressamente del Covid-19 (è stato scritto prima della pandemia), è provvidenziale per il tempo che stiamo vivendo: offre adeguati antidoti per proteggerci dal contagio del supervirus dell’egoismo; virus che si trasmette a partire dall’idea che “la vita migliora se migliora per me”. Ecco allora quattro antidoti (le quattro parti del libro). Il primo è la fede nel Vangelo di Dio che ha “volto di padre e cuore di madre”. Il Dio della grazia, di un amore che non si merita ma si accoglie. Esperienza racchiusa e vissuta col Battesimo. Altro antidoto è il rapporto con il Dio Padre-Abbà: la preghiera. Non sono disdicevoli alla preghiera neppure i “perché?” che hanno attraversato in questo tempo i momenti di intimità col Padre. Allora, entrando nella preghiera di Gesù, si supera l’impulso istintivo che porta a ripetere quasi solo “io”, “io voglio”, “io ho bisogno”, per approdare ad una preghiera distesa sull’orizzonte del “noi”. Altro antivirus è la Confessione/conversione, che permette di aggredire il morbo asfissiante della non-fraternità: dall’accoglienza del perdono al superamento dei sensi di colpa e all’offerta del perdono ai fratelli. Infine, lo sguardo a Maria di Nazaret, la Madre del Signore, donna con i piedi ben piantati per terra e, nel contempo, al centro del mistero cristiano. A lei si è ricorso e si ricorre per cercare l’intercessione nel momento della prova.


Perché spesso questi quattro “pilastri” non sono più “di moda”, soprattutto fra i giovani? E in cosa la Chiesa – nei sacerdoti, negli educatori – ha sbagliato nel comunicare e testimoniare la propria fede?
Lei pensa davvero che questi “pilastri” non siano più di moda? Certo, il “rientro” è a rischio, la secolarizzazione è davanti agli occhi di tutti, come il calo di presenze e di risorse, ma dobbiamo constatare più consapevolezza, più maturità ed anche più domande, soprattutto da parte dei giovani, segno di una ricerca di autenticità: quando non ci sono domande, anche se scomode, davvero siamo finiti. In Diocesi abbiamo un calendario fittissimo: non c’è mese senza un convegno, non c’è settimana senza un’iniziativa, non c’è giorno senza qualche incontro… In tempo di lockdown il calendario è andato prosciugandosi. Tornava la domanda: “Di che cosa vive la nostra pastorale?”. È stata una sorpresa la riscoperta dell’essenziale, il desiderio di applicarsi alla Parola di Dio, di ritrovare “la Chiesa domestica”, sentire più profondo il desiderio di Eucaristia e di comunità, il ricorso a nuove forme di comunicazione, l’affinarsi del senso di solidarietà… Si sbaglia quando si guarda la realtà con uno spirito di amarezza, dimenticando la forza del Vangelo, quando si resta prigionieri dei programmi e non si “attende” con la fede del seminatore. Il nostro è un deficit di speranza.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 02 ottobre 2020

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Ma siamo davvero connessi con la realtà?

31 Ago

Post lockdown: fine delle illusioni o nuovo inizio?

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di Andrea Musacci

Quanto ci sono sembrati lontani, in questa folle e irresponsabile estate, gli “abbracci spezzati” a causa del coronavirus, i canti corali dai balconi, gli ottimismi a basso prezzo, le promesse bagnate da lacrime troppo sommarie? Quel ripetere che “andrà tutto bene” nelle drammatiche settimane di fine inverno, quell’illusione del “nulla sarà come prima” nelle nostre piccole esistenze, nelle nostre priorità valoriali?

Eppure questi mesi di post lockdown – in parte anticipati già a maggio man mano che i cortei con le bare di Bergamo si opacizzavano nella nostra memoria – sono esplosi nella loro doppia natura: da una parte, in maniera feroce, rivelandosi come fine delle illusioni maturate o sbandierate durante la quarantena; dall’altra, con un’ingenuità ipocrita se letta in controluce, fondando la propria superficialità, dimentica di quei mesi infernali, sull’auto-illusione che l’autunno ormai prossimo possa, anzi “debba”, gettare nell’oblio la clausura e le sue presunte psicosi. Ma la realtà non sempre è manipolabile dalle nostre percezioni, dalle nostre bizze, dai nostri miseri egocentrismi. In questo crescere vertiginoso dei contagi, le sfere del lavoro, della formazione, come le nostre abitudini e le ripercussioni a livello psicologico, ci appaiono più che mai non rifrazioni scollegate ma tra loro intimamente connesse. Un’unica grande preoccupazione, un solo grande punto interrogativo le tiene insieme nella carne delle nostre vite, con note sempre più marcatamente minacciose e malinconiche. Ma proprio per questo, di parole e di luoghi di non velleitaria coesione, di amalgami non costruiti a tavolino, di uno sguardo quanto più pieno sulle persone e i loro drammi, c’è più che mai bisogno. E proprio di un cammino unitario, anche e innanzitutto del nostro popolo – (corpo in continua “costituzione”) riflette, ancora una volta, il nostro Arcivescovo nella sua Lettera alla nostra Chiesa locale che pubblichiamo integralmente.

Durante il lockdown – tante volte l’abbiamo raccontato sul nostro Settimanale – anche nella nostra Diocesi non poche persone grazie a parrocchie, associazioni e movimenti cattolici hanno proseguito la propria missione all’interno dei confini sempre più stretti delineati dalle rigide norme emergenziali: spesa a casa per gli anziani, acquisto di farmaci, mascherine, beni di prima necessità, collette per i più bisognosi, vicinanza tramite social e nuove piattaforme digitali. Una carità più o meno carsica ma mai interrotta, sempre attenta a non “disconnettersi” dalla sua fonte primaria, Cristo, e dalle gioie e dai dolori delle sorelle e dei fratelli incontrati, se non cercati, sul proprio cammino. «Tutto è connesso» è una delle frasi centrali del papato di Francesco e di quell’ecologia integrale ultima forte interpretazione della visione cristiana della persona e del creato. Un concetto sviluppato in particolare nella Laudato si’, che di nuovo la nostra Diocesi avrà modo di porre al centro delle proprie riflessioni ospitando la Giornata nazionale per la custodia del creato i prossimi 5 e 6 settembre.

E allora, che la quarantena con le sue tante parole spese, con le sue retoriche – più o meno innocue – ci rimanga nel cuore, diventi parte centrale delle nostre storie personali e collettive come lungo (perché ancora non superato) periodo di sofferenza e smarrimento, ma anche come tempo da trasformare e non da subire, tempo profondo di “riconnessione” con la realtà. Realtà che spesso non riusciamo a illuminare di speranza e che sempre ha dura la cervice, ma che di continuo ci domanda di non evaderla, ma di interpretarla e di vivificarla, di rivestirla di senso. Non di un attivismo vitalistico, o, come detto, di leziosi o rabbiosi discorsi, dunque, abbiamo bisogno. Ma di «uno sguardo contemplativo, che crea una coscienza attenta, e non superficiale, della complessità in cui siamo e ci rende capaci di penetrare la realtà nella sua profondità» (Messaggio per la 15ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato 2020). E di nuovi stili di vita, segnati dalla tenerezza e da una sempre rinnovata capacità di stupore. La speranza è che nel cuore di ognuno non venga mai meno il desiderio di un’umanità sempre nuova, un’umanità intesa come «promessa permanente, nonostante tutto», «ostinata resistenza di ciò che è autentico» (Laudato si’ 112).

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 settembre 2020

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