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Excrucior, arte e fede a Mesola

28 Apr
Gesù è inchiodato alla croce, Samuel Moretti

La sera di lunedì 18 aprile in chiesa concerto col brano di Franca Gianella e opere di Samuel Moretti

Si intitola “Excrucior” l’evento dedicato alla Via Crucis svoltosi la sera di lunedì 18 aprile nella chiesa arcipretale di Mesola.

Un progetto artistico particolare che ha visto la collaborazione fra l’artista mesolano Samuel Moretti, la compositrice di Bosco Mesola Franca Gianella e diversi musicisti e cantanti: Gianmaria Raminelli (organo), Cecilia Padovani (soprano), Elene Sanadze (soprano), Elisabetta Fantinati (mezzosoprano), Francesca Cavallari (mezzosoprano).

«Questa Via Crucis la realizzai due anni fa», ci racconta Moretti. «Gianella stava lavorando sullo stesso tema. Dopo aver visto i miei lavori, ha realizzato questo brano», “Donata Croce (Per sempre amato)”, un lavoro per voci a bocca chiusa che la sera del 18 è stato accompagnato all’organo da Gianmaria Raminelli, e ha visto alcuni momenti “teatrali” con interventi del coro narrante, voci maschili e femminili a rappresentare il popolo che assiste alla condanna di Gesù Cristo. Il brano, diviso in tre blocchi, è stato intermezzato da due Salmi (Salmo 54 e Salmo 21) e da Isaia 52 (Carme del Servo Sofferente). 

«Dopo aver scritto l’inno dedicato alla Vergine Maria Vivida luce per Soprano, Alto, Basso e Organo, ho composto la Via Crucis Donata Croce per Soprano, Alto, Coro narratore e Organo», spiega Gianella. «Per questa composizione mi sono ispirata a Maria, al dolore della madre che accompagna il figlio alla croce; le parti cantate sono tutte a bocca chiusa con momenti a bocca socchiusa e altri con suoni generici aspirati per sottolineare l’inesprimibile disumanità del dolore causato dal dover sopravvivere ai propri figli». Coro, organo e cantanti si sono esibiti davanti all’altare, dove sono state esposte, ad arco, le 14 stazioni realizzate da Moretti, disegni su carta in tavolette ovali su sostegni, ognuna di 30×14 cm circa. Per l’occasione è stato realizzato un catalogo, curato dagli Amici dell’Arte di Faenza, con cui Moretti collabora, con le opere dello stesso Moretti, il brano di Gianella, e testi dell’Assessora Lara Fabbri e del parroco don Mauro Ansaloni.

«Samuel Moretti ripropone la Passione di Cristo con disegni raffiguranti ciascuno un volto, il volto della sofferenza», sono parole di don Ansaloni. «Franca Gianella, col suo brano, ci permette di entrare nella drammaticità delle immagini del Cristo sofferente. L’arte certamente può aiutarci a rendere visibile l’Invisibile. L’occhio della fede ci introduce al Mistero, ma anche al non credente l’immagine può svelare realtà molto profonde e intime.

Franca e Samuel ci offrono, prima di tutto, l’occasione di riflettere sul dolore e sulla morte. In ciò che ha vissuto Cristo ritroviamo le nostre esperienze di sofferenza; possiamo rileggere la realtà del mondo e del nostro tempo».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 aprile 2022

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Via Crucis, anima della nostra storia

13 Apr
Via Crucis, Gaetano Previati

In uscita il libro “La Via Crucis tra storia, devozione e arte” dei coniugi Margherita e Gianni Goberti. Con un occhio particolare alle sue espressioni nel nostro territorio

Una devozione sempre viva e popolare è quella della Via Crucis, anche nel nostro territorio, dove tante sono le sue rappresentazioni nelle chiese e nei musei.

Questa storia che prosegue, affascinando credenti e non, è al centro del libro in uscita dal titolo “La Via Crucis tra storia, devozione e arte” (Edizioni La Carmelina, Ferrara, 2022) dei coniugi Margherita Goberti e Gianni Goberti, giornalista lei, poeta lui.

Nel volume, anche un breve pensiero del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego: una «spiritualità francescana, carica di semplicità, di pace attraversa tutto il suo scritto, aiutandoci a vivere la Passione di Cristo con fede», scrive in un passaggio. Il libro è arricchito anche dal ringraziamento di Papa Francesco, dopo il dono di una copia del libro, tramite una missiva firmata dall’Assessore Peter B. Wells della Segreteria di Stato Vaticana.

La storia

La prima parte del libro ripercorre la storia della devozione, soffermandosi in particolare sul francescano San Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751) a cui si deve la diffusione, che nelle sue missioni ne eresse 572. Egli predicò anche a Ferrara e un suo ritratto dipinto su una grande tela, conservato nella chiesa cittadina di Santo Spirito, di autore anonimo forse della metà del XIX secolo. Qui è raffigurato mentre parla alla folla con il braccio destro alzato e un teschio sulla mano sinistra. 

Fu un’istanza del 1731 di papa Clemente XII a estenderne la facoltà anche nelle chiese non francescane.

San Leonardo dimorò a Ferrara dal 15 al 29 maggio 1746 su invito dell’Arcivescovo Girolamo Crispi. Come racconta il canonico Giuseppe Antenore Scalabrini, raccomandò la devozione della Via Crucis, istituì l’adorazione perpetua del SS. Sacramento e raccomandò che sopra le case si effigiasse il SS.mo Nome di Gesù. Questi ricordano quelli propagati da San Bernardino da Siena, ma con in più, oltre a IHS, la M di Maria. A Ferrara tornò a fine gennaio 1747, proveniente da Argenta per predicare in alcuni monasteri di clausura. Si recò anche a S. Antonio in Polesine e al Corpus Domini.

Un paragrafo a parte è dedicato al Santuario del Poggetto fuori Ferrara, con i suoi 15 capitelli inaugurati e benedetti il 21 ottobre 1894, rappresentanti i Misteri del Rosario.

La devozione

Nella seconda parte del libro, gli autori affiancano a ogni stazione della Via Crucis una chiesa: le prime cinque Via Crucis si riferiscono alle più antiche presenti nelle chiese di Ferrara e provincia, poi a quelle successive, ai tre monasteri in città e al nostro Seminario Arcivescovile. L’ultima stazione, quella riferita alla Resurrezione, si identifica con la Basilica di San Pietro a Roma. Ogni stazione è accompagnata da una poesia di Gianni Goberti.

Queste le chiese della nostra Diocesi citate: Chiesa dei Santi Giuseppe, Tecla e Rita (Ferrara), chiesa dei Santi Filippo e Giacomo (Porotto), chiesa Pieve dei SS. Pietro e Paolo (Vigarano Pieve), chiesa S. Antonio Abate (Ferrara), chiesa San Gregorio (Ferrara), chiesa S. Maria della Consolazione (Ferrara), chiesa San Luca (Ferrara), chiesa Sant’Agostino (Ferrara), chiesa San Giuseppe Lavoratore (Ferrara), chiesa San Benedetto (Ferrara), chiesa Santa Caterina Vegri (Ferrara).

L’arte

Tanti gli artisti che nei secoli hanno rappresentato la Via Crucis, fra cui Francesco Messina e il suo monumento in granito e bronzo a San Giovanni Rotondo, vicino al Convento di Padre Pio.

Un’attenzione particolare nel libro è data agli artisti ferraresi: Gaetano Previati, i nostri sacerdoti diocesani don Franco Patruno e don Lino Costa, Franca Venturini Chiappini, Mario Piva, Mirella Guidetti Giacomelli, Gianni Cestari. E poi quella speciale Via Crucis ospitata nella Casa Circondariale di Ferrara, realizzata da un gruppo di pittori del Circolo culturale “Il salotto” di Bondeno.

Un libro utile e appassionante, insomma, dove il rigore della ricerca storica si accompagna all’imprevedibilità del testo poetico, la devozione pulsa nella vita di un popolo, quello ferrarese, e in quella dei suoi artisti antichi e moderni. Una pubblicazione “urgente”, vien da dire, perché ci ricorda di considerare come mai procrastinabile la nostra scelta di porci alla sequela di Cristo.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 aprile 2022

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«Testimoni del giudizio» per non scivolare nel nulla

18 Feb

Centenario di don Giussani: mons. Santoro (Delegato Memores Domini) e Prosperi (Presidente CL) in dialogo su nichilismo e pienezza di vita. A partire dalla domanda: “Perché esisto?”

Come rispondere alle domande fondamentali dell’uomo? E soprattutto come viverle, diventando testimoni della verità in un mondo che sempre più sembra smarrire i criteri essenziali per interpretare la realtà?

Quesiti sui quali Comunione e Liberazione ha riflettuto la sera del 9 febbraio in un incontro che ha visto confrontarsi tra loro mons. Filippo Santoro, Arcivescovo di Taranto e dallo scorso settembre “delegato speciale” del Papa presso i Memores Domini, e Davide Prosperi, Presidente della Fraternità di CL.

A Ferrara l’incontro, aperto a tutti, è stato trasmesso in diretta dalla Sala Estense. Un appuntamento che ha visto la partecipazione di circa 150 persone, fra cui molti giovani.

I relatori, in particolare, hanno riflettuto sul testo, da poco edito, “Dare la vita per l’opera di un Altro”, che raccoglie gli ultimi interventi di don Luigi Giussani agli Esercizi della Fraternità, dal 1997 al 2004, e che costituisce il testo a partire dal quale si lavorerà durante le Scuole di comunità, per poi arrivare al prossimo appuntamento condiviso in programma il 23 marzo. 

Riscoprire il cuore dell’annuncio cristiano è, da sempre, ciò che muove il movimento di Comunione e Liberazione. Ma riscoprire quella «passione per il fatto cristiano» in un mondo sempre più desacralizzato e nichilista può sembrare una fatica di Sisifo. Partendo dal sopracitato testo di don Giussani, mons. Santoro ha tentato innanzitutto di ripercorrere quel momento nella storia – nel XVIII secolo, quello cosiddetto dei lumi -, in cui il razionalismo ha preso il sopravvento, illudendo «l’uomo che con la propria ragione potesse considerarsi misura di tutte le cose». Da quel momento Dio è espulso dalla vita personale e collettiva, dalla storia. «L’uomo cede alla tentazione di pensare che si fa da solo», con la conseguenza, inevitabile, «che nulla abbia reale consistenza».

La risposta della Chiesa fu di «arroccarsi», per difendere, giustamente, la morale del popolo. Ma così finì per «dare per scontata l’evidenza del contenuto dogmatico, obliterando la forza originaria del cristianesimo», cadendo nel duplice errore del moralismo e dell’azione a tutti i costi «a scapito dell’annuncio della “lieta notizia”, della passione per il fatto cristiano».

“Per chi si vive?”: questa è la domanda fondamentale da cui partire per fondare ogni azione e ogni morale. Ripensare al mistero della propria esistenza, alla domanda: “Chi è Dio per l’uomo?”. Dio e l’io al centro, quindi, insieme: che «Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15, 28) e al tempo stesso «che l’io sia salvato come autocoscienza del cosmo e come colui che – unico nel creato – ha sete di Lui, desiderio di eternità». Riscoprendo, quindi, la domanda sul senso: «Perché esisto?». 

Il razionalismo, nelle sue due forme prevalenti del nichilismo e del panteismo, ha portato, invece, l’uomo a scivolare nel nulla. La conseguenza, inevitabile, della perdita di un fondamento, è che «l’uomo cada in balia del potere» e della competizione per raggiungerlo. Tutto è nel potere dell’uomo, a sua disposizione: così, egli diventa schiavo del potere, dell’effimero, di ciò che non può soddisfare la sua sete di Assoluto. Il peccato è questa «estraneità» a sé e al suo fondamento ultimo, «il non riconoscere ciò che è come coerente con Dio, il non domandare di essere, non anelare a un compimento», a una pienezza.

Abbiamo bisogno, invece, come ha riflettuto Prosperi, di «testimoni del giudizio», di persone capaci di riempire di senso ogni aspetto della nostra esistenza, di «testimoniare la verità» sull’uomo e sul mondo. Di mostrare con la propria vita che «lo star bene non è l’assenza di problemi e l’affidarsi solo a ciò che ci fa comodo» ma appunto «il sentirsi in Dio, nell’Essere», e alla Sua luce illuminare il nostro cammino e ogni nostra esperienza, anche quotidiana. 

Il «domandare l’Essere», come diceva don Giussani, è la domanda sulla verità, sul Mistero. Uno sforzo per nulla scontato, dato che la realtà nella sua dimensione più profonda non è immediatamente conoscibile, ma «velata, buia, è segno» che, appunto, rimanda ad altro. Quella nebbia si può, anche se non pienamente, diradare: serve, però, avere uno «sguardo colmo di stupore che ci permetta di vedere nella realtà l’Altro, Colui che l’ha creata nella sua Grazia». 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 febbraio 2022

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(Immagine: da “Il Vangelo secondo Matteo” di P. P. Pasolini, 1964)

Filippo de Pisis flâneur del sacro

13 Gen
Filippo de Pisis

Il grande pittore e scrittore ferrarese raccontato attraverso un suo lato poco noto, quello di fervente cattolico. Membro di una famiglia profondamente religiosa, nei suoi libri racconta la sua fede, a un tempo mistica e popolare. La visione del Corpus Domini, l’ex voto alla Madonna e la richiesta dell’Eucarestia in punto di morte

di Andrea Musacci

Eccentrico e vanesio, omosessuale e libertino, instancabile viaggiatore senza quiete. A chi non verrebbero in mente queste definizioni per caratterizzare la personalità di Filippo de Pisis (al secolo Luigi Filippo Tibertelli), pittore e scrittore nato a Ferrara l’11 maggio 1896 nella casa al numero 61 di via Mortara, da Giuseppina Donini, di origini bolognesi, e dal nobiluomo Ermanno, terzo di sette fratelli (sei maschi e una femmina, Filippo era il terzo).

Eppure, Filippo, di famiglia cattolica, ha serbato sempre nel proprio cuore la fiamma della fede, quel fascino per il Mistero, il legame con Cristo e con la sua Chiesa. Una fede, la sua, legata molto alla memoria, ai genitori, alla sua Ferrara. Fede che non perderà mai. Una fede viscerale, fatta di radici, di nostalgia, di intensa commozione.

Nella Ferrara piccolo-borghese e perbenista – anche nel suo anticlericalismo di inizio Novecento – Filippo dava scandalo col suo abbigliamento stravagante, volutamente provocatorio, che sicuramente denotava una personalità incandescente, sensibile fino allo stremo, bisognosa di vivere di un’intensità e di una pienezza che valessero tutto il dolore, il senso di vergogna, tutti gli scherni subiti in un’intera esistenza. Un’incomprensione vissuta fin dall’adolescenza, ma che in lui non represse quel senso di incomprensione del Mistero eterno che è nelle cose, e di desiderio non di comprenderlo, ma di viverlo.

Una storia dentro la Chiesa

Il padre Ermanno appartiene alla nobiltà vaticana, da giovane era stato cameriere segreto di cappa e spada del pontefice Leone XIII, ed è patrono dell’Istituto delle Povere Figlie delle S.S. Stimmate. In quegli anni di già forte anticlericalismo, Filippo inizia a sentirsi un diverso. E in più lui e la sua famiglia vengono mal giudicati da molti cattolici critici verso l’amico Giovanni Grosoli che tenta di superare il non expedit papale. Luigi Filippo, chiamato Gigi in famiglia, non frequenta scuole pubbliche o collegi, ma i suoi studi, come quelli dei suoi fratelli, sono affidati ad alcuni precettori (tra cui mons. Campi del Seminario di Ferrara) che ne curano l’educazione a casa. Ernesta, l’unica sorella, di appena un anno maggiore di lui, ha una notevole importanza nella sua formazione.

L’educazione religiosa che riceve è totale. Fra i giochi dei bambini, c’è un altarino in miniatura con cui lui e i fratelli possono simulare una celebrazione. Attorno al 1904 inizia a disegnare sotto la guida del professor Odoardo Domenichini. Nell’autunno 1906 la famiglia Tibertelli lascia il palazzo di via Mortara e trasferisce la propria residenza a Palazzo Calcagnini, di proprietà del conte Grosoli, in via Montebello, 33. Qui quest’ultimo, dopo la morte della moglie, ci viveva solo con la madre e gli bastava un appartamento al pianterreno, dove in altri tempi abitò il cardinale Calcagnini. Grosoli è anche presidente dell’Arciconfraternita delle Stimmate, a cui la famiglia era molto legata. Lo stesso Filippo, «non mancava mai di intervenire all’annuale processione, in cui sfilava incappucciato e con un cero in mano» (1) e compie ricerche sull’Arciconfraternita.

Fuori da casa, Filippo frequenta le Case del Popolo, istituzione fondata da Grosoli per riunire in un’unica sede le associazioni cattoliche della città. Grosoli fonda anche l’Unione Giovanile Cattolica, movimento meno confessionale dell’allora Azione Cattolica, alla quale Filippo si iscrive. Il conte lo considera un figlio adottivo e una nuova leva della cultura cattolica ferrarese e italiana. Per questo, inizia a fargli scrivere nei giornali locali di sua proprietà. A Ferrara il giovane Filippo tiene le sue prime conferenze, prima su argomenti religiosi e poi sull’antica cultura ferrarese. Famigliarizza un po’, in questo ambiente, con Italo Balbo, di umile famiglia cattolica: «veniva a trovarlo per farsi fare i temi d’italiano e per giocare a palline con tutti noi», ricorda il fratello (2).

Come racconta Zanotto (3), da adolescente scrive per sé dei “Propositi morali” come questo: «Esser puro e non macchiare la mia coscienza e la purezza dell’anima con schifose macchie di colpe abominevoli». Negli anni successivi, allontanandosi dal cattolicesimo, scrive “Le visioni di un agnostico”, opera filosofica di carattere esoterico.

Epifanie ferraresi

Ne “La città dalle 100 meraviglie” (4), pubblicato per la prima volta a Roma nel 1923, ma ambientato nella Ferrara del 1917 e degli anni immediatamente successivi, prima del trasferimento nella capitale, de Pisis racconta di questo suo legame viscerale con la “città metafisica”. La residenza dei de Pisis in via Montebello si trova di fronte alla chiesa di Santo Spirito, allora retta dai Frati Minori: «Rinchiudendo il battente del portone del palazzo dove abito – scrive – ò visto la chiesa secentesca chiara sotto il cielo nuvoloso, tenera, patetica, parallelepipeda. Una leggera vertigine forse mi à preso e il desiderio di sole occiduo, e, sotto l’androne, delle grosse scale rosse e bianche e dei pali alzati contro le pareti, con le ombre nere precise mi ànno incantato come uom nuovo sulla terra. Ho fatto in fretta gli scalini perché sentivo quasi la testa girarmi» (5).

Racconta il fratello Pietro (6): «Da nostro padre aveva anche ereditato il sentimento religioso rimastogli sempre vivo, che lo spingeva sovente a entrare in chiesa a godersi l’ombra delle navate, la luce rossastra delle candele accese sugli altari, il profumo dell’incenso sempre presente nell’aria, e tutto l’apparecchio sacro che stimola la mistica pietà». «Stamattina, prima chiara e azzurra di questo autunno clemente, sono entrato nella linda chiesina delle Cappuccine. Non c’era nessuno», scrive Filippo riferendosi alla chiesa di Santa Chiara in corso Giovecca (7).

O, nella non lontana chiesa di San Carlo, scrive ancora (8), «il pellegrino, il sognatore guarda e il cuore gli si gonfia, il respiro gli si fa affannoso. Egli sente che la vita è sogno e contemplazione per chi voglia dimenticare il gramo corpo e forse, senza accorgersene, si getta in ginocchio sul gradino di marmo rosso di Verona o sulla tomba illagrimata e mestissima di qualche antico e si mette a pregare. E le campane suonano nella città triste». Flânuer del sacro, de Pisis nello stesso libro racconta anche dei «rosei ippogrifi leonini del duomo» che «mi guardano talora con grandi occhi rotondi sporgenti, dilatati in un loro vago millenario dolore. Con la loro solidità massiccia mi confortano».

Un’altra apparizione lo coglie sulle Mura cittadine: «in un ardente pomeriggio estivo (i castani d’India son tutti verdi e fioriti) in un viale più deserto, sulle mura di “Porta degli Angeli”, ti capita invece di trovare un foglietto rigato di quaderno dove con grafia chiara, femminile, un po’ torta, trovi scritto: Lezione 5° – (Il tempo e il modo della Risurrezione)» (9). Seguono gli appunti da lui meticolosamente trascritti. «Tu quasi non credi ai tuoi occhi. Quelle parole profetiche e misteriose ti sembrano riecheggiare intorno nell’aria pulita. Il rosignuolo canta monotono nella siepe, e la cicala trilla e i piccoli coleotteri nascosti fra l’erba tenera e i fiorini colorati, ma a te sembra che squillino trombe lucenti nel sole, sopra il grande campo dei morti, sopra i pennoni della Certosa rossa e solenne. Trombe che vengono a scuotere gli spiriti dal letargo (gli uomini dormono nelle loro camere buie sui letti sfatti), a scuotere dalle fondamenta la città pentagona. A glorificare il tuo spirito che vigila».

Il Corpus Domini: «O antiche processioni, tornate…»

Ma una visione in particolare dice della profonda affezione di de Pisis a Cristo e alla sua Chiesa, come Mistero, sacramento, storia concreta: «Nella via più lunga e maestosa della “città nobile” (Corso Ercole I d’Este, ndr)» De Pisis nota a lato del marciapiede «alcuni pezzi di marmo bianco con un vuoto parallelepipedo nel mezzo; servivano per infiggervi le aste che reggevano il telone per la solenne processione del Corpus Domini». Memorie antiche che rievoca nella propria fantasia. Egli rivive la processione del SS. Corpo e Sangue di Cristo «fra nugoli d’incenso e tremolar di torce accese», «crani e barbe lucenti, tremule bocche oranti, la porpora del Cardinale e l’oro dell’ostensorio e delle cappe ricamate e il bianco dei rocchetti inamidati». «Hai tanto bisogno – prosegue –, in quest’aria vile e cieca, d’amore, di canti, di fede, di credere in qualcosa almeno, di risentire sia pure l’aria patetica e implorante del Te Deum o del Vexilla che ti fasci l’anima dolcemente, come la carezza della madre: perché, senza spirito, l’uomo non vive e la carne, anche satollata, infine si ribella, perché non si vive, in questa città metafisica e religiosa, senza canti e senza campane».

«O antiche processioni, tornate», continua con forte struggimento: «non solo il poeta, ma l’uomo buono, che si macera per l’amore che non trova, vi invoca; oh, antiche processioni, tornate e tu torna o Cristo almeno in immagine a benedire il tuo popolo, così egli creda, fermamente creda per la sua salvezza che Tu sei vivo e presente, nella specie del Pane consacrato e lanci la sua voce a benedirti

“O vivo Pan del Ciel Gran Sacramento!”

“Insegnami, o Signore, a portare la tua Croce, perché essa sia, più che peso, sostegno”.

“Magnìficat ànima mea Dòminum

et exultavit spìritus meus in Dèo salutàri meo…

…Fecit potentiam in brachio suo; dispèrsit superbo mente cordis sui”.

Qual canto più puro, più solenne, più consolante?» (10).

Ho voluto citarlo quasi integralmente per renderne quanto possibile l’intensa passione mistica. È una visione che forse de Pisis attinge anche dalla memoria delle processioni annuali davanti a S. Spirito ogni anno in occasione della festa di Sant’Antonio. Riflettendo sul Risorgimento subito dopo scrive: «Sangue e lotta dunque ci vuole per redimere il mondo!? Ma sangue che lavi, che purifichi, non sangue che sia seme d’odio». E ripensa alla visione del Corpus Domini: «e tu, lo scettico, il frigido, l’ironista, ti trovi ad aver gli occhi pieni di lagrime e un brivido per tutta la persona…».

L’ex voto a Rimini

In uno dei suoi frequenti momenti di depressione in cui si sente «anche più misero e tristo del solito» (11) – nel settembre 1941, mentre è in villeggiatura a Rimini -, gli viene un’idea: «dipingere una specie di tavoletta votiva, come quelle che si vedono nei santuari attorniare l’immagine venerata della Vergine (…). In alto la Vergine sul dolce sfondo di cielo che apre il mantellone, pronta nella sua infinita misericordia ad accogliere anche il più indurito peccatore, purché sinceramente pentito; ai suoi piedi io in ginocchio a mani giunte indossando la veste di confratello della S. S. Stimmate (antica e gloriosa confraternita di Ferrara alla quale ò l’onore di appartenere)». Già si vede «come un povero bimbo derelitto, sotto il grande manto. Quasi mi venivano le lacrime agli occhi». La tavoletta non solo la realizzerà – inserendoci anche il suo amato pappagallo Cocò – ma la donerà al vicino convento di Santa Maria delle Grazie dei frati minori di S. Antonio: «pensai di regalarla (già più volte il gentile direttore mi aveva chiesto qualcosa) al piccolo museo annesso a un convento di un santuario celebre su un ridente colle, non lungi dalla città. Allora il demone della fantasia (…) si destò. Bisogna organizzare una processione!». L’opera si ispira al “Polittico della Misericordia” di Piero della Francesca (1445-1462 ca.).

Questa sua tavoletta, “Ex voto alla Madonna delle Grazie” (“Mater Dei ora pro me”) era griffata, nel retro, Philippus De Pisis fecit in Arimino A. D. MCMXLI – Mater Dei ora pro me. Donato per p. al Museo delle Grazie VII.IX-1941. Purtroppo, però, fu rubata dal Museo nella notte tra il 16 e il 17 settembre 1985. Fu un furto mirato, in quanto null’altro fu sottratto. Non fu mai più ritrovata. L’opera fu anche esposta nella 2^ Mostra nazionale d’arte sacra contemporanea – Premio Fratelli Canova a Bologna, dal 1° ottobre al 1° novembre 1956 (12).

Eucarestia in punto di morte

Una fede sincera, umile, quella di de Pisis, con venature mistiche. Espressa nel silenzio non per paura del giudizio altrui, ma nella consapevolezza che fosse qualcosa di tanto bello, puro e vero che andasse preservato, di cui prendersi cura senza vanti.

Una fede schietta e profonda, fatta di un immaginario artistico-popolare attinto a piene mani, a occhi sgranati nelle chiese semibuie e silenti della sua Ferrara, città non più pontificia ma in cui l’eco di secoli di forte e chiara religiosità si propaga ancora negli animi come il suo, che alla grettezza del materialismo non volevano cedere. Una religiosità, quella di de Pisis, che mai scade nella piaggeria o nell’intellettualismo, che sempre si immerge nel grande mare della pietà, del perdono (la stessa pietà che chiedeva agli altri), dell’anelito che vorrebbe farsi grido d’amore a Dio, e lo diventa, ma senza dare inutile scandalo, continua prova di sé.

Il 17 aprile 1948, quand’è già malato, scrive: «Aiutami o Signore a portar la mia croce perché essa sia più che peso, sostegno». Negli ultimi tempi si sente sempre più depresso, dice di meditare anche il suicidio. Una depressione che l’ha sempre accompagnato e che da giovane gli fa scrivere pensando alla sua vecchiaia: «Mi figurerò in qualche chiesa taciturna fresca d’estate, tepida d’inverno e aspetterò con l’animo scarnito e con la bocca amara la fine» (13).

«Un giorno dei suoi ultimi (circa due mesi dopo sarebbe morto) – scrive il fratello Pietro (14) – lo trovai insieme con padre Favero (o Favaro?), venuto a porgergli i saluti di padre Poggeschi che, prima d’entrare nella Compagnia di Gesù, era stato pittore a Parigi; stavano recitando la poesia “Benedizione”, dedicata alla mamma (…). Alla fine, gli occhi velati di tenere lacrime, Gigi disse che avrebbe desiderato accostarsi all’Eucaristia invaso da quei ricordi». Per la madre, dopo la sua morte, fa celebrare ogni anno una Messa di suffragio.

Affetto da un’irreversibile malattia psichica, de Pisis viene internato spesso in manicomio. Polinevrite è ciò che gli viene diagnosticato. Per tutta la vita deve fare i conti con questo disturbo che lo conduce alla morte il 2 aprile 1956. I funerali religiosi vengono celebrati a Milano e dopo la salma viene trasportata a Ferrara, dove arriva alla Certosa. Il 5 aprile avviene il funerale solenne nella sua città, con il feretro portato a spalla dagli allievi del Dosso Dossi. Pochissime persone assistono alle esequie.

(1) “Filippo de Pisis ogni giorno”, Sandro Zanotto, Neri Pozza, Vicenza, 1996.

(2) “Mio fratello de Pisis”, Pietro Tibertelli de Pisis, Guarnati, Milano, 1957.

(3) “Filippo de Pisis ogni giorno”, op. cit.

(4) “La città dalle 100 meraviglie”, Filippo de Pisis, Abscondita, Milano, 2009.

(5) Ibid.

(6) “Mio fratello de Pisis”, op. cit.

(7) “La città dalle 100 meraviglie”, op. cit.

(8) Ibid.

(9) Ibid.

(10) Ibid.

(11) “Confessioni”, Filippo de Pisis, Le lettere, Firenze, 1996.

(12) Fonte: Provincia Sant’Antonio dei Frati Minori, Bologna.

(13) “La città dalle 100 meraviglie”, op. cit.

(14) “Mio fratello de Pisis”, op. cit.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 gennaio 2022

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Vera comunione senza ipocrisie

13 Gen

Una riflessione sull’unità nelle differenze all’interno della Chiesa

di Andrea Musacci

Il card. Zuppi nelle esequie per mons. Negri ha riflettuto molto sul tema della comunione nella Chiesa. Una scelta maturata, immaginiamo, nella consapevolezza di quanto sia forte oggi (anche nella nostra comunità locale), la tendenza ad accentuare le diversità fino a trasformarle in solchi insormontabili, in incomprensioni aprioristiche, in mancanza di curiosità, di quello spirito fraterno che, se viene meno, ci porta a vedere l’altro – a partire dal fratello o dalla sorella nella Chiesa – come semplicemente in errore e non, invece, come un “pungolo”, un’alterità necessaria. Se qualcosa ci ha insegnato mons. Negri nel suo breve periodo a Ferrara, è stata questa postura. Scomoda, certo, fatta di possibili fraintendimenti, di lontananze di visioni, di scontri. Ma, come diceva Victor Segalen, poeta e medico viaggiatore, «non c’è mistero in un mondo omogeneo».

Precisiamo subito un punto. La divisione fatta di rancore, nella mancanza di curiosità e desiderio dell’altro, viene dal demonio. È quella di cui tante volte ha parlato Papa Francesco: «Non andiamo sulla strada delle divisioni, delle lotte tra noi, no! Tutti uniti, tutti uniti con le nostre differenze, ma uniti, uniti sempre, che quella è la strada di Gesù! L’unità è superiore ai conflitti, l’unità è una grazia che dobbiamo chiedere al Signore perché ci liberi dalle tentazioni della divisione» (1). Nella Messa per il Palio del 2016 mons. Negri – parlando in generale, ma il discorso era rivolto anche alla comunità ecclesiale – sottolineò l’importanza di amare la propria storia di popolo «per costruire una società meno disumana, che accolga le diversità nell’impegno di maturare un cammino comune nella chiarezza dell’identità».

Ma lo stile del cristiano – dentro la Chiesa (e non solo) – non è nemmeno quello ammantato di ipocrisia, di facili consensi, di convivenze vissute forzatamente. Il suo modello dev’essere quello del poliedro. Scrive il Papa in Evangelii Gaudium che il poliedro «riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (n. 236).

No alle divisioni, quindi, che feriscono il corpo di Cristo, ma nemmeno alle false unità che non fanno crescere ognuno di noi e le nostre comunità.

La Chiesa, dunque, deve vivere di un’inquietudine sana, utile per nascere sempre a vita nuova. Lasciamoci, quindi, trasformare dallo Spirito. Anche nei conflitti. Scriveva Michel De Certeau: «attraverso i conflitti, come un tempo mediante il fulmine, le pestilenze e le sconfitte che colpivano Israele», Dio «spezza le sicurezze, dilata gli orizzonti, rinnova la fede». «Le critiche e le divergenze – scriveva ancora il francese – rappresentano la maniera in cui ciascuno si vede opporre ciò che non sa del mondo in cui vive e ciò che non sa del suo Dio» (2). Ciò che non sa del suo Dio. Così si evitano idolatrie, competizioni, atteggiamenti arroganti.

Nella Messa del 2017 a S. Chiara per il suo amico e maestro don Giussani, mons. Negri disse: la periferia «ci viene incontro sempre, non va cercata in qualche luogo preciso ai margini delle città, ma essa è il mondo senza Dio: noi cristiani, infatti, non viviamo per rispondere solamente ai bisogni dei poveri, ma per dire Cristo, che comprende tutto, anche l’assistenza materiale».

Dire Cristo. Sta a ognuno di noi, fratelli e sorelle nella fede, provocare sempre in noi, e in chiunque incontriamo, quella scintilla perché tutti possano incontrarLo. Facciamolo uniti, pur nelle nostre dissonanze.

(1) Udienza generale, 18 giugno 2019.

(2) M. De Certeau, “Mai senza l’altro. Viaggio nella differenza”, Qiqajon, Magnano (Bi), 1993.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 gennaio 2022

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Una folla per salutare Silvana: «sarai sempre una di noi»

8 Dic
Il saluto del marito Pino

Masi Torello, chiesa gremita e tredici fra sacerdoti e diaconi per l’addio alla scultrice Grilanda. La promessa del Sindaco: «Le opere che ci ha lasciato verranno onorate»

Un’intera comunità, quella masese, e una grande famiglia, quella dell’Arcidiocesi, ieri pomeriggio hanno dato l’estremo saluto a una figlia affezionata. La chiesa di Masi Torello era gremita per i funerali di Alberta Silvana Grilanda, scultrice e artista poliedrica, membro del coro parrocchiale “Ruah”, per tanti anni impegnata nelle più disparate iniziative artistiche, culturali e religiose in paese e a Ferrara, deceduta all’improvviso lo scorso giovedì a 68 anni.

Alberta Silvana Grilanda

«Silvana non è morta di vecchiaia ma per le sofferenze interiori», lei donna sensibile «sempre vicina ai dolori e alle povertà delle persone», ha riflettuto nell’omelia il parroco e amico don Giuseppe Crepaldi che ha celebrato insieme ad altri 12 fra diaconi e sacerdoti, tra cui il Vicario generale mons. Massimo Manservigi. «Era impegnata nella famiglia e aveva una grande fede, il suo volto era sempre gioioso, mi era stata molto vicina anche quando ero stato operato di cataratta». Con commozione don Crepaldi alla fine della cerimonia ha confidato: «mia è la gioia e insieme il pianto: pianto per un dispiacere così grande, gioia nel vedere così tanta solidarietà. Grazie, sarai sempre una di noi».

«Oggi sono qui soprattutto come “Riccardo”: così Silvana mi ha sempre chiamato, fin dai primi giorni da Sindaco nel 2014», ha ricordato il primo cittadino Riccardo Bizzarri. «Era intelligente, colta, intuitiva». E affidabile: «ogni volta che le veniva assegnato un incarico, ero sicuro che ne sarebbe uscito un capolavoro. Faccio una promessa – ha proseguito -: «le opere che ci ha lasciato verranno onorate, saranno la testimonianza della sua persona e un omaggio a lei. La sua morte lascia un grande vuoto in me e nella nostra comunità».

Un vuoto riempito almeno in parte dall’enorme affetto per Grilanda, per il marito Pino e il figlio Michele. Una forte riconoscenza espressa, ad esempio, nelle parole pronunciate da Renato Veronesi del Gruppo Scrittori Ferraresi, nella presenza dell’AVIS col presidente comunale di Ferrara Sergio Mazzini e di una rappresentanza della sezione locale, dell’Azione Cattolica e del gruppo diocesano dei “Genitori in cammino”, a cui Grilanda e il marito si sono uniti dopo la morte prematura del figlio Antonio nel 2004.

«Ci hai lasciato così, Silvana – è stato l’ultimo saluto del marito -, con un dolore talmente grande da essere oltre ogni immaginazione. Ma la fede ci sostiene».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Nuova Ferrara” l’8 dicembre 2021

Il saluto del Sindaco

Monastero delle Benedettine “invaso” dai giovani

29 Nov
Linda Rouhani e Caterina Brunaldi

Sant’Antonio in Polesine. Visite guidate grazie ad alcuni studenti del Dosso Dossi come  “apprendisti ciceroni”. Il Monastero benedettino dal 22 al 26 novembre è stato animato dal progetto del FAI. In tutto, 250 bambini e ragazzi in visita

di Andrea Musacci
Un afflusso tranquillo ma comunque anomalo per il Monastero di Sant’Antonio in Polesine. Un’apertura eccezionale per permettere a tanti bambini e ragazzi di conoscere meglio questo angolo di Cielo nel cuore antico della nostra città.

Da lunedì 22 a venerdì 26 novembre, dalle 9 alle 12, il Monastero che ospita le Monache Benedettine ha aperto le proprie porte a circa 250 alunni e ad alcuni loro insegnanti in occasione della decima edizione delle “Giornate Fai per le scuole”, che in tutto il Paese (nelle altre località fino al 27) prevedevano visite esclusive a luoghi di interesse storico, artistico e naturale a cura degli “apprendisti ciceroni”. La delegazione ferrarese del FAI ha organizzato visite riservate alle classi “Amiche FAI” e gestite da studenti formati dagli stessi volontari del Fondo Ambiente Italiano insieme ai docenti. A Ferrara gli “apprendisti ciceroni” sono stati gli alunni della classe 3 B/E del Liceo Artistico “Dosso Dossi”, impegnati per l’occasione nell’attività di PCTO – Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento (l’alternanza scuola-lavoro) e coordinati dalla prof.ssa Donatella Palchetti, docente di italiano e referente del progetto, da lei curato insieme alla collega Patrizia Massarenti, docente di Storia dell’arte.

Le ragazze e i ragazzi della 3 B/E hanno accolto e accompagnato, per visite di 45 minuti, in alcuni ambienti del Monastero bambini e ragazzi appartenenti a 13 classi di alcuni istituti cittadini: Istituto Comprensivo Alda Costa, I. C. Dante Alighieri, I. C. Boiardo, I.I.S. Luigi Einaudi e dello stesso Dosso Dossi, dalle classi IV delle Primarie fino al III° anno delle Superiori.

Viviana Babacci, volontaria del FAI impegnata in questo progetto insieme a Cristina Bignami e Marcella Pivano, ci spiega come dopo la stipula della convenzione tra il FAI e il Liceo, il progetto ha preso avvio tra fine settembre e inizio ottobre, per poi, a fine ottobre, iniziare la settimana di preparazione con lo studio del materiale, la redazione dei testi per le visite e una prima visita preparatoria al Monastero insieme alla Madre abbadessa Maria Ilaria Ivaldi.

I “ciceroni” del Dosso sono stati divisi in tre gruppi: uno si occupava di illustrare l’ingresso, lo spazio accoglienza e il chiostro; il secondo il sepolcro della Beata – la cui tomba in marmo i ragazzi hanno potuto vedere “gemmata” dalle “lacrime” della Beata Beatrice II d’Este, che normalmente è possibile ammirare fino a marzo -, il coro e le tre cappelle; il terzo, la chiesa.

Lorenzo Baroni e Marta Montanari sono due dei “ciceroni” incaricati di accogliere e guidare i gruppi di studenti nell’ingresso del Monastero per la prima parte della visita. «All’inizio – ci spiega Lorenzo – è stato difficile comprendere un luogo così particolare, così distante da quelli che normalmente viviamo. Prima di riuscire a spiegarlo, ho dovuto cercare di capirlo. E c’è voluto un po’ di tempo». La chiusura e il silenzio un po’ intimoriscono e spiazzano anche Marta, comunque ammaliata, come Lorenzo e i loro compagni, dalla bellezza e dal fascino del luogo. «Importante – aggiunge Marta – è anche il confronto con persone diverse» in questa che assomiglia a una prima esperienza lavorativa: «mi sento più matura», ci confida.«Le monache bevono l’acqua del pozzo?«. È una delle domande bizzarre rivolte ai “ciceroni” da alcuni bambini, più curiosi e spontanei rispetto ai loro omologhi adolescenti. «È bello spiegare da studente a studenti», ci spiega ancora Lorenzo, e «di volta in volta adattare i termini e il linguaggio in base alle età di chi mi ascolta, non usando o spiegando meglio alcuni termini più difficili».

Nell’ultima tappa in chiesa incontriamo, invece, Linda Rouhani e Caterina Brunaldi, interessate in particolare alla parte esterna della chiesa, alle decorazioni e agli affreschi. «La vita delle monache – riflette con noi Linda – la immagino difficile da seguire, così staccata dal mondo, mentre noi adolescenti siamo abituati ad ambienti caotici». Il luogo, però, concorda anche Caterina, è «davvero molto bello e tranquillo». «Il Miracolo – per Caterina – può sembrare inventato, ma dall’altra parte bisogna ammettere che è qualcosa di davvero inspiegabile».


Storia di un luogo davvero unico

Primo monastero femminile nella città estense, il complesso di S. Antonio fu creato per accogliere Beatrice d’Este, figlia del marchese Azzo VII Novello d’Este, e le giovani che, come lei, intendevano seguire la regola benedettina. Già intorno all’anno Mille si erano insediati sull’isoletta tra i terreni paludosi, monaci agostiniani devoti a S. Antonio: il marchese acquistò dai padri l’area e gli edifici nel 1257. L’anno seguente Beatrice e le sue compagne si trasferirono nel complesso, oggetto di importanti lavori, che Beatrice non riuscì a vedere completati poiché fu colta dalla morte nel 1262. Nel 1413 il vescovo di Ferrara, Pietro Boiardi, consacrò la chiesa. Le benedettine separarono la chiesa in due spazi, uno per i fedeli, l’altro per le loro preghiere. Già dal 1473, infatti, si ottennero, dividendo l’edificio, le due chiese attuali. La chiesa esterna ebbe nel secolo seguente un splendido organo, opera di Giovanni da Cipro, dal 1796 sistemato nella chiesa del Suffragio. Nel ‘600 la chiesa esterna fu abbellita da nuovi altari e da grandi tele e venne ridipinto il soffitto della chiesa esterna, ad opera di Francesco Ferrari, supportato forse dal figlio Felice. Il tema prescelto per la decorazione fu la Madonna col Bambino in gloria ed i Santi Antonio e Benedetto sistemati tra ricchi motivi ornamentali, e sei immagini di santi benedettini.

Si deve a interventi operati nel XVIII secolo la sistemazione della selciata della corte, come attestano le perizie coeve. Furono queste le ultime opere eseguite prima del tracollo del monastero, provocato dall’arrivo degli eserciti francesi: nel 1796 S. Antonio il Polesine ebbe chiuso il tempio, e il convento fu ridotto a reclusorio.La ripresa ufficiale dell’abito monastico si ebbe solamente nel 1924, tra vicende alterne che videro pure sistemare il nuovo altare del SS. Sacramento (1806) e creare una sorta di cappella, decorata da una statua della Beata.Nel 1910 l’ala delle novizie fu adibita a Caserma. Nello stesso anno il Comune di Ferrara acquistò tutto il complesso affidandolo alla custodia delle benedettine. All’entrata del monastero ci si trova nell’ala settentrionale del chiostro, in cui si venera il sepolcro della beata fondatrice dalla cui tomba in marmo periodicamente stilla un’acqua miracolosa detta le “Lacrime della Beata”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 dicembre 2021

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Non solo scienza ma domanda sul Mistero

22 Nov

Nella pandemia, il necessario discorso scientifico rischia di farci dimenticare la nostra ricerca della Verità

di Andrea Musacci
Lo scorso settembre su Huffington post Italia il filosofo Massimo Adinolfi poneva una domanda importante: «Chi è competente, in fatto di umanità? O forse pensiamo che l’uomo è solo ciò che rimane da discutere a filosofi barbuti una volta sottratte loro tutte le questioni scientifiche (mediche, sanitarie, fisiologiche o psicologiche, o non so cos’altro)?».

Fermarsi, riflettere, interrogarsi e interrogare su ciò che davvero ci rende umani. Tornare ad ascoltare l’altro. Propositi che sempre meno, spiace registrarlo, sembrano andare di moda. Il coro unanime di quasi due anni fa sulla necessità e l’urgenza di proteggere noi stessi e gli altri dal Covid19, si è purtroppo, ormai da molto tempo, trasformato nel suo opposto. Ora, sempre più, domina lo scontro tra due intolleranze: quella dei sostenitori di ogni forma di restrizione potenzialmente senza limiti di tempo, e chi, dall’altra parte, già da un bel po’ ha dimenticato quanta sofferenza, angoscia e morte ha portato una pandemia di questo tipo. In mezzo, quegli interstizi sempre più stretti (e sempre meno affollati, purtroppo) di chi non rinuncia a porre questioni sulla gestione dell’emergenza – pur sempre difficile –, e soprattutto su come, veramente, possiamo cogliere questa fase eccezionale delle nostre vite per riscoprire il Mistero che si cela dietro di esse. Che significa anche ripensare il rapporto tra salute e salvezza, come propone il gesuita Gaetano Piccolo nel suo ultimo libro “Salute o salvezza? Il dilemma dei nostri tempi” (Ediz. San Paolo).


Salute o salvezza?

Salute o salvezza è un aut aut sbagliato, a cui non cedere. Assolutizzare il primo dei due termini significa castrare la dimensione spirituale, religiosa, annullandola nel culto illusorio di ciò che è corruttibile. Dall’altra parte, la finta “salvezza” di chi pensa che la cura di sé e dell’altro non abbia nessun valore rispetto alla vita eterna, nasconde una pericolosa mancanza di empatia per il prossimo.

Fatta questa premessa, il rischio maggiore nelle nostre società occidentali è che questa fase – dove il dominio del discorso medico-scientifico va a scapito di quello religioso, politico e culturale -, ci faccia ancora una volta venir meno nella nostra ricerca di un equilibrio diverso fra la difesa della salute e l’anelito alla Salvezza. Salvezza che è fatta di amore e di relazioni, di prossimità fisica, di consapevolezza dell’invincibile limite della morte e di desiderio di una vita davvero piena. Coscienza, quindi, che, come di non solo pane vive l’uomo, nemmeno gli possono bastare le conoscenze medico-scientifiche. Ma che tutto il nostro essere (corpo e anima) domanda un nutrimento ben diverso: una fede e una pienezza che da credenti troviamo in Cristo, Pane di vita.


Non fare della scienza un idolo

La possibilità di poter risolvere sempre più problemi non deve illuderci di poter avere il controllo su ogni aspetto della nostra esistenza. Questa tendenza a sentirci onnipotenti può risultare molto pericolosa se ci si affida al “sapere della scienza” come a ciò che possa rispondere alle domande più profonde. Non è così e mai potrà esserlo: significherebbe storpiare la fondamentale ma limitata missione della scienza. Soprattutto in una situazione estrema e inattesa come quella della pandemia, spesso si è riposto, invece, purtroppo, in medici e ricercatori una speranza quasi “religiosa”. Ciò che la scienza, in sé, non può darci è la felicità, la pienezza di vita, è salvarci dal vuoto, dal terribile nulla della depressione e della disperazione. È inutile convincerci che possiamo delegare tutto a medici e virologi. La lotta contro il male spetta a ognuno di noi. La testimonianza della misericordia nella prossimità all’altro è un compito che abbiamo sempre davanti.


Non fare del corpo un idolo

Idolatrare la scienza – qualsiasi filosofo o uomo di scienza non ideologico inorridirebbe solo all’idea! – porta all’idolatria del corpo. Il filosofo ed epistemiologo francese Bernard-Henri Lévy, liberale, l’anno scorso nel suo libro “Il virus che rende folli” scriveva: «L’inferno è il corpo. Solo il corpo e il corpo solo». L’inferno siamo noi «in quanto persone che sono chiuse nel proprio corpo, ridotte alla nostra vita di corpi e che, sotto il dominio del potere medico, o del potere in generale che si appropria del potere medico, o della nostra stessa sottomissione a entrambi, ci sottomettiamo a esso». «La cura della nostra salute -, scrive invece Piccolo nel libro sopracitato – nel momento in cui dovesse essere possibile solo a costo di rinunciare a tutto quello che per noi è spiritualmente essenziale, varrebbe la pena?».

Spiritualmente essenziale è anche il “filosofare”, il sentire e parlare – senza scorciatoie – della nostra finitezza, del nostro limite, del nostro morire. «Filosofare è imparare a morire», scrive Fabrice Hadjadj nel suo libro “Farcela con la morte. «L’atto stesso di pensare la Verità produce una “piccola morte”, un distacco dal corpo che addestra al grande distacco del trapasso. Quando medito sulla vita entro nella vita stessa della saggezza, passo già nell’aldilà, la mia anima tende a liberarsi della carne, non a motivo della sua debolezza, ma a causa della sua rinnovata vitalità di anima immortale, che va oltre la vita corruttibile dei miei organi».


La ricerca della Verità contro la paura

Tornare a interrogarci e a compiere la nostra ricerca della Verità significa anche non cedere alla paura. Sentimento umano, umanissimo, ma da controllare e affrontare. Da non eludere e a cui non sottomettersi. È importante, oggi, non cedere né alla paura di vaccinarsi né a quella che ci paralizza impedendoci una riflessione profonda e un conseguente vivere che non sia solo sopravvivere nella nostra “sicurezza” di non venire contagiati. Ma in una società come la nostra dove è sempre meno diffusa una concezione religiosa della vita e della morte, certi interrogativi che possono inquietare, vengono posti sempre meno. È, invece, importante cercare di riempire di senso il nostro tempo, perché non sia vuoto. Vuoto di una dimensione spirituale e relazionale. Vuoto che è manifestazione profonda della nostra fragilità, proprio quella fragilità che tendiamo a rimuovere, a negare.

La nostra mortalità ci costringe ad evitare che la nostra vita sia sprecata. Il limite è ciò che muove la nostra libertà nella ricerca di un senso. Senso che riguarda l’interezza di ciò che siamo. Corpo e anima, salute e Salvezza. Solo così, solo interrogando il Mistero e testimoniando la Verità, potremmo dirci davvero umani.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 novembre 2021

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(Immagine: Edvard Munch, “Malinconia”, 1892)

Strolghe tra magia, fede e medicina

8 Nov
Louis Welden Hawkins, “Woman with the blue curtain”

“La Strolga di Ferrara e la Medicina del Segno” è il libro di Daniela Fratti dedicato ai riti praticati da queste donne ancora attive nel nostro territorio. Ecco chi sono e come la loro arte affonda le proprie radici nella notte dei tempi

I confini tra fede e superstizione si confondono in un sincretismo che mischia cattolicesimo e riti precristiani, magia e fede popolare. È la cosiddetta “Medicina del Segno”, antica pratica, ancora presente, delle strolghe, nella quale l’uso di erbe, spighe e spirali convive con preghiere rivolte alla Vergine Maria.

Ne parla Daniela Fratti nel suo libro “La Strolga di Ferrara e la Medicina del Segno” (Scaranari Editore, Ferrara, aprile 2021), interessante studio su quest’arte trasmessa oralmente nel nostro Paese dalla notte dei tempi e ancora praticata nel territorio ferrarese. 


Tocco taumaturgico tra sacro e profano

Attraverso una precisa ricerca di documenti storici, presenti anche nell’Archivio Diocesano di Ferrara e nella Biblioteca del nostro Seminario, l’autrice ripercorre le origini e le trasformazioni delle strolghe, termine del dialetto ferrarese difficile da tradurre ma che significa “astrologa”, “indovina”. Non a caso, in italiano “strologare” significa almanaccare, perdersi in ragionamenti astrusi, emettere responsi talora assurdi. Una figura –  simile alla pranoterapeuta – con tratti materni e domestici, che “segnava” diversi tipi di malanni e malattie – dai porri sul viso al mal di schiena – fino ai mali dell’animo, alle angosce e alle paure. «Curava nella penombra della cucina di casa – scrive Fratti -, interrompendo la preparazione delle tagliatelle, o nei campi coltivati e perfino nelle stalle, bisbigliando cantilene incomprensibili, tracciando segni sulla parte dolente e scrutando nell’acqua unta per individuare le fonti della malattia». Il suo era considerato un tocco taumaturgico, una «benedizione» se applicata sulla parte malata del corpo. Il rito inizia col segno della croce, si conclude col Pater, l’Ave Maria e un altro segno della croce. La strolga segna tre volte il malato, per tre volte durante il giorno – all’alba, a mezzogiorno, al tramonto. Il segno è «praticato con la mano a taglio, con la punta dell’indice o del pollice oppure con la punta di indice e medio uniti».


Le strolghe ferraresi

Limitatamente alla nostra provincia, l’autrice – soprattutto da racconti orali – ha scoperto come «la strolga era una figura di donna che svolgeva un ruolo fondamentale nella società contadina» fino a metà del secolo scorso. Per questo libro, fra agosto e ottobre 2020, Fratti ha incontrato e intervistato sette strolghe residenti nella nostra provincia, ancora attive come guaritrici, oltre ad essere venuta a conoscenza di altre sei (fra cui un uomo) di cui le hanno parlato ma che non è riuscita a contattare, o già defunte. Un numero alto per una provincia come la nostra.

Le sette strolghe ferraresi sono: Gigliola T., 89 anni, S. Bartolomeo in Bosco, contadina; Giliola P., 79 anni, San Bartolomeo in Bosco, proprietaria terriera e lavoratrice nei propri frutteti; Lia M., 89 anni, S. Martino, contadina; Rosanna M., 82 anni, Ferrara, ex operaia in un vivaio; Daniela C., 61 anni, Scortichino di Bondeno, casalinga; Maria S., 87 anni, Poggio Renatico, contadina; Marta M., 84 anni, Berra. Dall’eczema al colpo della strega, dall’orzaiolo all’herpes, sono tanti i malanni che dicono di riuscire a curare, compresa la paura: il “segnare la paura” sembra essere una specificità proprio delle strolghe ferraresi. Non a caso, nel libro l’autrice racconta come da piccola i coetanei più “temerari” le dicessero: «Àt devi andàr da la strolga, a fàrat sgnàr la paura».


Origini storiche

Né sciamana né fattucchiera, la strolga – viene spiegato nel libro – è «una vera Medichessa che operava attraverso strumenti di tipo sacerdotale». Sembrava che agisse «per ricostituire una qualche armonia perduta dalla persona che si affidava ai suoi segni, e che usasse mezzi e strumenti che forse era più indicato interpretare utilizzando il linguaggio dei simboli». Un’azione, la sua, a differenza delle streghe, almeno nelle intenzioni a fin di bene. Un’armonia del “sacro dentro di sé” da ricostruire, contro forze esterne avverse. Una figura che ama tenersi «in disparte», discreta, «riservata, raccolta nel silenzio del rito consumato nell’interiorità». E che «sopravvive grazie alla stima e all’amore popolare» nei suoi confronti. Le origini di questa “medichessa” sembrano risalire alle società primitive, all’epoca del matriarcato primigenio, e tracce di culti naturalistici nel ferrarese – nel territorio deltizio, in quello di Ostellato, Voghenza e Cassana, in tutta la valle del Basso Po e nel bondenese – rimandano al culto della Signora degli Animali (Reithia Potnia Theron), simbolo dell’eterno femminino, praticato soprattutto dalle donne a protezione di messi, erbe e animali domestici. Nello stesso libro V dell’Iliade, Afrodite è guarita da una carezza della madre Dione. Ma pare addirittura che questa pratica del segno risalga a 5300 anni fa: grazie allo studio del 2015 si è scoperto come l’Uomo dei ghiacci rinvenuto nel 1991 sulle Alpi italiane rechi incisi 59 segni con probabili finalità taumaturgiche.

Com’è naturale, nella cristianità anche le strolghe, considerate “incantatrici”, non potevano essere sempre tollerate. Nel libro, ad esempio, l’autrice cita alcuni casi segnalati al Vescovo Francesco Dal Legname a Ferrara, Villanova di Denore, Quartesana, Tresigallo, Corlo e Correggio, durante la sua visita pastorale fra il 1447 e il 1450. E il Sinodo diocesano del 1751 si pronunciò su coloro che «esercitano Magie, Sortilegi e Incantesimi», e così i Sinodi precedenti, dal 1592, dove si cita anche chi si applica nel “segnare” o “incantare”. La prima segnatrice ferrarese viene citata nel Liber querela rum quartus del 1606: è “Madonna Antonia”, residente in città, «guaritrice herbaria», una delle dementes mulierculae (“donnicciola di poco cervello”), come venivano con disprezzo chiamate le strolghe. Oppure, i documenti citano il caso nel 1605 della bondenese Giacoma la Mantilara, veggente che – a suo dire – riusciva a vaticinare solo fissando un’icona mariana posta sopra il letto. In generale, era proprio questo che la Chiesa perseguiva: «l’uso di elementi sacramentali [acqua benedetta, crisma, ad esempio] fuori dal contesto ecclesiastico, da parte di persone non autorizzate e con intendimenti puramente pagani». Tollerava, invece, a volte le pratiche di maghi, stregoni, cartomanti e quant’altro se non avvenivano con l’uso di materia sacramentale.

Credenze appartenenti a un passato ormai lontano? Non del tutto. Come si è visto, nel nostro territorio c’è chi ancora si rivolge a queste figure, la cui fama poggia anche sulla sopravvivenza di assurde superstizioni. Come spiega la stessa autrice, ad esempio «a Ferrara è ancora diffusa la credenza che la visita di una donna con il ciclo arresti l’allattamento di una giovane madre, a meno che la visitatrice non dichiari apertamente di essere mestruata».


Lo strolghino, salame suino “veggente”

Lo “Strolghino” è un salume tipico del parmense. Le fonti più accreditate fanno risalire il suo nome proprio a strolga. La tradizione, infatti, sostiene che, un tempo, la produzione dello Strolghino servisse per prevedere l’andamento della stagionatura dei salumi di taglia maggiore. Non a caso, perché fra i tanti insaccati suini, lo Strolghino è il primo pronto per il taglio. Una versione meno diffusa vorrebbe, invece, che lo Strolghino fosse un salume difficile da realizzare a regola d’arte, tanto da rendere necessario il consulto della strolga.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 novembre 2021

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Libertà umana e misericordia divina contro il vuoto della sofferenza e della morte

8 Nov
Vito Mancuso

L’intervento di Vito Mancuso il 6 novembre a Santa Francesca Romana in occasione della donazione al Cedoc della biblioteca di Piergiorgio Cattani, «immobile ma rapido» nel suo “sì” alla vita

Sabato 6 novembre si è svolta l’inaugurazione del lascito librario di Piergiorgio Cattani alla Biblioteca Cedoc di Ferrara, nel primo anno dalla sua morte. Sono circa 700 i volumi che Cattani, giornalista e intellettuale trentino scomparso lo scorso novembre a 44 anni, donò all’amico Piero Stefani, che a sua volta ha regalato alla Biblioteca diretta da don Andrea Zerbini. Si è trattato del secondo dei tre incontri organizzati dal Sae di Ferrara in memoria di Cattani, dopo il primo tenutosi il 16 ottobre.

“Niente sta scritto. Libertà e limiti della condizione umana” il titolo dell’iniziativa che nel salone parrocchiale di Santa Francesca Romana in via XX settembre ha visto l’intervento del filosofo e teologo Vito Mancuso e la proiezione di parti del documentario “Niente sta scritto” di Marco Zuin dedicato a Cattani e a Martina Caironi. Ultimo appuntamento sabato 20 novembre alle 16, in collaborazione con l’Ufficio per l’ecumenismo diocesano, quando verrà presentato il libro di Piero Stefani, “Bibbia e Corano, un confronto”, pubblicato lo scorso giugno da Carocci. “In memoria di Piergiorgio Cattani (1976-2020). ‘Allora quando uscirà il libro mi prenoto per fare la recensione’ ” il nome dell’incontro, alla presenza dell’autore, con introduzione di Marcello Panzanini (Ufficio diocesano Ecumenismo), e intervento di Hassan Samid, Presidente Centro di Cultura islamica di Ferrara.

“Immobile ma rapido” si definiva Cattani, affetto da distrofia muscolare di Duchenne, malattia invalidante e progressiva, ricordato da Stefani nella sua personalità spesso non facile ma che gli permise di essere fino all’ultimo attivo nei suoi molteplici progetti culturali e politici.

Vito Mancuso nel proprio intervento ha riflettuto sulla ricerca del senso nella sofferenza, che Cattani nella propria condizione ha rappresentato in maniera così radicale. «In una società come quella di oggi in cui tutti dicono “sì”, Cattani ha saputo dire tanti “no”. Questo è segno di profonda intelligenza, cioè della capacità di saper vedere a fondo le cose. Tanto più si è intelligenti, quindi tanto più si vede e si comprende, quanto più si soffre, è inevitabile». E la sofferenza per Mancuso «può portare a una ribellione, a dire “no” alla vita». Ma Cattani, invece, nonostante tutto, «ha saputo, fino alla fine, dire il suo “sì”», e in maniera per nulla retorica, anzi spesso pungente e incisiva.

«La religione – ha proseguito Mancuso – è il grande “sì” alla vita, al senso della vita», mentre la modernità nel suo sviluppo, abbandonando la fede, «non ha trovato un “sì”», una positività «altrettanto grande», non ha saputo cioè «rispondere alle grandi domande dell’esistenza», compresa quella sul senso della sofferenza e della morte. «Anche oggi ci si affida solo ai sentimenti per spiegare la volontà di bene verso l’altro», proprio perché «manca un fondamento vero come la religione».

Questo, per Mancuso, non elimina la dura ma necessaria consapevolezza che «il dolore non sempre porta a qualcosa di bene e spesso, quando ciò avviene, avviene a un prezzo esagerato. Tanti sono i casi in cui la sofferenza non porta bellezza», in cui le persone che la vivono «vengono da essa scarnificate, arrivano alla rassegnazione, alla disperazione, al suicidio».Citando anche il proprio libro del 2002, “Il dolore innocente. L’handicap, la natura e Dio”, Mancuso ha riflettuto come nella vita esistano «zone grigie, vuoti che non possiamo spiegare. Il potere ha invece sempre cercato di riempire, di dominare questo vuoto, questo inevitabile horror vacui». E invece – citando il titolo dell’incontro – «niente sta scritto: in parte è vero, non tutto è già definito, già deciso, altrimenti saremmo solo burattini». Tentando di riflettere sull’eterna diatriba tra Grazia divina e libertà umana, Mancuso ha spiegato come «la libertà non è qualcosa che si dà in natura ma che l’essere umano può e deve conquistare, perché la sua condizione iniziale è quella dell’uomo nella caverna», per usare la nota immagine di Platone. «Io non sono il creatore delle condizioni attraverso cui la mia libertà si può sviluppare, ma sono il creatore del contenuto della mia libertà». L’“immobile ma rapido” di Cattani, secondo Mancuso «richiama la contraddizione insita nella condizione dell’uomo».

E Cattani quello spazio bianco di libertà da creare, da scrivere, l’ha affrontato sempre, con grande coraggio. In una lettera indirizzata agli amici, con parole commoventi mostrava ancora una volta, ben oltre la vita terrena, questa sua consapevolezza sul fondamento ultimo della libertà umana: la morte, scriveva, «non è un precipitare nel nulla, perché il nucleo della mia esistenza sopravvive, salvato dalla misericordia di Dio, saldo nell’alleanza con il Dio vivente».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 novembre 2021

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